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LA SIGNORA COL CAGNOLINO

Si diceva che sulla passeggiata lungo il mare fosse


comparsa una faccia nuova: una signora con un cagnolino.
Dmitrij Dmitrič Gurov, che a Jalta viveva già da due settimane e
ormai ci si era abituato, cominciava anche lui a interessarsi alle facce nuove.
Mentre era seduto al caffè Vernet nel padiglione vide passare sulla riva una
signora giovane, di media statura, bionda, con un berretto; dietro a lei correva
un volpino bianco.
Poi la incontrò nel giardino pubblico e nel parco, più volte al giorno.
Passeggiava sola, sempre con lo stesso berretto e col cagnolino bianco;
nessuno sapeva chi fosse e la chiamavano semplicemente così: la signora col
cagnolino.
“Se si trova qui senza marito e senza conoscenti - pensava Gurov - non
sarebbe male fare la sua conoscenza”.
Non aveva ancora quarant’anni, ma aveva già una figlia di dodici e due
figli che andavano al ginnasio. Lo avevano sposato presto, quando era ancora
studente di secondo anno d’università e ora la moglie gli pareva di vent’anni
più vecchia di lui. Era una donna alta, dalle sopracciglia brune, dritta, grave e
dignitosa e, come soleva definirsi da sé, un essere pensante. Leggeva molto,
si permetteva qualche originalità nell’ortografia, chiamava il marito non
Dmitrij ma Dimitrij; tuttavia in cuor suo egli -la riteneva d’intelligenza
limitata, gretta, inelegante, e un po’ la temeva e stava malvolentieri a casa. Da
molto tempo già aveva cominciato a tradirla, continuava a tradirla spesso e
probabilmente per questo parlava sempre con disprezzo delle donne, e quan-
do in sua presenza il discorso cadeva sul tema delle donne, usava esclamare:
- Razza inferiore!
Gli pareva di essere stato reso abbastanza edotto da amare esperienze per
poterne dir male, ma ciononostante senza quella “razza inferiore” non
avrebbe saputo vivere neppure due giorni. La compagnia degli uomini lo
annoiava, si sentiva a disagio, diventava taciturno, freddo, ma quando invece
si trovava in mezzo alle donne, si sentiva rinfrancato e sapeva di che parlare
con esse e come comportarsi; con le donne anche tacere riusciva gradevole.
Nel suo aspetto, nel suo carattere, in tutto il suo essere c’era qualcosa
d’attraente, inafferrabile, che suscitava la simpatia delle donne, le seduceva;
egli ne era conscio e una forza misteriosa traeva lui stesso verso le donne.
L’esperienza ripetuta e effettivamente amara già da gran tempo gli aveva
insegnato che ogni relazione, la quale all’inizio dà una varietà così piacevole
alla vita e appare un’avventura facile e dolce, nelle persone perbene e
specialmente nei moscoviti, piuttosto pesanti e irresoluti, inevitabilmente si
trasforma in un problema complicatissimo, sì che alla fine essa diventa
gravosa. Eppure, ad ogni nuovo incontro con una donna interessante,
quell’esperienza pareva scivolargli via dalla memoria e lo prendeva la voglia
di vivere e tutto sembrava di nuovo tanto semplice e divertente. Ed ecco che
una volta, prima del tramonto, mentre egli cenava all’aperto, la signora si
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avvicinò senza fretta per occupare un tavolo vicino. L’espressione del viso, il
modo di camminare, la pettinatura, il vestito gli rivelarono che ella doveva
appartenere alla buona società, che era maritata, si trovava per la prima volta
a Jalta, e sola, e infine che si annoiava. Nei racconti sui costumi licenziosi in
Crimea c’è molto di falso, ed egli li disprezzava sapendo che simili racconti
venivano inventati per lo più da persone che avrebbero volentieri peccato se
avessero potuto; eppure quando la signora prese posto a tre passi da lui, gli
tornarono in mente quelle storie di facili conquiste, di gite ai monti, e d’un
tratto il pensiero allettante di una relazione rapida e fugace, di un romanzo
d’amore con la donna sconosciuta, di cui ignori nome e cognome,
s’impossessò di lui.
Chiamò a sé con un gesto carezzevole il cagnolino e quando questo si
accostò, lo minacciò col dito. Il cagnolino si mise a ringhiare. E Gurov lo
minacciò di nuovo.
La signora si voltò a guardarlo, ma poi abbassò subito gli occhil
- Non morde - disse arrossendo.
- Posso dargli un osso? - e quando ella fece un cenno affermativo col
capo, domandò affabilmente: - La signora è da molto a Jalta?
- Da cinque giorni circa.
- E io quasi ormai da due settimane.
Tacquero per qualche istante.
- Il tempo passa presto, eppure è una tale noia qui! - ella aggiunse senza
guardarlo.
- Tutti amano dire che qui ci si annoia. Uno che di solito vive in qualche
cittadina di provincia senza annoiarsi, appena arriva qua, esclama: “Uh, che
noia! Uh, che polvere!” quasi venisse da Granada.
Ella rise. Continuarono a mangiare in silenzio, come ignorandosi a
vicenda. Ma dopo la cena s’incamminarono insieme, fianco a fianco, e
cominciò una conversazione facile, scherzosa, come fra persone libere,
contente, alle quali non importi dove si va e di che cosa si parla.
