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Giorgyl Sungrif

LA RAGAZZA CON
LA ROTELLA IN PIÙ

Elison Publishing
© 2020 Elison Publishing
www.elisonpublishing.com
elisonpublishing@hotmail.com
ISBN 9788869632518
Indice

0…
1. Le gemelle Gapiès e la proff. tocca
2. I quattro e Lor
3. Amore e desiderio
4. Tocco di magia
5. Finire come il Manzoni e l’invisibile
6. Dov’è la ghianda
7. La pioggia obliqua e l’incontro
8. Cambio nomi
9. Piccoli e preziosi. Presagi e rivelazioni
10. Rosa e il multiverso
11. Cambiare vita
12. I quattro e il multiverso
13. La villa, l’architetto, i cani e il poeta
14. La ragazza che vola
15. La storia
16. La bestia
17. Ritornare a casa
18. Chi sei oggi?
19. Una partita di poker
20. Andare avanti tornando indietro
21. Il rituale e il bacio
22. Un semplice simpatico fantasma; il male e il mostro
23. Nadia e Mimmo
24. Rosa e il professore
25. Il nostro segreto
26. I soliti tormenti e Van Gogh
27. La fine del mondo?
28. Simmetrie, ordine, magie e visioni
29. Al negozio di giocattoli
30. Lo specchio di confine
31. La dimensione coatta
32. Il rapimento
33. Tutalalì
34. Il pub e il mostro di pietra
35. La vigilia delle nozze
36. L’evasione
37. Il trasferimento
38. In viaggio verso Nima
Ringraziamenti
0…

La temperatura della camera da letto iniziava a salire per via delle lame
infuocate del sole che, squarciando le stecche delle serrande, piombavano
come kamikaze nella stanza. Dalle fessure delle tapparelle sgattaiolavano
dei pulviscoli di luce, gentili frammenti di stelle ribelli, che non si
uniformavano agli altri raggi, precipitati nella stanza come ghigliottine. Un
odore repellente e suadente, esaltato dall’andirivieni di abbandoni e
riconciliazioni, intrecciava i sogni sotto la pelle. Tutto sembrava animarsi in
quella camera, a eccezione di Lilia, che – con la faccia ancora perfettamente
truccata – sembrava morta, più che addormentata.
Stella, come una madre che rincasa prima del tempo, interrompendo la
favola d’amore della figlia, bussava alla porta, ricordandosi soltanto dopo di
avere le chiavi. Appena entrava, si dirigeva subito in camera da letto.
Tentava di svegliare Lilia con della musica. Non riuscendoci, andava in
soggiorno, accendeva il televisore e impostava una scena del film “8 ½” di
Fellini. Appena arrivava alla scena preferita da entrambe, la riflessione del
protagonista, aumentava il volume al massimo. Nell’intero palazzo dove
abitavano le sorelle Gapiès echeggiava: “… E non mi fa più paura dire la
verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi
sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa
la vita, viviamola insieme… Non so dirti altro, né a te né agli altri.
Accettami così come sono se puoi, è l’unico modo per tentare di trovarci”.
Poi spegneva e tornava in camera da letto. Poggiava la sua mano sulla
spalla di Lilia e aspettava. Dopo qualche secondo la sentiva muoversi.
– Hmm … sì… facciamo festa… – mugugnava Lilia con un filo di voce.
– Perché non ti sei struccata prima di andare a dormire? – chiedeva Stella
– Non ti sei mai truccata e ti metti a fare le prove la sera prima delle nozze?
Lilia sbarrava gli occhi.
– Dov’è Rosa? – gridava.
– Come dov’è Rosa? Stai bene? Non è ora di smetterla? Pensavo avessi
capito. – la incalzava Stella.
– Dov’è Rosa? – gridava ancora scandendo bene le lettere.
– Sarà la tensione prima del grande sì. – sminuiva Stella – Dove vuoi che
sia Rosa? Sempre nello stesso posto.
– Dimmi dove sta Rosa.
– La sarta, allora, aveva ragione.
– Cosa c’entra ora la sarta?
– Ieri sera, quando sono andata a prendere il vestito, era molto
preoccupata per te. Mi ha detto che ti sei presentata tutta truccata e vestita
in modo strampalato. Era da un po’ che non lo facevi e, soprattutto, non
l’avevi mai fatto prima con lei. Per di più, le hai raccontato una storia
assurda.
– Allora non era un sogno! E, se lo era, questo significa che anche il più
folle dei sogni può contenere la verità! Ma la verità non si svela da sola
prima o poi? O siamo sempre e solo noi che dobbiamo trovarla e rivelarla?
Dimmi dov’è Rosa. – ripeteva Lilia.
– Ora basta. È uno scherzo di pessimo gusto. Tu, invece, dov’eri ieri sera?
Sono passata, ma non c’era nessuno. Avevo bisogno di vederti. Volevo
parlarti.
– Rispondi solo a questa domanda, poi mi alzo e tutto andrà come
previsto. Ho bisogno di fare ordine. Dimmi dov’è Rosa. – chiedeva Lilia
con tono angosciato.
– Se non ti dovessi sposare, me ne andrei subito. Ora alzati o me ne vado
e ti vesti da sola.
– Tu sei lesbica? Rispondimi.
– Ma che importanza ha? Achille amava Briseide come amava Patroclo e
nessuno lo torturava con queste domande stupide. Saranno fatti miei cosa
faccio o cosa mi piace fare e con chi? Su, ora basta. Alzati o ti giuro che
vado via.
– Eh sì, vai via anche tu, come ha fatto Rosa stanotte. Tanto ormai ci sono
abituata.
– La smetti di fare la vittima e ti alzi? Non ti si addice.
1. Le gemelle Gapiès e la proff. tocca

Lilia e Rosa vivevano insieme da sempre. Forse vivevano una sola stessa
vita da quando, trentadue anni prima, erano state registrate all’anagrafe.
Nella testa di Lilia, Rosa aveva il compito di vivere e lei di agevolarla in
questo. Da bambine, nessuno riusciva a distinguerle. Il viso delle gemelle
era irregolare e ipnotico; suscitava lo stesso stupore dell’alba quando affiora
dalle fessure delle nuvole e le spacca, obbligandole a inchinarsi davanti a
quei colori strabilianti ed eccentrici. Lo sguardo delle sorelle era indefinito
e sbalorditivo, somigliava a quell’alba che resta ferma per un po’, incastrata
tra sbarre di nuvole, disposte come fette di torta non ancora prese d’assalto,
prima di riprendere a scorrere in rigagnoli di crema fucsia e arancione
fluorescenti. Soltanto qualcuno riusciva a mantenere lo sguardo in quegli
occhi cangianti, liquidi, melmosi, oscuri, acuminati, accecanti, furtivi e
precisi come un laser, sgattaiolato da una gabbia di riccioli colorati. Una
massa esagerata di capelli che, per un bambino vero, doveva nascondere per
forza almeno un coniglio. Di bambini veri ne avevano conosciuti solo due,
fino a quel momento. I figli del parrucchiere dove Rosa aveva trascinato
Lilia, con la solita scusa di renderla felice, costringendola a quelle meches
fluorescenti fucsia e arancioni. Qualche istante prima di pagare erano
piombati nel negozio due bambini che, insieme, non superavano i diciotto
anni e, dopo un’occhiata radiografica alle due gemelle, erano scoppiati a
ridere.
– Hai visto quanti anelli hanno in testa? – esclamava il più piccolo.
– Sì, sono le signore degli anelli! – ribatteva il più grande, ridendo.
– Hanno almeno un coniglio nascosto lì sotto. – riprendeva il più piccolo
– Sotto gli anelli ci deve essere per forza un coniglio. Uno a testa. Queste
mi sa che ce l’hanno la testa. – ripeteva il piccolo ridendo forte.
– Ehi, – esclamava Rosa, che non si adeguava mai al suo interlocutore e,
per attirare l’attenzione dei due, che ridevano ancora, aggiungeva – voi cosa
nascondete in pancia?
– Tu sei una bambina vera, come noi! – ribatteva immediatamente il più
alto dei due – Che bello, finalmente! Giochiamo insieme?
Rosa stava per rispondere, quando il parrucchiere afferrava entrambi i
bambini per il polso e li faceva volare dietro una porta a soffietto, ordinando
di tornare dalla nonna e di non farsi più vedere al negozio. Lilia, con il suo
sguardo da Gorgone, immobilizzava la sorella, che stava per partire in
difesa dei due piccoli. Lilia si era appena colorata i capelli per farla felice e
non aveva alcuna intenzione di farsi rovinare ancora di più quella giornata,
già da dimenticare.
Crescendo, le due gemelle avevano imparato a distinguersi. Rosa
indossava abiti succinti e si truccava in modo eccessivo, mentre Lilia non si
truccava mai e, pur avendo lo stesso corpo sinuoso della sorella, indossava
sempre ampie gonne lunghe e maglioni maschili, tutto rigorosamente nero.
Rosa sfoggiava il suo corpo senza pudore, perché non gli dava alcuna
importanza. Manifestava sempre i suoi pensieri e amava creare storie per
divertirsi, inventando nuovi personaggi, che sapeva interpretare alla
perfezione.
Mille volte Lilia avrebbe voluto criticare la sorella, perché la trovava
troppo eccentrica e volubile, ma riteneva che i pensieri non fossero degni di
essere espressi, quando costituiscono armi improprie o sono privi di
originalità. Alle volte, però, Lilia credeva che il suo silenzio non dipendesse
dall’affetto nei confronti di Rosa, ma dall’idea che nessuno, compresa sua
sorella, meritasse davvero le sue parole. A Lilia non importava di essere
considerata sciatta. Sapeva che per chi sa cogliere la profondità che traspare
dall’apparenza di ogni cosa, lei doveva sembrare più affascinante della
sorella. Merito, forse, di quel sorriso, sfoderato assai di rado, per via di un
leggero accavallamento dei due incisivi centrali. Imperfezione che Rosa non
possedeva, avendo avuto in sorte, al contrario, una dentatura da far
impallidire Julia Roberts.
Lilia insegnava letteratura moderna all’università di Trieste. Era una
cattolica praticante e, ritenendosi donna d’altri tempi, avrebbe voluto non
uscire mai di casa, se non per andare all’università o in chiesa. Credeva di
conoscersi bene: si giudicava irreprensibile e onesta. Le convinzioni di
Lilia, però, erano palazzi pericolanti, crepati e scossi dall’orgoglio
smisurato impiegato per la sua carriera universitaria e per le sue congetture,
che avrebbero dovuto raggiungere l’apice della perfezione. Lilia, infatti,
come amava raccontare alla sua migliore amica, una farfalla notturna, non
sentiva delle semplici voci nella testa, come gli eroi greci, ma tutti gli
aspiranti di un talent show canoro che si esibivano insieme. Per tenere in
equilibrio il suo mondo folle, aggiungeva, si era dovuta creare una vita
rassicurante, fatta di ordine e simmetria: ogni cosa andava tenuta sotto
controllo. Le abitudini dovevano restare sempre quelle. Il mondo avrebbe
dovuto mantenersi inalterato, per essere un posto desiderato e rassicurante,
come il suo cuore, che aveva il compito di ridurre al minimo ogni passione,
se proprio non poteva evitarla. Amava stare a casa, soprattutto da sola e
chiacchierare con la sua amata piantina. Naturalmente non conversava a
parole, ma con il pensiero. Amava la sua piantina, sempre pronta ad
ascoltarla, soprattutto perché era unica ed esisteva solo grazie a lei. Si
trattava, infatti, di un innesto inventato da Lilia in uno dei suoi amati giorni
di pioggia. Nessuno sapeva come fosse nata quella piccola pianta, che
aveva sette fiori corrispondenti ai colori dei chakra: rosso, arancione, giallo,
verde, azzurro, blu e indaco.
Lilia era conosciuta e ammirata in tutto l’ambiente universitario per i suoi
libri. Ne aveva scritti, in pochi anni, più di dieci. Ogni scrittore che aveva
amato in maniera particolare era diventato il fulcro di una nuova
interpretazione critica. In particolare, avevano riscosso successo le
monografie su Camus e Kafka. Che bisogno c’è delle mie parole, pensava,
quando Shakespeare, Tolkien, Hugo, Melville, Dostoevskij, Pessoa, Neruda,
Hikmet, Kundera, Conrad, Fante, Celine, Marài, Màrquez, Mc Ewan,
Schmitt, Musso e tanti altri hanno già detto tutto?
Lilia era nota in quasi tutta la città di Trieste anche per le chiacchiere che
giravano sul suo conto. Molti la definivano matta. Alcuni dicevano che era
impazzita dopo quel terribile incidente, in cui aveva perso la sorella. Da
allora conviveva con dei dolori inspiegabili e senza cura che, a volte, la
paralizzavano completamente, altre, invece, la costringevano a camminare
da foca colibrì. Sembrava, infatti, che si muovesse scivolando, utilizzando i
piedi come fossero la pancia di una foca. Scompariva poi, in poche frazioni
di secondo, come fosse un colibrì che vola capovolto all’indietro. Era più
veloce della lucertola di Gesù Cristo quando cammina sull’acqua. Alcuni
studenti avevano addirittura organizzato dei tornei per riuscire a imitare la
camminata della donna. Più di qualcuno sosteneva che Lilia e Rosa non
fossero figlie dei Gapiès. Si diceva che fossero state adottate e che Lilia
fosse diventata matta scoprendo la verità. Quale verità? Di questa ne
circolavano così tante versioni che chiunque preferiva inventarne una
nuova, piuttosto che faticare a scoprire quale fosse quella autentica. La più
gettonata, negli ultimi tempi, sosteneva che i veri genitori delle gemelle
fossero morti in un incidente stradale, mentre quelli adottivi fossero stati
vittime della criminalità cosiddetta comune. La preferita dalla gente, però,
restava quella che le voleva figlie del rettore dell’Università di Trieste,
suicida, dopo il tradimento della moglie, morta in un incidente con l’amante
e l’altra figlia. Lilia sapeva di essere considerata un po’ svitata, ma nessuno
poteva dire se questa sua fama la infastidisse o meno: non parlava mai di sé.
Parlare troppo o non parlare nascondono lo stesso tipo di imbarazzo,
rimuginava nella sua mente. Chi esagera con le parole, ha bisogno di
risultare simpatico, di essere accettato, di non lasciare il tempo a nessuno
per intravedere la disperazione e la profondità della sua anima. Chi parla
poco, rifletteva, spera che, non stressando nessuno, otterrà gli stessi risultati
del logorroico, non lasciando appigli per scorgere gli abissi della propria
interiorità. Lilia parlava con la gente solo quando lo riteneva proprio
indispensabile. Intratteneva grandi discorsi, invece, con l’invisibile. Si
rivolgeva all’acqua, alla tristezza, alla gioia, alle piante e a ogni essere per i
più inanimato. Forse lo faceva per il terrore di essere abbandonata di nuovo.
Per evitarlo, si teneva lontana dalle persone, per quanto possibile e
comprava a scorte industriali tutto quello che le piaceva. Era il suo modo
per far durare le cose in eterno, possibilmente inalterate.
In città, si spettegolava molto anche sul fatto che non parlasse con
nessuno al telefono. Nessuno, ovviamente, ne conosceva il motivo, anche se
le storie che si raccontavano erano diverse. Uno studente, una volta, aveva
detto persino che la professoressa Lilia Gapiès non parlava al telefono
perché era sorda. Durante una sessione d’esame, infatti, Lilia,
eccezionalmente presente, era rimasta impassibile e assente per l’intera
giornata. Ogni anno, però, la maggioranza degli studenti chiedeva di essere
seguito per la tesi proprio dalla professoressa Gapiès, che ne sceglieva solo
alcuni. Gli studenti non amavano Lilia solo per la sua professionalità e per
le sue lezioni coinvolgenti. La “prof tocca”, così la chiamavano, era famosa
anche perché non rivolgeva mai a nessuno la parola per prima ma, se le si
poneva una domanda sul proprio futuro, rispondeva con precisione
sbalorditiva, senza mai sbagliare, soprattutto se si trattava di indovinare
numeri. Le sue specialità erano le date di matrimonio, di laurea, i voti agli
esami, il numero di figli e le targhe d’automobili. A proposito di
automobili, si raccontava che le odiasse. Per questo non guidava ed
eccezionalmente era stata vista su qualche taxi. Amava camminare. Spesso,
arrivava all’università completamente zuppa. Gli ombrelli erano banditi.
Riteneva che i cerchi richiudibili rappresentassero figure demoniache, cose
che mutano essenza per servire padroni senza senso.
La prof tocca aveva un intuito eccezionale, che qualcuno definiva, per
invidia, fortuna sfacciata. Per molta gente era una strega. Per il suo collega
appassionato di fisica quantistica, aveva solo imparato a usare, seppur in
microscopica parte, le infinite possibilità del campo quantico.
Se non fosse stato per le sue mani, sempre bruciate dal freddo e dagli
eczemi, sarebbe stato facile, incrociandone lo sguardo, scambiarla per una
creatura fantastica. Aveva nudi occhi fatati, che mettevano in soggezione,
indagavano, imbarazzavano. Occhi spiritati, liquidi, veloci, ipnotici e
magnetici. Da noir e da cartone animato insieme. Occhi che potevano essere
fatali, anche se neppure lei avrebbe mai potuto immaginarlo. Occhi che
sembravano dire “Hai ragione, mi sono toccati in sorte gli occhi di un’altra
persona”. A guardarli, infatti, era questa l’impressione che davano.
– La professoressa Gapiès deve essere matta per forza. Hai mai visto i
suoi occhi? Sembrano quelli di un alieno. – Dicevano quasi tutti, mentre
affollavano le aule universitarie, aspettando che arrivasse. Lilia entrando
sentiva quei commenti, anche se erano stati sussurrati tempo prima. Restava
indifferente perché, nel profondo del suo cuore, lei sapeva benissimo di
essere strana e non aveva bisogno di dare importanza a quel mondo, che le
confermava solo la sua consapevolezza. In fondo non è colpa mia, pensava,
se a me viene facile tutto quello che agli altri risulta impossibile e,
viceversa, a me risulta infattibile tutto quello che per gli altri è abituale.
Guidare una macchina, avere un marito e dei figli, intrattenere relazioni
sociali e usare l’ombrello, per esempio, erano cose impossibili per la prof
tocca che, ormai, si era rassegnata a quella sua condizione. Se avesse
potuto, avrebbe tenuto segreta la sua stravaganza, ma non decideva mai
quando si sarebbero verificati gli eventi incredibili della sua vita. Spesso
arrivava tardi a lezione perché, nel cambiare aula, dovendo passare da un
piano all’altro, appena terminava le scale si ritrovava in un posto
sconosciuto. Corridoi o aule in penombra, affollate di strane creature, che si
facevano avanti una alla volta, pretendendo da lei confessioni o cose che
Lilia era certa di non sapere o di non avere. Era come se l’università fosse
popolata di milioni di esseri, la maggior parte dei quali del tutto identici agli
esseri umani. All’inizio, infatti, sembravano studenti come gli altri, che si
muovevano in dimensioni all’apparenza identiche alla sua. Si rendeva conto
di essere sgusciata in un mondo parallelo e di muoversi tra aule e corridoi
sovrapposti agli originali e invisibili a tutti, tranne che a lei, solo quando
veniva aggredita o quando sentiva le sue gambe rallentare, come se una
forza oscura la volasse bloccare. L’università per Lilia, dunque, non era
costituita da trenta aule divise su tre piani, a cui si aggiungevano diversi
uffici, sale riunioni e aule magne, ma almeno dal triplo dei locali, per di più
cangianti e mobili, in grado di spostarsi dove volevano e apparire con un
aspetto sempre nuovo. Anche per questo, gli studenti la guardavano stupiti,
quando lei arrivava a lezione trafelata. Per tutti, infatti, fare un piano di
scale, per di più in discesa, era piuttosto agevole. Per fortuna, pensava Lilia,
nelle altre dimensioni il tempo scorre molto più velocemente e i miei ritardi
non superano mai i quindici minuti accademici. A chi avrebbe potuto
raccontare di quelle sue ore di battaglie estenuanti, che per i suoi studenti
corrispondevano a poco più di dieci minuti di attesa? Si erano abituati tutti a
vederla entrare in classe qualche volta turbata, altre smunta, stanca o sudata
o con gli occhi da panda, gli abiti stropicciati, una pettinatura differente da
un quarto d’ora prima o, al contrario, vederla contenta, più bella e, in ogni
caso, diversa, da come l’avevano vista durante la lezione precedente.
Nessuna diceria sulla sua presunta follia, però, poteva mettere in dubbio
le sue qualità professionali. Era dotata di un’intelligenza di molto sopra la
media, anche se, a volte, vedendola camminare per i corridoi, scappare via
da qualche aula o mormorare litanie francesi, poteva confondere le idee.
Qualcuno giurava d’averla vista contemporaneamente all’università a
insegnare e al “Bar degli Specchi” a servire ai tavoli. I colleghi triestini la
giustificavano sostenendo che, nel tempo libero, ognuno fosse libero di fare
ciò che voleva, compreso servire ai tavoli, anche perché era di certo la
migliore tra i critici di letteratura degli ultimi anni. Cosa importava se era
così bizzarra? Qualcun altro diceva che era un po’ svitata, perché nei giorni
di bora passeggiava lungo le rive, recitando preghiere incomprensibili,
come se volesse calmare il vento o liberarsi di un segreto troppo pesante.
Giuravano di averla vista persino giocare con il vento: chinandosi come se
tenesse qualcuno sulle spalle, oscillando come se fosse spinta, ridendo e
cadendo in acqua a braccia aperte. La maggior parte delle persone, però,
non la sopportava, perché fingeva di essere ciò che non era, una semplice
insegnante intellettuale. Se uno finge di essere ciò che non è, non può farlo
apertamente, sostenevano. Rendere il mondo un palcoscenico svelato
infastidiva soprattutto coloro che ignoravano il valore delle maschere. Chi
non sa stupirsi di quante persone può essere, non ha alcuna idea di chi sia,
di chi potrebbe essere e di quale vita conduca, pensava Lilia.
L’anticamera del suo ufficio era piena zeppa di libri accatastati a
piramide. Lei stessa aveva risposto alla domanda di uno studente sul motivo
di quella scelta, spiegando che al mercato dei libri in Iraq, i libri erano vere
e proprie montagne lasciate per strada, perché un proverbio locale diceva
“Chi legge non ruba e chi ruba non legge”. Quando le domandavano come
fosse l’Iraq, lei rispondeva che ovviamente non c’era mai stata. Era un’altra
delle sue stranezze: parlare di qualsiasi posto, senza averlo mai visto.
Quando le domandavano se il crimine per lei più inaccettabile fosse il furto,
lei rispondeva che certamente era intollerabile rubare le vite degli altri. E,
naturalmente, continuava, per riuscirci basta ingannare il cuore, la testa, il
tempo o qualsiasi altra cosa dell’altro a cui l’altro abbia dato senso.
Di lei dicevano, dicevano, ma nessuno conosceva la verità. Erano noti
solo alcuni fatti. E i fatti, si sa, sono soltanto una parte e sono soggetti alle
oscillazioni spazio-temporali e alle interpretazioni più disparate. Mutano al
mutare del narratore, cambiano a seconda dell’osservatore e si piegano alla
volontà del vincitore. Lilia era indifferente a quel chiacchiericcio, perché
era convinta che la realtà non fosse mai conoscibile. Lo sapevano già i fisici
degli anni trenta, pensava e, ancora prima, i mistici, che non a caso
dicevano che tutto è maia. Se solo la gente capisse che sono le informazioni
a determinare la realtà, comprenderebbe che invocare la pioggia come uno
sciamano o parlare con il vento non è diverso dal comunicare con un amico.
Gli alberi non si abbracciano, si intrecciano, cosa molto più intima, diceva
tra sé, ma non per questo pensano che gli uomini siano matti. È sempre la
realtà invisibile a determinare quella visibile. Come fanno gli uomini a
pensare che ciò che vediamo costituisca l’unico mondo esistente? Perché
tanta arroganza e presunzione? Io non so quanti universi esistono, ma ne
immagino almeno sette paralleli e contemporanei al nostro. Non solo
tantissimi mistici, filosofi, fisici, ma anche moltissimi libri e film hanno
cercato di svegliarci, ma l’essere umano non vuole sentire, raccontava Lilia
alla notte. Molti dicono di aver apprezzato tantissimo il film “Matrix”, ma
lo hanno compreso? No, assolutamente no. Mi domando cosa abbiano
pensato quando in “Matrix” hanno sentito dire che noi siamo tutti schiavi e
viviamo in una prigione senza sbarre. Forse, niente. Forse, è proprio questo
il guaio: gli esseri umani non sanno più pensare, né farsi domande. Sono
solo drogati dal sesso, dai soldi, dal potere e dal successo.
Quasi sempre, quando restava da sola, Lilia aveva molta paura. Anche per
questo, spesso, amava trascorrere il tempo congetturando. Parlare con sé
stessa o con esseri invisibili la rassicurava. Pur non temendo affatto la
morte, aveva il terrore di essere uccisa. Sentiva che non poteva morire,
perché la sua vita, fino a quel momento, era stata inutile e priva di senso e
sapeva che, se fosse morta, non sarebbe cambiato nulla. Era solo da viva
che poteva cambiare la situazione, anche se non sapeva come fare e non si
preoccupava affatto neppure di tentare, anzi, lottava perché tutto restasse
immutato. Lilia aveva la sensazione che qualcuno, da tempo, cercasse di
farla fuori. Un nemico invisibile e potentissimo, dai metodi insoliti, di quelli
che non lasciano traccia. Qualcuno che sembrava conoscerla meglio di lei.
A quest’angoscia, causa principale della sua insonnia, si aggiungeva il
suo più grande problema, quello di non riuscire a capire se gli eventi che le
accadevano erano reali o no. Non comprendeva, infatti, se certi avvenimenti
si verificassero realmente o fossero soltanto dei sogni. A complicare quella
commistione di piani tra l’onirico e il reale, si aggiungeva la confusione di
non capire se quelle situazioni appartenessero proprio alla sua vita o alla
vita di altri. Non sapeva se stava vivendo cento vite in una sola o se si
spostava in continuazione da una dimensione all’altra. Non riuscendo a
condividere con nessuno i suoi problemi, si era convinta di vivere spesso in
uno dei suoi pensieri, come se la sua mente fosse davvero in grado di
animare mondi, creandoli dal nulla. Un giorno, per esempio, le era capitato
di andare al mare e di ritrovarsi a litigare con un uomo, di cui era la
fidanzata. Si vedeva vivere, era sicura di essere lei e, al tempo stesso, certa
di non esserlo. Non era la prima volta che si incontrava. Lui la stava
accusando di derattizzare la camera da letto; le diceva proprio così: potresti
evitare di derattizzare la stanza in cui dormo? In effetti, Lilia aveva
spruzzato del profumo nella loro camera, proprio per far scomparire il tanfo
delle puzzette dell’uomo, così le chiamava lei per non offenderlo. La
presunta derattizzazione era avvenuta, tra l’altro, con il profumo che l’uomo
le aveva regalato e che lei, proprio per questo, adorava. Il fidanzato, inoltre,
la accusava di essere troppo difficile a tavola. Si stava arrabbiando
moltissimo, perché lei non voleva mangiare. Lui, allora, iniziava a urlare di
essere stanco di ricevere inutili premonizioni, che si stava esaurendo
vivendo con lei e che doveva immediatamente dargli i numeri per vincere il
superenalotto. Lilia gli spiegava che non poteva usare quel suo dono per
vincere dei soldi, tra l’altro usando un metodo a cui non credeva e che
trovava umiliante e svilente. L’uomo, allora, si infuriava ancora di più e si
chinava per prendere un grosso bastone. Lilia, per scappare da quella
situazione, iniziava a correre verso il mare, pensando che con gli uomini le
andava sempre a finire male, per questo decideva che li avrebbe odiati tutti,
per sempre. All’improvviso, un’onda gigantesca la inghiottiva. Sbatteva la
testa più volte contro qualcosa, ma era troppo debole per riuscire a capire
cosa fosse. Percepiva tonnellate d’acqua sulla sua testa e sentiva che stava
per soffocare, quando le appariva un vecchio che, con due bacchette, creava
un enorme bolla di sapone dove la faceva entrare, per poi condurla in un
giardino meraviglioso all’interno di una grotta marina. L’uomo le spiegava
che lui era il mago delle bolle di sapone e che le avrebbe insegnato come
salvarsi dagli uomini. Bastava che imparasse a creare delle bolle di sapone,
focalizzando l’intenzione sul fatto che nessuno avrebbe potuto mai entrare
all’interno di una bolla, salvo che non fosse stata lei stessa a permetterlo.
– Le bolle di sapone – sentenziava il mago – possono assumere qualsiasi
forma e dimensione, possono intersecarsi, attraversarsi, unirsi, esattamente
come le anime incarnate sulla Terra, capito? Come diceva Ermete
Trismegisto come nel piccolo così nel grande, come in alto così in basso,
intendendo dire che, in ogni parte dell’universo, anche in una sola goccia
del mare è contenuto l’universo intero. Un modello olografico, in cui
tagliando un pezzo qualsiasi di ologramma ritroviamo nel singolo
frammento la visione tridimensionale del tutto. In ogni cosa vi è il tutto.
Ogni cosa è il tutto e il tutto è ogni cosa. Noi siamo i frammenti del tutto, a
cui torniamo alla fine del viaggio, capito? – Concludeva così il mago delle
bolle di sapone che, prima di riportarla sulla spiaggia, le consegnava un
pesce, chiedendole di allattarlo.
Lilia si ritrovava nella sua stanza, senza più alcun fidanzato, né figlio
pesce, né mare, ma con una donna identica a lei che la fissava e stringeva
due bacchette nelle mani con cui si divertiva a creare bolle di sapone di ogni
tipo.
– Tu sei me? O tu sei Rosa? – chiedeva Lilia ma, appena l’aria faceva
vibrare le sue corde vocali, la donna scompariva e le bacchette del mago
delle bolle di sapone cadevano a terra. Lilia le raccoglieva immediatamente
e con tutta la velocità di cui era capace, le chiudeva in un cassetto dentro
l’armadio, sperando che finissero là dentro anche le tante, troppe domande
che affollavano la sua mente. Dov’era stata? Era pazza? Perché sapeva cose
che non studiava e ritrovava oggetti che sembravano arrivati da altri mondi?
Perché si ritrovava all’improvviso da altre parti, così diverse dalla Terra?
Erano mondi paralleli? Erano realtà o fantasia? E qual era la sua vera
storia? Chi erano i suoi genitori? E lei a chi somigliava? I figli a chi
somigliano? A chi li cresce, perché sono di chi li cresce con amore o a chi li
concepisce? E se i figli non somigliassero a nessuno? Da dove proveniva? E
soprattutto perché non realizzava mai ciò che voleva?
2. I quattro e Lor

Stavano seduti nella sala d’attesa del dottor Nino. Quattro sconosciuti con
una cosa in comune: quel nome. Come spesso capita nella vita, si erano
accorti in un istante di quello che avevano ignorato prima, per almeno un
centinaio di volte, la loro presenza. Qualcuno sostiene sia un buon segno
cogliere novità in un posto familiare, vorrebbe dire svegliarsi nel momento
presente. Era in quel giorno di presenza, dunque, che i quattro attendevano
ciascuno la propria seduta dallo psichiatra che tutti, senza saperlo, avevano
soprannominato il dottor Nino.
Era un giorno insignificante di un anno insignificante della vita
insignificante di quattro malati psichiatrici di un medico, psichiatrico e
insignificante, eternamente in ritardo, che lavorava in un ospedale
qualunque di una città insignificante e che urlava per un non nulla. Aveva
sbagliato mestiere? Probabile, ma non più della maggior parte degli uomini.
I quattro non si erano studiati per mesi, prima di rivolgersi la parola, forse
per questo all’improvviso e senza alcun motivo, iniziavano a chiacchierare.
In meno di sei minuti erano già amici.
– La gente si aspetta cose strane da chi frequenta la sala d’attesa di uno
psichiatra. Ignora che ne avremmo bisogno tutti e che i sani sono coloro che
riconoscono di avere un problema, a differenza dei sedicenti sani che, al
contrario, chiamano malati di mente quei pochi consapevoli che dagli
psichiatri ci vanno di propria iniziativa. – esclamava tutto d’un fiato uno
scheletro parlante, Alice.
L’esternazione della donna spingeva i quattro a guardarsi bene negli
occhi. In pochi istanti, ciascuno riconosceva nello sguardo dell’altro la
propria stessa condizione di fallito e il medesimo desiderio di riscattarsi da
quel ruolo di reietto escluso.
Tornava il silenzio. Stavano seduti nella sala d’attesa di uno psichiatra
psichiatrico e insignificante e, a vederli così, potevano sembrare quattro
esseri qualunque, anche se non avevano proprio niente degli esseri
qualunque. Lo sapevano bene i loro genitori che, con il tempo, erano
diventati contenti di avere dei figli spastici, come li chiamavano, pensando
che i figli non si fossero mai accorti di quell’appellativo. Non esiste essere
umano, però, che non percepisca nel suo cuore l’intenzione dell’altro. Non
sempre ne ha consapevolezza, ma quella percezione si incide sul corpo,
prima ancora che nell’anima, manifestandosi con disturbi di varia entità: da
un banale mal di testa a malattie incurabili. Di questo Nadia ne era certa,
perché lo viveva su di sé, da quando era piccola. I quattro, forse proprio
perché emarginati dal mondo e considerati del tutto svitati, sapevano
ascoltare il proprio cuore. I genitori degli svitati, disinteressati a qualsiasi
cosa li riguardasse, godevano di tutti i benefici del loro ruolo, che
definivano sfortunato e che li voleva vittime di un infausto destino. Per
questo, loro potevano incasellare tutto e tutti, imprigionare chiunque in
rigide definizioni e mettere etichette dappertutto, perché loro avevano il
patentino di sfigati. In quanto possessori del titolo, potevano lavorare di
meno, prendersi ferie quando gli pareva, gridare per delle sciocchezze,
considerare i loro figli spastici insignificanti e ignorarli a più non posso.
Qualunque cosa facessero erano sempre giustificati dal fatto di aver avuto
in sorte uno dei quattro deficienti, altro appellativo usato quando erano
costretti a parlare dei propri figli. Se i genitori dei quattro si fossero
interessati a loro e avessero scoperto in che modo erano diventati amici,
avrebbero confermato la propria idea di aver generato dei poveri pazzi. Per
fortuna, non avevano né il tempo né la voglia di occuparsi dei deficienti. Lo
facevano solo quando non avevano alternative. Conoscere il loro mondo era
superfluo e inutile, tanto più che avevano già il proprio ruolo da interpretare
e questo risultava molto più conveniente. Tutti gli esseri umani interpretano
diversi ruoli nel corso della propria esistenza, ma restare attaccati a una
delle proprie maschere, è tipico di chi vuole illudersi di conoscere sé stesso,
ignorando di essere un esercito di personaggi volubili e mutevoli. Per chi si
sente uno, sempre uguale a se stesso, senza conoscere neanche l’ombra
della propria essenza, è comodo pensare che la realtà sia immutabile e, di
conseguenza, anche i propri ruoli. La chiamano coerenza, anche se non ha
niente a che fare con la coerenza. È semplice ignoranza del funzionamento
elementare dell’essere umano.
In un giorno insignificante di un anno insignificante come tanti, nella sala
d’attesa di uno psichiatra psichiatrico e insignificante, dopo l’esternazione
di Alice e tre minuti di silenzio, prendeva la parola Alex.
– Chi ti ama, a volte, è brusco. Non può compiacerti, ti scuote e ti fa
soffrire, perché vede meglio di te ciò che tu non puoi vedere, visto quanto
sei direttamente coinvolto in una certa situazione. In questa sala d’attesa,
abbiamo trascorso insieme, ignorandoci o facendo finta di non vederci,
duecentosessantamila seicentoquaranta minuti e quindi quattromila
trecentoquarantaquattro ore, ben centottantuno giorni, più di quanti ne abbia
trascorso con mio padre da quando sono nato e, visto che il tempo fa
nascere l’amore, vi amo e, visto che vi amo, devo dirvi questo.
Riscattiamoci dalla nostra condizione di esclusi, dimostrando al mondo
intero di essere effettivamente diversi, ma non in quel senso dispregiativo
inteso10 dai più, che ci scherniscono.
Alex non aveva finito, quando lo interrompeva Mattia, l’uomo con un
elmetto in testa.
– Ehi tu, nutrito, seduto vicino alla ragazza radiografia, – esclamava
Mattia sollevando un po’ la testa, in modo che Alex potesse vedere i suoi
occhi che spuntavano da sotto l’elmetto – sei persino più matto di quanto
appari.
– Non sembra matto per niente lui, a differenza tua, che sei solo un
maleducato! E cosa vuol dire che sono la ragazza radiografia? – ribatteva
Alice, lo scheletro parlante.
Alex che, a causa dei suoi disturbi psichici, non tollerava di essere
interrotto, iniziava a strillare così forte che tutti, in quel giorno
insignificante di un anno insignificante, erano costretti a coprirsi le orecchie
e a scappare fuori dall’ospedale qualunque. Coloro che non facevano in
tempo a coprirsi le orecchie, svenivano per le urla di Alex ma, prima di
perdere i sensi, udivano altre grida agghiaccianti. Erano quelle dei malati
terminali ricoverati in altri reparti che, dopo mesi di coma, si risvegliavano
in preda al panico a causa di quelle grida e, tappandosi le orecchie,
supplicavano di essere portati fuori da quel posto. Nel frattempo, i vetri
diventavano di cemento e i muri si crepavano. Per fortuna Alice, riuscendo
a leggere nel pensiero di Alex, gli si avvicinava e, poggiandogli dolcemente
le mani sulle spalle, lo abbracciava. Alex, come per incanto, si
tranquillizzava. Alice aveva scoperto che l’unica persona da cui Alex si era
mai sentito amato era stata sua nonna. Dato che la vecchiaia le aveva
sottratto la vista, la donna aveva imparato a riconoscere il nipote dalle
spalle, così lo tastava e poi la abbracciava da dietro, sussurrandogli
qualcosa di incomprensibile all’orecchio, qualcosa che lo rendeva docile e
sorridente, prima che il nipote trasformasse il mondo intero in un cumulo di
cemento pericolante.
– Visto che la seduta è saltata, – diceva Alice mentre Alex la fissava con
adorazione – perché non ci sediamo nel giardino qui fuori e proviamo a
pensare a quello che ha suggerito Alex? Ora so, anzi sappiamo, che non
dobbiamo mai interromperlo se sta parlando. Non preoccupatevi, perché
parla pochissimo.
– E tu come le sai? – chiedeva Mattia, l’uomo con l’elmetto in testa.
– Perché non ho un elmo sulla testa che mi impedisce di pensare. –
rispondeva Alice – E dimmi perché mi hai chiamato ragazza radiografia?
– Senti miss saputella, – la aggrediva Mattia, avvicinandosi con fare
minaccioso – tu non sai niente di me, perciò se parli ancora ti strappo la
lingua.
– Ehi ehi, Rambo, – lo fermava Nadia – calmati. In fondo tutti noi ci
stiamo chiedendo perché hai un elmo in testa.
– Fatevelo dire dalla maga qua, da miss saputella, da questa radiografia
ambulante. Ma non ti fai male quando ti siedi, visto che sei più secca di uno
scheletro di ominide? – rispondeva Mattia indicando con il mento Alice.
– Non sempre riesco a leggere il pensiero della gente. Se c’è troppo fango
in testa, per esempio, o troppo vuoto è impossibile. – ribatteva Alice.
– Che cosa vuoi insinuare? – strillava Mattia piantandosi a un centimetro
dal naso di Alice – Ti do una testata che ti svuoto la vita e ci libero tutti
dalla tua inutile presenza.
– Ehi ehi, – gridava Nadia – afferrandolo per il braccio. Mattia si voltava
a guardare chi gli stava provocando quel brivido, mai sentito prima. Quella
donna malferma era l’essere più bello che avesse mai visto in vita sua.
– Perché non andiamo a sederci vicino a quell’albero? Se lo guardate
bene, ha occhi, naso e bocca storta sul tronco. – sussurrava Nadia.
– Di quale droga ti fai? – chiedeva Mattia ridacchiando, per nascondere
l’imbarazzo di sentirsi così eccitato da quella donna malferma.
– Non sei affatto spiritoso e non capisco perché tu, che parli poco, oggi
stai parlando così tanto. – rispondeva velocissima Alice.
– E tu che ne sai? – domandava Mattia.
– Ancora? Vi ho già detto che so leggere il pensiero. Non sempre, ma
molto spesso. Non so come mi capita. A volte mi succede. Punto e basta.
Mattia arrossiva e decideva di tacere, perché temeva che Alice,
leggendogli nel pensiero, svelasse a tutti la sua cotta per Nadia che trovava
irresistibile.
– Ad un’altezza di circa un metro e settanta da terra potrete osservare gli
occhi, il naso e la bocca storta dell’albero davanti al quale possiamo sederci.
Sicuramente lì dentro vive un uomo, imprigionato da un maleficio. –
riprendeva Nadia.
Alex annuiva, perché amava le persone precise, le storie e i numeri.
Mattia faceva un segno di assenso con il capo, senza troppa enfasi, per
evitare che il suo tono di voce tradisse l’entusiasmo di poter ascoltare
Nadia, finalmente.
– Ci vengo solo se ci promettiamo che non parleremo di noi per almeno i
prossimi trent’anni. Questo significa che possiamo diventare amici per
dimostrare al mondo che non siamo dei falliti solo perché abbiamo qualche
disturbo che ci rende diversi dagli altri, ma senza mai dirci, per almeno
trent’anni, perché eravamo in cura dal dottor Nino e senza parlare del nostro
passato. – diceva Alice parlando velocissima, a raffica, come faceva quasi
sempre.
– Sì, tanto voi non potete immaginare per quanti secoli e secoli noi
saremo amici e quante ne passeremo. – rispondeva Nadia.
– Anche tu leggi nel pensiero? – domandava Matteo con apprensione.
– No. – rispondeva Nadia – Ogni tanto io, di sera, vedo degli scorci di
futuro. O meglio, vedo delle immagini e poi scopro, dopo giorni, settimane
o mesi, che quello che avevo visto era un’anticipazione del futuro.
– E non ti sei mai sbagliata? – chiedeva Mattia.
– Purtroppo no. Tutto ciò che vedo, prima o poi accade. – bisbigliava
Nadia, come se si vergognasse di quella sua capacità.
– Fai sogni premonitori? – domandava Alice.
– No, – rispondeva Nadia – sono sveglia. Credo mi capiti per delle
ragioni che non conosco, proprio come accade a te. Succede e basta. Quanto
tempo avete prima che qualcuno si ricordi di venirvi a prendere? –
chiedeva.
– Un’ora. – rispondeva Alice.
– Due. Mia madre sa quanto è lento il dottor Nino. – diceva Mattia.
Alex restava immobile a fissare il vuoto, come se non avesse sentito una
parola. Nessuno osava insistere.
– Perché vuoi che non raccontiamo proprio niente di noi per almeno
trent’anni? – domandava Nadia.
– Perché suppongo che trent’anni mi bastino per fidarmi di voi, innanzi
tutto. Non lo avete letto il Piccolo Principe? È quello che io vi racconto di
me ed è l’importanza che io do a voi a rendervi importanti per me. Non
voglio affezionarmi troppo. Non voglio condizionarvi, né essere compatita.
Vorrei che mi consideraste soltanto da questo momento in poi. Ok? –
rispondeva Alice che, senza attendere una risposta, riprendeva a raffica. – Io
vorrei inventare un cammino tutto nostro, tipo quello di Santiago di
Compostela. Potremmo chiamarlo il cammino di Nalmal, che deriva dalle
nostre iniziali e, durante il cammino di Nalmal, potremmo fondare una
nuova religione, cercando ovviamente di non essere un fallimento come fu
Gesù all’inizio. Se non si fosse ingegnato con i miracoli, sarebbe rimasto lui
da solo con la Maddalena e al massimo quattro apostoli. Noi potremmo
inventare una religione che salvi i giovani dal loro destino di bombolocci e
cioè di bomboloni, perché farciti di tutte le paure, le ansie e le aspettative
dei loro genitori e bambocci perché, avendo tutto, sono diventati più idioti e
vuoti di chi li ha cresciuti. Ehi? Mi state ascoltando o siete come quasi tutti
gli altri, cioè morti che camminano?
– Alice, – rispondeva Mattia molto annoiato – ci stai uccidendo con tutte
le tue parole. Qui siamo già oltre il sanguinamento delle orecchie. È per
questo che sei così magra? Ti nutri di parole? – concludeva ridendo.
– Non sei affatto divertente! – lo stroncava Alice aggredendolo – Il mio
peso non ha importanza, perché io non sono solo un corpo o un tubo
digerente, ok? E poi io mi nutro di energia. Si può vivere benissimo senza
cibo e senza acqua, lo sai?
– Oh mamma mia, scherzavo! – esclamava Mattia – Come siete
suscettibili voi donne.
– Come ti permetti di generalizzare? – interveniva Nadia.
– Senti, non ti ci mettere pure te! – proclamava Mattia con un tono
insolitamente maturo, che non lasciava spazio a repliche. Quel modo di
parlare e quella frase risvegliavano Alex dal suo stato catatonico quasi
perenne. L’uomo sgranava gli occhi e li fissava uno a uno.
– Prendiamoci almeno un paio di lauree a testa e scopriamo l’elixir
dell’eterna giovinezza. – sentenziava Alex.
Mattia sbuffava e attendeva, come tutti, prima di rispondere, per la paura
di interromperlo.
– Che noia mortale! – esclamava Mattia – Si laureano tutti oggi, cani e
porci, la laurea è inflazionata, alla portata di tutti, inutile e barbosa. Per non
parlare di come funzionano le università.
– La cultura è il solo strumento di salvezza che esiste, – ribatteva Nadia –
anche se devo riconoscere che naturalmente la laurea non è garanzia di
intelligenza, quindi cosa proponi Mattia?
– Di vivere facendo giustizia e dunque svaligiando banche, farmacie e
truffando i ricchi, semplice. – rispondeva scostando un po’ il suo elmetto
dalla fronte.
– Ah, ecco a cosa ti serve quel residuato bellico osceno che porti sulla
testa! – diceva ridacchiando Alice – Oppure – continuava – serve a non
farci vedere il buco enorme che hai sulla calotta, quello da cui hai perduto
tutto il cervello? – concludeva sghignazzando.
– Smettila! – proclamava Mattia, con quel suo tono serio e perentorio che,
effettivamente, riusciva a pietrificare tutti.
– Hai detto niente passato per trent’anni, – si intrometteva Nadia – perciò
per un bel po’ non credo che sapremo perché Mattia indossa un elmetto.
Forse pensa che la vita sia una battaglia. Sentite, – continuava abbassando il
tono di voce – ogni tanto io ho delle visioni e, in una di queste, ho assistito
a una storia incredibile per salvare gli esseri umani, che sono davvero in
pericolo, anche se quasi nessuno lo sa. Dobbiamo andare alla ricerca di un
vecchio saggio di nome Lor.
Prima ancora di mettere ai voti le varie proposte, i quattro si ritrovavano
proprio al cospetto di quel vecchio saggio che, riuscendo a sentire tutte le
parole di chi intende nominarlo, appariva in mezzo a loro. All’inizio, i
quattro sentivano soltanto una voce, perché una nube luminosissima li
costringeva a guardare in basso.
– So che voi quattro siete diversi dalla maggior parte delle persone,
perciò non vi sarete spaventati più di tanto per la mia apparizione. –
sentenziava quell’essere, che dissolveva la nube scintillante muovendo la
mano e chiudendo la luce all’interno del suo pugno. I quattro riuscivano a
scorgerlo. Faticavano a credere ai loro occhi. Un uomo dalla lunga barba
rossa e viola, alto più di due metri e mezzo, con gli occhi poco più piccoli di
due palline da tennis, di colore indaco luminescente, avvolto in un mantello
arcobaleno, che lo copriva dalla testa ai piedi.
– Come hai fatto a trovarci. – chiedeva Nadia basita, ma meno degli altri,
che lo fissavano come fosse un alieno, senza riuscire a smettere di guardarlo
negli occhi.
– Ho dei poteri sconosciuti per la maggior parte degli uomini, anche se
sono stati proprio alcuni uomini a donarmi quello di sentire chiunque abbia
l’intenzione di pronunciare il mio nome e tutte le parole che pronuncia nelle
due ore precedenti. Certo, quelli erano uomini eccezionali. Dei monaci, che
vivono da più di cinquecento anni nascosti in un monastero tibetano. Un
luogo in cui le vibrazioni energetiche sono così elevate da far guarire in un
istante chiunque riesca a entrarvi. Un posto milioni di volte più miracoloso
di Lourdes e dove i puri di cuore possono realizzare istantaneamente
qualsiasi loro desiderio. Saprete almeno che il cuore ha il campo magnetico
più grande di qualsiasi altra parte del vostro corpo? Avete idea di quante
informazioni invii ogni istante al cervello? E di cosa significhi tutto questo?
– Qualcosa sappiamo. Noi vogliamo andare lì. – rispondeva Nadia,
mentre Mattia e Alice sgranavano gli occhi con aria interrogativa, pensando
che Nadia fosse impazzita a dare retta a quell’essere strano.
– Non guardatemi sconvolti. – tuonava Lor, rivolgendosi a Mattia e Alice
– Non sono più strano degli altri. Voi poi dovreste essere abituati alla
stravaganza. Quanto a te, – diceva rivolgendosi a Nadia – io lo so che sei
messa male, ma qualcuno ti ha mai detto che, quando hai intenzione di fare
qualcosa a cui tieni moltissimo non devi mai parlarne con nessuno? E
perché secondo voi? Perché nell’universo esistono tanti esseri come me, che
hanno il potere di sentire quello che dite e di influenzare le vostre intenzioni
anche ad anni luce di distanza. Pensate che esistono anche altri esseri che
leggono persino il vostro pensiero e non ci riescono solo ogni tanto, come fa
Alice, ma sempre, se non imparate a proteggervi.
– Come sai questo di me? – domandava Alice ansimante per lo stato
ansioso che la stava assalendo.
– Siamo ancora a questo? – chiedeva Lor – Io so tutto di voi, non vi avrei
scelto altrimenti.
– Scelto per cosa? – balbettava Mattia.
– Scelto per fare in modo che voi realizziate il vostro desiderio, ma a
patto che decidiate di seguirmi nella missione che, se avesse esito positivo,
vi renderebbe famosi in tutte le galassie. E ora smettetela di guardarmi con
quelle vostre fessurine doppie!
– Che cosa sono le fessurine doppie? – chiedeva Mattia.
– Sei tonto, a volte! Gli occhi, no? Rispetto ai suoi… – sussurrava Nadia.
– Sei dunque una specie di genio come quello della lampada di Aladino,
ma senza lampada e un po’ più pretestuoso? – domandava Alice.
– Pensavo che almeno voi conosceste le regole che regolano la vita su
questo vostro pianeta. – rispondeva Lor – Una di queste è proprio la regola
della reciprocità, perciò voi fate una cosa per me e per il bene dell’umanità
e in cambio io vi offro quello che avete chiesto: di riscattarvi dalla vostra
condizione di reietti emarginati e falliti.
– No, senti vecchio, io ho cambiato idea. A me basta essere ricco. – lo
interrompeva Mattia.
– Questa è l’ultima volta che ti rivolgi a me in questo modo e la fai
franca. – sentenziava Lor – Ora ti porto a fare un giro tra coloro che sono
ricchissimi e depressi, perché la ricchezza non può mai essere lo scopo. Se
lo diventa, ti ammali ed è quasi impossibile per voi uomini, poi, guarire.
Coloro, invece, che nascono ricchi, devono usare il denaro per fini
amorevoli, altrimenti passeranno da un inferno all’altro, con la condanna di
dover anche sorridere al mondo che li invidia.
Lor sollevava con due dita Mattia, come se fosse una piuma, quando
invece aveva un corpo massiccio e muscoloso, spalmato in quasi due metri
di altezza. Poi, con la velocità di un fulmine, apriva il mantello e lo
richiudeva sopra Mattia, facendolo scomparire al suo interno e agli occhi
degli altri. Dopo neanche cinque secondi, Lor riapriva il mantello e in un
baleno Mattia riappariva, si afflosciava al suolo, ansimando sconvolto,
come se avesse corso per giorni.
– Vedete, – spiegava Lor – il tempo non esiste in tutte le parti
dell’universo e in un lampo è possibile comprendere ciò che in una vita
spesso è impossibile capire. Mattia ha viaggiato alla velocità della luce,
anche perché per voi esseri umani non esiste niente oltre la luce e più veloce
della luce. Tra poco si riprenderà. La realtà è tutta magica, ma voi non ci
credete, perché siete limitati e credete reale solo ciò che gli uomini, nei
secoli, si sono tramandati come verità. Il vostro cervello vede solo quello in
cui crede e tra l’altro non distingue la realtà dall’immaginazione. Voi avete
paura della morte, che è solo un passaggio, persino meno doloroso di quello
che vivete quando da bambini vi trasformate in adulti. Spendete un sacco di
soldi per inseguire l’immortalità, ma non sapete che siete già immortali.
Avete il terrore di invecchiare e di ammalarvi e non capite che sono proprio
quelle paure a farvi soffrire, a creare le malattie e a provocare gli incidenti.
L’invecchiamento è solo un processo di maturazione, come quello di un
frutto o un fiore qualsiasi. Voi vi siete semplicemente scordati che non siete
una pera o una rosa o un albero magico, ma molto, molto di più. E
soprattutto voi non siete le vostre malattie, né i vostri poteri. Voi non avete
limiti. Ma ora non chiedetemi cosa sono gli alberi magici, perché vorrebbe
dire che non avete mai letto neanche Tolkien, né dato un’occhiata all’albero
davanti al quale vi ha condotto Nadia e questo mi farebbe terribilmente
incazzare. Ed è molto meglio per tutti che io non mi incazzi. Avete almeno
sentito dire che non c’è nulla di peggio dell’incazzatura di una persona
buona? Una persona buona ha un carico di cattiveria inutilizzata che lascia
esplodere tutta insieme in pochi secondi, molto peggio di un vulcano
apparentemente silente. Ora, per favore, smettetela voi di essere dei
dormienti come tanti e godetevi il bello della vita. Non fate come la
maggior parte delle persone che vivono morte senza cambiare mai nulla.
Cambiate, osate! Divertitevi! Il tempo qui sulla Terra non è infinito e,
soprattutto, non è lineare come vi hanno fatto credere. Il tempo è circolare.
Lo sapevano già i Greci antichi. Per questo è sciocco parlare di
reincarnazione. Se il tempo è circolare, come da anni sta cercando di
insegnarvi la fisica quantistica, voi potete cambiare anche il passato, persino
a ritroso e spostarvi da una dimensione all’altra, vivendo con coscienza le
mille e più vite parallele che già conducete, senza saperlo, negli universi
paralleli al vostro. Vi basterebbe iniziare vivendo da svegli la dimensione
del sogno. O almeno sapere cos’è la vostra coscienza. Scoprireste quanto è
immensa e potente e che vive oltre il vostro cuore, oltre la vostra testa, oltre
voi stessi. Per ora mi fermo qua. Voi aiutate me e io aiuterò voi. –
concludeva Lor.
– In caso contrario, dannazione eterna? O diventiamo ancora più inutili? –
chiedeva Nadia.
– Basta che mi passi la fame. – ribatteva Alice, mentre Alex restava
catatonico, come se non avesse ascoltato neppure una parola.
– Forse non vi è chiaro che la mia non era una domanda, ma una risposta.
Io ho risposto a una vostra richiesta. Siete voi che avete desiderato con tutto
il cuore qualcosa! Voi avete chiesto e, se chiedi nel modo giusto, ti viene
dato. La maggior parte delle persone non è capace di chiedere, a differenza
vostra. Un giorno, dovrete spiegare al mondo intero come siete riusciti a
farlo e come farete quello che state per fare. Se io ve lo dicessi ora, neppure
voi ci credereste. Credere è tutto. Lo spiega anche la fisica quantistica, ma
ovviamente a scuola non vi insegnano le cose importanti. Se lo facessero,
sapreste, per esempio, che ogni cosa è fatta soprattutto di vuoto ed è la
coscienza a dare forma a tutto. Dipende tutto da ciò in cui credete. Niente è
più reale della fantasia. Come pensate che si siano realizzate tutte le cose
che prima non esistevano? Con la fantasia. Immaginandole prima. Il segreto
è saper chiedere. Chi sa chiedere con il cuore, sa anche ascoltare e, dunque,
riceve. Quindi, siete pronti? – concludeva Lor.
– Io cosa ci guadagno? E poi come dovremmo riuscire a fare cosa? –
chiedeva Mattia, scettico e con voce flebile, mentre si rialzava da terra.
– Basta con queste domande sciocche. – lo interrompeva Lor – Se non
sapete usare l’immaginazione, è meglio che lasciamo perdere. Per portare a
termine la missione dovete diventare tutto ciò che siete e saper immaginare
l’inimmaginabile. Sedetevi e vi spiegherò brevemente di cosa si tratta. – I
quattro obbedivano, perché avevano aspettato quel momento tutta la vita:
volevano riscattarsi e dimostrare al mondo tutto il loro valore.
3. Amore e desiderio

Lilia era tornata a vivere a Trieste all’età di diciotto anni. Amava Trieste,
anche perché era pazza del suo nome: le bastava una vocale per nascondere
la sua tristezza. Lei, invece, per riuscirci, doveva consumarsi in repliche di
giorni tutti uguali. Lo sciabordio di un unico giorno, che si ripeteva senza
sosta, in un tempo senza presente né futuro, era sopportabile solo grazie ai
suoi rituali. Lilia era ancorata ai suoi programmi: trasformava le ore in un
eterno passato immutabile, senza neanche rendersene conto. E del resto il
suo passato non era mai passato. Era schiava di quello che aveva vissuto e,
ogni giorno, raccontandosi quegli eventi, senza neanche accorgersene li
alterava. Ne aveva dovute sopportare troppe per credere che qualcosa
potesse ancora cambiare. Il mutamento era un’illusione. Anche se, all’età di
trentadue anni, aveva creduto in quel miraggio.
C’era stato un momento in cui il lento susseguirsi dei suoi giorni in serie,
divisi tra libri e preghiere, sembrava destinato a finire. A quei tempi, il dio
in cui credeva più di ogni altra cosa al mondo, le concedeva di evadere dalla
prigione in cui lei restava rinchiusa da brava cristiana, per ossequiare la
volontà di un dio muto che, indifferente, la guardava consumarsi
nell’infelicità. Anche se per soli quindici giorni, Lilia era evasa dalla sua
prigionia. Il miracolo era accaduto a Torino. Si trovava all’università, dove
era stata invitata per svolgere una lectio magistralis su Platone. Lilia
riscuoteva sempre molto successo per il suo modo semplice di insegnare.
Sembrava nata per questo, anche se lei avrebbe voluto da sempre fare altro.
Ogni volta si domandava chi le suggerisse le parole che pronunciava. Ne
restava sempre sorpresa ed era certa di non averle mai sentite prima di quel
momento. Il pezzo che catalizzava l’attenzione più di ogni altro riguardava
la sua personale interpretazione dell’amore platonico. Lilia, assorta,
fissando un punto imprecisato nello spazio, come se parlasse con un essere
invisibile in fondo alla sala, diceva: “Nel mondo lottano da sempre due
fratelli gemelli. Tutti noi, in realtà, siamo in lotta con il nostro opposto e,
fino a quando non capiremo che dobbiamo vivere in pace, in armonia,
lasciandoci scorrere tra le rive del bene e del male, ripeteremo all’infinito il
nostro tormento. Nessuno vi può insegnare come vivere con gioia. Nessuno
vi può svelare i trucchi per essere felici, perché l’unica strada è percorrere la
propria via e solo ciascuno di voi, in segreto, può scoprire quale sia.
Viviamo nell’epoca del riduzionismo. Tutto deve essere veloce,
superficiale, produttivo ed efficace. Se una risposta richiede pazienza e
fatica, ne compriamo un’altra, più adatta a questa logica del consumismo.
L’epoca delle società utilitaristiche ha cancellato la storia e ci ha reso
ignoranti. Andiamo al cinema per vedere il film fantasy che abbiamo atteso
per un anno intero e non ci accorgiamo neanche che ci stanno propinando
un semplice rifacimento di uno dei mille miti tramandati dai nostri antenati.
Se io adesso vi parlassi dei due giganti, fratelli gemelli, che si fronteggiano
nel mondo e che dovremmo riappacificare nel nostro cuore, voi pensereste
persino di non averne mai saputo nulla, prima di questo momento. Accade
fuori quello che prima si vive dentro, ma questa è un’altra storia, molto più
complessa. Viviamo come morti e dunque abbiamo scordato le cose
importanti, compresa la storia dei due giganti gemelli in lotta: Amore e
Desiderio. Magari qualcuno di voi ne ricorda solo una minima parte, quella
che li considera invincibili. Niente in questo mondo può essere invincibile.
Tutti hanno almeno un punto debole. La forza di Amore è la pazienza: sa
aspettare. Quella di Desiderio, invece, è la bramosia. Desiderio ha il
coraggio di andare sempre a cercare ciò che non gli viene dato subito.
Amore non si concede a chiunque e non è per tutti. Solo chi è disposto ad
accettare di diventare molto vulnerabile, può incontrare Amore, che ti
cambia sempre, non ti lascia mai com’eri prima di accoglierlo. Per Amore si
rischia sempre tutto e si possono amare solo quelle rarissime persone che
risvegliano la nostra anima, che sono dunque in risonanza con la nostra vera
natura. Questa, essendo in genere sconosciuta a noi stessi, attira qualcuno
che troviamo irresistibile, pur non sapendo perché sentiamo qualcosa di così
sconosciuto e travolgente proprio per quel qualcuno. Avete mai pensato a
quali sono i motivi per cui amate una persona e non un’altra? E perché siete
così sicuri di non poterne amare un’altra? Amate qualcuno per tantissime
ragioni, per come vi fa sentire, per quello che riesce a far emergere da voi,
ma soprattutto lo amate per quel suo certo non so che. È il mistero
dell’altro, tutto ciò che di lui vi sfugge, quello che non capite, che è
evanescente, ad attrarvi. È l’unicità dell’altro, la sua autenticità, a farvi
conoscere Amore. Questa magica conoscenza vi farà venire voglia di
perlustrare i più reconditi anfratti di voi stessi, per conoscervi e scovare la
vostra autenticità. Avrete voglia di diventare davvero voi stessi, di
esprimere la vostra vera natura, perché sentirete il bisogno inarrestabile di
restituire all’altro quello stupore che vi ha regalato da quando lo amate. Il
mondo sembra diverso, nuovo, da quando Amore è entrato nella vostra vita.
L’autenticità dell’altro ha risvegliato la vostra, perché risuonate allo stesso
modo. Questa è la magia più grande, che solo Amore può compiere. Per
questo Amore sa attendere e chiunque, all’inizio, può resistergli. Prima di
lasciarsi prendere per mano da Amore, bisogna accettare di lasciare il
proprio mondo, perché dopo Amore niente sarà più come prima. Amore è
un salto verso un ignoto che non potete neanche immaginare. Amore
stupisce sempre, di uno stupore che muta e dura, inalterato e costante. Ecco
perché, spesso, sentite dire da quando lui o lei è entrata nella mia vita, mi
sono capitate cose fantastiche, che attendevo da sempre. Amore, infatti,
vuole sempre e solo la vostra completa, libera e felice realizzazione.
L’entusiasmo che dona, infatti, quando appare nella vostra vita, vi regala la
forza di realizzare voi stessi. Per questo è normale che, dopo aver trovato
l’amore, riusciate a svolgere il lavoro che desideravate o a concretizzare il
vostro sogno più grande. Amore conquista anche il tempo e, infatti, più ne
passa, più vi sentite bene e cresce in voi uno stato di perenne felicità.
Amore, inoltre, vi salva dal mondo e dalle leggi di Desiderio che, al
contrario, è una tempesta di cupidigia. Una volta passata, tutto tornerà come
prima o peggio. Se tendete la mano a Desiderio, lui non sarà gentile come
Amore. Non vi darà il tempo di riflettere, non avrà quella semplicità che sa
far tremare la terra. Con Desiderio, in un istante, vi mancherà proprio la
terra sotto i piedi. Sarete euforici e così felici da sentirvi onnipotenti,
diventerete arroganti e penserete che per voi tutto sia possibile. Desiderio vi
ubriacherà con uno dei suoi tanti fuochi fatui di passione. Sarete così
storditi che penserete di non essere mai stati così vivi. In realtà, in quel
momento, siete solo nuove prede di Desiderio, siete suoi schiavi. Basta
seguire uno sguardo, perché Desiderio vi intrappoli. Una volta presi,
Desiderio vi illude di essere onnipotenti e voi non permettete più a un
semplice sguardo pulsionale di esistere per quello che è, pura attrazione
fisica, ma lo nutrite, con l’arroganza di saperlo controllare. E così non è. Per
quello sguardo, figlio di Desiderio, che è solo una scossa ormonale, siete
pronti a distruggere tutto quello di cui vi siete presi cura fino a quel
momento. Non vi è mai capitato di scambiarvi sguardi roventi con un lui o
una lei per voi irresistibili? E anziché godervi quegli sguardi, un giorno, non
avete deciso di prendervi di più? Avete seguito un capriccio, un picco
ormonale, un’energia molto bassa, ma questo lo capirete quando sarà troppo
tardi. Nel frattempo, andate a bere un caffè con quella donna così
affascinante, ripetendovi che non state facendo niente di male e che vostra
moglie non ha motivi per essere gelosa. Ecco, a Desiderio è bastato darvi
quello sguardo per farvi impazzire. E voi lo avete seguito. Avete ceduto
subito. Affamati come siete di vita vera, vi lasciate ingannare alla prima
pulsione. E dite che quello sguardo è stato più forte di voi, ma vi state
ingannando. Gli esseri umani non hanno istinti, ma solo pulsioni e possono
controllarli, a differenza di tutti gli altri animali, ma Desiderio vi fa credere
che sia giusto seguire gli istinti. Desiderio vi inganna, perché voi non li
avete neppure gli istinti, ma a voi piace cedere ed essere illusi. La debolezza
e l’illusione richiedono meno fatica e sono appaganti, seppur per pochi
istanti. La maggior parte della gente vuole essere presa in giro, perché viene
educata quotidianamente alla stupidità. Se chi comanda divulgasse libri
intelligenti, la gente si sveglierebbe. Invece, i più dormono, ignorando cosa
sia la vita vera, pur essendone eternamente alla ricerca, come lupi famelici e
insaziabili. Alla fine, quando hanno distrutto le loro famiglie o le loro storie
d’Amore per Desiderio, non fanno che ripetere: è stato più forte di me.
Desiderio può far tradire anche le persone più care perché, a chi gli concede
anche un solo istante, non lascia scampo, né tregua.
Quando lo sentite arrivare, dovreste scappare o ignorarlo, anche se
Desiderio sa trasformarsi sempre in quello che più vi fa gola: è il primo dei
diavoli tentatori, il più grande. A Desiderio non importa nulla di quello che
siete. Vuole solo rendervi suoi schiavi. In questo modo lui cresce e governa
il mondo. L’unico modo per evitarlo è conoscerlo, ma l’unico modo per
conoscerlo è viverlo. Per questo, i genitori dovrebbero lasciare liberi i figli
di sperimentare Desiderio quando sono giovani perché, in questo modo,
avranno tutto il tempo per imparare a superarlo. Coloro, invece, che sono
stati braccati da rigide regole e doveri parentali, senza ribellarsi e
disobbedire mai ai dettami genitoriali, per il timore di perdere misere
lacrime d’amore, conosceranno Desiderio in età matura e ne usciranno
distrutti. Passeranno dalla schiavitù familiare a quella carnale. Dipendenti
prima dai genitori e poi dal sesso. Chi si impedisce di cedere a Desiderio,
per compiacere mamma o papà ed essere un bravo obbediente figliolo,
cresce con due pulci sulle spalle. Per tutta la vita quel figliolo bravo e
obbediente incolperà le due pulci di averlo reso infelice, di aver bloccato i
suoi progetti. Non si vergognerà di attribuire al fastidio di quelle due pulci
la causa della distruzione della propria vita. La vita è un bene individuale,
che si declina nella condivisione. Non puoi dare niente a nessuno, se hai
rinunciato a governarla.
Amore, invece, vi vuole liberi ed è per questo che si concede solo ai
coraggiosi. Amore sa vedere dentro ogni persona. Sa cogliere la profondità
che traspare dall’apparenza di ogni cosa. Vede tutti i segni del dolore, li
medica e sa distinguere le cicatrici dai graffi. Solo Amore sa andare oltre
quel passato che ci portiamo addosso e che ci ha imbruttito. Chi è degno di
meritare Amore, può ritenersi speciale. Ha combattuto per essere all’altezza
di ciò che è oggi: una persona fuori dal comune. Se lasciamo entrare in
campo Amore, Amore vince. Se non vince, significa solo che non era
Amore a mettersi in gioco, ma Desiderio. Significa che ci siamo lasciati
ingannare, scegliendo la via in discesa. Desiderio aspetta, come Amore, che
il suo guerriero ritorni dalla battaglia ma, se non torna presto, Desiderio va
a cercare altrove. Amore, invece, resta, perché Amore conosce la verità.
Desiderio è insonne e vaga in cerca di piacere. Amore, invece, dorme
sereno, certo di non perdere colui che tarda, perché sa che avrà ancora più
valore il trionfo. Il ritardo è solo una battaglia per verificare se si è degni di
meritare Amore, a cui serve tempo per farsi riconoscere dagli uomini.
Prestate attenzione però, Amore non arriva mai con il passare del tempo.
Quella è solo abitudine. Gli esseri umani si affezionano ai pesci rossi e alle
cose, figuratevi agli esseri cosiddetti animati. Sottolineo cosiddetti, perché
respirare e muoversi non sono garanzia di vita. Siamo tutti d’accordo,
credo, che tra di noi si muovono molti zombi o morti che camminano,
giusto? Dicevamo, molti saggi hanno sostenuto che lo scopo principale del
tempo sia quello di non far accadere le cose tutte insieme. Il tempo, però,
serve anche per dare senso alla nostra vita. Per dare senso alla nostra vita
faremmo qualsiasi cosa, giusto? Persino ascoltare me o chiunque altro possa
svelarvi presunti segreti per essere felici. Diffidate da tutti coloro che fanno
i maestri di vita. Ciascuno è e può essere soltanto maestro di se stesso. Io
posso annoiarvi, divertirvi, disgustarvi, suscitare emozioni o indifferenza,
ma né io né nessun altro al mondo, neppure Gesù, possiamo fornirvi la
risposta che cercate. La risposta è ovunque, se voi sapete ascoltarla.
Dipende sempre tutto e solo da voi. Ognuno deve cucinare la propria vita a
modo suo. Potete cibarvi delle pietanze più prelibate, permettervi i miglior
chef o cambiare gusti e diete ogni giorno, ma vi assicuro che nessuno potrà
nutrire la vostra anima al posto vostro, né scegliere quello che è giusto per
lei. Solo voi lo sapete, anche quando credete di non saperlo. Solo ciascuno
di voi ha la possibilità di scoprire la propria personale unicità, anche se in
questo viaggio complicato gli altri sono indispensabili, affinché voi possiate
conoscervi e avere un’identità. Quando e se scoverete la vostra unicità, che
è il vostro indiscusso talento, sceglierete di nutrirvene o di offrirla ad altri o
di gettarla via. Per scoprire il vostro talento e poter di conseguenza essere
felici, dovete conoscere quante più strade vi sarà possibile. Ascoltare chi ce
l’ha fatta o ha qualcosa da dire o da insegnare è fondamentale perché, se
comunica con il cuore, l’autenticità che vi trasmette ispirerà la vostra. Ogni
risveglio lo si deve a un altro, che crede in noi prima di noi. Credere è il
primo passo verso la vostra personale ricetta di felicità. Quello che credete
reale, diventa reale. Quello in cui non credete, non la sarà mai. Se io fossi
convinta che tutti gli oggetti di casa mia sono animati grazie all’energia che
io lascio quando passo, la mia vita sarebbe ricca di magia e io vivrei con
una strana allegria misteriosa addosso. Questo mio segreto attrarrebbe tutti
voi, proprio perché ne siete all’oscuro. Razionalmente direste che vi piaccio
perché dico cose interessanti, che vi fanno riflettere ma, in realtà, sarebbe
ciò che di me non sapete a farvi restare incollati su quelle sedie. Sapete
quante persone più colte di me e con più doti di comunicazioni saprebbero
esporre molto meglio di me quello che vi ho appena detto? Tantissime, ma
probabilmente vi annoierebbero. Non è quello che diciamo ad attrarre, ma
quello che siamo. Quello che teniamo nascosto ci rende magnetici; attrae
proprio perché, in genere, ciò che siamo davvero vive nell’ombra. Sono i
cuori a legarsi, non i corpi. Niente è come appare e tutto appare per quello
che è, solo che abbiamo scordato come si fa a vedere. La vita è un
paradosso, perché è un gioco geniale, compreso da pochi. Siamo noi che
vediamo solo quello che vogliamo vedere o che abbiamo nella testa.
Ognuno emana ciò che è e attira ciò che emana. E soprattutto, voi
comunicate qualcosa soltanto quando siete quella cosa. Il pensiero positivo
di essere felice o di vedere felici chi amate, non serve a nulla. Voi
infonderete felicità e fiducia negli altri, solo quando sarete felici e vi
fiderete di voi e della vita. Scusate ma, essendo umana, ogni tanto divago
un po’. Riprendo. Dicevamo, Amore arriva in un lampo e, quando arriva,
suona sempre. Qualcuno lo percepisce prima, qualcuno dopo. Amore deve
essere ferito per ricordarsi di essere invincibile. E se vi sembra esagerato
che Amore stravolga il tempo e si lasci riconoscere subito, chiedetevi solo
che Amore è un amore moderato? Amore è l’onnipotente dio folle che ci
rende vivi. La siccità è solo un’altra prova, a cui vengono sottoposti soltanto
i fiori più belli e preziosi. Vi ricordate chi è stato il primo a dire che la
bellezza salverà il mondo? Ecco, se non lo ricordate, poi cercatelo; non ora,
perché se vedo un cellulare me ne vado. Solo chi sopravvive alla siccità è
destinato a splendere e niente più attaccherà la sua bellezza. Sarà come se
vivesse sopra un albero, lontano dalle infezioni e dal fango. Amore incanta
come la pianta Guzmania o la kalanchoe blossfeldiana o la rosa arancio
salmone e, proprio come la natura, a volte sembra finto, tanto è bello e tanto
riempie la vita di eternità. Sì, ragazzi miei, l’eternità esiste. Ogni volta che
desiderate vivere per sempre, vi avvicinate al suo sapore. Amore può fare
tutto, perché sapete di chi è figlio? Di colei che può tutto e per la quale non
esistono le regole della ragione o del tempo. La madre di Amore ha una
natura leggera, invisibile, possente, che potrebbe distruggervi o portarvi alla
follia, perché è senza limiti e non conosce freni ed è molto, molto più forte
di qualunque prodotto della vostra mente. Amore, figlio di Anima, per
essere conosciuto dagli uomini più di quanto non lo sia sua madre, ha
bisogno di una corazza di razionalità. Solo così può camminare nel mondo:
armato come un guerriero e pronto a non combattere mai. Amore, come suo
fratello Desiderio, è un guerriero. Un guerriero con la pazienza del
contadino, che sa guardare le stelle e sognare. Desiderio, invece, vuole
sempre e solo la stella più vicina. Desiderio non coglie l’insieme, né il
particolare. È capriccioso e volubile, pretende tutto e subito. Non guarda
crescere il seme. Non nutre la terra. A Desiderio tutto è dovuto, perché è
giovane e bello. Desiderio è un eterno bambino e ha molta fretta: sa bene
che la vecchiaia lo metterà al tappeto, perché si annoia prestissimo di ogni
sua preda. Amore, al contrario, attraversa indenne il setaccio stretto del
tempo e appare nuovo e magicamente inalterato dopo ogni battaglia. Ci
riesce perché Amore sa cambiare le sue vesti. Sa che mutare aspetto serve a
proteggere l’essenza. E soprattutto sa che il cambiamento è il più potente
guaritore. Amore è figlio del regno dell’indistinto, dell’irrazionale, della
possibilità. Amore è folle, proprio perché sa aspettare. Ogni attesa, se ci
pensate bene, è una follia in questo mondo di infinite offerte. Amore, però,
sa attendere ciò che è giusto per lui. Amore è il canto di due anime che si
riconoscono. Un canto, dunque qualcosa di irrazionale, ma anche un
riconoscimento, possibile quindi solo grazie alla ragione. Solo Amore può
condurre aldilà di ogni limite. Solo chi conosce Amore potrà realizzare
completamente se stesso, perché solo Amore permette di essere tutto ciò
che neppure s’immagina di poter essere. Concludo dandovi
un’esercitazione. Sapete qual è la seconda causa di morte dei giovani di età
compresa tra i quindici e i venticinque anni? I suicidi, che seguono gli
incidenti stradali. Negli USA è già la prima causa per i bambini tra i dieci e
i quattordici anni. Allora, trovate le fonti di questa notizia e poi il nesso con
l’argomento di oggi. A volte, vi sembra che la vita divaghi dai vostri
progetti, ma tutto serve sempre, come le mie apparenti inutili digressioni!
Ricordate, la vita sta sempre dalla parte dell’amore. Se ci sarà una prossima
volta, vi parlerò delle tre magie compiute da Amore. Grazie a tutti per
l’attenzione. Grazie di cuore”.
L’esperienza torinese era stata l’unica a separare, per un mese, Lilia da
Rosa. Dopo il successo della prima lezione, infatti, Lilia veniva invitata a
restare per tenere conferenze e seminari su qualunque argomento le fosse
gradito. Quel mese lontano da casa, lontano da Rosa, le dava l’illusione di
poter essere come tutti gli altri. Lei, così introversa e asociale, che non
aveva mai avuto un uomo, si ritrovava all’improvviso, libera dalle gabbie in
cui lei stessa si era segregata.
Sentiva che l’amore, che tanto aveva sognato, stava per arrivare e stava
per cambiarle la vita. Ne sarò degna? Si domandava, mentre pensava che a
parole era brava, ma in pratica un disastro. Per di più, la sua indole paziente
non le consentiva di abbandonarsi all’ardore affrettato di una congettura,
tipico di chi non ha fiducia nella vita. Lilia invece sapeva che, anche
quando dimenticava a casa gli appunti per la sua lezione e doveva
ripercorrere la lunga distanza, di corsa per non fare tardi, non stava
perdendo tempo. Per tutti sarebbe stato così, ma per Lilia non esisteva
tempo che potesse perdersi. Tutto aveva un senso e accadeva per rendere
perfetta la sua vita. Anche se, in realtà, perfetta non lo era mai stata. Aveva
sempre pensato che non si uccideva per sua sorella e per cristianità. Era
sempre insoddisfatta e non comprendeva perché non riuscisse mai a
realizzare i propri desideri. Già il termine desiderio la infastidiva molto e
non solo per la sua etimologia. Parlare di desideri le faceva pensare a
qualcosa di mutevole e capriccioso, non a quel daimon greco che dovrebbe
animare ciascun essere umano. Se ci pensava, lei non si sentiva un essere
umano. Si sconosceva e per questo si imprigionava in schemi e ruoli che
potessero farla sentire al sicuro, lontana dal suo nemico principale: sé
stessa. Quella sé straniera, che non capiva, che la terrorizzava per quanto
sapeva essere imprevedibile e volubile. Quella sé che non le concedeva
neppure di mettersi la crema in viso o sul corpo, perché appena ci provava
le sue mani diventavano artigli. Si graffiava dappertutto, fino a sanguinare o
schiacciava un punto preciso della pelle, come se volesse far esplodere una
pustola inesistente. Restava in attesa che la cute si spaccasse e il sangue
scorresse fuori, libero. Il viso, le labbra e i piedi le sembravano più ricchi di
sangue rispetto alle altre parti del corpo. Poi controllava quanti pezzi di
pelle fossero rimasti sotto le sue unghie. Pregava che quel suo dolore
nascosto venisse allo scoperto. Sognava che qualcuno, notando le ferite e le
cicatrici sulla sua pelle, la salvasse dal suo tormento interiore. La vita è
semplice, si ripeteva, eppure è così complessa che solo gli stolti possono
dire di capirla. E in fondo lei non voleva capire né la vita né se stessa.
Voleva soltanto vivere, almeno un giorno, senza maschera, senza dover
fingere di essere in pace, senza dover sorridere, senza doveri. Voleva vivere,
senza dover aggiungere altro. Vivere e basta. Era così triste, rabbiosa,
dolorante e inquieta che non riusciva neanche a immaginare una vita senza
affanni. Sono stanca di dover piacere a tutti, pensava. Devi piacere a dio, si
ripeteva, a chi comanda, a chi ha i soldi, al tuo capo, al tuo lui o alla tua lei
o a entrambi, a tua madre, a tuo padre, ai tuoi amici, ai tuoi colleghi, ai tuoi
insegnanti, a tutti i familiari di cui hai considerazione e, in fondo, anche a
quelli di cui non ne hai, al mercato, al farmacista, al ferroviere, al tassista, al
poliziotto, all’assistente di volo, al ginecologo, al radiologo, al magistrato,
all’assicuratore, all’agente immobiliare, allo specchio, al medico di
famiglia, al politico, al vigile urbano, all’amministratore di condominio, al
dentista, al barista, all’estetista, al commercialista, a casa tua, al
parcheggiatore, al giornalista, all’idraulico, all’oscuro signore, alla donna
delle pulizie, al diavolo, al cassiere, al cinese, al tedesco, all’americano, al
vicino e all’analista.
– Devi piacere a tutti, perché è meglio non avere nemici per chi, come te,
ha paura di tutti e di quello che potrebbe succedere se non piace a tutti. Di
piacere a te, invece, ti sei mai preoccupata? – le chiedeva una donna
identica a lei, che la guardava fissa negli occhi, sbucata da chissà dove.
La copia di se stessa, che ogni tanto le appariva, non la spaventava. A
volte pensava si trattasse di Rosa che, per divertirsi, la imitava; altre di
essere impazzita sul serio. Il più delle volte, però, non ci faceva caso,
neppure la notava, tanto era abituata alle stranezze. Quella sera, però, a
differenza del solito, non sopportava la sua copia né la sua insonnia e usciva
in cerca di una farmacia. Ne trovava una e, non appena chiedeva qualcosa
per dormire, la farmacista la invitava a entrare. Era una donna imponente,
quasi obesa, con un paio di occhiali dai vetri spessi e il rossetto rosso
sbavato. Le sue labbra sembravano essere state tappate per secoli, con dello
scotch che, una volta rimosso, si era portato via il rossetto in alcuni punti,
lasciandole, com’è immaginabile, un’insaziabile voglia di parlare. Lilia
entrava, senza dire una parola. La farmacista, nel frattempo, aveva già
iniziato il suo monologo.
– Io sono italiana, sa, uno dei pochi esempi di italiana vera, perché mia
madre era fiorentina e mio padre siciliano. Ma io me ne sono scappata dalla
Sicilia. Avevo un buon lavoro, sa, facevo il medico ed ero anoressica. Gli
uomini mi toglievano l’appetito. Ero al mio terzo marito e non mangiavo
nulla. Non si direbbe, penserà, eppure ero uno spettro. Poi ho lasciato anche
il mio ultimo marito e sono stata bene. Mi è tornato l’appetito. Ho anche
scoperto di avere il morbo di Crohn, sa, ma stavo bene lontana da mio
marito, ero guarita. Lavoravo al porto e vedevo sempre le navi partire e,
ogni giorno, per cinque anni, ho pensato di prenderne una e scappare, finché
una sera, ho chiesto un’ora di permesso e l’ho fatto. Ho lasciato la mia
automobile bellissima, nuovissima, enorme, tutta super accessoriata nel
parcheggio dell’ospedale e sono partita. A casa ho lasciato mio figlio e
quello stronzo di mio marito. Avevo solo il vestito che indossavo. Ho fatto
una follia, sa, ma io là ero in carcere. Ero morta, lo capisce? Appena sono
sbarcata, lontano da tutti, sono tornata a vivere. Non è stato facile, sa.
Nessuno mi ha capito. Mio figlio non mi ha parlato per anni, sa. È rimasto a
vivere con il padre. Una notte, però, non è tornato a casa e allora il mio ex
marito mi ha chiamato per chiedermi se, per caso, stava da me. Erano
passati otto anni dall’ultima volta che avevo sentito la sua voce, sa. Io
ovviamente gli dissi che era l’idiota di sempre. Come poteva pensare che il
bambino fosse da me? Io ho lasciato mio figlio che non aveva neanche sei
mesi. E lo so che ci sono donne che si fanno distruggere e avvelenare per
avere un figlio. Eppure io non ne ho mai voluti. E si sa che i figli arrivano
pure alle anoressiche. L’Africa è piena di figli, eppure muoiono di fame.
Quella che le donne secche hanno difficoltà a concepire è l’ennesima
stronzata dei medici, sa. Io lo posso dire, perché sono medico. Mi creda,
mio marito è riuscito a mettermi solo la punta e io sono rimasta incinta.
Almeno non sono rimasta incinta del mio stupratore, cosa che ho visto
accadere, ma mi faceva schifo lo stesso, sa. Io non so se lei ha figli, ma le
assicuro che, anche se non li vuole, quando ne nasce uno, poi ne sente il
bisogno. Anche se io non l’ho sentito subito il bisogno di mio figlio. Ma io
ero morta, come potevo sentirlo? Quando sono tornata a vivere, ho sentito
lo strazio di non averlo, sa. La fuga di mio figlio è stata la mia fortuna. Una
signora lo ha riportato a casa e, dopo quel giorno, mio figlio mi ha
perdonato, sa. Mi scusi, parlo assai?
– Non si preoccupi. – rispondeva Lilia.
– Ora le do un farmaco per cui ci vorrebbe la ricetta, ma io glielo do
comunque, perché lei è una brava persona. Io se non lo prendo, non dormo,
sa. La capisco, sa. Comunque da quando ho lasciato il mio terzo marito,
sono rinata.
– Cosa le ha fatto il suo terzo marito?
– Era uno schifo. Come gli altri due. Però non mi ha fatto niente. A parte
mettermi incinta.
– Contro la sua volontà?
– No no. Mica mi ha violentato. Era bellissimo mio marito, sa. Due occhi
neri e magnetici. Mi toglieva l’aria. Non era oppressivo, né geloso. Mi dava
fastidio. Mi dava fastidio anche solo vederlo. Vederlo tutti i giorni. È
difficile da spiegare. Io però sono stata una buona moglie, sa. Gli ho dato un
figlio e, a differenza di tutte le altre donne del pianeta, non mi sono presa
poi tutto, lasciandolo in mutande.
– Non tutte le donne sono così.
– Ah, sì, certo. Chi ha mai detto il contrario?
– Mi pareva che lei avesse detto…
– No, – la interrompeva la farmacista – si sbaglia. Io ho detto solo che
non ce la facevo più a vedere mio marito tutti i giorni. Vede, per lui la follia
non è una cosa meravigliosa. Capisce?
Lilia annuiva, facendo finta di capire. La farmacista intanto le incartava
un calmante. Lilia cercava invano di scorgere il nome, ma non ci riusciva,
perché era come se la donna non volesse farglielo leggere. Dopo aver
pagato, Lilia prendeva il sacchettino che la signora le porgeva e si
avvicinava all’uscita. Nel tragitto, guardava all’interno del sacchetto e
notava un farmaco diverso da quello concordato.
– Mi scusi, – diceva Lilia tornando indietro – mi ha dato qualcos’altro?
– Ah, sì, – ribatteva la farmacista – ci siamo messe a parlare e ho
sbagliato. Mi ha rincretinito con tutte le sue chiacchiere, sa. Lei parla assai.
E poi sa a me va sempre tutto storto. Anche a lei, vero? Ma perché ci va
sempre tutto storto?
– Grazie. Buona serata. – sussurrava Lilia, pensando che la donna fosse
davvero matta e rimproverandosi per quel pensiero. Si era ripromessa di
non giudicare mai più nessuno, né per criticarlo, né per elogiarlo.
– Grazie, grazie, è stato un piacere. Grazie a lei. Se scopre perché ci va
sempre tutto storto, venga a dirmelo, sa. È assai che vorrei saperlo. Lei lo
scoprirà. Se lo scopre, torni da me. Grazie! Buona serata. – gridava la
farmacista. E gridava così forte che Lilia, già sulla porta, si voltava a
guardarla, per capire perché la donna, all’improvviso, avesse deciso di
salutarla, alzando così tanto la voce. Notava che la signora, quando
sorrideva, sembrava Joker. La sua bocca arrivava alle orecchie. Lilia
ricambiava il sorriso e, uscendo, diceva alla notte di essersi sbagliata
quando ripeteva che tutte le bocche grandi e carnose sono belle.
4. Tocco di magia

