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RAY BRADBURY. VIAGGIATORE DEL TEMPO. Il Convettore di Toynbee "Bene! Fantastico! Evviva me!

" Roger Shumway si tuff sul sedile, si allacci "la cintura di sicurezza, avvi il rotore e sospinse il suo elicottero Drago Volante Super6 a innalzarsi nel cielo estivo, puntando a sud, verso La Jolla. "Si pu essere pi fortunati di cos?" Perch era diretto a un convegno incredibile. Il viaggiatore del tempo, dopo 100 anni di silenzio, aveva accettato di essere intervistato. Quel giorno compiva 130 anni. E quello stesso pomeriggio, alle quattro in punto, ora del Pacifico, ricorreva l'anniversario del suo unico e ineguagliato viaggio nel tempo. Mio Dio, s! Cento anni prima, Craig Bennett Stiles aveva salutato, era salito sul suo Orologio dell'Immenso, come l'aveva chiamato, ed era svanito dal presente. Era e rimaneva l'unico uomo della storia ad aver viaggiato nel tempo. E Shumway godeva del privilegio, unico fra tutti i suoi colleghi giornalisti, di essere stato invitato, dopo tutti quegli anni, a prendere il t. E? E all'eventuale annuncio di un secondo e conclusivo viaggio attraverso il tempo. Il mitico viaggiatore aveva accennato a tale possibilit. "Vecchio mio," disse Shumway "Mr. Craig Bennett Stiles... ecco che arrivo!" Il Drago Volante, assecondandone la febbre, afferr il vento, sulle cui ali vol rasente alla costa. Il vecchio era l, in attesa, sul tetto della Lamasseria, sul ciglio dello scivolo di decollo degli alianti dalla collina di La Jolla. L'aria fremeva di deltaplani cremisi, azzurri e color limone, appesi ai quali giovanotti lanciavano richiami, contraccambiando i saluti di fanciulle rimaste a terra. Stiles, per i suoi 130 anni, non era vecchio. Il suo viso, rivolto in alto verso l'elicottero, era il viso radioso di uno di quei folli apollinei sui deltaplani, che adesso si affrettavano a farsi da parte, per lasciar spazio all'elicottero in discesa. Discesa che Shumway andava prolungando, in un indugio che acuiva la febbre dell'incontro. L sotto, v'era una faccia che aveva sognato architetture, conosciuto incredibili amori, registrato misteri di secoli, di giorni, di ore, di secondi, per poi tuffarsi ad anticipare il futuro. Una faccia cotta dal sole, che celebrava il proprio compleanno. Per una notte, una soltanto, cento anni prima, Craig Bennett Stiles, fresco reduce dal tempo, aveva rivelato via Telstar a miliardi di uomini di tutto il mondo il loro futuro. "Ce l'abbiamo fatta!" aveva detto. "Ci siamo riusciti! Il futuro nostro. Abbiamo ricostruito le metropoli, rinnovato le piccole citt, ripulito i laghi e i fiumi, purificato l'aria, salvato i delfini, ripopolato i mari di balene, bloccate le guerre, disseminato lo spazio di stazioni solari per illuminare il mondo, colonizzato la luna, raggiunto Marte, e poi Alfa Centauri. Abbiamo debellato il cancro e fermato la morte. Ce l'abbiamo fatta - oh, Signore, ti ringraziamo! - ci siamo riusciti. Oh, radiosi e splendidi germogli del futuro, sbocciate!" Ai suoi contemporanei aveva mostrato fotografie, portato campioni, dato nastri e dischi LP, film e musicassette del suo favoloso viaggio nel tempo. Il mondo era impazzito di gioia. Era corso incontro a quel futuro, anticipandolo, nella visione delle citt promesse, della salvezza totale e dei mari e delle terre fraternamente suddivisi tra uomini e animali.

Il grido di benvenuto del vecchio sal nel vento. Shumway contraccambi con egual calore, port gi lentamente il suo Drago Volante e tocc terra. Craig Bennett Stiles, anni 130, si avvicin con passo brioso e, incredibilmente, fu lui ad aiutare il giovane a scendere dall'abitacolo, in quanto Shumway si era sentito improvvisamente debole, con le gambe fiacche. "Non riesco a credere di essere qui" balbett Shumway. "Ci sei, e neanche troppo presto" rise il viaggiatore del tempo. "Ormai, ogni giorno buono, perch io possa disintegrarmi e sparire. La colazione ci aspetta. Pedala!" Maestoso come un corteo di una sola persona, Stiles sgusci via dall'ombra frusciante del rotore, che lo faceva sembrare un personaggio di un vecchio film tremolante di un futuro che fosse gi fuggito. Shumway, come un cagnolino mascotte di un grande esercito, gli si accod. "Cosa vuoi sapere?" domand il vecchio, mentre attraversavano il tetto a passo di carica. "Primo," ansim Shumway, affiancandolo "perch ha rotto il silenzio dopo cento anni? Secondo, perch con me? Terzo, qual il grande annuncio che far questo pomeriggio alle quattro, l'ora esatta in cui il suo "pi giovane io" arriver dal passato - quando, per un breve attimo, lei apparir in due luoghi differenti, il paradosso: la persona che lei era, l'uomo che lei , fusi in un'ora gloriosa perch noi la si festeggi?" Il vecchio rise. "Come corri!" "Mi scusi." Shumway arross. "E' roba che ho scritto ieri sera. Bene. Queste sono le domande." "Avrai le tue risposte." Il vecchio gli tocc leggermente il gomito. "Tutto... a tempo debito." "Deve perdonare se sono tanto eccitato" disse il giovane. "Dopotutto, lei un mistero. Era famoso, acclamato in ogni angolo della Terra. Part, vide il futuro, torn, ci raccont, e poi si estrani come un eremita. S, per qualche settimana ha monopolizzato le telescriventi di tutto il mondo, si fatto vedere alla Tv, ha scritto un libro, ci ha fatto dono di un meraviglioso documentario televisivo di due ore, poi si richiuso, inaccessibile, qui. S, la macchina del tempo offerta gi da basso alla curiosit del pubblico, che pu accedervi ogni giorno a mezzogiorno, per vederla, toccarla. Ma lei, personalmente, ha rifiutato la fama..." "Non andata proprio cos." Il vecchio guid il visitatore lungo il tetto. Adesso, nei giardini sottostanti, erano in arrivo altri elicotteri da ogni parte del mondo, carichi di attrezzature televisive per riprendere il miracolo nel cielo, il momento in cui la macchina del tempo, rientrando dal passato, sarebbe apparsa, scintillante, per involarsi a visitare altre citt, prima di svanire di nuovo nel passato. "Ho avuto tanto da fare, come architetto, per costruire quello stesso futuro che vidi, da giovane, quando arrivai nel nostro domani dorato!" Indugiarono un istante a osservare i preparativi in basso. Venivano montati enormi tavoli per i rinfreschi. Di l a poco, sarebbero giunte alte personalit da tutto il mondo, per ringraziare - forse per l'ultima volta - quel fiabesco, quasi mitico viaggiatore attraverso gli anni. "Vieni!" sollecit il vecchio. "Non ti piacerebbe sederti nella macchina del tempo? Nessun altro lo ha mai fatto. Non vorresti essere il primo?" Non era necessaria la risposta. Il vecchio poteva leggerla negli occhi lucidi e umidi del giornalista. "Via, via" esclam Stiles. "Oh, povero me!" Un ascensore tutto vetri li port gi, e li scaric in un sotterraneo d'un bianco assoluto, nel centro del quale troneggiava... L'incredibile macchina.

"Ecco." Stiles tocc un pulsante, e l'involucro di plastica, che da cent'anni aveva sigillato la macchina del tempo, apr silenzioso le sue valve di conchiglia. Il vecchio accenn con la testa. "Vai dentro, siediti." Shumway si mosse lentamente verso la meraviglia. Stiles sfior un altro pulsante, e la macchina si illumin, come una caverna di tele di ragno. Anelito di anni, bisbigli di ricordi. Fantasmi annidati nelle sue vene di cristallo. In una sola notte, un dio ragno ne aveva intessuto le pareti. Era fantasmagorica, reale e vivente. Invisibili maree pulsavano nei suoi congegni. Qui, un autunno veniva soffiato via in frammenti, l incombevano inverni con nevi che si adagiavano in bocci primaverili per infiorare campi d'estate. Vi ardevano soli e lune vi nascondevano le loro fasi. Il giovane prese posto al centro di tutto ci, incapace di parlare, abbrancandosi ai braccioli del sedile imbottito. "Non aver paura" disse il vecchio, con dolcezza. "Non ti mando a fare un viaggio." "Non mi importerebbe!" rispose Shumway. Stiles lo scrut in viso. "No, lo vedo. Sembri me, cento anni fa. Mi venga un accidente se non sei mio figlio putativo!" Il giovane chiuse gli occhi all'enorme complimento, le palpebre scintillanti, mentre i fantasmi nella macchina lo avvolgevano di sospiri e promesse del suo domani. "Allora, che ne pensi del mio Convettore di Toynbee?" domand il vecchio briosamente, per rompere il silenzio, fermando i motori. Shumway apr gli occhi. "Il Convettore di Toynbee? Cosa..." "Altri misteri, eh? Il grande Toynbee, questo acuto storiografo che disse come ogni gruppo, ogni razza, ogni universo noncurante di correre verso il futuro e di plasmarlo era condannato a divenire polvere nella tomba, nel passato." "Questo, disse?" "Pi o meno. Lo sostenne, comunque. Quindi, quale nome migliore per la mia macchina? Toynbee, dovunque tu sia, ecco qui il tuo congegno per catturare il futuro!" Afferr per un gomito il giornalista perch uscisse dalla macchina. "Adesso lasciamo riposare il Convettore. E' tardi. Quasi ora per il grande arrivo, eh? E dell'ultimo apocalittico annuncio di questo vecchio viaggiatore del tempo che risponde al nome di Stiles! Vieni!" Tornati sul tetto, guardarono i giardini sottostanti, inondati adesso dalle celebrit o quasi celebrit accorse da ogni angolo del mondo. Le strade circostanti erano bloccate da un traffico feroce. I cieli pieni di elicotteri e di biplani ronzanti. I deltaplani avevano sgombrato il campo gi da un bel po', e risultavano adesso allineati sul ciglio della collina, ali ripiegate, simili a pterodattili colorati, in contemplazione delle nuvole, in attesa. "Tutto questo," mormor Stiles "mio Dio, per me." Il giovane consult l'orologio. "Dieci minuti alle quattro e al conto alla rovescia. E' quasi l'ora del grande arrivo. Voglia scusarmi, cos che l'ho chiamato nel mio articolo su di lei, una settimana fa, sul News. Quell'attimo dell'arrivo e della partenza, in un batter d'occhio, quando, entrando nel tempo, lei cambi l'intero avvenire del mondo, dalla notte al giorno, dalle tenebre alla luce. Spesso mi sono chiesto..." "Che cosa?" Shumway studi il cielo. "Quando lei viaggi precedendo il tempo, nessuno la vide arrivare? Non avvenne che qualcuno guardasse in su, capisce, e vedesse la sua macchina librata in aria, qui e un attimo dopo sopra Chicago, e poi New York e Parigi? Nessuno?"

"Be'," disse l'inventore del Convettore di Toynbee "suppongo che nessuno mi stesse aspettando! E se la gente mi vide, di sicuro non sapeva che cosa diavolo stesse guardando. Ebbi cura, comunque, di non indugiare troppo l dove arrivavo. Mi occorreva soltanto il tempo per fotografare le citt ricostruite, i mari e i fiumi tornati limpidi, l'aria nitida e priva di smog, le nazioni non pi fortificate, le dilette balene ormai in salvo. Mi spostavo veloce, fotografavo alla svelta, per volare a casa a ritroso negli anni. Oggi, paradossalmente, diverso. Milioni e milioni di occhi guarderanno in su con enorme anticipazione. E concederanno, oppure no, uno sguardo che corra dal giovane pazzo fulmineo nei cieli al vecchio folle di adesso, ancora nella gioia per il suo trionfo?" "Oh, s" conferm l'altro. "Senz'altro, milioni di sguardi!" Un botto. Shumway distolse gli occhi dalla calca sui campi vicini e dalla moltitudine di oggetti sospesi nel cielo, per constatare che Stiles aveva test stappato una bottiglia di champagne. "Il nostro brindisi privato e la nostra celebrazione privata." Presero i bicchieri, in attesa del momento adatto per brindare. ".Cinque minuti alle quattro e al conteggio alla rovescia. Perch" disse il reporter "nessun altro mai ha viaggiato nel tempo?" "Anche a me stesso ho posto il veto" rispose il vecchio, sporgendosi a osservare la folla. "Mi ero reso conto di quanto fosse pericoloso. Non per me, naturalmente, affidabile com'ero. Ma, Signore Iddio, pensaci - chiunque poteva mettersi a far rotolar bocce lungo le corsie del tempo a venire, abbattendo tutti i birilli d'un colpo, spaventando i nativi di un luogo, sconvolgendo gli abitanti di una citt, disquisendo con la linea della vita di Napoleone, a ritroso, o ripristinando al potere i cugini di Hitler, in avvenire? No, no. E il governo, ovviamente, fu d'accordo, anzi, insistette, che mettessimo il Convettore di Toynbee sotto chiave. Oggi, sei stato il primo e l'ultimo a lasciarvi sopra le tue impronte digitali. La macchina del tempo rimasta sotto buona, ferrea e continua guardia per decine di migliaia di giorni, per impedire che venisse rubata. Che dice il tuo orologio?" Shumway verific e trattenne il fiato. "Un minuto al conteggio alla rovescia..." E prese a contare. E il vecchio scand assieme a lui. Sollevarono i loro bicchieri di champagne. "Nove, otto, sette..." Gi in basso, la folla era caduta in un silenzio sconfinato. Il cielo bisbigliava, sospeso. Le telecamere erano puntate in alto, a scandagliare, a frugare. "Sei, cinque..." Sul tetto, i due bicchieri si toccarono, tintinnarono. "Quattro, tre, due..." Il vecchio e il giovane bevvero. "Uno!" Bevvero lo champagne, con una risata. Guardarono il cielo. L'aria dorata sopra la linea costiera di La Jolla attendeva. Il grande momento dell'arrivo... "Ora!" grid il giornalista, come un mago che desse l'ordine. "Ora" fece eco Stiles, con sommessa gravit. Nulla. Passarono cinque secondi. Il cielo rimaneva vuoto. Passarono dieci secondi. I cieli aspettavano. Venti secondi. Nulla.

Alla fine, Shumway si gir a fissare stupito e con aria interrogativa il vecchio al suo fianco. Stiles ricambi lo sguardo, si strinse nelle spalle e disse: "Ho mentito". "Lei, cosa?" url Shumway. Di sotto, la folla si agitava. Stupore, disagio, delusione. "Ho mentito" ripet semplicemente il vecchio. "No!" "Oh, s, invece" conferm il viaggiatore del tempo. "Non sono mai andato da nessuna parte. Mai mosso da qui, ma ho fatto sembrare che ci fossi andato. Non esiste alcuna macchina del tempo... soltanto qualche cosa che sembra esserlo." "Ma perch?" Il giovane formul la domanda, sconvolto, ancora incredulo, sostenendosi alla ringhiera sull'orlo del tetto. "Perch?" "Vedo che hai all'occhiello il pulsante di un registratore a nastro. Premilo. Cos, ecco. Voglio che tutti sentano quello che dir. Adesso." Il vecchio scol il bicchiere di champagne, poi prese a parlare. "Perch nacqui e crebbi in un'epoca, gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, in cui gli uomini avevano smesso di credere in se stessi. Vedevo quella incredulit, la ragione che non dava pi a se stessa il motivo per sopravvivere, e ne ero sconvolto, depresso e poi furente. "Ovunque, vedevo e sentivo il dubbio. Ovunque assistevo alla distruzione. Ovunque imperavano la disperazione professionale, la noia intellettuale, il cinismo politico. E quando non era noia o cinismo, erano scetticismo dilagante e nichilismo incipiente." Il vecchio tacque, come rincorrendo un ricordo. Si chin e tir fuori da sotto un tavolo una speciale bottiglia di Burgundy rosso, la cui etichetta era datata 1984. Stiles prosegu, cominciando a lavorare con cautela sull'annoso turacciolo. "Chiamala come vuoi, la situazione era quella. L'economia arrancava come una lumaca. Il mondo era una fogna. Le economie nazionali restavano un mistero insolubile. L'atteggiamento generale era la tristezza. L'impossibilit di cambiare era la moda imperante. Lo slogan era: la fine del mondo. "Nulla che valesse la pena di essere fatto. Andavi a letto la sera alle undici, saturo di cattive notizie, ti svegliavi la mattina alle sette per ricevere notizie ancora peggiori. Annegavi la notte in una marea di guai e di pestilenze. Ah!" Il turacciolo aveva ceduto, dolcemente, e il vino non pi traditore come il suo anno di nascita era adesso pronto al bacio dell'aria. Il viaggiatore del tempo lo annus e annu soddisfatto. "All'orizzonte non incombevano soltanto i quattro cavalieri dell'Apocalisse, pronti a scagliarsi sulle nostre citt: una quinta creatura li accompagnava, peggiore degli altri: la Disperazione, ammantata con i neri veli della disfatta, a piangere soltanto il ritornello di passati disastri, di presenti fallimenti, di future codardie. "Soffocato da nere scorie, senza alcun seme vivo, quale specie di raccolto rimaneva per l'uomo, in quell'ultima parte dell'incredibile XX secolo? "Dimenticata era la luna, dimenticati i rossi paesaggi di Marte, il grande occhio di Giove, gli stupefacenti anelli di Saturno. Rifiutavamo di essere confortati. Piangevamo sulla tomba di nostro figlio, e il figlio eravamo noi." "Cos era," chiese sommesso Shumway "cento anni fa?" "S." Il viaggiatore del tempo sollev la bottiglia di vino, quasi vi fosse contenuta la prova. Vers nel bicchiere due dita del rosso liquido, lo guard, bevve, e prosegu. "Hai ben visto i documentari e hai letto i libri di quell'epoca. Di essa, sai tutto.

"Oh, naturalmente, c'era qualche momento radioso. Quando Salk restitu alla vita i bimbi di tutto il mondo. O la notte in cui Eagle allun e l'uomo mise piede sul nostro pianeta, epica tappa per l'umanit. Ma nelle menti e dalla bocca di molti, il quinto cavaliere era cupamente acclamato. Con vive speranze, sembrava a volte, nella sua vittoria. Cos tutti sarebbero stati tetramente soddisfatti che le loro predizioni della catastrofe si fossero dimostrate esatte sin dall'inizio. E cos le profezie di autodistruzione annunciata: scaviamo le nostre fosse, pronti a giacere in esse." "E lei non poteva permetterlo?" disse il giornalista. "Sai che non potevo." "E allora, costru il Convettore di Toynbee..." "Non immediatamente. Ci vollero anni per concepirlo." Il vecchio fece una pausa per rigirare quel che restava nel bicchiere, chiuse gli occhi e bevve. "Fu un periodo in cui mi pareva di morire; mi disperavo, piangevo fino a tarda notte, pensavo: "Che posso fare per salvarci da noi stessi? Come sottrarre i miei amici, la mia citt, il mio Stato, la mia nazione, il mondo intero a questa ossessione per la condanna?". Be', una notte ero nella mia biblioteca, quando sfiorai con la mano un vecchio e caro libro di H.G. Wells. La sua macchina del tempo evocava, come uno spettro, il decorso degli anni. Sentii! Capii. Ascoltai con il cuore. Poi i disegni, il progetto. Costruii. Viaggiai, o cos parve. Il resto, lo sai, storia." Il vecchio riapr gli occhi. "Dio santo" bisbigli il reporter, scuotendo la testa. "Oh, mio Dio! Incredibile, pazzesco..." C'era adesso un colossale fermento nei giardini sottostanti, nei campi vicini, sulle strade e nell'aria. Milioni di creature ancora in attesa. Dov'era il grande arrivo? "Allora," disse il vecchio, riempiendo di nuovo il bicchiere dell'ospite "sono o non sono qualcuno? Ho costruito le macchine, citt in miniatura, laghi, stagni, mari. Ho eretto stupende architetture sullo sfondo di cieli cristallini, ho parlato ai delfini, giocato con le balene, registrato nastri fasulli, ho mitizzato film. Oh, ci sono voluti anni, anni di lavoro duro e di preparativi segreti, prima che annunciassi la mia partenza, che mi involassi e tornassi con la lieta novella!" Bevvero il resto del vino d'annata. Dalla folla si levava adesso un brusio, denso di ansia e di incertezza. Tutti dal basso stavano guardando verso il tetto. Il viaggiatore del tempo salut, agitando un braccio, e si volt. "Presto, adesso. D'ora in avanti, tocca a te. Hai il nastro con incisa la mia voce. Qui ci sono altri tre nastri, con dati pi completi. Questa una videocassetta, la storia di tutta la mia ispirata frode a fin di bene. Ed ecco, un manoscritto conclusivo. Prendi, prendi tutto quanto, divulgalo. Ti nomino mio figlio per spiegare il padre. Svelto!" Di nuovo ingoiato dall'ascensore, Shumway sent il mondo sparirgli sotto i piedi. Non sapeva se ridere o piangere, e cos, alla fine, lanci un urlo. Sorpreso, il vecchio url con lui, mentre uscivano l sotto e si dirigevano verso il Convettore di Toynbee. "Afferri il punto, vero, figliolo? La vita non ha fatto altro che mentirci, sempre, in una continua negazione di noi stessi. Da bambini, da giovani, da vecchi. Da bimbe, ragazze, donne, mentendo sempre, seducendoci e comprovando che la menzogna era la verit. Intessendo sogni, e mettendo cervelli, idee, carne e la verit reale sotto a quei sogni. Tutto, in definitiva, come una promessa. Ci che sembra una menzogna un'esigenza confusa, il desiderio di venire al mondo. Qui. Allora e adesso."

Schiacci il pulsante che faceva schiudere l'involucro di plastica, ne azion un altro che avviava il ronzio della macchina del tempo, e poi corse a prendere posto sul sediolo del Convettore. "Abbassa quell'ultima levetta, giovanotto!" "Ma..." "Stai pensando" e qui il vecchio scoppi in una risata "che se la macchina del tempo fasulla, come pu funzionare, che scopo c' ad abbassare quella leva, non vero? Comunque, esegui. Questa volta funzioner!" Shumway si gir, identific la leva di comando, la impugn, quindi alz gli occhi su Craig Bennett Stiles. "Non capisco. Dove sta andando?" "O bella, per essere uno nei secoli, naturalmente. Per esistere, ora, soltanto nel remoto passato." "Come possibile?" "Credimi, questa volta accadr. Addio, mio caro, gentile, comprensivo figliolo." "Addio." "Adesso. Di' come mi chiamo." "Cosa?" "Pronuncia il mio nome e abbassa la leva." "Viaggiatore del tempo?" "S! Ora!" Il giovane abbass la levetta. La macchina ronz, rugg, dardeggi energia. "Oh!" esclam il vecchio, chiudendo gli occhi. Sulle labbra gli apparve un sorriso, dolce. "S." La testa gli ricadde sul petto. Shumway grid, capovolse sullo zero la levetta, e balz avanti per lacerare le cinghie che inchiodavano il vecchio alla macchina. E, pur affannandosi nel tentativo, trov un attimo per sentire il polso del viaggiatore del tempo, per porgli due dita sotto la gola, alla ricerca di pulsazioni, e imprec. Cominci a piangere. Perch il vecchio era retrocesso nel tempo, e il suo nome, adesso, era morte. Stava viaggiando nel passato, ormai, per sempre. Shumway torn al quadro comandi, e riattiv l'energia. Se il vecchio doveva viaggiare, che la macchina - anche se simbolicamente - andasse con lui! Ed essa rispose con un ronzio riconoscente. La luce che l'animava, l'abbagliante fuoco del sole, splendeva in tutta la ragnatela delle sue vene e delle sue armature, e accendeva le gote e la fronte del vecchio viaggiatore del tempo, la cui testa sembrava ora annuire insieme con le vibrazioni, e il cui sorriso, mentre egli si inoltrava nelle tenebre, era il sorriso di un bimbo assai felice. Il reporter indugi ancora lunghi attimi, asciugandosi le guance col dorso della mano. Poi, lasciando in moto la macchina, torn all'ascensore, schiacci il pulsante di chiamata. Mentre attendeva, prese i nastri e le videocassette lasciatigli dal viaggiatore del tempo, e, a uno a uno, li gett nello sportello dell'inceneritore inserito nella parete. Le porte della cabina si aprirono richiudendosi quando egli fu entrato. E l'ascensore ripart ronzando, come un'altra macchina del tempo, sembrava, portando il giovane a riemergere in un mondo sbalordito, in un mondo tuttora in attesa. Di un luminoso continente, di una terra futura, di un meraviglioso sopravvissuto pianeta... Che un solo uomo, con una sola menzogna, aveva creato. La botola Clara Peck viveva in quella vecchia casa da almeno una decina d'anni quando fece, per la prima volta, la strana

scoperta. A met della rampa di scale che portava al secondo piano, sul pianerottolo, sul soffitto... La botola. "... O bella, santo Cielo!" Si ferm di botto, inchiodata su un gradin, a fissare la sorpresa, quasi a sfidarne la realt. "Non pu essere! Come ho potuto essere cieca a tal punto? Povera me, c' un solaio in casa mia!" Aveva fatto su e gi quelle scale migliaia di volte per migliaia di giorni, senza mai vedere... "Vecchia scema che sono!" E per poco non inciamp, tornando gi, dimentica del perch fosse salita. Prima di pranzo, and di nuovo a piazzarsi sotto la botola, come una troppo cresciuta, esile, nervosa fanciulla dai pallidi capelli e smorte gote, con occhi troppo febbrili, a indagare, scrutare, fissare. "Adesso che ho scoperto 'sto maledetto coso, mi dici che ne faccio? Su li, sai che deposito di vecchiume! Ci scommetto. Be'..." E ridiscese, vagamente turbata, con la mente gi adombrata e incerta. "Oh, al diavolo, Clara Peck! Fammi il piacere!" si disse mentre passava l'aspirapolvere in salotto. "Hai solo cinquantasette anni. Non sei ancora rimbambita, perdio!" Per, come mai non se n'era mai accorta? Era la qualit del silenzio, ecco cos'era. Il suo tetto non aveva mai avuto bisogno di riparazioni, mai l'acqua si era infiltrata a macchiare il soffitto, mai le travi avevano scricchiolato sotto il vento, e topi non ce n'erano. Se la pioggia avesse frusciato, o le travi si fossero lamentate, o i topi avessero danzato nel solaio, lei avrebbe guardato su, avrebbe scoperto la botola. Ma la casa era sempre rimasta silenziosa, e lei era rimasta cieca. "Stupidaggini!" esclam, a cena. Lav i piatti, lesse fino alle dieci, and a letto di buon'ora. Fu durante la notte che ud il primo, debole ticchettare - un appello in codice Morse?, il primo scricchiolio, graffiti sulla roccia? - provenire dall'alto, al di l della pallida, lunare faccia del soffitto. Semi addormentate, le sue labbra bisbigliarono: "Topi?". E poi venne l'alba. Scendendo per la prima colazione, Clara Peck fiss la botola col suo intrepido sguardo di bimba cresciuta, sentendo le proprie dita ossute contrarsi per andare a prendere la scaletta a pioli. "Uffa" brontol. "Perch tanta fretta di esplorare un solaio pieno di niente. La settimana prossima, magari." Per i tre giorni seguenti, la botola non esistette. Perch Clara dimentic di guardarla. Come se non fosse mai stata l. Per, verso la mezzanotte della terza notte, ella ud i rumori dei topi, o i rumori di altri esseri, quali che fossero, filtrare attraverso il soffitto della camera da letto, simili a lattiginosi fantasmi che sfiorassero le desolate superfici della luna. Da quella strana similitudine, ne nacque un'altra, nella sua mente dubbiosa: uno spolverio di foglie secche afferrate dal vento o semplice polvere setacciata gi dalla soletta del solaio? Dormirci su. Era l'unica. Ma il sonno rimaneva latitante. Piatta sul letto, osserv il soffitto con tale intensit da avere l'impressione che gli occhi avessero la potenza di raggi X a indagare quel che ci fosse dietro l'intonaco. Un circo di pulci? Una trib di topi zingari nell'esodo da una delle case confinanti? Di recente, parecchie di quelle

abitazioni erano state paludate da sudari, al punto da sembrare cupi tendoni da circo equestre, in modo che gli specialisti in derattizzazione potessero inondarle di mortali proiettili e fulminare sul posto la vita segreta che vi si annidava. Quella vita segreta, probabilmente, aveva raccolto il suo bagaglio peloso, in cerca di nuove sedi. Il solaio della pensione di Clara Peck, vitto gratuito, era la loro nuova casa, in sostituzione della precedente, ora proibita. Eppure... Mentre ella fissava in alto, i rumori ricominciarono. Si consolidavano intrecciandosi attraverso l'ampio fronte del soffitto; lunghe unghie che, grattando, erravano da un angolo all'altro del sovrastante impenetrato locale. Clara Peck trattenne il respiro. Le furtive scorribande si facevano pi rumorose. Lo scalpiccio frusciante cominci a concentrarsi in una zona sopra e al di l della porta della camera da letto. Come se le minuscole creature, quali che fossero, stessero accalcandosi a un'altra porta segreta, in cerca di evasione. Lentamente, Clara Peck si mise seduta sul letto, lentamente spost il proprio peso sul pavimento, non volendo che scricchiolasse. Lentamente socchiuse la porta. Sbirci fuori nel corridoio, inondato dalla luce fredda di una luna piena, che entrava dalla finestra del pianerottolo per mostrare.. La botola. Adesso, come se richiamati dal calore di lei, i rumori del piccolo nascosto fantasma deambulante si precipitarono a condensarsi proprio sull'orlo della botola stessa. "Cristo!" pens Clara Peck. "Mi sentono. Vogliono che io..." La botola vibr impercettibilmente sotto il minuscolo peso di chi, di coloro, quali che fossero, la stava incalzando. E sul telaio di legno, altri e altri ancora invisibili zampe di ragno o di roditori, usciti dagli anfratti di vecchi giornali ingialliti, insistevano e frusciavano. Pi insistenti, pi febbrili. Clara fu sul punto di gridare: "Via! Andatevene via!". Quando il telefono squill. "Oh!" sussult Clara Peck. Avvert una tonnellata di sangue piombarle a peso morto lungo tutto il corpo a maciullarle i piedi. Corse ad afferrare, sollevare, strangolare la cornetta. "Chi ?" ansim. "Clara! Sono Emma Crowley! Che ti succede?!" "Mio Dio!" url Clara. "Mi hai fatto gelare il sangue! Emma, perch mi chiami a quest'ora impossibile?" Segu un lungo silenzio, mentre la donna dall'altra parte della citt tentava a sua volta di trovare le parole. "Lo so, stupido, non riuscivo a dormire. Avevo come un presentimento..." "Emma..." "No, lasciami finire. Di colpo, ho pensato: "Clara si sente male, o le successo qualcosa, o..."." Clara Peck si accasci, sedendosi, sull'orlo del letto, il peso delle parole di Emma che ve la trascinava. A occhi chiusi, fece cenno di s. "Clara," disse Emma, mille miglia lontana "tutto bene l da te?" "Tutto bene" articol alla fine Clara. "Non che ti senti male? Non ti sta andando a fuoco la casa?" "No, no. No." "Sia ringraziato il Signore. Stupida io. Mi perdoni?" "Sei perdonata." "Be', allora... Buonanotte." Ed Emma Crowley riattacc.

Clara Peck rimase seduta, a fissare il telefono per un buon minuto, ascoltando il segnale di libero, e poi - quasi alla cieca - depose la cornetta sulla forcella. Rifece le scale, per guardare verso la botola: era immobile. E silenziosa. Solo un disegno di foglie tremolava e palpitava oltre i vetri della finestra, accarezzandone il telaio. Clara socchiuse gli occhi, fissando la botola. "Vi credete furbi, vero?" disse. Non vi furono, per il resto della notte, fruscii, danze, mormorii o pavane di topi. Ritornarono, tre notti dopo, ed erano... pi sonori. "Non topi," decise Clara Peck "ma ratti d'assalto! Eh?" In risposta, il soffitto esegu un intricato balletto senza musica. Una danza sulle punte, di qualit del tutto peculiare, and avanti fino al calar della luna. Poi, non appena la luce diminu, la casa torn silenziosa, e solo allora Clara Peck riprese a respirare e a vivere. Verso fine settimana, le cadenze misteriose divennero pi geometriche. Il loro rumore echeggiava in ogni stanza del piano di sopra, la vecchia camera da letto, la biblioteca, dove qualche precedente pensionante aveva un tempo sfogliato pagine e spaziato lo sguardo su un mare di alberi di castagno. La decima notte, tutta occhi e niente faccia, con i suoni che arrivavano a scarica di tamburo e spettrali ritmi sincopati, Clara Peck impugn il ricevitore con mano sudata, per telefonare a Emma Crowley. "Clara! Sapevo che mi avresti chiamata!" "Emma, sono le tre di mattina. Non sei sorpresa?" "No, ero a letto, e pensavo a te. Volevo chiamarti, ma non volevo fare la figura della stupida. C' qualche cosa che non va, vero?" "Emma, rispondi a questo: se una casa ha sempre avuto un solaio vuoto, da anni, e poi, tutto d'un tratto si ritrova con un solaio pieno di cose, come si spiega?" "Non sapevo che tu avessi un solaio..." "Chi lo sapeva? Ascoltami, tutto cominciato con un brusio di topolini e poi diventato un rumore di un branco di ratti e adesso sembra una banda di gatti scorrazzanti... Che cosa posso fare?" "Il numero di telefono della Derattizzante Rapida di Main Street ... aspetta un attimo... Eccolo. MAIN settesettenovenove. Sei sicura che c' qualcosa nel tuo solaio?" "Tutti i maledetti concorrenti di una maratona." "Chi viveva un tempo in quella casa, Clara?" "Chi..?" "Cio, stata pulita per tutti questi anni, e adesso, di colpo, infestata. Non morto mai nessuno l?" "Morto?" "Certo, se qualcuno vi morto, forse non si tratta affatto di topi." "Stai cercando di dirmi... fantasmi?" "Non credi che..." "Fantasmi, o le cosiddette amiche che tentano di spaventarmi con essi. Non telefonarmi mai pi, Emma!" "Ma, sei stata tu a chiamare me!" "Riattacca, Emma!" Emma Crowley riattacc. Alle tre e quindici minuti della fredda mattina, Clara Peck scivol in corridoio, rimase l in piedi un attimo, quindi punt l'indice verso il soffitto, quasi in un gesto di sfida. "Fantasmi?" sussurr. I cardini della botola, perduti lass nelle tenebre, sospirarono, lubrificati dal vento. Clara Peck fece un lento dietrofront, torn in camera e, indugiando in ogni movimento, si mise a letto. Si svegli dopo un'ora, perch il vento scuoteva la casa. Fuori, nell'atrio, in corridoio, poteva essere?

Si tese, e tese le orecchie. Con torpida indolenza, flebilmente, la botola nel soffitto della tromba delle scale, cigol. E si spalanc. "Non pu essere" pens la donna. Il portello della botola, in verticale per un attimo, ricadde, con un tonfo. "Lo !" conferm la mente di Clara Peck. Di scatto, ella fugg, si rifugi in camera da letto, ne chiuse a chiave la porta, torn a coricarsi. "Pronto, la Derattizzante?" sent la propria voce chiedere, ansimando nell'immaginario ricevitore impugnato sotto le coperte. Scendendo le scale, alle sei di mattina, dopo la notte insonne, ella ebbe cura di tenere gli occhi fissi in avanti, per non vedere quel maledetto soffitto. A met delle scale, per, si gir, alz gli occhi e trasal. E rise. "Scema!" esclam. Perch il coperchio della botola non era affatto aperto. Era chiuso, chiusissimo. "La Derattizzante?" disse al telefono, alle sette e trenta di una mattina luminosa. Era mezzogiorno quando il camioncino della Derattizzante Rapida si ferm davanti alla casa di Clara Peck. Dal modo con cui Mr. Timmons, il giovane specialista, imbocc e si inoltr lungo il vialetto d'accesso, fu evidente a Clara che egli sapeva tutto in fatto di topi, termiti, vecchie zitelle e strani rumori notturni. Camminando con sdegnosa noncuranza, l'uomo posava lo sguardo sul mondo circostante con la splendida altezzosit mascolina del matador al centro dell'arena, o del paracadutista appena disceso dal cielo, o del seduttore che si accende la sigaretta, ignorando la povera femmina che giace sul letto. Mentre suonava il campanello, egli era il messaggero di Dio. Allorch gli apr, Clara fu l l per richiudergli la porta sul muso, per il modo con il quale gli occhi di lui le mettevano a nudo carne e pensieri. Il sorriso di Mr. Timmons era un sorriso da alcolista, ubriaco di se stesso. C'era solo una cosa da fare: "Non resti l impalato" lo aggred lei. "Si renda utile!". Gir sui tacchi, e fece strada, dando la schiena a quel viso sbalordito. Che pareva stesse studiando la porta. Poi, stranamente, egli entr. "Da questa parte!" disse Clara. Marci impettita nell'atrio, su per i gradini, fino al pianerottolo dove aveva piazzato la scaletta metallica. Protese in alto una mano, indicando: "L c' il solaio. Veda se riesce a scoprire il motivo di quei maledetti rumori. E quando ha finito, non mi sporchi in giro. Si pulisca le scarpe prima di venir gi. Adesso esco per fare la spesa. Posso fidarmi che, mentre sono via, lei non saccheggi la casa?" Poteva vederlo andare fuori di squadra man mano che le sferzate arrivavano. Faccia paonazza, occhi scintillanti. Prima che l'uomo potesse aprire bocca, Clara Peck cal a valle per infilarsi il soprabito. "Ha idea di come fanno rumore i topi in un solaio" fu la freccia del Parto che gli lanci, al di sopra della spalla. "Se ne ho idea? Ci pu scommettere le..." "Moderi il linguaggio, giovanotto! Lei pratico di ratti? Potrebbero essere ratti o qualcosa di pi grosso. Che cosa ci pu essere di voluminoso in un solaio?" "Ha mai visto qui in giro qualche procione?" domand lui. "E come sarebbe entrato lass?" "Che, non conosce casa sua, signora? Io..." Ma a questo punto ammutolirono entrambi. Perch da sopra era venuto un rumore.

Prima, un piccolo accenno di rumore. Poi, come qualcosa che strisciasse. Poi un tonfo, come di un cuore inquieto. Qualche cosa si stava muovendo, su nel solaio. Timmons sbirci verso la botola chiusa, e soffi dal naso. "Ehi!" Clara Peck annu soddisfatta, si infil i guanti, si raddrizz il cappellino, in vigile attesa. "E' un rumore come di..." bofonchi incerto Mr. Timmons. "Come di?" "Ha mai abitato in questa casa un lupo di mare?" chiese l'uomo alla fine. Il rumore si ripet, pi forte. Tutta la casa parve oscillare e gemere sotto il peso che di sopra veniva spostato. "Come un carico, sembra." Timmons socchiuse gli occhi per ascoltare. "Il carico su una nave che si sposta quando la nave cambia rotta." Si mise a ridere e riapr gli occhi. "Buon Dio" esclam Clara, cercando di immaginarsi la scena. "Oppure," prosegu Mr. Timmons, con un mezzo sorriso rivolto al soffitto "non che lei ci ha impiantato una serra l sopra? E' come se ci stessero crescendo delle piante. O magari, del lievito, un bell'ammasso di lievito che sta fermentando e andando per conto suo? Una volta, ho saputo di un uomo che immagazzinava lievito in cantina e..." La doppia porta di rete metallica all'ingresso venne chiusa con fragore. Al di l di essa, Clara Peck, a muso duro per quelle assurdit, disse: "Sar di ritorno tra un'oretta. Veda di non perdere tempo!". Sent la risata seguirla, mentre si avviava lungo il vialetto. Non esit che un istante prima di girarsi a guardare. Il maledetto scemo era ai piedi della scala, e stava guardando in su. Poi alz le spalle, fece un gesto con le mani, di indubbia eloquenza,... Si arrampic su per la scaletta metallica, come un marinaio. Quando, un'ora dopo, Clara Peck fu di ritorno, il camioncino della Derattizzante era ancora fermo davanti casa. "Accidenti" fece lei. "Pensavo che ormai avesse finito. Strano uomo, con quelle arie e quel frasario..." Si ferm e ascolt il respiro della casa. Silenzio. "Strano" borbott. E poi: "Mr. Timmons?". E rendendosi conto di essere ancora a sei metri dalla porta d'ingresso spalancata, raggiunse la soglia e ripet il richiamo. "C' nessuno in casa?" Entr, accolta da un silenzio eguale al silenzio dei vecchi tempi, prima che i topi si fossero trasformati in ratti, e i ratti avessero intrecciato danze, per poi materializzarsi in qualche cosa di pi sostanzioso e misterioso, sull'impiantito del solaio. Un silenzio che, a respirarci dentro, ti soffocava. Sost incerta ai piedi della rampa di scale, sbirciando in su, col pacco della spesa tra le braccia, come un bimbo morto. "Mr. Timmons...?" Ma tutta la casa era muta. La scaletta portatile era ancora parcheggiata sul pianerottolo. Ma la botola era chiusa. "Be', chiaro che lui non l dentro" pens Clara. "Mica ci salito e ci si chiuso. Quell'emerito idiota se n' andato!" Si gir a guardare il camioncino abbandonato sotto il sole. "Il motore non gli sar partito, immagino. Lui andato in cerca di un meccanico." Scaric il pacco delle provviste sul tavolo in cucina, e per la prima volta dopo anni, non sapendo perch, si accese una sigaretta, la fum, ne accese un'altra, e pranz facendo molto

rumore con le casseruole e con eccessivo uso dell'apriscatole elettrico. La casa ascoltava e insisteva nel suo ostinato silenzio. Un silenzio che, per le due del pomeriggio, le grav addosso, vischioso come una colata di cera da pavimenti. "La Derattizzante" disse Clara e form il numero. Il titolare delle Truppe Pesticide arriv in motocicletta, una mezz'ora pi tardi, per ricuperare il camioncino derelitto. Entr, toccandosi la visiera del berretto, per conferire con Clara, constatare che i locali erano deserti, e soppesarne il silenzio. "Il cocco di mamma non vuole sciuparsi, signora mia" disse alla fine. "E' da un po' di tempo che Charlie se la prende comoda. Domani, quando si presenta in ditta, lo mando a spasso. Che ci stava facendo qui?" E guard su, alla scaletta sul pianerottolo. "Oh," si affrett a rispondere Clara "stava controllando un po' dappertutto." "Domani vengo io personalmente" assicur l'uomo. Rimasta sola, Clara Peck sal lentamente le scale, per sollevare la faccia verso il soffitto e fissare la botola. "Neanche lui ti ha vista" bisbigli. In solaio, non una trave si lament, non un topo esegu danze. Lei rimase come una statua, mentre il sole, nel suo cammino pomeridiano, irrompeva dalla porta d'ingresso. "Perch?" si chiese la donna. "Perch ho mentito?" Be', se non altro, la botola era chiusa. "E, non so perch," - fu il secondo pensiero - "non voglio che nessuno salga mai pi su quella scaletta. Non stupido da parte mia? Non un'idea assurda, la mia?" Cen di buon'ora, ascoltando. Lav i piatti, in un'atmosfera di preallarme. Alle dieci and a letto, ma nella vecchia stanza a pianterreno, non utilizzata da molti anni. Perch avesse scelto di dormire l, non sapeva spiegarselo. O, se c'era una ragione, volle ignorarla. Giacque sul letto, con le orecchie doloranti, i battiti del polso e del collo troppo accelerati. Rigida come in una tomba, sotto il lenzuolo, attese. Verso mezzanotte, uno sbuffo di vento agit uno schermo di foglie contro i vetri della finestra. Clara spalanc gli occhi. Le travi della casa tremavano. Clara alz la testa dal cuscino. Sommessamente qualche cosa sussurrava, in solaio. Clara si tir su a sedere sul letto. Il sussurro diventava rumore, ingigantiva, pi forte, pi pesante, come se un grosso, ma uniforme animale si aggirasse nel solaio buio. Clara Peck mise i piedi sul pavimento, se li guard. Il rumore ritorn, su in alto, ora come un trepestio di coniglio in fuga, ora come il tonfo di un cuore spropositato. Usc dalla stanza, sost nell'andito a pianterreno, bagnata in una luce lunare che, simile a una pura fresca mattina, filtrava dalle finestre. Le ciglia palpitanti, le parve le si fermasse il cuore, poi si fece forza, restando immobile. Perch, in quell'attimo sospeso, lentissimamente la botola su in alto si stava schiudendo, si apriva del tutto per mostrarle un quadrato in attesa, nero come un pozzo di miniera che sprofondasse senza fine. "Adesso, ne ho davvero abbastanza!" grid lei. Corse in cucina, ne riemerse in volata, con in mano martello e chiodi, sal i gradini di slancio, si inerpic sulla scaletta metallica. "Non ci credo!" url. "E' ora di finirla, adesso, avete capito? Basta!"

In cima alla scaletta, fu costretta a protendersi all'interno dell'apertura, dentro l'oscurit compatta, con un braccio e una mano. Il che voleva dire che la sua testa spuntava al di l del bordo della botola. "Adesso!" esclam Clara. In quel preciso istante, mentre il capo affiorava e le dita annaspavano sul bordo dell'apertura, avvenne fulminea la pi sorprendente delle cose. Come se qualcuno l'avesse afferrata per i capelli, come se lei fosse stata un turacciolo divelto dal collo di una bottiglia, tutto il suo corpo, le braccia, le gambe, i piedi in equilibrio sull'ultimo piolo, vennero risucchiati su nel solaio. Clara Peck scomparve, come il fazzoletto di un prestigiatore. Come una marionetta, i cui fili fossero afferrati da una forza invisibile, venne aspirata su. Con una violenza tanto subitanea che le sue pantofole rimasero solitarie sui pioli della scaletta. E dopo, non un ansito di terrore, non un grido. Solo un lungo silenzio affannoso. Per non pi di dieci secondi. Poi, senza plausibile motivo, il coperchio della botola ricadde, richiudendosi con un tonfo. A causa del tipo di silenzio che regnava nella vecchia casa, nessuno pi si accorse della botola... Se non dopo che i nuovi occupanti vi ebbero abitato per una decina d'anni. Sull'Orient, diretto a nord Fu sull'Orient Express in marcia verso nord, da Venezia a Parigi e Calais, che l'attempata signora si avvide dello spettrale passeggero. Un passeggero, ovviamente agli ultimi stadi di una malattia mortale. Occupava lo scompartimento 22 sulla terzultima vettura, si era fatto servire i pasti senza uscirne, e solo al crepuscolo si era mosso per prendere posto nel vagone ristorante, circondato dalle ambigue lampade elettriche, dal tintinnio di cristalli, dalle risate delle donne. Vi era arrivato, quella sera, arrancando con terribile lentezza, per sedersi, al di l della corsia, non lontano da quella signora, avanti negli anni, dal seno maestoso come un torrione, la fronte serena, gli occhi animati da una comprensione che il tempo aveva ancor pi addolcita. Una signora che aveva al fianco una borsa nera, di quelle che usano i medici. Dal taschino della giacca di foggia maschile, spuntava la sommit di un termometro. Il pallore dello spettrale viaggiatore le fece portare, per istinto, la mano sinistra a sfiorare quel termometro. "Oh, poverino" sussurr Miss Minerva Halliday. Il maitre stava passando in quel momento. Gli tocc il gomito e accenn con la testa oltre la corsia. "Mi scusi, ma dov' diretto quel povero signore?" "Calais e Londra, madame. Se Dio lo consente." E si invol verso altri tavoli. Minerva Halliday, il cui appetito si era dileguato, sbirci quello scheletro fatto di neve. L'uomo e le posate che aveva davanti parevano tutt'uno. Coltelli, forchette e cucchiai tintinnavano con un freddo suono metallico. Egli sembrava ascoltarli, affascinato, quasi che la voce della sua anima si identificasse con l'inquietudine delle posate: un monotono tintinnare da un'altra sfera. Le mani gli giacevano in grembo, come cuccioli abbandonati, e quando il treno abbord una lunga curva, il suo corpo, senza nerbo, ne segu le oscillazioni, pencolando ora da un lato, ora dall'altro.

Di l a poco, il convoglio entr in una curva pi accentuata, con uno stridore di rotaie e scompiglio rabbioso di posate. Una donna, a un tavolo lontano, grid ridendo: "Io non ci credo!". Al che, un uomo voci con vigore anche pi clamoroso: "Figurarsi io!". Una coincidenza che provoc, nello spettrale passeggero, un'agitazione spaventosa, molto vicina a un collasso. L'ilarit scettica e blasfema gli aveva trapanato i timpani. Parve ritirarsi, restringersi. Gli occhi gli si fecero di una vacuit spaventosa, e si sarebbe potuto immaginare che un vapore gelido gli uscisse dalla bocca ansimante. Sconvolta, Miss Minerva Halliday si protese in avanti, allungando una mano. Ud se stessa mormorare: "Io credo!". L'effetto fu istantaneo. Lo spettrale passeggero torn a sedere eretto. Le gote pallide ripresero colore. I suoi occhi brillarono di un fuoco rinato. Il suo capo ruot; ed egli fiss, al di l della corsia, la miracolosa donna le cui parole guarivano. Arrossendo violentemente, l'anziana infermiera dal caldo seno generoso si ricompose, si alz e fugg fuori dal vagone ristorante. Dopo neanche cinque minuti, Miss Minerva Halliday sent il maitre camminare in fretta lungo il corridoio, bussando alle porte, bisbigliando. Mentre passava davanti alla porta aperta dello scompartimento di Miss Halliday, l'uomo le lanci un'occhiata: "Lei per caso non ...". "No," gli rispose, indovinando la domanda "non sono un medico. Ma un'infermiera diplomata, s. E' quel vecchio signore nel vagone ristorante?" "S, s! La prego, madame, da questa parte!" Lo spettrale passeggero era stato trasportato nel suo scompartimento. Giunta sulla soglia, Miss Minerva Halliday sbirci dentro. E l'uomo era l, disteso sui sedili, gli occhi serrati, la bocca simile a un'esangue ferita, l'unico segno di vita in lui il saltellare della testa ai sobbalzi del treno. "Mio Dio," pens lei "quest'uomo morto!" Ad alta voce disse: "La chiamer se avr bisogno di lei". Il maitre se ne and in fretta. Miss Minerva Halliday chiuse silenziosamente la porta scorrevole, e si chin a osservare il morto - perch di sicuro, era morto. Tuttavia... Finalmente os toccare il polso dove correva solo acqua ghiacciata. Poi si chin a sussurrare su quella faccia cerea: "Mi ascolti con molta attenzione. Si?". In risposta le parve di avvertire l'eco pi tenue di una pulsazione. Continu: "Non so come lo deduco, ma so chi lei, e di che cosa malato...". Di nuovo un'altra curva del treno. La testa dell'uomo ciondol, come se gli si fosse spezzato il collo. "Le dir di quale malattia lei sta morendo!" gli sussurr. "Lei soffre di una sindrome... del prossimo!" L'inquietante passeggero spalanc di scatto gli occhi, dilatandoli fuori dalle orbite. E lei continu: "E' la gente su questo treno che la sta uccidendo. Sono loro la sua condanna". Una parvenza di sospiro scatur dalla ferita chiusa che era la bocca dell'uomo. "Siiiii... iiii." Gli strinse con pi forza il polso, in cerca di un battito. "Lei di qualche paese dell'Europa Centrale, vero? Dove le notti sono lunghe, e la gente ascolta quando il vento soffia?

Ma dove adesso le cose sono cambiate, e lei ha tentato di evadere viaggiando, ma..." Lo spettrale viaggiatore parve avvizzire, perch, in quel momento, un gruppetto di giovani turisti, gasati di vino, aveva fatto irruzione nel corridoio tra un crepitio di risate. "Come fa..." sussurr lui "lei... a sapere... questo?" "Sono un'infermiera speciale con una memoria speciale. Vidi, incontrai qualcuno come lei, quando avevo sei anni..." "Vide?" alit il pallido individuo. "In Irlanda, vicino a Kileshandra. In casa di mio zio, una casa vecchia di cent'anni, piena di pioggia e di nebbia, e a tarda notte si sentivano passi sul tetto, e rumori nell'atrio, come vi fosse entrata la tempesta, e poi, alla fine, quest'ombra entr in camera mia. Sedette sul mio letto, e il gelo del suo corpo rese gelata anche me. Ricordo, e so che non fu un sogno, perch l'ombra che venne a sedersi sul mio letto e mi parl bisbigliando... era tanto... simile a lei." Con gli occhi ora richiusi, il vecchio infermo, dalle profondit della sua anima artica, reag con un dolente mormorio: "E io, chi... e che cosa... sono?". "Lei non malato. E non sta morendo... Lei ..." Il fischio dell'Orient Express ulul, insistente. "... un fantasma" concluse la donna. "Siiiii!" grid il viaggiatore. Era un'enorme esplosione insopprimibile di bisogno, di conferma, di appagamento, che quasi lo fece scattare eretto. "S!" In quel momento, si affacci alla porta un giovane prete, ansioso di espletare la sua missione. Con occhi accesi, labbra umide, una mano stretta sul crocefisso, egli fiss la figura riversa dello spettrale passeggero, ed esclam: "Posso...". "L'ultimo sacramento?" Il vecchio apr un occhio, come il coperchio di una scatola d'argento. "Da lei? No." Lo sguardo gli scivol verso l'infermiera. "Da questa signora!" "Oh!" grid il giovane prete. Indietreggi, afferr il crocifisso quasi fosse il tirante di sicurezza di un paracadute, gir sui tacchi e spar, lasciando la vecchia infermiera a studiare pensosa quel suo paziente, adesso ancora pi singolare. Il quale, alla fine, proffer ansimante: "Come pu, lei, curare me?". "Be'" rispose la donna, con un mezzo sorriso di autocommiserazione. "Dobbiamo trovare il modo." Facendosi procedere da un altro ululato, l'Orient Express affront e macin nuovi chilometri di notte, nebbia e bruma, in cui si immerse di schianto. "Lei va a Calais?" chiese Minerva Halliday. "E oltre. A Dover, Londra, e forse a un castello fuori di Edimburgo, dove sar al sicuro..." "Questo quasi impossibile..." Fu come se gli avesse sparato al cuore. "No, no, un momento!" si affrett ad aggiungere. "Impossibile senza me! Verr con lei a Calais, e poi fino a Dover." "Ma lei non mi conosce!" "Oh, ma l'ho sognato da bambina, molto prima che incontrassi qualcuno come lei, nelle brume e nelle piogge d'Irlanda. A nove anni, gi esploravo la brughiera in cerca del Cane di Baskerville." "S" ammise l'uomo. "Lei inglese, e gli inglesi credono!" "E' vero. Pi degli americani, che dubitano. I francesi? Cinici! Gli inglesi sono i migliori. Difficile vi sia una vecchia casa londinese che non abbia la sua dolente lady fatta di brume che pianga prima dell'alba." Fu interrotta dall'improvvisa apertura della porta scorrevole, che ubbidiva all'inclinazione del treno in curva. Una ventata di frasi inquinanti, di chiacchiericcio delirante, di

quella che poteva essere soltanto empia ilarit, si rivers dal corridoio a riempire lo scompartimento. Lo spettro viaggiante si fece diafano, contraendosi. Scattando in piedi, Minerva Halliday richiuse d'impeto la porta, e si gir a osservare, con la dimestichezza di tutta una vita di notti di veglia, il suo compagno di viaggio. "Dunque," domand "chi lei esattamente?" Ed egli, vedendole in faccia il volto di una malinconica bimba che avrebbe potuto incontrare anni e anni prima, narr la propria esistenza: "Per duecento anni, ho "vissuto" in un luogo fuori di Vienna. Per sopravvivere agli assalti degli atei cos come dei veri credenti, mi sono tenuto nascosto nelle biblioteche, tra pile di volumi pieni di polvere, per nutrirmi di miti e cimiteriali leggende. Ho fatto festini di panico e terrore di cavalli imbizzarriti, di cani latranti, di gatti impazziti... briciole scosse da lapidi tombali. Col passare degli anni, i miei compatrioti del mondo invisibile svanirono uno a uno, mentre i castelli crollavano o i nobili affittavano i loro giardini visitati dagli spiriti a club femminili o tenutari di tavole calde con alloggio. Privati delle nostre dimore, noi, spettrali errabondi dell'universo, siamo sprofondati nel catrame, nelle latrine, in sfere di incredulit, di dubbio, di mortificazione, o di assoluta derisione. Con la popolazione e l'incredulit che aumentavano giorno per giorno, i miei amici spettri sono fuggiti. Io sono l'ultimo che tenta di viaggiare col treno attraverso l'Europa verso un qualche castello sicuro, saturo di pioggia, dove gli uomini siano doverosamente terrorizzati dalla fuliggine e dal fumo delle anime vaganti. Inghilterra e Scozia, per me!" La voce gli si spense in un soffio. "E il suo nome?" chiese l'infermiera. "Non ho un nome" bisbigli lui. "Mille nebbie hanno visitato la terra della mia famiglia. Mille piogge hanno inzuppato la mia tomba. Ci che lo scalpello vi aveva inciso fu cancellato dalla brina, dall'acqua, dal sole. Il mio nome scomparso assieme ai fiori e l'erba e la polvere del marmo." Apr gli occhi. "Perch lo sta facendo? Perch mi sta aiutando?" E allora Minerva Halliday sorrise, udendo che le proprie labbra pronunciavano la risposta giusta. "Perch in tutta la mia vita non mi sono mai concessa uno svago." "Uno svago?!" "La mia esistenza stata quella di un gufo impagliato. Non mi sentivo una monaca, eppure non mi sono mai sposata. Dovendo curare una madre invalida e un padre semicieco, ho finito per diventare un'appendice di ospedale, di letti di moribondi, di gemiti notturni, e di medicine che, per chi sta passando all'al di l, non sono profumi. Cos, sono io stessa una sorta di fantasma, no? E adesso, questa sera, a sessantasei anni, ho trovato in lei un paziente, splendidamente diverso, fresco, nuovo di zecca. Oh, mio Dio, che sfida! Una gara! Io le camminer al fianco, per affrontare la gente, scendendo dal treno, in mezzo alla folla di Parigi, poi sulla nave oltre la Manica..." "Uno svago!" grid lo spettro viaggiante, scosso da spasmi di risa. "Due che se la spassano? S, ecco cosa siamo noi due!" "Per," aggiunse lei "a Parigi, non dove mangiano quelli che se la spassano, mentre arrostiscono i preti?" L'altro chiuse gli occhi, e mormor: "Parigi? Ah, si." Il treno gemeva. La notte passava. E arrivarono a Parigi. E mentre il treno rallentava, un ragazzino, di non pi di sei anni, galopp lungo il corridoio e si immobilizz davanti al loro scompartimento, gettando uno sguardo atterrito al fantomatico passeggero, il quale contraccambi con

un'occhiata glaciale. Il ragazzo lanci un urlo e si invol. L'infermiera corse alla porta per spiarne la fuga. Il piccolo stava farfugliando vibratamente con suo padre, in fondo al corridoio. E il padre super la distanza a passo di carica, gridando: "Che succede qui dentro? Chi ha spaventato...". Si interruppe di colpo. Dalla soglia pos lo sguardo su quello spettrale viaggiatore, sull'Orient Express in frenata nelle sue ultime decine di metri. E anche l'uomo mise freno alla propria lingua. "... mio figlio" concluse. L'evanescente passeggero lo guard in silenzio, con occhi colore della nebbia. "Io..." Il francese si ritrasse, incerto, incredulo. "Vogliate perdonarmi" bofonchi. "Spiacente." Voltatosi, corse a rimproverare il figlio. "Discolo e bugiardo. Prenditi questo!" Il resto fu soffocato dalla porta che si chiudeva. "Parigi!" echeggi l'annuncio lungo il convoglio. "Adesso, silenzio e gambe in spalla!" ammon Minerva Halliday, mentre pilotava il compagno di viaggio, facendolo scendere su un marciapiede mulinante di malumori e valigie disperse. "Mi sto sciogliendo" gemette lo spettro ambulante. "Non dove la sto portando!" ribatt lei, esibendo un paniere da picnic, e lo trasport quasi di peso al miracolo dell'unico taxi ancora disponibile. E, sotto un cielo procelloso, arrivarono al cimitero del Pre Lachaise. I grandi cancelli stavano chiudendosi. L'infermiera sventol un mazzetto di banconote francesi. Uno dei cancelli torn ad aprirsi. Dentro, i due errarono in pace tra diecimila monumenti. Vi era l tanto freddo marmo, si sentiva la presenza di cos tante anime nascoste da dare le vertigini. E l'infermiera fu colta da un improvviso giramento di testa, avvert un dolore lancinante a un polso, una subitanea sensazione di gelo sul lato sinistro del viso. Scosse il capo, rifiutando il malessere. E, fianco a fianco, essi proseguirono, tra le tombe. "Dov' che facciamo il picnic?" domand lui. "Dove capita. Ma, all'erta! Perch questo un cimitero francese! Imbottito di cinici! Eserciti di egotisti che bruciarono esseri di fede diversa, solo per essere bruciati a loro volta, l'anno dopo, per la propria fede. Quindi, attento alla scelta!" Il nebuloso compagno annu. "Questa pietra. Sotto di essa: nulla. Morte assoluta, non un sussurro di tempo. Quest'altra: una donna che credeva in segreto, perch amava suo marito e sperava di rivederlo nell'eternit... qui c' un mormorio dello spirito, il battito di un cuore. E' migliore. Questa terza lapide, adesso: uno scrittore di thriller per una rivista francese. Ma che amava le sue notti, le sue nebbie, i suoi castelli. Questa pietra ha la giusta temperatura, come un buon vino. Quindi, sosteremo su di essa, cara signora, mentre lei lascia respirare lo champagne e aspettiamo di tornare alla stazione." Miss Halliday gli porse giocondamente un bicchiere. "Ma lei riesce a bere?" "Ci provo" accett il bicchiere. "Si deve sempre provare, no?" Poco prima della partenza da Parigi, per poco il fantasma vestito da uomo non "mor". Un gruppo di intellettuali, freschi reduci da seminari sulla "nausea" di Sartre e accaniti nel dissertare ferocemente su Simone de Beauvoir, dilag lungo i corridoi, lasciandosi dietro un'aria vacua e surriscaldata. Il pallido viaggiatore si fece ancor pi pallido. Alla seconda fermata dopo Parigi, altra invasione! Una comitiva di tedeschi sal a bordo, esuberanti nella loro incredulit negli spiriti ancestrali, scettici sulla politica, alcuni avendo sotto il braccio libri intitolati Visit mai Iddio le nostre case?