Passeggiavano e s’intrattenevano dello strano colore del mare; l’acqua aveva
una tinta violacea, morbida e calda, e dalla luna una striscia dorata la solcava.
Parlavano dell’aria afosa dopo una giornata torrida. Gurov raccontò che era
di Mosca, che aveva studiato filologia ma era diventato impiegato di banca;
che una volta si era messo a studiare canto lirico per esibirsi in privato, ma
poi aveva troncato, e che a Mosca era proprietario di due case... E da lei egli
venne a sapere che era cresciuta a Pietroburgo, ma che si era maritata nella
città di S., dove viveva da due anni, che si sarebbe fermata a Jalta ancora un
mese e che forse suo marito l’avrebbe raggiunta, perché voleva anch’egli
riposarsi un poco. Non riuscì però in nessun modo a spiegargli dove prestasse
servizio suo marito, se alla direzione del governatorato o alla delegazione
dell’assemblea dello zemstvo, e lei stessa dovette ridere della propria
ignoranza. Gurov seppe poi anche che si chiamava Anna Sergèevna.
Tornato all’albergo, rimase a pensare a lei, s’immaginò che il giorno
appresso l’avrebbe certamente incontrata di nuovo. Era una cosa ovvia.
Coricandosi si ricordò che pochi anni prima ella era stata un’educanda, aveva
studiato esattamente come ora faceva sua figlia, e gli venne in mente che
c’era ancora tanto di timido, di impacciato nel suo modo di ridere, di conver-
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sare con uno sconosciuto - probabilmente era la prima volta in vita sua che
essa si trovava, in un ambiente simile, in cui veniva osservata e seguita e gli
uomini s’intrattenevano con lei sempre in vista d’un unico fine segreto che
essa non poteva non indovinare. Si ricordò anche del suo collo sottile, esile,
dei suoi begli occhi grigi.
“Eppure c’è qualcosa in lei che fa pena”, pensò e cominciò ad assopirsi.

II

Era passata una settimana dal primo incontro. Era una giornata festiva.
Nelle camere c’era afa e per le strade il vento sollevava nugoli di polvere,
portava via i cappelli. Durante tutto il giorno non si faceva che aver voglia di
bere, e Gurov spesso andò al padiglione dello stabilimento balneare e offrì a
Anna Sergèevna ora una bibita ora un gelato. Non si sapeva dove rifugiarsi.
La sera, quando il vento si fu un poco calmato, si recarono sul molo per
vedere l’arrivo del vapore. Sulla banchina molta gente passeggiava su e giù;
parecchi venuti certo a prendere qualcuno, con mazzi di fiori in mano.
Spiccavano nette due singolarità del pubblico elegante di Jalta: signore
anziane vestite come delle giovani e una quantità di generali.
A causa del mare agitato il vapore arrivò con ritardo, quando il sole era
già tramontato e prima di gettar l’ancora, manovrò a lungo. Anna Sergèevna
osservava attraverso l’occhialetto il piroscafo e i passeggeri, come cercasse
qualche conoscenza e quando si volgeva a Gurov, i suoi occhi brillavano.
Parlava molto, le sue domande erano brusche e lei stessa dimenticava subito
quel che aveva domandato; poi in mezzo alla calca perse l’occhialetto.
La folla festante si era dispersa, già non si vedeva più nessuno, il vento si
era del tutto placato, e Gurov e Anna Sergèevna continuavano a star lì, come
se aspettassero che qualcun’altro scendesse dal vapore. Anna Sergèevna da
un po’ taceva, di tanto in tanto fiutando dei fiori, senza guardare Gurov.
- Il tempo è un po’ migliorato verso sera - disse egli. - Dove andiamo ora?
Che ne direste, se prendessimo una carrozza?
Ella non rispose nulla.
Allora egli la fissò in volto e d’un tratto l’abbracciò e baciò sulle labbra e
fu avvolto dal profumo fresco dei fiori, ma tosto si guardò intorno spaurito al
pensiero che qualcuno li avesse veduti.
- Andiamo da voi... - mormorò.
E s’incamminarono rapidamente.
Nella camera di lei l’aria era soffocante e impregnata di un profumo
ch’ella aveva comprato in una bottega giapponese. Gurov, osservandola ora,
pensava: “Che strani incontri càpitano nella vita!”. Dal proprio passato aveva
conservato il ricordo di donne spensierate, bonarie, gaie d’amore, grate della
felicità sia pure molto breve ch’egli donava loro; e il ricordo di donne, come
per esempio sua moglie, le quali amavano senza sincerità, con discorsi
superflui, con affettazioni e pose ipocrite, assumendo un’espressione come
volessero far capire che quello non era amore né passione, ma qualcosa di
assai più importante; e infine serbava il ricordo di due, tre, molto belle,
fredde, sul cui volto balenava un’espressione rapace, un desiderio caparbio di
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afferrare, di strappare alla vita più di quanto essa è in grado di dare; ed erano
state donne che avevano varcato la prima giovinezza, capricciose, irriflessive,
imperiose, non intelligenti, e quando in Gurov l’ardore si andava
raffreddando, la loro bellezza suscitava in lui odio e i merletti della loro
biancheria gli davano l’impressione come di scaglie.