– La vostra missione non sarà una gita, né un fuoco pirotecnico. –


spiegava Lor ai quattro – Anche se, all’inizio, a qualcuno di voi sembrerà
una passeggiata. In realtà, sarà lunga, complessa, estenuante, un po’
dolorosa, a volte vi sembrerà persino incomprensibile, oscura, fallimentare
e troppo faticosa.
– E allora lasciamo perdere, dai… – esclamava Mattia per provocare tutti.
Il vecchio dagli occhi luminescenti lo fulminava con lo sguardo, al punto
che l’elmo iniziava a bruciare.
– Ahi, ahi, ok, la smetto, prometto, non lo faccio più. – gridava Mattia,
cercando invano di sollevare l’elmetto dalla testa, mentre goccioline di
sudore gli scendevano sul viso sempre più rosso.
– Dicevo, la vostra missione – riprendeva Lor – consiste nello
sconfiggere le ombre, che sono i manipolatori del mondo. Le ombre
appartengono al regno dei mezzi demoni. Per metà sono umani, esattamente
come voi, per metà no. Anch’io appartengo alla razza dei mezzi demoni ma,
a differenza delle ombre, io lavoro con altre entità, le Amgirion, per far
evolvere l’uomo. Solo seguendo le Amgirion si acquisiscono poteri
straordinari, che danno senso e significato all’esistenza. Si tratta di quattro
divinità potentissime, Amore, Giustizia, Rispetto e Onestà. Purtroppo, nel
corso dei secoli, stanno perdendo potere, perché quasi più nessuno crede in
loro. Non illudono e non comprano la gente con promesse di vita facile e
felice. Proprio perché io sono uno dei pochi che lavora ancora per le
Amgirion, nel regno dei mezzi demoni vengo chiamato angelo, in senso
dispregiativo. Sono diventati ombre, invece, coloro che, anziché seguire le
Amgirion, hanno seguito le Sosesuin, entità note anche come dei della
materia.
– Soldi, sesso, successo e… che altro? – chiedeva Mattia.
– Inganno. – aggiungeva Nadia.
– Bravi ragazzi. Sì, le Sosesuin, in origine, erano solo queste quattro ma,
da quando sono diventate delle divinità, stanno prolificando, diffondendosi
in tutti i mondi.
– Quindi noi che dovremmo fare? – chiedeva Mattia.
– Ascoltarmi, innanzitutto. Io conosco i segreti per far evolvere ogni
essere vivente. Se vi fiderete di me, la vostra vita cambierà per sempre ed
entrerete nella storia. Se riuscirete a sconfiggere la dinastia delle ombre, la
Terra sarà liberata dalla loro oppressione e voi per primi conoscerete il
sapore della vera felicità. Solo i cuori puri possono riuscire nell’impresa. Io
provengo dal regno dei mezzi demoni e per questo motivo non posso
combattere nessuno di loro. La ragione di vita delle ombre è quella di
accrescere il proprio potere, a discapito della razza umana, per conquistare
la Terra e poi il resto dell’universo. Purtroppo la maggior parte degli
abitanti del regno dei mezzi demoni ha scelto di servire le Sosesuin, gli dei
della materia, diventando un’ombra. A seguire le Amgirion siamo stati in
pochissimi, perché diventare un’ombra potente è molto molto più semplice
che diventare un angelo, come ci chiamano loro per offenderci. Uso il
termine angelo anche perché per voi è molto più semplice così
comprendere. Dovete sapere che è stata proprio la Terra a suggerire questo
nome alle ombre. Non potete immaginarvi quanto hanno riso e quanto
ridono degli esseri umani per tutte le loro credenze. Si divertono soprattutto
quando pregate dei bambini biondi con gli occhi azzurri e le ali, delle
madonne vestite di blu come la fata turchina e varie divinità sanguinarie o
inesistenti, travestite da figli di un dio babbo natale.
– Che differenza c’è tra le ombre e i mezzi demoni? – chiedeva Alice.
– Nessuna, cretina. – la scherniva Mattia.
– La differenza c’è. – diceva Lor – Anche se entrambi appartengono alla
razza dei mezzi demoni. Questi ultimi, però, vivono nascosti in genere.
Hanno il dono dell’ubiquità, del sentire e altri poteri straordinari. Le ombre,
invece, vivono tra voi esseri umani e vogliono solo accrescere il proprio
potere a discapito della vostra razza, che deve solo essere usata, utilizzata e
schiavizzata per i loro interessi. Le ombre hanno un duplice corpo e quello
più potente vive nascosto insieme ai mezzi demoni. Anche l’uomo in
origine era duplice, ma gli esseri umani non ascoltano quasi mai i loro
simili illuminati.
– Perché hai scelto noi? – domandava Nadia interrompendolo.
– Perché abbiamo i cuori puri. – ribatteva Mattia.
– Il mondo è pieno di cuori puri e di certo nessuno sceglierebbe uno come
te. – rispondeva Nadia, fingendo di essere arrabbiata.
– Il mondo non è pieno di cuori puri, magari fosse così. – sussurrava Lor.
– Vedi. – replicava Mattia.
– Ma non vi ho scelto solo per questo. – concludeva Lor.
Nadia faceva delle smorfie, si bussava in testa con un dito, abbassava il
capo di scatto e apriva la bocca scoppiando a ridere.
– In casa Mattia regna il vuoto. – aggiungeva Nadia, senza smettere di
ridere.
Tutti ridevano, tranne Mattia, che girava le spalle per allontanarsi.
– Ehi, rosicone? – lo fermava Nadia.
– Non vorrai mica essere sostituito? – chiedeva Lor.
Mattia si avvicinava nuovamente ai tre, senza dire una parola. Gli erano
bastati il giro sotto il mantello e l’elmetto infuocato.
– Le vostre età anagrafiche unite insieme, – continuava Lor – secondo gli
studi cabalistici, costituiscono un numero magico: sette. Voi insieme siete
dunque perfetti, perché ognuno di voi custodisce tanti piccoli io, che uniti a
quelli degli altri possono formare un esercito potentissimo.
– Così sciancati, non direi. – lo interrompeva Nadia.
– Fai silenzio e non pensare con la mente di chi vede e crede reale solo
ciò che appare. Ognuno di voi è molto di più di quanto pensa ed è abitato da
una quantità di luce da poter generare infiniti io guerrieri, perfettamente
sani. – la tacitava il vecchio dal mantello arcobaleno.
– Qualcuno mi traduce cosa dice il vecchio? – Bisbigliava Alice che era
persa a guardare il suo cellulare.
Lor sbuffava e l’aria esalata strappava il cellulare di Alice dalle sue mani,
facendolo cadere a terra.
– Anche se tu sei multitasking e ti basta mezza parola per intuire, ora
ascoltami. – proclamava Lor, rivolgendosi ad Alice – C’è chi sa cucinare,
ma non ricorda niente, come te, Alice. Tu che hai conosciuto un dolore così
insopportabile da impedire a qualunque altra cosa o persona di entrare
dentro di te. Per questo rifiuti anche il cibo. Il tuo apparente rigetto per la
vita, in realtà, nasconde un bisogno famelico di essere nutrita. E nutrirsi non
è semplicemente mangiare. Significa lasciare che la vita colmi tutti i nostri
abissi. Tra di voi ci sarà anche chi sarà affetto da bulimia, chi avrà bisogno
di colmare un vuoto che non si colma. Questa persona farà parte, un giorno,
del vostro gruppo, dove già c’è chi sa tutto, ma non sa cucinare, né guidare.
Alex, ti riconosci? E poi abbiamo chi sa guidare, saltare più in alto di un
grattacielo e commuoversi davanti alle ingiustizie e potrebbe anche
superarle tutte, se non fosse che spesso fatica a parlare. Vero Mattia?
Diciamo che sei affetto da una sorta di mutismo selettivo.
– Con me parla e non mi sembra carino offenderlo. – obiettava Nadia,
mentre tutti erano sbigottiti e con gli occhi impegnati a trattenere le lacrime
per un passato che non avevano lasciato passare, ma che stava ancora tutto
là, in chissà quante molecole di acqua concentrate in quelle fessurine
doppie.
– Nessuno lo sta offendendo. – precisava Lor – Tu lo capiresti anche se
non parlasse. E lui con te parla, perché si sente al sicuro e in più vuole
conquistarti. In ogni caso, lui sa a cosa mi riferisco. Mattia ha grandissimi
talenti, ma non di certo quello della parola.
Mattia, nascondendo il suo sguardo imbarazzato e commosso sotto
l’elmetto, non potendo dire una parola per via dell’emozione, prendeva
Nadia per un braccio e le faceva segno con gli occhi di tacere. Un giorno ti
spiegherò, amore mio, pensava Mattia, mentre Nadia sorrideva perché,
senza sapere, il suo cuore aveva già inteso.
– C’è chi parla undici lingue, ma cammina come una lumaca, Nadia. –
continuava Lor – La fusione dei vostri cuori porta alla purezza, quella
purezza che serve per arrivare al monastero tibetano dove tutto è
realizzabile per i puri di cuore.
– Come conosci tutte queste cose di noi? – chiedeva Nadia.
– Ne conosco molte di più di quante voi possiate anche solo immaginare
di voi stessi.
– Sei una specie di dio? – domandava Alice.
– È presto perché sappiate già di dio. Avete idea di come si formi il
pensiero?
Alex, che poteva passare per un narcolettico a prima vista, si risvegliava
da uno dei suoi viaggi sonni e rispondeva immediatamente, proprio come
fosse un computer.
– Nel cervello esistono più di un miliardo di neuroni, ma nessuno ancora
ha saputo dire da dove nasca esattamente il pensiero. Pensiero e coscienza
sono due enormi problemi per la scienza. Anche la coscienza non risiede
nel cervello, come si pensava un tempo. – sentenziava Alex – Ci sono tanti
numeri magici, il 3 per esempio, il 7, il 1942 che è sempre 7.
Nessuno si stupiva più delle conoscenze di Alex e, naturalmente, nessuno
osava più neanche interromperlo.
– Il secondo corpo delle ombre, – spiegava Lor – quello che vive
nascosto, dimora nelle profondità della terra, il luogo più sicuro al mondo,
dove non esistono alluvioni, terremoti, tsunami, incendi, forze oscure e
demoni che tormentano. Le ombre dominano gli uomini dalle loro origini.
All’inizio era più difficile controllarli, perché la prima generazione di
terrestri aveva molti poteri straordinari rispetto agli uomini che voi oggi
conoscete. Con il passare del tempo, le ombre sono riuscite a rendere gli
uomini sempre più stupidi e manipolabili, fino al punto da occupargli la
mente con le ossessioni dei soldi, del sesso e del successo. Non c’è nulla di
male in queste cose, ma il guaio nasce quando abitano nella vostra testa,
anziché dove dovrebbero dimorare. I soldi nel portafoglio, il sesso nel corpo
e il successo nei vocabolari. Con l’inganno, poi, le ombre hanno accresciuto
il loro potere e oggi controllano quasi tutto il vostro pianeta attraverso le
malattie, i tradimenti, l’ignoranza, la religione, la povertà, l’economia, la
tecnica e le guerre.
– E la politica no? Non è uno strumento per dominare gli uomini? –
chiedeva Mattia con arroganza.
– La politica non è niente. È solo un altro fantoccio con cui distraggono
l’umanità. La politica è a sua volta manovrata dall’economia, dalla tecnica,
dai soldi, dal sesso, dal potere e quindi dal demone inganno.
– Parlaci di questi demoni che vivono sulla Terra. Io non li ho mai visti. –
lo incalzava Mattia.
– Meno male che lui è quello che fatica a parlare. – sbottava Alice.
– Ho il mutismo selettivo, non ricordi? – diceva con tono divertito Mattia.
– Non è un gioco. – interveniva Lor con voce ancora più profonda e cupa
– Un tempo, le ombre insieme ai mezzi demoni vivevano sulla Terra, dove
era molto più semplice per loro nutrirsi della luce degli uomini e
soggiogarli. Per conquistare i pianeti più velocemente, però, spalancarono le
porte del cosmo e dell’etere ai demoni, che ormai infestano la Terra. Per
questo i mezzi demoni e alcune ombre sono stati costretti a rifugiarsi nelle
profondità del pianeta blu. Anche loro sarebbero tormentati dai demoni, se
vivessero sulla Terra. Da millenni i demoni dell’abbandono, della paura, del
fallimento e della solitudine tormentano chiunque poggi i propri piedi sulla
Terra.
– E quali poteri magici ci darai vecchio stregone per sconfiggere queste
ombre? Io vorrei essere Ironman o Aquaman. – diceva ridacchiando Mattia.
Il vecchio saggio dallo sguardo indaco fluorescente si adirava. Nei suoi
occhi, poco più piccoli di due palline da tennis, compariva una spirale di
fuoco, mentre la sua mano si apriva di scatto, come se Mattia fosse una
mosca da allontanare. Quel gesto sollevava l’uomo a sette metri da terra, gli
inceneriva in un lampo i vestiti e lo lasciava sospeso nell’aria, a testa sotto,
con solo le mutande in dosso e quel suo strano elmo che vinceva la legge di
gravità. Nel punto esatto in cui prima poggiava i piedi, si apriva una specie
di botola dove due coccodrilli, su una lastra di ghiaccio, lo aspettavano
spalancando le fauci.
– Osa pronunciare un’altra parola, – diceva Lor – chiamami ancora
vecchio stregone e di te non rimarrà niente, tranne il segreto che nascondi
sotto il tuo elmetto. – Mattia cadeva a terra, tremando per il freddo e la
paura. Non osava proferir parola, anche se pensava che Lor fosse solo un
vecchio stregone permaloso.
– Ancora? – gridava il vecchio dagli occhi luminescenti.
– Non ho fatto niente. – piagnucolava Mattia, pensando che ritirava i suoi
pensieri.
A quel punto, Lor chiudeva le palpebre, i suoi occhi ritornavano normali
e Mattia si ritrovava vestito come un cavaliere, con il suo elmetto in testa e
con una museruola sulla faccia.
– Fino a quando non dirò che puoi parlare è più sicuro che tu stia così. –
continuava Lor. – Scappa se un giorno mi farai infuriare al punto che aprirò
il mio mantello. Come fa a piacerti uno simile? – diceva rivolgendosi a
Nadia – Mah! Saranno i capelli, come se tu discendessi dagli Elohim.
– No no no no no, aspetta un attimo, niente affatto, caro mio, tu non sai
tutto. – partiva Nadia a raffica – A me non me ne frega proprio niente di
quello lì. Non mi metterei mai con un essere del genere, non sono mica così
disperata. Mai con lui. Ma poi scusa, perché deve scappare se si apre il tuo
mantello e cosa vuol dire che io non discendo… da chi?
– Il mio mantello – riprendeva Lor sorridendo – racchiude tutte le energie
del pianeta, per questo è iridescente e, come già avrete intuito, ha poteri
magici, ma non è niente paragonato al mio corpo, che racchiude un potere
ancora più grande, perciò devo tenerlo nascosto e protetto. Io sono il frutto
del più grande esperimento mai compiuto, ma questo non è il momento per
raccontare la mia storia. Ragazzi, si fa per dire ragazzi, sarebbe più indicato
bambini, anche se l’anagrafe sarebbe in disaccordo, la nostra unica fortuna,
al momento, deriva dall’incapacità attuale dei mezzi demoni di dominare la
natura, anche se ci sono vicini purtroppo. Noi dobbiamo impedire che
questo accada. Se ci riuscissero, nessuno potrebbe più sconfiggerli. Dovete
scovarli prima.
– Dovete? – chiedeva Alice balbettando per la paura – Perché dovete?
Dobbiamo.
– Io non posso venire con voi. – riprendeva Lor – Se avessi potuto
combatterli, voi non sareste qua ora, ve l’ho già detto. Un mezzo demone
non può combattere con un mezzo demone e le ombre sono mezzi demoni,
esattamente come me, con l’unica differenza che non hanno scelto di
seguire le Amgirion, ma le Sosesuin. Io vi guiderò da lontano, non temete.
Sarò sempre con voi. Per stanotte, il vostro solo compito è quello di
scegliervi dei nomi, altri nomi. I nomi che vi serviranno durante la vostra
missione. Non potete mantenere i vostri nomi da terrestri nel multiverso.
– Stephen Hawking disse che il multiverso si è creato dopo il Big Bang, il
quale avrebbe provocato un numero infinito di esplosioni, a loro volta
creatrici di altrettanti universi paralleli{1}. – diceva Alex, riapparso da uno
dei suoi viaggi sonni, parlando in quel suo modo buffo, da oracolo e da
bambino insieme – Stephen sosteneva che attraverso la radiazione cosmica
sarebbe stato anche possibile acquisire le prove di questo multiverso. In
riferimento, invece, al modo in cui le ombre governerebbero gli uomini, non
avete mai sentito dire che la gente si sottopone volontariamente al controllo
delle coscienze attraverso la religione, per esempio? O quando ha paura? Le
armi più potenti sono quelle a cui nessuno pensa di ribellarsi. Ma non avete
mai letto neanche un libro di Mauro Biglino? Gli Elohim sono divinità che
hanno creato l’uomo e sono molto più potenti dell’uomo, vivono molto più
a lungo e hanno creato la razza umana perché volevano qualcuno che
lavorasse per loro. Gli esseri umani sono il risultato di esperimenti di
ingegneria genetica, ottenuti mescolando il DNA degli Elohim con quello
degli ominidi{2}. Ecco perché si dice che l’uomo discenda dalle scimmie, ma
naturalmente non è così. Se ne era accorto già Wallace, l’amico
collaboratore di Darwin. La teoria dell’evoluzione della specie non
funzionava per gli uomini. E infatti noi, che dovremmo corrispondere
all’homo sapiens sapiens, abbiamo un gene modificato, che non avevano i
nostri antenati. Ragion per cui non possiamo discendere dalle scimmie. Se
così fosse, poi, come mai oggi nessuna scimmia diventa uomo? Gli uomini
discendono dagli alieni e cioè dagli Elohim, a cui piacevano tantissimo i
capelli delle femmine. Avete mai visto una specie che non ha nessun talento
e a cui cresce qualcosa senza limiti? No. Solo gli esseri umani non hanno
alcun talento di nascita, non sono adatti a nessun ecosistema del pianeta e
hanno capelli che gli crescono senza sosta. Per sconfiggere le ombre, che
forse sono gli Elohim, dobbiamo provocare la corruzione dei loro costumi.
Una volta, si studiava in tutte le scuole che gli imperi, compreso quello
romano, sono caduti per la corruzione dei costumi. In sostanza, a un certo
punto, chi comanda non ha più voglia di fare niente. Il potere li trasforma
nel desiderio di potere e, non facendo nulla, si fermano e muoiono. La vita è
movimento, è cambiamento. E soprattutto la vita è quello che non
sappiamo. Ricordatevi sempre che la fisica si occupa del 5% della realtà,
forse anche meno. Il resto è energia oscura e, come tale, ancora sconosciuta.
– Grazie Alex, – rispondeva Lor – ma le ombre non sono gli Elohim.
Alex tornava nel suo stato catatonico e Lor riprendeva a spiegare.
– Allora, stanotte vi sceglierete dei nuovi nomi e leggerete una storia.
Domani mattina viaggerete per la prima volta nel multiverso. Entrerete in
un’altra dimensione e riceverete il dono dell’invisibilità. Fino a quando non
deciderete di farvi vedere da qualcuno presentandovi con il vostro vero
nome, resterete invisibili. Quando, invece, vi farete vedere da qualcuno
usando i vostri nuovi nomi, sarete visibili e tornerete invisibili
all’occorrenza. Senza invisibilità non potete viaggiare nel multiverso. Il
multiverso permette l’esistenza di milioni di vostre copie in altrettanti
universi. Naturalmente non tutti gli universi sono come il nostro, alcuni
sono terrificanti, oscuri e pericolosissimi e le copie che vivono in quel tipo
di mondo si adeguano a quel clima, diventando malefici e crudeli. Non
pensate che tutte le vostre copie siano identiche a voi. Molte non le
riconoscereste neanche. In sostanza, il multiverso è un’invenzione geniale
perché nulla nelle galassie vada perduto. Con i nuovi nomi potrete farvi
vedere quando volete e poi scomparire di nuovo, viaggiare velocemente in
ogni parte del mondo e delle galassie, per poi tonare alla base, che sarà un
palazzo sospeso tra le nuvole, naturalmente invisibile. Mi raccomando, ve
lo ripeto. State attenti a decidere di farvi vedere con il vostro vero nome,
perché in quell’istante preciso perderete il dono dell’invisibilità, restando
visibili sempre, per tutti. A questo vi servono dei nuovi nomi: a viaggiare
indisturbati per le diverse dimensioni.
– Perché dobbiamo fare tutto questo? – chiedeva Alice.
– Appunto, non possiamo andare direttamente al monastero? –
concludeva Nadia.
– Prima di partire per la vostra prima missione, dovete aiutare l’ultima
strega esistente sulla Terra. Solo lei può insegnarvi a cambiare le vostre età,
persino a tornare bambini e molte altre cose. Il viaggio che dovete compiere
ha bisogno di cuori puri, che sappiano ancora sognare. Non mi siete stati a
sentire poco fa, quando ho detto che solo la fusione dei vostri cuori porta
alla purezza, quella purezza che serve per arrivare al monastero tibetano
dove tutto è realizzabile?
– Perché non ti prendevi direttamente dei giovani? – lo interrompeva con
tono sarcastico Mattia.
– Tu ancora non ne hai avuto abbastanza? Sei un testone! – riprendeva
ridacchiando Lor – Non potevo prendere direttamente dei giovani, perché
serve esperienza. Bisogna aver conosciuto il vero dolore e bisogna essere
disposti a perdere tutto. Voi potete correre il rischio, anche perché non avete
niente da perdere.
Mattia caricava un pugno diretto al vecchio, ma il braccio gli restava
incastrato dietro la schiena, come se qualcuno lo trattenesse.
– Non puoi colpirmi Mattia e mi fa ridere che ancora ci provi. –
continuava Lor divertito – La strega vi aiuterà, se voi prima aiuterete lei.
Per farlo dovrete ascoltare molto, guardare e risolvere, fare un po’ gli
investigatori in sostanza. In fondo tutti nella vita vogliono fare
l’investigatore, ma non per scoprire chi è il colpevole, come in genere si
pensa. Ciascun essere umano ha bisogno di capire, di sapere qual è il senso.
Si investiga per comprendere il perché degli atti violenti. Tutti hanno
bisogno di conoscersi, se sono vivi. Non è detto che una vita basti per
riuscirci. Adesso vi darò un assaggio del multiverso e del dono che vi darò.
Vi farò sedere in poltrona e vedrete una scena di vita della strega.
Naturalmente io non posso dirvi nulla di quello che vedrete, ma sono sicuro
che questi pochissimi istanti vi serviranno, un giorno.
I quattro osservavano una giornata di pioggia battente, quando il giorno
sembra essersi scordato di arrivare e stabilire l’ora risulta impossibile, senza
un orologio. Un’automobile in fiamme, capovolta e schiantata contro il
muro di un cimitero. In quella zona per nulla trafficata, si notavano una
strada e un marciapiede ancora dormienti, costeggiati da pini; un fioraio e
un’edicola chiusi. All’interno della vettura si intravedevano quattro corpi. A
pochi metri dall’incidente camminava l’unica persona presente in quel tratto
di strada. È una donna dai lunghi capelli rosso fuoco, gli occhi dipinti di
nero, una bocca polposa, un corpo da toccare, le unghie affilate e scarpe
altissime sotto un tubino colorato mignon, nascosto da un abito da
principessa che la donna si stava stracciando. Un uomo, che pareva spuntato
dal nulla, stava correndo per allontanarsi da quella zona.
– Bene, – esclamava Lor – quindi quanti morti abbiamo?
– Quattro. – rispondeva fulminea Alice.
– No, due. – ribatteva Mattia. – La bonazza e l’uomo che correva sono
salvi.
– E chi ti dice che fossero due dei quattro nell’automobile? – chiedeva
Alice.
– Potrebbero essere anche tre i morti. – interveniva Nadia – E magari la
donna o l’uomo in zona sono il responsabile o i responsabili dell’incidente.
– Bene. Vedo che giustamente non sapete rispondere. – affermava Lor.
– Non è che non sappiamo rispondere. È impossibile. – replicava Alice.
– Per ora è impossibile. – aggiungeva Mattia.
– Dovete immaginare l’inimmaginabile e per farlo, prima, dovete
diventare tutto ciò che siete. – ribadiva Lor.
– Sì, ce lo hai già detto, ma come si fa? – chiedeva Nadia.
– Non lo so. – diceva il vecchio dagli occhi iridescenti.
– Come non lo sai? – chiedeva Mattia.
– Ognuno ha il suo metodo. Lo dovete sapere voi. Ognuno di voi lo sa,
solo che non sa di saperlo. – aggiungeva Lor.
I quattro si guardavano sbigottiti, senza capire niente. Intanto Lor
applaudiva tre volte e si materializzavano dei fogli.
– Leggeteli e forse capirete chi sono gli uomini e chi sono i mezzi
demoni. Partite da lì. È più facile. – aggiungeva – Quando finirete di
leggere, dormirete.
– Senza mangiare? – piagnucolava Alice.
– Ma se tu non mangi da anni! Vuoi iniziare proprio stasera e sentirti
male? – domandava Mattia.
– Lascia stare. Tu non capisci niente. – gridava Alice.
– Proprio perché praticamente non mangia da anni, – ribatteva Lor –
Alice non smetterebbe mai di mangiare, ma il suo stomaco non le
consentirebbe di superare una dose da neonata. – poi il vecchio dagli occhi
luminescenti si rivolgeva con molta dolcezza ad Alice – Ti sentirai così
sazia da capire di non esserlo mai stata fino a oggi. Questo sarà nutrirsi.
– E questa sensazione stupenda di non avere fame durerà per sempre? –
lo incalzava Alice.
– Durerà quando accetterai il vero amore. – concludeva Lor
scomparendo.
Di tutto quello che avevano letto, l’unica cosa chiara a tutti era che solo
gli uomini possono diventare persone speciali e che le persone speciali
possiedono il tocco di magia. Il tocco di magia è l’ingrediente segreto delle
persone speciali, quel tratto misterioso che le rende uniche e che permette
loro di entrare nel cuore delle persone e di conoscere l’amore. Gli uomini
sono dei che hanno abbandonato volontariamente i propri poteri per poter
conoscere l’amore terrestre, l’unico in grado di far evolvere l’anima. Anche
l’anima ha un’età e la sua saggezza dipende da quanto dolore ha saputo
trasformare. I pianeti non cadono e seguono un ordine e delle leggi in virtù
della magia d’amore che li incanta. Solo le persone speciali hanno il cuore
puro e possono sconfiggere le ombre.
5. Finire come il Manzoni e l’invisibile

Il giorno seguente alla sua prima lezione all’università di Torino pioveva.


Secondo Lilia quindi, era un giorno fortunato. Quando piove, diceva tra sé,
il cielo sta semplicemente piangendo, perché due esseri che si amano sono
stati temporaneamente separati. Più è forte il temporale, più è grande la
disperazione del distacco. Amava la pioggia anche perché tutte le cose più
belle le erano sempre successe nei giorni di pioggia. In realtà, fino a quel
momento, l’unica cosa bella per lei era il suo lavoro. Le piaceva insegnare.
La faceva sentire utile. Sentirsi utile la faceva illudere di essere un’artista,
ma non un’artista inteso alla maniera moderna. Oggi, infatti, sbagliando, si
ritiene che l’artista sia un uomo di successo che dice le stesse cose che
pensiamo noi. Una sorta di amico della porta accanto ricchissimo. Invece,
l’artista è un folle visionario ribelle, che precorre i tempi e che, all’inizio, è
capito da pochissime persone, proprio per la sua capacità di innovare. Se la
ricchezza, poi, fosse un criterio per valutare un’artista, allora i chirurghi
plastici, i dentisti e i narcotrafficanti sarebbero degli artisti. Quanto al
successo, si tratta di un altro luogo comune. Avere successo non significa
affatto essere un’artista, ma solo essere popolare. La maggior parte delle
persone sono stupide, pensava Lilia, per questo artisti veri come Mozart,
Van Gogh, Kafka e moltissimi altri hanno faticato moltissimo per essere
apprezzati, forse proprio perché erano dei geni. Lei voleva essere un’artista,
ma come lo intendevano gli antichi. Per loro l’artista era colui che aveva
molte conoscenze, in letteratura, fisica, scienze, storia, filosofia e riusciva
sintetizzare le proprie conoscenze per renderle fruibili a tutti. L’artista, in
sostanza, era colui che sapeva trasformare le nozioni in emozioni, perché
potessero durare e diventare utile patrimonio di chiunque lo volesse.
Ogni volta che pioveva, Lilia ripensava alla sua prima lezione, tenuta
proprio in un giorno di pioggia e a quanto desiderasse essere un’artista. Le
sarebbe piaciuto anche diventare una cristiana perfetta. Trascorreva tutti i
fine settimana tra la parrocchia e la chiesa. Faceva volontariato e pregava
moltissimo. Dava una mano anche alla mensa della Caritas: lavava i
pavimenti o serviva i pasti o smistava i vestiti. Il tutto sempre in religioso
silenzio. Ogni giorno di pioggia, crollasse il mondo, si recava in chiesa. Era
certa che, prima o poi, sarebbe stata baciata da un segno profetico. Le
sarebbe bastato sentire la voce di sua madre, di quella naturale o di quella
adottiva, se proprio non fosse stata degna di un contatto con la Santa Maria
o con lo Spirito Santo. Lilia si sentiva fortunata: aveva avuto due madri,
anche se una l’aveva abbandonata e l’altra era morta; due padri, sua sorella
Rosa e la sua testa. Anche se, a volte, avrebbe voluto cambiare qualche
rotella della sua testa. Anzi, la rotella principale, quella che la faceva sentire
così diversa dagli altri. Anche per questo pregava molto: ringraziava il buon
Dio per la sua misericordia e lo supplicava di avere pazienza con la sua
rotella. Ripeteva spesso nella sua mente “con Dio sono felice”, ma in realtà
non si sentiva felice affatto. Anzi, avrebbe dato qualsiasi cosa per capire
cosa fosse la felicità e per poterla provare almeno una volta. Ripetendo “con
Dio sono felice”, sperava che, un giorno, lo sarebbe diventata sul serio.
Quando si sentiva triste e sola, quasi sempre, per tenere a freno il suo senso
di colpa e la vergogna per tanta ingratitudine, pensava ai bambini che
vedeva alla Caritas o ai minatori. Lei si riteneva troppo debole e sapeva che
non sarebbe mai riuscita ad accettare una vita di stenti. La confortava il noto
pensiero che Dio non assegna mai più pesi di quelli che uno riesce a
sopportare. Il suo carico era leggero, perché lei era debole. Anche per
questo pregava tanto: voleva diventare forte. Non rifletteva, però, sul fatto
che solo chi supera molte dure prove diventa forte e, dunque, più pregava di
esserlo, più chiedeva alla vita di metterla alla prova. Si domandava perché
non riuscisse ad accettarsi per quello che era. E si domandava anche perché
continuasse a seguire la religione cristiana, benché non avesse trovato
conforto, sostegno, né alcuna risposta in quel credo. Era un’abitudine ormai.
Si rivolgeva allo Spirito Santo come fosse suo fratello. Nessuno sapeva da
dove derivasse tanta convinzione, visto che la famiglia Gapiès era nota in
provincia per la sua storia di partigiani atei e comunisti. Sentiva che il segno
della Provvidenza sarebbe arrivato in un giorno di pioggia. L’acqua sul
marciapiede le avrebbe regalato la caduta, così da accordare la sua anima a
Dio, proprio come faceva il muro grigio e freddo della chiesa con l’asfalto
liscio e lucido. Sperava solo che ciò avvenisse presto. Le sarebbe
dispiaciuto fare la fine del Manzoni, finito dagli scalini della chiesa e forse
anche da quell’eterogenesi dei fini che conosceva fin troppo bene. Si
vergognava di questo suo pensiero, però non poteva ignorarlo. Perché non
otteniamo mai quello che desideriamo, si domandava in continuazione. Per
non pensarci, pregava più che poteva. Voleva liberarsi da tutte le sue
fantasie, che la facevano sentire in balia del peccato. È tutta colpa della mia
rotella principale, pensava. Se qualcuno potesse avvitarmela nel verso
giusto, guarirei e finalmente sarei un’orfana felice senza più pensieri matti.
Non osava però chiedere la grazia: sapeva bene che quella rientra nei
disegni imperscrutabili di Dio. I meriti non servono alla grazia, ma a
mondarci dal peccato, ripeteva tra sé. Per questo, era sempre tanto severa
con se stessa. Non voleva capire, però, che l’impegno profuso per espiare
quel suo presunto male, mascherava il regno sconfinato del suo orgoglio.
Siamo tutti perfettibili, si ripeteva, quindi non esiste peccato se ho un
piccolo innocuo desiderio di perfezione. Lilia pregava più intensamente nei
giorni di pioggia, ma senza mai chiedere di perdere quel suo desiderio di
essere un’artista. Quella parola, però, le sembrava troppo importante per
essere adatta a lei, quindi, la sostituiva con esempi. Chiedeva perdono solo
per la sua vanità. Non osava confessare a nessuno, infatti, di amare la
pioggia anche perché si sentiva più bella quando non c’era il sole. Si sentiva
Apollo, camminando sotto l’acqua. Era come se il suo corpo e, soprattutto, i
suoi lunghi capelli, prigionieri sempre di un elastico o di un fermaglio, si
animassero con la pioggia. I suoi boccoli erano definiti dall’umidità e
diventavano più lucidi e ribelli. In quei giorni, non c’era verso di legarli in
modo che almeno qualche ricciolo non sfuggisse alla morsa della coda. La
pioggia, inoltre, cancellava il suo senso di disaccordo con il mondo. Si
sentiva se stessa per intero, se pioveva. Non era soltanto perché la gente
associa alla pioggia tristezza o violenza o presagi di sventure. Lilia con la
pioggia intratteneva lunghe chiacchierate a senso unico. Le sussurrava i
motivi per cui l’adorava e le svelava i suoi pensieri, spesso concentrati nel
chiedere a Dio di spegnere quei suoi desideri inarrestabili e inconfessabili,
che corrompevano la sua anima, trascinandola tra i piaceri di ogni più
recondito abisso della carne. E forse Lilia non si era mai concessa a
nessuno, perché pensava che non esistesse uomo in grado di soddisfare tutte
le sue fantasie sessuali. E poi, per lei non poteva esserci nessun uomo da
adorare come un dio. Non voleva soli intorno a cui girare e, se avesse
potuto, avrebbe fatto in modo che anche la Terra si tenesse il più lontana
possibile dal sole. Detestava il caldo: l’illusione che la violenza di una stella
potesse mettere a nudo la gente, arresa al massacro dei sassi o alla tortura
della sabbia. Si dice che non è violenza quella del sole, pensava Lilia, ma
dovrei crederci solo perché esistono uomini rettili? Certi godono cambiando
pelle sul braciere affollato di Rimini, Ostia o Lignano, ma non sono dei
mostri. Sono solo io il mostro, rimuginava tra sé, come al suo solito. Tutti
hanno bisogno di sognare. Anch’io sogno forse un tempo in cui il sole possa
scorticarmi. Lo vorrei sentire questo gusto del cambiamento. Forse anche a
me basterebbe cambiare scorza, come fanno i più d’estate, quando l’odore
acre della pelle sudata incontra quello dolce del cocco. La verità, però, è che
io voglio ucciderla l’estate, diceva tra sé, come vorrei fare con qualcun
altro. E immediatamente le venivano in mente tutte le volte in cui la madre
era stata violenta con lei, non solo con le mani. Quella donna che, fuori casa
si faceva vedere perfetta, ignorandola, appena chiudeva la porta, trovava
mille modi per esplodere, sfogandosi su di lei. Da allora, non aveva mai più
potuto smettere di stare all’erta. Sua madre la faceva sentire sempre in
pericolo e inadeguata.
Per conquistare i suoi genitori le aveva provate tutte. Essere la migliore,
ammalarsi spesso e persino rischiare di morire. La sua anima aveva bisogno
di cure per crescere, ma intorno a lei il mondo sembrava popolato solo di
gente interessata a spogliare e toccare corpi o a possedere schiavi o a
ottenere soldi e riconoscimenti pubblici. A casa veniva usata per fare ogni
tipo di faccenda domestica. Quando non veniva usata come
un’aspirapolvere, era invisibile. Nessuno pensava mai a soddisfare i suoi
desideri. Veniva picchiata ogni volta che alla madre non bastava solo
sfogarsi a parole, gridandole contro tutto un catalogo, più o meno
incomprensibile, di offese.
– Dovrei fare come tuo padre e fottermene di voi. Dovrei abbandonarvi.
Culona di emme vieni qua e pulisci come si deve, altrimenti non esci per
una settimana. Non ti vuole nessuno, cicciona culona. Neppure mi posso
sfogare con te, perché se dico parolacce, poi tu le ripeti. E poi quanto mi
costate? Mangi troppo! Studia, ignorante! Maledetta a me che mi sono presa
sta cessa mostra inutile, io manco ti volevo. Che vita di emme! Che il cielo
vi fulmini o mi fulmini. – ripeteva spesso sua madre.
Lo scopo delle giornate di Lilia era quello di non dare fastidio. Quando
sua madre, infatti, non la faceva sentire un peso, le rinfacciava di doverle
comprare i libri per la scuola o di infastidirla con la sua sola presenza.
Spesso acquistava testi così vecchi da costringerla a memorizzare lezioni
intere, delle quali sul suo libro, naturalmente usato, non vi erano tracce.
Ovviamente anche i vestiti erano di seconda o terza mano, a volte persino
troppo stretti o larghi. Non esistevano svaghi, cinema, feste, né amici che
potessero farle visita. Forse per questo Lilia inventava l’unico gioco
possibile: parlare con sé stessa e con tutti gli animali, gli oggetti e i
fenomeni naturali, generalmente considerati muti. Per lei la vita era tutta
immaginazione. Viveva solo per inventare storie. Rosa, al contrario, veniva
ricoperta di qualsiasi cosa chiedesse, perché le sue crisi isteriche e di panico
avevano spaventato tutti. La madre, infatti, per paura che la follia di Rosa
diventasse di dominio pubblico, riversava attenzioni di ogni tipo solo su di
lei. Lilia sapeva benissimo che sua madre si attribuiva tutte le colpe della
presunta pazzia della sorella. Ripeteva sempre di aver avuto una gravidanza
terribile che, a dire della sua cartomante di fiducia, aveva influito sulla
salute di Rosa. Quando sua madre raccontava della sua cartomante, alla
quale credeva ciecamente, Lilia spalancava gli occhi e rideva. Per questo,
veniva picchiata con più forza e poi si metteva a studiare, per sbugiardare
quella ciarlatana fattucchiera. Lilia era convinta, inoltre, che fossero stati gli
intrugli della madre propinati alla sorella, comprati proprio dalla sua
cartomante, ad aver tolto del tutto l’appetito a Rosa, che trascorreva le
giornate a strillare e piangere. Studiando, però, aveva scoperto che, in
effetti, lo stato di malessere della madre incinta si ripercuote sul figlio. Un
giorno, allora, aveva telefonato alla cartomante, chiedendole una pozione
che potesse farla amare dalla madre. La fattucchiera era scoppiata a ridere,
troncando la conversazione. Naturalmente, appena la madre ne era stata
informata, aveva massacrato un’altra volta la figlia a suon di bastonate.
A furia di legnate, Lilia perdeva il desiderio di essere amata da sua
madre. A quella mancanza si rassegnava. Sognava, però, che qualcun altro,
almeno una volta nella vita, la difendesse o la facesse sentire amata per
quello che era. Non aveva il coraggio di confidarlo a nessuno. Un giorno,
quel suo desiderio si realizzava. Un essere vivente le sfiorava la mano e
tanto le bastava. Era una farfalla notturna. Per Lilia la sua migliore amica.
Si chiamava Sincro, così le diceva la farfalla stessa. Comunicavano
telepaticamente, per lo più attraverso l’interruttore della luce. Se
d’improvviso la lampada funzionava a intermittenza, come fosse un led di
una discoteca, significava che Sincro approvava. Quando, invece, la luce si
spegneva, voleva dire che Sincro si era stancata dei soliti lamenti
sconclusionati dell’amica o che disapprovava. La farfalla si materializzava
sempre dal nulla e nel nulla poi scompariva. Nessuno può dire come le due
amiche decidessero i momenti dei loro incontri.
– Tu vorresti farti piacere le cose che hai e gioirne, ma sei troppo
sensibile per riuscirci. – le diceva sempre Sincro parlandole nella testa.
Lilia approvava.
– Non sei una piccola formica che sta trasportando sul capo una spiga
lunga sette volte sé stessa. – concludeva la farfalla.
Lilia quel punto non lo capiva mai, ma pensava fosse normale. Fate, elfi,
unicorni, gnomi, angeli, animali ed entità varie devono per forza usare un
linguaggio diverso dal mio, diceva tra sé, perché appartengono a regni
diversi. Avrebbe tanto desiderato che Sincro potesse seguirla e proteggerla
quando andava a scuola, dove le cose non andavano meglio. Lilia non era
riuscita a farsi un’amica neanche lì. Da nessuna parte riscuoteva simpatie.
Era considerata troppo strana. Lei si comportava esattamente come a casa,
cercando di non disturbare ma, ogni volta che i professori le domandavano
qualcosa o la interrogavano, tutti restavano strabiliati dalla sua capacità
mnemonica e da quel suo intuito in grado di comprendere sempre tutto
molto prima degli altri.
Una volta, esausta per gli insulti di un suo compagno di classe, che le
ripeteva in continuazione “Ti vesti come una prostituta, ma non puoi avere
clienti perché hai il mezzo rotto: sei un cesso di frigida”, prendeva una delle
stampelle che, in quel periodo, le servivano per muoversi e la scagliava
contro quel ragazzo. Si era fratturata tibia e perone, spostata la sacra iliaca
destra e fratturata una vertebra, in seguito al primo di una lunga serie di
incidenti misteriosi, che le capitavano sempre quando era da sola. Dopo il
lancio della stampella, non rideva nessuno, forse perché aveva infranto un
crocifisso pregiato, senza neanche sfiorare il compagno che l’aveva
insultata. La mia solita fortuna, pensava Lilia. Tutti sapevano cosa le
sarebbe toccato. Era una scuola di suore severissime e sicuramente dopo
averla picchiata con la bacchetta sui dorsi delle mani, l’avrebbero messa in
ginocchio tutta la mattina dietro la lavagna, fregandosene del gesso. In
realtà, non potendo piegare la gamba, non aveva dovuto inginocchiarsi,
anche se lo avrebbe di gran lunga preferito, visto che sua madre la picchiava
seguendo lo schema di quella che Lilia considerava la specialità della
donna: il colpo spacca bocca. Assestare un pugno ben caricato dritto in
bocca, con il dorso della mano inanellato. L’obiettivo probabilmente era
quello di sgonfiare quelle labbra carnose di natura e così diverse da quelle
della donna. Lilia odiava soprattutto quell’anello farlocco a forma di griglia,
che si estendeva per mezzo dito medio sulla mano tozza della madre e
fracassava come una tagliola. Ogni volta che Lilia si guardava allo specchio
e scorgeva prima del sangue e poi una piccola macchia rossastra, ora sul suo
labbro superiore, ora su quello inferiore, giurava che si sarebbe vendicata.
Poi si scusava con il Signore per il suo pensiero peccaminoso e ripeteva tra
sé che avrebbe avuto giustizia. Nel suo cuore lei sentiva di essere nata per
qualcosa di grandioso. Ogni rivoluzione nasce dall’ingiustizia, ripeteva
dentro di sé per darsi forza. Avrebbe fatto qualcosa di così eclatante e
meraviglioso che tutti l’avrebbero ammirata e inseguita, facendo schiattare
d’invidia sua madre.
I suoi genitori, però, morivano giovani, perciò non le riusciva né di
diventare un fallimento completo per punirli, né di eccellere più di ogni
altro per farli crepare di rabbia. La sua ira nei confronti della famiglia era a
volte così incontenibile da farle desiderare di sterminarla. Dalla vergogna
per quel pensiero nasceva il suo perenne senso di colpa, che la conduceva in
fretta a un versatile autolesionismo. Durante tutta la sua infanzia, imparando
a parlare sempre meno, anche per paura di ricevere il colpo spacca bocca, si
ripeteva una frase che aveva sentito dire quando era piccolissima e ancora
non parlava: “Non scusarti mai se sei più intelligente degli altri”.
Crescendo, però, aveva scordato quell’affermazione, che era stata sostituita
dal ricordo di quanto fosse stata infelice da bambina e da un desiderio
accanito di morire. Trascorreva molto tempo fantasticando sui possibili
modi di porre fine alla sua vita. Forse per questo, aveva respirato l’odore
della morte almeno tre volte, finché un incidente, che l’aveva mandata in
coma per qualche giorno, non le aveva svelato tutta la verità, costringendola
ad accettare la sua vita. La solitudine che aveva sentito, fino al giorno di
quell’incidente, era insopportabile ed essere derisa per il suo peso o per i
suoi capelli o per i suoi vestiti la faceva impazzire. Le sembrava che tenere
a freno la sua testa fosse troppo faticoso per un’incapace come lei. Per
questo imparava a pregare. Ripetere litanie incomprensibili e raccontarsi
mille volte in mille modi diversi la stessa storia, per ore, fermava la sua
mente. Era l’unico modo per darsi tregua, come se l’eterno parlare tra sé e il
rimuginare gli eventi fossero la condanna di chi non si è mai sentito amato.
Lilia era diventata tutte le voci e le orecchie di cui avrebbe avuto bisogno.
Per saziare la sua anima, affamata da anni di non carezze, non sorrisi, non
abbracci, così denutrita da non avere la forza di realizzare il proprio destino,
iniziava a mangiare a dismisura. Nel giro di pochi giorni trovava anche il
modo di non ingrassare divorando tutto quel cibo. Pizze e dolci di ogni tipo,
in grado di sfamare almeno cinque persone per un giorno intero.
Insufficienti, però, a tappare quel buco nero, che voleva inghiottire tutto, per
non correre più il rischio di essere calunniato, detestato, abbandonato,
tradito, calpestato, ignorato, placato, sottovalutato.
Un giorno, durante il periodo del coma, l’invisibile, forse per colmare il
senso di solitudine di Lilia, decideva di entrare in comunicazione con lei o
almeno questa era la sua impressione. Di certo, era stata la sua salvezza,
anche se temporanea. Mentre il suo corpo era immobile a letto e i medici
dicevano che il suo cervello, in stato comatoso, non sarebbe mai più tornato
quello di prima, Lilia viveva una delle esperienze più strabilianti della sua
vita. Fluttuava nell’aria, insieme a bambini e creature alate di ogni specie,
unicorni, fate, elfi, gnomi, cavallini, cerbiatti, farfalle ed esseri simili agli
uomini, tranne che per gli occhi, che erano luminescenti e poco più piccoli
di due palline da tennis. In un cielo di un blu incantevole, striato di rosso,
arancione verde e indaco, con colori mai visti sulla Terra, per quanto erano
accesi e cangianti, sfrecciava velocissima, volando insieme a tutte quelle
creature, con cui comunicava telepaticamente. Sfrecciava tra montagne e
cieli gialli arancioni e fucsia, tramonti incantevoli che si riflettevano sulle
acque dei laghi e sul colore dei fiori. Non si era mai sentita così libera, forte
e gioiosa. Le creature le spiegavano che quello era il trapasso e, come
poteva vedere, non aveva nulla a che fare con l’idea umana della morte.
– La cosa in assoluto più stupida che fanno gli esseri umani – le diceva
una voce che proveniva da chissà dove – è uccidere chi ha commesso un
omicidio. Non hanno ancora compreso che la morte è una liberazione. Può
essere una libertà fantastica e assoluta, ricca di gioia e poteri straordinari. Di
qua, continui a essere quello che eri sulla Terra, solo in versione
amplificata. Le schifezze, dunque, restano sole, perché puzzano in un modo
che neppure il padre eterno può stare loro vicino. Per capire che cos’è la
morte, dovreste osservare coloro che tentano davvero di suicidarsi, ma poi
sopravvivono. Restano come prima? – chiedeva quella voce che adesso
aveva un corpo. Lilia non riusciva a credere ai suoi occhi. A parlarle era un
cane e si apprestava a rispondere un orso, accovacciato lì accanto a lei, che
si era appena fermata in una specie di prateria celeste.
– No, mai. Chi fa conoscenza della morte cambia. Diventa una persona
nuova, che ama la vita. E questo accade non solo perché, sfiorando la
morte, ne comprende la vera natura, ma soprattutto capisce cos’è la vita. Il
dono più prezioso. – concludeva l’orso.
Lilia, allora, domandava, sempre telepaticamente, perché invece si dice
che se credi nell’inferno o nei demoni, saranno loro che ti verranno a
prendere. Le rispondeva, sempre con il pensiero, un unicorno, spiegandole
che, dopo la morte, che dura quello che serve al trapassato, arrivano i
demoni, se pensiamo di meritare quelli. Se, invece, siamo convinti di essere
stati buoni, arrivano gli angeli. Solo dopo il trapasso, se si è degni della
verità, si arriva nel mondo innominabile, una sorta di regno spirituale, dove
si decidono le sorti di ciascuno e, di conseguenza, quelle di tutti gli universi.
Lilia non era mai stata più felice, entusiasta e allegra e non si era mai
sentita così bene. Qualcuno, non sapeva chi, le diceva che doveva vivere,
perché aveva il compito di evolversi e terminare il viaggio che era stato
deciso per lei.
– Deciso da chi? – chiedeva Lilia.
– Da te, in accordo con gli altri. – rispondeva lo sconosciuto.
Quando, dopo qualche giorno, Lilia si risvegliava dal coma,
miracolosamente sana, ringraziava il cielo, il suo Dio e la vita per quel
messaggio. Decideva di non farne parola con nessuno, anche se tutti
avrebbero avuto il diritto di sapere che cos’è davvero la morte, pensava. Ma
chi le avrebbe mai creduto? Tutti la consideravano pazza o strana e lei
stessa era convinta di essere un mostro. Quindi, da quel risveglio, smetteva
di invocare la morte e viveva pensando che, un giorno, sarebbe riuscita a
superare tutto il suo passato. Quello, però, restava scritto sul suo corpo e i
dolori fisici che spesso le impedivano di muoversi e di dormire non erano,
come si raccontava, i segni di Dio che fiacca il corpo per elevare lo spirito
degli eletti, ma la prova che stava continuando a ripetere i tormenti già
vissuti. I suoi traumi erano tutti lì, come fossero accaduti un istante prima.
Lilia sapeva che niente può passare, se non viene accettato. Doveva
arrendersi, ma come? Si ripeteva che tutto aveva un senso, anche se non
riusciva proprio a capire quale fosse.
Come avesse avuto quell’incidente che le aveva causato il coma, così
come tutti gli altri che lo avevano preceduto e seguito, nessuno lo sapeva.
Una volta sola aveva tentato di raccontare le cause di uno di questi. Quando
si era rotta la gamba e la vertebra, qualche giorno prima del lancio della
stampella, aveva provato a confidarsi con suo padre. Se quell’uomo l’avesse
ascoltata, forse avrebbe capito di avere una figlia geniale o quanto meno
con un quoziente intellettivo superiore alla media. Lilia aveva iniziato
affermando che, nel corso della storia, le donne erano state considerate
streghe, perché avevano osato minacciare il potere detenuto da pochi
uomini o avevano rivelato il nome del loro stupratore.
– Oggi come allora, – aveva continuato Lilia – se la donna è considerata
brutta o mascolina, è meglio che non lo denunci proprio lo stupro, visto che
non le credono. Oggi, le streghe sono quelle donne uccise dai mariti. I
giudici non le chiamano più streghe, ma vittime, anche se le trattano
comunque da streghe. Agli uomini, infatti, dimezzano le pene, quando
proprio non possono assolverli. Le donne sono colpevoli di illudere gli
uomini o di causare loro tempeste emotive, scrivono certi giudici. Altri
uomini, che uccidono le donne, non vengono neanche processati, perché
sono benestanti e dunque non possono essere avvezzi a delinquere,
sostengono certi magistrati. I giudici, quindi, negano che i fidanzati lasciati
possano investire la donna che li ha abbandonati e trascinarla per centinaia
di metri e infliggerle ogni tipo di supplizio. Poi esistono donne considerate
streghe, perché sono minorenni e bellissime. Queste sono accusate di essere
delle lolite, che stregano gli uomini tentandoli. Questi uomini, per
difendersi da queste streghe, le stuprano per anni e comprano il loro
silenzio, ma non per mondare le proprie coscienze, solo per umiliarle e
distruggerle. Oggi, come in passato, inoltre, esistono donne che chiamano
streghe altre donne e, a volte, le accusano di sedurre i loro mariti. Spesso,
quelle povere donne devono sopportare ogni tipo di abuso per non perdere il
lavoro o i figli. Quelle donne, chiamate streghe da altre donne, sono solo
schiave di certi uomini, magari di proprietari terrieri, che le fanno lavorare
nei campi o imprenditori che le sfruttano negli hotel, e non solo come
cameriere, per pochi spiccioli.
Il padre, che non stava ascoltando una parola di quello che Lilia stava
dicendo, infastidito dal chiacchiericcio della figlia, l’aveva rimproverata
con violenza.
– Sono stata rinchiusa in una prigione, con altre donne considerate
streghe. – aveva sussurrato Lilia – Quelle donne naturalmente non erano
streghe, perché le vere streghe non possono mai ammettere di esserlo e
dunque nessuno può mai sapere se incontra una strega, a meno che non la
veda in azione, er…
– BASTA! – aveva gridato suo padre strattonandola per il braccio e
interrompendola. – Basta con queste storie! Dimmi la verità!
– Quelle donne, per salvarmi, mi sollevavano in alto, fino all’unica
finestra della cella. Mi dovevo calare da lì, essendo la più piccola e l’unica
in grado di passare tra le sbarre della finestra.
Il padre non le aveva permesso di terminare il suo racconto. L’aveva
afferrata con forza per un braccio, trascinandola davanti alla madre.
– Tua figlia sarà una pazza drogata! Come te! – aveva gridato l’uomo –
Lo succhierà a più non posso a tutti quelli che le promettono soldi.
Lilia, intanto, era caduta a terra, piangendo per i dolori. Peccato che non
sono morta precipitando da quella finestra, aveva pensato, mentre la madre
aveva inseguito il padre fino alla camera da letto. I due si erano chiusi a
ululare, come facevano spesso. Da quel giorno, il piede di Lilia non aveva
più voluto saperne di raddrizzarsi. Era rimasto storto, inclinato verso
l’interno, come un impiccato che nessuno vuole seppellire.
Grazie alla pioggia, che picchiava forte sul vetro della finestra, Lilia
smetteva di rivivere ancora il suo passato. La pioggia le stava bisbigliando
che avrebbe incontrato un uomo. Lo avrebbe riconosciuto dalle sue parole,
perché le avrebbe detto: “Scrivimi. Rileggerò con immenso piacere le tue
lettere nei giorni di pioggia”.
6. Dov’è la ghianda

– I vostri cari non si accorgeranno della vostra assenza, – spiegava Lor –


perché voi continuerete le vostre vite di sempre, attraverso uno dei tanti
cloni che ciascun essere vivente possiede. Nessuno noterà la differenza,
perché vivrete i giorni in serie che avete accumulato fino a oggi. Dovete
sapere che l’energia, di cui ciascun essere è dotato, è talmente grande da
provocare il quotidiano distacco da ogni essere di centinaia di copie. Alcune
di queste restano per giorni nei posti in cui siete stati, prima di dissolversi.
Altre replicano ciò che avete fatto e vivono in una dimensione parallela,
finché non cambiate qualcosa nel vostro comportamento. Se mutate, allora
le energie tornano dentro di voi. Altre ancora realizzano le scelte che non
avete avuto il coraggio di compiere; vivendo in un’altra dimensione
parallela, creano un destino diverso che, a volte, interferisce con il vostro.
Non posso spiegarvi adesso, però, tutto il multiverso. Vi basti questo. Io
renderò visibili quelle copie di voi che ripetono sempre gli stessi vostri
comportamenti abituali. Ricordate, però, che quando deciderete di
incontrare un abitante della Terra, chiunque esso sia, usando il vostro vero
nome, perderete il dono dell’invisibilità, tornando a essere visibili in tutte le
dimensioni.
– Ma quante volte ancora devi ripetercelo? – chiedeva Mattia.
– Spero che, un giorno, tu non debba capire perché vi sto ripetendo
questo punto da giorni! – rispondeva Lor – Andiamo avanti. Quando
lascerete la Terra e farete qualcosa di nuovo rispetto al solito, scomparirete
per tutti. Quel giorno, ammesso che arrivi, entrerete a far parte della schiera
degli scomparsi. Perderete questa sorta di ubiquità. In sostanza, quindi, voi
per tutti ci sarete, ma si tratterà di un inganno, un trucco semplice che ogni
buon mago sa realizzare. Grazie all’invisibilità, avrete anche il dono, non
concesso mai prima a nessun uomo, di vivere alcune dimensioni parallele,
tra cui quella del sogno. Solo quest’ultima consente di dare forma alla vita
come voi la conoscete. Sapete vero che si muore senza dormire? Una delle
torture più efficaci è proprio la privazione del sonno. Si impazzisce senza
dormire. Tutto questo accade perché la vita si scarica, se non le viene
consentito di vivere nella dimensione dei sogni. È sufficiente dormire
almeno due ore per notte per garantire alla vita di proseguire. La vita sulla
Terra è possibile solo grazie al sonno, che ci permette di entrare nel mondo
dei sogni, dove si determina ogni cosa che accadrà poi nella quotidianità. In
realtà, voi siete sicuramente svegli quando sognate; non sempre invece,
quando credete di esserlo e cioè vivendo. Dalla dimensione del sogno si
esce solo dopo che l’entità dell’oblio vi ha baciato, esattamente come
accade prima di rinascere. Già i greci sapevano che gli esseri umani
vengono immersi nel Lete prima di nascere, per dimenticare tutto quello che
c’è stato prima. Se voi conosceste in anticipo il vostro futuro, attraverso la
dimensione del sogno, potreste cambiarlo, creando disastri. Il dono di fare
sogni premonitori, infatti, è concesso soltanto ai pochissimi evoluti che
sanno mettere in pratica sul serio il rispetto. È complesso il viaggio che vi
attende. Non so quanto impiegherete per cominciare a orientarvi nel
multiverso. Sappiate che, quando inizierete a capirci qualcosa, imparerete a
focalizzare la vostra attenzione su una cosa per volta. E poi… Lo scoprirete.
– concludeva Lor.
– Quindi il nostro futuro è già scritto? – chiedeva Alice.
– No. – continuava Lor – Scrivete lo scopo e il senso prima di incarnarvi
sulla Terra e naturalmente lo dimenticate con il bacio dell’oblio. Durante il
corso della vita, quindi, dovete scoprire qual è la vostra meta. Scoperta
quella, troverete anche il senso del viaggio sulla Terra. Il mondo è magico,
come vi ho già detto, ed è molto più complesso di quanto immaginate. Per
questo vi sembra semplice. La vita è paradossale.
– Come faremo a riconoscere la strega? – chiedeva Nadia.
– Di lei posso dirvi che parla anche con gli oggetti, i fenomeni
atmosferici e gli animali, con le farfalle in particolare. Ama stare da sola,
anche perché la sua vita è super affollata. Lei vede e sente tutti coloro che
affollano le dimensioni parallele. Vede per esempio i morti viventi, quelli
che non si sono resi conto di esserlo e che, dunque, non possono migrare
più su, nel mondo etereo, uno dei tanti del multiverso. Quando si vive una
vita piatta, infatti, senza cambiare mai nulla per cinque anni, si muore, pur
essendo ancora in vita. Per questo, quando il corpo fisico morirà, il morto
vivente deceduto non se ne accorgerà. Lo stesso accade agli uomini che si
sono lasciati possedere da uno dei demoni. Tanto per farvi dei piccoli
esempi. Poi, ancora, la strega vede e può abitare anche nel mondo parallelo
dei cloni e in quello dei cloni. Nel regno dei cloni esistono altre copie di
voi, precisamente, quelle dell’intenzione. Tutto quello che avreste voluto
fare, ma che non avete avuto il coraggio di fare genera un vortice di energia
che dà vita a un vostro doppio. Questo doppio vive una vita che per lui è
assolutamente reale. Quando la vedrete, farete tanta fatica a capire se si
tratta della vita autentica di un soggetto o no. La gente comune non se ne
accorge, non sa di avere un doppio che conduce un’altra vita, quella che
avrebbero sempre voluto vivere. Non possono rendersene conto, perché
quella dimensione parallela dei cloni, in cui vive il doppio, è invisibile ai
loro occhi, ma non per voi che, grazie al mio dono dell’invisibilità, avrete
accesso a tanti segreti. Infine, ricordate che nelle dimensioni parallele,
invisibili agli occhi umani, spesso passano alcune entità, quelle del
controllo per esempio, chiamate a ispezionare nel dettaglio ciò che già
osservano dal mondo etereo. Queste non possono mai interferire con la vita
degli uomini, a differenza delle entità di supporto, che a volte sono angeli,
altre esseri multiformi che vengono ad aiutare tutti coloro che, spesso
inconsciamente, li hanno chiamati. Capite perché la più grande assurdità
che possiate dire è che siete soli? Pensate che già nei Veda era scritto che
esistono più di quattrocento mila specie umanoidi e molti di questi arrivano
sulla Terra attraverso delle porte segrete, invisibili ai vostri occhi. Il mondo
è così affollato, ci sono tantissime creature a cui chiedere aiuto. Basta
imparare a chiedere!
– E allora ti chiedo perché non ci hai parlato della ghianda e di tutto
quello che può fare? – domandava Nadia.
Gli occhi di Lor iniziavano a illuminarsi, come se stesse per infuriarsi.
– Su forza, perché non rispondi? Perché dovremmo fidarci di te, visto che
ci hai nascosto l’esistenza della ghianda. – lo incalzava Nadia.
Mattia, temendo che Lor potesse fare qualcosa di male a Nadia, le faceva
scudo con il suo corpo e cercava di colpire il vecchio. Per sbaglio, con un
pugno, gli sollevava un po’ il mantello e un raggio laser fuoriusciva dal
corpo di Lor, che richiudeva immediatamente il mantello. Mattia e Nadia
cadevano a terra, come morti. Mattia iniziava a tremare, in preda a una delle
sue convulsioni. Un fiume di bava bianca gli colava dalla bocca fino alla
maglia, mentre Alice gridava. Alex, svegliandosi da uno dei suoi viaggi
sonni, prontamente soccorreva l’amico, mettendolo su un fianco,
impedendo così che la lingua potesse soffocarlo. Non appena la scarica
terminava, Mattia si sollevava da terra. I suoi occhi brillavano e lui
sembrava più possente che mai. Lor era scomparso, ma Mattia con un salto
che lo portava oltre le nuvole, cercava di inseguirlo.
– Cosa vuoi fare? Fermati! – gridava Nadia che, nel frattempo aveva
ripreso i sensi.
Mattia atterrava su una nuvola e, davanti a lui, il vecchio dal mantello
arcobaleno.
– Non so se riuscirai a sopportare la verità. Rischi la morte. – proclamava
il vecchio.
– Nadia vuole sapere dove sta la ghianda. Cosa sia questa ghianda e
perché tu non ce ne abbia parlato mi interessa meno, perché ho già capito
che tu racconti solo quello che ti conviene. Del resto tu non sei umano. Sei
un mezzo demone e demone non è una parola che amo. – gridava Mattia.
– Anche se sei speciale, resti pur sempre uno stolto, come quelli della tua
razza. – Mattia, stanco di parlare, correva verso il vecchio e riusciva a
intrufolarsi sotto il suo mantello. Ormai sapeva che il corpo di Lor era
anche un portale, capace di trasportarlo ovunque lui avesse desiderato con
tutto il cuore. Si ritrovava in una terra sconosciuta. Per quanto si voltasse da
una parte e dall’altra per capire dove fosse, non riusciva a orientarsi.
All’improvviso, un temporale infernale si abbatteva su di lui. Non gli
restava che rannicchiarsi a terra, sperando che finisse presto.
All’improvviso, aveva l’impressione di sentire una voce.
– Non ti uccido perché lei ti ama, anche se non te lo dirà e tu la scorderai.
– sussurrava una voce.
– Chi sei? Sei la pioggia? – chiedeva Mattia.
– Voi mi chiamate così. – concludeva la voce, che non parlava più.
Trascorso un tempo indefinito, che gli pareva interminabile, il cielo si
rasserenava. Il suo sguardo si ipnotizzava contemplando una nuvola
arcobaleno. Non aveva mai visto nulla di simile. Si stropicciava gli occhi,
non riuscendo a credere a quello che vedeva. Senza sapere perché, decideva
di avvicinarsi a quella nuvola, insolitamente bassa. Quando era così vicino
da poterla toccare, la nuvola si sollevava verso l’alto, lasciando intravedere
un’alba dai colori surreali e il sole all’interno di un albero, dalle forme
perfette, a strapiombo sul mare, con delle ghiande appese solo ai rami
affacciati su quel precipizio abissale. Mentre pensava al modo per riuscire
ad afferrare una di quelle ghiande senza schiantarsi, Lor lo afferrava per le
ali e, in un lampo, lo riportava davanti ai suoi amici.
– Perché lo hai fatto? – gridava Mattia – Ci sarei riuscito. Mi erano
spuntate persino le ali.
– Sei un povero illuso. – rispondeva Lor – Tu non ti saresti neanche
accorto di avere le ali, se io non ti avessi afferrato proprio per quelle. Voi
esseri umani siete così. Non vi accorgete mai di quello che avete, se non
quando lo avete ormai perso. E una volta che lo avete perso, non lo
ritroverete più, perché la vita si riprende sempre tutto quello che non usate o
per cui non siete grati.
Nadia, che intanto stava studiando Mattia per accertarsi che stesse bene,
si accorgeva che i suoi occhi erano diventati simili a quelli di Lor quando si
adirava. Il suo sguardo era affilato e luminoso, acquoso e impetuoso, così
splendente che era impossibile distinguere le pupille dal resto. Quel colore,
improvvisamente iridescente, la ipnotizzava. Si domandava se anche gli
altri riuscissero a scorgere nei suoi occhi bagliori fucsia e arancione, quelli
dei tramonti che, da bambina, l’avevano salvata dai suoi inferni quotidiani.
Capiva che Mattia aveva preso la ghianda.
– No! – esclamava Lor – Non ha preso la ghianda. L’ha solo vista. Non
siete pronti ancora. Forse, un giorno, lo sarete e quel giorno io vi aiuterò a
prenderla.
– Lo prometti? – chiedeva Nadia, mentre notava che gli occhi di Mattia
stavano ritornando quelli di sempre. Quello sguardo le sembrava la cosa più
bella che avesse mai visto. Il terrore di perderlo lo aveva già trasformato in
un dio.
– A me non serve promettere. – diceva Lor scomparendo dal nulla, da cui
era apparso.
7. La pioggia obliqua e l’incontro

Per Torino era un giorno qualunque di pioggia. Dalla stanza del suo
albergo, Lilia la osservava, pensando che da nessuna parte del mondo
l’avrebbe mai più potuta ammirare con tanto splendore. Scendeva seguendo
la traiettoria di un maestro d’orchestra. Già questo le poteva bastare per
sorridere, perché le faceva venire in mente Pessoa e la pioggia obliqua di
Lisbona. Tra le cose da fare, dovrei andare in Portogallo, si diceva, prima di
rimproverarsi. Questo era un pensiero da rimuovere immediatamente: i
posti sconosciuti la facevano sentire ancora più sola. Non avere nessuno con
cui condividere le novità acuiva l’inutile senso del suo esistere. La
fissazione sulla sua presunta incapacità d’amare che, fino a quel momento,
le aveva rubato la possibilità di una vita come tutti gli altri, spariva grazie a
quella pioggia. La pioggia era il suo conforto, perché piangeva. E lo faceva
senza alcuna vergogna né moderazione, come avrebbe voluto fare lei, se ne
fosse stata capace. La pioggia era come l’amore in cui aveva sempre
creduto: libero ed esagerato. Anche quando veniva giù piano, lei sapeva che
da qualche parte scorreva un torrente, che diventava sempre più impetuoso,
un mare che s’increspava, un altro luogo in cui esplodeva senza limiti. Lei
si sentiva un fiume interrotto da una diga. Una parte dell’acqua scorreva
lenta e vellutata, incurante dei cambiamenti e della ferita prodotta da quello
sbarramento. L’altra, invece, inafferrabile, si alzava fiera, con irruenza,
schiumando quasi fino al cielo. Era come se il nodo segreto, che la
costringeva al guinzaglio, volesse cedere, per condurla finalmente al mare.
Lilia, però, sapeva che non sarebbe mai giunta al mare: voleva restare
piccola e definita, anche divisa in sedici personalità, ma mai persa
nell’immensità di un io sconosciuto. Libro rubαto aI sito eᴜrekαdԃl,
cercαci su google. Tenersi a freno significava non esplorarsi mai. Non le
importava affatto sapere quale parte di sé stesse soffocando. Voleva solo
non essere travolta. Il mare rappresentava per lei una libertà troppo vasta.
Nessuno lo aveva mai addomesticato. A lei bastava sognare di essere un
cielo di pioggia che lascia libero il suo amore. Non era necessario sapere
dove sarebbe caduta. Voleva soltanto scarcerare alcuni frammenti
imprigionati nel suo cuore. Proprio come la pioggia, però, Lilia usava un
linguaggio incomprensibile per il mondo. I suoi sentimenti, carichi
d’energia, parlavano una lingua sconosciuta. Nessuno ascolta più la pioggia,
pensava, solo io, che persino le parlo. Solo io so quante storie mi racconta,
come mi consiglia e quanto soffre. Per omaggiarla e per il piacere che
provava a camminare sotto la pioggia, decideva per la prima volta di andare
a un appuntamento che aveva con alcuni suoi colleghi. Volevano presentarle
un nuovo professore, designato dal rettore per affiancarla in alcune lezioni.
Un tale Luca Leandro, cinquantenne, docente di letteratura italiana. Lilia
restava colpita dai suoi lineamenti femminili. Sembrava scolpito da
Michelangelo. Era certa di avere già conosciuto quell’uomo, eppure era
sicura di non aver mai visto prima quel viso, che non avrebbe più
dimenticato.
Luca e Lilia iniziavano subito a parlare. Nessuno ci avrebbe fatto caso, se
la fama del silenzio di Lilia non l’avesse preceduta. Per di più, parlavano
senza curarsi degli altri colleghi. Lilia era sconvolta dal suo
comportamento. Parlare con quell’uomo era così naturale. Mai, prima di
quel giorno, Lilia aveva parlato tanto e, per di più, con un uomo. Parlavano
di libri, di stati d’animo, di progetti, di cibo, di luoghi. Gli altri colleghi
osservavano stupiti l’intesa immediata che si era creata tra Luca e Lilia. I
due erano stati interrotti una sola volta per essere avvertiti che dovevano
spostarsi al ristorante accanto: era già ora di cena. La serata non aveva
riservato sorprese: Lilia e Luca continuavano a parlare come se fossero soli,
ignorando del tutto gli altri. Era più forte di noi – si sarebbero detti –
qualche ora più tardi, ridendo insieme per quello che stava accadendo. Gli
stessi pensieri e gli stessi gusti aumentavano sempre più l’intima reciproca
convinzione di vivere un incontro magico o, quanto meno, karmico. Persino
i gusti culinari coincidevano. Luca si definiva un grande chef. Finita la cena
e salutati gli altri colleghi, il sedicente chef continuava a osservare Lilia e a
lei sembrava che, per la prima volta, qualcuno la stesse vedendo sul serio.
Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, avevano preso a baciarsi.
Lilia non aveva mai baciato un uomo. Luca le ripeteva che la sua bocca era
fantastica e fatta apposta per la sua. Qualche giorno più avanti, Lilia gli
avrebbe confessato che quello era stato il suo primo bacio, suscitando
nell’uomo un attacco irrefrenabile di riso.
L’ultima parola di quella serata, per Lilia indimenticabile, era quella di
Luca che, sorridendo, mentre la lasciava sotto il suo albergo, le sussurrava:
“Scrivimi”.
Come fa a sapere che amo scrivere, si domandava Lilia mentre rientrava
in camera. Ha detto scrivimi, come mi aveva sussurrato la pioggia.
Con quel pensiero, senza neanche accorgersene, si ritrovava in bagno
quando, all’improvviso, i piedi le si sollevavano da terra. Era come se un
cappio invisibile cercasse di strangolarla. Lilia, abituata a vivere situazioni
in cui qualcuno tentava di ucciderla o di farla impazzire, iniziava a pregare
tra sé con tutta la forza che aveva. Si ripeteva: “Non devo ascoltarli mentre
sghignazzano e si prendono gioco di me. Loro non sanno fare le cose che
faccio io, per questo le considerano ridicole. Possiamo tutto, se agiamo in
nome di …”. Perdeva i sensi e, quando si risvegliava, si ritrovava in un
ufficio di polizia.
– Allora, signora, ricominciamo. Cosa ha visto esattamente? – chiedeva
un’informe donna sciatta, senza un filo di trucco, persa in un vestito da
suora.
– Ricominciamo lo dico io a lei. – rispondeva piccata Lilia – Io la chiamo
signora? Non mi pare. Io sono professoressa o dottoressa, come preferisce.
– Su signora, che cambia? – insisteva la donna informe.
– Detto da una donna è ancora più grave. Senta agente, è anche per colpa
di donne come lei che ci trattano come ci trattano.
– Ora non esageri e non offenda, sa. Risponda o qui si mette male, anche
se di lei dicono che è brava come un uomo. Qui comando io, capito?
– Ci mancava solo questa. – diceva Lilia scoppiando a ridere – Le pare
che questo sia un complimento o un modo di parlare?
La poliziotta spazientita si alzava. Lilia restava sbigottita notando che la
donna era alta almeno tre metri. Con fare minaccioso la gigante informe si
piazzava a un centimetro da Lilia.
– Senta signora, cosa vuole provare? – chiedeva la gigante, sollevando la
donna da terra. Preferisce un dolore prolungato o la solitudine o un
abbandono che la farà impazzire? Oppure che io entri nel suo corpo e la
tormenti? Lei non ha fatto quello che le abbiamo detto. Lei ha disobbedito,
quindi, ora deve pagare. – gridava la poliziotta, rimettendo Lilia seduta.
– Capirei essere punita perché non ho realizzato me stessa; la mia vera
natura, intendo, ma lei vorrebbe punirmi esattamente per che cosa? Di quale
reato mi sta accusando?
– Lei non vuole capire! Qui comandiamo noi. Si fa come diciamo noi e
basta. E ora lo vedrà. Anzi, se la vedrà con i demoni. – concludeva la
poliziotta, estraendo dalla tasca una corda lunghissima che terminava con la
testa di un serpente.
Lilia, a quel punto, chiudeva gli occhi e si ritrovava come per magia
seduta sul coperchio del water, in bagno. Sola.
8. Cambio nomi

I quattro se ne stavano ancora sdraiati sui tatami, in mezzo a un giardino


surreale. I fiori e gli alberi, infatti, sembravano finti, tanto era precisa la loro
armonia. I disegni che realizzavano, visibili persino senza alzarsi,
sembravano plasmati in tre dimensioni. Un torrente trasparente, dai ciottoli
tondi, splendenti e perfetti per camminarci sopra, scorreva tutto intorno al
loro singolare accampamento. Nessun insetto li infastidiva, solo
meravigliosi esemplari di farfalle danzavano tra loro. Avevano ciascuno la
propria pianta da frutto preferita a portata di mano. Il clima, così come il
cielo, era perfetto e i profumi della natura erano rilassanti e dolcissimi.
– Non esiste più il permesso di soggiorno per motivi umanitari, perché
non esiste più umanità in questo mondo. Se non riesci a ottenere il
passaporto, perché magari nessuno ti ha registrato quando sei nato, te ne
devi tornare da dove sei venuto. Ma come ci torni? Con quali soldi? E
soprattutto dirai mai il nome del vero Paese da cui provieni? – chiedeva
Nadia a Matteo.
– Ma come ci siamo finiti in questo discorso? – ribatteva Matteo.
– Matteo, è importante, ascoltami. Se sei straniero, ogni volta che chiedi
di restare in Italia, devi provare che nel tuo paese sei stato torturato o rischi
di essere ucciso. Di conseguenza, non esiste libertà di movimento. E senza
libertà, lo vorrei ricordare a tutti, non può esistere responsabilità. E senza
responsabilità non può esserci felicità. Sei responsabile solo se sei libero di
scegliere. Il metodo mafioso è usato per amministrare il nostro Stato, in
troppi settori. Come diceva Borsellino, la mafia e la politica amministrano
gli stessi territori, quindi se non si fanno la guerra, si accordano. Con
l’unica differenza paradossale, aggiungerei, che la criminalità, quella vera,
ha più cuore di chi ci governa. Loro accolgono tutti! Per questo, gli stranieri
ne diventano servitori. A chi governa, esattamente come ai criminali,
interessa solo il proprio interesse. Per molti dei nostri politici attualmente
non serve sfruttare gli stranieri, gli bastano i concittadini. Sono di limitate
vedute. Diretta conseguenza della loro mancanza di futuro. I governanti non
ce l’hanno un futuro. Vivono giorni in serie, sempre identici a quelli passati.
Poi mi spiegheranno come pagheranno le pensioni tra un paio di anni, visto
che gli italiani sono sempre più vecchi e senza figli.
– Sì, ma dove vuoi andare a parare? – chiedeva Alice.
– Che dovremmo fare noi? – aggiungeva Mattia.
– Ancora non lo avete capito? – domandava Nadia sbigottita, mentre tutti
si guardavano increduli. – Dovete scegliere dei nuovi nomi, italiani, mi
raccomando! Non possiamo mica rischiare che, quando torneremo visibili,
scambino Matteo per un extra comunitario.
– Ma che dici? Io sono italiano. – rispondeva Mattia.
– Sì, vabbè. Tua madre è egiziana ed essere nato in Italia non basta. –
sottolineava Nadia.
– Ma tu come lo sai? – domandava Mattia.
– Tonto forte il ragazzo. – sussurrava Alice ridacchiando.
– Ora basta. – urlava Matteo, che era pronto a saltarle al collo, quando
Nadia gli metteva la mano sul braccio e lui, come per incanto, si fermava e
la guardava con dolcezza e ammirazione.
– Su, decidiamo i nomi. Poi alla questione dell’immigrazione e dei
femminicidi penseremo più avanti. Prima dobbiamo capire bene una marea
di altre cose. – insisteva Nadia.
– Dovremo occuparci anche dei femminicidi? – chiedeva Mattia basito.
– Dobbiamo salvarlo il mondo, mica renderlo il paradiso! – esclamava
Alice spaventata.
– Bisogna sognare in grande, avere progetti, prospettive, altrimenti che
senso ha salvare il mondo? Ma non dobbiamo pensarci ora. Su, forza,
decidiamo i nomi. – concludeva Nadia.
– Io sarò Albert, – proclamava Alex, parlando in quel suo modo buffo, da
oracolo e da bambino insieme – perché Einstein era come me; l’ho letto in
diversi articoli. Sapete che nel mondo esistono un centinaio di disabili con
super poteri? Sia Mozart che Beethoven avrebbero avuto sintomi lievi di
Asperger. Praticamente quelli come me hanno un’area segreta nel cervello,
che li fa apparire autistici o con deficit cognitivi, quando invece sono geni,
artisti, scienziati e ricordano tutto. Per alcune fonti, anche Freud e
Hitchcock, esattamente come Einstein, avevano difetti di connessione
cerebrale e questo li rendeva dei geni. Erano tutti inadatti alla socialità.
Alcuni di questi hanno la sindrome di Savant, per esempio. Sapete che,
spesso, nascono disabili, anche se dai test genetici di ultima generazione
non presentavano anomalie? Altri, invece, diventano disabili paranormali
dopo i vaccini o dopo brutti incidenti. – Com’è successo a me, pensava
Nadia, mentre Alex continuava. – Altri ancora dopo un attacco epilettico. –
Com’è successo al mio Matteo, che è proprio un amore, si distraeva ancora
Nadia, mentre Alex non smetteva di parlare e nessuno, naturalmente, aveva
intenzione di interromperlo. – Altri ancora dopo un ictus. Queste persone
speciali, in genere, sanno tutto, compreso ciò che non studiano. Io per
esempio mi ricordo tutti i dodici mila libri che ho letto, ma non so lavarmi i
denti. Qualcuno di voi mi aiuterà? – domandava Alex.
– Certo! Continua. – rispondeva Alice sorridendo. – Ma Alex era tornato
nel suo mondo e, nonostante Alice continuasse a supplicarlo di parlare
ancora, lui era come se non la sentisse, perso in uno dei suoi viaggi sonni.
– Non può più sentirti. – si intrometteva Nadia – Vi dirò io quello che so
di Alex. Lui vede il mondo com’è veramente. Ogni giorno diverso. Quando
aveva nove mesi, i medici dissero ai suoi genitori che era ritardato. A sedici
mesi, invece, aveva già imparato a leggere e da allora ricorda tutto ciò che
legge. Sa praticamente quasi tutto. Presenta un lieve ritardo cognitivo, che è
la cosa meno grave che può capitare a chi ha la sindrome di Savant. Al
contempo, possiede capacità eccezionali. I Savant sono soprattutto maschi e
generalmente si distinguono in campo artistico o matematico o per le
straordinarie doti mnemoniche. Alex suona il pianoforte, componendo delle
musiche degne di Mozart e Chopin. Il suo guaio è che, quando suona, gli
esseri umani si incantano, letteralmente si paralizzano e, quando lui smette,
si risvegliano senza ricordarsi più nulla. Alex, però, presenta anche la
sindrome di Asperger e infatti vive in un mondo tutto suo, fatto di schemi
precostituiti e rituali che gli servono a tenere a bada la sua ansia. Ha
difficoltà a relazionarsi ma, come avete sentito, parla bene e ha un buon
quoziente intellettivo. Il suo tono di voce è alto, si esprime spesso per
metafore e non comprende lo scherzo né l’ironia, ma prende tutto alla
lettera. Non accetta che si cambi discorso. Non potete interromperlo, ma
questo ormai lo sapete. Alex vede il mondo in modo non tradizionale. Avrà
sempre gli occhi di un eterno bambino, che si stupisce di tutto e nota
particolari invisibili ai più. L’esperienza non gli insegna nulla, perché niente
per lui può diventare uno schema precostituito. Se siete in pericolo, quindi,
perché non trovate una spiegazione logica a quello che state vivendo,
chiedetela ad Alex. Sembra blindato nel suo corpo, ma in realtà lui ha la
mente più libera di tutti, per questo è così potente. Mi raccomando, non
prendetelo mai in giro per il modo scoordinato e goffo che ha di camminare.
Se anche vi vedesse sorridere appena, gli verrebbero in mente gli anni
terribili delle scuole medie, quando è stato vittima di bullismo. Lo
prendevano in giro anche perché spesso roteava la mano destra come se
stesse muovendo il laccio di un cowboy. Proprio a causa di come veniva
trattato è caduto in depressione e ha manifestato istinti suicidi. Da allora,
deve prendere degli antidepressivi per non crollare.
– Ma tu come sai tutte queste cose? – chiedeva Mattia.
– Non capisci proprio niente, – gli rispondeva Nadia sorridendo –
scusami, Mattia, hai ragione, non puoi saperlo.
– Lei è come Tiresia, vede il futuro. – esclamava Alice.
– Non tutto il futuro. Io vedo cose… Io mi sento come Frida Kahlo. Non
sono alla sua altezza, ma un po’ invalida come lei. Non diventerò famosa in
tutto il mondo per le mie opere d’arte, ma anch’io so creare mondi e posso
dare vita ai miei disegni. Posso leggere due pagine contemporaneamente,
una per occhio, perché posso far aumentare il mio strabismo quasi
impercettibile, quando resto sola. Conosco undici lingue. – concludeva
Nadia.
– Sei come Emanuel Swedenborg, – proclamava Alex, all’improvviso
destatosi da uno dei suoi viaggi sonni – scienziato filosofo mistico medium
e chiaroveggente svedese, che parlava undici lingue.
– Vedete? Alex sa praticamente tutto. – ribatteva Nadia sospirando,
mentre Alex aveva iniziato uno dei suoi rituali. Fingeva di apparecchiare un
tatami e di imboccare un bambino facendo l’aeroplano con il cucchiaio,
salvo poi imboccare se stesso con le gocce del suo antidepressivo.
– Sì, sa tutto, quando è connesso con il mondo. – aggiungeva Mattia.
– Siamo tutti un po’ disconnessi. Grazie Nadia per esserti fermata.
Ricordate che abbiamo promesso di non raccontarci nulla del nostro
passato? – sottolineava Alice – Io, invece, odio la mia flebile voce.
– Ti fa sembrare ancora più bambina. – replicava Nadia – A tradirti sono i
tuoi disturbi compulsivi. Sei capace di dire a qualcuno che lo ami mille
volte al giorno e di chiamarlo anche di più. Controlli se hai spento il gas
almeno cento volte e, se devi uscire, un migliaio. Devi sempre fare un
numero di passi dispari, perché pari porta male, quindi non parli mentre
cammini, conti e basta. Spesso indossi una mascherina. Accumuli calzini,
perché i piedi freddi non portano lontano. In compenso, leggi il pensiero.
– Porca vacca! – esclamava Mattia – Sei una strega!
– Non sentivo porca vacca da un secolo. – si intrometteva Alice – La
strega non è lei. Ah, dimenticavo, tutti dovremmo indossare una
mascherina, perché possiamo essere contaminati con le goccioline di saliva
altrui. Nadia, vediamo quanto sei brava. – continuava – Cosa vorrei più di
ogni altra cosa al mondo?
– Essere amata. Semplice. Vivere un amore come quello di Iside e
Osiride. Vuoi chiamarti Iside? – le chiedeva Nadia.
Alice faceva un segno di assenso con il capo. Non riusciva a proferire
altra parola, era sgomenta per quello che Nadia aveva appena detto.
– Tu ancora non lo sai, ma hai il potere di far incendiare qualsiasi cosa
con il pensiero. E sai che somigli a Dorothy?
– E chi è questa Dorothy? – chiedeva Alice infastidita.
– Non puoi non saperlo! È la protagonista di “Il meraviglioso mago di
Oz{3}”. Semplice. – ribatteva Nadia.
– Ed è anche uno dei personaggi del libro “Viale dei misteri{4}” di John
Irving. – diceva Alex, destato, ma solo per un istante, dal suo non esserci.
– Ho sempre pensato che riesco a leggere il pensiero degli altri, a volte,
perché non voglio crescere. Per questo posso sgattaiolare nei meandri delle
menti altrui. Ora che ci penso, poi, quando ero piccola, – continuava Alice –
ho sempre desiderato dar fuoco alle persone non gentili, a quelle senza
rispetto e a quelle sempre tristi o arrabbiate. Quelle che pensano che il
mondo sia popolato solo da criminali o imbroglioni e che tutti siano cattivi
ed egoisti. Non le ho mai sopportate quelle persone lì. Ma sarà come per il
pensiero? E cioè avrò il dono di incendiare qualsiasi cosa senza poter
comandare questo mio potere? Funzionerà quando vuole lui?
– Con il tempo imparerai a governare sia l’uno che l’altro. Devi avere
pazienza. E ridi ogni tanto, sembra sempre che ti manchi un po’ di
leggerezza, non fisica ovviamente. Il gioco e la risata sono tra le cose più
serie a questo mondo, anche se il mondo ancora non l’ha compreso. –
rispondeva Nadia.
– Il mondo non ha compreso tante cose. – scandiva lentamente Alex,
riapparso da uno dei suoi viaggi sonni – Gossage, scrittore, teorico dei
media, sperimentatore, innovatore, pubblicitario polemico diceva che “Non
sappiamo chi abbia scoperto l’acqua, ma possiamo essere certi che non è
stato un pesce”.
– E questo cosa c’entra? – domandava Mattia, dopo aver atteso qualche
minuto per essere sicuro che Alex avesse terminato.
– È un incoraggiamento! – esclamava Alice.
– Lo sai perché gli hai letto il pensiero? – ribatteva Mattia.
– Lo so e basta. – chiosava Alice. – Quella frase significa che noi
possiamo scoprire come salvare il mondo dalle ombre, perché nessuno
crede in noi. Per la maggior parte delle persone noi non contiamo nulla,
neppure esistiamo. E proprio perché siamo invisibili e non siamo pesci,
ammanicati con il potere, possiamo scoprire l’acqua.
– Mah! Mah! – borbottava Mattia.
– Poi non lo sapete che le scoperte che cambiano la storia accadono
sempre mentre stai facendo altro e, in genere, sono compiute da un non
specialista, qualcuno che non si occupa di quel settore? Per esempio, lo
sapete che la penna sfera è stata inventata da uno scultore? – chiedeva
Nadia, mentre tutti, tranne Alex, sgranavano gli occhi.
– E sapete cosa riesce a fare Mattia? – continuava Nadia, mentre gli
toccava il braccio e lui sentiva quel solito brivido. – Ha un super udito,
sente anche i bisbigli, ricorda tutti i volti che vede e realizza quasi tutto
quello che desidera. Dopo una delle sue crisi, salta più in alto di un
grattacielo e guadagna una forza quasi sovrumana. Quando ebbe la sua
prima crisi, gli fecero tantissimi controlli e gli dissero che soffriva di crisi
epilettiche, perché aveva troppa energia nel cervello. Ovviamente non era
così. Infatti, la forza incredibile che sviluppa dopo ogni crisi deriva dal fatto
che riesce a collegarsi con l’energia dell’universo, con il campo quantico.
Poi, è insonne e si sveglia presto.
– Meno male che avevamo detto di non dirci niente per trent’anni! –
piagnucolava Alice imbronciata.
– Alcune informazioni ci sono utili per affrontare il viaggio che stiamo
per compiere. Quando ci troveremo nei guai altrimenti come faremo? –
domandava Nadia. Tutti, tranne Alex, approvavano.
– I genitori di Mattia, però, non si sono mai accorti di avere un figlio
speciale. – continuava Nadia – Non se ne sono accorti neppure quando, a tre
anni, sapeva già fare il cubo di Rubik in meno di cinque secondi,
ovviamente senza che nessuno glielo avesse mai insegnato prima. E se uno
non applica dei logaritmi specifici e fa solo tentativi a caso, vi assicuro che
in una vita non riuscirà mai a risolverlo. A proposito, lo sapete che niente
capita mai a caso? A quattro anni, il nostro Mattia si è bevuto tre
termometri e poi ha smesso di parlare per altri due. Questa è stata la
versione che i suoi genitori hanno raccontato agli amici. La verità, però, è
che Mattia ha vissuto qualcosa di terribile, qualcosa che neppure io riesco a
vedere.
Mattia le gridava di smetterla. Si abbassava l’elmetto, come se in testa
nascondesse i segni del suo passato. Nadia abbassava gli occhi, mortificata.
– Per fortuna, a differenza di molti altri, da vittima non sono diventato
carnefice, non faccio il serial killer e non stermino la gente con la mia follia.
– riprendeva Mattia – Sono solo vittima di me stesso, come tutti. Questo vi
sembra più accettabile?
– Mattia sa scrivere da sinistra verso destra, come Leonardo Da Vinci e
come Tesla. – diceva Nadia per smorzare i toni, cercando di farsi perdonare.
– E di questo che ci importa? – chiedeva Alice – Come potrebbe servire a
salvarci la vita, nel caso fossimo in pericolo? E poi cosa vuol dire che
potremmo essere in pericolo? Io voglio solo un po’ di giustizia ed essere
considerata qualcuno, non voglio mica rischiare la vita.
– Strano, – rispondeva Nadia con tono affettuosamente sarcastico – visto
quanto pesi e le tue pratiche, tu sei la più spericolata di tutti. Quella che la
vita la rischia ogni istante. Mattia, tu potresti chiamarti Leonardo. Che ne
pensi? A questo serviva svelarvi la sua capacità di scrivere da sinistra verso
destra.
– Tesla. – scandiva bene Alex, parlando in quel suo modo buffo, da
oracolo e da bambino insieme. – Scienziato pazzo che dicono abbia
inventato il raggio della morte, una macchina che spara energia e può
distruggere qualsiasi cosa entri nel suo raggio di azione. – continuava Alex
– Non si sarebbe fermato qui. Avrebbe ideato anche un altro aggeggio
infernale, con cui avrebbe causato un terremoto a New York. Tesla, però,
aveva anche inventato le macchine volanti e, come tutti sapete, quelle
elettriche, con motori silenziosi, senza batteria né riscaldanti e varie altre
modalità per trasformare l’energia dell’etere in energia pulita e gratuita.
Furono queste scoperte che gli costarono l’isolamento. Fu messo da parte
perché distruggeva il potere delle lobby, che lo fecero considerare pazzo,
perché stava riuscendo a provare quello che molti mistici dicevano da
sempre e che si trova contenuto, per esempio, nei testi vedici sanscriti.
Esisterebbe in natura un’energia illimitata, una sorta di misteriosa
radiazione, non inquinante, gratuita, silenziosa che può essere sfruttata per
costruire qualunque mezzo di trasporto. In questo mondo si commercializza
solo quello che permette a qualcuno di guadagnare. Se non si piega il capo
alle regole del profitto, non esiste scoperta. Il guadagno è la vera schiavitù.
– Grazie Alex. – sussurrava Alice, mentre gli altri la guardavano con
rabbia e preoccupazione, pensando che lo avesse interrotto e che presto
avrebbero assistito a un’altra delle sue reazioni furibonde. – State sereni –
continuava la finta bambina – io leggo nel pensiero… ogni tanto… Alex
aveva finito. Non vedete che è tornato di là?
– Di là dove? – chiedeva Mattia.
– Ma tu sei proprio tonto allora! – rispondeva in modo nervoso Alice – È
un modo di dire. In catalessi, anzi no, in uno dei suoi viaggi sonno. Questo
posto dove impara in mezzo secondo tutto quello che sa.
– Amici, – interveniva Nadia – non abbiamo più molto tempo, tra poco
Lor ci condurrà nel multiverso e diventeremo invisibili e prima che questo
accada, ci servono anche dei cognomi.
– Ma saremo invisibili anche tra di noi? – chiedeva Mattia.
– Ma no, tonto! Non hai capito nulla! – sbottava Alice.
– Senti, calmati, – la riprendeva Nadia – lui non legge nel pensiero e Lor
non lo aveva specificato. Torniamo alle cose serie. Io sarò Frida Tiresia,
Alex Albert Osiride, Alice Dorothy Iside e Matteo Leonardo Tesla, che ne
dite? – Lor intanto appariva dietro di loro.
– Benissimo. – rispondeva Mattia, mentre Alice annuiva e Alex restava
immobile.
– Grazie per quello che vi apprestate a fare. – sentenziava Lor – Prima
che vi saluti e che entriate nel multiverso, ricordatevi che, se mi
invocherete, io vi aiuterò, ma non sempre potrò apparire. Quindi, se non mi
vedrete, dovrete fare molto silenzio, perché sarà difficile udire la mia voce.
Mi raccomando di non fidarvi di nessuno, solo di voi. L’esercito vi vuole
come macchine da guerra e vi sta inseguendo. Purtroppo il dottor Nino ha
raccontato dei vostri poteri eccezionali, ma non preoccupatevi, potete
vincere.
– Sempre molto incoraggiante. – esclamava divertito Mattia.
– Perché mai poi avete parlato con quel folle dei vostri poteri e invece
non lo avete mai fatto con i vostri genitori? – chiedeva Lor.
– Il dottor Nino sembrava molto meglio dei nostri genitori. Ci siamo
sbagliati. – rispondeva Nadia.
– Gli adulti sono inaffidabili. – si intrometteva Alice.
– Mai generalizzare, – la riprendeva Lor – anche perché voi tecnicamente
sareste adulti. Poi apriva il mantello e faceva segno di entrare. I quattro, uno
alla volta, gli andavano addosso. Il corpo del vecchio era un portale, questo
ormai lo avevano compreso. Bastava un lieve contatto con la sua pelle per
scivolare in una dimensione indescrivibile, per gli odori le luci la velocità e
la gioia. Durante quello strano viaggio, i loro sensi si amplificavano, come
se ne possedessero almeno mille. Viaggiavano a velocità supersonica. Non
potevano parlare con nessuno a parole. Si sentivano uniti al resto del creato
e non erano mai stati così bene in tutta la loro vita. All’improvviso, si
ritrovavano seduti ciascuno sulla poltrona più comoda del mondo. Avevano
quattro forme diverse per adattarsi ai rispettivi gusti, ma erano tutte
trasparenti. Da quella posizione iniziavano a essere spettatori delle vite
altrui. Lor era stato chiaro: prima dovrete usare la testa, aveva detto il
vecchio dagli occhi iridescenti, poi verrà il tempo del corpo. Un corpo senza
testa non serve a niente, aveva detto loro mentre attraversavano il
multiverso e sentivano la sua voce, senza capire da dove provenisse.
Dove fossero finiti non lo sapevano e a tutti e quattro mancavano le
parole per descrivere quella specie di palazzo. Ognuno lo vedeva a modo
suo e non poteva comunicarlo all’altro. L’unica certezza che avevano era
quella di essere invisibili al mondo e di stare sospesi tra le nuvole, anche se,
per essere precisi, si trovavano dentro una nuvola. Affacciandosi a quelle
ampie vetrate, però, che non potevano essere mai aperte, non vedevano il
bianco della nuvola, ma milioni di esseri che si muovevano nelle proprie
vite. La sensazione che provavano era quella di vivere nella casa dei loro
sogni, anche se, per una qualche incomprensibile ragione, non potevano
descriverla, né farla vedere a nessuno. Condividevano lo stesso tetto ma, se
avessero potuto raccontare di quel luogo, nessuno avrebbe mai potuto
capire che si trattava dello stesso posto. Sul fatto che fosse una roccaforte,
erano tutti d’accordo. Le porte si aprivano soltanto con parole d’ordine
pronunciate da una delle loro voci ed erano invisibili, finché non fosse stato
necessario averne una. In quel caso, una porta sarebbe comparsa là dove
serviva. La fortezza non era solo invisibile, ma anche indistruttibile e
galleggiava sospesa tra le nuvole in una nuvola. Se qualcuno avesse
osservato quella parte di cielo da vicino, non si sarebbe accorto di nulla. Nel
palazzo, ciascuno aveva una camera segreta, dove rifugiarsi quando voleva
stare un po’ da solo. Nadia aveva riempito tutte le pareti della sua stanza
con delle foto ed era stata l’unica ad averla personalizzata. I primi giorni li
trascorrevano imbambolati a guardare dall’alto le vite degli altri, finché
Alice non sentiva di aver individuato la strega con l’amnesia. Da quel
giorno, le loro vite si complicavano.
9. Piccoli e preziosi. Presagi e rivelazioni