Il fantasma dell'Orient sprofond ulteriormente nel proprio telaio di ossa: le ossa che i raggi X sanno delineare. "Oh, mio povero amico!" esclam Miss Minerva Halliday, e si precipit nel proprio scompartimento, per tornare con un carico di libri che rovesci sui sedili. "Amleto!" grid. "Suo padre, s? Canto di Natale. Quattro fantasmi! Cime tempestose. Kathy ritorna, va bene? Per esorcizzare le nevi? Ah, Il giro di vite, e... Rebecca. Poi... il mio preferito! La zampa della scimmia. Quale?" Ma il fantasma dell'Orient rest muto. I suoi occhi restavano chiusi, la bocca cucita di ghiaccioli. "Aspetti!" implor lei. E apr il primo libro. Dove Amleto sulle mura del castello, e ode il lamento del fantasma di suo padre, e quindi Miss Halliday lesse le parole: ""E' quasi pronta la mia ora... allorch fra i tormentosi fuochi di zolfo io debba ritornare..."". E ancora: ""Io son lo spettro del padre tuo/ costretto ad errar la notte per qualche tempo..."". E ancora: ""Se mai amasti il tuo caro padre... O, Dio!... Vendica un triste e innatural delitto..."". E ancora: ""Tristissimo delitto..."". E il treno si avvent nella notte mentre ella ripeteva le ultime parole dello spettro del padre di Amleto: ""Su, dunque, addio..."". ""... Addio, addio! Ricordati di me"." E lo spettro dell'Orient ebbe un fremito. Lei finse di non notarlo, ma afferr un altro libro: ""... Marley era morto, tanto per cominciare..."". E il treno dell'Orient romb, superando nel crepuscolo un ponte sopra un invisibile corso d'acqua. Le mani della donna volavano come uccelli, frugando tra i libri. ""Io sono lo Spirito del Natale che fu!"" Poi: ""Il Fantasma del Ricsci emerse dalla bruma e spar trottando nella nebbia..."". E non c'era forse l'eco quanto mai flebile degli zoccoli di un cavallo, che seguiva, inseguiva, uscendo dalla bocca del fantasma dell'Orient? ""Il battito, battito, battito, sotto le pareti del Cuore del Vecchio Chiacchierone!"" disse ella, sommessamente. Ed ecco, come il salto di una rana. Il primo, debole battito del cuore del fantasma sull'Orient, il primo nel corso di oltre un'ora. I tedeschi lungo il corridoio esplosero in una salva di incredulit. Ma Minerva Halliday fu pronta a versare la medicina: ""Il Cane latr, laggi nella Brughiera..."". E l'eco di quel latrato, di quel pianto di estrema desolazione solitaria, proruppe dall'anima, sgorg dalla gola del suo compagno di viaggio. Mentre la notte avanzava e la luna sorgeva, e una Donna in Bianco attraversava il paesaggio, mentre la vecchia infermiera diceva e parlava, e un pipistrello diventava un lupo che diventava una lucertola che scalava un muro sulla fronte dello spettrale viaggiatore. E finalmente, il treno si fece silenzioso nel sonno, e Miss Minerva Halliday lasci cadere sul pavimento l'ultimo libro, con un tonfo che era quello di un corpo. "Requiescat in pace?" sussurr il viaggiatore dell'Orient, a occhi chiusi. "S." Gli sorrise, annuendo."Requiescat in pace." E dormirono. E finalmente raggiunsero il mare.

E c'era la bruma, che si trasform in nebbia, che si tramut in rovesci di pioggia, come una vera cascata di lacrime da un cielo senza pi remore. Il che indusse lo spettrale passeggero a schiodare, aprire la bocca, e mormorare ringraziamenti per il sospirato cielo e la costa visitati da fantasmi della marea, mentre il convoglio scivolava nel ventre metallico ove sarebbe avvenuta la febbrile metamorfosi: un treno completo divenuto una nave completa. Lo spettro gi dell'Orient Express si impunt, ultima figura su un treno ora desiderabile. "Aspetti" grid, lamentoso. "Quella nave! Non ci sono nascondigli l sopra! E' la dogana!" Ma i doganieri non dedicarono che un'occhiata alla pallida faccia ancor pi smorta sotto lo scuro berretto e i paraorecchie e senza perdere tempo concessero all'anima desolata l'accesso al ferry boat. Per immetterla in un inferno di voci blateranti, di gomiti prepotenti, di strati di gente che premeva e spintonava, mentre la nave fremeva e si avviava e l'infermiera constatava come il suo fragile ghiacciolo stesse liquefandosi. Fu una turba di bambini schiamazzanti che la indusse a dire: "Da questa parte, si sbrighi!". E non fece altro che sollevare e trasportare l'inconsistente mole del nuovo amico al centro dello sciame composito di bambine e bambini. "Bambini!" grid poi. I piccoli si fermarono. "E' l'ora delle storie." I giovanissimi stavano per ripartire di slancio, quando lei aggiunse: "E' l'ora delle storie di fantasmi!". E indic, con aria indifferente sino a un certo punto, lo spettrale passeggero, le cui pallide dita da larva tormentavano la sciarpa che gli proteggeva la gola diaccia. "Tutti seduti!" impose l'infermiera. I bambini ubbidirono, in un coro di gridolini eccitati. Tutti intorno al viaggiatore dell'Orient, come indiani attorno al tepee, a osservare dal basso verso l'alto quel corpo, fin dove tempeste di neve sembravano raggelare le temperature nella sua gola ansimante. Quel corpo che oscillava. Minerva Halliday intervenne subito. "Voi ci credete ai fantasmi, vero?" "Oh, si!" fu il grido unanime. "S!" Fu come se un palo di ferro gli avesse raddrizzato la spina dorsale. Il viaggiatore dell'Orient si eresse. La pi minuscola delle scintille brill nei suoi occhi. Rose invernali sbocciarono sulle sue gote. E pi i bimbi si protendevano verso di lui, pi la sua statura aumentava, pi calda appariva la sua pelle. Con un dito di ghiaccio puntato verso le loro facce, egli sussurr: "Io... io... vi racconter una storia terribile. Di un fantasma vero!". "Oh, s!" gridarono i fanciulli. E lui cominci a parlare e la febbre della sua lingua radun nebbie, convoc brume, invit piogge, e i piccoli si davano di gomito, gli si stringevano pi vicini, un letto di tizzoni su cui egli si rosolava lietamente. E durante la narrazione, l'infermiera Halliday, isolatasi vicino alla porta del locale giochi, vedeva quel che vedeva lui al di l del mare tanto agognato, le scogliere spettrali, le scogliere di gesso bianco di Dover, e poco oltre, in attesa, i torrioni dei castelli mormoranti, i recessi fruscianti dei castelli, dove c'erano fantasmi, come sempre c'erano stati, con i solai vuoti pronti ad accoglierli. E, perduta in quella visione, l'infermiera sent la mano correrle a sfiorare il termometro nel taschino. Si tast il polso. Per un attimo, le tenebre le invasero gli occhi. E poi, uno dei bimbi chiese: "Tu chi sei?".

Chiamando a raccolta la propria immaginazione, quasi si trattasse di radunare i brandelli di un impalpabile sudario, egli rispose. Fu soltanto il fischio d'approdo del traghetto che tronc il lungo racconto delle storie di mezzanotte. E i genitori accorsero a recuperare i loro figli, sottraendoli al signore dell'Orient dagli occhi irreali, e le cui parole dolcemente demenziali davano loro i brividi, mentre lui continuava a bisbigliare e bisbigliare, fin quando la nave tocc il molo, finch l'ultimo bambino recalcitrante fu portato via, lasciando soli il vecchio e la sua infermiera nella sala giochi, mentre la nave si fermava, vibrando in deliziosi sussulti, quasi avesse sentito, ascoltato e fanaticamente gustato le storie che preludono l'alba. In cima alla passerella, il viaggiatore dell'Orient disse, con un tocco di rudezza: "No. Non ho bisogno di aiuto per scendere. Guardi!". E si avvi quasi di corsa gi per l'assito. E nello stesso modo con cui quei bambini avevano miracolato il suo colorito, la sua statura, le sue corde vocali, adesso ogni suo passo che lo avvicinava all'Inghilterra lo rinvigoriva. E quando mise piede sul molo, dalle sue esili labbra eruppe un piccolo grido di trionfo, e l'infermiera, alle sue spalle, pur accigliandosi, si ferm e lo lasci trottare verso il treno. E vedendolo procedere spedito, come un bimbo che volesse distanziare gli adulti, ella non pot che restare immobile, inchiodata l da una sensazione deliziosa, deliziosa al punto da non essere solo gioia. Lui correva, il cuore di Minerva Halliday correva con lui. La donna sent una frecciata improvvisa, un dolore mostruoso: un coperchio di tenebre cal su di lei, la fece stramazzare al suolo, inanimata. Affrettandosi, lo spettrale passeggero non si avvide che l'infermiera non gli era pi al fianco o a poca distanza, tanta era l'ansia che lo spingeva. Al treno, egli ansim "Eccoci!" afferrando saldamente la maniglia dello scompartimento. Solo allora avvert la mancanza, il vuoto, e si gir. Minerva Halliday non c'era. Eppure, un istante dopo, lei arriv, sembrando pi pallida di un minuto prima, ma illuminata da un sorriso incredibilmente radioso. Lo salut agitando una mano, per poco non cadde. E questa volta fu lui che dovette sostenerla. "Mia cara, buona signora," le disse " stata tanto gentile." "Ma," ribatt lei, sottovoce, guardandolo, aspettando che la vedesse realmente "io non me ne sto andando via." "Lei...?" "Vengo con lei." "Ma, i suoi piani?" "Sono cambiati. Adesso non devo andare in nessun altro posto." Si volt a met, a guardare con la coda dell'occhio. Sul molo, un gruppo di gente, che andava infoltendosi sollecita, osservava qualcuno giacente a terra. Mormorio di voci, appelli. La parola "dottore" pronunciata a voce alta, insistente. Lo spettrale viaggiatore guard Minerva Halliday. Poi guard la ressa l in fondo, e l'oggetto di tale ressa, l'oggetto riverso a terra: un termometro clinico sbriciolato al suolo sotto i piedi della gente. Riport lo sguardo sull'infermiera, la quale stava ancora fissando il termometro in pezzi. "Oh, mia cara e dolce signora" disse egli, alla fine. "Venga." Lei lo scrut in volto. "Noi due a spassarcela?" chiese. Annu e le rispose: "A spassarcela!". E l'aiut a salire sul treno, che di l a poco si mosse con uno scossone, e poi prese slancio, fischiando, sui binari, verso

Londra ed Edimburgo e le brughiere e i castelli e le cupe notti e i lunghi anni. "Mi chiedo chi fosse" disse lo spettrale viaggiatore, con un'ultima occhiata al capannello di gente sul molo. "Oh, mio Dio," rispose l'infermiera "non l'ho mai saputo realmente." E il treno si lasci alle spalle la stazione. Ci vollero venti secondi buoni perch le rotaie smettessero di tremare. Una notte nella tua vita Dopo aver tenuto una buona media, arriv a Green River, nello Iowa, in una tarda mattinata primaverile, veramente splendida. Avvicinandosi alla citt, la sua Cadillac decappottabile si era scaldata sotto il sole, ma poi egli aveva man mano ridotto la velocit sotto la cupola dei verdi alberi, la profusione di morbide ombre e la frescura frusciante. "Settantacinque chilometri all'ora" si era detto " una velocit abbastanza ragionevole." Lasciando Los Angeles aveva spinto al massimo la sua auto lungo la strada riarsa dal sole, tra canyon di roccia meteoritica, luoghi ove dovevi procedere veloce, perch tutto sembrava aver fretta, essere aspro e tagliente. Ma l, lo stesso verdeggiare dell'aria era come un fiume sul quale nessuna auto poteva correre troppo. Non restava altro che impigrire nella marea del fogliame generoso di ombre, scivolando sull'asfalto, come su una chiatta di fiume diretta a un mare estivo. Alzare lo sguardo attraverso gli alberi maestosi era come giacere sul fondo di uno stagno profondo, lasciando l'iniziativa motrice al flusso dell'acqua. Si ferm per un panino a una tavola calda, ai margini della citt. "Signore Iddio," mormor "sono trascorsi quindici anni da quando sono passato di qui l'ultima volta. Ti dimentichi di quanto veloci crescono gli alberi!" Alto di statura, con un viso affilato e cotto dal sole, i capelli scuri che andavano diradandosi, torn in macchina. "Perch sto andando a New York?" si chiese. "Perch non rimango qui sdraiato sull'erba, infischiandomi di tutto?" Attravers lentamente la vecchia citt. Vide un treno arrugginito su un vetusto binario morto, il suo fischio silenzioso da anni, la sua caldaia in disuso da chiss quando. Osserv la gente entrare e uscire da case e negozi, con la lenta indolenza di chi galleggia in un grande mare di acqua tiepida e limpida. Un mondo ricoperto di muschio, cos che ogni movimento si attutiva morbido e silenzioso. Era una citt a piedi scalzi, alla Mark Twain, dove l'infanzia indugiava senza anticipazioni e la vecchiaia arrivava senza rimpianti. "Sono contento che Helen non sia venuta con me" pens. Poteva sentirla ancora adesso: "Mio Dio, questo posto un buco. E' mai possibile? Guarda quei bifolchi. Di, accelera. Dove diavolo New York?". Scosse la testa, chiuse gli occhi, e Helen era a Reno. Le aveva telefonato la sera prima. "Aspettare il divorzio non tanto male. E' Reno che fa schifo. Meno male che c' la piscina dell'albergo. Be', e tu che stai facendo?" "Sto andando all'est, a lente tappe." Il che era una bugia. Stava filando all'est come una palla di schioppo, per chiudere col passato, per lasciarsi alle spalle quante pi cose poteva. "Guidare divertente."

"Divertente?" aveva ribattuto Helen, mille miglia lontana nell'arsura di Reno. "Quando avresti potuto prendere l'aereo? Le quattro ruote sono una tale barba!" "Tanti saluti, Helen." Usc di citt. Secondo i programmi, sarebbe dovuto arrivare a New York in cinque giorni, per discutere del copione che non aveva alcuna voglia di scrivere per Broadway, per poi tornare di volata a Hollywood, in tempo per non gioire alla fine di un soggetto cinematografico, e quindi precipitarsi a Mexico City, il prossimo dicembre, per una breve vacanza. "A volte" mugugn "sembro uno di quelle castagnole messicane che guizzano tra le case, attaccate a un filo, dal modo con cui sbatto la testa contro un muro, rimbalzo via per scontrarmi contro un'altra parete." Si trov di colpo a filare a 120 all'ora, e rallent giudiziosamente a 60, attraverso la campagna ondulata e verdeggiante, sotto la luce di mezzogiorno. Inspir a pieni polmoni l'aria pulita, accost e si ferm sul bordo della strada. In lontananza, tra alberi enormi, in cima a un'altura erbosa, gli parve di vedere camminare, ma immobile nello strano riverbero della calura, una giovane donna che subito scomparve, lasciandolo incerto fra miraggio o realt. Era l'una del pomeriggio, e la terra era piena di un ronzio, come di una grande centrale elettrica. Davanti a lui, ai finestrini della macchina, guizzavano aghi luminosi, simili ad aculei di sole. Sciami di api, e l'erba inchinata sotto un vento gentile. Apr lo sportello e scese nell'abbraccio della calura. Un sentiero solitario cantava a se stesso suoni di scarabei ubriachi di sole, e, a una cinquantina di metri dalla strada, si stagliava un folto verde e ombroso, da cui spirava una corrente di piacevole aria fresca. Da ogni parte, colline di trifoglio, in ondulanti sequenze, e cielo aperto. Indugiando l, a lui pareva che si dissolvesse il peso che gli gravava addosso, e che lo stomaco gli si liberasse dalla morsa, e il tremito delle dita scomparisse. E poi, pi lontano ancora e all'improvviso, in cammino su per una collina boscosa, attraverso un'apertura del fogliame, scorse di nuovo la giovane donna, un passo dopo l'altro, immersa nella calda distanza, procedere e sparire. Chiuse lentamente le portiere. Senza affrettarsi entr nel folto degli alberi, attratto da un suono che pareva poter colmare l'universo, il suono di un fiume che fluiva, con indifferenza, verso una meta sconosciuta; il suono pi bello di qualunque altro. Quando trov il fiume, erano ombre e luce ad alternarsi. Si svest e nuot, poi si distese sul greto ghiaioso ad asciugarsi, in una dolce rilassatezza. Si rivest, indolente, e poi avvert il ritorno del vecchio desiderio, il vecchio sogno di quando aveva diciassette anni. Che aveva confidato, e molte volte ripetuto, a un amico: "Mi piacerebbe camminare in una notte di primavera, sai, una di quelle notti che sono sempre calde fino all'alba. S, camminare. Con una ragazza. Andare avanti per un'ora, per arrivare in un posto dove puoi appena vedere e sentire qualcosa. Salire una collina e sedervi in cima. Guardare le stelle. Tenendo tra le mie la mano della ragazza. Mi piacerebbe sentire il profumo dell'erba e del grano nei campi, e sapere di essere al centro del Paese, al centro esatto degli Stati Uniti, ma con le citt e le autostrade lontanissime, e senza che nessuno sappia che noi due siamo l, in cima alla collina, sull'erba, a contemplare la notte. "E sarebbe gi bello il solo fatto di tenerle la mano. Puoi capire questo? Sai che tenere la mano di qualcuno pu essere una cosa importante? Una cosa che le tue mani accarezzano pur senza muoversi. Una cosa cos la puoi ricordare, pi di ogni altra, per tutta la vita. Unicamente, tenersi per mano pu avere un significato del genere, insuperabile. Io ci credo.

Quando tutto ripetitivo, si perpetua, diventa abitudine, sono le prime cose che contano anzich l'ultima. "Cos," aveva continuato "mi piacerebbe rimanere seduto lass, senza dire una parola. Non vi sono parole per una notte come quella. Io e lei neanche ci guarderemmo. Vedremmo le luci della citt lontana, sapendo che altre persone, prima di noi, hanno scalato altre colline, e che nulla di meglio al mondo esiste. Nulla potrebbe essere migliore; tutte le case e le cerimonie e le garanzie che ti pu dare il mondo sono nulla in confronto di una notte come quella. Le metropoli e la gente nelle stanze di quelle case cittadine sono una cosa quando scende la notte; le colline, l'aria aperta, le stelle e la mano nella mano sono qualcosa d'altro. "E poi, alla fine, senza parlare, lei e io gireremmo il capo, alla luce della luna, e ci guarderemmo l'un l'altra. "E rimanere cos, su quella collina, tutta la notte. C' qualcosa di male in questo? Puoi onestamente dire che vi sia qualcosa di male?". "No," aveva risposto una voce "l'unica cosa di male in una notte come quella che dici tu, che esiste un mondo, al quale tu devi tornare." Era stato il suo amico, Joseph, a parlare, quindici anni prima. Caro Joseph, con cui egli aveva discusso, per cos tanti giorni della loro adolescenza filosofeggiante, dei loro problemi di enorme importanza. Adesso Joseph, sposatosi, era stato ingoiato dalle nere vie di Chicago, lontano dall'amico del cuore che il tempo aveva trascinato a ovest, e tutta la loro filosofia non era servita a niente. Gli venne in mente il mese successivo al suo matrimonio con Helen. In macchina, erano partiti per un lungo viaggio attraverso il Paese, la prima e l'ultima volta in cui lei aveva accettato di sottoporsi al "bestiale" - come lo aveva definito trasferimento sulle quattro ruote. In sere di luna avevano attraversato le terre del grano e le terre del mais del Middle West, e una volta, all'imbrunire, guardando dritto davanti a s, lui, Thomas, aveva chiesto: "Che ne dici, ti piacerebbe passare la notte all'aperto?". "All'aperto?" aveva ripetuto Helen, sbalordita. "Qui" aveva confermato lui, con grande sfoggio di indifferenza. Aveva accennato dal margine della strada. "Guarda quei prati, quelle colline. E' una notte calda. Sarebbe bello dormire all'aria aperta." "Mio Dio" era stato il grido di Helen. "Non starai parlando sul serio?" "Era solo un'idea..." "Questi maledetti posti sono pieni di serpenti e di insetti. Un bel modo di passare la notte a farmi scorticare le calze, rischiando di violare qualche propriet privata..." "Nessuno verrebbe mai a saperlo." "Ma lo saprei io, mio caro!" "Ripeto, era solo un suggerimento." "Tom caro, stavi solo scherzando, vero?" "Dimentica che abbia aperto bocca" aveva concluso lui. Avevano proseguito sotto uno splendido chiarore lunare sino a un piccolo motel, bollente come un forno, dove le falene impazzivano contro le lampadine non schermate. In una cameretta che puzzava di vernice fresca, vi avevano trovato un letto di ferro. Erano stati deliziati per tutta la notte dai canti dei patiti di birra nel bar, e dal rombo degli autotreni, incessante sulla strada, fino all'alba... Si avvi nel bosco verdeggiante, tendendo l'orecchio ai vari silenzi che vi regnavano. Non un solo silenzio, ma parecchi: quello del muschio sotto i piedi, quello delle ombre da albero ad albero, il silenzio di un piccolo ruscello in esplorazione di pezzetti di terreno, i silenzi che lo attorniavano mentre sbucava su una radura.

Trov qualche fragola e la mangi. "Che la macchina vada a farsi benedire" pens. "Me ne infischio se me la portano via, smontata pezzo per pezzo. Me ne frego se la ritrovo squagliata dal sole." Si sdrai a terra, la testa affondata tra le braccia, e si addorment. La prima cosa che vide svegliandosi fu l'orologio che aveva al polso. Le sei e tre quarti. Aveva dormito praticamente tutto il pomeriggio. Fresche ombre erano scivolate attorno a lui. Rabbrivid, pens di mettersi seduto e restarvi. Invece rimase sdraiato, con il viso appoggiato agli avambracci, guardando davanti a s. La ragazza, seduta a pochi metri da lui, con le mani in grembo, sorrise. "Non ti ho sentita arrivare" le disse. Era stata attenta a non fare rumore. Per una ragione, inspiegabile fra tutte le ragioni del mondo, Thomas si sent battere il cuore forte e veloce. Lei rimaneva in silenzio. Lui si gir sulla schiena e chiuse gli occhi. "Abiti qui nei paraggi?" S, non molto lontano da l. "Nata e cresciuta qui?" Non era mai stata in nessun altro posto. "E' bello qui." Un uccello vol posandosi su un albero. "Non hai paura?" le chiese. Aspett una risposta che non venne. "Tu non mi conosci." Ma, d'altra parte, neanche lui conosceva lei. "Ma differente" ribatt Thomas. Perch era differente? "Oh, be', cos." Dopo un'attesa che gli parve durare mezz'ora, lui apr gli occhi e la guard a lungo. "Sei reale, no? Non che sto sognando?" Lei voleva sapere dove fosse diretto. "Da qualche parte, dove non ho voglia di andare." S, la stessa cosa che diceva tanta gente. Tanti passavano di l, per proseguire verso un posto che non amavano. "Io sono uno di quelli" conferm lui. Si mise in piedi lentamente. "Sai una cosa? Me ne accorgo solo adesso. E' da stamattina presto che non mangio." La ragazza gli offr pane, formaggio e crostatine che si era portata dalla citt. Restarono in silenzio mentre Thomas mangiava. Fu un pasto che consum con estrema lentezza, timoroso che un movimento, un gesto, una parola potessero farla fuggire. Il sole era ormai tramontato, l'aria si era fatta pi fresca e l'uomo era molto attento a non rompere il momento magico. La guardava, ed era bella: ventun anni, bionda, radiosa di salute, gote rosate, e seria. Il cielo indugiava nel ricordo dei colori del sole ora sparito, mentre loro due sedevano nella radura. Poi, egli ud un fruscio. La ragazza si stava alzando, e gli porgeva una mano perch lui la prendesse. Ritto al fianco di lei, ne accompagn lo sguardo che spaziava sui boschi intorno e le colline lontane. Presero a camminare, allontanandosi dal sentiero, dalla strada asfaltata, dalla citt. Una luna di primavera accompagnava i loro passi. Il respiro della sera alitava da ogni singolo filo d'erba, caldo sospiro dell'aria, placido e infinito. Raggiunsero la cima della collina, e, senza una parola, sedettero a contemplare il cielo. Thomas si disse che questo era impossibile, che cose del genere non accadevano; si chiese chi fosse la ragazza, e che cosa ci facesse l.

A quindici chilometri di distanza, un treno fischi nella notte primaverile e prosegu il cammino attraverso l'oscurit, dardeggiando per un istante un guizzo di fuoco. E poi, di nuovo, lui ricord la vecchia storia, il vecchio sogno, la cosa che, assieme all'amico, aveva discusso tanti anni prima. Ci deve essere una notte per ognuno, una notte nella tua vita che ricorderai per sempre. E se tu sai che la notte sta venendo, e che questa notte sar quella notte particolare, allora afferrala, non porle domande, e, dopo di essa, non farne parola con alcuno. Perch, se la lasci fuggire via, essa potrebbe non tornare un'altra volta. Molti l'avevano lasciata andare via, molti l'avevano vista dileguarsi e non ne avevano pi vista un'altra, cos come quando tutte le circostanze di tempo, luce, luna e momento, di collina notturna e di erba calda, e il treno e la citt e la distanza erano in miracoloso equilibrio sulla punta di un dito. Pens a Helen, e pens a Joseph. Joseph. "Si era mai avverato per te, amico mio? Ti sei mai trovato al posto giusto nel momento giusto, e tutto ti andato bene?" Non c'era modo di saperlo. La citt di mattoni e cemento s'era preso Joseph, imprigionandolo nelle viscere della metropolitana, di cupi ascensori, nel parossismo dei rumori. Quanto a Helen, non solo lei non aveva mai conosciuto una notte come questa, ma non l'aveva mai concepita, non c'era nella sua mente un posto per sognare una cosa del genere. "Eccomi qui, dunque," pens quietamente "a migliaia di chilometri da tutto e da tutti. " Attraverso il morbido paesaggio della notte venne il suono di un orologio campanario che scandiva l'ora. Uno, due, tre. Da uno di quei grandi municipi di pietra che si ergevano sul quadrato erboso di ogni piccola citt americana sin dalla fine del secolo, fresca pietra in estate, alta nel cielo notturno, con quattro quadranti rotondi scintillanti in ogni direzione. Cinque. Sei. Cont i bronzei rintocchi, i quali tacquero sul nove. Le nove di una sera di tarda primavera, su una collina calda e alitante, illuminata dalla luna, la sua mano che toccava un'altra mano, il pensiero: "Quest'anno ne compio trentatr. Ma non arrivata troppo tardi e non lascer che trascorra invano: questa la notte". Lentamente, adesso, cautamente, come una statua che si animasse, girando pian piano la testa, egli vide la ragazza rivolgere gli occhi verso di lui. Le due teste che si avvicinavano, come era avvenuto tante e tante volte nella sua immaginazione. Indugiarono a guardarsi, a lungo. Si svegli durante la notte. Lei era sveglia, al suo fianco. "Chi sei?" le bisbigli. Lei tacque. "Potrei fermarmi per un'altra notte" aggiunse Thomas. Ma sapeva che uno non poteva restare un'altra notte. Una notte la notte, e soltanto quella. Dopo, gli di voltano le spalle. "Potrei tornare tra un anno." La ragazza aveva gli occhi chiusi, ma non dormiva. "Ma non so chi sei" insist. E poi: "Potresti venire con me. A New York". Ma sapeva che lei non sarebbe mai potuta essere a New York o altrove, bens soltanto qui, in questa notte. "E io non posso restare" sapendo che questa era la parte pi vera e desolata di tutto quanto. Attese, e poi ripet: "Sei reale? Sei veramente reale?". Dormirono. La luna scese dal cielo, verso l'alba. E all'alba, lui lasci la collina e il bosco, per trovare l'auto coperta di rugiada. Apr la portiera, sedette al volante, e rimase un attimo a guardare il sentiero che aveva tracciato nell'erba bagnata. Lo assal l'impulso di scendere di nuovo a

terra. Mise la mano sulla levetta all'interno dello sportello, e frug fuori con lo sguardo. Vuoto il bosco, e immobile, deserto il sentiero, la strada asfaltata tranquilla e serena. Per migliaia di chilometri nulla sembrava muoversi. Avvi il motore, e lo lasci borbottare, in folle. Il cofano puntava verso oriente, dove il sole arancione stava sorgendo, lento. "Va bene" sussurr. "Voi tutti, ecco che arrivo. Che peccato siate ancora tutti vivi. Che peccato che il mondo non sia tutto e soltanto colline e colline, e che altro non ci sia che guidare su quelle colline, senza mai arrivare in una citt." Ingran la marcia e acceler verso est. Senzavoltarsi. A ovest di October Verso la fine dell'estate, i quattro cugini, Tom, William, Philip e John, erano venuti a far visita alla Famiglia. Non c'era posto nella vecchia grande casa, e quindi essi vennero sistemati su brandine nel granaio che, di l a poco, doveva prendere fuoco. C' da dire che la Famiglia non era una famiglia che rientrasse nella regola. Ogni suo componente era pi straordinario dell'altro. Affermare che, per lo pi, essi dormivano di giorno e si dedicavano a singolari lavori notturni, premessa opportuna. Precisare che alcuni di loro potevano leggere il pensiero altrui, e che altri volavano con i fulmini per atterrare con le foglie, sarebbe minimizzare la verit. Aggiungere che parte di essi non potevano essere visti riflessi negli specchi, mentre altri potevano essere riflessi nello stesso specchio in diverse forme, grandezza e materia, non sarebbe che ripetere voci che rasentavano il vero. Vi erano zii, zie, cugini, e nonni con la stessa abbondanza che caratterizza i funghi velenosi e quelli mangerecci. E all'incirca di tutti i colori che potresti mettere assieme in un'alacre nottata nei boschi. Alcuni erano giovani, altri esistevano da quando la Sfinge aveva affondato le sue zampe di pietra nella sabbia marina. In complesso era, per quantit, estrazione, tendenze e talento, la pi incredibile e miracolista masnada. E la pi incredibile tra essi era: Cecy. Cecy. La ragione, la ragione vera, la ragione determinante perch ogni membro della Famiglia venisse in visita, ma non solo in visita, bens per pendere dalle sue labbra e restarci appeso. Perch lei era sfaccettata come una melagrana. Il suo talento era specifico ma caleidoscopico. Lei possedeva tutti i sensi e i sentimenti di tutte le creature del mondo. Lei assommava tutti i cinema e i teatri e tutte le gallerie d'arte del tempo. A lei potevi chiedere quasi ogni cosa, e lei te ne faceva dono. Le chiedevi di svellerti l'anima, come un dente cariato, e di spedirtela tra le nuvole per darle pace, ed ecco che eri proiettato e aspirato in alto, a condensarti insieme con le nuvole e scioglierti come pioggia a fecondare prati e fare sbocciare fiori. Le chiedevi di prendersi la suddetta anima e di incorporarla nella linfa di un albero, e la mattina dopo ti svegliavi con le tue propaggini cariche di mele, e con uccelli canterini tra le foglie verdi della tua testa. Le chiedevi di farti vivere in una rana, e trascorrevi i giorni a fior d'acqua, e le notti a gracidare strane canzoni. Le chiedevi di trasformarti in pura pioggia, e cadevi irrorando ogni cosa. Volevi essere la luna, e di colpo eri lass a guardare in basso, e vedevi la tua pallida luce riflessa

imbiancare citt perdute, del colore delle pietre tombali, delle tuberose e di spettri. Cecy. La quale ti estrapolava l'anima, ne estraeva la saggezza che vi era compressa, per trasferirla in animale, vegetale o minerale. Nessuna meraviglia di quei raduni di consanguinei e affini. Non stupiva che essi rimanessero a lungo dopo il pranzo, dopo la cena, facendo la mezzanotte, settimana dopo settimana! E adesso, ecco arrivati i quattro cugini. In effetti, gi al tramonto del primo giorno di permanenza, ognuno dei quattro disse: "Allora?". Erano allineati davanti al letto di Cecy, nella grande casa, dove lei riposava per lunghe ore, sia di notte sia di giorno, tanta era la richiesta di esibizione dei suoi talenti da parte della Famiglia e degli amici. "Allora," disse Cecy, a occhi chiusi e con un sorriso che scherzava sulle sue adorabili labbra "quali sarebbero i vostri desideri?" "Io..." disse Tom. "Magari..." dissero William e Philip. "Non potresti..." disse John. "Farvi fare una visitina al locale manicomio," dedusse Cecy "a razzolare dentro i cervelli di gente molto strana?" "S!" "Detto e fatto!" acconsent la loro cugina. "Andate a sdraiarvi sulle vostre brande nel granaio." I quattro si precipitarono. Si distesero. "Cos. E adesso, su! Si parte!" grid lei. Come tappi, schizzarono via le loro anime. Come uccelli, esse volarono. Come lucenti invisibili aghi, sparati in varie e assortite orecchie che popolavano il manicomio ai piedi della collina, al di l della valle. "Ah!" gridarono esse, deliziate per quello che vi trovavano e sentivano. Durante la loro spirituale assenza, il granaio si incendi. Nella generale confusione, le grida, le corse per attingere acqua, il parapiglia isterico, nessuno si ricord di quello che c'era nel granaio, o dove fossero andati a finire i quattro cugini, o di quanto Cecy, ora addormentata, stesse facendo. E tanto profondo era il sonno di quella adorata figliola da non farle sentire le fiamme, n il fatale momento in cui i muri crollarono e quattro torce in forma umana venivano combuste. Gli stessi cugini, per qualche istante, non avvertirono le ripercussioni dei propri corpi polverizzati in cenere. Poi, lo scoppio di un tuono silenzioso rimbomb sulla terra, scosse i cieli, scagli in sibili di vento gli spiriti degli scomparsi cugini ad alloggiare sugli alberi, mentre Cecy, con un sussulto, scattava a sedere sul letto. Correndo alla finestra, guard fuori e lanci un urlo che squass la nuova dimora dei cugini. I quattro, al momento del botto, si erano trovati in vari settori del manicomio della contea, ad aprire botole nelle teste balzane dei ricoverati, a spiare dentro gorghi di nebulosi coriandoli, a stupirsi dei colori della follia e delle oscure arcate d'arcobaleno da incubo. Tutta la Famiglia si era radunata, stupefatta e incredula, attorno al granaio crollato. All'urlo di Cecy, le teste si voltarono. "Che successo?" grid John dalla bocca di lei. "Gi, che stato?" disse Philip, muovendo le labbra di Cecy. "Mio Dio" ansim William, guardando con gli occhi di Cecy. "Il granaio bruciato" constat Tom. "Siamo morti!" La Famiglia, le facce annerite nel cortile fumante, gir sui tacchi, come al passaggio di un funerale, a fissare Cecy sconvolta.

"Cecy?" chiese la Madre vibrante d'angoscia. "C' qualcuno con te?" "S, io, Tom" risposero le labbra di Cecy. "E anch'io, John." "Philip, eccomi qua!" "William, presente!" Le quattro anime risposero all'appello, con la voce della cugina. La Famiglia attendeva. Poi, all'unisono, le voci dei quattro giovani posero la domanda finale e tremebonda: "Non avete salvato neanche un corpo?". La Famiglia sprofond di centimetri nel suolo, sotto il peso di una risposta che non poteva fornire. "Ma..." Cecy si puntell sui gomiti, si tocc il mento, la bocca, la fronte, dentro la quale un quartetto di fantasmi viventi si spintonava in cerca di spazio. "Ma... che ne faccio di loro?" Pass in rassegna tutti quei volti che dal basso erano rivolti a lei. "I miei cuginetti non possono rimanere qui dentro. E' semplicemente assurdo che prendano alloggio nella mia testa!" Quello che lei grid, subito dopo, o ci che i cugini ciangottarono, compressi come sassolini sotto la lingua di lei, o quel che disse la Famiglia, correndo per il cortile come galline scottate, si perse nel vuoto. Con un rombo di tuono da Giorno del Giudizio universale, il resto del granaio croll. Con un ruggito riverberante, la fiamma ascese la cappa del caminetto in cucina. Un vento d'ottobre indugi sul tetto ad ascoltare ci che la Famiglia andava discutendo nella sottostante sala da pranzo. "A me sembra..." disse il Padre. "Non sembra, !" interruppe Cecy, con occhi che passavano dall'azzurro al giallo, al nocciola, al castano. "I giovani cugini, dobbiamo sistemarli altrove. Trova loro alloggi provvisori, finch non venga il momento in cui si riesca a sistemarli in nuovi corpi..." "Pi presto , meglio " disse una voce dalla bocca di Cecy, ora in falsetto, ora profonda, ora con due note intermedie. "Joseph potremmo scaricarlo da Bion. Tom potrebbe prenderselo Leonard. William, magari a casa di Sam, e Philip da..." Tutti gli zii, chiamati in causa, arruffarono le penne, per nulla entusiasti. Leonard parl per tutti. "Siamo gi troppo presi. Stracarichi di lavoro. Bion col suo negozio, Sam con la fattoria." "Ba'..." Disprezzo e sconforto scaturirono dalle labbra di Cecy, in quadruplice armonia. Il Padre sedeva accigliato. "Vergogna! Ci deve essere qualcuno di noi con un sacco di tempo a disposizione, con un angolino libero nel retrobottega dell'inconscio o nel soppalco del cervello. Animo! Volontari! In piedi!" La Famiglia trattenne il fiato, raggelata, perch di colpo la Madre si era alzata, ma puntando il manico della sua scopa da strega. "Quest'uomo, s, proprio quello, ha sempre avuto tutto il tempo libero che ha voluto. E io, qui, ne faccio il nome, lo invito e lo designo!" Come se la loro testa fosse comandata da un unico filo, tutti si girarono a fissare il Nonno. Il Nonno scatt in piedi, come punto da una vespa. "No!" "Silenzio."

La Nonna chiuse gli occhi sul problema, incroci le braccia sul petto, simile a una gatta che facesse le fusa. "Tu hai tutto il tempo disponibile che vuoi." "No, per Giosu e Ges Cristo!" "Questa," prosegu la Nonna, indicando attorno a intuito, con gli occhi sempre serrati " la Famiglia. Nessuno al mondo come noi. Noi siamo di qualit eccezionale e strana. Dormiamo di giorno, andiamo in giro di notte, voliamo con i venti e l'aria, cavalchiamo uragani, leggiamo i pensieri, odiamo il vino come fosse sangue, facciamo magie, viviamo in eterno o per mille anni, secondo i casi. In poche parole, siamo la Famiglia. Ci essendo vero e indubitabile, non c' nessun altro su cui contare, a cui rivolgerci quando capita un guaio..." "Io non..." "Taci." La Nonna apr un occhio, grande come la Stella dell'India, fiammeggiante, che poi si vel, si richiuse. "Tu sputi sui mattini, sprechi i pomeriggi e prostituisci le notti. I quattro cari cugini non possono restare all'ultimo piano del cervello di Cecy. Non corretto che quattro esuberanti giovanotti soggiornino nel delicato cervello di una signorina per bene." E qui la bocca della Nonna si addolc. "Inoltre, sono tantissime le cose che tu puoi insegnare ai cuginetti. Eri gi in azione molto prima che Napoleone invadesse, e poi scappasse, dalla Russia, o che Ben Franklin si prendesse il vaiolo. E' bene che i ragazzi restino dentro le tue orecchie per un po'. Quel che ci sia dentro, solo Dio lo sa, ma potrebbe, dico potrebbe, migliorare il loro comportamento. E questo, vorresti negarglielo?" "Sterminio di Gerusalemme!" esplose il Nonno. "Non sono affatto disposto ad averli tutti quanti a lottare due autunni su tre, zompando tra il mio orecchio sinistro a quello destro! A prendermi a pedate le pareti del cranio. A farmi roteare le palle degli occhi come fossero palle da basket! La mia scatola cranica non una pensione. "Uno alla volta, per lo meno! Tom potrebbe sollevarmi le palpebre, alla mattina. William, aiutarmi a ingurgitare i pasti, di giorno. John, pu sonnecchiare nel mio vecchio midollo spinale. E Philip, limitarsi a danzare, di notte, nel mio polveroso solaio. Un po' di tempo solo per me, ecco quel che chiedo. E che lascino pulito quando se ne vanno!" "Concesso!" La Nonna ebbe un gesto corale, come un direttore d'orchestra, ad abbracciare la fantomatica aria. "Uno alla volta. Avete sentito, ragazzi?" "Abbiamo sentito!" proruppe il coro martellante dalla bocca di Cecy. "Falli venir dentro!" disse il Nonno. "All'assalto!" confermarono quattro voci. E poich nessuno si era preoccupato di dire quale cugino avesse la precedenza, vi fu nell'aria una carica di fantasmi, un incalzante maroso di uragano e di invisibile vento. Quattro differenti espressioni accesero il volto del Nonno. Quattro differenziati terremoti squassarono il suo fragile telaio. Quattro diversi sorrisi eseguirono arpeggi sulla tastiera dei suoi denti. Prima che il Nonno riuscisse a protestare, con quattro assortite sequenze di salti e velocit, egli fu involato fuori di casa, al di l del prato, trasportato ai binari in disuso della ferrovia verso la citt, fra strilli giocondi e risate, gi a pregustare le ore folli in attesa. La Famiglia corse sul portico ad assistere alla parata di un solo essere che si involava al galoppo. "Cecy! Fai qualcosa!" Ma Cecy, esausta, si era addormentata sulla sua seggiola. E ci fu fatto. A mezzod del giorno seguente, la grande locomotiva blu scuro entr ansimando nella stazione, per trovare la Famiglia allineata sul marciapiede, con il Nonno, malfermo sulle

gambe, puntellato da molteplici braccia consanguinee. Le quali non solo lo pilotarono, ma lo portarono di peso sul vagone, che odorava di vernice fresca e di velluti roventi. Durante il tragitto, il Nonno, a occhi chiusi, si espresse in una variet di voci che tutti finsero di non sentire. Lo sistemarono come una vecchia bambola sul sedile, gli raddrizzarono in capo il cappello di paglia, cos come si piazza un tetto nuovo su una vecchia casa, e lo frastornarono con raccomandazioni. "Nonno, siediti per bene. Nonno, stai attento al cappello. Nonno, durante il viaggio non bere. Nonno, connetti adesso? Toglietevi, cugini, lasciate che parli lui!" "Connetto, s!" La bocca e gli occhi del Nonno ebbero palpiti da uccellino. "E sto espiando i loro peccati. Il loro whiskey il mio tormento. Morte e dannazione!" "Non vero!" "Balle!" "Non abbiamo fatto niente!" protest una serie di voci da un lato, e poi dall'altro della sua bocca. "No!" "Silenzio!" La Nonna afferr il mento del vecchio, dandogli una scrollata per rimettergli in sesto le ossa. "A ovest di October c' Cranamockett, non un viaggio lungo. L abbiamo un sacco di parenti, zii, zie, cugini, alcuni con prole e altri senza. Il tuo compito di mettere a pensione i nostri quattro puledri in casa degli uni o degli altri, e..." "Farli sloggiare dal mio cervello" brontol il Nonno, con una lacrima in bilico sotto una palpebra tremante. "Ma se non riesci a scaricarli," ammon la Nonna "vedi di riportarli vivi!" "Sempre che sopravviva io!" "Ciao, ciao!" dissero quattro voci da sotto la sua lingua. "Ciao!" ricambiarono tutti dal marciapiede, con sventolio di mani. "A presto, Nonno, Tom, William, Philip, John!" "Ci sono anch'io, adesso!" disse la voce di una giovane donna. La bocca del Nonno si era spalancata, come una cerniera a molla. "Cecy!" gridarono tutti. "Addio!" "La balia dai placidi sonni!" comment il Nonno. Il convoglio spar tra le colline, a ovest di October. Il treno infil una lunga curva. Il Nonno penzol con uno scricchiolio di giunture. "Be'," bisbigli Tom "eccoci qua." "S." Una pausa abbondante. William conferm: "Eccoci qui". Altro lungo silenzio... Il treno fischi. "Sono stanco" disse John. "Tu sei stanco?!" sbuff il Nonno. "Non si respira qui dentro" rilev Philip. "C'era da aspettarselo. Nonno ha diecimila anni sulla groppa, vero Nonno?" "Quattrocento. Chiudete il becco!" E il Nonno si assest una manata sulla testa. Un frullo di uccelli atterriti si catapult contro l'interno del suo cranio. "Basta!" "Da bravi" sussurr Cecy, placando il panico. "Ho dormito bene, e ti sar compagna di viaggio per un po', Nonno, per insegnarti come regolarti, comportarti e come tenere in gabbia, nella tua gabbia, i corvi e gli avvoltoi che stai ospitando." "Corvi! Avvoltoi!" insorsero i cugini. "Silenzio" impose Cecy, comprimendoli come tabacco in una vecchia pipa. Molto lontano, la sua entit corporea giaceva, come sempre, nella sua stanza da letto, ma il suo spirito li irretiva e li padroneggiava dolcemente: toccava, spingeva, seduceva, controllava. "Godetevela. Guardatevi in giro." I cugini guardarono.

E, in effetti, vagolare nei meandri superiori della testa del Nonno era come affiorare in un caldo solaio in cui i ricordi, dalle trasparenti ali ripiegate, giacevano impilati tutto intorno, in fasci serrati da nastri, in quinterni, in pacchi, figure intabarrate, ombre distese. Qua e l, una rimembranza di particolare vivezza, come un prezioso raggio di luce ambrata, rifletteva e richiamava in vita un'ora dorata o un giorno d'estate. C'era un odore di vecchio cuoio, di peli riarsi di cavallo e un sottile, sottilissimo sentore di acido urico dalle giunture intorpidite, doloranti sotto le invisibili gomitate dei cugini. "Guarda!" mormoravano i quattro. "Mi venga un colpo. Ma certo!" Perch adesso, quatti quatti, stavano spiando, attraverso i polverosi pannelli degli occhi del Nonno, lo spettacolo del grande treno, mostro infernale, che li trasportava, e del mondo autunnale, verde tendente al marrone, che sfilava ai finestrini, involandosi come fa il traffico davanti a una vecchia casa dalle finestre offuscate dalle ragnatele. E quando costrinsero all'azione la bocca del Nonno, fu come far risuonare un asfittico batacchio di campana arrugginita. I rumori del mondo esterno crepitavano nelle orecchie pelose del vecchio come scariche di interferenza statica in una radio mal sintonizzata. "Comunque," ammise Tom " sempre meglio che non avere corpo del tutto." "Ho le vertigini" si lament John. "Non sono abituato alle lenti bifocali. Puoi toglierti i quattrocchi, Nonno?" "Non ci penso nemmeno." Il treno imbocc un ponte, con fragore di tuoni. "Penso che andr a dare un'occhiata in giro" annunci Tom. Il Nonno avvert un fremito preoccupato nelle gambe. "Issa su le palpebre, Nonno! Facci vedere il panorama!" Il Nonno serr ancor di pi gli occhi con la forza della disperazione. "Sta arrivando una bella figliola, sagomata a regola d'arte! Di, sbrigati!" Il Nonno mantenne le palpebre incollate. "La pi bella ragazza del mondo!" Il Nonno non resist alla tentazione, e apr un occhio. "Ah!" dissero i suoi inquilini. "E' vero, Nonno?" "No!" La giovane donna ondeggi a destra e sinistra, a seconda che il treno la spingesse o la aspirasse; seducente, la figliola, quanto pu esserlo una bambolotta che vinci al baraccone di una fiera, sparando alle bottiglie del latte. "Sciacquetta" giudic il Nonno, e richiuse gli occhi. "Apriti, Sesamo!" E all'istante, egli sent, dall'interno, che le pupille tornavano a mettersi a fuoco. "Piantatela!" tuon il vegliardo. "La Nonna mi sbraner!" "Non lo sapr mai!" Quasi rispondendo a un richiamo, la giovane donna si volt. Barcoll all'indietro, e fin per cadere addosso a tutti loro. "Basta!" invoc il Nonno. "C' vostra cugina con noi! Cecy un'innocente fanciulla e..." "Innocente!" Il grande solaio cranico rimbomb di risate. "Nonno," disse Cecy, con sommessa dolcezza "con tutte le escursioni notturne che ho fatto, con tutto il viaggiare che ho accumulato, non sono..." "Ingenua" conclusero per lei i quattro cugini. "Sentite un po', voi!" insorse il Nonno. "No, senti tu" sussurr Cecy. "Ho visitato camere da letto in migliaia di notti d'estate. Sono stata acquattata in nivei giacigli di bianchi cuscini e lenzuola, e ho nuotato, nuda, nei

fiumi al sole d'agosto, mi sono sdraiata sul greto dei fiumi perch gli uccelli mi vedessero..." "Mi rifiuto" e il Nonno si tapp le orecchie con i pugni "di ascoltare!" "S" continu Cecy, la cui voce inseguiva freschi prati di ricordi. "Sono stata nel viso di una ragazza, calda di sole, e ho guardato un giovane, e sono entrata in lui, nello stesso istante, desiderando con gli occhi la ragazza di eterna estate. Ho vissuto tra coppie di gatti in amore, di uccelli nel volo di nozze o di tortore languenti d'amore. Mi sono nascosta in due farfalle fuse in una su un fiore di trifoglio..." "Dannazione!" sussult il Nonno. "Sono stata su slitte in notti di dicembre, mentre cadeva la neve e usciva vapore bianco dalle narici dei cavalli, e sulle slitte c'erano strati e strati di coltri impellicciate, sotto le quali sei giovani creature umane si nascondevano, al calduccio, a esplorarsi, desiderarsi e trovarsi e..." "Basta! Mi stai demolendo!" esclam il Nonno. "... e sono stata dentro un grande castello di ossa e di carne - la pi bella donna del mondo..." Come folgorato, il Nonno rimaneva immobile. Perch adesso era come se su di lui cadesse la neve e lo placasse. Sentiva una carezza di fiori sulla fronte, e un soffio di vento di luglio alitargli rasente le orecchie, e per tutte le membra uno sbocciare di calore, un dilatarsi del vecchio piatto torace, un fuoco guizzare alla bocca dello stomaco, e pi in basso. Ora, mentre Cecy parlava, le labbra gli divenivano pi morbide e colorite, e ricordavano poesie che sarebbero potute riversarsi come piogge impensabili, e le dita, logore e arrugginite, gli tremavano in grembo, e il loro colore acquistava la sfumatura di panna e di latte e di polpa di mele d'inverno. Se le guard, attonito. Serr i pugni per arrestare quell'incombere di femminilit. "No! Ridatemi le mie mani. E tu, lavati la bocca col sapone!" "Ora basta con le chiacchiere" disse una voce dall'interno. Philip. "Stiamo perdendo tempo" incalz Tom. "Andiamo a ossequiare quella signorina seduta oltre il corridoio" propose John. "Chi a favore?" "Noi!" disse il coro del Tabernacolo di Salt Lake, da una sola gola. "Nessuno contrario?" "Io!" tuon il Nonno, che si sent issato in piedi da un argano invisibile. Serr gli occhi, si afferr la testa tra le mani, si strizz le costole. L'intero suo corpo era come quel letto, di incredibile stranezza, che si contraeva per soffocare le sue vittime terrorizzate. I cugini cozzavano l'un contro l'altro, annaspando nel buio. "Aiutaci, Cecy! Luce! Dacci luce! Cecy!" "Arrivo" disse Cecy. Il vecchio si sent toccato, pizzicato, sollecitato, ora dietro le orecchie, ora lungo la spina dorsale. Le sue ginocchia sbattevano in reciproci impatti, per non essere da meno delle caviglie scricchiolanti. Adesso, i polmoni gli si riempivano di piume, il suo naso si intasava di fuliggine. "Will, la sua gamba sinistra, muovigliela! Tom, la gamba destra, sollevagliela! Philip, tu il braccio destro. John, il sinistro. Io mi occupo di questo tronco dalle ossa di tacchino! Pronti? Via!" "Issa!" "A passo di carica. Corri!" E il Nonno part al trotto. Ma non al di l della corsia; si invol lungo il corridoio, ansimando, gli occhi spiritati.

"No!" grid il coro greco. "La signorina da questa parte! Qualcuno vada ad acchiapparlo! Chi si preso le sue gambe? Will? Tom?" Il Nonno aveva gi spalancato la porta in fondo al vagone, era saltato sulla piattaforma baciata dal vento, pronto a gettarsi gi in un prato fiorito di girasoli, quando: "Bloccati! Le belle statuine!" disse il coro che gli imbottiva la bocca. E statua egli divenne, in coda a un treno che svaniva lungo i binari. Un attimo dopo, roteando su se stesso, il Nonno si ritrov all'interno della vettura. E mentre il treno abbordava un'ennesima curva, and a finire seduto sulle mani della signorina. "Mi scusi" balbetto, saltando in piedi. "Prego" rispose la proprietaria delle manicuscinetto, scostandosi per lasciargli posto. "Non si disturbi, la prego, no, no!" Il Nonno croll sul sedile di fronte, chiudendo gli occhi. "Inferno e dannazione! Per tutti, le belle statuine! Pipistrelli, accidenti a voi, dentro nel campanile!" I cugini sogghignarono e gli sciolsero la cera che aveva nelle orecchie. "Ricordatevi" sibil il Nonno. "L dentro, voi siete giovani. Io, qui all'esterno, sono una mummia!" "Ma..." sospir il quartetto d'archi da sotto le sue palpebre "... noi faremo in modo che tu ti comporti da giovane!" Li sent accendergli una miccia nello stomaco, innescargli una bomba nel petto. "No!" Il Nonno dette uno strappone a una corda nel buio. Una botola si spalanc. I cugini ne precipitarono fuori, in una ricca e interminabile variet di colori e di ricordi. Sagome tridimensionali, seducenti, e quasi altrettanto rimase della ragazza seduta dall'altra parte del corridoio. Caddero, i cugini, e i loro strilli. "Attenzione!" "Che fregatura!" "Tom?" "Sono qui, in qualche punto del Wisconsin! Come diavolo ci sono arrivato, qui?" "E io sono sopra una barca, sul fiume Hudson. William?" Da tanto lontano, William si fece vivo. "Sono a Londra. Mio Dio! I giornali dicono che oggi il 22 agosto del millenovecento!" "E' impossibile! Cecy?" "Non Cecy. Io!" disse il Nonno, di colpo ovunque. "Siete ancora tra le mie orecchie, dannazione! E state usando i miei tempi passati e i luoghi di un tempo, come gli asciugamani nel cesso degli ospiti. Occhio alla testa, i soffitti sono bassi!" "Ah ah," fece William "e questo che sto guardando il Grand Canyon, o una ruga sulla tua zucca?" "Il Grand Canyon" precis il Nonno. "Anno novecentoventuno." "Una donna!" si entusiasm Tom. "Ce l'ho proprio davanti!" E, senz'altro, la donna era bella, nella primavera di duecento anni prima. Nessun nome era ricollegato al ricordo. Ella era stata soltanto qualcuno il cui cammino aveva incrociato quello del Nonno, il quale stava andando in cerca di fragole in un meriggio estivo. Tom si allung verso la squisita rimembranza. "Gi le mani!" impose il Nonno. E il viso della donna bellissima, nella luminosa aria d'estate, vol in disparte. Lei prosegu allontanandosi, sempre pi, scomparendo lungo il sentiero. "Jella fottuta!" rimpianse Tom.