E ora invece aveva notato sempre quella medesima timidezza, quel fare
impacciato di un essere giovane, inesperto, quel senso di disagio; e c’era
un’espressione di smarrimento, come se qualcuno avesse bussato alla porta.
Anna Sergèevna, quella “signora col cagnolino”, verso ciò che era
accaduto prese un atteggiamento singolare, molto serio, come consapevole di
una sua caduta, così almeno pareva, e la cosa riusciva strana e quasi
incongruente. I tratti del viso si allentarono, appassirono e i lunghi capelli
pendevano tristi dalle due parti; ella rimase meditabonda in una posa di
mestizia, proprio come la peccatrice in un quadro antico.
— Non è bene — disse. — Voi sarete ora il primo a non stimarmi.
Sul tavolo della camera c’era un cocomero. Gurov si tagliò una fetta e si
mise a mangiarla lentamente. Passò una mezz’ora almeno in silenzio.
Qualcosa di commovente spirava da Anna Sergèevna, la purezza d’una
donna perbene, ingenua, poco esperta della vita; la candela solitaria che
ardeva sulla tavola illuminava appena il suo volto, ma si vedeva che
nell’intimo si tormentava.
— Perché dovrei cessare di stimarti? domandò Gurov. — Non sai tu
stessa quel che dici.
— Che Dio mi perdoni! — disse ella, e gli occhi le si riempirono di
lacrime. — E’ terribile.
- Non hai bisogno di giustificarti.
— E come dovrei giustificarmi? Sono una donna volgare, bassa, e mi
disprezzo e non ci penso neanche a giustificarmi. Non ho tradito mio marito,
ma me stessa. E non ora soltanto, ma da molto tempo lo tradisco. Mio marito
è forse un uomo onesto, buono, ma in fondo è un lacchè! Non so quale sia il
suo lavoro laggiù, come presti il suo servizio, so soltanto che ha l’anima di un
lacchè. Avevo vent’anni quando mi sposai, ero tormentata dalla curiosità,
desideravo qualcosa di meglio; perché ci dev’essere, mi dicevo, una vita
diversa. Avevo voglia di vivere. Vivere, vivere veramente... La curiosità mi
bruciava... Voi non lo potete capire, ma vi giuro in nome di Dio, non riuscivo
più a dominarmi, qualcosa succedeva in me, non era possibile tenermi, e ho
detto a mio marito che ero ammalata e sono venuta qua... E qui giravo come
in delirio, come una pazza... ed ecco che son diventata una donna come tante
altre, una donna miserabile che ognuno può disprezzare.
Gurov provava già noia ad ascoltarla, lo irritava il tono ingenuo, questo
pentimento inaspettato, fuori luogo: se non fossero state le lacrime negli
occhi, si sarebbe potuto pensare che scherzasse o recitasse una parte,
- Non capisco - disse piano: - che cosa vuoi insomma?
Ella poggiò il viso sul suo petto e si strinse a lui.
- Credetemi, credetemi, vi supplico - continuava a dire. - Amo la vita
onesta, pura, e il peccato mi fa ribrezzo, non so io stessa quel che sto
facendo. La gente semplice dice: il diavolo ci ha messo la coda. E ora posso
anch’io dire di me, che ci ha messo la coda il diavolo.
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- Via, basta, basta... - mormorava egli. La guardava negli occhi fissi,


spaventati, la baciava e le parlava con voce sommessa, carezzevole, e a poco
a poco essa si calmò e l’allegria tornò in lei; tutti e due si misero a ridere.
Poi quando uscirono, sulla passeggiata non c’era più anima viva, la città
con i suoi cipressi aveva un aspetto funereo, ma il mare continuava a
rumoreggiare e a battere contro la riva; una barca dondolava sulle onde e su
di essa un piccolo fanale gettava una luce fioca.
Trovarono una carrozza e si fecero portare a Oreanda.
- Ho saputo or ora il tuo cognome nella portineria - sul quadro era scritto
von Dideritz - disse Gurov. - È tedesco tuo marito?
- No, suo nonno, mi pare fosse tedesco, ma lui è ortodosso.
A Oreanda si sedettero su una panchina vicino alla chiesa, e stettero a
guardare il mare in basso, senza parlare. Jalta appena s’intravvedeva
attraverso la nebbia del mattino, sulle cime dei monti nuvole bianche erano
sospese immobili. Il fogliame non si moveva neppure, si udiva solo il canto
delle cicale, e il mormorio sordo, monotono del mare che veniva dal basso,
parlava di quiete, del sonno eterno che ci attende. Così mormorava il mare
quando ancora non esistevano né Jalta né Oreanda, e continua a mormorare e
così mormorerà indifferente e sordo, quando noi non saremo più. In questa
immutabilità, in questa totale indifferenza verso la vita e la morte di ciascuno
di noi, si cela, forse, il pegno della nostra salvezza eterna, del moto in-
cessante della vita sulla terra, dell’incessante perfezionamento. Seduto
accanto a una donna giovane che nella luce dell’alba appariva così bella,
calmato e incantato dallo scenario fiabesco intorno, dal mare, dai monti, dalle
nuvole e dal cielo vasto, Gurov trovava che in verità, a pensarci bene, tutto in
questo mondo è meraviglioso, tutto, all’infuori di quello che noi stessi
operiamo e pensiamo quando dimentichiamo i fini ultimi dell’esistenza, la
nostra dignità umana.
