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GIUDICAREED ESSEREGIUDICATI Come mi giudico, come mi giudicano gli altri, come io giudico gli altri.

Tre aspetti fondamentali nella relazione fra noi e il mondo. Uninsegnante elementare che conosco, per valorizzare la personalit di ogni bambino e bambina, fa milioni di giochi per aiutarli a giudicarsi e a piacersi. Per esempio gli dice: Chiudi gli occhi e dimmi: se tu fossi un animale che animale vorresti essere? E se fossi un paesaggio? Una musica? Un libro? Se fossi un cantante, un calciatore, unattrice chi vorresti essere?. E infine: Perch?. I ragazzini parlano e si confrontano, danno giudizi attenti, e imparano a essere diversi e uguali. Provo su di me: cosa amo di pi di un animale, di una musica e di un libro? Cosa detesto? Io non sopporto le persone che mi usano per i propri scopi. Non le sopporto, perch quasi sempre ci riescono! Io non sopporto le persone che mi urlano nelle orecchie, perch mi fanno sentire piccola. Amo stare con i piedi davanti a un camino a parlare di cinema o di un bel libro, mi piace perch un luogo tranquillo e caldo e perch il cinema e i libri mi riempiono lanima. Amo stare con i miei bambini a giocare, perch hanno molta fantasia. Detesto le persone prevedibili, ripetitive. Amo il vento e laria di montagna. E tu? Per valorizzarci, sarebbe bello poterci fare molte domande di questo tipo, o di altro. Incontrarsi con questo desiderio, con la curiosit di un bambino, con la curiosit di chi vuole crescere. Quando incontro qualcuno la prima cosa che mi arriva il suo viso, gli occhi, il tono della voce o forse tutto linsieme. Subito qualcosa mi porta a farmene unidea, un giudizio. Che scontrosa penso spesso quando una commessa di un negozio risponde a un mio saluto con un grugnito. O peggio, da quando pratico il Buddismo dico anche che stato vitale basso!. Ma ovviamente succede anche il contrario. Ci che siamo passa in qualche modo nelle relazioni, con la velocit della luce. Il problema che ci che passa non tutto ci che siamo. Che fare? davvero unillusione pensare che la gente che ci conosce, e anche quella che ci ama, non ci giudichi. Lo fa continuamente. A volte per un giudizio ci inchioda, ci fa sentire non capiti, fa soffrire. A volte le persone danno giudizi terribili, e, sulla base di questi, scelgono. Per altro, quando il nostro scopo far crescere qualcuno, che sia un grande o che sia un piccolo, il nostro giudizio ha grande potere, pu portare la persona che abbiamo davanti a immaginare un futuro possibile, o inchiodarla su un presente difficile, e parziale. Maggiore la fede di una persona, pi grande la sua capacit di scoprire nei propri giudizi un potenziale umano e orientare le sue azioni verso questo potenziale. Ci sono tre elementi utili a ridurre il problema in parti pi semplici: come mi sento io, come le persone mi vivono, come io giudico gli altri. O in altre parole che legami ci sono tra il giudizio che abbiamo di noi stessi e la nostra personalit, come si pu manifestare la propria individualit e lasciare che gli altri esprimano al meglio la propria? Il presidente Ikeda quando parla ai giovani tratta spessissimo questo tema. un pedagogista eccezionale che riesce sempre a dare consigli apparentemente semplici su problemi cos