Gli altri cugini stavano dandosi da fare col massimo impegno, spalancando porte, galoppando su vialetti, sollevando tapparelle. "Guarda! Oh, bella! Dai un'occhiata qui!" gridavano eccitati. I milioni di ricordi giacevano, fianco a fianco, allineati e compressi come sardine in scatola. Archiviati in ordine cronologico: ore, minuti, secondi. Qui, una ragazza bruna intenta a pettinarsi. Poi, l stessa ragazza che camminava, correva, o dormiva. Tutti i suoi movimenti possedevano l'equilibrio di un nido d'api e il colore delle sue gote baciate dall'estate. E il lampo splendente del suo sorriso! Potevi prenderla, farla girare su se stessa, mandarla via, farla tornare. Bastava tu dicessi Italia, 1797, ed ecco che lei danzava in un caldo padiglione o nuotava in acque accarezzate dalla luna. "Nonno! Ne sa niente la Nonna di costei?" "Devono esserci altre donne!" "Migliaia!" esclam il Nonno. Sollev una palpebra. "Ecco!" Un migliaio di donne usc alla rinfusa da un settore dell'archivio. "Ottimo lavoro, Nonno!" Tra un orecchio e l'altro, il Nonno riviveva escursioni e corse in montagna, l'errare nei deserti, i vicoli esplorati, le citt visitate. Finch John afferr per un braccio una seducente e isolata signora. Impossessandosi della sua mano. "Fermo l!" rugg il vecchio, scattando in piedi. La gente sul treno lo guard, stupita. "Ti ho presa!" esult John. La bella signora si volt. ` "Pazzo!" sbott il Nonno, amaramente. La carne della splendida femmina si dissolse. Il mento imperioso ricadde, goffo, le gote le si incavarono, gli occhi le si annegarono dietro le rughe. John rincul. "Nonna, sei tu!" "Cecy!" il Nonno era scosso da un tremito violento. "Spedisci John in un uccello, in una pietra, in un pozzo. Ovunque, ma non lasciarlo dentro la mia testa a farmi dannare! Adesso, subito!" "Esci fuori, John!" ordin Cecy. E John svan. Tramutato in un tordo canterino, appollaiato su un palo che guizz via al di l del finestrino. La Nonna rimase nell'ombra, appassita immagine. L'amorevole sguardo interiore del Nonno la tocc di nuovo, per ricomporla di giovane carne. Nuovo colore le torn negli occhi, nelle gote, nei capelli. Egli la nascose al sicuro in un giardino segreto e senza nome. Il Nonno riapr gli occhi. La luce del sole irruppe sui tre restanti cugini. La signorina era sempre l, seduta al posto di prima. Il Nonno serr di nuovo gli occhi, ma troppo tardi. I tre giovani energumeni riapparvero dietro le sue palpebre. "Fessi che siamo!" esclam Tom. "Perch infognarci con i tempi che furono? Eccolo li il presente! Quella ragazza! S?" "S!" bisbigli Cecy. "Sentite! Metter la mente del Nonno nel corpo di lei. Poi la mente di lei la faccio traslocare nella testa del Nonno. Il corpo del Nonno rester seduto qui, come un palo, e, dentro, noi saremo acrobati, ginnasti! Spudorati! Il controllore passer e non s'accorger di niente. Il Nonno sar seduto al suo posto. Con la testa piena di sghignazzate, di gente svestita, mentre il suo vero cervello sar intrappolato l, dentro la testa di quella bella figliola! Sai che spasso, in mezzo a una vettura ferroviaria in un caldo pomeriggio, senza che nessuno se ne renda conto!"

"S!" concordarono i tre, all'unisono. "No" disse il Nonno, e tir fuori di tasca due compresse bianche e si affrett a inghiottirle. "Fermatelo!" grid William. "Che fregatura!" si rammaric Cecy. "Era un piano cos ben congegnato, abile e sottile!" "Buonanotte a tutti" disse il Nonno con un sogghigno. La medicina stava facendo effetto. "E lei..." aggiunse, guardando con cordiale sonnolenza la signorina al di l del corridoio "lei stata risparmiata in extremis da un destino, mia bella figliola, peggiore di diecimila morti." "Prego?" La giovane sbatt le palpebre, stupita. "Innocenza, continua nella tua innocenza" borbott il Nonno e si addorment. Il treno arriv a Cranamockett alle sei. Soltanto allora fu consentito a John di rientrare dal suo esilio nella testa del tordo, su una siepe rimasta indietro chilometri e chilometri. A Cranamockett non c'era assolutamente nessun parente disposto a ospitare i cugini. Al termine di tre giorni di inutili tentativi, il Nonno prese il treno per tornare nell'Illinois, con i cugini tuttora dentro il cranio, come noccioli di pesca. E l rimasero, ognuno in un diverso territorio del solaio del Nonno, illuminato dal sole o baciato dal chiarore lunare. Tom prese dimora in un ricordo del 1840 a Vienna, assieme a un'attrice mezza pazza. William viveva nella Lake County, con una svedese dai capelli color del lino, di et indefinita, mentre John faceva la spola da un soggiorno all'altro, San Francisco, Berlino, Parigi, apparendo, di tanto in tanto, con un guizzo malizioso negli occhi del Nonno. Philip, al contrario, si era esiliato in una cantina adibita a deposito di patate, dove passava il tempo a leggere tutti i libri della biblioteca del Nonno. Ma, a pi riprese durante certe notti, Nonno scivolava, sotto le coperte, verso Nonna. "Ehi! Che ti prende?" gridava lei. "Alla tua et! Piantala!" E lo picchiava finch, ridendo in cinque modi diversi, il Nonno rinunciava, voltava la schiena e fingeva di dormire, pronto, con cinque altri modi di intraprendere il tentativo. L'ultimo circo Jurgis Linguarossa (lo chiamavano cos perch succhiava in continuazione caramelle di colore scarlatto) si piazz, una fredda mattina d'ottobre, sotto la mia finestra, e lanci richiami alla banderuola metallica sul tetto di casa nostra. Feci capolino dalla finestra, alitando condensa. "Ciao, Linguarossa!" "Scendi!" mi disse. "Fai presto, c' il circo!" Tre minuti dopo, uscivo di casa al galoppo, lustrandomi contro il ginocchio due mele. Linguarossa stava ballonzolando per tenersi caldo. Concordammo che chi arrivava ultimo al deposito dei treni era un fesso. Mordendo le mele, corremmo lungo le strade deserte della citt. Raggiungemmo i binari nell'oscuro deposito ferroviario, li ascoltammo vibrare. Lontano, nella buia fredda periferia, lo sapevamo, il circo stava arrivando. Lo annunciava il fremito nelle rotaie. Accostai l'orecchio ai paralleli serpenti di ferro, per averne conferma. "Accidenti!" esclamai. E poi, ecco la locomotiva incedere verso di noi, fuoco, bagliori e rumori di un nero uragano, col seguito di nuvole. Dalle pareti dei vagoni merce oscillavano lanterne rosse e verdi, e dall'interno venivano sbuffi, urla, e strilli. Elefanti sbarcarono, gabbie vennero scodellate a terra, e tutto si sovrappose sui marciapiedi dello scalo, fin quando, alle prime

luci, animali e uomini si misero in marcia. Linguarossa e io con loro, attraverso la citt, verso i prati dove ogni filo d'erba era candido cristallo e ogni cespuglio, a toccarlo, si trasformava in doccia. "Prova solo a pensarci, LR" dissi. "Un minuto fa c'era terra deserta, e basta. E adesso, guarda!" Guardammo. Il grande tendone sbocci come uno di quei fiori giapponesi quando li metti nell'acqua fredda. Si accesero luci abbaglianti. Dopo neanche mezz'ora, odor di frittelle sul fuoco e gente che rideva. Restammo l a osservare tutto. Mi misi una mano sul petto, e sentii il cuore battermi contro le dita, come quegli aggeggi "palpitatori" che compri per quattro soldi nei negozi di scherzi e trucchi. Tutto ci che volevo fare era di vedere e odorare. "A casa, la colazione pronta!" grid LR e mi diede uno spintone per essere il primo. "Stai zitto e lavati la faccia" mi disse Mamma, alzando gli occhi dai fornelli. "Frittelle!" esclamai, stupito per la sua intuizione. "Com'era il circo?" Mio padre mi sbirci al di sopra del giornale che aveva aperto tra le mani. "Una cannonata" risposi. "Che roba, ragazzi!" Mi lavai la faccia sotto il rubinetto dell'acqua fredda, e mi rimorchiai una sedia sotto il sedere nell'attimo in cui Mamma scodellava nel piatto le frittelle. Mi porse la brocca dello sciroppo: "Annegale" mi disse. Mentre masticavo, mio padre pareggi i fogli del giornale e sospir: "Non so dove andremo a finire". "Non dovresti leggere il giornale appena alzato..." comment Mamma "ti rovina la digestione." "Guarda qui!" esclam Pap, facendo scorrere l'indice lungo le pagine. "Guerra batteriologica, bomba atomica, bomba all'idrogeno. Non leggi altro che questa roba!" "Personalmente," ribatt Mamma "questa settimana la mia pi grande angoscia l'enorme bucato che devo fare." Pap aggrott la fronte: "Sai cos' il guaio di questo mondo? La gente come te che sta a sedere su una bomba innescata mentre fa il bucato". Si sporse in avanti. "Stamattina ti dicono che dispongono di una nuova bomba atomica che eliminerebbe Chicago dalla carta geografica. Quanto alla nostra citt - non ne resterebbe che una macchiolina. Pi ci penso e pi dico che una maledetta vergogna!" "Cosa?" domandai. "Abbiamo impiegato un milione di anni per arrivare a essere quello che siamo. Abbiamo costruito citt e metropoli dal nulla. Perdinci, cent'anni fa questa citt non esisteva. E' costata un sacco di tempo, di sudore, di sacrifici, per venir su mattone per mattone, e adesso che succede? BANG!" "A noi non succeder, ci scommetto" dissi io. "No?" Pap sbuff con disprezzo. "Perch no?" "A noi, no. Non potrebbe." "Piantatela voi due" intervenne Mamma e mi fece un cenno con il capo. "Tu sei troppo giovane per capire." Indic Pap. "E tu sei abbastanza vecchio da evitare certi discorsi." Mangiammo in silenzio. Poi chiesi a Pap: "Com'era qui, prima che ci fosse la citt?". "Non c'era nulla. Solo il lago e le colline. E basta." "Indiani?" "Non tanti nei paraggi. Soltanto boschi deserti e colline." "Passami lo sciroppo" disse Mamma. "Buuum!" grid LR. "Sono una bomba atomica! Bum!" Stavamo facendo la coda davanti al cinema Elite. Era il pi grande giorno dell'anno. Avevamo tampinato i nostri genitori tutta la mattina per i soldi del biglietto. Adesso, di pomeriggio, lo schermo ci avrebbe elargito cowboys e indiani, e, in serata, ci aspettava il circo! Ci sentivamo ricchi e innegabilmente ilari. LR, ossia Linguarossa, continuava a

smaniare nella sua atmosfera atomica, vociando: "Bum! Sei disintegrato!". Sullo schermo dell'Elite i cowboys inseguivano gli indiani. Mezz'ora dopo, e in senso contrario, furono gli indiani a inseguire i cowboys. E quando ognuno fu saturo di emozioni e sparatorie, seguirono un cartone animato e il documentario d'attualit. "Guarda, la bomba atomica!" LR si mise a sedere, per la prima volta da quando eravamo entrati. La grande nube grigia si innalz sullo schermo, si dirad, corazzate e incrociatori apparvero, squarciati, e cadde la pioggia. LR afferr stretto il mio braccio, fissando con la bocca semiaperta l'incandescente bagliore. "Non mondiale, Doug, colossale?" e mi affibbi una gomitata nelle costole. "Un cataclisma" concordai, ghignando e restituendogli la gomitata. "Vorrei averne una, di bomba atomica. Bang! Ed ecco che la scuola vola in aria!" "Bang! Addio Clara Holmquist!" "Bang! Tanti saluti, Direttore O'Rourke!" Per cena, il men comprendeva polpette alla svedese, focacce calde, fagioli di Boston e insalata verde. Pap aveva un'aria molto seria e insolita, e cerc di tirare in ballo certi importanti argomenti scientifici che aveva letto su una rivista. Mamma, per, scosse la testa. Scrutai mio padre. "Ti senti bene, Pap?" "Domani disdico l'abbonamento al giornale" intervenne Mamma. "Va a finire che ti viene un'ulcera. Mi hai sentita, marito?" "Ragazzi," dissi io "ho visto una cannonata di film. All'Elite, una bomba atomica ti polverizzava tutta una corazzata." Pap lasci cadere la forchetta e mi fiss: "Certe volte, Douglas, hai la diabolica abilit di dire la cosa sbagliata al momento sbagliato". Vidi che la Mamma, furtivamente, cercava di cogliere il mio sguardo: "E' tardi," disse "ti conviene correre al circo". Mentre andavo a prendere berretto e giacca, sentii Pap dire, a voce bassa e pensosa: "E se liquidassi l'azienda? Sai, da tanto tempo che vogliamo viaggiare, fermarci un po' nel Messico. Una piccola citt. Stabilirci l, a tirare il fiato...". "Stai parlando come un bambino" sussurr Mamma. "Non voglio che ti metta in testa certe idee." "Lo so che stupido. Come non detto. Ma hai ragione: meglio disdire l'abbonamento al giornale." Stava soffiando un vento che faceva inchinare gli alberi, e le stelle erano tutte fuori, e il circo era adagiato nel prato ai piedi delle colline, come un grosso fungo. Linguarossa e io: popcorn in una mano, caramelle nell'altra e zucchero filato attaccato al mento. "Guarda la mia barba!" grid Linguarossa. Sotto le vivide lampadine, ognuno parlava e spingeva, e un uomo faceva schioccare una sorta di sipario, tamburellandolo con un bastone, decantando ad alta voce le straordinarie caratteristiche dell'Uomo Scheletro, della Donna Cannone, dell'Uomo Tatuato, del Ragazzo Foca, mentre LR e io ci facevamo strada a catapulta verso la signora che doveva lacerare in due i nostri biglietti. Conquistammo il nostro posto sulle panche di legno proprio mentre esplodeva il rullio dei tamburi e rimbombava la grancassa e gli elefanti ingioiellati entravano in pista; e da allora in poi fu un caleidoscopio composito di riflettori rutilanti, con uomini che vociavano dentro megafoni, signore appese su in alto, con movenze di farfalle, tra nuvole di fumo di sigaretta, e uomini volanti che facevano la spola da un trapezio e l'altro, tra funi e pali vertiginosi, e leoni al morbido trotto circolare nei confini di una gabbia, con il domatore in brache bianche che gli esplodeva contro fumo e guizzi di

fiamma da una pistola d'argento. "Guarda!" gridavamo io e LR, spalancando gli occhi, trattenendo il fiato, ridacchiando, inframezzando gridolini di oh, ah, stupefatti, increduli, sedotti, eccitati. Strambi carrettini turbinavano lungo l'anello della pista, clown saltavano fuori da pareti in fiamme, i capelli ritti in testa come bastoni, trasformati da giganti in nani all'uscita dal bagno turco. L'orchestra strepitava, impazzava, assordava, e tutto era colore, calore, lustrini scintillanti e boati di folla. Ma, mentre lo spettacolo volgeva al termine, distolsi gli occhi, e scoprii un buco nel tendone alle mie spalle. E attraverso quel piccolo foro potevo vedere i vecchi prati, l fuori, col vento che li sfiorava, e le stelle che scintillavano in alto. Il vento freddo faceva fremere dolcemente la tenda. E, di colpo, girandomi verso la calda e clamorosa confusione che mi circondava, sentii freddo anch'io. Udii al mio fianco LR ridere, e intravidi, distanti, assai distanti, alcuni uomini pedalare su una bicicletta d'argento, in equilibrio su un filo sottile, nel vuoto, tanto, tanto in alto, col solo rullo dei tamburi a rompere il silenzio sospeso. E quando il numero fu finito, duecento clown irruppero fuori, bastonandosi a vicenda le teste con manganelli di gomma, e Linguarossa quasi rotolava dalla panca, dal convulso di risa. Io rimasi seduto, senza muovermi, e alla fine il mio amico si gir verso di me, mi guard e disse: "Ehi, che ti succede, Doug?". "Niente" risposi e mi riscossi. Guardai i rossi pali di sostegno del circo, le corde e i tiranti e le luci. Guardai i clown dalle facce infarinate, e mi costrinsi a ridere. "Guarda quello, LR, il ciccione l in fondo!" L'orchestra esegu La Vecchia Cavalla Grigia Non E' Pi Quella Di Prima. "Peccato, finito" disse LR senza fiato. Restammo seduti, mentre la gente si avviava all'uscita, commentando, ridacchiando, spintonandosi. Il tendone era saturo del fumo dei sigari, e gli strumenti dell'orchestra rimasero sul soppalco, momentaneamente capovolti e abbandonati, dopo l'ondata musicale che ci aveva assordato. Non ci muovevamo, perch nessuno dei due voleva che fosse finita. "Meglio che andiamo" disse LR, senza accennare ad alzarsi. "Aspettiamo" risposi, atono, guardando nel vuoto. Dopo quelle ore di colori strani e di musiche, mi sentivo il sedere indolenzito per la permanenza sulla dura panca di legno. Qualcuno stava cominciando a rovesciare le sedie impilandole una sull'altra. Iniziava la smobilitazione. Stavano sganciando i tiranti del tendone. Ovunque, il frastuono di cento rumori che sanzionavano l'afflosciarsi del circo. Il tendone era vuoto. L'unico pubblico eravamo noi due. Ci fermammo a met strada, col vento che ci soffiava la polvere negli occhi, con le foglie che volavano via dai rami. E il vento portava via le foglie morte e la processione di irrequieti, frettolosi ex spettatori. Le lampadine che facevano grappolo al tendone si spensero una a una, dopo un ultimo ammiccare. Salimmo in cima a un'altura vicina, e vi restammo nel buio pieno di vento, battendo i denti, osservando le luci azzurrine trasmigrare nell'oscurit, l'ondeggiare delle grandi sagome bianche degli elefanti, ascoltando imprecazioni di uomini, lo scatto dei picchetti strappati dal suolo... E poi, come un enorme mantice esausto, il tendone si afflosci a terra. Un'ora pi tardi, la strada ghiaiosa fu piena di auto, grossi furgoni e gabbie dorate. Il pallido prato rest vuoto. La luna si stava affacciando, e la brina inguainava ogni cosa che fosse bagnata. LR e io scendemmo lentamente fin sul prato, con nel naso l'odore di segatura. "Ecco tutto quello che rimasto" disse Linguarossa. "Segatura."

"Qui c' il buco di un picchetto" ribattei e indicai "L, ce n' un altro." "Non diresti mai che erano qui" medit LR. "E' come se te lo fossi solo immaginato." Nuova incursione del vento a strapazzare l'erba e a scuotere gli alberi. Non una luce, non un suono; anche gli ultimi odori del circo erano spariti. "Ulp!" esclam LR, strisciando i piedi. "Sai che battuta se non siamo a casa un'ora fa!" E sorrise. Ci avviammo lungo la deserta strada periferica, il vento che ci spingeva alle spalle, le mani sprofondate in tasca, la testa china. Costeggiammo il profondo silenzioso burrone, e poi abbordammo le viuzze della citt, rasentando case addormentate, ove, qua e l, veniva il suono smorzato di una radio, e c'era la voce di un ultimo grillo, e i nostri tacchi che rimbombavano sulle ruvide lastre di pietra al centro della lunga via, sotto lo smorto chiarore ondeggiante delle lampade ad arco su ogni angolo. Guardavo le case, i loro recinti di paletti, i tetti spioventi, le finestre illuminate. E guardavo ogni albero, ogni pietra sotto le mie scarpe, e LR che mi ciondolava al fianco, battendo i denti. E guardai anche il lontano orologio della torre municipale, che innalzava l'umido bianco quadrante verso la luna, tra il nereggiare dei grandi edifici municipali. "'Notte, Doug." Non risposi al saluto, e lasciai che LR si allontanasse lentamente lungo la via, tra le case di mezzanotte, e sparisse dietro un angolo pi in l. Scivolai su per le scale e fui a letto in un minuto, guardando dalla mia finestra la citt. Mio fratello Skip doveva avermi sentito piangere molto prima di decidersi ad allungare un braccio e tastarmi. "Che c' che non va, Doug?" mi chiese. "Niente" singhiozzai in sordina. "Solo il circo." Skip attese. Il vento sibilava attorno casa. "Il circo, perch?" "Il circo, niente. Solo che non torner pi." "Ma s che torner" assicur lui. "No, se n' andato. E non torner mai pi. E' sparito, l dov'era, non rimasto pi niente." "Cerca di dormire." Skip si gir dall'altra parte. Smisi di piangere. In qualche punto della citt, una manciata di finestre erano ancora illuminate. Gi alla stazione, una locomotiva mugg, si mosse e acceler per perdersi tra le colline. Io aspettai, nella stanza buia, trattenendo il respiro, mentre una a una, silenziose, le piccole remote finestre delle piccole case andavano oscurandosi. Stanlio e Ollio A lui venne istintivo di chiamarla Stanlio, lei trov automatico di chiamarlo Ollio. Questo fu il principio, e fu la fine, di ci che chiameremo l'idillio tra i due. Lei aveva venticinque anni, quando si incontraronoscontrarono a una di quei vacui ricevimenti, dove ognuno si chiede perch ci sia venuto. Ma nessuno se ne torna a casa, quindi tutti bevono troppo e mentono giurando che stato un pomeriggio fantastico. Come spesso accade, essi avevano ignorato la reciproca presenza nella sala affollata, e, qualora ci fosse stata una musica romantica a dare atmosfera alla loro collisione, il frastuono l'avrebbe resa inudibile. Perch ciascuno parlava con chi aveva davanti, e guardava qualcun altro. In effetti, in quel momento, i due si trovavano sballottati in mezzo a una foresta di gente, ma senza approdare ad alcuna ombra ristoratrice. Lui stava tentando di assicurarsi un drink

intensamente desiderato, lei cercava di depistare uno sconosciuto assetato di contatti, quando si trovarono di fronte nel bel mezzo dell'inutile folla. Entrambi, all'unisono, vollero cedersi il passo, spostandosi a sinistra e a destra senza risolvere il faccia a faccia, poi scoppiarono a ridere, e lui, d'impulso, afferr l'estremit della propria cravatta e ne sventol i lembi, arpeggiando le dita. Di rimando, sorridendo, lei sollev la mano a rialzarsi i capelli in un ciuffo scompigliato, sbattendo le palpebre e facendo una faccia come se l'avessero picchiata in testa. "Stanlio!" esclam lui, riconoscendo la mimica. "Ollio!" "Perch non fai qualcosa per aiutarmi?!" continu lui, facendo ampi gesti esasperati. Si afferrarono per le braccia, ridendo. "Io..." disse lei, irradiando giocondit. "Io... io so il posto esatto, a poco pi di tre chilometri da qui, dove Laurel e Hardy, nel novecentotrenta portarono su e gi per centocinquanta scalini quella gabbia con dentro il pianoforte!" "Be'!" grid lui. "Che aspettiamo ad andarci?" Sbatterono le portiere della sua auto, il motore rugg. Los Angeles sfil via nel sole del pomeriggio avanzato. Egli fren dove lei gli disse di parcheggiare. "Qui!" "Non riesco a crederci" mormor, le mani sul volante. Guard il cielo al tramonto. Ai piedi della collina, le luci di Los Angeles andavano animandosi. Accenn col capo. "Sono quelli i gradini?" "Tutti i centocinquanta spaccati." La ragazza scese dalla macchina. "Vieni, Ollio." "Arrivo, Stanlio." Raggiunsero la base di un'altra gobba del terreno, e guardarono la ripida sequenza degli scalini di cemento verso il cielo. Un sottilissimo velo di lacrime sfior gli occhi dell'uomo. Lei fu portata a fingere di non accorgersene, ma gli prese il gomito. Con voce stupendamente sommessa, lo sollecit: "Vai su. Coraggio, sali". E gli diede una piccola spinta. Lui cominci la scalata, contando sottovoce, e, a ogni gradino, il suo conteggio assumeva un decibel di gioia. Quand'ebbe raggiunto il 57 scalino, era gi un ragazzo che aveva scoperto un nuovo, meraviglioso gioco. Si sentiva perduto nel tempo, e che fosse lui a trasportare su il piano o fosse il piano a inseguirlo in discesa, non avrebbe saputo dirlo. "Fermati l," la sent gridare dal basso "l dove sei!" Rest, un poco instabile, sul 58 gradino, sorridendo felice. "Okay," aggiunse lei "adesso torna gi!" Egli inizi la discesa, colorito in viso, con una speciale sensazione nel petto, di una felicit che era quasi dolorante. Adesso, gli pareva di sentire il pianoforte che lo incalzava alle spalle. "Rimani li, adesso, su quello scalino!" La donna aveva in mano una macchina fotografica. Istintivamente, lui si port la mano alla cravatta che agit nell'aria della sera. "Adesso, io!" grid lei, e sal in volata porgendogli la macchina. E lui discese, guard su, e la scorse, nel suo arruffare la crocchia sulla testa e assumere l'aria desolata e interrogativa di Stanlio, tradito dalla vita ma pieno d'amore per la vita. Scatt la foto, desiderando di restare li per sempre. Lei venne gi lentamente e lo scrut in viso. "Ma come?" sussurr. "Stai piangendo!" Gli appoggi i pollici sotto gli occhi per eliminare le lacrime. Poi assaggi il risultato. "Si," disse "lacrime vere." Lui la guard negli occhi, che erano bagnati quasi quanto i suoi.

"Un altro bel pasticcio in cui ci hai messi" comment. "Oh, Ollio!" "Oh, Stanlio." La baci, con tenerezza. E poi le disse: "Ora che ci conosciamo, sar per sempre?". "Per sempre" conferm lei. E fu cos che cominci la lunga storia d'amore. Avevano, naturalmente, nomi veri, sanzionati dall'anagrafe, ma quei nomi non hanno alcuna rilevanza, in quanto Stanlio e Ollio si dimostrarono sempre i nomignoli migliori di chiamarsi fra loro. Per il semplice fatto che lei era sotto peso di un sette chili, e lui tentava di continuo di indurla a recuperarli, e per l'altra semplice circostanza che lui era un dieci chili sopra il peso forma, e lei non cessava di insistere perch si togliesse di dosso qualcosa di pi che non fossero le scarpe. Ma i tentativi non avevano effetto alcuno, e alla fine divent un gioco, il pi gaio dei giochi, con la seguente conclusione: "Tu sei Stanlio, innegabilmente, e io sono Ollio. Arrendiamoci alla realt. E, santo Dio, ragazza mia, godiamo questo pasticcio, questo meraviglioso controsenso, finch ci siamo dentro!". E fu, allora, finch dur, un parfait francese, una perfezione americana, una felice follia che li avrebbe tenuti avvinti fino all'ultimo fiato di vita. A partire da quell'ora del crepuscolo su quei gradini del pianoforte, i loro giorni divennero lunghi, spensierati e pieni di quella sorprendente festosit che scandisce l'inizio e il prorompente decorso di ogni grande amore. Essi smettevano di ridere solo per il tempo necessario a baciarsi, e smettevano di baciarsi solo per aver modo di ridere per quanto strano e miracoloso risultasse di trovarsi a letto insieme, senza l'impaccio di indumenti, su un letto vasto come la vita e bello quanto un mattino. E sedendo tra il caldo biancore, egli chiuse gli occhi, scosse la testa e dichiar pomposamente: "Non ho proprio niente da dire!". "S, invece!" esclam lei. "Dillo!" Glielo disse, e caddero dall'orlo della terra. Il loro primo anno fu mitico e favoloso, un puro sogno, che sarebbe ingigantito nel ricordo di trent'anni dopo. Essi andavano a vedere nuovi e vecchi film, ma soprattutto quelli di Stan Laurel e Oliver Hardy. Ne conoscevano a memoria le sequenze migliori, e di notte le reinterpretavano, vagabondando in macchina per Los Angeles. L'uomo la viziava, considerandone l'infanzia, sbocciata a Hollywood, assolutamente eccezionale, e lei lo adulava, fingendo che le corse sui pattini a rotelle fatte dal suo uomo davanti agli studi di produzione non appartenessero al passato, bens al loro presente. E glielo dimostr una sera. Come se fosse stata assalita da un ricordo, volle sapere dove lui, filando sui pattini a rotelle, da ragazzo, si fosse scontrato con W.C. Fields. Dove avesse chiesto a Fields l'autografo, e dove Fields gli avesse firmato l'album, esclamando: "Sei contento, adesso, piccolo pirata della strada?". "Portamici" gli impose. E alle dieci di quella sera, erano scesi di macchina davanti agli studi della Paramount, ed egli aveva indicato un punto del marciapiede vicino all'entrata, dicendo: "Lui era qui" e lei lo aveva preso tra le braccia e l'aveva baciato, e aveva insistito dolcemente: "E dove stato che ti scattarono la foto assieme a Marlene Dietrich?". L'aveva portata a una ventina di metri pi in l. "Era quasi il tramonto" aveva rievocato. "Marlene si trovava proprio qui." Si era guadagnato un altro bacio, pi lungo questa volta, con la luna spuntata - come per un tocco magico - a riempire

la strada davanti alla deserta Paramount. L'anima di lei era fluita in lui, come una fontana traboccante, ed egli l'aveva accolta e ricambiata lietamente. "Adesso," aveva proseguito la donna, a bassa voce "dove stato che vedesti Fred Astaire nel novecentotrentacinque, e Ronald Colman nel novecentotrentasette, e Jean Harlow nel novecentotrentasei?" E lui l'aveva accompagnata in quei tre posti, in una Hollywood di mezzanotte, e lei lo aveva baciato, lunghissimi baci che non finivano mai. E quello fu il primo anno, durante il quale i due si recarono, almeno una volta al mese, a salire e scendere l'interminabile gradinata della sequenza del pianoforte, sostando a mezza via per picnic a base di champagne, e facendo una scoperta incredibile. "Penso che sono le nostre bocche" disse lui. "Prima di conoscere te, non mi ero reso conto di avere una bocca. La tua la pi stupefacente del mondo, e mi fa sembrare che anche la mia sia meravigliosa. Prima che ti baciassi io, eri mai stata baciata veramente?" "Mai!" "Nemmeno io. Aver vissuto tanto a lungo e non conoscere le nostre bocche!" "Cara bocca" disse la giovane. "Taci e baciami." Ma poi, alla fine del primo anno, scoprirono una cosa anche pi incredibile. Lui lavorava in un'agenzia pubblicitaria, ed era inchiodato sul posto, inamovibile. Lei lavorava in un'agenzia di viaggi, e presto avrebbe trascorso pi tempo in aereo che a casa. Rimasero entrambi stupefatti di non essersene mai resi conto prima. Ma ora che il Vesuvio, dopo l'eruzione incandescente, cominciava a lasciar raffreddare la sua lava, essi, una sera, sedettero e si guardarono, e lei disse, con voce piccola piccola: "Addio...". "Cosa?" esclam lui. "Posso vedere l'addio che si avvicina." La guard in volto, che non era triste come quello di Stanlio nei film, ma triste come lo era lei. "Mi sento... come la fine di quel romanzo di Hemingway, dove due - un uomo e una donna - sono fuori, ed quasi sera, e dicono come sarebbe se potessero andare avanti cos per sempre, ma sanno ormai che non potranno" prosegu lei. "Stanlio, il nostro non un romanzo di Hemingway, e non pu essere la fine di tutto. Tu non mi lascerai mai." Ma era una domanda, non un'affermazione, e di colpo ella si mosse, sotto lo sguardo perplesso di lui, che le domand: "Che ci fai adesso l a terra?". "Niente. Solo, mi sto inginocchiando sul pavimento, per chiedere la tua mano. Sposami, Ollio. Vieni in Francia con me. Ho trovato un nuovo lavoro a Parigi. No, non dire nulla. Taci. Nessuno deve sapere che quest'anno ho messo via i soldi sufficienti per aiutarti mentre scriverai il grande romanzo americano..." "Ma..." obiett lui. "Ma..." ripet lei. "Avresti la tua portatile, risme di carta per dattilografia, e me. Dillo, Ollio, dillo che verrai con me. Che diavolo, non sposarmi, vivremo in peccato, ma vieni via con me, vuoi?" "Per assistere alla nostra agonia e, nel giro di un anno, seppellirci a vicenda?" "Ti terrorizza tanto, Ollio? Non credi in me o in te, o in niente? Dio, perch gli uomini devono essere cos vigliacchi, e perch diavolo hai la pelle cos delicata, e hai paura di una donna quasi fosse una scala su cui arrampicarti, temendo di perdere l'equilibrio? Ascolta, ho molto da fare, e tu vieni con me. Non posso lasciarti qui, cadresti gi da quelle maledette scale. Ma se dovr farlo, lo far. Voglio tutto oggi, non

domani. Tutto vuol dire te, Parigi e il mio lavoro. Il tuo romanzo richieder tempo, ma lo scriverai. Quindi, o tu lo scrivi qui maledicendo te stesso, oppure andiamo a vivere insieme in un buco senza riscaldamento nel Quartiere Latino, lontani da qui. Questa la mia unica e irripetibile offerta, Ollio. Non te l'ho mai fatta prima d'ora, non te la far mai pi di nuovo, e il pavimento duro per le mie ginocchia. Allora?" "Un discorso del genere lo abbiamo mai fatto?" domand lui. "Una dozzina di volte, l'anno scorso, ma tu non hai mai ascoltato, eri del tutto sordo." "No, innamorato e sordo. Disperato." "Hai un minuto per decidere. Sessanta secondi." E la donna guard l'orologio che aveva al polso. "Alzati da quel pavimento" preg lui, imbarazzato. "Se lo faccio, per andare alla porta e andarmene" lo ammon. "Ti restano quarantacinque secondi, Ollio." "Stanlio" gemette l'uomo. "Trenta" lei lesse sull'orologio. "Venti. Ho gi un ginocchio su dal pavimento. Cinque. Un secondo." Ed era in piedi. "Ma come siamo arrivati a questo?" implor lui. "Ecco. Mi sto dirigendo alla porta. Non lo so. Forse ci ho pensato di pi di quanto osassi o volessi rendermene conto. Noi, Ollio, siamo creature speciali e stupende, e non credo che tu e io ne potremo mai incontrare di simili al mondo, almeno per noi due, a meno che non stia mentendo a me stessa, e probabilmente lo sto facendo. Per devo andarmene, e tu sei libero di venire con me. Ma questa situazione non riesco o non so affrontarla. E adesso..." allung un braccio "la mia mano sulla porta, e..." "E?" interrog l'altro, in un sussurro. "Piango." L'uomo fece per scattare in piedi, ma lo ferm il cenno di diniego di lei. "No, non farlo. Se mi tocchi, croller e al diavolo tutto. Me ne vado. Ma una volta all'anno sar il giorno della remissione delle colpe, o come diavolo vorrai chiamarlo. Una volta all'anno io sar su quelle scale, senza pianoforte, alla stessa ora di quella notte in cui ci andammo per la prima volta, e se tu sarai l a incontrarmi, io ti rapir, o tu rapirai me, ma non portarti dietro il tuo maledetto saldo del conto in banca, n ti illuderai di baciarmi." "Stanlio..." "Mio Dio" gemette desolata lei. "Che c'?" "Questa porta sembra inchiodata. Non riesco a smuoverla." Piangeva. "Ah, ecco." Il pianto aument. "Non ci sono pi." La porta si richiuse alle sue spalle. "Stanlio!" Lui corse alla porta, ne impugn la maniglia. Che era bagnata. L'uomo si port le dita alle labbra, assaporandone il sale delle lacrime, poi spalanc l'uscio. Il pianerottolo era gi deserto. L'aria dove lei era passata stava rifluendo verso di lui. Echeggi un tuono, come quando due nubi si scontrano. C'era una promessa di pioggia. Ollio torn ai gradini ogni 4 ottobre, per tre anni di fila, ma lei non c'era. Poi, se ne dimentic per due anni, ma nell'autunno del sesto si ricord; verso il tramonto torn alla scalinata e la risal, perch c'era qualcosa a met ascesa, ed era una bottiglia di ottimo champagne, con su un nastro e un biglietto, messi l da qualcuno, e il biglietto diceva: "Ollio, Ollio caro. Data ricordata. Ma a Parigi. La bocca non pi la stessa, ma felice. Con affetto, Stanlio". Dopo di ci, egli lasci passare ogni ottobre senza pi andare su quei gradini. Il rumore di quel pianoforte che scivolava gi da quell'erta, lui lo sapeva, lo avrebbe posseduto e l'avrebbe portato dove... Dove, non lo sapeva.

E questa fu la fine, o quasi la fine, del grande amore fra Stanlio e Ollio. Ma, per un benigno caso, con un'appendice. Quindici anni pi tardi, durante un viaggio attraverso la Francia, lui, in un crepuscolo, stava passeggiando per gli Champs Elyses, assieme alla moglie e alle due figlie, quando vide venirsi incontro quella bella donna, accompagnata da un uomo pi anziano e sobriamente elegante, e da un ragazzo sui dodici anni, dai capelli scuri, ovviamente loro figlio. Mentre si incrociavano, un identico sorriso illumin, nello stesso istante, le loro facce. Egli sfarfall per lei i lembi della cravatta. Lei si port una mano in testa, per lui. Non si fermarono. Continuarono a camminare in direzioni opposte. Ma egli la sent dire, in un'eco che superava la distanza, le ultime parole, quelle che non avrebbe mai pi ascoltato: "Un altro bel pasticcio in cui ci ha cacciati!". E poi, lei aggiunse il vecchio nome familiare con cui l'aveva battezzato negli anni del loro amore. Ed era lontana, un'altra volta. Le sue figlie e la moglie lo guardarono, e una delle ragazze disse: "Ma quella signora non ti ha chiamato Ollio?". "Quale signora?" finse lui. "Pap!" intervenne l'altra figlia, guardandolo in faccia. "Stai piangendo!" "No." "S, invece! Non vero, mamma?" "Vostro padre," disse sua moglie "come ben sapete, si commuove anche quando sfoglia le guide del telefono." "No" ribatt lui. "Solo centocinquanta gradini e un pianoforte. Fatemi memoria, voi ragazze, di farveli vedere, un giorno o l'altro." Proseguirono nella passeggiata, ed egli si volt a guardare indietro per un'ultima volta. La donna col marito e il figlio si era girata nello stesso istante. Forse, a lui parve di vederle le labbra pronunciare le parole mute, Arrivederci, Ollio. Ma forse era solo un'impressione. Sent le proprie labbra dire in silenzio: Addio, Stanlio. E si allontanarono, l'una dall'altro, lungo gli Champs Elyses, nell'ultima luce del sole di ottobre. Suppongo tu ti stia chiedendo perch siamo qui Quando lui arriv, il ristorante era vuoto. Era presto, soltanto le sei. La folla, se fosse venuta, si sarebbe fatta viva pi tardi, il che gli andava benissimo, dato che gli restava almeno una dozzina di cose urgenti da fare. Si guard le mani sistemare i tovaglioli davanti ai tre coperti, poi allineare e rettificare la posizione dei bicchieri da vino, modificare e ricomporre i coltelli, forchette e cucchiai, quasi fosse lui il maitre o una sorta di mago supervisore. Si sent borbottare sommessamente, tra s, una specie di cantilena vacua, che accompagnava l'esecuzione di un incantesimo, perch in realt egli non sapeva come fare tutto quello, ma sapeva che doveva essere fatto. Stapp personalmente la bottiglia del vino, mentre i padroni del ristorante, discretamente in disparte, parlottavano con lo chef, accennando col capo verso il maniaco di turno. Di turno, per fare che? Non lo sapeva neanche lui. La sua stessa vita? Assolutamente no. Neanche per idea. Non questa volta, almeno. Ma questa sera, in un modo o nell'altro, doveva esserci un cambiamento. Una sera che, per lo meno, avrebbe potuto dargli qualche risposta o un po' di pace.

Vers in un bicchiere due dita di vino, che annus, assaggi, chiudendo gli occhi, in attesa che il gusto parlasse: "Buono. Non eccelso, ma buono". Rettific, per la terza volta, la dislocazione delle posate, pensando: "Ho due problemi. Le mie figlie che potrebbero benissimo essere due marziane dimoranti su quel pianeta. E mia madre e mio padre, il problema pi grande di tutti". Perch i suoi genitori erano morti da vent'anni. Non aveva importanza. Se egli pregava, se implorava in silenzio, se li sollecitava a venire, con enorme forza di volont, controllando i battiti del cuore e la mente irrequieta, concentrando il pensiero sul prato al di l delle finestre, la cosa sarebbe accaduta. Sua madre e suo padre avrebbero riciclato la loro polvere, risorgendo, avrebbero camminato, passeggiato lungo le vie notturne, tre isolati pi in l, e sarebbero entrati in questo ristorante, entrati materialmente, come se... "Oh Dio," pens "non ho ancora bevuto un bicchiere di vino, e gi..." Gir bruscamente sui tacchi e usc all'aperto. L, nell'incipiente sera d'estate, lasciando socchiusa la porta schermata del ristorante, guard lungo la strada che imbruniva, verso i cancelli del cimitero. S. Quasi pronto. Lui lo era, cio, quasi pronto. Ma... loro? Era il momento adatto? Per lui, certamente, ma... I tovaglioli ben sistemati, le posate allineate quali simboli della loro funzione indispensabile, il buon vino in attesa sul tavolo, tutto questo avrebbe effettivamente raggiunto lo scopo? "Vedi di piantarla" pens, e distolse lo sguardo dal lontano ingresso al cimitero, per posarlo sulla cabina del telefono l a due passi. Si allontan dalla soglia del ristorante, entr nella cabina, introdusse il gettone nella scanalatura e form un numero. Risuon dalla segreteria telefonica la voce di sua figlia. Egli chiuse gli occhi e riappese il microfono, senza lasciare messaggi. Prov con un altro numero. La seconda figlia non rispondeva. Riattacc, lanci un'occhiata conclusiva a quel cimitero che pareva tanto distante nell'oscurit incombente, e torn in fretta dentro il ristorante. Al tavolo, ricontroll tutto da capo, i bicchieri, i tovaglioli, le posate, toccando, toccando di nuovo, spostando e rimettendo a posto, quasi a dare energia al complesso, a far s che tutti gli oggetti, e se stesso, fossero plausibili e "credessero". Poi, sedette, annu, fiss intensamente le posate, i piatti, i bicchieri, inspir a fondo tre volte, chiuse gli occhi, e preg con appassionata dedizione, aspettando. Sapeva che se fosse rimasto l seduto il tempo necessario, se avesse avuto fede sufficiente... Essi sarebbero arrivati, avrebbero preso posto, salutandolo come sempre; sua madre lo avrebbe baciato su una guancia, suo padre gli avrebbe afferrato la mano, stringendogliela forte, le effusioni ad alta voce si sarebbero poi acquietate, e quest'ultima cena in quel ristorante di una piccola citt avrebbe avuto finalmente inizio. Passarono due minuti. Lui sentiva sul polso il ticchettio dell'orologio. Niente. Un altro minuto. L'uomo ascolt il proprio respiro accelerare. Si costrinse a tenere gli occhi chiusi. "Adesso" pens. "Adesso, dannazione. Entrate!" Il cuore diede un tonfo. La porta d'ingresso del ristorante si apr. Non alz gli occhi, li tenne stretti, domin il respiro. Qualcuno si stava dirigendo verso il suo tavolo. Vi giunse. Qualcuno che si chinava a guardarlo. "Pensavo che non ci avresti mai pi invitati a cena" disse sua madre. Egli apr gli occhi, nell'istante in cui lei si curvava per baciarlo sulla fronte.

"Un bel pezzo che non ci si vede!" Suo padre gli afferr la mano, stringendogliela forte. "Come va, figliolo?" Il figliolo si alz di scatto, evitando per un pelo di rovesciare la bottiglia di vino. "Bene, pap. Ciao, mamma! Sedetevi, mio Dio, oh, mio Dio, sedetevi!" Ma i genitori non si sedevano, restavano in piedi, a guardarsi l'un l'altra con una specie di violento sbalordimento, finch: "Non agitarti in questo modo, siamo soltanto noi" disse la madre. "Lo so, passato un bel po' di tempo da quando ci chiamasti. Noi..." "S, un bel po' di tempo" conferm il padre, che ancora gli tratteneva la mano in una morsa di ferro. Strizz l'occhio, per dimostrare che non c'erano problemi... "Ma noi capiamo. Hai un sacco da fare. Stai bene, ragazzo?" "Sto bene. Cio... ho sentito la vostra mancanza!" E abbranc i due d'impulso, e li strinse a s, con gli occhi umidi. "E voi come ve la siete..." si interruppe e arross. "Voglio dire..." "Non essere imbarazzato, figliolo" disse il padre. "Stiamo magnificamente. Per un po' stata dura, a essere sinceri, era tutto cos nuovo. Come diavolo puoi descriverlo? Non ci riesci, quindi non..." "George, per l'amor di Dio, smettila di scherzare, e sediamoci" ammon la madre. "Il nostro tavolo questo" precis il figlio indicando i tre posti vuoti. Si rese conto in quel momento di essersi scordato di accendere le candele, e si affrett a farlo, con mani che tremavano. "Ma sedetevi. Vi verso un po' di vino!" "Tuo padre non dovrebbe bere vino" cominci a dire la mamma. "Per favore!" protest il padre. "Non fa alcuna differenza, adesso!" "Gi, me ne dimenticavo." La madre avvertiva un leggero, strano imbarazzo, quasi avesse appena indossato un vestito nuovo le cui cuciture fossero storte. "Continuo a scordarmelo." "E' la stessa cosa che dimenticarsi di essere vivo." E il padre abbai una risata. "La gente vive settant'anni, e dopo un po' non se ne accorge. Si scorda di dire, diavolo, sono vivo! Quando ti succede cos, potresti benissimo essere..." "George" implor sua moglie. "Guardala sotto questo punto di vista" insist il padre, sedendosi e lasciando moglie e figlio in piedi. "Prima di nascere, sei in una condizione. Quando vivi, sei in una seconda condizione. E dopo che sei passato di l, ecco la terza condizione. In ognuna di esse dimentichi di accorgertene, dici: "Ehi, sono in prima base, sono sulla seconda!". Be', accidenti, noi due siamo in terza base e, come dice tua madre, spesso le succede di scordarselo. Posso avere tutto il vino che voglio!" Vers vino a tutti e tre, e bevve il suo, molto, troppo in fretta. "Non male" sentenzi. "Come sarebbe a dire?" scatt il figlio, che subito si morse la lingua. Suo padre, per, non aveva sentito e batt con la mano sulla sedia che aveva vicina: "Mettiti qui, Ma'!". "Non chiamarmi Ma'! Il mio nome Alice!" "AliceMa', siediti qui!" La madre scivol a prender posto su un lato del tavolo, il figlio la imit sedendole di fronte, col padre a capotavola. Per la prima volta, dopo che si furono accomodati, il figlio ebbe modo di vedere realmente cosa indossavano i suoi genitori. Suo padre indossava una giacca di tweed, pantaloni alla zuava, da golf, e un vivace paio di calzettoni. Scarpe di uno

sbiadito color arancione bruciato, lucidissime, la cravatta era nera a righine color mandarino, e in testa esibiva un cappello a falda larga, di una qualche stoffa di tweed marrone, che sembrava nuovo di zecca. "Sei elegantissimo, pap. Mamma..." Lei indossava la sua giacca del tailleur della festa, un capo di lana grigia, sopra una camicetta di seta bianca e azzurra. Al collo un foulard celeste. Completava l'abbigliamento un cappellino a cloche, tanto simile a un fungo, di quelli un tempo preferiti dalle matrone in et, assicurato alla capigliatura permanentata da spilloni. "Dov' che ho gi visto questi vostri vestiti?" domand il figlio. Ma prima che potessero rispondergli, egli ricord una fotografia, se stesso e suo fratello sul prato davanti a casa, in occasione di uno dei passati Memorial Day o 4 luglio, molti anni prima. Eccoli l in posa, scambiandosi pizzicotti di nascosto, con calzoni alla zuava, giacchetta e berretto, e i loro genitori in seconda fila, strizzando gli occhi sotto un sole che sarebbe durato per sempre. Il padre, avendogli letto nel pensiero, conferm: "Subito dopo la funzione nella Chiesa Battista, a Pasqua, a mezzogiorno, millenovecentoventisette. Indossavo la tenuta da golf. A Ma' vennero le convulsioni". "Di che state spettegolando, voi due?" La madre frug nella borsetta, ne estrasse uno specchio con il quale verific il rossetto sulle labbra, regolandolo col mignolo. "Niente, Ma'Alice." Il genitore si riemp di nuovo il bicchiere, ma questa volta, vedendo che il figlio lo osservava, bevve il vino pi lentamente. "Non male, quando ci hai fatto la bocca. Non ti impiomba lo stomaco, comunque. Direi che ricorda un po' il whisky. Dov' il men? Ah, qui. Vediamo che cosa passa il convento." Ci mise parecchio a sbirciare la lista sotto diverse angolazioni. "Che sono 'sti piatti scritti in francese?" esclam poi. "Perch non si degnano di usare l'inglese? Chi credono di essere?" "Ma in inglese, pap. Guarda qui." E il figlio sottoline con l'unghia diverse voci. "Al diavolo," brontol l'altro, aguzzando gli occhi "perch non lo dicono che bilingue?" "Pa'," disse la madre "deciditi, non hai che da leggere l'inglese e scegliere che cosa vuoi mangiare!" "E' sempre stato un problema, per me, scegliere. Voi che ordinate? Che cosa sta mangiando l'uomo a quel tavolo l?" Il vecchio allung il collo verso un tavolo non lontano dal loro. "Sembra appetitoso. Penso mi far portare quello." "Tuo padre," comment lei "ha sempre ordinato in questo modo. Se quel signore stesse mangiando chiodi da tappezziere e cotiche di maiale, lui se li farebbe servire." "Me ne ricordo, infatti" concord il figlio, abbassando la voce, e bevve il suo vino. Trattenne il fiato e poi espir. "Tu, mamma, che prendi?" "Che prendi tu, figliolo?" "Bistecca alla griglia..." "Anch'io, allora, per non creare problemi." "Ma non c' problema, mamma. Sulla lista ci sono tre dozzine di piatti!" "No" disse la madre, e depose sul tavolo il men, coprendolo col tovagliolo, quasi si trattasse di un cadaverino. "Va bene cos. I gusti di mio figlio sono i miei gusti." Egli sollev la bottiglia del vino, e si rese conto solo allora che era vuota. "Possibile?" si stup. "Ce la siamo bevuta tutta?" "Chiss chi stato? Fanne portare un'altra, ragazzo. Intanto, mentre arriva, prendi un po' del mio vino." Il padre

vers met del proprio bicchiere in quello vuoto del figlio. "Di questa roba, potrei berne una zuppiera." Un'altra bottiglia fu portata, stappata e versata. "Tanti saluti al tuo fegato" disse la madre. "E' per portar jella o per fare un brindisi?" domand il marito. Mentre bevevano, il figlio ebbe la netta percezione che la serata gli stava sfuggendo di mano; non stavano affatto parlando delle cose che tanto gli stavano a cuore. "Alla tua salute, figliolo!" "E alla tua, pap. Alla tua, mamma!" E di nuovo, dovette interrompersi, arrossendo, ricordando di colpo quel prato in fondo alla strada, da cui i suoi genitori erano usciti, quel luogo silenzioso di monumenti di marmo, con i nomi incisi sui frontoni alla greca, e con troppe croci e neanche la met di angeli. "Alla vostra salute" ripet sommessamente. Anche sua madre si decise a sollevare il bicchiere e assaggiarne il contenuto, con la circospezione di un topo di campagna. "Ah!" Storse il naso. "Quant' aspro!" "No, mamma, solo il gusto di cantina. Non un vino scadente..." "Se tanto buono," ribatt lei "perch lo mandate gi cos in fretta?" "Moglie" esclam il padre. "Sei grande!" E scoppi in una risata, applaud, e si protese sul tavolo con finta sollecitudine. "Suppongo tu ti stia domandando perch siamo qui" disse rivolto al figlio. "Non sei stato tu a invitarci, marito mio. E' stato lui. Tuo figlio." "Stavo scherzando, moglie. Bene, figliolo, perch l'hai fatto?" Lo fissarono entrambi, in attesa della risposta. "Perch ho fatto che cosa?" "Farci venire qui." "Oh, gi..." Il figlio riemp di nuovo il suo bicchiere. Stava cominciando a sudare. Si asciug labbra e fronte col tovagliolo. "Un momento..." disse "mi verr in mente..." "Non fargli fretta, pap, lascia che nostro figlio ci pensi su." "Certo, certo" rispose il padre. "Ma non mica stato facile per noi vestirci, e trovare il momento di venire qui. Come non bastasse..." "Pap!" "No, Alice, lasciami finire. Figlio mio, caro ragazzo, quel posto dove ci hai messi non dei migliori." "Va benissimo" lo contraddisse sua moglie. "Neanche per idea, e lo sai meglio di me." Il vecchio impugn una forchetta e tracci sulla tovaglia il disegno di quel posto. "E' troppo maledettamente sacrificato, troppo lontano da tutto. Non c' vista. E, mio Dio, non parliamo del riscaldamento, un disastro!" "Be', effettivamente, d'inverno fa freddo" ammise la madre. "Un freddo del diavolo. Tanto da aprire crepe in tutto lo spessore del marmo. Ah, un'altra cosa: qualcuno dei nostri vicini proprio antipatico." "Quando mai, dove e comunque, ti sono andati a genio chi ci abitava accanto?" ribatt sua moglie. "Se quelli traslocavano, tu dicevi: "Grazie a Dio". Se arrivava gente nuova: "Oh, mio Dio, ahim" dicevi." "Be', questi di adesso sono i peggiori. Invadenti e prepotenti. Figliolo, puoi metterci rimedio?"

"Rimedio?" fece lui, e pens: "Santo Cielo, non si rendono conto da dove vengono, n in che posto sono da vent'anni, non riescono a capire perch faccia freddo...". "D'estate fa troppo caldo" prosegu il padre. "Ti senti sciogliere. Non guardarmi in quel modo, Mamma. Il ragazzo vuole sentire. Far lui qualcosa al riguardo, vero, figliolo? Ci trover un posto nuovo..." "S, pap." "Hai il mal di testa, ragazzo?" "No." Riapr gli occhi, e allung la mano verso la bottiglia. "Me ne occupo io. Prometto." "Mi domando" pens "se si mai spostato qualcuno da un posto come quello a un altro posto, e tutto per una panoramica migliore e per vicini pi simpatici? La legge lo consente? E dove potrei portarli? Dove potrebbero andare? A Chicago Nord, forse? C'era un posto, l, su una collina..." In quel momento arriv il cameriere a prendere le ordinazioni. "La stessa roba che prende lui." E la madre indic il figlio. "La stessa cosa che sta mangiando quel signore l" disse il padre. "Bistecca alla griglia" disse il figlio. Il cameriere se ne and, torn, li serv, ed essi cominciarono a mangiare veloci veloci. "Cos'? Una gara di velocit?" "Rallenta, figliolo. Mastica bene." All'improvviso i piatti furono vuoti. Era passata un'ora esatta quando il figlio depose forchetta e coltello e fin il suo quarto bicchiere di vino. E di colpo, il viso gli si apr in un gran sorriso. "Adesso ricordo!" grid. "Voglio dire, mi venuto in mente perch vi ho fatti venire qui!" "Allora?" chiese sua madre. "Sputa fuori, figliolo" disse suo padre. "Ecco, io..." "S?" "Io..." "S, s?" "Io," disse il figlio "vi voglio bene." Le sue parole spinsero i genitori a ridosso dello schienale della loro sedia. Le loro spalle si afflosciarono, ed entrambi si sbirciarono con la coda dell'occhio, in silenzio, a testa bassa. "Diavolo, figliolo" mormor il padre. "Questo lo sappiamo." "Anche noi ti vogliamo bene" conferm la mamma. "S" fece eco, a bassa voce e con convinzione, il marito. "Certo." "Ma cerchiamo di non pensarci" prosegu la donna. "Ci rende troppo infelici quando tu non ci telefoni." "Mamma!" esclam il figlio, e si trattenne dall'aggiungere: "Hai dimenticato di nuovo!". Invece, assicur: "D'ora in poi, mi far vivo pi spesso". "Non ce n' bisogno" disse suo padre. "S, invece, credetemi, manterr i contatti!" "Non fare promesse che non puoi mantenere, ecco cosa ti dico. Ma adesso," insist il vecchio, e si vers altro vino "per quale altro motivo volevi vederci?" "Quale altro motivo?" Non credeva alle proprie orecchie. Non era abbastanza che avesse dichiarato il suo grande ed eterno affetto...? "Be'...!" ed esit. Lo sguardo gli si diresse, incerto, oltre la finestra verso la silenziosa cabina telefonica da dove aveva fatto quelle chiamate. "Il problema dei figli sapete..." "Per Dio!" esplose il vecchio. "I figli! Ma sicuro! Come ho fatto a non ricordarmene? Com' che si chiamavano?" "Figlie, non figli!" corresse la moglie, dandogli una gomitata. "Cosa hai nel cervello?"

"Se non sai cosa ho nel cervello da vent'anni a questa parte, non lo saprai mai." Il padre si rivolse al figlio. "Ragazze, naturalmente. Oramai, devono essere signorine del tutto. Erano ranocchiette, l'ultima volta che le vedemmo..." "Lascia che ci parli di loro" lo interruppe la moglie. "C' poco da dire." Il figlio si ferm, impacciato. "Cio, ce n' un sacco. Ma non serve a nulla." "Tu provaci" insist suo padre. "Certe volte..." "S?" "Certe volte," prosegu lui, lentamente, a occhi bassi "ho la precisa sensazione che le mie figlie, capitemi bene, che le mie figlie non ci siano pi, e che voi siate vivi! Ha senso questo?" "Ne ha tanto quanto ne ha la maggioranza delle famiglie" sentenzi il padre, tirando fuori, spuntando e mettendosi tra le labbra un sigaro. "Tu, figliolo, hai sempre fatto discorsi un po' buffi." "Pa'!" ammon la moglie. "Be', li faceva e li fa, accidenti! Discorsi buffi, ecco. Ma vai avanti, continua, e mentre parli versami un po' di vino. Coraggio!" Suo figlio gli vers da bere, e prosegu: "Non riesco a inquadrarle. Cos, ho due problemi. Ecco perch vi ho chiamati. Problema numero uno: sento la vostra mancanza. Problema numero due: mi mancano loro. Ecco un bel quiz a cui trovare la risposta. Come pu essere una roba del genere?". "Dal modo come la presenti..." arrischi il padre. "Cos la vita" disse la madre, annuendo, con espressione assai saggia. "E' tutto qui il consiglio che sapete darmi?" grid loro figlio. "Devi perdonarci! Sappiamo che ti sei preso un sacco di disturbo, la cena stata ottima, il vino grandioso, ma siamo fuori esercizio, figliolo. Non riusciamo neanche a ricordare come eri tu! Quindi, che aiuto possiamo darti? Non possiamo!" Il vecchio accese un fiammifero, ne guard la fiamma toccare la punta del sigaro. "No, ragazzo mio. Tanto pi che abbiamo un altro problema. Mi ripugna accennarvi. Non so come dirtelo..." "Quello che tuo padre intende..." "No, lascia che lo dica io, Alice. Spero che tu la prenda con lo stesso spirito cordiale con cui te la offro, ragazzo mio." "Stai tranquillo, pap, qualunque cosa sia." "Non facile, accidenti!" Il padre si tolse il sigaro di bocca e fin di scolare un altro bicchiere di vino. "Inferno e dannazione, il fatto , figliolo, la ragione per la quale in tutti questi anni non ti abbiamo frequentato molto ..." Trattenne il respiro e poi esplose: "Tu eri una lagna!". Una bomba era stata gettata sul tavolo perch esplodesse. Sbalorditi, i tre si guardarono. "Cosa?" balbett il figlio. "Ho detto..." "No, no, ti ho sentito. Ho capito. Ero una lagna. Vi annoiavo." Ripet le parole per assaporarne il gusto. Un gusto strano. "Vi annoiavo? Oh, mio Dio! Vi annoiavo!" Si imporpor in volto, gli occhi gli si riempirono di lacrime, ed egli cominci a sganasciarsi dalle risa, battendo il pugno destro sul tavolo, e tenendosi il petto con il sinistro, e poi asciugandosi gli occhi col tovagliolo. "Io annoiavo voi!" Padre e madre frapposero un doveroso intervallo prima di cominciare, a loro volta, a contrarre la bocca, grugnire, sbuffare, trattenere il fiato, e poi prorompere in una clamorosa esibizione di sollievo e ilarit. "Scusaci, figlio!" esclam il padre, con le lacrime che gli scendevano dagli angoli della bocca ridente.