Si avvicinò un uomo - probabilmente un guardiano - li osservò un
momento e si allontanò di nuovo. E anche questo particolare parve così
misterioso e pure bellissimo. Si vide un piroscafo proveniente da Feodosija,
illuminato dai bagliori dell’alba e che già navigava con le luci spente.
- C’è della rugiada sull’erba - disse Anna Sergèevna dopo un lungo
silenzio.
- Sì. E’ ora di tornare a casa.
Rientrarono in città.
Poi, ogni giorno a mezzodì si incontravano sulla passeggiata, facevano
colazione, cenavano insieme, giravano, si estasiavano davanti al mare. Ella si
lagnava che dormiva male, che aveva il cuore agitato, e poneva sempre le
stesse domande, turbata ora dalla gelosia ora dal timore che egli non la sti-
masse abbastanza. E spesso nel parco o nel giardino pubblico, quando non
c’era nessuno nelle vicinanze, egli d’un tratto la attirava a sé e la baciava
appassionatamente. La vita oziosa che conduceva, quei baci, in pieno giorno,
guardando in giro spauriti se nessuno li scorgesse, il caldo, l’odore del mare e
il continuo baluginare davanti agli occhi di una folla oziosa, elegante, sazia,
sembravano averlo quasi fatto rinascere; ripeteva ad Anna Sergèevna che era
tanto bella, affascinante, ed era tutto preso da una passione impaziente, non la
lasciava un istante, mentre ella spesso si faceva meditabonda e continuava a
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pregarlo che confessasse di stimarla poco, di non amarla affatto, di vedere in


lei una donna volgare. Quasi ogni giorno sul tardi essi facevano una gita fuori
di città, a Oreanda o alla cascata; e ogni volta era una gioia piena, e le
impressioni erano sempre bellissime, grandiose.
Aspettavano l’arrivo del marito. Ma giunse una lettera in cui egli le
comunicava che aveva preso una malattia agli occhi e la supplicava di tornare
al più presto a casa. Anna Sergèevna si preparò a partire in fretta.
- È bene che io me ne debba andare - diceva a Gurov. - È il destino che
vuol così.
Partì con la vettura a cavalli ed egli l’accompagnò. Viaggiarono così tutta
una giornata. Quando si fu accomodata nello scompartimento del treno
espresso, dopo il secondo segnale della campana, gli disse:
- Lasciate che vi guardi ancora una volta. Ancora una volta. Ecco, così...
Non piangeva, ma era triste, come malata, e aveva un tremito nel viso.
- Penserò a voi... mi ricorderò di voi - disse. - Che Dio vi protegga. Non
pensate male di me. Ci separiamo per sempre, è necessario così; perché
sarebbe stato meglio non incontrarsi mai, Dio sia con voi.
Il treno si allontanò velocemente, le sue luci si dileguarono presto e dopo
un minuto già non si udiva più il suo rumore, quasi che tutto avesse
congiurato perché cessasse di colpo quel dolce oblio, quella follia. Rimasto
solo sul marciapiede e guardando nella lontananza buia, Gurov ascoltava il
canto dei grilli e il ronzio dei fili telegrafici con una sensazione strana, come
se solo allora si fosse svegliato. Pensava che, ecco, nella sua vita c’era stata
ancora una vicenda o avventura e che anch’essa si era già conclusa, e ora ne
era rimasto solo il ricordo... Era commosso, triste e provava un lieve senso di
rimorso; quella giovane donna infatti, ch’egli non avrebbe mai più riveduta,
non era stata felice con lui. Sì, egli si era mostrato affabile con lei, cordiale,
eppure nel suo comportamento verso di lei, nel tono, nelle carezze era passata
un’ombra di leggera ironia, la presunzione alquanto grossolana dell’uomo
felice, il quale poi era quasi del doppio più anziano di lei. Tutto il tempo essa
lo aveva chiamato buono, nobile, straordinario; evidentemente le era apparso
diverso da quel che era in realtà, e dunque involontariamente egli l’aveva
ingannata...
Qui, alla stazione, si sentiva già nell’aria l’autunno, la serata era fresca,
“È tempo anche per me di tornare al Nord - pensava Gurov allontanandosi
dal marciapiede. - È tempo ormai!”

III

In casa, a Mosca, ormai tutto era come d’inverno: si accendevano le stufe


e la mattina, quando i ragazzi si preparavano per andare al ginnasio e
prendevano il tè, era buio e la njanja accendeva per un po’ di tempo il lume.
Era già cominciato il gelo. Quando cade la prima neve, il primo giorno che si
va in slitta, è gradevole vedere la terra bianca, i tetti bianchi, si respira
agevolmente, meravigliosamente, e vengono in mente gli anni giovanili. I
vecchi tigli e le betulle, bianchi di brina, hanno un’espressione bonaria, e
sono più vicini al cuore che non i cipressi e le palme, e in prossimità loro non
si ha più voglia di pensare alle montagne e al mare.
