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Contributo alla storia della letteratura romanesca Tito Morino 1899 ISERNIA Tip.

1899 Indice Dedica Testo A S. E. Guido Baccelli MINISTRO DELLA PUBBLICA ISTRUZIONE Permettete, Eccellenza, ch io fregi queste povere pagine col Vostro nome, di cui la Patria s onora. Isernia, febbraio 1899. Industriale L. Colitti e Figli

Dott. TITO MORINO La pi antica letteratura romanesca ha avuto la fortuna di richiamare su di se l att enzione e di eccitare le ricerche del prof. E. Monaci[1], e i saggi che gi egli n e ha dati non fanno che suscitare un impaziente desiderio dell intera illustrazion e. Il primo monumento, che si offre alla indagine di chi studia le manifestazioni d el volgare romanesco oltre il s. XIII, quella interessante raccolta di frammenti , cui il Muratori, pubblicandola, dette impropriamente il nome di Fragmenta histo ri roman.[2] L importanza di questi frammenti non sfuggita ad alcuno, sia perch rappre sentano la sola cronaca romanesca del s. XIV, sia perch in mezzo a molte ingenuit e a molti errori ci sono pure lunghi brani pieni di sentimento vivace, dove lo s tile assurge ad altezze veramente artistiche, sia perch in quei [p. 6]frammenti n arrata per intero la vita di Cola di Rienzo, intorno al quale scarseggiano docum enti sincroni. Dell interesse che questa cronaca suscit, rendono testimonianza i mo lti codici che la diffusero pi largamente d altre cronache, parecchi dei quali non ci danno se non l estratto dei capitoli sulla vita di Cola di Rienzo, il rifacimen to di Zefirino Re[3], e le parole del Muratori stesso, il quale, nel pubblicarla , scrisse che fu a Literatis viris multo plausu excepta, majorique voluptate perl ecta.[4] Il dott. Ugo Fancelli ha recentemente pubblicato i suoi Studi e Ricerche sui Frag menta histori Roman,[5] nei quali esaminando criticamente tutto quanto potesse rife rirsi alla questione della loro autenticit, venuto a queste conclusioni: a) che l anonimo veramente si trov dov egli stesso dice e che perci pot assistere a molt i avvenimenti da lui narrati;

b) che gli avvenimenti non potevano venir descritti con tanti particolari se non da un contemporaneo; c) che le notizie ricavate dai Fragmenta hanno piena conferma nei documenti autenti ci del tempo. Avverte, per, che queste conclusioni hanno bisogno d esser corroborate con un indagin e filologica e glottologica del testo. Confesso, che il primo movimento dell animo mio stato di giubilo, nel vedere apert o alle mie ricerche un campo cos vasto, cos bello, cos inesplorato, e mi posi all ope ra con lena giovanile, pieno di confidenza di risolvere molte se non tutte le gr avi questioni che offuscano la luce di questo importantissimo documento. Ma, ahim, non appena inoltrato nel faticoso cammino ho dovuto accorgermi che non i mpresa da pigliare a gabbo e da risolversi per incidente nella trattazione d un alt ro argomento, e pur col proposito di riprender la ricerca quando potessi dedicar vi tutto il mio tempo, come necessario, ho dovuto per ora rinunciarvi, tant molis erat. [p. 7] Peraltro, rendo qui ragione dei principali dubbi e degli argomenti pro e contro, che agitano e agiteranno un pezzo, secondo me, la critica dei Frammenti. Il primo dubbio riguarda l autenticit ed avvalorato specialmente da ragioni paleogr afiche. Infatti, dei moltissimi codici che contengono o tutti o parte di questi frammenti, nemmeno uno del s. XIV, anzi il pi antico non risale pi indietro del s. XVI. S aggiunga che in tutta l opera l anonimo autore, che pure d frequenti notizie di se e della sua vita, non dice mai d esser romano e che la storia di Roma non il s olo oggetto di questa Cronaca, la quale abbraccia nella sua estensione Dante e i l giubileo di Clemente VI e il dilagamento del Tevere del 1345, la battaglia di Parabiago e la storia di Andrea re di Puglia, Cia degli Ordelaffi e gli avvenime nti di Spagna e di Francia, la venuta del re d Ungheria in Italia e le scale di S. Maria d Ara Caeli. Non solo, ma neanche nella narrazione dei momenti pi solenni della storia di Roma gli prorompe mai dall anima un grido, che ci permetta di riconoscere il sentiment o della patria, quell orgoglioso sentimento della romanit, che s continuato nella vic enda dei secoli e fu vivo perfino nella infinita ruina del medio evo, ed ancora oggi nella coscienza confusa del popolo l unico resto dell antica grandezza. Ben si poteva dubitare, trattandosi di tempi cos tristamente famosi per contraffa zioni letterarie, d un altra contraffazione, per quanto abilissima, tanto pi che la r ecente indagine paleografica non fino ad ora riuscita a scoprire un solo codice del s. XIV, s che per questa parte i dubbi rimangono. L indagine glottologica non ha condotto a migliori risultati. Certo, avremmo fatto un gran passo se avessimo potuto dimostrare che la lingua del testo veramente q uella che si parlava a Roma ai tempi di Cola di Rienzo; ma purtroppo siamo ben l ontani dal poterlo affermare con sicurezza. Il Muratori, nella prefazione all ediz ione citata di questa Cronaca, nota che Neapolitana sive Romana dialecto conscrip ta, trovandosi anch egli in quella persuasione o in quella passione che il dialetto antico di Roma sia qualche cosa di assai affine, come una variante di quello na poletano. [p. 8]? Ora, come dal confronto della grammatica di questo testo colla grammatic a d altri testi romaneschi immediatamente anteriori e posteriori doveva emergere l uminosa la prova della sua romanit, mi posi all opera conducendo l indagine sull edizio ne muratoriana del testo. Mi limito qui a notare le divergenze pi essenziali. Il romanesco dei ss. XIII, XIV, XV offre o non offre il dittongamento dei suoni

tonici brevi o, e, secondo l esito della parola : breve breve uo.......i ie.......i uo.......o ie.......o uo.......u ie.......u ma, .......a .......e .......a .......e