"Non voleva dire proprio..." ansim la madre, oscillando avanti e indietro sulla sedia, inframmezzando risatine a ogni parola. "Oh, voleva, voleva, e come!" grid il figlio. "Altro che se lo voleva!" E adesso tutti i presenti nel ristorante stavano guardando il gaio terzetto. "Ci vuole un'altra bottiglia!" afferm il padre. "E noi le diamo il benvenuto!" Quando l'ultima bottiglia arriv, fu stappata e versata, i tre si erano ormai placati in un bel silenzio, sorridente e ancora un tantino ansimante. Il figlio sollev il bicchiere per un brindisi. "Alla noia!" Il che li scaten di nuovo in un tambureggiare di risate a labbra strette, gote gonfie, manate sul tavolo, occhi gommosi di lacrime felici, vicendevoli gomitate nelle costole. "Bene, figliolo" riusc a dire il padre, finalmente quietatosi. "E' tardi. Dobbiamo proprio andare." "Dove?" domand il figlio, ridendo, e tornando subito serio. "Oh, gi, scordavo." "Non fare quella faccia triste" si affrett ad aggiungere sua madre. "Quel posto non brutto neanche la met di quanto sostiene tuo padre." "Ma," sussurr lui "non anche un tantino noioso?" "No, una volta che ci hai fatto l'abitudine. Finiamo il vino." Bevvero, risero ancora un po', scossero la testa, e quindi si avviarono alla porta e uscirono dal ristorante, in una calda sera estiva. Erano soltanto le otto, e dal lago veniva una piacevole brezza, e v'era intorno un profumo di fiori che ti faceva venire voglia di andare, camminare senza meta. "Vi accompagno per un tratto" propose il figlio. "Oh, non necessario." "Possiamo farcela da soli, figliolo" disse il padre. "E' meglio se resti qui." Indugiarono a guardarsi, tutti e tre. "Be'," disse il figlio " stato piacevole." "No, non esattamente. Pieno d'affetto, si, un ritrovarci tra noi che ci vogliamo bene, perch siamo una famiglia, e ti vogliamo bene, ragazzo mio, e anche tu ce ne vuoi. Ma, piacevole? Non direi che sia il termine appropriato. Noioso, ecco, noioso e affettuoso, affetto e noia. Buonanotte, figliolo." Si strinsero, si abbracciarono, si baciarono, piansero, e conclusero con una gran risata, e poi i genitori si avviarono, per la strada ormai buia sotto gli alberi che si incupivano, per tornare alla loro dimora tra le aiole. Il figlio rimase solo, osservando i genitori farsi sempre pi piccoli in lontananza. Poi si gir, quasi per un riflesso automatico, entr nella cabina, form il numero. Gli rispose la segreteria telefonica. "Ciao, Helen" disse lui, e si ferm perch non gli venivano le parole, trovava difficile esprimersi. "Sono tuo padre. A proposito di quella cena per gioved prossimo. Potremmo annullarla? Non per un motivo particolare. Solo ho troppo lavoro da sbrigare. Ti chiamo la settimana prossima, e stabiliremo una nuova data. Ah, pensi tu ad avvisare Debby? Bacioni. Ciao." Riappese e scrut di nuovo lungo la strada. Riusc a scorgere i suoi genitori nel momento in cui stavano per entrare attraverso i cancelli. Anch'essi lo videro, lo salutarono agitando le braccia, e sparirono. "Mamma, pap" pens lui. "Helen. Debby. E di nuovo, Helen, Debby, mamma, pap. Io li annoio. Li annoio! Che mi venga un colpo!" E poi, ridendo, fino a farsi venire le lacrime agli occhi, rientr nel ristorante. La sua ilarit fece alzare gli occhi a chi era agli altri tavoli.

Gli fu del tutto indifferente, perch il vino, le ultime gocce di vino non erano affatto male. Lafayette, addio! Invece di suonare il campanello, qualcuno buss, quindi non potevo sbagliare su chi fosse il visitatore. Quei colpetti alla porta erano soliti ripetersi una volta alla settimana, ma in quegli ultimi tempi la loro cadenza si era infittita, tre, quattro volte nei sette giorni. Chiusi gli occhi, recitai una preghiera e andai ad aprire. Bill Westerleigh era li, sulla soglia, guardandomi, con le lacrime che gli colavano gi per le gote. "E' casa mia o la tua?" domand. Era ormai un vecchio scherzo. Parecchie volte all'anno quell'uomo di ottantanove anni usciva di casa per perdersi dopo tre isolati. Gi da qualche anno aveva smesso di guidare la macchina, perch una volta si era trovato a cinquanta chilometri fuori Los Angeles anzich in centro citt dove era diretto e dove io e lui abitavamo. Adesso, il suo tragitto preferito, e pi sicuro, risultava quello che da casa sua - dove viveva con la moglie, meravigliosamente affettuosa e comprensiva - portava alla mia porta, vicinissima d'altra parte, alla quale egli bussava, della quale varcava la soglia, in lacrime. "E' casa tua o la mia?" ripet invertendo l'ordine. "Mi casa es su casa." Citai il vecchio detto spagnolo. "Del che sia ringraziato Iddio!" Lo precedetti in salotto per tirar fuori la bottiglia di sherry e i bicchieri, mentre Bill si sedeva in una poltrona di fronte a quella che sapeva avrei occupato io. Si asciug gli occhi e si soffi il naso con un fazzoletto, che poi ripieg accuratamente e mise nel taschino della giacca. "Alla tua, campione!" sollev e fece ondeggiare il bicchiere. "Il cielo pieno di loro. Spero che tu riesca a tornare. Altrimenti, lanceremo una nera ghirlanda l dove pensiamo sia caduto il tuo trabiccolo." Bevvi, lasciai che lo sherry mi scaldasse dentro, e poi rimasi a fissare Bill, per vari secondi. "L'Escadrille tornata a ronzarti sulla testa?" domandai. "Ogni notte, subito dopo mezzanotte. Adesso, ogni mattina. E, la settimana passata, ogni mezzogiorno. Cerco di non venire a romperti. E' tre giorni che ci provo." "Lo so. Mi sei mancato." "Gentile da parte tua dirmelo, figliolo. Sei di buon cuore. Ma so di essere una lagna, quando il mio cervello connette. In questo momento ho le idee chiare e bevo alla tua ospitale salute." Vuot il bicchiere, e io glielo riempii. "Vuoi che ne parliamo?" "Ti esprimi esattamente come uno psichiatra mio amico. Non che ci sia mai andato da uno di quelli, ma lui era un amico. E' bello venire qui da te, si liberi, e in pi c' lo sherry." Fiss pensoso il bicchiere che aveva in mano. "E' terribile essere perseguitato dai fantasmi." "Tutti li abbiamo. Ecco perch Shakespeare era un colosso. Insegn a se stesso, insegn a noi, e insegn agli psichiatri. Rifuggite dalle cattive azioni, diversamente i vostri fantasmi prevarranno su di voi. I vecchi ricordi, i rimorsi che rendono gli uomini vili e timorosi della mezzanotte, sorgeranno e grideranno, Amleto, ricordati di me, Macbeth, tu sei marchiato, e anche tu, Lady Macbeth! Riccardo Terzo, vigila! Noi ti camminiamo, all'alba, sul campo di battaglia, e i nostri sudari sono rigidi di sangue." "Dio, come parli forbito" Bill scosse la testa. "E' bello vivere porta a porta con uno scrittore. Quando ho bisogno di una dose di poesia, eccoti a portata di mano."

"Tendo a essere cattedratico. Cos annoio gli amici." "Non me, caro campione, non me. Ma hai ragione. Circa quello di cui stavamo parlando. Fantasmi." Mise gi il bicchiere, e poi strinse i braccioli della poltrona, come fossero i bordi di un abitacolo d'aereo. "Adesso sono in volo, in continuazione. E' il novecentodiciotto, invece del novecentottantasette. E non negli Stati Uniti d'America, ma in Francia. Io sono lass con la vecchia Lafayette. Sono atterrato vicino a Parigi, e con me c' Rickenbacker. E laggi, c' anche il Barone Rosso. E' stata una bella vita, la mia, s o no, Sam?" Era una sua affettuosa mania quella di chiamarmi con sei o sette nomi assortiti, che mi piacevano tutti. Annuii. "Un giorno o l'altro mi decider a scrivere la tua storia" dissi. "Non capita spesso che uno scrittore abbia come vicino di casa uno che faccia parte dell'Escadrille, e volasse e duellasse nei cieli contro van Richthofen." "Non ci riusciresti, caro Ralph. Non sapresti cosa dire." "Potresti restare sorpreso, invece." "Magari s, perdio, potrebbe darsi. Ti ho mai mostrato la fotografia del sottoscritto e di tutti gli uomini della Squadriglia Lafayette, allineati davanti a uno dei nostri scassatissimi biplani, nell'estate del '18?" "No," mentii "fammela vedere." Tir fuori dal portafoglio una piccola foto e me la lanci. L'avevo vista un centinaio di volte, ma era sempre una meraviglia e una delizia. "Quello sono io, sulla sinistra partendo dal centro, quello bassotto col sorriso da fesso, di fianco a Rickenbacker." Bill si allung per indicare. Guardai tutti quegli uomini che non c'erano pi, perch ormai morti per il novanta per cento, ed ecco l Bill, a vent'anni, vispo e allegro, e tutti gli altri giovani, oh Dio, cos giovani, in fila, le braccia sulle spalle dei camerati, o con un braccio penzoloni a stringere il casco e gli occhialoni, e alle loro spalle un biplano francese 71, e sullo sfondo il campo d'aviazione in una zona vicina al fronte occidentale. Rombi di macchine volanti venivano da quella foto stregata. Come sempre, quando avevo in mano quell'immagine. E suoni del vento e di uccelli. Era come lo schermo di un televisore in miniatura. Mi dava la sensazione che da un momento all'altro l'Escadrille Lafayette scattasse in azione, rullasse, prendesse slancio e si involasse in quel cielo assolutamente sereno e infinito. Nello stesso istante in cui la foto era stata scattata, il Barone Rosso viveva ancora, lass tra le nuvole; adesso vi sarebbe rimasto per sempre, e non sarebbe mai atterrato, e questo era bello e giusto, perch noi volevamo che lui restasse l in eterno. "Vedi, mi piace mostrarti certe cose." Bill ruppe il silenzio. "Tu sai apprezzarle. Come vorrei averti avuto con me quando facevo le riprese alla MGM!" Quella era stata la seconda faccia di William (Bill) Westerleigh. Dopo aver combattuto e scattato fotografie sul fronte occidentale, da mille metri di altitudine, non era rimasto sugli allori, una volta rientrato negli Stati Uniti. Dai laboratori della Eastman di New York, era finito in certi studi di produzione di tremolanti film a Chicago, dove un tempo recitava Gloria Swanson, e poi era approdato a Hollywood e alla MGM. Dalla MGM era andato in Africa come cineoperatore di leoni e di vatussi per le Miniere di Re Salomone. Negli studi di mezzo mondo, non c'era stato nessuno che lui non avesse conosciuto o che non lo avesse conosciuto. Era stato operatorecapo in qualcosa come duecento film, e sulla mensola di fianco alla porta di casa sua figuravano due lucenti Oscar dorati.

"Mi spiace di essere cresciuto tanti anni dopo di te" dissi. "Dov' quella foto in cui ci siete tu e Rickenbacker da soli? E quella firmata da von Richthofen." "Non vorrai mica vederle un'altra volta, campione?" "Puoi giurarci che lo voglio!" Apr il portafoglio e mi porse delicatamente la foto di loro due, lui e Capitan Eddie, e l'istantanea di von Richthofen in completa uniforme, con tanto di firma autografa. "Tutti andati" disse Bill. "O quasi tutti. Solo un paio, e il sottoscritto ancora a galla. E non ci vorr molto..." e fece una pausa "perch anch'io affondi." E di colpo ricomparvero le lacrime a gonfiargli gli occhi e colargli dai lati e dalla punta del naso. Mi affrettai a riempirgli il bicchiere. Bill bevve e aggiunse: "Il fatto che non ho paura di morire. Ho solo il terrore di morire e andare all'inferno!". "Li non ci andrai, Bill." "E invece, si" grid, quasi indignato, con rabbia, con gli occhi accesi, con le lacrime che gli bagnavano la bocca tremante. "Per quello che ho fatto, per quello di cui non posso e non potr mai essere perdonato!" Attesi un attimo. "Cosa era "quello", Bill?" interrogai a voce bassa. "Tutti quei ragazzi che ho ucciso, tutti quei giovani che ho distrutto, tutta quella bella gente che ho assassinato." "Non hai mai fatto una cosa del genere, Bill." "Si! L'ho fatta, dannazione, su in cielo, sulla Francia, sulla Germania, tanti anni fa. Ma, Ges, loro tornano ogni notte, adesso, di nuovo vivi, mentre volano, salutano, gridano e ridono come ragazzi, finch non premo il grilletto della mia mitragliatrice, attraverso le pale dell'elica, e le loro ali prendono fuoco e si avvitano e precipitano. A volte essi mi salutano con la mano, okay! mentre cadono. A volte imprecano. Ma, Ges, ogni notte, ogni mattina adesso, in questo ultimo mese, non se ne vanno pi. Oh, quei bei ragazzi, quei giovani meravigliosi, quei loro volti stupendi, i grandi occhi lucenti e pieni di passione, precipitano gi. E sono stato io a ucciderli. E brucer nell'inferno per questo!" "NO, te lo ripeto, tu non brucerai nell'inferno!" "Versami un altro bicchiere, e stai zitto. Che ne sai tu di chi ci brucia e di chi non ci brucia? Sei cattolico? No. Sei battista? I battisti bruciano pi lentamente. Ah, lo sherry. Grazie." Gli avevo riempito il bicchiere. Ne ingoll un sorso, mischiato con l'altro liquido che gli scendeva dagli occhi. "William." Tornai a sedermi e riempii il mio bicchiere. "Nessuno brucia all'inferno per la guerra. Per la guerra, cos." "Tutti noi ci finiamo arrosto" replic Bill. "Bill, in questo stesso momento, in Germania, c' un uomo della tua et, perseguitato dagli stessi sogni, che piange sulla sua birra, ricordando troppe cose." "Vorrei vedere di no! Anche loro bruceranno, e come, ricordandosi dei miei amici, dei cari ragazzi che andavano a piantarsi, a conficcarsi nel suolo quando le loro eliche mordevano la polvere. Non capisci? Loro non lo sapevano. Io non lo sapevo. Nessuno glielo aveva detto, nessuno l'aveva detto a me!" "Detto cosa?" "Cos'era la guerra. Cristo, non sapevamo che ci sarebbe corsa dietro, che ci avrebbe dato la caccia, dopo che il peggio sembrava passato. Credevamo che la tragedia fosse finita; che avremmo ormai avuto modo di dimenticare, di lasciarcela alle spalle, di seppellirla. I nostri ufficiali non ci dissero niente. Forse manco lo sapevano neanche loro. Nessuno di noi lo sapeva. Nessuno immaginava che un giorno, da vecchio, le

tombe si sarebbero spalancate, e tutti quei visi sarebbero risorti, e tutta la guerra con loro! Come potevamo supporlo? Saperlo? Ma adesso l'epoca in cui i cieli sono pieni, e le navi non affondano pi, a meno che prendano fuoco. E quei giovani non smettono di salutarmi, alle tre di mattina, a meno che non li uccida un'altra volta. Ges Cristo. E' cos terribile, cos straziante. Come posso salvarli? Come faccio a tornare indietro e dir loro: "Cristo, mi dispiace, non sarebbe mai dovuto accadere solo se qualcuno ci avesse messi in guardia, quando eravamo felici: la guerra non affatto finita, e il ricordo torna sempre, tardi, magari, ma come fosse ieri". Vorrei augurar loro ogni bene. Ma come riuscire a dirglielo, qual la prossima mossa?" "Non c' nessuna mossa" dissi pacatamente. "Solo restare a sedere con un amico e gustare un altro bicchiere. Non riesco a pensare a nulla che si possa fare. Magari lo sapessi..." Bill rigir assorto il bicchiere tra le dita. "Lascia che te lo dica io, allora" sussurr. "Stanotte, forse domani notte, mi vedrai per l'ultima volta. Ascoltami bene." Si protese verso di me, ma con gli occhi verso il soffitto, e poi rivolgendoli alla finestra, fuori, dove nuvole minacciose venivano chiamate a raccolta dal vento. "In queste ultime notti, loro sono atterrati nei nostri cortili. Non potevi sentirli. I paracadute non sono pi rumorosi di un aquilone, solo sussurri impercettibili. I paracadute scendono sui praticelli di casa nostra. Altre notti, ci scendono i corpi, senza paracadute. Le notti buone sono quelle silenziose, quando tu senti appena la seta e le corde che frusciano sulle nuvole. Le notti brutte sono quelle in cui senti i novanta chili di un aviatore abbattersi sull'erba. E allora non puoi dormire. Ieri notte, una dozzina di cose piombata sui cespugli vicino alla finestra della mia camera da letto. Stasera ho guardato su, tra le nuvole, ed esse erano piene di aeroplani e di fumo. Puoi farli fermare? Mi credi?" "Questo pacifico: ti credo." Bill sospir, un sospiro profondo con dentro l'anima. "Grazie a Dio! Ma adesso, che faccio, adesso?" "Hai provato" dissi "a parlare con loro? Cio, hai chiesto il loro perdono?" "Mi sentirebbero? Mi perdonerebbero? Mio Dio" esclam. "Naturalmente! Perch no? Vuoi venire con me? In cortile, dietro casa tua. Non ci sono alberi in cui potrebbero impigliarsi. Cristo, oppure sul portico tuo..." "Sul portico, penso." Aprii le vetrate della portafinestra del salotto, e uscii all'aperto. Era una serata calma, solo qualche accenno di vento a stuzzicare gli alberi e smuovere le nuvole. Bill mi venne dietro, un po' malfermo sulle gambe, con in faccia una smorfia, met speranzosa, met atterrita. Guardai il cielo e la luna che vi si affacciava. "Lass non c' niente" dissi. "Oh, Cristo, si, ci sono. Guarda! No, un momento. Ascolta." Mi irrigidii, impallidendo, chiedendomi che cosa mi aspettassi, che cosa dovessi ascoltare. "Non dovremmo metterci in mezzo al prato, dove potrebbero vederci? Se non te la senti, non sei obbligato." "Che diavolo!" mentii. "Non ho mica paura!" Sollevai il bicchiere che avevo ancora in mano. "Alla Squadriglia Lafayette?" proposi. "No, no!" grid Bill, allarmato. "Non stasera. Questo, non devono sentirlo. A loro, Doug. A loro." E indic il cielo col suo bicchiere. Il cielo dove le nuvole volavano in squadriglie e la luna era un mondo bianco, circolare e spettrale. "A von Richthofen e a tutti quei giovani, belli, tristi e sfortunati." Ripetei le sue parole, in un bisbiglio.

E poi bevemmo, sollevando i bicchieri vuoti perch le nuvole e la luna e il cielo vedessero. "Sono pronto," dichiar Bill "se adesso vogliono venire a prendermi. Meglio morire qui, all'aperto, piuttosto che rintanarmi in casa e sentirli, notte dopo notte atterrare con i loro paracadute, senza poter dormire fino a che non viene l'alba, quando l'ultimo lembo di seta si afflosciato e la bottiglia vuota. Resta qui, figliolo. Qui, nell'ombra." Indietreggiai, e aspettammo. "Che gli dir?" mi chiese. "Mio Dio, Bill, non lo so. Non sono amici miei." "Neanche miei, erano. Pi che altro, la compassione. Pensavo fossero il nemico. Cristo, non una parola idiota, stupida e assurda? Il nemico! Come se una cosa del genere sia mai realmente successa al mondo. Si, forse i bulli che ti sfottevano e ti pestavano nel cortile di scuola, o quello che ti port via la ragazza sotto il naso, e ci si divert. Ma loro, cos belli e buoni, in mezzo alle nuvole nei giorni d'estate o nei pomeriggi d'autunno? No, no!" Si allontan ancora di pi dal portico. "Ecco" sussurr. "Sono qui." Ancora qualche passo, e spalanc le braccia, quasi ad abbracciare l'aria della notte. "Venite! Che aspettate?" Chiuse gli occhi. "Ora tocca a voi" grid. "Mio Dio, dovete ascoltarmi, dovete venire. Forza, miei bei bastardi, qui!" E spinse indietro la testa, come per accogliere una pioggia notturna. "Stanno arrivando?" bisbigli, girando appena la testa, sempre con gli occhi chiusi. "No." Bill torn ad alzare la vecchia testa in aria, e fiss il cielo, volendo che le nuvole si spostassero, si trasformassero e divenissero qualche cosa di pi che nuvole. "Maledizione!" url alla fine. "Vi ho ucciso, tutti. Perdonatemi, o venite a uccidere anche me!" E, con un'ultima esplosione di furore: "Perdonatemi. E' il perdono che vi chiedo!". La violenza della sua voce fu sufficiente a spingermi del tutto nell'ombra. Forse fu quello. Forse Bill, immobile come una piccola statua al centro del mio prato, indusse le nuvole a spostarsi e il vento a cambiare direzione, verso sud e non pi verso nord. Udimmo entrambi, lontanissimo, un immenso sussurro. "S!" grid Bill, e a me, flettendo appena il capo, sempre a occhi chiusi: "Senti?!". Udimmo un altro suono, pi vicino adesso, come enormi fiori o bocci scaturiti da alberi primaverili, e liberati a invadere il cielo. "Eccoli" bisbigli Bill. Le nubi parevano formare un coperchio, un'immensa cupola di seta, che scendeva silenziosa sulla terra; con la sua ombra, abbracciava la citt, nascondeva le case, e raggiungeva alla fine il nostro prato, incupiva l'erba, copriva la luce lunare, e poi mi sottraeva Bill dalla vista. "S! Arrivano" grid Bill. "Li senti? Uno, due, dodici! Oh, mio Dio, s." E tutt'intorno, nel buio, mi parve di sentire tonfi di mele, prugne e pesche cadere da alberi invisibili, il suono di stivali che percuotevano il mio prato, il rumore di cuscini che piombavano sull'erba come corpi, e un fruscio diffuso di volute di seta bianca o di fumo, ad alitare nell'aria mossa. "Bill!" "No!" squitt lui. "Sto bene. Li ho tutti intorno. Stai indietro!"

Il prato era tutto un tumulto febbrile. Le siepi rabbrividivano sotto un vento di eliche. Che appiattiva al suolo ogni filo d'erba. Che faceva fuggire gli uccelli, e i cani uggiolavano e latravano per tutto l'isolato. Una sirena, da un'altra guerra, sibil a quindici chilometri da noi. Era arrivato un uragano, e quei rombi erano di tuoni o di cannoni? E ancora una volta, udii Bill dire, quasi sottovoce: "Non sapevo, oh, Dio!, non sapevo che cosa stavo facendo". E poi l'ultima invocazione, tenue come un sospiro: "Vi prego". Un breve e improvviso scroscio di pioggia scese a mescolarsi con le lacrime del suo volto. E la pioggia cess, e il vento tacque. "Bene." Bill si asciug gli occhi, si soffi il naso col suo fazzolettone, che poi fiss come fosse una mappa della Francia. "E' ora di andare. Pensi che perder ancora la strada?" "Alla peggio, torna da me." "Certo." Si mosse per raggiungermi. I suoi occhi erano limpidi, adesso. "Quanto ti devo, Sigmund?" "Solo questo" risposi. E lo abbracciai. Usc dal cancelletto, sulla strada. Lo seguii per osservarlo. Quando fu sull'angolo, parve confondersi. Gir a destra, poi a sinistra. Aspettai e quindi lo richiamai con dolcezza: "Alla tua sinistra, Bill!". "Dio ti benedica, campione!" disse e mi salut con la mano. Poi volt ed entr in casa sua. Lo trovarono, un mese dopo, che vagolava a tre chilometri da casa. E dopo altri trenta giorni, era all'ospedale, in Francia, credeva lui ormai e definitivamente, e Rickenbacker stava nel letto alla sua destra, e von Richthofen nella branda alla sua sinistra. Il giorno seguente al suo funerale arriv l'Oscar, portatomi da sua moglie, perch lo sistemassi sulla mensola del caminetto, con una rosa rossa, una soltanto, di fianco alla foto di von Richthofen, e l'altra immagine dei componenti la Squadriglia ritratti davanti al biplano, nell'estate del '18, un'immagine da cui tuttora si sprigionava il vento assieme al ronzio di aeroplani. E il gaio suono di giovani ridenti, quasi che la loro giocondit non potesse aver mai fine. A volte, alle tre di mattina, quando non riesco a dormire, scendo e rimango a guardare Bill e i suoi camerati. E, sentimentale come sono, sollevo un bicchiere di sherry. "Addio, Lafayette" dico. "Lafayette, addio." Ed essi ridono, come se fosse il pi grande scherzo che mai sentirono. Banshee Era una di quelle notti irlandesi in cui, partendo da Dublino e attraversando in macchina citt addormentate, ti scontravi con caligine e incappavi in nebbie che si scioglievano in pioggia, per diventare silenzio tra una ventata e l'altra. Tutto intorno, freddo, immobilit e attesa. Una notte per strani incontri ai crocicchi deserti, con grandi filamenti di spettrali tele di ragno prive del tessitore, per centinaia di chilometri. Dai prati, cigolii di cancelli, nelle case gemiti di finestre sotto una luna che s'affacciava a sprazzi. Era, come si dice, un tempo da banshee. Lo avvertivo, lo sapevo, mentre il mio taxi scivolava attraverso un ultimo cancello, e mi scodellava sulla soglia di Courtown House, lontana da Dublino come se detta citt fosse morta nella notte, all'insaputa di chiunque. Pagai e osservai il tassista invertire la rotta per tornare alla citt vivente, lasciandomi solo, con venti pagine finali del soggetto cinematografico in tasca, e il mio datore di lavoro e

regista che mi aspettava dentro casa. Indugiai fuori dalla porta, nel buio di mezzanotte, inspirando in Irlanda ed espirando l'umido carbone di miniera nella mia anima. Poi, bussai. La porta si spalanc quasi immediatamente, inquadrando John Hampton, il quale mi ficc in mano un bicchiere di sherry e mi invit, quasi di peso, a metter piede nella sua dimora. "Dio buono, ragazzo, mi hai fatto friggere dalla curiosit. Levati il cappotto. Dammi quei fogli. L'hai finito il soggetto, eh? Cos almeno dici tu. Sono proprio curioso. Grazie per avermi telefonato da Dublino. In casa non c' nessuno. Clara a Parigi con la prole. Noi ci faremo la nostra bella lettura, monderemo le tue scene dalle impurit, ci berremo una bottiglia, e per le due saremo a letto e... cos'?" La porta era rimasta aperta. John vi si avvicin, abbass il capo, chiuse gli occhi, ascolt. Il vento frusciava nei prati, facendo rimbalzare contro le nuvole l'eco come di coperte rovesciate all'indietro su un letto spropositato. Anch'io tesi le orecchie. Proveniente dai campi immersi nel buio, giunse un debole mormorio, forse una cantilena, rotto da singhiozzi. Senza riaprire gli occhi, John sussurr: "Sai cos' questo, ragazzo?". "Cos'?" "Te lo dico dopo." Chiuse la porta con impeto, si gir e, il grande castellano del deserto maniero, incedette, precedendomi, nella sua giacca sportiva, i pantaloni da fatica, stivaletti lucidi, i capelli come sempre arruffati per aver giostrato con strane femmine su letti non casalinghi. Piantandosi davanti al caminetto della biblioteca, mi dedic una di quelle sue risate guizzanti, con i denti che balenavano come il raggio di un faro che si accende e subito dopo sparisce, mentre mi porgeva un secondo sherry in cambio del copione che mi strapp di mano. "Vediamo cosa il mio genio, il mio ventricolo sinistro, il mio braccio destro hanno partorito. Siedi. Bevi. Osserva." Si accoccol sulla pietra del caminetto, le spalle rivolte al fuoco, e prese a sfogliare le pagine del mio fascicolo, consapevole che stavo bevendo il mio sherry con troppa fretta e che chiudevo gli occhi a ogni foglio che lui lasciava cadere sul tappeto. Quando ebbe finito, quando l'ultima pagina volteggi per posarsi a terra, John si accese un sigarillo, ne aspir il fumo, con gli occhi rivolti al soffitto, tenendomi sulla corda. "Gran figlio di buona donna!" disse finalmente, le parole mescolate al fumo. "Ti venga un colpo, ragazzo! E' buono!" Tutto lo scheletro mi fran dentro. Non mi ero aspettato un tale elogio che mi centrava il plesso solare. "Naturalmente, occorre qualche limata!" Il mio scheletro recuper la sua essenza. "Naturalmente" dissi. Si chin a raccogliere i fogli, come un grosso scimpanz sbilenco, e si gir. Ebbi l'impressione che volesse gettarli nel fuoco. Stava fissando le fiamme, con le pagine strette tra le dita. "Un giorno o l'altro, ragazzo," disse sottovoce "devi insegnarmi a scrivere." Appariva rilassato, adesso, rassegnato all'inevitabile, pieno di sincera ammirazione. "Un giorno o l'altro," ribattei ridendo "devi insegnarmi come si dirige un film." "La Bestia sar il nostro film, ragazzo. Mio e tuo. Un'accoppiata formidabile." Si alz e venne a toccare il mio bicchiere col suo.

"Che accoppiata siamo!" Ingran l'altra marcia. "Moglie e figli come stanno?" "Stanno che mi aspettano in Sicilia, dove fa caldo." "Ti spediremo a raggiungere loro e il sole, dritto filato! Io..." Si irrigid drammaticamente, allungando il collo, e ascolt. "Ehi, che sta succedendo..." bisbigli. Mi voltai e attesi. Questa volta, fuori dalla grande casa, c'era il pi esile dei suoni, come di uno che facesse correre l'unghia su una superficie verniciata, o stesse scivolando gi dal ramo secco di un albero. Poi un mormorio funereo, seguito da qualche cosa che pareva un singhiozzo. John si protese per assumere un teatrale atteggiamento inamidato, come una statua in una pantomima, la bocca spalancata, quasi a permettere ai suoni di raggiungere meglio l'orecchio interno. Gli occhi, ora bene aperti, erano grandi come uova di gallina, fingendo allarme. "Devo dirti cos' questo rumore, ragazzo? Una banshee!" "Cosa?" strillai. "Una banshee!" sentenzi. "I fantasmi di vecchie donne che si aggirano per le strade un'ora prima che qualcuno muoia. Ecco cos'erano quei rumori l fuori!" And alla finestra, ne scost la tenda e sbirci all'esterno. "Shhh! Forse vuol dire... noi!" "Piantala, John!" e sogghignai senza entusiasmo. "No, ragazzo, no." Aguzz gli occhi a inquisire le tenebre, assaporando il melodramma che andava costruendo. "Sono dieci anni che vivo qui. C' la morte, l fuori. La banshee non si sbaglia mai! Dove eravamo rimasti?" Tronc l'incubo con quelle parole, come niente fosse, ritorn vicino al caminetto, e sbirci perplesso i miei fogli, quasi contenessero una sciarada. "Ti sei mai reso conto, Doug, quanto La Bestia si identifichi con me? L'eroe che solca i mari, semina donne a destra e a sinistra, gira tutto il mondo e non si ferma mai? Forse per questo che sto facendo questo film. Ti sei mai chiesto quante femmine ho posseduto? Centinaia!" Si interruppe, perch qualche riga del mio scritto lo aveva di nuovo ammaliato. "Brillante!" Attesi, incerto. "No, non questo!" Mise da parte il mio manoscritto per prendere dalla mensola una copia dell'edizione londinese del Times. "Questo! Una brillante recensione del tuo nuovo libro di racconti!" "Cosa?" esclamai sussultando. "Calma, ragazzo. Legger per te questa formidabile `recensione. Ne resterai estasiato. E' una cannonata!" Il mio cuore pomp acqua e annasp. Vedevo in arrivo un altro scherzo, o, peggio ancora, la verit mascherata da scherzo. "Ascolta!" John sollev il giornale, e lesse, come Achab,* dal sacro libro. [Settimo re d'Israele. [N.d.T.]]

""I racconti di Douglas Rogers potranno senz'altro costituire il grande successo della letteratura americana..."" John si ferm e mi scocc un'occhiata innocente. "Che te ne pare come inizio, ragazzo?" "Continua, John" mormorai lugubremente, e deposi il mio sherry sul tavolino. Presagivo la doccia fredda in arrivo a svuotarmi di ogni volont difensiva.

""... ma qui a Londra,"" strombett John ""noi chiediamo qualche cosa di pi dai nostri scrittori. Nel tentativo di emulare le idee di Kipling, lo stile di Maugham, l'umorismo di Waugh, Rogers naufraga nel mezzo dell'Atlantico. La sua un'accozzaglia di prosa, per lo pi una brutta copia, una pallida copia di autori di ben altra levatura. Douglas Rogers, tornatene a casa!"" Balzai in piedi e mi lanciai, ma John, con una pigra torsione del polso mi precedette, e butt il Times nel fuoco, dove il giornale palpit come un uccello morente, e si dissolse subito tra le fiamme in scintille roventi. Sbilanciato, proteso, ebbi l'impulso selvaggio di recuperare il maledetto giornale, felice comunque, e in definitiva, che il salvataggio fosse impossibile. John osserv, gongolante, la mia espressione, la mia faccia paonazza e contratta, i denti che digrignavano. La mia mano, che attanagliava la mensola del caminetto, era un blocco di pietra gelata. Esplosero lacrime dai miei occhi, a sostituire le parole che la mia bocca non riusciva a formulare. "Che ti prende, ragazzo?" John mi studi con genuina curiosit, come una scimmia che ispezionasse una consorella malata entro la comune gabbia. "Ti senti male?" "John, in nome di Cristo" proruppi. "Dovevi proprio farmi una cosa del genere?!" Sparai una pedata al fuoco, facendo crollare i ciocchi e sollevando una grande sventagliata di scintille. "Ma, Doug, non credevo..." "Col cavolo, non credevi!" esplosi, fulminandolo con occhi lacrimosi. "Perch 'sta carognata?" "Ma no, accidenti, Doug! Era una recensione geniale, acuta! Ho solo aggiunto qualcosa di mio per sfotterti un po'." "Adesso, non lo sapr mai! Guarda!" Raddoppiai la pedata alla cenere. "Puoi comprare una copia del giornale, a Dublino, domani, Doug. Vedrai. Ti elogiano, gli piaci. Santo Dio, solo non volevo che ti montassi la testa, di colpo. Lo scherzo finito. Non abbastanza, figlio mio, che tu abbia appena scritto, per il tuo veramente superbo soggetto cinematografico, le scene migliori della tua vita artistica?" E John mi circond le spalle con un braccio. Questo era John: ti dava una pedata al basso ventre, poi ti ci versava sopra il dolce miele, a etti, a chili. "Sai qual il tuo problema, Doug?" Mi cacci tra le dita tremanti un altro bicchiere di sherry. "Lo sai?" "Qual ?" piagnucolai, come un marmocchio appena punito, che torna a nuova vita e abbia voglia di ridere ancora. "Quale?" "Il fatto , Doug..." e John si fece radioso in faccia. I suoi occhi incatenarono i miei come quelli di Svengali. "Tu non mi vuoi bene neanche la met di quanto te ne voglia io!" "Di, John..." "No, ragazzo, parlo sul serio. Giuro, per te sarei pronto a uccidere. Tu sei il pi grande scrittore vivente, in tutto il mondo, e io ti amo, anima e corpo. E' per questo che credevo tu accettassi qualche presa in giro. Vedo che mi sbagliavo..." "No, John" protestai, odiando me stesso, perch adesso stava facendo scusare me. "Non c' problema." "Mi dispiace, ragazzo, mi dispiace veramente..." "Zitto! Fa' il bravo!" gracchiai una risata. "Hai ancora il mio affetto. Io..." "Cos mi piace, ragazzo. E adesso..." John rote su se stesso, si freg le mani, sfogli e pareggi i miei fogli, come un pokerista di professione. "Dedichiamo un'oretta a mondare questo tuo splendido e poderoso lavoro, e poi..."

Per la terza volta da quando ero l, il tono e il colore del suo umore cambiarono. "Silenzio!" esclam. Socchiudendo gli occhi, fluttu al centro della stanza, come un annegato a fior d'acqua. "Doug, hai sentito?" Il vento percuoteva la casa. Come una lunga unghia che stridesse su un vetro dell'abbaino. Un funereo sussurro di nuvole elimin la luna. "Le banshee!" John annu a se stesso, a testa china, aspettando. Di colpo guard su, verso di me. "Doug? Corri fuori e da' un'occhiata." "Fossi pazzo!" "No, vai" insist John. "Questa stata una notte di incomprensioni, ragazzo. Tu dubiti di me, e dubiti di questo. Prendi il mio cappotto in anticamera. Presto!" Corse a spalancare il guardaroba nell'atrio, ne strapp fuori il suo pesante cappotto di tweed che odorava di tabacco e whisky. Stringendolo tra due mani da scimmia, lo agit come una cappa da torero. "Ahora, toro! Hah!" "John" sospirai stancamente. "O sei un cacasotto, Doug, hai paura? Tu..." Perch adesso, per la quarta volta, udimmo entrambi un gemito, un singhiozzo, un mormorio flebile al di l della porta d'ingresso. "Sta aspettando, ragazzo!" grid John, trionfante. "Vai a vedere. Fallo per la squadra!" E mi trovai dentro al cappotto impregnato di ricordi di tabacco e whisky, che John mi stava abbottonando con regale compostezza, non senza afferrarmi per le orecchie e depositarmi un bacio in fronte. "Io sar qui in tribuna, ragazzo, a fare il tifo per te. Verrei con te, ma le banshee sono timide. Dio ti benedica, figliolo, e se tu non dovessi tornare... be', ti ho amato come si ama un figlio!" "Ges" gemetti, e spalancai la porta. Ma all'improvviso John si frappose con uno scatto fra me e la fredda luce lunare. "Non andare l fuori, ragazzo. Ho cambiato idea! Se dovessi restare ucciso..." "John" respinsi le mani che volevano trattenermi. "Tu non vedi l'ora che io esca. Probabilmente hai piazzato qui fuori Kelly, la tua donna di servizio, perch interpreti il fantasma per farti sganasciare alle mie spalle..." "Doug!" esclam, dilatando gli occhi e afferrandomi per le spalle, con quel tono di voce tra il ridanciano e l'offeso che gli era peculiare. "Giuro su Dio!" "John," ripetei, met arrabbiato, met divertito "a tra poco." Corsi fuori, pentendomene subito. Perch lui richiuse e sprang la porta. Stava ridendo? Qualche secondo dopo, scorsi la sua sagoma alla finestra della biblioteca, col bicchiere di sherry in mano, a sbirciare su quello spettacolo notturno, di cui era insieme regista e ridanciano spettatore. Imprecai tra i denti, ingobbii le spalle nel mantello di Cesare, ignorai le due dozzine di stilettate infertemi dal vento e mi avventurai gi per il viale inghiaiato. "Entro tra dieci minuti al massimo" pensai, pi che sufficienti per mettere in pensiero John, lo scherzetto avrebbe avuto un effetto boomerang: mi sarei ripresentato alla porta, barcollando, la camicia strappata e insanguinata, con qualche rabbrividente storia di mia invenzione. S, perdio, era quello che ci voleva... Mi fermai di colpo. Perch in un piccolo folto d'alberi pi in basso, mi parve di vedere un qualcosa di simile a un grande aquilone di carta sbocciare e volare lungo le siepi.

Le nubi veleggiavano sopra una luna quasi piena, e tracciavano isole di tenebre incombenti su di me. Poi lo vidi di nuovo, pi distante, come se un intero grappolo di fiori, liberatosi all'improvviso, si disperdesse, in una nevicata di petali, lungo il viale scolorito. Nello stesso momento mi giunse l'eco attenuato di un singulto, la sfumatura del pi debole dei lamenti. Trasalii, indietreggiai, poi gettai un'occhiata verso la casa. E alla finestra c'era, naturalmente, la faccia di John, che sogghignava come una zucca intagliata, sorseggiando lo sherry, comodo e ilare nella calda intimit. "Ohh..." risuon lamentosa una voce, da un punto nel buio "... Dio...". Fu allora che vidi la donna. In piedi, appoggiata a un albero, vestita di un lungo abito color della luna, a cui era sovrapposto un pesante scialle di lana che aveva una vita tutta sua, rigonfio e fluttuante col vento. Ella sembr non vedermi o, se mi aveva visto, di non curarsene: io non potevo spaventarla, nulla al mondo poteva spaventarla di nuovo. Tutto di lei era concentrato nello sguardo, calamitato, fisso e immobile, dalla casa, da quella finestra, dalla biblioteca, e dalla silhouette dell'uomo alla finestra. Lei aveva un viso color di neve, intagliato in quel freddo e candido marmo che rende inarrivabili le pi belle donne irlandesi; un lungo collo di cigno, una bocca generosa anche se tremante, occhi di un verde morbido e luminoso. Cos belli erano quegli occhi e il suo profilo contro i rami gonfi di vento, che qualche cosa in me si capovolse, agonizz e mor. Avvertii quello spasimo assassino che afferra gli uomini quando la bellezza trascorre e non torner mai pi. Vuoi gridare: "Rimani. Ti amo". Invece non parli. E l'estate che fiorisce nella carne di quella bellezza ti passa davanti, e tu sai che non la rivedrai mai pi. Ma adesso la bellissima donna, senza staccare lo sguardo da quella finestra della casa laggi, parlava. "Lui l?" domand. "Come?" sentii che rispondevo. "E' lui?" ripet. "La bestia" precis con furore represso. "Il mostro. E' lui." "Non..." "Il grande animale" prosegu "che cammina su due gambe. Che rimane. Tutti gli altri muoiono. Lui si asciuga le mani sulla carne, le ragazze sono il suo tovagliolo, le donne il suo pasto di mezzanotte. Le tiene confinate in cantina, come vino d'annata, conosce la loro et, ma ne ignora i nomi. Dolce Ges, ed lui quell'ombra lass?" Guardai dove guardava lei l'ombra alla finestra, al di l del prato del croquet. E pensai al mio datore di lavororegista a Parigi, a New York, a Roma, a Hollywood, intento a manipolare, come gli avevo visto fare, schiere di donne, calpestandole, umiliandole, un nero Messia su un caldo mare. Un picnic di femmine, danzanti sui tavoli, ansiose dell'applauso di John che se ne andava dicendo: "Cara, prestami cinque dollari. Il mendicante sulla porta mi strazia il cuore...". Scrutai la giovane donna, i suoi neri capelli arruffati dal vento della notte, e domandai: "Chi dovrebbe essere lui?". "Lui. Lui che vive in quella casa, e che mi amava e ora non mi ama pi." Chiuse gli occhi per farne sgorgare lacrime. "Non abita pi li" replicai. "Vi abita!" Si gir di scatto, quasi che potesse colpire o sputare. "Perch menti?" "Ascolta." La guardai in viso, che pareva di neve recente, ma anche antica. "Forse un tempo, in un'epoca passata."

"No, c' soltanto il presente, adesso!" Ebbe un guizzo, come per lanciarsi verso la casa. "E lo amo ancora, tanto che lo ucciderei, e finalmente potrei annullare me stessa!" "Quale sarebbe il suo nome?" Avanzai a sbarrarle il passo. "Il suo nome." "Il suo nome? Will, naturalmente. Willie. William." Si mosse. Io alzai le braccia e scossi la testa. "C' soltanto un Johnny adesso in quella casa. Un uomo di nome John." "Tu menti! Io sento che lui. Il suo nome cambiato, ma lui. Guarda! Senti!" Protese le mani per toccare il vento, e io mi girai e sentii con lei, ed era un altro anno, era un tempo tra passato e presente. Cos diceva il vento, e dicevano la notte e il riquadro luminoso della grande finestra dove stava l'ombra. "E' lui!" "Un mio amico" dissi, con dolcezza. "Mai stato amico, di nessuno, mai!" Tentai di leggerle negli occhi, e pensai: "Mio Dio, sempre stato cos, sempre un uomo in quella casa, quaranta, ottanta, cento anni fa! Non lo stesso uomo, no, ma tutti cupi gemelli, e questa ragazza che vagola per la strada, con la neve nelle sue braccia in cerca di amore, e gelo nel cuore in cerca di conforto, e null'altro potendo fare se non sussurrare, disperarsi e singhiozzare, finch il suono del suo pianto smetta al sorgere del sole, per ricominciare allo spuntare della luna". "L dentro c' un mio amico" ripetei. "Se la verit," ribatt lei, in un mormorio veemente "allora tu sei mio nemico!" Guardai in basso, sulla strada dove il vento soffiava la polvere attraverso i cancelli del cimitero. "Torna l da dove sei venuta" esortai. Lei gir lo sguardo sulla stessa strada e la stessa polvere, e la voce le si fece pi flebile. "Allora, la pace deve essermi negata, sempre." In tono disperato. "Devo tornare qui, anno dopo anno, senza vendetta?" "Se l'uomo l dentro fosse realmente il tuo Willy, il tuo William, cosa vorresti che io facessi?" "Mandarlo qui da me" sussurr. "E cosa faresti con lui?" "Giacerei con lui, e non ci alzeremmo mai pi. Egli sarebbe prigioniero come una fredda pietra in un freddo fiume." "Ah!" esclamai e annuii. "Allora, gli chiederai di venire?" "No. Perch egli non lui. Molto simile, quasi identico. E si nutre di giovani donne, si pulisce la bocca sulle loro sete, un secolo avendo un nome, un altro secolo un nome diverso." "E in lui, mai una briciola d'amore?" "Le sue parole sono come le reti che il pescatore getta in mare." "Ah, Cristo, e io ci sono presa dentro!" E lanci un grido tale che l'ombra venne alla finestra della grande casa al di l del prato. "Rimarr qui finch dura la notte" mi disse. "Sentir certamente che sono qui, il suo cuore si commuover, quale che sia il nome che ha adesso, quale che sia l'enormit della sua anima indemoniata. Che anno questo? Da quanto sono qui in attesa?" "Non te lo dir. Il saperlo ti spezzerebbe il cuore." Si gir e mi guard veramente per la prima volta. "Sei tu uno dei buoni, allora, uno di quegli uomini onesti, che non mentono mai, non feriscono mai, e non devono mai nascondersi? Dio misericordioso, perch non ho conosciuto te, prima di lui?"

Il vento riprese, il suo sibilo risuon nella voce di lei. Da una distanza remota, dalla citt addormentata, rintocc l'orologio di un campanile. "Devo rientrare" dissi. Tirai un respiro profondo. "Non c' modo alcuno per cui possa darti pace?" "No," mi rispose "perch non sei stato tu a spezzarmi l'anima." "Capisco." "No, non puoi capire. Ma tenti. E te ne sono grata. Torna in quella casa. Per te ci sar un'altra morte." "E per te...?" "Ah!" grid. "La mia l'ho avuta tanto tempo fa. Non mi prender un'altra volta. Vai!" Me ne andai, molto volentieri. Perch ero pieno della notte fredda e della luna pallida, del passato e di lei. Il vento mi sospinse su per il declivio erboso. Alla porta, mi voltai. Ella era ancora l, sul viale lattiginoso, lo scialle teso dal vento, una mano sollevata. "Fai presto" mi parve sentirla sussurrare. "Digli che desiderato!" Spinsi la porta, che non era pi chiusa da dentro, irruppi in casa, quasi cadendo in anticamera, col cuore che mi bombardava, la mia immagine nel grande specchio alla parete un'esplosione di luce senza colore. John era in biblioteca, a bersi un ennesimo sherry. Ne vers anche a me. "Finirai bene" mi disse "con l'imparare che tutto quanto ti dico dev'essere preso con pi di un grano di sale. Ges, ma guarda che faccia ti venuta! Sembri un ghiacciolo. Butta gi questo sherry. Ce n' pronto un altro, subito dopo!" Bevvi, lui vers di nuovo, bevvi di nuovo. "Allora, era tutto uno scherzo?" "Che altro?" John scoppi a ridere, ma torn subito serio. Fuori della casa, si udiva di nuovo la cantilena sussurrata, il desolato impalpabile stridore di un'unghia... la luna che grattava il tetto? "Ecco la tua banshee" dissi, gli occhi fissi sul mio bicchiere, incapace di muovermi. "Certo, ragazzo, certo, come no?" assent John. "Finisci il tuo sherry, Doug, e ti legger quell'acuta recensione al tuo libro che c' sul Times di Londra. Te la rileggo." "Il giornale lo hai bruciato, John." "S, ragazzo, ma me lo ricordo parola per parola. Bevi." "John," domandai, fissando il caminetto dove la cenere del giornale sembrava ancora respirare "quella recensione esiste... esisteva veramente?" "Mio Dio, naturalmente, certo s. Il fatto ..." Si interruppe, una pausa a effetto a sottolineare la sua appassionata sollecitudine. "Al Times sanno del mio affetto per te, Doug, e hanno chiesto a me di recensire il tuo libro." Allung un braccio da scimmia per riempirmi il bicchiere. "L'ho fatto. Sotto altro nome, ovviamente. Non potevo fare altro. Ma dovevo essere imparziale, Doug, rispettare l'etica professionale. Quindi ho elogiato ci che in tutta onest mi pareva buono, e ho condannato ci che mi pareva non molto buono. Ho criticato il meno buono nello stesso modo con cui condanno una scena scadente di un tuo soggetto, e ti costringo a rifarla ex novo. Ora, non sei d'accordo che tale prassi sia perfettamente equanime da parte mia?" Si chin verso di me. Mi pose una mano sotto il mento, che mi obblig a sollevare, e mi guard a lungo, dolcemente, negli occhi. "Non sei arrabbiato?" "No" risposi, ma con voce rotta. "Per Dio, lo sei, e come! Ti chiedo scusa. Uno scherzo, ragazzo, soltanto uno scherzo." E mi assest un amichevole pugno sul braccio.

Leggero com'era, risult una mazzata andata a segno. "Avrei preferito che tu lo avessi evitato, quello scherzo, che l'articolo fosse reale" brontolai. "Anch'io, ragazzo. Ti vedo depresso..." Il vento sibil frustando la casa. Le finestre si animarono e gemettero. Di colpo, senza una ragione che riuscissi a spiegarmi, sbottai: "La banshee. E' qui fuori". "Era uno scherzo anche quello, Doug. Non ti devi fidare di me." "No" replicai, fissando la finestra. "E' l." John rise. "Tu l'hai vista, vero?" "E' una donna giovane e bella, con uno scialle, in una notte fredda. Una giovane donna con lunghi capelli neri, grandi occhi verdi, un colorito come la neve e un orgoglioso naso fenicio. Ti ricorda qualcuna che tu abbia conosciuta un tempo, John?" "Migliaia, me ne fa venire in mente" ammise John, con una risata pi sommessa, cercando di soppesare la mole del mio scherzo. "Diavolo..." "E' l che ti aspetta" dissi. "Gi, in fondo al viale." John sbirci la finestra, incerto. "Erano suoi i rumori che sentimmo" proseguii. "Mi ha fatto la tua descrizione, tua o di qualcuno come te. Ti ha chiamato Willy, Will, William. Ma ho avuto la certezza che si trattasse di te." John assunse un'aria meditativa. "Giovane, dici, bella, l fuori, adesso, proprio in questo momento...?" "La donna pi bella che abbia mai vista." "Non aveva in mano un coltello...?" "Disarmata." John rifiat. "Be', allora, sembra davvero che debba andare a far due chiacchiere con lei, eh, che ne dici?" "Ti sta aspettando." Si diresse verso la porta d'ingresso. "Mettiti il cappotto, la notte fredda" ammonii. Si stava infilando il pastrano quando udimmo il suono, dall'esterno, nitidissimo questa volta. Il gemito e poi il singhiozzo, e di nuovo il gemito, prolungato. "Dio!" esclam John, la mano sulla maniglia, rifiutandosi di impallidire davanti a me. "Ma c' davvero qualcuno." Si costrinse a girare la maniglia e a spalancare la porta. Il vento irruppe dentro, portando con s un altro lamento smorzato. John esit, forse per l'impatto col freddo, e lo vidi scrutare nel buio, gi per il lungo viale. "Aspetta!" gridai all'ultimo momento. John attese. "C' una cosa che non ti ho detto" ansimai. "Lei laggi, s. E l'ho vista camminare. Ma... morta." "Non ho paura" afferm lui. "Tu no, ma io s. Non tornerai pi. Per quanto possa odiarti in questo momento, non posso lasciarti andare. Torna dentro, chiudi la porta, John." Di nuovo il gemito, e poi il lamento. "Chiudi quella porta!" Allungai un braccio perch togliesse la mano dalla maniglia di ottone, ma lui mantenne la presa, si ingobb nelle spalle, mi guard e sospir. "Sei davvero un bravo ragazzo, Doug. Buono e bravo quasi quanto me. Nel mio prossimo film, ti do una particina. Sar l'inizio di una folgorante carriera cinematografica." Mi volse le spalle, usc nella notte fredda e richiuse la porta, con dolcezza. Aspettai finch non sentii i suoi passi sul viale inghiaiato, poi sprangai la porta, e di corsa feci il giro della casa, accendendo le luci. Mentre attraversavo la biblioteca, il vento

si insinu lugubre nella cappa del caminetto, facendo volteggiare sulla pietra le nere ceneri del Times di Londra. Restai a fissare a lungo quella cenere, poi mi riscossi, galoppai su per le scale a due gradini per volta, spalancai l'uscio della mia stanza sulla torretta, mi chiusi dentro, mi spogliai, ed ero a letto, con le coperte tirate su a coprirmi la testa, quando un orologio della citt, lontano e funereo, mi disse che era l'una, la prima ora di una mattina. E la mia camera era cos in alto, cos sperduta in quella casa, cos rasente al cielo, che non ebbe importanza chi o che cosa bussasse o tempestasse o tentasse di scardinare la porta al piano terreno, sussurrando, e poi implorando, e poi urlando... Chi avrebbe sentito? Promesse, promesse Quando gli apr la porta sul pianerottolo, lei si accorse che aveva pianto. Le lacrime, che non s'era curato di asciugare, gli inumidivano ancora le guance. "Tom, per amor di Dio, che successo? Entra!" Lo tiro a s. Egli parve non accorgersene, ma alla fine, a occhi bassi, vide che poteva essere una buona idea, e venne dentro. Si guard in giro, quasi che lei avesse cambiato i mobili e fatto ridipingere le pareti. "Non vorrei disturbarti" le disse. "Disturbarmi, che diamine!" lo precedette. "Siediti. Hai una faccia che fa paura. Ti do qualcosa da bere." "S, mi conviene sedere prima che le gambe mi cedano del tutto" annu vagamente. "E bere qualcosa. Neanche mi ricordo se in tutt'oggi ho mangiato qualcosa. Forse." Gli port la bottiglia del brandy. Ne vers due dita in un bicchiere, lo sbirci in volto, e aument la dose. "Bevilo adagio. Fallo durare" lo osserv mandar gi il liquido. "Che cosa successo?" "E' Beth," farfugli lui, a occhi chiusi a filtrare nuove lacrime "... e tu." "Lascia perdere me, che accaduto a Beth?" "E' scivolata e ha battuto la testa. E' rimasta all'ospedale due giorni, priva di conoscenza." "Oh, mio Dio..." Gli si inginocchi davanti e lo circond con le braccia, come se lui potesse cadere. "Perch non mi hai telefonato?" "L'ho fatto, ma ero all'ospedale con Clara, e ogni volta che ti ho chiamata, non rispondevi. E poi, Clara era sempre cos vicina: se mi avesse sentito che parlavo con te... Dio... gi abbastanza brutto avere una figlia che sai potrebbe... da un momento all'altro... comunque, ci ho provato, e adesso eccomi qui." "Ges, sfido io che sembri un cadavere. Ma dimmi di Beth, adesso. Non ...?" "No, non morta. Sia ringraziato il Signore, oh, sia ringraziato Iddio!" E diede sfogo alle lacrime, apertamente, stringendo tra le mani il bicchiere vuoto, lasciando che il pianto colasse e gli bagnasse il davanti della giacca. Lei, inginocchiata, si un a quella disperazione, tenendogli stretta una mano. "Ges" ripet sotto voce. "Ges." "Se tu sapessi quante volte ho invocato quel nome, in questi due ultimi giorni della settimana! Non sono mai stato un gran che religioso, ma tutto d'un colpo, ho pensato, qualsiasi cosa possa dire, fare, implorare, qualsiasi cosa... Non ho mai pianto tanto in vita mia. Non ho mai pregato con tanta intensit."

Una nuova crisi di sofferenza retroattiva gli squass le spalle, impedendogli di proseguire. Quando si acquiet, riusc a trovare un filo di fiato: "Adesso sta bene, si ripresa, uscita dall'ospedale appena due ore fa. Guarir, il medico lo d per certo. Cos ha detto. Se esigesse un onorario di un milione di dollari, passerei volentieri il resto della mia vita per pagarglielo. Per Beth questo e altro". "Lo so. Le figlie lo meritano sempre, o almeno quasi tutte, agli occhi di un padre." Egli si abbandon contro la spalliera della sedia, e lei rimase accucciata alle sue ginocchia, in attesa che gli tornasse il fiato. Poi volle sapere: "Come successo?". "Una di quelle cose banali, stupide. Aveva piazzato nello stanzino una scaletta traballante per tirar gi certi addobbi per Natale. Quel maledetto aggeggio ha ceduto, lei caduta, picchiando la testa con violenza. Non ci accorgemmo di niente: eravamo da un'altra parte della casa. Abbiamo sempre rispettato la privacy di Beth, ma dopo un'ora, visto che la sua porta restava chiusa e da dentro non veniva alcun rumore, mia moglie, per un qualche motivo, entr. Di colpo, si mise a urlare. Mi precipitai, e Beth era l, per terra, un lago di sangue, aveva picchiato la testa contro lo spigolo di una libreria. Nell'accorrere, per poco non cadevo anch'io. Cercai di sollevarla dal pavimento, ne fui impedito da un'improvvisa debolezza, al punto da non riuscire a muovermi, mio Dio, neanche riuscivo a sentirle il polso, tanto il mio batteva forte. Non so come afferrai il telefono, senza per articolare una parola, anzi senza nemmeno riuscire a formare il numero del pronto soccorso. Fu Clara a strapparmi di mano l'apparecchio e fare il numero. Quando ebbe la comunicazione, le ripresi il telefono, ma di nuovo mi si era bloccata la voce, e Clara dovette farlo al mio posto... Ges, ho quasi messo a repentaglio la vita di Beth. Ero paralizzato. Pensa se fossi stato solo in casa! Sarei stato capace di parlare? Sarebbe morta mia figlia? Senza Clara... Be', quelli dell'ambulanza arrivarono in cinque minuti, Dio li benedica, cinque, invece di mezz'ora. Portarono Beth all'ospedale. E sull'ambulanza, io assieme a lei, io, un moribondo extra. Clara ci segu in macchina. All'ospedale per un'ora non ci permisero di vedere Beth, stavano lottando per salvarla. Quando il chirurgo venne fuori ci disse che era un "la va o la spacca", al cinquanta per cento, per uno o anche due giorni. Prova a pensarci... aspettare per due giorni completi, senza sapere. Restammo in ospedale fino alle due di mattina, quando insistettero perch tornassimo a casa. Ci avrebbero telefonato se vi fosse stato qualche cambiamento. Andammo a casa e piangemmo tutta notte. Non credo che smettessimo di lacrimare per pi di dieci minuti ogni volta. Hai mai pianto in continuazione per tutta una notte, hai mai desiderato di ucciderti tanta l'angoscia? Dio, eravamo annichiliti. Era il primo vero incubo della nostra vita. C' andata sempre bene: niente malattie, niente incidenti, niente morti in famiglia. Ascolta! Non riesco a stare zitto. Dio, se sono stanco! Ma dovevo venire a vederti, Laura." "Lei sta bene, adesso, bene veramente?" "In tre giorni, poco pi, poco meno, dovrebbe esserne fuori, ha detto il medico." "Bevi ancora un po' di brandy" gli riemp il bicchiere e lo osserv bere convulsamente, mentre nuove lacrime gli riempivano gli occhi. "Ho visto tua figlia una volta soltanto, ma era, una ragazza adorabile. E' logico che tu..." "E' logico, s." Chiuse gli occhi, poi si decise a riaprirli per fissare l'amante. "Sai che cosa realmente l'ha salvata?" "La rapidit di quelli del pronto soccorso..." "No." "Quel medico..."