Luca e Lilia trascorrevano ogni momento libero insieme. Lilia lasciava


l’albergo in cui alloggiava e si trasferiva a casa di Luca. Erano convinti di
vivere un sogno. Non sapevano che, per vivere i sogni, bisogna essere
svegli. Entrambi, invece, fino a quel momento, avevano alternato momenti
di sonno ad altri da zombi, chiamando vita una replica di giorni in serie,
senza emozioni, in cui niente faceva mai la differenza; tutto era sempre
uguale e interscambiabile.
– Sono follemente innamorato di te. – le ripeteva in continuazione Luca e
Lilia si chiedeva se lo dicesse tanto spesso per convincersene o perché,
effettivamente, non riusciva a contenere l’uragano dei suoi sentimenti. Nelle
prime due settimane le dichiarazioni d’amore si susseguivano senza sosta.
– Anche se di te non sapessi nulla, mi basterebbe abbracciarti per sapere
tutto. – aggiungeva Luca – Non l’ho mai detto a nessuno, ma credimi, io ti
amo. Ti adoro. Sei la mia grande bambina. Voglio svegliarmi ogni giorno
con te accanto. Sei la mia bellissima donna, la mia stupenda fidanzata e
sarai mia moglie, appena otterrò il trasferimento. Non ti chiederei mai di
lasciare tua sorella: verrò io a Trieste. Voglio stare ogni istante con te. Io
che non ho mai avuto il coraggio di progettare il futuro, ho già visto molti
dei posti in cui voglio portarti. Quando tornerai a Trieste, sarà dura, ma per
la prima volta riesco a cogliere in qualcosa il lato positivo. Penso a tutti i
week-end da favola che passeremo. L’acqua è sempre acqua, ma quella nel
deserto è unica, ha un sapore speciale. Tu sarai anche questo per me, la mia
acqua nel deserto. Cos’altro mai potrebbe essere la vita lontano da te? Solo
un deserto o un ghiacciaio nella notte artica. Voglio darti tutto. – ripeteva –
Voglio portarti dappertutto. Aspetterò con ansia prima le vacanze e poi il
trasferimento per coronare il mio sogno. Non sono mai stato così felice. Lo
sai che anch’io sono molto riservato e non parlo mai di me, ma questa volta
ho avuto bisogno di dire a tutti che mi sono innamorato della donna più
straordinaria che esista. Per la prima volta nella mia vita non voglio
scappare. Non mi sento a disagio, né lacerato. Mi sento felicissimo, vivo,
libero e leggero. Devi fidarti di me, perché non ti potrò lasciare mai. Sto
troppo bene con te. Ho una voglia matta di fare l’amore con te, ma posso
aspettare tutto il tempo che ti serve. L’amore sa aspettare, anche se ti
desidero da impazzire in ogni istante. Il solo tuo pensiero mi eccita. Tu sei
già parte di me. Sei il mio pensiero costante. Sei speciale. Sei il mio genio.
Lilia credeva a tutto, tranne a “Sei il mio genio”. Lei si sentiva un mostro.
Era convinta di esserlo. Si ricordava che qualcuno, tanti anni prima, le
aveva detto la stessa cosa, ma non riusciva proprio a ricordare chi fosse
stato e perché l’avesse definita un genio. Un dettaglio che, in fretta, passava
in secondo piano, perché poco dopo che Luca le aveva detto “Sei il mio
genio”, le presentava sua sorella minore, Stella. La donna, che le sembrava
non avere nulla in comune con il fratello, non la convinceva. Stella
sosteneva di essere una pittrice e di mantenersi organizzando mostre d’arte.
Aveva anche vinto un premio prestigioso. Lilia era convinta che
nascondesse qualcosa, nonostante tutta quella loquacità. Stella la invitava a
casa per ammirare i suoi quadri. Lilia faceva un cenno con il capo che, con
molta fantasia, poteva sembrare di assenso. Quando Stella lasciava la casa
del fratello, Luca le confessava ciò che mai prima era riuscito a dire,
sosteneva. Da otto anni era in cura da una psichiatra. Ora, però, grazie a lei,
si sentiva guarito. Aveva persino chiesto alla dottoressa se fosse possibile
innamorarsi così in fretta e se l’amore fosse davvero in grado di cambiare in
un istante quello che otto anni di terapia non erano riusciti a risolvere. Luca
aveva sofferto di attacchi di panico. Dopo tre anni di terapia e di pastiglie,
però, quelli erano scomparsi. Lo stesso non era accaduto con il suo senso di
inadeguatezza e di angoscia; soffriva anche di depressione. Luca si era
sempre sentito lacerato. Le sue oscillazioni gli avevano impedito di
impegnarsi in una relazione che durasse per più di tre mesi. Ogni volta che
conosceva una donna da cui si sentiva attratto, impiegava quattro o cinque
mesi soltanto per chiederle di bere un caffè. Poi studiava ogni mossa a
tavolino. S’immaginava mille volte il primo bacio che, sapeva bene,
sarebbe riuscito a dare dopo almeno un altro mese dal primo appuntamento.
Quando, finalmente, riusciva a fare l’amore con la prescelta, scattava in lui
un sentimento di repulsione. Quella donna, prima corteggiata e spesso
idealizzata, diventava orribile. Un mostro che mi toglie l’aria, diceva a
Lilia, che lo ascoltava con molta attenzione, ritrovandosi in diversi stati
d’animo tratteggiati dall’uomo.
Luca continuava raccontandole di aver cercato, dopo qualche anno di
terapia, di non troncare subito una relazione, ma senza successo. Era
accaduto, infatti, più di una volta che, dopo aver fatto l’amore con una
donna, si era imposto di rivederla, nonostante avesse ormai perso qualsiasi
desiderio. La repulsione arrivava al quarto appuntamento, in genere. I primi
tre, con il tempo e grazie alla terapia, gli erano diventati sopportabili. Con
una era persino riuscito ad andare avanti tre mesi. Alternava momenti di
attrazione ad altri di repulsione, ma aveva imparato a mascherarli e ad
allontanare la donna con le scuse più varie. Alla fine, però, era sempre il
disgusto ad avere la meglio e, così, si ritrovava da solo, senza rimpianti, né
rimorsi. Anche se si sentiva in colpa e del tutto sbagliato. Le confidava
inoltre di non aver mai riconosciuto il valore della fedeltà. Fedele non lo era
mai stato. E, visto che non gli piaceva neanche tanto fare l’amore, non
considerava il suo frequentare più donne contemporaneamente tradimento.
Impiegava tempo prima di concedersi e gli era indifferente fare l’amore con
una e uscire a cena con un’altra. Per di più, aveva sempre grosse difficoltà a
raggiungere l’orgasmo e, spesso, la pesantezza di quel contatto intimo lo
bloccava prima del tempo. Quelli erano i momenti peggiori. La donna che
aveva per le mani, infatti, sentendosi rifiutata, continuava ad accarezzarlo e
a baciarlo. Neppure la visione di quel corpo nudo, però, prima tanto
desiderato, piegato tra le sue gambe, lo spingeva a ricominciare. Anche se
avessi avuto le dieci donne più belle del pianeta inginocchiate davanti a me,
non avrei provato alcun desiderio, continuava Luca, per me l’amore si fa
prima con la testa.
Con Lilia, invece, era stato tutto diverso. Anche il sesso. La sintonia con
lei era stata immediata. Con dolcezza si era insinuato tra i suoi seni, poi con
le sue labbra era scivolato in tutti i luoghi del mondo.
– Baciarti dappertutto significa conoscere il mondo. – le sussurrava
spesso, prima di spostare piano l’aria sul suo corpo.
– Il nostro piacere è così intenso – bisbigliava alla fine – che, per non
crederlo illusione, va ricercato e ripetuto.
Entrambi avevano bisogno di continue conferme. Bastava una serata più
tranquilla per gettarli nello sconforto. Se anche quella passione fosse stata
impressa sulla roccia, le paure l’avrebbero scalfita: per nessuno dei due,
infatti, era possibile credere a tanto. Ogni volta, dopo aver fatto l’amore, si
sentivano confusi e insicuri. Si mancavano. Avevano la stessa sensazione di
non essere mai stati tanto vicini a nessuno, eppure quella vicinanza non
bastava. Erano coscienti della loro mancanza. Come se tra loro continuasse
a scorrere un abisso di misteri e distanze, mostri e guerre, vite così diverse
da quelle agognate e vissute. Se solo avessero saputo ascoltare quelle
emozioni, presagio e rivelazione della vera natura del loro legame, si
sarebbero risparmiati una buona dose di inferno. Il vero amore richiede
coraggio, pensava Lilia, senza, lo posso solo sfiorare per un attimo. Io non
ho coraggio, perché mi manca la forza di affrontare il rischio di perderlo.
Ogni tanto vorrei non averlo mai incontrato, perché la sofferenza quando lo
perderò, mi dilanierà, diceva tra sé.
– Come sempre mi fai vedere le stelle. Ti adoro, bambina. È tutto come
nelle favole con te. Tu sei il mio film da oscar. – le ripeteva Luca. Quello
era il suo modo per trovare il coraggio di andare avanti.
Lilia avrebbe voluto ricambiare tutte quelle attenzioni, ma non ne era
capace. Avrebbe voluto dirgli che non doveva mai smettere di accarezzarla,
soprattutto lì, sulle alette mozzate, le scapole, dove si portano i segni delle
ali che, un tempo, ci sollevavano aldilà dello spazio. Luca doveva capire
che lei lo amava dai suoi gesti. Per lui e con lui era persino andata a giocare
a biliardo. Luca, però, non immaginava che Lilia detestasse anche la
semplice idea di giocare con quella stecca in mano.
Lilia pensava che ognuno dovesse riprendere con una telecamera la
propria vita, finché non incontrava la persona giusta da amare. Così sarebbe
stato tutto più facile per chi, come lei, non era in grado di esprimere le
proprie emozioni. Basterebbe mostrare come si era e come si è diventati,
pensava. Se esiste il cambiamento, è possibile solo grazie al vero amore,
all’Amore, si ripeteva. E se a legarli fosse stato Desiderio? Non se lo
chiedeva mai.
Per dare concretezza ai propri sentimenti, una sera, Luca, mentre se ne
stavano a letto a guardare la televisione, le porgeva una grande scatola
gialla con delle coccinelle rosse. Le diceva di aprirla. Lilia era senza parole:
un orologio a pendolo costosissimo, che avevano visto insieme una mattina
andando all’università.
– Io sarò il tuo tempo. – le diceva Luca – In questa scatola metterai tutti i
regali che ti farò. Saranno piccoli e preziosi, come te.
Lilia restava immobile, in silenzio. Gli sorrideva. Poi si voltava per
posare la scatola sul comodino. Per darle un’ultima occhiata, la apriva di
nuovo e, all’improvviso, si sentiva risucchiata dalla scatola. In un
battibaleno, si ritrovava in un mare profondo, scuro, demoniaco e
spaventoso, lontano dalla terra ferma. Per non pensare al terrore che stava
per assalirla, iniziava a girare su stessa, creando un vortice. Girava sempre
più velocemente finché il mare si apriva e la inghiottiva. Sprofondava in un
tunnel marino. Lo attraversava, arrivando davanti a una teca di vetro, su cui
leggeva “Il paradiso del mare”. Un uomo con le sembianze di un pesce le
chiedeva cosa volesse. Lilia lo supplicava di portarla dal mago delle bolle di
sapone. L’uomo pesce insisteva nel chiederle i motivi. Lilia, comprendendo
che confidarglieli era forse l’unico modo per arrivare al mago, gli diceva
che aveva bisogno del mago per fermare il tempo e fare in modo che il suo
uomo la amasse per sempre. Le serviva una bolla blocca tempo. L’uomo
pesce rideva come un pazzo, rispondendole che al massimo lì, nel paradiso
del mare, poteva procurargli una pozione per farlo innamorare di lei, ma per
un anno al massimo. Di più non è amore, sosteneva l’uomo pesce, ma
proprietà privata, possesso, abitudine, dipendenza, incesto, malattia, noia.
Lilia ribatteva che l’amore non ha regole, non conosce il tempo e, dunque,
può durare in eterno. L’uomo pesce rideva ancora più forte. Lilia, allora,
perdeva la pazienza e puntandogli le mani contro lo colpiva con proiettili
potentissimi ed enormi, che fuoriuscivano dai palmi delle sue mani. L’uomo
pesce veniva trafitto da un centinaio di colpi e da ognuno di essi
fuoriuscivano centinaia di uomini pesce. Più Lilia sparava, più gli uomini
pesce si moltiplicavano. Lilia non faceva in tempo a cercare di
smaterializzarsi da lì, nella speranza che stesse vivendo un sogno, quando
milioni di uomini pesce le piombavano addosso. La incatenavano con
manette di piranha e, se solo avesse osato muoversi, sarebbe stata divorata
da quelle belve.
– Cosa ne farete di me? Liberatemi, vi prometto che me ne andrò. –
supplicava Lilia, ma nessuno le rispondeva.
– Come mai non stai invocando il tuo dio? – le domandava una donna
zoppa che si avvicinava a lei piano piano.
– E tu chi sei? Aiutami per favore, ti supplico. – piagnucolava Lilia.
– E tu in cambio cosa mi dai? – le chiedeva la donna.
– Tutto quello che vuoi, davvero. – rispondeva Lilia.
– Non hai mai sentito dire che chi attacca soccombe? – continuava la
donna.
Lilia cercava di scuotere il capo, ma una voce la fermava giusto in tempo.
– Non puoi muoverti! Lo hai dimenticato? Non scuotere la testa
altrimenti perderai una spalla. Io sono il mare. – tuonava una voce possente.
– Aiutami, ti prego. – piagnucolava ancora Lilia.
– Non ti basto io? – ribatteva la donna zoppa arrabbiata.
– Chi attacca soccombe. Chi combatte perde. Chi lotta muore. Chi lascia
andare emerge. – tuonava il mare.
– Nel suo caso, chi lascia andare riemerge. – si intrometteva ancora la
donna zoppa – Lasciamola andare. È un caso perso. Non ha capito niente. E
questa dovrebbe essere colei che mi aiuta? È solo una donna con l’amnesia.
Nessuno può essere chi è, se neppure riesce a intuirlo.
– È troppo presto ancora. – tuonava il mare – Non mi piace parlare con le
persone che non hanno pazienza. Chi non sa aspettare, non sa vivere. Anzi,
non ha capito proprio niente della vita.
Una corrente fortissima apriva le manette di Lilia, i piranha scomparivano
e la donna zoppa la prendeva per mano per ricondurla in superficie. Uno
squalo le scortava, facendo strada. Lilia si accorgeva che, viaggiando
attraverso quel tunnel marino, poteva comunicare con la donna con il
pensiero. Chi sei? Le chiedeva più volte. Ti piace l’arte? Replicava la
donna. Lilia rispondeva affermativamente. La donna allora le diceva sono
colei che la malattia non ha fermato e alle mie mostre non sono mai
mancata, piuttosto mi facevo portare allettata. Sei Frida, Frida Kahlo?
Chiedeva Lilia. E ripetendo quella domanda si ritrovava tra le braccia di
Luca, completamente bagnata. Luca allora si svegliava, chiedendole come
mai si fosse fatta la doccia e poi infilata nel letto senza neanche asciugarsi.
– Soffri di sonnambulismo? – chiedeva Luca.
Lilia faceva un gesto con il capo che, con molta fantasia, poteva sembrare
di assenso.
– Ma nessuno ti ha mai detto che, se prima non ti curi tu, rischi di attirare
solo altri come o peggio di te? – le domandava quello che lei credeva essere
il suo primo fidanzato.
– Quindi anche tu sei sonnambulo? – domandava Lilia, cercando di
placare il suo cuore, che batteva sempre più forte.
– Ma no! Io sono perfetto e perfettamente sano. – ribatteva Luca – È una
cosa importante però, quella che ti ho detto. Se non sei felice tu, non puoi
fare felice nessuno. Se non stai bene tu, non puoi far star bene nessuno. Se
non sei sana tu, non puoi incontrare un altro sano. Legge di risonanza.
Quella di attrazione è superata, imprecisa da sempre. Le paure e i sensi di
colpa annullano la legge di risonanza, bloccano l’energia e tu non vivi la
vita che vorresti.
Lilia lo lasciava parlare, mentre se ne andava in bagno ad asciugarsi. Si
toglieva un’alga che le era rimasta attaccata al polpaccio e che, per fortuna,
Luca non aveva notato. Ogni cosa è un messaggio per me, si ripeteva. Devo
solo capirne il senso – pensava – o forse no, devo solo accettarla e basta.
10. Rosa e il multiverso

– Amo la scienza, perché la scienza può smentire sé stessa; può dire tutto
e il contrario di tutto; non è fissa; può cambiare idea; non è tutta basata sulle
antinomie, giusto e sbagliato, bene e male. La scienza è viva, evolve. –
asseriva Rosa, sdraiata su un lettino. – La religione, – continuava – invece,
è morta e infatti Nietzsche scrisse che Dio è morto. La sua frase più bella
però, per me, resta quella che dice: “Parlare molto di sé può
anche essere un sistema per nascondersi.{5}” Tornando al nostro
argomento, per la religione tutto è duale, in opposizione, un insieme di
favole dove, se togli Dio, crolla tutto il sistema, che deve essere fisso,
immutabile. La religione cristiana ha perso il sacro, spiega bene Galimberti,
essendo diventata il luogo della causa{6}. Ti dice infatti, se fai il bene, ti
arriva il bene, se fai il male ti arriva il male. Ha un Dio giusto, che è un
buon padre di famiglia, ma in realtà di questo tipo di Dio non c’è traccia
nell’antico testamento. Ecco perché io sono lontana da tutte le religioni.
Sono stata cristiana, buddista, taoista e induista, per arrivare a capire che la
religione non può interessarmi. Ogni religione per me è una setta, che
annulla la libertà del singolo, oltre a essere l’oppio dei popoli, come
sosteneva a ragione Karl Marx. La maggior parte delle religioni, inoltre,
agli albori, stermina tutti coloro che la pensano diversamente. La guerra
contro i dissidenti spesso viene nascosta, com’è avvenuto, per esempio, con
i catari. Religione viene dal latino religo, che significa rilegare; sacro,
invece, è ciò che è separato. Io, al contrario, mi voglio sentire unita e non
emarginata. Voglio estromettermi solo dalla stupidità, soprattutto quella dei
furbi, che spostano l’attenzione su problemi inesistenti per simulare di
averli risolti. Poi promettono casse d’oro per tutti, per rubare indisturbati.
Quando viene il momento di dare, scatenano l’inferno, giurando di non
esserne stati la miccia. Devono attribuire a quell’inferno, infatti, le colpe
della mancata realizzazione dei loro santi progetti. Io inseguo il sacro. Il
sacro è ciò che va oltre la ragione, ciò che ha in sé la luce e l’ombra, il bene
e il male. Il sacro è irrazionale e questo lo insegna già Platone. Il sacro tiene
tutto insieme, invece la ragione separa. C’è un tempo per tutto e il tempo
dell’uomo vivo non può essere quello dedicato alla religione. Credo che in
molti ne abbiano bisogno, perché oggi è quasi l’unico modo per entrare
ancora in contatto con la propria follia, il mistico, l’irrazionale,
l’evanescente, il mistero. Questi molti, però, non comprendono che
l’irrazionale non può essere decifrato né compreso, al massimo sentito. Non
mi occupo di dio né di religione, quindi, perché per definizione dio è ciò
che deve trascendere la mia piccola mente, quindi io non posso pensarlo, né
delimitarlo in definizioni o descrizioni. Lilia, invece, è così devota alla
religione cristiana e a tutte le sue invenzioni, ideate per soggiogare il popolo
e assicurare a pochi il mantenimento del loro predominio. Sono certa che
userà la frase geniale di Tolkien per far scrivere sulla sua tomba “Torno
subito”. Oggi dubito anche della psicanalisi, benché la ami. A Jung non
importava nulla del passato dei suoi pazienti. Gli interessavano solo le
peculiarità di ciascuno di loro. Ecco, mi manca Jung. Uno dei più grandi
psicanalisti viventi, Massimo Recalcati{7}, spiega che chi vive relazioni
difficili è sempre insoddisfatto, perché cerca di soddisfare il proprio
desiderio di essere desiderato dall’altro. Inseguendo questa fissazione perde
se stesso e il senso della propria vita; non sa più cosa vuole davvero. Le
persone che vivono relazioni difficili non hanno le mezze misure, o tutto o
niente. Appena possiedono una cosa, immediatamente dopo non la
desiderano più. Sono come quei bambini che non si calmano fino a quando
la madre non ha dato loro lo stesso identico giocattolo che sta utilizzando il
fratellino. Appena possiedono quel giocattolo, si accorgono che è identico a
quello che, poco prima, loro hanno gettato via, così lo gettano via un’altra
volta. Sono persone che non sanno cosa desiderano nel profondo e dunque
hanno bisogno di stare sempre al centro dell’attenzione per colmare il vuoto
della loro vita. Spesso sono ossessionati dal corpo e dal sottrarre agli altri i
propri desideri. Per non incappare in un tipo del genere, dobbiamo imparare
a essere felici. E come si fa? Anche se in molti lo spiegano, nessuno può
dirlo. Ognuno deve scoprirlo da sé. Se ti affidi ai presunti maestri, ti lasci
propinare solo qualcosa che al maestro serve per fare profitto, senza
aumentare di un grammo la tua libertà e, di conseguenza, la tua creatività
per renderti felice. L’unica certezza che ho oggi è che ogni cosa dipende
sempre da come la racconti. Non so se l’ho sentito dire da qualcuno ma, per
guarire, devi cedere. Arrendersi è il verbo della guarigione. I guerrieri,
infatti, muoiono. A molti piace affermare di essere un guerriero, ma non
sanno che il vero guerriero è colui che non combatte. In questi tempi si è
perso il vero senso delle parole, perciò non possiamo più dire guerriero
senza pensare a un combattente. Il guerriero non è un folle suicida
incosciente, che affronta mille nemici per la gloria, che poi chiama giustizia
per darsi un tono. Il vero guerriero è un pacifista. È colui che sa seguire il
silenzio dentro di sé. Cosa che non sa fare quasi più nessuno. E seguendo
quel silenzio, incontra il vuoto, che non è vuoto come noi pensiamo. In
questo modo, scopre le forze infinite che muovono le galassie. Non
chiedermi quali sono, perché non sono ancora sicura della risposta. I taoisti
sostengono che il nulla ha più potere del pensiero e che la strada giusta sia
quella che viene con naturalezza. Non so se sia così. So soltanto che non
bisogna mai prendere decisioni quando si è arrabbiati o feriti, perché il
dolore ci intossica. Secondo le neuroscienze ognuno ha nel cervello una
sorta di fonte che ci rigenera. Lì risiederebbe la nostra unicità e, dunque la
nostra bellezza. Ma cos’è la bellezza se non spontaneità? Il vero fascino è la
naturalezza. Sai perché la chirurgia estetica non crea le donne o gli uomini
più amati del pianeta? Perché chi sa davvero amare non può che amare
l’autenticità. Ciò che è prodotto in serie, che somiglia ad altro, non è
autentico. Lo sai come evolve il tuo cervello? Con la tenerezza del sesso,
con la gioia della condivisione e la dolcezza del gioco. Più sei finto, più ti
trattieni. Più ti imbavagli, più ti allontani da te stesso. Più non sei te stesso,
più ti fai male. Quindi, se sei saggio, hai anche il coraggio di andare a dire
quello che pensi al mondo intero. Fregandotene delle conseguenze.
– Hai finito? – chiedeva un uomo seduto dietro Rosa e che, per tutto il
tempo, era rimasto con gli occhi chiusi.
– Finito cosa? Non è mica una seduta psichiatrica. – riprendeva Rosa –
Sai qual è la differenza tra i sogni e i desideri? I sogni appartengono
all’anima, sono la tua vera essenza ed è là che ti conducono. I desideri sono
figli dell’ego: mutano e danno piacere istantaneo. I sogni costruiscono
futuri e portali. I desideri sono eterei, svaniscono senza lasciare traccia. Non
lottare per i tuoi sogni. Assaporane la gioia mentre li vivi, anche se ancora
non li vivi. Fai in modo che dietro il sipario ci siano sorprese, non inutili
aspettative o desideri che mutano. Se ti fidi della vita, arriva tutto ciò che ti
serve. Che dici, può funzionare come monologo?
– Un medico, premio Nobel per la medicina, Alexis Carrel, disse che la
preghiera è la forma di energia più potente. Prega. – rispondeva l’uomo
seduto alle sue spalle, sempre con gli occhi chiusi.
– E chi dovrei pregare?
– Certamente non un dio. Dio è Dio perché lo preghi. Lo facciamo
diventare noi Dio con le nostre suppliche. Se lo ignori, gli togli potere e
senza potere lui è uno come tanti, uno senza voce.
– Chi allora?
– Qualcuno senza il cui amore non saresti tu.
– Io amo solo Samina, anche se il più delle volte non la capisco.
– Le donne sono fatte per essere amate, diceva Oscar Wilde, non per
essere comprese. Tu sei tu perché la ami? Quindi è quell’amore che ti dà
senso e ti rende ciò che sei?
– Non lo so, non capisco quello che dici. – rispondeva Rosa scoppiando a
ridere.
– Perché hai ancora paura di me. Più conosciamo, meno abbiamo paura.
La cosa più importante da comprendere è quell’amore che non capiremo
mai. Quell’amore che ti rende ciò che sei. Solo quel tipo di amore ti renderà
felice.
– Io sono felice solo se sto con Samina, anche se spesso litighiamo o la
mando a quel paese. “Amare è mettere la nostra felicità nella felicità di un
altro”, diceva Gottfried Wilhelm von Leibniz. Pensa che a sei anni già
conosceva il latino, che naturalmente aveva imparato da solo e a quindici
anni si era già iscritto all’università, laureandosi in filosofia e
giurisprudenza.
– Quello non è amore. Comunque hai una cultura notevole. Sembri Lilia.
– Perché dici questo? Perché dici che il nostro non è amore? Perché
giudichi? Se io sono felice grazie a lei è reato? Sono colpevole? – insisteva
Rosa.
– Che brutte parole usi. Lascia splendere quello che hai dentro. Lascia
splendere quello che sei.
– Non so come si fa. Uff… non ti capisco.
– Tu mercifichi qualsiasi cosa pur di fare carriera? – domandava l’uomo,
sempre impassibile dietro di lei e sempre con gli occhi chiusi.
– No, Leo, ma sei impazzito? Quale carriera poi? Ma tu hai capito che io
non sono Lilia?
– Ne sei proprio sicura? Sei così convinta di sapere chi sei?
– Ma cosa dici Leo?
– Se proprio devi nominarmi, chiamami Albert Leonardo. Per capire chi
sei davvero e per starti dietro, dobbiamo venire almeno in due.
– Eh? – chiedeva Rosa – Cosa stai dicendo? Sei impazzito? Tu sei qui da
solo e non capisco perché oggi vuoi cambiarti nome.
– Hai ragione. Non puoi essere tua sorella. Lilia sa che non esiste solo il
mondo visibile.
– Sempre tutti a elogiare Lilia, la colta, la prof, la cattolica, la santa, la
cuoca, la brava bambina, la silenziosa, la costumata ecc. ecc. Io, invece,
sono il demonio, la libertina, l’egocentrica, l’ignorante, l’atea, l’anarchica,
la nullafacente, la chiacchierona ecc. ecc.
– Ti lascio augurandoti che un tocco di magia attraversi la tua vita.
Evanescente e sfuggente sia la gioia che provi, perché solo così quella
felicità in apparenza sfocata potrà condurti aldilà di ogni limite.
– Non andartene, ti prego. Aspetta. Io ti invidio. Tu cambi abito e diventi
un altro. È come se tu prendessi forme diverse in base a quello che devi
fare. Infatti non ho capito perché oggi mi hai detto quella cosa dei nomi.
Non abbiamo mai tenuto ai nomi. Hai dimenticato quante volte ci siamo
detti per noi niente nomi? Shakespeare lo ha insegnato bene a tutti: se una
rosa la chiami con un altro nome, non per questo smette di essere una rosa.
Tu mi hai detto di chiamarti Leo. Io ti avrei chiamato Mario, come sempre.
Se te ne vai, morirai entro stasera. Devi restare qui con me.
– Ogni volta che abbandoniamo qualcuno moriamo. Veniamo cancellati.
Molto più velocemente di quanto l’altro immagini. Va bene. Resto ancora
due minuti. Ora, però, non rinvangare tutto il nostro passato, altrimenti
restiamo qui per un mese almeno.
– Ok. Le minacce non ti hanno mai fatto paura. Non era una minaccia,
però. Un presagio. È meglio morire che combattere con il demone
dell’abbandono, che ne pensi? Io preferirei morire. Meglio morire che
essere schiavi della carriera, del potere, del denaro, del sesso o del successo.
La gente ritiene che non ci sia niente di male a desiderare il potere, il
denaro, il sesso e il successo e che tutti gli uomini pensino a queste cose.
Anche se dicessi loro che non è affatto così, non mi crederebbero. Non
vogliono capire che sono stati attaccati dai demoni, se pensano a quelle
cose, anziché alla loro felicità. Pensi sempre che l’amore non abbia sesso?
Che ci si possa innamorare di chiunque? Per me, invece, l’amore ha sesso e
anche ben definito. Il resto non lo capisco.
– Non lo capisci, perché non hai provato quell’esperienza. Non esiste
altro modo autentico di imparare. Se qualcuno mangia per te del cioccolato,
tu non puoi conoscere quel gusto. Devi assaggiarlo tu. – concludeva
l’uomo, aprendo gli occhi. Tutta la stanza si illuminava per quel suo
sguardo iridescente.
– Ho capito che tipo sei, sai? Tu sei il tipo di uomo a effetti speciali. Uno
che conquista con qualche frase rubata, copiata da qualcuno che,
naturalmente, non cita. Sei il tipo che si comprerebbe un cane e gli darebbe
il nome che ho suggerito io, perché ricorda un grande uomo, di cui
naturalmente ti avrei parlato sempre io. Poi te ne andresti in giro e ti
vanteresti del bel nome del tuo cane, fingendo che la scelta sia stata solo
tua. Sei il tipo che a letto ti monta sopra e tanti saluti. Il tipo che non si
accorge se ti è piaciuto oppure no, perché proprio non gliene frega niente.
Tu sei il tipo corpo che ruota intorno al membro e ti senti persino
intelligente, perché usi la testa per fottere le idee agli altri e, dopo che le hai
copiate, ti svuoti e te ne vai. Sempre da solo, naturalmente.
Rosa si alzava dal lettino e si accorgeva di essere immersa in una nebbia
fittissima.
– Siamo venuti a prenderti. – le diceva una voce greve, che la
scaraventava sulla sedia. La testa di Rosa faceva un giro completo sul collo
e cadeva a terra.
– Io sono più sveglia di voi. Non mi troverete mai! – gridava Rosa
ridendo – Vi è piaciuto il mio clone? – domandava, mentre scompariva
come un ectoplasma.
– Dove sei? Fatti vedere. – urlava la voce greve. Poi, un vento improvviso
diradava la nebbia, spalancando la finestra della stanza. Un mulinello di
foglie, apparse da chissà dove, ruotava sempre più velocemente. Dopo
qualche istante, tutto tornava alla normalità. L’uomo, che prima aveva
parlato con Rosa, era riverso sul pavimento in un lago di sangue.
11. Cambiare vita

Una sera, mentre Luca era intento a fare lo chef, preparando la sua
specialità, ragù di pesce piccantissimo, Lilia rispondeva a una sua richiesta
di un paio di giorni prima, raccontandogli della brevissima collaborazione
avuta anni prima con il quotidiano di Trieste. Due novità in un colpo solo:
prendere la parola per prima e parlare di sé. Non riusciva a svelare tutta la
verità. Ne conservava sempre qualche frammento, come se le fosse
necessario, un giorno, per ritrovare quella versione della realtà. Del resto,
non sapeva neppure se il proprio pensiero corrispondesse mai alla verità,
perciò era meglio custodirne sempre dei rimasugli. Una raccolta maniacale
che la rassicurava, al pari delle sue scorte alimentari anti sindrome
dell’abbandono. Proprio come una bambina, temeva di perdere tutto quello
che lasciava andare. Trattenere tutto era una delle sue missioni impossibili.
Lilia raccontava che la sorella si era servita di lei: sperava che, grazie ai
suoi mirabili articoli, spacciati da Rosa come propri, sarebbe stato facile
passare dalla carta stampata al video. Lilia si era convinta che Rosa volesse
diventare una giornalista televisiva perché, un giorno, guardando il
telegiornale, le aveva fatto una battuta con la faccia seria.
– Se io fossi lì, – aveva detto la sorella – alla fine, non direi buona serata
a tutti e grazie per averci seguito, ma amore, butta la pasta. Tra dieci minuti
sono a casa.
Lilia, per non impantanarsi nelle proprie congetture, che riteneva
spregevoli e meschine, degne di un essere mostruoso come lei, decideva di
rivolgersi di nuovo a Luca. Stava per stupirsi ancora di se stessa.
– Ho scritto un racconto breve di cucina, con il quale ho vinto un premio
per giornalisti emergenti. Non so nemmeno perché ho partecipato. Mi sono
accorta subito, infatti, di non essere in grado di raccontare i fatti con
l’obiettività richiesta da quella professione. Magari con un po’ d’impegno ci
sarei riuscita, ma era così noioso. Ho sempre desiderato parlare di quello
che non si vede o almeno di quello che i più non vedono. La realtà non è
come la pensiamo, né come la vediamo noi.
Lilia non si riconosceva più: aveva appena mentito all’uomo che credeva
d’amare. Sapeva benissimo perché aveva partecipato al concorso e perché
aveva interrotto la collaborazione con il giornale. Luca, che si entusiasmava
per qualsiasi cosa Lilia dicesse o facesse, iniziava a insistere prima a parole,
poi solleticandola, per fargli leggere subito quel racconto.
– Di certo te lo porterai dietro. Sarà salvato su una delle tue chiavette, una
di quelle che tieni in borsa, anzi, in valigia. Mi piace questo tuo andare in
giro sempre con borse enormi. – le diceva baciandola sul collo.
– Ma che ne sai? – rispondeva lei.
– Io so tutto di te.
– Già, dimenticavo, sei il mago Oleandro.
– Sì, sono il tuo maghetto. Ma chi è Oleandro?
– Bello e velenoso come un oleandro. Non trovi?
– Paragone perfetto, ma solo per quanto riguarda la bellezza.
– Tu, bello? Sono io che non vedo. – esclamava, ridendo forte.
– Sì, amore, sei la mia bellissima cieca. – sussurrava lui avvicinandosi.
Si baciavano con l’ardore di due quindicenni.
– Il sugo brucia. – sussurrava Lilia.
– E non solo quello. – bisbigliava Luca, mentre si avvicinava ai fornelli –
La bellezza sta negli occhi di chi guarda, tutto il resto son sciocchezze,
diceva Shakespeare.
– Se iniziamo con le citazioni, non finiamo più, come l’altra sera. –
diceva Lilia sorridendo – Si è sempre gentili con coloro dei quali non
t’importa nulla.
– Sempre Shakespeare. – indovinava Luca, avvicinandosi per baciarla
ancora – Uhm, le tue labbra… mi fanno impazzire. Noi insieme facciamo
molto più che scintille. Altro che due pezzi di puzzle che combaciano. Ti ho
sciolto, eh, mio bellissimo iceberg? E tu eri quella famosa per i tuoi silenzi?
Dai, inserisci la pennina nel mio portatile e leggimi il racconto, altrimenti
niente cena. – diceva amorevolmente lo chef, baciandola sul collo, mentre si
divertiva a prenderla in giro.
– Mago Oleandro, non vali un fico secco, se hai bisogno che io te lo
legga. Non riesci a immaginarlo? S’intitola “Per un anno”.
– Su, forza, dai. – diceva Luca, mentre lei obbediva e, sempre sorridendo,
iniziava a leggere:
“Scommettiamo. Se perdi, cucini per un anno intero. Impegnati pure,
tanto non riuscirai a preparare il frico. Non farti ingannare dall’aspetto: non
è una frittata. Il frico è un po’ come il miracolo di Lanciano: hai presente
l’ostia che divenne carne? Ecco, il frico è un’aureola che diventa delizia:
bisogna aspirare alla santità per prepararlo come si deve. Ecco la ricetta,
segreti compresi. La padella per il frico deve essere come la tua lente a
contatto: devi usarla solo per cucinare il frico. Per prima cosa lessa tre
patate. Sbucciale. Schiacciale. Prepara tanti piccoli cubetti di formaggio di
tutti i tipi. Non osare, però, prendere gorgonzola o stracchino ed evita i
formaggi per i fustigatori del corpo. Metti un filo d’olio in padella. Versa le
patate e i cubetti di formaggio. Ora, aspetta sette minuti. Prendi la padella e
lancia in aria il frico. Devi farlo rosolare da tutti e due i lati. Se rischi
l’ustione, usa un cucchiaio di legno e giralo. Aspetta. Non troppo: non devi
amarlo, non lasciarti stordire dal profumo e scorda sempre il suo sapore.
Mentre aspetti pensa al cioccolato, che si scioglie senza richiedere fatica,
alla pizza piccante, alla spigola con patate in tecia, ai mirtilli caldi
speleologi del gelato, al fragolino lento assassino, a quando assapori le mie
labbra. Come non ricordi? Per ora, ricorda tutti i sapori che ami di più: tra
poco assaggerai qualcosa d’inconfondibile, che non potrai più scordare.
Non pensare di mangiare tutta una porzione da solo. Il vero segreto del frico
sono gli ingredienti: non devi incollarli o schiacciarli sul fondo, devi
lasciare che si fondano come il basilico nella salsa, gli strumenti
nell’orchestra, i desideri nell’impossibile, la tenacia nella passione, la
mentuccia nelle zucchine alla scapece. Il frico ti attacca al suolo, se lo
mangi da solo. A che ora arrivo? Se perdo la scommessa, ti concedo la mia
presenza e mi lascio invitare a cena per un anno intero”.
– Devi scrivere! – esclamava Luca estasiato, mentre lei pensava che non
avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. – La devi smettere di fare
monografie critiche: tu devi raccontare storie. So che ne hai la testa piena.
Hai idea di quanto successo potresti avere? – la baciava e, poi, riprendeva: –
Voglio la dedica personale su tutti i tuoi libri che saranno un successo
planetario. Poi, quando avremo figli, ti permetterò di dedicare anche a loro
qualche racconto. Promettimi che mi scriverai. Giurami che, quando saremo
lontani, mi scriverai tutte le sere. Lilia, ma ti rendi conto di quanto siamo
stati fortunati a incontrarci?
Lilia muoveva il capo e, con molta fantasia, poteva sembrare un segno di
assenso. Non riusciva a pronunciare una risposta netta. Come faceva a
confessargli che lei non aveva mai cambiato le sue abitudini e che il futuro,
per lei, aveva lo stesso colore del passato? Come confessargli che aveva il
terrore di non farcela e anche quello di farcela e poi perdere tutto? Era
meglio non dire nulla. In fondo, con Luca era una persona nuova, si
comportava come avrebbe sempre voluto ed era sicura di non essere mai
stata più felice. Non doveva avere paura.
– Vorrei che mi dicessi “Sei l’amore di tutte le mie vite”, così io potrei
risponderti tu della mia unica vita, perché un’altra senza di te non la voglio.
E poi dovresti aggiungere che ti sembra di conoscermi da sempre.
Lilia si sentiva sconvolta da quella situazione. Le sembrava di avere il
corpo ovattato. Ogni contatto era morbido e carico di energia. Sentiva che
qualcosa dentro di lei voleva uscire per trasferirsi dentro di lui e occuparne
ogni anfratto, fino agli abissi più terrificanti e reconditi. Aveva come una
smania, un sentore, che non sapeva spiegare. Si sentiva affamata, ma non di
cibo ovviamente. Sentiva forte anche il sapore della paura. E se tutte quelle
emozioni erano solo vertigine e vuoto per l’angoscia che tutto potesse
finire? Magari in un lampo, così com’era iniziato? Se lo chiedeva, senza
conoscere le risposte. Forse questo è quello che provano tutte le persone
quando sono vive, diceva tra sé. Da quando sto con lui prego pochissimo e
non mi sento in colpa. Desidero solo renderlo felice ed è strano, perché
questo mio volermi prodigare per lui, mi fa stare bene come mai prima. Mi
sembra di essere la spettatrice della mia vita, di esserne fuori, mentre
qualcun altro dentro di me, da un luogo indefinito e perso da qualche parte
in questo mio corpo, vive e per vivere ha bisogno di Luca. Solo di Luca.
Mentre quei pensieri sgattaiolavano nella sua testa, senza accorgersene, si
ritrovava nuda, nel letto di colui che le aveva fatto perdere il senno.
Facevano l’amore. Ancora una volta, le sembrava la cosa più naturale che
avesse mai fatto, come se fosse nata per amare quell’uomo che, in cambio
del suo amore, le offriva libertà. La libertà e la forza di poter essere ciò che
aveva sempre sentito di essere e che mai era riuscita ad accettare. Tanto
meno a manifestare.
– Ahi… – gridava Lilia, mentre stava prona con la testa appoggiata sulla
spalla di Luca. Qualcosa le aveva colpito la testa. Luca si alzava e
raccoglieva da terra un telefono cellulare.
– E questo di chi è? – domandava Luca.
– Mi è caduto in testa? – chiedeva Lilia.
– Sì, l’ho visto. Come fosse stato attaccato sul soffitto. – rispondeva Luca
adirato. Poi prendeva quel telefonino e scompariva per un quarto d’ora.
Quando tornava, senza che Lilia gli avesse chiesto nulla, le diceva che
aveva verificato che non si trattasse di uno strumento per intercettarli.
– Sai, ai giorni d’oggi, la follia di ascoltare tutto e tutti è dilagante. –
concludeva Luca, mentre lei pensava che si trattasse di uno di quei fatti
insoliti che la riguardavano. In quel momento, però, non sentiva il peso
della sua realtà irreale. Non la amava, ma neanche la detestava. Era troppo
concentrata a vivere quella storia, per sfarinarsi la testa con le sue consuete
congetture. Luca si avvicinava e la baciava. Si stringevano forte la mano,
dimenticando in fretta l’accaduto.
Lilia e Luca avevano l’impressione di aver vissuto in quindici giorni
quindici anni. La confidenza raggiunta, la sintonia, i posti visti insieme, i
progetti e persino la sicurezza che la loro relazione non potesse finire,
avevano contribuito ad alimentare sogni e aspettative.
12. I quattro e il multiverso

In una chiesa sconsacrata, un uomo appeso per le braccia e semisvenuto


per il dolore era costretto ad ascoltare un altro uomo barbuto, con indosso
una tunica nera e un cappuccio.
– La stupidità di chi comanda annienta le vite di chi deve eseguire ordini.
Chi obbedisce si sente nobilitato, si illude così di essere altruista, ma in
realtà agisce accecato dall’egoismo della fama, dall’idea di diventare
indispensabile, dall’ego di essere qualcuno. Nessuno è qualcuno. Tutti
siamo milioni. Trovare il tuo vero te è l’impresa. Quasi impossibile. È
molto più facile abdicare alla propria vita che assumersene la responsabilità.
Stare con se stessi richiede creatività, intelligenza, coraggio, moltissima
immaginazione, esattamente come scegliere di cambiare. Tu hai deciso di
essere un fallito per punire i tuoi genitori? Vivi da solo e te ne fotti di tutto e
tutti, perché non hai mai conosciuto l’amore, questo lo comprendi? Sei uno
schizoide come tanti. E siccome sei autonomo e hai il cuore chiuso, sarai
amato da molti depressi che cercano, conquistando te, di riconquistare
quell’amore materno che hanno conosciuto e che poi, un giorno, gli è stato
tolto. I depressi sono attratti da te, perché vedono che tu non hai bisogno di
amore, mentre loro lo elemosino persino da un’autista di autobus
sconosciuto. Ovviamente tu non puoi amare i depressi, ma adori la loro
capacità di sopportare qualsiasi tuo sopruso e ancora di più il loro essere
tuoi servitori. Tu non sei solo uno schizoide, ma anche un paranoide
esibizionista narcisista. Se nessuno ti guarda, se nessuno ti compiace e se
non sei sempre al centro dell’attenzione di tutti diventi un pazzo furioso.
Avresti dovuto vivere questa fase quando eri piccolo ma, dato che non l’hai
vissuta, non è passata. Tutta la tua vita è un’eterna ripetizione del passato. E
infine, sei un paranoide, perché perseguiti tutti e ti senti tu il perseguitato da
tutto il resto del mondo. Trafugαto al blog marapcαna, ci trovi in rete. Il
sociologo Robert King Merton dice che ti devi prima occupare di te stesso,
fare un lavoro su di te per dare agli altri qualcosa di sano, altrimenti
trasmetterai soltanto il contagio delle tue ossessioni.
L’uomo barbuto scioglieva il prigioniero e, per farlo, gli bastava fingere
di snodare le corde nell’aria. Batteva le sue mani tre volte e il prigioniero si
ritrovava crocefisso su una rupe.
– Scioglilo. Lascialo andare. – gridava Leonardo all’uomo barbuto.
– E tu chi sei? Tu osi darmi ordini? – domandava l’uomo barbuto.
– Chi sei tu? – rispondeva Leonardo.
– Torna nel tuo alto cielo. Io non ho bisogno di un’entità di controllo.
– Io non lo sono, quindi scioglilo. Lascialo andare.
– E allora non ti intromettere o la pagherai molto cara, inutile mortale! Io
devo raccontare la storia di Gesù, fino a quando Dio vorrà. E per
raccontarla con passione autentica, dobbiamo riviverla. Voi rivivete anche
miliardi di volte le vostre esperienze e chiamate quel processo ricordare. Vi
uccidete ricordando e io, che sono un nobile servitore di Dio, dovrei
smettere di raccontare la storia di Gesù? Forza, dimmi chi sei e chi ti ha
mandato.
– Io sono colui che ti dice di smettere.
– Sei sicuramente un mortale, per essere tanto stupido. Ma se sei un
mortale, com’è possibile che tu sia arrivato qui? Dimmi chi sei? Tu non sai
chi sono io! Io sono colui che deve far conoscere al mondo la storia di
Gesù. Io sono Anto…
– Ma quello non è Gesù! – gridava Leonardo, interrompendolo e
scuotendo Albert per un braccio. – Forza Albert, parla.
– Nel vangelo apocrifo di Pietro viene detto che una luce arrivò dal cielo,
scesero due persone e portarono via quello lì, riferendosi a Gesù sulla croce,
al quale non avevano spezzato le ossa, come facevano in genere affinché
quelle non reggessero più e, quindi, il poveretto crocefisso morisse
soffocato. – diceva Albert, che si era risvegliato da uno dei suoi viaggi
sonni e che, nelle dimensioni parallele, riusciva a capire al volo quando i
suoi amici desideravano che parlasse. – A Gesù, quindi, non avevano
ancora spezzato le ossa, ma qualcuno con una spugna imbevuta di alcaloidi
e aceto, perché entrasse prima in circolo e fosse immediatamente inalato, ne
aveva simulato la morte apparente, in modo che venisse tirato giù dalla
croce ancora vivo. Sempre nei vangeli apocrifi, si parla della paura della
Maddalena, moglie di Gesù, che dovremmo chiamare Giosuè in realtà, nei
confronti di Pietro, che era un assassino. Odio queste favole religiose,
costruite per garantire il dominio dei potenti e per soggiogare gli uomini.
Noi siamo in balia di questo, come lo siamo del primo ministro Salma, che
pensa e agisce come se non ci fosse un domani.
– E questo che c’entra Albert? – lo interrompeva Leonardo, sapendo che
nelle dimensioni non terrestri, l’amico non avrebbe reagito come sulla
Terra.
– Come fai a sapere che qui puoi interrompermi? – chiedeva Albert.
– E tu come fai a rispondermi come se mi capissi in presa diretta? –
ribatteva Leonardo.
– E tu come puoi essere così stupido da averlo interrotto? Era importante
conoscere il suo nome. Ora sappiamo solo che si chiama Anto qualcosa.
– Forza, lascialo andare, liberalo. Ci serve. – gridava Dorothy appena
apparsa.
– E tu che ci fai qui? – chiedeva Leonardo. – Non dovevi restare con
Frida?
– Bene, bene, – diceva l’uomo barbuto – tu sei quella che ha smesso di
mangiare. E non lo hai fatto, come vuoi far credere, per la morte di
qualcuno, ma per affermare di non essere soltanto un corpo. Volevi essere
riconosciuta da tua madre e da tuo padre, il cui unico pensiero, invece, era
semplicemente quello di sapere se avevi mangiato. L’unica manifestazione
d’affetto che hai ricevuto, infatti, è stata quella di trovare un panino pronto
o la casa piena di cioccolato. Tu hai rifiutato questo tipo di amore, così
limitato. Ma nella tua vita niente potrà cambiare. È sempre stato tutto così e
tu non avrai mai la forza di ribellarti. Sei una perdente. Una fallita. Una
minorata.
Dorothy crollava in ginocchio, in lacrime.
– Presto, portala via. – gridava Leonardo ad Albert – Se il demone
dell’abbandono la conquista, non uscirà più da questa dimensione.
Albert si avvicinava a Dorothy e stava per afferrarla per un braccio,
quando l’uomo barbuto lo sollevava da terra.
– Ascoltami Albert! O forse dovrei chiamarti Alex? – chiedeva l’uomo
barbuto – Ho delle informazioni che potrebbero interessarti.
– Non ascoltarlo, non ascoltarlo. – gridava Leonardo che non riusciva a
capire chi fosse quell’essere che era riuscito a scoprire anche il vero nome
del suo amico.
– Hai mai sentito parlare dell’effetto Pigmalione? Qualcuno lo chiama
anche effetto Rosenthal. I bambini interiorizzano i giudizi degli altri,
diventando esattamente come li dipingono. Se pensano di avere di fronte un
bambino ritardato, quel bambino si conformerà a quell’idea, perché quel
giudizio sarà trasmesso, anche e soprattutto attraverso la comunicazione
non verbale. E tu sei solo un povero ritardato. Un mentecatto, un essere
inutile. – decretava l’uomo barbuto.
Alex riprendeva a camminare in modo scoordinato e goffo, come faceva
sulla Terra. Poi crollava in ginocchio, accanto a Dorothy. Entrambi erano
paralizzati in lacrime. All’improvviso, tutti e tre si ritrovavano da un’altra
parte. Alice e Alex erano immersi in un mare nero e freddissimo. Leonardo
cercava di afferrarli, tendendo tutto il suo corpo da un’insenatura nella
roccia. I due, però, si allontanavano sempre più dalla mano dell’amico.
Nadia, osservando tutto quel macello durante la loro prima esperienza da
soli nel multiverso, invocava Lor, che li soccorreva immediatamente.
Appariva prima sulla cima del monte che sovrastava il mare e, poi,
attraverso un cunicolo che creava all’istante, valicava la montagna e
arrivava da Mattia. Trasformava quell’insenatura in un’apertura tonda che,
da lontano, appariva come una caverna. Tendeva le mani in avanti e
invocava i pesci con le ali. A quel richiamo, le piccole creature alate che
nuotavano sul fondo, aumentavano le proprie dimensioni, sfrecciando in
direzione di Alice e Alex. Appena arrivavano sotto i piedi dei due ragazzi,
diventavano enormi, in modo da sollevarli e condurli alla grotta, accanto a
Mattia. Alice, però, ripiombava in acqua. Era come una statua. Lor faceva
segno ai pesci volanti di riprenderla. Una volta afferrata, le mani di Lor, si
allungavano fin dentro l’acqua per legarla sul dorso del pesce. A quel punto,
Lor, Mattia e Alex salivano ciascuno sul proprio pesce volante e, seguiti
dalla creatura che trasportava Alice, scomparivano nella grotta.
Attraversavano il tunnel creato da Lor, si fermavano qualche istante sulla
cima della montagna per ammirare quel panorama mozzafiato e poi si
alzavano oltre le nuvole, fino a scomparire. Riapparivano sani e salvi nella
stanza più luminosa del palazzo sospeso tra le nuvole.
– Su, non fare così. Svegliati. Preferiresti che la cosa più emozionante
della tua vita fosse camminare sui tacchi a spillo e rischiare di cadere? –
chiedeva Lor ad Alice, che era ancora paralizzata e non parlava.
– Non puoi insegnare niente a nessuno, solo trasmettere ciò che sei. E tu
cosa vorresti trasmettere al mondo? Su, torna in te! – ordinava Lor ad Alice
– Si impara e si ama solo per osmosi. Stanno creando una società
pessimista, perché il pessimismo garantisce che non cambi nulla. Frasi
come tanto è inutile e non cambia mai niente producono effetti devastanti.
Tu puoi modificare questa realtà.
Alice tornava in sé e riprendeva a respirare, come se non lo avesse fatto
per un tempo interminabile.
– Cosa avete capito da questa vostra prima esperienza nel multiverso?
Visto che ci siamo, vi aiuto. In futuro non potrà essere così. Dovrete
cavarvela da soli. – sentenziava Lor.
– Ma avevi detto che ci avresti aiutato sempre. – piagnucolava Alice.
– Cosa ho fatto prima? – chiedeva Lor – A capire, però, non posso
aiutarvi. Voi e solo voi dovete imparare a sentire. Diciamo che io sono il
vostro jolly allunga vita… Cerco di non farvi morire subito.
– Come morire? Rischiamo di morire? – diceva terrorizzata Alice.
– Ma no, smettila. – interveniva Nadia – Ci aiuta Lor.
– Sì, vi aiuto. Se posso, vi aiuto. – ribatteva Lor.
– Come se puoi? – balbettava Alice.
– Stai tranquilla, dai, su. Respira, così non ci dai il solito fastidio. –
bofonchiava ridacchiando Mattia, mentre Alice, imbronciata, si allontanava
un metro dai suoi amici, in segno di protesta.
– Quindi, cosa avete capito? – domandava il vecchio dagli occhi
luminescenti e poco più piccoli di due palline da tennis.
– Eravamo nel sogno di qualcun altro, credo. Non capisco perché siamo
finiti nel sogno di qualcun altro. E poi Lilia, la strega che non sa di essere
una strega, secondo me non finge di essere Rosa. Io con Rosa ci ho parlato.
È una matta! E poi è morto un uomo, che dovrei essere io, ma non sono io
ovviamente. Non ci capisco niente. A che serve tutto questo? – chiedeva
Mattia.
– La dimensione del sogno, dopo quella terrestre, è la più facile e la più
comune. – rispondeva Lor – Tutti sognano. Esattamente ogni ora e venti
minuti al massimo sono costretti ad accedere al senza tempo per circa venti
minuti. Ti sei mai chiesto perché avete questa necessità? È il regno delle
immagini spontanee, quello che voi chiamate il mondo dei sogni, che vi
permette di vivere. Gli esseri umani si ricaricano solo sognando. Dentro di
te, dentro quelle immagini che ogni notte vivi, senza mai ricordarle per
intero, lì è racchiusa la forza misteriosa che sa tutto e sa qual è il tuo bene. I
frammenti che a volte ricordi non vengono cancellati per aiutarti. Ci sono
dei casi in cui ti sembra di ricordare tutto, ma non è mai così. Devi imparare
ad ascoltare i tuoi sogni. Tutto quello che tu vivi quando ti credi sveglio, lo
hai già vissuto nella vera dimensione, mentre credi di dormire.
Naturalmente lo vivi in maniera più completa e amplificata, perché nel
sogno non esistono soltanto le dimensioni che vivi da presunto sveglio.
Dove credi che finiscano molte delle persone scomparse? Alcune non fanno
più ritorno dalla dimensione onirica. Secondo te perché qualcuno soffre
d’insonnia o si sveglia sempre allo stesso orario? Perché c’è qualcosa che
non vuole vivere. Ne ha paura e non crede in se stesso, pensa di perdere. È
convinto che i demoni lo faranno fuori, perciò non dorme. Non li affronta.
Resta bloccato. Gli insonni sono i sospesi. Sono molto più evoluti di te,
perché hanno imparato a evitare ciò che non vogliono, ma non sanno ancora
desiderare ciò che serve alla loro anima. Sanno evitare il male, ma non
conoscono il proprio bene. Secondo te perché senza sonno diventate
depressi, più influenzabili emotivamente, più sensibili e senza memoria?
Avete bisogno di sognare. Dovete decidere la vostra vita. Per questo, se non
dormite, perdete coordinazione, vi ammalate di più, la pelle si spegne,
diventa opaca, grigia e ingrassate, perché più siete stanchi più aumenta
l’ormone della fame, la grelina.
– Che mondo orrendo, però, che abbiamo visto! – esclamava Alice che,
affascinata dalle parole del vecchio saggio, si avvicinava per continuare. –
Rosa che perde la testa. Quell’uomo dagli occhi iridescenti che finisce in un
lago di sangue. E chi era quel barbuto incappucciato? Più che un servitore
di Dio sembrava l’Anticristo! E quell’altro uomo appeso? – chiedeva Alice.
– Se è necessario scoprirlo, durante il vostro viaggio lo saprete. –
replicava Lor – Alice, devi vivere come vuole la tua anima. Per l’anima non
esistono le regole, né dunque le dicotomie bene e male, giusto e sbagliato,
bello e brutto. L’anima sa sempre quel che vuole e quel che vuole è sempre
ciò che è giusto per lei. Voi mortali non sapete più ascoltarla, per questo vi
siete lasciati sedurre dai demoni. Ora, per favore, non lamentarti del mondo
intero. Non sprecare tempo concentrandoti sulla vita degli altri. Un saggio
dice che se la tua autostima dipenderà da quella altrui, sarai sempre
insoddisfatto. E, quanto ai morti, sei sicura che la morte sia poi così brutta?
Tutti muoiono almeno mille volte nel corso di una vita, ma in genere non se
ne rendono conto. Nelle dimensioni parallele tutto è amplificato, perché
quasi tutte sono più spontanee. Paradossalmente sono più semplici, anche se
ora vi sembra il contrario, ma solo perché non le conoscete. Magari Rosa
aveva semplicemente chiuso una storia d’amore e quell’uomo morto era
solo un uomo abbandonato. Oppure chissà… se è necessario che lo
sappiate, lo scoprirete. Ora dovete raccogliere indizi, informazioni. Datevi
un primo obiettivo. Potrebbe essere quello di capire se Rosa è viva e dov’è
finita.
– Come faceva quell’uomo barbuto a conoscere il vero nome di Alex? –
domandava Mattia.
– Tu sei sempre il migliore degli osservatori, Mattia. Questo non lo so
neppure io e mi preoccupa. – sussurrava Lor – Non vorrei si fossero create
delle falle spazio temporali e un’ombra fosse riuscita a spiarci. Avete mai la
sensazione che qualcuno vi osservi?
Non facevano in tempo a rispondere quando notavano che Alice era
intenta ad armeggiare con il suo telefonino.
– Cosa stai combinando? – urlava Lor – Non avrai mica postato foto su
Foreverbook?
– Perché, che male c’è? – rispondeva Alice.
– E come diavolo è possibile che le prenda il telefonino nello spazio? –
domandava Mattia.
– Lo ricarica con la sua energia, quella stessa energia con cui può
incendiare qualsiasi cosa. – tuonava Lor – Non devi postare foto. Se oltre
all’esercito e al dottor Nino vi dessero la caccia anche le ombre, sarebbe
meglio concludere qua la vostra missione. Foreverbook è un milione di
volte più pericoloso del vecchio Facebook. Hai una vaga idea di come vi
possono controllare con la tecnologia? Voi non immaginate quanto siano
avanzati. Chi comanda ha capito che doveva darvi qualcosa in linea con il
vostro bisogno di essere uno. Tutti gli esseri umani desiderano essere
connessi e collegati, per ragioni spirituali. Tutti gli esseri delle galassie,
infatti, provengono dalla stessa fonte di infinita energia e, un tempo, tutti
eravamo uno e vivevamo insieme, uniti. Per questo vi è stato dato prima
Facebook e poi Foreverbook. Le ombre vi hanno dato un piccolo contentino
per tenervi buoni e occupati; vi hanno detto sì, bravi bambini, siete tutti
collegati in potenza. E questa è una verità assoluta: tutto l’universo è
collegato e comunica. Però Foreverbook cosa ha fatto? Ha preso quella
verità assoluta e l’ha manipolata per controllarvi meglio. I mediocri sono
schiavi per natura e, anche se nessuno vuole essere un mediocre, lo diventa
in questo modo. Foreverbook vi ha detto siete collegati, ma solo grazie a
internet e con questa bugia vi ha distratto dalla vita vera, distruggendovi
l’autostima. Non è questo il momento però, di fare questi discorsi. – Lor
prendeva il cellulare di Alice e lo lanciava contro il vetro. Il telefono
oltrepassava il vetro senza infrangerlo e scompariva nello spazio.
– Noooooooooooooooooooooooo! – gridava Alice, mentre Lor
scompariva.
13. La villa, l’architetto, i cani e il poeta

Il pomeriggio di un sabato qualunque, Lilia e Luca andavano a esplorare


alcuni sentieri sulle colline. Si ritrovavano in un bosco surreale, in cui
convivevano alberi molto diversi tra loro.
– Si intrecciano come amanti insaziabili, come noi. – sussurrava Luca,
abbracciando Lilia e poggiando la sua fronte su quella di lei, prima di
continuare. – Le piante di questo luogo incantato non si stringono per
combattere il freddo, ma per comunicare un mutuo desiderio. Quanta
sensualità.
Con dolcezza la conduceva tra piante orientali, come se conoscesse bene
quel luogo. La faceva adagiare sull’erba. Facevano l’amore.
– Devono arrivare da qualche paese africano. – sentenziava Luca disteso
accanto a lei.
Lilia rideva, pensando che fosse un’idea assurda. Guardando quella
vegetazione, però, si rendeva conto che alcune piante le ricordavano il
papiro, altre le palme. Tutte cose che devo aver visto in qualche libro,
diceva tra sé, visto che non sono mai stata in quei posti.
– Ci manca solo che troviamo un fiume. – continuava Luca, mentre
invitava Lilia ad alzarsi per lasciare quel posto.
Cercando di ritrovare il sentiero per tornare all’automobile, scovavano un
ruscello e una villa imponente. Proprio davanti all’ingresso di
quell’abitazione troneggiava un albero, che sembrava avesse occhi e bocca
storta. Luca lo fotografava, mentre Lilia presagiva che quello non era un
buon segno. Camminando quasi ipnotizzati, finivano ai piedi di una torretta,
simile a un minareto. Quella costruzione ricordava a Luca le ville che aveva
visto lungo il Nilo. A un tratto, mentre guardavano rapiti la bellezza
architettonica della villa, appariva dinnanzi a loro un signore malandato.
Era il custode della tenuta. Lilia e Luca erano arrivati, chissà come, nel
parco della casa appartenente a un famosissimo architetto egiziano. Il
custode raccontava ai due che l’architetto aveva costruito una villa simile
anche in Slovenia, dove si era trasferito, abbandonando a lui quella che
stavano ammirando. Lo avrebbe fatto non solo per stare più vicino al suo
collega, nonché amico, Antonio Lasciak, ma anche perché era più
conveniente. Si diceva, infatti, che avesse accresciuto di molto le sue
ricchezze, portando le ragazze slave nei bordelli egiziani dopo la seconda
guerra mondiale. Nessuno dei due capiva perché il custode stesse
raccontando loro tutte quelle cose. In silenzio, si lasciavano accompagnare
al cancello. Mentre camminavano, il custode che non si era presentato,
nonostante Luca gli avesse chiesto il nome, aggiungeva che era molto
strano che fossero riusciti a entrare nella proprietà senza che i cani li
sbranassero. Sicuramente ci erano riusciti grazie a un piccolo passaggio
fangoso sul lato nord. Lui, infatti, stava cambiando la recinzione e quello
era l’unico tratto che ne era ancora sprovvisto.
– Seguite quella recinzione nera – asseriva il custode – e ritroverete il
sentiero maestro, altrimenti vi perderete. Qui è pieno di scheletri di
poveretti come voi, che si sono persi. – concludeva ridendo forte.
Luca chiedeva a Lilia se quell’uomo fosse matto dalla nascita o fosse
impazzito per via della solitudine e del posto desolato in cui viveva. Lilia
stava per rispondere quando tre grossi cani, che sembravano un incrocio tra
un pitbull e un dogo argentino, si avvicinavano correndo verso di loro.
– Scappiamo, presto, veloce. – gridava Luca, mentre Lilia pensava che
fosse inutile. In pochi secondi, infatti, due dei tre cani erano già davanti a
lei, che alzava d’istinto le mani per coprirsi il volto. Come per magia, alla
vista di quei palmi, i cani diventavano mansueti, smettevano di ringhiare e
si sedevano davanti a lei, come ipnotizzati. Lilia si osservava le mani,
pensando che, forse, possedeva qualche potere paranormale. Sussultava
notando che, nel frattempo, l’altro cane stava per raggiungere il suo amore.
Prima che lei potesse anche solo pensare di fare qualcosa per aiutarlo, Luca
estraeva dalla sua borsa un revolver ed esplodeva tre colpi contro l’animale,
uccidendolo. Lilia si avvicinava sconvolta, mentre Luca aveva già iniziato a
parlare.
– Sì, non te l’ho mai detto di avere il porto d’armi, perché non lo ritenevo
importante. Per motivi personali. Sai, mio padre ha avuto dei guai, lo hanno
rapinato in casa più volte e così, per precauzione, ho chiesto anch’io il porto
d’armi. – si giustificava Luca.
– E dove hai imparato a sparare in quel modo? Il cane era ancora lontano,
eppure hai fatto centro, per tre volte. Io odio le armi. – diceva Lilia.
– Preferivi che mi divorasse? E sai che lo avrebbe fatto. Piuttosto tu come
hai fatto a salvarti? – le domandava.
– Non grazie a te. – avrebbe voluto rispondere Lilia che, invece, respirava
e sussurrava: – Grazie a te. Tu hai sparato e gli altri due si sono spaventati,
correndo via. Vedi che non ci sono?
– Andiamo via da questo posto. – sentenziava Luca, prendendola per
mano.
– Per dimenticare questa brutta esperienza, ti propongo di andare a cena
da uno dei miei più cari amici, Roberto, il poeta, ti va? Ha una casa in
collina da cui si vede… lo vuoi scoprire? – le chiedeva Luca.
Lilia scuoteva il capo in quel suo solito modo che, con molta fantasia,
poteva sembrare di assenso. Sarebbe andata a nuoto, in apnea, fino
all’Antartide, se Luca glielo avesse chiesto. Quel gesto violento l’aveva
sconvolta, ma non così tanto da insospettirla o da incrinare un po’
l’immagine già idealizzata del suo amore.
Appena arrivati dall’amico, Lilia restava estasiata ad ammirare la casa di
Roberto, che si allontanava con Luca, con la scusa di fare due chiacchiere
tra uomini. Lilia, nel frattempo, notava che il cielo era diventato dello stesso
colore dello specchio d’acqua che scorgeva in lontananza. Un mare
caraibico o un lago di montagna, che la imbambolavano, costringendola a
contemplare il panorama. La terrazza, a guardarla da vicino, più che un
baluardo imbattibile sembrava il dorso di un animale dormiente.
All’improvviso, infatti, la terrazza si risvegliava, tramutandosi in possente
animale.
– Questa terrazza – sentenziava l’animale – è la sala comando di un
mondo sospeso nel cielo.
Lilia non aveva neanche il tempo di capire quello che stava succedendo,
quando i grilli si accendevano, facendo da motore e annunciando
l’imminente decollo. Chi non sa cogliere la bellezza di tanta opera, ha il
cuore di marmo su cui si spaccherà la testa, pensava Lilia, mentre
scompariva a bordo di quella terrazza, che lasciava la Terra a velocità
supersonica e in assoluto silenzio. Dove se ne fosse andata in quella
mezz’ora nessuno può dirlo. Quando i due amici riapparivano, infatti, Lilia
era stralunata. Per non destare sospetti, prestava molta attenzione a tutto
quello che accadeva e non si concedeva neppure un attimo per ripensare al
viaggio da cui era appena tornata.
Mentre Roberto decideva la musica più adatta alla serata, Luca e Lilia si
mettevano a preparare un sugo per la pasta. Quando i due erano troppo
distratti dal loro reciproco desiderio e mordevano, a turno, una tartina con la
‘nduja, cercando di ricordarsi che non erano da soli, Roberto ne approfittava
per spezzettare nel sugo tre peperoncini calabresi. I successivi tentativi di
mangiare la pasta risultavano vani. Non bastava una bottiglia di Merlot per
spegnere l’incendio. Roberto aveva esagerato con il piccante e soltanto il
dolce di ricotta e cioccolato riusciva ad attenuare la sensazione di gonfiore e
bruciore dei palati e delle labbra. Dopo cena, il padrone di casa suonava al
pianoforte un pezzo di Chopin, mentre Luca e Lilia intrecciavano i loro
sguardi tra le fiamme delle candele. Prima di salutarsi, salivano in terrazza
tutti insieme. Lilia si accorgeva che in lontananza non scorgeva più alcuno
specchio d’acqua. Roberto chiedeva ai suoi ospiti se volessero ascoltare una
sua poesia in viaggio, in gestazione, al posto di una delle sue compiute, già
belle raccolte nel suo ultimo libro. Lilia e Luca accettavano, anche se Lilia
era distratta dal pensiero del mare. Sono sicura di averlo visto, diceva tra sé,
ne sono certa tanto quanto amo quest’uomo.
Luca e Lilia si complimentavano con Roberto, lo ringraziavano per la
bella serata e si dirigevano verso l’automobile. A pochi centimetri dalla
macchina, Lilia dava una spallata a Luca per giocare, facendogli cadere le
chiavi che teneva in mano. Luca, allora, appoggiava la sua fronte su quella
di Lilia e iniziavano a giocare. Avrebbe vinto chi riusciva a baciare per
primo le labbra dell’altro. All’improvviso, sentivano le chiavi
dell’autovettura, che erano rimaste a terra da qualche minuto, azionare il
telecomando. La macchina si apriva e si chiudeva, per tre volte. I due
osservavano che i pulsanti del telecomando caduto a terra erano rivolti
verso l’alto.
– Qualcuno è qui con noi e vuole dirci qualcosa. – le sussurrava Luca –
Non ti è mai capitato qualcosa di strano? Del tipo che, all’improvviso, il tuo
telefonino si ritrova su youtube e parte un video o una canzone che non hai
mai sentito prima e quella canzone contiene un messaggio per te? A me è
successo una volta. E ho ascoltato un tizio, che non conoscevo e di cui non
ricordo il nome, che diceva nella vita devi fare, devi iniziare, poi il coraggio
ti viene strada facendo, una volta che sei finito in acqua in mezzo agli
squali. Il senso insomma era non pensare, agisci, vivi, perché sei più in
gamba di quanto pensi e le cose vengono da sé, come per magia. Soprattutto
se non pensi. Bisogna solo vivere. Vivere. – concludeva Luca sorridendo.
Lilia ricambiava il sorriso, senza dire nulla. Luca la abbracciava,
accompagnandola all’autovettura. Le apriva la portiera. Dopo qualche
istante, come se niente fosse successo, iniziavano a ridere per la poesia di
Roberto. Lilia, stupendosi ancora una volta di se stessa, raccontava a Luca
di aver scritto almeno un migliaio di poesie. Luca le faceva promettere di
leggergliene almeno una prima di andare a dormire. Lilia avrebbe voluto
confessargli che, in realtà, lei si era sempre sentita una poetessa, ma le
veniva molto più semplice limitarsi a obbedire. Leggeva.

Gli scambisti del cuore capovolto


chiedono perché non ho tatuaggi
come le persone alla moda.
Dove trovare lo spazio se,
in ogni centimetro della mia pelle
e molto più in fondo, ho tatuati
gli occhi di donne che potrebbero
essere i miei.
Sono tutti uguali gli occhi traditi
da chi giurava di amarti.
Occhi affondati
da uno stillicidio di minacce,
striati di striduli messaggi,
scalfiti da aguzzi appostamenti.
Occhi che nessuno vuole guardare,
se non sono rossi o sottosopra.
Occhi che hanno scalato
l’Everest con le unghie rotte,
pur di non vedere la fine.
Occhi traballanti, uncinati
a fitti inseguimenti.
Occhi tetri, serrati
da morsi di zombi,
sedicenti innamorati.
Occhi soli, sigillati
dall’ansia di chi ha rinchiuso
il sole dietro quelle palpebre.
Occhi terrorizzati
da altri occhi, che perseguitano
e da mani, alzate come un trofeo,
strette a una bottiglia di acido
che cancellerà questi occhi
affollati, la pelle e i sorrisi.
Occhi che non sono di moda.
Occhi che sognano ancora
di percorrere la propria strada.
Occhi affamati di vita,
ma già morti di paura.
Occhi che parlano ormai
soltanto con una sedia,
che perde la rotella. Tu
sei quella rotella perduta.
Una donna come tante,
che ha perso il senno
per il delirio di cambiarlo.
Facile da giudicare per pigri
occhi disabitati, che vedono
solo per convenienza. Dentro
quegli occhi, però, ci sei ancora tu,
la ragazza con la rotella in più.

Luca era entusiasta, come sempre, di tutto quello che Lilia leggeva. E non
sapeva neanche che quella poesia l’aveva scritta proprio pensando a lui,
pochi giorni prima. Certo non era di buon auspicio, ma questo Lilia fingeva
di non capirlo. Luca insisteva chiedendole – di continuo – perché non
facesse la scrittrice, perché almeno non provasse a contattare un editore.
Lilia restava in silenzio, anche se avrebbe tanto voluto dirgli che i fallimenti
personali sono solo uno dei modi che si scelgono per punire chi ci ha fatto
soffrire. I nostri genitori, prima di ogni altro. Non capiamo però che la vera
sofferenza la infliggiamo solo a noi stessi, diceva tra sé. Tutto l’odio e la
rabbia che sentiamo per qualcuno, prima ancora di ferire l’altro, avvelenano
noi stessi. Non c’è male che possa essere compiuto senza prima farsi del
male. Le persone crudeli possono essere potenti, ricche, apparentemente
appagate, piacenti e di successo, ma di certo non possono mai essere felici.
La felicità è uno stato energetico, farfugliava tra sé Lilia. Non esistono
vendette che placano la rabbia. Non è rovinando la nostra vita che avremo
giustizia. Sopravvivere nell’infelicità per tutto il dolore che ci ha inflitto
nostro padre o nostra madre o chiunque ci abbia fatto soffrire, è una scelta.
È incredibile da credere, ma noi siamo solo la punta di un iceberg ed è tutto
il nostro sommerso a decidere per noi. Come guidare quell’inconscio? Si
chiedeva Lilia. Forse basterebbe voltare pagina, si rispondeva. Perdonare
significa solo andare avanti. La gente, invece, pensa che il perdono consista
in chissà quale atto cristiano ed eroico. Le religioni, spesso, costruiscono
dei preconcetti che ingabbiano il libero fluire dell’uomo, condannandolo
all’infelicità. Ma cosa stai blaterando? La rimproverava una parte di lei.
Dico solo la verità, tuonava quella Lilia sconosciuta che non moriva mai,
nonostante lei la soffocasse di continuo. Una delle tante rovine prodotte
dalle religioni e dal cristianesimo, in particolare, consiste nel credere che
siamo tutti uguali, gridava forte dentro di lei quella Lilia straniera. Tutti gli
uomini devono avere gli stessi diritti, ma non è affatto vero che tutti gli
uomini sono uguali. Per questo dovrebbero insegnarci a sentirci unici e
uguali. Sentirsi unici significa riconoscere di avere dei talenti che nessun
altro possiede. Unici e uguali significa comprendere che, pur essendo
diversi gli uni dagli altri, siamo tutti uguali davanti alla legge e a tutti
spettano gli stessi diritti. Ora basta, taci! Gridava Lilia a quella parte di lei
invincibile. Sì, ora me ne vado, rispondeva la sconosciuta che non moriva
mai. Ma sai perché me ne andrò? Il segreto per comandare è far credere a
tutti di non esistere. Comanda sempre chi finge di non esserci o si traveste
da agnello.
Lilia componeva poesie da quando aveva sette anni e aveva sempre
sognato di scrivere storie. Per tutta la sua infanzia, però, ogni volta che i
suoi genitori la vedevano scrivere, suonare una vecchia pianola o dipingere,
altre sue grandi passioni, le ripetevano che di arte non si vive, che solo i
raccomandati figli di papà possono fare ciò che vogliono, che la vita è
sofferenza, che la vita è compromesso, che tutti coloro che hanno i soldi
sono ladri, che di libri non si vive, che nessuno più legge. Soprattutto le
ripetevano sempre che la sfiga era innamorata di lei e la seguiva passo dopo
passo, perciò anche se avesse ottenuto una raccomandazione per pubblicare
con la casa editrice più grande, sicuramente l’avrebbe fatta fallire.
Figuriamoci poi fare la pittrice, al massimo avrebbe venduto uno dei suoi
scarabocchi da morta. Lei non valeva granché, le ripetevano sempre e se
mai fosse arrivata prima a un concorso pubblico, avrebbero dovuto
chiamare dieci volte per accertarsi che non si trattasse di un errore. Per non
parlare della passione di Lilia per la musica classica e per la viola in
particolare. Naturalmente i suoi genitori le avevano detto di non potersi
permettere il conservatorio e la viola, salvo poi comprare tre chitarre a sua
sorella Rosa, iscriverla al conservatorio e farle dare anche lezioni private
quando, dopo il primo anno, era stata rinviata in teoria e solfeggio.
Lilia avrebbe voluto raccontare tutte queste cose a Luca per poi chiedergli
come avrebbe dovuto salvarsi da quei ricordi e da tutti gli altri, di gran
lunga peggiori. Da piccola apprendi degli schemi e pensi che la realtà sia
quella. Come fai a uscire da quegli schemi se credi siano tutta la realtà
possibile? Come sempre, Lilia non riusciva a dire niente. Quando era
bambina, aveva conosciuto il terrore. Così tante volte era stata traumatizzata
da quello che aveva visto, sentito e subito che, anche ora, che in teoria
avrebbe dovuto essere adulta, si sentiva esattamente come quando era
piccola, una bambina terrorizzata. Molte sere non riusciva a dormire, perché
era convinta che sotto il suo letto ci fosse un alligatore, pronto a sbranarla
non appena si fosse addormentata. E non poteva neanche andare a fare la
pipì, che ovviamente le scappava da ore, perché dentro la vasca abitava uno
squalo, pronto a saltarle addosso appena entrava in bagno. Ogni sera, prima
di dormire, controllava la vasca da bagno e poi sotto il letto, per verificare
che non ci fosse nessuno. A quel punto, si infilava sotto le coperte. Dopo
pochi secondi, però, l’angoscia di quelle presenze la assaliva,
paralizzandola e costringendola a vegliare per l’intera notte. Non aveva
nessuno a cui confidare le sue paure e così quelle crescevano ogni giorno di
più. Il suo corpo iniziava ad ammalarsi e dei dolori lancinanti allo stomaco
e alla pancia, spesso, la facevano singhiozzare per ore, nell’indifferenza dei
suoi genitori. Dopo l’alligatore sotto il letto, arrivava il terrore di fare il
bagno in qualsiasi mare, lago o torrente che fosse, perché si era convinta
che i piranha l’avrebbero sbranata a piccoli velocissimi morsi. Da anni, poi,
conviveva con il timore di essere picchiata da chiunque, se osava dire anche
solo ciao. Il tempo passava, ma per lei era sempre come se non fosse
cambiato nulla. Non la consolava studiare che tutti i più grandi geni
avessero sofferto, esattamente come lei. Si sentiva una fallita e nient’altro.
Quello era il suo stato abituale, l’unico. Forse, pensava, non è colpa mia se
mi sento sempre come quella bambina terrorizzata. Sicuramente, diceva tra
sé, esisterà una qualche legge per cui, quando si vive troppo intensamente
un’emozione, poi si è destinati a riviverla senza sosta. Ci sarà un modo per
spezzare questo sortilegio? L’importante è che io non diventi mai come
loro, si ripeteva Lilia. Per fortuna, continuava, questo dovrebbe dipendere
da me, viste le recenti affermazioni delle nuove scoperte scientifiche. Forse
devo solo capire come mettere in pratica quello che hanno scoperto gli
scienziati, i quali sostengono che la mente è più forte dei geni. Moltissimi
studiosi, infatti, non solo affermano che soltanto il 2% del nostro DNA è
influenzato dal patrimonio genetico dei nostri genitori, ma che quella
piccolissima percentuale si attiva solo se noi lo vogliamo. Moltissimi
esperimenti hanno dimostrato che tu puoi aver ereditato i geni del diabete,
della depressione, della schizofrenia o dell’obesità dai tuoi genitori, ma quei
geni entrano in funzione solo con un impulso della mente inconscia. Ecco
perché di due figli, per esempio, uno è sano e l’altro è malato, uno è
delinquente e l’altro no. Siamo sempre e solo noi che scegliamo chi essere.
Il guaio è che lo facciamo con quella parte di iceberg nascosto che, il più
delle volte, non sappiamo come controllare. Per spegnere la sua mente, Lilia
si voltava verso Luca e trovava la forza per chiedergli perché avesse deciso
di insegnare.
– Tu perché l’hai scelto? – ribatteva lui.
– Per amore. Per trasmettere agli altri almeno un po’ della mia passione
per i libri. E poi perché sono convinta, come lo sono Benjamin Lee Whorf
ed Edward Sapir, che la nostra lingua, il nostro modo di parlare
determinano i nostri pensieri. Noi abbiamo delle categorie linguistiche che
ci predispongono a conoscere il mondo in un certo modo e non in un altro.
Devi leggere “Linguaggio pensiero realtà” di Whorf{8}.
– E a che cosa mi servirebbe? Io non so niente. E studiare forse serve solo
a capire che studiare non serve a niente. Io ho scelto di insegnare, perché
non voglio insegnare niente a nessuno. Non voglio essere un maestro.
Voglio che i miei studenti siano liberi di esprimersi e che studino solo se lo
desiderano. Non fidarti mai di chi dice “Io so”. Bisogna uccidere chi crede
di saper insegnare. Uccidere i maestri. Bisogna studiare le regole per
violarle tutte. Le regole sono fatte per gli schiavi e per i clienti, per i
minorati e per i maestri. I maestri si riconoscono: si sentono maestri e, se mi
ascoltassero ora, direbbero che sono maestri offesi. I maestri non hanno
tempo per fermarsi a capire chi hanno già giudicato ignorante. Ai maestri
basta uno sguardo per catalogare. I maestri non possono sprecare tempo con
te. I maestri cercano i loro simili. Non possono apprezzare chi sembra
illogico, solo perché esce dagli schemi. Lo giudicano, immediatamente e
per sempre. Lo definiscono sorpassato e autoreferenziale. I maestri non si
sbagliano. Sono forti. Non chiedono scusa. Sono solo terrorizzati
dall’insolito o dalla pazzia o… dovremmo chiederlo a loro, che sono
maestri. Il maestro tiene a terra: conosce il peso della saggia conoscenza. Se
resti attaccato al maestro, non volerai mai. Prova a vedere e a sentire tutto e
credi solo in te stesso, se hai cuore, anima e cervello puri. Se no, fai il
maestro.
Lilia sorrideva, pensando di stare con un Socrate pazzoide. Luca si
avvicinava e la baciava.
– Non hanno pubblicato il mio primo romanzo, – riprendeva Luca –
perché non era alla moda. Non parlava di veline, tronisti, influencer o
disoccupati che preferiscono essere mantenuti dallo Stato piuttosto che
lavorare, né di reality o talent show, tanto meno di epidemie, sesso e
tradimenti. L’editoria è un’impresa come le altre. Il problema è che in
mezzo a tanta spazzatura, a volte, arriva l’opera d’arte, ma i mediocri che
dirigono le case editrici non se ne accorgono neanche. Si vende meglio
l’immondizia. È meglio soggiogare la mente delle persone, lasciando che
resti in balia del nulla. Stimolare la sensibilità e l’intelletto è rischioso: gli
uomini potrebbero ritornare a pensare e spezzare le catene. Solo agli
imbecilli puoi vendere un prodotto qualunque, purché sia ben pubblicizzato
o la noia di un altro che diventa persino interessante, se viene trasmessa
dalla televisione. Ma tu hai sonno?
– Ni. – rispondeva Lilia, pensando che Luca aveva ragione, viviamo in un
mondo senza dignità.
– Che vuol dire?
– Sì e no. Ma se tu non ne hai, resto sveglia a farti compagnia?
– Davvero lo faresti?
– Ma certo. Anzi, sai che ti dico, ti va di fare un gioco? – e Lilia si
stupiva di se stessa per l’ennesima volta, pensando che fosse arrivato
Amore, perché niente era più come prima, soprattutto lei.
– Sì. Adoro giocare. – rispondeva Luca, mordicchiandole l’orecchio.
– Scriviamo su un pezzo di carta quello che ci viene in mente. Poi ci
scambiamo i foglietti e cerchiamo di indovinare cosa abbiamo scritto,
almeno il senso. Se non indoviniamo, leggeremo il biglietto scritto dall’altro
tra dieci anni. Ci stai?
– Va bene. Mi sembra un po’ noioso, ma va bene. Domani decido io a
cosa giocare.
Lilia faceva quel suo solito gesto indescrivibile che, con molta fantasia,
poteva sembrare un segno di assenso.
Nessuno dei due indovinava. Luca aveva scritto: “Brucia la gola. Gli
occhi si gonfiano. A fatica si respira. Si corre e non si arriva. La pancia
plasma acidi. I brufoli ritornano. Non si digerisce niente. Risale la saliva e
le rughe – sorridendo – si strizzano. Non si ha pace. Non si apprezza niente.
Si nasconde e non si mente: non c’è più fantasia. Più di tutto conta il trucco
del benessere, il disperato tentativo di convincere il mondo che da soli si è
felici. Vorrei dirti del mio male di apparire per ciò che non sono. Sarò più
della cenere? Vorrei dirti offrimi tempo. Per te, cambierò. Nel silenzio,
invece, il tempo ci seppellisce insieme. Incoroniamo re l’inutilità, l’unico
nostro bene. Siamo surrogati di noi stessi. Non abbiamo forza per scoprire
perché vicini tremiamo e muti ci allontaniamo, restando l’uno nel pensiero
dell’altro. Di vero conservo solo l’illusione che sia meglio sedermi a cena
con la mediocrità. Mi travesto, fingendo disperazione. Non mi capisco.
Dove hai spedito la mia depressione? Tutti preferiamo fingere che il mondo
sia un covo di sofferenti, piuttosto che riconoscere come ci ha ridotto
l’ignoranza. Ora siamo affascinanti bugie. Ora randagi burattini di viltà. Io
non so chi sono in realtà. Uno che stanotte ti ama e giura di farlo per
l’eternità. E come si fa a giurare di fare qualcosa se non sai chi è che poi la
farà? Non so chi sono oggi, figuriamoci domani. So solo che l’amore salva
sempre dal desiderio, che ha scadenza certa. Io vorrei solo che tu fossi il
mio amore e che potessi accettarmi sempre per quello che sono, un
concentrato di errori e bugie. Un uomo misero e meschino, che ti mente, ti
inganna e, allo stesso tempo, ti ama”.
Lilia, invece: “Vorrei che di te la mia mente conservasse solo le frasi più
belle. Quelle che non ti ho detto. Quelle che non ti scriverò. Si scrive a chi
ti è lontano. Io voglio vivere con te tutti i miei sogni di carta. Non è un
vanto né un merito immaginare il futuro e poi dargli vita. Il mio unico
merito sei tu, che rendi reali i miei sogni. Vorrei proprio vederli i nostri
cuori buttati a terra come bambini che si giocano, con onestà, tutto ciò che
sono. Quante volte tu hai sbagliato i destinatari delle tue lettere d’amore?
Quante volte hai prestato il tuo cuore a chi avevi davanti, solo per un po’
d’amore? Quante donne hai trasformato in divinità la sera, per poi ucciderle
al mattino? Vorrei conservare tutto di te, ma i miei occhi contaminati sono
sbarrati dall’orfano che mi viene incontro e che io divoro, per avvelenarmi
dentro. Io che dentro mi credo diversa, ma poi scendo a patti con tutti, come
fanno tutti. E mastico in fretta, per nascondere il marciume che non consola
né me, né la mia fame. Vorrei che la mia mente non schiattasse di segreti.
Vorrei schiantarmi contro la mia paura e scappare, ma solo per sentirmi
dire: Manchi. Mi manchi, perché sei tu l’imperfezione che vorrei. Di te
vorrei sapere tutto, perché ho un mondo perfetto intorno, quando mi sei
accanto. Vorrei solo sentirti dire: Ti amo per tutto ciò che sei”.
– La vera impresa è amare e lasciarsi amare. – le sussurrava Luca, mentre
le scopriva la nuca.
Lilia si scostava e sembrava molto infastidita. Luca allora le accarezzava
la schiena. Quando arrivava alla sacra iliaca destra, Lilia sospirava e si
irrigidiva.
– È il tuo punto debole? – chiedeva Luca – Non posso accarezzarti la
sacra iliaca destra?
– Non lo so. – rispondeva Lilia – Mi innervosisce.
Sulla sacra iliaca destra aveva una cicatrice marroncina, che poteva
sembrare una voglia. Accarezzandola, però, si sentiva chiaramente come
fosse il rivestimento o il nascondiglio di qualcosa. Al tatto, infatti, si
percepiva una specie di nodulo. Appena sotto l’epidermide, aveva un
tondino di un metallo sconosciuto sulla Terra. A guardare bene quella
cicatrice marroncina, si poteva intuire cosa fosse: il segno di un’operazione
che nessun essere umano avrebbe mai potuto compiere. Luca si
addormentava e Lilia, per non svegliarlo, restava immobile a guardare il
soffitto.
Il giorno seguente Lilia, fissando la caffettiera, sperava che, grazie al
calore di Luca, prima o poi, sarebbe riuscita a dar voce ai suoi pensieri,
facendoli risalire dal buio ammassato e compresso della sua tana. Si
chiedeva perché, una mattina, ci svegliamo forti e quasi felici e un’altra,
invece, non abbiamo neppure voglia di tirare la coperta. Perché anche la
creatività va a singhiozzi? Raccontare storie è una capacità comune. Lo si
può fare in ogni momento. La creatività, invece, da dove viene? Perché
arriva quando vuole e ci comanda? Il talento è arrivare all’anima dell’altro.
Sfiorarla. Le congetture di Lilia venivano interrotte da Luca che, come ogni
giorno, parlava di sé.
– Buongiorno amore, ti amo. – diceva – Ho dormito benissimo. Pensavo
che non mi sarei mai addormentato e, invece… Ho una fame… Sai, Lilia,
non ti ho mai detto una cosa. Tra qualche anno, voglio buttarmi in politica.
Non sopporto quelli che criticano il sistema, ma poi non si mettono in
gioco. Sono meglio di tanti altri. Io non sono il tipo che si lamenta, ma poi
non fa nulla per cambiare le cose. Sai quanti mestieri avrei potuto fare?
Almeno mille.
Lilia versava il caffè, ascoltando in silenzio e fingendo di non dare
importanza al fatto che Luca non le avesse fatto alcuna domanda. Parlava,
parlava. Parlava sempre di sé. È mattina, pensava Lilia, e la gente, di
mattina, attraversa sempre una fase di riscaldamento, in cui continua a
vivere come se stesse ancora sognando e fosse il protagonista unico e il
regista assoluto del mondo intero.
14. La ragazza che vola