La costante esattezza di questo trattamento fu gi messa in luce dal prof. E. Mona ci. Ora, nei Fragmenta Histori Roman la mirabile costanza di questo riflesso continu amente turbata, ed frequentissimo il caso di breve, breve dittongati con esito d i a, e. N tre casi di breve dittongato, che si trovano nel Memoriale di Paolo del lo Mastro, valgono a infirmare l importanza capitale di questo argomento. Un altro punto di divergenza nella vocalizzazione di l + cons., che costante nel l edizione muratoriana. Fin dalla prima pagina ne troviamo esemp abbondanti, i qual i sono continuati per tutta l opera con una fissit, che toglie ogni dubbio, che si tratti di alterazione di copisti. Ora, in nessun documento del s. XIII, come in nessuno del s. XV, come in nessuna epigrafe romana troviamo esemp di questa vocal izzazione. Qualche caso di vocalizzazione della l si trova, vero, in certe lette re d un Boccapaduli riprodotte dal Bicci[6] nella sua storia di questa famiglia, e d frequentissima nella Vita del tribuno Matalieno delli Porta in Casa; ma questa V ita, il Bicci stesso la giudica una pessima contraffazione della vita appunto di Cola di Rienzo, e le lettere del Boccapaduli, anche [p. 9]?ammesso che sieno au tentiche, e che il Bicci le abbia sapute trascrivere fedelmente, non sono certo di gran valore, poich i signori romani vivono molto nella campagna circostante, d ove hanno vasti possedimenti, e il fenomeno appunto vivo nella Toscana e nella r egione nord-est di Roma, e qualche esempio mal dissimulato se ne coglie facilmen te anche a Marino.[7] Altri pochi esemplari se ne rinvengono nel Diario di Stefa no Infessura, ch ebbe dalle sapienti cure di Oreste Tommasini la sua reintegrazion e; ma il fatto stesso che scompare fin dalle prime pagine e non se ne trova pi tr accia per tutto il corso dell opera, autorizza a credere che si tratti d un errore d i copisti, i quali, del resto, non attinsero all originale, che andato perduto. Pertanto, nel dubbio che l edizione muratoriana non fosse criticamente la pi fedele , sentii la necessit di procedere ad una collazione del testo coi manoscritti che il dott. Fancelli ha riconosciuto come archetipi dei 23 ch egli esamin, ai quali a ggiungo, per conto mio, il Lancisiano LXXIV, 2, che non certamente copia di ness uno degli archetipi fissati dal Fancelli. E la collazione incominciai dall archeti po Ottoboniano 2616, perch pi ricco di fenomeni dialettali, ricercando se le diver genze grammaticali di questo con altri testi di sicura provenienza romana si tro vassero negli archetipi e con quella stessa frequenza e costanza. Ma durante la faticosa collazione ho dovuto convincermi e deplorare io stato miserevole cui fu ridotto questo lavoro e misurai, preoccupato, le difficolt che s incontrano per ri costituirne la lezione critica. N finch essa sia un desideratum, ci sar possibile d i rimuovere tutti gli ostacoli, di scioglier tutti i problemi che s affollano into rno a questo disgraziato lavoro, che pure cos straordinariamente importante. Un codice del s. XIV di minuscola gotica, certamente romano, si conserva nella B iblioteca Nazionale V. E.,[8] e contiene una traduzione del Liber Dialogorum di S. Gregorio Magno. Nell explicit detto : librum istum dialogorum Sancti Gregorii [p. 10]scripsit frat er philippus de Roma, cos che m illusi un istante di poter trovare in esso larga mes se d osservazioni grammaticali sul dialetto romanesco di quel secolo, e ne fece lu nghi estratti. Ma, purtroppo, la traduzione fatta in un linguaggio misto nel qua le predomina l elemento toscano, e di romanesco c tanto poco, da far dubitare, che F ra Filippo da Roma non fosse l autore, ma piuttosto un copista, come, del resto, p

otrebbe indicare lo scripsit dell'explicit. Ad ogni modo, sia anche egli l autore, certo si studi con ogni cura di uscir dalla rozzezza del volgo, e di attingere alle fonti toscane, forse alla traduzione che dello stesso libro fece il Cavalca. In un primo confronto che ho fatto delle du e traduzioni, m venuto il sospetto, che se il povero frate non copi proprio dal Cav alca, ci ricorse assai spesso, dove, per avventura il testo originale gli riusci va un po oscuro, tanto la sua traduzione pare un travestimento di quella toscana, se pure non fu copia di un codice passato pel territorio sabino. Comunque sia, neanche questa traduzione ci pu dare elementi sufficienti per la st oria del parlar romanesco nel s. XIV, che tuttavia non dovette subire grandi var iazioni, poich tutti i fenomeni che il prof. Monaci not nel Liber Ystoriarum Romano rum li riscontr anche nelle opere del s. XV. In migliori condizioni ci troviamo nel secolo XV. A questo secolo appartiene un manoscritto sicuramente romano, che l Armellini tras se per primo dall Arch. Vaticano.[9] Il documento merita d esser con cura minuzios a, perch segna l agonia del mondo medioevale in Roma. L opera divisa in cinque parti: lo tractato delle battaglie che lo tractato como essa beata fu ere lo luoco dello inferno; lo tractato como essa beata fu dere lo luoco del purgatorio; lo tractato dello felice obito ad essa beata Francesca. essa beata abe dalli malingni spiriti; menata in spirito dal angilo Raphaello ad ved menata in ispirito dal angilo Raphaello ad ve de essa beata. [p. 11]?Seguono le laude facte

Francesca Ponziani, ossia S. Francesca, nobile signora romana, fu una povera mis tica, che l Armellini chiama uno dei pi grandi spiriti del s. XV.[10] Incline natural mente al misticismo, in un et e in una citt, dove alle anime candide non era altro r ifugio che la fede, dalla tempesta delle pubbliche fazioni, dovette pi che mai ri coverarsi nell ombra del divino mistero, per l orrore onde fu compresa l anima sua all a morte del marito, ucciso nella presa di Roma che fece Ladislao (1404), chiamat o dai Colonna, perch li sostenesse contro gli Orsini. E da notarsi che questa mor te sarebbe stata predetta da Evangelista, il pi piccolo dei loro figliuoli: una v era famiglia di santi, dove il miracolo si trasmette di generazione in generazio ne. Quali fossero le virt della Santa, detto nella prima pagina del libro: non pateva che lo suo patre la toccassi, e schifava tutti gli uomini, quanto ben fussi lo suo proprio figlio ! S aggiunga una vita di penitenza, di digiuni, di discipline, e pa rr quasi impossibile di trovarci alla fine del medio evo, nel secolo di Lorenzo i l Magnifico e di Cristoforo Colombo. Questa povera donna cadeva in frequenti catalessi, durante le quali la mente mal ata le rappresentava quelle rozze visioni, che potevano aver luogo in un anima inc olta, tutta piena di disprezzo per la vita terrena, tutta ardente d amore pel Sig nore, tutta aspirazione alla Patria Celeste. Codeste visioni non furono le sole che produsse il sentimento religioso nel medio evo, e per tacere di quelle di S. Caterina da Siena, baster ricordare le numerose visioni di S. Brigida, anch ella r omana. Uno studio di confronto delle diverse estasi darebbe luogo a curiose e in teressanti osservazioni, ed necessario che qualcuno lo intraprenda con intellett o d amore, per tracciare la storia del misticismo nella letteratura. Il parroco di S. Maria in Trastevere, Giovanni Mattioti, che successe nella dire zione spirituale di Francesca a frate Antonio de monte Sabello, il quale l aveva gov

ernata per oltre quaranta anni, si faceva raccontare dalla Santa le sue visioni, e [p. 12]ne prendeva appunti coll intenzione di ordinarli, in seguito, per tradur li in latino. Questi appunti sono quelli contenuti nel codice vaticano pubblicat i dall Armellini. Il dott. Mario Pelaez[11] procur un edizione pi corretta dei due trattati dell Infern o e del Purgatorio, e la traduzione latina ebbe la luce per opera dei Bollandist i.[12] Le visioni sono scritte in una lingua rozza, ma non priva di un certo calore, di rei quasi che la forma prende attitudini e movenze, secondo il grado della passi one che l agita, e assai spesso d l impressione di un inno: poveri inni di povere ani me, in una prosa verseggiata, piena di frequenti assonanze e spesso addirittura di rime. Che una donna debole, mal nudrita per ispirito di penitenza, colle carni lacerat e dai ciliz e tutto l organismo impoverito, cada in frequenti deliqui non da meravi gliare, ora che la scienza ha spiegato tanti misteri e risoluto tanti problemi; che nel deliquio la tenacia dello spirito continui la vita anteriore, di modo ch e le rappresentazioni fantastiche non subiscano alterazioni dalla sospensione de lla vita vegetale, anche questo un fenomeno psichico troppo studiato e dichiarat o perch ci possa lasciare meravigliati. Cos, Francesca cadeva in queste catalessi o in chiesa, dopo essersi accostata al sacramento dell altare, cio dopo il rituale digiuno, che aveva stremato pi che mai i l corpo gi debole, o quando, la sera, si rinchiudeva nella camera a far penitenza e a meditare sui divini misteri. Del resto, come ai giorni nostri tutte queste visioni sono fenomeni psichici spi egabilissimi, cos nel s. XIV, in Roma, e ad anime semplici, quali erano Francesco e il parroco Mattioti, e a tutti quelli che vivevano nel loro ambiente e nello stesso ordine d idee, dovevano parere e parvero miracoli. Le visioni contenute nel I libro sono 77 e vanno dal luglio 1430 al dicembre 144 0, mentre la Santa mor nel marzo di quest anno: anacronismo che basta da solo a dim ostrare quanta fede [p. 13]meriti il povero parroco. Spesso la visione si riconn ette colla festa pi prossima della Chiesa, celebrata, o da celebrare, p. es., il 25 decembre 1431 ebbe la visione della nascita di Cristo, l 11 gennaio 1432 quella dei Re Magi, l 11 febbrajo quella della Purificazione, il 26 dicembre 1440 la vis ione di S. Stefano. Quanto al contenuto, pi eloquente d ogni parola sar qualche citazione. Nel luglio 1431 vide la piaga del fianco di Cristo larga 5 oncie e mezzo, cio uno deto per una oncia, vide che la lancia era penetrata nel Sacro Costato un palmo, che 25 furono quelli che lo flagellarono alla colonna; vide la Maddalena che num erava le punture delle spine nel capo del Signore, che furono 300, perch la corona fu ad muodo de cappello, mentre le battiture e le punture sommate insieme furono 6666 tutte numerate dalla Maddalena! E, particolare sfuggito a tutti gli storici del divino sacrificio, Ges Cristo, dopo d essere stato flagellato alla colonna, qua ndo and per rivestire le povere carni addolorate, non trov pi le vesti, che gl iniqu i giudei gli avevano nascoste ! Nella visione dell 8 settembre 1431 le apparve un ostia smisurata, como grande quanti t de neve candidissima, nel cielo cristallino, e la Madonna circondata di spiriti angelici, collo Signore nelle braccia, piccolino quasi de octo mesi Dietro istan za del Mattioti, descrive le tre corone di Maria simboleggianti l umilt, la vergini t, la gloria. La corona dell umilt di rose bianche, quella della verginit composta di dodici castoni, in ognuno dei quali splende una stella dai raggi sfolgoranti di vario colore; ma il numero dei raggi, e i colori, e i simboli sono tanti, che m

