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La vita di Evermeet non faceva per me, io volevo azione!

Volevo girare il mondo come uno spirito libero, vedere il


resto del Faeurn. Ero gi un adulto quando me ne andai dal isola sacra e mi diressi in continente. Ero meravigliato
dalla sporca e lurida diversit degli individui che non erano elfi. Tutto quel fango, gli errori grammaticali, il
turpiloquio mi inebriavano! Cercai subito una banda di mercenari alla quale unirmi e non feci fatica a trovarla. Non
era facile integrarsi, il ritornello "elfi boia solo noia" risuonava almeno una 30 di volte durante la giornata e non
riesco nemmeno ad immaginare quante volte mi hanno pisciato nella birra, non passava giorno che qualche nano
o qualche mezzorco venisse a cecare rissa e dopo qualche mese la trovava anche spesso. La proverbiale
promiscuit sessuale elfica che a Evermeet veniva cosiderata come sinonimo di apertura mentale e sensibilit qui
mi veniva costantemente girata come offesa. Per altro io non sono mai stato di ampie visioni e avevo sempre
vissuto questa cosa come un limite, forse proprio la cosa che pi ha contribuito alla mia decisione di andare in
continente.
Cerco sempre di farmi valere e quando era il momento di menare fendenti ero sempre in prima fila, nonostante il
mio impegno ero spesso discriminato e con il passare degli anni incominciai a diventare schivo, a rabbuiarmi. Fino
all' agguato di questa primavera, doveva essere solo un assalto per scacciare una manciata di goblin invece era
una trappola dei drow. Nel giro di pochi minuti ci avevano sconfitto, nella mia unit eravamo in 40, almeno la met
erano morti ed agli altri toccava una sorte peggiore. La schiavit, le miniere, le torture o per chi era veramente
sfortunato una vita molto lunga di violenti soprusi. ... ma non per me, io ero un nobile elfo, a me spettava l'inferno.
I primi giorni di prigionia furono abbastanza prevedibili, svariate dozzine di drow passavano nella mia cella per
frustarmi, nerbarmi o umiliarmi. Poi inizi la settimana.....
Luned.
Il luned c' scuola.
Sono nudo su di una robusta sedia di legno, le mani bloccate aperte su di una piccola tavola di legno davanti a
me. Il maestro arriva sempre puntuale, di certo, anche se non ho nessun riferimento temporale io so per certo che
lui arriva puntuale. Con una certa solerzia si avvicina al mio braccio destro e con molta delicatezza mi inietta un
con posto violaceo. La prima volta pensavo fosse un veleno e che mi volesse semplicemente uccidere.....
ovviamente sbagliavo. Mi disse che era una droga che aumentava le capacit di percezione dei sensi e con esse
anche la percezione del dolore, con il tempo scoprii che ne cambiava spesso la composizione per variare
costantemente intensit e concetto di dolore. Dopodich mi fece penso una domanda in drowish, io non capivo
quella lingua e comunque cosa speravano che rivelassi? Informazioni militari o segreti di stato non venivano di
certo affidati ad un esule mercenario. Scossi la testa in segno di negazione, lui estrasse da un ceppo di legno una
sottilissima lama di cristallo era di certo fragilissima, con una invidiabile maestria la infil tra le nocche della mia
mano sinistra, nonostante gli stupefacenti avessero gi fatto effetto la lama quasi inpercettibile nel suo viaggio
verso il polso fino a che non arrivata a destinazione. Venni pervaso da un indescrivibile universo di dolore, prima
di allora non pensavo nemmeno che si potesse provare un dolore cos intenso, cos puro. Quando estrasse l'
attrezzo lo ripose con molta calma nel ceppo dopo averlo accuratamente pulito e pochi minuti dopo mi rivolse una
altra incomprensibile domanda....... In fondo alla stanza, completamente in ombra, intravedevo una sagoma.
Penso una donna, mentre assiste alla lezione fuma una lunga pipa. Le braci del tabacco non illuminano mai la sua
figura, per quanto mi sia sforzano non sono mai riuscito a carpire nessun particolare su quello spettatore, ma non
dimenticher mai l'odore di quello che fumava mentre mi torturavano.