– Io voglio andare lì e salvare quelle donne. Non riesco più a guardarle e


a far finta di niente. – esclamava Nadia – Guardate. In quell’angolo laggiù
c’è Lina Medina, la mamma più giovane del mondo, che ha partorito a
cinque anni. Imprigionata accanto a lei, una bambina, che dicono si sia
mangiata i suoi amanti, con i quali era stata costretta a prostituirsi, dai
genitori ovviamente. E ancora, guardate quella donna senza una gamba,
mutilata quando è stata considerata una sorta di sirena incantatrice e
mantide religiosa insieme. Non l’hanno chiamata strega, perché avevano
paura persino di pronunciare quel nome. Poi, sedute nell’angolo opposto
della prigione, dormono a terra altre due donne. Una è forse la più giovane
serial killer della storia, Mary Bell, che a undici anni ha ucciso un bambino
di quattro e poi uno di tre anni; l’altra è Ursula Kemp, giustiziata in
Inghilterra nel 1582, con l’accusa di far ammalare i vicini e di possedere
dei Famigli, animali magici da cui la strega traeva parte del suo potere. E
poi ci sono da salvare quelle persone che Lilia ha visto grazie ad Antonio
Lasciak. E poi dobbiamo impedire che tutte quelle migliaia di italiani
partano per posti come la Tailandia o il Brasile per turismo sessuale!
– Il mondo è pieno di gente da salvare e noi abbiamo un’altra missione da
compiere. – ribatteva Mattia – Ti sei mai chiesta se quelle persone vogliono
essere salvate?
– Smettila. Nessuno vuole soffrire a quel modo. – sentenziava Nadia.
– Forse non razionalmente. – la freddava Mattia.
– Io non so se voglio salvare quella gente. – sussurrava Alice.
– Alice, smettila e taci. E tu Mattia, invece di buttarmi giù, pensa, anzi
pensate tutti a come possiamo fare. – lo rimproverava Nadia – Ci vorrebbe
un modo… come dire… magico. Dovremmo apparire lì con le chiavi,
distrarre le guardie e portarle in salvo in qualche altra parte del loro mondo,
della loro dimensione, mi spiego? Ma come fare? Servirebbero dei
supereroi veri. E noi con i nostri poteri paranormali non arriviamo a tanto.
– Non è esattamente così. – sentenziava Alex, appena risvegliato da uno
dei suoi viaggi sonni – Forse già Max Planck aveva scoperto che tutti gli
esseri viventi sono fatti di fotoni, quanti di luce, che sono esplosioni di
energia{9}. Per capire bene che tutti noi emaniamo luce, abbiamo dovuto
aspettare lo scienziato Fritz Albert Popp{10}, ma questo non vi interessa ora,
era giusto per notizia. Le caratteristiche principali dei fotoni sono che non
stanno mai fermi, si spostano alla velocità della luce e non seguono alcuna
regola logica o della fisica classica. Questo accade anche perché la luce è
invisibile. La luce esiste solo se agisce, esattamente come noi. La luce per
esistere deve interagire con qualcosa. Anche noi, se non facciamo niente, è
come se non esistessimo. Ve l’ho già detto, la vita è fare, è movimento, è
mistero, è potere. Potere inteso come verbo, mi raccomando, non come
sostantivo.
– Alex, per favore, – sussurrava Alice, che era l’unica a poterlo
interrompere sempre – non farci un’altra lezione di fisica. Vai al dunque.
– I fotoni sono magici. – riprendeva Alex, che non parlava più in quel suo
modo buffo, da oracolo e da bambino insieme. Sembrava un uomo
qualunque, solo molto più intelligente e con una cultura immensa. – I fotoni
fanno cose impensabili e incredibili. E questo è possibile perché, come ha
insegnato il premio Nobel Carlo Rubbia, solo la miliardesima parte di
quello che vediamo è reale, tutto il resto è energia e, come tale, invisibile.
Di conseguenza, noi capiamo della realtà solo la miliardesima parte, perché
ci concentriamo solo sulla materia, dimenticandoci che tutti noi siamo
essenzialmente energia. Nel nostro universo esistono particelle che
appaiono e scompaiono in continuazione, perché noi non potremmo fare lo
stesso? Posso essere un po’ più preciso e tecnico oppure devo parlare come
se mi rivolgessi a bambini di cinque anni? – chiedeva Alex.
– E da dove ti esce questa ironia? E poi come mai hai anche cambiato
modo di parlare? Adesso, sembri il più grande professore delle galassie. E
da quando, poi, sai rispondere e ascoltare? – domandava Alice.
– Da quando mi sono innamorato di te. – scandiva Alex.
– Dobbiamo lasciarvi soli? – chiedeva ironicamente Mattia, mentre Alice
arrossiva ammutolendo.
– Alex, – diceva Nadia – non era questo il momento per dirglielo, così,
davanti a tutti. Poi ci mettiamo in disparte e ti spiego tutto.
– Poi tu lo spieghi a me. – sussurrava Mattia all’orecchio di Alex, mentre
Nadia faceva finta di non aver sentito.
– Riprendiamo? Alex continui per favore quello che stavi dicendo?
Grazie. – Nadia raggelava tutti, come capitava ogni volta che usava quel
suo tono brusco.
– I fotoni possono spostarsi avanti e indietro nel tempo, saltare da una
dimensione all’altra, andare a velocità inimmaginabili per noi e, soprattutto,
sono in grado di utilizzare la bilocazione. Possono sdoppiarsi e apparire in
due posti contemporaneamente. E questo lo stiamo facendo anche noi in
questo momento, mentre i nostri cloni fanno credere a tutti che noi siamo i
falliti di sempre, che conducono la stessa vita da falliti di sempre. Di
conseguenza, dobbiamo solo studiare un piano nei minimi dettagli e poi
Nadia disegnerà e materializzerà quello che ci sarà utile. Avete mai sentito
dire che noi vediamo soltanto quello in cui crediamo? Molti fisici hanno
dimostrato che la realtà non è conoscibile. Non esiste una realtà oggettiva
per tutti. Noi interpretiamo, ognuno a modo proprio, quella che chiamiamo
realtà e, dunque, la realtà è soltanto qualcosa di soggettivo. L’equazione di
Schrodinger{11} ha spiegato bene come la realtà invisibile sia quella che
determina la visibile e che in ogni istante coesistono infinite possibilità. È
probabile che tutti gli strani incontri che stiamo facendo o le persone che
vediamo non siano altro che alcune delle infinite possibilità della strega.
Possibilità che poi ha scelto di vivere oppure no. E non importa quando
sono accadute, se nel passato o nel presente o se accadranno nel futuro, né
importa dove. L’entanglement ci insegna che esiste la possibilità di
comunicare istantaneamente e, dunque, a una velocità superiore a quella
della luce. Ci spiega, inoltre, che il principio di causa ed effetto è sbagliato,
visto che puoi cambiare indipendentemente dal tempo e dallo spazio.
Dall’entanglement Jung fa derivare l’inconscio collettivo e i comportamenti
sincronici. Dovreste leggere almeno il libro “I ching{12}”. Adesso capisco
che non ne abbiate il tempo, quindi, cercate di concentrarvi almeno sul
cuore. È il cuore che comanda e fa miracoli. Non ho tempo ora di parlarvi
di medicina quantistica, ma fidatevi di me. Nadia, ora dovresti
materializzare il necessario. Ah, dimenticavo, ricordatevi sempre che non
esistono certezze.
– Cosa significa questo? Già non ho capito molto del tuo discorso, ma
questo fatto che non esistono certezze è spaventoso. – diceva Alice che
andava in tilt ogni volta che si sentiva insicura, cosa che accadeva spesso.
– Che potremmo sbagliare dimensione o non tornare. – rispondeva Alex –
Non esistono realtà fisse e assolute. Tutto l’impossibile diventa possibile,
quando si ha a che fare con il mondo quantico. Noi potremmo anche agire
adesso, qui, senza spostarci dalla nostra navicella e produrre effetti là, nello
stesso istante o stanotte o domani o quando ci pare.
– E allora facciamo così. Agiamo qua e liberiamole tutte adesso. – diceva
Mattia – Ma come dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare? Su Nadia, Alex ha
detto che devi materializzare.
– Materializzare che cosa? E poi Alex chi ti ha detto quello che so fare? –
chiedeva Nadia.
– Il giorno in cui abbiamo cambiato nomi, prima di partire per il
multiverso, tu hai detto che sapevi dipingere mondi e potevi farci entrare
nei tuoi disegni.
– Sì, – sussurrava Nadia – ma tu non mi convinci. Come lo sai? Dimmi la
verità. Voglio fatti concreti, non teorie. – domandava Nadia.
– Forse, credo… – esitava Alex – Ho visto un’immagine di te, mentre
usavi questo tuo potere.
– E noi cosa stavamo facendo nel frattempo? – chiedeva Nadia – Come
mai noi non l’abbiamo vista?
– Non lo so, – ribatteva Alex – forse dormivate o facevate altro. Ma non
perdiamo tempo. Non vuoi più salvare nessuno? Ti è passata la fretta?
– Aspettate un attimo. Io non so se voglio rischiare la mia vita per salvare
tutta quella gente. A me non mi ha aiutato mai nessuno. – si intrometteva
Alice.
– Perché tu non hai mai voluto essere aiutata! – tuonava Nadia.
– Senti, smettila di fare la saputella e la salvatrice del mondo. Non sei
Wonder woman! – ribatteva Alice.
– Stai tranquilla, – scandiva bene Alex – ti proteggerò io, sempre.
Dobbiamo inventare un atto magico o un rituale o un incantesimo o una
formula o qualsiasi altra cosa su cui concentrare tutte le nostre energie.
Quell’atto o quel rituale, caricato con il meglio di noi, propagherà i suoi
effetti per tutto il campo quantico. L’energia è come un’onda ed esattamente
come un’onda può arrivare ovunque. Possiamo anche guarire la gente a
distanza.
– Alex, ti prego, – diceva Alice – queste sono tutte stronzate. Io sono
troppo giovane per morire.
– Stai tranquilla, – ripeteva Alex – ti proteggerò io, sempre. La materia è
solo energia condensata. Lo spazio e il tempo sono relativi. I fotoni esistono
e tu devi solo fidarti di me. Queste non sono solo teorie. È normale che la
fisica quantistica sconvolga la vita. Su, pensate a un rituale o a un atto
magico e al modo in cui concentrare su esso tutte le nostre energie. Sapete
che il nostro DNA si influenza con le emozioni? Le emozioni sono così
potenti che possono agire persino a distanza. Adesso vi ho aiutato
moltissimo, giusto? – i tre erano sbigottiti e fissavano Alex, che continuava:
– Per questo pensare positivo è una stupidaggine inutile. Quello che conta è
sentire, vivere quell’emozione, come se stesse già accadendo esattamente
ciò che desiderate. Non credetemi, meditate e sentite. Proviamo e vi
dimostrerò tutto questo.
– No, no, io non voglio provare un bel niente. – sentenziava Alice.
– Alice, fidati, – diceva Nadia – proviamo. Anch’io ho studiato su un
sacco di libri queste cose. Tutto è vero, se ci credi. La vita ci dà sempre
ragione. Non ti dico di crederci, ma almeno prova. La tua energia è potente
e unita alla nostra può riuscire in quello che ci sta spiegando Alex.
– No, no. – Rispondeva secca Alice. – Ho detto no. Non ci credo.
– Cos’è, – esclamava Mattia – hai scoperto che rompere ti allunga la vita?
– Smettila, sei sempre il solito maleducato. – urlava Alice.
– Alice, – diceva dolcemente Nadia, che cercava di convincerla con una
strategia più mite – hai mai sentito dire cambia te stesso e cambierai il
mondo? Lo hanno detto tutti i più grandi maestri. Potresti scoprire parti di te
che neppure immagini. Sai leggere nel pensiero, puoi incendiare qualsiasi
cosa, non ti piacerebbe governare questi tuoi doni, anziché disporne solo
quando decidono loro? Tu hai solo paura. E tutte le emozioni negative ci
distruggono. Le emozioni vengono a dirci qualcosa, ma non sono noi.
Fidati, proviamo. È più reale l’immagine di qualcosa che la cosa concreta in
sé. E poi non vorresti mangiare qualcosa? Assaporare di nuovo le gioie del
cibo? Guarire dalla tua malattia?
– Cosa c’entra adesso il cibo! – gridava Alice – Ma non possiamo
metterci a meditare e aspettare che arrivino tutte le soluzioni?
I tre si guardavano sgranando gli occhi, pensando che fosse impazzita.
– E che bisogno c’era di accettare la missione di Lor? – domandava
Mattia – Restavamo nelle nostre vite di schifo e tanti saluti.
– Mai sentito parlare dell’effetto Maharisci? – continuava Alice.
– In effetti, sono stati condotti una lunga serie di esperimenti. – si
intrometteva Alex – Pensate che a Washington hanno fatto meditare per due
mesi quattromila meditatori e i crimini si sono ridotti del 25%. Più gente
armata assumiamo più questi vorranno essere bravi nel loro mestiere e un
poliziotto come si deve, per essere bravo, deve arrestare.
– Senti Alex, non è il momento di salire in cattedra con miss saputella. –
sbottava Mattia.
– Maleducato ignorante che non sei altro! – urlava Alice – Se solo tu
avessi più cultura, avresti già un piano per convincere la strega ad aiutarci e
avresti anche capito che lei non vive gli eventi come accadono, ma come li
ricorda. E che probabilmente incontra se stessa ogni volta che vive
un’esperienza in un’altra dimensione.
– E questo cosa c’entra ora? – chiedeva Mattia – Tutti noi possiamo
cambiare il nostro aspetto nel multiverso ed essere chi vogliamo. Quindi
quella potrebbe incontrare chiunque quando non è sulla Terra, anche noi,
con i nostri nuovi nomi, con la forma che ci pare, lo hai dimenticato? E poi
siamo sicuri che stiamo seguendo soltanto lei? E soprattutto quella non sa
neppure di essere una strega. Quella non si ricorda quasi nulla, a parte i
libri. È vostra parente? – ridacchiava contento.
– Qua tutti hanno avuto una madre da dimenticare e nessun padre! –
tuonava Alice.
– E questo ora cosa c’entra? – replicava Mattia – Senti la mancanza dei
tuoi mostri?
– E tu dei tuoi? – ribatteva Alice.
– Dovremmo ringraziarli i nostri genitori, perché forse i doni che
abbiamo ce li hanno dati per ripagarci dei mostri che ci sono toccati in
sorte. – si intrometteva Alex.
– E chi sarebbe il donatore di questi presunti doni? – lo sbeffeggiava
Mattia.
– La vita. – chiosava Alex.
– AHHHHH… – esclamava ridacchiando Mattia – E hai il numero di
questa vita?
– Sì, una vita che presto perderemo? – chiedeva Alice molto preoccupata
e in ansia.
– E soprattutto quale vita? – continuava Mattia – Che vita stiamo
conducendo? Spiamo la vita di una pazza, in attesa di una grande missione,
in cui forse moriremo. Bella vita davvero. Sempre stato il mio sogno.
– Io preferivo genitori normali e niente di niente. Niente. – ribatteva
Alice.
– Mamma mia! – esclamava Mattia – Possibile che tutto ruoti sempre
intorno alla famiglia? Non è mica la radice di tutti i mali! Ma tu quando
cresci?
– Sì, la famiglia può ucciderti dentro. Io volevo solo due genitori normali.
– sentenziava Alice arrabbiata.
– E sentiamo miss saputella, – la provocava Mattia – quali sarebbero i
genitori normali?
– Meno male che la prima parte del viaggio doveva essere una
passeggiata. – borbottava Alice allontanandosi.
– Alice, – la chiamava Alex, che era l’unico ad avere potere su di lei –
ognuno ha i genitori che gli servono. Ricorda che li scegliamo noi prima di
incarnarci.
– Mah! – esclamava Alice – Mi pare difficile, ma se lo dici tu… tu sai
tutto. Sai anche che moriremo? Io non voglio morire.
– Le nostre paure sono molto più numerose dei pericoli concreti che
corriamo. – la rassicurava Alex – Alice, soffriamo molto di più per la nostra
immaginazione che per la realtà. Questo si sa da molto tempo. Lo aveva già
scritto Seneca.
Alice, che era rimasta pietrificata sentendo il tono dolce usato da Alex nel
chiamarla, si voltava, allontanandosi qualche metro dagli altri. Pensava che,
se avesse potuto stare con qualcuno come fanno tutte le persone normali,
avrebbe scelto Alex. Non le importava nulla del rischio che, prima o poi,
sulla Terra, in una vita normale, tornasse grasso e assente, perduto in mille e
più viaggi sonni. Alex la faceva sentire amata e nessuno mai l’aveva fatta
sentire in quel modo. Peccato, diceva tra sé, che io non riuscirò mai a stare
con nessuno.
– Sentite, – ribatteva Nadia, riportando Alice in mezzo a loro – basta
battibeccare come cretini. Sembra di stare alla sagra dei luoghi comuni.
Dormiamoci su e al risveglio ciascuno svelerà qual è il rituale o la formula
che ha pensato per provare ad attuare il piano di Alex. Se Alice non vorrà
provare, sarà libera di farlo. Ormai tutti dovrebbero sapere che viviamo in
un universo olografico. Mi piacerebbe che a scuola spiegassero le scoperte
più incredibili della fisica quantistica e la teoria del multiverso. Mi
accontenterei, intanto, che tutti sapessero che anche in un granello di sabbia
è contenuto l’universo intero. Questo significa universo olografico. Ecco
perché sul frontone del santuario di Delfi i greci avevano scritto “Conosci te
stesso e conoscerai l’universo e gli dei”. Certo, loro in quel caso lo
intendevano in modo molto diverso rispetto a Socrate, almeno per quanto ci
racconta Platone, ma è comunque bellissimo.
– Ti fermi qui, – la interrompeva Mattia – o anche tu devi farci una
lezione? Ci bastano quelle di Alex.
Nadia lo ignorava. Faceva una smorfia, alzandosi, con la consapevolezza
di chi sa di essere molto amata. Da un cassetto della massiccia scrivania
accanto alle poltrone trasparenti, estraeva uno dei suoi disegni, in cui aveva
immaginato una stanza da letto con i materassi ad acqua, i baldacchini
sospesi a mezz’aria e petali di violette per tutta la stanza. Materializzava la
stanza. Poi, con un gesto della mano dall’alto verso il basso faceva scendere
uno dei letti, che poi ritornava nella posizione di partenza, sospeso a
mezz’aria. Gli altri facevano lo stesso. Come tutte le sere, però, prima di
dormire, senza dirsi una parola, Alice e Alex scomparivano insieme per
pochi minuti. Andavano in bagno, dove Alice insegnava ad Alex a lavarsi i
denti. Poi ritornavano dagli amici e, una volta che tutti e quattro si
trovavano sdraiati nei propri letti, in pochi secondi, si addormentavano tutti
insieme contemporaneamente. Dopo pochi minuti, si risvegliavano nella
stanza di una donna mai vista prima. Si accorgevano di poter comunicare
telepaticamente e di essere invisibili, esattamente come Lor aveva
preannunciato. Sentivano una voce misteriosa raccontare loro una storia e
vedevano ciò che gli veniva comunicato.
Tutti e quattro contemporaneamente si risvegliavano e Nadia era la prima
a chiedere se anche loro avessero sognato la storia di Samina. Tutti
rispondevano in modo affermativo.
– Cosa avete capito da questo? – chiedeva Nadia.
– Perché non ce lo dici tu, invece di fare sempre domande, che è più
facile? – ribatteva Mattia.
– L’importante è fare domande, non lo sapevi? – ribatteva Nadia.
– La smettete? – si intrometteva Alice – Avremo una nuova missione,
anche se non si sa quando. Speriamo a conclusione di questa e, soprattutto,
auguriamoci di non dover rischiare un’altra volta la vita. La prima legge di
Samina è che puoi insegnare solo ciò che sei. Poi, parla della legge della
reciprocità. Se vuoi qualcosa, devi prima dare qualcosa.
– E anche di quella del silenzio. – interveniva Mattia.
– E anche di quella dell’inventa preghiera. – aggiungeva Nadia.
– Il resto lo capiremo poco a poco. – concludeva Alex.
– Alex, capiremo anche chi è che comanda? – chiedeva Alice.
– Quello forse lo sappiamo già. Come insegna Voltaire, osserva chi non
puoi criticare, là troverai chi comanda.
– E se non lo trovo? – insisteva Alice.
– Leggi un libro di Chomsky.
15. La storia

Erano passati quindici giorni dal primo bacio. Se un bacio fosse sempre
indice d’amore, tutto sarebbe stato uguale al giorno prima. Luca, invece,
dopo aver baciato Lilia con la solita passione, era diventato un altro.
Sembrava arrabbiato, preoccupato, non voleva parlarle. Si chiudeva in
bagno per fare una lunghissima telefonata e Lilia aveva la conferma che la
sua presenza lo infastidisse. Pur non volendo ascoltare, percepiva persino la
voce e le risposte dell’interlocutore di Luca. Attribuiva quella stranezza alla
sua solita personale follia, che cercava invano di imbrigliare in tutti i modi.
Per questo non dava peso a quella telefonata, anche se le rimbombavano in
testa alcune delle parole che aveva appena sentito, soprattutto quelle di
Luca: “Non ci posso venire e non ci voglio venire. Io devo restarne fuori. Io
sono invisibile. Chi controlla deve essere sempre invisibile, se vuole
controllare e comandare sul serio”. Una voce maschile gli rispondeva:
“Nessuno ha mai controllato questo Paese e questi uomini meglio di te.
L’importante è che quella non sappia nulla. Poi mi spiegherai cosa ci hai
visto in quella professoressina svitata. Avevi le donne più belle del pianeta e
potresti averle ancora, ma perché ti sei fissato con quella? Con quel nome
poi… oh, ma non le avrai mica detto qualcosa?” chiedeva l’interlocutore di
Luca, che rispondeva immediatamente: “No, stai tranquillo. Ovvio che non
sa nulla, figurati. E poi non ricorda nulla”.
Non ricordo nulla di che cosa? Pensava Lilia, mentre l’interlocutore
diceva: “Ah, ho capito. Stai con lei perché così controlli meglio la
situazione. Nel caso ricordasse qualcosa. E, se ricorda, puoi sempre
lasciarla in carrozzina, assicurandoti di strapparle prima la lingua e
mozzarle tutte le dita, così sarà solo un’altra poveretta che non sa
comunicare”.
“Basta! No, non sto con lei per questo”, rispondeva Luca molto alterato.
“Va bene, ora smettila. Scopati chi ti pare, ma domani devi esserci,
altrimenti ti fanno fuori. E ricordati che avere legami è ciò che, nella storia,
ci ha sempre fregato” concludeva quella voce. “Ci sarò, ma tu fai finta di
non conoscermi, come sempre” lo rassicurava Luca. Poi usciva dal bagno e,
senza dirle una parola, si sdraiava, fingendo di addormentarsi all’istante.
Lilia, allora, entrava in bagno e, come faceva spesso quando si sentiva ferita
senza capirne i motivi, iniziava a prendersela con dei microscopici
brufoletti sparsi sul viso. Più che brufoli erano imperfezioni quasi
impercettibili. Minuscoli punti bianchi o neri che, stritolati tra le unghie
rabbiose di Lilia spaccavano la pelle, la sollevavano e la facevano
sanguinare. Solo la vista del sangue riusciva a farla smettere. Con quel
bruciore sul viso, tornava a letto, sicura che Luca stesse già dormendo. Non
appena si stendeva, invece, l’uomo accendeva l’abat-jour e Lilia si
pietrificava, sperando che lui non notasse la sua faccia.
– Che cosa hai fatto? – urlava Luca – Cosa sono queste ferite da guerra?
– Niente, dormi e spegni la luce. – cercava di calmarlo Lilia. – Domani
quasi non si vedranno. Luca replicava, ma lei non lo sentiva. Era sempre
stato così. Quando qualcuno alzava la voce, dopo pochi minuti, Lilia si
estraniava senza ascoltare più nulla. Mentre l’uomo continuava a inveire,
Lilia pensava che forse non avrebbe mai smesso di causarsi quelle ferite in
volto. Si feriva la faccia nella speranza che qualcuno potesse vedere e
curare le ferite che si portava dentro. A un certo punto, Luca la scuoteva per
un braccio e lei era costretta ad ascoltarlo.
– Sai, si è rifatto vivo Demone, il mio vecchio conflitto interiore. – le
spiegava Luca, abbassando il tono di voce – Demone è quello che mi ha
impedito, fino a oggi, di stare con una donna. Stai tranquilla, però, io penso
ancora esattamente le stesse cose dei giorni passati. Ti chiedo solo di avere
un po’ di pazienza, perché ho questi sbalzi d’umore. A volte sono Luca,
altre sono solo Demone. Stamattina, infatti, mi chiedevo se avessi o meno
voglia di stare con te, ma ora che sei qui, so che sto benissimo. In fondo,
Demone ha taciuto per quattordici giorni e non era mai stato quieto per così
tanto tempo. Non potevo pensare che, dopo una vita insieme, sarebbe
scomparso così, senza neanche salutarmi.
Avrò tutta la pazienza del mondo, pensava Lilia senza riuscire a dirlo. Hai
letto “L’amore ai tempi del colera”? Avrebbe voluto chiedergli. Potrei
aspettarti per cinquantatré anni e oltre. È normale avere paura quando ti
capita qualcosa che non ti è mai successo prima, diceva tra sé, soprattutto se
ha questa intensità. Anch’io ho un po’ di paura, ma è più forte la voglia di
stare con te.
Luca le si avvicinava, la baciava e iniziava a spogliarla. Cercavano di fare
l’amore, ma quelle parole avevano già diviso i loro corpi, come fossero
state lame che tagliano di netto continenti ormai alla deriva. In pochi attimi,
erano diventati pezzi di puzzle strappati dalla furia cieca di un bambino, che
non sa più riconoscere quelli coincidenti. La magia e l’intesa erano sparite.
Lilia era impenetrabile e Luca, come sempre, discorreva. Per la prima volta,
lei non aveva l’impressione che lui cercasse di mascherare la propria
timidezza parlando, ma pensava che fosse solo un egocentrico narcisista
infantile. Luca blaterava borbottava argomentava e lei non lo sentiva
neanche. Riusciva a cogliere solo una frase.
– Forse, il problema nasce dal fatto che ho sempre avuto donne molto più
giovani di me, anche se non mi coinvolgevano dal punto di vista emotivo. –
diceva lui, mentre lei sentiva salire il disgusto. Voleva dire che gli erano
sempre piaciute le bambine? Si rimproverava per quell’idea assurda. Per
rassicurarsi, pensava che molti uomini amano donne dal corpo e dalla mente
immatura. È il loro unico modo per sentirsi forti. Anche tu sei così? Come
puoi amare me, allora, che sono così morbida e vecchia? Avrebbe voluto
chiedergli, se non fosse stata un marinaio muto, che attende la tempesta. Se
ne stava immobile a fissare il mare gonfio, che la rimproverava per non
averlo ascoltato, quando poteva.
– Non so più se mi piaci o no. Lo so che questo non potrai accettarlo. Non
si tratta più di un conflitto interiore, dettato dalla paura. Non si tratta più di
un momento. Tu meriti un uomo che ti desideri al 100% e non l’amore di
uno schizofrenico. – sussurrava Luca, mentre lei restava immersa nel
silenzio affollato dei suoi pensieri, riuscendo a sentirlo solo a tratti. E, anche
se erano poche le parole che le arrivavano, le percepiva comunque come
stilettate profonde. Era come se gli sproloqui del suo amore avessero
cercato inchiostro nel suo cuore, bucherellandolo con il pennino di
un’appuntita penna stilografica. La penna continuava a non scrivere, perché
quell’inchiostro non voleva saperne di ricaricarla. Il suo cuore, invece, si
stava svuotando e, presto, sarebbe stato più inutile di un fantasmino perso
nel tubo di scarico della lavatrice. Per impedire che Luca potesse vedere
come le aveva ridotto il cuore, Lilia, più veloce di chi scappa da un
incendio, si rivestiva e chiamava un taxi. Con il cuore perso, le era
impossibile anche piangere. Si era pietrificata per diventare insensibile e
liscia al passare di tutto quel dolore, liquido e scorrevole come acqua, ma
più caustico di un acido prosciuga vite. Ho sbagliato ancora una volta,
pensava. In passato, ho sbagliato perché sono sempre stata un iceberg,
troppo ermetica, troppo orso, una vecchia in punto di morte e ho perso
occasioni e relazioni. Questa volta, invece, mi sono lasciata andare e sto
ancora peggio. Mentre era in taxi, gli scriveva un sms: “Sono a pezzi.
Milioni di pezzi. Non chiamarmi. Non mi fiderò mai più di nessuno. Avrei
avuto tutta la pazienza del mondo”.
Luca le rispondeva subito: “Vieni qua. Non è vero che non ti voglio.
Perdonami. Sono fatto così”.
Lei: “No”.
Luca continuava: “Io non sono capace di vivere i miei sentimenti.
Credevo di poterlo finalmente fare, ma invece… Le contraddizioni di cui
sono prigioniero sono terribilmente reali e ti prego di credermi se ti giuro
che sono sempre stato assolutamente sincero. Se potessi, ucciderei io stesso
Demone. Quello che ho provato nei giorni scorsi è reale. Sono anni che
lotto disperatamente per uscire da queste oscillazioni, ma non ci riesco
proprio. È un inferno non sapere mai chi sono, né cosa voglio. Più doloroso
di tutto, però, è averti fatto soffrire. Perdonami. Io ti amo”.
Lilia, allora: “Quando troverai una donna che ti piace sul serio, ti passerà
tutto. Anche se riuscissi a credere che sei stato sincero, soffrirei ugualmente
perché hai cambiato idea. Ricordi quando mi hai detto che io merito un
uomo che mi desideri al 100%? E non, come hai detto tu, l’amore di uno
schizofrenico? Credo che tu abbia ragione, anche se io non ti considero
affatto uno schizofrenico, ma solo un uomo che non si conosce, che non ha
idea di chi sia davvero e che, soprattutto, non dovrebbe parlare d’amore,
perché non ha il coraggio di affrontarlo e difenderlo. Ti prego di non
tormentarmi oltre. Non bombardarmi di sms in cui mi dici che sei pazzo
d’amore per me, perché l’attimo dopo avresti già cambiato idea. Lasciami
nel mio dolore, che è già troppo”.
In quei giorni, Torino era gremita per il Film Festival. Lilia era al terzo
tentativo per trovare un posto in cui passare la notte. Fermava il taxi vicino
a Piazza Vittorio Emanuele. Prima di entrare, a differenza di quanto fatto in
precedenza, si fermava a guardare l’insegna dell’albergo: “Ninfea”. Più in
basso, su una piccola targa d’ottone sulla sinistra si leggeva: “In Oriente, la
Ninfea simboleggia l’alba, l’arrivo del sole”. Lilia entrava.
– Tutto esaurito. – le diceva l’addetto alla reception.
Mentre riguadagnava la porta, faceva scorrere il palmo della mano sul
tavolo di noce vicino all’ingresso e, in quell’istante, percepiva una voce
antica.
– Signora professoressa, ho qualcosa che fa per lei. – le sussurrava quella
voce.
Lilia si voltava lentamente, chiedendosi se quella voce fosse reale o frutto
della sua mente. Con aria interrogativa fissava gli occhi di una piccola
signora anziana.
– Venga con me. La smetta di chiedersi se sono reale o solo una
proiezione della sua mente. Tutto è un riflesso di quello che abbiamo in
testa. – aggiungeva quella donna dalla voce antica.
– Mi scusi, signora, è certa che ci sia una stanza? – chiedeva Lilia per
guadagnare tempo e capire come comportarsi con quella vecchia che le
leggeva i pensieri.
La signora faceva un segno di assenso con il capo, molto simile a quello
che faceva lei, ma che richiedeva molta meno fantasia per essere compreso.
Lilia sospirava e, senza volerlo, sorrideva per il senso di familiarità che la
donna le suscitava. Lilia la pregava di attendere un attimo: giusto il tempo
di avvisare e pagare il taxi. In silenzio, Lilia e la signora raggiungevano la
mansarda dell’albergo.
– Questa è la mia stanza. – diceva la signora. – Può dormire qui stanotte.
– Ma no. Non mi sembra il caso. – ribatteva Lilia.
– Forse non ha capito. È il caso. Lei stanotte dorme qua. Io non dormo
più. In cambio lei mi darà qualcosa.
– Ma certo. La pagherò il doppio per la gentilezza.
– No, non voglio soldi. Lei mi deve dare ascolto. Forse ancora non lo sa,
ma ogni essere umano, all’origine, ha solo bisogno di essere ascoltato.
Ascoltare significa amare. La vita non sarebbe così complicata e farcita di
guai, se sapessimo ascoltare. Mi conceda un po’ di tempo. Si sieda.
Lilia, incredula, con la consapevolezza di non avere scelta, si sistemava
sul letto accanto alla donna.
– La stavo aspettando. Il tavolo di noce era lì per riconoscerla. Il noce è
un albero sacro per quelle come noi. Noi siamo spiriti eletti. Il mondo non
fa per noi. Non cerchi la comprensione su questa Terra. Vada avanti per la
sua strada e, alla fine, tutto le sarà chiaro. Secondo lei è un caso che sia
finita a fare l’amore a villa Lasciak?
Se fosse stata una loquace, Lilia avrebbe chiesto immediatamente come
lo sapesse ma, conoscendosi, non si era neanche sforzata di provarci. Si
limitava a percepire un brivido lungo la schiena, escogitando un metodo per
andarsene subito.
– Lei ama le piante, come tutte le persone speciali. – diceva la signora per
carpire l’attenzione di Lilia e, per conquistarne la fiducia, continuava: – Stia
tranquilla, un giorno riuscirà a non giudicare più niente e nessuno. Non avrà
critiche né elogi per nessuno. La gente pensa che questo significhi non
avere carattere, ma in realtà significa aver compreso la vita. Non si lasci
ingannare dai tempi. Noi sappiamo molto più della maggior parte delle
persone. In questa vita, però, il suo sapere non le servirà tanto. Lei è tornata
per riprendersi ciò che le hanno tolto. I suoi poteri. Io sono l’ultima cattera
in vita. Al mio paese, famoso in tutta la Lucania proprio per questo, le
donne come me sono chiamate cattare o masciare. Sono una strega
insomma. Ho scoperto di esserlo quando, a diciotto anni, ho tolto la prima
fascinazione. La fascinazione è quella che lei ha per Luca.
Lilia sbiancava. Come faceva a saperlo? Naturalmente non apriva bocca.
– Non si spaventi. Sono una strega. È normale per quelle come noi sapere
tutto quello che vogliamo sapere. Io vedo l’anima delle persone. Curo anche
la sterilità e l’impotenza. Preparo infusi di sambuco, succhi di mandragora,
faccio e tolgo fatture, costruisco amuleti e molto altro ovviamente, come
tutte le streghe degne di questo nome. Ho un bel curriculum. Ah,
dimenticavo, tra le cose importanti, sono anche in grado di farle avere
allucinazioni o farle comprendere la verità. Non tutta, com’è naturale. Il suo
viaggio qui a Torino era scritto nel suo destino. Naturalmente saprà almeno
che il destino lo scegliamo noi prima di nascere? Qui a Torino deve
affrontare delle prove. Una la sta affrontando persino ora. Se la supera, le
darò del tu. Ha capito che Torino è la sua città e che l’ha salvata? Qui
tornerà, sa. Qui morirà, ma ci vuole ancora tantissimo tempo. Così tanto
che, se glielo dicessi, mi prenderebbe per pazza. Lo so che ama molto il
mare e di conseguenza Trieste, ma lei può vivere solo qui. E sa perché?
Lilia faceva un gesto indescrivibile con la testa e, per la prima volta nella
sua vita, qualcuno lo capiva. Per la prima volta, qualcuno la stava
ascoltando sul serio, senza che lei fosse costretta a parlare e, soprattutto,
non la stava facendo sentire un peso. Era anche la prima volta che nessun
pensiero la distraeva. Riusciva a rimanere concentrata sulle parole di quella
donna, così vecchia, eppure tanto affascinante e ipnotica. Una di quelle
donne che si desiderano, anche se sono magrissime, raggrinzite e tutte
segnate dalla vita. Una vita di mille anni almeno, perché tanto sembrano
aver vissuto. In lei tutto sapeva di antico, tranne l’odore e gli occhi.
Emanava un profumo che ti spingeva a respirare a più non posso. In alcuni
istanti, infatti, sapeva di muschio e vaniglia, in altri di argan e iris e, in altri
ancora, di rosa e violetta. Le sue palpebre, truccate di nero, erano striate con
una piccola linea dorata che, sull’occhio destro, era attaccata alle ciglia,
mentre su quello sinistro appariva a circa metà della palpebra. Quegli occhi,
truccati in modo diverso, non davano l’impressione di essere un errore di
un’anziana signora, ma una scelta ben ponderata, con un significato
recondito. Lilia non riusciva a smettere di guardare la donna negli occhi,
come capitava del resto, a tutte le persone speciali che la incontravano. La
strega, infatti, sapeva che tutti coloro che avrebbero dimostrato
un’attrazione irresistibile per i suoi occhi liquidi, furbi, enormi, malinconici
e da cartone animato, erano gli eletti. Coloro che discendevano dalla razza
aliena o dalla stirpe più nobile e antica degli uomini, quella milioni di volte
più evoluta dell’odierna, che doveva la vita proprio alla specie
extraterrestre.
– Bene, vedo che mi ascolta. – riprendeva la vecchia – Lei pensa che la
reincarnazione sia incompatibile con la sua religione, ma non è così. La
reincarnazione è stata abolita quando i potenti hanno creato la versione
vincente del cristianesimo, decidendo cosa aggiungere e cosa espellere dalle
sacre scritture. Esistono un solo Dio e una sola vita. Dio può avere mille e
più volti, cento e più nomi diversi, perché sono gli uomini, che non lo
possono conoscere, a descriverlo come più gli aggrada e ad attribuirgli un
nome. La vita è una, ma sono molti i viaggi. I ritorni e le partenze. La morte
è solo un cambio di dimensione. Questo lei lo sa. E, un giorno, lo sapranno
tutti, non appena la fisica avrà conciliato la teoria dei quanti con quella della
relatività. Ci sono cose, invece, che resteranno indimostrabili. L’intuito è il
massimo regalo dello spirito ordinatore o Dio o fonte o lo chiami come
desidera.
– Lei non ricorda com’è iniziata la sua storia. – continuava la strega – Del
resto, lei non ricorda bene neppure tutti gli eventi di questo suo ultimo
viaggio e non può neanche immaginare dove arriverà. Andiamo con ordine.
Io sono qua per raccontarle alcuni fatti importanti della sua vita. La sua
storia è iniziata in Africa. È nata ad Abu Hamed. Per amore, si è trasferita,
ancora ragazzina, in Egitto. Lì è stata felice, fin quando non l’hanno
catturata. L’hanno portata via come schiava, ma era troppo intelligente per
obbedire. Appena sbarcata a Salem, è fuggita. All’inizio, si è occupata solo
di voodoo e magia. Poi, essendo troppo sveglia, ha scoperto le proprietà
della segale cornuta e delle altre piante. È diventata una strega. Una
guaritrice. Poteva guarire, però, solo chi aveva fede. Il potere della
suggestione può fare cose impensabili. Lei ha sempre agito in nome della
divinità. La fede in qualcuno di perfetto può far accadere l’impossibile e lei
lo sapeva benissimo. Lei ipnotizzava i pazienti, poi li operava in stato di
trance e li guariva. Ha salvato la vita persino a malati terminali. Sapeva
leggere il futuro. Con una bacinella d’acqua e i petali di rose rosse
materializzava persino alcuni oggetti. I suoi poteri crescevano di giorno in
giorno. Sapeva bene che niente è un’illusione e tutto lo è. Dipende solo da
noi, da come vogliamo vederla. I suoi poteri eccezionali vivono ancora
dentro di lei. Sono solo sopiti. Non cerchi di spiegarli con la ragione, perché
non ci riuscirà. Non si piegano alle regole e non potranno mai comprendersi
con la scienza, perché vengono da un altro mondo, dove la scienza non può
arrivare. Solo la coscienza può. A lei, ora, sembra di non possedere alcun
potere, perché è troppo razionale, ma mi creda, un giorno, se ne accorgerà.
Salem, però, non era il suo posto. Per questo le sono capitate cose terribili.
Per un po’, ha continuato lo stesso a vivere lì. Proprio come fa oggi, viveva
in un posto che non le apparteneva e con lo spirito di un morto. Proprio
come allora, oggi lei non se ne rende ancora conto. Si rivive tutto ciò che è
già stato, finché non si supera il trauma. Si litiga con nuove persone, ma in
realtà si sta continuando a litigare sempre con la stessa vecchia anima. Si
lotta, finché non si lascia andare. Deve accettare. Deve perdonare. Da
giovane è sempre stata testarda e troppo razionale e, anche allora, quando
era incarnata a Salem, non voleva ascoltare il vento, né le foglie che, tante
volte, avevano provato a spingerla via. Ci sono dei posti in cui non
dobbiamo fermarci a lungo. Per questo incontriamo solo dolore e persone
che ci fanno soffrire. Persino le case a volte ci cacciano, ma noi facciamo
finta di niente. Case che crollano, si ammuffiscono, si allagano, vengono
deturpate, bruciate o saccheggiate, per farci comprendere che dobbiamo
lasciarle, ma noi non ascoltiamo i segni del cielo. Ogni cosa cerca di
allontanarci dai posti che non ci appartengono. E sa perché ci sono posti che
non ci appartengono? Perché sono luoghi del male. Le energie oscure sono
così potenti in quei luoghi che non possiamo affrontarle da sole. Le do un
consiglio: non si sforzi più di essere come tutti gli altri. Non ci potrà mai
riuscire. Lei è diversa. Non può avere una storia normale, sposarsi, avere
dei figli. Prima di mettere piede su questa Terra per la prima volta, ha scelto
di fare evolvere la sua anima facendo grandi cose e ora non può tornare
indietro. Sulla Terra si può rimangiare la parola data, da dove veniamo noi è
impossibile. Non creda adesso che esista un destino tracciato di cui è
schiava. Lei ha una quantità inimmaginabile di possibilità per far acquisire
alla sua anima le doti che ha scelto e che l’hanno portata a incarnarsi su
questo pianeta, ma non ne ha infinite. Ci sono strade che non può
percorrere, perché la condurrebbero dove la sua anima non può andare.
Questo è il destino di tutti coloro che hanno un grande cuore e, di
conseguenza, un’anima molto sviluppata. A voi non è concessa
l’involuzione, quindi, vi sono precluse le cose banali e omologate che i
mortali in genere amano fare. E non si può dire certo che lei non abbia
provato a essere come i mortali. A Salem si era incaponita. Voleva sposare
un uomo, avere dei figli e una vita tranquilla. Ma non era quello il motivo
per cui era nata lì. Avrebbe dovuto andarsene subito, quando Salem aveva
iniziato a cacciarla, ma lei non voleva sentire ragioni. Così il cielo alzava la
dose di dolore che le spettava, sperando che lei capisse. Erano arrivati dei
mercanti e, mentre lei curava le sue piante medicamentose, la prendevano
alle spalle, la violentavano molte volte e tentavano di ucciderla. Sa perché
spesso si sente paralizzata? Rivive il terrore dell’inferno che ha subito,
perciò non parla e si pietrifica. Finge di essere morta, esattamente come il
giorno dello stupro. Finzione che le salvava la vita. Sa perché soffre di
insonnia? Perché, appena si sdraia, le manca il fiato, esattamente come
avveniva durante lo stupro, quando un uomo, per tenerla ferma, le
schiacciava il collo, facendola quasi soffocare. Sa perché ha dolori
lancinanti alla schiena, soprattutto alla parte destra? E sa perché spesso,
senza motivo, congela? Perché l’hanno bruciata e accoltellata proprio lì, in
quei punti, ed è rimasta per tutta la notte agonizzante sul prato, allagato dal
suo sangue. Solo una come lei poteva sopravvivere a quelle ferite e al
freddo. Per notizia, sappia che anche la sua stipsi patologica dipende
dall’orrore che ha subito. Piuttosto che perdere di nuovo le feci, come le
capitava un tempo, a causa delle lesioni che le avevano procurato, lei
preferisce cercare di non far uscire niente da lì. Il suo subconscio vuole
preservare la sua dignità. È un pregiudizio, naturalmente, ma se ci lavora,
può superarlo. Torniamo alla sua storia. La mattina seguente, la soccorreva
l’uomo che voleva sposare. Non sapeva che una parte di lei era già morta.
Dal giorno dell’orrore, non può più avere figli. Tutto quel dolore non può
che generare cattiveria all’inizio. Si tratta di una difesa. Per questo, odiava
gli uomini e non si fidava più di nessuno, neppure dell’uomo che, prima,
voleva sposare e che le aveva salvato la vita. Per lei ogni appartenente al
genere maschile aveva la faccia e il tanfo dei suoi sette stupratori. Lei sa
che sul suo corpo porta degli strani segni. Deve ringraziare quell’uomo e gli
alieni, se è ancora viva. Nessun mortale avrebbe saputo eseguire quelle
operazioni. Per questo lei ha nel corpo delle parti di metalli che non
esistono su questo pianeta. L’uomo che voleva sposare, un eletto, un
discendente della stirpe più nobile e antica degli uomini, pregava con tutto
se stesso affinché lei si salvasse e così, gli abitanti di un pianeta lontano su
cui, un giorno, ritornerà, decidevano di operarla. Lei discende dalla stirpe di
quel pianeta alieno. Entrambi eravate e siete tra gli eletti. L’uomo che
l’aveva salvata provava in ogni modo a guadagnarsi la sua fiducia, ma non
ci riusciva. Non si preoccupi che lo incontrerà di nuovo, qualunque strada
decida di prendere. Dopo lo stupro, sceglieva di restare completamente sola
e iniziava a essere una specie di maga Circe. Seduceva tutti gli uomini che
poteva e poi li rendeva impotenti, provocandogli anni di notti insonni, con
visioni da incubo. I suoi intrugli erano peggio dell’acido lisergico. Le sue
vittime venivano perseguitate da un essere con il corpo da scimmia e le
unghie da gallo e, alla fine, dopo al massimo un paio di anni, si uccidevano.
Se non l’avessero catturata, forse avrebbe sterminato da sola migliaia di
uomini e senza usare mai violenza diretta. È stato un cardinale da lei sedotto
e reso impotente e insonne a denunciarla, prima ovviamente che anche lui si
suicidasse. Lei veniva torturata. Volevano farle versare tutto il sangue pazzo
che sostenevano le scorresse nelle vene. Le graffiavano tutto il corpo, le
strappavano le unghie, le marchiavano la schiena e il gluteo sinistro con il
ferro rovente, che usavano poi per bucherellarle il volto. Conserva i segni
anche in questa vita, sono le sue macchie, quelle che la gente crede che
siano lentiggini. Adesso sa anche perché non le crescono mai le unghie. In
compenso, però, nessuno aveva mai pensato di tagliarle i capelli. Così,
grazie ai suoi poteri, usava la sua chioma per diventare invisibile e
scappare. Arrivava in Lucania, dove l’uomo di cui si innamorava, prima di
farla a pezzi, si faceva raccontare quasi ogni suo segreto. Quell’uomo era il
figlio del cardinale e aveva giurato di vendicare il padre. Si era però
innamorato di lei, cosa che capitava a tutti, visto che aveva usato la sua
magia per rendersi la donna più bella mai vista sulla Terra. E questo è stato
il suo errore più grande. I poteri eccezionali non possono mai essere
sprecati per l’effimero o per vanità. Il figlio del cardinale, dopo averla
uccisa e fatta a pezzi, per contenere la sua disperazione, scriveva tutta la sua
storia, rendendola immortale. Lei, infatti, viene ricordata come la strega più
potente di tutti i tempi e di tutti i regni. Per questo, nel suo viaggio attuale,
non potrà mai tornare in quella terra ed è destinata a subire la fascinazione
di Luca. Quando si libererà di lui, avrà mondato le sue colpe. La sua anima
tornerà pura e bella come quando viveva in Egitto. Lo sa che Torino è legata
all’Egitto? Si suppone che anche il suo nome derivi proprio dal bue Api,
sacro agli Egizi. Non è un caso che dalla mia mansarda si veda la Gran
Madre. Una volta, lì, sorgeva il tempio di Iside. Torino è stata sempre una
città magica, perché è sorta sulla confluenza di due fiumi, il Po e la Dora.
Non creda, però, che insieme a Londra e San Francisco costituisca il
famigerato triangolo della magia nera. Non più. Torino oggi appartiene solo
al triangolo della magia bianca, insieme a Praga e a Lione. Le dodici zone
di Torino rappresentano i dodici segni zodiacali e, un giorno, ne saprà di
più, quando tornerà e si farà portare subito davanti alla cancellata di Palazzo
Reale. Quel giorno amerà il sole che sorgerà per lei. Sarà l’alba della sua
vita nuova. Tornerà libera, proprio come era un tempo, regina amata dal suo
sposo e dal paese intero, che l’accolse pur essendo lei la bella che veniva da
lontano. Solo quel giorno si ricorderà di me e ci rivedremo. Da quel giorno,
imparerà a viaggiare nel tempo e potrà cambiare gli avvenimenti, siano essi
futuri o passati. Ci riuscirà perché, quando cambia l’osservatore, cambiano
gli eventi e il corso della storia. Una volta questo sembrava impossibile ed
era un segreto che custodivano solo le streghe e i maghi. Oggi, invece,
grazie alla fisica quantistica, tante verità e regole del mondo cominciano a
diffondersi. Lo sa perché il passato non è passato? Perché si può modificare.
Infatti, anche i veri psichiatri, sanno portare i propri pazienti indietro nel
tempo, al momento del trauma che ha generato loro un certo problema. I
pazienti, in quel modo, prendono consapevolezza della causa che ha
originato una certa ossessione o patologia o fobia e guariscono. La
coscienza è una ed eterna perciò, guarendola durante un’ipnosi regressiva,
resta guarita in ogni tempo. Allora, si sente meglio? Le ho detto tutto quello
che potevo dirle.
Lilia rimaneva in silenzio.
– So che non mi crede e che non parlerà a nessuno di me. Un giorno,
però, indosserà un paio di jeans che non saranno i suoi e, da quel giorno,
niente più sarà come prima. Si renderà conto di tutto. Capirà che ha vissuto
una vita morta, perché non era la sua. Ha creduto reale la dimensione
sbagliata. Capirà quante dimensioni parallele esistono, oltre a quella che
vede adesso e che le pare l’unica reale. Stia tranquilla. Tutto serve nella
vita. Niente è inutile. Tutto può tornare a posto. Dipende da lei. Non esiste
un’unica strada. Un giorno, infatti, potrebbe non indossare mai quei jeans,
ma semplicemente cambiare nome più volte o chiedermi un favore. Non ha
importanza l’evento che la condurrà al cambiamento. Conta solo che lei
accetti di cambiare e la sua vita non sarà più la stessa. Ogni cambiamento è
istantaneo e avviene quando meno lo immaginiamo. Agli uomini, però,
spesso serve tempo per accorgersi di essere già cambiati. Si ricordi che tutte
le vie sono parallele e che siamo noi a scegliere quella giusta o a saltellare
su quelle sbagliate. Il libero arbitrio detta i tempi. Lei può opporsi al suo
destino, soccombendo naturalmente. La sua storia mortale dovrebbe
averglielo insegnato. Per questo doveva conoscerla. So che vorrebbe sapere
del pianeta dove viveva prima di incarnarsi per la prima volta sulla Terra,
ma quella è un’altra storia e per ora le basta questa per svegliarsi. Le
conviene imparare ad ascoltare la sua anima o il suo cuore, lo chiami come
preferisce. In realtà, il cuore è uno dei regni dell’anima. L’anima può andare
ovunque, il cuore invece necessita di un essere umano, di un mortale per
esistere. Il cuore è proprio la prerogativa dei mortali. Quando si ferma,
significa che i mortali non lo hanno capito e che lo hanno sprecato. Non
getti via ciò che le è stato donato. Qualcosa sul cuore la saprà, mi auguro,
giusto? Per esempio che produce il campo elettromagnetico più grande di
tutto il nostro corpo, che invia tantissimi segnali al cervello, costringendolo
a obbedire ai suoi ordini, produce ormoni e, soprattutto, se si spegne, tutto è
irrimediabilmente finito. Il cuore lo possiamo considerare come la nostra
presa di corrente. Questo almeno lo sa?
– Sì. – rispondeva Lilia con un filo di voce.
La strega sorrideva. Lilia aveva superato la prova, trovando il coraggio di
parlare e lo aveva fatto senza sapere che proprio in quello consisteva la
prova.
– Bene bene, – diceva sorridendo la vecchia raggrinzita più della carta
crespa appallottolata – ora ti posso dare del tu e dire cose che ti serviranno
moltissimo. Poche, non temere. Noi siamo molto più simili di quanto
immagini. In realtà, in questo universo siamo tutti molto simili, ma non lo
ricordiamo. Siamo tutti parte di quel tutto a cui torneremo. Siamo uno e ci
separiamo per evolverci giocando, ma questa è una storia più complessa.
Un passo per volta. Tu non sei neanche all’asilo ancora.
– Signora… – sussurrava Lilia con voce flebile – mi scusi, anzi, scusa,
ma non so come chiamarti.
– E non chiamarmi, allora. Adoro essere nessuno. Io sono nessuno. Se
tutti comprendessimo la magia di essere nessuno, in nessuno spazio e in
nessun tempo, le forze dell’universo entrerebbero in noi e diventeremmo
tutto ciò che abbiamo desiderato milioni di volte nei nostri sogni migliori.
– Questo non l’ho proprio ben compreso. – diceva titubante Lilia,
felicemente sorpresa delle poche parole che stava riuscendo a pronunciare.
– Mia cara, questo proprio non lo puoi comprendere ora. Ma quattro
nozioni almeno di chakra, kundalini e alchimia le hai?
Lilia chinava il capo e faceva un segno di dissenso, con vergogna.
– Non pratichi neppure yoga? Neanche un pochino di mindfulness? Per
quanto sia un’aberrazione delle meravigliose tecniche orientali. – la
incalzava la vecchia.
– No, mi dispiace. – rispondeva Lilia – posso chiederti cosa mi capiterà
ancora?
– Semplicissimo. Tutto quello che la tua mente ritiene necessario per
essere considerata eccezionale. Non vuoi sentirti diversa per vanto o
narcisismo. Non pensare che la tua felicità dipenda dal giudizio degli altri.
Essere considerata pazza o eccezionale o fare paura ai più, è una necessità
per noi. È la prova che stiamo diventando completamente noi stesse, che
possiamo vivere senza temere il giudizio altrui. Il che non significa
diventare crudeli, ma semplicemente impossessarsi della propria vera natura
e dar voce alla propria essenza. Se raggiungi la tua verità e ne hai
consapevolezza, ritorni pura e puoi offrire più luce al mondo; puoi diventare
felice e, di conseguenza, aiutare gli altri a fare lo stesso. Gli altri sono
indispensabili, lo sai almeno questo? – la donna osservava il solito
movimento strano del capo di Lilia e capiva che non ne aveva la più pallida
idea.
– Un giorno, capirai. – continuava la strega – E capirai anche che puoi
decidere tutto, tranne il come e il quando. Combatti sempre coloro che
vogliono impossessarsi del potere del come e del quando. Essere in grado di
decidere come, per esempio, otterrai il lavoro dei tuoi sogni o quando
questo accadrà, significa soggiogare la vita degli altri, distruggerla,
manipolarla e questo è ciò che vogliono le ombre.
– Chi sono le ombre? – domandava Lilia, alla quale pareva di non
comprendere più nulla del discorso della signora.
– Ogni cosa a suo tempo. – sentenziava la vecchia – Lo so che ti sembra
di non capirmi e che tutto questo ti pare follia, ma è solo la tua mente
razionale che, come sempre, rifiuta ogni novità. La mente è solo il servitore
del tuo cuore, ma il guaio di oggi è che molti hanno permesso alla mente di
prendere il sopravvento. Ricorda che il potere si avvale sempre di uomini
dalla grande mente, perché sono abitudinari, detestano l’imprevisto,
l’imprevedibilità e qualsiasi novità. Amano la stasi. L’immobilità è ciò che
garantisce il loro potere. Schemi fissi e ripetitivi. In realtà, i pazzi sono loro,
perché sono usciti dalla missione che ciascun abitante dell’universo
dovrebbe avere. Ripetono sempre le stesse cose, infatti, illudendosi di
essere ancora vivi. Non lo sono ovviamente e sopravvivono nella
dimensione coatta. Ora non chiedermi cos’è, perché lo capirai. Capirai tutto,
nel corso del tuo viaggio.
– E se io non volessi più viaggiare? Se preferissi la morte? Come si fa a
vivere in un mondo così ingiusto?
– Alla fine del tuo viaggio lo saprai e quello sarà il tuo inizio. Dipende
sempre e solo tutto da te. Ricorda sempre che la libertà non è scegliere gli
eventi che ti capitano, ma scegliere come reagire a tutto ciò che succede,
indipendentemente dalla tua volontà. Tutto è relativo e nel tutto trovi tutto.
Il bello e il brutto, il giusto e l’ingiusto e così via. E mi raccomando,
ricordati sempre che la realtà risponde a ciò che si è, non a ciò che si vuole.
Non serve a niente volere con la volontà, perché questa non è che una
piccolissima parte di noi. La maggior parte degli esseri viventi è costituita
dall’anima. Puoi chiamare questa parte preponderante del tuo sé invisibile
anima o cuore o superconscio o bambino interiore, ma sia chiaro che,
qualunque sia il suo nome, quella parte costituisce oltre il 90% di ciò che
sei. È quella parte a guidare la tua vita, a scegliere. Prima tu impari a darle
ascolto, a entrarci in contatto, prima la tua vita sarà come desideri. Ora
dormi. Da stanotte non soffrirai più di insonnia. Quando si acquisisce
consapevolezza, il problema scompare. Hai bisogno di riposare molto per
scegliere. Ricordati solo che il tempo è nelle tue mani e che ogni causa
produce sempre i suoi effetti, anche quando ti sembra di non vederli subito.
Le cose accadono solo quando siamo pronti, anche se non ci credi, è così. Il
tempo non è una linea retta, per questo io posso vederlo. In natura non
esistono traiettorie lineari, tutto è circolare, sferico e tutti gli opposti sono
destinati a diventare coincidenti. Tutto è necessario nella vita, anche gli
opposti. Noi conosciamo il mondo e impariamo a muoverci al suo interno,
anche se ne sconosciamo le regole, proprio grazie agli opposti. Tu distingui
il dolce dal salato perché hai conosciuto uno dei due gusti, conosci la notte
perché hai visto il giorno, assapori la gioia perché hai sentito il dolore e via
così. Una volta, però, che il mondo è svelato, bisogna andare oltre. Capire
che in sé si racchiude qualsiasi opposto e conciliarli. Siamo nati per tornare
all’unità; dai a essa il nome che più ti aggrada. Ora dormi, ne hai tanto
bisogno.
Lilia si addormentava. Dormiva per trentasei ore. In genere, ne dormiva
quattro. Al risveglio si sforzava di credere che le parole della sedicente
strega fossero state solo un sogno. È solo una vecchia matta, si ripeteva, ma
sentiva che era stato tutto reale. Poi, prendeva il cellulare e scriveva un
messaggio a Luca: “Fatti un bagno. Resta immerso fino a quando non
vedrai comparire un labirinto di schiuma sull’acqua. Quell’immagine rende
giustizia alla mia mente. Cerco la strada giusta per dirti ciò che vorrei, ma
poi resto ai margini, per non disturbarti. Penso che perdiamo solo le cose
che non ci appartengono e le persone che non ci somigliano. Spero di
partire presto, così ti vedrò per salutarti. Non ti chiederò niente e non ti dirò
nulla, perché noi sappiamo se un silenzio è indifferente assenza o solo una
promessa. Un giorno, il coraggio ci renderà liberi e solo noi decideremo se
e quando rivederci. Per quale ragione ci rivedremo? Per nessuna ragione. La
ragione, per fortuna, non controlla tutto”. Poi lo cancellava e si
addormentava di nuovo.
16. La bestia

Una donna dalle lunghe ciglia bianche stava baciando un uomo dai
capelli indaco e blu, in una casa a diciassette piani, fatta tutta di quarzo.
Ogni piano era di colore diverso, solo all’ultimo si fondevano quarzi
bianchi, rossi, rosa, citrini, verdi, azzurri, blu, indaco, fumé, ametista, ialini,
tormalinati e rutilati. La donna dalle lunghe ciglia bianche e l’uomo dai
capelli indaco e blu facevano un segno di ringraziamento al sole, prima di
lasciare la terrazza e iniziare a scendere le scale volando. A ogni piano,
però, si fermavano per baciarsi o per improvvisare un ballo. Arrivati al
piano terra, in un istante, si facevano piccoli come moscerini e, attraversata
la serratura del grande portone, uscivano dal palazzo. Appena fuori dalla
casa di quarzo, riprendevano le loro sembianze e, prima che potessero fare
qualsiasi altra cosa, notavano un animale sbucato da chissà dove. Era una
bestia tutta pelosa, gialla, dalla forma cilindrica, delle dimensioni di un
gatto, in cui era impossibile scorgere un muso o una coda. Intuendo il
pericolo, l’uomo si voltava verso il portone, cercando invano di sfondarlo.
Quello infatti non si apriva mai, né dall’interno né dall’esterno. Deve essere
stato serrato da quel dio arrogante e presuntuoso di mio padre, pensava
l’uomo. Quella rabbia lo distraeva per qualche secondo. Quando si girava,
di scatto, verso la donna, era già tardi per proteggerla. La bestia stava
saltando sul collo di lei e la mordeva, tentando di soffocarla. Le ciglia
bianche della donna si allungavano ancora di più, fino ad afferrare il corpo
dell’animale, ma non riuscivano a scrollarlo né, tanto meno, a staccarlo.
Anche l’uomo tentava di allontanare la bestia. Prima provava ad afferrarla
per quello che sembrava il dorso. Poi, non sortendo alcun effetto, lanciava
contro l’animale i suoi capelli indaco che, in realtà, erano dei grossi aghi,
agganciati magicamente al resto della sua chioma. Notando che gli aghi
rimbalzavano, cadendo a terra, si lanciava di nuovo contro l’animale e lo
afferrava ancora da dietro, cercando di staccarlo dal collo della sua amata
con tutte le sue forze. L’impresa era impossibile. Quello strano animale
sembrava essersi incorporato alla donna.
I quattro che, nel frattempo, avevano lasciato le loro poltrone trasparenti
e, approfittando della loro invisibilità, erano scesi in quello strano posto per
aiutare i due, non sapevano come fare.
– Non ha ventose né collanti. Non è un animale. – gridava Alice – Ho
letto il suo pensiero.
– Perché quel coso pensa? – ribatteva Mattia – Facciamo qualcosa prima
che sia troppo tardi.
– Ci sto provando. – gridava Alice con la sua voce da bambina.
– Già, dimenticavo che la vita ci ha ripagato per le nostre madri
anaffettive e crudeli e per la mancanza di un padre, donandoci dei super
poteri che non sappiamo usare granché, che funzionano quando pare a loro
e che non salveranno il mondo. – replicava Mattia.
– Non è il momento di litigare questo. – si intrometteva Nadia – Mattia
smettila e tu, Alice, spiegati meglio.
– Ho appena compreso che è un demone. Attacca le coppie che si amano
davvero. Forse ho trovato il modo di fermarlo. – rispondeva Alice che, un
secondo dopo scansava l’uomo e afferrava il demone alle spalle,
agganciando la bestia per la parte più alta del tronco. Quell’animale peloso,
afferrato per quella che, in un essere convenzionale sarebbe stata la testa, si
staccava immediatamente dal collo della donna, trasformandosi in un
demone. Un essere gigantesco, deforme, alto almeno tre metri, con la faccia
stretta e lunga, due lame affilate che sporgevano dalle larghe narici, gli
occhi sporchi di sangue e una bocca enorme che fuoriusciva dai lati del
volto. Alice rimaneva attaccata alle sue spalle ricurve fin quando, con una
mossa repentina, il demone faceva ruotare il suo corpo, trovandosi faccia a
faccia con la ragazza. In un istante, spalancava le sue fauci da orco e la
inghiottiva tutta intera.
– NOOOOOOOOOOO! – gridava Alex. E gridava così forte che i due
giovani amanti svenivano.
– Stai tranquillo, Alex. – cercava di rassicurarlo Nadia, che si era messa
immediatamente dei tappi alle orecchie, estratti in un lampo dalle tasche
enormi dei suoi pantaloni. – Lor ci aiuterà. – continuava – Alice è ed era
invisibile, perciò il demone non deve neppure sapere di averla ingoiata.
– Io voglio Alice! – urlava ancora Alex.
Per quel fragore, Mattia crollava a terra. Nadia estraeva carta e penna e
disegnava una siringa di venti centimetri, al cui interno scriveva
cloroformio e benzodiazepine. Poi la materializzava e immediatamente la
iniettava ad Alex, che stramazzava al suolo.
Alice, intanto, si ritrovava su una spiaggia di sabbia e sassi. Bambini
mongolfiere si ingozzavano di una specie di pasta con uova, verdure, tofu,
carne e granella di arachidi; altri ingurgitavano grilli, bruchi, vermi e
scorpioni fritti; altri ancora budini di riso e dolci al cocco con cipolle fritte.
Dove mai sono finita, si domandava Alice e dov’è finito quel demone.
Forse il suo corpo era un portale, simile a quello di Lor, per questo sono
ancora viva? E dove sono? Dove? Cercava di leggere nella mente di quelle
persone, ma parlavano una lingua che non conosceva. Ci vorrebbe Nadia,
pensava. Iniziava a fluttuare nell’aria avanti e indietro, godendosi la sua
invisibilità e domandandosi come diavolo avrebbe fatto a tornare indietro
dai suoi amici. Le veniva da piangere, perché temeva che sarebbe rimasta
incastrata in quel posto sconosciuto per sempre. Ricordati che sono il
pessimismo e la paura a uccidere, stai calma, respira, si diceva per
rassicurarsi.
A un certo punto, la sua attenzione veniva rapita da una bambina di sei
anni al massimo, che se ne stava in riva al mare con gli occhialini in fronte,
un secchiello e una paletta ai suoi piedi. Cosa fa una bimba tutta sola?
Pensava. Nello stesso istante, notava un vecchio, con la pelle flaccida e
raggrinzita, che camminava a stento, piano piano, in direzione della
bambina, da cui distava ancora una decina di metri. Alice riusciva a
leggergli il pensiero: era italiano. “Ora mi scopo quella. Guarda che culo!
Sembra una palla da bowling e sarà morbido e profumato da mordicchiare”,
stava pensando quel vecchio. Alice gridava per la rabbia e capiva di essere
finita in uno di quei posti in cui i turisti approdano con l’unico scopo di
avere rapporti con bambine e bambini giovanissimi. Non posso permetterlo,
diceva tra sé Alice, concentrandosi per incendiare quel vecchio. L’uomo,
avvertendo un calore insolito e insopportabile ai piedi, si fermava, pensando
che fosse colpa del caldo. Si sedeva sulla sabbia e notava che dai suoi piedi
fuoriusciva del fumo. Iniziava a gridare per un dolore atroce, mentre il suo
alluce prendeva fuoco. Per la paura il suo cuore si fermava. Alice
interrompeva immediatamente la combustione e si allontanava, mentre
degli uomini correvano verso il vecchio, ormai morto. Alice riprendeva a
volare e si ritrovava in una spiaggia di nudisti. In mezzo a loro una bambina
albina, che li guardava interrogandosi sull’anatomia dei loro corpi. Perché
ad alcuni di loro il punto x, quell’essere vivo che hanno in mezzo alle
gambe, sta crescendo e sta diventando un bastone? Si domandava la
bambina, sempre più in ansia e preoccupata. Temeva che, presto, quegli
uomini avrebbero preso il bastone per picchiarla. Alice, intuendo la
situazione, prendeva tutti i legnetti sparsi per la spiaggia e li posizionava a
pochi centimetri dalla bambina, come se volesse nasconderla. Si
concentrava per far diventare invisibili quei rametti, poi li incendiava. Un
incendio divampava in pochi secondi. Il calore che si sprigionava, ma che
nessuno vedeva, costringeva la bambina a correre verso l’acqua.
Immediatamente Alice spegneva le fiamme invisibili, in modo che gli
uomini che si erano affrettati a seguire l’albina, non riuscissero a entrare in
quell’acqua gelida. La bimba, invece, accaldata, si era già tuffata e nuotava
verso il largo. Quando si allontanava quel tanto che bastava a confondere le
idee di quelli che la seguivano dalla riva, Alice la faceva scomparire sotto
un’onda. Immediatamente, si immergeva e la afferrava da dietro, mettendo
le sue mani sotto le braccia della bambina, che diventava invisibile come
lei. In pochi secondi, volando, la conduceva all’interno di un ufficio di
polizia. Anche lei era salva o almeno così si augurava. Al massimo
l’avrebbero creduta matta per il racconto che, forse, avrebbe fatto. Adagiava
la bambina su una sedia, nell’ufficio di una dottoressa che sembrava la
gemella di Alice. Sentiva gli strilli della poliziotta, appena notava una
bambina bagnata davanti a lei.
– E tu chi sei? Come diavolo sei arrivata qui? – urlava la dottoressa.
Alice si complimentava con se stessa, visto che era riuscita a non
uccidere nessuno questa volta. Vorrei diventare come un albero, pensava,
che offre ossigeno a tutti. In questo modo, non mi sentirò in colpa per
coloro che smetteranno di respirare. Il male si autoelimina, se non te ne
curi. Il difficile è proprio riuscire a ignorarlo, rifletteva.
Alice riprendeva a fluttuare nell’aria senza meta, pensando a un modo per
ritornare dai suoi amici. Notava un’isola deserta, immersa nella foresta
tropicale. La perlustrava e si accorgeva che, nascosto dietro una fittissima
vegetazione, sorgeva un tempio tibetano. Somiglia alla chiesetta arroccata
sulla roccia più alta di Portovenere, diceva tra sé. Sfruttando la sua
invisibilità, entrava nel monastero e apprendeva le tecniche della
meditazione trascendentale e di quella della via di mezzo.
Nel frattempo, nel palazzo sospeso tra le nuvole, Mattia e Nadia
discutevano per chi dovesse lavare i denti ad Alex.
– Com’è possibile, – diceva Mattia – che sembra una persona normale da
quando siamo qua, non prende più neppure le sue medicine e poi, invece,
non sa lavarsi i denti?
– Non lo so. Qui tutti sembriamo sani. Neppure io prendo più una
pastiglia. – ribatteva Nadia – Credo semplicemente che nessuno gli abbia
mai insegnato a lavarsi i denti. Fallo tu. Tra uomini…
– Non preoccupatevi. – li interrompeva Alex, che aveva sentito tutto –
Alice mi ha insegnato come si fa.
17. Ritornare a casa

Erano trascorsi due giorni dalla fine della storia con Luca, quando Lilia
andava all’università per comunicare al rettore che rinunciava al compenso,
pur di interrompere immediatamente il suo ciclo di lezioni. Camminava a
fatica perché la sua schiena, come spesso le capitava, era diventata rigida e
dura come una lastra di acciaio e titanio. Aveva la sensazione che quel
piccolo pezzo di metallo extraterrestre, nascosto sotto la sua cicatrice sulla
sacra iliaca destra, ogni tanto crescesse a dismisura dentro il suo corpo,
bloccandolo. Inoltre, aveva l’impressione di avere una corda di fuoco
aggrovigliata, che ondeggiava all’interno del suo corpo, agganciata alla
pineale e all’osso sacro, come se fosse una kundalini impazzita. Quella
corda le impediva anche i movimenti più semplici, come sedersi,
camminare, alzarsi e persino fare pipì. In quei giorni, per ridurre le
occasioni dolorose, non mangiava e non beveva. I medici, diceva tra sé,
hanno sempre detto che se non bevi per tre giorni, ti ammali e dopo poco
muori, ma si sbagliano, perché altrimenti io dovrei essere morta da anni. O
forse sono morta e non me ne accorgo? All’inizio, per curarsi, aveva
ingerito farmaci potentissimi. Si era presto resa conto, però, che il bruciore
di stomaco, causato da quelle medicine, distraeva semplicemente la sua
attenzione dalla schiena di metallo e dalla corda infuocata attorcigliata tra i
suoi muscoli, le vertebre e i rimasugli del suo corpo. Lei sapeva che tutti i
malanni fisici che la attanagliavano non erano che emozioni represse.
Energie che si scaricavano sul suo corpo. L’ignoranza fa credere alla gente
che i sentimenti e le emozioni siano chissà quale pianeta contorto,
immutabile e complesso, quando in realtà non sono che il linguaggio del
corpo, una memoria indelebile, elucubrava. Le gioie rendono il nostro
aspetto più seducente, rafforzando il nostro sistema immunitario; i
dispiaceri, invece, ammalano il fisico. Il corpo ricorda sempre tutto,
congetturava. Avrà memoria, si chiedeva, anche del mio trauma
dell’abbandono? Saprà che è per quello che non riesco a legarmi mai a
nessuno? Sapeva che sperimentare un trauma, quando si è troppo piccoli per
esprimerlo, ricordarlo o dimenticarlo, ci costringe a restare imprigionati in
quel tempo, nell’erronea convinzione di non poter guarire quelle emozioni
dolorose. Aveva studiato anche le varie tecniche per individuare quelle
emozioni dolorose dentro di lei e superarle, ma restava recalcitrante a ogni
tipo di terapia. Forse perché non riusciva mai a estirpare la radice di quei
turbamenti, definiti dagli esperti sempre utili e funzionali.
Mentre camminava per i corridoi dell’università, si augurava di tornare
presto a Trieste, dove uno dei suoi infusi di erbe magiche le avrebbe dato un
po’ di sollievo. Pensando ai suoi infusi, le veniva in mente la casa di
campagna di Roberto, l’amico di Luca e il viaggio avvenuto quando i due
l’avevano lasciata sola su quell’animale dormiente, travestito da terrazza. Si
era ritrovata nello spazio, poco dopo che la terrazza aveva ripreso la sua
vera natura di navicella. A un certo punto, una forza misteriosa l’aveva
scaraventata fuori dall’abitacolo spaziale. Dopo aver galleggiato e fluttuato
nell’aria, con la facilità di un nuotatore esperto, si era lanciata su scivoli
invisibili, a una velocità supersonica, ridendo con folletti gnomi fate
unicorni bambini e altre creature alate, simili agli uomini, tranne che per gli
occhi, luminescenti e appena più piccoli di due palline da tennis. Era quindi
atterrata nella villa di Antonio Lasciak, a pochi passi da Umago, in un posto
incantevole e terrificante al tempo stesso. Antonio, che era un uomo molto
affascinante con i suoi occhi di colore diverso, uno marrone e l’altro verde e
la sua lunga barba morbida, come capelli appena trattati, dopo essersi
presentato, le chiedeva aiuto.
– Solo tu puoi convincere tutti che io non sono uno sfruttatore di donne.
Guarda. – le diceva Antonio – Vedi che questo non sono io? E non c’entra
nulla neppure il mio amico egiziano. È stato costretto a rifugiarsi qui per
evitare di essere travolto da tutto il fango che stavano buttando su di lui. In
primis, il custode di casa sua.
Lilia osservava le immagini che scorrevano su un vetro liquido e
sussultava non appena notava che una trentina tra donne e uomini erano
rinchiusi in una stanza, tra atroci sofferenze; altrettante erano stese
nell’obitorio accanto.
– Chi sei? Un mago, uno stregone, un impostore, chi sei? – gridava Lilia
– E chi sono quei poveretti? Perché sono ridotti in quel modo?
– Le vedi anche tu? – ribatteva Antonio – Sono persone mutilate o con
orribili segni di ustione o con le ossa frantumate o con un occhio solo o che
perdono sangue da ferite aperte. Gente stuprata, seviziata, venduta,
sezionata, torturata. Oppositori del regime, strappati alle loro vite, accusati
ingiustamente. La dittatura ha chiamato queste torture trattamenti sanitari
obbligatori. Prima li hanno privati della libertà di pensiero e poi li hanno
sequestrati, riducendoli così. Tu puoi salvarli tutti. Per questo, prima, ti ho
portato a conoscere uno dei colpevoli di tutto questo, il custode! Il custode è
il capo di un’organizzazione complessa, che opera in tutto il mondo. Qui
dentro – continuava Antonio, consegnandole tre cd – ci sono tutte le prove
che possono incastrare i responsabili. Sono quasi tutti politici, grandi
imprenditori, banchieri, farmacisti e uomini di legge. Si avvalgono di alcuni
scienziati, anche per fare esperimenti sugli esseri umani, con lo scopo di
sviluppare poteri paranormali. Costringono le cavie a pratiche sessuali
disumane, perché sanno che il sesso è, al momento, il potere più grande che
esiste sulla terra. Quello finanziario lo detengono già. Stanno cercando il
modo, ora, per usare il potere sessuale. Il loro primo obiettivo, però, è
quello di trovare una strega e altre quattro persone, due maschi e due
femmine, dai poteri sovrannaturali. Sono convinti che, se non riusciranno a
schiavizzarli, quanto meno li studieranno per impossessarsi dei loro segreti.
Quando ci saranno riusciti, comanderanno il mondo intero. Tu non
immagini che programmi diabolici hanno in mente. Faranno morire milioni
di persone, perché stanno escogitando una crisi economica globale per
diventare ancora più ricchi e potenti. Nel frattempo, torturano anche tutti
quelli che, secondo loro, possono condurli alla strega e ai quattro.
– E a chi dovrei dare questi cd? – chiedeva Lilia.
Poi qualcosa andava storto e si materializzava di nuovo sulla Terra, a casa
di Roberto. Nascondeva immediatamente quei tre cd in borsa, non sapendo
cosa farsene e chiedendosi, come sempre, dove stava la verità e qual era la
realtà autentica.
Appena usciva dall’ufficio del rettore, ricevuta l’ennesima conferma che
a lei riusciva facile tutto quello che per gli altri era impossibile: ricevere in
un lampo il benestare all’interruzione del suo ciclo di lezioni, si domandava
come mai non potesse utilizzare i suoi poteri per guarirsi. Non aveva il
tempo di elaborare una risposta, quando il suo cuore accelerava, prima
ancora che il suo sguardo notasse Luca, diretto verso di lei.
– Ti avrei cercato in tutti gli alberghi di Torino e sarei venuto anche a
Trieste per chiederti perdono. Voglio stare con te. È più forte la voglia di
stare con te. Forse, per una volta, devo dire grazie alla paura, la paura di
perdere la magia del nostro incontro, perché grazie a quella scopriremo
dove ci porterà tutto questo. Ho bisogno di te. – la supplicava Luca.
Luca e Lilia si abbracciavano sulle scale, davanti a tutti. È strano come la
riservatezza scompaia davanti alla passione, pensava lei.
Quella sera, Luca andava a prendere Lilia in albergo con quindici rose
rosse e la portava a cena in un ristorante molto elegante.
– Quindici rose per ogni giorno passato insieme, mio genio. – le
sussurrava appena la vedeva, mentre Lilia si augurava che smettesse presto
di chiamarla in quel modo.
Il cibo, stranamente, questa sera, non sortisce alcuna magia, diceva Lilia
tra sé. In genere, mangiando aumenta la complicità e un senso di benessere
abbatte le barriere. Invece, durante quella cena, i due si allontanavano
sempre di più, al punto che, quando si ritrovavano nudi, a letto, erano ormai
lontani anni luce. Sarà stato per colmare quella distanza che, quella notte,
Luca piombava come un meteorite dentro di lei, con l’impeto di chi sta per
morire, ma non vuole morire. Le faceva male e se ne accorgeva.
– Scusami. – le diceva allontanandosi – non è la serata giusta.
Lilia non diceva nulla. Aveva la condanna di sentire, senza volerlo, ciò
che dovrebbe restare segreto. Si rivestiva e, senza che Luca muovesse un
dito per fermarla, usciva da quella casa. Con un taxi ritornava all’albergo
“Ninfea”. L’anziana signora le sorrideva e, come se sapesse già tutto,
l’accompagnava nella sua camera. Non si dicevano una parola. Gli spiriti
eletti sono sempre aldilà delle parole. Sono entità che vedono cose e
persone, visibili e invisibili, e non hanno bisogno di usare metodi
convenzionali di comunicazione. Tutte le persone importanti vivono dentro
di loro ed è il dialogo interiore, quello muto, che dall’esterno nessuno
scorge, a sciogliere i nodi, a fare chiarezza e a dare conforto.
Il giorno seguente, Lilia si stupiva ancora di se stessa. Senza neanche
accorgersene, mandava un messaggio a Luca e gli chiedeva se aveva voglia
di vederla e di andare al cinema. Luca le rispondeva subito “Non vedo
l’ora”. Lilia era molto soddisfatta di sé, non solo per il messaggio, ma anche
perché non si era lasciata condizionare dalle parole dell’anziana signora.
Lei amava Luca e voleva stare con lui. Si interrogava sul significato del
termine fascinazione, usato dalla sedicente strega, pensando che non
intendesse solo riferirsi a un amore immaturo, ma alla necessità di liberarsi
di Luca. Questo era impossibile o, almeno, così pensava in quel momento.
Appena i due si vedevano, si baciavano con la solita passione, poi Luca la
portava a casa sua. Durante il tragitto, Lilia si scuriva notando che, anche
quel giorno, non sarebbero andati al cinema. Luca non si accorgeva di nulla
e, appena entrati in casa, si scusava, a modo suo, ma non per la sera
precedente, come Lilia si aspettava.
– Sono in compagnia di Demone. Ti avviso. E lui non voleva affatto
uscire di casa, né vederti. Ti giuro, però, che io voglio stare con te. Non
voglio perderti, né ora né mai. Vorrei poter essere libero di scegliere, perché
vorrei scegliere di stare con te senza Demone. Io ti amo, ma come faccio a
chiederti di sopportarmi?
Lilia, avrebbe tanto desiderato che lui le chiedesse di sopportare il suo
demone, perché avrebbe accettato immediatamente. Era convinta di amarlo,
anche se non era mai riuscita a dirglielo. Si ripeteva che nessuna parola
avrebbe mai potuto rendere giustizia alla forza del sentimento che provava
per quell’uomo, perciò restava in silenzio, accusandosi di essere stata
immatura. Aveva avuto aspettative e sapeva bene che chi ama non deve mai
averne. Dopo averle parlato di demone, Luca si scusava e andava in bagno.
Lilia, come era già successo qualche giorno prima, pur non volendolo,
ascoltava la telefonata di Luca. Eccoli qua, sono i miei poteri, diceva tra sé,
mentre sorrideva nervosamente. Non voglio sentire niente, ripeteva tra sé.
Esattamente come la prima volta, però, non poteva fare a meno di ascoltare.
Alcune parole le rimbombavano in testa: “Tu guarda se quella non sarà la
tua rovina. La devi lasciare! Mille secoli non ti hanno insegnato nulla! Gli
imperi non cadono per la corruzione dei costumi, come ci insegnano a
scuola, ma per colpa dell’amore nei confronti di certe donne. Quella è
pericolosa. Vuoi perdere tutto?” gridava l’interlocutore di Luca, che
rispondeva: “Smettila, quanto sei pesante. La lascerò, non temere e troverò
un altro modo per stare con lei”. L’interlocutore ribatteva: “Oh finalmente.
Quale altro modo però? Non combinare disastri, non mescolare le
dimensioni. Non usare i poteri. Smettila, dai. Cambiando discorso, hai
sentito che l’Istat ha detto che nel PIL devono essere considerati i redditi
che derivano dal traffico di stupefacenti e dallo sfruttamento della
prostituzione? Ci sta un economista, che ha persino detto che, sopra i
settantacinque mila dollari annui, secondo studi statunitensi, il reddito non
compra più la felicità. Tutte boiate. Ora fammi andare dai. A presto. Ciao.
Ciao”. Appena chiudeva la telefonata, Luca usciva dal bagno e, come se
niente fosse, si avvicinava a Lilia, che lo guardava con gli occhi sgranati.
– Hai gli occhi più belli del mondo, lo sai vero? – gli diceva Luca – Te lo
dicono tutti, vero? Come faccio a chiedere alla donna con gli occhi più belli
del mondo, all’unica donna che mai amerò di sopportare le mie
oscillazioni? Sarei capace di venirti a prendere dall’altra parte del mondo,
ma so che poi Demone salterebbe fuori e, magari, mi costringerebbe a
lasciarti per strada. Non so proprio quello che devo fare. Io ti amo davvero e
voglio stare con te, ma mi conosco e so che Demone vince sempre. Sono
capace di tutto o quasi, quando lui mi possiede. Sì, non mi vergogno a dirlo,
a volte mi possiede.
Lilia, senza dire una parola, all’improvviso gli girava le spalle e si
dirigeva verso la porta.
– Puoi chiedermi tutto, purché mi lasci stare. Lo sai, vero? – le diceva
Luca, trattenendola per un braccio. Lilia lo guardava negli occhi e gli
sgusciava via come una saponetta ghiacciata. Appena chiudeva il portone
del palazzo, prendeva al volo un taxi, che sembrava essersi materializzato
dal nulla. Si faceva portare alla stazione di Porta Nuova. Voleva solo tornare
a casa e non parlare mai più di quella storia. Voleva solo dimenticare. Luca
la stava tempestando di messaggi farneticanti.
È più facile nascondersi che affrontare il demone che abbiamo dentro,
pensava Lilia, mentre ritornava alla sua vita di sempre. È più facile lottare
contro gli altri che rassegnarsi al male che ci portiamo dentro, si chiami
depressione, ansia, lacerazione o noia. Nessuno può andare contro se stesso,
neppure contro un miliardesimo di sé. Tutti abbiamo un’ombra. Non
diventiamo eroi se la chiamiamo demone. È facile giustificare i propri
limiti, etichettandoli come malattie. In questo mondo, ogni porcheria è
definita malattia. La verità è che siamo dei vigliacchi. Diamo agli altri la
responsabilità di guarirci dalla malattia dell’ansia, della depressione,
dell’ossessione e, persino della violenza e della pedofilia. È più comodo
dare la colpa al passato, alla famiglia, alle esperienze, alla propria
sensibilità, alle disfunzioni cerebrali. È meno faticoso piangersi addosso,
anziché trovare un modo per superare l’infelicità che ci paralizza.
Se avesse potuto parlare ancora a Luca, con la stessa sconosciuta sincerità
di qualche giorno prima, gli avrebbe detto che per amore si può cambiare.
Solo lui, infatti, le aveva fatto venire voglia di essere diversa, di diventare il
meglio di ciò che era, di esprimere la propria vera natura, per intero, senza
paura di mostrare anche i suoi difetti e le sue deformità. Era riuscito a
guardare nel pozzo della sua anima e a cavarne fuori un’altra Lilia. Una
Lilia senza terrore, che vuole vivere, uscire, incontrare gente. Una Lilia che
comprende, finalmente, cosa vuol dire che una vita riuscita si vede dalla
felicità e non dal successo, come scriveva il caro Soriano. Per la prima
volta, aveva pensato che, finché si respira, c’è sempre un motivo per cui
vale la pena respirare.
Durante quei giorni, aveva compreso che la felicità è un bene da
condividere. Per ritrovare quella felicità perduta sapeva che doveva, innanzi
tutto, smettere di sentire quella voce nella testa. Siamo tutti posseduti,
pensava, perché rimuginiamo su ogni più piccola questione e non sappiamo
disattivare quel perenne pensare, che crediamo sia tutto ciò che siamo.
È incredibile come a volte la vita diventi esilarante proprio nei momenti
meno opportuni. Lilia era tristissima, ma non potendo portare il peso della
valigia, a causa del suo infernale mal di schiena, era costretta a chiedere
aiuto agli altri viaggiatori. Gli uomini restavano come ipnotizzati appena
sentivano il suono della sua voce e così Lilia si muoveva per la stazione
come se fosse il Presidente degli Stati Uniti. I più le facevano spazio mentre
passava, altri si fermavano a contemplarla. Un uomo portava la sua valigia,
mentre un’altra dozzina la scortava, sorridendole. La situazione tornava alla
normalità soltanto quando si sedeva al suo posto, sul treno che l’avrebbe
riportata a quella realtà che, in fondo, detestava. Per trascorrere il tempo,
rileggeva ciò che aveva scritto la notte dello spavento, come lei definiva il
giorno in cui aveva conosciuto Luca. Quella notte naturalmente chiudere gli
occhi era stato impossibile. “L’arte attraversa sempre il delirio. Se sei
fortunato e caro agli dei, riesci ad ascoltare te stesso e poi gli altri e a
trovare il modo per esprimere quella forza disumana che vuole ricordare a
tutti ciò che davvero siamo: esseri di luce, entità. L’arte è il regalo di Dio
per sussurrarci qual è la vita vera, quella aldilà di quest’inferno. Nessun
pianeta è tanto atroce come questo, perché ci costringe all’oblio di noi stessi
per incarnarci sulla Terra e poi ci obbliga a restarci, fino a quando non
impariamo la lezione che noi stessi abbiamo scelto di imparare. L’arte è un
ponte tra la materia e lo spirito. L’arte è il solo strumento per farci intuire
che noi siamo energia, esseri eterni e magici, che potrebbero far sollevare i
mari e volare le piante, se solo fossimo stati meno manipolati e non
fossimo, dunque, tanto attaccati al visibile e alla carne. Parlo di fortuna e di
dei, perché esiste tutto. Esistono persino quelli che chiamavano dei. Sono
esseri come noi, con la sola differenza che non sono fatti di carne. Vivono
in un’altra dimensione, che esiste, anche se noi mortali in genere non la
vediamo. Qualcuno di noi, più avanti nell’evoluzione, riesce a vederli. Dei
della pioggia, della luna, del mare, della guerra, folletti, gnomi, elementali,
angeli, spiriti, fantasmi, geni, atlantidei, alieni, oggetti parlanti, entità
innominabili, ecc. ecc. Esistono tutti. Io li ricordo tutti. E ricordo anche che
ogni cosa è viva, perché tutto è energia. Gli atomi di cui sono fatta sono gli
stessi che compongono le sedie o le montagne. Al mutare della vibrazione
cambia la forma che, proprio per questo, è sostanza. La sola verità è che
siamo tutti uguali nel profondo e tutti collegati. Se questi esseri invisibili ci
prendono in simpatia, avremo fortuna. Se crederemo in loro, avremo le
chiavi. Con le chiavi troveremo la felicità. Solo chi crede si salverà. Credete
ai miracoli. Credete all’amore. Esiste un mondo dove la gioia è aria e si
respirano solo pace, allegria e felicità. Lo sa bene chi ha toccato la morte e
l’ha attraversata. Io l’ho fatto”.
Lilia, dopo aver controllato che la notte rapida sul finestrino fosse in
sintonia con l’umore mutevole di quella sera, si lasciava andare al turbinio
di pensieri antichi. Forse, pensava, ci sarà una legge fisica per la quale
riaffiora in superficie ciò che, prima, sprofonda. A ogni azione corrisponde
una reazione uguale e contraria, com’è noto, e si sa che il corpo annegato
torna a galleggiare non appena la natura ha compiuto il suo corso. A furia di
fissare il finestrino, le sembrava che un bambino fosse seduto di fronte a lei.
Sarà quel figlio che non ho potuto avere. Quel figlio che a tutti dico di non
volere, perché lo desidero troppo e tutto ciò che si desidera troppo terrorizza
e, dunque, non può arrivare.
– Forse sei un’allucinazione o forse no, ma sei un buon antidoto alla mia
solitudine, un surrogato del figlio che mai avrò. – diceva Lilia – Mi somigli.
Lo sai vero che la solitudine di un bambino è il canto più vano?
L’impotenza degli anni è un allenamento al domani. I bambini non mentono
o mentono? Il bambino è un essere pacifico e buono? A giudicare è la
convenienza dell’adulto. Bambino, preferisci la casa e il frigo vuoto a un
vassoio caldo e a un televisore acceso. Perché? Ah, ho capito. Mangi da
solo. Il divano è pronto a tacere con te sull’orrore che non potrai mai
testimoniare. Sarai costretto anche tu, come il tuo divano, a indossare una
fodera: nessuno vuole vedere segni di bruciature, macchie o marciume. Lo
so, sussurri e grida abitavano la cucina. Per questo giocavi alla casa deserta,
finché il tuo nome, strangolato in un acuto, ti trascinava alla porta. Hai
dovuto vedere le mani stampate sul collo di tua madre. Le parole di tuo
padre sono diventate un treno, sparato dal futuro al tuo binario centrale,
quello su cui viaggiava il tuo cuore. Da allora, solo gelo, fitte allo stomaco e
dolori svelti al ventre. Hai imparato così a gestire gli aghi delle tue
emozioni. Tanto ora, dopo tutto quello strazio, sei sicuro che dritto al cuore
non potrà arrivarci più nessuno. Dov’è finito il tuo cuore? Strade franate,
cieli infuocati, acque acide non fanno avventurare più nessuno dentro di te.
E poi per cercare che cosa? Cosa di te è sopravvissuto? E perché qualcuno
dovrebbe fare tanta fatica? Basta un clic e sei connesso, sei in rete.
Soffocato dalla rete, ma questo è un dettaglio e i dettagli non interessano
più a nessuno. Tu, però, non sarai mai più da nessuna parte. Sei rimasto
sempre là, davanti alle mani stampate sul collo di tua madre. Conficcato da
quel ricordo, che ti fa da nuovo motore, ma non è un cuore, perciò rende
eternamente presente il tuo passato e si ruba ogni tuo possibile futuro. Solo
con il cuore si può andare avanti e percorrere nuove strade. Io sono la
pellicola tossica che conserva l’ologramma di un istinto di sopravvivenza,
che i mortali chiamano voglia di vivere. Ogni giorno, però, anche per me, è
sempre lo stesso giorno di violenza. La violenza più grande non è la morte,
ma l’abitudine a fare famiglia solo per vedere lo stesso grasso, la stessa
sciarpa, lo stesso passo e gli stessi occhiali neri sul corpo di un altro. I
mortali si accontentano di poco. Da piccoli, appiccicano figurine su un
quadernetto che, presto, butteranno via. Da grandi, appiccicano loro stessi
sui figli, trasformandoli in figurine svolazzanti, che si vogliono buttare via.
Il dolore raccontato scolora. Appare meno doloroso. Più banale. Per questo,
chi lo conosce non ne parla mai con nessuno.
Lilia non aveva dubitato neppure per un istante che quel bambino, seduto
di fronte a lei, fosse reale. Forse per questo, non si stupiva, quando lo
sentiva parlare.
– La memoria non esiste. – diceva il bambino – Tu ricordi la verità?
Lilia lo guardava con attenzione, avrebbe voluto avvicinarsi e
abbracciarlo, ma era come pietrificata, non dalla paura, ma da quella
domanda. Cercava di fare quel suo solito gesto che, con molta fantasia,
poteva sembrare di assenso, ma non riusciva neanche a rendersi conto se era
in grado di muovere il suo corpo.
– Non cambi forse versione in base al tuo interlocutore? O a seconda di
come ti senti? – continuava il bambino – Io, per esempio, non sono chi vedi,
ma chi vorresti vedere. La verità è che ogni uomo è un esercito di
sconosciuti imprevedibili e dovrebbe impiegare la propria vita per capire
chi è, cosa vuole la sua anima e, di conseguenza, perché è arrivato sulla
Terra. Ogni terrestre dovrebbe vivere come noi bambini, che sappiamo
giocare anche in mezzo alle bombe, scalzi, sporchi, affamati, dopo che
hanno ucciso i nostri genitori e siamo rimasti soli al mondo. Noi la
sappiamo accettare la vita. La sappiamo ascoltare. A che servirebbe fare
come voi? Voi vi disperate. Cercate vendette che non vi appagheranno mai.
Soffrite da perdere i capelli, perché lottate sempre contro chi è più forte di
voi. E tutti i nemici saranno sempre più forti di chi li combatte. Il segreto è
dire basta alla guerra. Basta ai combattimenti. Basta alle lotte. La vita è
così. È tutto. Giusta sbagliata felice affamata sanguinante gioiosa terribile
stupenda e soprattutto identica a come il tuo raccoglitore la conserva. Tutti
noi abbiamo dentro un raccoglitore. Un essere che registra tutto quello che
facciamo e che pensiamo. Se non cambi raccoglitore, la tua vita resterà
sempre la stessa, anche se la vita ti parla di continuo e ti spiega ogni giorno
come fare per mutare il raccoglitore. La vita ha sempre messaggi per tutti,
ma nessuno la sta a sentire. Esiste un unico metodo per ovviare a questa
sordità: affidarsi all’unica verità possibile, quella del momento in cui ci sei
e dici all’altro io ci sono. Sono qui e ti aiuto a cucinare o a piegare i calzini,
non perché voglio aiutarti, ma perché voglio entrare nel tuo mondo. Voglio
scoprire tutto di te. Voglio vivere chi sei, anche mentre pulisci o fai le
puzzette o telefoni a un amico. Vorrei tu tornassi alla sorgente per capire
che l’amore è, prima di tutto, ascolto.
Lilia distoglieva lo sguardo dal bambino e osservava la notte sul
finestrino. Le sembrava un mare di inchiostro, l’ennesimo segno che doveva
scrivere. Ma che libro sarebbe uno che racconta tutte le immagini della mia
mente? Si chiedeva la donna. Una volta aveva sentito dire che alcuni
drogati, usando sostanze sintetiche, da laboratorio, erano morti di infarto o
erano sopravvissuti per miracolo alle immagini causate loro dalle droghe.
Alcuni si vedevano divorati dagli squali, altri subivano atti di cannibalismo
o venivano sepolti vivi o mutilati senza motivo. Queste immagini
fantasiose, provocate dalle sostanze psicotrope, producevano delle
conseguenze reali. Questo per Lilia voleva dire due cose: che il cervello non
distingue tra realtà e fantasia e che lei sarebbe stata considerata, nella
migliore delle ipotesi, una povera tossica. Abbandonava quel mare di
inchiostro e si voltava per chiedere al bambino di spiegarle cosa fosse la
sorgente, ma intorno a lei non c’era più nessuno. Forse non gli aveva
prestato attenzione ed era scomparso dalle infinite possibilità del suo futuro,
esattamente com’era accaduto con quel figlio che avrebbe desiderato più di
ogni altra cosa al mondo e che per questo non aveva mai provato ad avere.
Lilia sapeva bene che quando vuoi troppo qualcosa, affermi di non volerla
affatto, per paura di non averla mai. E la paura non può che portarti altra
paura. Solo paura. Con quel suo senso di inutilità stretto al cuore, si
immergeva nel buio dei suoi occhi chiusi, desiderando che qualcuno
asciugasse le sue lacrime, prima che quel dolore smisurato la portasse via. Il
consueto soliloquio di Lilia veniva interrotto dalla voce alterata del Capo
Treno, disperato e arrabbiato, perché due turisti dai tratti nordici, di diciotto
anni al massimo, non volevano scendere dal treno e non avevano il
biglietto. Il Capo Treno, allora, li minacciava di chiamare la polizia e, preso
atto dell’indifferenza dei due, si dirigeva verso l’ufficio di polizia della
stazione in cui erano appena arrivati. Lilia restava scioccata osservando che,
senza averlo deciso, si alzava e, come se il suo corpo fosse guidato da
chissà chi, si avvicinava ai due. Li guardava con dolcezza prima di rivolgere
loro la parola.
– Per favore, sono una poliziotta e sono in ferie, non fatemi lavorare
anche oggi, scendete dal treno. – sussurrava Lilia.
I due si alzavano e, prima di andarsene le parlavano in italiano, tra lo
stupore generale, visto che tutti pensavano che non lo comprendessero
neanche.
– Perché tu non guidi le macchine e non guardi la televisione? – chiedeva
l’uomo.
– Perché potrei guidare solo un’automobile con il cambio automatico –
rispondeva Lilia, senza essere stupita da quelle strane domande – e questo
significa che mi sarei comprata un mezzo collegato alla rete e tutto ciò che
sta in rete può essere controllato. Qualcuno potrebbe fermarmi l’auto
quando vuole, perché potrebbe bloccare i freni a distanza e io vivrei
pensando di avere un’autovettura che frena da sola, quando le pare. Sapete
che qualcuno potrebbe anche spegnere i peacemaker da lontano? La rete mi
fa paura. Non voglio essere un pesce in trappola. Tutto ciò che è in rete si
controlla e ci controlla, come il microchip che vogliono impiantarci sotto
pelle. Sono gli stessi motivi per cui non guardo la televisione e uso
pochissimo il telefonino e naturalmente solo modelli antiquati. Ci possono
spiare anche attraverso il televisore o il telefonino.
– È lei. – esclamava la donna sorridendo.
I due turisti le facevano segno con la mano per salutarla e se ne andavano.
Lilia non si domandava niente, neppure chi fossero, cosa volessero e cosa
significasse quell’affermazione. Era come se, dentro di lei, lo sapesse già,
anche se la sua mente ne era all’oscuro e lei voleva che restasse così.
Sognava di tenere a digiuno la sua testa, con la speranza che, prima o poi,
sarebbe morta di fame, liberandola dalla tortura dei suoi pensieri. E poi,
diceva tra sé, ci sono cose che la mente non deve sapere, perché non le
potrebbe capire e, per paura, combinerebbe solo grandi casini. Il treno
ripartiva e tutti gli altri passeggeri la ringraziavano per quello che aveva
fatto, consentendo a tutti loro di non perdere le coincidenze nelle stazioni
successive o di non accumulare ritardo sull’orario di arrivo.
Lilia pensava che tutto era tornato alla normalità. Era riapparsa anche la
sua capacità di riconoscere i visitatori di altri pianeti e la consapevolezza di
non poterne parlare con nessuno. I misteri svelati perdono il proprio potere,
diventando inutili, pensava. I misteri vanno vissuti e basta, se si possiede la
forza di accettare che conosciamo una parte infinitamente microscopica del
nostro mondo. Per conoscere un frammento di tutto il resto dobbiamo usare
il cuore, che non parla attraverso la ragione e ha una lingua tutta sua, come
l’anima, ai più sconosciuta.
18. Chi sei oggi?