i pare non inutile riassumerli in uno specchio dimostrativo. stelle raggi simboli colore I 3 Trinit II 4 un sol colore III 7 sette doni dello Spirito Santo vari IV 7 sette sacramenti V 4 quattro virt cardinali dodici colori [p. 14] VI 3 tre virt teologali rosso, carit verde, fede vermiglio, speranza VII 12 dodici articoli di fede vari VIII 5 pena e martirio della Croce rosso acceso IX 7 sette opere di misericordia X 10 dieci comandamenti vari XI 1 Carit di Dio candidissimo XII 4 onest, benignit, pudore, discretezza violetti Dello stesso genere la terza corona, composta di dodici pietre preziose: pietre simbolo colore I. diamante fortezza II. carbongio amore infocato III. zaffiro costanza IV. smeraldo obbedienza V. balascio magnilucenza VI. berillo recordante memoria VII. calcedonio sardonico intelletto misto VIII. granata volont IX. crognola virilit X. turchese verit XI. topazio conservazione XII. coppe di zaffiro sapienza E quanto ai primi trattati credo che basti. Il terzo e quarto trattato contengono una rappresentazione dell inferno e del purg atorio colla guida dell arcangelo Raffaello. Il medio evo fu assai ricco in questo genere di rappresentazioni, che trovarono nel genio di Dante l espressione pi solenne e completa. Dei precursori di Dante mol ti si sono occupati, ma dei successori non ancora fatta la storia. Credo, per, ch e questo del Mattioti segni l ultimo informe tentativo di simili rappresentazioni, lasciando da parte le Visioni di Alfonso Varano e i poemetti del Monti, che a met terli insieme colle visioni medioevali sarebbe un po grossa. [p. 15] ?Se fossi sicuro che il buon parroco di S. Maria in Trastevere avesse avuto noti zia dell Inferno di Dante, affermerei recisamente che nella sua composizione il Ma ttioti ebbe in mira di rappresentarci un inferno pi cristiano, pi dogmatico, pi ort odosso di quello dantesco. Ed ho detto pensatamente: nella sua composizione, perch qui meno che altrove riesce possibile di distinguere dove cessi l opera di Frances ca e cominci quella del povero prete. Gi ho notato che Francesca racconta le sue visioni per obbedire a un ingiunzione d el suo padre spirituale, ed anche talvolta si diffonde in particolari minuziosi, come quelli della corona di Maria, in seguito a speciale insistenza di lui. Com e potremmo affermare che il Mattioti fu sempre un semplice e fedele trascrittore ? Come potremmo distinguere quanto nella trascrizione mise di suo? E, d altra pa rte, anche ammesso che il Mattioti fu un vero stenografo della inspirata parola

di Francesca, possiamo noi immaginare, trattandosi d un soggetto cos facilmente sug gestionabile, fino a che punto il pensiero di lei si color del pensiero del suo d irettore spirituale? Del resto, descrizione pi grossolana, pi grottesca di questa non possibile, e resta molto indietro, per valore artistico, alla stessa Babilonia infernale di fra Giac omino da Verona.[13] L unico scopo dell opera d infondere nelle anime un immenso terro re del peccato, anche in quelle elli cristiani che non fecero li magiuri peccati et che fuoro negligenti ad confessarse, non curando della sancta confessione. Nessuna architettura, nessun disegno razionale, nessuna topografia: l inferno divi so in tre parti, come quello dantesco, il loco de sopre, quello de meo con pene maggio ri, e il luoco de socto, con infinite magiure pene. Un dragone si stende per l infern o in tutta la sua lunghezza, di guisa che viene a trovarsi col capo nella parte superiore, col corpo in quella di mezzo, colla coda all imo. La bocca spalancata e fiammeggiante del dragone la bocca dell inferno, nella quale i demoni gettano l ani ma malnata, che, prestamente divorata, riesce [p. 16]?dal ventre ed presentata a l principe Satanasso che sta in uno luoco quasi honorato. Lucifero, il Minosse di S. Francesca, prestamente la judicava, et subito la mesch ina anima era menata da certi altri demoni sopra de ci deputati et ordinati, allo luoco indicato, secundo li peccati commessi. Ogni anima, oltre che da tutti i de moni in generale, pi specialmente custodita da due demoni, uno dei quali la colpi sce, l altro la dileggia. Tutte sono punite colle pene comuni del fuoco, del fredd o, delle tenebre, della fame ecc., e ciascuna in particolare da pene, che, per s olito, collimano col peccato per cui sono punite. La miseria della concezione, l a povera e falsa idea del peccato, l assoluta mancanza di ogni criterio topografic o e architettonico , meglio che con parole, dimostrata dallo specchio seguente. N. B. Il peccato scritto sulla fronte dei dannati. CERCHIO I I. Bambini nati da genitori cristiani tenebre Non battezzati II. Bambini nati da ebrei tenebre maggiori III. Bambini nati da adulterio, o da unioni di religiosi e di sacerdoti con monache. tenebre fittissime II. Sodomiti puniti dai demoni collo stesso peccato III. li cani usurari inchiodati ciascuno su di una tavola, colle braccia dist ese, ma non in forma di croce: i demoni versano loro, per un pertugio, nel cuore oro ed argento liquefatto. IV. Bestemmiatori (luoco de socto) vari tormenti: i demoni strappan loro la lingua con unci ni infocati, gettan le lingue nel fuoco, ed empion la bocca di carboni accesi. V. Traditori. gravissimi tormenti: estirpazione del cuore per mezzo di grappi infocati, quindi immersione in un tino di pece bollente. Obbiezione di S. Francesca sulla materialit della pena, trattandosi di spiriti. L a rcangelo Raffaello risponde che codesta una rappresentazione materiale delle pen e sofferte intellettualmente. Dopo il giudizio universale, per la riunione delle anime col corpo, i dannati soffriranno anche materialmente. VI. Omicidiari immersi in un tino di sangue bollente, poi in un altro di ghiacc io, percossi dai demoni nella lingua e nel cuore, con pali di ferro infocati. [p. 17] VII. Rinnegati. segati con seghe infocate, poi risanati, poi di nuovo se gati. I demoni versano loro nella gola una cosa liquefacta de grande pena. VIII. Incestuosi. (luoco de socto) quasi presso ai sodomiti. immersi in un gran tino di cose fetenti, che son o costretti ad ingoiare. Quindi squartati, risanati ecc. IX. Fattucchiari e chi li crede