Quando mi rimisero in cella avevo i tremori ed avevo una limitata coscenza della spazialit, nella cella pi tardi
notai alcuni libri drow contenenti la loro storia e la loro letteratura, mi facevano ribrezzo ma con il tempo capii la
loro importanza. Mano a mano che le settimane passavano imparavo la lingua e la cultura dei drow, conoscevo i
libri in maniera maniacale ma comunque li ristudiavo ogni volta che potevo. La notte quando non avevo febbri o
tremori ascoltavo le conversazioni che filtravano dalla grata sul soffitto per carpire le inflessioni e le cadenze
esatte della lingua. Io dovevo sapere o il maestro mi avrebbe punito.
Martedi.
Il marted ha le zampette.
Per quanto uno abbia lo stomaco duro certi insetti gli danno fastidio lo stesso, questi normalmente sono difficili da
incontrare a meno di non andarseli a cercare per qualche strano motivo di certo legato a qualche perversione
morale. Le versioni peggiori di questi insetti vivono nel sottosuolo anche se sono poche e difficili da trovare. I drow
allevano per diletto delle versioni rese di molto pi terribili e spaventose utilizzando la magia o la chimica. La pi
piccola e mansueta di queste demoniache creature potrebbe fare impazzire una persona se vista poco distante. Il
primo marted ero seplicemente nudo su di un tavolo a gambe e braccia divaricate, in bocca avevo un rugginoso
marchingegno di ferro che me la teneva aperta. Nella stanza entr uno sglignazzante individuo inbacuccato di
vesti lacere che incominci a girare intorno alla tavola mente mi sussurrava qualcosa, nel tempo capii che stava
scegliendo chi avrebbe fatto visita al mio corpo, con un comando secco alcuni artropodi uscirono dal suo pastrano
e da alcune della sue borse per venire a fare una festa sulla mia carne e nei miei orifizi. L'orrore, il dolore ed il
raccapriccio non possono essere spiegati. Il marted finisce quando sono ormai in stato di catatonia e prima di
andarsene ridendo, il druido, lascia cadere alcune gocce di antidoto nella mia gola violata.

Mercoled.
Il mercoled si va in scena.
Nudo, in ginocchio su dei ciotoli, come se fossi in penitenza verso il piccolo anfiteatro che mi si apre davanti, con
le mani incatenate ad un anello inchiodato al pavimento, aspetto l'artista. Arriva sempre quando la sala piena ,
non prima, entra con scroscianti applausi e tutti acclamano il suo nome "whirlix". Le gradinate sono sempre
gremite tranne che per un posto, una elegante poltrona rossa che sempre vuota. Con il tempo notai che
sempre l che lo sguardo dell'artista si ferma appena entra, ma per quanto questo possa rattristarlo da vero
professionista non lo ha mai dato a vedere. Le prime volte sentivo soltanto il dolore ma poi incominciai a vedere
con quanta perizia e leggiadria portava i colpi di frusta, con quanta scenicit infilava gli spilloni e che i suoi colpi
di nerbo erano portati per farmi assumere alcune posizioni. Lui non era l per farmi soffrire era l per deliziare il
pubblico con una alchimia di torture e umiliazioni. Con il tempo mi ritrovai incosciamente ad assecondare la sua
esibizione, era perfetto e il suo spettacolo aveva ben poche varianti, iniziai ad inserire i giusti sguardi, le urla
appropriate e le parole migliori. Cercai di anche io la perfezione del mio ruolo e mi struggevo le volte che sbagliavo
battuta. Alla fine, nella mia ultima esibizione sentii eplodere l'acclamazione della folla e percepii in me la gioia della
soddisfazione. Ne ero convinto, prima o poi sarebbe venuto anche l'ultimo ospite mancante!
Gioved.
Gioved sono Erik.
Sono sempre nudo, questa volta perlomeno ha senso. Mentre ho le braccia incatenate al soffitto e i piedi al
pavimento vengo torturato da una ragazza drow, troppo giovane per essere molto importante ma di certo puntata
verso gli apici della societ del sottosuolo, che ha una prelidezione per i miei genitali. Come tutti gli altri evita con
cura di fare danni permanenti, nessuno vuole rovinare un giocattolo cos prezioso. Nel tempo ho capito che in
pochi dei miei aguzzini avrebbero la possibilit finanziaria e politica per ripagarmi agli altri una volta "rotto". Sono
raro, di solito quando un elfo sta per essere catturato da un drow si toglie la vita, io non sono stato cos furbo.