La prof tocca era tornata alla sua vita di sempre.


– Rosa, – sussurrava Lilia – ti ricordi quella volta che mi hai rimproverato
perché dicevi che la mia vita era immobile e sterile?
– Sì, me lo ricordo, e quindi? Dove vuoi arrivare?
– Poi sono finita in coma. Ho avuto quell’incidente. Non ti sei mai sentita
in colpa per questo?
– E perché avrei dovuto? Mica ti ho investito io! Tutti dicevano che per
colpa di quella botta in testa eri impazzita, ma io sapevo che non era vero.
Pazza tu lo sei da sempre. Sei nata pazza.
– Sì, d’accordo. È come diceva Beckett “Nasciamo tutti matti, ma
qualcuno lo rimane”. Non è questo il punto. Non ti sembra strano che io
abbia avuto l’incidente proprio qualche ora dopo il tuo rimprovero?
– No. Non ci vedo nulla di strano. Ancora non hai capito che incolpare gli
altri degli eventi che ti capitano ti fa perdere potere? Gli eventi capitano
perché servono. Tu non sei in un modo o in un altro per colpa di qualcuno
che ti ha fatto questo o quello. Questo modo di pensare è da perdenti.
Sarebbe sicuramente meglio se tu attribuissi almeno il 50% della
responsabilità di un evento al tuo comportamento. Del tipo, se vieni
lasciata, metà della responsabilità è tua. Bada bene, responsabilità, non
colpa. Sono concetti profondamente diversi.
– Sì, questo lo so bene. La responsabilità è la capacità di saper rispondere
a qualcosa di inaspettato e significa, dunque, avere potere su di sé, sulla
propria vita. Ma se io venissi lasciata e pensassi di subire totalmente la
decisione dell’altro?
– Sbaglieresti.
– Ma scusa, se vengo tradita, io che colpe ho?
– Intanto io non ho parlato di colpe! Se fossi mezza sveglia, sapresti che
metà della responsabilità ti appartiene, ti piaccia o no. Se fossi del tutto
sveglia, capiresti che sei stata tu a decidere di essere lasciata. Hai attirato tu
quell’evento. Ti serviva essere lasciata per capire delle cose importanti. E,
se non le capisci, vivrai la stessa identica situazione in modo sempre più
incisivo, finché non apprenderai la lezione. Di conseguenza, questo
significa che sei stata tu a volere il tuo incidente. Lo hai scelto. Ovviamente
non con la razionalità.
– Va bene. Mettiamo che sono stata davvero io ad attirare quell’incidente.
Ma se lo avessi fatto a causa delle energie negative che tu mi hai
risvegliato?
– La vita è tua e attribuirne la responsabilità a me non ti farà stare meglio,
credimi. Per quale motivo poi, a voi vittime lamentose piace essere
considerate delle sante, non l’ho mai capito. Buddha diceva che si viene
puniti dalla nostra stessa rabbia, non per colpa della rabbia. E questo
significa che non esiste nessuno fuori di noi che ci punisce perché siamo
stati cattivi o rabbiosi. Siamo noi stessi a punirci. Ci infliggiamo atroci
supplizi con gli stati d’animo negativi che abbiamo creato. Lo so che,
quando hai avuto l’incidente, eri piena di rabbia e volevi uccidermi per
quello che ti avevo detto. Cosa credi che io non me ne rendessi conto? E mi
sono anche resa conto che, durante quel periodo di coma, tu hai vissuto in
un altro mondo.
– Sì. Quella sì che era vita. Mi ha dato la forza per affrontare questa.
Quando sono entrata in coma, non ho sentito alcun dolore. Mi vedevo in
cima alla stanza, mentre il mio corpo se ne stava steso a letto. Potevo sentire
tutti i pensieri degli altri. Volavo e vedevo dovunque volessi, persino
attraverso le pareti. Ho avuto una cosiddetta NDE, near death experience,
insieme a un’esperienza extracorporea, un OBE, out of body experience.
Erano note già dai tempi di Platone, che ne ha parlato nel mito di Er, nella
sua opera “La Repubblica”. In fondo, io non ero proprio morta, perché il
mio cuore batteva ancora. Si muore solo quando il cuore si ferma e dunque
non manda più sangue al cervello. Lo sai che ci sono degli studi, che
raccontano che il 39% di coloro che hanno avuto un arresto cardiaco ne
conserva un ricordo? Quello che è ancora più stupefacente, però, è che
l’attività cerebrale continua per un po’ anche dopo la morte, perché la
coscienza non si stacca subito dal corpo. La coscienza non è il cervello, né
il cuore. Forse sta fuori di noi e sopravvive alla nostra morte. Mi piacerebbe
essere uno di questi medici o scienziati che stanno cercando di raggiungere
l’immortalità, perché spiegherei al mondo intero che noi già siamo
immortali.
– Lilia, sei sicura di sentirti bene? Mi fai paura. Sembri me. Chiacchieri
chiacchieri… Deve essersi ribaltato il mondo.
– Tu non dici cose così intelligenti. – replicava Lilia ridendo – Tranne
oggi, che mi stai stupendo, perché sembri me. E senti Rosa, visto che oggi
sembri me, mi diresti come si supera un problema?
– Mi domandi questo, anziché chiedermi come faccio a sapere che hai
vissuto in un altro mondo?
– Ora ho bisogno di sapere come si supera un problema. Poi, se ti va,
dimmelo come fai a saperlo.
– No, se non ti interessa non te lo dico. Si vede che non vuoi saperlo.
– Ma no, Rosa! Sei permalosa oggi. Sì, lo voglio sapere.
– Ormai è tardi e, visto che sono permalosa, non te lo dirò. E poi ti prego,
spiegami perché oggi parli così tanto. Stai male? E poi scusa che diavolo ne
so io di come si fa a superare un problema?
– Credevo che lo sapessero tutti. Forse lo sanno tutti tranne te. – diceva
Lilia ridendo.
– Certo, lo sanno tutti tranne me, perché io sono il problema. È questo
che vuoi insinuare?
– Ma no, Rosa! Quanto sei permalosa. Comunque, se non lo sai, te lo dico
io. Qualsiasi problema si supera non pensandoci. I problemi non si
risolvono, si superano. Bisogna pensare ad altro. L’energia va dove metti la
tua attenzione e più energia metti pensando a quella certa cosa, più quella
cresce. Il pensiero la nutre.
– Ma che cos’hai oggi? Non sembri neanche tu. Si è ribaltato il mondo. È
tutto alla rovescia. Chi sei oggi? Ti sei ammalata?
– Lo sai che per gli antichi egizi la malattia derivava da uno stato di
incoerenza? Non lo trovi fantastico che, se pensi in un modo e agisci in un
altro, ti ammali?
– E da quando ami gli egiziani?
– Amo tutte le persone intelligenti. Cosa importa la loro nazionalità? Chi
limita l’essere umano è limitato. Per gli egizi, non egiziani, la cosa più
importante era avere il cuore più leggero di una piuma in punto di morte.
Questo significava essere in pace con tutti, come diceva San Francesco, che
infatti era stato in Egitto. Trovo bellissima quest’idea di simmetria, questo
bisogno di far coincidere ciò che tu fai con quello che sei. Le tue azioni
devono essere uguali identiche ai tuoi pensieri. Deve esserci una
corrispondenza tra il mondo spirituale e quello materiale. Il primo deve
tradursi nel secondo. Del resto, si sa che impari solo ciò che metti in pratica.
Per gli egizi, poi, uomini e donne erano uguali, non conoscevano la
disparità di genere e infatti le donne potevano diventare faraoni. Tutte le
donne dovrebbero conoscere e amare la cultura egizia. Loro sapevano bene
che ciascun essere vivente è sia maschio che femmina. La verità, mia cara
Rosa, è che io sono preoccupata per il mio stato di incoerenza. Io sono
incoerente, perché credo in Dio, ma amo tutti coloro che non hanno
speranza, come i greci. E la religione cristiana si fonda sul concetto di
speranza. La speranza nella resurrezione, in un mondo migliore, in un
futuro più roseo. Come si fa, però, a non amare i greci? I greci hanno
inventato tutto quello che ritengo indispensabile per vivere. Intanto,
sapevano che l’artista è un utile servitore del mondo, colui che lo aiuta a
evolversi. Poi l’artista è in contatto con i piani superiori, è intuitivo e può
svolgere qualsiasi mestiere. Può essere più artista un salumiere di un poeta.
Ricorda che l’arte sa sempre farsi riconoscere. Il problema è che gli uomini
oggi non riconoscono neanche l’amore. Servirebbe riattivare la connessione
cuore cervello, ma se quest’ultimo non funziona, non riceve alcun
messaggio. Lo sapevano bene i greci, che infatti hanno inventato la
filosofia, la madre della psicanalisi e infatti Freud ne attribuiva la paternità
a Schopenauer. Filosofia e psicanalisi che, per me, rappresentano l’arte di
saper pensare con la propria testa e quella di saper esprimere la propria
psiche, la propria interiorità. E poi i greci hanno inventato la medicina, la
matematica, l’architettura, la poesia; conoscevano benissimo l’importanza
della musica e del canto e soprattutto i greci sapevano che cos’era la
felicità. Per loro felicità significava esprimere il proprio daimon, quella
passione autentica che ci rende unici. E sapevano che per riuscire in questo,
era necessario entrare in relazione con l’altro. Solo quando ami un altro,
infatti, ti viene voglia di scoprire qual è il tuo daimon. Quando ami non
conosci mai il motivo vero di quello sconvolgimento, che resta sempre un
mistero. L’unica cosa che sai è che sei irrimediabilmente attratto
dall’autenticità dell’altro. Ed è proprio l’incontro con il mistero dell’altro
che smuove in te la necessità di perlustrare ogni tuo più recondito anfratto,
per portare alla luce la tua unicità. Anche se razionalmente non ne sei
consapevole, sai che solo così potrai stupire il tuo amore e, di conseguenza,
tutto il resto del mondo, con le tue peculiarità. Quando amiamo, abbiamo il
folle bisogno di restituire all’altro un po’ dello stupore che ci ha regalato.
Gli siamo, infatti, infinitamente grati, perché sentiamo che quell’amore ci
ha fatto nascere a nuova vita. Per questo gli altri sono indispensabili. Gli
altri siamo noi.
– Ma cosa ti è successo? La vuoi smettere di parlare a raffica? Mi butto
giù da quest’altalena se continui.
– Rosa, ma di quale altalena stai parlando?
– Oh, ma sei impazzita? È un’ora che ci stiamo dondolando su queste
altalene. Hai insistito tu per venire al bosco di Piulli.
– Capisco che, prima di usare la tua luce, devi vivere tutte le tue tenebre.
– Ma sei impazzita? La smetti di fare la matta?
– Ti sto imitando. – concludeva Lilia scoppiando a ridere. Poi scendeva
dall’altalena e senza curarsi della sorella, correva via, in direzione della
strada. Quando si fermava, si voltava e notava che Rosa non era dietro di
lei. Vedeva avanzare verso di lei due figure femminili.
– Forza, forza, corri! – urlava una donna a una ragazzina, che sembrava
una graffetta aperta, tanto era lunga, storta e secca.
– Mamma, non ce la faccio più. Sono esausta. – ribatteva ansimante la
ragazzina graffetta aperta.
– Non vuoi più essere la migliore? Tu devi essere perfetta, altrimenti farai
la mia fine.
– Ma non ce la faccio più. Ho dolori lancinanti dappertutto.
– Vai, su, corri. Se ti lamenti ancora, vado via e dormi qui, al campo,
stanotte.
Lilia si avvicinava a quella madre e le chiedeva, con il pensiero, di
lasciare in pace la figlia. La donna era morta ma, non essendone
consapevole, continuava a tormentare sua figlia, graffetta aperta, come la
chiamava lei. La donna cominciava a gridare così forte che le vibrazioni di
quelle urla colpivano un’automobile che le stava passando accanto,
bloccandola di botto. L’automobilista che procedeva dietro la vettura
bloccata all’improvviso dalle urla della morta, non riusciva a frenare in
tempo e tamponava l’automobile. Il tamponato, allibito, scendeva
terrorizzato, scusandosi e ripetendo che la sua macchina aveva frenato da
sola. L’altro non voleva sentire ragioni e iniziava a gridare improperi e
offese di tutti i tipi. Un angelo dalla pelle nera, nel frattempo, fluttuando
nell’aria, si avvicinava alla madre di graffetta aperta. Le spiegava che tutti i
morti in modo violento non comprendono subito di essere trapassati e la
convinceva a seguirlo. Lilia così poteva dedicarsi ai due automobilisti. Il
tamponato, nel frattempo, era entrato nella sua autovettura e Lilia non
faceva in tempo ad avvicinarsi che l’automobilista estraeva una pistola e
sparava contro quell’uomo che lo stava insultando.
– La guerra è fuori perché tutti abbiamo una guerra dentro. – gridava
l’uomo sparando – Veniamo sulla Terra per combatterla. Solo così si cresce,
brutto bifolco! Io ti avevo chiesto scusa, ma tu hai deciso di morire oggi.
– La smetta. Basta. – gridava Lilia, non avendo la più pallida idea di
come fermare quell’uomo, che, in risposta, le puntava la pistola in faccia.
Sarebbe morta, se una lei molto più giovane non si fosse piazzata davanti al
braccio armato di quell’uomo che, non appena la vedeva, restava estasiato.
– Ma quanto sei bona? – esclamava l’uomo, che restava immobile a
fissarla e, poi, dopo averla squadrata da capo a piedi, esclamava: – Sei
troppo bona. Non hai idea di quello che ti farei. Hai due tette da sballo e
non oso pensare al tuo culo. Scusami, non riesco a trattenermi. – E, mentre
l’uomo si eccitava, sconvolgendosi per le sue esternazioni, Lilia in versione
adolescente gli strappava la pistola, lo costringeva a consegnarle le manette
che portava in tasca e lo ammanettava al voltante della sua autovettura.
L’uomo era un finto poliziotto, uno di quelli che pensano gli sia tutto
concesso in virtù della corruzione dilagante. Se lo fanno tutti, io farò
peggio, era il suo motto. Sotto la minaccia dell’arma, però, era diventato più
docile del più gracile e indifeso degli anziani.
– Ora hai finito di fare il prepotente. – gridava Lilia adolescente – Tra
poco ti porteranno dentro. Così la smetterai di parcheggiare l’automobile
dove ti pare, occupando due posti e i marciapiedi e le strisce pedonali e
persino quelli riservati alle persone diversamente abili. Hai finito di
minacciare la gente, di rubare e anche di fare il porco. Hai finito di
sputtanare tutti i dipendenti pubblici, poliziotti compresi. Hai finito di
arrivare in ufficio alle dieci e uscire a mezzogiorno. Inoltre, come avrai
notato, ti ho condannato a dire sempre quello che pensi, così tutti sapranno
quanto sei schifoso e impareranno che gli uomini, quando crescono
pervertiti come te, a una certa età, non fanno che parlare di sesso. Devono
compensare il fatto di non esserne più capaci. Hai assunto tante di quelle
droghe per essere più figo, più magro, più forte, più prestante, più grosso e
sempre più stupido che ora il tuo coso non ti si alza più, neanche con una
scatola di pastiglie blu.
– È meglio restare spastico su una carrozzina, piuttosto che vedere donne
da trombare come te e non poterle avere. – rispondeva l’uomo, che si
meravigliava ancora per quello che stava dicendo. – Cosa mi hai fatto lurida
troia? – gridava – La mia bocca dà voce ai miei pensieri senza che io possa
controllarli. Non riesco a fermarla. Maledetta! Toglimi questo maleficio!
Altrimenti ti verrò a prendere e ti sfonderò. Ti farò così male che, quando
avrò finito, non sarai più una donna. Non ti resterà più niente delle
femmine. Ti farò morire lentamente, tra sofferenze atroci. Liberami, puttana
maledetta! Io sono più cattivo del più cattivo dei poliziotti. E io sono un
poliziotto, anche se non ho il tesserino, hai capito? Non mi hanno preso solo
perché altrimenti li avrei fatti sfigurare.
Nel frattempo, la ragazza graffetta aperta, spaventata da tutta quella
situazione, riprendeva a correre velocemente, scomparendo in pochi istanti.
La Lilia più giovane, incurante delle urla del finto poliziotto, spiegava alla
lei più anziana che quell’uomo aveva appena assunto fentanyl, una droga
che costa solo dieci euro ed è centomila volte più forte dell’eroina.
– E tu come fai a saperlo? – chiedeva Lilia alla sé più giovane.
– Shaboo.
– Che significa? – insisteva Lilia.
– Mi piace dire Shaboo… – rispondeva ridacchiando l’adolescente –
Anche se non dovrei dire Shaboo. Shaboo è una droga sintetica dieci mila
volte più potente di un’anfetamina; ti tiene sveglia, senza dormire, anche
per cinque giorni.
– E che me ne importa? – urlava Lilia.
– Dovrebbe importarti, visto che poi voi adulti vi lamentate di noi
giovani, che siamo apatici, autolesionisti e ci accusate di non provare
emozioni, se non quelle forti indotte. Chiedetevi perché, per emozionarci,
dobbiamo guardare film horror, assumere droghe, correre in moto, fare orge
o sesso estremo.
– Ma che c’entra? Che posso farci io, che neppure ho figli? Non ti
capisco. Che vuoi? – gridava ancora più forte Lilia.
– Sei strana, eh! – esclamava la sé più giovane – Prima te ne stai per ore
ad ascoltare i discorsi degli alberi, poi mi invochi e mi chiedi perché
l’antimateria genera la materia. Io allora, per risponderti, attraverso un
tunnel spazio temporale, che è come una scorciatoia, ma molto più stretta e
pericolosa e tu, anziché ringraziarmi, mi tratti così?
– Io non ti ho chiamata e non ti ho mai chiesto niente su quelle droghe.
Che me ne importa?
– E come pensi di arrivare dove devi arrivare? Lo sai almeno che dovrai
attraversare un buco nero? E che la materia non si lascia penetrare dalla
luce, ma si misura con onde gravitazionali? Lo sai che Einstein disse a
Chaplin che lo invidiava perché lui non parlava, ma tutti lo capivano? E sai
cosa rispose Chaplin? Che Einstein invece parlava, tutti lo ammiravano e
nessuno lo capiva.
– Quindi? Cosa vuoi da me? Farmi impazzire?
– Darti un po’ di informazioni utili, che hai dimenticato. Lo sai qual è il
presupposto indispensabile per l’esercizio di qualsiasi diritto?
L’informazione! Io sono un’entità di supporto. A quelle di controllo non stai
piacendo granché ultimamente. Ti ricordi, per esempio, che tutto ciò che
accade, succede prima nel mondo invisibile? Anche se ovviamente gli
esseri umani non possono avere consapevolezza di questo. Ti ricordi per
esempio quanti io sei?
– No. E che me ne importa? Forse ho tanti io quanti sono i miei vestiti? E
quindi?
– Dovrebbe importarti invece, perché i tuoi io li mandi in giro per il
mondo a fare esperienza.
– Veramente mi interessa sapere come fai a esistere ancora tu! Tu dovresti
essere nel passato! Come diavolo fai a essere ancora giovane?
– Ancora non hai capito nulla, quindi? Il passato non è un pozzo
abbandonato o un foglio tritato e riciclato sul quale non puoi più leggere ciò
che è stato. Il tempo lineare non esiste. Passato, presente e futuro sono
stanze dello stesso palazzo. Non si perde nulla. Non hai ancora imparato
che ogni cosa in natura ha una traiettoria circolare?
– Quindi, tu sei viva e sei me giovane? Non sto sognando? E perché non
invecchi con il passare del tempo? Io sono invecchiata.
– Semplice. I miei telomeri sono lunghi, perché io viaggio nello spazio.
Viaggiare nello spazio e saltellare da una dimensione all’altra mantengono
giovani. Non si invecchia mai. Nello spazio il tempo non esiste.
– Ah… e visto che sai tutto, allora spiegami perché non ottengo mai
quello che desidero. È forse il mio destino? Io non crederò mai al destino.
– E sbagli. Il destino non è un libro scritto da un dio. Tu non sei un
burattino nelle mani del creatore. Il destino è il cammino che tu ti sei scelta
prima di incarnarti sulla Terra. Devi imparare alcune lezioni e raggiungere
certi obiettivi. Sono molti i modi in cui puoi apprendere, ma se una cosa è
scritta nel tuo destino, tu la farai. Se devi fare l’esperienza del tradimento,
non importa chi sposerai e, se ti sposerai, perché sarai tradita in ogni caso.
Se la tua missione è servire i più deboli, li servirai.
– E quindi quello che io desidero non conta nulla. Non otterrò mai quello
che voglio.
– Al contrario, otterrai sempre ciò che desideri nel profondo.
– Ti sbagli. Io non ottengo mai quello che voglio. Anzi, spiegami perché,
visto che tu sai tutto.
– Semplice. Perché non pensi a quello che vuoi, ma a quello che non
vuoi. E se dici voglio una cosa, invii alla vita il messaggio che quella cosa
non ce l’hai. Devi imparare a chiedere. Si chiede vivendo quello che
desideri al termine di uno stato meditativo. Appena hai terminato una
meditazione, immagina quello che vorresti e sentine ogni emozione. Così
otterrai quello che vuoi. Legge di risonanza. Agire significa metterci il
cuore, non ripetere andrà tutto bene. Quello non serve a niente. Ora ti
chiedo io una cosa per l’ultima volta. Quanti io sei?
– Oh, smettila! – gridava Lilia – Vattene.
– Ok. Ma prima di passare di là, sappi che il mio vero unico sogno è che
lui possa sentire tutto l’amore immenso e la gratitudine che provo per lui.
Naturalmente non parlo del tuo Luca, che è solo un truffatore, anche se tu
non vuoi accorgertene. Un giorno, forse, capirai che lui è la causa di tutto. E
poi smettila di sentirti sempre minacciata. Ti stanno inseguendo, è vero. Ti
vogliono uccidere, ma avere paura non ti salverà.
La Lilia adolescente scompariva nel nulla, mentre la ragazza graffetta
aperta riappariva tutta sudata di fronte alla prof tocca.
– Grazie. Lei mi ha salvato. Grazie. Ha fatto tutto questo per me. Grazie.
– ripeteva la ragazza graffetta aperta.
– Di niente. Grazie a lei che mi sta dicendo grazie con il cuore. È la prima
volta che sento dire grazie in questo modo. Però non deve ringraziarmi. È
stata la ragazzina a salvarla. – rispondeva Lilia.
– Lei è veramente intelligente. Chi non ha cuore, non capisce niente e
serve solo a sé stesso, dunque, a niente. Lei è in sintonia con quanto afferma
la scienza degli ultimi anni: l’uomo nasce predisposto alla relazione e alla
socialità. È in sostanza un essere non violento, come sosteneva Aristotele.
Non è individualista, assetato di gloria, diffidente e competitivo come
riteneva Hobbes. Sulle considerazioni di Hobbes si fonda l’economia. E
sull’economia, anzi per essere più precisi, sulla finanza si regge il mondo.
Per questo, il suicidio è la seconda causa di morte nella fascia di età
compresa tra i quindici e i ventinove anni. Tutto è collegato. Lo sconforto
mi prende quando noto che quasi più nessuno si domanda perché
aumentano i disturbi psichici e soprattutto la depressione. In fondo, la
risposta è molto semplice. Marx si era accorto che l’unico valore in questo
mondo è il denaro. Questa centralità dei soldi ammala la società. All’uomo
viene chiesto di essere sempre più razionale, produttivo ed efficiente.
L’uomo, però, di fronte alla tecnica e alla tecnologia, non può che essere
inadeguato e il suo senso di frustrazione non può che aumentare. Competere
con le macchine significa perdere in partenza, perché gli strumenti
tecnologici non soffrono, non hanno bisogni da soddisfare, non si
ammalano e non si stancano. E di questo parla Gunther Anders nel suo libro
“L’uomo è antiquato”{13}. Solo gli alieni possono salvare gli uomini da tutto
quello che hanno creato le ombre.
– Ma tu da dove vieni? Perché sai tutte queste cose? Chi sei veramente? E
soprattutto chi sono le ombre? – chiedeva Lilia.
– Davvero non lo sai? Mi permetto di darti del tu. Le ombre sono i
potenti, quelli che governano davvero il mondo. Gli alieni devono salvarci
prima che le ombre contagino tutte le altre galassie. Le ombre hanno creato
tutti i sistemi corrotti, come quelli dei governi, delle banche, delle religioni
e delle ditte farmaceutiche, che creano nuove malattie, ma anche vaccini e
cure per l’obesità. Dove noti strumenti di morte e impoverimento generale,
là stanno agendo le ombre, che si arricchiscono sempre e perseguono il loro
fine di controllo e depopolamento, senza che quasi nessuno se ne accorga.
L’obesità è un altro strumento meraviglioso di potere per le ombre.
L’obesità crea malattie croniche e quella infantile è sempre più dilagante,
soprattutto in Grecia, negli Stati Uniti e in Italia. Le ombre conoscono
benissimo la verità, ma ovviamente non la divulgano per mantenere il loro
potere e accrescere i propri interessi economici. Quando qualche notizia
buona viene alla luce, la screditano, fino a distruggerla, come hanno cercato
di fare, per esempio, con l’ascorbato di potassio, che rappresenta un’ottima
cura contro il cancro. Non ci dicono che non finiremo mai di pagare il
debito pubblico. Per diventare sempre più ricchi, infatti, si sono alleati con
l’alta finanza, inventando la moneta unica e facendo circolare sempre meno
denaro, rendendo di fatto impossibile appianare il debito. Ai potenti serve
che ci siano sempre più poveri, che sono i più facili da corrompere, ricattare
e soggiogare. I potenti non sono che ombre criminali e sono riusciti a
infiltrarsi anche nel Vaticano, che rappresenta il potere più antico del
mondo, partner dei servizi segreti americani. Perché pensi che la vera storia
di Gesù e del cristianesimo sia stata manipolata? Tutta la storia si fonda
sulle menzogne. Noi potremmo lavorare tre mesi in tutta una vita e
trascorrere il resto del tempo in vacanza, a fare ciò che vogliamo, se non ci
avessero sottratto la verità. Non siamo nati per soffrire, né per lavorare.
L’inferno è una loro invenzione. Nutrono gli uomini di paure, per questo
vengono creduti e seguiti. L’essere umano è diventato stupido. Vuole
conquistare chi lo detesta. Ama chi gli fa del male. Lo sai perché non
scoppiano più guerre mondiali? Perché i potenti hanno compreso che si
comanda meglio senza usare violenza, basta amministrare i soldi e usare
armi batteriologiche, come i virus, per diminuire la popolazione e
schiavizzare facilmente chi resta in vita. Scusami, ogni tanto divago a causa
delle mie sinapsi, che mi costringono a un’infinità di associazioni di
pensiero. Ti stavo dicendo, quella ragazzina eri tu, solo più giovane e bella.
Una te che si ama. – sussurrava la ragazza graffetta aperta.
– Mah! Non saprei. – esclamava Lilia – Come sai tutte queste cose?
– Perché neppure io sono chi sembro. Provengo da un luogo dove si può
osservare il mondo senza veli. Caduti gli inganni, la verità emerge. In realtà,
io sono un maschio e persino malato. Qui e adesso no, però. Io non sono
quello che appaio ora. Io non sono quello che tu credi. Come tu non sei
quello che credono. – diceva la graffetta aperta.
– Nessuno è quello che crede. – ribatteva Lilia.
– Se è per questo, nessuno è come appare. Noi pensiamo di essere un
corpo fisico, nato per caso, che morirà e fine della storia, ma non è affatto
così. Comunque il punto, qui, non è cosa credi tu o se io credo in te, ma
cosa credono loro. – la incalzava la graffetta.
– Loro chi? – chiedeva Lilia.
– Quelli che ti vogliono uccidere.
– Ma se noi scegliamo ogni cosa, perché scegliere di essere inseguita e
uccisa? Puoi aiutarmi? – domandava Lilia.
– Chiedilo a chi lo ha scelto.
– A me stessa? Ma io lo chiedo a te, perché non lo so.
– E allora io ti chiedo perché vuoi essere uccisa?
– Forse perché ho sempre desiderato morire? La vita, così diversa dalle
mie aspettative, mi era insopportabile.
– Ti era. Quindi hai cambiato idea ora?
– Mi hai cambiato tu, adesso.
– Come?
– Sono attratta da te. Non lo so. Sprigioni energia, una luce diversa. Non
lo spiegare.
– E allora te lo chiedo di nuovo. Non vuoi più morire? Hai cambiato idea
ora?
– Te l’ho detto. Mi hai cambiato tu.
– Nessuno cambia nessuno. Gli incontri ti cambiano, se tu lo permetti. La
scelta è sempre tua. Ci rivedremo e quel giorno avrò il mio vero aspetto. Mi
riconoscerai.
19. Una partita di poker

– Tu sai qual è la prima causa di morte violenta delle donne di età


compresa tra i quattordici e i sessant’anni? Il femminicidio. Anche quando
non vengono fatte a pezzi, muoiono di parto a sei anni o sono picchiate
seviziate violentate ustionate amputate lapidate o non possono uscire di casa
da sole o guidare. Scompaiono migliaia di donne nell’indifferenza del
mondo. Tu che sei un mago, liberale e io ti crederò. Altrimenti, ti farò fuori.
Al diavolo la buona educazione. È per colpa di quella dannata educazione
che mi sono ammalata. Tutte le volte che ho subito ingiustizie e mi è
cresciuta dentro una rabbia disumana, non potevo scorticare coloro che mi
facevano del male. No! Dovevo far finta di niente per buona educazione.
Ma i genitori lo sanno che tutta quell’energia restava dentro di me e mi
avvelenava? E lo sanno che l’energia non si crea e non si distrugge? –
chiedeva una donna truccatissima, dai capelli rossi, con gli occhi e le
palpebre che sembravano essere stati immersi, per giorni, nell’inchiostro
nero, seduta a un tavolo verde, con delle carte da poker in mano.
– I genitori insegnano quello che sanno. Dovevano forse educarti a
diventare un serial killer? – ribatteva un uomo con il cappello da mago.
– No. Ma almeno insegnarmi a trasmutare quella rabbia. Farmela uscire
da qualche parte. Invece me la sono tenuta stretta in pancia e ora, guarda
caso, sto morendo di tumore al fegato. E anche di noia, se non arrivano gli
altri giocatori. Stanotte, mi voglio giocare tutto quello che ho. Vi ridurrò sul
lastrico. Trovo sia stupendo bluffare e vincere, mentre voi maschietti
lasciate trasparire tutto. Noi siamo molto più creative di voi, che sapete solo
ucciderci. Noi sappiamo tenervi all’inferno per secoli. Ma non è colpa
vostra. Del resto voi avete quell’essere vivo attaccato in mezzo alle gambe.
Non come noi, che siamo misteriose e riservate. Per questo abbiamo molto
meno pudore di voi. Dobbiamo dissimulare. Prendi tre bimbi di tre anni al
massimo e fotografali nudi. Scoprirai che solo il vero maschio si mette la
mano davanti a quel suo coso vivo. La femmina e l’incerto no. Loro hanno
la sfrontatezza di chi può nascondere la verità. Che noioso sei! Già sei
ridicolo con quel cappello, ma non parli mai? E comunque lo so che
potrebbe esserci anche un’altra spiegazione per il mio cancro. Se non è la
mia rabbia repressa, potrebbe essere la mia punizione per qualcosa di
malvagio che ho commesso in un’altra vita oppure in una vita parallela.
Karma, ma non mi piace come parola. È inflazionata. Credere nella
reincarnazione o nelle vite parallele non cambia gli effetti. Forse sono stata
accoltellata proprio al fegato nella mia vita precedente o durante una
battaglia con un demone nel regno dei cloni. Lo conosci?
– Certo. Il regno delle intenzioni. Dove vivono le copie di noi che hanno
il coraggio di fare quello che noi sulla Terra non siamo riusciti a compiere.
Ne sai di cose per essere una donna.
– Oggi la gente si sconvolge se un’insegnante di lettere parla di
matematica fisica idraulica ottica e scienze, ma in passato, quando a farlo
erano Archimede o Leonardo, nessuno si sorprendeva. E, se tu fossi uno
sciamano, non ti sorprenderesti della mia malattia. Sapresti anche che, per
guarire un’anima, ci vuole un’altra anima. Lo sai che essere malati, per gli
sciamani, significa perdere pezzi di anima? Ti ammali, perché pezzi della
tua anima se ne vanno in un’altra dimensione, nell’aldilà. Ma quei pezzi di
anima possono essere recuperati, proprio da loro, gli sciamani. Loro sanno
andare e tornare dal regno dei morti, in quanto loro sanno che tutti siamo un
po’ vivi e un po’ morti, chi più chi meno, naturalmente. Se sei in coma, per
esempio, significa che quasi tutta la tua anima è andata dall’altra parte,
anche se tu continui a sentire tutto quello che accade intorno a te, ma non lo
riesci a comunicare a nessuno. Quindi? Ci sei mai stato nel regno dei cloni?
Io sì. E ne ho combinate… – la donna truccatissima, dai capelli rossi, con
gli occhi e le palpebre che sembravano essere stati immersi, per giorni,
nell’inchiostro nero, scoppiava a ridere e poi riprendeva – Non mi
stupirebbe se ora stessi morendo per via di qualcosa che ho fatto in quel
mondo. Quindi, ci sei mai stato?
– Il mago vede la realtà senza illusioni e quindi non ne ho avuto bisogno.
– Perché ora parli di bisogno? Solo i falliti dicono di aver fatto qualcosa
per bisogno. Le persone intelligenti sanno che scelgono sempre tutto. Io
gioco a poker e mi mantengo con le vincite per scelta. Potevo fare la vittima
e attribuire la colpa della mia vita insana al mio stupratore o a tutti gli
uomini che mi hanno usato e calpestato. Quindi, spiegami, cosa vuol dire
che non hai mai avuto bisogno di andare nel regno dei cloni? E che tu vedi
la realtà senza illusioni?
– Niente. Solo che niente è come sembra.
– Sei più sconnesso di me! O sei semplicemente uno schiavo che è stato
mandato per ipnotizzarmi e guarirmi? Perché non ti capisco. Ho sentito
parlare di quelle persone che guariscono da tutti i loro mali, quando
qualcuno le manda in trans e scopre l’origine del loro malessere. Poi tutto si
risolve magicamente. Lo so che ogni guarigione può essere istantanea, ma
solo se ci credi. E io non ci credo. Lo sai che anche sotto ipnosi non si può
mai costringere nessuno ad andare contro la propria vera natura? Quindi, se
anche ora tu mi ipnotizzassi e mi ordinassi di uccidere qualcuno, io non lo
farei. Sono un angelo! – esclamava la donna scoppiando a ridere.
– Tu credi ancora che esistano persone in grado di curarti o suscitarti
rabbia o pulsioni omicide? Non capisci che qualunque cosa ti stiano
facendo le persone, sei tu a fargliela fare? E loro obbediscono per farti un
favore. Sei tu che chiedi malattie, dolori e nemici, prima di incarnarti sulla
Terra. Lo fai per evolverti più velocemente. Per capire le lezioni più in
fretta. Il tuo unico nemico sei tu e soltanto tu. – ribatteva l’uomo con il
cappello da mago.
– Ma cosa diavolo stai dicendo? Tu sei pazzo!
– Luca non si è comportato con te come l’uomo dei tuoi sogni? Salvo poi
lasciarti senza motivo? Non trovi che questo sia quanto meno strano? Sei tu
che gli hai chiesto tutto quello che stai vivendo.
– Tu sei un folle! Taci!
– Lo sai che in America il testimone oculare non conta praticamente più
nulla? Perché hanno compreso che la verità non esiste. Nessun uomo è in
grado di coglierla. La interpreta e basta. Ogni volta che si ricorda qualcosa,
dunque, la si altera. Luca ti sta manipolando. Arriverà al punto di farti
credere di aver ucciso un uomo. E se tu lo confessassi, per te sarebbe la
fine. Quindi, taci. Sei tu che devi tacere! Del resto, quasi sempre, si dice
agli altri quello che si vorrebbe dire a se stessi. Accetta, quindi, il mio
consiglio. Parla il meno possibile. Non raccontare nulla di te. Impegnati a
realizzare quello che Jung consigliava a tutti di fare e cioè rendi cosciente
l’inconscio, altrimenti sarà lui a guidarti e lo chiamerai destino{14}.
– Che palle! Sei noioso e incomprensibile.
– Cosa vuoi che ti dica? Forse potrebbe aiutarti una delle celebri
affermazioni di Jung, secondo il quale in ognuno di noi vi è un altro che non
conosciamo e ci parla attraverso il sogno.
– Dentro di me non c’è proprio niente che io non conosca, mago da
strapazzo!
– E allora vuoi sentirti dire che sei stata bravissima quando hai sventrato
la poliziotta che trovavi sciatta perché priva di trucco?
– Non sono stata io a farlo! È stata la mia copia nel regno dei cloni. E poi
quella non era una vera poliziotta. Era un demone. Diceva che io avevo
disobbedito e mi ha fatto inseguire da un uomo che voleva rompermi l’osso
ioide.
– Io non ho visto nessun demone, né ho sentito quella donna
rimproverarti perché tu avevi disobbedito.
– Anziché essere un mago, sei un dio? Tu vedi e senti tutto?
– Dico solo che, da dove sto, ho un’ottima prospettiva. Forse mi è
sfuggito qualcosa. Ho visto, però, che tu ce l’avevi con lei perché era
sciatta.
– Senti, io non ce l’avevo con lei. Io trovo semplicemente ingiusto che
alcune siano donne e non usino la propria femminilità. Se sei donna, hai il
dovere di usare quello che ti è stato dato. Non è questione di trucco, ma di
stile. Le donne come quella dovrebbero diventare uomini all’istante.
– E perché? Non capisco.
– Quelle appartengono al genere di donne che, con i capelli sporchi, unti
e puzzolenti, in palestra, dopo lo sport, si passano spazzola e phon per
apparire in ordine. Nel frattempo, tutte le altre, che sono fresche di doccia,
muoiono per la puzza di uovo marcio che invade l’intero spogliatoio, a
causa proprio di quelle donne zozze, che si lisciano i capelli unti, sporchi e
puzzolenti. Capito? E meno male che tu sei un mago!
– Tu hai detto che sono un mago. Vuoi che io sia un mago? Lo sono.
– Io voglio sapere chi sei veramente! Perché indossi quel cappello da
mago, se non sei un mago?
– Mi chiamo Leonardo.
– E che me ne importa del tuo nome? Quanto meno mi devi dire anche il
tuo cognome, ma non dirmelo. Non me ne frega niente del tuo nome,
figurati del cognome. Voglio sapere chi sei! In che mondo siamo adesso?
– Questo dovresti saperlo tu.
– Già, dimenticavo che tu non sai niente! Non sai neppure che abbiamo
sette corpi e quello fisico è soltanto uno dei sette? E pensi che se ne stiano
tutti e sette insieme a godersi una vita insignificante?
– Non lo so.
– Ma no! Ovvio che no! Quasi tutti i mondi hanno più di quaranta
dimensioni, ma gli umani ne percepiscono a malapena tre! È inutile parlare
con te. Dimmi almeno perché non arrivano gli altri giocatori. Io voglio solo
fare una partita a poker! E tu che diavolo vuoi da me? Dimmelo subito o
io…
– Capire come aiutarti. – lo interrompeva Leonardo Mattia.
– Io non ho bisogno di essere aiutata. – gridava la donna truccatissima dai
capelli rossi, mentre si piegava sotto il tavolo, dove prendeva una corda
lunghissima che terminava con la testa di un serpente. Poi, con tono
minaccioso, continuava – Tu mi hai fatto diventare una furia! Questa la
riconosci? È la corda della tua poliziotta sciatta. Quindi ora capisci chi ha
vinto? – Poi, si avvicinava all’uomo per ucciderlo. Le carte crescevano
all’improvviso, diventando le mura di un labirinto.
Leonardo, intuendo le intenzioni della donna, iniziava a correre, sperando
di riuscire a smaterializzarsi al più presto, per ritornare al palazzo sospeso
tra le nuvole. La furia stava per raggiungerlo, quando si ricordava di quello
che, una sera, gli aveva detto Nadia. Tutti noi possiamo trasformarci in
almeno un animale, quello che sentiamo più simile a noi. Con un po’ di
esercizio potremmo assumere le sembianze di qualsiasi bestia, aveva
aggiunto la sua amata. Mattia si rimproverava di non averle mai voluto dare
retta e di non essersi mai allenato. Adesso, però, doveva riuscirci, non aveva
scampo altrimenti. La donna stava per afferrarlo, quando Mattia si
trasformava in una zanzara. Fra tutti gli animali che ci sono, dovevo
diventare proprio il più fastidioso e brutto che esista. Certo, sempre meglio
di una mosca, diceva tra sé. La donna, allora, per sconfiggerlo, diventava
una manta volante. A Mattia girava la testa per tutte le piroette che stava
facendo per non lasciarsi divorare da quello strano pesce con il mantello.
Stava per svenire, quando riusciva a trasformarsi in un elefante. Si sentiva
rassicurato, sentendo che sul suo capo si era nuovamente materializzato il
capello da mago, che nascondeva il suo elmetto dalla vista di Lilia. Pochi
istanti dopo la trasformazione, si materializzava nel palazzo sospeso tra le
nuvole, affannato e spaventato.
– Quindi sei una zanzara pachidermica? – diceva Nadia prendendolo in
giro e ridendo.
– Sì, sì, – rispondeva ansimante Mattia – prendimi in giro. La Lilia di
quella dimensione era terribile. Una strega da stereotipo! Una vera furia! Ci
è mancato poco mi uccidesse.
– Su, smettila, non essere sempre il solito esagerato. Piuttosto, parliamo
di cose serie, come diavolo sapevi tutte quelle cose? E come hai fatto a
ritornare qui, giusto in tempo? – gli chiedeva Nadia.
– Non lo so. – rispondeva Mattia.
– Era nella dimensione similonirica e lì si può essere ciò che si desidera.
– sentenziava Alex, mentre Alice lo contemplava estasiata, chiedendosi se
mai un giorno avrebbe avuto il coraggio di dirgli “Buongiorno mio sole,
mia luce, mia gioia, mio tesoro, mio supereroe, mio dolcissimo fannullone,
mia giovane e meravigliosa vita, mio poeta, mio immenso amore, mio
brontolo, mio bellissimo uomo, mio stupendo amico, mio infinito stupore,
mio straordinario padre figlio fratello, mia fantastica famiglia, mio sempre
desiderato mare, mia ardua montagna, mio perfetto compagno, mio ricordo,
mio futuro, mio impareggiabile presente, mio insicuro bambino, mio stanco
vecchietto, mio universo, mia esplorazione, mio adorato nemico, mio
conoscitore dell’anima, mio tutto… Grazie di esserci e di amarmi”.
20. Andare avanti tornando indietro

Dopo quella sera, Lilia si era ritrovata nella stanza delle torture. Uno
stretto sotterraneo di ombre in cui era sprofondata per il peso di tutta una
serie di eventi, che credeva di aver dimenticato. I pensieri torrenziali e
asfissianti del giorno precedente l’avevano trascinata negli anfratti del suo
passato. Forse, si diceva, prima di abbandonare certe stanze è necessario
esplorarle e ripulirle. L’idea, però, di restare sigillata ermeticamente in quei
luoghi, le aveva sempre impedito di visitarli. Lilia non poteva muoversi per
il dolore alla schiena, che la faceva impazzire. Sincro, che svolazzava
intorno a lei, telepaticamente le spiegava le origini della sua sofferenza.
– Il dolore tra il collo e il coccige significa che le entità ti stanno
picchiando o si sono accomodate l’una sull’altra appiccicandosi a te per
risonanza. Quando incontriamo delle persone che ci fanno del male, siano
reali in carne e ossa oppure no, significa semplicemente che, in un’altra
vita, noi abbiamo fatto del male ad altri. Se perdoniamo chi ci fa del male,
allora perdoneremo anche noi che, in un’altra vita, abbiamo fatto soffrire
qualcun altro e, in genere, lo abbiamo dimenticato. Il male è necessario
nella vita, come lo è sbagliare. Ogni cosa lo è. Anche se noi non lo
capiamo. Il male esiste per garantirci il libero arbitrio. Se non esistesse il
male, come potresti scegliere di fare il bene? La realtà è duale qui sulla
Terra perché i terrestri altrimenti non conoscerebbero nulla e non
potrebbero scegliere. Da dove veniamo noi, invece, tutto è uno. E a
proposito di uno, l’unico errore, spesso irrimediabile, è quello di sentirsi
soli. Non devi più farlo, promettimelo. Se ti senti sola, non puoi affrontare i
demoni, né superare l’inferno.
Sarà anche vero che, più si ha la coscienza sviluppata, più il corpo fisico
deve essere dolorante per non intralciarla, ma io voglio cambiare questa
regola esoterica! Diceva Lilia telepaticamente a Sincro. Poi, prendeva la sua
insonnia e usciva di casa. Sperava che, costringendo le sue gambe a
camminare, avrebbe sciolto le sue articolazioni. Mentre passeggiava per una
strada buia, in lontananza, scorgeva un bambino in lacrime, seduto a terra.
– Perché piangi? Cosa ci fai da solo a quest’ora? È notte fonda. Non sai
che è pericoloso? Ti sei perso? Come ti chiami? Se vuoi, ti accompagno a
casa. – sussurrava Lilia, stupendosi per quella raffica di domande.
– Cos’è? Un interrogatorio? Sei una piedi piatti? Io piango quanto mi
pare e piace. Hai capito? Il mio papino andrà all’inferno. E io non voglio
più tornare a casa. – rispondeva il bambino tra i singhiozzi.
– Ma chi ti ha detto una stupidaggine simile? Nessuno può sapere dove
andrà dopo la morte. Beh, a dire il vero, l’interessato potrebbe saperlo, ma
questa è un’altra storia. Chi ti ha detto questa stupidaggine?
– Me lo ha detto la catechista. Lei lo sa. Ne è sicura.
– Ma non è possibile, guarda, avrai capito male. – Il bambino allora
iniziava a urlare e a piangere ancora più forte.
– Calmati, calmati. – ripeteva Lilia – Raccontami tutto. Vedrai che
troveremo una soluzione.
– Non c’è soluzione. Io voglio morire se il mio papino andrà all’inferno.
Mi voglio uccidere, così pure io andrò con lui all’inferno.
– Non andrai all’inferno. Dio è buono.
– E chi te lo ha detto che Dio è buono. Lo conosci? È tuo amico? È
cattivo, se manda il mio papà all’inferno. Oggi la catechista ha detto che
dovevamo raccontare dei nostri papà. Quando è stato il mio turno, io ho
detto che il mio papino è divorziato, non va a messa e non crede nella
Chiesa. Lei allora ha risposto dicendo che gli uomini come il mio papino
sono dei peccatori e finiscono all’inferno.
– Mi dispiace tanto, ma la catechista si è sbagliata. Neppure lei è amica di
Dio e quindi non lo sa dove finirà tuo padre.
– No, ti sbagli. Lei è catechista. Lei è amica di Dio. Lei certe cose le sa.
Non è mica come te. Lei non cammina da sola di notte per la città. Tu sarai
una malintenzionata. Anzi, se non te ne vai subito, mi metto a gridare più di
un’ambulanza o di una donna.
– Ma no! Io non sono una malintenzionata. Io voglio solo accompagnarti
a casa. E poi cos’è questa storia che le donne gridano? Magari gridassimo
quando dovremmo. Tu, però, ora, per favore, smettila di piangere. A che
serve piangere?
– E fare tante domande a che serve?
– Hai ragione, dai, scusami. Fidati di me. Tu sei un bambino speciale e,
anche se tuo padre fosse destinato a finire all’inferno, tu puoi sempre
salvarlo.
– Lo pensi davvero? – ribatteva il bambino che, sentendo quelle parole,
smetteva di piangere e continuava. – Se non lo posso aiutare, io a casa non
ci voglio più tornare.
– Solo un bambino speciale può essere così sensibile. Tu ti preoccupi di
tutti. Questo è molto nobile. Significa che il tuo cuore è puro. Devi tornare,
per aiutare il tuo papà e anche perché ti staranno cercando. Saranno tutti
molto preoccupati per la tua assenza.
– Mia madre sarà contenta. Lei è una comandante. Ha sempre comandato
su di sé, su di me, su papà e sui malati. Lei lo ha sempre odiato papà. Sarà
felice se va all’inferno. Il mio papino invece neanche lo saprà che non sono
tornato a casa.
– Ma cosa dici? Sicuramente la tua mamma sarà preoccupatissima. Sarà
già dalla polizia a presentare la denuncia e avrà informato tuo padre.
– No. La mia mamma è la donna più cattiva del mondo.
– Non esistono le persone cattive.
– Sì, che esistono. Lei è cattiva.
– I cattivi sono solo persone che non si sentono amate.
– Io la amavo tanto la mia mamma. Lei invece non mi ha mai amato. Mi
ha abbandonato quando neppure camminavo.
– Mi dispiace tantissimo. Magari è stata costretta a farlo, perché stava
male. Sono sicura che se la chiami adesso, lei sarà felicissima di rivederti.
– Davvero?
– Certo.
– Ma io non so più niente di lei.
– Non preoccuparti. Ti dirò io come trovarla.
– E tu come lo sai?
– Perché mi sa che io ho conosciuto tua madre.
– E quando l’hai conosciuta?
– È difficile da spiegare adesso. Tu pensa che la conoscerò presto e potrò
aiutarti.
– E allora sei solo una bugiarda! – gridava il bambino – Prima dici che
l’hai conosciuta, poi, che la conoscerai presto. Tu sei matta!
– Non dire così. – lo supplicava Lilia – Fidati di me. Ti prometto che ti
aiuterò. Io vedo il futuro o viaggio nel tempo. Mettila come ti pare. Tu sei
un pezzo del mio passato o io del tuo.
– Davvero? Ma allora sei una maga!
– Beh, non proprio. Non mi capita sempre. Ogni tanto, sento delle cose e
poi queste cose accadono.
– Che figo! Mi spieghi come si fa?
– Un giorno, se scopro come si fa, ti prometto che te lo spiego. Sempre
che non sia tu a spiegarlo a me.
– Io? E come faccio io? Io sono solo un bambino.
– I bambini sono magici. Non lo sai?
– Davvero? E quale magia posso fare io?
– Puoi far sorridere le persone e ridare loro la voglia di vivere, per
esempio. I bambini sanno far ripartire i cuori che si sono arrugginiti e sanno
sciogliere le persone che sono diventate di ghiaccio. Senti, si sta facendo
tardissimo, chiamiamo tuo padre?
– Non lo so il suo numero di telefono. Mi puoi accompagnare a casa sua.
Io ho le chiavi.
– Ma ti lascia a casa da solo?
– No. Io vivo con mia nonna.
– Ti accompagno lì allora.
– No! Ti prego! Io voglio andare dal mio papà. Poi però lui finirà nei
guai, perché oggi non è un giorno suo. Se mi prende quando non gli spetta,
la nonna chiama la polizia.
– Ma tu vuoi stare con il tuo papà, giusto?
– Sì. Io vorrei stare sempre con lui.
– E allora questa cosa stasera la dirai al tuo papà e poi insieme la direte a
un giudice, che deciderà.
– I giudici pensano che il mio papino ha ucciso mia madre, per questo mi
hanno mandato a vivere con mia nonna. Mia nonna, però, è come mia
madre. Non mi vuole. Io so che il mio papino non ha fatto niente alla mia
mamma. Per fortuna non hanno trovato il suo corpo. Tutti i colleghi del mio
papino hanno detto al giudice che lui era al lavoro, quando mamma è
scomparsa e ci sono tante prove che il mio papino dice sempre la verità. I
giudici però non gli credono. Mi puoi aiutare tu?
– Sì, non preoccuparti. Ci penserò io. Il tuo papà non ha ucciso nessuno.
– Se io vado a vivere con il mio papino, me lo posso portare in chiesa e
così non finirà più all’inferno. Giusto?
Lilia gli metteva una mano sulla spalla, annuiva e, facendolo alzare da
terra, lo accompagnava a casa.
21. Il rituale e il bacio

Dopo ore di discussioni su quale rituale utilizzare per mettere in pratica la


teoria di Alex, si accordavano sull’atto magico. A piedi nudi sulla terra, in
circolo, dovevano stringere nella mano sinistra un pugno di terra, poi
gettarla davanti a loro. A quel punto, ciascuno doveva versare su quella
terra mezzo bicchiere d’acqua e, a turno, uno di loro doveva piantare un
seme sotto quella terra bagnata, restando accovacciato ai piedi degli altri,
che lo proteggevano standogli intorno. Colui che piantava il seme era il
prescelto per varcare il multiverso, in direzione della missione da compiere.
Doveva concentrarsi solo ed esclusivamente sulla gioia di aver portato a
termine la missione. Infine, gli altri due, tenendosi per mano, avrebbero
pronunciato insieme le parole “Come te me come me te come te me come
me te”. Nadia sarebbe stata la prima a partire verso la prigione dove si
trovavano tutte quelle donne accusate di stregoneria. Lì avrebbe comandato
un esercito di mille uomini, creati dai suoi amici e da lei che, poco prima di
partire, li avrebbe materializzati. Nadia, infatti, aveva obbligato Alice e
Leonardo a disegnare tanti uomini quante pensavano che fossero le proprie
rispettive presunte personalità.
– È facile, – aveva detto loro – dovete disegnare i vostri tanti io, per come
li immaginate. Io arrabbiata per esempio o io contenta. Poi, pensate alle
parole di Lor e saprete come creare i comandanti. In questo modo, – aveva
continuato – creeremo un vero e proprio esercito di noi stessi.
Naturalmente, però, essendo delle copie di noi in scala ridottissima,
potranno vivere al massimo un giorno, a eccezione dei comandanti, a cui
costruirò un palazzo sospeso vicino al nostro e, dopo la vittoria, li
lasceremo liberi di scegliere: potranno vivere là o ritornare dentro di noi.
Nadia impiegava due giorni per materializzare l’esercito e, a vederli,
facevano davvero ridere. Alcuni erano altissimi, altri magrissimi, alcuni
orrendi, altri spaventosi, altri ancora obesi o nanerottoli. Le loro facce erano
tutte asimmetriche e soltanto alcuni di loro avevano i capelli. Non sapevano
parlare, ma obbedivano a tutto quello che veniva loro sussurrato. In un paio
d’ore, Nadia disegnava e materializzava le armi che avrebbero usato. Pistole
e fucili veri, ma anche armi che sparavano coriandoli, vernici e acqua;
inoltre, pugnali storti, spade con tre lame e corde stritola tutto.
Per un giorno intero provavano ad attuare il piano, ma Nadia restava
sempre lì in mezzo a loro e l’esercito, nel frattempo, era scomparso.
Dovevano ricominciare tutto daccapo e riprovare.
– Forse non funziona, – diceva Nadia – perché prima dobbiamo aiutare la
strega. Lor ha detto così: voi aiutate lei e, poi, lei aiuterà voi.
– Se liberiamo quelle donne, – ribatteva Mattia – aiutiamo anche la
strega, che è stata una di loro e che spesso rivive quel dolore. Ma l’hai
seguita o dormi?
– Non rimproverarmi. Non è che anche tu hai qualche dote di
preveggenza? – chiedeva Nadia.
– No! Sei tu che ti distrai facilmente. E poi ancora non hai capito che il
tempo è circolare e tutto è collegato? – continuava Mattia.
– Mi stai stupendo! – esclamava Nadia – E mi stai persino ammutolendo.
Cosa che accade molto, molto di rado.
– Ho capito perché non funziona, – esclamava Alex – perché manca
Alice!
– Hai ragione! – lo assecondava Nadia – Lor aveva detto che noi
funzioniamo perché sono le energie dei nostri cuori puri, unite insieme, a
generare un’energia magica. Ma come facciamo a trovarla?
– Nadia, – diceva Mattia – devi imparare a governare le tue visioni. Solo
una tua visione può svelarci dove si trova Alice. Poi vado io a prenderla.
– No. Vado io. – si intrometteva Alex.
– Alex, tu ogni tanto ti blocchi e te ne vai chissà dove. Non è il caso. –
esclamava Mattia.
– Mattia, – sussurrava Nadia – ma non vedi che qui dove siamo adesso,
non siamo malati? Non vedi che io cammino quasi bene?
– Sì, quasi. – diceva Mattia scoppiando a ridere. – Ora ti faccio vedere
come cammini. – Mattia imitava Nadia e lei scoppiava a ridere come mai
aveva fatto prima in vita sua. Non riusciva a smettere. Mattia riusciva a
replicare la sua camminata a paperella alla perfezione.
– Avete mai sentito dire che il 90% delle malattie è di origine
psicosomatica? – si intrometteva Alex – In sostanza, tutte le malattie
dipendono da emozioni negative ma, connettendosi al cuore, si può guarire
istantaneamente. Forse noi siamo guariti perché qui usiamo il nostro cuore.
In ogni caso, nel campo quantico non esistono malattie. E noi ora ci siamo
immersi. Un giorno, dovremo insegnare a tutti cosa significa questo e
ricordare quello che Gesù disse a Nicodemo e, cioè, che la prima volta si
nasce da una donna, la seconda dallo spirito.
Nadia si metteva a meditare e, dopo due ore, riusciva nell’intento.
– Alice è in Tailandia. Alex, come facciamo a spedirti laggiù se, senza di
lei, l’atto magico non funziona? – chiedeva Nadia.
– Nulla è impossibile per un cuore che ama. – ribatteva Alex –
Ricordatevi che il segreto è dare l’ordine al vostro super conscio.
– Eh? – chiedeva Mattia.
– Vi è mai capitato di pensare a qualcuno e poi di incontrarlo? È la prova
che siamo tutti collegati, perciò io arriverò da Alice. Ma non avete letto
proprio niente nella vostra vita? Il subconscio, che ci guida per la maggior
parte del tempo, è un covo di paure. Il super conscio, invece, è la potenza in
atto. È il regno dell’amore e della gratitudine. Al super conscio si arriva
grazie all’ipnosi. Tutti andiamo in una specie di trans da soli, almeno una
volta all’ora, perché è il nostro stato naturale, soprattutto fino ai sei anni di
vita, quando dobbiamo imparare a conoscere il mondo. Allora, usate
l’autoipnosi e otterrete tutto quello che desiderate. Meditate e durante le
meditazioni visualizzate. Il gioco è fatto. – Appena terminava quella frase,
scompariva e si materializzava davanti ad Alice. Nadia e Mattia restavano
basiti. Guardavano quel vortice di nubi che era apparso non appena Alex
era scomparso.
– Guarda, – esclamava Nadia, indicando la striscia di nubi attorcigliate –
quello sarà il collegamento che ci conduce in altre dimensioni.
– Sì, – diceva Mattia – guarda come cambia verso e inclinazione. Prima
sembrava perpendicolare alla Terra, poi inclinato a destra e ora è tutto
pendente a sinistra.
Quando Alex ritornava con Alice, i due ancora basiti provavano a
chiedere ad Alex come avesse fatto e, soprattutto, come fosse riuscito a
rientrare alla base. Alex, però, restava in stato catatonico per un giorno
intero. Quando Nadia e Mattia smettevano di fare domande e si
rassegnavano all’idea di non sapere mai cosa fosse successo, scoprivano la
verità. Era Alice a raccontare tutto quanto.
– Ormai ero rassegnata. – diceva Alice, che parlava da almeno tre ore,
ingigantendo tutti i dettagli della sua esperienza. – All’improvviso, però, è
apparso Alex e la gioia che mi ha assalito è stata così grande che l’ho
abbracciato e baciato.
– Baciato? – gridava Mattia.
– Sì, baciato. – rispondeva Alice.
– Ma un bacio vero? Alla francese? – insisteva Mattia.
– OOOOHHH! – lo stoppava Alice urlando. – Ma quanto rompi! Esiste la
privacy, sai.
Nadia metteva la mano davanti alla bocca di Mattia e il ragazzo si
fermava all’istante, pensando che l’odore di quella donna lo faceva
impazzire.
Prima di andare a dormire, Nadia si avvicinava ad Alex.
– Ti avevo promesso che ti avrei spiegato come si fa a conquistare una
donna, ricordi? Lo so che sei ancora scioccato per il bacio di Alice, ma so
anche che mi senti. Hai gli occhi a cuoricino, sai? – sussurrava Nadia,
mentre Alex accennava un mezzo sorriso – Vorrei spiegarti stasera cosa
desidera una donna. Domani partirò per il multiverso, per liberare quelle
donne e non ho ancora capito come fare a tornare indietro. Avrei bisogno
che tu me lo spiegassi, ma tu oggi non sei in forma. Io spero solo di non
distrarmi e di riuscire a tornare. – Alex sorrideva.
La mattina seguente, appena svegli, come tutti i giorni, divoravano
un’abbondante colazione che, la sera prima, avevano disegnato perché
Nadia potesse materializzarla. Solo Alice continuava a bere un bicchiere di
succo di pompelmo e basta. Poi, senza necessità di dirsi una parola, com’è
tipico delle anime affini, si avvicinavano gli uni agli altri per eseguire il
rituale.
In pochi istanti, Nadia si ritrovava alla guida di un esercito di
milleottocento cloni, pronta a liberare quelle donne. La missione riusciva
alla perfezione, tranne che per il rientro. Come temeva, infatti, non aveva
ancora compreso come far ritorno al punto di partenza. Per di più, qualsiasi
cosa intorno a lei attirava la sua attenzione, distraendola. Mattia era il primo
ad accorgersi che qualcosa era andato storto. Non aveva mai creduto alla
telepatia amorosa, ma la stava sperimentando.
– Qualcosa è andato storto. – esordiva Mattia, mentre gli altri erano
intenti a seguire la vita di Lilia. – Nadia ha liberato tutte le donne, ma è
finita nel sottocielo, anziché tornare qui. – gridava Mattia.
– E tu come lo sai? – domandava Alice.
Mattia arrossiva e tirava in avanti l’elmetto per nascondersi gli occhi.
– Telepatia amorosa! – esclamava Alex – Non sa come lo sa. Lo sente e
basta. Scherzi del cuore. Qui dove siamo, in questo posto imprecisato,
siamo connessi con il nostro cuore e viviamo immersi nel campo quantico.
Non vedete che qui abbiamo doti straordinarie? Non vi accorgete che io
sembro quasi normale?
– Quindi, quando lasceremo questo posto, – chiedeva Alice – tu tornerai
come prima?
– Credo di sì. – rispondeva Alex amareggiato.
– Non è detto. – si intrometteva Mattia.
– E tu che ne sai? – domandava Alice.
– Non lo so. È come se avessi un altro dentro, qualcuno che, ogni tanto,
parla persino con la mia bocca. So che tutto dipende da noi. Sento queste
cose e non posso trattenermi dal condividerle. Ora pensiamo a Nadia, però.
Vi ricordate quando ho sollevato un po’ il cielo? Ecco, non so come ho fatto
a vedere, ma mi sono accorto che nel sottocielo ci stanno un sacco di
persone scomparse.
– Ma come parli? – gli faceva notare Alice – L’ho notato anche prima.
Sembra che non sei abituato a conversare.
– Smettetela ora. – esclamava Alex – Nel sottocielo, esiste il regno della
noia e dell’apatia, quello che molti hanno chiamato limbo, altri purgatorio.
Anche lì si sta riproducendo il male e sempre più in fretta.
– Altro male da sconfiggere? – chiedeva terrorizzata Alice.
– No. Non da combattere, ma da lasciar andare. – rispondeva Alex –
Questo è uno dei motivi per cui il male prolifica e in pochi riescono a
domarlo. Il male non si combatte, si ignora. Solo così può fluire. Altrimenti
è come se lo invocassi e trattenessi. Ogni cosa nell’universo ha diritto di
esistere a modo proprio. E poi ricordate che il male vince sempre, prima che
il bene trionfi.
– Ma dove siamo finiti? – domandava scoraggiata Alice – Qui è tutto così
complicato! Non si capisce niente. Ma una bella impresa dove il cattivo è
uno o al massimo uno che guida un esercito, no? Non era meglio? Qui ci
sono mille fuochi da abbattere o da ignorare, come dici tu, nemici
misteriosi, mostri invisibili, streghe che si sono dimenticate di essere
streghe, dimensioni parallele, nemici che non sono fuori, ma dentro. Come
facciamo noi a risolvere tutto? Proprio noi, poi, che abbiamo già un botto di
problemi.
– E poi sarei io quello che parla male? – domandava Mattia. – Mi sa che
sei una che dice agli altri quello che vorrebbe dire a sé stessa.
– Le cose non complesse danno felicità ristrette. – sussurrava Alex – Le
cose facili sono per gli stupidi, non lo avete mai sentito dire?
– Sì, – rispondeva Alice – ma io non capisco perché Lilia deve incontrare
tutte queste persone. Non capisco se sono copie o versioni di lei dotate di
coraggio. Non capisco perché tutte queste riflessioni e tutti questi riflessi di
parti di noi.
– Ci vuole l’interprete per capirti! – esclamava Mattia.
– Io ho compreso. – si intrometteva Alex.
– Tu comprendi perché la ami e qualsiasi cosa faccia o dica, la giustifichi
sempre. – ribatteva Mattia.
– Non è così. – replicava Alex – Noi stiamo assistendo alla vita di questa
strega che non ricorda più di esserlo, perché lei è l’unica che potrà aiutarci.
– Questo lo sappiamo! Anche se non capisco come questo possa
accadere, visto che Lilia mi pare solo una povera infelice disturbata. Mi
sembra impossibile che rinsavisca. – lo interrompeva Mattia.
– Niente è impossibile. – sentenziava Alex.
– E vabbè va… – replicava sbuffando Mattia – ancora con queste
stupidaggini?
– Non sono stupidaggini. – ribatteva Alex – Ti fa comodo pensare che lo
siano. Se non mi avessi interrotto poco fa, vi avrei già potuto dire che la
strega incontra tutte quelle persone perché i propri pregiudizi si superano
solo attraverso il dialogo. Se lei non si confrontasse con nessuno, non
intrattenesse discussioni e non vivesse conflitti, resterebbe immobile, in uno
scambio inutile di compiacenze. Se resti immobile, non cambi. Di
conseguenza, noi resteremo sempre qua e non porteremo a termine la
missione e lei non riuscirebbe a essere quello che è. Per questo dobbiamo
seguirla. Più la conosceremo, più sapremo e più saremo in grado di capire e
aiutarla.
– Sì, va bene Alex. – lo interrompeva Mattia – Ora basta perdere tempo
con queste tue lezioni. Dobbiamo andare a riprendere Nadia.
– Alex non ci fa mai perdere tempo! – tuonava Alice.
– Grazie Alice. – diceva Alex – Mattia ha ragione. Dobbiamo pensare a
come aiutare Nadia.
– Sentite, – continuava Mattia – come ho scoperchiato il cielo una volta,
posso riuscirci una seconda. Al massimo dobbiamo solo trovare il modo per
procurarmi una crisi, così acquisisco quella forza sovrumana che ci serve.
– E come farai a sapere in quale punto del sottocielo si trova Nadia? –
domandava Alice.
– Dove i monti sfiorano il sole, si celano le cerniere del cielo. Lì, aprirò. –
diceva Mattia.
– Come sempre non rispondi. – lo riprendeva Alice.
– Non lo sa. – si intrometteva Alex – Vedrai che il suo cuore lo condurrà
da lei. – ribatteva Alex.
Per due giorni, i tre smettevano di seguire Lilia e si concentravano per
aiutare Mattia, in modo da liberare Nadia nel più breve tempo possibile.
Ogni tentativo, però, falliva.
22. Un semplice simpatico fantasma; il male e il mostro

Lilia aveva sempre voluto essere qualcun altro. Forse le sarebbe bastato
anche smettere di essere “la distruttrice”. Sua madre la chiamava così,
quando non le intimava di tacere.
– Tu distruggi ogni cosa che tocchi. – gridava la madre di Lilia – Fai
sempre tutto di testa tua. Sei la distruttrice assoluta. Tu rompi tutto. E per
questo tutto ti andrà storto. Tu non sei mia figlia. Di certo, ti hanno
scambiato in ospedale. Tu potresti essere figlia di Attila, Edipo o Medea.
Anzi, del Minotauro o di Circe o di Jack lo squartatore.
Lilia cercava di ricordare chi o cosa avesse sconquassato per meritarsi
quei rimproveri. L’unica cosa che le veniva in mente era un vecchissimo e
orrendo divano di pelle arancione, che aveva usato come tela. Aveva
disegnato una bambina, con la testa piena di capelli unti e appassiti, che
imboccava un lungo viale alberato per arrivare a una casetta, dove non
l’aspettava nessuno. Lungo la strada aveva seminato degli alberi con dei fili
tremolanti alla base del tronco. Sopra la casetta splendeva il sole, anche se
era una palla nera, spento dal colore del pennarello che aveva scelto. Un
tunnel attorcigliato saliva dal tetto fino al cielo: fumo nero. Prima di
realizzare la sua prima e ultima opera pittorica su divano, Lilia aveva
chiesto il permesso a suo padre, che se ne stava seduto sulla poltrona,
sfogliando riviste e fumando. Suo padre muoveva il capo in segno di
assenso, per essere lasciato in pace più in fretta. Non era sua abitudine
ascoltare, né rispondere, ma solo muovere su e giù la capoccia, come la
chiamava sempre la madre di Lilia.
– Hai la stessa capoccia vuota di tuo padre. – le urlava di continuo quella
donna. Per Lilia il suo papà era un ologramma o uno spirito o un semplice
simpatico fantasma. Era convinta che sua madre non si fosse accorta che
suo padre era un semplice simpatico fantasma, che viaggiava per terre
straniere. Per questo, non le considerava quasi mai e non poteva dare amore
a nessuna delle due. Quell’amore che è l’unica cosa che vorremmo tutti,
quando veniamo al mondo, pensava Lilia. Crediamo di cambiare obiettivo,
crescendo, soltanto perché, in genere, non ci viene dato quel calore di cui
abbiamo bisogno. I mostri non sono che uomini privi di amore. Lilia ne era
certa.
Quando quel semplice simpatico fantasma si accorgeva che Lilia aveva
disegnato sull’intero divano, sobbalzava e correva dalla moglie.
– Tua figlia è pazza! – esclamava, mentre la donna se ne stava piantata tra
le melanzane – Vai dentro e picchiala: ha dipinto tutto il divano con un
pennarellazzo obbrobrioso. – concludeva.
Lilia, nel frattempo, si era nascosta sotto il tavolo, coperto da una tovaglia
di pizzo bianco, lunga fino al pavimento. La madre di Lilia, insultando il
marito, era corsa in soggiorno.
– Ma tu, capoccia vuota, sei anche cieco: questo lo chiami dipingere? –
urlava la donna – È lo scarabocchio più brutto mai visto. Tu sei l’uomo più
deficiente che esista e questa non è una bambina. È un mostro. Perché non
l’hai massacrata di schiaffoni, eh? Di cosa hai paura? Che da grande non ti
voglia bene? Non ti preoccupare, perché tra poco ci sbarazziamo per sempre
di lei. Guarda che, se non ci danno i soldi, io la do via prima del tempo.
Sono capace di regalarla persino a mia madre. Anzi, mi sa che è tutta colpa
sua, se ho concepito un mostro. Questa bambina è tutta pazza, come lei. Ci
manca solo che si metta a spostare gli oggetti con il pensiero. Ma cosa ho
fatto di male per meritarmi anche una figlia del genere? Ma non potevo
ammazzarla di botte quando era piccola? È meglio essere parenti di un
serial killer che fa il bagno nel sangue e mangia carne umana, piuttosto che
di un mostro come questa. Almeno, in quel caso, ti intervista la televisione e
fai un sacco di soldi. Che me ne faccio, invece, di una così? E così brutta
poi! Andasse di moda il circo, forse, la potrei vendere lì. Ti giuro che se mi
rovini la vita un’altra volta e mi metti incinta di nuovo, io te lo faccio a
rondelle. Ma non la potevano portare via subito con l’altra? Perché ce
l’hanno fatta tenere per cinque anni? Dov’è quel mostro? Dove si è
nascosta? Ehi distruttrice, vieni fuori. Dove sei? – strillava la madre – Vieni
fuori che la mamma ti porta nell’orto. Se la prendo, ti giuro che la sotterro
come la zucchina che è. Anzi, la semino nell’orto, a pezzettini. Ma poi
guarda che merda di disegno. Ha copiato la strada del cimitero, lunga lunga
e soffocata dai cipressi. E queste cosa sono? Ha fatto le vene agli alberi?
Ah, no, saranno quelle maledette radici che sollevano la strada.
– Guarda che non sono cipressi, – diceva il semplice simpatico fantasma
– sono querce. Lilia è un’ottima osservatrice. Si è già accorta che ci sono
querce le cui radici crescono in orizzontale, spaccando le strade.
– Tu invece mi hai spaccato qualcos’altro! – gridava la donna – Ma cosa,
la difendi pure? Ma quando ti dicevo di portarla fuori, lo facevi? Non è che
questo mostro è uscito di casa solo per il funerale del pretino? Guarda qui,
questa deve essere lei: una nanerottola vestita da suora. È proprio un
mostro. Qui è più brutta che dal vivo. Non sa neanche disegnare. Senti, ma
non te la sarai mica scopata? Dimmi la verità, perché tanto domani la porto
dal pediatra e la faccio controllare.
A Lilia, ascoltando l’ennesimo litigio, era venuta voglia, per la prima e
ultima volta in vita sua, di abbracciare suo padre, che forse allora non era un
semplice simpatico fantasma, visto che aveva osato interrompere di nuovo
sua madre.
– Tu la devi smettere. – urlava l’uomo – Devi lasciare in pace Lilia. È una
bambina. Ha appena compiuto cinque anni e, per di più, è mia figlia. Ma
come fai a pensare che siamo tutti dei mostri? Qui l’unico vero mostro sei
tu. Il secondo dopo di te, naturalmente, è tuo fratello. Se lo becco un’altra
volta a toccare il petto di Lilia, ti giuro che lo ammazzo. E non provare a
giustificarlo un’altra volta. Ti giuro che faccio una strage, se ti sento dire
che voleva solo vedere se le erano già cresciute le tettine. Solo una come te
potrebbe credere alle fandonie che racconta uno schifoso pedofilo come tuo
fratello. Se osi ripetere che io ho fatto del male a Lilia, la prima che
ammazzo sarai tu, anzi, no. Non mi sporco le mani. Me ne vado. Ti lascio
sola per sempre. Hai capito? E Lilia viene via con me.
– Senti, demente, ti ricordo che non puoi lasciarmi, perché da solo sei un
povero essere inutile, incapace e deficiente! Hai la capoccia vuota come mia
madre. Ma cosa ho fatto di male per meritarmi una schiera d’imbecilli? Non
ci bastava mia madre. Ho anche un marito ebete. Sono circondata da mostri
scimuniti.
– Tua madre, in confronto a te e tuo fratello, è una santa. E io e Lilia
siamo due geni, rispetto a voi. Non vedi e non capisci neppure che tua figlia
ha disegnato un tunnel magico. Ti porta in cielo. Qua è come girato,
arrotato su sé stesso, perché è il momento in cui vira. Si sarà ricordata della
storia che le aveva raccontato tua madre, l’unica volta che è venuta a
trovarci e questo tunnel magico sarà quello che segna il passaggio da uomo
a spirito.
A Lilia si erano illuminati gli occhi, ascoltando l’interpretazione del suo
disegno. Forse da quel momento, nasceva in lei il desiderio di imparare la
magia.
– Sentimi bene, – continuava a strillare la donna – io non voglio vedere
mai più mia madre. L’unica cosa buona che ha fatto nella sua vita è questa
tovaglia di pizzo. Se avessi saputo che veniva a trovarci, sarei scomparsa.
– Tanto ci avrebbe trovato lo stesso. Dimentichi chi è tua madre, una…
– Stai zitto! – deflagrava con un urlo detonatore, interrompendolo – Non
osare pronunciare quella parola, se no vedi cosa ti succede. E tira fuori quel
mostro. Ma dove si è potuta nascondere?
La donna aveva guardato sotto il tavolo attraverso i fori delle ninfee
intessute sulla tovaglia di pizzo, ma il merletto dei fiori proteggeva
magicamente Lilia, rendendola invisibile.
– Smettila di chiamarla così! E poi non dobbiamo darla via. L’abbiamo
già fatto una volta, teniamoci almeno Lilia. È un genio. Facciamole studiare
arte. Lo sai che se coltiviamo il suo talento, Lilia ci renderà ricchi? Il
talento, come ogni cosa, va educato. Ti assicuro che Lilia è speciale, anzi, è
proprio un genio. Hai saputo, poi, da chi verrà adottata?
– No e allora? E smettila di blaterare. Tu non conti niente. Lilia è un
mostro e non vedo l’ora che se la prendano.
– Ma come fai a parlare così? Io devo aver sposato un mostro! – gridava
l’uomo – La gente si affeziona persino ai pesci rossi e tu parli così di tua
figlia.
– Preferivo avere un cane che una figlia e tu l’hai sempre saputo. E come
mi hai ripagato? Due in un colpo solo! Demente! Capoccia vuota! Anzi, sai
che ti dico? Preferivo tre cani, persino meglio tre cani dei figli! I cani fanno
quello che dici tu, obbediscono, ti ascoltano, ti leccano e soprattutto non
parlano. Eri d’accordo anche tu nel darla via. Hai cambiato idea?
– Stavamo facendo l’amore, quando me lo hai chiesto. In quel momento,
potevi chiedermi di andare su Marte e ti avrei detto di sì. E poi ho solo fatto
un gesto con il capo, me lo ricordo sai.
– Ora smettila. Sono io a decidere. Tu sei solo un fallito depresso che non
sa neppure trovarsi un lavoro decente.
– Ma se ho rifiutato la scuola per starti vicino? Ti sei scordata chi ti ha
curato? E poi, lo sai che il lavoro per la rivista è provvisorio. L’anno
prossimo mi chiameranno a scuola e tutto si risolverà.
– Lo vedi che sei diventato più capoccia vuota di prima? Deve essere
stata quel mostro a contagiarti. Ma dove si è potuta nascondere quella
maledetta distruttrice? Mi ha rovinato la vita da quando è nata. Se la
prendo, oggi la gonfio. Sempre a me la parte da cattiva. Tu sei un vero
incapace. Non sai neanche tirare due sberle. Sei un fallito merdaiolo. Ti
acconti di una vita da miserabile.
– Meglio poveri che disonesti. Mi chiedo come posso io stare ancora con
una come te.
– Ma smettila! Sei un bugiardo. Meglio infelici che grassi. Meglio ricchi
che onesti. Questi erano i nostri motti, l’hai scordato?
– Le cose cambiano. Non dobbiamo perdere Lilia, anche perché è
pericoloso. Grazie a mio fratello, ho scoperto che Rosa è stata adottata da
due sbirri.
– Capoccia vuota, non osare mai più nominare quell’altra. Vedi quanto sei
idiota? Sei talmente demente che non solo mi hai messo incinta, ma
addirittura di due. Perché cavolo devi ricordarmi il giorno più brutto della
mia vita? Per fortuna, però, a quell’altra se la sono presa subito. E meno
male che i neonati sono ben pagati. Non possiamo continuare chiedendo
soldi a mio fratello. Devo scontare l’errore di aver sposato un filosofo per il
resto dei miei giorni? Se solo mia madre non mi avesse inculcato quelle
idee da fallita non lo avrei mai fatto.
– Calmati. Abbiamo perso Rosa dopo neanche una settimana, ma ci
hanno lasciato Lilia. È un segno del destino.
– Smettila idiota!
– È pericoloso darla via. Se Lilia fosse adottata dalla stessa famiglia? Mio
fratello, per ora, non può dirmi niente: non ha idea di chi siano quelli che la
prenderanno.
– Tuo fratello, il pretino, è un essere inutile come te! – strillava la donna.
– Smettila. Pensa, invece, per una volta! Se fossero di nuovo i due sbirri
ad adottarla e questa volta ci scoprissero? Se le suore del collegio
raccontassero quanti soldi ci ha promesso mio fratello? Se parli ancora, me
ne vado e ti lascio.
A quel punto, la donna, sempre più furiosa, anche per essere stata
contraddetta, iniziava a gridare sempre più forte.
– Ma guarda te se mi dovevo mettere con un filosofo fallito. – urlava con
tutta l’aria che aveva – Non bastava una madre bacata. Se tu non ti fossi
preso una laurea inutile, adesso, non saremo in questo casino. Come ho
potuto credere al tuo “La cultura paga sempre”! Ma in quale mondo? In
quello dei balocchi?
– Smettila, – la interrompeva l’uomo – siamo comunque fortunati. Pensa
se fossimo nati all’epoca di Victor Hugo, avremmo fatto la fine di
Fantine{15} o saremmo morti da galeotti per i lavori forzati.
– Taci! – strillava ancora la donna – Tu e i tuoi inutili libri! Mangiatela la
tua cultura, così risparmio! E cancella da quella tua capoccia vuota l’idea
merdaiola che mi prenderò cura di quel mostro. Mi siete bastati tu e mia
madre. Il mostro se ne andrà e avremo i soldi. Se fossi certa che il mostro
diventerà avvocato come mio fratello, non la darei via, ma poiché è
impossibile, la daremo via. La vita non è un film, dove il bene trionfa. E poi
io non sono nata per fare la madre. Ora levati dalle palle. Vattene, vattene
via. – gridava in preda a un attacco isterico.
Mentre sbraitava, prendeva il ferro da stiro poggiato sull’asse accanto al
tavolo ed era pronta a scaraventarlo contro il marito. Lilia, allora, saltava
fuori dalla sua tana e mordeva il polpaccio della madre che, per il dolore
inaspettato, mollava la presa del ferro bollente, lasciandolo cadere sulla
figlia. Non sarebbe stato il tormento della cicatrice ad accompagnare Lilia
per anni, ma quello delle parole, incise in modo indelebile dentro di lei. Il
dolore fisico è solo dolore e passa, si ripeteva la bambina. A trafiggerla
erano tutte le stilettate della madre, urla che si adagiavano nelle piaghe
dell’insicurezza, dell’abbandono e della colpa. Lilia iniziava allora a
condannarsi. Si sentiva colpevole per tutta la rabbia che provava nei
confronti di sua madre: avrebbe voluto torturarla, strappandole via la lingua
a morsi. Allo stesso tempo, si odiava anche per quello che la donna le aveva
fatto credere di essere: un mostro, la distruttrice assoluta. L’isolamento era
la punizione minima per una come lei. Alcune sbarre della sua prigione la
paralizzavano con la voce di sua madre. Erano ombre orripilanti che le
gridavano contro: “Non vali niente. Sei la mia rovina. Che male ho fatto per
meritarmi un mostro come te?”
I giorni che seguivano quel litigio erano anche peggiori e non solo per le
ustioni. Lilia diventava spesso invisibile, nascosta sotto il tavolo con la
tovaglia di pizzo, ma trasaliva alle urla della madre. Una volta, per la paura,
svitava un piede di legno del pesante tavolo ma, non avendo il tempo di
prenderlo e colpire a morte la madre, come aveva fatto mille volte nella sua
mente, il mobile massiccio le crollava addosso. Qualunque altra bambina
avrebbe riportato almeno un trauma cranico o la rottura del setto nasale.
Lilia, però, non era come gli altri. Il suo inferno quotidiano aveva acuito
tutte le sue doti. Così, con dei riflessi da guinness dei primati, in un lampo,
sgattaiolava da sotto il tavolo, come se niente fosse. Stava succedendo
qualcosa di strano, però, a quell’esserino costretto a sopportare quello
strazio. La sua preghiera di diventare sorda o di scomparire non veniva
esaudita ma, a ogni fiato di sua madre, non sentiva più dolore. Le urla forse
aggredivano soltanto l’epidermide, già escoriata per una strana forma di
dermatite mista a psoriasi. La bimba, che temeva di diventare ancora più
mostro, iniziava a raschiarsi la ferita provocata dal ferro da stiro. I suoi
riflessi, quel giorno, le avevano impedito di essere colpita in testa, ma la
voglia di mordere sua madre le aveva fatto ritardare la fuga. Il ferro,
dunque, l’aveva centrata sul petto. La piaga della colpa, come la chiamava
sua madre, stava diventando via via più fonda. L’infezione aveva reso
cronico il bisogno della bambina di vivere nascosta. Lilia sognava di
rannicchiarsi in una scatola di amianto, dove non sentire più nulla e
aspettare la giusta fine. La febbre toccava i quaranta e, per un poco, faceva
diminuire le grida. Qualcosa d’infetto le restava dentro, però, anche dopo
che il marchio del ferro iniziava a scolorire. Lilia iniziava a procurarsi dei
tagli: vedere il suo sangue la calmava e la liberava da quelle ombre che la
circondavano e la paralizzavano. Con il passare del tempo, l’abitudine al
dolore la convinceva di essere libera. Libera di essere un mostro. Bastava
un odore per innescare una nuova angoscia, un terremoto interiore e tanta
voglia di morire. Per liberarsi da quelle torture, si costruiva un mondo
rigido e immobile, dove ogni passione e desiderio erano banditi. I mostri
non soffrono e non hanno sentimenti, si ripeteva. È giusto che tutti li
perseguitino. I mostri devono solo vivere rinchiusi in un lago, in una
prigione o in un labirinto. Devono vivere solo per aspettare la morte, senza
accorgersi di essere già morti. Non hanno diritto ad alcun piacere. Forse
anche per questo castrava la sua vena artistica. Dimenticava di saper
dipingere e di suonare come un bambino prodigio. Lo aveva imparato a fare
subito, appena era arrivata nella nuova famiglia, dove in salotto troneggiava
uno Schulze Pollmann a coda. Non poteva esserci conforto per lei, neanche
tra le tra le pareti colorate della nuova casa. Presagiva che quel profumo di
tranquillità sarebbe finito presto. I mostri vivono in guerra o sottoterra. In
ogni caso, in solitudine. Iniziava a sentire dolori dappertutto. Spesso non
riusciva a mangiare e neanche a sollevarsi dal letto.
Lilia aveva sopportato di tutto nella sua vita. Non era mai riuscita a
raccontare a nessuno delle sue sofferenze. Si diceva che a tutto il suo dolore
ci sarebbe stato un senso, un giorno. La sua specialità non era combattere il
dolore, ma starci insieme. Era convinta che, presto, si sarebbe stancato di
stare con un mostro come lei e l’avrebbe abbandonata. E, se non fosse
accaduto, prima o poi, sarebbe stato terrorizzato dalle presenze oscure che
Lilia spesso percepiva. Pensava che quelle figure oscure, attirate dal suo
lato demoniaco, che così tante volte la tormentavano e di cui non aveva mai
voluto parlare con nessuno, erano demoni, del genere più spietato, la giusta
punizione per quella sua condanna di vedere le persone come realmente
sono. Naturalmente detestava quei demoni, ma non più di quanto odiasse gli
stupidi e gli ipocriti, che credono reale solo il visibile. Era attratta solo dai
reietti, dagli esclusi, dagli emarginati e dagli anarchici veri, non quelli
falsificati dalle ricostruzioni storiche di certa politica. Amava gli uomini
furiosi per tutte le ingiustizie subite e per quelle patite da altre persone non
asservite al potere. Uomini che, prima o poi, si ribellano all’ordine
costituito, lasciando un segno nel mondo. Persone che accettano la propria
vulnerabilità e che, accettando il rischio di essere ferite, diventano
invincibili. Imparano a usare il proprio cuore e, quando sai far funzionare
quello, puoi anche morire, perché sai di essere libero. E la libertà consiste
nell’avere la possibilità di essere quello che si è, spiriti felici e immortali,
pensava Lilia. Libertà che lei non aveva mai conosciuto, neanche al lavoro,
dove aveva dovuto sopportare un lungo periodo di angherie e molestie dalla
sua capa. Non immaginava quanta crudeltà si potesse nascondere in un’esile
donna, manovrata da un uomo, assetata di potere e con l’invidia come unico
carburante della propria vita. Ogni volta, però, era sempre successo
qualcosa che le aveva consentito di salvarsi. Forse, era davvero cara al
cielo, come si era sentita dire durante un sogno. Nella vita di tutti i giorni, le
sarebbe bastato avere qualcuno che le stesse accanto in silenzio,
abbracciandola, mentre lei attraversava la notte più buia dell’anima. Non
aveva bisogno di gente che dispensa consigli o pozioni magiche per guarire.
Voleva solo essere sostenuta da qualcuno che rispettasse il suo bisogno di
vivere tutti i suoi problemi e i suoi tormenti. Solo perlustrando a fondo gli
abissi, diceva tra sé, forse troverò quella profondità che permette di vivere
ogni situazione con leggerezza, senza quel folle delirio onnipotente di poter
cambiare gli eventi o gli stati d’animo. Noi non possiamo controllare le
nostre emozioni. Le cose accadono quando noi perdiamo la smania di
controllarle. Quando regaliamo a tutti libertà. I suoi pensieri, anche quando
sembravano meno cupi, non le offrivano alcun conforto. Lei si sentiva il
male e il mostro e non poteva che meritare male e mostri.
23. Nadia e Mimmo