(luoco de mieso) lapidati con palle di ferro roventi, e posti su una cata sta di legna ardenti. X. Scomunicati [nel pi profondo luogo] immersi in un lago d olio, zolfo e pece ardente ecc. XI. Superbi. gettati nella bocca irta di aghi e nella gola sparsa di rasoi in focati d un leone infocato anche lui, e col corpo pieno di serpenti. I demoni stra ppano i dannati dal di dietro con grappi infocati. XII. Iracondi. spinti dai demoni nella gola spalancata di un mostruoso serpente e dilaniati dai ferri roventi di cui irta la gola del mostro. XIII. Avari. [luoco de socto] straziati da serpenti e dilaniati dai demoni con pettini ardenti. XIV. Invidiosi. assisi nel fuoco di cui sono coperti. Un verme avvelenat o li rode nel cuore, uscendo per la gola. Risanati, un demonio li spacca nel pet to, ne caccia il cuore, dove stercoriava gettandolo poi cos immondo sulla faccia dei dannati. Il verme il rimorso di coscienza. XV. Accidiosi. assisi anch essi e coperti di fuoco, quindi posto su una pietra ro vente e scavata a righe. Due demoni li carroavano con ferri infocati, un altro fende loro il cuore e per la fenditura versa olio bollente e vermi. XVI. Golosi. (luoco profondo) trascinati su carboni accesi, calpestati, gettati in un tino di pece liquefatta, poi in un altro di ghiaccio: il vino ardente gorgoglia loro nella bocca, poi sono gettati in un pozzo diviso in tre parti: a) tino d acqu a ghiacciata; b) tino di piombo liquefatto; c) tino pieno di serpenti e buocti. XVII. Idolatri. [profondo luoco] legati insieme da catena infocata, spalla contro spalla, e immersi nelle fiamme. XVIII. Mancanti ai voti. immersi in un tino pieno di pece e zolfo liquefa tto, donde li traggono i demoni con grappi infocati e li gettano in un tino di g hiaccio, per porli in seguito tra due piastre di ferro infocate, irte di chiodi acuti. XIX. Ruffiani delle figlie. posti sotto una campana, su d una catasta di legna accecese, con quattro demoni arrabbiati, che li lacerano miseramente: variet di pene secondo la variet del peccato, cio secondo se proviene da lussuria, o da cupi digia di denaro ecc. [p. 18]? XX. Odiosi assisi nel fuoco, come gl invidiosi, e dilaniati dai pettini dei d emoni. XXI. Giudici falsari. immersi in un tino d oro e argento liquefatto : i demoni s trappan loro la lingua, taglian le mani ecc. XXII. Detrattori. nel fuoco, tormentati da un demonio eptacefalo, che col primo capo caccia loro la lingua, col secondo la mangia, col terzo la sputa ecc. XXIII. Vergini pae [vergini secundo lo cuorpo, ma non de mente] frustate dai demoni con catene i nfocate. XXIV. Vedove pae poste su un albero e legate, col capo volto all indietro. Un drago ne strappa loro cuore e lingua. XXV. Femmine vane. addentate nel capo da molti scorsoni e straziate da demoni con piastre acuminate e roventi. XXVI. Falsi predicatori. [luoco de socto] gettati in una fornace tenebrosa piena di sterco, scacci ati da serpenti, risospinti dai demoni in forma di cani: variet di pene secondo l e modalit del peccato. XXVII. Confessori simoniaci. immersi in una fossa piena di brutture, colla go la piena d oro e argento liquefatto e il collo avvinto da una macina, quindi posti dai demoni su una scala arroventata. XXVVI. Sommi Pontefici, sacerdoti, chierici, simoniaci, lussuriosi, ecc. i demoni li scorticano nella chierica, e strappan loro la cute, taglian le dita dalle consacrate mani sacrileghe, e pongon loro sulla testa mitre infocate, quin

di li gettano a capo fitto in un luogo di massima oscurit pieno di brutture, ecc. XXIX. Barattieri. collocati su ossa spezzate, tra carboni ardenti. I demon i spingon loro nella gola dardi di ferro infocati, coi quali trafiggon pure le l oro mani. XXX Danatori legati ad un palo di ferro rovente, saettati da demoni che danza no loro intorno, ecc. XXXI. Maritate. squarciate nel petto, dove brulicano vermi. Molti serpen ti le mordono nei membri con cui peccarono. XXXII. Bestemmiatori. continuano a bestemmiare. XXXIII. Medici. (luoco de socto) a capofitto, fra piastre infocate, per i libri che hanno usato, e per l uccisione dei figli allo scopo di salvare le madri: la gola piena d oro e argento liquefatto per la cupidigia di guadagno, ecc. XXXIV. Speciali per la loro cupidigia e ignoranza, sono immersi in un tino d immon dizie. I demoni traggon loro il cuore, dandolo a mangiare a cani arrabbiati. XXXV. Tavernari (luoco de socto) immersi in tre tini, di ghiaccio, di vino ardente, di ac eto, pel peccato di metter l acqua nel vino. [p. 19]? XXXVI. Macellari posti in una bilancia, sull altro piatto della quale un pe so enorme. I demoni sbatton loro sul viso trippe fradicie, e li pestano sul banc one come per farne salsicce. Questo l inferno del Mattioti, nel quale appena necessario notare il disordine del la distribuzione, la povert dell immaginazione, la ripetizione continua delle stess e pene per peccati diversi. Il disordine giunge a tal segno, che i Bestemmiatori sono puniti due volte, nei cerchi IV e XXII. Ma non voglio tralasciar di osservare, che nel luoco de socto, cio nel pi profondo a bisso, dove sono le infinite magiure pene, sono puniti i bestemmiatori, gl idolatori , i falsi predicatori e i medici che uccidono i bambini per salvar le madri nel parto; cio sono puniti colle pene pi atroci tutti quelli che in un modo o in un al tro hanno recato offesa al dogma, come gi avevo notato pi sopra; e fra costoro, ne l pi profondo abisso dell inferno, gemono gli osti che metton l acqua nel vino: eloqu ente manifestazione, forse, d un sentimento e d una indignazione personale. Per la storia del costume, da notare che un secolo dopo di Dante e del calunniat o Boccaccio, un sacerdote, e in Roma, pone all inferno tra i non battezzati i bamb ini nati dall unione illecita di sacerdoti e di frati con monache; che per signifi care adultere detto semplicemente Maritate; che quattro secoli prima di Marcello P rvost, un parroco romano condannava all inferno le demi-vierges, col nome pi espress ivo, forse, di vergini pae. Quanto al Mattioti, da ultimo, opportuno ricordare, che non scrisse per ispirito di vendetta questo inferno, dove non mai fatto nome d alcuno; e un sacerdote mort o da poco punito pel peccato della gola appare con un panno innanzi agli occhi, bench, in questo caso, l allusione dovesse essere assai trasparente. Pi brevemente il buon parroco tratta del Purgatorio, loco di speranza come detto ne lla scritta sull entrata, e diviso anch esso in tre parti, il luogo mundativo, il pu rgativo, il meritorio, dove le anime sono vigilate da angeli. L anima purgata cond otta dal suo angelo nel syno de Abraaz, specie di paradiso terrestre, e quindi dal seno di Abraaz trasportata nel regno [p. 20]?dei beati da un angelo del Coro a cui destinata. Ad ogni anima che sale, se non trema tutto d amore il purgatorio, s i commuove esultando il Paradiso e la Madonna intuona un canto di giubilo. Il libretto si chiude colla narrazione della placida morte della Santa, la quale si spense