"Tutti loro contano parecchio. Ma abbiamo pregato. Pregato, Laura. E Dio ha risposto. Qualcuno ha risposto. Ma successo. Non avevo mai creduto nella preghiera. Ora ci credo." La stava guardando intensamente, tanto che lei dovette distogliere lo sguardo, alla fine, quasi trasalendo. Si intrecci le dita in grembo e se le contempl. Impallid di colpo, quasi avesse intuito qualcosa, poi nascose quel presentimento abbassando le palpebre. Tir un profondo respiro, gli scocc un'occhiata furtiva, e chiese: "Com'era?". "Eh?" disse l'uomo, senza capire. "Com'era la tua preghiera?" "Non era tanto una preghiera vera e propria... quanto... una promessa." Laura impallid ancora di pi, represse un ansito, e domand: "Cosa hai promesso?". Parve incapace di risponderle. La stessa impotenza a comporre un numero di telefono e articolare la richiesta di soccorso, quando sua figlia... "Allora?" "Ho promesso a Dio..." "S?" "Che se avesse salvato Beth..." "Si?" "Avrei rinunciato a te, e me ne sarei andato e non ti avrei rivista mai pi!" La confessione era sgorgata dalle sue labbra con un impeto, un tumulto emotivo e disperato. "Cosa?" Laura abbandon di scatto la posizione genuflessa, irrigidendosi, fissandolo come se avesse davanti un demente. "Hai sentito quello che ho detto" fu la sommessa risposta. Lei si protese in avanti convulsamente, incredula. "Come hai potuto promettere questo a Dio?!" proruppe. "Dovevo farlo, l'ho fatto, era l'unica cosa cui potessi pensare." Scivol gi dalla sedia e, in ginocchio sul pavimento, strisci verso Laura, allargando le braccia. "Ero disperato, non capisci? Disperato!" Laura si ritrasse, per aumentare lo spazio che li divideva. Cerc con lo sguardo la finestra, la porta, quasi a cercare una via di fuga, poi disse con lo stesso impeto di prima: "Tu sai che adesso mi sono fatta cattolica...". "Lo so, lo so." "Cattolica. Capisci in quale posizione mi hai messo?" "Non sono stato io, stata la vita, l'incidente a mia figlia. Dovevo fare una promessa per salvarla! Che cosa ci trovi di sbagliato?!" "Io ti amo, ecco che cosa ci trovo di sbagliato!" Laura balz in piedi, gli volse le spalle, poi si rigir, afferrandosi i gomiti e chinandosi su di lui. "Ma non ti rendi conto? Non puoi mica, cos come se niente fosse, lasciarti andare e promettere a Dio cose del genere! Pazzo che sei! Non puoi rimangiarti la promessa!" "Non voglio rimangiarmela" le rispose, guardandola inorridito. "Non puoi pretenderlo da me!" "Tom, Tom," continu lei "io sono profondamente credente. Come pu sfiorarti l'idea che io esiga da te un sacrilegio simile? Cristo santo, che situazione! Una promessa una promessa, devi mantenerla. Ma questo mi sprofonda nell'abisso. E se tu infrangessi la promessa, non ti amerei certo di pi per essere un mentitore, un mentitore verso il mio nuovo Dio e la mia nuova fede. Dannazione, non avresti potuto combinare un disastro pi tremendo e definitivo, neanche se lo avessi pianificato in precedenza!"

Seduto sul pavimento, egli dovette ritrarsi, e asciugarsi le gote col dorso della mano. "Tu non pensi...?" "No, no. Dopotutto, era una disgrazia, e lei tua figlia. Ma avresti potuto riflettere, prendere tempo, valutare, essere pi cauto su quello che potevi dire!" "Com' possibile essere pi cauto quando stai precipitando gi dal ventesimo piano e non pensi altro che a una rete che ti salvi?" Laura era in piedi sopra di lui, e le spalle le ricaddero, come se le avesse sparato in pieno petto. Si sentiva franare, andare in pezzi. Quelle argomentazioni... Se c'era una rete di salvataggio, lui non aveva pensato di condividerla con chi ne aveva forse pi bisogno. Quando ebbe raggiunto il fondo dell'abisso e si accorse di essere ancora viva, ella riusc a balbettare soltanto: "Oh, Tom, Tom, tu...". "E adesso piango due volte" si disper lui. "Per mia figlia, che quasi moriva. E per te, che potresti essere altrettanto morta. Ho tentato di fare una scelta. Per un attimo folle, ho pensato che doveva esservi una possibilit di scegliere. Ma sapevo che Dio avrebbe visto attraverso qualsiasi dannata menzogna avessi escogitata. Non puoi promettere e pregare e poi dimenticartene, non appena tua figlia apre gli occhi e ti sorride. Sono tanto riconoscente, adesso, che potrei esplodere. Sono disperato, immensamente disperato per noi, tu e io. Pianger per tutta la settimana, e mia moglie penser che per il sollievo che Beth sia tornata a casa." "Stai zitto" disse Laura, a bassa voce. "Perch?" "Perch! Pi parli, e meno riesco a darti una risposta. Smettila di incastrarmi in un angolo. Smettila di uccidere me al posto di lei. Smettila." A Tom non rimase che restare l dov'era, sotto un peso e un'immobilit crescenti, mentre lei annaspava ciecamente alla ricerca di un bicchiere e di qualcosa con cui riempirlo. E le ci volle parecchio prima che riuscisse a versare il brandy, e ancora di pi prima che si ricordasse di berlo. Con la faccia rivolta alla parete, domand: "Cosa dicesti nella tua preghiera?". "Non riesco a ricordarlo." "Si, che lo puoi. Dio onnipotente, Tom, cosa dicesti che sia cos maledettamente irreversibile?" Tom arross, girando la testa in tutte le direzioni, tranne che verso di lei. "Ti riferisci alle parole esatte..." "Le parole esatte. Voglio saperle. Esigo di saperle. Ne ho il diritto. Dimmele." "Oh, Dio," rispose con voce malferma "questo mi ricorda mia madre quando mi faceva dire le preghiere, quando avevo cinque anni. Una cosa che odiavo, che mi imbarazzava, non riuscivo a vedere Dio da nessuna parte, non sapevo rendermi conto a chi dovessi parlare e chiedere. Un'agonia, tanto che alla fine mia madre rinunci. Anni dopo, imparai a pregare, a modo mio, dentro di me. Va bene, va bene, non guardarmi in quel modo. Ecco quello che ho detto..." Si alz, and alla finestra, fece correre lo sguardo sulla citt, verso un edificio, qualsiasi edificio gli ricordasse l'ospedale, vi si concentr. La voce gli usc quasi impercettibile. Se ne rese conto, si interruppe, e ricominci perch lei potesse sentire: "Dissi: "Ti prego, Dio, salvala, salva mia figlia. Se lo fai, ti prometto, ti giuro di rinunciare alla cosa pi preziosa della mia esistenza. Prometto di rinunciare a Laura, e di non vederla mai pi. Lo prometto, mio Dio. Ti prego".". Un lungo silenzio, e poi Tom ripet le ultime due parole, a voce sommessa:

"Ti prego". Restando dov'era, Laura si port il bicchiere alle labbra e bevve il brandy d'un colpo e, a occhi chiusi, scosse la testa. "Cos, lo hai fatto davvero" mormor. Egli si stacc dalla finestra, fece per avvicinarsi a Laura, poi si ferm. "Mi credi, vero?" "Vorrei non crederti, ma ti credo, maledizione!" Gett via il bicchiere e lo guard rotolare, intatto, sul tappeto. "Avresti potuto promettere qualcosa d'altro! Non potevi, che ti costava, non potevi?" "Promettere, cosa, cosa?" Non sapendo dove sbattere, lui prese ad aggirarsi avanti e indietro per la stanza, incapace di ricambiare lo sguardo della donna. "Che puoi promettere a Dio che abbia un significato vero? Soldi? L'automobile che possiedi? La casa dove vivi? Rinunciare a un viaggio a Parigi? Al lavoro che svolgi? Dio sa se amo queste cose! Ma non credo che Dio le accetti. Per Lui, vale solo una cosa, no? Per Lui. Non gli oggetti, non le persone, ma... l'amore. Ci ho pensato e ripensato, e ho capito che avevo soltanto un'unica cosa nella mia vita che avesse un valore incalcolabile, che rappresentasse una contropartita equivalente." "E quella cosa ero io?" esclam lei. "S, dannazione! Dimmene un'altra! Non riesco a pensarne un'altra. Tu. Il mio amore per te stato cos grande, cos assoluto, cos vitale a tutta la mia esistenza, e sapevo che doveva essere la vera contropartita, la promessa indispensabile. Se avessi detto che avrei rinunciato a te, Dio avrebbe dovuto sapere quale schianto sarebbe stato, quale perdita totale. E allora sarebbe stato costretto a restituirmi mia figlia! Come avrebbe potuto negarmelo?" Si era fermato al centro della stanza. Laura raccolse il bicchiere, lo guard, prese a girare attorno a Tom, lentamente. "Adesso ho sentito e visto tutto" disse. "Sentito e visto che cosa?" "Come gli uomini, in un modo o nell'altro, riescono a liberarsi dalle loro "relazioni"." "E' cos che tu la interpreti?" "In quale altro modo, se no? Gi da un pezzo cercavi di uscirne. Ora, la scusa ce l'hai, l'hai trovata." Lui emise un suono lugubre, poi un grugnito, poi un sospiro esasperato. "Una scusa? No. Un voto. Che altro avresti voluto che io facessi?" "Be', non certo promettere a Dio di rinunciare a me!" scatt lei. "Perch proprio me?" "Non lo sai? Non hai sentito? Tu sei tutto quello che avevo di indispensabile. Ti amavo, ti amo. Ti amer sempre. E adesso, anche se so che sanguiner per anni, devo lasciarti. Chi straziato di pi, qui, tu o io? E' pi tremendo per te essere lasciata o per me che ti lascio? Riesci veramente, dico veramente, a immaginarlo e dirmelo?" "No" gli rispose, e le spalle le ricaddero di nuovo. "Io me la caver. Perdonami. Sar solo questione di tempo. Non sono passati che dieci minuti da quando sei entrato da quella porta. Cristo!" Si avvi, a passo lento, in cucina. Tom la sent frugare nel frigorifero. Disperato, and a sedersi su una poltrona, tenendovisi stretto, come se temesse di esserne strappato via e proiettato in mezzo al soggiorno. Laura torn con in mano una bottiglia di champagne e due calici, procedendo come se si trovasse su un campo minato. "E quella roba cos'?" le chiese, mentre la vedeva sedersi di nuovo sul pavimento. "A te che cosa sembra?" Lavor espertamente sul tappo e, quando questi sbott e colp il soffitto, aggiunse: "Con questo cominciammo, perch non concludere allo stesso modo?".

"Sei in collera con me..." "In collera? Accidenti, vedo rosso, e mi sento cos a terra che andrei a letto per un mese senza alzarmi, e invece domattina, maledetto il demonio, sar di nuovo in piedi. Forse questo schifo di champagne aiuter. Prendi il tuo bicchiere." Bevvero e rimasero in silenzio per un bel po'... "Quindi, questa l'ultima volta che ci vediamo" disse lei. "Non c' bisogno di metterla gi cos duramente." "Perch no? Tu l'hai gi fatto. Non giriamoci intorno, a prenderci per i fondelli. Sono gli ultimi cinque minuti della nostra vita. Quando hai finito di bere, infili quella porta. Non posso sopportarti qui dentro. Non voglio che te ne vada. Vorrei avere una preghiera, una promessa, forte come la tua, in cui credere. La offrirei a Dio con tutta l'anima che mi resta. Ma non ho la forza necessaria, e nessuno muore per me, tranne tu, e non sei realmente morto, te ne stai solo andando via. Quindi, non telefonarmi, non scrivermi, non tornare, non farti vedere. Lo so, lo so quello che tu vorresti fare, andartene, rimanere lontano da me. Ma potresti essere tentato. E se tu ti facessi vivo, io morirei di nuovo, interamente. Ti sembro meschina, vile, troppo dura? Non lo sono. Non riesco a comportarmi diversamente. Quindi..." Accost alle labbra il bicchiere, fin lo champagne, poi si alz e and ad aprire la porta d'ingresso, fermandovisi, in attesa. "Cos, subito?" disse Tom, lugubre. "Difficile credere che siano stati cinque anni. Ma... cos, subito." Si alz anche lui e si guard in giro, come se stesse dimenticando qualche cosa, e poi si rese conto che era lei, e le and di fronte, le braccia penzoloni lungo i fianchi. Di quelle braccia e del resto, pareva non sapesse che fare. "Mi perdoni?" "No, non adesso. Ma tra poco, s. O finisco col perdonarti, o smetto di andare in chiesa. Dammi un po' di tempo per pensare a tua figlia e alla sua quasi morte, e, si, ti perdoner. Ci aspetta, a tutti noi, una settimana tremenda. Parte di me sa che ti senti spaccato in due. Addio." Le sue labbra sussurrarono: amor mio, ma lo sussurrarono solo. Lo baci, un bacio e basta, prolungato, e poi, quando sent il proprio peso aderire pi strettamente a lui, si ritrasse di scatto e indietreggi. Tom usc; a met della rampa di scale, si gir e disse: "Addio". E corse gi per i gradini. Le lacrime irruppero a offuscare gli occhi di Laura. Si lanci verso la ringhiera, aggrappandovisi, fissando le scale deserte. "Come ti sei permesso...!" grid. E tacque. Ancora con gli occhi fissi sulle scale, domin l'affanno. Le altre parole vennero di loro propria volont: "... di amare tua figlia...". E poi la conclusione, che soltanto lei poteva sentire: "... pi di quanto amavi me?". Indietreggi, annaspando, si ritrov nell'appartamento, e richiuse la porta, sbattendola con violenza. In fondo alle scale, Tom sent. E fu come il suono di una tomba che si serrasse. Approccio d'amore Per tutta la mattina, nell'aria tersa, aveva insistito quel profumo di grano o d'erba verde falciati, o di fiori. Sio non lo conosceva, non avrebbe potuto riconoscerlo. Dalla sua segreta caverna, aveva disceso la collina, aveva vagabondato qua e l, la bella testa eretta, gli occhi vigili per scrutare, e gonfiando il

petto ad annusare la brezza che alitava a innalzare sino a lui l'ondata del dolce profumo. Come in una primavera autunnale. Cerc i fiori selvatici sotto le rocce aspre, ostinandosi, ma non ne trov alcuno. Esplor per una minima traccia di quell'erba, quel breve mantello che, su Marte, appariva per una settimana soltanto, ma la terra era ossa e sassi, e del colore del sangue. Sio torn alla caverna, inquieto. Scrut il cielo, vide i razzi dei terrestri guizzare, in basso, lontani, ma vicini alle citt da poco costruite. A volte, di notte, egli scivolava silenzioso, nuotando furtivo o discendendo con la barca lungo i canali, lasciava la barca in un punto nascosto, per poi nuotare, con un morbido altalenare di braccia e gambe, fino ai confini delle nuove citt, e da li spiare gli uomini che martellavano, inchiodavano, verniciavano; gli uomini che imprecavano, a notte avanzata, a quella strana cosa che andavano costruendo su questo pianeta. Ascoltava e cercava di capire il loro linguaggio sconosciuto, e osservava i razzi rivestirsi di enormi piume di fuoco splendente e poi scatenarsi verso le stelle: un popolo incredibile. E poi, ancora vivo, non toccato dalla malattia, e solo, Sio rientrava nella sua caverna. Altre volte, percorreva lunghi chilometri oltre le montagne per trovare altri della sua razza in volontario esilio, qualche maschio, ancor meno femmine, con cui parlare. Ma ormai si era fatto una ragione della propria solitudine, e viveva isolato, pensando al destino che aveva finito con l'uccidere la sua gente. Non ne dava la colpa ai terrestri; era stata una cosa accidentale, la malattia che, nel sonno, aveva bruciato sua madre e suo padre, e bruciato le madri e i padri di una moltitudine di figli. Annus di nuovo l'aria. Quell'aroma strano. Quel dolce, penetrante profumo di fiori compositi e di muschio verde. "Cosa pu essere?" Aguzz gli occhi dorati nelle quattro direzioni. Era di alta statura, e ancora un ragazzo, anche se diciotto estati gli avessero plasmato i muscoli delle braccia, e le sue gambe si fossero affusolate e innervate per le nuotate nei canali e le corse spericolate verso la salvezza, attraverso il fondo scintillante di mari defunti, o nelle lunghe escursioni, con le gabbie d'argento per raccogliere i fioriassassini e le lucertole di fuoco che li avrebbero nutriti. Pareva che tutta la sua vita dovesse essere piena di nuotate e di marce, le cose che gli uomini giovani fanno per controllare le loro energie e passioni, finch non si sposano, e una donna si prenda ci che prima era delle montagne e dei fiumi. Sio aveva prolungato fino alla propria virilit affermata quella passione per la distanza e le lunghe camminate, pi di ogni altro coetaneo. E mentre altri uomini erano impigriti solcando su una barca i canali morenti, con la loro donna coricata al fianco, come un bassorilievo, Sio aveva continuato a correre e saltare, ad amare una vita atletica, per lo pi da solo, quasi sempre parlando a se stesso. Era stata la preoccupazione dei suoi genitori, e il desiderio inappagato di donne, le quali avevano assistito all'allungarsi della sua ombra, dal quattordicesimo anno in avanti, e si erano scambiate allusivi ammiccamenti, in attesa che dopo un anno, l'altro anno arrivasse... Ma dopo l'invasione e la malattia, anche la sua esuberanza era illanguidita. Il suo universo era stato sommerso dalla morte. Le citt fatte di assi inchiodate e verniciate, erano apportatrici di pestilenze. Il peso di cos tanti lutti incupiva enormemente i suoi sogni. Spesso si svegliava piangente, e protendeva le mani verso l'aria notturna. I suoi genitori erano morti, ed era l'ora, ma gi trascorsa, per un'amicizia speciale e toccante, per un amore. L'alito del vento era impregnato di quel profumo che aveva una sua vita, e Sio lo inspir a fondo con un fervore nella carne.

E poi vi fu un suono. Come una piccola orchestra che suonasse. Una musica che fluiva lungo la stretta valle pietrosa e riempiva la caverna. Un pennacchio di fumo indugi nel cielo, in distanza. Gi a valle, vicino al vecchio canale, sorgeva una piccola casa, eretta, un anno prima, dagli uomini della Terra per una loro squadra di archeologi. Era stata abbandonata, e pi volte Sio era strisciato l, per spiarne le stanze vuote, senza entrare, perch temeva che la malattia nera potesse contagiarlo La musica veniva dalla casa. "Tutta un'orchestra in quel piccolo spazio?" si chiese, e corse silenzioso a discendere la valle, nel chiarore del primo pomeriggio. La casetta pareva vuota, nonostante la musica che sgorgava dalle finestre aperte. Sio si spost di roccia in roccia, impiegando una mezz'ora per acquattarsi a una trentina di metri dal minaccioso, risonante edificio. Si appiatt al suolo, non discosto dal canale. In caso di pericolo, si sarebbe tuffato in acqua, lasciando che la corrente lo riportasse velocemente tra le colline. La musica si fece pi sonora, urt contro i massi, echeggi nell'aria calda, gli palpit dentro. Dal tetto della piccola casa, le vibrazioni scuotevano polvere. Dalle pareti di legno, scaglie di vernice si staccavano come farfalle. Sio balz in piedi e rincul. Nessuna orchestra era visibile all'interno, poich le tendine a fiori delle finestre erano chiuse. La porta sulla facciata era aperta. La musica si ferm, riprese. Lo stesso motivo, ripetuto dieci volte. E l, il profumo che lo aveva calamitato a scendere dal suo rifugio di sassi, era corposo, come un'acqua che gli accarezzasse il viso sudato. Alla fine, egli decise: lo scatto di una breve corsa, e raggiunse la finestra, guard dentro. Su un tavolo basso, luccicava un oggetto di colore scuro. Una specie di macchina, sulla quale un ago d'argento incombeva su un disco nero che girava su un perno. Da esso usciva il suono dell'orchestra! Sio guard sbalordito il misterioso oggetto. La musica tacque. Nella pausa di silenzio vibrante, egli ud rumore di passi. Al galoppo raggiunse il canale e si tuff. Nell'abbraccio dell'acqua fredda, rest sul fondo, in apnea, aspettando. Era stata una trappola? Lo avevano attirato gi per catturarlo e ucciderlo? Pass un minuto. Bollicine d'aria che gli sfuggivano dalle narici. Risal lentamente verso la superficie, emerse da quel mondo acquatico. Mentre nuotava a pelo della fredda, verde corrente, la vide. Un viso bianco come pietra, sopra di lui. Rimase immobile per un attimo, ma l'aveva vista. Trattenne il respiro. Lasci che la corrente lo portasse via, adagio, e la donna era bella, era una della Terra, era venuta su un razzo, in una scia di fuoco che aveva arroventato l'aria, e la donna era candida come pietra. L'acqua del canale lo port tra le colline. Grondante, risal l'argine. "S, era bella" pens. Ansando, sedette sulla sponda del canale. Sentiva un'oppressione nel petto, uno strano calore in viso. Si guard le mani. Che la malattia nera lo avesse colpito? Il fatto di aver guardato quella donna lo aveva contaminato? "Sarei dovuto balzar fuori" si disse "mentre lei era china, e serrarle il collo tra le mani. Lei una di quelli che ci hanno uccisi!" Ebbe di nuovo la visione di quella gola bianca, di quelle spalle bianche. "Che strano colore" pens. "Ma no, lei non ci ha uccisi. E' stata la malattia." In tanta candidezza, poteva nascondersi la ferocia?

"Mi avr visto?" Si alz, asciugandosi al sole. Si port sul petto la mano, quella sua mano nervosa e bruna. Il cuore gli batteva inquieto, insistente. "Oh" esclam. "L'ho vista!" Ritorn alla caverna, a passo n lento n veloce. La musica strepitava tuttora, dal basso, come a congratularsi di se stessa. In silenzio Sio cominci, preciso e attento, a radunare le sue cose. Gett in un pezzo di tessuto frammenti di gesso fosforoso, un po' di cibo e parecchi libri, facendone un fagotto che leg strettamente. Si accorse che le mani gli tremavano. Il palmo in su, esamin le dita, dilatando gli occhi. Si alz in fretta, si mise il fagotto sotto un braccio, usc dalla caverna, e prese a risalire il canyon, allontanandosi dalla musica e dall'intenso profumo. Senza voltarsi. Ormai il sole stava scendendo dal cielo. Sio vide la propria ombra seguirlo, a ricordargli che sarebbe dovuto rimanere. Non era consigliabile lasciare la caverna dove era vissuto fin da fanciullo. In quella caverna aveva trovato come passare il tempo in una dozzina di modi diversi, aveva coltivato numerose inclinazioni e attivit. Aveva scavato un forno nella roccia per cuocervi ogni giorno ciambelle, di impasto e variet meravigliosi. In un piccolo campo sulla montagna aveva coltivato grano. Si era distillato vini limpidi e frizzanti. Aveva fabbricato strumenti musicali, flauti d'argento e metallo, e una piccola arpa. Aveva scritto canzoni. E costruito piccole sedie e intessuto la stoffa dei propri indumenti. E aveva affrescato le pareti della caverna: immagini di colore cremisi e cobalto fosforoso, che brillavano di notte, immagini elaborate e molto belle. E aveva spesso letto un libro di poesie che aveva scritto quando aveva quindici anni, e che, orgogliosamente, ma compostamente, i suoi genitori avevano ripetuto a pochi ascoltatori selezionati. Era stata una piacevole esistenza, nella caverna, insieme con le sue arti minori. Al tramonto, raggiunse il passo in cima alla montagna. La musica non arrivava fin l. Neanche il profumo. Chiuse gli occhi e sospir concedendosi un attimo di riposo, prima di proseguire. Un volto bianco venne a lui, in uno scintillio di acqua verde. Egli si copr gli occhi con le dita. Candide braccia lo salutavano da correnti di marea montante. Sio si alz, afferr il suo fagotto, pronto a fuggire via, quando il vento cambi direzione. Portando con s la musica, indebolita dalla lontananza. L'ambigua, metallica, insistente musica a fondo valle. Egualmente sottile e insinuante, la scia impalpabile della fragranza, di quel profumo, si fece strada tra le rocce. E mentre spuntava la luna, Sio torn indietro, alla caverna. Che era fredda e inospitale. Accese un fuoco, consum un piccolo pasto di pane e bacche sottratte alle rocce muschiose. Abbandonata da poco, gi la caverna appariva fredda e ostile. Anche il respiro suscitava strane risonanze entro le sue pareti. Spense il fuoco, si sdrai per dormire. Ma adesso c'era un incerto raggio di luce che toccava la parete di sasso. Una luce, Sio lo sapeva, che veniva dalle finestre di quella casa, pur distante oltre mezzo chilometro, laggi vicino al canale. Chiuse gli occhi, ma la luce... Non poteva ignorarla. Come non poteva ignorare sia la musica sia il profumo di fiori. Come non trovarsi a vedere, sentire, odorare uno, o l'altro, o l'altro ancora dell'incredibile trio? A mezzanotte, usc dalla caverna. Simile a un vivace giocattolo, la piccola casa proiettava dalle finestre luce gialla. A una di quelle finestre, parve a Sio di scorgere una figura che danzava. "Devo andare gi e ucciderla" disse. "Ecco perch sono tornato nella caverna. Per uccidere la donna e seppellirla."

Una volta rientrato, e ancora mezzo addormentato, ud una voce dirgli, vaga all'orecchio: "Sei un gran bugiardo". Non volle aprire gli occhi, comunque. La donna viveva sola. Il secondo giorno, la vide passeggiare ai piedi delle colline. Il terzo giorno la vide nuotare, nuotare per ore, nel canale. Il quarto e il quinto giorno, Sio si avvicin sempre di pi alla casa, finch al tramonto del sesto, con l'infittirsi dell'oscurit, os nascondersi rasente a una finestra a spiare dentro. La donna sedeva a un tavolo su cui apparivano venti tubetti di ottone, colorati di rosso. La vide spalmarsi sulla faccia una crema bianca, fredda all'aspetto, che la trasformava in una maschera, e che poi la donna elimin con un fazzoletto di carta, destinato a finire in un cesto sul pavimento. Quindi, lei prov uno dei tubetti dalla punta scarlatta, passandolo sulle labbra dischiuse, labbra che poi press una sull'altra; non soddisfatta, si ripul la bocca, ripet l'esperimento con un secondo tubetto, poi con un terzo, un quinto, un nono, ripulendosi sempre le labbra tra uno e l'altro. Si applic anche sulle gote una pasta rosata, si regol le sopracciglia con una pinzetta d'argento. Annodandosi i capelli sulla nuca in fogge incomprensibili, si lucid poi le unghie, cantarellando parole in un morbido linguaggio sconosciuto, parole che dovevano essere molto belle. Cantava, accompagnando il ritmo, battendo per terra i tacchi altissimi. Cantava andando avanti e indietro per la stanza, ed era vestita soltanto della sua nudit perlacea. E continuava a cantare, sdraiata sul letto, sempre nuda, testa all'ingi, capelli color paglia a sfiorare il pavimento, tenendo tra le labbra, rosse, tanto rosse, un cilindretto dalla punta ardente, da cui traeva, a occhi chiusi, lunghe e pigre volute di fumo, talvolta soffiandole dalle rosee narici: spirali che tracciavano in aria grandi forme spettrali. Sio fu scosso da un tremito. Gli spettri. Strani fantasmi che uscivano da quella bocca. Con tanta indifferenza, con tanta noncurante facilit. Senza guardarli, essa li creava. I suoi piedi, quando scese dal letto, danzarono. Ella piroett su se stessa, cantando, la testa rivolta al soffitto. Schiocc le dita. Protese le mani, tremule come ali d'uccello, e danz in tondo, in tondo, scalpitando un ritmo serrato sul pavimento di legno. Quella canzone arrivata da un altro pianeta. Oh, poterla capire. Sio desider in quel momento di possedere la facolt che qualcuno della sua gente aveva avuto, di proiettare la mente, di leggere, conoscere, interpretare, all'istante, lingue straniere, pensieri stranieri. Ci prov. Senza riuscirvi: la donna continuava a cantare quella canzone bella e sconosciuta, nessuna parola della quale egli riusciva a capire: "Non sto fingendo, sto salvando il mio amore per te..." Sio era assalito da un languore crescente, osservando quel corpo venuto dalla Terra, quella bellezza terrestre, cos totalmente differente, un'entit di cos tanti milioni di chilometri dallo spazio. Osservava, ammaliato, le mani umide, le palpebre animate da inquietanti sussulti. Trill un campanello. Ed ecco la donna che prendeva in mano uno strano apparecchio nero, la cui funzione non era dissimile da quella di uno strumento usato dalla gente di Sio. "Pronto, Janice? Dio, che bello sentire la tua voce!" Sio sorrise. Lei stava parlando con una citt lontana. Con una voce che dava i fremiti ad ascoltarla. Ma le parole, cosa volevano dire? "Dio, Janice, in quale buco d'inferno mi hai mandata?! Lo so, tesoro, per una vacanza. Ma a cento chilometri dal mondo civile, sperduto nel nulla. Tutto quello che faccio giocare a carte e nuotare in quel maledetto canale!" La macchina nera ronz in risposta.

"Qui non ci resisto, Janice. Lo so. Lo so. Le chiese. Peccato, un vero peccato siano arrivate sin quass. Andava tutto cos bene, prima! Quello che voglio sapere : quando riapriamo di nuovo?" Appassionante, pens Sio. Squisito. Incredibile. Lui era l, nella notte, al di l di quella finestra spalancata, a contemplare quel viso, quel corpo stupefacenti. E di cosa stavano parlando? Di arte, di letteratura, di musica, s, di musica, perch lei cantava, cantava sempre. Una musica ben strana, ma non si pu pretendere di capire la musica di un altro pianeta. N le usanze o il linguaggio o la letteratura di un mondo sconosciuto. Non si pu che giudicare per istinto. Le vecchie idee devono essere accantonate. Si doveva ammettere che la bellezza di quella donna non era la bellezza marziana, la morbida, esile avvenenza di una razza morente. La madre di Sio aveva avuto occhi dorati e fianchi snelli. Ma costei, questa donna qui che cantava sola in mezzo a un deserto, costei era di proporzioni pi generose, grandi mammelle, fianchi esuberanti, e le gambe, s, animate di fuoco nel loro alabastro, e la peculiare abitudine di andare in giro senza indumenti, con solo quelle strane calzature ticchettanti. Ma non facevano lo stesso tutte le donne della Terra? Certo. Sio annu. Bisogna capire, ammettere. Le donne di quel lontano pianeta, nude, dai capelli color paglia, possenti di membra, lui poteva vederle. E l'incanto della loro bocca, delle loro narici. E i fantasmi, le anime che scaturivano dalle labbra, in disegni di fumo. Certamente, una magica creazione del fuoco e della fantasia. Questa donna plasmava corpi nell'aria, grazie a una mente brillante. Chi altri se non una mente di assoluta limpidezza e di vivida genialit poteva bere il fuoco grigio e scarlatto, ed esalare dalle narici fluttuanti perfezioni architettoniche di complicata e mutevole bellezza? Il genio! L'artista? Un creatore! Per raggiungere un tale risultato, quanti anni erano necessari? Quanta indefessa applicazione? La presenza di quella donna era come un vortice nella testa di Sio. Egli sentiva di doverle gridare: "Insegna anche a me!". Ma aveva paura. Come un bambino. Vedeva le forme, le linee, il fumo perdersi in spirali nell'infinito. E lei era qui, sola nella solitudine, sola per creare le sue fantasie in assoluta sicurezza, inaccessibile. Nessuno deve infastidire o turbare i creatori, gli scrittori, i pittori. Ognuno rimane in disparte e non d parola ai suoi pensieri. "Che strano popolo" pens. "Sono come questa, tutte le donne di quel bellicoso mondo colorato di verde? Sono fantasmi di fumo e musica? Passeggiano prepotentemente nude entro le loro case?" "Devo osservare quanto ho sott'occhio" disse a mezza voce. "Devo studiare." Sent che le mani gli si contraevano, desiderose di toccare. Se ella avesse acconsentito a cantare per lui, insegnargli a costruire gli artistici arabeschi nell'aria, insegnargli, parlargli di quel grande mondo remoto, e dei suoi libri e della sua bella musica... "Insomma, Janice, ma fra quanto? E le altre ragazze? E nelle altre citt?" Lo strumento ronz come un insetto. "Tutte quante chiuse? Su tutto il fottuto pianeta? Ci dev'essere un posto, almeno uno! Se non me ne trovi presto uno, io..." Era tutto strano per Sio. Come vedere una donna per la prima volta. Il modo con cui rovesciava indietro la testa, come muoveva le dita dalle unghie scarlatte, tutto nuovo e differente. Adesso aveva accavallato le candide gambe, china in avanti, un gomito puntellato sul ginocchio nudo, insistendo in quello strumento nero, parlando, sbirciando verso la finestra dove lui, s, lui stava acquattato, e pareva che lei lo vedesse, direttamente... Oh, se la donna avesse saputo, che avrebbe fatto?

"Chi? Io aver paura di vivere qui da sola?" Scoppi a ridere. E Sio scand una risata in cadenza, nell'oscurit ingentilita dalla luna. Oh, la bellezza di quella risata che non era marziana, di quel capo gettato all'indietro, delle nubi misteriose che fiorivano e prendevano forma da quelle narici. Sio fu costretto a distogliere gli occhi, il respiro ansante. "Come no? Sicuro!" Quali squisite rare parole di vita, musica, poesia stava ella pronunciando? "Be', Janice, come si fa ad aver paura di un marziano? Quanti ne sono rimasti? Una dozzina, due dozzine. Mettili in fila, controllali." La risata della donna lo segu mentre Sio incespicava girando l'angolo della casa, non essendosi accorto di un mucchio di bottiglie vuote. A occhi chiusi, egli rivide la luminosit della pelle di lei, i fantasmi che le uscivano di bocca in esorcismi e in evocazioni di nuvole, piogge e venti. Oh, poter tradurre. Oh, di, riuscire a sapere! Intendere! Che voleva dire quella parola, e quell'altra, e poi l'altra ancora? La donna lo aveva chiamato? No. Era il proprio nome quello che gli era parso di sentire? Tornato alla caverna, mangi, ma senza aver fame. Sedette, per un'ora, all'imbocco della caverna, mentre le lune sorgevano e transitavano nel cielo freddo, e il respiro alitava in nuvole bianche, come gli spiriti, i misteri ispiratori di paura che erano alitati intorno al viso della donna, la quale parlava e parlava, ed egli aveva sentito, oppure no, quella voce salire su per la collina, tra le rocce, quella voce, quel respiro pieno di promesse indefinibili, di calde parole che avevano il tepore di una gola... E, alla fine, decise: "Andr da lei, le parler calmo e sommesso, e le parler ogni notte, finch ella capisca ci che dico, e io capisca le sue parole, e lei possa venire con me sulle colline dove saremo felici. Le dir della mia gente, di come sono rimasto solo, e di come l'ho spiata e ascoltata per tante notti...". Ma... lei la Morte. Rabbrivid. Quel pensiero, quelle parole insistevano, non volevano andarsene. Come poteva aver dimenticato? Gli sarebbe bastato sfiorarle la mano, la guancia, e sarebbe avvizzito in poche ore, una settimana come massimo. La sua pelle avrebbe cambiato colore, si sarebbe staccata a scaglie color della pece, e poi ridotta in cenere, neri frammenti di foglia che il vento avrebbe frantumati e dispersi. Un solo impercettibile contatto e... la Morte. Ma un'altra riflessione gli venne in soccorso. Ella viveva sola, lontana da quelli della sua razza. E doveva amare e preferire i propri pensieri, quindi, per adattarsi a stare come un eremita. "E allora, non siamo eguali, io e lei? Visto che si avulsa dalle citt forse la Morte non in lei...? S! Forse!" Come sarebbe stato bello stare con lei per un giorno, una settimana, un mese, a nuotare insieme nei canali, passeggiare sulle colline, sentirla cantare quella strana canzone, e lui, a sua volta, avrebbe ripreso i vecchi libri dell'arpa facendoli parlare! E tutto questo non giustificava un qualche rischio, qualsiasi rischio? Un uomo che viva solo, non come morto? Guarda le luci gialle che escono da quella casa sotto di te. Un mese di genuina comunione spirituale, stare a vivere con la bellezza e la creatrice di fantasmi, di quelle anime che le uscivano dalla bocca, non era un'opportunit unica e irripetibile? E se la morte fosse venuta... quanto bella e originale sarebbe risultata! Balz in piedi. Accese una candela nella nicchia dove le immagini dei suoi genitori tremolavano alla luce. Fuori, i fiori della notte aspettavano l'alba per palpitare e schiudersi, e lei sarebbe stata laggi a guardarli e a curarli, per poi passeggiare

con lui sulle colline. Le lune erano sparite, adesso. Per trovare la strada che portava a valle, Sio avrebbe dovuto usare la sua vista speciale. Tese l'orecchio. In basso, nella notte, la musica aveva ripreso. In basso, nell'oscurit, la voce di lei parlava di meraviglie di ogni tempo. In basso, nell'ombra, la bianca carne di lei brillava, e i fantasmi le danzavano intorno. Spicc la corsa. Alle nove e quarantacinque esatte di quella sera, la donna ud bussare gentilmente alla sua porta. Una per sua signoria, e una per la strada! Nasce qualcuno, e pu darsi che la notizia impieghi la maggior parte della giornata per fermentare, filtrare o fare il periplo dei prati irlandesi fino alla citt pi prossima e al pub prediletto, che sarebbe poi quello di Heeber Finn. Ma metti che muoia qualcuno, e la musica di un'orchestra sinfonica al completo echeggi tra campi e colline. L'assordante impatto sonoro schiaffeggia la contrada, rimbalza sui tetti del pub e induce i bevitori a dirompenti grida invocanti il bis! Cos avvenne in quel caldo giorno d'estate. Il pub era stato appena aperto, arieggiato e invaso dai clienti che Finn, stando sulla porta, vide un nugolo di polvere fiorire sulla strada. "Questi Doone" mugugn Finn. Doone era lo sprinter locale, il primo a venir fuori dai cinema prima dell'aborrito inno nazionale, e fulmineo araldo di notizie. "E la notizia cattiva" mormor Finn. "Ecco perch arriva di corsa!" "Ah!" esclam Doone, balzando oltre la soglia. "E' fatta, e lui morto!" La ressa al bar si volt. Doone gio del proprio attimo di trionfo, prese tempo, lasciandola sospesa. "Di, eccoti da bere. Forse aiuter a farti parlare!" Finn cacci un bicchiere nella mano protesa di Doone. Il quale si inumid la gola, ed espose i fatti. "Lui personalmente" ansim alla fine. "Lord Kilgotten. Morto. Da neanche un'ora!" "Oh" dissero tutti, compostamente. "Pace all'anima sua. Una brava persona. Una cara creatura." Perch Lord Kilgotten, da quando erano nati, aveva vagato per i loro campi, i loro pascoli e fienili, od onorato della sua presenza questo stesso bar. La sua dipartita era come quella dei normanni in ritirata verso la Francia o i fottuti inglesi in esodo da Bombay. "Una degna persona," comment Finn, bevendo alla memoria "anche se due settimane all'anno le passava a Londra." "Che et aveva?" chiese Brannigan. "Ottantacinque? Ottantotto? Pensavamo che l'avremmo messo sotto terra gi da un bel po'." "Uomini come quello," sentenzi Doone "Dio deve tagliarli con l'accetta per sradicarli dal posto. Per esempio, Parigi, credevamo che gli sarebbe stata fatale, anni fa. Invece niente. Il bere, quello s che avrebbe potuto annegarlo, ma lui riusciva sempre a toccar terra. No, no. Ci riuscito quel fulmine condensato, un'ora fa, nella nebbiolina dei campi, sotto un albero, mentre stava raccogliendo fragole assieme alla sua segretaria di diciannove anni." "Ges" obiett Finn. "Mica ci sono le fragole di questa stagione. E' stata lei a stenderlo con un colpo di febbre. A ridurlo un crostino bruciato!" Il che fece esplodere una salva poderosa di risate, che zitt quando riemerse alle menti la particolare natura della

circostanza, e altri concittadini arrivarono a immedesimarsi dell'atmosfera e brindare allo scomparso. "Una cosa mi domando" disse pensoso Heeber Finn, alla fine, ma con una voce che avrebbe fatto ammutolire gli di del Valhalla intenti a banchettare. "Mi domando. Che ne sar di tutto quel vino? Il vino, cio, che Lord Kilgotten ha ficcato in botti e botticelle, a litri, a ettolitri, a preziose dozzine e squisite migliaia, nelle sue cantine e nei suoi solai e, chi lo sa, magari sotto il letto?" "Gi" disse qualcuno, con inquieto stupore, all'improvviso ricordando. "Gi. Certamente. Che ne sar?" "L'avr lasciato, c' da giurarci, a qualche dannato lontano cugino o nipote, corrotto da Roma, rincoglionito da Parigi, che domani piomber qui in aereo per arraffare e bere, prelevare in blocco e ripartire, lasciando Kilcock e tutti noi buggerati e fatti fessi dietro l'angolo!" predisse Doone, tutto d'un fiato. "Parenti non ce ne sono" precis Finn. "Nessun nipote americano rimbambito, nessuna nipote zitella isterica che cada in acqua da una gondola a Venezia e riesca a nuotare sin qui. Mi sono fatto obbligo di documentarmi a dovere." Finn fece una pausa. Era il suo momento, adesso. Tutti lo guardavano. Tutti erano protesi verso di lui per sentire il suo possente proclama. "E allora, m' venuto di pensare, se Kilgotten, per Dio, lasciasse tutte le sue diecimila bottiglie di Burgundy e di Bordeaux ai cittadini della pi simpatica citt dell'Eire? A noi!" Eruppe una ferina ovazione quale ovvio commento e sanzione, troncata di colpo allorch le mezze porte a molla del pub si spalancarono e, evento alquanto eccezionale, la moglie di Finn entr, fulmin con lo sguardo l'assemblea, e precis asciuttamente: "Il funerale tra un'ora!". "Un'ora?" esclam Finn. "Se lui non ancora freddo..." "E' fissato per mezzogiorno preciso" conferm sua moglie, sempre pi imponente quanto pi passava in rassegna quella sgradevole trib. "Il medico e il prete sono appena rientrati dal Palazzo. Un funerale alla svelta, c'era scritto nel testamento di sua signoria. "Roba da barbari" ha detto padre Kelly "senza neanche la fossa benedetta. " "Invece c'" ha detto il medico. "Ci si aspettava che Hanrahan morisse gi ieri, invece ha ripreso un filo di fiato e ha superato la notte. Le ho provate tutte, ma l'uomo resiste! Nel frattempo, c' disponibile la sua fossa. " Sono invitati tutti. Alzate le chiappe!" Le mezze porte danzarono nella sua scia. La pietosa donna aveva condotto a termine la propria missione. "Un funerale?" si esalt Doone, pronto a correre. "No!" disse raggiante Finn. "Fuori tutti. Il locale chiude. Una veglia!" "Neanche Cristo" ansim Doone, asciugandosi il sudore sulla fronte "sarebbe sceso dalla croce per farsi una camminata in una giornata come questa." "Il caldo," ammise Mulligan " insopportabile." Toltasi la giacca, essi arrancavano su per la collina, oltre la foresteria di casa Kilgotten, per raggiungere il prevosto, padre Padraic Kelly che faceva la stessa strada. Anch'egli si era alleggerito di tutto, conservando per il colletto, concessione che aveva reso scarlatta la sua faccia; "Torrido come l'inferno" concord il sant'uomo. "Nessuno di noi resister fino in fondo." "Perch tanta fretta?" domand Finn, affiancando il prete che aveva allungato il passo. "Sento puzza, qualche inghippo. Che c' in ballo?" "S" rispose padre Kelly. "C'era un codicillo segreto nel testamento..." "Lo dicevo, io!" esclam Finn.

"Cosa?" volle sapere la folla, facendosi sotto, rimasta indietro nel sole. "Se fosse trapelato, sai che pandemonio" fu tutto quello che il prete fu disposto a rispondere, con gli occhi fissi al cancello del cimitero. "Lo scoprirete all'ultimo momento." "Sarebbe il momento prima o il momento dopo la fine, padre?" domand candidamente Doone. "Sei cos tonto che fai pena" sospir il sacerdote. "Pensa a entrare da quel cancello. E non cadere nella fossa!" Doone si port a capo fila. Gli altri lo seguirono, assumendo un'aria pi confacente mentre entravano nel cimitero. Il sole, forse per adeguarsi, si trasfer dietro una nuvola, e una dolce brezza alit per qualche attimo di sollievo. "La fossa quella" e padre Kelly vi accenn con la testa. "Allineatevi sui due lati del viale, in nome di Dio, e aggiustatevi il nodo della cravatta, se ce l'avete, e soprattutto controllate che abbiate l'allacciatura dei pantaloni abbottonata. Cerchiamo di fare una bella figura per Kilgotten... Eccolo che arriva!" E, invero, Lord Kilgotten stava arrivando, da quella brava e semplice creatura che era stata, dentro una cassa sistemata sul pianale di uno dei suoi carri agricoli, e dietro quel carro una processione di altri veicoli, auto e autocarri, che si snodava sino a met collina, sotto un sole ora tornato pi implacabile che mai. "Che po' po' di corteo funebre!" grid Finn. "Mai visto uno simile!" grid Doone. "Silenzio" esort padre Kelly, compostamente. "Mio Dio" disse Finn. "La bara, la vedete?" "La vediamo, Finn, la vediamo" ansarono gli altri. Perch la cassa, che avanzava traballando, era s artisticamente confezionata, ben inchiodata con borchie d'argento e d'oro, ma di quale strano legno era fatta? Stecche di casse da vino, assi di casse salpate dalla Francia solo per approdare e stagionare nelle cantine di Lord Kilgotten! Un uragano di fiati espirati scatur dai fedeli del pub di Finn. Tutti in punta di piedi, allungando il collo, afferrando i gomiti del vicino. "Tu sai le parole, Finn" bisbigli Doone. "Dicci i nomi!" Finn, gli occhi incatenati al feretro fatto di casse d'imballaggio di vini d'annata, parl: "Seguitemi bene! Attenzione. Ecco uno Chateau Lafite Rothschild del novecentosettanta... Chateauneuf du Pape, del sessantotto! L, capovolta, quell'etichetta, Le Corton. E sopra: La Lugune! Che stile, mio Dio, che classe! Anche a me, personalmente, non farebbe affatto schifo finire sotto terra dentro una cassa con quelle marche stampate a fuoco sul legno!". "Mi chiedo," rimugin Doone "ma lui pu leggere le scritte dal di dentro?" "Volete piantarla?" brontol il prete. "Ecco che viene il resto." Se la salma nella cassa non fosse stata sufficiente per nascondere il sole dietro alle nubi, quel "resto" caus una ancor maggiore insorgenza di malessere negli uomini madidi di sudore. "Era come se," doveva in seguito ricordare Doone "qualcuno fosse scivolato, fosse caduto nella buca, rompendosi una caviglia e rovinando tutto il pomeriggio!" Perch l'ultima parte della processione era formata da una serie di auto e camion carichi alla rinfusa di casse di bottiglie di vini francesi; chiudeva la fila un grosso furgone, vecchio quanto gli anni verdi della Guinness Birrerie, tirato da una pariglia di orgogliosi candidi cavalli, drappeggiati di nero, ruscellanti sudore e consci della sorpresa che rimorchiavano.

"Mi venga un colpo" fu il commento di Finn. "Lord Kilgotten si portato dietro la sua veglia personale!" "Urr!" acclam la folla. "Viva la buonanima!" "Deve aver conosciuto i giorni che mandano a fuoco un uomo, o incendiano un prete, e le nostre lingue inaridite!" "Fate largo! Lasciate passare!" Gli uomini si scostarono, mentre tutti i veicoli carichi di strane bottiglie etichettate Francia del sud o Italia del nord, passavano, tra sciacquii oceanici di liquidi prigionieri, e raggiungevano la spianata del cimitero. "Un giorno o l'altro," sussurr Doone "dobbiamo erigere una statua a Kilgotten, conoscitore di chi gli era amico." "Vacci piano" ribatt il prete. "E' troppo presto per cantar vittoria. Perch adesso sta arrivando qualcosa peggiore di un impresario di pompe funebri!" "Che ci pu essere di peggiore?" Assieme all'ultimo dei carri col vino, risaliva la strada del camposanto un uomo, in solitudine, cappello in testa, giacca abbottonata, e dalle cui maniche emergevano, dei dovuti centimetri, impeccabili polsini della camicia, scarpe lucidissime contro ogni logica, baffi impomatati e refrattari a stille di sudore, e, sotto l'ascella, una nitida cartella di cuoio, vezzosa come la borsetta di una signora; il tutto con un'aria da frigorifero, appena uscito da una boutique; bocca di ghiaccio, occhi freddi come uno stagno gelato. "Ges" mormor Finn. "E' un avvocato!" concluse Doone. Tutti fecero ala. L'avvocato, perch tale era in effetti, incedette, simile a Mos lungo il varco di un docile Mar Rosso, o a un Re Luigi durante la promenade, o alla pi altezzosa puttana d'alto bordo in Piccadilly: a seconda dei gusti, ognuno scelga il paragone preferito. "E' la legge di Kilgotten" sibil Muldoon. "L'ho visto andare in giro, a Dublino, come l'Apocalisse. Ha un cognome che una barzelletta: Clement, si chiama! Mezza chiappa irlandese, ma bretone a chiappe riunite. Il peggiore!" "Che ci pu essere di peggiore della morte?" bisbigli qualcuno. "Lo vedremo presto" mormor il prete. "Signori!" L'appello monopolizz l'attenzione generale. L'avvocato Clement, sull'orlo della fossa, sganci la cartella da sotto il braccio, la apr, ne trasse un documento legato con nastri e sigillato, la cui stupenda ufficialit stupiva l'occhio, e oscurava e rattristava il cuore. "Prima delle esequie," disse Clement "prima che padre Kelly reciti l'ufficio funebre, ho un messaggio da portare a loro conoscenza, un codicillo al testamento di Lord Kilgotten, che ora legger." "Scommetto che l'undicesimo Comandamento" mormor il prete, a occhi bassi. "Quale sarebbe l'undicesimo Comandamento?" chiese Doone, aggrottando la fronte. "TU TACERAI E PRESTERAI ORECCHIO" rispose il prete. "Shhh." Perch l'avvocato aveva iniziato la lettura a voce alta del nastrato papiro, e le sue parole risuonavano nell'aria estiva. ""E premesso che i miei vini sono i migliori..."" "E lo sono!" conferm Finn. ""E premesso inoltre che le migliori marche di tutto il mondo sono ospitate nelle mie cantine, e che gli abitanti di questa citt, Kilcock, non apprezzano tali nettari, ma preferiscono... bevande... pi grossolane..."" "Chi lo dice?!" protest Doone. "Zitto e a cuccia" impose padre Kelly, sottovoce.

""Con la presente, dichiaro e stabilisco"" lesse l'avvocato con un largo e mellifluo sorriso compiaciuto ""che, contrariamente al vecchio adagio, un uomo pu in effetti portarsi nella tomba ci che aveva di pi caro. Quindi, dispongo, firmando questo codicillo alle mie ultime volont, in questo mese che potrebbe essere il mio ultimo nella vita, per l'esecuzione di quanto sopra." Firmato William, Lord Kilgotten, add sette del mese in corso." L'avvocato tacque, ripieg il papiro, e si impett, chiudendo gli occhi, in attesa del tuono che avrebbe seguito il fulmine. "Sarebbe a dire," si angosci Doone, sussultando "che il lord intende...?" Qualcuno stapp, con uno schiocco, una bottiglia. Fu come un colpo di fucile che inchiodasse sul posto tutti i presenti. Naturalmente, era soltanto il buon avvocato Clement, che, sull'orlo della tomba, aveva usato un cavatappi per privare del turacciolo una bottiglia de La Vieille Ferme '73! "Allora, questa la veglia funebre?" Doon rise, nervosamente. "Non lo " mormor il prete, cupamente. Con un sorriso di radiosa soddisfazione, Clement, l'uomo di legge, vers il vino, glug, glug, gi nella fossa, a irrorare la bara enologica dentro cui erano nascoste le ossa assetate di Lord Kilgotten. "Fermalo! E' uscito pazzo! Portagli via la bottiglia! No!" Vi fu una selvaggia esplosione di furore indignato, come pu essere quella che scaturisce dalla gola di spettatori che abbiano appena visto il loro calciatore falciato da un avversario durante una travolgente discesa. "Un momento! Mio Dio!" "Presto! Andate a chiamare il lord!" "Coglioni!" brontol Finn. "Sua signoria nella cassa, e il suo vino finisce nella fossa!" Impietrita dall'incredibile calamit, la folla non riusciva che ad assistere all'ultimo rivolo di vino rosso che cadeva nelle viscere della terra benedetta. Clement pass a Doone la bottiglia vuota e si apprest a stapparne una seconda. "Senta, lei, aspetti un attimo!" squill la voce del Giudizio Universale. Ed era, naturalmente, la voce di padre Kelly, che si faceva avanti, portando seco la sua pi alta legge. "Devo arguire," grid il sacerdote, le gote fiammeggianti, gli occhi ardenti nella luce del sole "che lei intende disperdere tutto quel ben di Dio nel buco di Kilgotten?" "Tale " rispose l'avvocato "il mio intendimento." E cominci a versare la seconda bottiglia. Ma il prete gli blocc il braccio, per raddrizzare la bottiglia. "E lei si aspetta che noi si resti immobili ad assistere a un simile atto blasfemo?" "Dato che una veglia, s, sarebbe la cosa appropriata da farsi." L'avvocato fece per inclinare di nuovo la bottiglia. "Si fermi, e subito!" Il prete si guard attorno, in alto, in basso, guard i suoi amici del pub, e Finn, loro leader spirituale, e il cielo, dove Dio si celava, e la terra dove Kilgotten giaceva acqua in bocca, e alla fine guard l'avvocato Clement e il relativo esecrando codicillo. "Attento, signore, lei sta scatenando una sommossa popolare!" "S!" gridarono tutti, pronti all'azione, pugni lungo i fianchi, macinando e triturando sotto i denti invisibili rocce. "Di che annata questo vino?" Ignorandoli, Clement sbirci con calma l'etichetta della bottiglia che aveva in mano. "Novecentosettanta, Le Corton. Il migliore di un'annata

superba. Eccellente." Si scost da padre Kelly, e lasci che il vino sgorgasse. "Faccia qualcosa" url Doone. "Non ha sottomano una qualche scomunica?" "I preti non scomunicano" disse padre Kelly. "Ma, Finn, Doone, Hannahan, Burke. Presto! Adunata!" L'ecclesiastico si allontan di qualche passo, e gli uomini lo seguirono d'impeto, tenendo le teste chine, come in una mischia di rugby, in un vibrante conciliabolo con il padre. Il quale, nel bel mezzo dell'operazione, si rialz per sorvegliare quel che Clement stava facendo. L'avvocato era sulla terza bottiglia. "Presto!" implor Doone. "Quello ci fregher tutto il carico!" Esplose un quarto tappo, all'unisono con un quarto urlo della squadra di Finn, i Guerrieri Assetati, come in seguito si sarebbero autobattezzati. "Finn!" fu sentito esclamare il prete, nel groviglio delle teste. "Sei un genio!" "Lo sono" concord Finn, e il pacchetto di mischia si sciolse, e padre Kelly torn sollecito alla tomba. "Ci userebbe la cortesia, signore," disse, strappando la bottiglia dalla presa dell'avvocato "di rileggerci, per l'ultima volta, quell'infausto codicillo?" "Con piacere." E piacevole doveva essergli, poich l'avvocato atteggi le labbra in uno smagliante sorriso, mentre apriva di nuovo il papiro. ""... che, contrariamente al vecchio adagio, un uomo pu in effetti, portarsi nella tomba..."" Termin, arrotol di nuovo il documento, ed esib un altro sorriso, che, almeno per lui, risultava di piena soddisfazione. Fece per riprendere la bottiglia confiscatagli dal prete. "Scusi un attimo." Padre Kelly arretr fuor di portata. Lanci un'occhiata alla folla che pendeva dalle sue labbra. "Permetta le ponga una domanda, signor avvocato, signore. E' detto in quel documento esattamente come il vino deve finire nella fossa?" "Nella fossa significa nella fossa" rispose l'avvocato. "Quindi, siamo d'accordo: la cosa importante che ci finisca comunque, nella fossa?" prosegu il prete, con uno strano sorriso. "Posso versarlo dando le spalle alla tomba, e gettandolo in aria," riconobbe l'avvocato "sempre che ricada su un lato o l'altro o in cima alla bara, come capiti, non c' problema." "Bene!" esclam il prete. "Uomini! Una squadra da questo lato. Un battaglione dall'altro lato. Mettetevi in riga. Doone!" "Signore?" "Distribuisci le razioni. Svelto!" "Signors!" Doone scatt. Tra un grande vociare di uomini che andavano alacremente allineandosi. "Io," disse l'avvocato "vado a chiamare la polizia!" "La quale sono io" precis un uomo, ai bordi della ressa. "Agente Bannion. Qual il reclamo?" Stupefatto, smarrito, l'avvocato Clement riusc soltanto a sfarfallare le palpebre e, alla fine, dire con voce strozzata. "Me ne vado." "Non so se riuscir ad arrivare vivo ai cancelli" profetizz Doone giocondamente. "Rimarr" fu lesto a correggersi Clement. "Ma..." "Ma?" volle sapere padre Kelly, mentre i tappi schioccavano, e il cavaturaccioli brillava, passando di mano in mano, lungo l'allineamento. "Andate contro la legge, contro la lettera della legge!" "No" chiar il prete, pacatamente. "Ci limitiamo soltanto a perfezionare l'ortografia della legge, a mettere il taglio sulle "t" e il puntino sopra le "i"."