complessi come questo. Sul primo punto comemi sentoio scrive pagine piene di saggezza ne I protagonisti del XXI secolo. Nellaffrontare il tema dei limiti caratteriali che ciascuno di noi possiede, paragona la nostra personalit a un fiume: Cos come il letto di un fiume mantiene costante la sua forma originaria, anche lidentit di una persona non cambia di molto. Piuttosto lacqua che vi scorre che pu essere diversa: profonda o bassa, inquinata o limpida, ricca di pesci o del tutto priva di vita. il contenuto che pu cambiare e la stessa cosa accade alle persone. Non la nostra personalit a renderci felici o infelici, ci che fa la differenza la qualit della vita che conduciamo. Lo scopo del Buddismo e delleducazione di manifestare appieno questa qualit. La vita in fondo non altro che questo. Possiamo indirizzare ogni aspetto di noi stessi verso la felicit: ad esempio la timidezza pu essere trasformata in prudenza o discrezione, mentre limpazienza pu diventare prontezza e capacit di azione rapida e incisiva. Quello che sempre colpisce la capacit di vedere la vita, quindi anche i fenomeni della vita, con questa grande dinamicit. Anche un giudizio, che di per s un prodotto statico della mente, non esaurito, la timidezza non timidezza, ma futura prudenza. Il suo modo di giudicare talmente profondo che difficile trovarne i confini. Il segreto sta nellandare oltre, insegna. naturale, ripete Ikeda, che ci siano degli aspetti di noi che non ci piacciono, ma continuare a nutrire del risentimento verso noi stessi, non ci permette di comprendere il nostro valore, ferma la nostra crescita. Se riconosco i miei limiti significa che sto gi migliorando ma se insisto troppo sui miei lati negativi, significa probabilmente che il giudizio ha preso il sopravvento sul mio apprezzamento la vita, sulla mia fiducia nel Gohonzon, e sulla mia capacit di vederne la dinamicit, quindi di viverla. Al contrario tante volte mi dico sono fatta cos semplicemente per esaurire un discorso. Semplicemente perch non ho il coraggio di riconoscere in quel limite tutta la sua profondit e lo sforzo di trasformazione che comporta. Ma soprattutto fatico a vedere che nello sforzo sta il valore. Che una persona insicura, con uno stato vitale alto, riuscir, dedicandosi agli altri, a non mettersi mai al di sopra di chi le sta accanto. Una persona collerica, che combatte per la giustizia, potr trasformare la sua collera in energia forte e duratura. La vera individualit non fiorisce mai pienamente senza un duro lavoro (Protagonisti, 2, 19). Ed nel confronto con gli altri che possiamo imparare a vederci, e a utilizzare ci che siamo, nel modo migliore. A questo serve il giudizio degli altri. E qui arriviamo al secondo pezzo. Ci sono persone per le quali siamo dolci e comprensivi, altri che ci vedono duri e scontrosi, per qualcuno siamo strani, per qualcuno troppo normali e via cos. Vivere condizionati da quello che gli altri pensano di noi davvero triste. Eppure a volte stiamo cos, schiacciati da ci che gli altri pensano o dicono di noi. Non solo dai giudizi negativi, ma anche, pericolosamente, da quelli positivi. E ci attacchiamo a quei giudizi. Soffriamo perch qualcuno ci crede stupidi, e diventiamo orgogliosi quando qualcuno ci pensa intelligenti. In entrambi i casi la nostra vita non tutta l.

Siamo altro. Come tirare fuori tutto il resto? Difficile. Il Buddismo per in grado di attivare un potere inimmaginabile. Esperienza su esperienza, a ogni dolore ci affacciamo e ritroviamo la nostra Buddit, scopriamo una nuova comprensione, impariamo a misurare. Si prende la stima di s. La parola stima parte proprio da questo significato: misura. Spesso ce ne scordiamo. Siamo abituati a considerare la stima di s come qualcosa di positivo, come una solida certezza delle proprie capacit ma non proprio cos; la misura neutra, e si impara nellazione. Studio e capisco quali materie mi appassionano. Canto e scopro il timbro della mia voce. Incoraggio una persona e sento cosa mi manca per arrivarle al cuore. Faccio bene il mio lavoro e scopro di avere alcune capacit, di non averne altre. Quello che gli altri pensano di noi in fondo solo un aspetto della vita. E la misura si prende andando a fondo nel proprio cuore. Il giudizio degli altri una delle tante misure. Quando siamo insieme agli altri c sempre qualcuno che va a toccare, con un suo giudizio, un punto che risuona dentro di noi. Magari non proprio quello che ci dice, forse solo la nostra debolezza. Usare questattrito unoccasione che pu diventare addirittura divertente per trasformare il nostro veicolo in una fuori serie in grado di viaggiare sempre pi veloce. E ci allarga il cuore. Dopo un po ci si abitua talmente alle critiche che si in grado di amare la propria imperfezione, e questo ci permette di comprendere molti tipi di persone, e di migliorare, nello stesso tempo. Senza tante prevenzioni. E le lodi non ci abbagliano. Su questo argomento c una parabola di Shakyamuni, molto semplice ma molto precisa, raccontata nella Saggezza del Sutra del Loto (vol. 2 pag. 87). Shakyamuni, dopo aver convertito un brahmano fu investito da maledizioni e ingiurie dai compagni di questo. Non reag, ma fece ai brahmani una domanda: Se inviti qualcuno a casa tua e questo non accetta il cibo che gli hai offerto, a chi appartiene il cibo? Al padrone di casa rispondono i brahmani. Allo stesso modo se non accetto le ingiurie che mi rivolgete, non forse vero che queste tornano a voi? concluse. Limportante che gli insulti non entrino nei nostri cuori. E che le lodi non arrivino a nutrire il nostro piccolo io. Ma passino come brezze leggere, sul nostro desiderio di diventare esseri umani degni di questo nome. Anche se qualcuno dovesse considerarvi un caso disperato dice Ikeda voi non dovete mai considerarvi tali. Anche se qualcuno dovesse accusarvi di non avere nessun talento e nessuna capacit, non dovete essere sopraffatti dal messaggio negativo che quelle parole vi trasmettono. Imperturbati dalla negativit degli altri, stringete i denti, continuate a credere in voi stessi, recitate daimoku e affrontate a viso aperto le sfide che avete davanti, con tutta la vostra forza (Protagonisti, 2, 27). Il mio giudicare gli altri, dipende necessariamente da ci che sono, da come mi vedo e anche da come vorrei che gli altri fossero. ancora pi ingarbugliato. Ma c una domanda che potrebbe mettere un po di ordine: Cosa voglio da questa persona? In realt la domanda brutale, ma