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Gurov era moscovita, era tornato a Mosca in una bella giornata di gelo, e
quando indossò la pelliccia e si mise i guanti foderati per fare una passeggiata
per la Petrovka, e quando la sera del sabato udì lo scampanio festoso, la
villeggiatura recente e i luoghi ove era stato perdettero tutto il loro incanto.
S’immerse a poco a poco nella vita di Mosca, leggeva già avidamente due o
tre giornali al giorno e diceva che non leggeva giornali di Mosca per
principio. Già lo attiravano di nuovo i ristoranti, i circoli, i banchetti, gli anni-
versari, e già si sentiva lusingato che la sua casa fosse frequentata da illustri
avvocati e artisti e che al circolo dei medici egli potesse giocare alle carte con
un professore. Ed era di nuovo capace di mangiarsi un’intera porzione di
seljanka al tegame...
Passerà un mesetto circa, e l’immagine di Anna Sergèevna, così
supponeva, si velerà di nebbia nella memoria e solo di quando in quando
riapparirà nei sogni col suo sorriso commovente, così come altre donne
riaffioravano talvolta nel sogno. Ma passò più d’un mese, si era già nel
profondo inverno, e nella memoria tutto rimaneva nitido, come se si fosse
separato da Anna Sergèevna il giorno innanzi. E i ricordi divampavano
sempre più forti. O che nel silenzio serale giungessero neI suo studio le voci
dei figli, che preparavano i loro compiti, o che udisse una romanza o l’or-
ganetto in un ristorante, o che nella cappa del camino ululasse la bufera,
d’improvviso risorgeva nella memoria tutto: quel che era accaduto sul molo e
l’alba nebbiosa nei monti, e il vapore proveniente da Feodosija, e i baci.
Camminava a lungo su e giù per la stanza inseguendo i ricordi, sorridendo,
poi i ricordi si mutavano in fantasticherie e il passato nella sua
immaginazione si confondeva con l’avvenire. Anna Sergèevna non gli
appariva in sogno, ma gli andava dietro ovunque, come un’ombra, e lo
osservava. Chiudendo gli occhi la vedeva come se gli stesse innanzi viva, e
pareva più bella, più giovanile e tenera che non nella realtà; ed egli stesso si
vedeva migliore di quanto non fosse stato allora a Jalta. Ella la sera lo
guardava dallo scaffale dei libri, dal caminetto, da qualche angolo della
stanza; udiva il respiro di lei, il morbido fruscio del suo abito. Per strada
accompagnava con lo sguardo le donne, cercava se non ve ne fosse una
simile a lei...
E già lo tormentava un desiderio intenso di rendere partecipe qualcuno dei
suoi ricordi. Ma a casa non poteva parlare del suo amore e fuori di casa, non
c’era nessuno cui confidarlo, Non già fra gli inquilini o nemmeno alla banca.
E poi, di che parlare? Forse che aveva amato, allora? Forse che c’era stato
qualcosa di bello, poetico, o di edificante o anche semplicemente di
interessante nella sua relazione con Anna Sergèevna? Conveniva perciò
parlare in termini vaghi dell’amore, delle donne, e nessuno indovinava di che
si trattasse in sostanza, e solo la moglie moveva le sue sopracciglia scure e
diceva:
- A te, Dimitrij, non s’adatta punto la parte di bellimbusto.
Una volta, di notte, uscendo dal circolo dei medici con il suo compagno di
partita, un funzionario, non riuscì a trattenersi ed esclamò:
- Se sapeste con che donna incantevole ho fatto amicizia a Jalta!
Il funzionario prese posto nella slitta e quando questa si mise in moto, si
voltò d’un tratto e lo chiamò:
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- Dmitrij Dmitrič!
- Che c’è?
- Avevate ragione dianzi: quello storione aveva un certo odorino.
Queste parole, così comuni, chissà perché indignarono d’un tratto Gurov,
gli parvero umilianti, impure. Che usanze rozze, che persone! Com’erano
insulse le serate, come insignificanti, senza nulla d’interessante i giorni! Il
gioco accanito alle carte, l’intemperanza nel mangiare e nel bere, e
continuamente gli stessi discorsi. Le faccende inutili, i discorsi sempre sugli
stessi temi si divorano la più gran parte del tempo, le forze migliori, e alla fin
fine rimane un’esistenza tronca, senz’ali, qualcosa di sconclusionato, e non è
possibile andarsene, fuggire, come se ti trovassi in un manicomio o in una
compagnia di detenuti,
Gurov non riuscì a dormire tutta la notte, e s’indignò, e il giorno appresso
lo passò col mal di capo. Anche le notti successive dormì male; se ne stava
seduto nel letto e meditava o camminava da un angolo all’altro. I figli e la
banca gli erano venuti a noia, non aveva più voglia di andare in nessun posto,
di parlare di nulla.
A dicembre, quando cominciarono le feste, si preparò a partire e raccontò
alla moglie che si recava a Pietroburgo per occuparsi di un giovane, e prese il
treno per S. Perché? Non lo sapeva bene neppure lui. Sentiva il bisogno di
rivedere Anna Sergèevna, di parlarle, di combinare un convegno, se era
possibile.