non come fiamma che per forza spenta, ma che per se medesma si consuma, dopo aver miracolosamente predetto il giorno e l ora della sua morte. In ultimo so no aggiunte tre laude, specie d inni semplici e rozzi, dove s accoglie tutto il mist ico lirismo che qua e l trabocca nel corso dell opera in una prosa rimata e talora in vere misure di verso; e sono come il tributo d affettuosa ammirazione, di tener a gratitudine del povero pastore, che aveva avuto la fortuna di avviare ai pasco li celesti una s candida agnella. Anche al s. XV appartiene il memoriale di Paolo dello Mastro, che ci fu conserva to da parecchi manoscritti di diverse redazioni, e del quale dette un edizione il de Antonis[14] e un altra pi corretta il dott. Mario Pelaez.[15] Si tratta d un sempl ice libretto d appunti, senza alcuna pretesa letteraria, delle cose occorrenti dal l anno 1422 al 1484. in gran parte un nudo registro degli avvenimenti lieti o tris ti di famiglia; ma l autore non trascura di dar notizia anche dei fatti pi importan ti della citt, e qualche volta, ma con poca fortuna e minore esattezza, tocca anc he di fatti esterni, conservando sempre libert di giudizio e un certo sentimento d indipendenza, per cui abborr dalle guerre civili che funestavano ogni giorno la s ua patria, ed accolse e protesse un membro del governo popolare che amministr lo stato durante la fuga di Eugenio IV, e dimostr non dubbie simpatie per Stefano Po rcari. La figura del nobile romano, che si appena delineata nel povero registro di Paol o dello Mastro, si disegna con miglior luce nell opera di Marco Antonio Altieri, c he va dalla seconda [p. 21]?met del s. XV alla prima del secolo XVI. Il suo lavor o pi conosciuto sono i Nuptiali, dei quali e della vita dell autore dette ampia notiz ia il Narducci.[16] Eccone un breve riassunto. Il nobile Gabriello Cesarino, trovandosi in et avanzata, pensa di dar moglie a Iu vangiorgio suo figlio per recreare la sua senile et da qualche humano et delectevo le transtullo sperando per la gratia del summo creatore, succurrer possa casa Cesa rina de algun mellito et amabile figliolo. Pertanto, in una conversazione di nobi li romani della quale fa parte l autore, si discute di tutto quello che convenient e a s magnifiche nozze, riferendosi ai costumi degli antichi, con profusa copia d ell erudizione del tempo. Ebbe M. Antonio Altieri profondo il senso della romanit c lassica, fu latinista pi che mediocre, cos che il suo stile pi latino che italiano, e la forma tutta intesa con evidente sforzo a evitar quanto sapesse di volgare, e in conseguenza, tutto quello che di romanesco sorprendiamo nell opera sua, gli sfuggito involontariamente, per l abitudine del parlar quotidiano. E quando sul Ca mpidoglio arringava i baroni con infiammata eloquenza, per ridurli ad amichevole componimento, dov sembrare agli astanti, che lo spirito di qualche console alegg iasse nel luogo sacro per tante solenni memorie. Calda d amor per l Italia e specialmente per Roma una novella che fa parte dei Bacca nali, opera ancora inedita di M. A. Altieri.[17] Io credo che l autore abbia voluto con essa adombrare la disfida di Barletta, o adattare ai limiti e ritorcere al significato di quella un duello avvenuto in Milano fra il Romano Iuliano dello M astro e lo spagnuolo Montagnes. La narrazione, bench goffa nelle linee e piena di puerilit, pure tutta spirante d amor patrio e di sentimenti romani, e sarebbe l unic a espressione artistica contemporanea di quel nobile fatto: segno, questo, assai pi eloquente d ogni altro della misera fortuna d Italia in quel tempo. Al s. XVI appartengono tre sonetti in dialetto romanesco, [p. 22]?il primo dei q uali, conservato nel cod. Lancisiano LXXIV, 2, il sonetto caudato di Madonna Iaco vella veramente notevole, tanto per sincerit di forma, quanto per efficacia di rap

presentazione, ed un lamento dialogato contro il mal costume dei giovani, che va nno a zonzo per le chiese, amoreggiando tra le donne. Come vero che certi costum i sono propr di tutti i luoghi e di tutte l et ! Trattandosi d un sonetto inedito credo opportuno di riportarlo: Ben si trovata Madonna Iacouella Quesi zitielli tiei chinto staco.[18] Staco bene Dio gratia, ma lacho[19] Con mecho, perch uongo a Santo Ianni Riballi quanti si pigliano afanni[20] Me facho spesso scorocciar me facho,[21] In cagna de stare alla predica essi vacho[22] Per la Chiesia che pargo[23] sacomnni. Lo faco sore[24] perch s zitielli, La Iovent bisogna lassa fare. Lo faco sore cha so tristariellli Se uieco fra le femine a ficcare, Faco l amore con ogni chiuielli[25] E le uoco con luochi manecare. Non se puoco fermare Ma daco per la Chiesia mille turni E uaco in frotta che pargono sturni Per tutti li conturni. Uoco metter lo naso in ogni cantu Lo Puopolo uoruotta tutto quantu. Gli altri due sonetti sono conservati nel cod. Ottoboniano 2817 a carte 43 r, 43 v, donde li ha tratti e pubblicati il [p. 23]Cesareo[26], ed alludono a un tumu lto del popolo di Roma, dopo il conclave che alla morte di Leone X elesse papa i l cardinal di Tortosa (1522). Anche questi sono notevoli per la forma sinceramen te popolare, e per certa vivezza di sentimento, che li ricollega, secondo me, a quello precedente di Madonna Iacovella, e furono, forse, opera d uno stesso autore . Questi tre sonetti sono documento d uno sviluppo artistico cos elevato, che non m i sembrano doversi considerare come germogli isolati, e forse sono parte d una pi l arga fioritura, che non sar difficile allo storico della letteratura romanesca di rimettere in luce, procedendo ad una larga e intelligente esplorazione di tutto quanto sepolto nelle biblioteche e negli archiv. Solo dopo una esplorazione di t al genere potremo dir l ultima parola sull antica letteratura romanesca e sul secolo di Leone X. Ai primi anni del s. XVI si deve fissare l apparizione di Pasquino nella vita e ne lla storia di Roma. Delle sue origini, delle sue vicende, delle sue relazioni co l popolo romano molti si sono occupati, tentando alcuno[27] di ricollegare l opera di Pasquino con quella del Belli, del quale sarebbe un precursore. Ma l opera imm ortale del poeta romanesco fu oggettiva ed impersonale, ebbe di mira i costumi e trascur le persone, come la satira di Orazio; il verso di Pasquino, invece, nato dall omaggio alla Corte Pontificia, divent a mano a mano l espressione del malconten to, dell ira o anche dell indignazione sarcastica individuale, e fu sempre aggressiv o, e piacque al popolo, che spesso, trovandovi l eco dei suoi stessi pensieri e se ntimenti, lo ripet come proprio. Del resto, se molti sono i contributi recati all i llustrazione di questo argomento, la storia completa di Pasquino ancora nel desi derio di tutti, e diventa ogni giorno pi necessaria, perch versa tanta luce sulla storia del papato. Un altro studio importante sarebbe da fare sui diaristi, che [p. 24]?delle cose di Roma scrissero nei secoli XV, XVI in un latino cos intinto di volgare, che il suo studio costituisce una parte non trascurabile dell indagine dialettale romanes ca, senza contare che qua e l si colgono interi squarci in volgare. Di questi dia risti dette ampia notizia Oreste Tommasini,[28] di guisa che non rimane se non d