Nadia vagava per il sottocielo. Non riusciva a capire dove fosse e,


soprattutto, se fosse ancora viva. Percorreva un sentiero che pareva non
avere mai fine, immerso in una nebbia così fitta da mangiarsi anche i suoi
piedi. Aveva paura di fermarsi. Temeva che qualcuno l’avrebbe investita. Al
tempo stesso, però, sentiva la necessità di aspettare che la nebbia si
diradasse. Può mai essere, pensava, che la nebbia in val Padana sia davvero
così fitta?
– Anche peggio. – le diceva la voce di una bambina che la faceva
sussultare.
– Chi sei? Dove sei? – gridava Nadia – E soprattutto come hai fatto a
sentirmi?
– Qui sentire i pensieri è normale. – rispondeva la voce.
– E allora non sono sulla Terra? – domandava Nadia.
– Che ti importa? – chiedeva la voce.
– Voglio tornare… – diceva Nadia, ma si bloccava perché non sapeva se
poteva fidarsi di quella voce di bambina.
– È sciocco che ti fermi mentre parli. – ribatteva la voce – Per me se parli
o non parli è la stessa cosa. Io ti sento. Siete voi quelli incapaci di sentire.
Una volta non eravate così.
– Per favore, mi dici dove siamo? E tu chi sei? Puoi aiutarmi – riprendeva
Nadia.
– Stai facendo troppe domande. Risponderò solo alla prima. – diceva la
voce – Sì, la nebbia in Val Padana può essere anche più fitta di così. Pensa
che se vivi in campagna e la tua casa non è sulla strada, ti può capitare di
dover scendere dall’auto e avanzare piano piano, a piedi, per ritrovarla.
Tutti gli uomini dovrebbero sperimentare quella specie di cecità.
Diventerebbero meno presuntuosi e arroganti. E per una volta, capirebbero
cosa si portano dentro. Nebbia fitta, nella migliore delle ipotesi.
– Scendi, lascia questo posto. – diceva la voce bambina a un altro
sconosciuto invisibile. Nadia era certa che non stesse parlando con lei,
perché il tono di quella voce bambina era cambiato, del tutto diverso. Era
dolce e autorevole al tempo stesso e continuava: – Ventiquattro donne e due
uomini si dividono la ricchezza di tre miliardi e ottocento mila persone. O
forse erano ventiquattro uomini e due donne che si dividono la ricchezza di
quasi quattro miliardi di persone? Ma che ti importa ora? Tu scendi e apri
un bar con le donne più brutte del pianeta. Molti uomini, per solitudine,
entrano nei bar e vedrai che le donne più brutte del pianeta troveranno
qualcuno che le ami. Nessuno può capire quanto sia meraviglioso vivere
con qualcuno che ti ama, se prima non prova. E, quando prova, poi, non ne
può più fare a meno. Oppure apri un’azienda e ci fai lavorare uomini di
cultura e musicisti falliti, gli unici dotati di talento. Quelli che non stanno
alle regole del mercato, che non vogliono essere produttivi ed efficienti.
Artisti squattrinati, insomma, di quelli che non parlano di niente, come gli
altri, quelli di successo. I falliti vogliono fantasticare, amare, ammalarsi,
non essere robot da lunedì al venerdì e poi, come degli schizofrenici, il
sabato e la domenica staccare la testa e fare spazio al cuore. Mica ti puoi
scindere e vivere soltanto sabato e domenica perché così vuole il mercato?
E mi raccomando, smettila di ripetere che la tua realtà è fare l’artista,
perché la realtà non esiste. È sempre e solo un punto di vista. Oppure scendi
e ti apri un semplice agriturismo, così paghi meno tasse e ci fai lavorare gli
immigrati, li metti in regola e li paghi bene. Gli stranieri hanno conosciuto
il dolore e quindi vogliono far vedere al mondo intero cosa sono in grado di
fare, se solo qualcuno offre loro un po’ di fiducia e una possibilità. Chi
soffre, in genere, poi arriva in alto, una volta capito il motivo della sua
sofferenza. Ricorda che lavorare venti ore al giorno con la scusa di fare un
lavoro sociale è sempre sbagliato, perché significa rinunciare a se stessi.
Ricorda sempre che tu sei la cosa più importante che hai, non il tuo lavoro.
Gli schiavi, un tempo, erano i lavoratori e i ricchi erano coloro che erano
liberi dal lavoro. Poi esistevano i liberti, gli schiavi che erano stati in parte
affrancati dal lavoro, perché possedevano qualche abilità particolare, in
genere culturale. Tu di quale schiera vuoi far parte? Sia chiaro che qualsiasi
posto sceglierai, ogni tanto devi tornare su, altrimenti sotto secca tutto.
Mentre la voce continuava a parlare, Nadia gridava per farsi sentire.
– Ehi tu! Ma tu non eri quella che mi sentiva anche se io non parlavo? –
urlava Nadia – Ehi, ti prego, aiutami. Fammi tornare dove sai.
– Neanche lo sai spiegare da dove vieni, ma non ti vergogni? – le
rispondeva la voce bambina che, adesso, tornava a rivolgersi a lei,
diventando molto più dura.
– Ma allora mi senti? – chiedeva Nadia.
– E quante volte bisogna ripetertele le cose? Hai qualche ritardo
particolare? – chiedeva la voce bambina sempre più austera – Hai qualche
ritardo particolare? Hai qualche ritardo particolare?
– Perché ripeti sempre la stessa domanda?
– Ma dove hai vissuto finora? Non sai proprio niente! Se vuoi davvero
ricevere risposta, devi chiedere tre volte. Se vuoi una risposta sincera,
intendo. E se vuoi essere sicura che l’altro voglia davvero una tua risposta.
La maggior parte delle volte, le persone non vogliono né domande né
risposte. Solo consolazione o compiacenza. Si accontentano di quella, anche
se, in realtà, vorrebbero solo un po’ di felicità. Tutte le cose importanti
andrebbero ripetute per tre volte per allineare il corpo fisico a quello
emotivo e mentale.
– Ma cosa dici? Ehi… mi rispondi? Ehi, dico a te, che non vuoi farti
vedere. Mi spieghi? Te l’ho chiesto tre volte, ma non rispondi ugualmente.
Perché? – gridava Nadia.
– Non significa che non ti sento, se non ti rispondo. Ti sentivo e mi hai
disturbato un sacco. Ero tornata a lavorare. In modalità silenziosa,
altrimenti tu ascolti e fai ancora più casino. E poi cosa hai chiesto tre volte?
Sempre confusa tu eh! Senza precisione, non si ottiene nulla nella vita.
Costanza e precisione. Mi sono fatta intendere?
– Ma come parli? – chiedeva Nadia, pensando che il suo Mattia parlava
un po’ a quel modo.
– Mi stai giudicando? – chiedeva la voce infuriandosi. – Tu mi giudichi.
Tu mi giudichi, tu mi giudichi. – ripeteva la voce bambina che iniziava a
piangere a dirotto. Più piangeva, più la nebbia si diradava dove scendevano
le lacrime. Nadia, allora, restava scioccata nel vedere che sotto quella voce,
il cui viso ancora non le era noto, si rincorrevano miliardi di gocce. Grazie a
quelle lacrime, Nadia riusciva a vedere tutto. Sussultava, accorgendosi di
essere sospesa in aria, imprigionata tra il cielo e le nuvole, in una fortezza di
vetro blindato. Il pianto di quella voce era diventato un diluvio universale.
Stava allagando regioni intere, sradicava gli alberi, portava via tutto e tutti.
– Smettila immediatamente di piangere! – gridava Nadia – Stai
devastando una parte di mondo. Stai provocando un’alluvione.
– Le alluvioni sono sempre opera mia. – singhiozzava la voce di bambina.
– Signora o signore, – riprendeva Nadia – la prego, faccia smettere di
piangere sua figlia.
– Qui non c’è nessun altro a parte me.
– E con chi parlavi prima? – domandava Nadia.
– Che domande! – esclamava la voce – Almeno potevi pensare quello che
pensano tutti e cioè che sono matta e parlo da sola. Neanche a quello arrivi.
Stavo lavorando. Lo sai qual è il lavoro più importante che ciascun essere
vivente deve compiere? Parlare con il proprio bambino interiore. Io ogni
tanto lo lascio libero di scendere e incarnarsi dove vuole. Anche lui ha
bisogno di divertirsi e cambiare aria.
– Devi smettere di piangere! – esclamava Nadia – Come posso farti
smettere?
– Se io mi faccio vedere, mi prometti che non ridi o non ti spaventi? –
chiedeva la voce bambina.
– D’accordo, sì. Anche se ridere è una delle cose più belle e importanti
della vita, insieme al gioco. – diceva Nadia.
– Non se ridi di me! – tuonava la voce – Se ridi o ti spaventi, io non
smetterò di piangere.
– Va bene, ce la farò, te lo prometto. – gridava Nadia, che non era affatto
sicura di riuscire nell’impresa, ma doveva tentare.
– Prima, però, devi dirmi qualcosa da mamma.
– Che significa? Io non ho figli.
– Lo so che tu non ne hai. Io però vorrei che tu facessi finta di essere la
mia mamma. Cosa mi diresti se io stessi per partire verso un nuovo mondo?
– Che ti aspetta un mondo dove si incazzano per quello che pubblichi sui
social, anche se neppure lo capiscono. Vivrai in un mondo dove si è forti
con il debole e zerbini coi potenti, dove la gentilezza è considerata una
debolezza, perché tutto è stato ribaltato. Vivrai un’inversione della vita
vera. Vivrai in un mondo dove si può distruggere la città più bella che
esista, come se niente fosse. Per far passare le grandi navi tra i canali
veneziani, infatti, hanno sfondato i fondali e ora l’acqua sommerge le calli e
cancella la storia di Venezia, iniziata nel 1400. Vivrai nel degrado
esponenziale del genere umano. Vivrai nel mondo degli inganni, dove si è
tutti più connessi, ma sempre più sconnessi dalla propria interiorità. Anche
se ti sembrerà un inferno, io sarò sempre con te.
– Parlami un po’ dei social ora.
– Premetto che io ho un profilo social, che uso come una vetrina o una
maglia, un rossetto, un frigorifero, perché è così che vanno usati. Se io mi
mettessi il rossetto duecento volte al giorno, sicuramente andrei da uno
specialista a farmi curare, invece chi si connette duecento volte al minuto
non si accorge neanche di avere una dipendenza. E sai perché questo
accade? Perché abbiamo dato troppa importanza a questi strumenti. Si è
arrivati addirittura al punto di pensare di poter conoscere qualcuno
attraverso questi mezzi. Niente di più falso. Se fosse così, qualcuno
dovrebbe spiegarmi com’è possibile che chi ha tremila amici su uno di
questi social, poi si droghi, abusi di sostanze o si suicidi. Com’è possibile
che non ci sia nessuno su tremila persone in grado di aiutarlo? È possibile,
perché i social non possono salvare nessuno. Rappresentano una realtà
monca, sono privi di una parte essenziale, che è la coscienza. Come ti
dicevo, infatti, siamo sempre più connessi ma sempre più sconnessi dalla
nostra interiorità e questo produce delle conseguenze. Per esempio, si può
restare per giorni chiusi in casa, connessi a uno di questi social e
commettere anche dei reati, perché ci si sente impuniti, protetti e nascosti da
uno schermo. Poi si esce e si commettono altri reati, perché si pensa di
continuare a vivere nella stessa realtà virtuale. Non si può sostituire il
contatto umano. Se lo sostituisci, può accadere quello che succede quando,
da piccolo, non ti sei sentito amato dai tuoi genitori. Se non sviluppi
dipendenze o insicurezze patologiche o totale disistima di te o assoluta
mancanza di amor proprio, escogiti un altro modo per sentire meno dolore.
Ti scolleghi dalla tua interiorità. Preferisci non sentire più niente, vivere
nell’apatia, nella totale insensatezza, là dove non fa differenza niente, dov’è
uguale vivere o morire o suicidarsi. Tutto è indifferente. Preferisci vivere
come un clochard di un’opera beckettiana piuttosto che soffrire ancora. E
quando ti allontani dalle tue emozioni, puoi commettere qualsiasi atrocità,
persino uccidere una persona e portarla nel bagagliaio dell’automobile
come fosse un sacchetto della spesa. I social consolidano o amplificano i
problemi tipici della nostra società, non li creano. Dovremmo solo
interrogarci tutti sui motivi che spingono più di quattrocento giovani a
suicidarsi ogni anno. E poi chiederci perché, in quest’epoca storica, più che
in ogni altra, si sono manifestate dipendenze e disturbi alimentari,
dell’apprendimento, della socializzazione, de…
– Test superato. – la interrompeva la voce.
Dopo qualche secondo, appariva una bambina alta poco più di un metro,
dall’età imprecisata, paffutella, con capelli corti, color nocciola. A una
prima occhiata veloce non faceva ridere e neppure spavento. Somigliava a
lei, quando era piccola. Dopo pochi istanti, Nadia notava che l’occhio
sinistro restava sempre immobile, spalancato, come se la palpebra fosse
atrofizzata ed era di un colore indefinito e luminescente. Iniziava a pensare
che avere gli occhi luminescenti fosse una caratteristica dei mezzi demoni.
– Che ti è successo? – domandava Nadia, che sentiva una tenerezza
infinita per quella bambina.
– Sei la prima che non si spaventa o non si mette a ridere. Grazie. –
diceva la bambina abbassando il capo in segno di riconoscenza e rispetto.
– Come ti chiami? – insisteva Nadia – Non abbassare lo sguardo. Non fai
paura.
– Sì, ho capito. – la interrompeva la bambina.
– Puoi aiutarmi? E mi insegni a sentire come fai tu? – chiedeva Nadia.
– Quante domande fai! Tremila domande! – esclamava la bambina – Per
forza non hai un fidanzato, lo uccideresti, dopo avergli fatto sanguinare le
orecchie.
– Se non lo fai prima tu, travolgendolo con tutte le tue lacrime. – ribatteva
Nadia.
– Io ho diritto di piangere, perché mi hanno fatto di tutto quando ero
piccola, compreso quello che ai bambini non andrebbe mai fatto. Il mio
occhio è rimasto così da allora e da allora sento tutto, anche quello che non
viene detto.
– Mi dispiace, – diceva Nadia – posso fare qualcosa per aiutarti?
– Forse voglio scendere anch’io sulla Terra. Forse, però. Non lo so. –
rispondeva la voce.
– Ma come ci sei arrivata qua? – chiedeva Nadia.
– 13 – diceva la voce.
– Cosa significa 13? E perché hai un occhio luminescente? Discendi dai
mezzi demoni?
– Quante domande fai! Tremila domande! Scommetto che da bambino,
quando chiedevi perché, ti urlavano contro e scommetto pure che si
dimenticavano di venirti a prendere a scuola e che arrivavi sempre in ritardo
e ti lasciavano il portone aperto e che, dopo l’incidente, tutti ti hanno
creduto morto, ma tu non solo eri vivo ma, grazie a quell’incidente, sei
potuto fuggire. Hai trovato una nuova casa, una vera famiglia, che ti ha
permesso persino di cambiare sesso e nome.
Nadia scoppiava a piangere. La bambina si avvicinava per accarezzarla.
– Io sono quella bambina che avresti sempre voluto essere. Sono tanti
anni che ti aspetto.
– Perché allaghi il mondo e lo distruggi? – chiedeva Nadia,
singhiozzando.
– Voglio solo quello che hai sempre voluto anche tu. Essere amata e
accettata per quello che sono. Tu sai com’è avvenuto quell’incidente.
Perché non racconti la verità?
– Tutti mi credono morto! Come faccio?
– Non tutti. Chi ti ha seppellito sa benissimo che la tua piccola bara
bianca era vuota. Sono successi guai a dirotto dopo quell’incidente. E tu lo
sai che, emanando quello che si è, non si può che attrarre quello che si
emana. Se vivi all’inferno, è inevitabile che arrivi il diavolo ad amarti. Io
con Lilia ci parlo sempre. Lei ama la pioggia, ma ogni volta che ho provato
a gridarle di lasciare Luca e le ho spiegato quale schifo di uomo sia, lei
fraintende. Ascolta solo quello che le fa comodo.
– Lilia parla con te, nonostante sappia che tu sei morto?
– Intanto io adesso non sono più un lui, ma sono una lei, proprio come te!
Io sono te! Solo piccola. Sono fatta del tuo passato e del tuo futuro, perciò
non ho presente e vivo qui. Lilia parla con la pioggia, quindi con le mie
lacrime, ma parla sempre con me, anche se lei non lo sa. Il guaio è che le
interpreta a modo suo. Non mi sta a sentire. Lei di Mimmo non ne parla
mai. Pensa che Rosa sia ancora viva e non si chiede mai dove sia finito suo
fratello. Che ti devo dire. A furia di vivere dimensioni parallele, di
viaggiare nel multiverso e di soffrire, non si ricorda più di essere una strega
e vive nel casino più totale. Mescola i tempi, i luoghi, le dimensioni. Un
vero macello. Del resto, è stata triturata per bene, non è detto che riesca a
riprendersi da sola. Le ho fatto incontrare un bambino dell’età tua, quando è
avvenuto l’incidente. Speravo che, in quel modo, si ricordasse di Mimmo,
ne parlasse, lo cercasse. Ma niente.
– Ma come fai a sapere tutte queste cose? E a essere così saggia?
– Io in realtà ho la tua stessa età. Te l’ho detto che sono te! Ma sono te del
passato e del futuro uniti insieme, perciò non posso vivere il presente. Se
non scegli di vivere il presente, non lo vivi. Lo lasci andare. Ho scelto di
apparire in questo modo, perché mi piaccio così. Tu dovresti saperlo bene
visto che, quando eri piccola, volevi essere come me. E lo sai che nel
sottocielo esiste la crescita esponenziale? Le mie qualità interiori e i miei
talenti, quindi, crescono a dismisura.
– Non credo di aver capito ma, se ho compreso bene, dunque, quando noi
vediamo Rosa viva, in realtà stiamo osservando il passato di Lilia?
– No. Non hai capito niente allora. Non esistono il passato, il presente e il
futuro come li intendete voi sulla Terra.
– Ma lo hai detto tu che tu sei…
– Taci. – gridava la bambina – Era un esempio per farti capire! Allora,
ricominciamo. Esistono infiniti mondi paralleli e, quando voi vedete Rosa,
potrebbe essere davvero Rosa nella dimensione coatta o Lilia che finge di
essere Rosa o qualcun altro che finge di esserlo o la materializzazione dei
desideri di Lilia nella dimensione del sogno o in quella astrale o nel regno
dei cloni ecc. ecc.
– Ecc. ecc. cosa vuol dire? Non ho capito niente!
– Quando sei una strega e hai doti da strega, puoi fare cose eccezionali,
ma puoi anche entrare in confusione perché, a differenza dei terrestri, vedi,
senti e vivi anche le dimensioni parallele, quelle invisibili per gli esseri
umani. Voi, infatti, avete ricevuto da Lor il dono dell’invisibilità. Senza quel
dono non potreste vedere niente di tutto questo. La vita vi sembrerebbe
noiosa, inutile e senza senso com’era prima di partire per la vostra missione.
Il guaio è che la nostra strega ha subito un grosso trauma o forse più traumi
ripetuti nel tempo e perciò non si ricorda di essere una strega. Per questa
ragione, confonde i piani, i tempi e le dimensioni, non ascolta e rischia di
impazzire, se qualcuno non la aiuta.
– Proprio a noi doveva capitare una strega con l’amnesia? Lei è quella
che dovrebbe aiutare noi!
– Certo, ma Lor vi ha spiegato che esiste la legge di reciprocità
nell’universo, quindi, prima voi dovete aiutare lei.
– E come? Come si fa ad aiutare qualcuno a riacquistare la memoria?
– Ah… tu sei la regina del trasformismo! Troverai senz’altro il modo! E
troverai anche il modo di fare giustizia, vero? Altrimenti io piangerò così
tanto che sterminerò tutti sulla Terra.
– Smettila. Tu non puoi fare una cosa del genere.
– E perché non potrei?
– Perché io non voglio! E tu sei me!
– No, cara mia, ti sbagli. – diceva la bambina scoppiando a ridere. – Tu
mi hai ignorato. Tu non mi hai voluto. Tu mi hai respinto e mi hai cacciato.
Per questo io sono finita nel sottocielo e da qui nessuno mi può cacciare. Io
sono la regina del sottocielo e delle persone scomparse, rifiutate e
abbandonate.
– Ma io ero solo una bambina! Come puoi pensare che a sei anni
chiedessi ai miei nuovi genitori di cambiare sesso?
– Io ho dieci anni, non sei. A dieci anni un bambino ha scelto di vivere
con il padre, anziché con la madre e tu non potevi scegliere di avere la
farfallina?
– No. Non potevo. Neanche lo capivo di voler essere donna.
– Sei sempre la solita bugiarda. E allora sai che ti dico? Lascia che Lilia
sposi quel delinquente di Luca. Non fare giustizia e torna a casa, perché
proprio non sei degna dei tuoi poteri e della missione che Lor ti ha affidato.
– No, aspetta, ti prego, fermati. – gridava Nadia mentre la bambina si
allontanava.
All’improvviso, Nadia sentiva la testa che le girava. Cadeva in un vortice
d’aria, chiudendo gli occhi per la paura. Quando si risvegliava, era insieme
ai suoi amici. Istintivamente, con ardore, stringeva a sé Mattia ma, non
appena se ne rendeva conto, si allontanava di scatto.
– Come avete fatto a trovarmi? Dov’ero finita? – domandava Nadia.
– Nel sottocielo. – diceva Mattia che le spiegava tutto e aggiungeva – Hai
scordato che la vita ci ha ripagato per le nostre madri anaffettive e per la
mancanza di un padre, donandoci dei super poteri, che non sappiamo usare
granché, che funzionano quando pare a loro e che non salveranno il mondo?
– Vedo che non sei cambiato durante la mia assenza. – rispondeva Nadia
– Sei sempre il solito ottimista. Quanto tempo sono stata via? A me è
sembrato pochissimo.
– Nel sottocielo il tempo scorre molto più velocemente che sulla Terra,
come nello spazio. – rispondeva Alice.
– E tu come lo sai? – chiedeva Mattia.
– Siamo ancora a questo? – ribatteva Alice – Merito di quei super poteri
che non sappiamo usare granché, che funzionano quando vogliono loro e
che non salveranno il mondo.
– Sei stata via un anno, se lo misuriamo con il tempo terrestre. – diceva
Alex.
– Non è possibile? – gridava Nadia – Io ho solo chiacchierato un po’ in
uno strano posto. Non ho fatto nient’altro.
– Fantastico! – esclamava Alice. – Questo significa che, se mi mandate
nello spazio o su un altro pianeta o in una dimensione parallela, io vivo
cinque minuti, ma in realtà sulla Terra è trascorso un anno e dunque tutti
invecchiano, ma io non invecchio mai rispetto ai terrestri. Meraviglioso!
Voglio andare a fare un giro nello spazio!
– Alex, – riprendeva Nadia, che sospirava per i soliti discorsi di Alice e
corrugava gli occhi a Mattia in segno di complicità – io non ho ancora
capito come devo fare per tornare qui da voi. – sussurrava Nadia.
– Non lo capisci perché ami le tue distrazioni. – le spiegava Alex – Tu ti
sei sempre distratta molto facilmente, perché tutto in genere ti annoia dopo
pochi istanti. Non è colpa tua, se tutto ti annoia. Tu, però, devi capire che
sei molto avanti rispetto agli altri. Quando le persone parlano, tu sai già
cosa vogliono dire e dove vogliono arrivare. Per questo trovi la maggior
parte delle persone noiose e prevedibili. Per imparare a tornare qui, dunque,
devi essere più comprensiva, così ti distrarrai meno. Solo se resti
concentrata, comprendi che i viaggi spazio-temporali sono pura magia.
Devi prima immaginare di far scomparire le cose o le persone. Poi,
concentrati sulla destinazione e, sempre con la fantasia, trasporta il
viaggiatore là dove deve andare. Conta quindi fino a tre e le cose si
alzeranno in volo, scompariranno e riappariranno dove vuoi tu. È solo
questione di allenamento, come tutto. Il mondo e la vita appartengono ai
testardi. Lo sapete perché Rol riusciva a dipingere e scrivere a distanza, a
vedere il futuro, a viaggiare nel tempo?
– Ne siamo capaci pure noi. – si intrometteva Alice – E Nadia smettila di
farmi le smorfie. Ti ho visto prima sai, quando mi hai sfottuto con il tuo
amichetto.
– Ma quale amichetto? – si alterava Nadia – Sei troppo permalosa e stai
sempre a pensare all’estetica.
– E quindi? È reato? – ribatteva Alice.
– Si è tanto più autentici quanto più si somiglia all’idea che si ha di sé,
dice Agrado nel film “Tutto su mia madre” di Almodovar – si intrometteva
Alex.
– Sì, grazie Alex. – riprendeva Nadia – Non abbiamo bisogno di avvocati
difensori. Riprendiamo?
– Sì, Alex, – diceva Alice – devi dire loro che anche noi siamo capaci di
fare quello che faceva Rol! Diglielo! Almeno noi due siamo capaci.
– Quasi, – continuava Alex – noi siamo ancora piuttosto inconsapevoli e
andiamo a tentativi.
– Beh, un po’, sì, dai, forse hai ragione. – ribatteva Alice – Spiegaci
allora come Rol ci riusciva.
– Rol aveva poteri straordinari perché era privo di orgoglio e interessi. –
rispondeva Alex.
– Come hai scoperto tutte queste cose? – chiedeva Alice, mentre Nadia e
Mattia si guardavano assorti, come se contemplarsi fosse la cosa più
naturale e bella di sempre.
– Dai libri e dai documentari. Noi siamo un esercito e dobbiamo imparare
a muoverci per mare. Costruiamoci delle navi grazie a Nadia e poi
facciamole apparire e scomparire quando ci servono, esattamente come
fanno le particelle negli studi di fisica quantistica. Avete mai sentito parlare
del triangolo della magia bianca? Poteri magici del bene che formano un
triangolo tra le città di Torino, Lione e Praga. Quello del male attraversa
invece Torino, Londra e San Francisco. Vorrà dire qualcosa se Lilia ora sta a
Torino. E poi dobbiamo sempre tenere a mente gli straordinari poteri
dell’acqua. Mai sentito parlare delle acque informate?
– Sì, ma prima di capire questo, devo dirvi cosa ho visto. – diceva Nadia,
che iniziava a raccontare alcune parti della sua esperienza nel sottocielo.
– Il nostro primo compito, infatti, – diceva Alex al termine del racconto
di Nadia – è quello di trovare l’anima in questo casino. Dobbiamo innanzi
tutto imparare a sentirla. La bambina che hai incontrato, per esempio, sente
tutto perché ha trovato la sua anima attraversando l’abisso infernale degli
abusi subiti. 13 è la carta della morte nei tarocchi. Dunque, il messaggio per
te, Nadia, è che devi rinascere. Tu sei troppo ossessionata dalla giustizia.
Per te la cosa più importante nella vita è la giustizia, ma non è così. La
giustizia è solo un concetto di questo mondo. Lo hanno spiegato tutti i saggi
e gli illuminati. La vita sta sempre dalla parte dell’amore. Per questo devi
insegnare ai tuoi figli, per prima cosa, l’amore, non il terrore. La giustizia,
spesso, si esercita solo per paura di subire torture atroci, in caso di
violazione delle regole. Regole che, dunque, si seguono non per
convinzione, ma per terrore. Chi pensa che ci siano cose molto più
importanti dell’amore, ha sprecato la vita.
– Ma questo cosa c’entra? – chiedeva Nadia.
– La volete smettere di parlare in questo modo? – si intrometteva Mattia –
Sempre a fare premonizioni o a parlare complicato.
– La giustizia, cara Nadia, inoltre, spesso racchiude in sé il terrore di non
poterla realizzare. – riprendeva Alex – La giustizia, troppe volte, è solo una
vendetta culturalmente accettata. È giustizia quando commina pene di
morte? Il filosofo Galimberti spiega bene che uno dei nuovi vizi è il
conformismo{16}. Se la pensi diversamente sei fuori. Il potere vuole
conformismo, perché è più facile governare chi la pensa nello stesso modo.
E sapete qual è stato il governo più conformista mai esistito nel nostro
Paese? Il fascismo, che è un modo di pensare e il modo di pensare
determina il modo di vivere. Pensare da fascisti significa appiattire,
semplificare, parlare solo di attualità, della dittatura del presente che,
paradossalmente neppure sappiamo vivere. Sprechiamo il tempo, infatti, a
osservare le vite degli altri, dimenticando così di guardare la nostra. Se non
diventiamo testimoni della nostra vita, ci condanniamo alla coazione a
ripetere sempre le stesse cose, senza imparare mai nulla di nuovo. Per
questo dovete svegliarvi. Il poeta Rumi scrisse “Ben oltre le idee di giusto e
sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù”. Che questo sia il tuo nuovo
motto. – chiudeva rivolgendosi a Nadia.
– Adesso basta! – strillava Mattia, sbattendo la mano sul tavolo su cui
Alice stava apparecchiando. In un secondo il tavolo si sgretolava, i piatti
andavano in frantumi e poi tutto diventava cenere, svanendo nel nulla. Tutti,
tranne Alex, restavano basiti.
– Non spaventatevi, – diceva Alex – ve l’ho già detto che Mattia ha
trovato il modo di usare le leggi della fisica quantistica, anche se non sa
come ci riesce. La solidità è un’illusione. Ogni cosa è fatta soprattutto di
vuoto, che è un pieno di energia e l’energia si sposta grazie alle
informazioni. Ed è per questo che noi esseri umani siamo composti per il
97% da molecole di acqua. Grazie all’acqua, infatti, le informazioni
circolano e circolano anche molto più velocemente. Ricordatelo. E
ricordatevi anche le parole di Lor. Quando arriveremo in Tibet, potremo
imparare ad attraversare i muri e a volare, come hanno già fatto alcuni
monaci tibetani. C’è molto di più di quello che si vede nella vita. Noi ne
comprendiamo e ne scorgiamo al massimo il 5%.
– Ma io non ricordo che Lor ci abbia mai detto queste cose. – affermava
Nadia, mentre Mattia le dava ragione annuendo.
– Nadia, – si intrometteva Alice – posso spiegarti come fare a tornare
qua, alla base, quando viaggi nel multiverso. C’è un altro metodo, oltre a
quello di Alex. Devi pensare che siamo tutti uno, che siamo tutti collegati e
vederti unita alle cose e alle persone del luogo in cui vuoi andare. Là dove
arriva il pensiero, poi arriva il corpo. Qualsiasi energia noi inviamo arriva
sempre a destinazione, anche se non ne siamo consapevoli.
– Dunque, – diceva Nadia – se ho capito bene io devo immaginare di
essere unita con te, con loro e con questo palazzo sospeso tra le nuvole. Se
lo penso, poi lo realizzo e torno qui. Ma tu come lo hai imparato?
– Dai monaci buddisti. Prima che Alex venisse a prendermi, mi sono
intrufolata in un monastero sperduto in un’isola deserta in Tailandia.
– E come hai fatto a capire la loro lingua? – chiedeva Nadia.
– C’era un medico italiano che stava imparando la meditazione della via
di mezzo; il capo dei monaci gli insegnava tutto, con la promessa che in
cambio il dottore avrebbe condotto degli studi per dimostrare gli effetti
positivi della meditazione sulla salute umana. Basterebbe praticare ogni
giorno per cinque minuti una semplice meditazione del respiro, per
cambiare le nostre vite e stare bene, scegliendo la felicità. In sostanza,
bisogna chiudere gli occhi, inspirare impiegando quattro secondi, trattenere
il fiato per altri due secondi e poi espirare rilasciando l’aria piano in sei
secondi almeno. Provateci. Fatelo per cinque minuti. Non solo vi
addormenterete ma, quando vi sveglierete, starete benissimo. Appena
riaprite gli occhi, immaginate la vita perfetta che vorreste. Sentite le
emozioni di gioia e gratitudine che accompagnano quella visione.
Assaporatene il gusto. In questo modo, cambierete le vostre frequenze e
attirerete ciò che desiderate nel profondo. In Tailandia ho imparato anche
cosa sono l’elettromagnetismo e le geopatie.
– Basta per ora. – la interrompeva Lor apparendo all’improvviso in
mezzo a loro, come al suo solito – Vedete, – continuava – anche
l’esperienza di Alice in Tailandia ha avuto un senso importante. Era
necessario che lei facesse quell’esperienza. Alice ha imparato questa nuova
tecnica per cambiare la propria vita. Ora sta a lei e a voi sceglierla, se
sentite che è quella giusta per voi.
– Nadia, – continuava Lor rivolgendosi a lei – hai mai sentito dire che
molte scoperte geniali sono state compiute da non esperti di quel settore?
Questo capita perché, mentre sei preso a svolgere un lavoro che detesti, ma
che piaceva a tuo padre o a tua madre, puoi ricevere intuizioni fantastiche.
Come quella che ebbe un avvocato, che fu il primo a sostenere l’espansione
dell’universo. Queste idee geniali si verificano perché, anche quando ti lasci
scorrere la vita tra le mani, ci sono dei momenti in cui la smetti di
scarnificarti l’anima e, dunque il corpo, o di sfarinarti o congelarti il cuore.
E, in quei momenti magici, in cui sei intento ad accettare quello che ti
capita, la vita accade e ti premia. Ora devo andare. Ero solo di passaggio.
Sono venuto a farvi un saluto. Alex ti spiegherà il resto.
– No, Lor… – gridava Nadia che avrebbe voluto fargli mille domande,
ma il vecchio con gli occhi poco più piccoli di due palline da tennis era già
scomparso, infilando la testa sotto il suo mantello.
– Ecco, – iniziava Alex – ora cercherò di spiegarti, nel modo più semplice
possibile, come fare a tornare indietro, ma per farlo devo convincere prima
la tua parte razionale che questo sia possibile. Devi sapere che la forza di
gravità è in sostanza quella che tiene i pianeti vicini, al contrario la
cosiddetta energia oscura è quella che li porta ad allontanarsi. Come dice il
nome stesso si chiama energia oscura perché ancora gli scienziati non ci
hanno capito molto. Quel po’ che hanno compreso, però, lo spiegano in
modo chiaro e, infatti, dicono che si tratta di quella forza che fa allontanare
i pianeti. Hai presente il panettone quando lievita? L’uvetta, che tu avevi
sistemato prima di infornarlo, si trovava tutta vicina vicina, poi l’impasto è
cresciuto e le uvette si sono allontanate. Ecco, la forza oscura fa crescere lo
spazio, allontanando i pianeti come fossero l’uvetta del panettone. Oggi tutti
sanno che lo spazio non è immutabile e che non esiste niente di fisso, come
invece sosteneva Aristotele. Quindi, sia che tu voglia muoverti nel nostro
universo a spirale sia che voglia esplorare le galassie, devi ricordarti di
giocare con lo spazio. Plasmalo a tuo piacimento. Lo puoi persino
attorcigliare, ma questo non posso spiegartelo, perché dovrei parlarti della
teoria delle stringhe ed è davvero troppo complessa per riassumerla in due
minuti. Se devi andare molto lontano, quindi, sfrutta l’energia oscura. Se
devi spostarti velocemente, taglia o piega lo spazio. Se devi tornare qui su o
in un posto che ti è familiare e non riesci a mettere in pratica il consiglio di
Alice, diventa l’evoluzione di Pollicino. Quando parti per viaggiare nel
tempo e nello spazio, non puoi seminare sassolini o briciole di pane, ma
puoi lasciare il gps accesso. Quando arrivi a destinazione, lo spegni, così
risparmi batteria e poi, prima di ripartire, leggi le coordinate e te le ripeti
cento volte, in modo che il tuo subconscio le memorizzi. Prima di partire,
puoi anche disegnare e poi materializzare una corda lunghissima, scrivi sul
foglio magari cento milioni di miliardi di chilometri o centomila unità
astronomiche. Quando stai per andare, tieni in mano un capo della corda, la
cui estremità opposta avrai assicurato al piede del tuo letto. In questo modo,
se tardi, noi, dopo due anni dalla tua partenza, ti tireremo su.
– E io come farò a sapere a cosa corrispondono due anni terrestri nel
posto in cui sarò? E poi scusa, mi devo muovere sempre con questa corda?
– No. La rendi invisibile e te la porti sempre legata al polso. Quando
decidi di apparire a qualcuno, la lasci legata da qualche parte, sempre in
modalità invisibile ovviamente. Devi immaginare l’inimmaginabile.
Ricorda sempre le parole di Lor. Dove arriva il tuo pensiero, puoi arrivare
anche tu.
– Mah! – esclamava Nadia, che non aveva capito molto di tutti quei
discorsi. Si girava verso gli altri e si accorgeva che i suoi amici stavano
praticamente dormendo in piedi. Erano quasi le tre di notte, infatti, e, come
capitava sempre a quell’ora, all’improvviso, tutti e quattro sentivano un
bisogno irresistibile di dormire. Tra le tre e le quattro, infatti, Lor cercava di
guidarli alla vittoria, senza che se ne accorgessero. Per riuscirci, li faceva
sprofondare in un sonno profondissimo, usando una musica a 0.1 hertz,
ottima per calmare il cuore e avviare il suo potere, che funzionava meglio a
quell’ora. Lor sapeva bene che solo tra le tre e le quattro del mattino si
produce il picco massimo di melatonina e si resta come paralizzati. Era
sicuro che, se fosse apparso in un altro momento, l’attrazione che esercitava
avrebbe spinto i quattro a seguirlo come farebbero le pecore o i piloti
dell’aeronautica militare che, senza accorgersene, seguono le navicelle
aliene quando appaiono. Nulla sarebbe poi cambiato. Il vecchio sapeva che,
durante il picco massimo di melatonina, gli occhi e il cervello non si
bloccano, perché devono trasformare le informazioni che il cuore riceve.
Quello era l’unico momento in cui avrebbe potuto ricondizionare la loro
vita.
24. Rosa e il professore

Esprimere desideri il giorno del proprio compleanno serve, pensava Rosa.


Ancora non posso credere che sto per realizzare il mio, diceva tra sé, ed è
tutto merito di Melita. Rosa aveva appuntamento per iniziare il lavoro che
aveva sempre sognato. Lavorare in un negozio di giocattoli. Non
bisognerebbe mai, però, coinvolgere altre persone nei propri sogni,
constatava Rosa. Melita, infatti, avrebbe mantenuto la promessa solo a
metà. Rosa avrebbe lavorato nel negozio a chiamata. Quando e solo se ci
fosse stato bisogno di lei. Melita poteva avvisarla anche la mattina per il
pomeriggio o la sera tardi per il giorno seguente. Naturalmente nessun
contratto e nessun diritto. Se fosse dipeso solo da Melita, Rosa avrebbe
potuto lavorare in quel negozio ogni giorno, ma l’avvocatuccio, così
chiamava il fidanzato di Melita, le aveva comprato quel negozio proprio per
tenerla impegnata, obbligandola a occuparsene in prima persona.
Naturalmente sperava di fargli cambiare idea in fretta. Giusto il tempo di
trovare il sistema di ricatto più adatto, pensava Melita. Quella mattina,
diversamente dal solito, Rosa si svegliava presto, come se presagisse tutto
quello che doveva accadere.
– È la vecchiaia: non dormo più come una volta. Oh, ma che importa
dormire. – bofonchiava. Parlava, come sempre, anche da sola. – Non
bisogna vedere con gli occhi e sentire con le orecchie. Per essere liberi e
felici basta seguire… non me la ricordo più quella frase… come diceva? E
dove l’ho sentita?
Per accelerare il tempo, Rosa decideva di passare in biblioteca: doveva
restituire alcuni libri che sua sorella aveva preso per i suoi studenti. Sugli
scalini della biblioteca, il suo amico Alèn la puntava con insistenza. In un
secondo le era addosso. Rosa si sentiva come una gazzella senza alcuno
specchio d’acqua a metterla in guardia. Alèn la tirava a sé e la baciava.
– Allora, – diceva il ragazzo – adesso che ci hanno visto tutti posso dire
che sei la mia ragazza?
– Ma non scherzare! Anche se ci vedono in diretta mondiale, sai che non
cambierò mai idea. Io sono single! – urlava Rosa mentre lo allontanava.
Riprendevano a baciarsi, quando una telefonata sul cellulare di Rosa li
interrompeva. Era un altro suo amico, Leo. La supplicava di correre da lui
nell’aula Celine della facoltà di lettere, perché i suoi occhiali erano rimasti
nella sua borsa e, senza, non riusciva a esporre la sua tesina su Marài.
Già, pensava Rosa, l’altro ieri sera l’ho costretto a toglierli. È così carino
quando non li indossa. Arriverò in tempo, giurava a sé stessa.
Per non ferire Alèn, gli diceva di dover raggiungere la sua migliore amica
alla facoltà di lettere. Ha un problema molto serio con il suo ragazzo e deve
parlarmi subito, aggiungeva, ma dovrà farlo durante una lezione perché ha
l’obbligo di frequenza.
Rosa sfrecciava via con la sua vecchia utilitaria viola, ma veniva fermata
da un vigile. Cazzo, il rosso del semaforo, esclamava tra sé. Riusciva a farla
franca, come sempre, inventandosi che stava correndo all’ospedale. Questa
volta, però, non era lei che rischiava di perdere il bambino, ma sua sorella.
Arrivava all’università in clamoroso ritardo. Alcuni studenti di Lilia,
vedendo Rosa, si convincevano che si trattasse della loro amata prof tocca.
Stupiti per il nuovo look e per averla vista scendere da un’automobile,
diffondevano la notizia in mezzo ateneo. Scoppiava il putiferio: una mezza
rissa tra chi sosteneva di aver visto la professoressa scorrazzare come una
bomba sexy per i corridoi e un’accesa discussione tra coloro che, al
contrario, insistevano di aver seguito la lezione con la Gapiès di sempre. A
riportare la calma, era lo studente più carino e preparato, che riusciva a
calamitare l’attenzione, visto che non parlava quasi mai.
– Ma non capite? La prof tocca, oggi, è uscita prima dalla classe. L’avete
scordato? Si sarà semplicemente cambiata d’abito. – sentenziava.
Gli animi si placavano perché, nel frattempo, passava Rosa, che non
avrebbe mai ammesso di essersi persa in quel labirinto. Per fare in fretta,
Rosa schiacciava l’occhio a un paio di ragazzi che, senza indugio, le si
avvicinavano ed erano molto felici di scortarla fino all’aula Celine. Si
accomodava nell’unico posto vuoto in prima fila. Un professore dai
lineamenti delicati come quelli di una donna stava confrontando le scritture
di Mc Ewan e di Marài. Rosa restava incantata. A fine lezione, il professore
si rivolgeva proprio al suo amico Leo.
– Sono spiacente signor come si chiama, – proclamava il professore – ma
ormai non c’è più alcun bisogno della sua tesina. Dovrà trovarsi un altro
scrittore e un altro argomento da esporre, se ambisce a un trenta. Se vuole
un consiglio, si impegni anche nella ricerca di giustificazioni meno
patetiche. Non le sembra un’arzigogolata scusa malconcia, oltre che logora,
l’invenzione degli occhiali magici, senza i quali non è in grado di esporre la
tesina? Abbiamo forse un uomo talpa tra noi? Tra l’altro, la scienza fa
progressi e il signor come si chiama non sa che esistono il laser e le lentine
che curano la miopia?
Leo avrebbe voluto insultarlo e dirgli che lui aveva una grave retinopatia
agli occhi e che, senza occhiali, non riusciva proprio a leggere, ma il
professore, rivolgendosi all’intera classe, continuava a umiliarlo.
– Un autore, se dite di amarlo, deve distillarsi dentro di voi, fino a
diventare il vostro sangue. La storia del vostro collega, questo caro signor
come si chiama, è troppo vera per essere credibile. Il segreto, infatti, è
avvicinarsi al cuore delle cose, non possederlo. Bisogna vivere accanto alle
cose, ma lasciarle libere. Signor come si chiama parla di sé, raccontando ciò
che crede di conoscere di se stesso. Questo è il suo errore. Lei dovrebbe
parlare di lei per tutto quello che di lei non sa oppure dovrebbe tacere. Al
massimo, potrebbe parlare di lei per tutto quello che non è. L’importante è
apparire vaghi, misteriosi, leggeri e, soprattutto, mai raccontare l’unica
verità possibile. Si ricordi che noi non conosciamo mai la realtà per com’è,
ma solo sulla base delle nostre conoscenze, che il più delle volte sono errate
o limitate o inventate o tutte e tre le cose insieme. Le storie vanno
manipolate per ottenere risultati. Dunque, signor come si chiama si faccia
dare l’assegno di invalidità. Le servirà per pagare le tasse, visto che
impiegherà anni a superare l’esame con me. Buona giornata. – concludeva
il professore, uscendo dall’aula.
Rosa lo inseguiva. Amava quel sarcasmo. Voleva chiedergli la tesi, anche
se non era iscritta. Le sembrava un’ottima scusa per rimorchiarlo.
Il professore, visibilmente attratto da Rosa, la invitava a bere un caffè con
la scusa di averne urgente bisogno. I due parlavano a lungo. Rosa riusciva a
scoprire che il professore si chiamava Luca Leandro, aveva cinquant’anni e
una sorella più piccola, Stella. Rosa, convinta che tutto il mondo si reggesse
sull’intreccio di fili elettrici, collegamenti vitali, chiamati dalla gente
coincidenze, non restava affatto stupita da quell’incontro. La conversazione
veniva interrotta dalla telefonata di Lilia preoccupata. Rosa non aveva
ancora fatto la spesa, era quasi ora di pranzo e, nel pomeriggio, sarebbe
dovuta andare al negozio, per iniziare il suo nuovo lavoro. Rosa
approfittava di quella telefonata per domandare a Luca se conoscesse sua
sorella, la professoressa Lilia Gapiès, visto che insegnavano nella stessa
facoltà. Luca, eludendo la risposta, le faceva notare l’orgoglio nel suo tono
di voce, quando parlava della sorella. Rosa, allora, per compiacerlo,
sosteneva che insegnare fosse il più bello dei mestieri, nonostante avesse
sempre detto il contrario alla sorella, ritenendolo del tutto inutile. Fino a
quel momento, per lei ognuno era sempre e solo autodidatta.
Mentre Lilia aspettava il ritorno di Rosa, prendeva il cellulare e scriveva
un messaggio a Luca. Come sempre, lo cancellava e si metteva a correggere
le tesine dei suoi studenti. A un certo punto, si incantava a riflettere sulle
diverse interpretazioni che ciascuno studente esponeva sul medesimo
argomento. Le contraddizioni non si annidavano soltanto tra i diversi scritti
degli studenti, ma anche all’interno di ogni singola tesina. Bastava quella
riflessione per trascinare Lilia nella fortezza forgiata dalle sue ferite. Era
spettatrice del suo passato, che scorreva senza linea temporale, a scatti,
costringendola ad assistere a scene sparse, spesso lontane molti anni le une
dalle altre. Lilia sapeva bene che gli occhi degli uomini hanno l’illusione
della continuità. Basta far scorrere venticinque fotogrammi al secondo,
perché la velocità regali una visione di continuità. Lo sa bene il cinema. Per
questo non comprendo, diceva tra sé, perché io invece devo percepirle
separate, soffrendo il doppio, proprio a causa dello spazio di riflessione che
mi viene concesso tra l’una e l’altra. Sigillare gli eventi può forse servire a
fare ordine? Si domandava. Non è forse necessario che vi sia prima una
qualche comunicazione tra i fatti? Se restano slegati gli uni dagli altri, come
le sequenze di un film non ancora montato, non si rischia di perderne il
senso? Si rendeva conto di aver trasformato ogni evento del passato in una
cella piccolissima: una scatola velenosa in cui, spesso, si trovava
prigioniera. Era consapevole di rivivere continui isolamenti senza senso.
In un istante, Lilia si ritrovava seduta davanti a un centinaio di scatole.
Tentava di aprirne una, ma veniva risucchiata dentro la scatola e trasportata
in una segreta, dalla quale era possibile uscire solo attraversando tutte le
altre celle, sempre più strette e minuscole. Mentre cercava di riemergere,
attraversando quelle prigioni, notava che in ognuna di esse venivano
proiettati scorci della sua vita. A vederle così, le sembravano vite diverse di
persone diverse. Forse, pensava, fuggendo da quello che siamo stati
generiamo tutte le nostre contraddizioni interne. Forse, l’unica soluzione
per andare avanti è lasciarsi alle spalle il passato, dopo averlo messo in
ordine. Altrimenti, rivivremo senza fine quello che già è stato e non
potremo che compiere sempre le stesse azioni. Adesso capisco perché,
quando mi arrabbiavo con Luca, elucubrava, avrei voluto dirgli le stesse
cose che non ho mai avuto il coraggio di sputare in faccia ai miei genitori.
Forse, siamo incoerenti e confusi, proprio perché viviamo mille vite in una,
si diceva. Nelle segrete di ciascun uomo si ripetono in fondo sempre gli
stessi fatti, solo con protagonisti diversi. Il guaio è che, per ogni situazione,
vi sono una cella e un io, più o meno diverso da quello di oggi. Non sto
scoprendo niente di nuovo, si ripeteva Lilia, ne hanno già parlato Pirandello
e molti filosofi, ma ho bisogno di uscire da questo labirinto, in cui il mostro
sono io, che non mi conosco. Per salvarsi, basterebbe tornare bambini felici,
quando ogni cosa sembrava per sempre? E se non lo si è mai stati felici? Mi
sento in trappola, come ogni volta. La sciatica mi brucia e l’anca si chiude,
perché non riesco a evadere dalla prigione, in cui sono ostaggio e carceriere.
Non so neanche se mi sento così, perché sono davvero un mostro o perché
esiste un mostro che mi ha fatto a pezzi e ogni mio pezzo vive in una
segreta diversa. Potrò mai ricompormi e avere armonia, equilibrio? Temo
che esistano tante me quante sono le emozioni che mi attraversano. Per ogni
volta che ho preso una decisione si è creata una certa me. E per tutte le altre
volte in cui avrei voluto fare qualcosa, che poi non ho fatto, sono nate
altrettante me. Tutti i miei io vivono in universi paralleli. E io sono
schiacciata dalla loro presenza. Siamo tutti essere multidimensionali, dai
poteri inimmaginabili e stiamo male anche perché viviamo ignorando questi
due aspetti. E allora accade che, ogni tanto, i piani si confondano. Per
questo, io non so se ho davvero ucciso un uomo o se è stato solo un mio
desiderio, che ha generato una certa altra me, imprigionata a sua volta in un
universo parallelo. E se, invece, fossi stata un’assassina in un’altra vita? E
se fossi un’assassina che ha perso la memoria? A volte, penso di aver ucciso
una donna e non un uomo. Altre di essere matta e basta. L’ho pensato anche
stanotte, quando mi è apparso un vecchio dalla lunga barba rossa e viola,
alto più di due metri e mezzo, con gli occhi poco più piccoli di due palline
da tennis, di colore indaco luminescente, avvolto in un mantello arcobaleno.
Ricordo le sue parole: il cortocircuito si crea quando le centinaia di io che
compongono un essere umano e che vivono contemporaneamente in
dimensioni invisibili ai nostri occhi, si incontrano. Per questo, in certi
momenti, siete paralizzati, non riuscite a parlare, a decidere, a scegliere.
Siete un vero casino, perché nessuno vi spiega come siete fatti davvero. Il
vecchio poi scompariva e Lilia si svegliava, ritrovandosi appallottolata nei
suoi soliti mille pensieri. Quanto temo il giudizio degli altri, si domandava.
Leggere “Il potere di adesso”{17} di Eckhart Tolle non mi è servito a
liberarmi della mia mente. Eppure, continuava, solo Dio sa come vorrei
riuscirci e quanta voglia avrei di dire a tutti che vediamo solo una parte
microscopica di tutto quello che esiste. Noi e il mondo siamo miliardi di
miliardi di miliardi di volte più sconfinati, complessi e potenti di quanto
immaginiamo. All’improvviso, sentiva una voce dire: “Instillate altro
schifo. Su quelli come me non attecchisce. Voi tutti uguali e soli, noi tutti
diversi, uno e insieme”. Lilia non comprendeva quella frase e
quell’incomprensione, per una strana forma di assonanza, le faceva venire
in mente una frase di Ludwig Wittgenstein: I limiti del mio
linguaggio costituiscono i limiti del mio mondo. E, grazie a quella frase, la
sua testa per un po’ si spegneva.
25. Il nostro segreto

Quando Nadia veniva a sapere che Mattia l’aveva salvata, era così felice
di rivederlo da pensare di aver atteso quell’uomo strampalato, con l’elmetto
sempre in testa, da tutta la vita.
Aspettava che Alex e Alice si addormentassero per far segno a Mattia di
seguirla. Lo portava nella sua stanza. Avrebbe potuto disegnare un posto
incantevole, ma sentiva il bisogno di condurlo in un posto che non svaniva a
comando. Appena entrava, Mattia restava incantato a guardare le centinaia
di foto che ricoprivano le pareti. Le studiava una a una e avrebbe voluto
chiederle spiegazioni su tutte. Nadia, però, lo stoppava.
– Io non ti chiederò niente. Neppure della tua vita prima di quell’elmetto.
Tu me la racconterai, quando e se vorrai. Non ti chiederò di amarmi per
sempre, né di promettermi che mi starai accanto per tutta la vita. Voglio
vivermi questa notte come se fosse un sogno. Se non ne parleremo mai con
nessuno, sarà come se non fosse mai accaduta per il mondo. Sarà il nostro
segreto.
– Ma io non voglio che duri solo una notte. – la interrompeva Mattia.
– Non può essere altrimenti. – rispondeva Nadia – Non esiste strada che
possiamo percorrere insieme. Perché non sai gioire di questo momento? Noi
siamo così intimi da poterci guardare senza maschera.
– Io voglio sapere perché non possiamo stare insieme per sempre. Hai
avuto una premonizione? – chiedeva Mattia agitato.
– Se mi vuoi, ti posso offrire solo questa notte. – diceva lei dolcemente –
Poi continueremo la nostra missione come prima. Io non ti chiederò mai
niente, in cambio tu rispetterai questa mia decisione.
– Dimmi almeno perché non mi vuoi? È per via di quest’elmetto? Io ti
amo come non ho mai amato nessuno in vita mia e voglio stare con te tutta
la vita. Ti sposerei in questo istante. E ti chiedo scusa se ho sbagliato
qualcosa, se non ho avuto il coraggio di dichiararmi prima.
– Basta, – lo interrompeva dolcemente Nadia – se continui così, penserò
di aver sbagliato a portarti qui. Basta parole. Sono sicura che se mi
abbracci, nel tuo abbraccio sentirò e capirò tutto. – Mattia le si avvicinava
piano piano e quando stava per baciarla, Nadia lo allontanava.
– Aspetta, – gli diceva – ti prego, facciamo come la prima volta.
Mattia non capiva proprio a cosa si riferisse, ma la seguiva. Nadia lo
faceva sedere su un puffo blu; poi si andava a sedere dal lato opposto,
appoggiando la sua schiena su quella di Mattia. Quanto ti ho amato, quanto
ti ho atteso, pensava Nadia, ti amo ancora e tu lo senti e sarà sempre così,
ma ho fatto una promessa. Non posso darti più di questa sera. Mattia si
alzava e la invitava a ballare. Era certo che anche lei sentisse la stessa
melodia. Poi poggiava le sue labbra su quelle di lei, piano, come a scusarsi
per non averlo fatto prima. I loro cuori tentavano di seguire il ritmo di
quella folle gioia. Si spogliavano, accarezzandosi e baciandosi ovunque.
Nadia aveva la sensazione di essere uno strumento creato apposta per lui.
Mattia era ancora più certo di aver trovato la donna della sua vita, perché
non aveva mai provato un’emozione così forte e totalizzante.
Appena Mattia si addormentava, Nadia restava immobile a guardarlo per
molto tempo. Pensava che non è il sesso a unire, ma l’intimità. Piangeva,
osservando quella cicatrice che aveva in testa. L’intervento era stato così
invasivo e pericoloso da combinarlo in quel modo. I capelli non sarebbero
mai più ricresciuti in quella zona. Se avesse potuto, gli avrebbe spiegato
tutti i motivi per cui lo amava e lo adorava, ma non poteva stare con lui.
Aveva fatto una scelta, tanto tempo prima, di cui nessuno era a conoscenza,
tranne il suo cuore. E con quello non si scherza, se sei un essere puro. Non
puoi infrangere una promessa e non puoi causare la morte di chi ami, gli
sussurrava, mentre lui continuava a dormire. Nadia sapeva che Mattia
poteva vivere tranquillamente anche senza di lei.
La mattina seguente si salutavano come se niente fosse accaduto. Mattia
si illudeva che, rispettando la sua decisione, Nadia, prima o poi, avrebbe
cambiato idea. Credeva di poterla aspettare per anni, perché aveva il cuore
gonfio di indicibile immensità.
– Nadia, – diceva Mattia – hai notato quanto è dimagrito Alex?
– Pensi ancora che sia il cibo a ingrassare? – ribatteva Nadia – Lo sanno
tutti che si ingrassa per i pesi emotivi.
– Ma tutti chi?
– E poi ora, qui, Alex si sente al sicuro e non ha più bisogno di una
corazza per difendersi e tenere gli altri alla larga. Qui nessuno lo prende in
giro. Nessuno lo picchia. Nessuno lo umilia.
– Ma secondo te è giusto che non parliamo mai delle nostre vite? Di tutto
quello che abbiamo vissuto? In fondo è il nostro passato a renderci quello
che siamo.
– E tu sei sicuro di voler essere quello che il tuo passato ti ha fatto
diventare? E poi lo abbiamo promesso ad Alice ed è giusto che sia così. È
solo un’idea la credenza che il nostro passato decida chi siamo oggi. Noi
possiamo essere anche quello che pensiamo adesso. Pensare è già essere,
anche se le conseguenze non sono visibili sulla Terra. Tu potresti pensare di
essere una montagna e parlare con qualcuno pur essendo una montagna.
Purtroppo Alex sta dimagrendo perché spera così di piacere ad Alice, di
conquistarla.
– Perché purtroppo? Io lo trovo molto bello. È un gesto d’amore.
– No. È un gesto di sottomissione. Di dipendenza. Di insicurezza. Di
mancanza di autostima e amor proprio. Noi dobbiamo piacere solo a noi
stessi.
– Lo trovo molto egoistico.
– La gente non capisce che pensare a sé è altruismo, non egoismo. Se non
stiamo bene noi, se non ci piacciamo, non possiamo far star bene nessuno
intorno a noi. Tu porti nel mondo quello che sei. Tu trasmetti quello che
provi. E se provi disgusto rabbia insoddisfazione noia e apatia trasmetti solo
quelle sensazioni negative. Prima lo capisci e prima offrirai il tuo contributo
per migliorare questo mondo. Non hai mai sentito dire che l’energia va dove
metti l’attenzione? Impegnati quindi in cose piacevoli, altrimenti nutri i
demoni. – concludeva Nadia, che andava a rifugiarsi nella sua stanza, tra le
sue fotografie. Il modo migliore che aveva per ricaricarsi era quello di
fissare le foto di un bambino, identico a lei.
26. I soliti tormenti e Van Gogh

Come tutte le sere, Rosa raccontava la giornata alla sorella. I resoconti di


Rosa erano per Lilia l’unico contatto vero con la società. Lilia attraversava
l’esistenza in punta di piedi, camminando sempre a testa bassa e a passo
svelto. Persino i corridoi dell’università, calpestati milioni di volte, non
erano affatto rassicuranti per lei. Anzi, li percorreva come fossero un
labirinto, tornando spesso indietro e bisbigliando strane preghiere. Era
sempre alla ricerca del dipartimento in cui insegnava. Quando lo trovava,
lavorava in apnea, senza concedersi mai una pausa. Non conversava con
nessuno, se non quando era assolutamente indispensabile: l’educazione,
infatti, le imponeva di rispondere alle domande. Solo per i pochissimi in
grado di vedere davvero traspariva con chiarezza lo stato d’animo della prof
tocca. Benché Lilia si sforzasse di essere gentile, il suo atteggiamento
parlava. Diceva che non voleva essere disturbata, né coinvolta da nessuno.
Rosa, come quasi tutte le sere, non faceva che ripeterle di trovarsi un
uomo. Lilia rimaneva in silenzio di fronte alle provocazioni di Rosa.
Faticava a vedere il male fuori di sé. Il male e il giudizio sono parti di me e,
come tali, pensava, devono essere diretti solo contro di me. Mentre la
sorella parlava, lei cercava di domare il suo ennesimo senso di colpa per
non essere mai riuscita a confessarle di Luca. Non le aveva mai raccontato
niente delle due settimane trascorse a Torino. Per questo, anche la sera in
cui Rosa le parlava di Luca, continuava a tacere. Il dolore brucia, notava
Lilia; ti obbliga a serrare i denti, a trattenerlo. Per questo, se lo assapori, ti
lascia escoriazioni sul palato e sulle gengive. Voleva domandare a Rosa se
avesse mai avuto ferite in bocca. Non sapeva spiegarlo, ma ogni sapore
aveva un gusto più intenso con delle piccole ferite. Questa è la sensibilità.
Qualcosa di aperto che ti porti addosso, in un luogo appena nascosto. Può
condurti ovunque, ma anche ucciderti con una piccola infezione. Percepisci
un gusto metallico all’inizio, diceva tra sé, ma poi senti il vero sapore di
ogni cosa. Rosa, nel frattempo, la incalzava e allora lei, da brava cristiana,
replicava all’entusiasmo della sorella esortandola a dire la verità.
Se questo Luca ti piace così tanto, – asseriva Lilia – devi dirgli che non
sei iscritta all’università.
Rosa accettava, ma a patto d’invitare Luca e Stella a cena. Lilia si
domandava come avrebbe fatto a vedere Luca senza lasciar trasparire nulla
e, soprattutto, si chiedeva come fosse possibile che lui, vedendo Rosa, non
si ricordasse di lei. Certo, Rosa era sempre troppo truccata e molto più
appariscente, ma era identica a lei. Non poteva mica essere afflitta dalla
malattia di Clark Kent, fantasticava, al quale basta indossare un paio
d’occhiali, perché nessuno più si accorga di avere di fronte Superman.
Lilia costringeva la sorella a raccontarle dieci volte quell’incontro. Mai,
neppure una volta, Rosa le diceva che Luca la conosceva. Magari Luca ha
subito un trauma cranico commotivo e ha perduto la memoria, congetturava
Lilia. Come sia possibile, continuava, che sia stato trasferito qui a Trieste e
io non l’abbia saputo e non l’abbia mai incontrato?
Il giorno dopo, Rosa andava a trovare Luca nel suo ufficio e gli diceva di
non essere iscritta all’università, ma di essere disposta anche a prendere
sette lauree pur di fargli piacere. Luca la stupiva.
– So tutto di te. – rispondeva e la baciava come fosse la donna della sua
vita.
Luca e Rosa iniziavano una relazione. Lilia acconsentiva alle pressanti
richieste della sorella e si decideva a invitare Luca e Stella a cena.
Lilia non si rendeva conto che Rosa si era innamorata sul serio. Era
troppo presa a nascondere i suoi sentimenti per Luca, che chiamava l’uomo
serio in segno di stima, diceva alla sorella. In realtà, lo considerava un
lurido pagliaccio traditore.
Il comportamento di Rosa era molto cambiato da quando aveva iniziato la
storia con quell’uomo. Era la prima volta che proseguiva un’unica storia per
più di due mesi. Sembrava avesse smesso persino di raccontare bugie. Non
rimproverava più Lilia per le sue manie e non le gettava più via le quindici
rose comprate ogni domenica, dopo la messa e di cui non sopportava
l’odore. Rosa non faceva neppure più caso alla litania assurda, replicata da
Lilia per nove anni. La sorella, infatti, biascicava qualcosa di
incomprensibile mentre toglieva le spine alle rose, prima di sistemarle. Lilia
si sarebbe comprata un roseto, se solo non si fosse imposta una vita
monastica. Era convinta che quel regalo avrebbe riacceso la lussuria e
suscitato in lei chissà quali altri vizi capitali. In realtà, le piaceva l’idea di
uccidere proprio i fiori che amava di più. Detestava da sempre chi regala
fiori, anziché piante e si sentiva rasserenata detestandosi.
Rosa pensava che, non gettando più via le rose della sorella dopo poche
ore dall’acquisto, Lilia le avrebbe conservate per un paio di giorni,
smettendo di comprarne di nuove ogni domenica. Era convinta che fosse lei
la causa di tanto spreco. Era rimasta stupita, invece, nel vedere che Lilia
faceva scomparire le rose il lunedì mattina. Preparava un infuso con i petali
e lo usava per innaffiare le altre piante. Da quando stava con Luca, Rosa
sembrava in pace: non si arrabbiava quasi più, parlava molto meno e la
riempiva di regali. Le comprava venti libri in un colpo solo e si giustificava
dicendo che Luca era molto generoso.
– Mi lascia usare la sua carta di credito quando e come voglio. Forse, è
normale per chi è ricco come lui. Suo padre è stato un grande imprenditore
e gli ha lasciato un’incredibile eredità. E poi sai, mi piace di lui soprattutto
il suo equilibrio. È così costante e pacato. Mi rassicura. Non mi sono mai
sentita tanto al sicuro come mi sento con lui. E adoro che mi porti sempre al
cinema. – chiosava Rosa.
Lilia era scioccata. Ma di quale Luca stava parlando? Il tempo lo aveva
guarito? Restava sempre un bugiardo. Esattamente come lei era un mostro,
visto che non aveva il coraggio di dire a Rosa la verità. Nei quindici giorni
trascorsi insieme, loro non erano mai andati al cinema, benché entrambi ne
fossero appassionati. Luca detestava stare in mezzo alla gente. Diceva che
ne sentiva “le spuzze”. Lilia non aveva mai avuto il coraggio di dirgli che
non gli credeva e che aveva la sensazione, invece, che lui non volesse
essere visto in giro con lei. Si sa che ognuno di noi cambia ed è diverso in
base alla persona con cui si rapporta, pensava Lilia, ma può mai essere che
con Rosa lui sia così diverso?
Arrivava un’altra domenica. Lilia stava seduta a fissare il frigorifero,
immersa nella cascata di pensieri che si rincorrevano nella sua testa. È ora
di cena, pensava. Ho fame? Ho freddo? Vedo un campo minato fino al
forno. Piazzo la speranza in pancia, ma è una gruccia di ferro vuota, a pezzi,
come me. Mi metto le dita nel naso e sogno di mangiare una pizza
sott’acqua. Sono un rifiuto dell’oblio. Non mi vorrebbe neppure una
discarica nucleare. Inquino tutto, piangendo senza lacrime sulla congiura
dei miei ricordi. Il mio stomaco mangia se stesso. Me ne frego. Sono
l’alterazione della verità: la stasi. Come posso muovermi se mi sono giocata
tutta la speranza? Alla felicità avevo dato il suo nome. Il nome che non
potrò mai più sussurrare. È ora di cena, dice l’orologio che mi ha regalato,
ma per me, ora, conta scappare, saltare per aria. Schegge d’ignoranza
tutt’intorno. Una volta, credevo che ci fosse sempre tempo per cambiare.
Mento a me stessa. Io non ho mai creduto al cambiamento. Vedo tornare
sempre tutto. Tornare ora, però, vorrebbe dire assistere al suicidio di un
sadico. Nella mia testa si ripetono gli eventi. E non so se li ho vissuti o non
li ho mai vissuti. Sono un vortice a cui non posso resistere. A che serve
riuscire a raccontare i fatti per come sono accaduti? Quelli restano alterati
dentro di noi. I miei fatti, quelli che ho vissuto, se ne fregano di me. Persino
loro. Per questo, è giusto che io sia muta. Nel momento in cui accarezzo un
po’ di verità, mi sento soffocare dalla mia mente tenaglia, che tutto distorce.
Ognuno, forse, si racconta la realtà nel modo più adatto a mascherare i
propri errori. Ho insabbiato i grattaceli dei miei silenzi per imprigionare in
soffitta la verità. Ma quale verità? Sprofondo. È l’ora della terra. L’ora
dell’inganno. La terra sembra fertile, anche quando non lo è. La terra mi
chiama. China sul concime di me stessa, mi chiedo se per qualcuno fa
differenza sapermi ancora viva. Forse sì. Esiste una persona a cui importa
della mia vita? Forse sì. A quell’uomo che mi regalava “Il diavolo in
corpo”, “Il tamburo di latta” e un cd con le canzoni di Mannarino, perché
diceva che io sembravo uscita da una canzone di Mannarino. Mi piacerebbe
rivederlo, senza nessun motivo. Un anno fa, alle nove del mattino, mi
mandava un messaggio sul cellulare. Poi, si scusava: l’aveva fatto per
errore. Io lo liquidavo in un colpo, scrivendogli di non preoccuparsi. Lui mi
chiedeva come poteva farsi perdonare. Non gli rispondevo. Se un uomo è
un uomo, lo sa cosa deve fare. Il guaio, però, è che non si riesce quasi mai a
fare ciò che si vorrebbe fare. Preferiamo essere schiavi, piuttosto che
affrontare la nostra libertà. Io, per esempio, so che è l’ora di smettere, ma
resto legata ai miei tentativi di colmare il vuoto che sento. Se mi
chiedessero chi sono, potrei rispondere che essenzialmente sono vuoto, ma
non un vuoto pieno di energia, come dicono i fisici quantistici. Un vuoto
pieno di buchi neri, un vuoto che è vuoto. Io faccio eccezione all’universo.
Sono priva di energia, ma non per pigrizia o depressione. Ho semplicemente
intuito che siamo degli schiavi, senza neanche la libertà di sapere cosa
siamo e quanto siamo. Sono priva di energia perché, io che intuisco, non ho
il coraggio di diffondere la verità. Figuriamoci di darne prova con la mia
vita. Per questo mi abbuffo di cibo, di libri, di pensieri. Cerco invano di
colmare un vuoto incolmabile. Devo smettere di illudermi che, se un
pensiero è giusto, non scade mai e si ha tutto il tempo di agire domani.
Rimandare a domani è solo un altro modo di non vivere. Sperare e
confidare nel futuro sono soltanto camere lussuose che ti trattengono a letto.
Restare a lungo nella tana non significa godersi il momento, ma non avere il
coraggio di rischiare, di uscire, di vivere. Perché non mi rassegno alla mia
prigione di ombre? Perché sono consapevole di avere scordato chi sono?
Questa è una condanna, che mi costringe a vivere. Per vivere, infatti, devi
essere consapevole di non sapere chi sei. Se, invece, sei convinto di saperlo,
allora stai solo esistendo. Respiri in giorni fotocopia, che non producono
senso. Se non sai chi sei, puoi spaziare ovunque e aspettarti qualsiasi cosa
dall’esercito che ti abita. L’anima dovrebbe comandare su tutti i miei io,
sulle mie cento personalità, ma io l’anima l’ho imbavagliata in qualche
dimensione segreta, perciò non capisco più nulla. Proprio perché viviamo
senz’anima ci sembra che la vita non abbia senso. Se solo qualcuno potesse
liberarla, finalmente potremmo essere, vivere e capire perché siamo qui,
cosa è reale e cosa non lo è, qual è il senso e dov’è la meta. Tutta la mia vita
mi pare soltanto un covo nebbioso di aguzzini suonati. Un deserto pieno di
allucinazioni danzanti, dove si alternano oscuri ricordi, inutili presagi, oasi
avvelenate, regni inespugnabili e forsennate distorsioni. Il tempo non esiste,
perché il passato è più reale del mio presente e, se solo voglio, posso vivere
adesso mille futuri che non vivrò mai.
Per fermare il processo che stava trasformando il suo cervello in una
fonduta, iniziava a stropicciarsi un occhio. L’insistenza lo irritava a tal
punto che le pareva di avere pupille di vetro, appena andate in frantumi.
Lilia pensava di essere fatta di cristallo molto scadente. Per questo ogni
cosa la mandava in pezzi. Si guardava allo specchio per vedere come aveva
trasformato, ancora una volta, il suo occhio nell’occhio del diavolo. Sapeva
che i graffi sulla cornea, procurati sfregandosi, sarebbero guariti in pochi
giorni con il collirio al cortisone.
La prima volta che metteva in atto quel gesto autolesionista era con Luca
ed era il giorno del loro primo e ultimo litigio. Tutto iniziava come quella
sera. Per smettere di arrovellarsi nei suoi pensieri, si sfregava l’occhio.
Quando diventava tutto rosso, si gonfiava a sufficienza e il dolore
insopportabile la faceva impazzire, chiamava Luca per essere aiutata. Luca,
però, stava con Demone in quel momento e restava a letto, immobile. Lilia
gli dava il tormento. Sapeva che, in fondo, non aveva nulla di grave, ma
voleva fargli pagare in un istante, tutto quello che, secondo lei, lui le faceva
patire. Gli ordinava così di restare accanto a lei, a coccolarla, anche se, nel
frattempo, si erano fatte le due del mattino. Lilia lo obbligava a guardare
con lei dei documentari, che lui detestava.
– No. Questo no. – la supplicava Luca – Anche sorbirmi la storia di
questo pazzo no. Questo è un povero sfigato, che non ha venduto un quadro
in tutta la sua vita. I suoi quadri sono orrendi. Se dipingo io, sono più bravo.
È morto solo, povero e pazzo.
– Ma cosa stai dicendo? È Van Gogh! È un genio! Proprio per questo non
fu compreso. – lo incalzava Lilia.
– Ma smettila! – urlava Luca – Basta! Che genio è se è morto povero e
non ha venduto neppure un quadro quando era in vita? È solo un povero
sfigato che ha dovuto aspettare di morire per vendere due quadri. Proprio
figo essere dei geni così, ma per favore. Non è lui quello dell’orecchio? Un
altro pazzo ha deciso di farlo diventare qualcuno, ma era solo uno sfigato
che non è riuscito a fare una lira in vita.
– Ma come ti permetti? Proprio perché era un genio non è stato capito!
All’inizio è sempre così. La gente è mediocre, perciò non sopporta chi
glielo ricorda. E se tu sei un genio, farai per forza delle cose che faranno
impazzire la gente, che resterà basita a guardare l’immenso divario tra loro
e quel genio. E poi non è vero che era pazzo e neppure che si è tagliato
l’orecchio. Si è finto pazzo per salvare il suo amico Gauguin che, un giorno,
mentre giocavano lo ha mutilato! Tanto già tutti ritenevano Van Gogh
strano e con un brutto carattere.
– Se devi aspettare la morte per vendere, significa che sei un fallito e non
vali niente. – sbraitava Luca.
– Ok, – rispondeva Lilia – per te è così. Quindi io sono una fallita, che
non vale niente, perché non ho soldi e tu, che sei pieno di soldi, per merito
dei tuoi genitori suppongo, sei un figo. Ok, prendo atto. E comunque il
vigneto rosso lo aveva acquistato un’amica di suo fratello, quando era in
vita.
– Ah… vedi che genio! – esclamava ironico Luca.
– Proprio non vuoi capire? – ribatteva Lilia – Van Gogh aveva milioni di
volte la tua dignità e sensibilità, tant’è che tornò a riprendersi il vigneto
rosso, quando seppe che lo aveva venduto solo grazie al fratello, che
credeva in lui e voleva incoraggiarlo.
– Perché diavolo ho smesso di abbuffarmi e vomitare? Per stare con te? E
sai perché molti geni conducono una vita che detestano e sono
autolesionisti? Perché sono diventati una persona che detestano. Una
persona che non fa quello per cui è nata. Sono quello che i genitori, la
scuola e gli amici gli hanno imposto di essere quando erano piccoli e non
sapevano difendersi. Si torturano per liberare quello che sono davvero:
altro. A causa di quel dolore insopportabile, intessono relazioni sbagliate, si
scollegano da loro stessi e si perdono. Vorrebbero solo smettere di soffrire.
Per fortuna, però, il loro intuito spesso li salva dal suicidio, perché sanno
che, anche se morissero, non cambierebbe nulla. Quello che non risolvi in
questa vita, te lo porti nel trapasso e nell’aldilà. – gridava Lilia al suo cuore,
mentre si tappava la bocca con un asciugamano, dopo essersi chiusa in
bagno. L’unica cosa buona di questo rapporto è che mi ha fatto superare la
mia bulimia, pensava. Ora so che il vomito lenisce per poco i tormenti.
Nessuna tortura cancella il dolore. Nessun gesto esteriore cambia i fatti.
Non si smette per i denti, né per le mani, né per la pelle, né per lo stomaco,
né per amore. Solo far tacere la mente fa sparire le pene. Il silenzio
dell’anima al lavoro cambia la realtà e fa svanire le dipendenze. Basta stare
nel momento in cui si è. Facile solo a dirsi. Ora so che, quando un demone
ti prende, si chiami vuoto, fame, dolore, passato o paura, non bisogna
combatterlo, ma solo lasciarlo vivere dentro di noi. Bisogna dargli spazio,
senza dargli importanza. Accettarlo e ignorarlo. Quando non ci riusciamo,
dobbiamo chiedergli cosa vuole, qual è il messaggio che è venuto a portare.
Non denigrarlo e non offenderlo. Dopo poco, ci lascerà, perché sarà morto
di fame.
Con quel pensiero se ne andava a letto. Verso le quattro del mattino, si
svegliava per bere. Quando ritornava in camera, notava che il suo corpo era
rimasto a dormire. Bene, pensava, posso andarmene un po’ in giro con il
mio corpo astrale. E in un secondo stava già volando fuori dalla stanza.
Finalmente libera e leggera.
27. La fine del mondo?

Alice se ne stava immobile, in disparte, a guardare fuori dal palazzo


sospeso tra le nuvole. Avrebbe voluto spiegare ai suoi amici che Lilia,
durante uno dei suoi viaggi astrali, era intervenuta nella sua vita per
salvarla. Avrebbe tanto voluto liberarsi del peso del suo passato e, mentre
cercava un modo per iniziare a parlare, il flusso dei suoi pensieri veniva
bruscamente interrotto da un boato.
– Sta succedendo qualcosa di strano. – gridava Alice – Presto, correte.
Venite a vedere.
I tre si avvicinavano al grande vetro del palazzo che li proteggeva.
Restavano sbalorditi: uno tsunami spaventoso si stava abbattendo in
Indonesia, Sri Lanka, India, Tailandia, Birmania, Bangladesh, Maldive,
Somalia e Kenya. Nel frattempo, temperature equatoriali stavano
sterminando la popolazione di mezza Europa e causando incendi in Siberia,
Australia e Alaska. Nel frattempo, in Groenlandia, i ghiacciai si
scioglievano come ghiaccioli tra le mani di un bambino sudato. Un
terremoto di magnitudo 9,5 della scala Richter stava demolendo tutta
l’America meridionale. Infine, un vento che superava i 370 km/h devastava
Washington e si diramava per colpire gli Stati Uniti. Alcuni uomini si
stavano suicidando e altri andavano a caccia di persone per sterminarle.
– Dobbiamo fare qualcosa! – esclamava Alice.
– Ma questa è la fine del mondo? – chiedeva Mattia.
– Queste sono le ombre. – affermava Alex. – Dopo le epidemie, sono
passati a questo. Iniziano a governare anche la natura e, per natura, intendo
anche la mente degli uomini. Vedete quanta gente si sta suicidando e quanti,
invece, stanno uccidendo altre persone? Dopo il controllo, la privazione
delle libertà e i microchip che si inseriscono con un cerotto, hanno ideato
strumenti tecnologici che non lasciano traccia. Con i satelliti, sparano
impulsi subliminali direttamente al cervello. Le persone colpite non ne sono
consapevoli, ma vengono indotte al suicidio o a uccidere altri esseri umani.
Là dove non arrivano i fenomeni naturali o dove le anime non si lasciano
corrompere dai demoni, arriva la tecnologia sofisticata della fisica nucleare.
In sostanza, riescono a entrare nella mente di chiunque. Quando arrivano
nella tua testa, tu senti delle voci e, se non impazzisci, ti ritrovi in ogni caso
con i tuoi impulsi naturali amplificati. Acuiscono da lontano e in modo
invisibile i tuoi istinti depressivi o quelli aggressivi. Attraverso la
manipolazione, le ombre si sono sempre garantiti un certo numero di
schiavi, disposti a obbedire senza ribellarsi mai. Quando hanno compreso
che ottenevano più risultati con le droghe, anziché con le guerre, hanno
cambiato armi, ma il fine è rimasto sempre lo stesso.
– Se è così, presto sarà la fine. – ribatteva con tono ansioso e concitato
Alice.
– Presto, – si intrometteva Nadia – ognuno di noi studi in pochi minuti la
vita di un uomo tormentato dai demoni. Sicuramente accanto a lui
troveremo delle ombre. Solo così possiamo scovarle e fermarle.
I quattro si mettevano immediatamente all’opera. Ciascuno di loro
scorreva in pochi istanti la vita di centinaia di persone, afflitte dai tormenti
di almeno tre demoni.
– Ho trovato! – gridava Mattia – Uomini ricchissimi, di potere,
insaziabili. Capi di Stato e di multinazionali milionarie. Tradiscono la
moglie; temono di perdere tutto e restare soli, senza soldi né telecamere.
Rubano ai loro Paesi e alle loro società, perché il denaro non gli basta mai.
Prestano disgustosi servizi sessuali a chi siede sul gradino più alto e
tramano intrighi per spodestarli. Assumono droghe per allontanarsi più che
possono dalla propria coscienza. Sono ossessionati dal fallimento, dalle
minorenni e dai trans e, quando escono con gli amici, si divertono a
guardare le prostitute o gli omosessuali o i barboni o gli immigrati picchiati
a sangue da un loro servitore. – spiegava Mattia.
– Mmmh, – diceva Nadia – nel tuo caso troviamo in azione i demoni del
tradimento, dei soldi, del sesso, del successo, dell’abbandono, dell’inganno,
della paura, del fallimento e della solitudine. Sicuramente per ogni demone
troveremo almeno una decina di ombre a orchestrare il tutto. Sì. Un
obiettivo potrebbe essere il tuo.
– Io ho qualcosa di meglio! – esclamava Alice – Ho trovato uomini di
religioni diverse, che sfruttano la povertà e l’ignoranza della gente per
appagare le loro pulsioni sessuali e il loro bisogno sfrenato di potere.
Stuprano i bambini e, dato che il potere è, innanzi tutto, controllo,
comprano intere famiglie per due soldi e le terrorizzano per non credere ai
racconti dei loro figli. Quando un bambino si ammala per tutto quello che
subisce, lo uccidono, ma non si limitano a questo. Sterminano tutti coloro
che si oppongono al loro potere assoluto e lo fanno nei modi più subdoli e
inimmaginabili.
– Hai ragione, lì troveremo ancora più ombre.
– Invochiamo Lor, – si intrometteva Alex – perché da soli non ce la
faremo.
– Lor ci avrà sentito. – rispondeva secca Nadia – Se potrà intervenire, lo
farà. Alice, in che parte del mondo dobbiamo andare?
– Potremmo andare a Lione, a Praga e a Melbourne. Ne ho visti tantissimi
lì. – rispondeva Alice.
– E i tuoi invece Mattia dove sono? – domandava Nadia.
– Londra, San Francisco, Torino e Roma. – affermava Mattia.
– Hanno attivato anche i triangoli della magia. – esclamava Alex.
– Ma non possono attivare quello della magia bianca. Quello lo useremo
noi. – ribatteva Nadia – Allora, io scendo e parlo un po’ con la gente, così
cercherò di capire chi sono. Sono tutti posti in cui non ho problemi con la
lingua.
– Sì, ma una volta che li avrai tutti individuati, come li eliminiamo? E
soprattutto come facciamo a essere sicuri che sono alcuni di loro a
governare i fenomeni atmosferici? – chiedeva Alice.
– Tu leggerai nel pensiero delle ombre – rispondeva Nadia – e sapremo
chi di loro sta manovrando la natura. Alex si metterà a suonare un
pianoforte, collegato in mondo visione. Lo avrò materializzato insieme
all’impianto acustico più potente del pianeta. Non appena tutti gli abitanti
della Terra saranno immobili, Mattia affronterà le ombre responsabili di
questo cataclisma.
– E scusa, non per contrariarti, – ribatteva Alice – ma chi si occupa di
tutte le altre ombre?
– Semplice. Come abbiamo vinto le altre battaglie?
– Le altre? – la interrompeva Alice – Forse una al massimo.
– Sei di visioni limitate. – la stroncava Nadia – Sconfiggeremo le ombre
con l’esercito di noi stessi che avrò materializzato prima di partire. Tutto
chiaro?
– Sì. – diceva Mattia, mentre gli altri annuivano.
– Ricordatevi – aggiungeva Nadia – che, per comunicare, ci basta usare il
pensiero, preceduto dal nome di fantasia che abbiamo scelto prima di
iniziare il nostro viaggio nel multiverso.
Non appena Nadia finiva di materializzare tutti gli io che ciascuno aveva
disegnato, iniziavano il rituale per materializzarsi sulla Terra nei punti
stabiliti.
Tutto andava esattamente come Nadia aveva immaginato. Mentre gli
uomini erano come statue, tenuti in stato catatonico da Alex, l’esercito dei
loro io combatteva con le ombre, tutte vestite in modo elegante e armate di
pistole laser. Alice, intanto, leggeva nel pensiero di alcune di loro.
– Frida e Leonardo, – diceva Alice ai suoi amici, usando la telepatia – le
ombre dimorano sotto il fiume Remes. Una cinquantina di ombre difendono
il loro capo, che indossa un casco e, tirando dei fili che pendono dal soffitto,
determina la catastrofe naturale desiderata.
– Grazie Dorothy, – rispondeva Frida, che faticava a crederle, mentre si
domandava come diavolo sarebbero scesi sotto il fiume. L’unica idea che le
veniva in mente era quella di disegnare delle mute subacquee, delle
bombole e delle armi funzionanti in acqua. Prima che si mettesse al lavoro,
appariva Lor.
– Non ce la farete mai in questo modo. – sentenziava il vecchio dagli
occhi luminescenti – Vi aiuterò io. Entrerò nel fiume prima di voi e mi
toglierò il mantello. Il mio corpo iridescente produrrà tanta energia da
spostare l’intera massa d’acqua. In questo modo, voi potrete arrivare alla
fortezza delle ombre. Più di questo io non posso fare. Ricordatevi che avete
un’ora di tempo, poi il mio corpo dovrà essere ricaricato. A quel punto,
l’acqua tornerà a scorrere come prima. Hanno scelto questo fiume perché le
sue correnti sono le più forti che esistano e, soprattutto, perché è talmente
inquinato che le sue acque sono rosse. In questo modo, nel caso ricevessero
ospiti sgraditi, come voi, potranno ucciderli liberamente, perché nessuno
distinguerà il vostro sangue dal colore abituale del fiume.
Appena terminava di parlare, Lor entrava nel fiume. Un’enorme massa
d’acqua si spostava, iniziando a scorrere dal basso verso l’alto. Mattia,
guidando un esercito di oltre duemila uomini, con i suoi salti e la sua forza
da supereroe, sterminava da solo almeno mille ombre soldato. In pochi
istanti, schivando anche tutti i colpi bassi che arrivavano da ogni parte, si
ritrovava davanti al capo ombra, che tirava i fili.
– Io ti ho già visto! So chi sei! – gridava Mattia, mentre Nadia si
meravigliava per quella dote del suo amore di ricordare tutti i volti. – Tu sei
quell’uomo barbuto che voleva raccontare la storia di Gesù e che ha quasi
ucciso i miei amici. Ora avrai quel che ti meriti. – tuonava il ragazzo.
– Tu non sai niente. – rispondeva l’uomo dalla lunga barba, che indossava
sempre una tunica nera e un cappuccio. Dal nulla, poi, estraeva una spada,
con cui cercava di uccidere Mattia. I due ingaggiavano una lotta corpo a
corpo, mentre il primo servitore del capo ombra, era pronto a tirare il filo
dello scioglimento massiccio dei ghiacciai. Se lo avesse fatto, in pochi
istanti, avrebbe riversato nelle acque del fiume così tanta acqua da
annientare l’incantesimo di Lor. Nadia invocava il vecchio dagli occhi
iridescenti, perché potesse salvarli. Lor, però, non appariva. Il fracasso dei
due che lottavano nascondeva qualsiasi voce, se mai lo stregone avesse
deciso di aiutarla bisbigliandole qualcosa. Nadia sussultava, perché Mattia
era stato ferito al braccio e perdeva molto sangue. Allora, per il terrore di
perdere il suo amore, decideva di cambiare il suo aspetto. Non sapeva
neanche di esserne capace ma, in un baleno, si trasformava nella donna più
bella mai apparsa prima sulla Terra. In pochi secondi, appariva davanti al
capo ombra che, appena la vedeva, perdeva la testa. Senza esitare, la tirava
a sé.
– Tu sarai mia per sempre, donna. – sentenziava il capo ombra che,
avvolgendola con le sue lunghe braccia, la portava con sé, nelle profondità
della Terra. Con un salto poderoso, superava il fiume che scorreva in
verticale. Poi, atterrando dalla parte opposta del muro d’acqua, nascosto
dagli occhi di tutti, apriva un varco nella terra e scompariva con Nadia.
Mattia li rincorreva. Con un salto scavalcava il muro d’acqua ma, non
appena arrivava dalla parte opposta, non scorgeva né Nadia né il capo
ombra.
Immediatamente tutti i fenomeni atmosferici si placavano e Lor cercava
di fare altrettanto con Mattia, che urlava disperato.
– Ti prometto che andrò a riprenderla. – lo rassicurava Lor.
– Io voglio che tu ci vada adesso. Chissà cosa le stanno facendo. E poi
spiegami com’è possibile che siano scomparsi nel nulla. – urlava disperato
Mattia.
– Adesso proprio non è possibile. Se non mi ricarico prima, non riesco
neppure a sentire dove si trova esattamente Nadia.
– Ma come? – gridava Mattia, che iniziava a scavare a mani nude nella
terra. – Tu sei uno di loro. Tu ci hai trascinato in quest’inferno. Nadiaaaaa –
urlava con tutto il fiato che aveva dentro e piangeva disperato. – Non posso
neanche andare a salvarla, lo capisci? Non la sento! Ma tu che puoi capirne
dell’amore?
Gli occhi di Lor iniziavano a diventare sempre più fluorescenti, come
quando si arrabbiava e mezza spirale di fuoco appariva nel suo sguardo.
Scompariva, mentre Mattia continuava a gridare disperato il nome di Nadia,
scavando nella terra. Le unghie si frantumavano per la violenza con cui
estirpava qualsiasi sasso, vetro o radice incontrasse. La sua pelle si graffiava
e veniva trafitta da spine che, sempre più numerose e in modo inspiegabile,
sbucavano dal suolo per arrestare la sua corsa. Le sue mani sanguinavano,
ma niente riusciva a fermare la sua furia. Più scavava, più nel sottoterra
iniziavano ad apparire fili spinati, piante acuminate, oggetti affilati e
animali mostruosi che, a stento, riusciva a sconfiggere.
Senza sapere come, all’improvviso, Mattia si ritrovava con i suoi amici
nel palazzo sospeso tra le nuvole. Lor appariva davanti a Mattia e con uno
schiocco di dita lo legava a una sedia, imbavagliandolo. Dalle sue mani
scendevano gocce di sangue che, appena toccavano il pavimento,
diventavano lacrime. Dai suoi occhi precipitavano lacrime che, sfiorando i
suoi pantaloni, si trasformavano in sangue.
– Così mi ascolterai, senza fare il pazzo. Cosa sciocca e inutile tra l’altro.
– iniziava a parlare Lor – Nadia è salva. Tra poco la riporterò qui. Vietato
farle domande su quello che ha visto. Il primo di voi che le chiede qualcosa,
è fuori dalla missione. Lo rispedisco a fare il morto sulla Terra.
– Ma come hai fatto in così poco tempo? – chiedeva Alice.
– Quante volte dovrò ripetervelo che il tempo nel multiverso non scorre
come sulla Terra? – rispondeva Lor.
– Ah, sì. – bofonchiava Alice.
– Perché Mattia piange sangue e le sue mani perdono acqua? – chiedeva
Alex.
– Indica che una realtà è stata ribaltata. I fenomeni naturali cambiano la
propria essenza, quando l’osservatore sa che è stato invertito un ordine.
Alice e Alex si guardavano senza capire. Mattia, invece, intuiva quello
che significava. Doveva essere successo qualcosa di tremendo, per cui
l’amore vero che legava lui e Nadia era stato alterato, andando contro il
destino.
28. Simmetrie, ordine, magie e visioni