Arrivò a S. di mattina e prese nell’albergo la camera migliore, dove il
pavimento era tutto coperto da un panno grigio militare e dove sul tavolino
era posato un calamaio grigio di polvere, con un guerriero a cavallo, che
aveva un braccio alzato col cappello ed era stato privato della testa. Il portiere
gli fornì le necessarie informazioni: che von Dideritz abitava nella Staro-
Gončarnaja in una casa di sua proprietà, non lontano dall’albergo, e
che viveva bene, anzi riccamente e aveva cavalli suoi, e che tutti in città lo
conoscevano. Il cognome il portiere lo pronunciava così: Drìdyric.
Gurov senza fretta s’incamminò verso la Staro-Gončarnaja e trovò la
casa indicata. Davanti ad essa si stendeva un lungo steccato grigio
disseminato di chiodi.
“Da uno steccato come questo vien voglia di fuggire” pensò Gurov
guardando ora le finestre ora lo steccato.
Rifletté: oggi è giornata di vacanza e il marito è probabilmente in casa. E
del resto, sarebbe stato poco educato venire così e portare scompiglio in casa.
Se invece mandava un biglietto, questo poteva andar a finire nelle mani del
marito e allora si rovinava tutto. Il partito migliore era dunque affidarsi al
caso. E si mise a camminare su e giù per la strada vicino allo steccato,
aspettando questo caso. Vide entrare nel portone un mendicante contro il
quale vennero lanciati dei cani, poi, un’ora dopo, sentì suonare il pianoforte,
ma i suoni giungevano deboli e poco chiari. Certamente era Anna Sergèevna
che stava suonando. D’un tratto si aprì la porta di casa e ne uscì una
vecchietta, seguita dal ben noto cagnolino bianco. Gurov voleva chiamarlo,
ma il cuore d’improvviso si mise a batter forte e per l’agitazione egli non riu-
scì a rammentare il nome.
Continuò a camminare su e giù e sempre più forte si faceva in lui l’odio
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contro quello steccato grigio e già pensava con irritazione che Anna
Sergèevna forse si era già scordata di lui e già si divertiva con un altro e che
ciò sarebbe stato naturale in una donna giovane, costretta a vedere dalla
mattina alla sera quel maledetto steccato. Tornò all’albergo, salì in camera e
rimase a lungo seduto sul divano, non sapendo che fare. Poi scese a far
colazione e poi dormì a lungo.
“Com’è sciocco tutto questo e inquietante - pensò, svegliandosi e
guardando le finestre scure: era già sera. - Ecco, ora, chissà perché, ho
smaltito il mio sonno. E ora, cosa farò, ch’è già notte?”.
Era seduto sul letto, su cui era stesa una coperta grigia, da pochi soldi,
come quelle degli ospedali, e scherniva se stesso:
“Eccoti la tua signora col cagnolino... Eccoti l’avventura… ora sei
inchiodato qui!
La mattina, ancora alla stazione, lo aveva colpito un manifesto in cui si
annunziava la prima della Geisha. Ora se ne ricordò e decise di andare a
teatro.
“È probabile che lei vada alle prime rappresentazioni” pensò.
Il teatro era pieno. Anche qui, come in tutti i teatri di provincia, sopra i
lampadari si librava una nebbiolina, e in galleria c’era un’agitazione
chiassosa; nelle prime file della platea stavano in piedi i bellimbusti locali,
con le mani dietro la schiena; nel palco del governatore sedeva in primo
piano la figlia con un boa sulle spalle, mentre il governatore stesso si
nascondeva discretamente dietro la tendina e si vedevano solo le sue mani. Il
sipario ondeggiava e l’orchestra accordò a lungo gli strumenti. Per tutto il
tempo che il pubblico affluiva e andava a occupare i posti, Gurov cercò avi-
damente con gli occhi.
Entrò anche Anna Sergèevna. Si sedette in terza fila, e quando Gurov la
scorse, il suo cuore ebbe un sussulto ed egli comprese chiaramente che per lui
ormai in tutto il mondo non esisteva creatura umana più vicina, più cara, e
più importante: sperduta in mezzo alla folla provinciale, quella piccola donna
che non aveva nulla d’eccezionale, con il suo comunissimo occhialetto in
mano, riempiva ora tutta la sua vita, era la sua pena e la sua gioia, l’unica fe-
licità ch’egli ora desiderasse per sé; e ai suoni dell’orchestra mediocre, dei
violini miserabili, egli pensava a lei, a come era bella. Pensava e fantasticava.
Insieme ad Anna Sergèevna era entrato un giovane signore con delle
fedine corte, molto alto, un po’ curvo, che le si era seduto accanto. Ad ogni
passo dondolava con la testa e pareva salutasse continuamente. Era di certo il
marito, colui che ella, in un impeto di sentimento amaro, aveva definita
un’anima di lacchè. E difatti, nella sua figura lunga, nelle fedine, nella
calvizie incipiente c’era qualcosa di sottomesso che ricordava un cameriere; e
sorrideva anche mellifluo e nell’occhiello brillava un qualche distintivo che
pareva proprio un numero di metallo.
Durante il primo intervallo il marito uscì a fumare ed ella rimase seduta in
poltrona. Gurov, che aveva pure un posto in platea, le si accostò e disse con
voce tremante, sforzandosi di sorridere:
- Buona sera.