"Attenti!" grid Finn. Schierati ai due lati della fossa, gli uomini attesero, ognuno con in mano una bottiglia piena di Chateau Lafite Rothschild o Le Corton o Chianti d'annata. "Allora ce le beviamo tutte?" domand Doone. "Chiudi il becco" esort il prete. Alz gli occhi al cielo. "Oh, Signore." Gli uomini chinarono il capo, e si tolsero il cappello. "Signore, per quello che stiamo per ricevere, accetta il nostro sincero grazie. E grazie, Signore, per il genio che hai concesso a Heeber Finn, il quale ha avuto l'idea di questo..." "Si" dissero tutti, quietamente. "Una sciocchezza" borbott Finn, arrossendo. "E benedici questo vino, che, dopo aver seguito il dovuto percorso, possa in definitivo approdo sgorgare l dove destinato. E se non ci riusciremo oggi e nella nottata, e tutta la disponibilit non sia bevuta, dacci la grazia di poter tornare qui ogni notte finch il dovere non sia totalmente assolto e l'anima assetata di vino non riposi in pace." "Queste si, che sono parole sante" mormor Doone. "Silenzio" sibilarono gli altri. "E nello spirito di questa circostanza, Signore, non dovremmo noi chiedere al nostro buon amico avvocato Clement di unirsi a noi, nella pienezza del suo cuore?" Qualcuno fece scivolare nelle mani dell'avvocato una bottiglia delle migliori. Clement l'afferr a tempo per evitare si rompesse. "E infine, Signore, benedici il vecchio Lord Kilgotten, i cui anni di saggio accantonamento enologico ci aiutano adesso in questa ora di cordoglio. Amen." "Amen" fecero eco tutti quanti. "Attenti!" ordin Finn. Gli uomini si irrigidirono e sollevarono le loro bottiglie. "Una per sua signoria" disse il prete. "E" aggiunse Finn "una per la strada!" Vi fu un caro gorgoglio liquido nelle gole assetate, e, anni pi tardi, Doone volle far presente, un lieto suono di risa dalla bara nella fossa. "Tutto in perfetta regola" esclam il prete, trasognato. "Si" annu l'avvocato. "Tutto in perfetta regola." A mezzanotte, nel mese di giugno Un'attesa lunga, interminabile nella notte estiva, mentre l'oscurit incombeva pi calda sulla terra e le stelle veleggiavano lente nel cielo. Egli sedeva, nel buio completo, le mani rilassate sui braccioli della poltrona. Ud i rintocchi dell'orologio del municipio scandire le nove, le dieci e le undici, e finalmente le dodici. Da una finestra sul retro fluiva una brezza a permeare la casa di mezzanotte di un alito senza luce, una brezza che lo sfiorava l dov'era seduto, come una roccia incupita, a sorvegliare silenziosamente la porta d'entrata - una veglia tacita... A mezzanotte, nel mese di giugno... Il poema della fresca notte di Edgar Allan Poe gli scorreva nella mente, come le acque di un'oscura gola montana. La signora dorme. Oh, possa il suo sonno, che durevole, essere altrettanto profondo! Si incammin lungo l'atrio indefinibile nel buio, raggiunse la finestra sul retro dell'abitazione, la scavalc, uscendo all'aperto, a sentire il fiato della citt rintanata a letto, nei

sogni, nella notte. Scorse il lustro serpente del tubo dell'acqua, arrotolato mollemente nell'erba. Calato nella solitudine, irrorando l'aiuola, immagin se stesso quale un direttore d'orchestra, di un'orchestra udibile soltanto da cani intenti in vagabondaggi notturni verso il nulla, con strani biancheggianti sorrisi. Con estrema attenzione, impresse nel fango la pianta del piede, calcando con tutto il peso del suo alto telaio, l sotto la finestra, lasciando impronte profonde e nette. Rientr in casa, e ripercorse l'atrio e il corridoio, del tutto invisibili, guidandosi con le mani e lasciando tracce di mota sul pavimento. Dalla finestra che dava sul portico della facciata, intravide lo smorto profilo di un bicchiere di limonata, pieno per un terzo, posato sulla balaustra dove lei l'aveva lasciato. Ne ebbe un leggero sussulto. Adesso, poteva sentirla venire verso casa. Poteva sentirla, lontano, affrettarsi lungo le arterie della citt, nella notte d'estate. Chiuse gli occhi e proiett la mente per localizzare la donna; e la sent procedere nell'oscurit; seppe esattamente dove lei stava scendendo da un marciapiede, per attraversare una via, salire su un altro marciapiede, e martellare con i tacchi sull'asfalto, rasente agli olmi e gli ultimi lill, avendo al fianco un'amica. Affrettandosi nel vuoto deserto della notte, egli era lei. Stringeva una borsetta tra le mani. Sentiva i lunghi capelli solleticargli il collo, e la bocca farsi grassa di rosso per le labbra. Seduto immobile, egli stava camminando, camminando, camminando verso casa, dopo mezzanotte. "Buonanotte!" Ud, senza udirle, le voci, ed ecco che lei era pi vicina, a solo poco pi di un chilometro, e ora a meno di mille metri, e adesso calava gi, come una bella lanterna bianca appesa a un filo invisibile, nella gola che era casa di grilli, rane e acque risonanti. Ed egli conosceva la grana delle scale di legno, come se, da ragazzo, ne avesse disceso in volata i gradini, avvertendone la scabrosit, la polvere e il residuo calore del giorno... Protese le mani, aperte, nell'aria. Fece combaciare i pollici, poi le altre dita, in modo che le mani formassero un anello a richiudere il vuoto che gli era davanti. Quindi, lentissimamente serr insieme le mani, strette, sempre pi strette, aprendo la bocca, chiudendo gli occhi. Sciolse la morsa delle dita, riport le mani tremanti sui braccioli della poltrona. Non riapr gli occhi. Tanto tempo prima, egli era salito, di notte, per la scala antincendio della torre del municipio, fino in cima, e da l aveva guardato la citt inargentata, la citt sotto la luna, e la citt nell'estate. E aveva visto tutte le case al buio, con dentro due cose: gente e sonno, i due elementi appaiati a letto, e tutta la loro spossatezza e il loro terrore alitati nell'aria immota, riassorbiti silenziosi ed emessi di nuovo, finch non fossero purificati, e i problemi, l'odio e gli orrori del giorno precedente non risultassero esorcizzati molto prima dell'alba e scacciati per sempre. Aveva subto l'incanto dell'ora e della citt, e si era sentito colmo di straordinaria potenza, come il mago con le marionette che tirava i fili del destino su un palcoscenico di tele di ragno. Da quell'altezza vertiginosa, aveva potuto scorgere il pi fuggevole palpitare di una foglia a dieci chilometri di distanza, sotto la luce della luna; l'ultima lampada ammiccare e spegnersi, come una zucca rosea. La citt non poteva sottrarsi al suo sguardo - nulla in essa poteva avvenire senza che lui lo sapesse, in ogni sfumatura, in ogni accenno. E lo stesso era in questa notte. Egli si sentiva un immenso orologio campanario, che lentamente scandisse e annunciasse le ore in un diffuso echeggiare di bronzi, spaziando su una citt dove una donna, spinta od ostacolata da capricciose

brezze o ventate, ora terrorizzanti, ora fiduciose, superava cordonature profilate di bianco, guadando compatti viali di asfalto e catrame, scivolando tra distese di erba tagliata di fresco, e adesso correndo, gi per i gradini, attraverso la gola, per poi risalire, risalire la collina. Ne sent i passi, prima che il suono arrivasse alle sue orecchie. La ud ansimare prima che vi fosse un ansito. Spost lo sguardo sul bicchiere di limonata, l fuori sulla balaustra. Poi il rumore effettivo, i veri passi affrettati, il respiro accelerato echeggiarono vividi. Egli si tese sulla poltrona. I passi attraversavano la strada, il marciapiede, affannosi, intrisi di panico. Poi, un farfugliare, un rumore confuso, incerto, nel portico, una chiave che frugava la serratura, una voce che gemeva e implorava a se stessa, e sussurrava: "Oh, Dio, mio buon Dio!". Sussurri! Sussurri! E la donna che spalancava la porta, la richiudeva con un tonfo, la sprangava, parlando, mormorando, parlando a se stessa, nella stanza buia. La sent, pi che vederla, portare la mano sull'interruttore. E si schiar la gola. Ella rimase addossata alla porta, dimenticando di accendere la luce. Se il chiarore lunare l'avesse avvolta, la donna sarebbe rabbrividita come una piccola pozza d'acqua in una notte di vento. Lui intu gli occhi che, simili a due zaffiri, le si dilatavano in volto, e il volto sbiancarsi, come brina scintillante. "Lavinia" sussurr. Le braccia di lei erano spalancate sulla porta, rigide come un crocifisso. La ud spalancare la bocca, l'alito caldo emesso dai polmoni. Era, la donna, una bella trasparente falena bianca; con l'ago aguzzo del terrore l'aveva inchiodata contro il pannello della porta. Volendo, avrebbe potuto girare attorno alla cattura, guardarla, guardarla. "Lavinia" ripet il sussurro. Ne sent i battiti del cuore. Ella non si mosse. "Sono io" in un nuovo bisbiglio. "Chi?" chiese Lavinia, flebilmente, in un impercettibile palpito della gola. "Non te lo dir." Lui era adesso al centro della stanza, immobile, eretto. Dio, quanto si sentiva alto! Alto, cupo, e bellissimo, e il modo con cui tendeva le mani davanti a s era come se egli potesse appoggiarle, da un momento all'altro, sui tasti di un pianoforte, per suonare una gaia melodia, un motivo di valzer. Mani umide, quasi le avesse immerse in un cespuglio di menta e in un bagno di fresco mentolo. "Se ti dicessi chi sono, potresti non aver paura" le mormor. "E io voglio che tu abbia paura. Hai paura?" Lei non disse nulla. Ansava, un piccolo mantice che, sollecito e insistente, insufflava in lei il terrore, lo alimentava, lo teneva vivo. "Perch sei andata a teatro stasera?" bisbigli lui. "Perch ci sei andata?" Nessuna risposta. Le si avvicin di un passo, ne ud il respiro soffocato, fischiante, come una spada rimessa nel fodero. "Perch sei tornata attraversando la gola, da sola? Perch sei venuta da sola, non vero? Pensavi di incontrarmi a met del ponte? Perch sei andata a teatro stasera? Perch sei passata da sola per il burrone?" "Io..." alit lei. "Tu" attese lui. "No..." implor Lavinia. "Lavinia" e fece un altro passo verso di lei. "No, per piet!" "Apri la porta. Vattene. Di corsa." Lei non si mosse. "Lavinia, apri quella porta."

Solo un gemito gutturale come risposta. "Fuggi. Corri." Nell'avanzare, egli sent qualcosa toccargli il ginocchio. La respinse con un calcio, proiettandola in aria, facendola capovolgere, un tavolino, un cestino, e mezza dozzina di invisibili gomitoli di lana rimbalzarono come gatti nel buio, rotolando morbidamente. Nell'unica zona illuminata dalla luna sotto la finestra giacevano sul pavimento le forbici, come un segnale metallico di direzione. Lui le raccolse, ghiaccio nella sua mano, e le porse di colpo alla donna, nell'intervallo di spazio che li divideva. "Prendile" le sussurr. Con esse le sfior la mano. Lei la ritrasse di scatto. "Eccole" le ripet, dopo una pausa. "Prendile." Le apr le dita, gi morte e fredde, rigide e innaturali al tocco, gliele fece richiudere sulle forbici. "Cos." "Prendile" insist. Indugi con lo sguardo rivolto al cielo e al chiarore della luna, e quando si riscosse gli ci volle un po' di tempo prima di riuscire a indovinare la sagoma della donna, annegata nel buio. "Ho aspettato" disse. "Ma ho sempre dovuto farlo. Anche le altre si sono fatte attendere. Ma, alla fine, venivano sempre da me. Era facile, comodo. Cinque belle signore, in questi ultimi due anni. Le aspettavo nella gola, nella campagna fuori citt, vicino al lago, dovunque, le aspettavo, e loro venivano a cercarmi e mi trovavano. Era sempre affascinante, il giorno dopo, leggere i giornali. E anche tu mi cercavi, stanotte, lo so, altrimenti non saresti passata, tutta sola, per il burrone. E' l che ti sei spaventata, e ti sei messa a correre? Pensavi che io fossi laggi ad aspettarti? Avresti dovuto sentirti come correvi qui sul viale! E quando hai aperto la porta! Chiudendola a chiave! Credevi di essere in salvo, finalmente a casa, al sicuro, in salvo, in salvo, vero?" Con le forbici nella mano inerte, Lavinia cominci a piangere, e lui indovin l'impercettibile luccichio delle lacrime, come acqua sulla parete di una cupa caverna. Ud i singhiozzi. "No" bisbigli. "Le forbici, le hai tu. Non piangere." Lei pianse. Non si mosse; rimase l tremante, la sua testa premuta contro la porta. Cominci a scivolare sul pavimento. "Non mi piace sentirti piangere" aggiunse. "Non lo sopporto." Annasp con le mani, esplorando, finch riusc a sfiorarle una guancia. Ne sent l'umidore, sent l'alito caldo toccargli il palmo, il tocco di una falena estiva. Allora disse un'altra cosa soltanto: "Lavinia," sussurr dolcemente "Lavinia". Con quanta chiarezza ricordava le vecchie notti dei vecchi tempi di quando era ragazzo, e assieme ai coetanei correva, correva, e si nascondeva, si imboscava e giocava a nascondino. Nelle prime notti di primavera, nelle calde notti d'estate, nelle tarde sere d'autunno, e nelle prime rigide notti d'autunno, quando le porte venivano chiuse presto, e i portici delle case erano deserti, spazzati solo dalle foglie travolte dal vento. Il gioco si prolungava finch vi fosse un barlume di luce solare o arrivasse la luna col suo raggio incrostato di neve. I loro piedi, al galoppo sull'erba erano come il lancio disordinato di soffici pesche o di mele cotogne, e la conta del Cacciatore, la testa affondata nell'arco delle braccia, echeggiava nella notte: cinque, dieci, quindici, venti, venticinque, trenta, trentacinque, quaranta, quarantacinque, cinquanta... E il rumore delle mele rimbalzanti diminuiva, s'allontanava, i ragazzi tutti al coperto, su un albero o nell'ombra di un cespuglio, negli anfratti dei portici, con i saggi cani attenti a non agitare la coda e a non rivelare il

segreto... E la conta che si esauriva: ottantacinque, novanta, novantacinque, cento! Chi c' c', chi non c' peggio per lui! Il Cacciatore si precipitava a indagare l'ignoto per trovare le Tane, e quelli nelle Tane a soffocare le proprie risate, come preziose fragole di giugno, tappandosi la bocca con le mani. E il Cacciatore con l'orecchio teso a captare il minimo batticuore sospeso tra i rami di un olmo, o lo scintillio degli occhi di un cane in un cespuglio, o un piccolo mugolio di risa insopprimibile allorch il Cacciatore correva nelle vicinanze e non vedeva l'ombra nell'ombra... And nella stanza da bagno, ripensando a quei tempi, rivivendo l'afflusso tumultuoso dei ricordi che, come una cascata dal gradino di un dirupo, cadeva, precipitava ad allargargli la mente. Dio, quanto alti e segreti si erano sentiti, nei loro nascondigli! Dio, come le ombre li avevano protetti, accolti e racchiusi nel loro trionfo. Lucidi di sudore, come si erano acquattati come idoli, nell'illusione di poter restare nascosti per sempre! Mentre lo sciocco Cacciatore andava annaspando verso l'insuccesso e l'inevitabile frustrazione! A volte, il Cacciatore si fermava proprio sotto il tuo albero, e credeva di scorgerti appollaiato lass, nelle tue ali invisibili, nelle tue ali scolorite di pipistrello, e gridava: "Ci sei!". Ma tu non rispondevi. "Di, sei l, ti vedo!" Ma tu non dicevi niente. "Vieni gi, tanto so che ci sei!" Ma da parte tua non una parola, solo un vittorioso sorriso. E il dubbio che assaliva il Cacciatore ai piedi dell'albero. "Sei tu, vero?" Poi la rinuncia, la ricerca proseguita altrove, con un ultimo sfiduciato tentativo: "Di, so che sei l". Silenzio. Solo l'albero nella notte placida, che frusciava lievemente, rinunciando a una foglia per volta. E il Cacciatore, impaurito dell'ombra nell'ombra, dirottava verso la selvaggina pi facile, identificabile con sicurezza. Si lav le mani, e pens: "Perch mi lavo le mani?". E poi la sabbia del tempo che filtrava ancora attraverso il foro della clessidra, ed era un altro anno.... Spesso, quando giocava a nascondino, era rimasto introvabile del tutto; non permetteva che lo pescassero. Muto come un tomba, rimaneva tanto a lungo sul ramo del melo da diventare una polputa mela bianca; indugiava cos a lungo sul castagno che acquisiva la durezza e la lucida patina del frutto autunnale. E, mio Dio, che senso di potenza non venire scoperto, che grandezza ti conferiva, mentre le tue braccia, alla fine, erano rami che si spingevano in ogni direzione, attratti dalle stelle e dalla luna artefice di maree, finch la tua impenetrabile segretezza racchiudeva la citt, addolcendola della tua compassione e tolleranza. Nell'ombra, potevi fare qualsiasi cosa. Qualunque cosa scegliessi di fare, potevi farla. Quale potenza ti rivestiva, quando, seminascosto dietro i vetri di una finestra a pianterreno, vedevi la gente passare sul marciapiede, ignara che tu la stessi osservando e potessi, stendendo un braccio, spolverare quei nasi in transito, col ragno a cinque zampe della tua mano, e spazzolare i pensieri altrui di terrore. Fin di lavarsi le mani, le asciug in una salvietta. Ma c'era sempre una fine al gioco. Quando il Cacciatore aveva trovato tutti gli altri Nascosti, e questi Nascosti a loro volta diventavano, uno per uno, i Cacciatori, e si sparpagliavano chiamandoti per nome, cercandoti, ecco, allora ti sentivi ancor pi potente. "Ehi! Ehi! Dove sei? Il gioco finito!" Ma tu non ti muovevi, non uscivi fuori. Anche quando tutti si radunavano sotto il tuo albero, e ti vedevano, o credevano di vederti, lass in cima, e ti gridavano: "Vieni gi! Smetti di fare lo scemo! Ti vediamo! Sappiamo che sei l!".

Non rispondevi nemmeno allora - non prima che la cosa definitiva e fatale accadesse. Da lontano, al di l dell'isolato, il sibilo ripetuto di un fischietto d'argento, e la voce di tua madre: "Le nove! A casa!". Ma tu aspettavi che tutti i compagni se ne fossero andati. Poi, disarticolando, con la massima attenzione, te stesso, il tepore che ti aveva ospitato, riluttante a lasciare la tua segretezza, correvi a casa, solo, solo nel buio e nell'ombra, trattenendo il fiato, dominando i tonfi del cuore, evitando la luce dei lampioni, affinch, se avesse udito qualcosa, la gente pensasse a una foglia catturata dal vento. E tua madre che ti aspettava sulla soglia della porta aperta... Fin di asciugarsi le mani. Indugi un attimo pensando a come era andata durante gli ultimi due anni, l in citt. Il vecchio gioco che andava avanti, condotto da lui in solitudine, gli altri ragazzi spariti e risucchiati da una decorosa mezz'et; ma adesso, come prima, lui, l'ultimo solitario Nascosto, e tutta la citt a cercare e non trovare nulla e correre a casa, sprangando le porte. Ma questa notte, al di fuori di un tempo da tanto scomparso, e ora in altre molte notti, egli aveva udito quell'antico suono, il suono del fischietto d'argento che sibilava, sibilava. Non era certo il richiamo di un uccello notturno, dato che lui quelli li conosceva tutti. Ma il fischietto continuava a insistere, e una voce a ricordargli, A casa e Le nove, anche se adesso la mezzanotte era passata da un po'. Ecco, il fischietto stava modulando ancora il suo richiamo. Anche se sua madre era morta da molti anni, dopo aver messo precocemente il marito nella tomba, con il suo caratteraccio e la sua lingua spietata: "Fai questo, fai quello, fai cos, fai cos...". Un disco rotto, costretto a gracidare sul punto incrinato sempre lo stesso motivo, ripetuto, ripetuto, ripetuto, la sua voce, la sua cadenza. E il nitido fischio che trapanava i timpani, e il gioco era finito. Non pi camminare per la citt, scomparire dietro alberi e cespugli e sorridere un sorriso che bruciava al di l del fogliame pi denso. Quando la cosa gli succedeva, automatica. I piedi che lo guidavano, le mani che agivano. Adesso egli sapeva che le mani non gli appartenevano. Si strapp un bottone della giacca, lo lasci cadere nel buio pozzo della stanza. Un bottone che parve non atterrare sul pavimento, ma restare sospeso, fluttuante. Per poi arrendersi e mettersi a rotolare. Rotolare per terra, ma non si fermava mai? Ecco, finalmente si era fermato. E le mani che agivano per loro conto, non le comandava pi. Si prese di tasca la pipa che fece volare nel buio della stanza; senza aspettarne l'impatto con qualcosa, torn rapidamente in cucina e controll, dalla finestra aperta dalle bianche tendine gonfie di vento, le impronte che vi aveva lasciato. Era di nuovo il Cacciatore, alla ricerca, e non pi il Ricercato che si nascondeva. Era il silenzioso investigatore che trovava, setacciava, cerniva, catalogava indizi, e quelle impronte gli erano adesso estranee come reperti di un'era archeologica. Erano state lasciate un milione di anni fa, da qualche altro uomo, impegnato in qualche altra impresa. Si stup della loro nitidezza, profondit e forma, al chiaro della luna. Abbass una mano, quasi a toccarle, quasi davanti a una grande scoperta archeologica. Ma era gi tornato nei locali dell'appartamento, lacerandosi dai risvolti dei pantaloni un lembo di stoffa che depose sul palmo della mano e soffi via, come fosse una farfalla. Apr la porta sulla facciata, usc e sedette un attimo sulla ringhiera del portico. Prese il bicchiere di limonata e bevve quanto vi era rimasto, ormai caldo, e strinse le dita sul vetro, con forza. Poi rimise gi il bicchiere.

Il fischietto d'argento! "S" pens. "Vengo, vengo." Il fischietto d'argento! "S, ho capito. Le nove. A casa. Le nove. La lezione da ripassare, la tazza di latte con i cracker, il letto bianco e freddo, a casa, a casa, le nove, e il fischietto d'argento. " L'uomo aveva gi abbandonato il portico, correndo agile e sciolto, ansimando appena, col cuore che batteva regolare, senza affanno, come si corre a piedi scalzi, come uno che sia foglia e verde erba di giugno, come sa correre la notte, tutta ombre, correndo per sempre, lontano dalla casa silenziosa, lungo le vie, e gi nella gola sovrastata dal ponte. Spalanc la porta a vetri ed entr nell'Owl Diner, quel lungo vagone ferroviario, rimosso dai suoi binari, e assegnato a un solitario e immobile destino nel centro della citt. E che adesso era deserto, tranne la presenza del barista. Il quale, dall'estremit opposta del banco, alz gli occhi verso la porta che si richiudeva e il cliente che camminava rasente la fila degli sgabelli girevoli. Il barista si tolse di bocca lo stecchino. "Tom Dillon, vecchio barbagianni. Che ci fai in giro a quest'ora di notte, Tom?" Tom Dillon ordin senza consultare il men. Mentre aspettava di essere servito, introdusse una monetina nel telefono a muro, form un numero, parl sommessamente per qualche secondo. Riappese, and a sedersi su uno sgabello, ascoltando. Sessanta secondi pi tardi, lui e il barista udirono la sirena della polizia ululare a novanta all'ora. "Bene, perdio!" disse il barista. "Prendeteli, ragazzi!" Mise su un piatto un bicchierone di latte e sei cracker croccanti. Tom Dillon rimase seduto, svagato come chi ha tempo da perdere, guardandosi furtivamente il risvolto lacerato dei pantaloni e le scarpe infangate. La luce nel vagone era cruda e vivida, ed egli ebbe l'impressione di trovarsi su un palcoscenico. Col bicchiere in una mano, sorseggi il latte freddo, a occhi chiusi, mastic i cracker, assaporandone l'impasto friabile, gustandolo in ogni papilla della bocca, della lingua. "Questo pasto," domand adagio "lo chiameresti s o no un pasto salutare?" "Salutare quanto mai" ammise il barista, sorridendo. Tom Dillon mastic un altro cracker con la massima concentrazione. "E' solo questione di tempo" pens, aspettando. "Ancora latte?" "S" rispose Tom. E rimase a osservare, con assorto interesse, con assoluta intensa concentrazione, il bianco cartone che si inclinava e brillava, il latte niveo che ne sgorgava, freddo e silenzioso, come il suono di una sorgente nella notte, e riempiva il bicchiere, sino all'orlo, sino all'orlo estremo, e ne traboccava... Mi benedica, padre, perch ho peccato Fu appena prima della mezzanotte della Vigilia di Natale, quando padre Mellon si svegli, dopo aver dormito solo qualche minuto. Avvertiva l'impulso, quanto mai pressante e specifico, di alzarsi e correre a spalancare il portale della chiesa, lasciare che la neve entrasse, e poi andare a sedersi nel confessionale, in attesa. In attesa di che cosa? Chi poteva dirlo? Supporlo? Ma l'impulso era tanto incredibilmente forte da risultare impossibile ignorarlo. "Che diamine mi prende?" mormor tra s, mentre si vestiva. "Sto diventando matto? A quest'ora, chi pu volere e sentire il bisogno, e perch mai dovrei..."

Comunque, fin di vestirsi, scese gi e and ad aprire il portale della chiesa, sulla cui soglia indugi in reverente contemplazione del superbo capolavoro che aveva davanti agli occhi, migliore di qualsiasi dipinto mai fatto dall'uomo: uno sconfinato manto di neve, che intesseva ricami, ingentiliva i tetti, attenuava la luce dei lampioni, addobbava di candido scialle le masse acquattate delle auto in attesa di essere benedette, lungo la cordonatura dei marciapiedi. Una neve che arrivava alla caviglia, gli accarezzava fioccosa le palpebre e il cuore. Si sorprese a trattenere il respiro alla volteggiante levit di quel candore, e poi, girando le spalle, con la neve che gliele spruzzava, and a rintanarsi nel confessionale. "Maledetto scemo" pens. "Vecchio stupido. Che ci fai qui? Tornatene a letto!" Ma poi sent: un rumore sul portale, passi che strusciavano sull'impiantito di marmo, e alla fine, dall'altra parte della grata, la presenza bagnata di qualcuno. Padre Mellon attese. "Mi benedica," bisbigli una voce maschile "perch ho peccato!" Sbalordito per la subitaneit della richiesta, padre Mellon riusc soltanto a replicare: "Come mai poteva supporre che la chiesa fosse aperta e io mi trovassi qui?". "Ho pregato, padre" fu la sommessa risposta. "E' Dio che l'ha spinto a scendere e aprire." L'argomento pareva inoppugnabile, e cos il vecchio sacerdote e l'uomo, la cui voce suonava quella di un rauco e altrettanto vecchio peccatore, restarono silenziosi un lungo momento, mentre l'orologio si avvicinava impercettibilmente alla mezzanotte; alla fine, la pecorella venuta dalla notte e tuttora invisibile, ripet: "Benedica questo peccatore, padre!". Ma, invece del solito unguento ammonitore e consolatore delle parole, con Natale che incalzava tra la neve, padre Mellon si chin verso la grata e non pot evitare di dire: "Dev'essere un ben pesante fardello di peccati sulla sua anima che l'ha fatta uscire in una notte come questa, per una missione impossibile, che solo Dio ha reso possibile, avendo udito e avendomi tirato gi dal letto". "E' un elenco terribile, padre, come constater!" "Allora, parli, figliolo," sollecit il prete "prima che entrambi geliamo..." "Bene, fu cos..." sussurr la voce che pareva piena di vento, da dietro la grata. "...Sessant'anni fa..." "Ripeta? Sessanta?!" Il prete sussult. "Cos indietro nel tempo?" "Sessanta!" E vi fu un tormentato silenzio. "Continui" disse padre Mellon, vergognandosi di averlo interrotto. "Sessant'anni questa settimana, quando avevo dodici anni" riprese la voce dolente. "In una piccola citt dell'Est, ero fuori con mia nonna per gli acquisti di Natale. A piedi. Chi aveva l'auto a quei tempi? A piedi, stavamo tornando a casa, con in mano pacchetti variopinti, e nonna mi fece qualche osservazione. Non ricordo pi per quale motivo. So per che me la presi moltissimo, mi infuriai, e mi misi a correre, lasciandola sola. Mentre scappavo, la sentivo gridare, e poi scoppiare in lacrime, pregandomi, disperata, di fermarmi, di tornare indietro, ma io continuai a correre. Sapevo quanto ne fosse sconvolta, quanto male le stavo facendo, e questo mi rendeva forte e bravo, e continuai a correre, ancora pi di slancio, ridendo, e arrivando a casa molto prima di lei, e quando la vidi giungere, ansimante e piangente, come non dovesse mai fermarsi, provai vergogna e corsi a nascondermi..." Segu un altro lungo silenzio. Il prete lo interruppe chiedendo:

"E' tutto qui?". "L'elenco lungo" si dolse la voce dietro la grata sottile. "Continui" incit il sacerdote, chiudendo gli occhi. "La stessa cosa feci a mia madre, prima di Capodanno. Mi aveva fatto arrabbiare. Mi misi a correre. La sentivo chiamarmi. Sogghignai e accelerai la corsa. Perch? Perch, mio Dio, perch?" Il prete non diede risposta. "E' cos, allora?" mormor, finalmente, sentendosi stranamente compartecipe. "Un giorno d'estate," prosegu la voce "alcuni ragazzi pi grandi mi picchiarono. Quando se ne furono andati, vidi su un cespuglio due farfalle, unite, bellissime. Odiai la loro felicit. Le afferrai; le strinsi nel pugno e le ridussi in polvere. Oh, padre, che vergogna!" In quel momento il vento irruppe dal portale, e confessore e peccatore alzarono gli occhi verso il fantasma di neve che mulinava e si disperdeva sul pavimento, in rivoli di biancore. "C' un'altra cosa terribile" aggiunse il vecchio nascosto, con il suo tormento, dietro la grata. "Quando avevo tredici anni, ancora durante la settimana di Natale, il mio cane Bo fugg di casa, scomparendo per tre giorni e tre notti. Gli volevo bene, pi della mia vita. Era unico, affettuoso e bello. E di colpo era sparito, e la sua bellezza con lui. Aspettai. Piansi. Lo aspettai. Pregai. Imprecai in silenzio. Sapevo che non sarebbe mai pi tornato, mai pi! E poi, ecco, in quella Vigilia di Natale, oh! alle due del mattino, col nevischio sulle strade; i ghiaccioli sui tetti e la neve che cadeva, udii nel sonno un rumore, e mi svegliai per sentirlo che grattava alla porta. Saltai dal letto con tanto impeto che quasi mi uccidevo! Spalancai la porta, e c'era l il mio povero cane, tremante, frenetico, coperto di lurida poltiglia. Urlai, lo tirai dentro, richiusi la porta, mi inginocchiai, lo strinsi e mi misi a piangere. Quale regalo, quale splendido regalo! Pronunciai il suo nome, una, due, dieci volte. E lui piangeva con me, tutto guaiti e latrati e uggiolii di gioia. E poi mi fermai. E sa cosa feci? Immagina che terribile cosa? Lo picchiai. S, lo picchiai. Con i pugni, con le mani aperte, e ancora con i pugni, gridando: "Come hai osato, come hai potuto?". E continuai a picchiarlo e picchiarlo finch non fui debole e singhiozzai e dovetti smettere, perch vedevo quello che avevo fatto, e lui era rimasto l, prendendosi tutte le botte, come sapesse che le meritava, che aveva tradito il mio amore, che adesso non gli portavo pi, e che era scomparso. Poi mi ritrassi, con le lacrime che sgorgavano dagli occhi, col respiro mozzo, e lo afferrai di nuovo, e lo strinsi a me, ma questa volta chiedendogli perdono: "Ti prego, Bo, perdonami. Non volevo. Oh, Bo, perdonami...". "Ma, padre, lui non poteva perdonarmi. Chi era? Un animale, un cane, il mio amore. E mi guardava con i suoi grandi occhi castani e mi serrava il cuore, che da allora rimasto e per sempre nella morsa di quella vergogna. Ero io che non potevo perdonare me stesso. Tutti questi anni, il ricordo del mio amore e di come lo avevo tradito, e ogni Natale da allora, non il resto dell'anno, ma ogni Vigilia di Natale, il suo fantasma ritorna, vedo il cane, sento i colpi dei miei pugni, rivivo la mia vergogna. Oh, mio Dio!" Il penitente tacque, piangendo. E alla fine, il vecchio prete os chiedere: "Ed per questo che lei venuto qui?". "S, padre. Non tremendo? Non terribile?" Padre Mellon non riusc a rispondere, perch le lacrime stavano coprendo anche il suo volto, e inspiegabilmente, assurdamente, gli mancava il respiro. "Dio vorr perdonarmi, padre?" domand l'altro. "S."

"E lei, padre, pu perdonarmi?" "S, ma adesso lasci che le dica una cosa, figliolo. Quando avevo dieci anni, mi successero le stesse cose. I miei genitori, naturalmente, ma poi... il mio cane, l'amore della mia vita, lui che era scappato di casa e che odiai per avermi lasciato, e che, quando torn, io pure amai e picchiai, e ripresi ad amare. La vergogna rimasta in agguato tutti questi anni, la tenevo nascosta dentro di me. Ho sempre confessato tutto al mio prete confessore. Ma mai quello. Quindi..." "Quindi, padre?" "Signore, Signore Iddio, uomo mio caro. Dio ci perdoner, entrambi. Finalmente lo abbiamo confessato, abbiamo trovato il coraggio di dirlo. E io le dar l'assoluzione. Ma prima..." Il vecchio prete fu incapace di continuare, perch nuove lacrime erano venute a soffocarlo. Lo sconosciuto, al di l della grata, le intu, domand con estrema attenzione: "Lei vuole il mio perdono, padre?". Il prete annu, senza parlare. Forse l'altro sent l'ombra di quell'assenso, perch disse subito: "Ah, bene. Il perdono concesso". E rimasero entrambi muti, a lungo, nel buio, e un altro fantasma si mosse, and sulla porta, soffermandosi un istante, poi divent neve e spar in uno spolverio bianco. "Prima di andarsene," disse il prete "si fermi a bere un bicchiere di vino con me." Il grande orologio di fronte alla chiesa, sulla piazza, rintocc la mezzanotte. "E' Natale, padre" disse la voce dietro la grata. "Il pi bello che sia mai stato, penso." "Il pi bello." Il vecchio prete si alz e usc dal confessionale. Attese un attimo un qualche fruscio, un qualche movimento che venisse dal lato opposto. Nulla di nulla. Aggrottando la fronte, padre Mellon apr la porta del cubicolo, scrut all'interno. Nulla e nessuno. Gli ricadde la mascella. Neve che gli bagnava il retro del collo. Allung una mano a esplorare l'oscurit. Trov il vuoto. Girandosi, fiss il portale, vi si diresse in fretta per guardare fuori. La neve cadeva sull'eco di lontani orologi che scandivano l'ora. La piazza, le vie erano deserte. Girando di nuovo, il prete scorse l'alto specchio sull'entrata della chiesa. C'era riflesso nel freddo cristallo un vecchio, lui stesso. Quasi automaticamente, sollev una mano e tracci il segno della benedizione. Il riflesso nello specchio fece lo stesso. Poi, il vecchio prete, asciugandosi gli occhi, si gir ancora una volta, e and a cercare il vino. Fuori, Natale, come la neve, era ovunque. Secondo gli ordini "Compagnia, attenti!" Esplosione di tacchi riuniti. "Compagnia, avanti march!" Un due, un due. "Compagnia... alt!" Trump, trump, track. "Dest riga." Bisbiglio "Sinist riga." Fruscio

Sotto il sole, tanti anni fa, l'uomo sparava comandi e la compagnia ubbidiva. Ai margini di una piscina d'albergo sotto il cielo di Los Angeles nell'estate del '52, c'erano il sergente istruttore e le sue reclute. "Guardare avanti! Testa alta! Mento in dentro! Petto in fuori! Stomaco in dentro! Spalle indietro, indietro, ho detto!" Il sergente istruttore incedeva, in mutandine da bagno, lungo il bordo di quella piscina a fulminare col gelido sguardo celeste la sua compagnia, il suo plotone, la sua squadra, suo... Figlio. Un ragazzo, di nove o dieci anni, eretto, impalato, rigido come un puntello di ferro, fissando la vacuit militare, spalle inamidate, mentre suo padre, a passi scattanti, gli girava attorno, abbaiando comandi scanditi dalla bocca increspata, si chinava su di lui, con impietosa insistenza. Entrambi indossavano mutandine da bagno, e niente altro. No, anche gli zoccoli di legno. Sino a un momento prima, avevano riordinato l'area della piscina, sistemando asciugamani, manovrando la scopa. Ma adesso, appena prima di mezzogiorno... "Compagnia! In cadenza! Uno, due!" "Tre, quattro!" fece eco il ragazzo. "Pi decisi quei movimenti! Uno, due!" "Tre, quattro!" "Compagnia, alt, spallarm, presentatarm, dentro quel mento, punte dei piedi riunite!" Il ricordo andava e veniva, tremolante, come un film mal proiettato in un cinema di terza visione. Da dove tornava a galla, e perch? Ero su un treno da Los Angeles a San Francisco. Ero nel vagonebar, deserto, data l'ora notturna, tranne per la presenza del barista e di un estraneo, giovanevecchio, che sedeva a un tavolino proprio di fronte al mio, a bere il suo secondo martini. Il vecchio ricordo era scaturito da lui. A distanza di tre metri, i suoi capelli, la sua faccia, i suoi occhi celesti, attoniti e dolenti, avevano di colpo troncato il fluire del tempo, riportandomi indietro. In un'altalena di visioni sfocate e nitide, ero sul treno, poi sul bordo di quella piscina, a osservare lo sguardo luminoso e ferito di quest'uomo col suo martini davanti, a riudire suo padre di trent'anni prima, a scrutarne il figlio di cinquemila pomeriggi fa, che marciava, faceva dietrofront, convergeva, si bloccava presentando armi immaginarie, facendo spallarm con immaginari fucili. "Attenti!" echeggi di nuovo il comando. "Mio Dio" mormor Sid, il mio migliore amico, sdraiato vicino a me, nella rovente luce del sole, alzando la testa a guardare. "Mio Dio, davvero" brontolai. "Da quanto tempo va avanti 'sta menata?" "Da anni, forse. Ne ha tutta l'aria. Da anni." "Uno, due!" "Tre, quattro!" L'orologio di una chiesa vicina suon mezzogiorno: l'ora di apertura del bar della piscina. "Compagnia, avanti... march!" In parata di due, uomo e ragazzo a passo martellante sul pavimento piastrellato fecero conversione verso i cancelletti lucchettati del bar all'aperto. "Compagnia, alt! Pronti ad aprire i lucchetti! Eseguire! Via!" Il ragazzo esegu. "Apertura dei cancelli, via!" Il ragazzo spalanc i cancelli, balz indietro, irrigidendosi sull'attenti, in attesa. "Dietrofront, avanti march!"

Quando il ragazzo ebbe raggiunto l'orlo della vasca e stava per cadervi dentro, il padre, col pi mefistofelico dei sorrisi, ordin a bassa voce: "... alt!". Il figlio si blocc, ondeggiando, a dieci centimetri dall'acqua. "Dio lo fulmini" sussurr Sid. Il padre lasci l il figlio, rigida parvenza di un'asta di bandiera, eretto sull'attenti, e se ne and. Sid balz in piedi, incredulo e indignato. "Siediti" gli dissi. "Cristo, quello ha tutte le intenzioni di lasciar l suo figlio, in sospeso, sull'attenti?!" "Torna a sederti, Sid." "Be', in nome di Dio, inumano!" "Non tuo figlio, Sid" gli ricordai sottovoce. "Vuoi metterti a litigare?" "S, dannazione!" conferm il mio amico. "Sarebbe controproducente." "Col cavolo, lo sarebbe. Ho proprio voglia di dirgliene quattro a quel..." "Osserva la faccia del ragazzo, Sid." Sid guard e cominci a calmarsi. Il ragazzo, impalato l, nella vampa del sole, nel riflesso dell'acqua, era l'immagine vivente dell'orgoglio. Da come teneva la testa, da come gli splendevano gli occhi, dal modo con cui le sue spalle nude accettavano il pungolo dei comandi dell'ordine chiuso, tutto era fierezza e corresponsione. E fu la logica di quella fierezza che alla fine fece breccia in un Sid esasperato. Gravato da disappunto, si lasci andare sulle ginocchia ripiegate. "Dovremmo restare qui seduti tutto il pomeriggio a guardare questo gioco idiota di..." la voce di Sid aument di tono, istintivamente "... Simone dice?!"* [Personaggio sciocco e sempliciotto della filastrocca infantile di Mamma Oca. [N.d.T.]]

Il padre sent. Si immobilizz nel bel mezzo delle sue operazioni - stava impilando asciugamani sull'estremit opposta della piscina. I muscoli della schiena gli guizzarono come la pallina di un flipper che vorticasse a sommare punti. Quindi, con un perfetto dietrofront, rasent il figlio, sempre in precario equilibrio a dieci centimetri dal bordo della vasca, non senza lanciargli un'occhiata tagliente, accompagnata da un cenno di assenso severo, e arriv a incombere con la sua ombra su Sid e su di me. "Le sar grato, signore," disse con voce misurata "se vorr abbassare il tono, per non confondere mio figlio..." "Io user il tono che pi m'accomoda per dire qualsiasi cosa mi venga in mente!" E Sid si prepar ad alzarsi. "No, signore, lei non lo far." L'uomo punt sul mio amico il suo naso, che sarebbe potuto senz'altro essere un fucile pronto a sparare. "Questa la mia piscina, questo mio territorio, ho un accordo preciso con l'albergo, la cui giurisdizione si ferma al cancello. Se devo gestire un esercizio impeccabile e riservato, devo disporne con piena autorit. Chiunque non si adegui... fuori. Volente o nolente. Sulla parete dentro la palestra trover i miei attestati di cintura nera, pugilato e tiratore scelto. Se vuol provare a darmi la mano, posso spezzarle il polso. Se starnuta, le fratturo il setto nasale. Una sola parola, e il suo odontoiatra impiegher due anni a ricostruirle il sorriso. Compagnia... attenti!" Tutto il discorso gli era fluito d'un fiato, n virgole, n pause. Suo figlio si irrigid sull'orlo della piscina.

"Quaranta vasche. Via!" "Via!" ripet il ragazzo, e si tuff. Il suo impatto con l'acqua e l'inizio di vorticose bracciate tolsero a Sid ogni desiderio di rincarare la dose. Sid chiuse gli occhi. Il padre gli concesse un sorriso, e si gir a osservare il ragazzo che macinava acqua e schiuma. "L c' tutto ci che io non sono mai stato" disse. "Signori." Ci rivolse un asciutto cenno del capo, e se ne and. A Sid non rimase altro che saltare in acqua. Fece venti vasche, quasi sempre preceduto nella virata dal ragazzo. Quando usc fuori, era pi calmo. Si butt a terra. "Cristo," brontol, con la faccia seppellita nell'asciugamano "un giorno o l'altro deve scrollarsi di dosso e uccidere quel figlio di puttana!" "Come disse una volta un personaggio di Hemingway," commentai, seguendo con gli occhi il ragazzo concludere la 35ma vasca "non sarebbe piacevole supporlo?" L'ultima volta, il giorno conclusivo in cui li vidi, il padre stava ancora marciando alacremente, vuotando i portacenere (nessun altro li avrebbe saputi vuotare come li vuotava lui), raddrizzando tavolini, allineando panche e sedie a sdraio in file militaresche, disponendo immacolati asciugamani in pile di matematica precisione. Anche il modo con cui, in quel suo andare e venire, ramazzava per terra era geometrico. Solo di quando in quando, l'uomo girava di scatto la testa, scoccava un'occhiata per accertarsi che la sua squadra, il suo plotone, la sua compagnia fossero sempre l, dopo un'ora, irrigiditi sull'attenti, un ragazzo come un palo del telegrafo, i capelli mossi dal vento estivo, gli occhi fissi su un orizzonte pomeridiano, bocca impassibile, mento in dentro, spalle indietro. Non potei farne a meno. Sid se n'era andato gi da un bel po'. Io me ne stavo sulla terrazza dell'albergo che dominava la piscina, a bermi un ultimo bicchiere, incapace di staccare lo sguardo dal padre che si dava da fare avanti e indietro e il figliostatua. All'imbrunire, il padre si diresse a passo di carica verso il cancello esterno e, quasi si fosse ricordato solo allora, lanci il comando, al di sopra della spalla: "Attenti! Per fila dest. Uno, due...". "Tre, quattro!" grid il ragazzo. E marci oltre il cancello, con passo scandito e rimbombante quasi calzasse stivaloni chiodati. Prosegu scattante verso l'area di parcheggio, mentre il padre chiudeva i lucchetti con la facile precisione di un robot, e girava gli occhi intorno per un'ispezione finale. Alz lo sguardo, mi vide, esit un istante. Trafitto da quell'occhiata a trapano, sentii che le mie spalle arretravano, il mio mento si ritraeva, il torace mi si gonfiava. Mi ricomposi, sollevai il bicchiere, lo feci oscillare con noncuranza verso l'uomo, e bevvi. "Che accadr" pensai "negli anni a venire? Il figlio crescer abbastanza da accoppare o dare una battuta al proprio vecchio, o si limiter a scappare per affrontare una vita ormai condizionata, sempre in marcia a non pi udibili comandi di 'Attenti!' e 'Avanti march!' e non mai di 'Riposo!'?" "Oppure," pensai, bevendo "il ragazzo a sua volta allever propri figli, inculcando loro le delizie dell'ordine chiuso in torridi mezzogiorno sui bordi di una piscina, interminabilmente? Un bel giorno si punter una pistola in bocca, distruggendo cos suo padre nell'unico modo che conoscesse? O, si sposer, senza avere prole, seppellendo cos tutti i comandi, tutti gli ordini chiusi, tutti i sergenti istruttori?" Domande, mezze risposte, altre domande. Il mio bicchiere era vuoto. Il sole se n'era andato, e con lui il padre e il figlio.

Ma adesso, in carne e ossa, di fronte a me, su questo treno notturno diretto a nord per una destinazione ignota, uno dei due era tornato. Era l, il ragazzo, la recluta da sgrossare, il figlio del padre che sparava comandi a mezzogiorno, e diceva al sole di sorgere o tramontare. Appena vivo? Semivivo? Vivo del tutto? Non ne ero sicuro. Comunque, era l, trent'anni dopo, l'uomo vecchio-giovane o giovanevecchio, intento al suo terzo martini. Ormai, mi ero reso conto che le mie occhiate stavano diventando troppo continue e imbarazzanti. Studiai quegli occhi azzurri e feriti, perch tali erano: feriti, e alla fine presi coraggio e parlai: "Le chiedo scusa" dissi. "Potr sembrarle sciocco, ma... trent'anni fa, mi trovavo a passare i fine settimana all'Ambassador Hotel, dove un ex militare gestiva la piscina assieme a suo figlio. Lui... be'. E' lei quel figlio?" Il giovanevecchio di fronte a me riflett un istante, mi guard, e alla fine sorrise. "Sono io, quel figlio. Venga a sedersi con me." Ci stringemmo la mano. Ordinai per entrambi un ultimo giro, come se stessimo festeggiando qualche felice ricorrenza, o tenendo una veglia, n lui n io avremmo saputo dire quale delle due. Dopo che il barista ci ebbe portato da bere, dissi: "Al novecentocinquantadue, un brindisi. Un anno buono? Un anno cattivo? Alla salute, comunque". Brindammo e lui disse, quasi di seguito: "Lei si sta domandando che ne sia stato di mio padre". "Mio Dio" sospirai. "No, no," mi tranquillizz "non c' problema." Un sacco di gente se l' chiesto, ha voluto saperlo in tutti questi anni." Il ragazzo che era rimasto all'interno dell'uomo quarantenne rigir tra le mani il bicchiere, ripercorrendo il passato. "E lei lo dice a chi glielo chiede?" "Glielo dico." Respirai a fondo. "D'accordo, allora. Che ne stato di suo padre?" "Mor." Tra i due bicchieri cal un silenzio prolungato. "E' tutto qui?" "Non proprio." Colloc il bicchiere sul tavolino, davanti a s, vi accost il tovagliolo a un'angolazione precisa, inser un'oliva al centro esatto del tovagliolo, leggendovi il passato. "Lei ricorda com'era?" "Tale e quale." "Oh, quanto significato lei ha messo in quel "tale e quale"!" E il mio interlocutore ebbe un debole grugnito. "Lei ricorda quel marciare avanti, indietro, attorno alla piscina, fronte a sinist, fronte a dest, dietrofront, attenti, mento e stomaco in dentro, petto in fuori, avanti march?" "Ricordo." "Bene, un giorno del novecentocinquantatr, dopo che tutti, lei compreso, se n'erano andati dalla piscina, mio padre mi stava facendo fare ordine chiuso, all'aperto, di pomeriggio tardi. Mi aveva tenuto sull'attenti sotto il sole per un'ora o gi di l, urlandomi comandi sulla faccia, ricordo ancora la saliva che mi spruzzava sul mento, sul naso, sulle palpebre, mentre lui gridava: "Non muovere un muscolo! Non battere ciglio! Non respirare finch non te lo dico io! Hai capito, soldato? Capito? Sono stato chiaro?!"" ""Signors!"" risposi, cercando di non muovere le labbra. "Mentre si girava, mio padre scivol sulle piastrelle e cadde in acqua." Fece una pausa ed emise una strana risatina, che era un guaito.

"Riesce a immaginarlo? No, era inconcepibile, assurdo. Nemmeno io... che in tutti quegli anni in cui si era occupato di piscine, sostituendo asciugamani, ripulendo docce, riparando trampolini, aggiustando tubazioni, lui, il mio dio, non avesse mai imparato a nuotare. Mai! Ges. Incredibile. Mai. "Non me l'aveva mai detto. E neanche l'avevo mai immaginato! E dal momento che mi aveva appena rintronato la testa, prescritto, comandato: guardare avanti! restare immobile! non muoversi! io non feci altro che restare l, gli occhi fissi nel vuoto, in un punto davanti a me, sotto il sole che tramontava. Non mi permisi di abbassare gli occhi per guardare, non una volta, non un attimo. Rimasi l impalato, cieco come una statua, secondo gli ordini. "Lo sentivo dibattersi in acqua, urlando. Ma senza riuscire a capire che dicesse. Lo sentivo bere, ansimare, sputare, annaspare, andare sotto, riemergere, tornare gi, con grida strozzate, ma io rimanevo impalato, mento in su, stomaco teso, occhi immobili davanti a me, la fronte bagnata di sudore, bocca rigida, sedere contratto. Me ne stavo l, rigido come un palo, e lui a strillare, annaspare, ingoiare acqua. Aspettavo che mi ordinasse: "Riposo!". "Riposo!" avrebbe dovuto dirmi, ma non lo fece mai. Quindi, che potevo fare? Continuai a rimanere immobile finch le urla cessarono, e l'acqua riflu ai bordi della vasca, e tutto fu quieto. Restai dove e com'ero per dieci minuti, finch non arriv qualcuno e mi trov l. Ma forse era passata anche una mezz'ora, non so. E poi la gente guard nella piscina, vide qualcosa sul fondo, e disse: "Ges Cristo" e alla fine si rivolse a me, perch tutti conoscevano me e mio padre, e alla fine mi disse: "Riposo!" E allora, scoppiai in lacrime." Il giovanevecchio vuot il suo bicchiere. "Vede, la questione che non potevo essere sicuro che non stesse facendo la scena. Trucchi del genere li aveva gi fatti altre volte, per prendermi in contropiede, per farmi smollare. Faceva finta, magari, di sparire dietro un angolo, lasciare passare un paio di minuti, e poi far capolino per vedere se ero sempre l impalato. Oppure fingeva di andare al gabinetto, per saltare fuori all'improvviso per cogliermi in fallo. E punirmi, se avevo sgarrato. Cos, quel giorno, dritto e immobile sull'orlo della piscina, pensai: "E' un trucco per fregarmi". Quindi dovevo aspettare, non le pare, per essere sicuro... per essere sicuro." Depose il bicchiere sul vassoio, e divenne silenzioso, guardando senza interesse oltre le mie spalle. Cercai di vedere se avesse gli occhi umidi o se la bocca gli tradisse qualche segno di emozione, na non scorsi nulla. "Si" dissi. "Ora so di suo padre. Ma... a lei com' andata?" "Come vede," mi rispose "eccomi qui." Si alz e mi tese la mano. "Buonanotte" disse. Lo guardai negli occhi e rividi in lui il ragazzino in attesa di ordini, cinquemila pomeriggi indietro. Ma gli guardai la mano sinistra: niente vera nuziale. Che voleva dire? Niente figli, niente futuro? Ma non potevo chiederlo. "Lieto di averla rivista" sentii la mia voce. "S." Annu e diede una conclusiva stretta alla mia mano. "Mi fa piacere che lei ce l'abbia fatta in tutti questi anni." "Io" pensai. "Mio Dio! Io?" Ma lui mi aveva gi voltato le spalle e si dirigeva verso il fondo del vagone, in perfetto equilibrio, senza ondeggiare alle scosse del treno. Si muoveva con l'elasticit, la naturalezza di un fisico allenato e controllato, al cui incedere lo svirgolare del convoglio era inesistente. Quando fu sulla porta, esit, dandomi le spalle, e parve indugiare per un'ultima parola, un qualche ordine, un imperativo urlato da qualcuno.

"Avanti per uno..." volevo dirgli "...secondo gli ordini, in cadenza! March!" Ma non parlai. Non sapendo se lo avrebbe ucciso o liberato, mi morsi soltanto la lingua, e lo osservai aprire la porta, scivolarvi silenziosamente al di l, e allontanarsi lungo il corridoio dell'attiguo vagoneletto, verso un passato che io potevo immaginare, verso un futuro che non potevo prevedere. Un tocco di petulanza In una sera di maggio, per nulla dissimile da tante altre, una settimana prima del suo ventinovesimo compleanno, Jonathan Hughes incontr il proprio destino, proveniente da un altro tempo, da un altro anno, da un'altra vita. Un destino l per l non identificabile, logicamente, salito sul treno alla stessa ora, alla Pennsylvania Station, e seduto assieme a Hughes, nel tratto lungo Long Island dedicato alla cena. Era stato il giornale tra le mani di quel destino, dalle sembianze di un signore di una certa et, che aveva indotto Jonathan Hughes allo stupore, e fargli chiedere alla fine: "Mi scusi, signore, ma il suo New York Times sembra differente dal mio. La stampa sulla prima pagina della sua copia appare pi moderna. E' un'edizione pi recente della mia?". "No!" L'attempato signore si interruppe, deglut con difficolt, e alla fine riusc a continuare: "S. Un'ultimissima edizione". Hughes scocc un'occhiata in giro. "Mi perdoni, ma... tutte le altre edizioni risultano uguali. Forse la sua una copia di saggio per un'impostazione grafica futura?" "Futura?" Le labbra del signore si erano appena mosse. Tutto il suo corpo parve ritirarsi e appassire entro i vestiti, quasi che avesse perso peso in un'unica esalazione di fiato. "Gi" sussurr. "Un'impostazione futura. Dio, che scherzo!" Jonathan Hughes sbarr gli occhi, avendo scorto la data del giornale. 2 maggio, 1999. "Un momento, mi lasci vedere..." protest, e poi i suoi occhi si mossero sul foglio a scoprire, nell'angolo superiore di sinistra, un breve articolo, senza foto, in prima pagina. DONNA ASSASSINATA MARITO RICERCATO DALLA POLIZIA Ferite d'arma da fuoco sul cadavere della signora Alice Hughes... Il treno romb su di un ponte. Fuori dal finestrino un miliardo di cespugli di rose esplose, verdi rami in parossismi di vento, e poi ricaddero a terra, recisi d'un colpo. Il convoglio rotol in una stazione, come se nulla al mondo fosse successo. Nel silenzio che segu, gli occhi del pi giovane dei due uomini tornarono sul testo: Jonathan Hughes, pubblico revisore dei conti, abitante al 112 di Plandome Avenue, Plandome... "Mio Dio!" grid. "Se ne vada!" Ma fu lui ad alzarsi e arretrare di qualche passo, prima che l'altro potesse muoversi. Il treno ebbe uno scossone, e Hughes fu proiettato su un sedile vuoto, dove rimase a fissare ciecamente un fiume di luce verde che sfilava via dal finestrino. "Cristo," pens "a chi poteva venire in mente di fare una cosa simile? Chi poteva tentare una carognata del genere... a

noi? Che razza di scherzo? Insudiciare un recente matrimonio con una bella moglie? Maledizione!" E ancora, tremando: "Dannazione, oh, dannazione!". Il treno infil una curva, e per poco non lo fece scivolare gi dal sedile. Come ubriaco dal troppo viaggiare, dalla mancanza di gravit, o semplicemente stordito dal furore, egli si rigir e si protese per affrontare l'anziano signore, chino adesso sul suo giornale finito per terra nella sua inconcepibile edizione. Hughes cacci il foglio sotto al sedile, con un calcio, e afferr il vecchio per la spalla. Il vecchio, con un sussulto, alz gli occhi, che erano pieni di lacrime. I due rimasero per un lungo momento sospesi nel rombo del treno. Hughes sent che l'anima gli si innalzava per abbandonare il corpo. "Tu, chi sei?" Qualcuno doveva averlo gridato. Il treno barcoll come stesse per uscire dai binari. Il vecchio si tir in piedi, quasi avesse ricevuto un colpo in pieno petto, cacci un qualcosa in mano a Jonathan Hughes, con cieca disperazione, e svan malfermo sulle gambe lungo la corsia e dentro il vagone successivo. Hughes apr il pugno, capovolse un biglietto da visita, e vi lesse qualche parola che lo costrinse ad afflosciarsi di nuovo, a sedere e a rileggere: JONATHAN HUGHES, CPA 6794990. Plandome "No!" url qualcuno. "Io" pens il giovane. "Ecco, quel vecchio ... sono io." C'era un complotto, no, c'erano parecchi complotti. Qualcuno aveva ideato un brutto tiro su un delitto, giocandolo a suo danno. Il convoglio rugg su cinquecento pendolari che all'unisono ne seguivano la corsa, ondeggiando, come un battaglione di ubriachi, dietro i libri e i giornali con cui si mascheravano, mentre il vecchio, come se fosse inseguito da demoni, fuggiva di vagone in vagone. E quando Jonathan Hughes ebbe raggiunto il massimo livello del furore e quasi perso il lume della ragione, il vecchio si era gi tuffato, quasi precipitandosi, nella vettura di coda dello "speciale" pendolari. I due uomini s'incontrarono di nuovo in quest'ultimo vagone, che era quasi vuoto. Jonathan Hughes vi irruppe e si piant di fronte al vecchio, per nulla propenso ad alzare gli occhi. Stava piangendo con un trasporto tale da rendere impossibile qualsiasi scambio. "Per chi," pens Hughes "per chi piange, adesso? Che la smetta, in nome di Dio, che la smetta." L'altro, quasi a comando, si raddrizz a sedere, si asciug gli occhi, si soffi il naso, e cominci a parlare con voce indistinta, che costrinse Jonathan Hughes ad accostarsi e alla fine sedergli al fianco per udire quei sussurri. "Noi siamo nati..." "Noi?" grid il pi giovane. "Noi," conferm il bisbiglio, e il vecchio guard dal finestrino le ombre del crepuscolo che, infittendosi, trascorrevano come fumo e faville "noi, s, noi, io e te, siamo nati a Quincy, nel novecentocinquanta, il ventidue maggio..." "S" pens Hughes. "... e abitavamo al 49 di Washington Street, frequentammo la Central School, per tutto il primo anno andammo a quella scuola assieme a Isabel Perry..." "Isabel" ricord il giovane. "Noi..." mormor di nuovo il vecchio. "Noi." E continu: "Il nostro insegnante di lavori manuali, Mr. Bisbee. Quella di storia, Miss Monk. A dieci anni, ci rompemmo una caviglia, pattinando sul ghiaccio. A undici anni, per un pelo

non annegammo: ci salv nostro padre. Ci innamorammo, a dodici anni, di Impi Johnson...". "Seconda media, bella ragazzina, ormai morta da tanto, Ges Dio" pens il pi giovane dei due, sentendosi diventare vecchio. E fu cos che accadeva. Nel successivo minuto, nel secondo, nel terzo minuto, man mano che parlava, il vecchio diventava gradatamente pi giovane, le gote gli si colorivano, gli occhi gli si facevano luminosi, mentre il suo pi giovane "io", sotto il peso della riemergente consapevolezza, si afflosciava sul sedile, impallidiva sempre pi, tanto che i due, uno parlando, l'altro ascoltando, diventavano sosia e gemelli nella transizione. Vi fu un momento in cui Jonathan Hughes seppe, con una certezza assolutamente folle, che, se avesse osato alzare lo sguardo, avrebbe visto, riflessi nel finestrino di un mondo notturno che sfilava via, due gemelli identici. Non sollev gli occhi. Il vecchio concluse, ora eretto sul busto, la testa spinta in alto dall'aver esternato, rivissuto rivelazioni da troppo tempo perdute. "Questo il passato" disse. "Dovrei picchiarlo" pens Hughes. "Oppormi. Urlargli sulla faccia. Perch resto inerte, non lo batto, non protesto?" Perch... Il vecchio intu la domanda: "Tu sai che sono quello che dico di essere. So tutto quanto c' da sapere su di noi. Adesso... il futuro?". "Il mio?" "Il nostro." Jonathan Hughes annu, fissando il giornale che l'altro stringeva nella mano destra, e che pieg e mise via. "il tuo lavoro andr facendosi lentamente men che buono. Per quali motivi, chi pu saperlo? Ci nascer un figlio e non vivr. Ci faremo e ci separeremo da un'amante. Una moglie ci diverr insopportabile. E alla fine, credilo, s, credilo, lentissimamente arriverai a... - mi manca il coraggio di dirlo a odiarne la presenza vivente. Ecco, vedo che ti sconvolgo. Non parler pi." Rimasero silenziosi, a lungo, e il vecchio divenne sempre pi vecchio, e il giovane con lui. Quando ebbe raggiunto il dovuto numero di anni, Hughes sollecit con un cenno la ripresa del discorso, senza guardare l'interlocutore, che disse: "Impossibile, vero? Sei sposato solo da un anno, ed stato un grande anno, il migliore. Difficile credere che una singola macchia di inchiostro possa colorare di nero un'intera caraffa di acqua limpida. Ma colorarla poteva e l'ha colorata. E alla fine cambiato tutto il mondo, non solo nostra moglie, non solo la bella compagna, il bel sogno". "Tu..." cominci a dire Jonathan Hughes, e poi si ferm. "Tu... l'hai uccisa?" "Noi l'abbiamo fatto. Entrambi noi. Ma, se mi concesso di fare a modo mio, se riesco a convincerti, n io n tu lo faremo, lei vivr; e tu invecchierai per diventare un me pi felice e pi degno. Prego per questo. Per questo piango. C' ancora tempo. Attraverso gli anni, intendo scuoterti, cambiarti il sangue, plasmare la tua mente. Dio, se la gente sapesse cos' il delitto! Cos sciocco, cos assurdo, cos sordido. Ma c' speranza, perch qui ho ottenuto qualcosa: ti ho scosso e toccato dentro, ho dato inizio al cambiamento che salver le nostre anime. Ora, ascolta. Lo ammetti, vero, che siamo uno e identici, che i gemelli del tempo stanno viaggiando su questo treno, in questa ora, in questa notte?" Il treno fischi precedendoli, per liberare le rotaie di un ostacolo di anni. Il pi giovane dei due annu col pi microscopico cenno di conferma. Al vecchio non occorreva di pi.