efficace. Ripeto: la domanda a essere importante, non la risposta. Le risposte cambiano: vorrei che mi facesse vedere quella gonna (nel caso della commessa) vorrei che mi lasciasse lavorare in pace (nel caso di un collega) che mi prestasse attenzione (nel caso di un amico) vorrei che fosse felice (nel caso dei miei bambini) Quando capiamo sinceramente che la nostra risposta non quella che pensavamo, occorre recitare per cambiarla. Cosa cambia? Se stiamo accanto a un persona che vogliamo sia felice, qualunque giudizio possiamo avere su di lei secondario allo scopo. Magari ci pare troppo impaurita dalle cose per diventare felice, cos davanti al Gohonzon decidiamo di starle accanto finch non avr trovato il coraggio di reagire. E mettiamo fiducia. Ci mettiamo tutto quello che a noi pare non abbia. Il nostro giudizio serve soltanto a mettere nella relazione ci che pare mancare. Dico pare, perch possiamo sbagliarci comunque. E se sta sbagliando? Se sta facendo di tutto per continuare a soffrire? Dobbiamo dirglielo, manifestando un giudizio, o tacere? sempre una domanda a darci, scusate il giro di parole, una possibile risposta: Cosa voglio io ora da questa persona? Se scopro che tacendo sto solo assecondando un mio desiderio, quello di risultarle simpatica, allora trasformo la risposta, e parlo. Non un lavoro da poco. Ma un lavoro in corso. Se il mio pensiero costante fosse fare in modo che tutte le persone raggiungessero lIlluminazione, se la percezione chiara della Buddit fosse al centro di ogni mio giudizio, questo lavoro sarebbe limpido, e leggero. Ma realistico affermare che non sempre cos. Limportante accorgersene. E andare pi a fondo, non accontentarsi. Recitare Gongyo e Daimoku per non discriminare gli altri, per scoprire che possiamo innalzare la Torre Preziosa nella nostra vita e che questa potenzialit in tutte le persone, il vero significato di lavorare per i diritti umani. E se una persona mi sta ferendo deliberatamente? Se si comporta cos male da procurarmi ferite profonde, come faccio a non giudicare, a desiderare la sua felicit? La prima domanda possibile : Cosa desidero per me ora? e se desidero smettere di patire, con molta saggezza, forse mi allontano. un allontanarsi metaforico, quasi sempre: faccio in modo davanti al Gohonzon, che quella ferita non si riapra mai pi. Divento pi forte. Tolgo emotivit, e non lo posso fare stando ferma a subire. Il mio giudizio mi serve per proteggermi. E dura un istante. Poi trasformo il mio cuore. E da lontano scorgo anche lumanit che alla base di un comportamento malvagio, la debolezza o la sofferenza. E anche il giudizio si trasforma, e la persona diventa un buon amico. Il cuore libero, la mente nuova. Ergersi a posizioni di superiorit, criticando gli altri, chiunque essi siano, per vanit, non un comportamento del Budda. Quando alla base di un mio giudizio scopro qualcosa che ha a che vedere con il mio piccolo io, con la mia voglia di mostrarmi migliore perch non sono ancora sveglia; la persona risvegliata afferma Fromm quella che ha superato completamente il proprio narcisismo (Fromm, The Heart of Man, 1964). Ikeda dice: Basta essere sinceri con noi stessi e rimanere persone ordinarie, disadorne e semplici. Possiamo

ottenere lIlluminazione rivelando la nostra natura innata, proprio come siamo, come comuni mortali del tempo senza inizio (Saggezza, 2, 211). lo scopo che resta importante. Se il nostro desiderio diventare felici, e fare in modo che anche gli altri lo siano, qualunque giudizio possiamo ricevere o dare non pu definire la vera natura di nessuno. La vera identit scrive Ikeda quella del Budda, ma nellaspetto e nelle azioni un Bodhisattva (Ibidem).