Ella alzò gli occhi a guardarlo e impallidì, poi di nuovo lo fissò con
un’espressione di spavento, non credendo ai propri occhi, poi strinse
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fortemente fra le dita il ventaglio e l’occhialetto, visibilmente in lotta con se


stessa, per non cadere svenuta. Tutti e due tacevano. Ella seduta, l’uomo in
piedi, atterrito dal suo turbamento, non osando sederlesi accanto.
Ricominciarono a cantare i violini, che venivano accordati, e un flauto, e
d’un tratto un senso di terrore s’impadronì di loro e sembrò che da tutti i
palchi li osservassero. Ma ecco che essa si alzò e si avviò rapidamente
all’uscita; ed egli dietro a lei, e camminarono come storditi, per corridoi e
scale, ora salendo, ora scendendo, e dinanzi agli occhi trascorrevano persone
in uniforme di magistrati, di insegnanti, di impiegati distrettuali, coi loro
distintivi, trascorrevano signore, pellicce agli attaccapanni, e soffiava un forte
riscontro, recando l’odore di mozziconi di sigari. E Gurov che sentiva battere
violentemente il cuore, pensava:
“Oh, Dio, perché mai tutta questa gente, quest’orchestra?...”.
In quell’istante gli venne in mente che allora, alla stazione, dopo aver
accompagnato Anna Sergèevna, si era detto che tutto era finito e che non si
sarebbero mai più rivisti. Ma com’era tutto lontano dalla fine!
Su una scaletta angusta, tetra, dov’era scritto: “Ingresso all’anfiteatro “,
ella si arrestò.
- Come mi avete spaventata! - disse respirando con affanno, sempre
ancora pallida, sconvolta. - Ah, come mi avete spaventata! Mi sento morire.
Perché siete venuto? Perché?
- Ma cercate di capire, Anna, cercate.., - egli rispose a mezza voce, in
fretta.
- Vi supplico, capite...
Essa lo guardava con paura, con amore, supplichevole, fissamente, come
a imprimere più fortemente i suoi tratti nella memoria.
- Soffro tanto! - ella rispose senza ascoItarlo. - Tutto il tempo ho pensato a
voi soltanto, ho vissuto sempre pensando a voi. E volevo dimenticare,
dimenticare... ma perché, perché siete venuto?
Più in alto, sul pianerottolo, due studenti fumavano e guardavano giù, ma
a Gurov non importava più nulla, egli trasse a sé Anna Sergèevna e si mise a
coprirle di baci il viso, le guance, le mani,
- Ma cosa fate, cosa fate! - ella diceva atterrita cercando di respingerlo. -
Siamo impazziti tutt’e due. Partite, oggi stesso, partite subito... Vi supplico,
vi scongiuro, in nome di Dio... Viene gente!
Qualcuno infatti saliva le scale
- Dovete partire... - proseguì Anna Sergèevna bisbigliando. - Mi state a
sentire, Dmitrij Dmitrič? Verrò da voi a Mosca. Non sono mai stata felice, e
ora mi sento tanto infelice, e non sarò mai, mai felice, mai! Non mi fate
soffrire ancora di più! Vi giuro, verrò da voi a Mosca. Ma ora ci dobbiamo
lasciare! Mio caro, mio buono, adorato, separiamoci, ora!
Gli strinse la mano e si precipitò giù per la scala, sempre voltandosi a
guardarlo, e dai suoi occhi si vedeva che veramente era infelice... Gurov
rimase per un po’ immobile, stette in ascolto, e poi, quando tutto fu
silenzioso, si recò al guardaroba e uscì dal teatro.

IV
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E Anna Sergèevna cominciò a venire da lui a Mosca. Ogni due, tre mesi,
essa partiva da S., dicendo che andava a consultare un ginecologo, e il marito
credeva e non credeva. Arrivata a Mosca scendeva allo Slavjanskij Bazàr e
subito mandava da Gurov un inserviente col berretto rosso. E Gurov andava a
trovarla, e nessuno sapeva di questi incontri,
Una volta egli andava da lei in una mattinata d’inverno (il messo era
venuto la sera prima e non l’aveva trovato in casa). Veniva con lui sua figlia
ch’egli voleva accompagnare, strada facendo, al ginnasio. Cadeva la neve in
grossi fiocchi fradici.
- Sono tre gradi sopra zero, ora, eppure piove — spiegava Gurov alla
figlia.
- Ma solo la superficie della terra è tiepida, e negli strati più alti
dell’atmosfera c’è una temperatura tutta diversa.
- Senti, babbo, perché non c’è il tuono in inverno?