Mentre mi tortura spesso mi igiuria e lo fa chiamandomi "Erik", ci sono stati parecchi appuntamenti prima che
riuscissi a capire cosa stava dicendo. Per quanto non fosse mai diretta riuscivo ad intuire il suo forte risentimento
verso il tradimento che Erik le aveva fatto ed impersonificava me in quel uomo. Nel nostro ultimo appuntamento,
durante uno spasmo, la catena del mio braccio destro si ruppe, era semplicemente vecchia. Ci fu un lungo attimo
di imbarazzante silenzio. Io non parlavo mai se non ero a scuola ma in quel momento sentivo che dovevo dire
qualcosa. Ruppi quella sospensione dicendo chiaramente in drowish, mente la guardavo negli occhi: "perdonami,
perdonami amore io non avrei mai voluto traditi. Io ti ho sempre e solo amato". La sua reazione fu.... strana.
Inorrid, si ritrasse pallidissima alla mano che gli tendevo. Si tenne la bocca ed udii perfettamente il suono della
sua paura, un profondo terrore quasi atavico. Fugg subito. Quel giorno non la rividi pi. Non capivo dove avevo
sbagliato.
Venerd.
Il venerd sono sul ring.
Il venerd il mio giorno preferito! Niente domande, scene o sotterfugi. Il venerd ci si picchia! Macch chiodi,
uncini, acido e bisturi solo un buon paio di guanti di cuoio! Viene sempre lui, con qualche amico che lo incita, non
fa comunque partecipare nessuno al combattimento, solo lui e me! Questo suo modo di fare sincero e diretto mi
ha sempre spronato a fare del mio meglio. Lui parla sempre, mi diceva spesso che nessuno dei miei simili mai
durato cos tante settimane. Mi ripeteva sempre che io sono il primo che davanti a lui tirava su la testa. Lui era
tozzo e parecchio robusto, aveva parecchio fiato, era molto difficile farlo stancare ed aveva un gancio sinistro
devastante. Le prive volte facevo molta fatica a perdere le misure, ma da qualche settimana a questa parte lo
vedo molto in difficolt a fine incontro. Gli ultimi incontri quasi mi dispiaceva quando mi slegavano dalla sedia, mi
toglievano le catene e mi trascinavano in cella.
Sabato.
Sabato c' la visita medico.
La prima settimana pensavo veramente che sarei morto, poi arriv il sabato. Vengono a paralizzarmi in cella con il
veleno, mi portano in una stanza e mi mettono su di una tavola di pietra. Il medico prende ad esaminarmi, annota
minuziosamente ogni particolare su di una lavagna. Quando incominciai a capire quegli scritti capii che stava
annotando i danni provocatemi degli altri aguzzini ne stilata un conto anche se parziale. Dopo di che iniziava a
miscelare erbe dall'odore pungente e liquidi nerastri per quasi una ora. Si alzava con la sua ciotola d'argento ed
un lungo pennello con le setole molto morbide, bianche, probabilmente capelli di drow femmina e iniziava a
pennellare le mie ferite vecchie e nuove. Da subito sentivo lieve calore che in pochi minuti diventava un dolore
fastidioso, infine si strasformava dello stesso dolore che aveva causato la ferita originale. Il processo durava quasi
tutta la giornata nella quale io ero immerso in un nero abisso oleoso di dolore puro, completamente svincolato
dalla materia e dai sensi, il dolore era tutto nella mia mente. A notte inoltrata se ne andava senza mai proferire
parola, entravano degli schiavi quasi sempre diversi che mi lavavano e mi riportavano in cella. I loro sguardi erano
colmi di pena per le mie condizioni e per il mio destino, anche quello ferita molto il mio animo, temo che fosse una
situazione ricercata appositamente.

Domenica.
Domenica nulla.
Buona parte del giorno la passo tra spasmi e tremori per l'effetto curativo della pozione spalmata sabato. Quando
riesco piango e cado distrutto in sonno profondo pieno di incubi.
Sono 33 settimane che sono qui, incomincio a pensare di avere degli squilibri mentali. Non ricordo il mio nome ne
d dove vengo. Il mio corpo viene mantenuto e addirittura curato ma tra non molto non ci sar nessuno ad
abitarlo. Il tempo la mia prigione.