i seguire la via da lui con tanto intelletto d arte tracciata. Giunti con questa rapida scorsa al s. XVII, necessario accennare ad un fenomeno che, gi incominciato in tempi assai pi remoti, ebbe in quel secolo il suo pieno sv iluppo. Intendo parlare dell evoluzione del parlare romanesco sotto l influenza del dialetto toscano. Che la vicina Firenze, dove tanta luce d ingegno era raccolta, esercitasse un azione importante su lo svolgimento della civilt romana, cosa tanto naturale, che ci do vremmo meravigliare se le cose fossero andate altrimenti; tanto pi che ben presto cominci l esodo dei cittadini toscani[29] per Roma, specialmente degli artisti, ch e quanto dire del fiore dell intelligenza toscana, i quali trovavano ampio campo p er la loro attivit qui, dove la munificenza dei papi e il lusso della corte ponti ficia valsero mirabilmente a suscitare quei miracoli d arte, che ridono di pura lu ce, eternamente, sulle tele e nei marmi della rinascenza. Pertanto, lo storico d ella letteratura romanesca non dovr trascurare questa indagine essenziale, dovr, a nzi intendere a determinare i limiti di questa influenza, della quale possiamo g i sorprendere segni non dubbi, per tacer d altro, nell obituario di S. Ciriaco, che s i conserva nell Archivio di S. Maria in Via Lata. Nel s. XVII l evoluzione del parlare romanesco era compiuta, di guisa che tutti i fenomeni fonetici e morfologici dei tempi [p. 25]?del Belli, hanno gi riscontro n el Maggio romanesco di Gio. Camillo Peresio,[30] che appunto del s. XVII. Codesto un mediocre poema epico-giocoso di 12 canti in ottava rima, scritto detto nel fr ontispizio nel linguaggio del volgo di Roma; ma l autore avverte nella prefazione ch e ha mescolato le parole barbare con le buone, et in pi sentimenti taluolta le buone sole, e tal uolta le barbare, astenendosi per, dalle voci aspre che costumino i pi giovani, e lasciando addirittura quelle in gergo per essere incognite, e affatto o scure, e dette da pochi, che parlano furbesco per intendersi fr di loro, e non es sere capiti dagli altri. Inutile, dunque, ricercare in questo ed in altri lavori consimili tutto il vernacolo romanesco; contentiamoci del fatto, che la lingua d el popolo abbia acquistata tanta stabilit organica da poter essere atteggiata in opera d arte. Cosi, il parlare del volgo, che fino al cinquecento s insinua e trapel a nelle opere letterarie per l ignoranza degli scrittori, nel s. XVII ha gi fatto u n gran passo, entra in una seconda fase, c chi non isdegna di prenderlo in esame e d adoperarlo come espressione della propria idea, pur avendo cura di ripulirlo, d i limarlo, per toglierne certe asprezze troppo acute, certe volgarit troppo gross olane. Che se il lavoro riesce mediocre, la colpa tutta dell artefice e non della parola volgare, e forse dipende appunto dall averla voluta nobilitare, atteggiando la in una forma ripugnante all indole del popolo, per vestire un argomento, che, c erto, dal popolo non traeva l origine. Il poema dedicato all Em. e Rev. Prencipe il Cardinale Francesco Maria de Medici ed h a il fondamento storico nel tempo della tirannide che per lo spazio di mesi sette esercit nella citt di Roma Nicol di Lorenzo detto Cola di Rienzo, col titolo di tr ibuno del popolo l anno 1347. L argomento la festa del Maggio romanesco ordinata da C ola. I popolani capi dei 12 rioni in cui era divisa Roma si sforzano di salire i l palo elevato nel mezzo d una piazza, dalla cima del quale pende il maggio, cio il p alio, premio del vincitore. Sorge una contesa tra Iacouccio de Monti e Titta di T rastevere, cui non [p. 26]?vale a comporre l intervento di Cola. Il popolo, non pa go delle decisioni del Tribuno si divide in due fazioni, che vengono spesso a co ntesa fra loro, quindi il divieto perpetuo di portar armi. Finalmente, in una fe sta ordinata da Cola, il palio vinto da Iacaccio e la sua vittoria termina il co ntrasto e il vincitore viene portato in trionfo dal popolo per le vie di Roma. Questo il tenue contenuto dell azione, che non desta nessun interesse, anche per l i mperizia della condotta e per l incertezza delle figure principali. Nel poema rico rrono qua e l i nomi di Destino, Fato, Sorte, Fortuna ecc.; ma l autore avverte d ave rle usate come chimere poetiche, hauendo la mente diretta a creder quello conuien e, come Christiano Cattolico. Melanconico indice dei tempi ! aggiunto, in fondo,

un elenco delle Voci, Proverbi, o dettati Romaneschi, in quel significato l usano, che non sono ne Dizzionari, che un informe tentativo di dichiarazione lessicale. Un altro poema giocoso, ma pi conosciuto del Maggio, anche perch trasportato sulle s cene, il Meo Patacca,[31] ouero Roma in feste nei Trionfi di Vienna scritto da Gius eppe Berneri romano Accademico Infecondo e dedicato all Illustrissimo et Eccellenti ssimo Sig. il Sig. D. Clemente Domenico Rospigliosi, in 12 canti d ottava rima. Qu anto alla forma, l autore segu gli stessi criteri del Peresio, l argomento di uoler de scrivere le curiose feste che si fecero in Roma dalla Plebe, per contrassegno d un a interna e straordinaria Allegrezza, quando s ud la tanto desiderata Nuova della L iberazione dell Augusta Citt di Vienna, allora che dalle Armi Ottomane fu s strettam ente assediata. L azione incomincia dall arrivo di un corriere a Roma con la nuova ch e i Turchi hanno assediato Vienna. Meo Patacca el pi brauo tr i Sgherri[32] Romanes chi , pensa di radunare una truppa di Sgherri arditi e scaltri, per correre al socc orso della citt assediata. Nuccia, sua amante, lo scongiura di non andare alla gu erra, e colle sue lagrime lascia turbato e indeciso l eroe. Il quale, intanto, ave va [p. 27]?bastonato Calfurnia, una specie d indovina, che non gli aveva dato una spiegazione soddisfacente di un suo sogno. L oltraggiata Calfurnia si vendica spar lando di lui con la Nuccia e inducendo Marco Pepe un altro degli Sgherri romanes chi, a sfidar in duello l odiato bastonatore. Marco Pepe vinto gloriosamente da Me o, e Calfurnia aspramente inguriata da quello e percossa in malo modo da Nuccia, indignata di tanta iniquit. Fornito il suo piccolo esercito d armi e d insegne, fatt a la rassegna delle sue forze alla presenza del popolo e della nobilt romana, che l incoraggia anche con sussidi di denaro, ritornato in pace con la Nuccia, mentre sul partire, giunge una notte la notizia che l assedio di Vienna era tolto. Allor a, invidiando alla sorte dei valorosi difensori, l eroe d principio alle feste d esul tanza, che con maggior pompa di girandole e luminarie furono rinnovate quando gi unse la conferma ufficiale della vittoria. Tra il tumulto assordante della folla , Meo si trova impegnato in mille brighe, dalle quali sa uscir con onore, dando altre prove di valore e di sentimento cavalleresco. Il poema termina colle feste ggiate nozze di Meo colla Nuccia. Sarebbe ingiustizia non riconoscere che questo poemetto ha qualche pregio, per c ui sta molto pi in alto, nel cielo dell arte, che non quello del Peresio. Infatti, l argomento schiettamente popolare e la figura di Meo rende bene il tipo del popol ano romanesco pieno di coraggio, un po goffo, forse, ma incapace di una finzione, nonch d un tradimento, pronto a commuoversi per ogni idea che abbia qualche cosa d e roico, facile a soccorrere ogni sventura. La lingua assai pi ricca di frasi popol ari che non quella del Peresio, e le dichiarazioni lessicali, che accompagnano a mano a mano lo svolgimento dell azione, sono quasi sempre giuste e opportune. Un particolare degno di nota: alla fine d ogni canto, l autore rimanda il lettore al ca nto seguente, alla maniera che l Ariosto deriv dalla tradizione epica popolare. Dell uno e dell altro poema, bench nessuno dei due possa per se stesso aspirare all ete rnit, dovr occuparsi chi voglia descrivere completamente la storia dell umorismo nel la letteratura italiana. Intorno alla met del s. XVII, un maestro di musica, [p. 28]Benedetto Micheli[33], romano, o Iachello de la Leuzara, come egli stesso si chiama, scrisse un noioso poema in dodici canti sulla Libert romana acquistata e defesa[34] dove abbonda l imi tazione dell Ariosto e del Tasso, mentre manca assolutamente l elemento popolare. Mi glior prova di se dette il Michele nei sonetti,[35] alcuni dei quali, specialmen te quelli amorosi, non mancano di una certa spigliatezza originale, e di delicat a ed affettuosa malinconia. Anche del s. XVIII e propriamente dei tempi della Rivoluzione un codice inedito, [36] conservato nella Biblioteca V. E. di Roma. Esso composto di due volumetti i n-8 contenenti Diversi Sonetti | sopra la | Caduta | di tutto il Regno di Francia | Nella diabolica Setta de | Frammasoni | e s di altre occasioni, e circostanze | accadute in Roma nell anno 1793 | riguardanti gli effetti cagionati dalla medesim