Era sabato mattina. Il martedì successivo, Rosa si sarebbe sposata. Lilia


cercava di opporsi alla decisione di far celebrare il matrimonio di martedì,
perché la mamma ripeteva sempre che di martedì e venerdì non ci si sposa e
non si parte. Rosa non cambiava idea. Sembrava quasi una ripicca nei
confronti dei genitori: loro, infatti, erano partiti per l’altro mondo un
venerdì, quindi, lei si sarebbe sposata di martedì. Lilia si stava rassegnando
a quell’idea, pregando che i suoi dolori, di cui non parlava mai, le
lasciassero il tempo di assistere alla cerimonia senza svenire. Stare ferma in
piedi per lei era un supplizio mortale e non era convinta di poterci riuscire.
La sua schiena era una lastra di metallo e la gamba, che doveva essersi
svitata in uno dei suoi strani viaggi, era stata riattaccata al contrario da un
bambino costruttore di lego. Non stava bene in nessuna posizione. Le
medicine non facevano più effetto, eccetto due che ancora riuscivano a
calmare i suoi dolori, ma che non poteva più assumere, avendo sviluppato
una fortissima forma di allergia a entrambe. La prima volta in cui era stata
colpita da quella specie di orticaria, aveva rischiato di morire, perché la
testa non smetteva di girarle e aumentava in modo esponenziale la
sensazione di soffocamento. Era dunque rimasta sola a combattere anche
quella battaglia. Senza farmaci, senza tregua, senza cura, né sollievo. Solo
lei e i suoi dolori. Dolori di cui nessuno riusciva a trovare la causa.
Chiunque la toccasse sentiva la pelle della sua schiena così rovente e dura
da pensare sul serio che, sotto uno strato sottilissimo di epidermide,
nascondesse centimetri di acciaio. La sua gamba, poi, pareva disarticolata:
inadatta a compiere i movimenti previsti, si muoveva su traiettorie
sbilenche e in modo innaturale. Dopo il primo anno di tormenti fisici,
iniziava il pellegrinaggio da tutti i medici possibili ma, non ottenendo mai
alcun risultato, neppure dalla cosiddetta medicina alternativa, si arrendeva.
Qualsiasi trattamento di medicina allopatica e tradizionale o di fisioterapia
di qualunque tipo o di omeopatia o fitoterapia o qualsiasi cura sperimentale
di biofisica o di acque informate non produceva risultati che durassero per
più di tre giorni. Ogni medico, ovviamente, le propinava, oltre a una nuova
diagnosi, una sua personale motivazione per giustificare tutti quegli anni di
insuccessi e cure fallimentari. Si era rivolta a ogni tipo di specialista: dallo
psichiatra esperto di medicina quantica e integrata all’ortopedico, al fisiatra,
al reumatologo, all’osteopata, all’agopuntore, al chiropratico, all’esperto in
medicina ayurvedica e cinese, a quello di
psiconeuroendocrinoimmunologia, allo psicanalista, al fisioterapista, fino
ad arrivare all’omeopata naturopata, passando per la pranoterapia,
trattamenti reiki e corsi di mindfulness. Tra i tanti, c’era stato chi aveva dato
semplicemente addosso al collega precedente che, a suo dire, non era
abbastanza preparato né illuminato. Chi addirittura aveva accusato colui che
lo aveva preceduto di aver aggravato il quadro già disastroso della paziente.
Chi aveva prefigurato imminenti interventi di protesi alle anche. Chi
l’aveva definita un caso senza speranza. Chi le aveva augurato di pregare
perché fosse presto inventato un trapianto di schiena. Chi le aveva detto che
nessuna cura funzionava perché lei in realtà non aveva niente. Chi le aveva
prognosticato breve vita, a causa delle strane e sconosciute malattie
autoimmuni da cui era affetta. Chi le aveva consigliato di rassegnarsi a
finire in carrozzella. Chi le aveva giurato che, seguendo le sue cure, sarebbe
guarita per sempre. Chi le sentenziava la necessità di cure interminabili,
perché non sarebbe mai potuta guarire, visto che nessuno capiva cosa
avesse. Chi l’aveva costretta a danzare per far fluire le sue emozioni che,
essendo represse da anni, l’avevano ammalata. Chi l’aveva convinta a
lunghe sedute ipnotiche per riprogrammare il suo cervello alla pace e
all’amore universale, abbattendo i condizionamenti inculcati dai suoi
genitori, naturalmente da bruciare vivi. Chi l’aveva mandata in trans per
farsi raccontare cosa vedeva durante le sue regressioni nelle vite passate,
sostenendo che lì fosse racchiusa la causa di tutti i suoi problemi. Chi le
aveva programmato cicli fisioterapici a vita per alleviare un po’ i suoi
dolori. Chi l’aveva accusata di essere una bugiarda che, non confessando
neppure a se stessa le vere cause dei suoi sintomi, non poteva essere curata.
Chi l’aveva collegata al campo magnetico della Terra per curare il suo
squilibrio biofisico. Chi le aveva imposto cure naturali, fiori australiani,
massaggi e lezioni di Qi Gong e Tai Chi. Chi le aveva ordinato di vivere
con leggerezza, spiegandole per ore che leggerezza non significa
superficialità, ma capacità di cogliere le infinite bellezze della vita, di cui
però non aveva saputo fare un solo esempio.
L’ultima cura, in ordine temporale, a cui decideva di sottoporsi era quella
consigliatale da Samina, quella donna sconosciuta che le aveva detto
“Medita e assumi il rimedio di Bach che ti dirò. Ti aiuterà a diventare ciò
che sei”. Le ho provate tutte, diceva tra sé, perché non provare anche con
queste gocce? Potrei abbinarle all’idea di quel medico, che consigliava di
meditare e di parlare con i propri dolori, ringraziando il cuore di battere.
Proprio lei, che intratteneva relazioni con l’invisibile, non aveva mai chiesto
ai suoi dolori perché la tormentassero. Le sue patologie fisiche non
passavano, pensava, perché lei ancora non aveva trovato il metodo giusto
per curarsi. Ogni cura è appropriata, se è adatta a quel paziente. Lilia sapeva
di essere diversa dagli altri, pur ritenendosi uguale a tutti e non superiore a
nessuno. Per questo, doveva trovare da sola la strada per uscire da quel suo
stato di sofferenza costante. Il proposito del giorno era quello di iniziare a
meditare. Con quel pensiero, entrava in cucina e, notando che stava
albeggiando, le veniva in mente di continuare a scrivere quel fantasy
spirituale che era sempre stato il suo chiodo fisso. Se mai lo avesse finito,
però, avrebbe trovato il coraggio di spedirlo a un editore? Sentiva dentro
ancora troppa paura di fallire e trovava insopportabile l’idea di un giudizio
negativo sulle sue capacità artistiche. Preferiva dunque scegliere l’apatia,
piuttosto che tentare di fare, per una volta, quello che davvero amava. Forse
era quell’immobilità a bloccarle la schiena e la vita. Che senso aveva
possedere capacità di movimento e libertà, se soffriva quotidianamente per
quello che decideva di non fare? Era schiava delle sue idee di fallimento,
imprigionata dal terrore di non farcela e il suo corpo non era che il riflesso
della sua condizione emotivo-spirituale, pensava. Del resto, anche il suo
piano mentale era fortemente inquinato da tutti quei ricordi a cui non
permetteva di passare. Aveva infatti la testa farcita delle frasi dei suoi
genitori: devi fare un lavoro normale, che ti dia da vivere; non si vive di
libri; in Italia vanno avanti solo i raccomandati; l’arte è per i figli d’arte; gli
artisti sono tutti pazzi; la stravaganza porta disgrazia.
Da quando iniziava a meditare, sentiva crescere dentro di lei un mostro di
sensualità e provocazione. Sigillata dentro la Lilia composta e severa, si
agitava una femmina con lunghe onde rosse, occhi scuri magnetici, una
bocca rimpinzata di tutte le parole non dette, un corpo da toccare e unghie
tonde, non affilate, come quelle delle streghe. Quella donna indossava
stivali senza tacco, sotto un tubino colorato mignon, coperto da un abito da
principessa, indossato per darsi un’aria da santa pazza. Era il suo modo per
giocare con la gente, che la fissava, mentre lei, ridendo a crepapelle,
trasformava i suoi addominali in acciaio. Da quando quella donna era nata
dentro di lei, il suo corpo stava cambiando e i suoi dolori iniziavano a
diventare più sopportabili.
Con la speranza che l’azione bloccasse i suoi pensieri e, soprattutto,
calpestasse quella furia di femmina che si portava dentro, si metteva a
preparare la colazione per lei e la sorella che, di certo, immaginava, stava
finendo di truccarsi in bagno. Lilia apparecchiava la tavola con la sua solita
maniacale precisione: a una tazza rossa e un cucchiaino giallo
corrispondeva una tazza gialla e un cucchiaino rosso. Ogni cosa sul tavolo
era disposta, come sempre, in maniera simmetrica. Tutto in cucina, così
come in camera da letto, era disposto in maniera rigida: la precisione
ossessiva faceva sentire Lilia al sicuro; la aiutava a tenere le cose sotto
controllo. Lilia amava l’ordine, perché aveva l’impressione che, attraverso
la cura maniacale, tutto fosse sempre lì ad aspettarla. Un mondo ordinato è
un rifugio certo, elucubrava, rassicurante, come lo stipendio di un
dipendente pubblico.
– Rosa, – strepitava Lilia – smettila di truccarti, per favore, dai, se no il
caffè si fredda.
– Sono come la luna: mostro sempre la stessa faccia, ma cambio di
continuo. – rispondeva Rosa, con tono scanzonato, terminando d’incipriarsi,
prima di continuare. – In quale libro ho letto che la luna era tonda, ma
aveva tutta l’aria di fregarsene?
Lilia non sentiva la voce di Rosa. Era appoggiata sul davanzale della
finestra, tutta concentrata a parlare con il bonsai che stava travasando.
Trasaliva quando la pianta le diceva che doveva scrivere.
– Non arrenderti. Rischi di farlo un’ora prima del miracolo, come dice un
proverbio arabo. – canticchiava la pianta.
Lilia sussultava sentendo quelle parole e, senza volere, spezzava due
radici al bonsai. La pianta gridava e si metteva a piangere. Lilia le ordinava
di smetterla, perché non l’aveva fatto apposta. Le era parso che i suoi
pensieri avessero assunto voce umana e questo aveva provocato il suo gesto
involontario, si giustificava. La pianta continuava a piangere, singhiozzando
sempre più forte. Lilia, allora, la minacciava di ucciderla, se Rosa l’avesse
sentita. Il bonsai replicava che solo una disturbata come lei poteva
relazionarsi con le piante. A quel punto, gli occhi di Lilia si accendevano,
diventando luminescenti. Con indifferenza, gettava nell’immondizia il
bonsai. Continuava a sistemare la cucina e, rivolgendosi a se stessa, si
chiedeva preoccupata chi mai avrebbe voluto accanto una donna che, un
giorno, era tonda, un altro più secca di una virgola e, un altro ancora, si
eclissava. La luna aveva un problema di narcisismo: non sapeva quale
forma le donasse di più. Lilia si calmava. I suoi occhi si velavano e,
fissando la pattumiera, seguiva con lo sguardo il bonsai che sollevava il
coperchio e tornava sul davanzale della finestra, più bello che mai. Lilia si
voltava soddisfatta, quando sentiva di nuovo la voce della pianta.
– Lo sai che il primo libro di Stephen King è stato rifiutato quaranta
volte? E che Michael Jordan è stato escluso dalla squadra di basket della
scuola? – sussurrava il bonsai.
Lilia lo fulminava con lo sguardo. Era certa di aver intimorito il vegetale.
Non si accorgeva che quello, invece, aveva smesso di parlare perché stava
ascoltando Rosa che, nel frattempo, si era seduta davanti alla tazza gialla
piena di caffè.
– Hai visto che tempismo perfetto? – proclamava Rosa – Il moto lunare
potrebbe essere l’espiazione di una condanna. – continuava Rosa – E poi
non trovi inappropriato il riferimento tra il mio trucco e la luna? – Rosa si
alzava. Stava per uscire dalla cucina, quando la sua attenzione veniva rapita
dalla pianta di basilico e riprendeva a parlare. – Ma non vedi che è morta? –
Diceva alla sorella e, guardandola, beffarda canticchiava: – Chi non sa
andare oltre un trucco è un cretino. E io non posso fare a meno di truccarmi,
perché ho un forte senso artistico e amo trattarmi come un dipinto! Il trucco
è arte, è gioco, è cambiamento, è mistero. Significa essere femmina, ma
soprattutto mi appartiene, fa parte del mio modo di essere, come lo è
vestirmi in base a come mi sento.
Lilia sospirava, pensando che, quando lei lo avrebbe deciso, il basilico
sarebbe rinato.
– Ma che hai? Sei così pallida? Non ti senti bene? – aggiungeva Rosa.
– Non è nulla. Ho un po’ di nausea in questi giorni. – rispondeva Lilia.
Rosa, sorridendo, usciva dalla cucina. Lilia prendeva la tazza rossa e si
avvicinava ai fornelli. Voleva versarsi il caffè, ma si accorgeva che la
caffettiera era vuota. Il caffè era tutto spanto tra le piastre dei fornelli. La
fiamma era ancora accesa. Lilia la spegneva. Si rivolgeva, quindi, alla
sorella chiedendole come avesse fatto a versarsi il caffè, visto che era tutto
spanto tra i fuochi. Nessuna risposta. Lilia lavava la tazza gialla, pensando
che quella dimenticanza fosse proprio un brutto segno. Era la prima volta
che le capitava di scordare qualcosa o, quanto meno, qualcosa di concreto,
reale e tangibile.
Rosa entrava in camera da letto e, come fosse la prima volta che li
vedeva, notava i due letti, che spiccavano al centro della stanza. Uno era
giallo, l’altro rosso e, insieme ai due piccoli armadi, formavano un
semicerchio, dai colori simmetrici. Troneggiava in mezzo ai mobili un
grande specchio. Dormiamo in un recinto, pensava, e quella maledetta
scrivania blu sotto la finestra sembra una roccia che blocca il passaggio.
Non fa troppa paura, rifletteva Rosa, soltanto perché in cima è sistemata una
clessidra, che pare un faro, custode di due libri allineati simmetricamente.
– Un giorno, – gridava Rosa – mi dovrai spiegare perché teniamo questi
due libri da anni sulla scrivania. Te lo chiedo sempre, ma non rispondi mai.
Non sono neanche i nostri preferiti. Anzi, i tuoi preferiti. E se speri che così
mi venga voglia di leggere, ti sbagli. Leggi già abbastanza tu per entrambe.
A me leggere fa venire mal di testa e, secondo me, rende pure ciechi. Chi
legge troppo, poi, si distanzia dagli altri, perché gli vengono strane idee. I
libri te le confondono le idee. Non capisci più cosa sia farina del tuo sacco e
cosa no. Tutte quelle parole che ti entrano dentro, dove le metti? Come le
conservi? Secondo me organizzano festini psichedelici che ti fanno apparire
pazzo agli occhi della gente. I libri ti fanno fare cose da pazzi. Ti illudono di
essere libero e di avere un senso. Non è meglio, invece, amare le proprie
catene? I libri te le fanno odiare, così come ti fanno detestare la mediocrità.
Non capisco come mai i potenti ancora non abbiamo vietato i libri. Forse,
perché siamo così stupidi che ce li siamo vietati da soli. Certo, se
pubblicassero più libri intelligenti, magari qualcuno si sveglierebbe. Ora,
invece, prima devi essere famoso e poi vendi libri inquinanti, che non sono
buoni neppure per pulirci i vetri. Oh, ma mi ascolti? Se mi stai ascoltando,
ripeti cosa ho detto. – strillava Rosa.
– “La vita non ha senso, la vita ci dà senso”, diceva Alda Merini. Ti va
bene? – rispondeva Lilia.
– No! Senti com’è bello dire no! Il guaio vero dei libri è che ti ispirano, ti
illudono di essere libero e di trovare un senso. E in effetti, ti liberano in
un’altra realtà, dove non sei prigioniero della tua presunta identità. Del resto
Freud lo aveva capito bene che noi siamo quello che di noi non pensiamo.
Noi siamo la nostra follia o inconscio che dir si voglia. Non è meglio un bel
film, di quelli veloci veloci, che non ti fanno neanche pensare?
Terminato lo sfogo, Rosa, in forma perfetta, prendeva gli occhiali da sole,
poggiati, come sempre, sul libro dalla copertina rossa. Mentre stava per
uscire dalla stanza, si bloccava sulla porta, si girava e, guardandosi nello
specchio, si sorrideva mandandosi un bacio.
Quando Rosa entrava in cucina, Lilia stava armeggiando con la scopa
sotto il tavolo. Rosa apriva la dispensa per estrarre il barattolo di caffè
solubile. Lo sistemava sul tavolo.
– Magia! – esclamava Rosa ridendo – Come il sangue diventa vino, così
il caffè spanto entra nella tazzina, ma resta versato sulla cucina!
– Ehi, sorella, girati. Svegliati! – continuava – Bella lavanderina, guarda
qui.
Lilia si voltava. Rosa, alzando il barattolo del caffè solubile, riprendeva a
parlare.
– Così puoi dare un taglio, prima che inizi, alla storia del caffè spanto. –
ribadiva Rosa – Vieni qua. Fai colazione. Ti serve più energia stamattina.
Lilia avrebbe voluto dire a Rosa che, da anni, non comprava più il caffè
solubile, che quel barattolo era sicuramente vuoto ma, invece, prendendo un
cucchiaino e bisbigliando una sorta di formula magica, chiudeva gli occhi e
apriva il barattolo. La polvere di caffè era sospesa a metà e, come fosse un
fiume che scorre all’insù, stava uscendo da sola dal barattolo. Lilia,
velocemente, in modo che la sorella non se ne accorgesse, fingeva di
sistemare il caffè solubile sul fondo della tazza.
– Ti ricordi cosa devi fare, no? – la incalzava la sorella.
Lilia muoveva il capo in quel suo solito modo che, con fantasia, poteva
sembrare di assenso.
– Lo so quanto ti costa, ma vedrai che ti divertirai. In fondo devi solo
provare un abito da sposa. Non contraddirmi blaterando che per te sarà una
tortura. Pensa che, finalmente, potrai imbrattarti il viso come me. Potrai
vestirti come me. Pensa che tutti crederanno di vedere Rosa la strafiga e non
Lilia la prof tocca. – diceva ridendo.
– Potresti almeno dirmi qual è quest’impegno assolutamente
improrogabile. – rispondeva Lilia, pensando che se fosse uscita nuda,
sarebbe stato quasi meglio.
– Se tu mi dici qualcosa che non mi hai mai detto, te lo confesso. –
ribatteva Rosa.
– Stanotte, ho guidato un letto altissimo ed enorme sbandando tra le
automobili. – ribatteva Lilia.
– Cosa me ne frega di conoscere i tuoi sogni? – la interrompeva Rosa
scoppiando a ridere. – Mica faccio la psicoanalista! Sai, avrebbero dovuto
chiamarti Viola, perché è il fiore del pudore e della modestia: si china
davanti al sole per evitare la troppa luce. Ma ti rendi conto che abbiamo
questi nomi per colpa di una nonna che neppure conosciamo? Chissà
perché, poi, hanno fatto decidere a lei i nostri nomi. Mi sembra che la nonna
si chiamasse Marta o Mirta o Mirca, non ricordo. A me avrebbero dovuto
chiamarmi Orchidea, perché questo fiore si distingue per la forma strana, il
profumo delicatissimo e i petali vellutati. È da sempre rara e difficile da
coltivare. Proprio come me, che sono impossibile da addomesticare. Le
orchidee attirano molti insetti, dalle api alle farfalle, dalle zanzare ai
pipistrelli. Sono il simbolo della raffinatezza. L’orchidea significa sensualità
ed eleganza. Non trovi che mi somigli?
– Ma come sai queste cose? – chiedeva Lilia, mentre supponeva che sua
sorella dovesse aver letto un libro. Per la prima volta, Rosa aveva aperto e
letto qualche pagina di un libro. Di piante, sì, ma era pur sempre un inizio.
– Le ho lette in uno dei tuoi libri. Il tuo amore per le piante non mi
infastidisce, anzi, se parlassi meno con loro e più con me, ne sarei contenta.
Ah, vuoi proprio sapere una cosa che non ti ho mai detto? Prima di morire,
voglio assaggiare tutti i cibi del mondo. Per essere tutto devo assaggiare
tutto. Tutto eccetto le droghe naturalmente. Quelle ti spappolano il cervello
e ti fottono le connessioni con il cuore. E poi che senso ha vivere se non hai
più cuore né cervello? Stai pensando che sono pazza, vero? Su, dai, per una
volta dillo, anziché pensarlo. Sono tua sorella, a me puoi dire tutto. Se non
ti fidi di me, di chi devi fidarti? Ho capito. Vuoi che me ne vada. Hai
bisogno di un po’ di silenzio. Che ci farai poi tanto tempo nel silenzio?
Mah! Un giorno, prometti che me lo dirai. Vado. Vado. Ti lascio in pace. Sei
sicura, però, che senza di me stai in pace? Chi te lo dice che le mie parole
non siano silenzio e che il tuo silenzio non sia frastuono? Dovresti chiederti
che stai concludendo in questa vita. A parte scrivere e tenere a freno la
voglia di scrivere e tentare di curarti questa strana malattia del piacere di
scrivere. Dovresti parlare di più. Credi che io abbia sempre voglia di
parlare? Tutt’altro, il più delle volte, vorrei starmene in silenzio a guardare
la gente e a sentire il vento. E quando non avverto il vento, vorrei ascoltare
solo i notturni di Chopin. Parlo per rispetto e per amore. Non penso sia
giusto caricare sugli altri i nostri problemi e, se ci fai caso, chi sta in
silenzio mette sempre un po’ a disagio. E poi non sai che ci sono persone
che dai silenzi capiscono tutto? Io parlo tanto anche per cercare di divertire
la gente, ma soprattutto, credo, per difendermi. Non solo perché le
chiacchiere confondono le idee, ma anche perché parlando fingi di essere
come tutti gli altri. A nessuno viene voglia di indagare su una persona che
sembra tanto chiara e aperta. Io sembro trasparente… – sussurrava Rosa
incamminandosi verso la porta di casa.
Io sento un mostro dentro di me. Posso affamarlo, ma non muore.
Avrebbe voluto replicare Lilia ma, invece come sempre, restava in silenzio,
immersa nei suoi pensieri. Io vedo mostri fuori di me: una Lilia bugiarda,
una Lilia carnale, un’altra criminale, un’altra rabbiosa e altre ancora, si
ripeteva. Ho tentato invano di afferrare quelle ombre deformi. Sfuggono.
Dimmi Rosa, come posso parlare se non so quale Lilia sono e quale mi sta
girando intorno? Mentre Lilia rimaneva imprigionata in quelle sue parole,
che le restavano sempre incastrate dentro come schegge di vetro, Rosa si
fermava un attimo sulla porta di casa, poi si voltava e tornava indietro.
– Dovresti tagliarti i capelli. – diceva alla sorella – Lo so che gli psicologi
sostengono che tagliarsi i capelli è sintomo di un disperato bisogno di
cambiamento. Tu non crederci, però. Tagliati i capelli e vedrai che trovi uno
che ti sposa.
Lilia lo aveva già incontrato un uomo da sposare. Non era accaduto in
uno dei suoi sogni premonitori che fingeva di ignorare, ma in una specie di
visione. Non le capitava spesso, ma ogni tanto, il suo sguardo s’incantava
su una cosa e le appariva una scena del futuro. Le prime volte, aveva
pensato che si trattasse di fantasticherie, ma si era accorta subito che non lo
erano: diventavano realtà nel giro di una settimana. Qualche giorno prima,
infatti, si incantava a guardare il frigorifero. Lì vedeva un uomo che, prima,
poggiava le spalle contro le sue e, poi, quando lei si voltava, l’abbracciava
poggiando tutto il corpo sulla sua schiena. Ricordava benissimo gli occhi di
quello sconosciuto, più neri di qualunque oscurità e quella voce familiare.
Per trascinare via la sua mente da quell’idea, decideva di mettersi a
stirare. Mentre prendeva il ferro, però, vedeva comparire sulla piastra
d’acciaio una lapide con il nome Rosa. Lasciava cadere a terra il ferro e
sentiva un coro di voci maschili.
– A morte le streghe. – gridavano le voci.
Si portava le mani sul viso e le appariva una bambina, identica a sua
sorella.
– Non può essere amore ciò che estirpa ogni rosa. – diceva quella
bambina.
Sto impazzendo, diceva tra sé, sedendosi al tavolo della cucina. Per
distrarsi, accendeva il computer. Le era arrivata una e-mail da un mittente
sconosciuto, tale paride@parmeil.com, che concludeva scrivendo “Ci
incontreremo. A Torino”.
Lilia spegneva il computer, staccava l’interruttore generale della corrente,
pensando che si trattasse di qualche scherzo di Elettricità o semplicemente
della Lilia burlona.
29. Al negozio di giocattoli

Lilia usciva dal portone da cui, pochi minuti prima, era entrata per andare
dalla sarta. Veniva sorpresa da un sole accanito. Strizzava gli occhi e apriva
il palmo della mano davanti alla sua fronte, poi lo richiudeva. Appena
terminava quel gesto, una nuvola comparsa all’improvviso da chissà dove
copriva il sole, che così smetteva di infastidirla. Camminava in direzione
del bar vicino al negozio di giocattoli di Melita. Quando si trovava di fronte
al locale, vedeva le luci spente e un cartello sulla porta del bar: “Chiuso per
rinnovo locali”. Lilia si arrabbiava molto. Sbuffava, lasciando fuoriuscire
una quantità di aria che neanche mille uomini avrebbero potuto avere. Il suo
fiato produceva un vento che alzava le foglie, lasciandole roteare in un
vortice che l’avvolgeva fino a farla scomparire. Lilia riappariva, sorridente,
seduta a un tavolo del bar che, poco prima, era chiuso. Al banco, girato di
spalle, Luca beveva un caffè. Quando l’uomo si voltava per uscire, notava
Lilia. Le si avvicinava per salutarla.
– Ciao. – rispondeva Lilia con indifferenza – Come va?
– Come ieri. Vado a fare una corsetta, così do senso a questa giornata. –
rispondeva Luca.
– Il senso è avermi visto. – esclamava Lilia, pensando che persino Luca
credeva che fosse Rosa.
– Hai ragione. – diceva Luca sorridendo.
– Vai ora.
Luca la guardava esterrefatto e ammaliato, mentre arrivava Melita, stretta
in un tailleur di Armani. Incredula, si fermava a guardare Lilia e lasciava
cadere la borsa di plastica che teneva in mano, come se fosse un macigno.
Poi, sempre più stupita, appoggiava le mani sul tavolo e si sporgeva per
guardare ancora l’abbigliamento di Lilia.
– Sei impazzita? – domandava Melita.
– Stai tranquilla, sono sempre io. Dovevo fare un favore a una persona.
Sto male? – rispondeva Lilia.
– No, non è che stai male, solo non trovo sia l’abbigliamento adatto per
un negozio di giocattoli. – ribatteva Melita.
– Ordiniamo qualcosa? Ho una fame… come se non mangiassi da anni.
Sarà stata la fatica di camminare su questi tacchi. Lo sai che ci è mancato
poco così che mi rompessi un tacco? Certo, non l’osso del collo, perché
sembra che io sia nata per camminare sui tacchi. Sarà l’abitudine. – diceva
Lilia.
Melita continuava a guardarla attonita.
– Ho fame! – strillava Lilia – Ho fame e ho una voglia matta di un panino
con il salame. È strano, non mi è mai piaciuto il salame. Sarà che, a furia di
mangiare sempre verdurine lesse, mi sono stufata! Voglio cibo condito con
sale e olio e spezie… mmh, che fame! Oh, ma qua sono tutti sordi? E non
guardarmi così! Non sai che le voglie rispondono sempre a bisogni
effettivi? Il nostro cervello è intelligentissimo, anche quando noi lo
dimentichiamo. Il difficile è soltanto capire quali voglie sono reali e quali
soltanto un rifugio per non affrontare il mondo. Io non voglio mangiare ora
per colmare un vuoto affettivo. Voglio mangiare perché ho fame! E voglio
anche un gelato da mezzo chilo con un chilo di panna! E ora che nessuno
venga a dirmi che sono diabetica. Non solo perché non lo sono, ma
soprattutto perché i potenti inventano le malattie o le cambiano per i loro
interessi economici. Pensa che, una volta, eri diabetico se superavi i
duecento come valore di riferimento. Ora, invece, basta che sei sopra i
cento e ti dicono che sei diabetico. Per giustificare il cambio di rotta,
raccontano sempre la stessa storia: sostengono, infatti, che le ricerche
precedenti erano inesatte.
– Senti, io non ho tempo. Se avessi avuto tempo, non ti avrei chiesto di
sostituirmi. Tu così non entri nel mio negozio. Ho appena comprato questi
jeans. – la interrompeva Melita che, alzando il sacchetto che le era caduto di
mano, continuava: – Ti andranno larghi, ma non ho altro. E non posso
tenere chiuso il negozio anche oggi pomeriggio. Quindi, mangia, mettiti
questi, togliti un po’ di trucco e vai in negozio. Io devo scappare. Ti chiamo
stasera o domani. Grazie e ciao. – diceva Melita allontanandosi.
– Ciao ciao da Rosa. – sussurrava Lilia sospirando.
Poi apriva la sua borsetta e prendeva un fazzoletto. Se lo passava sul viso.
Il fazzoletto si sporcava di trucco, ma la sua faccia restava truccata come
prima. Si guardava nello specchietto della cipria. Si accorgeva di essere
ancora truccata e pensava che non era colpa sua se facevano il trucco
indelebile. Strano, però, perché Rosa si lamentava sempre che il trucco
lunga tenuta a lei durasse mezz’ora, pensava. Chiedeva il conto, andava in
bagno a cambiarsi e poi dritta al negozio.
Appena entrava nel locale, non si stupiva di trovare sette uomini
imbavagliati, immobilizzati ciascuno su una sedia. Nessuna delle sedie
toccava il pavimento. Fluttuavano sugli abissi che si aprivano proprio in
corrispondenza di ciascun uomo.
– Dovrei torturarvi per anni. – sentenziava Lilia – Solo così, forse,
riuscireste a capire la miliardesima parte del male che avete commesso. Sto
per restituirvi un millesimo di tutto quello che avete fatto. Avete vissuto
senza rispetto, distruggendo quanto più vi era possibile. Avete commesso
nefandezze di ogni tipo, dalle più banali, come buttare carte e cicche a terra,
parcheggiare occupando due posti, danneggiare cose altrui, scappare per
sottrarvi alle vostre responsabilità a quelle più gravi. E non mi riferisco solo
a quando avete causato incidenti stradali mortali con la vostra guida
spericolata, avete rubato, truffato, ingannato, tradito, insultato, diffamato,
picchiato, stuprato persino bambini piccolissimi, sottratto sogni, gioie e vite
umane, ma anche a tutte le volte in cui avete abusato del vostro potere, che
vi è servito a farla sempre franca. Ogni settore di questo nostro Paese è
quasi interamente controllato da voi. Per questo, non funziona niente e
trionfa l’ingiustizia. Vi siete comprati quasi l’intero mondo. Le persone
meritevoli le avete soffocate o esiliate. Proprio ieri notte, ho assistito
all’ultimo evento in ordine temporale che mi ha disgustato. Lo so che è un
fatto microscopico rispetto al resto delle vostre azioni, ma in quel momento
voi avete strappato a delle persone innocenti la libertà di sognare. Solo le
persone libere si possono ribellare e la libertà costa cara. Voi questo lo
sapete bene e non avete avuto scrupoli con quelle coppie disperate perché
non riuscivano ad avere un figlio. Come le avete trattate? Un calvario
disumano. Appena avete compreso che non potevano pagarvi in privato,
avete allungato i tempi, in modo che potessero usufruire di un unico
tentativo, anziché dei tre previsti dalla legge. E quelli che hanno potuto
beneficiare di un tentativo, sono stati fortunati. Di altri ve ne siete proprio
dimenticati. Senza spiegare niente ai malcapitati, avete imposto loro una
ripetizione inutile di analisi costosissime ed esami a pagamento. A questi,
avete aggiunto numerosi farmaci, molto esosi, che si sono dovuti pagare.
Quando è emerso che effettivamente uno dei due aspiranti genitori era
affetto da qualcosa che disturbava la procreazione, anziché capire di cosa si
trattasse, cosa avete fatto? Niente, semplicemente abbandonato il malato
nella sua malattia. Non avete mai dato alcuna spiegazione. Figuriamoci un
po’ di conforto. Agivate sempre senza alcuna umanità. Quella stessa
disumanità con cui avete impedito di nascere ad alcuni bambini, quelli che
potevano crearvi problemi e persino sconfiggervi. Avete mentito ai loro
genitori, dicendo che sarebbero nati gravemente malformati e con malattie
che li avrebbero condotti alla morte in pochissimo tempo. Naturalmente
quei genitori disperati vi hanno creduto. Così come quelle donne a cui avete
fatto credere di somministrare farmaci preventivi per evitare certe malattie,
ma che, invece, avete reso sterili di proposito. Tutte le anime a cui avete
impedito di nascere, nasceranno comunque; vi troveranno e non avranno
pietà. Agire esattamente come voi è l’unico modo per farvi comprendere il
male che fate. Ho aspettato questo momento da secoli. Vi ho cercato per
quasi tutte le notti della mia vita, da quando ho compiuto sedici anni e
finalmente vi ho trovato. E ora vi ho qui, davanti a me. Vi volevo tutti e
sette insieme. Lo so che, nel frattempo, vi siete riprodotti e che la guerra
sarà ancora molto lunga e dura, ma oggi iniziamo a fare pulizia. Un giorno,
questo giorno sarà ricordato. Un giorno, saremo così tanti a combattervi che
vinceremo. Vi annienteremo tutti. – continuava Lilia guardandoli con
disprezzo, mentre gli uomini ricambiavano, tutti tranne uno, lo stesso
sguardo. – Fino a oggi, non solo l’avete sempre fatta franca, ma avete
continuato indisturbati, fino a conquistare quasi l’intero pianeta. Quando
sprofonderete negli abissi, nessuno più vi troverà. Sarete semplicemente
sette persone scomparse in più. Il mondo sarà un po’ più pulito senza di voi.
Un uomo, l’unico che non la guardava con odio e disprezzo, riusciva a
liberarsi la bocca.
– Tu non sei diversa da noi, – diceva quell’uomo – visto che stai per
ucciderci.
– Io sono diversa da tutti! – esclamava Lilia – E faccio quel che posso per
salvare il mondo. Vi sto offrendo l’occasione di cambiare. Lo sapete anche
voi che la morte non esiste, non è niente. Solo gli uomini, che ormai sono
così sciocchi, possono crederci. Un giorno, uscirete dagli abissi. Io mi
auguro che quel giorno avrete voglia di essere diversi.
– Tu devi farti curare! – gridava l’uomo.
– E sì, – replicava Lilia – forse mi devo far curare, perché non sto zitta
davanti alle ingiustizie, non abbasso la testa, non mi rassegno, non accetto
chi usa gli esseri viventi, chi li calpesta e poi, quando sono esanimi, si
prende i loro meriti. Arriva un giorno, però, in cui lo sfruttatore commette
un passo falso e sprofonda nelle trappole che lui stesso ha ideato.
– Aspetta un momento, non farlo! Te ne pentirai! – gridava un uomo con
un elmetto sopra la testa, che si era materializzato dal nulla.
– E tu chi sei? – chiedeva Lilia.
– Io sono Leonardo Tesla.
– Sì, e io sono Frida Edison o preferisci Artemisia Planck? – rispondeva
Lilia che, cercando di allontanarlo, allungava il suo braccio verso le spalle
del visitatore, con l’intenzione di spingerlo via, ma lo trapassava come fosse
un fantasma.
– Cosa sei? – gridava la donna, pensando che si trattasse di un demone.
Mattia, in preda al panico, non avendo idea di cosa gli sarebbe accaduto
se Lilia avesse scoperto che era solo un ologramma, fuggiva via e, mentre si
allontanava correndo, scompariva nello stesso modo in cui era apparso.
– Scusate il ritardo e l’inconveniente. Torniamo a noi. Dov’eravamo
rimasti? – chiedeva Lilia, mentre iniziava a muovere la mano a destra e a
sinistra, sempre più velocemente, come se il polso fosse il perno di uno
strumento magico. In un attimo, i sette uomini sprofondavano negli abissi.
Il pavimento si richiudeva e il negozio tornava ad assumere un’aria
tranquilla e rassicurante.
Lilia lavorava molto, fino a quando un grande orologio a forma di zucca,
di fronte al bancone della cassa, segnava le 19.55. Il negozio era pieno di
pupazzi, di giocattoli e di articoli da cartoleria. In un angolo del locale era
sistemata la merce più costosa: una vetrinetta piena di animali in vetro
Murano e Swarovski; alle pareti riproduzioni di Monet, Kandinskij e Klimt
ancorate a cornici dal sapore antico. Lilia, fissando l’orologio, lo faceva
arrivare in un secondo alle 20 e lo bloccava. Poi, tirava le tende del negozio
e chiudeva a chiave la porta d’ingresso. Puntava la Ferrari elettrica esposta
in vetrina. Era identica a quella in miniatura, da collezione, di Rosa.
Spostava il pannello divisore tra la vetrina e il negozio e prendeva
l’automobile. Sistemava l’orologio a forma di zucca al posto della Ferrari in
vetrina. Rimetteva al suo posto il pannello divisore e, quando si girava,
notava soddisfatta che la Ferrari era cresciuta quel tanto che bastava per
permetterle di entrarci. A quel punto, poteva sedersi all’interno
dell’automobile elettrica.
– Caspita! – esclamava – Se solo Rosa potesse vedere com’è diventata la
sua macchinina. Da sette centimetri a una bella automobile elettrica per
bambini, comodissima e spaziosa. Visto che oggi sono Rosa, facciamo le
cose da Rosa, almeno per oggi voglio divertirmi come Rosa.
Si accomodava nella piccola autovettura. Schiacciava il pedale e partiva.
Dopo aver fatto un giro nel negozio, Lilia inchiodava davanti alla vetrinetta
piena di animali in vetro Murano e Swarovski. Scendeva dalla macchina.
Apriva il pannello divisore e riprendeva l’orologio. Stava per rimettere
l’auto al suo posto, quando si accorgeva che un bambino la stava
guardando. Lilia, allora, come se richiudesse in fretta la porta dopo aver
intravisto il diavolo, rimetteva il pannello divisore al suo posto. Saliva di
nuovo in macchina e si posizionava dalla parte opposta rispetto alla
preziosa vetrinetta. Il trucco è non dire mai a nessuno chi si è, pensava.
Conta ciò che facciamo credere di essere. E poi, se una cosa non si sa è
come se non esistesse. Esiste anche l’invisibile se lo comunichi, ma se io,
invece, non dico niente a nessuno… Esistiamo solo finché ci esprimiamo?
Restava qualche secondo immobile, catturata da una visione. Vedeva sua
madre violentata da un uomo incappucciato. In un lampo, si ricordava
dell’unico giorno in cui suo padre, proprietario di un ristorante, lasciava
sole lei, Rosa e sua madre. Se, quel giorno, io non avessi risposto al
telefono, forse, non sarebbe successo niente, pensava. Sono stata io a dire a
quell’uomo che mio padre non era al locale, ma da un fornitore. Se io non
fossi stata così stupida e avessi capito, se almeno fossi stata zitta. Non ero
una bambina. Avevo già tredici anni! Non dimenticherò mai quel giorno,
diceva tra sé. Dopo neanche dieci minuti dalla telefonata, degli uomini
incappucciati entravano nel locale. Chiudevano me, mia sorella e mia madre
in una stanza. Violentavano mia madre. Distruggevano il locale. Se mio
padre fosse stato lì, di certo, non sarebbe successo. E poi, alcuni di loro
portavano via mia sorella su un’automobile sportiva blu. Io gridavo, mi
dimenavo, mordevo e sputavo, mentre un uomo mi bloccava. Ricordo solo
che, in quel momento, sentivo un fortissimo botto, un rumore assordante di
vetri in frantumi e una puzza insopportabile di gomme bruciate. Poi, mi
svegliavo in una stanza buia, da sola.
Lilia pigiava il pedale e si schiantava contro la vetrinetta.
– Caspita! Tale e quale il rumore che sento dentro! – esclamava. Allora è
vero che la verità si sente. Se una cosa è vera si sente, ma se la sento solo io
è vera lo stesso? Qua, però, è tutto finto. Non c’è neppure puzza di gomme
bruciate, pensava. Quella puzza mi è rimasta nel cervello. D’improvviso la
luce del negozio si spegneva e Lilia capiva che Sincro doveva essere lì e le
stava dicendo di smetterla.
Lilia, allora, come se niente fosse, abbandonava l’automobile giocattolo,
chiudeva il negozio e usciva. Tutte le cose che svolgiamo con troppa fatica
o impegno, non sono fatte per noi, dicono. Secondo me, è una balla che
hanno messo in giro i pigri, diceva tra sé. Tutto ciò che ci appartiene sul
serio è naturale ed eterno e non è mai possibile perderlo. Anche le persone
che amiamo ci appartengono per sempre, perché ci portiamo addosso il
sapore delle loro anime. Per sempre, anche quando non le possiamo più
vedere. Un giorno, poi, le incontreremo di nuovo. Io questo lo so.
Comprendere se ami qualcuno è semplice. Tutte le cose importanti sono
semplici. Il desiderio di ricevere anche solo uno sguardo da chi ami ti rende
vivo. Quando ami, sei vivo per l’eternità. Se l’amato non ti ricambia, non
dirgli mai quanto lo ami. Non solo perché non puoi usare le parole, che
sono inadeguate, come tutto ciò che è filtrato e limitato dalla razionalità, ma
perché significa che non è lui che aspettavi. Se non sente il tuo amore,
significa che non puoi amarlo con “tutta la follia della tua anima”, come
canta Springsteen.
Per fortuna, sono pazza. Se non lo fossi, il peso della mia vita mai
raccontata sarebbe insopportabile. E lo diceva tra sé, sorridendo, perché la
sua migliore amica le ruotava intorno e lei sapeva che poteva sentirla con il
pensiero.
– Sentirsi amata da una farfalla notturna non è da pazzi? – chiedeva Lilia
– E siccome lo è, oggi te lo dico ad alta voce: Sincro, meno male che ci sei.
30. Lo specchio di confine

Lilia s’incamminava guardando le vetrine. All’improvviso, sentiva la


voce di un uomo.
– Rosa …Rosa. – gridava un ragazzo, rivolgendosi proprio a lei.
Lilia si voltava, cercando di capire chi la chiamasse. Perché mi
preoccupo? Io non sono Rosa, pensava. Ma oggi sono Rosa. Allora sembro
davvero Rosa, per tutti! Riprendeva a camminare, ma la voce era sempre
più insistente.
– Rosa… Rosa … Rosa.
Lilia si voltava e, guardando i volti della gente che passava con
indifferenza, sentiva qualcosa sfiorarle il braccio. Si girava di scatto,
spaventata. Era una rosa. Il venditore di rose tentava di invogliare Lilia
all’acquisto.
– Ah, no, grazie, niente rosa. – diceva Lilia sospirando.
Poi riprendeva a camminare, assorta nei suoi pensieri. Ma cosa mi
succede? La testa mi scoppia, pensava, sembro impazzita e cammino
benissimo su questi tacchi a spillo, come se ci fossi abituata.
Decideva di entrare in una profumeria. Non l’aveva mai fatto. La
profumeria era affollata di gente. Lilia prendeva il tester di un rossetto rosso
e lo lasciava scivolare in borsetta. Se porto via questo, l’allarme non suona
e sono certa di fare un ottimo affare, diceva tra sé. I tester sono sempre
migliori del prodotto in vendita. Se prendo questo non sono mica una lurida
ladra. Se sono costretta a questo, è tutta colpa dei commercianti che non
vendono i tester. Desideriamo sempre ciò che non possiamo avere. Se
arrestano me, devono arrestare mezzo mondo. Queste sono solo prove
generali per la mega truffa che ho in mente. E finalmente poi sarò ricca e
potrò fare qualcosa per dimostrare a tutti che il mondo si può cambiare. La
povertà è una creazione dei potenti, di chi i soldi li ha. I super ricchi, se solo
volessero, potrebbero sconfiggere la fame nel mondo, le malattie e
l’ignoranza in un anno al massimo. Per non parlare di quanta moneta si
potrebbe stampare e l’economia ripartirebbe in poche settimane.
Lilia usciva dalla profumeria. Mentre passeggiava, si fermava davanti alla
vetrina di un fotografo. Fissava l’immagine di una donna intrappolata in un
ingrandimento fotografico. La fotografia era sistemata al centro della
vetrina e sovrastava le altre di dimensioni minori. Nella parte più bassa
della vetrina sonnecchiavano alcune macchine fotografiche. Lilia arrestava
lo sguardo sulle labbra della donna ritratta nella fotografia più grande.
Quelle labbra sono troppe pallide. Sono come le mie. Le mie quando sono
Lilia, pensava. Dovrei darle un bacio per regalarle un po’ di colore.
L’immagine è tutto, dice sempre Rosa. Lilia osservava gli occhi scuri della
donna. Come i suoi. Non aveva sopportato le lentine colorate per più di
un’ora. Lilia si stropicciava le palpebre e, quando guardava di nuovo la
fotografia centrale, vedeva il suo volto nella foto dove, fino a un attimo
prima, sorrideva il viso della donna dalle labbra pallide. La foto, ora,
riportava l’immagine esatta del volto di Lilia senza trucco. Lilia allora,
estraeva il tester del rossetto rubato poco prima e, in velocità, disegnava un
paio di labbra sulla vetrina del fotografo. La gente, intanto, continuava a
passare: nessuno più si accorgeva dell’esistenza di Lilia. Un uomo le
sfiorava la spalla. Un altro, urtandola, le colpiva una gamba con un
sacchetto. Lilia si girava arrabbiata.
– Ehi, ma sei cieco? Chiedi scusa almeno. – gridava.
L’uomo continuava come se non l’avesse sentita né vista.
– Ehi, ma mi vedi? – urlava ancora Lilia.
Ma non sarò mica morta? Non sarò mica passata nell’altra dimensione
senza accorgermene? Pensava, mentre l’uomo si allontanava indifferente,
come se niente fosse accaduto.
Lilia tornava a guardare la vetrina. Nella grande foto centrale continuava
a vedere il suo viso, identico a quello che era abituata a vedere ogni mattina.
All’improvviso, le labbra che aveva disegnato sulla vetrina del negozio
passavano sulla fotografia. L’immagine di Lilia diventava identica a quella
che aveva in quel momento. Lilia diventava Lilia travestita da Rosa anche
nella fotografia. Lilia si guardava come in uno specchio e, con
ammirazione, si sorrideva. Si sentiva così affascinante. Compiaciuta,
riprendeva a camminare e si accorgeva che davanti a lei una ragazza
dall’aspetto trasandato e con gli occhi lucidi se ne stava seduta a un tavolino
di legno con delle carte in mano. Lilia si avvicinava. La ragazza le mostrava
i tarocchi che aveva tra le mani e le faceva segno di prenderli. Lilia si
avvicinava ma, non appena li stringeva tra le sue mani, si accorgeva che non
erano più tarocchi, ma carte d’identità. Lilia le lasciava cadere sul tavolo e
notava che appartenevano tutte a persone diverse.
– Ti prego, dimmi chi sarò. Dimmi chi devo essere. In quale corpo devo
incarnarmi? Quale vita devo scegliere? – chiedeva la ragazza con gli occhi
sempre più lucidi. Lilia veniva assalita dal panico e scappava via. Pochi
metri più avanti, vedeva un’altra cartomante seduta a un tavolino di legno.
Sembrava sua sorella Rosa da piccola. Con piccoli passi, a stento e molto
lentamente cercava di avvicinarsi senza farsi notare da quella bambina
cartomante.
– Non può essere amore ciò che estirpa ogni rosa. E Rosa non c’è più. –
esclamava la bambina cartomante.
Lilia correva via più veloce che poteva. Si fermava per riprendere fiato
davanti a una sala giochi. Decideva di entrare giusto per dare un’occhiata.
Nessuno badava a lei. Tutti i giocatori erano presi a scommettersi anche
quello che non avevano. Erano alienati da loro stessi. Alcuni prigionieri
delle slot machine e altri persi a gridare per una scommessa sportiva. Un
cameriere le si avvicinava, scorrendola più volte da capo a piedi.
– Mi sta cercando il codice a barre per registrarmi alla cassa, sbattermi in
un bel sacchetto e portarmi a casa? – chiedeva Lilia arrabbiata.
– Magari! – esclamava il cameriere.
– Ma la smetta! – ribatteva Lilia – Lei è un uomo macchina per la
risonanza magnetica.
– Prego? – domandava l’uomo.
– Sì, dai, ha capito. Ha mai visto una macchina per la risonanza
magnetica? Ne ha mai fatta una? Lei è un uomo macchina per la risonanza
magnetica. Peccato che io non ho alcuna intenzione di farmene fare
un’altra, dopo quella che mi ha già fatto poco fa.
– È simpatica lei. Si vede che non gioca.
– Perché lei è l’unico a vedermi?
– Perché non gioco. Mi ha salvato dal gioco la fortuna di lavorare qui
dentro.
– Chi pensa di prendere in giro? Chi è lei?
– Uno che non gioca. Vede quello là? – chiedeva il cameriere indicando
un uomo.
– E quindi? Mi dica chi è e da dove viene. – replicava Lilia.
– Qui sono tutti come quell’uomo. Qui dentro sono tutti uguali. Che siano
disoccupati, dipendenti, liberi professionisti, poveri, ricchi, soli, con figli,
sposati, amanti o divorziati, restano tutti schiavi e malati. Qualcuno di loro
si ucciderà e a nessuno importerà nulla. Non si accorgono neanche di avere
un problema e, dunque, non chiedono aiuto. Allo Stato vanno benissimo
così come sono.
– Siete tutti schiavi.
– Prego?
– Siete tutti schiavi. – ripeteva Lilia uscendo di corsa dalla sala giochi.
– Ti troverò. – urlava l’uomo, mentre la finta Rosa pensava che quel
cameriere fosse un demone o un altro essere oscuro che aveva irretito i
cuori degli uomini.
Arrivava a casa. Apriva la porta. Sentiva l’inizio della canzone dei
Marlene Kuntz “La promessa” che suonava: “In paradiso vorrai avere
ancora a che fare con me”.
– Spegni quella musica schifosa. – gridava.
– Non ti piace più? – rispondeva Rosa – Preferisci “Che vita
meravigliosa” di Diodato? – non ricevendo risposta, metteva “L’altra
dimensione” dei Maneskin.
Lilia spegneva lo stereo con un calcio e lo faceva cadere a terra. Sentendo
quel rumore, Luca, Stella e Rosa correvano in camera. La faccia di Lilia
appariva come quella di un clown davanti agli occhi increduli di Stella.
– Com’è possibile? Da dove salti fuori tu? E che ci fai combinata così? –
chiedeva Stella.
– Chiedilo alla cara Rosa. – gridava Lilia. – Chiedile perché sono
combinata così. – poi, rivolgendosi alla sorella urlava: – Che diavolo stai
facendo Rosa? Che diavolo è questa puzza di bruciato?
Rosa non aveva il tempo di rispondere. Lilia si precipitava in cucina e
osservava la sua pentola preferita completamente bruciata.
– Eh, l’ho scordata sul fuoco. – balbettava Rosa, mentre si avvicinava al
lavello per torturare un’altra padella, grattando con rabbia il fondo
carbonizzato. Estraeva dal mobile sotto il lavello candeggina, anticalcare,
sapone per i piatti e tre diversi tipi di sgrassatore.
– Volevo cucinarti qualcosa di buono per ringraziarti. – bisbigliava Rosa.
– E invece mi hai avvelenato la serata. – sbottava Lilia.
– Ma se ancora non sai quello che è successo. – sussurrava Stella.
– Sh. Niente, non è successo niente. Si aggiusta tutto. – diceva Rosa.
– Ditemi subito cos’è successo, se no… – urlava ancora Lilia, che non
aveva mai alzato la voce prima di quella sera.
– Lascia perdere. Una stupidaggine. – rispondeva Rosa con dolcezza.
– Ma che sta succedendo qui dentro, eh? – chiedeva Stella. – Lilia, non ti
ho mai visto così. Tu sei sempre così dolce. E tu, Rosa, sei stucchevole. E
tu, Luca, non dici niente? Non credete che sia ora di finirla con questa
pagliacciata?
– Si è soltanto rotto uno specchio. – asseriva Luca.
– Ma chi ti ha detto d’intrometterti? – lo aggrediva Rosa.
– Quale specchio? Non quello di confine? – chiedeva Lilia.
– Cosa vuol dire? – domandava Luca.
– Non capisci niente, stai zitto. – lo ammutoliva Rosa.
– Basta! Che specchio si è rotto? Quello di confine? – gridava Lilia.
Rosa annuiva, terrorizzata. Lilia spostava la sorella dal lavello. Afferrava
la tazza rossa. La teneva in mano rigirandola come una palla.
– Su Lilia, stai calma. Torna in te. Che cos’è lo specchio del confine? –
chiedeva Stella.
– Di confine. Lo specchio di confine. Non avete mai sentito dire che i
confini sono i migliori punti di incontro? Quello era il nostro confine e il
nostro incontro, non solo tra di noi, ma anche con il resto dell’universo.
Perché secondo voi stava proprio tra i due armadi e i due letti? Segnava il
confine. – raccontava Lilia, singhiozzando. – Quello specchio è un portale.
Solo adesso mi ricordo. Chi diavolo è che ha cancellato tutta la mia
memoria? Chi è? Ricordo solo questo specchio di confine e poco altro. Noi
dovevamo proteggere quello specchio. Romperne uno è un vero disastro.
Ma quando è accaduto di preciso? Questo significa che le dimensioni si
sono confuse. Ora capisco perché, oggi, a un certo punto, sono diventata
invisibile. Senza quello specchio, non saprò più distinguere i vivi dai morti.
Non è vero che i morti non hanno l’ombra e si distinguono per questo. Non
è così. I morti si distinguono dai vivi solo perché non possono specchiarsi.
Adesso, qualunque entità potrà intrufolarsi nelle nostre vite. Stravolgere
tutto. E la catastrofe è che una di noi due potrebbe scomparire all’istante e
perdersi in uno dei mille universi paralleli al nostro. Forse una delle due è
già sparita e ha lasciato il suo clone a vivere qui con noi. O forse, tu Rosa
non esisti più, sei solo frutto della mia fantasia. E voi due perché fingete che
esistiamo entrambe? Quello specchio era sacro. Il sacro confine tra tutto il
mio mondo e quello di Rosa. Chi è stato a combinare questo sfacelo? Rosa
sei consapevole di quello che accadrà o che è già accaduto? Noi veniamo da
un altro mondo e gli specchi di confine sono necessari per noi, per vivere
qui, sulla Terra. Senza specchio di confine, possiamo restare incastrate in
qualsiasi dimensione, smarrendo la strada per ritornare sulla Terra. Ed
esistono mondi terrificanti, come quelli creati dalle emozioni di quei morti
che non credono nella luce. Gli uomini, a differenza nostra, hanno
un’invisibile corda d’argento che tiene uniti tutti i loro corpi sottili e
consente loro di tornare sempre alla materia terrestre, finché sono in vita.
Anche gli uomini viaggiano, ma ritornano con facilità nel corpo fisico e,
appena rientrano nella materia, dimenticano tutto quello che hanno vissuto
con il loro corpo astrale. Senza specchio di confine, inoltre, noi potremmo
smettere di essere separate in qualsiasi momento. Una delle due potrebbe
essere presa, potrebbe scomparire e nessuno, nessuno saprà più che fine
abbiamo fatto. Senza lo specchio di confine, potremmo diventare una anche
qui, sulla Terra, ma non una intesa allo stesso modo del nostro pianeta. Sul
nostro pianeta, Nima, ogni anima è composta da due esseri e quell’unità
crea un essere vivente. Un essere vive la vita interiore e l’altro quella
esteriore. Lo scambio tra i due è perenne e libero. L’anima garantisce la
sinergia tra i due. Se fossimo scese sulla Terra con le sembianze che
avevamo su Nima, la gente sarebbe morta di paura. A una prima occhiata,
infatti, sembriamo identiche ai terrestri ma, a tratti o quando lo desideriamo,
cambiamo il nostro aspetto, perché lasciamo la vita esteriore all’altro essere
che ci abita, rifugiandoci nella vita interiore. Rosa, senza specchio di
confine non avremo mai più un punto d’incontro, solo scontri o solo niente.
Ora ricordo tutto o quasi.
Nessuno riusciva a proferire neanche mezza parola. Tutti pensavano che
Lilia fosse impazzita o avesse assunto sostanze stupefacenti. A un certo
punto, Rosa trovava il coraggio di parlare.
– Perché non mi hai mai detto che quello specchio era tanto importante?
Avrei prestato più attenzione. E cos’è questa storia che noi veniamo da un
altro pianeta? – diceva Rosa, sperando che Lilia si calmasse e, soprattutto,
rinsavisse.
– Facciamo finta che non hai detto niente, Lilia. Domani ti porto un altro
specchio? – chiedeva ironica Stella.
– Tu non ti devi intromettere, se no io… – la stoppava Lilia, digrignando i
denti e lasciando scorgere i suoi due incisivi centrali accavallati. – Piuttosto
perché non ve ne andate tutti e due, cari i miei ospiti.
– Lilia, ma che ti è successo? Non sei mai stata così aggressiva. –
interveniva Rosa.
– Lo vedi come sei gentile? Lo vedi che sembri me? Te ne accorgi che io
sono già diventata aggressiva come sei sempre stata tu? Ti rendi conto che
hai cucinato, cosa che non avevi mai fatto prima in vita tua? E capisci che
stavi ascoltando la mia musica, che ora, infatti, io detesto? – la incalzava
Lilia.
– Noi non avevamo acceso nessuna radio. – replicava Rosa – Io pensavo
che fossi tu, con il cellulare. Anch’io ho sentito della musica. Comunque, è
vero, mi piaceva quella canzone. Ed è vero che, fino a oggi, l’ho sempre
odiata. E mi piace anche tantissimo “Aldilà dell’amore” di Brunori…
– Smettila! – gridava Lilia – Lo so benissimo che ora tu hai i miei gusti.
– Ma calmati, non preoccuparti. – sussurrava Rosa, mantenendo la calma
– Io non voglio affatto sostituirmi a te. E poi non penso neanche che siamo
così strane se sentiamo della musica che non c’è. Senti, ora dovrai pensare
tu alla cena, come sempre.
– Non ci penso proprio. Non cucino neanche per sogno. Anzi, esco. Ciao,
anzi addio. – diceva furiosa Lilia, che non dava a nessuno il tempo di
replicare.
– Fermati, aspetta. – la supplicava Rosa – Dove vai da sola?
– Non fare finta di preoccuparti per me. Addio! – urlava richiudendo la
porta in modo così violento che i tre restavano pietrificati osservando il
muro oscillare. Rosa, intanto, percepiva una strana sensazione, come se
l’addio di Lilia stesse per farla scomparire.
31. La dimensione coatta

Dopo qualche istante di perplessità, Stella decideva di uscire per cercare


Lilia. Luca e Rosa andavano in camera per raccogliere i cocci dello
specchio.
– Luca, ma tu mi vedi? – chiedeva Rosa all’improvviso.
– Riflessa nei cocci? – ribatteva lui sorridendo.
– Ma dai, sono seria. Ma tu sai chi sono? E se io fossi Lilia?
– Stai scherzando?
– Perché non mi rispondi?
– Dovrei? Non ci capiamo già alla perfezione?
– E se questo finisse?
– Dobbiamo continuare a parlare facendoci queste domande assurde?
– Ma non ti sei mai chiesto perché ci capiamo alla perfezione?
– Stai bene? In effetti, c’è stata una volta in cui proprio non ti ho capito,
eppure… eppure ti amo lo stesso. Ti ricordi il nostro primo litigio?
– Di che litigio parli? – domandava Rosa sorpresa.
– L’hai già scordato? Meglio. Voglio solo dirti che non hai più alcun
motivo di temere Demone, l’altra parte di me. Demone ha imparato a
tacere. Ho capito che, assecondandolo, lui mi lascia in pace. Devo solo
accettarlo. Dargli un po’ di spazio. Non avere paura. Io non posso tradirti
senza tradire me stesso. Ti ricordi, quando ti dicevo che sono un uomo
generoso? Ecco, ho scoperto di essere molto generoso. Sono un uomo
fedele, perché se ho voglia di un’altra donna, io non tradisco la mia
compagna per una scopata. Essendo molto generoso, anziché tradirla, la
rendo partecipe delle mie necessità. Quando capiterà, quindi, che io abbia
bisogno di manifestare tutta la mia generosità, tu non dovrai preoccuparti.
All’apparenza, ti sembrerà una storia a tre: io, te e la donna del momento. In
realtà, però, saremo in quattro. Ci sarà anche Demone. Così facendo, non ci
saranno più problemi: io resterò fedele e Demone, soddisfatto, non darà
problemi.
– Luca, ma sei impazzito anche tu? – domandava Rosa.
– Calmati. Devi apprezzare la mia sincerità. Se mi ami, devi accettare
tutto di me. Io accetto che tu sia doppia.
– Eh?
– Senti, Demone è saltato fuori perché tu eri troppo coinvolta e io non
avevo la stessa certezza.
– Ma di che diavolo parli?
– Tu volevi passare tutta la vita assieme.
– Luca, tu devi essere pazzo. Perché mi confessi queste assurdità prima di
sposarci? Vuoi che ti lasci? Ti accontento subito. Non ho nessuna
intenzione di sposarmi con un maniaco depravato. Amare vuol dire
incontrarsi, rispettarsi, progettare una vita insieme, non rinunciare a se
stessi accettando qualsiasi cosa. Lilia dice sempre che l’amore è il canto di
due anime che si riconoscono. Qualcosa di irrazionale, dunque, che non
puoi controllare, ma che poi va calato nella quotidianità e, quindi, nella
razionalità, se vuoi farlo vivere in questo mondo.
– Avresti preferito che continuassi a mentire come fai tu?
– Ma di cosa stai parlando? Io non ti ho mai mentito.
– Questa è bella! Fingi di essere un’altra e ti ritieni sincera? E noi tutti ad
assecondarti.
– Tu sei proprio pazzo. Sei tu che hai finto di essere ciò che non sei. Il
bugiardo sei tu. Sei tu che mi stai facendo a pezzi stasera. E non so come
questo sia possibile, visto che mi hai già fatto a pezzi, tanto tempo fa.
– Cosa hai detto? E allora è vero che sei una bugiarda. Ti ricordi tutto?
– Solo adesso mi sto ricordando.
– Ti ricordi tutto? Ti ricordi di me? Sei davvero Rosa allora? Ma… ma
com’è possibile che tu sia qui? Tutti ti credono morta. Quello specchio
allora… quando si è rotto… Lilia prima non ha mentito allora. E se fossimo
intrappolati nella dimensione coatta?
– E che diavolo è? E tu ti intendi di questo?
– Lilia, tu pensi davvero che io potessi essere fidanzato con una strega e
non saperlo? Non conoscere nulla dell’aldilà? Mi domando se tu ora stia
mentendo, facendo finta di non conoscere neppure la dimensione coatta.
– No, Luca, io non sto mentendo. E poi perché mi chiami Lilia? Io sono
Rosa. Non ci sto capendo più nulla. Non capisco cosa ci faccio qui, non
capisco perché mi dici che sei fidanzato con una strega. Chi è questa strega?
Io sarei una strega?
– Non lo sei?
– Luca, ma tu sei davvero pazzo! Io una strega?
– Sì, ma non lo ricordi. Sei una strega con l’amnesia.
– Le streghe non esistono!
– E allora Lilia ha ragione. Intendo Lilia che è uscita. Lilia è la strega e,
fino a stasera, non lo ricordava. Lo specchio di confine potrebbe essersi
rotto anni fa. Per questo, tutto sembra confuso e assurdo. Noi stiamo
vivendo tutti nella dimensione coatta. La dimensione coatta è quella in cui
si ripetono senza sosta alcuni eventi della nostra vita, ma senza l’ordine del
tempo e dei ruoli. Devi sapere che esistono tantissime dimensioni e infiniti
universi oltre al nostro e hanno regole diverse dal nostro mondo. Solo sulla
Terra esistono i ruoli per esempio. Qui tutti siamo figli, ma solo alcuni
genitori, per esempio, o fratelli o fidanzati. In quasi tutti gli altri mondi,
invece, le anime vivono nell’empatia, perciò sanno di essere tutte collegate
e di essere dei frammenti della fonte originaria. Possono quindi essere tante
persone diverse nel corso della loro esistenza. Mi spiego. Se noi stessimo
vivendo nella dimensione coatta, tu saresti tu, ma a volte anche tua sorella
per esempio o tua madre o il tuo fidanzato o un estraneo. Capisci? Il tempo
poi, non solo non esiste in quasi tutte le altre dimensioni, ma anche nei
pochi luoghi in cui lo utilizzano, non è inteso in senso lineare, come qui,
sulla Terra. Il tempo è un’invenzione e l’unico senso che ha, come diceva
un saggio, è quello di non fare accadere gli eventi tutti insieme. Il moto di
ogni corpo vivente non può che essere sferico, perciò inventare un tempo
lineare costituisce una bufala colossale, che ha creato un sacco di problemi.
Se qui sulla Terra vivi senza ordine lineare, senza tempo cioè, rischi di
impazzire. Non siamo abituati né pronti per questo. Se stessimo tutti nella
dimensione coatta saremmo ossessionati dai ricordi, che vivremmo come se
fossero presenti. Nella dimensione coatta puoi anche far rivivere i defunti,
senza accorgerti che sono morti.
– Io non capisco proprio cosa stai dicendo e perché questa dimensione
sarebbe tanto pericolosa.
– Questa dimensione altera gli eventi. Il tempo è tutto disordinato e gli
eventi risultano mischiati. I vivi si confondono con i morti. Vivi dimensioni
parallele e non comprendi se ciò che vivi è reale o fantastico. È il caos più
totale. L’aspetto peggiore delle dimensioni coatte è che, nutrendosi di caos,
crescono fino a inglobare sempre più persone. E quando una persona è
inglobata in una dimensione coatta, perde l’anima. Le dimensioni coatte
hanno proprio lo scopo di rubare le anime, per gli esperimenti che
avvengono nelle viscere della Terra. Sono una creazione delle ombre.
Questo però è troppo per te. Lascia perdere.
– Anche se non capisco bene cosa tu stia dicendo, visto che sai tutte
queste cose e parli di streghe, perché non fai scomparire questa dimensione
coatta.
– Chi vive in una dimensione coatta, non può uscirne. Qualcun altro deve
liberarci.
– E chi? E che fine faremo se restiamo intrappolati qua dentro?
– Siamo condannati a vivere nella menzogna, senza mai sapere cos’è
reale e cosa no. La dimensione coatta è la dimensione della ripetizione, che
ti sfinisce a tal punto da farti desiderare la morte. Se sei forte e riesci a
resistere, alla fine soccomberai comunque, quando le ombre avranno
bisogno della tua anima. Siamo condannati a morte, se qualcuno non viene
a salvarci. Lo specchio di confine potrebbe essersi rotto tanto tempo fa, ma
noi, visto che viviamo nella dimensione coatta e dunque abbiamo un tempo
senz’ordine, crediamo che sia avvenuto adesso. Solo esseri dal cuore puro e
dai poteri eccezionali possono far scomparire questa dimensione.
– E dove li troviamo questi esseri dal cuore puro? E come lo sappiamo
che hanno il cuore puro? E cosa significa che devono avere poteri
eccezionali? E soprattutto cosa devono fare esattamente per far scomparire
questa dimensione coatta?
– Fai troppe domande. Non sopporteresti le risposte. Sono troppo
complicate per te ora. Sappi soltanto che abbiamo bisogno di qualcuno che
ci dica la verità. Le ombre perdono il loro potere con la verità. Quando
apprendiamo la verità, la dimensione coatta inizia a scomparire e possono
trovarci, se ci siamo persi in essa.
– Ci salveranno, dunque, coloro che capiranno cos’è reale in quello che
stiamo vivendo e ci sveleranno la verità? A me non importa nulla della
verità. Mi va bene restare qui con te. Cosa ci manca?
– Parli proprio come una prigioniera della dimensione coatta. Non ti
accorgi che qui ci manca l’indispensabile? Nessuno di noi qui è felice. Parli
così, perché non sai quanto è pericolosa. Tu rischi di scomparire in lei, se
non la temi.
– E perché mai dovrei temerla? Io non sono già morta? Eppure qui, grazie
a lei, vivo.
– E tu questa la chiami vita? Ma hai mai vissuto davvero?
– Non lo so. So che tu mi hai ucciso. Tu o lei. Ancora non l’ho capito.
Non lo ricordo. Sono confusa. Ho ricordi ingarbugliati.
– Ora non ho più dubbi. Siamo nella dimensione coatta, la tua confusione
ne è ulteriore prova. A poco a poco, svaniremo tutti, se qualcuno non verrà
a salvarci. Dall’esterno possiamo anche apparire normali, condurre una vita
regolare, ma non è così. Viviamo una marea di eventi inspiegabili. Non tutti
magari riescono a vederci o a sentirci. Piano piano perderemo consistenza.
Per qualcuno siamo già scomparsi. E in effetti, potremmo anche essere
morti tutti, ma non ce ne renderemmo conto. La dimensione coatta ci
costringe a ripetere solo alcuni eventi e confonde ogni piano. Credimi, è
meglio essere morti che abitare la dimensione coatta. La gente è convinta
che se una cosa viene ripetuta significa che è reale, ma non esiste niente di
più falso. La ripetizione uccide. Se uno ripete sempre le stesse azioni non
significa che è vivo, anzi, spesso indica proprio l’esatto contrario. I morti
non possono cambiare, finché non si accorgono di essere morti; per questo,
spesso, vivono le repliche dei loro giorni. Quindi, ti prego, non credere a
niente di quello che ti diranno su di me. Quello che è accaduto è stato solo
un incidente, fidati.
– Certo, crederò a te invece. A te che mi hai ucciso.
– Su, smettila. Tu non sei morta, come non sono morto io. A te, anzi, è
andata molto meglio che a me. Io ho un braccio, una gamba e un volto che
non m’appartengono. Tu hai solo la testa un po’ confusa. Tu sei Lilia.
Dimentichiamo tutto. Insieme possiamo riuscirci. Mi dai un bacio dei tuoi?
Ricorda che domani ci sposiamo: Luca e Lilia si sposano.
– Ma cosa dici? Luca e Rosa si sposano.
– Io credo che tu soffra di sdoppiamento della personalità. Sei dissociata,
da quando ti sei ricordata degli abusi sessuali che hai subito a cinque anni,
in quella chiesa sconsacrata. Ma ti ricordi chi erano?
– Chi erano chi? Tu deliri. Non capisco di cosa stai parlando.
– Inizio a essere confuso anch’io. La dimensione coatta sta prendendo
anche me. Ricordo bene, però, che tu stessa mi hai raccontato degli abusi
che hai subito. Hai anche aggiunto che ne porti i segni sul tuo corpo,
cicatrici fatte per divertimento. Fammele vedere di nuovo. Effettivamente se
non dovessi averle, significherebbe che sei Rosa e non Lilia e io potrei
crederti.
– Smettila. Tu non sai fare altro che mentire. Io ormai so chi sei. Mi fai
schifo! Sposati con Lilia, perché lei perdona le bugie. Non ci sarà nessun
matrimonio tra me e te. Non ti avvicinare. Scompari per sempre dalla mia
vita. Io voglio stare sola per sempre.
– Vuoi davvero che me ne vada? – domandava Luca, allontanandosi dalla
donna, come se la temesse.
– Sì, sparisci. – gridava Rosa.
– Lascia prima che ti spieghi alcune cose, poi me ne andrò. Devo dirti
queste cose, è più forte di me. Questa è un’altra prova che stiamo vivendo
nella dimensione coatta. Potrei non essere io quello che ti parla adesso. Gli
esseri di luce, esattamente come quelli delle tenebre, possono prendersi la
voce di chi desiderano e parlare al posto del possessore del corpo che hanno
invaso. In questo momento, mi sento come posseduto da una forza
misteriosa e oscura, che mi governa. Ognuno di noi vive
contemporaneamente milioni di esistenze in mondi invisibili per occhi
umani. In un’altra dimensione, per esempio, sono bambino, in un’altra
vecchio, in un’altra amo una ragazza, in un’altra ne amo una diversa, in
un’altra ancora combatto con le mie emozioni putride che prendono forma,
in una dimensione sono malato, in un’altra mago, in un’altra faccio le cose
che in questa non riesco a fare per paura e via così. Ognuno di noi sceglie di
vivere in una di queste dimensioni. Una delle prime condizioni da accettare
per vivere qui, sulla Terra, è che quando diventi umano puoi avere
consapevolezza solo di questo pianeta e del visibile, fino a quando non ti
evolvi. Ogni essere umano, dunque, anche se non ne è consapevole, cambia
di continuo, perché passa da una dimensione all’altra. Il passato e il futuro,
così come il presente, sono dimensioni parallele a questa e tutte coesistono
nello stesso istante senza tempo, eterno, dunque. Per questo tu litighi con il
tuo compagno nello stesso identico modo in cui litigavi con tuo padre. Non
stai solo rivivendo il passato, rendendolo presente, stai vivendo in un
mondo che ancora non hai superato. Sei semplicemente nella dimensione
energetica del litigio e della rabbia e segui le regole di quell’universo
parallelo. Ciascuno di noi, in realtà, è uno, ma noi non conosciamo
quell’uno che è la nostra anima. Ci identifichiamo soltanto con uno dei
nostri mille io. Noi siamo un esercito di io, nati in origine per servire
l’anima. Il guaio è che abbiamo preferito identificarci con l’io che, di volta
in volta, troviamo più conveniente, piuttosto che faticare alla scoperta della
nostra anima. Ecco perché vogliamo cose che non realizziamo e facciamo
ciò che non vorremmo. Tu vuoi smettere di mangiare, per esempio, ma non
ci riesci. Perché? Sei posseduta? No. Semplicemente stai vivendo credendo
di essere uno solo dei tuoi io e lo stai seguendo nella dimensione
dell’impotenza e della frustrazione, dove ogni azione è destinata al
fallimento. Dovresti capire che tu non sei il pelo del polpaccio con cui ti
identifichi, ma il gigante intero. Ti basterebbe anche solo scegliere di
cambiare universo per capire che non sei solo quel pelo. Il problema, però, è
che nessuno ha mai spiegato agli uomini queste cose e come fare. Quindi,
gli umani lasciano che i diversi io si facciano la guerra e vince, di volta in
volta, l’io più forte, che lo trascina nella dimensione più potente in quel
momento. Ogni io genera molti mondi.
– E sentiamo, come si fa a cambiare dimensione?
– Non posso dirtelo.
– E allora sparisci, vattene. E che sparisca anche questa storia, che
sembra un videogame.
– Prima fammi vedere i denti.
– Vattene! – gridava Rosa, digrignando i denti, come se fosse un cane
feroce pronto a sbranare Luca. L’uomo, scioccato nel notare che, per la
prima volta, non aveva di fronte Lilia, ma Rosa con i suoi denti perfetti, se
ne andava.
Non faceva in tempo a mettere in moto la sua macchina e a partire che
notava una pattuglia della polizia. Lo bloccavano. Gli intimavano di
scendere. In quel momento, Luca si stava domandando perché mai avesse
rinunciato ai suoi poteri soprannaturali per amore di una donna umana. I
poliziotti lo arrestavano.
Stella, nel frattempo, non riusciva a trovare Lilia. Decideva di andare a
casa: il giorno seguente doveva svegliarsi presto per il matrimonio di Lilia.
Rosa restava qualche istante immobile, seduta sul letto. Poi iniziava a
massaggiarsi entrambe le tempie, permettendo a Nadia di uscire dal suo
corpo. Rosa cadeva dolcemente sul letto, come se dormisse.
Quest’idea di cambiare aspetto e prendermi il corpo di chi mi pare è stata
proprio un’idea geniale di Mattia. Forse dovrei dirglielo, pensava Nadia.
Lor aveva dato ai quattro il potere dell’invisibilità, ma non aveva spiegato
molto di più. Era stato un ragionamento di Mattia a convincerla che
invisibilità potesse voler dire anche nascondersi nel corpo di un altro e
usarlo a proprio piacimento. Ora devo concentrarmi, ripeteva Nadia tra sé,
devo usare la telepatia perché i ragazzi mi vengano a prendere. Se non ci
riesco, sono fregata. Dopo un paio di tentativi, Mattia sentiva la chiamata
telepatica di Nadia e, in pochi istanti, si materializzava davanti a lei dentro
una bolla di sapone.
– Sali. – le sussurrava Mattia allungandole la mano.
Giunti al palazzo, venivano travolti dagli altri che smaniavano dalla
voglia di sapere com’era andata nei panni di Rosa. Quando, infatti, si
separavano, non potevano seguire l’amico da lontano.
Rosa, intanto, si risvegliava da quel sonno profondissimo indotto da
Nadia. A vederla, sembrava proprio Lilia. La Lilia che aveva sempre
conosciuto, non quella che fingeva di essere Rosa. Proprio come avrebbe
fatto Lilia, prendeva il diario, lo apriva a caso e leggeva. Grazie a quella
lettura, comprendeva perché Lilia non avesse amiche e perché fosse tanto
riservata, soprattutto con le donne.
32. Il rapimento

Rosa, senza conoscerne i motivi, come spinta da una forza misteriosa,


dopo aver disobbedito alla richiesta della sorella di non leggere mai quello
che scriveva, decideva di accendere il computer e cancellare tutte le e-mail
che Lilia e Luca si erano scritti. Appena premeva il tasto canc, però,
svaniva anche lei. Si ritrovava seduta in un posto sconosciuto insieme a
quattro strane persone.
– Dove sono? Chi siete? – chiedeva Rosa spaventata.
– Siamo qui per aiutarvi. – rispondeva Alice, mentre Rosa si aggirava
incredula per il palazzo sospeso, appiccicando il naso a un oblò.
– Dentro alcune nuvole, si nascondono astronavi come questa, invisibili
per gli abitanti della Terra. Alcune sono lì solo per studiarvi e controllarvi.
Altre si incorporano alla nuvola che le ospita, diventando dei portali per
altre dimensioni. La nostra è un bellissimo palazzo, non trovi? – chiedeva
Nadia.
– Sì, ma non capisco. Voi mi sembrate umani! – esclamava Rosa.
– Noi siamo umani. – rispondeva Mattia, sollevando l’elmetto.
– Svitati, ma umani. – commentava Rosa.
– Non mi sembri tanto più sana tu. – ribatteva Alice.
– Anche molti alieni sono identici a noi terrestri. – specificava Mattia.
– Non perdiamo tempo, – si intrometteva Nadia – dobbiamo sistemare
questa faccenda, perché abbiamo bisogno del tuo aiuto. Tu devi insegnarci
una serie di cose e in cambio noi ti aiuteremo a capire che fine ha fatto
Rosa. Luca ti ha parlato della dimensione coatta e, in effetti, ne siete tutti
prigionieri. È uno degli espedienti più utilizzati dalle ombre ultimamente.
– Ma allora siete svitati sul serio? – chiedeva allibita Rosa – E io chi sono
allora? – continuava – Io sono Rosa, sono qui. Mi avete rapito voi. E
pensare che non ho mai creduto ai rapimenti degli alieni. Immagino che poi,
quando mi rimetterete nel mio letto, mi sarò scordata tutto e mi ritroverò
qualche strano segno sul corpo.
– Togliti i pantaloni. – diceva Nadia.
– No! Cosa volete farmi? – chiedeva Rosa terrorizzata.
– Niente ovviamente. Solo verificare quello che dici. – concludeva Nadia.
Rosa obbediva. Nadia rabbrividiva e imprecava silenziosamente contro
Alice che, accorgendosene, cercava di giustificarsi.
– Non è poi tanto grave. Che cambia? Ci aiuterà lei. – sussurrava Alice.
– Non è grave? – rispondeva Nadia adirata – Tu non ti rendi conto. È
gravissimo. Lei non è Lilia. Lei non è la strega. Ma cosa hai fatto in tutto
questo tempo, invece di osservare la vita delle gemelle, eh? Perché mi sono
fidata proprio di te? Non ci si può fidare di un’anoressica bulimica!
Alice la guardava senza dire una parola, mentre Mattia si avvicinava a
Nadia per calmarla.
– Allontanati, – gridava Nadia continuando – ma ti rendi conto che lei
non è Lilia? Alice, lei non ha nessuna cicatrice. Come pensi ci possa aiutare
lei, adesso? Avevamo una sola possibilità. Lor era stato chiaro. Una volta
che deciderete di farvi vedere, perderete il dono dell’invisibilità. Tra un’ora
o torniamo da dove siamo venuti o l’astronave atterrerà sulla Terra con noi
dentro e tutti ci vedranno.
– A proposito, visto che ci siamo, ma da dove siamo venuti? Io non l’ho
ben capito. – domandava Alice.
– Tu dovresti assumere NAC per la memoria. – interveniva Alex – Usa
me come NAC. NAC ti cura l’artrite reumatoide o la psoriasi se ne assumi
1800 mg al giorno a stomaco pieno. Vuoi che io sia il tuo NAC?
– Ma ti sembra il momento di amoreggiare Alex? E tu Alice non puoi
rinviare queste domande? Abbiamo problemi molto più seri ora. – ribatteva
Nadia.
– Alex non stava amoreggiando e cos’è questo NAC? Non ho ben capito.
– si intrometteva Alice.
– Devi stare zitta. – gridava Nadia –Alex ci sta prendendo in giro adesso
e finge di essere tornato nel suo mondo e di non seguirci.
– FINTA? – domandava Alice.
– Bastaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa! – gridava Mattia.
– Tu non ti intromettere. – ribadiva Nadia puntando il dito contro Mattia.
– Quando punti il dito contro qualcuno ne hai almeno tre che puntano
contro di te, ha detto… – interveniva Alex.
– Zitto pure tu. Zitti tutti. – strillava Nadia, interrompendo Alex. Tutti la
ascoltavano questa volta, perché i suoi occhi stavano iniziando a brillare
come quelli di Lor, prima di arrabbiarsi. Solo Rosa, ovviamente, non si era
accorta di nulla.
– Ehi, che dite, vi calmate e mi fate capire qualcosa? Siete proprio tutti
matti voi, eh. Qualcuno riesce a sentirmi? – domandava Rosa.
Nadia si avvicinava, le puntava un dito sulla tempia e, in pochi istanti, le
faceva ripercorrere tutta la loro storia dal giorno dell’apparizione di Lor
fino a quel momento.
– Waoooo! – esclamava Rosa – È una storia stupenda! Vorrei farvi un
sacco di domande e conoscere il seguito! Praticamente siete degli umani
handicappati e un po’ supereroi, con il compito di salvare il mondo! Che
figata pazzesca! Conoscervi è come applaudire un senza tetto che ritira il
premio Nobel per la letteratura.
I quattro la guardavano con l’intenzione di buttarla di sotto.
– Calmati e cambia linguaggio, altrimenti fai una brutta fine, principessa
degli ignoranti. – le diceva Mattia.
– Mi sa che qualche differenza con Lilia c’è. – sussurrava Alice.
– Facciamo una cosa, – interveniva Nadia – rimandiamola sulla Terra
come se niente fosse, tanto chi mai potrebbe credere alla storia che
racconterà? Nel frattempo, noi decidiamo dove atterrare, facciamo
scomparire l’astronave e cerchiamo di capire come rimediare alla
catastrofica sconfitta che forse Alice ci ha regalato.
– Non dire così, – piagnucolava Alice – tutti possono sbagliare.
– No, se hanno un’unica possibilità. – gridava Nadia – La nostra missione
potrebbe concludersi qua, se non troviamo il modo di rimediare a tutto
questo e, quando atterreremo, non potremo più vedere cosa succede in casa
Gapiès, quindi sarà difficile scoprire qual è la verità e farli uscire dalla
dimensione coatta.
– Su non essere tragica, – le diceva Alice – abbiamo dei super poteri! –
esclamava, passandosi le mani sul corpo per alludere al suo fisico
mozzafiato.
Nadia scrocchiava le dita a un centimetro dagli occhi di Alice e la donna
si trasformava in un bonsai. Tutti sussultavano e sgranavano gli occhi.
– Cosa le hai fatto? – gridava Alex.
– Stai tranquillo, calmati. – lo rassicurava Nadia – Questo le servirà di
lezione.
È un incantesimo da maguncoli. – concludeva scrocchiando di nuovo le
dita davanti alla pianta.
– Cosa sono? Che anno è? – supplicava Alice.
– Vedete? Quando si vive un trauma, come può essere un incidente o un
cambio di forma, le uniche coordinate di cui si ha bisogno per ricominciare
a vivere sono capire in quale essere ci si è incarnati e in quale epoca storica.
Si sente la necessità di adeguarsi ai tempi, visto che si proviene dalla
dimensione sospesa, senza tempo né spazio né forma, fatta solo di gioia
pura, allegria e felicità. – spiegava Nadia.
– Quindi ci possiamo incarnare in qualsiasi cosa? – domandava Rosa.
– Sì. Possiamo nascere con la forma di un animale, di una pianta e
persino di un mobile. Tua sorella lo sa bene. Tutto serve in questa vita,
persino una vita da televisore.
– Sì, vabbè… – sbottava Rosa – Non si può credere anche a questo! Mi
volete convincere che ci si può incarnare persino in un televisore o in un
frigorifero?
– Sì, anche in un’automobile. – rispondeva Nadia – Un giorno, neanche
troppo lontano, avremo tutti un’automobile e un frigorifero parlanti. Voi
penserete che sia possibile grazie alla tecnologia quantistica, ma non è così.
La tecnologia sarà la scusa per rendere visibile ciò che è già possibile. Gli
uomini diversamente non capirebbero. Come non capiscono oggi il
linguaggio usato dagli animali o dalle piante. Noi pensiamo che chi si
relaziona con piante e animali sia matto, ma in realtà si tratta solo di una
persona evoluta, che ha compreso come stanno davvero le cose. Infatti, sa
comunicare con il pensiero. Ora basta chiacchierare, però. Abbiamo da fare.
Tu torni giù. E mi raccomando, evita di raccontare di noi, tanto nessuno ti
crederebbe.
– No, aspettate, – gridava Rosa – prima almeno ditemi da dove venite voi.
Dalla quarta dimensione?
– Noi sappiamo andare ben oltre la quarta dimensione, nella quarta ci
viveva quasi sempre Alex. La quarta è anche la dimensione della musica e
del tempo. – rispondeva Alice.
– Perché le racconti tutte queste cose? Tanto vale che le spieghi anche
tutto il resto. – si intrometteva Mattia.
– Quale resto? – chiedeva Rosa.
– Non perdere tempo così, tanto una volta tornata sulla Terra non si
ricorderà più niente. Deve tornare giù ora. – diceva Nadia.
– Non è detto, – ribadiva Alice – magari anche lei è una strega che ha
perso la memoria come la sorella e, prima o poi, si ricorderà tutto, anche
questo, anche di noi. E non solo. Aiutando lei, dicendole la verità, magari
usciranno tutti dalla dimensione coatta. Non era qualcuno di voi a dire che
tutto ha un senso? Perciò se abbiamo preso Rosa, un senso ci sarà! –
esclamava Alice.
– Sì, che hai sbagliato! Alice, smettila. – la rimproverava Nadia.
– E proviamoci, dai. – insisteva Alice che, parlando velocemente,
continuava – Ti è mai capitato, per esempio, di cadere all’indietro come
spinta e miracolosamente trovi dietro di te una sedia che lì non dovrebbe
stare? A salvarti sono stati gli angeli. A spingerti le ombre. Ne hai mai
sentito parlare? Le ombre sono i signori del mondo. I distruttori della vita.
Rosa la ascoltava quasi ipnotizzata.
– Esistono almeno sessantasei dimensioni, Rosa. – continuava Alice,
parlando a raffica. – Ci sono tantissimi pianeti, molti dei quali fondano la
loro esistenza sull’elettromagnetismo. Ognuno di noi vive in una
dimensione, ma anche in tutte le altre contemporaneamente. Quando
incontriamo qualcuno non possiamo avere la certezza che lui sia cosciente e
sveglio lì di fronte a noi. Spesso è solo un morto che cammina, perché il suo
vero io sta vivendo in un’altra dimensioni parallela. Tu per esempio ora sei
qui con noi, ma non è detto che sia proprio tu o che il tuo vero io abiti sulla
Terra, con tua sorella.
– Noi tutti siamo esseri che risuonano, – si intrometteva Alex – attraiamo
quello che è simile a noi e, quindi, possiamo benissimo essere telepatici con
chi vive su Andromeda o in un’altra costellazione o è vissuto milioni di
anni fa o ancora deve nascere o con chi altro ci pare e piace. Hai mai sentito
dire che ogni essere umano è composto da novantanove molecole di acqua?
Abbiamo più acqua noi che il mare. Se studiassimo, per esempio, almeno
gli esperimenti di Masaru Emoto{18} con i cristalli d’acqua, capiremmo
quanto siamo influenzabili. Tutto può condizionarci. Ora ti starai chiedendo
perché, se abbiamo tutta quest’acqua, non siamo pozzanghere. Semplice,
perché in noi le molecole sono più legate e ci sono alcuni scienziati che,
partendo da queste considerazioni, stanno iniziando a curare con la
cosiddetta acqua informata. Qualcun altro sostiene persino che, se metti a
una bottiglia d’acqua un’etichetta con scritto quello che vuoi, dopo ventuno
giorni, forse, i tuoi desideri si realizzeranno.
– Basta Alex. – sussurrava Alice. Per smorzare i toni e confondere Rosa,
riprendeva a parlare.
– Per esempio, tu sei sicura di essere qui con noi adesso? O magari stai
vivendo giù con Lilia o nella dimensione di quello che non hai potuto fare o
in un sogno? Anzi, se ci dici dov’è la tua anima, che è il tuo nucleo, ci fai
un grosso favore. Se diciamo la verità a Lilia, lei finalmente uscirà dalla
dimensione coatta e tornerà a essere la strega più potente che esista.
– Mi sa che anche Rosa viene dalla dimensione coatta. – interveniva Alex
– L’abbiamo prelevata da lì.
– E tu come lo sai? – chiedeva Nadia.
– Dovrei chiederti come mai tu non lo sai? – ribatteva Alex.
– Ho capito! – esultava Alice – I denti!
– Che significa i denti? – chiedeva Mattia.
– Come mai voi due non sapete che le gemelle si distinguono per i denti?
Come mai non avete notato che solo Lilia ha gli incisivi centrali
accavallati? Non è che vi siete allontanati senza che noi ce ne
accorgessimo?
– Vi comportate così perché volete confonderci, volete ribaltare la frittata.
E poi, se fosse così, perché prima siete stati zitti quando le abbiamo fatto
togliere i pantaloni? Vi distraete anche voi, quindi. In ogni caso, l’errore è
di Alice. Dovevamo prendere Lilia e non Rosa! – tuonava Nadia.
– Smettila di fare la santa. Ora devi dirci come mai vi è sfuggito un
particolare tanto importante. – replicava Alice.
– Stella è una parte di me. E Sincro è una parte di Mattia. – rispondeva
Nadia, abbassando lo sguardo.
– Come? – chiedeva Alice basita.
– E come avete fatto? Come ci siete riusciti? – domandava Alex attonito.
– Non abbiamo assistito a un classico film sulla vita di una strega. –
rispondeva Nadia – Le scene che abbiamo visto non erano in sequenza
temporale! Quando siamo stati nel sottocielo, sono successe tante cose
strane e…
– Sentite, – la interrompeva Rosa – avete preso me e, se continuate così,
io ora mi addormento o peggio muoio. – Mi raccontate la storia di quando
avete risolto quel caso disobbedendo al vostro crudele capo? – chiedeva
ancora Rosa.
– Ora basta! – gridava Nadia, mentre Rosa li guardava sorridendo e
mostrando la sua dentatura perfetta. – Non è questo il momento delle
spiegazioni.
– Se sulla Terra non ti curi dello spirito sei già morto. – interveniva Alice,
contrattaccando, per evitare che Rosa parlasse ancora. – E mi sa che Nadia
ha sbagliato ancora, facendoti vedere qualcosa della vita privata di qualcuno
di noi. Magari di quando qualcuno lavorava in polizia, prima che decidesse
di andarsene. Qualcuno che si è avvalso di due delinquenti per arrestare un
vescovo e sette preti. Qui tutti siamo collegati a lei, oltre che a Lilia, in un
modo o nell’altro. – concludeva ridendo.
A quel punto Nadia, intuendo che Alice sarebbe andata oltre, come
spesso faceva, apriva le sue mani malate e deformate da una malattia
sconosciuta, le puntava verso il sole, che le caricava e poi le chiudeva e le
riapriva. In un istante, appena riapriva il palmo della mano, tutto il mondo si
fermava.
– Il mio potere deriva dalle umiliazioni e dalle cattiverie che ho subito. –
bisbigliava a Rosa – Tu ora torni giù e ti ricorderai solo di questa frase.
Nadia riportava indietro Rosa, che si ritrovava al computer, pronta a
cliccare canc.
Terminato l’incantesimo, i quattro atterravano nel deserto del Sahara. Il
posto più desolato che era venuto in mente a Nadia. Non avevano idea di
come raggiungere Lilia e, naturalmente, neppure di quale fine avesse fatto
Rosa. Se noi l’abbiamo prelevata dalla dimensione coatta, rifletteva Nadia,
questo significa che lei era scomparsa dalla Terra da chissà quanto tempo. E
ora, che l’ho riportata nel momento esatto in cui l’abbiamo prelevata, cosa
starà facendo? Sarà già scomparsa nella dimensione coatta? Mentre Nadia
nebulizzava i suoi neuroni, cercando invano la verità attraverso
ragionamenti e congetture, Alice sussultava, sentendo un rumore assordante
di macchine.
– Il cielo aiuta sempre i giusti. – gridava Mattia – Qualcuno ci ha
mandato degli autisti a prenderci.
– Ma quali autisti? Scappate, correte. Quelli sono i fuori strada della CIA!
– gridava Alice.
– Beh, meglio quelle della CIA che dell’Area 51. – ribatteva Mattia.
– La CIA ha creato l’Area 51. – replicava Nadia.
– Stanno per spararci addosso proiettili paralizzanti. – gridava Alice,
scorgendo il dottor Nino, seduto accanto all’autista dell’autovettura più
grande che avesse mai visto.
– Ora io disegno un pianoforte per Alex, nel frattempo Mattia fa
qualcosa. – urlava Nadia, che era rimasta molto indietro rispetto ai suoi
amici, visto che aveva ripreso a zoppicare.
– Cosa? Cosa devo fare? Cosa devo fare più che sentirti a due chilometri
di distanza in questo casino disumano? – rispondeva Mattia, mentre un
proiettile lo colpiva a una gamba. Immediatamente cadeva a terra, come
morto.
Nadia, nel frattempo, aveva materializzato un pianoforte. Alex stava per
mettersi a suonarlo, quando il dottor Nino afferrava Mattia per il collo e,
con l’aiuto di due militari, lo sistemava sul sedile posteriore del Rhino gx.
Alex iniziava a suonare, ma il Land Rover del dottor Nino correva via
veloce, senza bloccarsi, a differenza di tutti gli altri.
– Su quella macchina avevano i tappi alle orecchie. – bofonchiava Alice,
bianca e sconvolta per la paura.
– Dobbiamo pensare a come riprenderci Mattia. – mugugnava Nadia, che
si domandava come mai Alex fosse rimasto tale e quale anche sulla Terra.
Lei, al contrario, era tornata esattamente com’era prima di partire per il
multiverso. Anche Alice, ora che la guardava bene, era di nuovo pallida e
trasparente come una radiografia mentre, invece, nel palazzo sembrava
molto più in carne.
Trascorsa qualche ora, Mattia si svegliava legato con fasce di acciaio su
un letto di metallo, con elettrodi sparsi ovunque sul suo corpo e senza
elmetto. Una cicatrice rosso sangue gli attraversava il capo dall’attaccatura
dei capelli fino alla nuca. Mattia cercava di gridare, ma la sua bocca non
emetteva alcun suono, fino a quando il dottor Nino premeva un pulsante e a
Mattia ritornava la voce.
– Cosa mi avete fatto? Vi state sbagliando. Io non sono chi pensate. Io mi
chiamo Leonardo Tesla e sono italiano.
Il dottor Nino rideva e guardava i bisturi e gli strumenti da sala operatoria
accanto a lui.
– Io posso scoprire dove lo tengono, – diceva Nadia – ma prima
dobbiamo avere un piano. Potremmo registrare con uno dei nostri telefonini
Alex che suona, in modo da paralizzarli. Nel frattempo, noi libereremo
Mattia. Prima di scappare, Alice incendierà tutto, così per un po’ non ci
daranno la caccia.
– Quanto dura l’effetto incantato della tua musica, Alex? – chiedeva
Alice.
– Troppo poco. – rispondeva Alex.
– Alex, devi disegnare una delle macchine volanti di Tesla, in modo che
io possa materializzarla. Se usiamo quella, forse potremmo scappare prima
che ci prendano. – ribatteva Nadia, che proprio non capiva come mai Alex
non fosse tornato assente com’era prima di partire per la missione.
33. Tutalalì