"Sono fuggito. Sono corso da te. E' tutto quanto posso dirti. Lei era morta da un giorno soltanto, e sono fuggito. Dove andare? Nessun posto in cui nascondermi, se non nel Tempo. Nessuno a cui rivolgermi, nessun giudice, nessuna giuria, nessun testimone attendibile se non... tu. Tu soltanto puoi far scomparire il sangue, lo capisci? Sei tu che mi hai spinto, in quel momento. La tua immaturit, la tua ingenuit, le tue ore felici, la tua esistenza dai sogni ancora intatti, sono state la macchina che mi hanno fuorviato. Tutta la mia salvezza giace in te. Se tu volgi le spalle, Dio onnipotente, sono perduto, no, siamo perduti. Divideremo la stessa tomba, per non pi risorgere, per sempre sepolti nell'ignominia. Devo dirti che cosa devi fare?" Il giovane si alz. "Plandome" grid una voce. "Plandome." E furono sul marciapiede della stazione, con il vecchio che correva dietro al giovane, e il giovane che procedeva, urtando contro i muri, contro la gente, quasi che le gambe gli cedessero. "Aspetta!" implor il vecchio. "Ti prego!" L'altro continu la sua marcia. "Non capisci? Ci siamo dentro insieme, dobbiamo pensarci insieme, risolverlo insieme, perch tu non divenga me e io non debba venire a cercarti. E' la nostra ultima possibilit, oh, lo so, tutta una pazzia, paradossale, lo so, ma ascolta!" L'altro si ferm sull'orlo del marciapiede, dove le auto stavano accostando, tra esclamazioni di saluto o grida festose, colpetti di clacson, accelerazioni di motori, fari che si allontanavano nell'oscurit. Il vecchio afferr il gomito di Jonathan. "Buon Dio, tua moglie, la mia, sar qui da un momento all'altro, e abbiamo tante cose da dirci, tu non puoi sapere quello che so io, ci sono vent'anni di avvenimenti che ignori che dobbiamo discutere e concordare! Mi senti? Dio, tu non mi credi!" Jonathan Hughes stava scrutando la strada. In lontananza veniva avanti un'ultima auto. Disse: "Che accadde nel solaio della casa di mia nonna, nell'estate del novecentocinquantotto? Nessuno lo sa, tranne me. Allora?". Le spalle del vecchio si rilassarono. Parve respirare pi agevolmente, e, quasi leggesse da un prontuario, disse: "Ci nascondemmo lass, io e tu soli, per due giorni. Nessuno immagin mai dove ci eravamo cacciati. Tutti pensarono che fossimo scappati per finire annegati nel lago o cadere nel fiume. Ma per tutto quel tempo, in lacrime, credendo che nessuno ci volesse, restammo nascosti lass e... ascoltammo il vento, desiderando di morire". Il giovane si gir, alla fine, e guard fisso il proprio pi anziano "io" con gli occhi umidi. "Allora, tu mi ami?" chiese. "Ti meravigli? Io sono tutto ci che hai." L'auto stava fermandosi davanti a loro. Una giovane donna sorrise, e salut con la mano da dietro il finestrino. "Presto" disse il vecchio, sottovoce. "Lasciami venire a casa, a osservarti, mostrarti, istruirti, scoprire dove le cose andarono storte, a correggerle adesso, forse per offrirti una vita bella per sempre... Lascia che..." Echeggi il clacson, il cristallo del finestrino si abbass e la giovane donna sporse la testa. "Ciao, seduttore!" grid. Jonathan Hughes esplose in una risata, e si lanci come un matto. "Ehi, salve, bella signora..." "Aspetta!" Si ferm, si volt a guardare il vecchio del giornale, scosso da un tremito l sul marciapiede. L'altro Jonathan sollev una mano, interrogativamente. "Non stai dimenticando qualcosa?"

Silenzio. E poi: "Te" rispose il pi giovane. "Te." L'auto invert la rotta. La donna, il vecchio e il giovane ne seguirono, pencolando, il movimento. "Come ha detto che si chiama, lei?" volle sapere la giovane, sovrastando il rumore del traffico e del motore. "Non l'ha detto" si affrett a rispondere suo marito. "Weldon" precis il vecchio, sbattendo le palpebre. "To'" esclam Alice Hughes. "Ma il mio cognome da ragazza!" Il vecchio sussult impercettibilmente, ma si riprese subito. "Ma davvero? Che strana coincidenza!" "Mi domando se non siamo parenti. Lei..." "Era mio professore alla High Central" intervenne di nuovo, e sollecito Jonathan Hughes. "E lo sono tuttora" conferm il vecchio. "Sempre sulla breccia." Ed erano gi a casa. A tavola, non riusc per un istante a toglierle gli occhi di dosso. Limitandosi a stare l seduto, per lo pi incantato a fissare la giovane donna che gli era di fronte. Jonathan Hughes armeggiava febbrile con le posate, parlava a voce troppo alta per coprire i silenzi, mangiando a spizzichi. Il vecchio continuava nel suo atteggiamento trasognato, come se un miracolo stesse accadendo ogni dieci secondi. Spiava le labbra di Alice, quasi ne uscissero zampilli di diamanti. Le scrutava gli occhi, quasi vi fossero nascoste tutte le saggezze del mondo, e che egli le trovasse per la prima volta. Dall'espressione del volto, era indubbio che aveva dimenticato perch si trovasse l. "Ho una crosta di pane attaccata sul mento?" esclam Alice a un tratto. "Perch continuate tutti e due a scrutarmi?" Al che, l'anziano signore scoppi in lacrime che sconvolsero gli altri due. Un pianto che pareva irrefrenabile, finch Alice gir attorno alla tavola per toccare una spalla all'afflitto. "Mi perdoni" preg questi. "E' solo che lei tanto adorabile. Torni a sedersi, la prego. Mi perdoni." Terminarono il dessert e, deponendo sul piatto la forchetta, con enfatico compiacimento, e forbendosi la bocca, Jonathan Hughes esclam con un brio eccessivo: "Una cena favolosa! Sei un tesoro di moglie. Ti amo!". La baci sulla guancia. "Vede?" lanci un'occhiata al vecchio. "Io amo moltissimo mia moglie." L'ospite annu, e conferm: "Si, si, lo ricordo". "Se ne ricorda?" Alice lo fiss, attonita. "Un brindisi!" grid subito Jonathan Hughes. "A una bella moglie, a un radioso futuro!" Alice si mise a ridere e sollev il suo bicchiere. "Mr. Weldon," chiese dopo un momento "lei non beve?..." Era strano vedere il vecchio sulla porta del soggiorno. "Osserva" disse, e chiuse gli occhi e, a occhi chiusi, cominci a muoversi con sicurezza e rapidit in giro per la stanza. "La c' la rastrelliera delle pipe, da questa parte ci sono i libri. Sul quarto ripiano partendo dal basso, una copia del Lanciatore di stelle di Eiseley. Sul ripiano subito sopra, la Macchina del tempo, di H.G. Wells, quanto mai confacente, ed ecco la mia poltrona speciale, su cui vado a sedermi." E la occup. Apr gli occhi. Guardandolo dalla porta, Jonathan Hughes domand: "Non ti metterai a piangere di nuovo, o s?". "No. Basta con le lacrime." Dalla cucina venivano rumori di piatti rigovernati. La giovane adorabile creatura allietava l'operazione canticchiando a bocca chiusa. I due uomini si girarono a sbirciare in direzione di quei suoni. "E un giorno," si stup Jonathan Hughes "io finir con l'odiarla? Un giorno, la uccider?"

"Non sembra possibile, vero? L'ho osservata per un'ora, e non ho trovato nulla, non un accenno, non un indizio, non un punto, un punto e virgola, un punto esclamativo di fastidioso, di insopportabile, non un capello fuori posto, in lei. Ho osservato anche te, per vedere se fossi tu a essere in difetto, se fossimo noi in colpa, in tutto questo." "E...?" Il giovane vers dello sherry per entrambi, e allung un bicchiere al suo pi anziano se stesso. "Che tu beva troppo un corollario. Da tenere in considerazione. Controllati." Hughes allontan il bicchiere senza sorseggiare. "Che altro?" "Suppongo dovrei lasciarti un elenco, perch tu lo segua, ti ci attenga ogni giorno. Consigli di un vecchio pazzo a un giovane pazzo." "Agli ordini, li terr presenti." "Ne sei sicuro? Per quanto tempo? Un mese, un anno, e poi, come di ogni altra cosa, te ne dimenticherai. Avrai una vita intensa. Lentamente diventerai... me. Lei lentamente si trasformer in qualche cosa che varr la pena di eliminare dal mondo. Dille che l'ami." "Glielo dir ogni giorno." "Giuralo! E' importante! Forse li dove io ho mancato. Ogni giorno, immancabilmente." Il vecchio si protese, sottolineando con forza. "Ogni giorno. Ogni santo giorno!" Alice apparve sulla porta, leggermente inquieta. "Qualcosa non va?" "No, no." Jonathan Hughes sorrise. "Stavamo cercando di decidere chi di noi due ti vuole pi bene." Lei si mise a ridere, alz le spalle, e torn in cucina. "Penso," disse Jonathan Hughes, si ferm e chiuse gli occhi, obbligandosi ad aggiungere "sia ora che tu te ne vada." "Si, ora." Ma il vecchio non si mosse. La sua voce aveva un'impronta di estrema stanchezza e tristezza. "Sono rimasto a sedere qui, avvertendo la sconfitta. Non riesco a trovare nulla di sbagliato. Non riesco a trovare il minimo neo. Non posso darti consigli, mio Dio, che grossa idiozia, non sarei dovuto venire a inquietarti, a turbarti, a sconvolgerti la vita, dal momento che non ho niente da offrire se non nebulosi suggerimenti, e inutili gemiti di perdizione. Ero l un momento fa e pensavo: "Adesso la uccido, adesso mi libero di lei e me ne prendo l'intera colpa, adesso, da vecchio, di modo che questo giovane, tu, possa vivere il tuo futuro, indenne e tranquillo". Non stupido? Mi chiedo se funzionerebbe. E' il vecchio paradosso del viaggiatore del tempo, no? Imbroglierei il flusso del tempo, il mondo, l'universo, che cosa? Non preoccuparti, no, no, non fare quella faccia stravolta! Nessun delitto, adesso. E' gi avvenuto nel futuro, da qui a vent'anni. E questo vecchio, non avendo fatto niente di niente, non essendo stato di alcun aiuto, adesso aprir la porta e se ne andr via verso la sua pazzia." Si alz e chiuse di nuovo gli occhi. "Lasciami provare se riesco a trovare come si esce da casa mia, senza vederci." Si avvi, preceduto dal giovane, per trovargli l'uscio del guardaroba, di fianco alla porta d'ingresso, aprirlo, prendere il cappotto del vecchio e infilarglielo lentamente. "Mi hai aiutato" disse Jonathan Hughes. "Mi hai ricordato di dirle che l'amo." "Si, almeno questo l'ho fatto, vero?" Di fronte alla porta, il vecchio volle sapere, di colpo energico: "Una speranza c', per noi?". "Si, far in modo che ci sia" assicur Jonathan Hughes. "Bene, oh, bene! Quasi ci credo!" Allung la mano sulla maniglia, apr la porta.

"A lei non dir addio. Non riuscirei a guardarla in faccia. Dille che il vecchio scemo se n' andato. Dove? Sulla strada, ad aspettare te. Un giorno o l'altro mi raggiungerai." "Per diventare te? Non ne ho la minima intenzione!" rispose il giovane. "Ecco, continua a dirlo. E... oh, mio Dio... un momento..." Il vecchio si frug in tasca e ne trasse un piccolo oggetto avvolto nel giornale spiegazzato. "Meglio che questa la tenga tu. Su di me non c' da fare affidamento, neanche adesso. Potrei fare qualche pazzia. Prendi." Cacci l'involto tra le mani di Jonathan. "Addio. Non significa: Dio sia con te? Si. Addio." Si affrett lungo il vialetto, nelle tenebre. Il vento arruffava gli alberi. In lontananza, un treno si mosse nel buio, arrivando o partendo, chi lo sa? Jonathan Hughes indugi a lungo sulla soglia, tentando di vedere se c'era realmente qualcuno l fuori che scomparisse nella notte. "Tesoro" giunse il richiamo della moglie. Alice era sulla porta del salotto, alle spalle di Jonathan, ma la sua voce pareva lontanissima quanto i passi la cui eco andava perdendosi lungo la strada buia. Jonathan Hughes cominci a svolgere il piccolo involto. "Non startene li a far entrare corrente!" ammon Alice. Lui si tese quando fin di scartare l'oggetto datogli dal vecchio. Un oggetto luccicante sul palmo della sua mano, una piccola rivoltella. Lontano, il treno lanci un ultimo richiamo, che il vento port via. "Chiudi quella porta!" insist Alice Hughes. Lui avvert in viso una sensazione di freddo. Chiuse gli occhi. La voce di lei. Non conteneva forse un impercettibile tocco di petulanza? Si gir lentamente, incerto sulle gambe. Strofin con la spalla la porta, che si mosse. Poi... Fu il vento che la richiuse con un tonfo rabbioso. Lunga spartizione "Hai fatto cambiare la serratura!" Lo disse con voce stupita, fermo sulla soglia, guardando la maniglia che impugnava con una mano, mentre con l'altra cercava ancora di far girare la vecchia chiave nella serratura. Lei tolse la mano dal pomolo interno e volt le spalle, allontanandosi. "Non volevo che nessun estraneo potesse entrare." "Estraneo!" esclam lui. Di nuovo tent la maniglia, poi, con un sospiro, mise via la chiave ormai inutile, e chiuse la porta. "Gi, immagino che lo siamo. Estranei." La donna non sedette, ma rimase in piedi, al centro della stanza, guardandolo. "Vediamo di arrivare al punto" gli disse. "A quanto pare, tu ci sei gi arrivata. Ges!" Sbattendo le palpebre, fiss i libri divisi in due pile, incredibilmente ordinate, sul pavimento. "Non potevi aspettare che ci fossi anch'io?" "Ho pensato che avrebbe risparmiato tempo" gli rispose, e accenn prima a sinistra, poi a destra. "Questi sono miei. Quelli sono i tuoi." "Diamoci una controllata." "Fai pure. Ma da qualsiasi parte li rigiri, questi sono i miei e quelli sono i tuoi."

"Oh, troppo comodo!" Lui si accost alle due pile e cominci a demolirle, prendendo i volumi ora da destra ora da sinistra. "Qui si ricomincia da capo." "Metterai tutto in disordine!" protest lei. "Mi ci sono volute ore per suddividere tutto quanto!" "Be'" ribatt l'uomo, gi col fiatone, e con un ginocchio a terra. "Mettiamoci qualche ora extra. Analisi freudiana! Vedi? Che ci fa quella tra le mie spettanze? Freud non lo posso soffrire!" "Speravo di togliermelo dai piedi." "Togliertelo dai piedi? Chiama le Opere Pie. Non rifilare i mattoni letterari agli estranei, cio al tuo ex marito. Facciamo tre pile, una per te, una per me e una per l'Esercito della Salvezza." "La roba per l'Esercito della Salvezza, prenditela tu, e poi chiama perch vengano a portarla via." "Perch? Non puoi telefonare da qui? Non ho la minima intenzione di rimorchiarmi per tutta la citt gli autori indesiderabili! Non sarebbe pi semplice..." "D'accordo, d'accordo, non ti agitare. Ma smettila di mescolare i libri. Controlla quelli della mia pila, poi quelli della tua, e vediamo dove non sei d'accordo..." "Vedo la mia copia di Thurber dalla tua parte, che ci fa li?" "Me la regalasti per Natale, dieci anni fa, non ricordi?" "Oh," disse lui "gi, vero... Willa Cather, tuo anche quello?" "Me lo desti per il mio compleanno, dodici anni fa." "A quanto sembra, ti ho viziata parecchio." "Puoi giurarci, accidenti, un tempo, tanto tempo fa, lo facevi. Magari avessi continuato. Forse non saremmo qui adesso a spartirci 'sti dannati libri!" Lui arross e si gir per assestare; con la punta della scarpa, una gentile pedata ai volumi messi in verticale. "Karen Horney, si, anche lei un mattone. Jung, Jung molto meglio, l'ho sempre trovato in gamba, ma puoi tenertelo." "Grazie infinite." "Sei sempre stata una che pensa molto, troppo, ma non ha sensibilit." "Uno che si porta sulle spalle il proprio materasso ovunque vada non dovrebbe parlare di pensiero e sensibilit. Uno che esibisce segni di morsicate sul collo..." "Ne abbiamo gi parlato, ed acqua passata". L'uomo torn a inginocchiarsi e prese a far scorrere l'indice sui titoli. "Qui c' la Nave dei folli di Katherine Anne Porter, come diavolo l'hai messo tra i miei? E' tuo. I racconti di John Collier! Sai che ci vado matto! Questo va nella mia pila!" "Un momento!" protest la sua ex moglie. "Nella mia pila!" Sfil il libro e lo gett sul pavimento. "No! Lo sciuperai!" "E' mio, adesso. Che cosa te ne importa?" E l'uomo dette un calcio al volume. "Sono felice che non sia tu il direttore della biblioteca pubblica!" "Questo Gogol, una pizza. Saul Bellow, altra pizza. John Updike, mica male come stile, ma non ha idee. Noioso, Frank O'Connor? Okay, ma puoi tenertelo. Henry James? Barboso anche lui. Tolstoi, mai riuscito a raccapezzarmi con i nomi, non noioso, ma confusionario, prenditelo. Aldous Huxley? Ehi, un momento! Lo sai che giudico i suoi saggi migliori dei suoi romanzi!" "Non puoi separare in due l'opera!" "Certo che posso! Dividiamo in due il bimbo. Tu ti prendi i romanzi, io mi tengo le idee." Afferr tre dei volumi e li gett sul tappeto. La donna si fece sotto e cominci a esaminare quanto lui si era selezionato.

"Che stai facendo, adesso?" le chiese. "Niente altro che ricontrollando quello che intendevo darti. Per esempio, mi sa che John Cheever me lo riprendo." "Cristo! Cos', occhio per occhio, dente per dente? Rimetti gi Cheever. Qui c' Puskin, una barba. Robbe Grillet, barba francese. Knut Hamsun? Barba scandinava." "Piantala con le critiche. Mi fai sentire come se avessi appena bucato l'esame di letteratura. Credi forse di prenderti tutti i libri buoni e lasciare a me la fuffa?" "Potrebbe essere. Tutti questi autori del Connecticut, che si baciano l'ombelico a vicenda, impestano con la loro mafia la Quinta Strada, con la loro flatulenza!" "Non penso che Dickens tu lo ritenga uno snob?" "Dickens? Non ce n' uno come lui che sia venuto a galla in questo secolo!" "Sia lode al Signore! Avrai notato che ti ho concesso tutti i romanzi di Thomas Love Peacock. La fantascienza di Asimov. Kafka? Banale." "Adesso chi che demolisce gli scrittori?" L'uomo si chin rabbiosamente a studiare prima la sua pila, poi quella di lei. "Peacock, per Dio, uno dei pi grandi umoristi di sempre. Kafka? Profondo. Folle e incisivo. Asimov? Un genio!" "Bum! Oh, Ges!" La donna si mise seduta, le mani in grembo, e si protese accennando con la testa alla catena collinosa dei libri. "Credo di cominciare a capire dove tutto and a catafascio. I libri che leggevi tu, paccottiglia per me. Quelli che leggevo io, cretinate per te. Scarti, porcherie. Perch non ce ne siamo resi conto dieci anni fa?" "Di un sacco di cose non ti rendi conto quando..." lui esit "... sei innamorato." La parola era stata pronunciata. Lei si ritrasse sulla sedia, a disagio, congiunse le mani, un i piedi in parallelo. Fiss l'ex marito con una singolare lucentezza nello sguardo. Egli distolse gli occhi, e cominci a passeggiare avanti e indietro. "Ah, diavolo" disse toccando con la punta della scarpa una pila, e facendo poi lo stesso con l'altra, ma dolcemente, con naturalezza. "Non m'importa un accidente di che c' in questo mucchio o in quest'altro. Me ne frego, non..." "Hai posto in macchina per portarti via il grosso?" gli chiese a bassa voce, sempre guardandolo. "Penso di s." "Vuoi che ti aiuti a portarli gi?" "No." Altra lunga pausa silenziosa. "Posso farcela da solo." "Ne sei sicuro?" "Sicuro." Con un grosso sospiro, egli cominci a trasportare qualche volume vicino alla porta d'ingresso. "In macchina ho qualche scatolone. Scendo e lo porto su." "Non vuoi dare un'occhiata al resto per accertarti che sono i libri che ti interessano?" "No" le rispose. "I miei gusti non li conosci. Pare proprio che la suddivisione l'hai fatta bene. Esattamente come se tu avessi separato due fogli di carta che combaciavano a perfezione, ed eccoli qui, quasi non riesco a crederci," Smise di trasportare i libri vicino alla porta, e rest a fissare prima una fortezza di volumi da un lato, poi gli opposti castelli e torri di letteratura, e infine la sua ex moglie seduta nella valle che divideva i due schieramenti. Una valle che pareva ben lunga, e rendeva remota la donna. In quell'istante, due mici, entrambi neri, uno grosso, uno piccolo, balzarono fuori dalla cucina, guizzarono tra i mobili, rimbalzarono via dalla stanza, senza il minimo rumore. La mano di lui si contrasse. L'uomo fece per girarsi verso la porta.

"Ah, no!" esclam subito lei. "Niente trasloco di gatti. Loro sono fuori dal conteggio. Maude e Maudlin restano con me." "Ma..." "Niente ma" conferm lei. Dopo una lunga esitazione, l'uomo alz le spalle. "All'inferno" disse con voce sommessa. "Non ne voglio nemmeno uno di questi maledetti libri. Puoi tenerteli tutti!" "Tra qualche giorno cambierai idea e verrai a prenderli." "Non voglio loro" le disse. "Voglio solo te." "Ed questa la parte pi terribile di tutto quanto" gli rispose, restando immobile. "Lo so, ed impossibile." "Certo. Torno subito. Vado a prendere gli scatoloni." Apr la porta e studi di nuovo la serratura, quasi non potesse crederci. Cav di tasca la vecchia chiave e la mise su un tavolino vicino all'uscio. "Questa non serve pi." "No, non pi" conferm lei, a voce tanto bassa da sentirsi appena. "Quando torno di sopra, busso." Sulla soglia, si gir. "Lo sai che tutto questo nostro parlare finora non ha fatto altro che girare attorno al vero argomento, che nemmeno abbiamo sfiorato?" "E cio?" domand lei, alzando gli occhi. L'uomo esit, fece un passo, e disse: "Chi si tiene i ragazzi?". Prima che la donna potesse rispondere, usc e chiuse la porta. Vieni, e porta Costanza Sua moglie apr la posta mentre facevano la prima colazione, un sabato mattina. Era la solita valanga. "Siamo su ogni indirizzario selezionato della citt e dintorni" sbuff lui. "Le fatture, le ammetto. Ma gli inviti, le premiers alle quali non vuoi andare, i pranzi di beneficenza che non beneficiano nessuno, gli..." "Chi Costanza?" domand sua moglie. "Chi chi?" "Costanza" ripet lei. E la mattina d'estate si tramut rapidamente in cupo novembre. La moglie gli allung una lettera, che veniva da un vecchio recesso familiare sulle sponde del Lago Arrowhead, e che lo invitava a una serie di letture sull'Anelito Primigenio, la Transustanziazione Extrasensoriale e lo Zen. La firma, scarabocchiata in calce, sembrava essere "J'ujfl Kikrk". Come se qualcuno, al buio, avesse battuto a macchina la parola sbagliata senza curarsi di correggerla. Il post scriptum diceva: "Se vieni, porta Costanza". "Allora?" inquis la moglie, spalmando troppo burro sul pane. "Non conosco nessuna Costanza." "No?" "NON C'E' NESSUNA COSTANZA" ripet lui. "Veramente?" "Parola d'onore di madre di guida indiana." "Gli indiani sono sporchi, le guide sono finocchi, e tua madre era una signora di larghe vedute" ribatt la moglie. "Non mai esistita, non esiste, e non esister mai" ed egli gett la lettera nel cestino della carta straccia "una Costanza." "Allora," rilev la donna, con logica da avvocato, incombendo sul tavolo "perch," scand "c'" prosegu "il suo nome," sillab e concluse "nella lettera?" "Dov' lo spasimante?" domand lui. "Che spasimante?" "Ce ne dev'essere uno a disposizione, da poter esecrare."

Intanto, stava rapidamente spremendosi le meningi. Sua moglie intu quel lavorio mentale, e imburr di nuovo il suo toast. "Costanza" pens lui, gi colto dal panico. "Ho conosciuto un'Alicia, e ho conosciuto una Margot e ho frequentato una Louise e una volta, tanto tempo fa, una Allison. Ma... "Costanza? "Mai. Mai vista, neanche a teatro. O a qualche t." Cinque minuti dopo telefon a Lago Arrowhead. "Mi passi quel fesso di un pagliaccio" disse, senza riflettere. "Oh, Mr. Junoff? Senz'altro" rispose una voce femminile, come se la descrizione non lasciasse dubbi. Subentr Junoff. "Siiiiii...?" Era uno di quelli che da un monosillabo traggono una lunga coda. "Il nome di mia moglie non Costanza" disse il marito. "Chi mai ha detto che lo sia? Chi parla?" "Chiedo scusa." Il marito declin il proprio nome "Senti un po', il solo fatto che quattro anni fa, in un momento di debolezza mentale, ti ho lasciato che mi incastrassi su un divano e mi riempissi la testa di balle, non ti autorizza a spedirmi un invito al tuo convegno pseudoculturale del mese prossimo. Tanto pi quando, in fondo alla lettera, ci aggiungi: "porta Costanza". Che non il nome di mia moglie!" "Essendo suo marito da vent'anni, dovrei saperlo." "Forse, inavvertitamente, ho..." "No, neanche quello. La mia amante, quando era viva, del che a volte dubito, si chiamava Deborah." "Accidenti!" disse Junoff. "S, al sottoscritto. E sei stato tu a inviarmeli per posta." Dall'altro capo, il microfono fu abbandonato e ripreso nuovamente. Pareva che il lontano interlocutore si stesse versando qualche beveraggio robusto alla ricerca di una risposta tappabuchi. Che suon: "E se scrivessi una lettera a Costanza...". "Non c' una Costanza! C' solo mia moglie. Che si chiama..." Rest incerto. "Che ti succede?" Il marito chiuse gli occhi. "Un momento. Annette, si chiama. S, Annette. No, quello il nome di sua madre. Anne. Ecco. Scrivi ad Anne." "Che le dico?" "Ti scusi per aver tirato in ballo una Costanza. Mi hai messo in un bel casino. Lei adesso crede veramente che la donna esista sul serio." "Costanza crede questo?" "Annette. Anne. Anne! Ti ho gi detto..." "Che non c' nessuna Costanza. Ho capito. Aspetta un attimo." Il ricevitore trasmise un altro gorgoglio di liquido. "Stai andando a gin invece di ascoltarmi?" "Come fai a sapere che gin?" "L'hai scosso, non mescolato col cucchiaio." "Ah. Bene. La lettera devo scriverla o no?" "Sarebbe un buco nell'acqua. Mia moglie penserebbe soltanto che le hai scritto una balla per salvarmi la pelle." "S, ma la verit..." "Per le mogli, la verit del tutto e sempre inattendibile!" Altro lungo silenzio dalla villa annidata in riva al lago. "Allora?" domand il marito. "Sto aspettando." "Che cosa, in nome di Dio?!" "Che tu mi dica cosa devo fare." "Sei tu lo psicologo, lo specialista, sei tu il consigliere, quello che organizza mistiche abluzioni per le menti inquinate, sei tu il tizio con le suole di gomma, o quel che sia, e quindi trova tu qualcosa!"

"Resta in linea" raccomand la voce del Lago Arrowhead. Seguita da un suono come lo schiocco di dita o di altro ghiaccio che cadesse in un bicchiere pieno. "Sacra Vacca," disse lo psicologo "credo di aver trovato. S. Ci sono. Ci sono! Mio Dio, se sono in gamba! Reggiti i pantaloni!" "Non li sto mica perdendo, ti venga un colpo!" "Preparati. Sto riportando a galla il Titanic!" Clik. Un suono come di altre dita schioccate o di altri cubetti di ghiaccio o del microfono riattaccato. "Junoff!" Ma Junoff non c'era pi. Marito e moglie battagliarono per tutta la mattina, si insultarono a pranzo, si sbranarono al caff, ripresero il combattimento verso le due sull'orlo della piscina, alle quattro, dopo un pisolino, si svegliarono freschi di nuovo vetriolo, e alle cinque meno cinque tacquero perch alla porta d'ingresso era squillata una scampanellata imperiosa. Ammutolirono, dunque, lei in preda a una giusta indignazione, lui ormai ubriaco di proteste di innocenza sempre pi disperate. Dal bar, dove si trovavano, fissarono la porta. La regale scampanellata echeggi di nuovo. Qualcosa di possente e maestoso incombeva sul campanello, incurante se questo dovesse squillare in eterno per chiamare a raccolta l'intero contado a prosternarsi. I due coniugi mai avevano sentito un tale squillare indisponente. Il che stava a significare o uno zotico messaggero o un personaggio di tale grandiosit da essere perennemente autoritario. Marito e moglie si mossero insieme verso la porta. "Dove credi di andare?" grid lei. "Ad aprire, naturalmente." "Oh, no. Tu non ci provare! Per mettere le mani avanti, eh?" "Le mani avanti per che cosa?" "Bugiardo. Non muoverti!" E scatt, lasciandolo sul posto. L'uomo torn al bar e nei successivi trenta secondi non stacc le labbra dal bicchiere e dal relativo robusto contenuto. Con l'unico risultato, al trentunesimo secondo, di vedere sua moglie ferma sulla porta d'ingresso. Moglie che pareva sbalordita o paralizzata, o entrambe le cose. Con le spalle all'entrata, abbozz quindi uno strano gesto con la mano, come dire "Si accomodi". A chi? Il marito contempl la scena. "E' Costanza" disse la moglie. "Chi?" grid lui. "Costanza, naturalmente!" tuon una voce. E la donna pi alta e pi bella che egli avesse vista mai irruppe nella stanza, si guard attorno come a valutare il tutto e il particolare, e gli si fece contro, con passo sinuoso, per afferrarlo per i gomiti, abbrancargli le spalle, e piantargli un bacio sulla fronte, che subito acquis un terzo occhio. Per poi arretrare di un passo e squadrarlo dall'alto in basso, quasi non fosse un uomo, ma una squadra di atleti cui ella stesse per consegnare una coppa. Lui alz gli occhi su quella grande faccia luminosa, e sussurr: "Costanza?". "Quello che casca dalle nuvole, come al solito!" La gigantessa gir sui tacchi per sottoporre a similare indagine la moglie, e la moglie, se non una squadra di atleti vittoriosi, era come minimo una schiera di ammiratori convenuti alla partita. "Cos, questa ...?" chiese la nuova venuta. "Annette" disse il marito. "Anne" rettific la moglie. "Gi, esattamente" conferm lui. "Anne."

"Anne! Che nome adorabile. Posso avere un drink, Anne?" L'alta e bella femmina, dal luminoso alone di capelli biondi, gli intenti occhi grigi - di quel grigio nebbia che incombe di primo mattino - dall'andatura scattante, dalle braccia e le mani da danzatrice, si sistem, con elastica compostezza, su una poltrona, allungando lo splendido compasso delle lunghe gambe. "Mio Dio, spasimo per un martini. E' chiedere troppo?" L'uomo si riscosse, ma sua moglie impose: "Tu non muoverti!". Lui si blocc. La moglie si chin in avanti a valutare, dalla testa ai piedi, quella creatura, cos come l'esame inverso era stato eseguito. "Allora?" "Allora cosa?" "A che dobbiamo l'onore... ah...?" "Costanza!" La moglie fulmin il coniuge con un'occhiata. "Quindi, non esiste alcuna Costanza, eh?" La gigantessa guard il marito, sfarfallando le ciglia. "Si pu sapere cosa hai raccontato ad Anne?" "Niente." Ed era la verit. "Be', lei deve sapere tutto. Stasera parto in aereo per New York, domani prendo il Concorde per Parigi. So che tra voi c' stato un malinteso..." "C' stato s, maledizione!" conferm il marito. "E ho ritenuto opportuno fare un salto qui e chiarire le cose, prima che me ne vada per sempre." "Okay" disse la moglie. "Chiarisca." "Prima, posso avere da bere?" L'uomo accenn una mossa. "Resta dove sei!" ammon la moglie, con una mortale freddezza nella voce. "Allora, proprio cos," comment la sorprendente Costanza, sinuosa come i bei fiumi di Francia, e bella quanto tutti i castelli e le torri che orlano quei fiumi "sei una donna favolosa!" "Io?" domand la moglie. "Tuo marito non parla d'altro." "Lui?!" grid la moglie. "Non la smette un minuto. Mi fa una testa cos. Mi rende pazza di gelosia. Come vi siete conosciuti, come ti ha fatto la corte, dove andavate a cena, qual il tuo piatto preferito, la marca del tuo profumo - Contessa - il libro che ti piace di pi, Guerra e Pace, che hai letto sette volte..." "Solo sei..." precis l'altra. "Ma lo stai rileggendo per la settima!" "E' vero" ammise la moglie. "I tuoi film preferiti, Pinocchio e Citizen Kane..." La consorte lanci un'occhiata al marito, che si strinse nelle spalle con espressione interdetta. "Il tuo sport prediletto, il tennis dove sei un ciclone, e lui lo batti regolarmente. Brava anche a bridge e a poker - lo peli quattro volte su cinque. E i tuoi successi alle superiori, al college, e a bordo della United States in rotta per l'Inghilterra, quando eravate in luna di miele, e anche l'anno scorso, durante la crociera nei Caraibi. Come hai vinto, l'anno prima, la gara di charleston sulla Queen Elizabeth II tornando dalla Francia. Il tuo amore per Emily Dickinson e Robert Frost. Come interpretasti, otto anni fa, Desdemona in una piccola filodrammatica, con critiche entusiaste. Le tue devote premure quando lui era in ospedale, cinque anni fa. Le affettuose attenzioni per sua madre, quasi fosse una delicata porcellana di Dresda. La sensibilit che ti spinge a deporre fiori sulla tomba di suo padre, almeno quattro volte all'anno. Come hai resistito alla tentazione di comprarti duemila dollari di modelli di Dior, quand'eri a Parigi. La volta che cenaste con Fellini, a

Roma, e Federico rest ammaliato, e quasi ti rapiva. La vostra seconda luna di miele a Firenze, dove piovve per una settimana di fila, ma voi non faceste una piega, perch rimaneste sempre in camera. Il racconto che pubblicasti sull'Ohio State Monthly... superbo..." Il marito, adesso, era chino in avanti, ipnotizzato. E la moglie era sprofondata in un silenzio stupefatto. "E avanti, avanti" prosegu la donna, il cui nome aveva provocato tutto quello scompiglio. "Logorroico a non finire. Come si innamor di te quando avevi dodici anni. Come lo aiutavi in algebra, quando ne avevi quattordici. Come gli arredasti l'appartamento, dai pavimenti ai lampadari, dalla stanza da bagno alla veranda sul retro, e nobilitasti l'anticamera con un tappeto e disponesti il vasellame nella credenza. Mio Dio, Signore onnipotente, chi poteva fermarlo! Una saga incessante a esaltarti. Mi chiedo..." L'alta, lunga, splendida femmina prese fiato. "Quando con te, ti parla mai di me in questo modo?" "Mai" disse la moglie. "Certe volte, ho la netta sensazione," continu la bella creatura "che neanche esisto quando sono con lui. Che lui con te?" "Io..." azzard il marito. "Sta' zitto" ordin la consorte. Lui tacque. "Continui." La moglie si protese per il seguito. "Non c' tempo. Devo scappare. Posso avere quel drink?" La padrona di casa and al bar, calibr il martini, e torn come stesse portando il primo premio al miglior gatto dell'esposizione. L'ospite sorseggi, ed esclam: "Questo il martini pi superbo che abbia mai assaggiato. Ma tu sei perfetta in tutto?". "Vediamo di riordinare le idee." La moglie sedette lentamente e scrut la concorrenza. "Quindi, lui parla di me, vero?" "Ed ecco perch tutto finito" chiar la bella femmina. "Non ci resisto pi. "Se sei cos pazzo per lei, se l'ami tanto," gli ho detto "in nome di Dio, che ci fai con me! Lasciami! Vai da lei! Tanti saluti, e amici come prima. Ancora un solo giorno della Pi Meravigliosa Moglie che Dio Abbia mai Creata, e diventerei totalmente pazza! Smamma!" gli ho detto." Vuot il bicchiere, chiuse gli occhi assaporando la squisitezza, annu, e si alz, un livello dopo l'altro, splendido edificio, piano su piano. Domin sulla coppia come una nube estiva, invitandola con un gesto a non alzarsi. "Ora, devo smammare anch'io. Di volata all'aeroporto. Ma prima dovevo venire qui a chiarire certe cose. Non giusto minare due esistenze e non bonificarle. Comunque, stato divertente, George..." "Mi chiamo Bill." "Infatti. Caro Bill, grazie infinite. E, Annette..." "Anne." "Anne, hai vinto. Star via quattro mesi. Quando torno, non telefonatemi, mi faccio viva io. Ciao, brava moglie. Ciao, Charlie." Strizz l'occhio, dilag verso la porta sulla cui soglia si gir. "Grazie per aver ascoltato. Che la vita vi sorrida!" La porta venne richiusa, un rimbombo. Il taxi, che attendeva davanti casa, fu sentito partire e allontanarsi. Il silenzio che aleggi fu interrotto dalla moglie: "Ma che stato?". "Uno di quegli uragani," le rispose lui "ai quali danno un nome di donna." E si avvi verso la camera da letto, dove lei lo trov intento a fare la valigia.

"E adesso dove credi di andartene?" gli chiese, ferma sulla soglia. "Be', dopo tutto questo, pensavo tu volessi che me ne andassi di casa..." "Gi, e trasferirti in albergo?" "Forse..." "Dove lei possa raggiungerti ad arpionarti di nuovo?" "Pensavo solamente..." "Tu pensi che ti permetta di correre libero in un mondo dove la gente come quella in agguato? Mio povero pesciolino..." "Mica si pu arpionare un pesciolino." "Ma lei dispone di un cucchiaio ben grosso! Togli quelle camicie dalla valigia. Rimetti a posto quelle cravatte, e le scarpe sotto il letto. E vieni a bere qualcosa, dannazione, e mettiti a tavola e mangia la dannata cena che ti ho preparato." "Ma..." "Sei un animale, un topo da fogna, un miserabile" disse lei. "Ma..." Le lacrime le solcarono le guance. "Ma ti amo. Dio abbia piet di me. Ti amo." E usc di corsa dalla stanza. La sent scuotere rabbiosamente i cubetti di ghiaccio nello shaker. Mentre lui stava formando un numero al telefono. "Mi passi quel fesso di figlio di puttana" disse al microfono. "Qui Junoff. Allora?" "Junoff, genio inarrivabile, incredibile immaginifico deus ex machina per gli amici in difficolt! Chi lei? Come ci sei riuscito?" "Lei? Chi?" domand la voce del Lago Arrowhead. "Come hai fatto a ricordare tante cose di quelle che ti confidai anni fa? Come sei riuscito a istruirla cos bene? Di quale compagnia teatrale fa parte lei, per essere un'allieva cos veloce e realistica?" "Non ho la pi pallida idea di cosa tu stia parlando. Chi costei?" "Bugiardo!" "C' li tua moglie? Come hai detto che si chiama?" "Annette. No. Anne." "Passamela!" "Ma..." "Falla venire all'apparecchio!" Il marito and al bar, innest nella presa la prolunga del telefono, e porse l'apparecchio a sua moglie. "Pronto" disse la voce di Junoff, distante cento miglia, in cima a una montagna vicina a un lago. La voce era cos rimbombante che la moglie dovette scostare la cornetta di qualche centimetro dall'orecchio. Junoff era stentoreo. "Anne? Il prossimo fine settimana do un ricevimento, qui!" E poi: "Vieni. E porta Costanza!". Junior Fu la mattina del 1 ottobre che Albert Beam, anni ottantadue, si svegli per scoprire che, se non durante la notte, miracolosamente all'alba qualcosa era accaduto. Avvertiva infatti una calda e indiscutibile convessit sbocciata sotto le coperte, a circa un terzo dal fondo del letto. Pens dapprima d'aver piegato un ginocchio per eliminare un crampo, ma poi, sbattendo le palpebre, si rese conto... Era il suo vecchio amico: Albert, Junior.

O Junior, tout court, come qualche gaia fanciulla lo aveva battezzato tanto tempo prima, oh, mio Dio... sessant'anni prima! E Junior era vivo, vispo, di nuovo pimpante. "Lieto di rivederti" pens Albert Beam, Senior, alla visione, " la prima volta dal luglio 1970 che ti sei svegliato prima di me." Luglio 1970! Guard e ricord. E pi guardava e richiamava il passato, pi Junior - protetto dalle coperte - si animava: tutto decisione e determinata avvenenza. "Be'," si disse Albert Beam "non mi resta altro che aspettare che torni a nanna." Chiuse gli occhi, e attese, ma non succedeva nulla. O meglio, lui continuava a segnalare una sua energica presenza. Junior non batteva in ritirata. Era sempre l, speranzoso in una nuova vita. "Lascia perdere!" pens Albert Beam. "Non pu essere!" Si lev a sedere di scatto, occhi spalancati, il respiro come una febbre nella bocca. "Hai intenzione di rimanere?" grid abbassando lo sguardo, e rivolgendosi al suo vecchio e ora coraggiosamente rinato amico. "Si!" gli parve di sentire confermare da una vocetta. Perch da giovane, lui e i suoi compagni acrobati si erano spesso dilettati ai discorsi di Charlie McCarthy con Junior, che era garrulo e ricco di irriverenti battute, piene di spirito. Il ventriloquio, tra le materie del secondo anno di Fisica, era stato uno dei pi trascinanti talenti di Albert Beam. Il che voleva dire che anche Junior aveva altrettanto talento. "Si!" pareva che la piccola voce bisbigliasse. "Si!" Albert Beam rotol gi dal letto. Stava gi consultando il suo taccuino personale dei numeri telefonici, quando si rese conto che tutti quei vecchi numeri gli aleggiavano tuttora rasente l'orecchio sinistro. Ne form tre, febbrilmente, e parl con voce gracchiante. "Pronto." "Pronto!" "Pronto!" Dalla propria isola di antica et, Albert stava ora lanciando appelli, al di l di un freddo mare, verso una spiaggia dorata di sole. Da dove risposero tre donne. Ancora passabilmente giovani, intrappolate tra i cinquanta e i sessanta, esse ansarono, si radunarono e si abbandonarono a caldo entusiasmo, quando Albert Beam le ebbe tramortite con la notizia. "Emily, non ci crederai.... "Cora, un miracolo!" "Lazzaro risorto!" "Pianta l tutto!" "Fate in fretta!" "Ciao, ciao, ciao!" Beam Senior riattacc, di colpo timoroso che, dopo tutto quel trambusto e quel preannuncio, quel Preziosissimo Membro del Club di Danza a Mezzanotte Sotto il tavolo col Panino Imbottito potesse tornare alla fase di premontaggio. Rabbrivid all'idea che i razzi di Cape Canaveral cadessero a pezzi prima che arrivassero le folle ad ammirarli in reverente adorazione. Ma erano terrori infondati. Junior, con ferma determinazione, campeggiava, poderoso e indomito, tutto da vedere. Albert Beam, mummificato al 95 per cento, e al 5 per cento giovane pavone baldanzoso, ciabatt nudo per casa, ingollando plurimi caff per dar coraggio a Junior e una sveglia completa a se stesso e, quando ud le auto arrivare in

volata sul viale davanti casa, infil una vestaglia. Con i capelli in selvaggio disordine, si affrett a far entrare le tre ragazze, che non erano pi ragazze, n signorine, ma quasi signore. Prima ancora che gli riuscisse di spalancare la porta, esse avevano gi fatto irruzione, armate di martelli ad aria compressa, o almeno cos sembrava, tanto il loro entusiasmo era demenziale. Irruppero, dunque, quasi sollevandolo dal pavimento, e riportandolo a passo di valzer in salotto. Una di esse era stata un tempo rossa di capelli, la seconda li aveva avuti biondi, la terza, neri. Adesso, dopo vari risciacqui e tinture a obliterare trascorse tonalit, vere o fasulle, ciascuna un po' pi sbiadita delle altre, ridevano e sghignazzavano, mentre trasportavano Albert Beam di peso da una stanza all'altra. E che esse fossero imporporate in viso per la gaiezza o per la prospettiva dell'antico miracolo, nessuno avrebbe saputo dirlo. Anche loro erano sommariamente abbigliate, essendosi buttate addosso semplici vestaglie per precipitarsi li e ammirare Lazzaro trionfante nella tomba! "Albert, vero?" "Non uno scherzo?" "Una volta mi hai tirato un bidone, vuoi riprovarci adesso?" "Amiche mie!" Albert Beam scosse la testa e si irradi di un enorme caldo sorriso, avvertendone uno similare dalla nascosta presenza del suo Cucciolo, del suo Compagno, del suo Bocciolo, del suo Amico per la pelle. Lazzaro, impaziente, scalpitava sul posto. "Nessuno scherzo. Niente bugie. Signore, prendano posto!" Le donne si precipitarono a sistemarsi sulle sedie, con i visi rugiadosi e occhi da Quattro Luglio fissi sul vecchio mago dei moduli lunari, in attesa che iniziasse il conto alla rovescia. Albert Beam afferr i lembi del suo accappatoio, ora volutamente elusivo, mentre percorreva teneramente con lo sguardo i loro volti. "Emily, Cora, Elizabeth," disse con estrema dolcezza "quanto speciali siete state, siete e sempre sarete!" "Albert, Albert caro, stiamo morendo dalla curiosit!" "Un attimo, per favore" mormor lui. "Devo... ricordarmi." E nell'intervallo di silenzio che segu, ciascuna di esse guard le altre, e di colpo vide ci che era sempre stato ovvio: ci che non era mai stato detto nelle loro vite, nell'incipiente meriggio delle loro vite, ma che adesso affiorava col trascorrere degli anni. Il semplice fatto era che nessuna di loro era mai maturata. Tutte e tre erano rimaste al giardino d'infanzia, o, al massimo, a livello della quarta elementare, per sempre. Il che aveva voluto dire infinite colazioni a base di champagne, fox-trot e valzer prolungati sino a tarda notte, che si concludevano in bacetti audaci e voluttuosi giacigli sull'erba. Non una delle tre si era mai sposata, nessuna aveva mai concepito l'idea di avere figli, n tanto meno li aveva concepiti, quindi nessuna si era fatta una famiglia, tranne quella radunata l in quel momento. Ed esse stesse non erano cresciute nella maturit, ma, piuttosto, avevano prolungato l'infanzia e indugiato nell'adolescenza. Avevano risposto soltanto agli umori gai o tempestosi della loro indole e delle loro predisposizioni genetiche. "Signore, mie care signore, signore" sussurr Albert Beam. Esse continuavano a spiare le reciproche maschere con una sorta di febbrile benevolenza. Perch, all'improvviso, le aveva assalite la rivelazione che, mentre erano andate affannandosi a rendersi reciprocamente felici, non avevano reso infelice nessun altro.

Ed era da considerare miracoloso che le donne si fossero inferte reciproche ferite di scarsa entit e ormai da gran tempo guarite, dato che, da quarant'anni nessuna delle tre aveva reso infelice le altre due, ed erano rimaste amiche nel ricordo di tre amori. "L'amicizia" pens ad alta voce Albert Beam. "Ecco cosa ci lega. L'amicizia!" Perch, molti anni prima, man mano che ogni belt usciva, rimanendo in buoni rapporti, dalla vita di lui ne era arrivata un'altra, ancora migliore. Era la delicata precisione con cui egli le aveva rese partecipi ai ritmi della propria vita a farle consapevoli delle loro speciali prerogative, quali donne non timorose di rivali, e pertanto refrattarie alla gelosia. E adesso, eccole l, raggianti e vicendevolmente affettuose. Che uomo premuroso e ingegnoso per averle rese assolutamente e totalmente felici, prima di navigare per avvizzire nella vecchiaia! "Deciditi, Albert, mio caro" disse Cora. "Il pubblico qui che attende" rincar Emily. "Dov' Amleto?" "Pronte?" domand Albert Beam. "Spiritualmente in sintonia?" Esit nel momento finale, poich doveva essere il suo ultimo messaggio o comparizione, o quel che fosse, prima che egli svanisse nei recessi della storia. Con dita tremanti, che tentavano di ricordare la differenza tra una cerniera lampo e i bottoni, Albert impugn le falde dell'accappatoio, in quel momento lembi di sipario teatrale. Le signore dilatarono gli occhi, fremettero, sporgendosi in avanti. Era per quel magico momento, quando il simbolo della Warner Brothers sfum via dallo schermo, per lasciar posto ai nomi e ai titoli erompenti in una fontana di ottone e arabeschi. Era un crescendo sinfonico da Cupa Vittoria o da Le Avventure di Robin Hood che faceva tremare le labbra del vecchio? Era il motivo conduttore di Elisabetta ed Essex, di E ora, Voyager, oppure de La Foresta pietrificata? La foresta pietrificata? Le labbra di Albert Beam crepitarono un sorriso per la concomitanza. Quale attinenza con se stesso, con Junior! La musica aumentava, ingigantiva, esplodeva dalla sua bocca. "Tatah" cantava Albert Beam. Apr di scatto il sipario. Le signore gridarono in dolce allarme. Perch l, interpretando l'ultimo atto delle Rivelazioni, c'era Albert Beam Secondo. O meglio, a buon diritto orgoglioso, Junior. Negletto per anni e anni, egli era un Orto di delizie e dolce Giardino dell'Eden. Era a un tempo Mela e Serpente? Lo era! Scene da Krakatoa, L'esplosione che sconvolse il mondo ingigantirono, in successione, nelle menti sensibili delle signore. Versi quali "Solo Dio pu creare un albero" scaturirono da vecchi poemi. A Cora parve riudire il motivo de Gli Ultimi Giorni di Pompei, a Elizabeth la musica di Nascita e Decadenza dell'Impero Romano. Emily, riportata di colpo all'anno 1927, mugol le futili parole a "Lucky Lindy... Spirito di St. Louis, alto, resta lass... noi siamo con te...!" Il trio musicale si acquiet in una sorta di momento magico tra imbrunire e alba, tempo di venerazione e amoroso rispetto. Sembrava quasi che una luce stupenda e miracolosa si irradiasse dalla Sorgente, dal Santuario davanti al quale esse si radunavano, immobili adoratrici, pregando che l'attimo

potesse prolungarsi per mezzo del loro silenzioso ripetuto alleluia. E l'attimo si prolung. Albert Beam e Junior resistevano, offrendosi, compenetrati, alla moltitudine incantata, il vecchio con un ampio sorriso sulle labbra, Junior con un sorriso pi modesto. L'implacabilit del tempo adombr i visi delle signore. Ciascuna di esse ricord Monte Carlo o Parigi o Roma, o la danza tra le spume della fontana dell'Hotel Plaza, una notte di secoli prima, assieme a Scott e Zelda. Soli e lune sorsero e tramontarono nei loro occhi, e non c'era gelosia, soltanto esistenze da tanto tempo perdute, ma rinnovate e rese magiche da quel momento. "Bene" bisbigli ognuna di loro, alla fine. E una alla volta, le tre amiche del cuore si fecero avanti per deporre un bacio sulla fronte di Albert, a sorridergli e, chinando lo sguardo, a sorridere al Principe Ereditario, quell'assolutamente Inarrivabile Membro regale che meritava essere coccolato, ma che, in quel momento, non veniva nemmeno sfiorato. Le tre ancelle greche, Le Furie in pensione, le tre antiche vestali assegnate al tempio arretrarono per schierarsi su una linea a tributare un ultimo saluto. E il pianto ebbe inizio. Prima Emily, poi Cora, indi Elizabeth, tutte a evocare qualche collisione notturna di giovani folli che, comunque, erano sopravvissuti alla catastrofe. Albert Beam rimase al centro di quella marea salata, finch anche i suoi occhi profusero lacrime. E se fossero state lacrime di amaro rimpianto di un passato che era adesso una pavana dorata, o lacrime celebrative di un presente pi salubre e incantevole, nessuno avrebbe saputo dirlo. I quattro piangevano, immobili, non sapendo che fare o dove mettere le mani. Finch, come fanciullini che sbirciassero in uno specchio per scoprire la stranezza e il mistero del pianto, essi si sorpresero a spiare i vicendevoli singulti. Ciascuno vide occhi bagnati e offuscati da stelline salate dalle punte delle ciglia. "Oh, ah!" E tutta la banda proruppe in un'ilarit selvaggia, con risate scoppiettanti come pannocchie di granturco sul fuoco. Oh, iiih! Si unirono in girotondo. Batterono i piedi per espellere sghignazzate e sbuffi. Divennero scatenati come bimbi all'ora di merenda, l'ora in cui qualsiasi stupidaggine pronunciata diventa di un umorismo incontenibile, e le ossa ti vanno insieme e barcolli come ubriaco, per finire sul pavimento in un'estasi parossistica. E appunto cos avvenne. Le signore si arresero alla forza di gravit crollando sul tappeto che arabescarono dei loro capelli, le loro lacrime conclusive a irrompere dai loro occhi come brillanti comete, mentre loro si rotolavano, ansimavano e boccheggiavano. "Oh, di. Oh! Ah!" Il vecchio non reggeva pi. Quel terremoto lo squassava e lo distruggeva. Si avvide, in quel momento finale, che il suo diletto amico, il suo caro e prezioso Junior, tra tutti quegli strilli e grugniti giocondi, si era squagliato come un ricordo di neve, riducendosi a un fantasma. Albert Beam si afferr le ginocchia, starnut un'enorme risata di valutazione, davanti al formato complessivo e alla ridicolaggine di un corredo che nasce con la nascita del maschio in un mondo incomprensibile, e si afflosci a terra. Annasp tra i corpi delle signore, chiocciando, alla ricerca di ossigeno. Esse non osarono guardarsi per paura di insulti

cardiaci in conseguenza degli ululati e dei barriti che sfuggivano dalle loro labbra. In attesa che l'ilarit si placasse, si alzarono per riordinarsi i capelli, i sorrisi, la respirazione e gli sguardi. "Povero me, oh, povero me" farfugli il vecchio con un ultimo ansito di sollievo. "Non stata la scena pi bella, pi affascinante, pi spassosa, la migliore mai avuta, mie carissime, in tutti i nostri grandi anni?" Tutte e tre confermarono. "Ma," disse la pragmatica Emily, ricomponendosi la faccia "lo spettacolo finito. Il t si fredda. E' ora di andare." E si chinarono a raccogliere le vecchie fragili ossa del vetusto guerriero, il quale fu rimesso in piedi tra le sue dilette, in un caldo glorioso silenzio, drappeggiato di nuovo nel suo accappatoio, e pilotato verso la porta d'ingresso. "Perch," si stup il vecchio "perch? Perch Junior ha scelto proprio questo giorno per risorgere?" "Smemorato!" esclam Emily. "E' il tuo compleanno!" "Gi, fortunato che sono! S, s!" E domand trasognato: "Be', che ne dite? Forse l'anno venturo, e quello dopo ancora, potr essere allietato dallo stesso dono?". "Be'..." disse Cora. "Noi..." "Non in questa tua vita attuale" disse Emily, dolcemente. "Addio, Albert carissimo, splendido Junior" dissero tutte. "Vi sar grato per tutta la mia vita" assicur il vecchio. Le salut con la mano, le donne sparirono, gi per il vialetto, nella bella mattina. Egli indugi a lungo, e poi si rivolse al suo vecchio amico, al suo inseparabile fedele compagno, ora immerso in un sogno senza fine. "Coraggio, Fido, ragazzo mio, l'ora del nostro pisolino prima di pranzo. E, chi sa? Con un po' di fortuna riusciamo a sognare qualche cosa di eccitante fino all'ora del t!" "E, mio Dio," gli sembr di udire la piccola voce esclamare "per allora non che avremo un appetito del diavolo?" "Lo avremo!" E il vecchio, gi mezzo addormentato in piedi, e Junior gi sprofondato nel sogno, piombarono distesi sul letto con tre caldi e ridenti fantasmi... E cos dormirono. La pietra tombale Be', innanzi tutto c'era quel viaggio interminabile, la polvere che le s'infilava su per le delicate narici, e Walter, il suo marito dell'Oklahoma, l'esile carcassa pencolante agli scossoni della loro Ford modello T, tanto sicuro di s da farle venir voglia di sputare; poi erano entrati in questa grande citt di mattoni, ostile come un vecchio peccato, e il padrone della pensione li aveva accompagnati di sopra, aprendo la porta della camera. Nel centro della quale giaceva sul pavimento la pietra tombale. Gli occhi di Leota assunsero bagliori sagaci, e immediatamente ella finse un arresto del respiro, mentre pensieri le guizzavano nella mente, con diabolica fulmineit. Le sue superstizioni erano un qualcosa che Walter non era mai stato capace di confinare e togliere dalla testa. Lei boccheggi, arretr, e Walter la guard con palpebre cadenti, appese su scintillanti occhi grigi. "No, no!" esclam Leota, con tono irrevocabile. "Mai metter piede in una stanza che ospita un morto!" "Leota!" invoc suo marito.