a | con alcune prudenziali disposizioni | per impedire ogni tumulto popolare | e per difesa in tutto lo Stato | da detti Francesi. Cos nel frontespizio, identico nel primo e nel secondo volume, tranne che in ques to al raccoglitore sfuggito un affetto invece di effetto, esempio di dissimilazione assai frequente nel dialetto romanesco. Sull uno e sull altro frontispizio scritto i l nome del proprietario, Galimberti Salvatore, che non , certo, il raccoglitore di questi sonetti. I quali, poi, non sono tutti sonetti, ma vi sono mischiate qua e l poesie d altro metro, come per es., la Musica nel Teatro dell Europa (I,17), che com posta di ottonari in quartine; non solo, ma vi sono aggiunti, per dichiarazione o comento del testo, copie di documenti originali, come l Editto sulla Proibizione de Teatri emanato dal Palazzo del Governo il d 29 Decembre 1792 firmato da G. Rinuccin i Governatore e Vice-Camerlengo, e da Gaspare Castellani Notaro Amministratore pe r la Carit: editto che fa appunto riscontro alla citata poesia. Il titolo di Sonett i, [p. 29]?che dette alla raccolta il compilatore, si deve, forse, al numero d essi , o pi probabilmente al valore romanesco del vocabolo, che non quello di sonetto, forma metrica, ma di poesia in generale. Questi due volumetti, pertanto, rappresentano una curiosa e interessante antolog ia di sonetti senza nome d autore, molti in lingua italiana, parecchi in dialetto romanesco, qualcuno, anche, in dialetto napoletano. E accanto ai versi v pure qual che prosa, oltre a quella accennata degli editti, ed anche prosa romanesca, come la lettera di Peloso II a Fabione I Capo-Lazzaro. (II, 29) Sonetti, documenti, pr ose, tutto trae origine, trova argomento e s inspira dalla Rivoluzione e dall episod io del Basville in Roma; tutto improntato d un sentimento d orrore profondo per gli eccessi nefandi di quella e per l empiet dell attentato alla Chiesa di Cristo. Il rac coglitore, evidentemente devotissimo della Sedia Apostolica, e dilettante di let teratura, ha riunito in questi volumetti non tutto quello che conobbe della fior itura poetica sorta da quella rivoluzione, ma soltanto quello che potesse render testimonianza della devozione romana al Papato, ed ha aggiunto alla sua raccolt a manoscritta una serie di 17 opuscoli pubblicati in quella congiuntura e impron tati agli stessi sentimenti. I sonetti romaneschi, pur essendo di scarso valore artistico, hanno particolare interesse, trattandosi di tempi cos prossimi al Bell i. Dopo meno di quaranta anni Giuseppe Gioacchino Belli cominci a scrivere i suoi so netti.[37] Di lui, della sua vita, della sua opera stato gi scritto molto, di gui sa che mentre troppo resta ancora da fare, per render accessibile all intelligenza anche dei non romani l opera meravigliosa del poeta romanesco, quanto [p. 30]?all a critica, credo che essa abbia gi fatto abbastanza per lumeggiare la figura del poeta nel suo valore originale.[38] Il poeta stesso ci rivela nella prefazione l intento dell opera: io ho deliberato egl i dice di lasciare un monumento di quello che oggi la plebe di Roma.[39] Questa p lebe che aveva agitato la sua vita oscuramente per tanti secoli vicino allo sple ndore della Corte pontificia e dell aristocrazia romana, aveva, intanto, sviluppat o tutte le sue qualit, acuito tutte le sue attitudini, era diventato un popolo se non cosciente della sua origine e de suoi diritti, certo, almeno, che la sua ori gine era molto gloriosa e i suoi diritti assai diversi da quelli che gli erano r iconosciuti. Cos, questo popolo che non aveva avuto una letteratura sua propria, che se era st ato oggetto d attenzione da parte di qualche scrittore, non aveva, per, nel corso d ei secoli incontrato ancora mai chi lo comprendesse tutto e lo sapesse rappresen tare, questo povero popolo o trascurato o maltrattato da un governo indegno e da un aristocrazia ignorante e superba, trov finalmente chi lo sapesse intendere, chi si sentisse anima e ingegno capaci di rappresentarlo. Come a certi fiori favolo si di plaghe orientali, cos al popolo nostro sono occorsi dei secoli per maturare ; ma quando ruppe bruscamente l involucro, quando al bacio ardente del sole offr tu tto se stesso, il mondo meravigliato vide la doppia ribellione della coscienza r

eligiosa e politica, e i miracoli della rivoluzione umana, e la marcia faticosa d un popolo verso la sua rigenerazione. Non ci voleva meno di un osservatore minuzioso, acuto e costante, come il Belli, per riprodurre un popolo in un momento [p. 31]storico cos solenne; ma non ci vol eva meno di un popolo come quello di Roma, e in quel periodo di tempo, per eccit are e richiamare su di se tutta l attenzione d un osservatore profondo come il Bell i. Il dott. Bovet, nell opera che ho citata, ricercando gli elementi dell opera di l ui, si propone di studiarla in dodici capitoli riguardanti: la famiglia, il cara ttere, il sentimento religioso, il papa e i preti, il papato, la superstizione, l ignoranza, i mestieri, la vita fuori di casa, la vita attraverso le vie, la pro stituzione, i servitori. Ma possibile dividere in categorie un opera cos complessa, cos organica, cos armoniosa, come quella del Belli ? E ancora: in quale di questi capitoli studieremo, per esempio, l amore, come sentito dal popolo e come riprodo tto dal Belli ? E l umorismo, l umorismo talvolta fine, sottile, come un taglio di r asoio, talvolta acuto, mordace, aggressivo, possibile di studiarlo tutto nel cap itolo del carattere del popolo romanesco ? E in quale dei capitoli citati trover luogo lo studio del sentimento, del patetico, che il Romano, rozzo e di poche pa role, cela quasi sempre, ma che pure talvolta prorompe in lagrime ineffabili, in grida tanto pi dolorose, quanto pi insolite e inaudite? La verit che il Belli, avendo avuto per primo l idea di riprodurre tutta la vita d un popolo in un momento caratteristico, ci riuscito meravigliosamente, con una sem plicit di mezzi anche pi meravigliosa, facendo parlare il popolo colle sue proprie parole, coi suoi dolori, colle sue passioni, colle sue bestemmie. E come per ri produrre quelle passioni non ci voleva meno di quella forma aspra, forse, ma col orita ed efficace, egli non pens di ripulirla, ma con isquisito senso d arte raccol se di sulle labbra del volgo la frase incisiva, scultoria, e la chiuse in un son etto, che parve ed veramente un brano di discorso parlato. Cos, non egli scelse il sonetto, ma il sonetto gli balen alla mente innamorata, co me la sola forma poetica, che, nella sua brevit, fosse capace di rispecchiare il carattere arguto e poco loquace del popolo romano. E il sonetto maneggi con abili t unica nella storia delle letterature dialettali, piegandolo ad accoglier tutto, l ira del cittadino conculcato, lo spasimo del padre disonorato, l infame astuzia d el lenone, la crapula del clero corrotto, lo sfacelo della morale, il ghigno del servitore consapevole, il pianto commovente d una madre senza pane. E passa con [ p. 32]?la stessa disinvoltura, con una naturalezza veramente mirabile, dall atroce invettiva, dalla satira flagellante, all urlo spaventoso della disperazione, al l amento fioco della rassegnazione, e il sonetto piange, grida, freme, ride cinica mente, bestemmia, dando l immagine d una successione di quadri veri, luminosi, nei q uali tutta la sincerit, tutta la variet della vita d un popolo. Non facile, invero, di trovare un altro scrittore, che sia capace d astrarre, quasi, dal proprio io, di rendersi una cosa sola coll oggetto, di vivere la stessa sua vita. Senonch, nella satira contro la religione pass il segno, e talvolta rivers nella st rofa audace l espressione del dubbio suo, di guisa che non riesce facile, per ques ta parte, di segnare fin dove arriva l empiet, lo scetticismo del popolo e dove com incia quello del Belli, ed questo, forse, l unico difetto dell opera. Che sa al Belli fu rimproverato d aver negli ultimi anni rinnegato tutta l opera sua , io penso, invece, che da questo stesso fatto si debba trarre argomento di nuov a lode per lui. Poich, quando la rivoluzione del 48 scoppi, ed egli rest inorridito agli eccessi, che sempre, fatalmente, accompagnano tutte le rivoluzioni, la rupp e bruscamente e assolutamente col passato, ma tacque. Non ritorse la musa popola re ad esprimere idee, aspirazioni, sentimenti che le ripugnavano, non carezz quel li che aveva flagellato, non esalt quelli che aveva demolito per sempre. Tacque a ddolorato e si chiuse in una solitudine piena d amari dubbi, di selvaggi sconfort i, temendo d essere stato causa non ultima di conseguenze tanto gravi e imprevedu te. Allora cominci nel silenzio dell anima sua una lotta assidua, faticosa gigantes