Le spiegò anche questo. Parlava, e frattanto pensava che ecco, egli si
recava ora ad un appuntamento, e nessuno ne sapeva nulla e nessuno forse ne
avrebbe mai saputo nulla. Viveva due esistenze: una palese, che tutti
vedevano e conoscevano tutti quelli che vi avevano un qualche interesse,
un’esistenza piena di verità convenzionali e di inganni convenzionali, del
tutto simile a quella dei suoi conoscenti e amici; ed un’altra che scorreva
segreta. E, per una strana coincidenza di circostanze, forse casuale, tutto ciò
che per lui era importante, attraente, necessario, ciò in cui era sincero e non
ingannava se stesso e che costituiva il nocciolo della sua vita, si svolgeva
all’insaputa degli altri; tutto ciò invece che era la sua menzogna, il suo
involucro, nel quale si celava per occultare la verità, e cioè la sua attività alla
banca, le discussioni al circolo, quel suo parlare della “razza inferiore”, le
visite che faceva con la moglie in occasione di qualche anniversario, tutto
questo era palese. Da se stesso poi cominciò a giudicare gli altri, non credeva
più a quel che vedeva e sempre supponeva che in ognuno sotto la coltre del
segreto, come sotto la coltre della notte, dovesse scorrere la sua vita vera,
quella più interessante. Ogni esistenza privata si regge sul segreto, e può darsi
che proprio per questo l’uomo civile si preoccupi così ansiosamente che la
sua storia segreta venga rispettata.
Dopo aver accompagnato la figlia al ginnasio, Gurov andò allo
Slavjanskij Bazàr. Si tolse la pelliccia in basso, salì le scale e bussò piano alla
porta. Anna Sergèevna, che indossava l’abito grigio a lui caro, stanca del
viaggio e dell’attesa, lo aspettava già dalla sera innanzi; era pallida, lo
guardava senza sorridere, e non appena egli entrò, gli si gettò sul petto. Come
se non si fossero veduti da più d’un anno, il loro bacio fu prolungato,
insistente.
- Ebbene, come va la tua vita laggiù? - egli domandò. - Che c’è di nuovo?
- Aspetta.... Ora non posso.
Non riusciva a parlare, perché piangeva. Si voltò dall’altra parte e si
premette il fazzoletto sugli occhi.
“Lasciamo che si sfoghi un po’, e intanto mi seggo”, pensò egli e si
accomodò sulla poltrona.
Poi suonò il campanello e ordinò del tè; e mentre egli stava bevendo,
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Anna Sergèevna continuava a star in piedi, sempre col viso voltato verso la
finestra... Piangeva per l’agitazione, per l’amara coscienza della loro vita così
penosa e difficile; si potevano vedere solo segretamente, dovevano na-
scondersi agli a1tri uomini come dei ladri! Non era una vita fallita, la loro?
- Via, via, smetti di piangere! - egli disse infine.
Per lui era ormai chiaro che questo loro amore sarebbe durato ancora a
lungo, chissà quanto. Anna Sergèevna si attaccava a lui sempre più
fortemente, lo adorava, e sarebbe stato impensabile dirle che tutto questo un
giorno avrebbe dovuto finire; e del resto ella non lo avrebbe creduto.
Si accostò a lei e la prese per le spalle, per accarezzarla, per scherzare un
poco, e in quel momento si scorse nello specchio di fronte.
I suoi capelli cominciavano già a incanutire. E gli parve strano di esser
così invecchiato, così imbruttito negli ultimi anni. Le spalle, su cui posavano
le sue mani, erano calde e fremevano. Egli provò pena per quella vita, ancora
così calda e bella, eppure già vicina forse ad appassire, a offuscarsi, come la
sua propria vita. Perché lo amava tanto? Egli era sempre apparso alle donne
diverso da com’era in realtà; esse avevano amato non lui, ma l’uomo che la
loro immaginazione creava e che nella loro vita avevano cercato avidamente;
e poi, quando si accorgevano dell’errore, continuavano tuttavia ad amarlo. E
neppure una era stata felice con lui. Il tempo scorreva, egli faceva nuove
conoscenze, si legava per un po’, si separava, ma non una sola volta aveva
amato veramente: c’era stato tutto quel che si vuole, ma amore no.
E solo ora che i suoi capelli cominciavano a farsi grigi, si era innamorato
davvero, sul serio, per la prima volta in vita sua.
Anna Sergèevna e Gurov si amavano, come esseri affini, intimi, come
marito e moglie, come teneri amici; pareva loro che la sorte stessa li avesse
predestinati l’uno all’altra, e ed era incomprensibile che egli fosse sposato, e
lei maritata ad un altro. Erano come due uccelli migratori, maschio e
femmina, che fossero stati catturati e costretti a vivere in due gabbie separate.
Si perdonavano reciprocamente ciò di cui si vergognavano nel loro passato, si
perdonavano tutto nel presente e sentivano che questo loro amore li aveva
traditi ambedue.
Prima, nei momenti di tristezza, si era calmato con ogni genere di
ragionamenti che gli venissero in mente, ma ora non era più capace di
ragionare, provava una profonda pietà e aveva voglia di essere sincero,
tenero.
- Via, smetti di piangere, mia cara - diceva - hai pianto abbastanza... Ora
parleremo con calma, e qualcosa ci verrà in mente.
Poi a lungo discutevano, si consigliavano, sul modo di liberarsi dalla
necessità di nascondersi, di ingannare, di vivere in due città diverse, separati
per lunghi periodi. Come fare a liberarsi da tali legami insopportabili?
- Come? come? egli si chiedeva prendendosi la testa fra le mani. - Come?
E pareva che sarebbe trascorso ancora poco tempo, e si sarebbe trovata
una soluzione, e sarebbe cominciata allora una vita nuova, meravigliosa; ed
erano convinti tutti e due che la fine era ancora lontana lontana e che il
difficile, il più complicato, era appena cominciato.