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Malnutrizione in Rwanda - di Nicola Di Grazia, Rwanda 2002.

E' un lunedì mattina ore 7.00 qui


nella missione di Nyarurema, e
dopo la consueta colazione
rimaniamo a tavola in piacevole
conversazione io, Susanna e
Carla Frediani, una donna di
Lucca, di Castelvecchio di
Compito per la precisione, che
da più di venti anni ha scelto di
essere missionaria laica qui in
Rwanda.
E' una persona dal grande cuore
e molto semplice, ma quando le
propongo di dare una
testimonianza per i ragazzi della
pastorale di Lucca, si rifiuta
perchè si definisce
(erroneamente) una persona che non sa scrivere e fare discorsi interessanti. La "aggiro"
allora dicendo che scriverò io per lei, e le butto fumo negli occhi con discorsi
alternativi.
Ci siamo! Inizia a rispondere alla prima domanda, quasi scordando che è un intervista
alla sua persona.

1) Nicola: Cosa ti ha dato la forza di stare in Africa per più di venti anni, lontana
dall'Italia?
Carla: Mi hanno sopratutto tenuto qui i ragazzini. Tutti quei bambini che ci sono nel
centro nutrizionale in cui lavoro.

2) Nicola: Cosa è un centro nutrizionale in Rwanda ?


E qui Carla inizia a fiume...: Sul cancello di un centro nutrizionale c'è scritto "Ishuri ry'
ababyeyi", ovvero "scuola per genitori".
Ma per capire la loro funzione bisogna distinguere il periodo prima e dopo la guerra
interna in Rwanda.
Prima il Rwanda era più "ricco" e queste strutture (fondate da una donna canadese prima
che venissi io nel '79) erano effettivamente delle scuole che insegnavano ai genitori
locali come allevare e nutrire i figli. Venivano anche gli uomini a portare i loro bimbi.
Era sopratutto un servizio preventivo, in cui i bimbi venivano pesati una volta a mese, i
genitori portavano qualcosa da casa e veniva insegnato loro come cucinare al meglio per
nutrire il bimbo. Oggi invece, il centro nutrizionale è una situazione di emergenza
continua, in cui arrivano solo bimbi malnutriti e casi disperati. In molte case (capanne)
non hanno mezzi, neppure per cucinare (legna, acqua) e al bimbo manca quindi
l'alimentazione fondamentale, come le proteine. Un adulto può resistere più a lungo, un
bimbo deve entrare nella nostra struttura per non spengersi definitivamente. E' facile
che prenda la malaria in questa situazione, con conseguente anemia. Tutto unito al
fatto che non ci sono medici e non può essere prescritta una trasfusione. Bisogna allora
portare il bimbo all'ospedale di Nyagatare (1 ora di jeep). Ma negli ospedali la sanità non
è gratuita....
3) Nicola: Come è un bimbo malnutrito?
Carla: Ci sono due forme di bimbi malnutriti.
La prima si chiama "marasma", ed è come li vedete sullo schermo della televisione in
Italia, cioè magri con le ossa a fior di pelle. La seconda forma si chiama "Kwashorkor", e
appaiono gonfi.
Questo perchè gli è stato dato qualcosa da mangiare ma senza proteine, cosicchè tutti i
liquidi di depositano sotto la pelle, facendoli "gonfiare". Quando sono gravi, la pelle si
rompe, cola il liquido e la pelle diventa con piaghe e squamosa. Se li portano quando
sono all'inizio, possiamo salvarli e gli diamo solamente latte per 3/4 giorni, iniziando
così a "sgonfiare" (arrivano anche a piangere per quanto latte gli diamo!), per poi
riprendere a mangiare normalmente.
Per questo qui abbiamo bisogno di tanto latte. Il buffo è che dall'Europa il latte in
polvere arriverebbe, donato da associazioni o parrocchie, ma poi ci sono diritti di
dogana Rwandese che ce lo fanno pagare, con prezzo finale più caro di un latte
comprato qui! In questi casi mandare soldi è allora più economico.
Capisco che un bimbo è guarito perchè rinizia a sorridere e ad esprimere la propria
vitalità. Un bimbo malnutrito è invece lento di riflessi e triste.

4) Nicola: Quanti bimbi segue la tua struttura di Rukomo (paese a 13 km dalla


parrocchia dove siamo ospiti)?
Carla: Adesso sono 400 bimbi che vengono una volta a settimana, mentre 100 sono casi
gravi e vengono 3 volte a settimana, sempre che i genitori li portino regolarmente. Per
questo è importante dare lezioni ai genitori, riguardo la nutrizione, l'igiene, le malattie.
Molti di loro sono analfabeti e usiamo quindi dei cartelloni con disegni per spiegare. Ce li
ha donati la Caritas , mentre l'associazione "Amici dei Popoli" ci ha regalato delle
lavagne al riguardo.
Mentre i genitori hanno la lezione, ai bimbi viene data la mattina il "bouilli", una specie
di pappa che contiene farina di sorgo, zucchero e latte (quando c'è) e rimangiano poi
insieme ai genitori verso le 12.30, con un pasto di fagioli, riso, verdure. I fagioli vengono
pestati, perchè al bimbo sarebbe altrimenti difficile mangiare.
Si entra in un centro nutrizionale pagando una quota mensile simbolica di 100 frachi
(500 lire italiane) e dimostrando con un foglio che il bimbo è stato vaccinato alla
nascita.

5) Nicola: Come hai iniziato la tua esperienza qui in Rwanda?


Carla: All'inizio nel '79 sono stata ospite delle suore in Rwanda per 5 mesi, poi sono
venuta qui a Nyarurema e ho fatto la "farmacista" dispensando i medicinali per curare le
piaghe. I locali mi scambiavano per il dottore! Il primo centro nutrizionale che ho avuto
qui a Nyarurema , era sotto un albero dove insegnavo le cose basilari.
Ma anche oggi giorno ci sono difficoltà, perchè a volte le autorità Rwandesi osteggiano i
centri nutrizionali, per non voler riconoscere il problema povertà nel paese.

Grazie Carla, spero solo che nello scritto non si perdano tutte le senzioni che sono
scorse in me e Susanna ascoltandoti di persona.