ca, fra l uomo vecchio, che aveva con se la ragione, la logica spietata, il sentim ento naturale, e l uomo nuovo perseguitato dai fantasmi della religione, dal terro re tradizionale dell inferno. Ma in questa lotta, se l uomo antico perd lena e calore e non pot pi far sentire la sua voce, pure egli vinse: egli infatti, non permise che un sonetto solo, un sol verso fosse tolto o cambiato, di quel prezioso patri monio artistico, che adesso la Nazione custodisce con gelosa cura. Chi ci perdette, poveruomo, fu lui, il Belli!, che divenne fastidioso a se e agl i altri, inquieto sempre colla propria coscienza, perch non aveva il coraggio di distruggere quello, che, malgrado [p. 33] tutto, egli sentiva essere gi illuminat o dai raggi della gloria. Cos il Belli anche uno degli esempi pi luminosi di coscienza artistica severa e im macolata, e se negli ultimi anni di sua vita spinse la reazione oltre i limiti d el ragionevole, noi dobbiamo compatire alla malattia dello spirito tormentato da l dubbio, che andava cercando con quelle esagerate manifestazioni di confermar s e stesso in sentimenti e in credenze che ripugnavano alla ragione, e dobbiamo do lerci di questo, non altrimenti che dello spietato malore che spense il divin ra ggio negli occhi di Galileo. Ma il popolo, che aveva perduto il suo poeta, si consol ripetendo i suoi canti, e confortandosi con essi a percorrer la via, ch Egli aveva illuminato con la luce d el suo ingegno; e la percorse animoso nei pericoli, instancabile nella avversit, cadendo qualche volta sul cammino, ma rialzandosi sempre, pi forte, pi infiammato d indomabile amore, fino alla gloria di Porta Pia.

Note ? Ernesto Monaci. Sul Liber Ystoriarum Romanorum prime ricerche. Roma 1889, ne lla sede della Societ Romana di storia patria: estratto dal vol. XII dell Arch. di detta Societ. Aneddoti per la Storia letteraria dei Laudesi, dei Disciplinati e d ei Bianchi del medio evo. Roma 1892, estratto dai rendiconti della R. Accademia dei Lincei, classe di scienze morali, storiche e filologiche, vol. I fase. 2, se duta del 21 febbraio 1892. L Italia dialettale nel medio evo e la formazione della lingua letteraria. Roma, R. Universit degli studi, anno accademico 1897-98. ? Muratori. Antiquitates italic medii vi, t. III 251-545. Mediolani 1740. ? Zefirino Re. La vita di Cola di Rienzo Tribuno del popolo romano scritta d a incerto autore del s. XIV, e ridotta a miglior lezione, ed illustrata con note e osservazioni storico-critiche, ecc. Forl 1828. ? Muratori, op. cit. p. 249. ? Roma, 1897. ? Bicci Notizie storiche della famiglia Boccapaduli. ? p. e.: caviccio (calcio) da caiccio, ca-v-iccio. ? Mss. S. Francesco a Ripa 6, 362. ? Mariano Armellini Vita di S. Francesca Romana 1882 cfr. anche: dott. Mario Pelaez Le visioni di S. Francesca Romana, in Arch. Ro. di Storia Patria, vol. X IV p. 371 e segg., vol. XV p. 251 e segg. ? Op. cit., prefazione. ? cfr. Op. cit. ? Atta Santorum, Martii, t. IX, 326, Venetiis 1735. ? cfr. Mussafia, Monumenti antichi di dialetti italiani. ? Il Buonarroti, serie II, vol. X, quaderno I. ? Arch. Romana di Storia Patria, vol. XVI, fase. I-II, p. 41 e segg. ? Li Nuptiali di M. Antonio Altieri, Roma, Bartoli 1873. ? Biblioteca V. E., fondo Vitt. Em. 348. ? come stanno ? ? hanno.

? Ribaldi, quante ne fanno ! ? fanno. ? vanno. ? paiono. ? sorella. ? con chiunque ? cfr. Giornale storico della lett. it., a. XVI fase. 92,93, in nota ad una recensione del libro di E. Bovet Le peuple de Rome vers 1840 etc. Neuchtel 1897. ? cfr. la prefazione del Morandi ai Sonetti del Belli, Citt di Castello, Lapi 1 896. ? Oreste Tommasini Il diario di Stefano Infessura, studio preparatorio alla nuova edizione di esso. Arch. della Soc. Ro. di Storia Patria, vol. XI pp. 481-6 40. Nuovi documenti illustrativi del diario di S. I., ib. vol. XII, 5 e segg. ? cfr. D. Gnoli Censimento della Citt di Roma sotto Clemente VII. Arch. cit. XVII, 375 e segg. Armellini Un censimento della Citt di Roma sotto Leone X, nel p eriodico Gli studi in Italia a. V, vol. I, n. 69-84 e 160-192. ? Ferrara, Bernardino Pomatelli, 1688. ? Roma 1695. ? in senso eroico. ? Di lui, della sua vita e delle sue opere scrisse il Narducci, cfr. Atti de lla R. Accademia dei Lincei, 1877-78. ? Povema eroicomico di B. M., Roma 1765. ? Povesie in lengua romanesca, Roma 1767. ? fondo Risorgimento 27-28. ? Versi inediti di G. G. Belli. Lucca, Giusti 1843. Poesie inedite di G. G. Belli. Roma, Salviucci 1865,66. Duecento sonetti di G. G. Belli, Firenze, Barbra. I Sonetti Romaneschi di G. G. B. pubblicati dal nipote Giacomo a cura di Luigi Morandi, Citt di Castello, Lapi, 1896. Gl Inni ecclesiastici secondo l ordine del Breviario Romano, volgarizzati da G. G. Belli. Roma, Tip. della Rev. Camera Apostolica, 1856. ? Tarnassi Elogio storico di G. G. B. Roma, Salviucci 1865,66. Gnoli D. G. G. B. e i suoi scritti inediti. Bologna, Zanichelli, 1883. Schuchardt G. G. B. und die roemische Satire, in Romanisches und Keltisch es. Morandi, nella prefazione alle sue edizioni del B. Bovet E. Le peuple de Rome vers 1840, d aprs les sonnets en dialecte transt everin de G. G. B. Neuchtel, Attinger frres, 1897. ? Morandi Cinque Lettere e due Note di viaggio di G. G. B. Perugia 1886.