"Ma che dice?" si stup l'albergatore. "Madame, non creder mica..." Leota sorrise internamente. Naturalmente, in realt non lo credeva, ma quella era l'unica arma disponibile contro quel suo uomo dell'Oklahoma, quindi... "Intendo dire che non dormir in nessuna camera assieme a una salma. La porti fuori di qui!" Walter fiss stancamente il letto incavato, e quello sguardo alliet Leota, per essere in grado di renderlo frustrato. S, senz'altro le superstizioni erano cose maneggevoli e utili. Ud il padrone affermare: "Questa lastra di finissimo marmo grigio. Appartiene a Mr. Whetmore". "Il nome che vi inciso dice WHITE" rilev Leota, freddamente. "Sicuro. E' il nome dell'uomo per il quale la lastra fu incisa." "E che morto?" inquis Leota, in agguato. L'altro annu. "Allora, vede!" grid lei. Walter usc in un grugnito a significare che non avrebbe mosso un passo per cercare un'altra camera. "C' puzza di cimitero qui dentro" incalz sua moglie, sorvegliando gli occhi di Walter animarsi e scintillare inquieti. Il tenutario della pensione chiar: "Mr. Whetmore, che occupava in precedenza questa camera, lavorava come apprendista d'intaglio artistico dei marmi. Come inizio della sua carriera professionale. Essendo il suo primo lavoro importante, rimaneva tutte le sere qui dentro a scalpellare questa pietra, dalle sette fino alle dieci". "Be'..." Leota gir gli occhi attorno, alla svelta, a cercare Mr. Whetmore. "Dov' costui? E' morto anche lui?" Il gioco la divertiva non poco. "No, si scoraggiato, e ha abbandonato il mestiere di marmista per andare a lavorare in una fabbrica di imballaggi." "Perch?" "Per lo sbaglio che fece." Il padrone indic la scritta sul marmo. "Qui c' inciso WHITE. Doveva esser WHYTE, con una Y invece di una I. Povero Mr. Whetmore. Gli preso un complesso di inferiorit. Al primo piccolo sbaglio ha piantato tutto e se n' andato." "Mi venga un colpo!" disse Walter, entrando deciso nella stanza e cominciando ad aprire le rugginose valigie, voltando le spalle a Leota. Ma l'altro intendeva fornire il seguito della storia. "Si, Mr. Whetmore si scoraggia facilmente. Per dimostrarle che tipo sensibile , le dir che alla mattina si faceva il caff, e, se ne rovesciava un cucchiaino soltanto mentre lo preparava nel bricco, era una catastrofe - buttava via tutto e per giorni e giorni non beveva altro caff! Ma pensa un po'. Si immalinconiva a morte se faceva un errore. Se si infilava per prima la scarpa sinistra invece della destra, piantava li ed era capace di andare in giro per dieci dodici ore senza scarpe, in calzini! Anche se faceva un freddo boia. O se qualcuno gli scriveva una lettera con il nome scritto leggermente sbagliato sulla busta, lui rimetteva la busta nella cassetta delle lettere, dopo averci annotato sopra NESSUNO CON QUESTO NOME RISIEDE QUI. Oh, grande il nostro Mr. Whetmore!" "Il che non migliora affatto la situazione" comment ferocemente Leota. "Walter, che cosa stai facendo?" "Sto appendendo nell'armadio il tuo vestito, quello di seta rossa." "Non pensarci neppure. Non ci fermiamo qui dentro." Il tenutario della pensione lasci partire un grosso sospiro, incredulo davanti a tanta idiozia femminile. "Vedr di spiegare da capo. Mr. Whetmore era solito portarsi a casa il lavoro. Un giorno, mentre era fuori a comprare un tacchino, lui noleggi un camion e si fece portare qui dentro questa

pietra, e quando tornai, che ti sento? Tap tap tap, il rumore del martello e scalpello che arrivava fin da basso. Lui aveva gi cominciato a picchiare. Con tanta gioia e soddisfazione che non ebbi il coraggio di lamentarmi. Ma, come ho detto, la sua pignoleria e il suo amor proprio sono cos sviluppati che, appena fatto lo sbaglio della I al posto della Y, scapp via senza una parola. L'affitto pagato fino a tutto marted, ma lui non ha nemmeno voluto il rimborso, e adesso ho incaricato qualcuno che venga con un argano montato su carrello a ruote, per portar via, per prima cosa domattina, questo marmo. Non vorrete certo far caso se dormite una notte con la lastra? Penso proprio di no!" Walter annu. "Hai capito, Leota? Non c' nessun morto l sotto." Aveva una tale aria di supponenza da farle venir voglia di mollargli un calcio. Non voleva credergli e si irrigid. Punt un dito contro il padrone. "Lei vuole i nostri soldi. E tu, Walter, vuoi un letto per scaricarci su le tue ossa. Tutti e due state mentendo prima ancora d'aprire bocca!" Stancamente, l'uomo dell'Oklahoma pag il dovuto al padrone, con Leota che mostrava la lingua. L'uomo, ignorandola quasi fosse invisibile, augur la buona notte, e Leota gli grid dietro "Bugiardo!" mentre lui si chiudeva la porta alle spalle e li lasciava soli. Walter si spogli, sal sul letto, disse: "Non star l impalata a rimirare la lapide. Spegni la luce. E' quattro giorni che viaggiamo, e sono a pezzi". Le braccia che lei teneva rabbiosamente conserte sul seno esiguo parvero contrarsi ancor di pi. "Nessuno di noi tre," disse Leota, accennando alla pietra "chiuder occhio stanotte." Venti minuti pi tardi, disturbato da rumori e movimenti vari, l'uomo dell'Oklahoma estirp la propria faccia d'avvoltoio dalle lenzuola, sbattendo le palpebre, intontite di sonno. "Leota, sei ancora in piedi? Non ti ho detto, mezz'ora fa, di spegnere la luce e venire a letto?! Che stai facendo?" Quel che stesse facendo era del tutto evidente. Carponi sul pavimento, la donna era intenta a collocare sulla testata della lapide una brocca di gerani rossi, bianchi e rosati, tagliati di fresco; ai piedi della lastra figurava gi un recipiente di latta con dentro alcune rose. Sul pavimento, un paio di forbici, rugiadose per aver appena reciso gli steli dei fiori, fuori, nella notte. Adesso Leota stava alacremente spazzolando con un logoro cencio il linoleum e il frustro tappeto che copriva la lastra, e pregava, ma in modo che suo marito non udisse le parole bens il loro indistinto mormorio. Alzatasi, pass al di l della lapide cautamente, per non turbarne il supposto ospite, e, nell'attraversare la stanza, ebbe egual cura di tenersi alla larga dal punto tombale, per poi constatare: "Ecco fatto". Spense la luce e si coric sulle molle cigolanti, le quali raddoppiarono i gemiti allorch Walter si rigir per chiedere: "Ma in nome di Dio...!" e lei ribatt, sbarrando gli occhi nel buio: "Nessuno potr mai riposare in pace con degli estranei che gli dormano sopra la testa. Gli ho chiesto perdono, gli ho deposto fiori sulla tomba in modo che non debba, nel cuor della notte, venir fuori a strofinarsi le ossa". Il marito guard il punto, invisibile nelle tenebre, dove ella giaceva sul letto, non riusc a pensare a qualcosa da dire, si limit a imprecare, grugn e ricadde nel sonno. Dopo neanche mezz'ora, Leota lo afferr per un gomito, lo fece rigirare per potergli sussurrare in un orecchio, febbrilmente e spauritamente, come chi si sia smarrito in una caverna: "Walter! Svegliati! Svegliati!". Operazione che aveva in programma di ripetere nel corso di tutta la notte, qualora fosse stato necessario, per demolirgli quell'insopportabile superiorit letargica. Egli annasp per liberarsi dalla stretta. "Che c'?" "Mr. White! Mr. White! La sua vendetta!"

"Oh, ma vedi di dormire!" "Non sto dicendo balle! Lo senti?" L'uomo dell'Oklahoma tese l'orecchio. Da sotto il linoleum, da un paio di metri dal basso, giungevano, attutiti, confusi, irosi mormorii di voce maschile. Non una singola parola intelleggibile, soltanto una sorta di dolente protesta. L'uomo dell'Oklahoma si mise a sedere sul letto. Avvertita dal movimento, Leota sibil con rinnovata frenesia: "Lo senti? Lo senti?". Walter mise i piedi sul pavimento. La voce dal basso fu sostituita da un'altra in falsetto. Leota cominci a singhiozzare. "Piantala, lasciami sentire!" impose il marito, rabbiosamente. E rimase con l'orecchio teso. Poi, nel silenzio, si mise in ginocchio per appoggiare l'orecchio al linoleum, e Leota grid: "Attento a non calpestare i fiori!". E lui ripet: "Taci!". Si rialz, sput una bestemmia e torn sotto le lenzuola. "Ma l'uomo qui di sotto!" "E io cosa ho detto? Mr. White!" "No, Mr. White un accidenti. Siamo al secondo piano di una pensione, e ci sono altri ospiti al piano di sotto. Ascolta." La voce in falsetto stava dicendo qualcosa. "Questa la moglie dell'uomo. Gli star dicendo di lasciar perdere la moglie di un altro. Probabilmente, sono sbronzi tutti e due." "Stai mentendo!" insist Leota. "Fai il coraggioso mentre tremi tanto da far ballare il letto! E' un fantasma, ti dico, e sta parlando con voci diverse, come faceva Nonna Hanlon in chiesa, alzandosi dal banco e mettendosi a cianciare mescolando le lingue, come fa un negro, come avesse in pancia un irlandese, due donne e tre ranocchi! Quel morto, Mr. White, ci odia perch siamo venuti qui dentro a rompergli..." Quasi a darle ragione, le voci dal basso aumentarono di volume. L'uomo dell'Oklahoma si puntell su un gomito, scosse la testa sconfortato, con una gran voglia di ridere, ma troppo stanco per farlo. Echeggi un tonfo. "Si sta agitando nella bara!" strill Leota. "E' furibondo! Dobbiamo andarcene di qui, Walter, se no domattina ci trovano cadaveri!" Altri tonfi, altri rimbombi, ancora voci. Poi, silenzio. Seguito da uno scalpiccio ai piedi, nel vuoto sopra la loro testa. Leota gemette: "E' uscito dalla tomba! Ha spaccato il coperchio della bara, e adesso sta camminando in aria sopra le nostre teste!". Adesso, l'uomo dell'Oklahoma si era rivestito. Di fianco al letto, si infil le scarpe. "Questa casa ha tre piani" spieg, infilandosi le falde della camicia nella cintura. "Di sopra, abbiamo dei pensionanti che stanno rientrando in camera." A una Leota in lacrime egli aggiunse: "Di, ti porto di sopra a vedere queste persone. Cos avrai la prova di chi sono. Poi andremo gi al primo piano, a dirne quattro al quell'ubriaco e a sua moglie. Alzati, Leota". Qualcuno buss alla porta. Leota ulul, e si rotol nelle lenzuola, facendo di s una mummia. "E' tornato nella bara e picchia per venirne fuori!" Walter accese la luce e and ad aprire l'uscio. Un giubilante ometto, vestito di scuro, frenetici occhi azzurri, rugoso e grigio di capelli, venne dentro a passo di danza. "Chiedo scusa, sono desolato del disturbo" disse l'ometto. "Sono Mr. Whetmore. Ero andato via. Adesso sono tornato. Ho avuto il pi sorprendente colpo di fortuna. S, veramente. E' ancora qui la mia lastra?" Rimase un attimo con gli occhi sulla lapide, prima di vederla. "Ah, s, s, eccola! Oh, salve." Aveva visto Leota che sbirciava dal viluppo delle coperte. "Ho qui degli uomini con un carrello, e gi c' un camion. Se non do troppo incomodo, porteremo via il marmo subito, adesso. Ci vorr un attimo."

Walter estern gratitudine con una risata. "Felicissimo di togliermi dai piedi quell'accidenti di coso. Se lo porti via e tanti saluti!" Mr. Whetmore fece entrare un paio di nerboruti. L'ometto ansimava di lieta impazienza. "La cosa pi sorprendente! Questa mattina ero disperato, distrutto, annientato - ma poi, il miracolo!" La lapide venne collocata su un carrello. "Non pi di un'ora fa, ho saputo, per puro caso, che un certo Mr. White era appena deceduto di polmonite. Un Mr. White, badino bene, il cui nome si articola con la I e non con la Y. Ho appena preso contatto con la vedova, la quale ha trovato sollievo nell'apprendere che la pietra tombale gi pronta. Mr. White un'ora fa era ancora caldo, e il suo cognome comporta una I, che stupenda coincidenza! Oh, sono cos felice!" La lastra di marmo, sul suo carrello, rotol fuori della stanza, mentre l'uomo dell'Oklahoma e Mr. Whetmore, uniti da una comune ilarit, si stringevano la mano, e Leota osservava sospettosa il trambusto che si acquietava. "Bene, l'incidente chiuso" disse suo marito, con una smorfia compiaciuta, chiudendo la porta alle spalle di Mr. Whetmore, e rovesciando i fiori, che erano nella brocca, nel lavabo, e quelli del recipiente di latta nel cestino della carta straccia. Spenta la luce, risal a letto, ignorando il profondo e imbronciato silenzio di Leota. La quale non apr bocca per un bel po', limitandosi a giacere, accasciata di solitudine e incomprensione. Lo sent sistemarsi le coperte e sospirare. "Adesso possiamo dormire. La fottuta lastra l'hanno portata via. Sono soltanto le dieci e mezza. Tante belle ore per dormire." Leota stava per dire qualcosa, quando dal basso si ripet un rumore raspante. "Ecco! Ecco!" strill la donna, trionfante, abbrancando il marito. "Eccolo di nuovo il rumore, come dicevo io! Ascolta!" Walter strinse i pugni, digrign i denti. "Quante volte devo ripetertelo? Devo picchiarti in testa, donna, per fartela capire? Lasciami in pace! Non niente..." "Ascolta, ascolta, oh, ascolta!" implor lei in un sussurro. Ascoltarono, nelle tenebre compatte. Dal piano di sotto, qualcuno stava raspando contro una porta. E una porta si apriva. Smorzata, distante e soffocata, una voce di donna stava dicendo, tristemente: "Ah, lei, Mr. Whetmore". E dal buio compatto, al di sotto del letto - di colpo rabbrividente - di Leota e del marito dell'Oklahoma, la voce di Mr. Whetmore rispondeva: "Buonasera di nuovo, signora White. Ecco. Le ho portato la lapide". La Cosa in cima alle scale Una coincidenza mancata. Era sceso dal treno a Chicago per scoprire che c'era un'attesa di quattro ore. Pens di andare a visitare i musei; i Renoir e i Monet gli avevano sempre incantato l'occhio e sedotto la mente. Ma si sentiva irrequieto. La fila dei taxi fuori dalla stazione lo fece ammiccare. "E perch no" si disse "saltare su un taxi e farsi portare trenta miglia a nord?" Passare un'ora nella sua vecchia citt natia, darle per la seconda volta nella vita l'addio, e tornarsene indietro, senza affanno, pi felice e forse pi saggio, a prendere il treno per New York? Un bel po' di soldi per un capriccio per ingannare poche ore, ma al diavolo la taccagneria. Apr lo sportello di un taxi, iss all'interno la valigia, e disse: "Green Town e ritorno".

Il conducente irradi un felice sorriso e abbass la bandierina del tassametro nell'attimo stesso in cui Emil Cramer saltava sul sedile posteriore e richiudeva la portiera. Green Town, e... La Cosa in cima alle scale. Che? "Mio Dio," pens "perch mai, in uno splendido pomeriggio di primavera, deve proprio venirmi in mente quella?" Puntarono a nord, lasciandosi dietro un codazzo di nuvole, e alle tre si fermarono sulla Main Street di Green Town. Cramer scese, allung al tassista cinquanta dollari a garanzia, gli disse di aspettarlo; si guard in giro. La scritta sul tendone del Genesee Theater diceva, a caratteri rosso sangue: I DUE ORRORI. LA CASA DEI DEMENTI. LA MORTE DEL DOTTORE. ENTRATE. MA NON ILLUDETEVI DI USCIRNE. "No, no" pens Cramer. "Il Fantasma era meglio. Quando avevo sei anni, a lui bastava impietrirsi, ruotare su se stesso, spalancare le mascelle e fissare l'obiettivo con la sua faccia spettrale. Quello s che era terrore! "Forse, allora era il Fantasma, pi il Gobbo, pi il Pipistrello a rendermi le notti dell'infanzia tanto piene di incubi." E, incamminandosi, rise silenziosamente al ricordo... Di come sua madre lo sbirciava al di sopra dei cornflakes mattutini: "Che successo stanotte? Lo hai visto? Era li, al buio? Quant'era alto, di che colore? Come hai fatto questa volta a non urlare svegliando tuo padre? Allora, parla!". Mentre suo padre, al di sopra del paravento del giornale, osservava tutti e due, e lanciava un'occhiata significativa alla cinghia di cuoio, quella per affilare la lametta da barba, appesa di fianco alla cucina economica, ansiosa di entrare in azione. E lui, Emil Cramer, anni sei, stava l seduto, ricordando lo spasimo del proprio piccolo inguine da gambero se non arrivava in tempo in cima alle scale, al di l della Bestia Mostruosa acquattata nel solaio di mezzanotte, mentre lui, all'ultimo momento, scosso dai singhiozzi, invertiva la marcia e rotolava gi, come un cane terrorizzato o un gatto ustionato, gi in fondo alle scale, per giacervi piatto e accecato di paura, gridando: "Perch? Perch l? Perch devo essere punito? Che ho fatto?". E strisciando, annaspando nel corridoio buio, tornava a letto, nell'agonia del liquido che urgeva, spingeva, e pregava che venisse presto l'alba, quando la Cosa avrebbe smesso di aspettarlo e fosse scivolata di nuovo sotto la tappezzeria macchiata, o si fosse fatta risucchiare dentro le fessure della porta del solaio. Una volta, aveva tentato di nascondere un vaso da notte sotto al letto. Il recipiente, subito scoperto, era stato gettato via, sbriciolandosi all'impatto. Una volta, aveva fatto scorrere l'acqua dell'acquaio di cucina con l'intenzione di servirsene fisiologicamente. Le orecchie paterne, perfettamente sintonizzate, avevano captato e scatenato l'ira. "S, s" andava adesso ripetendosi, e prosegu per le vie cittadine, in una giornata che diventava minacciosa. Raggiunse la via dove un tempo aveva abitato. Il sole si era nascosto. Il cielo era tutto di un grigiore invernale. Egli sussult. Perch una solitaria goccia di pioggia fredda l'aveva colpito sul naso. "Santo Dio!" esclam, ridendo. "Eccola qui! La mia casa." Ed era vuota con un cartello IN VENDITA sull'ingresso. La stessa facciata di assicelle verniciate di bianco, il grande portico laterale, quello pi piccolo verso la strada. Ecco la porta di ingresso, oltre la quale il salotto, dove lui e suo fratello avevano dormito sul letto pieghevole, sudando

nelle ore notturne, mentre tutti gli altri dormivano e sognavano. Sulla destra la sala da pranzo con la porta che dava in corridoio e alle scale che si spingevano in alto nella notte infinita. Segu il vialetto, diretto alla veranda laterale, e alla relativa porta. Allora, la Cosa: che forma aveva avuto, quale colore, quale massa? Aveva ancora un volto fumoso, denti cavernosi e fiammeggianti occhi alla Baskerville? Sussurrava, gemeva, mormorava..? Scosse la testa. Dopotutto, la Cosa non era mai esistita, no? E proprio per questo suo padre aveva digrignato i denti ogni volta che posava lo sguardo su quel tremebondo campione di figlio! Non poteva vedere, il bambino, che il corridoio era vuoto, vuoto? Non sapeva, il maledetto marmocchio, che era la macchina da presa degli incubi, quella che aveva in testa, a girare i film sussultanti di horror notturno a mescolarsi con l'aria ostile? E le nocche paterne a tambureggiare su quella fronte ostinata per esorcizzare lo spettro! Emil Cramer riapr gli occhi, sorpreso di averli tenuti chiusi. Sal sul portico. Tocc il pomello della porta. "Oh, Dio!" pens. Perch l'uscio, non chiuso a chiave, aveva ceduto, schiudendosi silenziosamente. La casa e il corridoio buio erano l, deserti e in attesa. Spinse e spalanc la porta, che ubbid con un impercettibile cigolio. La stessa tenebra, simile a cortine di una camera mortuaria, riempiva ancora il corridoio, stretto come una bara. E che odorava ancora di piogge di anni trascorsi, ed era sfiorata da barlumi, venuti a curiosare per non andarsene pi... Cramer entr. Di colpo, fuori, scrosci la pioggia. Un diluvio che oscurava il mondo, lo relegava al di l dei muri. Un diluvio che inzuppava il portico, e a lui annegava il respiro. Mosse un altro passo nell'oscurit totale. Nessuna luce a illuminare il tratto finale del corridoio, tre gradini pi oltre... S! Era stato quello il problema! Per risparmiare, la maledetta lampadina era sempre tenuta spenta! Per spaventare la Cosa, dovevi correre, spiccare un salto, acchiappare la catenella dell'interruttore e accendere la luce! E cos, alla cieca, cozzando contro la parete, tu spiccavi il salto. Senza mai trovare la catenella! "Non guardare su!" ti dicevi. "Se la vedi anche lei vede te! No, no!" Ma poi, alzavi di scatto la testa. Guardavi. Ti usciva un urlo! Perch la Cosa tenebrosa incombeva in aria, pronta ad abbattersi come la lastra di una tomba sul tuo urlo! "C' nessuno in casa?" fu il sommesso richiamo che Cramer si sent uscire di bocca. Una corrente umida scendeva da in cima alle scale. Un odore di suolo di cantina e di polvere di solaio gli sfiorava le gote. "Chi c' c', chi non c' peggio per lui" sussurr. "Io sono qui." Dietro di lui, la porta, in silenzio, dolcemente, parve rabbrividire, esitare e poi decidersi... e chiudersi, da sola. Egli si immobilizz. Poi, si costrinse a fare un altro passo, un altro ancora. E, Cristo!, gli parve di restringersi. Sciogliendosi un centimetro alla volta, incavandosi in dentro, mentre anche la

pelle sulla faccia si ritirava, diminuiva, l'abito e le scarpe diventavano troppo larghi... "Che ci faccio qui?" si domand. "Che vado cercando?" Risposte. S. Erano quelle che voleva. Risposte... La scarpa destra gli urt contro il primo scalino... della scala. Con un sussulto, ritir di scatto il piede. Lentamente, si costrinse di nuovo a quel contatto. Nessun problema: bastava non guardare in su. "Stupido!" pens. "Ecco perch sei qui. Le scale. Su, in cima alle scale, ecco cos'!" Adesso... Con estrema lentezza, sollev la testa. Per guardare la lampadina spenta, penzolante dal bianco inerte attacco sul soffitto, a due metri sopra la sua testa. Era lontana come la luna. Gli si contrassero le dita. In qualche punto tra le pareti della casa, sua madre si rigirava nel letto, senza destarsi, suo fratello dormiva tra lenzuola di smorto biancore, suo padre interrompeva il russare per... ascoltare. "Svelto! Prima che pap si svegli del tutto. Salta!" Con un grugnito disperato spicc il salto. Il suo piede scalci sul terzo gradino. La sua mano si protese, annasp per afferrare la catenella. Di uno strappone! Ancora! "Non si accende! O Cristo. Non c' luce. Non si accende. Come tutti quegli anni del passato." La catenella gli sgusci di mano. La mano ricadde. Notte. Tenebre. Fuori, la pioggia, fredda, cadeva, al di l di un ermetico accesso a una miniera. Emil dilat gli occhi, li chiuse, li riapr, li richiuse, quasi che quell'ammiccare di ciglia potesse indurre la catenella a scattare, ad accendere la luce! Il cuore gli tonfava non soltanto sotto le costole, martellava anche nella cavit delle ascelle, nell'inguine dolorante. Barcoll, inciamp. "No," grid muto. "Reagisci. Guarda! Vedi!" E finalmente gir il capo per guardare su, su verso la tenebra sovrapposta alla tenebra. "Tu... la Cosa..." sussurr. "Sei l?" La casa ondeggi, come un'enorme bilancia, sotto il suo peso. Alta nell'aria di mezzanotte, una nera bandiera, cupo vessillo, rotolava e srotolava i suoi lembi funerei, il suo frusciante mantello. "Fuori," si disse Emil "ricordalo! E' un giorno di primavera!" La pioggia tambureggi sommessa contro la porta, alle sue spalle. "Adesso" sussurr Cramer. E tenendosi al centro della scala, tra le fredde trasudanti pareti, cominci a salire. "Sono al quarto gradino" sussurr. "Ora, al quinto..." "Il sesto! Mi senti, tu, lass?" Silenzio. Tenebre. "Cristo! Perch non scappo, mi precipito fuori nella pioggia, alla luce?!" "No!" "Settimo! Ottavo!" Il cuore, come sdoppiato, tumultuava sotto le ascelle, tra le gambe. "Decimo..." Gli manc la voce. Inspir a fondo e... Rise! Mio Dio, s! Rise! Fu come spaccare un vetro. La paura si frantum, spar.

"Undici!" grid. "Dodici" url. "Tredici!" esplose. "Sii maledetta! All'inferno, s, all'inferno! E quattordici!" Perch non ci aveva pensato, quando aveva sei anni? Bastava correre su, sparando risate, per uccidere quella Cosa, per sempre?! Un ultimo balzo, stupendo. "Sedici!" proruppe e ragli, quasi, deliziato. Era sul pianerottolo. Senza poter smettere di ridere. Protese il pugno nella fredda, compatta aria buia. La risata gli si gel in gola, il respiro gli si blocc. Una notte d'inverno che gli scendeva nei polmoni. "Perch?" Una voce infantile echeggi, lontana, dal basso, da un altro tempo. "Perch devo essere punito? Che ho fatto?" Il suo cuore parve fermarsi, poi riprendere a battere. L'inguine si contrasse convulsamente. Un getto di liquido caldo eruppe a inondargli - bruciante e impudico - le gambe. "No!" gemette lui. Perch le sue dita avevano toccato qualcosa. La Cosa in cima alle scale. Gli stava chiedendo dove fosse stato tutto quel tempo. Era stata li ad aspettarlo tutti quei lunghi anni... Che lui tornasse a casa. La vera autentica mummia egizia fatta in casa dal colonnello Stonesteel Era l'autunno in cui trovarono, in un campo al di l di Loon Lake, l'autentica mummia egizia. Come la mummia fosse arrivata li, e da quando ci fosse, nessuno lo sapeva. Ma c'era, tutta fasciata nei suoi stracci al creosoto, un po' seviziata dal tempo, proprio in attesa di essere scoperta. Il giorno prima era stato esattamente un altro giorno d'autunno, con gli alberi squillanti di giallo, intenti a disfarsi delle foglie gi cotte di sole, e l'aria impregnata di un aspro sentore di pepe, allorch Charlie Flagstaff, anni dodici, usc di casa, sulla via deserta, con la speranza che accadesse qualcosa di grande, speciale ed eccitante. "Okay" disse Charlie, rivolgendosi al cielo, all'orizzonte, al mondo intero. "Sono qui che aspetto. Coraggio!" Non succedeva nulla. Quindi Charlie, prendendo a calci le foglie che aveva davanti ai piedi, prese a marciare attraverso la cittadina, finch non arriv alla casa pi alta della via principale, la casa dove tutti andavano, a Green Town, quando avevano problemi. Charlie si guard in giro, accigliato. Anche lui aveva problemi, d'accordo, ma non riusciva a valutarli quanto a entit e qualit. Quindi, chiuse gli occhi, e si limit a gridare alle finestre della grande casa: "Colonnello Stonesteel!". La porta d'ingresso si spalanc all'istante, come se il vecchio fosse stato l ad aspettare, come Charlie, che accadesse qualcosa di eccezionale. "Charlie," esclam il colonnello Stonesteel "sei abbastanza cresciuto per bussare. Che hanno in corpo i ragazzi per dover urlare sotto le finestre? Prova di nuovo." E la porta venne richiusa. Charlie sospir, si avvicin alla porta e buss gentilmente. "Charlie Flagstaff, sei tu?" La porta si era riaperta, il colonnello sbirci a destra e a sinistra. "Credevo di averti detto di gridare da fuori la casa!" "Come no?" sospir Charlie, sentendosi cadere le braccia. "Guarda che giornata! Uno spettacolo!" Il colonnello venne fuori, puntando nel vento fresco la lama del sottile naso aguzzo. "Non ami l'autunno, figliolo? Splendida, splendida giornata, non trovi?" Abbass gli occhi sulla faccia pallida del ragazzo.

"Ehi, figliolo, hai l'aria di uno che abbia perso l'ultimo amico e a cui sia morto il cane. Qual il problema? La scuola che inizia la settimana prossima?" "Gi." "Halloween ancora troppo lontana?" "Sei settimane ancora. Come fosse un anno. Ha mai fatto caso, colonnello..." Il ragazzo tir un sospiro anche pi sconsolato, guardando la citt autunnale. "Qui in giro non succede mai nulla?" "Come? Domani il Labor Day, grande parata, sette carri allegorici, il sindaco, forse i fuochi d'artificio..." Il colonnello si ferm in tronco, per nulla entusiasta del proprio elenco. "Quanti anni hai, Charlie?" "Tredici, quasi." "A tredici anni le cose tendono a correre vertiginose." Il colonnello rote gli occhi a ripescare nel cervello sconnessi ricordi di riscontro. "Quando ne hai quattordici si bloccano. A sedici, come fossero morte. La fine del mondo quando compi i diciassette. Le cose riprendono a camminare, quando arrivano i venti e passa. Nel frattempo, Charlie, che dobbiamo fare per sopravvivere fino a mezzogiorno di questa mattina prima del Labor Day?" "Che dobbiamo fare? Se c' uno che pu saperlo, quello lei, colonnello" rispose Charlie. "Charlie," disse il vecchio, evitando lo sguardo limpido del ragazzo "io posso spostare uomini politici voluminosi come maiali, scuotere gli scheletri del Municipio, far s che le locomotive scalino a retromarcia le colline. Ma i ragazzini durante i lunghi fine settimana d'autunno, con la stoppa nel cervello, e un brutto attacco di Disperata Vacuit? Come metterci una pezza...?" Il colonnello Stonesteel scrut le nuvole, valut il futuro. "Charlie" disse finalmente. "Sono commosso dalla situazione in cui ti trovi, sensibile al tuo giacere sulle rotaie della ferrovia in attesa di un treno che non arriver mai. Com' possibile? Scommetto sei canditi con la figurina di Baby Ruth contro un tuo taglio d'erba del mio prato, che Green Town, Illinois superiore, abitanti cinquemilasessantadue, cani mille, sar un'altra, per sempre, sar cambiata a gloria, Dio santo, a un certo momento entro le prossime miracolose ventiquattr'ore. Ti suona bene? Ci scommetti?" "Ges!" Charlie, estasiato, afferr la mano del vecchio e la scosse. "Una scommessa! Colonnello Stonesteel, sapevo che ce l'avrebbe fatta!" "Non l'ho ancora fatta, figliolo. Ma, attenzione, adesso. La citt il Mar Rosso. Le ordino di aprirsi a met. Al lavoro!" Il colonnello, a passo di marcia, e Charlie, al galoppo, entrarono in casa. "Eccoci qui, Charlie: reparto rigattiere o reparto tombale. Quale dei due?" E il colonnello tir su col naso, prima verso una porta che s'apriva sulla scala che scendeva al crudo terreno della cantina, poi verso quella della scala all'asciutto solaio di legno. "Be'..." Il solaio gemette sotto una ventata improvvisa, come un vecchio agonizzante nel sonno. Il colonnello ne spalanc la porta su sussurri autunnali, tempeste intrappolate e fischianti tra le travi. "Li senti, Charlie? Che dicono?" "Be'..." Il colonnello fu risucchiato su per le scale da una raffica di vento, come un'evanescente palla di pula. "Dicono del tempo, della vecchiaia, di ricordi, di un sacco di cose. Polvere, e forse dolore. Ascolta quelle travi. Lascia che il vento stuzzichi il loro scheletro di legno in una bella giornata d'autunno, e avrai il vero linguaggio del tempo.

Tizzoni e cenere, tabacco da naso di Bombay, fiori di cimitero ridotti a spettri..." "Accidenti, colonnello" ansim Charlie, raggiungendolo. "Lei dovrebbe scrivere per La Realt Romanzesca!" "Lo feci, una volta. Cestinato. Eccoci qui!" Ed essi c'erano veramente, in un luogo senza calendario, senza mese, giorno o anno, ma solo grandi ombre stese dai ragni e barbagli di luce da lampadari capovolti, giacenti come enormi lacrime nella polvere. "Accidenti!" esclam Charlie, impaurito e felice di esserlo. "Ors, favella!" prosegu il colonnello. "Sei tu pronto a che m'appresti in tuo favore a dare vita a un vero, vivo, semimorto portento, un mistero tagliato su misura?" "Pronto!" Il colonnello spazz via da un tavolo fogli di carta, mappe, pezzi d'agata, occhi di vetro, ragnatele e nuvole di polvere, poi si arrotol le maniche. "Gran cosa far da levatrice a un mistero: non devi far bollire acqua, detergere e lavare. Allungami quel rotolo di pergamene che trovi l, ragazzo, quell'ago minaccioso, appena l sulla destra, quel vecchio diploma sulla mensola, quel mucchietto di stoppacci d'arma da fuoco che c' per terra. Velocizzati!" "Lo sto facendo" e Charlie galopp, radun, galopp e raccolse. Turbinarono piccole fascine di rametti secchi, grovigli di soffici virgulti di salice e di amento in spighe. Le sedici mani del colonnello mulinavano in aria, maneggiando sedici aghi lucenti, fiocchi di cuoio, fili d'erba, ammiccanti piume di civetta, luccichii di gialli occhi di volpe. Il colonnello canticchiava, grugniva approvando, mentre le sue miracolose otto serie di braccia e mani mulinavano, saggiavano e cucivano, danzando. "Ecco!" e indic con una drittata del naso. "A met dell'opera. Prende forma. Dedicagli uno sguardo, o mio fanciullo. A cosa comincia a rassomigliare?" Charlie comp il giro del tavolo, gli occhi dilatati ad accarezzargli la bocca. "Accidenti... ma..." farfugli. "Ebbene?" "Sembra una..." "S, s?" "Una mummia! Non pu essere!" "Lo ! Apri l'occhio, perfora con lo sguardo, ragazzo. Lo !" Chino sul lungo oggetto coricato, il colonnello, immergendo il polso nella sua creazione, auscult il sussurro dei fiati, il frusciare degli stecchi, delle erbe secche. "Adesso, per prima cosa, tu potresti rispondere, perch qualcuno costruirebbe proprio una mummia? Tu, tu ne hai dato l'ispirazione, Charlie. Tu mi hai fatto accingere all'impresa. Accedi alla finestra del solaio, e scruta la visione esterna." Charlie sput sul vetro impolverato, ne ripul un tondo trasparente, sbirci fuori. "Bene, che vedi? C' in citt qualche avvenimento in corso? Nessun delitto in via di attuazione?" "Accidenti, no..." "Nessuno che cada gi dal campanile di una chiesa, o che sia arrotato da una falciaerba impazzita?" "Nessuno." "Non un Monitor o un Merrimac che veleggi sul lago, non un dirigibile che cada sul tempio massonico e faccia gelatina di seimila massoni in un solo colpo?" "Accidenti, colonnello, a Green Town ci sono soltanto cinquemila anime!" "Aguzza lo sguardo, ragazzo. Osserva. Indaga. Riferisci!"

Charlie perlustr spasmodicamente il piatto panorama cittadino. "Niente dirigibili. Niente templi massonici schiacciati." "Esattamente!" Il colonnello and spedito ad affiancare Charlie, scrutando il territorio. Indic con la mano, indic col naso. "In tutta Green Town, in tutta la tua vita, non un delitto, non un incendio di orfanotrofio, non un sadico che incida il proprio nome sulle gambe di legno delle signore della biblioteca! Affronta la realt, ragazzo, Green Town, Illinois superiore, il pi piatto, meschino, banale, pigro buco di citt della storia eterna degli imperi romano, tedesco, russo, inglese, americano! Se Napoleone fosse nato qui, a nove anni avrebbe fatto karakiri. Per la noia. Se Giulio Cesare fosse cresciuto qui, sarebbe andato nel Foro romano, ficcandosi in pancia la sua stessa daga..." "Per la noia" concluse Charlie, pronto all'imbeccata. "Esatto! Continua a guardare dalla finestra, ragazzo, mentre io lavoro." Il colonnello Stonesteel riprese a roteare, battere, premere su una strana sagoma in progressiva espansione sul tavolo scricchiolante. "Noia a chili e tonnellate. Noia a livello di Giudizio Universale, a chilometri di cortei funebri. Prati, case, pelo di cani, capelli di cristiani, abiti in polverose vetrine, tutto tagliato dalla stessa stoffa..." "La noia" disse Charlie, su suggerimento. "E cosa fai, tu figliolo, quando ti annoi?" "Ma... Spacco un vetro della finestra di una casa coi fantasmi?" "Purtroppo, a Green Town non disponiamo di case abitate da spettri!" "Un tempo, si. La casa del vecchio Higley. Demolita, adesso." "Quindi, afferri il concetto? Che altro possiamo fare per scacciare la noia?" "Fare una strage?" "Niente stragi negli anni in cui Sirio nasce col sole. Ges, anche il nostro sceriffo onesto! Il sindaco... incorruttibile! C' da impazzire. L'intera citt sotto l'incubo di una contemplativa noia inamidata e di un ozio imbambolato. Ultima risorsa, Charlie, che possiamo fare?" "Fabbricare una mummia?" sorrise Charlie. "Come tori in una cristalleria. Guarda che polverone sollevo!" Il vecchio, ridacchiando, afferr frammenti di civetta impagliata, code ritorte ed essiccate di lucertola, vecchie bende giallastre, ricordi di una caduta con gli sci (che gli aveva rotto una caviglia e spezzato un idillio nel 1895), alcuni tronconi di camera d'aria di una Kissel Kar del 1922, qualche esemplare di mortaretto esploso, risalente all'ultima estate di pace del 1913, intrecciando, impastando insieme con le fragili dita da insetto saltatore. "Voil. Finito." "Oh, colonnello" ansim Charlie, in estasi. "Posso fargli una corona?" "Fagli una corona, figliolo. Incoronalo." Il sole stava tramontando, allorch il colonnello e Charlie e il loro amico egizio scesero le scale sul retro della grande casa, due di loro carichi del fardello, il terzo fluttuante a mezz'aria, lieve come scaglie di cornflake tostato. "Colonnello..." interrog Charlie "che ne facciamo di questa mummia, adesso che ce l'abbiamo? Non pu parlare o andarsene in giro..." "Non ce n' bisogno, ragazzo. Lascia che parli il popolo, lascia che sia il popolo ad accorrere. Guarda fuori!" Socchiusero la porta e spiarono una citt immersa in pacifico torpore e accasciata dal nonfarniente. "Non abbastanza, figliolo, che tu ti sia svincolato dalla morsa del Vuoto Disperato. Tutta la citt, qui, davanti a noi,

affogata fino al collo, ignorando le lancette dell'orologio, ossessionata dal doversi alzare dal letto ogni mattina e trovare che sempre, eternamente domenica! Chi offrir salvezza?" "Amon Bubastis Ramese Ra il Terzo, appena arrivato col locale delle quattro?" "Dio ti benedica, figliolo, s. Quel che abbiamo qui un seme gigante. Il seme non serve a niente se tu non ne fai... che cosa?" "Accidenti" disse Charlie, strizzando un occhio. "Se non lo pianto?" "Ecco: lo devi piantare! Poi vederlo spuntare, crescere. E poi? Poi l'epoca del raccolto. Il raccolto! Andiamo, Charlie. Eh... d una mano al tuo amico." Il colonnello scivol fuori nelle prime ombre del crepuscolo. Il Labour Day, a mezzod in punto, Osiris Bubastis Ramese AmonRaTut arriv dalla Terra della Morte. Un vento d'autunno faceva fremere la campagna e sbatacchiare le porte, non col fragore della solita parata del Labor Day, i sette torpedoni imbandierati, la banda di pifferi e tamburi, e il sindaco, ma di una folla che andava ingrossandosi mentre intasava le vie e si gonfiava, diventava marea e inondava il prato di fronte alla casa del colonnello Stonesteel. Il colonnello e Charlie sedevano sulla veranda della facciata, erano li da qualche ora, in attesa che arrivassero le convulsioni dell'isteria, che l'assalto alla Bastiglia si concretasse. Adesso, con i cani in frenesia di morsi alle caviglie dei ragazzini, e i ragazzini scatenati in sarabande ai margini della ressa, il colonnello diresse lo sguardo verso la Creazione (sua e di Charlie) e schiuse le labbra al suo segreto sorriso. "Allora, Charlie... ho vinto la scommessa, si o no?" "Accidenti, se l'ha vinta, colonnello!" "Troppo buono." I telefoni squillavano in tutta la citt, colazioni bruciavano sui fornelli, quando il colonnello incedette per dare alla parata la sua papale benedizione. Al centro della folla c'era un carro tirato da un cavallo. In cima al carro, gli occhi spiritati del fortunato archeologo, c'era Tom Tuppen, proprietario di una fattoria moribonda, appena fuori citt. Tom stava farfugliando, e la folla con lui, perch sul pianale del carro c'era lo speciale raccolto maturato dal seno di quattromila anni perduti nel tempo. "Bene, limo del Nilo e Delta fecondo" ansim il colonnello, contemplando con occhi dilatati. "Quella o non un'autentica antica mummia egizia, ieratica nei suoi papiri originali e nel suo involucro catramato?" "Accidenti, lo !" grid Charlie. "Lo , sicuro!" strill il coro. "Stamattina stavo arando il campo" spieg Tom Tuppen. "Arando, mica altro, arando e... bang! La lama dell'aratro mi rivolta su dalla terra questo, proprio davanti a me! Ci pensate?! Gli Egizi devono aver marciato attraverso l'Illinois tremila anni fa, e nessuno lo sapeva! Rivelazione, la chiamo io! Girate al largo, ragazzini! Questo reperto lo porto nell'atrio dell'ufficio postale. In mostra! Hih, vai!" Il cavallo, il carro, la mummia, la ressa decollarono, lasciando dietro il colonnello, gli occhi ancora spalancati, la bocca aperta. "Sangue di papiro" sussurr. "Gliel'abbiamo fatta, Charlie. Questa grancassa, il farfugliamento, le chiacchiere, le voci e l'isterismo andranno avanti per mille anni o fino al giorno dell'Armagedon, chi tra i due arriva prima!" "S, signore, colonnello!" "Michelangelo non avrebbe potuto far di meglio. Davide fanciullo una meraviglia da usa e getta in confronto alla nostra sorpresa egizia e..."

Il colonnello tacque, poich stava accorrendo il sindaco. "Colonnello Stonesteel, Charlie, salve! Ho appena telefonato a Chicago. I rappresentanti della stampa arrivano domani di prima mattina. Quelli del Museo all'ora di pranzo! Gloria, alleluia per la Camera di commercio di Green Town!" E il sindaco, lancia in resta, si lanci all'inseguimento della massa. Una nube d'autunno attravers la faccia del colonnello e sost sulla sua bocca. "Fine del Primo Atto, Charlie. Comincia a pensare veloce. Noi vogliamo che questa cagnara duri per sempre, vero?" "S, signore." "Spremi le meningi, ragazzo. Come dice la filastrocca di Zio Wiggily?" "Zio Wiggily dice... dice ah, ecco, s, torna indietro di due salti." "Dieci e lode, figliolo, una medaglia d'oro e un cornetto al cioccolato. Il Signore d e il Signore riprende, eh?" Charlie scrut il viso del vecchio e vi scorse visitazioni di piaghe bibliche. "S, signore." Il colonnello osserv la moltitudine convergere attorno all'ufficio postale, due isolati pi in l. Sopraggiunse la banda di pifferi e tamburi eseguendo un motivo vagamente simile a uno egiziano. "Al tramonto, Charlie" bisbigli il colonnello, ad occhi chiusi. "Faremo la mossa finale." Fu un gran giorno! A distanza di anni, la gente diceva ancora: "Quello s che stato un giorno importante!". Il sindaco torn a casa, si vest in pompa magna e tenne tre pubbliche allocuzioni, presenzi due parate, una in direzione Main Street fino alla rimessa dei tram, l'altra in senso inverso, con Osiris Bubastis Ramese AmonRaTut al centro di entrambe, sorridente ora a destra quando la forza di gravit faceva pencolare il suo etereo peso, ora a sinistra, seguendo la curva di un angolo della via. La banda di pifferi e tamburi, ora potenziata notevolmente dall'apporto di ottoni, aveva dedicato un'ora a bere birra e a imparare la marcia trionfale dell'Aida, che esegu tante ripetute volte da obbligare le madri a rimorchiare in casa i beb in lacrime, e gli uomini a rifugiarsi nei bar per distendere i nervi in crisi. Si ventilava anche una terza parata, ma il calar del sole colse la citt impreparata, e tutti, incluso Charlie, andarono a casa per una cena densa di parole e scarsa di piatti. Alle ore venti, Charlie e il colonnello stavano percorrendo le vie cittadine piene di foglie, nell'oscurit complice, e prendendo aria a bordo della Moon modello 1924 del vecchio signore, un'auto che continu a tremolare dopo che il colonnello l'ebbe messa in moto. "Dove stiamo andando, colonnello?" "Be'" ponder il colonnello, pilotando a quindici filosofici chilometri all'ora, sicuro e rilassato. "Tutti quanti, compresi i tuoi, in questo momento sono al Prato di Gossett, no? Per i discorsi conclusivi del Labor Day. Qualcuno accender il fuoco sotto al pallone a gas del sindaco, e lui andr su di dodici metri, diciamo. Corretto? I vigili del fuoco spareranno i razzi. Ci vuol dire che l'ufficio postale, pi la mummia, pi lo sceriffo che le tiene compagnia saranno isolati e vulnerabili. Allora, accadr il miracolo, Charlie. Deve accadere. Chiedimi perch." "Perch?" "Lieto tu me l'abbia chiesto: Bene, ragazzo mio, quelli di Chicago salteranno gi dal treno domani, freschi e croccanti come ciambelle, con i loro nasi da cani da trifola, occhi vitrei e microscopici. Quei malfidenti del Museo, pi l'Associated Press, scarnificheranno il nostro Faraone sette volte sette e andranno in corto circuito. Tale essendo la situazione, Charlie..."

"Noi faremo in modo di incasinarla." "Hai espresso il concetto alquanto crudamente, figliolo, ma hai colto nel segno. Mettiamola cos, ragazzo: la vita uno spettacolo di magia, o lo sarebbe se la gente non dormisse in piedi. Concedi sempre al popolo un tantino di mistero. Adesso, prima che la folla si abitui al nostro vecchio amico, prima che egli usi l'asciugamano sbagliato, come ogni bravo ospite di fine settimana, bene che salti in groppa al primo cammello diretto a ovest. Ci siamo!" L'ufficio postale si ergeva silenzioso, con un'unica lampadina a illuminare l'atrio. Attraverso la grande vetrata, era visibile lo sceriffo seduto di fianco alla mummia in mostra, muti entrambi, abbandonati dalla folla che era andata a cena e ai fuochi d'artificio. "Charlie." Il colonnello esib un sacchetto di carta, dentro il quale gorgogliava un liquido misterioso. "Dammi trentacinque minuti per incantare lo sceriffo. Poi tu scivola dentro, senza farti vedere, ascolta, segui il mio conversare e, alla battuta giusta, compi il miracolo. Qui non succede mai niente, eh?" E il colonnello si ecliss. Fuori citt, il sindaco troneggi e i fuochi d'artificio salirono in cielo. Charlie rimase a bordo della Moon, e li guard per una mezz'ora. Quindi, valutando che il periodo di malleabilit dello sceriffo stava volgendo al termine, attravers di corsa la strada, e si infil nell'ufficio postale, nascondendosi nell'ombra. "Molto bene," stava dicendo il colonnello, seduto tra il Faraone e lo sceriffo "perch non finisce quella bottiglia, signore?" "Detto e fatto" annu lo sceriffo, e obbed senza batter ciglio. Il colonnello si protese nella mezza luce e scrut l'amuleto d'oro che pendeva sul petto della mummia. "Lei ci crede alle vecchie massime?" "Quali vecchie massime?" "Se si leggono quei geroglifici ad alta voce, la mummia risuscita e si mette a camminare." "Balle" sentenzi lo sceriffo. "Provi a guardare tutti quegli strani simboli egizi" insist suadente il colonnello. "Qualcuno si fregato i miei occhiali. Legga lei per me. Faccia camminare questo vecchio scemo mummificato." Charlie ritenne fosse il segnale per entrare in azione, scivol a semicerchio nell'ombra, portandosi pi vicino al sovrano egizio. "Vediamo un po'." Il colonnello si chin ancor di pi, quasi a sfiorare l'amuleto del Faraone, facendo scivolare al tempo stesso gli occhiali dello sceriffo dalla propria mano a coppa alla tasca della giacca. "Il primo simbolo un falco. Il secondo uno sciacallo. Segue una civetta. Il quarto... dovrebbe essere un occhio di volpe..." "Continui" disse lo sceriffo. Il colonnello continu, e la sua voce si alzava e si attutiva, e la testa dello sceriffo annuiva, ciondolando, e tutti i simboli egiziani e le parole si snodavano, fluivano, alitavano intorno alla mummia, quando finalmente il colonnello ebbe un sussulto poderoso, e ansim: "Buon Dio, sceriffo, guardi!". Lo sceriffo, distolto dalla sonnolenza, spalanc gli occhi. "La mummia" esclam il colonnello. "Sta andando a fare quattro passi!" "Non pu essere!" grid lo sceriffo. "Non pu essere!" "Lo " disse una voce non collocabile, forse quella del Faraone, tra i denti.

E la mummia si sollev in sospensione, e scivol verso la porta. "Oh, Dio!" grid lo sceriffo, gli occhi acquosi di lacrime. "Ma quello potrebbe anche... volar via!" "Meglio gli corra dietro e lo riporti qui" si affrett a dire il colonnello. "Si, lo faccia, la prego!" La mummia era sparita. Il colonnello usc di corsa. La porta si chiuse con un tonfo. "O povero me!" Lo sceriffo sollev la bottiglia, la scosse. "Vuota." Si fermarono, ansimanti, davanti la casa di Charlie. "I tuoi vanno mai in solaio, figliolo?" "Troppo poco spazio. Ci mandano me se c' bisogno." "Perfetto. Tira su dal sedile di dietro il nostro vetusto amico egiziano. Non pesa molto, dieci chili al massimo, lo hai portato via facilmente, bravo Charlie. Oh, che spettacolo! Tu che correvi fuori dall'ufficio postale, facendo camminare la mummia! Avresti dovuto vedere la faccia dello sceriffo" "Spero non si metta nelle grane per questa grande fuga." "Oh, si spremer il cervello e imbastir una bella storia, quello stupido ubriacone! Non pu mica ammettere che ha visto la mummia andarsene a fare quattro passi, no? Inventer qualcosa, organizzer un caccia all'uomo, vedrai. Ma adesso, figliolo, porta su nel solaio il nostro amico, nascondilo bene, e vai a fargli visita settimanalmente. Intrattienilo con notturne conversazioni. Poi, tra trenta, quarant'anni..." "Cosa?" "Durante un'annata cos colma di noia che ti viene fuori dalle orecchie, quando la citt si sar scordata da un bel po' di questo primo arrivo e della fulminea partenza, in un mattino, diciamo, in cui sei a letto e non ti va di alzarti, nemmeno di aprire le orecchie e strofinarti gli occhi, e ti senti cos maledettamente annoiato... Be', in quel mattino, Charlie, vai su in quel tuo solaio di fatiscenti rimasugli, tiri gi dal letto questa mummia, vai a depositarla in un campo di grano e ti godi lo spettacolo, la nuova follia archeologica che divampa. La vita ricomincia in quell'ora, in quel giorno, per te, per la citt, per tutti. Adesso, acchiappa il Faraone, portalo su, e nascondilo, ragazzo!" "Peccato che la notte debba finire" disse Charlie, sommessamente. "Non possiamo proseguire per qualche isolato a farci una limonata sulla veranda di casa sua, colonnello? E portarci dietro anche lui?" "Vada per la limonata." Il colonnello Stonesteel scalci sotto il cruscotto dell'auto, che esplose in vita. "Per il perduto re e il figlio del Faraone!" Nella tarda sera del Labor Day, si sistemarono sulla veranda della casa del colonnello, cullandosi sulle sedie a dondolo, bicchiere di limonata in mano, succhiando frammenti di ghiaccio, riassaporando il dolce gusto delle incredibili avventure notturne. "Accidenti" disse Charlie. "Gi vedo i titoli sul Clarion di domani: INESTIMABILE MUMMIA RAPITA. RAMESE AMONRA TUT SVANITO NEL NULLA. SCOMPARSA DI IMPORTANTE REPERTO. OFFRESI RICOMPENSA. SCERIFFO PERPLESSO. ATTESA RICHIESTA DI RISCATTO." "Continua, ragazzo. Ci sai fare con le parole." "Ho imparato da lei, colonnello. Ora tocca a lei." "Che vuoi che dica?" "Mi parli della mummia. Cosa in realt. Di che cosa fatta. Da dove venuta. Qual il suo significato..." "Ma, ragazzo mio, c'eri anche tu, hai aiutato, hai visto..." Charlie lo guard fisso. "No." Un profondo respiro. "Mi dica la verit, colonnello."

Il vecchio signore si alz, profilato nell'ombra, tra le due sedie a dondolo. Allung una mano a sfiorare il loro capolavoro di antiche erbe e foglie di tabacco essiccato, tratto dal fondo del fiume Nilo, la loro mummia faraonica ora appoggiata ai pilastri della veranda. Gli ultimi fuochi d'artificio del Labor Day stavano morendo in cielo. La loro luce si rifletteva, spegnendosi negli occhi di lapislazzuli della mummia, che scrutavano, in attesa, il colonnello Stonesteel, come stava facendo il ragazzo. "Vuoi sapere chi egli era veramente ai suoi tempi?" Il colonnello raccolse una manciata di polvere dai polmoni, la esal lentamente. "Era chiunque, nessuno, qualcuno." Una breve pausa. "Tu. Io." "Prosegua" sussurr Charlie. Prosegui, dissero gli occhi della mummia. "Era, ," mormor il colonnello "un fascio di vecchi fumetti accumulati nel solaio a esalare, per combustione spontanea, tutte quelle nozioni di storia dimenticata. E' un ammasso di cartapesta di papiro, abbandonato in un campo d'autunno prima dei tempi di Mos, un insieme di erba secca scaturito dai meandri del tempo, da un remoto crepuscolo, da questa alba risorta... forse un incubo (nicotina e coda di cane) issato su un palo a mezzod, a promettere qualcosa, qualsiasi cosa... una mappa del Siam, la sorgente del Nilo Azzurro, sabbia infuocata di un deserto infernale, tutti i frammenti di biglietti tranviari, giallastre carte topografiche di strade campagnole, vaganti tra dune di sabbia, viaggi abortiti, pazze scampagnate seguite da sogni notturni. Il suo corpo?... Ma'... fatto di... tutti i fiori secchi di cerimonie nuziali, di cupi funerali; nastri di telescriventi usati come stelle filanti nelle parate, biglietti ferroviari di un treno di mezzanotte per un Faraone insonne. Cambiali firmate, obbligazioni prive di valore, contratti lacerati. Poster di circo equestre, vedi, qui? Queste costole avvolte di carta. Poster strappati via da granai a North Storm, Ohio, e portati dal vento a Fulfillment, nel Texas, o nella Terra Promessa in California! Proclami di inaugurazioni, partecipazioni di nozze, di nascite... tutte cose un tempo sperate, ambite, il primo nichelino in tasca, il primo dollaro incorniciato sulla parete del bar. Carta da parati bruciata da occhiate roventi, cianografie incise dagli occhi ansiosi di ragazzi, ragazze, vecchi, donne orfane del tempo, che dicono: "Domani! S! Domani accadr! Domani!". Tutto ci che mor in tante notti e rinacque, umano spirito glorioso, tante nuove albe squisite! Tutte le informi ombre che mai immaginasti, ragazzo, o che io mai configurai nel cervello insonne alle tre di mattina. Tutto quanto, triturato, impastato e adesso plasmato in una forma sotto le nostre mani, e ora qui sotto i nostri occhi. Ecco cosa il Vecchio Faraone della Settima Dinastia, sacra polvere in persona!" "Accidenti!" sussurr Charlie. Il colonnello torn a sedersi a oscillare sul dondolo, occhi chiusi, sorridendo. "Colonnello..." Charlie scrut nel futuro "... e se io, anche da vecchio, non sentissi il bisogno della mia particolare mummia?" "Eh?" "Metta che io abbia una vita piena di cose elettrizzanti, senza un attimo di noia, che trovi quel che voglio fare, che lo faccia, che renda significativo ogni mio giorno, ogni notte, che dorma sodo, che mi svegli felice, con un sacco di risate, che invecchi sempre correndo veloce, allora, colonnello?" "Allora, ragazzo, sarai una delle creature predilette da Dio!" "Perch, vede, colonnello," e Charlie lo guard con occhi limpidi, bene aperti e dall'espressione decisa "io ho fatto il

mio programma. Diventer il pi grande scrittore mai esistito." Il colonnello arrest il dondolio che lo cullava, e interrog il fuoco sacro su quel piccolo volto. "Signore Iddio, lo vedo quel che mi dici. S. Diventerai veramente quello scrittore! Bene, allora, Charlie, quando sarai molto vecchio, dovrai trovare un ragazzo, non fortunato quanto te, a cui dare OsirisRa. La tua vita pu essere piena e felice, ma altri, viandanti smarriti, avranno bisogno del nostro amico egiziano. D'accordo? D'accordo." Gli ultimi fuochi d'artificio erano spariti, gli ultimi palloni di fuoco stavano veleggiando verso le amiche stelle. Auto e pedoni stavano tornando a casa, padri e madri con in braccio i loro piccoli, stanchi e gi dormienti. Mentre la processione sfilava davanti alla veranda del colonnello Stonesteel, qualcuno sbirciava e salutava con la mano il vecchio e il ragazzo, e il loro domestico, che, alto e soffuso d'ombra, era tra i due. La grande notte era finita per sempre. Charlie sollecit: "Dica ancora qualcosa, colonnello". "No. Io ho finito. Adesso ascolta quello che ha da dirti lui. Lascia che ti parli del tuo futuro, Charlie. Che ti dia lo spunto di nuove storie. Sei pronto...?" Sorse il vento, e soffi nel vecchio papiro, scosse le antiche bende, fece tremare le mani curiose e solletic dolcemente le labbra bisbiglianti del loro vecchio/nuovo visitatore da una notte di quattromila anni trascorsi. "Che sta dicendo, Charlie?" Charlie chiuse gli occhi, attese, ascolt, annu, permise a una lacrima, una sola, di scivolargli gi dalla guancia, e disse alla fine: "Tutto. Esattamente tutto. Tutto quello che ho sempre voluto ascoltare". FINE.