Mentre i tre cercavano di escogitare il miglior piano possibile per liberare


Mattia, appariva dal nulla un bambino. A vederlo sembrava uno come tanti.
– Ciao, – sussurrava il bambino – io sono Tutalalì, un bimbo prodigioso.
Un pezzo di me fa il bimbo normale e, grazie a una donna, quel bimbo
normale oggi vive con il suo papà. Un altro pezzo di me è qui davanti a voi
e si chiama Tutalalì. Anche voi avete dei pezzi normali che vivono con i
vostri genitori? E voi come avete fatto a sdoppiarvi? Chi vi ha aiutato? Io ci
sono riuscito grazie a una donna, che non sapeva di essere una strega e non
sa neppure che mi ha liberato. La mia anima l’ha riconosciuta e quindi si è
messa a fare tutte le cose che lei, con il pensiero, le ha comunicato.
– Come ti chiami? – chiedeva Alice come se fosse in trans, mentre Nadia
pensava alla fortuna di aver incontrato, nel deserto, un bambino che
conosceva Lilia.
– Il mio nome è Tutalalì. Te l’ho già detto. Sei sorda? – chiedeva ridendo,
poi continuava: – È proprio mio il nome, perché l’ho scelto io. A dieci anni,
mi sono laureato in fisica. Dopo la laurea, ho deciso di fare un’esperienza
alla “Into the wild”. Avete mai sentito parlare di Jon Krakauer{19}? O
almeno avete visto il film di Sean Penn? Naturalmente io sono prodigioso e
non arriverò alla fine del viaggio per comprendere di aver sbagliato tutto o
per capire che la felicità sta solo nella condivisione. Per ora, quindi, vivo
quasi da solo. Conosco sette lingue e il mondo intero perché, ogni notte,
volo in un Paese diverso. Al mattino, descrivo quel posto come nessuno ha
mai fatto prima, disegnandone segreti e anfratti, come se lo avessi esplorato
per anni. Che altro dire di me?
I tre lo guardavano come ipnotizzati e non riuscivano a smettere di
ascoltarlo, anzi, volevano saperne il più possibile.
– Per favore, raccontaci tutto di te. – chiedeva Alice, che sembrava
ancora in trans.
– E cosa vuol dire che vivi quasi da solo? – bisbigliava Nadia, che si
sentiva rallentata e pesante.
– Partiamo dall’aspetto più rilevante. Coltivo il mio segreto, che è quello
che mi rende tanto prodigioso. Io vedo il mondo invisibile. Comunico con
l’invisibile. L’invisibile non è solo popolato di spiriti, anime, entità ed esseri
innominabili, ma anche di silenzio. E per silenzio dovete intendere tutto
quello che gli uomini pensano sia privo di parola o inanimato. Tutto
l’universo, invece, palpita e comunica, attraverso vibrazioni di luce. Il
silenzio, in realtà, non esiste. Come non esiste il tempo. Da quando ho
scoperto che posso comunicare con l’invisibile, io sono uscito fuori dal
tempo. Per questo non cresco mai. Il tempo esiste solo per gli uomini che ci
credono. Per voi, infatti, sarebbero sedici anni che vivo da solo. Per me, che
ho sempre dieci anni, è un giorno o un secolo, a seconda del mio stato
d’animo. Forse io sono condannato a restare un bambino per l’eternità. Non
so se questa è una benedizione o una maledizione. Fino a qualche giorno fa,
non sapevo cosa volesse dire soffrire la solitudine. Ora, invece, benché io
sia ricco di entità con cui giocare e che mi amano, la patisco. Non lo so
perché, forse per conoscerla. Vorrà dirmi qualcosa. Aspetto che comunichi.
Se la solitudine non dovesse mai parlarmi, significa che sono vittima di un
maleficio. Ho due nemici potentissimi che vogliono uccidermi, ma di
questo vi parlerò tra poco. Prima, dovete sapere che sedici anni fa, decidevo
di lasciare la mia famiglia, perché non ne potevo più dei giornalisti e delle
televisioni che mi inseguivano. Non ero neanche più libero di trascorrere il
mio tempo al cinema o al teatro o a concerti o in libreria o a una mostra,
perché me li trovavo dappertutto. Decidevo quindi di lasciare tutto e tutti,
perché non ero felice. Nonostante i miei poteri, il mio segreto e la mia vita
apparentemente perfetta, sentivo che mi mancava qualcosa. Volevo essere
felice e, dato che non lo ero, dovevo cambiare per aspirare alla felicità.
Decidevo allora di mettermi in viaggio, alla ricerca di quel paese
dell’allegria di cui tante volte mi aveva parlato mia nonna. Un luogo dove
ogni desiderio viene immediatamente realizzato. Ti basta pensare a
qualcosa per vederlo apparire davanti a te, esattamente come accade nel
mondo astrale. Ero partito da pochi giorni, quando incontravo un criceto
piccolissimo, più piccolo del più piccolo dei criceti, Cris. – il bambino si
fermava un secondo per accarezzare Cris, che intanto gli era saltato su una
spalla e si stava inchinando per salutare i nuovi amici di Tutalalì.
– Per questo, prima, vi ho detto che vivo quasi da solo. Vivo con Cris.
Non si tratta di un normale criceto. – riprendeva il bambino – Cris parla e
saltella meglio di un canguro. Vero Cris?
– Sì. – rispondeva il criceto, con quel suo tono di voce saggio e infantile
insieme. – Io so entrare dentro le persone. – continuava Cris – Porto via
qualche loro difetto e mi mangio un po’ del loro marciume. – Mentre lo
diceva muoveva la bocca velocissima per chiarire qual era il modo in cui
mordicchiava e divorava il marciume delle persone, senza che i prescelti se
ne accorgessero.
– Li rende migliori in sostanza. – ribatteva Tutalalì.
– Non lo so. – replicava Cris – Di certo, in questo modo, scopro tutti i
loro segreti. Mi sono accorto che Tutalalì era diverso, esattamente come me,
così gli ho chiesto se potevo restare sempre con lui.
– Da quel giorno, io e Cris siamo inseparabili. – diceva il bambino – E
superiamo insieme tutte le prove a cui mi sottopongono i miei nemici, a cui
accennavo poco fa, il drago più cattivo e orrendo di tutti i tempi, il drago
Lamòn e il mago più astuto e diabolico della Terra, il mago Corsèt. Mi
danno la caccia da quando hanno scoperto quello che so fare. Solo io, Cris e
gli ultimi esemplari di uomini puri, dotati di anima, riusciamo a vederli.
Uno solo dei loro corpi, infatti, è visibile. Lamòn e Corsèt lavorano
nell’ombra per il resto dell’umanità, che impreca contro il destino per tutti
gli imprevisti e le catastrofi che subisce. Non comprende che Lamòn e
Corsèt vivono soprattutto nell’inconscio di ciascun abitante del pianeta,
nutrendosi di quella loro parte oscura e misteriosa. Per questo è
fondamentale che io, Cris e gli ultimi esemplari di uomini puri, ci
impegniamo per risvegliare l’umanità. Come diceva già Jung, infatti, se non
rendi conscio l’inconscio, sarà lui a guidare la tua vita e lo chiamerai
destino.
– Ma cosa vogliono da te questo drago e questo mago? – chiedeva Nadia
con voce tremolante, come se si fosse appena svegliata da un incantesimo.
– Scoprire il mio segreto. – rispondeva il bambino. – Vogliono
comunicare con l’invisibile per servirsene e comprendere il motivo per cui
io non invecchio. Comprendere il mio segreto, però, significa uccidermi. Io
sono troppo astuto per essere sconfitto e, quindi, il drago Lamòn e il mago
Corsèt escogitano piani per stremarmi. Il loro obiettivo è divorarmi. Non
avete idea di quante prove ho superato in questi sedici anni. Il guaio è che
queste trappole per uccidermi stanno diventando sempre più occulte.
– Prove di che tipo? – era l’unica cosa che Nadia riusciva a chiedere,
biascicando.
– Ve ne dico alcune, così come mi vengono in mente. Rane mangiatrici
piovute dal cielo. Le addomesticavo mettendomi a ballare. Mi seguivano e
le facevo annegare. Subito dopo, il drago Lamòn mi graffiava una gamba e,
appena iniziavo a sanguinare, mi scaraventava nel mare più profondo. Dopo
pochi istanti, attirati dal sangue, arrivavano degli squali enormi. Invocavo i
delfini, che speronavano tutti gli squali e mi riportavano in superficie. Non
avevo neanche il tempo di respirare che il mago Corsèt era già in azione. Mi
trasportava in acque tropicali caldissime dove mi rilassavo moltissimo,
quasi fino ad addormentarmi. Per fortuna, però, prima che accadesse, mi
accorgevo dei piranha che si stavano avvicinando. Allora, cominciavo a
cantare e a roteare nell’acqua e i piranha, ammaliati da quel movimento e
ipnotizzati da quella canzone, si mettevano a fare lo stesso. E diventavamo
amici. Se pensi che nulla possa farti del male e che nessuno possa essere tuo
nemico, niente può ferirti. Quando uscivo dall’acqua e iniziavo a percorrere
qualche chilometro, il drago Lamòn mi scagliava contro suo cugino, il
drago assassino. Un mostro orripilante con tre teste. In quel caso, usavo la
fantasia e lo affettavo, trasformandolo in tre bassotti. Corsèt, però, non
gradiva affatto che io avessi utilizzato la magia, così mi rinchiudeva in una
grotta. All’inizio, pensavo che quella sarebbe stata la mia fine. All’uscita
della grotta, infatti, era pieno non solo di coccodrilli a doppia testa, che
divoravano qualsiasi cosa si muovesse ma, a comandarli, c’erano anche un
classico drago sputa fuoco e un orso che congelava tutto ciò che toccava.
Era la notte a suggerirmi la via d’uscita. Mi ricordava che io vivo fuori dal
tempo e che, dunque, durante i sogni, posso volare indisturbato ovunque e
risvegliarmi dove più mi aggrada. Mi sono quindi addormentato sereno.
Durante il sonno, volavo fino all’Islanda, dove credevo di poter vivere in
pace. Appena aprivo gli occhi, invece, mi trovavo davanti un altro parente
di Lamòn, la cui specialità era quella di ridurre in cenere chiunque lo
guardasse. Accanto all’inceneritore vivente strisciava il serpente più lungo e
veloce del mondo, che strozzava in pochi secondi chiunque provasse a
scappare. Poco più in là, sporgeva da un buco nella terra, una talpa gigante,
che seppelliva chiunque avesse odore di bambino. Mi mettevo a correre il
più veloce possibile e mi nascondevo nella bocca storta di un tronco di
albero, che mi suggeriva le strategie vincenti.
– Le vittorie – continuava Tutalalì – sono sempre il risultato dell’unione
di più esseri pensanti. Io e Cris sconfiggevamo insieme il drago
inceneritore, baciandolo ciascuno su una guancia contemporaneamente. Al
serpente mostravamo le storie di tutte le vittime che si portava dentro.
Osservandole, iniziava a piangere per la sua cattiveria, affogando nelle sue
lacrime. Per non farci inseguire dalla talpa gigante, invocavamo le puzzole
e ci facevamo scorreggiare addosso. Quando ci incamminavamo, puzzavano
più del culo di mille puzzole. Ora sapete perché impiegavamo sedici anni
per arrivare dall’Italia all’Africa. Neppure qui, nel deserto, però, siamo al
sicuro. Per mesi abbiamo dovuto aspettare che passasse la tempesta di
sabbia più enorme che si sia mai vista. Nessun abitante dell’invisibile
riusciva a sentirci durante quei giorni. Spesso, il solo modo per sconfiggere
il nemico è osservarlo. Sembra assurdo, ma l’unica cosa che chiede è
attenzione. Quando comprendi che è troppo forte, lo devi lasciar fare, senza
opporti. Lo devi accettare. I nemici non vogliono essere vissuti, ma
abbattuti. Se smetti di combatterli, se ne vanno. Non sanno come
distruggerti, se non temi nulla.
– Visto che sei sopravvissuto a tutto questo, e a molto altro, suppongo, –
riusciva a interromperlo Nadia, seppur a fatica, biascicando ancora – perché
non ci aiuti a ritrovare il nostro amico?
– Prima devo dirvi alcune cose che Lilia, la mia mamma spirituale, mi ha
appena pregato di svelarvi. L’ho sentita, mentre vi raccontavo di me.
Conoscerle, vi aiuterà a guarire, anche se per ora non volete farlo. Non
spaventatevi se, finora, mi avete ascoltato senza quasi trovare la forza di
interrompermi. Sono un bambino prodigioso e, quando decido di parlare,
ipnotizzo chiunque o quasi. Allora, tu Alice ti sei sentita sempre rifiutata,
perciò vai in ansia e hai paura di tutto, di mangiare, di dormire, di uscire, di
vivere insomma. Se sconfiggi la paura Alice diventerai tutto quello che sei.
La tua ferita, invece, Nadia è l’abbandono. Ti sei sentita abbandonata
davanti alla scuola, quando i tuoi genitori si dimenticavano di venirti a
prendere o litigavano per chi dovesse farlo e, alla fine, non arrivava
nessuno. Ti sei sentita abbandonata quando tua madre è scomparsa
nell’incidente e mille altre volte. Anche per questo non potevi che
abbandonare il tuo sesso. Tu conoscevi solo l’abbandono. E oggi ti senti
sempre in colpa e sola, anche in mezzo al mondo. Alex, il tuo trauma è
quello dell’annullamento. Ti senti inutile. Per questo tuo sentirti niente, ti
sei rinchiuso nel tuo mondo. Volevi restare per sempre in disparte, per non
dare fastidio. Più di tutto, hai bisogno di sentirti desiderato.
I tre restavano immobili, con gli occhi sgranati e gonfi di lacrime.
– Su, – li esortava Tutalalì – oggi è un giorno lieto. Ora che sapete quali
sono le vostre ferite, potete superarle. Solo voi siete medici di voi stessi.
Chi di voi vuole sempre mangiare prima di agire?
Le due donne fissavano Alex, che abbassava lo sguardo.
– Le donne hanno più forza di volontà, in genere. – riprendeva il bambino
– Per questo sono più inclini all’auto-esaurimento: sono volitive anche nel
proiettarsi nella testa sempre lo stesso film. Tutti in realtà abbiamo problemi
con il glucosio. E, se non li abbiamo, li abbiamo avuti. Ecco perché
mangiare ci piace così tanto. È un tranquillante. Stordisce il nostro senso di
angoscia, calma l’ansia, placa la tristezza, ci fa sentire accolti, non rifiutati e
ci aiuta a dimenticare l’abbandono. Se non riuscirete a uscirne da soli, vi
consiglierò un maestro del mestiere.
– Lui può guarirci? – chiedeva Alice.
– No. – rispondeva Tutalalì – Nessuno guarisce nessuno. Esattamente
come nessuno salva nessuno. Gli altri, medici compresi, non esistono per
risolvere i nostri problemi, ma per offrirci sostegno, per farci tornare in
contatto con tutte quelle parti di noi che abbiamo soffocato. È quello che
abbiamo represso o dimenticato ad ammalarci. Parlare con la persona giusta
permette di diventare consapevoli del proprio male misterioso e questo aiuta
a guarire. Il lavoro, però, è sempre personale. Sei tu che, per prima cosa,
devi trovare la persona giusta, quella che sappia ascoltarti. Può essere
chiunque, ma la scelta è solo tua. Ecco perché tutti siamo indispensabili,
dalla signora delle pulizie allo scienziato premio Nobel, da tua madre al tuo
acerrimo nemico. Qualcuno sa dirmi perché l’anima peserebbe ventun
grammi? Non voglio una risposta. Io non sopporto quelli che vogliono
convincere il mondo della verità racchiusa solo nelle loro tesi.
– Sembri un vecchio saggio più che un bambino. Del resto, come
potrebbe vivere da solo un bambino? – domandava Alice, parlando
lentamente, come fosse ubriaca, mentre Tutalalì sorrideva.
– Un bambino potrebbe vivere da solo, se avesse a disposizione tutta
l’energia necessaria. Avete mai sentito parlare della pila perenne di Karpen?
Io ho scoperto un generatore di energia mille volte più potente di quello. E,
a proposito di scoperte, sapete che hanno già inventato l’automobile ad
acqua? Percorre quindicimila chilometri con un solo litro. Naturalmente
capite bene i motivi per cui non si producono milioni di veicoli simili.
Quanto al fatto che sembro un vecchio saggio, non avete mai sentito dire
che ogni essere si sceglie la forma che desidera? – chiedeva il bambino.
– Ora basta, ti prego, con le tue domande. – lo supplicava mugugnando
Nadia.
– Va bene, – replicava Tutalalì – ora riprenderete a parlare come sempre.
Ditemi.
– Aiutaci. – lo supplicava Nadia – Ci puoi aiutare a liberare il nostro
amico Mattia? Alex ha disegnato una delle macchine volanti di Tesla, io
l’ho materializzata ma, nonostante io abbia meditato per un giorno intero,
non riesco a capire dove abbiano portato Mattia.
– Pensi che il nostro incontro sia casuale? Non puoi capire dove sia
Mattia. Solo un bambino potrebbe immaginarlo.
– Che significa? Tu sai dov’è?
– Nel posto in cui voi adulti non immaginereste mai. Voi date tutto per
scontato. Niente più vi sorprende, per questo a volte faticate persino a
trovare uno sciacquone o un interruttore. – affermava Tutalalì, ridendo
forte.
– Allora, ci aiuti? – lo implorava Nadia.
– Non serve che insisti. Ora lo chiedo a mia madre.
– Ma se hai detto che vivi senza genitori? – chiedeva Alice.
– Questo non significa che non li abbia. Io sono il figlio mai nato di mia
madre. Ovviamente lei pensa che io sia figlio di una farmacista svitata.
Tecnicamente è così per voi umani, visto che mi ha partorito la svitata, ma
in realtà la mia anima è legata indissolubilmente a quella di Lilia, che è la
mia vera mamma. Ve l’ho già detto prima. È così difficile per voi ascoltare?
– E come fai a entrare in contatto con lei? – si intrometteva Alice.
– Lilia sa ascoltare qualsiasi cosa. Non come voi. – diceva ridacchiando
ancora. – Datemi qualche minuto.
Tutalalì si sedeva sulla sabbia e restava immobile a fissare qualcosa di
imprecisato con il capo chinato all’ingiù.
– Ecco! Ce l’abbiamo fatta! – esclamava il bambino, prendendo in mano
uno scarabeo. – Gli ho spiegato tutto con il pensiero, adesso lui volerà da
mia madre e tra poco riceveremo un segno.
– E quindi? Interpretando un segno, tu pensi di scoprire dove sta Mattia?
– domandava Nadia.
– Tu per caso ci sei riuscita meditando? – ribatteva Tutalalì, sfottendola.
– No. Forse se provo ancora… – si giustificava Nadia.
– È inutile che provi ancora. – la interrompeva il bambino – Non riesci a
staccare la mente. Non ti concentri sul respiro e, quindi, non mediti. Fingi di
farlo e non concludi niente. Ti scaricheresti meglio e produrresti più effetti,
se ti facessi una bella corsetta.
Nadia taceva, per non esplodere con tutto il furore della sua rabbia.
– Lo so che non puoi correre. – continuava Tutalalì – E comunque,
correre non serve quasi a niente. Ci sono mille altri modi per sfogarsi. Per
fortuna la tua anima è molto più intelligente di te, che pensi di essere la tua
testa, soltanto perché hai una mente mediocre.
– Ma che ne sai tu? – lo aggrediva Nadia.
– Smettila, è solo un bambino. – interveniva Alice.
– Una mente mediocre è già tantissimo per un essere umano. –
rispondeva Tutalalì senza alterarsi.
– Come facciamo a essere sicuri che non ci metterai nei guai? – chiedeva
Nadia.
– Nei guai sapete cacciarvi benissimo da soli. È una delle vostre
specialità. – rispondeva divertito Tutalalì – Vi basta conoscere un millesimo
del vostro passato per fare un gran casino. Qualcuno di voi pensa persino di
sapere in quale nuovo corpo si è incarnata la propria anima gemella. Come
si fa a essere così sicuri? Solo gli sciocchi non dubitano mai. Esiste un solo
modo per capire se si ha a che fare con la propria anima gemella e nessuno
di voi ancora conosce quel segreto.
– Ma tu leggi il pensiero? – chiedeva Alice.
– Leggere il pensiero è la cosa più semplice che so fare. La sanno fare
tutti gli esseri di luce. Voi lo avete solo dimenticato. – rispondeva Tutalalì.
– Se qualcuno di voi, per esempio, – continuava il bambino – si convince
in pochi giorni che un tale è la sua anima gemella, si condanna allo sfacelo.
– Quindi nessuno è libero di seguire i propri sentimenti? – chiedeva Alice
arrabbiata e molto preoccupata per le parole di Tutalalì.
– Ognuno è liberissimo di vivere i propri sentimenti, ma non deve
etichettarli. – rispondeva il bambino – Non deve avere la presunzione di
sapere subito ciò che non è dato sapere. Nessuno di voi ha studiato il grande
popolo greco? Se aveste studiato i greci, sapreste che i mortali devono
vivere secondo misura e che l’unica cosa di cui non si devono mai
macchiare è la tracotanza. L’anima gemella è solo una e solo gli esseri di
luce sanno riconoscerla.
– E come si fa? Si può sapere chi è l’anima gemella? – lo incalzava Alice.
– L’anima gemella è colei da cui non dipendi, che puoi anche non vedere
per anni. Il vostro amore, infatti, sarà sempre immutato, come il vostro
reciproco assoluto desiderio di stare insieme, per dire cose che non si
riescono a dire.
– E tu come lo sai? – interrompeva Alice.
– Se avessi letto Platone e studiato filosofia, lo sapresti da tempo anche
tu. L’anima gemella è molto di più di quanto ho appena riassunto, ma
adesso non è proprio il momento di trattare questi argomenti. Ascoltatemi
bene. – continuava Tutalalì – In Norvegia, in mezzo a un mare pieno di
balene, corre un’autostrada. Proprio sotto quel mare si nasconde il covo
segreto dei militari.
– Come hai fatto a scoprirlo? – chiedeva Nadia.
– Ancora altre prove? Ma non ti basta mai niente? – ribatteva il bambino
divertito – Mia madre, quando sogna, non solo mi sente, ma si ricorda di
me. Mia madre è speciale. Non è come la maggior parte dei mortali, che
vive davvero solo quando sogna, ma crede di vivere quando si sveglia e fa,
invece, il morto vivente. Lei è sempre sveglia, perciò seguirla è tanto
difficile e solo pochissimi ci riescono. Lei nei sogni è ancora più bella,
perché rappresenta sé stessa al cento per cento. Se vivrà, lei diventerà così,
completamente quello che è. Si innamorerà perdutamente di se stessa e
quell’amore passerà da lei a tutto il resto delle galassie e vedrete che
scintille. Vedeste quanto sono stupendi i suoi lunghi capelli rossi e i suoi
occhi scuri. Dicevo, mamma ha perlustrato il mondo e mi ha detto di averli
visti entrare lì sotto. Ora andate. Arriverete in Norvegia in un baleno con la
macchina volante. Lasciatela sospesa in aria. Se volete, vengo con voi.
– Certo! – esclamava Alice – Ma non usi il teletrasporto?
– Sì, in genere sì, ma riesco a teletrasportare al massimo una persona,
oltre me. Ascoltatemi. Useremo la macchina volante. Il piano è questo.
Nadia entrerà in mare. Sicuramente i militari la prenderanno. Saranno
felicissimi di studiarla. Nadia, tu dovrai essere molto collaborativa con il
professore giapponese che esegue gli esperimenti. Gli parlerai, tanto il
giapponese lo conosci bene. Vi serviranno molte informazioni per il giorno
in cui dovrete combatterli.
– Come sai tutte queste cose? – chiedeva Alice.
– Voi proprio non volete ascoltare, eh? Ve l’ho detto che sono un bambino
prodigioso.
– A quel punto, una volta che Nadia sarà riuscita a ottenere quante più
informazioni possibili, materializzerà un pianoforte, il cui disegno terrà
pronto in tasca. Io farò in modo che, accanto a lei, in quel momento,
appaiano Alex e Alice. Alex fermerà il mondo suonando. Tu e Alice
libererete Mattia. Nel frattempo io, che sarò rimasto al volante, vi getterò la
mia corda magica e vi tirerò su.
– Non perdiamo tempo, allora. Andiamo! – sentenziava Alex.
Tutto accadeva esattamente come Tutalalì aveva preannunciato.
Non appena Tutalalì gettava la corda in mare e le mani dei quattro la
sfioravano, in un lampo, la corda ripercorreva la strada fino all’autovettura,
caricando tutti in macchina. A quel punto, il bambino sfrecciava alla
velocità della luce e atterrava, in piena notte, a Barcola, sul lungomare
triestino. Tutti scendevano dall’auto in fretta per vomitare, a eccezione
dell’autista.
– Mamma mia, come guidi! – si lamentava Alice.
– Guido come mia madre. – rispondeva ridendo Tutalalì.
– E infatti Lilia non sa guidare. – ribatteva Alice.
– Questo lo dici tu. Tu non immagini dove può condurti. – replicava
divertito il bambino.
– Mattia, devi ricordarti i volti di quelli che ti hanno rapito. – si
intrometteva Nadia.
– A che serve? Cambieranno il loro aspetto. Sono una specie di mutanti. –
replicava a fatica Mattia, mentre pregava che nessuno capisse il vero motivo
per cui non poteva rivelare ai suoi amici la verità sui volti dei rapitori, che
ricordava benissimo, come qualsiasi altro viso visto nella sua vita.
– Non è detto. – ribatteva Nadia.
– Ho sentito quello che bisbigliavano nella stanza accanto alla mia. –
riprendeva Mattia – C’erano altri ragazzi, altre cavie da esperimento.
Stanno creando qualcosa, ma non ho capito che cosa. Sono mutanti, avete
capito?
– Perché ti scaldi tanto? – interveniva Alex, mentre Nadia intuiva che
c’era qualcosa di strano in Mattia, che si ostinava a non voler rivelare tutto
quello che aveva visto.
– Sentite, – borbottava Mattia – c’è poco da dire. Sono esseri orribili, che
possono prendere le sembianze di chiunque e provengono da un altro
pianeta.
– Sembra che tu abbia visto dei rettiliani, mutanti provenienti da Orione,
Sirio e Dragone, di cui parla David Icke in “Figli di Matrix”{20}. – replicava
Alex.
– Peccato che i rettiliani non siano mai esistiti. – lo interrompeva ridendo
Tutalalì.
– E tu che ne sai? – chiedeva Alex.
– Io viaggio nello spazio, nel tempo, per dimensioni e universi. Io vivo
nel multiverso. Icke aveva ragione sul fatto che esiste una razza non umana
che governa il mondo, ma non si tratta di mutanti alla “Visitors”. Le ombre
sono molto più potenti di quanto qualsiasi uomo possa mai immaginare e
non hanno nessun aspetto. Possono assumere le forme più disparate.
Quando hanno scelto di conquistare la Terra, si sono presi corpi del tutto
identici a quelli terrestri, ma solo in apparenza. Il loro vero io vive nascosto
ed è ben altra cosa.
– Quindi è importante che Mattia si ricordi tutto quello che ha visto
giusto? – chiedeva Nadia.
– Essere consapevoli di qualcosa va sempre bene, anche se non è mai la
sola conoscenza a cambiare la realtà. – chiosava Tutalalì.
– E allora ci penseremo in un altro momento. – ribatteva Nadia – Ora,
invece, occupiamoci di come raggiungere la strega. Ci hai portato qui
perché lei abita a Trieste, vero Tutalalì?
Il bambino faceva uno strano gesto con il capo che, con molta fantasia,
poteva sembrare di assenso. Si era improvvisamente incupito. Allungava a
Nadia una specie di radio trasmittente che teneva in tasca e diceva loro di
premere il pulsante soltanto nel caso in cui avessero avuto davvero bisogno
di lui. Aggiungeva di abbracciare Lilia da parte sua. Poi si voltava e si
dirigeva verso Miramare. All’improvviso, però, iniziava a camminare
all’indietro, tornando verso i quattro.
– Scusate, – diceva il bambino – ho dimenticato alcune cose. Prima che
me ne vada, devo parlare con Mattia innanzitutto. Allora, tu Mattia sei
pieno di rabbia per tutte le ingiustizie che hai subito. Hai rischiato di
diventare un narcisista distruttore per vendicarti del dolore che ti hanno
causato. Hai vissuto anni con dei genitori che cospargevano di sale le tue
ferite aperte. Da allora, temi il giudizio e la critica. Hai il terrore di essere
escluso e di non essere come gli altri. Più di tutto, hai bisogno di
approvazione. Ciascuno di voi ha la propria ferita e questa, un giorno, se
non l’ha già fatto, ammalerà una parte del vostro corpo. Per questo, vi prego
di non fare visite mediche preventive. Rivolgetevi ai medici solo ed
esclusivamente quando state male.
– Ma cosa significa? – chiedeva Alice.
– Vi chiedo scusa se, quando vi ho incontrato, – continuava il bambino –
vi ho fatto perdere tempo, raccontandovi di me, ma mi sentivo così solo. Per
questo, vi ho ipnotizzato, costringendovi ad ascoltarmi. Non avevo il
coraggio di chiedervi se posso restare sempre con voi.
– Non preoccuparti. – rispondeva Nadia – Perché non torni a casa? Noi
non sappiamo se puoi venire con noi.
– Fate finta che non ve lo abbia mai chiesto. – ribatteva Tutalalì,
tristissimo.
– Possiamo accompagnarti a casa. – replicava Nadia, cercando di
risollevarlo.
– No. Non si può. – rispondeva Tutalalì, che se ne andava nello stesso
modo in cui era apparso, scomparendo nel nulla.
– No! – gridava Nadia – Aspetta. Torna qui. Perdonami.
– A volte sei così dura e brusca! – esclamava Mattia.
– Mica sei il capo qua. – si intrometteva Alice – Potevamo farlo rimanere
con noi. È solo un bambino, anche se saggio e prodigioso, ma è pur sempre
un bambino.
– Non fatemi sentire ancora più in colpa di quanto già non mi senta. Per
favore! – sbottava Nadia.
– Non massacriamola. – asseriva Alex – Lo sa da sola che ha sbagliato.
Devi avere qualcosa di irrisolto con i bambini, vero?
Nadia sbuffava e girava le spalle ai tre, pronta ad andarsene, quando
Mattia la tratteneva per un braccio.
– Non puoi lasciarci anche tu. – sussurrava Mattia.
– Sentite, – riprendeva Alex – prima di entrare in macchina e riposarci un
po’, vi spiego brevemente quello che Tutalalì voleva dirci. Ci sono
tantissimi studi, compiuti negli ultimi anni, secondo i quali si muore di
molti tumori non per il tumore, ma per suggestione o per effetti collaterali
dei farmaci. È un discorso molto complesso, ma cercherò di sintetizzarlo al
massimo. Il melanoma, spesso, costituisce solo una crescita anomala di
tessuto, in genere in una zona non vitale del nostro corpo. Sono stati
compiuti molti esperimenti, sia sui cavalli che sugli esseri umani, da cui si
evince che la maggior parte degli esseri viventi presenta una o più masse
tumorali, con le quali convive tranquillamente per tutta la propria esistenza,
senza saperlo. Il segreto, dunque, è non saperlo. Muore di tumore la gente a
cui viene diagnosticato un cancro, dopo aver fatto degli screening
preventivi, tipo mammografia, pap test, esame delle feci o della prostata. Se
non sono i farmaci a uccidere le persone, ci pensa la propria personale
percezione della malattia. La paura di morire, in sostanza, seppellisce.
– Ma cosa c’entra questo con noi? Non siamo malati di tumore. O lo
siamo e non lo sappiamo? – chiedeva Alice.
– Tutalalì deve aver visto qualcosa nel nostro futuro e ha voluto metterci
in guardia. – rispondeva Alex – Questo discorso non vale solo per i tumori,
ma per tutte le malattie. Solo una percentuale bassissima di farmaci
possiede pochissime controindicazioni. Tutti gli altri, invece, sono spesso
più deleteri che altro. L’effetto placebo cura più delle medicine. Il miglior
farmaco resta comunque il nostro pensiero. Dovreste leggere più articoli e
libri. Ascoltate chiunque vi possa aprire un po’ la mente, instillarvi qualche
dubbio e farvi riflettere. Non dovete mica credermi. Cercate solo di
informarvi. Solo così vi farete un’idea vostra.
– Ok Alex, grazie. – tagliava corto Nadia – Ora cerchiamo di riposare e di
capire come diavolo dobbiamo continuare la nostra missione.
– Ma quando intendi raccontarci di Stella? – chiedeva Alice.
– Non adesso. – rispondeva Nadia.
– Forse lei potrebbe portare a termine la missione. – interveniva Alex –
Hai detto che è una parte di te, giusto?
– Sì, ma ora voglio riposare, grazie. – concludeva Nadia.
I quattro salivano in macchina e si dirigevano verso la parte alta di
Trieste, a Opicina. Parcheggiavano nei pressi di un boschetto e si
addormentavano tutti tranne Nadia, che restava sveglia a pregare Tutalalì di
tornare. Era certa che il bambino potesse sentirla. Se non mi ascolta,
pensava, premerò il pulsante della radiotrasmittente. Non perderò anche lui,
giurava a se stessa.
34. Il pub e il mostro di pietra

Mentre Rosa veniva rapita dai quattro, Lilia percepiva, per la prima volta,
l’assenza della sorella. Per gestire quella mancanza lancinante, decideva di
stordirsi con l’alcol. Si sedeva sullo sgabello di un pub stile irlandese. Non
riuscendo a far ondeggiare lo sgabello, dondolava la gamba come una
bambina sull’altalena. Muoveva la testa avanti e indietro, come se seguisse
la musica. Trasmettevano la canzone “Seven Nation Army” dei White
Stripes. Lilia aveva davanti a sé quattro bicchieri di vodka vuoti. Scolava il
quinto. Un uomo le si avvicinava e le chiedeva se poteva offrirle
qualcos’altro.
– Io sono una principessa o un mostro? Fottiti. – rispondeva Lilia
divertita.
Proprio in quel momento, Lilia sentiva vibrare il cellulare. Lo prendeva e
stupita leggeva un messaggio di Luca: “Non so se mentivi, quando mi hai
detto che vuoi stare da sola. Mi hai mentito così tante volte… ma non ti
scrivo per rimproverarti. Sai benissimo che anch’io ti ho mentito. Io non ho
mai creduto alla storia dei momenti sbagliati. Ho sempre pensato che se
trovi la persona giusta, ti dimentichi che, fino al minuto prima, ti eri
ripetuto, per almeno mille volte, che volevi stare da solo. Da un po’, invece,
penso che tu abbia ragione. A volte, abbiamo bisogno di sbagliare per
accorgerci di chi siamo”. Lilia restava di sasso. Quando mai aveva detto a
Luca che voleva stare da sola? Sentiva crescere in lei un desiderio di
vendetta e, mentre pensava a come poterla realizzare, Rosa appariva
all’improvviso seduta di fronte a lei.
– Che ci fai tu qua? Come hai fatto a trovarmi? – la aggrediva Lilia.
– Potere del pensiero. Il mio potere deriva dalle umiliazioni e dalle
cattiverie che ho subito. Parola di Nadia. Nadia… non ti dice niente questo
nome? – ripeteva Rosa, che scandiva le parole, come ipnotizzata.
– Che vuol dire? Di quali umiliazioni e cattiverie parli? Quelle che tu
forse hai fatto a me?
– Per avvelenare il re devi far parte della sua corte. I sette stanno per
arrivare. Prima, a bordo di autovetture enormi, sono andati a prendere i
quattro. – sentenziava Rosa, sempre scandendo le parole, come ipnotizzata.
Lilia la scuoteva per un braccio e Rosa sussultava, come se si fosse
appena svegliata di soprassalto.
– Perdonami. – sussurrava Rosa affranta.
– Perdonarti? Di cosa? – ribatteva Lilia – Invece grazie, hai ragione. Per
avvelenare Luca devo far parte della sua vita. Per avvelenare il re devi far
parte della sua corte. Come ho fatto a non pensarci io? Tradire la fiducia di
qualcuno è peggio della morte.
Lilia sbatteva le palpebre ripetutamente: non poteva credere ai suoi occhi.
Rosa era scomparsa nel nulla, all’improvviso. Lilia la chiamava e si girava a
guardare dove potesse essere finita, ma non c’erano tracce della sorella. Si
alzava in piedi, dimenticando di avere il cellulare poggiato sulle gambe.
Appena si chinava per raccoglierlo, notava sette uomini che si dirigevano
con aria minacciosa verso di lei. Camminando piegata sulle ginocchia,
allora, si affrettava in direzione del bagno, elargendo gomitate e spintoni a
chiunque la ostacolasse. Nel tragitto, si domandava come avessero fatto a
tornare così presto dagli abissi e cosa esattamente avesse cercato di dirle
Rosa con la storia dei sette che avevano preso i quattro.
Lilia si chiudeva in bagno. Dopo essersi liberata, la paura e l’alcol le
facevano sempre quell’effetto, cercava un pulsante per tirare l’acqua. Si
accorgeva, però, che alla cassetta dello scarico era attaccata una catenella
rotta, troppo corta per essere tirata. Si metteva a parlare con la cassetta dello
scarico.
– Io sono una persona perbene, lo sai, eh? Molto pulita e poco
trasparente. – gridava puntando il dito contro la cassetta – Io tiro sempre
l’acqua. Tu sei uno stupido mostro e pensi di battermi, eh? Non rispondi,
eh? Sei proprio stupido, lo sai, eh? Ora ti faccio vedere io. Io non mi
arrendo, lo sai, eh? Tu non sai chi sono io, io s…
Veniva interrotta da forti colpi dietro la porta.
– Senti bella tossica ubriacona, a me non frega niente di chi sei. – gridava
qualcuno che aveva fretta di entrare in bagno.
– Butta quella robaccia che ti prendi. – continuava l’uomo – Se esci ti do
io della roba come si deve. Esci o sfondo la porta. Hai capito, sì?
– Eh sì, sì, ho capito. Calmati. Non sono mica sorda, lo sai eh? E poi io
non mi faccio, hai capito, eh? E non sono neanche ubriaca. – biascicava
sbronza tra i singhiozzi.
– Appena esci, ti sistemo io. Ti farò rimpiangere di essere nata. – gridava
l’uomo che, dopo aver urinato nel lavandino, estraeva un grosso coltello
dalla borsa che portava a tracolla.
Lilia, intanto, saliva sul coperchio del water. Si sfilava la cintura dai
jeans, attaccandola al gancio dello scarico. Soddisfatta, scendeva e la tirava.
La cintura cadeva per terra. Nel water non scendeva un goccio d’acqua.
Lilia notava che, senza cintura, i pantaloni le ballavano e cominciavano a
scenderle. Se ne infischiava e decideva di uscire dal bagno, dimenticandosi
dell’uomo che, rabbioso, la stava aspettando lì fuori. Appena apriva la
porta, la lama del coltello, sotto le luci artificiali della toilette, risplendeva
così tanto da farle strizzare e chiudere gli occhi. Questa volta è finita,
pensava. L’uomo le andava incontro, stringendo il coltello. Stava per
sferrare il colpo, quando veniva accecato da Sincro, che gli entrava in un
occhio, facendolo gridare dal dolore. L’uomo cadeva a terra, contorcendosi.
– Maledetta strega, che cosa mi hai fatto? – strillava l’uomo.
Lilia, per nulla scossa da quanto stava accadendo, si avvicinava allo
specchio e si osservava. Chiedendosi dove fossero finiti gli altri sei, apriva
il rubinetto. Si sciacquava la faccia. Non si accorgeva che il trucco restava
inalterato. Ringraziava Sincro, che la rimproverava per il suo grado di
ebbrezza. Lilia, trascinando a stento se stessa, oltre alle parole, la mandava
a quel paese. Usciva dal locale con la faccia ancora bagnata e truccata alla
perfezione. Camminava a zig-zag. A ogni passo, i pantaloni le scendevano
sempre più. A un certo punto, le rotolavano giù fino alle caviglie. Lilia si
fermava. Si chinava per riportare i jeans alla vita e, abbassandosi, notava
una coppia, che la guardava ridendo.
– Vi divertite, eh? Non sono mica ciucca. – diceva singhiozzando – Sono
un’attrice allegrotta e sto girando un film, lo sapete, eh? – gridava Lilia
biascicando – La telecamera non si vede perché la tengo sotto la lingua.
Non mi sto filmando i denti. Quello potrebbe farlo Rosa, che li ha meglio di
Julia Roberts. – con quella frase si incupiva e si lasciava cadere a terra.
Cercava di rimettersi in piedi e, a fatica, continuava: – Mi riprendo le
parole, così poi le rimonto nel verso giusto e magia… le parole ritrovano il
loro senso. Nei film contano le parole che non contano più niente. Voi
sapete che gli esseri umani si distinguono da tutti gli altri esseri viventi
proprio per il linguaggio, eh? E sapete che questa nostra peculiarità è quella
che ci consente di pensare, eh? E sapete che quasi tutti i nostri problemi
derivano proprio dalle parole? Perché noi le abbiamo private del loro
potere, ma questa è una storia troppo bella e lunga perché la racconti a due
come voi. Voi sareste più interessati a me, se io vi dicessi che nascondo la
telecamera nelle mutande. Mi spiace deludervi, ma io faccio film seri.
Nasco attrice di teatro, lo sapete, eh? Bom, ora basta guardarmi, ok? Perché
voi non sapete chi sono, eh? Non è che magari voi sapete chi sono, eh? E
che fine ha fatto Rosa, eh?
I due la guardavano con un po’ di preoccupazione, mentre lei si metteva a
canticchiare e cercava di sfilarsi via i jeans, senza riuscirci.
– Ho perso l’equilibrio. Gli yogi dicono che è un brutto segno. Significa
che non ho più neppure equilibrio interno. Pensa se avessi dovuto fare
all’amore. – continuava a farfugliare divertita – Io faccio all’amore nuda. E
voi? Come lo fate, eh? Lo fate? Che coppia siete se non lo fate? Se lo avessi
dovuto fare stasera, tutto il tempo che impiegavo a togliermi i jeans, lui… –
Lilia scoppiava a ridere.
– Bom, basta ora guardarmi, ok? Cosa volete, eh? Non sono mica nuda.
Voi non sapete chi sono, no? – domandava facendo una piroetta – Vi piace il
mio vestito, eh? Non è di seta. La seta non inganna: quel che c’è rivela. Non
si usa più la seta. Il mio vestito è all’ultima moda: pel di frittole. E lo sapete
come si chiamano le frittole in italiano? Bugie… lo sapevate, eh? Indosso
pelle umana selvatica. Fettine sceltissime di frittole selvagge. Bom, basta
ora guardarmi, ok? Perché voi non sapete chi sono, no? Cosa volete, eh?
Bom, ciao. Fine dello show. Ho freddo adesso. Mi dite chi siete? E io chi
sono? E voi chi siete? Che diavolo volete, eh?
– Io mi chiamo Albert Osiride.
Lilia scoppiava a ridere.
– Che diavolo di nome è? – chiedeva Lilia scompisciandosi – E tu sei
Iside ovviamente? – diceva rivolgendosi alla donna e non riuscendo a
smettere di ridere.
Alice, allora, con il pensiero comunicava con Alex. Dopo avergli
esternato tutto il suo stupore, perché riusciva a parlargli senza proferire
parola e lui riusciva a sentirla, gli diceva che l’ubriacona non poteva essere
la strega che doveva aiutarli. Poi continuava chiedendo ad Alex di
andarsene; sarebbe stato molto meglio lasciar perdere, prima che Lilia,
ammesso che fosse davvero lei, si accorgesse che erano solo due
ologrammi. Alex non rispondeva, perché l’unica cosa che riusciva a
trasmetterle era ti sento. Grazie a Tutalalì, che aveva risposto alle preghiere
di Nadia tornando per aiutarli, erano riusciti a escogitare e a mettere in atto
quel piano dell’ologramma per trovare la strega.
Andiamo via, continuava Alice, abbiamo capito dove sta. Torniamo dagli
altri e cerchiamo di raggiungerla fisicamente. Ti ricordi che Tutalalì ha
detto che l’ologramma non può durare più di un quarto d’ora? E non
possiamo svanirle così davanti agli occhi all’improvviso.
Sì che possiamo, rispondeva Alex.
Ah, finalmente sei riuscito a comunicare telepaticamente, brontolava
Alice.
Guarda che è impossibile parlare con te, perché tu non ascolti, tu sei
troppo presa a parlare.
Mi stai dicendo che chiacchiero troppo? Ribatteva Alice.
Senti, la calmava Alex, questo non è proprio il momento di mettersi a
litigare. Dille che deve seguirci, altrimenti i sette la prenderanno e la nostra
missione finirà qui. Non dirle però di seguirci subito, altrimenti ci scoprirà.
E le devo dire della nostra missione? Chiedeva Alice.
Ma no! Esclamava Alex.
Ma lo hai detto tu! Ribatteva Alice.
Lasciamo perdere, va… Stringiti a me, perché tra poco dobbiamo andare,
concludeva Alex.
– Ehi, ehi, – biascicava Lilia – avete deciso di farvi le effusioni in
pubblico? Scostumati. – continuava ridendo – Mi dite cosa diavolo volete
da me, eh?
– Seguici, altrimenti ti prenderanno. – diceva Alice, mentre Alex la
trascinava via.
Lilia recepiva il messaggio, seguendo con gli occhi i due. Si copriva le
gambe con i jeans, tenendoli stretti in vita con le mani e poi si dirigeva nella
loro stessa direzione. La coppia si allontanava e Alice sussurrava ad Alex
che quella era proprio la strega, visto che li stava seguendo. Lilia, grazie ai
due, scompariva in un vicolo e riappariva in una strada molto larga, lontana
dal pub e dai sette che le davano la caccia. Sentendosi al sicuro, la smetteva
di tenersi i jeans. Li lasciava cadere, riuscendo a sfilarseli. Li faceva roteare
in aria e poi li lanciava il più lontano possibile. I jeans atterravano sul
parabrezza di un auto in corsa. Restava basita e immobile, quando sentiva in
lontananza uno strepito di pneumatici e, poi, un frastuono violento, come di
una macchina che si schianta contro un muro. Correva via più veloce che
poteva. Il tacco si incastrava in una fessura portacicche del selciato, la
caviglia si girava toccando l’asfalto e un dolore lancinante la costringeva a
gridare. Crollava a terra. Le sembrava che il tacco della scarpa la fissasse,
ridendo di lei.
– Smettila di prendermi in giro e di guardarmi con quell’aria da sfida. –
gridava da ubriaca al tacco rotto, prendendolo in mano. Cercava di rialzarsi,
ma il dolore la innervosiva e ricominciava a parlare.
– Pensi che non sappia chi sei. – urlava biascicando al tacco, scuotendolo
davanti ai suoi occhi. – Io lo so che ci sono spie ovunque e che gli spiriti
possono incarnarsi pochi minuti o una vita intera nelle scarpe, nei vestiti, in
qualsiasi oggetto presente su questo pianeta. Lo so che mi avete fatto cadere
voi. – Si sfilava anche la scarpa integra e le spezzava il tacco. Poi si alzava
e, anche se dolorante, zoppicando, cercava di andarsene in fretta.
– Smettetela di seguirmi. – strillava all’aria, frastornata, voltandosi – Io
non vi temo.
Dopo pochi istanti, si girava di nuovo per vedere dove fossero i sette
uomini che la inseguivano. Ne scorgeva uno, che si avvicinava sempre più
velocemente. Si rendeva conto che, molto presto, l’avrebbe afferrata. Di
botto, allora, si fermava e si inginocchiava. L’uomo, che stava correndo al
massimo delle sue possibilità, le sbatteva addosso e cadeva a terra. Mentre
cercava di rialzarsi, Lilia lo puntava dritto negli occhi, desiderando con tutta
se stessa che scomparisse e l’uomo, in un baleno, svaniva, lasciando una
piccola scia di fumo. Lilia non aveva tempo per capire come avesse fatto,
né per analizzare come mai, adesso, avesse ripreso a correre, nonostante la
caviglia. Si ritrovava senza fiato davanti a un Sommacco, anche conosciuto
come “l’albero di nebbia” o l’albero con la parrucca. Il paesaggio intorno a
lei era carsico e non capiva dove fosse finita. Se non fosse stato per le foglie
rosse del Sommacco, si sarebbe convinta di essere morta, perché vedeva
solo grigio intorno a lei. Una montagna di rocce brulle, solcate da cavità
magnetiche, la costringevano a esplorare. Quando capiva di essere in una
grotta, si sentiva quasi sollevata.
– Sei all’ingresso del mondo. – tuonava un mostro di pietra, che le
sbarrava la strada. – Accomodati qui. – le faceva segno di sedersi.
– Mi vuoi incatenare qui sotto? – chiedeva Lilia al muro, ancora
rintronata dall’alcool – Vuoi tenermi per sempre in questa specie di caverna
platonica? – domandava rivolgendosi al mostro, che non rispondeva.
Quell’ammasso di pietre parlanti era tutto preso a cercare di sedersi a terra,
di fronte a lei. Terminata la fatica, le faceva intendere con gli occhi di poter
parlare.
– Tu non sai chi sono, no? Se nessuno sa chi sei, non sei o sei lo stesso? –
concludeva Lilia, ancora brilla, farfugliando.
– Qualunque cosa inventi, resti sempre tu, sola e a pezzi, con una porta
chiusa, il mondo fuori e tanti libri. – rispondeva il mostro, che parlava
lentamente.
– Parli così piano per darti un’aria di solennità? – chiedeva Lilia ridendo
e trascinando ancora le parole per la sbronza. – Ho letto un migliaio di libri,
più volte. Poi ho ascoltato musica, più volte, ma anche se, ora, conosco
tante cose e me le tengo tutte in mente, resto sola lo stesso. E lo stesso non
posso uscire. Da soli s’impazzisce. E io sono pazza infatti. Lo diceva
sempre anche la mamma. Non importa la cultura. Per alta e profonda che
sia, non è redentrice di vita. Non ti prende e non ti porta da nessuna parte,
se tu prima non le presti il cuore. Le nozioni restano nozioni, senza amore.
Per vivere ho bisogno di qualcuno. Serve qualcuno a cui poter mentire, così
quel qualcuno s’innamora di ciò che sei: una costruzione! Tanto l’amore se
ne frega di chi sei. È cieco! Ed è anche un mistero. Non t’innamori di chi è
bravo, buono e bello. T’innamori e basta. Se scopri tutti i motivi per cui ti
sei innamorato, smetti di esserlo. È un gioco geniale. Non trovi? Amore
deve essere il mago più potente delle galassie, perché ti piomba addosso e
non puoi mai scoprire il perché: sei troppo piccolo e limitato. L’amore non è
una cosa per umani. Lo capiremmo benissimo, altrimenti. È amore, invece,
solo se non capisci più niente. Fai tutte cose che, prima, non riuscivi
neppure a immaginare. L’amore, forse, è la corda di Dio per tirarci su, al
cielo. O solo per impiccarci, quando non ne può più? Il guaio è che anche la
persona che ami potrebbe tagliare la corda e farti sfracellare. Sarò mica a
pezzi per questo? Rimontarsi non è uno scherzo. L’amore non si può
spiegare. Dovrebbero mettere un divieto assoluto di parlare d’amore. Chi
parla d’amore muore, dovrebbero dire i potenti, se non fossero già troppo
morti. Si ama senza scampo, dicevo io al mio amore, proprio perché si ama
l’essere divino nascosto nell’altro. E gli dicevo anche che la vita è bella,
perché noi vogliamo che lo sia. La gente s’inventa meraviglie e ci si tuffa
dentro. Noi abbiamo deciso che la vita deve essere bella, ma non la
sentiamo bella. E se la vita fosse soltanto un corso di formazione o una
missione? Se la vita non fosse solo un addestramento, adesso saprei perché
inizia a piovere. Noi, invece, non sappiamo niente. Tutto quello che
sappiamo fare è imporre alla vita, che vive benissimo anche senza di noi, le
nostre regole e convinzioni.
Il mostro era scomparso e anche l’euforia alcolica di Lilia iniziava a
diminuire. Lilia si incantava a fissare l’albero di nebbia.
– Sotto i tuoi rami, – mormorava Lilia – caro albero di nebbia, lascio
un’orgia di pensieri. Prima, pensavo che per vivere servisse amore. Oggi, so
che non bisogna mai accontentarsi. Per vivere serve Amore. Non un amore
qualunque. Solo Amore, quello che non ho mai conosciuto.
– Signora, – la chiamava, scuotendola per un braccio, un vigile urbano. –
Signora, mi sente? – continuava il vigile – Lei ha visto qualcuno? Sa chi ha
causato l’incidente?
– Albert Osiride. – rispondeva Lilia come in trans.
– Chi? – domandava perplesso il vigile – Prendetela e portatela in ufficio.
Conosce il pirata che ha causato questo macello.
Due vigili cercavano di farla spostare dalla strada, ripetendole che doveva
seguirli. Lilia era come inchiodata all’asfalto. L’acqua le piombava addosso
come fosse colla. Quella pioggia, scendendo, le portava via la sbronza, ma
non il trucco che, invece, si fissava ancora di più sul suo viso. Ancora una
volta, le veniva in mente il caro Soriano che, nel libro “L’ora senz’ombra”,
scriveva: “Ero stato troppo solo e avevo bisogno di confrontare la mia
pazzia con quella di qualcuno capace di fare a pezzi il mio mondo, di
rovesciarlo e di restituirmelo trasformato in un grande falò”. Lilia sfilava i
piedi dalle scarpe, che restavano incollate al manto stradale e, abbassando
gli occhi, si accorgeva di non essere in mutande. Indossava una gonnellina
rossa che non aveva mai visto prima.
Nel frattempo, i vigili si erano avvicinati a un’autovettura della polizia
che era giunta sul posto. Lilia ne approfittava per scomparire. Sincro si era
materializzata davanti a lei ma, questa volta, era di dimensioni gigantesche
rispetto al solito. Lilia, allora, decideva di andarsene a cavallo della sua
amica. Era tranquilla, perché sicura che nessuno se ne sarebbe accorto. Lilia
sapeva che il cervello umano non può vedere ciò in cui non crede. Lo
cancella all’istante, senza neanche registrarlo.
35. La vigilia delle nozze

Senza sapere come, Lilia si ritrovava nel bagno di casa sua. Scrutava ogni
poro della sua pelle, chiedendosi chi fosse. Fissava la sua faccia allo
specchio. Era ancora perfettamente truccata. Apriva il cassetto sotto il
lavandino. Prendeva una salvietta per struccarsi e se la passava sul viso. Il
trucco non sbiadiva. Lilia si guardava di nuovo allo specchio e vedeva
ancora la sua faccia truccata. All’improvviso sussultava, notando nello
specchio l’immagine di una vecchia.
– Sei mille e nessuno? Forse solo molto di più. – sussurrava la vecchia.
– Chi sei tu? – gridava Lilia.
– Una che si è presa questa faccia da vecchia per camuffarsi. Io sono la
vita sbagliata di una donna. L’hai già conosciuta?
– Di chi parli?
– Dovrai aiutare lei e i suoi amici e in cambio lei ti farà uscire dalla
dimensione coatta.
– Ma cosa stai dicendo? Io non sono più una strega? Non vedi come sono
ridotta? Non capisco più niente. Non so neanche più ringraziare gli amici.
Non so che fine abbia fatto Sincro e mi sento più in colpa che mai. –
piagnucolava Lilia con lacrime che lasciavano inalterato il trucco.
– Non temere, – diceva la vecchia – questo è normale, quando sei
imprigionato da tempo nella dimensione coatta.
– Quindi cosa devo fare per sistemare la mia vita? – la supplicava Lilia.
– Ascoltami. Solo tu puoi dirti quello che vuoi sapere. Tutti cercate
risposte fuori da voi. Le pretendete dagli altri e, a volte, persino dalle carte
o dagli astri. Soltanto dentro di sé, invece, ciascuno può trovare quello che
cerca. Per comprendere quello che vuoi nel profondo, parla con l’essere
divino che vive in te. E poi aspetta. Un giorno, quando starai facendo altro,
all’improvviso, proprio come per magia, ti sentirai inondare da una gioia
immensa, piangerai e avrai tutte le risposte. Quel giorno, quando avrai
smesso di chiedere e di cercare, conoscerai la strada. A me è già successo,
tanto tempo fa, durante un concerto. In pochi istanti, ho capito di aver scelto
una vita piena di regole, da repressa, perché mia madre mi aveva insegnato
che prima deve venire sempre e solo il dovere e poi, se avanza tempo, il
piacere. Inoltre, mi aveva impedito di prendere lezioni di equitazione e di
imparare a suonare il pianoforte, con la scusa che non potevamo
permettercelo. I no sono fondamentali per un bambino, ma quando sono
troppi bloccano la vita con la paura. Bisogni sempre insoddisfatti ti
convincono di non meritare niente e di non poter mai ricevere quello che
desideri. Io vivevo nel terrore e perciò terrorizzavo tutti i miei compagni di
classe con storie trucide e sanguinarie. Di conseguenza, venivo emarginata.
E più mi lasciavano sola, più io li tormentavo con racconti terrificanti e
inventando storie sulla mia vita. Fingevo di essere orfana, perché non mi
ero mai sentita amata. Mi ripetevano tutti che ero nata per sbaglio, che ero
una croce e che avevo rovinato loro la vita. Te la faccio breve. In poco
tempo, i comportamenti dei miei genitori si codificavano dentro di me in
alcune semplici informazioni, che diventavano il mio programma base:
precetti di infinito dolore. Il mio sangue diffondeva ovunque i dettami della
mia infelicità: nella vita non si realizzano mai i propri desideri; tutto deve
essere controllato; la vita è dura; io non servo a niente e a nessuno. Gli
effetti di quelle informazioni, con tutti i relativi corollari di odio, rabbia,
tristezza e apatia, producevano flotte di complessi che, da adulta, mi
devastavano. Io avevo creato tutti i miei nemici. La mia natura ribelle era
così repressa che sceglievo di diventare una poliziotta, accettando regole
che detestavo e non capivo. Lavoravo solo per i soldi. Provavo a inventarmi
un modo diverso per fare il mio mestiere, ma venivo schiacciata dal
sistema. Ero dissonante con quel mondo. Non era la polizia a essere
sbagliata. Ero io che mi trovavo nel posto sbagliato. Reprimevo la mia
indole artistica per compiacere i miei genitori e per punirli al tempo stesso.
Mi ero scelta un lavoro che mi tappasse la bocca e mi seppellisse i sogni.
Nessuna disgrazia, però, riusciva a farmi dimenticare che io amavo la
musica, la pittura e la poesia. Un giorno, spedivo al Capo della Polizia una
lettera e da quel giorno nessuno sa più niente di me.
La vecchia si sfregava le dita e un foglio si materializzava tra le sue mani.
Lilia la guardava come ipnotizzata.
– Leggila, ti prego e poi dimmi dove sei ora e chi sei. – diceva Lilia.
– Io ti leggerò la lettera e poi scomparirò. – rispondeva la vecchia –
Purtroppo siamo nella dimensione coatta e sono costretta a ripetere certe
azioni senza trovare mai le soluzioni. Se ripeti sempre le stesse cose, non
puoi mai cambiare nulla. Ti saluto già ora, quindi. Cerca di capire il senso
della mia visita.
– No, aspetta, ti prego. – la supplicava Lilia – Spiegamelo tu. Ti prego,
aiutami.
– Io ti sto già aiutando. E levati quella gonna da bambina. Ci rivedremo…
forse, lo spero.
A metà lettera, la vecchia scompariva e Lilia, sbuffando, prendeva dal
mobile accanto allo specchio un batuffolo di cotone. Lo sommergeva di
latte detergente e se lo passava sul viso. Il trucco, però, restava ancora sulla
sua faccia.
– Dannati trucchi a lunga tenuta! – strillava, notando che il suo volto era
truccato esattamente come prima. – Non avrà mica ragione Rosa, quando
assicura che l’arma migliore per proteggere la sostanza è il trucco? Solo gli
stupidi non sanno andarci oltre, ripete sempre la mia cara sorella. Quindi,
cara Rosa, io per te non ho sostanza? Non mi trucco perché non ho anima?
E dato che invece, ora, il trucco non abbandona la mia faccia vuol dire che
ho troppa anima? Solo che prima non lo sapevo perché non mi truccavo
mai, eh? Perché diavolo non risponde nessuno, quando uno vuole una
risposta, eh? Rosa, perché diavolo non rispondi? Vieni qua!
Apriva la finestra del bagno e si affacciava per parlare con qualcuno. La
strada, però, era deserta.
– Ehi… ma non c’è nessuno che mi risponde? – Strillava di nuovo.
Sbuffando, tornava davanti allo specchio. Apriva il rubinetto e si
sciacquava la faccia a lungo. Si riguardava allo specchio, ma il trucco era
ancora lì. Provava a baciare lo specchio, ma il rossetto non lasciava tracce.
– Sarò mica un fantasma? – gridava ancora, pensando che le cose sono
sempre come noi le vediamo. Iniziava a respirare sempre più
affannosamente: aveva il terrore di essere uscita dalla dimensione coatta
ma, non avendone ancora preso coscienza, forse ne era rimasta prigioniera.
Quel trucco doveva esserne la prova. Per trovare pace, aveva bisogno di
essere calmata da Rosa.
– Rosa, vieni qua, ti prego, svegliati! – gridava con la voce di un tifoso
alla finale dei mondiali di calcio.
Lilia usciva dal bagno ed entrava in camera. Accendeva l’abatjour e
tentava di svegliare Rosa chiamandola ancora, più forte che poteva.
– Rosa, ti prego, Rosa, svegliati!
Lanciava un urlo disperato, vedendo che la sorella non si svegliava e poi,
piangendo, si sedeva sul letto. Le lacrime riuscivano a sciogliere un po’ il
trucco. Le prime lacrime rivelavano il pallore del viso. Le seconde
segnavano il suo viso con due rigagnoli neri. Fra i singhiozzi, con un filo di
voce, Lilia tentava ancora di svegliare la sorella.
– Che c’è? – chiedeva Rosa aprendo gli occhi.
– Oh, miracolo! Ma perché diavolo non mi rispondevi, prima?
– Sono abituata alla dolce Lilia che parla sottovoce, pensavo di sognare.
Anzi, più che un sogno pensavo fosse un incubo. Senti, mi è successa una
cosa pazzesca. Sono stata rapita da quattro umani pazzi, ma con il compito
di salvare il mondo! Mi hanno detto cose incredibili! Mi hanno portato su
un’astronave invisibile nascosta da una nuvola, che poi non è una nuvola.
Volevano te in realtà.
– Avrò fatto qualcosa di male per meritarmi tutto questo. Rosa, ti prego.
Hai assunto sostanze stupefacenti?
– Ma no! Smettila. Ma quando mai ne ho assunte! È la verità, credimi. E
loro cercavano te, perché tu sei una strega.
– Senti, tu sei la solita bugiarda. Sei tornata in te finalmente. Io potrò
anche essere una strega, ma perché mai quattro umani pazzi dovrebbero
rapire te per sbaglio? E soprattutto se volevano me, perché non ti hanno
seguito. Vedi che la tua bugia non sta in piedi? Eri più credibile una volta.
Senti ora ascoltami invece.
– No. Se non mi credi non ti ascolto. Non mi hanno seguito perché forse
io non esisto. – rispondeva Rosa, ritrovando il tono dolce usato, in genere,
sempre e solo da Lilia per tranquillizzare la sorella.
– Ma che dici? E se non esisti, io con chi parlo adesso?
– Potresti parlare con te stessa. Potrei essere una tua proiezione oppure
potrei essere un rimasuglio di Rosa e domani mattina non mi troverai più.
Ma potrebbe esserci anche un’altra spiegazione. Magari questo corpo che
stava disteso a letto a dormire e che tu dici essere il mio, era il tuo. Tu sei
uscita fuori dal tuo e ora stai parlando con un’altra parte di te, che ha
rianimato il tuo corpo.
– Tu sei matta, Rosa. Lo sai?
– Le esperienze fuori dal corpo sono comunissime. Sai quante volte mi
sono alzata per andare a bere e, quando sono tornata, ho trovato il mio
corpo steso a letto? Non posso decidere quando farlo accadere, ma accade.
Dai, torna a dormire ora, altrimenti domani sarai la sposa con le occhiaie
più grandi del mondo.
– Ho fatto un incubo, non riesco a dormire. – esclamava angosciata Lilia.
– Dormi. Ho sonno. – ripeteva Rosa.
– Rosa sono successe cose tremende. E, per di più, il trucco di stamattina
non va via. Te lo giuro. Vuol dire che ho troppa anima?
– Sei impazzita tu ora? Ma che dici?
– Ascoltami: ho fatto un incubo tremendo. E se era un sogno
premonitore? Il mio sogno doveva essere per forza un segno. Io non sono
come quella del sogno. Mi sono così divertita, però, che ho pensato che,
forse, la vera Lilia è quella del sogno, ma non può essere perché io non
sono una…
– Basta! Questo è un incubo. – Gridava Rosa, interrompendo la voce di
Lilia, sempre più concitata.
– Ma scusami Rosa, ascoltami, ti prego. Se uno vive qualcosa di bello,
pensa sempre che stia sognando e che presto finirà tutto. La realtà è un
sogno diciamo, infatti, quando soddisfa le nostre aspettative.
– Che c’entra? Che diavolo vorresti affermare? E perché diavolo stai
parlando così tanto, tu che non parli quasi mai. Su, dai, calmati. Lo dici
sempre che non si può cambiare. Stai tranquilla. Ho un sonno da morire.
Non sei cambiata. Non sei pazza. Domani ti ascolto. Hai aspettato tanto per
parlare e vuoi farlo proprio stanotte? Sì, è vero, che non si parla a comando,
ma neppure puoi pretendere che ti ascolti adesso. Dormi su.
– No, ti prego, Rosa, un minuto soltanto. Se trasformiamo la realtà in
sogno, dobbiamo augurarci di avere sogni sempre più grandi, perché
altrimenti finiremo a sognare la realtà di ieri, che noi abbiamo fatto
diventare un sogno? Questo significa che dobbiamo essere sempre
all’altezza dei nostri sogni per essere felici, perché si vive di sogni. Il guaio,
però, è che dobbiamo stare attenti a non diventare noi stessi un sogno.
Dobbiamo condividere i sogni, incubi compresi, quindi, ascoltami.
– Ma cosa ti è successo? Mi dicevi sempre che non mi capivi, ora sono io
che non ho capito niente. E poi non mi interessa conoscere i tuoi sogni o i
tuoi incubi. Non ti riconosco proprio più. Dormi: ne hai proprio bisogno.
– A furia di trapanarmi il cervello con tutte le tue storie sono diventata
così. Rosa, scusami, ma ti prego rispondimi: ho fatto un incubo, non è che
porta male?
Rosa non rispondeva, ma Lilia non le dava tregua.
– Vedi che ho un sonno da morire e non riesco a parlare? – gridava Rosa
– Fai finta che sono morta. Sono morta di sonno, in effetti. O forse sono
morta davvero, perché non ero abbastanza sveglia?
– Rosa, ti prego, non lasciarmi. Io non sono capace di vendicarmi.
– Buonanotte.
– Rosa, ti prego, ascoltami, rispondimi. Ho sognato che lavoravo in un
negozio di giocattoli.
– Fantascienza. Considerato quanto odi i bambini è come affidare dei
diabetici a una pasticceria. Dormi su. Se no, domani non mi sveglio. Vuoi
che non mi svegli mai più? E allora, lasciami in pace.
– Ti prego Rosa ascoltami, portavo i jeans e li perdevo per strada. Ti rendi
conto? Io portavo i jeans. E poi…
– Non porti i jeans da quando ti sei rovesciata l’acqua bollente addosso e
ti si sono incollati alle cosce. – rispondeva Rosa, interrompendola.
– Ti prego, Rosa, dimmi qualcosa di serio: ho sognato pure che mi
truccavo come te.
Lilia attendeva invano una risposta. Rosa aveva infilato la testa sotto le
coperte e il suo letto sembrava vuoto.
– Ma Rosa, ho sognato che mi truccavo come te. – ripeteva Lilia, alzando
la voce.
Rosa tirava fuori la testa da sotto le coperte.
– Vorrà dire che vorresti essere come me. – rispondeva Rosa con calma –
Per una che dice di non dire mai bugie e di essere sempre se stessa, è strano
sognarsi diversa o, forse, è normale, bou… Se tu non vuoi dormire, non
dormire. Fai dormire me, però. Non è carino parlare mentre uno vuole
dormire. Io ho bisogno di riposare in pace. Tu hai viaggiato nel tuo incubo e
ora lascia andare me dove voglio. Il mio mondo mi aspetta.
– Non è carino neppure dormire, mentre uno vuole parlare. Non è carino
non rispondere, quando uno domanda. Non è carino andarsene così…
– Ora basta! – gridava Rosa. Infilava di nuovo la testa sotto le coperte e
sembrava del tutto scomparsa dal letto. Lilia continuava a chiamarla, finché
Rosa, esasperata, si alzava dal letto. Accendeva la luce. Camminava piano
in direzione della finestra e la spalancava. Si affacciava, alzava la voce e
parlava come se fosse un sovrano che si rivolge al mondo intero.
– Perché certe persone non accettano la realtà? Perché si sono inventati
l’amore e, poi, persino il matrimonio per complicarsi la vita? – gridava
Rosa affacciata alla finestra.
– Ma cosa dici? Chi sono questi che si sono inventati l’amore? E torna
qui che prendi freddo.
Rosa restava immobile davanti alla finestra spalancata.
– Sono già fredda. – continuava Rosa fissando il cielo. – Credi di avere il
diritto di sapere? – Dormi, dai, se no finisce che domani non ti sposi, perché
la tua testimone non si alza dal letto, capito? – diceva Rosa, rimettendosi a
letto.
– Uffa… con questi tuoi ricatti. Rosa, ti prego, non dormire.
– Capisci le cose solo quando te le dico nello stesso modo: con i ricatti.
– Se dici un’altra parola, ti giuro che scompaio per sempre.
– Ma Rosa ho bisogno di te.
– Ok. Vuoi che me ne vada. Scomparirò e non mi troverai mai più.
Promesso. Tu non sei la sola che ottiene tutto quello che desidera e presto te
ne accorgerai. Guardami bene, perché è l’ultima volta che mi vedi. Ok,
stanotte non si dorme. Che cosa vuoi dirmi?
– Intanto, io non ho mai neanche pensato di ottenere tutto quello che
desidero e poi volevo dirti che tu non ti sposerai mai, perché nessuno sa chi
sei veramente. Resterai sola. Io me ne vado e tu sarai sola per sempre.
– E tu sai chi sei? E poi, quando mai per sposarsi è servito conoscersi? –
chiedeva Rosa, mentre spegneva la luce. I suoi occhi non la sopportavano. –
Perché ci si sposa, lo sai, eh? – continuava Rosa – Mi fa schifo il
matrimonio. Mi fa schifo il terrore della solitudine. Mi fa schifo l’illusione
di non essere soli, se ci si sposa. Mi fa schifo assistere all’imbroglio con cui
si parte: l’abito bianco, il simbolo della purezza. Che donne sono quelle che
infangano l’importanza dei rituali svuotandoli di autenticità? Non possono
indossare un abito bianco per andare a mangiare la pizza, giocando così a
fare le sposine? Non sarebbe meglio che, poi, invece, quando decidono di
sposarsi, trasgrediscano, scegliendo un abito del loro colore preferito? E poi
che senso ha invitare al matrimonio centinaia di conoscenti che non si
frequenteranno mai più? Credi davvero che stare con gli altri serva a
qualcosa? Servirebbe, eccome, ma solo se si potesse avere accanto una
persona vera, con cui essere liberi di essere se stessi. Io voglio stare da sola,
perché sono costretta a questa solitudine. Se fossi davvero sola, almeno,
potrei dormire in pace. Ora basta. Buonanotte.
– Rosa, perdonami, ma non è che porta male ricordarsi il sogno prima
delle nozze?
– Rimanda le nozze, anzi, non sposarti più. Tanto lo devi già aver letto in
uno dei tuoi libri che in cielo non ci sono matrimoni, c’è solo amore. Ora
smettila. Lo sai anche tu che non ti sposerai. E buonanotte.
– Ma sei impazzita? Sei cinica e incomprensibile.
Rosa afferrava l’abatjour che si trovava di fianco al suo letto: avrebbe
voluto scagliarla contro la sorella.
– Rosa, scusami, ma ho ancora delle cose da dirti. Da dove inizio?
– Dai capelli. – sussurrava Rosa dopo un attimo di silenzio. – Potevi
tagliarti un po’ i capelli, almeno il giorno prima delle nozze, a meno che tu
non voglia risparmiare sulla carta igienica.
– Rosa, anche nel sogno mi dicevi che dovevo tagliarmi i capelli. –
ribatteva Lilia con tono concitato.
– Dai, smettila. Non si può fare una tragedia per un sogno. Come facevo a
sapere di averti detto questo in sogno? Che differenza c’è, poi, tra i sogni e
la realtà? E tu sei sicura di essere reale? Sei sicura che la tua sia vita? E se
lo fosse quella del sogno?
– Rosa, ti prego non iniziare con le tue frasi fatte.
– Ma quali frasi fatte. Sei tu la colta, l’intellettuale. Io non uso frasi fatte.
Anche se tutte le frasi sono già state usate. Io uso sentimenti. Quelli sì che
dovrebbero essere insegnati a tutti.
– Scusami. Ti prego, però, dimmi solo che non porta male ricordarsi il
sogno prima delle nozze. Lilia si posizionava davanti al letto della sorella e,
mentre la fissava, le scendeva un’unica lacrima dall’occhio destro. La
lacrima cancellava il rigagnolo nero, pianto quando aveva tentato di
svegliare la sorella. Rosa si alzava dal letto e, guardando dritto negli occhi
Lilia, esitava un istante prima di parlare.
– Ma non capisci che è tutto vero! – esclamava Rosa – Cara la mia buona
sorella, il peccato è che tu voglia sposare Luca, pur non amandolo. Tu vuoi
sposarti solo perché devi prendere tutti i sacramenti. Il peccato sta nella tua
incapacità di capire che essere buoni non serve per ottenere una ricompensa
da Dio, perché Dio è aldilà della ragione e dunque non risponde alle tue
logiche ristrette. Il peccato è che tu stia ancora qui a parlare di peccato. Il
peccato è che tu non voglia svegliarti, per evadere da tutti quei pregiudizi
che ti hanno bloccato la vita. Il peccato è che tu mi abbia trascinato così
nella tua vita. Il peccato è che tu non accetti la realtà. Né quella presente né
quella passata. Tu non accetti la vita, né la morte.
Lilia spingeva la sorella. Poi, con le mani si copriva le orecchie.
– Basta! Smettila. – gridava più forte che poteva – Rosa, vai via, vattene.
Vattene a dormire da un’altra parte se no io…
Lilia si interrompeva da sola, buttandosi sul letto. Schiacciava la faccia
contro il cuscino. Piangeva. Poi si rannicchiava su un lato, singhiozzando.
Si addormentava. Mentre dormiva, le lacrime, versate prima che Rosa si
svegliasse, risalivano il viso fino agli occhi e il trucco riappariva intatto. Le
restava, però, un’unica striscia bianca sulla parte destra del viso. Il segno
dell’unica lacrima vera che aveva versato.
Rosa, nel frattempo, correva allo specchio del bagno, per verificare se gli
incisivi accavallati che percepiva con la lingua, esistessero sul serio. O
qualcuno mi ha messo i denti di mia sorella o io non sono Rosa, ma un’altra
Lilia, pensava appena si osservava. Se io non sono Rosa, chi sono? E,
mentre se lo chiedeva, notava un bambino fermo accanto a lei.
– Chi sei tu? – chiedeva Rosa.
– Uno che ancora deve nascere. Vieni con me. – rispondeva il bambino
offrendole la mano.
– Sai dov’è Rosa?
Il piccolo faceva un gesto con il capo che, con molta fantasia, poteva
sembrare di assenso. Rosa, allora, stringeva quella manina paffuta e
scompariva insieme al bambino.
36. L’evasione

– Io non voglio più sposarmi. – esclamava Lilia – Non ora. Non oggi.
Anzi, mai più. Io non voglio Luca. Sono stanca di tutto questo. Non posso
vivere con questo segreto. Non posso fingere di amare ancora Luca. Non
posso fingere di averlo amato. Un giorno, tanto tempo fa, ho creduto di
amarlo, ma mi sono sbagliata. Tutti possono sbagliare, giusto? Che amore è
un amore a temine? Se finisce, non può essere amore, giusto? Non esistono
amori moderati né amori a tempo, giusto?
– Ma quanto parli oggi? – chiedeva Stella – Non sembri neanche tu.
Anche se, nell’ultimo periodo, nessuno più capiva chi tu fossi, forse
neanche tu. Ognuno ha il proprio segreto, Lilia. E io non ero la sola a sapere
che non ci sarebbe stato nessun matrimonio.
Stella si sedeva sul letto di Rosa.
– Sai perché ho deciso di fare la psichiatra? – le domandava Stella – È
una storia molto lunga. Voglio raccontarti solo questo, per ora. I miei
genitori si sono sposati perché si amavano tantissimo. Quando avevo cinque
anni, però, mio padre ha iniziato a cambiare. I suoi disturbi psichiatrici
hanno cominciato a manifestarsi. Era violento, senza motivo. Non solo a
parole. Soffriva di allucinazioni. Non faceva dormire nessuno in casa e,
soprattutto, mia madre. La picchiava mentre dormiva o le portava via il
cuscino o la buttava giù dal letto. La minacciava persino di sodomizzarla
con il trapano, come sosteneva di aver subito lui durante la guerra in Siria.
Mio padre non aveva mai fatto un viaggio in vita sua, perché soffriva di
claustrofobia. Mia madre iniziava ad avere dei terribili mal di testa e
prenotava una visita dal neurologo. Mentre il medico la visitava, mio padre,
che l’aspettava fuori, si metteva a gridare prendendosela con tutti, come al
solito. Ormai, a parte la famiglia, non aveva più nessuno, né un amico né un
lavoro. Il medico, allora, sentendo quel macello, usciva e chiedeva a mio
padre chi fosse e perché si comportasse a quel modo. Lui, barcollando,
rispondeva di non sapere chi era e che lui era l’unica persona onesta e vera
al mondo, perché affermava di non sapere chi fosse, avendo il coraggio di
dire la verità. Il medico riusciva a farlo entrare nella stanza e lo visitava. Lo
ricoverava immediatamente. Era affetto da una malattia neurologica rara.
Da quel giorno, niente era più come prima. Mio padre peggiorava. Iniziava
a picchiare chiunque si avvicinasse a lui. Cadeva sempre più spesso finché,
un giorno, le sue gambe si paralizzavano. Di lì a poco, arrivavano i
problemi di deglutizione. Parlava sempre peggio. I medici convincevano
mia madre a ricoverarlo in una clinica. Dopo un mese, erano già tutti
terrorizzati da mio padre, che diceva a noi le sue ultime parole, prima
dell’afasia: non voglio più vedervi. Era ormai tardi, quando ci siamo accorti
delle botte, delle droghe e delle torture che aveva dovuto sopportare lì
dentro. Nel frattempo, era diventato anche cieco: scese entrambe le
cataratte, senza che nessuno se ne accorgesse. Dopo qualche tempo,
smetteva anche di mangiare. Mia madre gli è rimasta sempre accanto, anche
se ormai lui non riconosceva più nessuno. E ha fatto lo stesso con i miei due
fratelli che, dopo qualche mese, manifestavano la stessa malattia. Io sono
l’unica a non averla ereditata. La mia malattia era un’altra. Accettare la vita.
Mia madre, sposandosi, aveva sognato di iniziare una nuova meravigliosa
vita. Invece, era iniziato il suo inferno. Nonostante tutto quello strazio, lei
aveva mantenuto leggero il suo cuore. Qualsiasi cosa, dunque, ci riservi la
vita, noi abbiamo sempre le risorse per superare tutto. Ora, Lilia, dimmi
qualcosa tu.
– Penso che, per superare davvero una malattia, devi prima comprendere
quanto ti sia stata utile. Se comprendi che, in realtà, lei è venuta per aiutarti,
allora guarisci e la vita si trasforma. Riscopri quant’è meravigliosa. Capisci
che persino lavarsi i denti può essere un’azione gioiosa. E comprendi che
vale la pena vivere anche solo un istante se, in quell’istante, puoi
abbracciare qualcuno che ami e che ti ama. Stella, io non so più cosa sia
reale e cosa no. – sussurrava Lilia – Ho fatto un incubo. E un altro ancora.
Forse, non sono neanche sogni quelli che ho vissuto, ma realtà. Penso di
essere una strega, capisci? E ho anche dei poteri magici, capisci? Ho
sognato i miei genitori morti. Lo so che i miei genitori sono morti ma, nel
sogno, mio padre non era un ristoratore, ma un poliziotto. Un undercover.
Mio padre un agente sotto copertura, capisci? Faccio proprio schifo. Per
giustificare quello che è successo al ristorante, per colpa mia, mi lascio
trasportare dalla mente in queste oscene fantasie. La cosa peggiore è che ho
sognato Rosa. Non era più con me. Era scomparsa. Ma ti rendi conto?
– Lilia cara, – diceva Stella – forse è giunto il momento che tu accetti la
verità. Vuoi davvero sapere cosa sia reale e cosa no?
Lilia, con una fermezza che non aveva mai dimostrato, scuoteva il capo in
un segno chiarissimo di assenso.
– Lo sanno tutti, Lilia, – riprendeva Stella – che da quando sei tornata
dalla Francia hai fatto finta di essere anche Rosa. Di Rosa non si hanno più
notizie dal giorno in cui tentarono di rapirla. Non si sa se sia morta
nell’esplosione o nello schianto che ne è seguito. Tu sai che il suo corpo
non è mai stato trovato. Esattamente come quello di Mimmo. Hai voluto far
scrivere sulla lapide che lì sono sepolti lei e tuo fratello, ma tutti sanno che
lì sotto non c’è nessuno. E in fondo chi può sapere dove sono i nostri morti?
– Perché tutti mi dite che Mimmo era nostro fratello? Io non lo ricordo.
Ho come l’impressione che il giorno dell’incidente fosse il primo in cui lo
vedevo.
– Tutti chi? Vedrai che la memoria ti tornerà.
– Lascia perdere. Dimmi tutto quello che sai su Mimmo.
– Per ora posso dirti solo che era figlio di tuo padre, che ha scoperto della
sua esistenza soltanto quando Mimmo aveva otto anni. Sua madre ha fatto
in modo che si integrasse piano piano nella vostra famiglia, prima di
rivelare la verità.
– Continua a raccontarmi del giorno dell’incidente. Sembra quasi che tu
lo abbia visto da come ne parli.
– Tua madre è stata ritrovata a molti metri di distanza rispetto
all’esplosione. Tuo padre è stato trovato appeso a un albero di noce.
– Se quello che dici fosse vero, allora, dimmi, chi era quella con cui ho
parlato, che mi ha abbracciato? Quella era Rosa! L’hai vista anche tu, non
puoi negarlo!
– Vedere una persona non significa che questa stia vivendo sulla Terra, in
questa dimensione. Tu sei sicura che quella che vedevi era Rosa? Hai mai
osservato i suoi denti? Quella Rosa con cui parlavi eri tu. Un tuo doppio,
una tua creazione. Tu non sei di questo mondo. La tua energia è così potente
che puoi anche far apparire chi non c’è più e farla sembrare quasi reale. È
ora che tu sappia tutta la verità. A volte, ho pensato che tu fingessi di non
conoscerla. Oggi, invece, so che hai rimosso il passato per sopportare il
dolore. Ascoltami. Dopo la devastazione del ristorante e l’incendio, tu e
Rosa siete scomparse. Dovevate morire tutti.
– Perché? Raccontami. – implorava Lilia.
– Una notte, quelli a cui tuo padre dava la caccia, entrarono in casa vostra
e sostituirono la Ferrari in miniatura di Rosa con un ordigno esplosivo.
Calcolarono male i tempi, però, o qualcosa andò storto. La macchinina da
collezione esplose quando portarono via Rosa. Non fu colpa tua. Tu non hai
niente a che fare con quello che è accaduto. Rapirono soltanto te. Da quel
giorno, nessuno sa che fine abbia fatto Rosa. Scomparsa nel nulla. Dopo
due anni, invece, tu tornasti.
– Perché ti fermi? Continua, continua! – insisteva Lilia.
– Un giorno, sei riapparsa dal nulla, da sola, per strada, barcollando,
scalza e terrorizzata. Nessuno sa dove e con chi tu sia stata. Dei passanti ti
hanno soccorso e portato in Questura. Ti hanno subito identificato. Poi, per
tre anni, hai vissuto con tua zia, in Francia, nascosta. Non parlavi più. Non
hai più parlato finché, un giorno, hai scritto una lettera a tua zia e sei partita.
Avevi diciotto anni. Sei tornata a Trieste. Da allora, sei stata sempre Lilia e
Rosa. Hai vissuto con un fantasma. E forse anche un po’ da fantasma, da
mezza morta. Hai dato forma alla persona che amavi di più per sentirti
meno sola e meno in colpa. Hai commesso un errore, però.
– Quale errore avrei commesso?
– Vedi, io non sono sempre stata una psichiatra. Prima lavoravo in
polizia. Poi, in seguito a un brutto incidente, terminavo i miei studi in
medicina, specializzandomi in psichiatria. Poi, sono tornata a lavorare con
la polizia, ma solo come consulente. Sono stata incaricata di occuparmi di te
per scoprire la verità, ma forse non esiste alcuna verità da scoprire. Forse tu
hai davvero rimosso tutto. La sola verità è che io non sono la sorella di
Luca.
– Anche Luca sa tutto?
– Certo. Lui sa anche più di me. Per questo ti è stato lontano per tanti
anni. Ti ha dato una grande dimostrazione d’amore: ti ha lasciato tutto il
tempo di cui avevi bisogno.
– Ma non è vero! Era lui che non stava bene. Era confuso.
– Forse anche questo è vero, ma ci sono altre ragioni ancora. Ti ricordi di
Alessandro, il poliziotto? Non puoi continuare a far finta che lui non sia mai
esistito. Perché lo hai rimosso? Non riesco a capire perché tu abbia delle
amnesie e, altre volte, invece, ricordi cose che probabilmente non sono mai
accadute. Tu fingevi alla perfezione di essere Rosa. Chiunque, osservandoti,
avrebbe creduto che Rosa fosse viva. Sei stata solo tu, però, a renderla tale.
Hai fatto resuscitare Rosa, perché ovviamente ti è facile fare finta di essere
lei: siete sempre state identiche, se escludiamo gli incisivi centrali e la
cicatrice. Dettagli, però, difficili da notare. Non capisco perché tu abbia
cancellato Alessandro, che è stato il tuo primo ragazzo. Eppure lo hai
amato. Così almeno ci ha raccontato lui. Alessandro ti ha conosciuto che
avevi diciannove anni. Vi siete incontrati in biblioteca. Lui ti ha lasciato
quando è stato costretto a trasferirsi a Torino. Lì, ha conosciuto Luca. E
sono diventati inseparabili. Alessandro ha parlato molto di te a Luca.
Quando è venuto a sapere della vostra storia, non l’ha presa per niente bene.
Per lui era inconcepibile che la sua ex, l’unica donna che aveva mai amato,
avesse una storia con il suo migliore amico. Luca, però, se ne infischiava.
Sosteneva che nessun amico, per quanto umanamente geloso, può mai
volere l’infelicità delle persone che ama. Luca era certo che Alessandro,
prima o poi, avrebbe accettato la vostra storia. Sei stata tu…
– Basta! – gridava Lilia interrompendo Stella – Ora verrai a dirmi che i
fatti accadono in sintonia con quello che noi desideriamo nell’intimo.
Dovrei credere che tutto dipenda dal nostro volere profondo. Dovrei
convincermi che Luca mi ha lasciato perché lo volevo io o per il mio bene.
La verità è che nessuno sa niente. Nessuno sa come e perché capitino
determinati eventi e perché accadano a uno piuttosto che a un altro. Dimmi,
ho scelto io la mia vita, magari prima di nascere? Allora sono proprio un
mostro o una pazza o diventerò un’illuminata o un’entità con tutto questo
dolore?
– Vedi che cominci a ricordare? Tu, Lilia, sei molto di più di quello che
pensi e lo sai, se nomini le entità.
Lilia rimaneva immobile a fissare Stella, pensando che, per la prima volta
nella sua vita, stava riuscendo a manifestare i suoi pensieri.
– Ascoltami, lasciami finire. – continuava Stella – Alessandro non voleva
che tu stessi con Luca, perché aveva già intuito chi fosse in realtà, anche se
nessuno gli credeva. La polizia ha scoperto la verità soltanto ieri, grazie
all’esame del DNA. E proprio ieri sera Luca è stato arrestato. Come hai
fatto a stare con lui senza mai chiedergli della sua famiglia? Non sapevi
praticamente nulla di lui.
– Non lo so come ho fatto. L’ho fatto e basta. – rispondeva Lilia.
– Già da questo avresti dovuto capire che non era amore. Chi ama vuole
sapere tutto dell’altro.
– E chi lo ha detto? Continui? Grazie. – chiedeva Lilia, ironica e
spazientita.
– Luca era figlio di uno dei più grandi e pericolosi delinquenti mai
esistiti, altro che un semplice boss. Il padre di Luca era un uomo
terribilmente intelligente e crudele, l’incarnazione del male. Tuo padre stava
indagando proprio su di lui e la sua famiglia. All’inizio, Luca si era ribellato
alla sua famiglia, trasferendosi a Torino per studiare lettere. Poi, nessuno sa
cosa sia successo, ma Luca ha cambiato idea. Forse, il metodo mafioso si
era già distillato nelle sue vene.
– Io non credo che il patrimonio genetico sia più forte della nostra vera
natura. – la interrompeva Lilia, stupendosi ancora di se stessa – E poi cosa
significa esattamente metodo mafioso?
– Quel modo di agire subdolo, fondato sulla paura, che elimina ogni
meritocrazia e che si ritrova in quasi tutti i settori del nostro Paese, perché
può riguardare chiunque. Metodo mafioso significa anche essere assetati di
potere e Luca lo era ma, avendo una testa rara, di gran lunga superiore alla
media, forse anche più di suo padre, lo dissimulava, fingendo di avere un
animo sensibile. Mantenere il mistero su un qualche lato di sé non aumenta
solo il fascino, ma anche il potere, perché si genera un’attrazione oscura e
fortissima, che calamita moltissime persone. Quante volte Luca ti ha
mandato via? Quante volte ti ha parlato di demoni o problemi suoi interiori
e cose simili? Erano tutte balle. Storie finte ben architettate, perché tu non
intralciassi i suoi appuntamenti, i suoi incontri, i suoi affari. In realtà, Luca
è sempre stato un traditore. Ha tradito tutto e tutti. Luca non è mai stato
come appariva. Prima ha denunciato suo padre e molte altre persone. È stata
proprio la sua denuncia ad avviare le indagini di tuo padre. E, mentre tutti
erano presi a indagare su quelle persone che lui aveva denunciato, Luca si
prendeva il vero potere, quello economico, che controlla ogni ambito della
vita umana. Il suo obiettivo, infatti, è sempre stato quello di diventare il
nuovo capo. Sapeva come manovrare gli uomini e sapeva attribuire a
ciascuno il ruolo più adatto. Dopo l’arresto del padre di Luca, la cerchia
ristretta di uomini a capo del clan, disposti a tutto pur di comandare,
pretendeva da Luca la prova di fedeltà, prima di eleggerlo capo delle
Ombre. Questo era il nome scelto dal padre di Luca per indicare gli
appartenenti a quel sodalizio criminale. La prova di fedeltà consisteva nel
partecipare al sequestro tuo e di tua sorella. Luca era nell’auto che avrebbe
dovuto sequestrarvi entrambe. Nessuno sa dire come e perché, ma
quell’autovettura saltava in aria qualche ora prima del sequestro. L’autista
moriva e tutti pensavano che anche Luca avesse fatto la stessa fine.
Nessuno sa come abbia fatto a salvarsi. Neppure un supereroe, da solo, ci
sarebbe riuscito. Ma la tua storia è tutta costellata di cose impossibili da
credere. Dopo quell’incidente, Luca cambiava identità e in parte anche i
suoi connotati, conducendo una vita nuova, tranquilla, fino a ieri. Ho sentito
dire che qualcuno ha consegnato alla polizia le prove della colpevolezza di
Luca e che siano state proprio quelle a incastrarlo. Se parli con il poliziotto
del corpo di guardia, dirà anche a te che è arrivata una bella donna
anoressica, con un tizio che non parlava mai, a portare un pacco pieno
zeppo di registrazioni audio-video. Sarebbero state proprio quelle
registrazioni a incastrare Luca. Il collega, però, è rimasto scioccato perché
sostiene che quella donna, che a lui sembrava in carne e ossa, più in ossa
che altro, è scomparsa, così come l’uomo che era con lei. Scomparsi,
capisci? Come due ologrammi.
– Beh, la vita è tutta un ologramma, no? – la interrompeva di nuovo Lilia.
– E io, quindi, da chi sarei stata rapita?
– Non si sa neppure questo. Ancora non si sa.
Lilia fissava incredula gli occhi di Stella, pensando che a portare le prove
erano stati Alice e Alex. Hanno capito come usare la bilocazione, diceva tra
sé, ma riescono a farlo soltanto come ologrammi ancora. Come faccio a
conoscerli e a sapere anche i loro nomi? Perché li ho conosciuti nella
dimensione del sogno. Ora inizio a ricordare tutto, notava Lilia sorridendo
in silenzio.
– Lilia? – la chiamava Stella, sfiorandole un braccio – mi senti?
– Perché mi dici queste cose solo oggi? Rosa allora non è scomparsa per
colpa mia? – domandava Lilia – Perché per tanti anni avete accettato il mio
comportamento?
– Dicono che ci sia un tempo per tutto, giusto? Non eri pronta e, forse,
non lo ero neppure io. E, poi, ora, è giusto che qualcuno ti rassicuri. Lilia,
anche se sei afflitta da tante gravi malattie sconosciute, non stai affatto
morendo. Semplicemente il tuo corpo fatica ad adattarsi alla Terra e ricorda,
più di un corpo terrestre, tutte le sofferenze patite. Tra poco, ti guarirai da
sola. La guarigione è sempre un fatto personale. Se la gente lo sapesse,
riuscirebbe a rifiorire dopo qualsiasi trauma. E poi, tu non sei pazza. E non
sei neanche un mostro. Devi solo accettare il passato e andare avanti. Devi
diventare quello che sei. Non credi che sia ora di smetterla con tutte le tue
deliranti fissazioni? Certo, hai ancora diverse cosette da risolvere, ma puoi
farcela! – esclamava Stella con tono scanzonato.
Lilia restava in silenzio un paio di minuti, prima di riprendere a parlare.
– Sono sicura di averti già conosciuto, ma non qui, come Stella. Tu chi sei
veramente?
– Tu lo sai chi sei veramente? Nessuno è ciò che sembra. – ribatteva
Stella, temendo che Lilia potesse capire che lei non era che una parte di
Nadia.
– Dimmi almeno come avete scoperto tutte queste cose di Luca. Come
faccio a sapere se sono vere?
– Puoi andare a trovarlo in carcere. Chi sia stato a incastrarlo e come lo
scoprirai tu, credo.
– Io? – domandava incredula Lilia – Io? E come faccio io? Se proprio io
mi sono lasciata ingannare da lui. Dimmi tutta la verità, ti prego. Tu la
conosci.
– Io non conosco tutta la verità. Posso dirti solo di fidarti di me, di portare
pazienza e, soprattutto, di pensare a te! Lo sai che se tu non stai bene e non
sei felice, non puoi rendere felice nessun altro? E, se non lo fai, il tuo vivere
non avrà avuto alcun senso. Lilia cara, non puoi vivere rinchiusa,
mischiando ricordi e fantasie.
– Come fai a leggermi dentro? – chiedeva Lilia sobbalzando.
– Tutto è chiaro per chi sa vedere. E presto lo sarà anche per te. Ti
ricorderai che non sei una semplice strega, ma la più brava di tutte. Quelle
pochissime cose che io so fare, me le hai insegnate tu, tante, troppe vite fa.
E comunque, non serve avere poteri soprannaturali per capire certe cose.
Basta non sottovalutarsi, conoscersi un po’ e far funzionare tutte le rotelle
della propria testa. Soprattutto la rotella unica, quella che ci differenzia da
tutti gli altri. Hai dimenticato che tu sei la ragazza con la rotella in più? Lo
dicevano tutti.
– Tutti chi? Io ho sempre pensato di averne una in meno. E non ho mai
sentito nessuno chiamarmi così. A me basterebbe essere ancora ragazza,
perché vivrei la vita in modo diverso. La vivrei, quanto meno.
– Tu non vuoi ricordare quel tempo. Se lasci andare il passato, tornerai in
te. Ognuno ha un posto segreto, in cui sistema i fatti e le emozioni che ha
vissuto e, ricordandoli, li rivive, facendo così in modo che non passino mai.
Per vivere davvero, bisogna respirare per strada, all’aria aperta e non
soltanto nella caverna del proprio passato. Le esperienze devono nutrirti,
non possono essere sbarre di ferro al domani. Non si può vivere senza
memoria, ma neanche vivere nella memoria. Bisogna ricordare, ma solo per
superare gli spettri del passato, non per rinchiudersi in casa con loro.
– Ricordare serve solo ad ammalarsi e a non far passare mai il passato. –
esclamava Lilia.
– Non è così, – la interrompeva Stella – senza consapevolezza e, dunque,
senza ricordo, non puoi liberarti. Le sbarre della tua cella di spettri sono le
ombre del tuo passato. Guardandole in faccia, saprai come evadere. Lo
capisci che hai vissuto alla rovescia? Tu dovevi essere libera e tenere le
ombre in catene per studiarle, per accettarle e per lasciare che si
spegnessero piano piano nell’isolamento. Hai permesso, invece, che
succedesse il contrario. L’unica realtà possibile per te è stata una prigione di
ombre. Solo ciò che non si affronta sembra invincibile. Per tornare alla luce,
devi ricordare tutto. Devi avere coraggio. Una vita senza coraggio è una vita
sprecata. La maggior parte delle persone nutre le proprie ombre, lasciandosi
dominare da loro. Tu vuoi continuare a essere una schiava?
– Si rassegna alla schiavitù – diceva Lilia – solo chi non può aspirare alla
libertà. Io mi sono sempre sentita una condannata all’ergastolo. Una
diversa, divorata dai sensi di colpa per il fatto di essere ancora in vita. Come
se io fossi stata ingiustamente premiata. Pensare di vivere come tutti mi
sembrava impossibile. Anche adesso, mi chiedo come potrò vivere senza
Rosa. Lo so che raccontarsi il passato è già trasfigurarlo. E so anche che la
mia memoria non ricordava tutti gli eventi. Sarà stato lo shock, come dici
tu, non lo so. Ho come la sensazione, però, che non sia stata una semplice
amnesia. A volte, mi sembra che in tanti sapessero già quello che sarebbe
accaduto. E non parlo solo di me e della mia sensazione che qualcuno
volesse uccidermi. Tutto quello che è successo nel mondo, nell’ultimo
secolo, corrisponde a quanto prefigurato da alcuni uomini potenti. E non mi
riferisco solo a visionari e artisti, ma anche a imprenditori tra i più ricchi al
mondo. Come se tutto fosse già previsto, all’interno di un piano di sterminio
globale, che va avanti da troppo tempo. Se fosse vero che gli uomini più
potenti del pianeta, per garantirsi sempre più benessere, stanno lavorando
per dimezzare la popolazione mondiale, io li fermerò. E chi ha causato tutta
l’oppressione e l’ingiustizia degli ultimi anni, pagherà. Chi combatte contro
falsificazioni e omertà? La rivoluzione richiede coraggio e intelligenza, al
pari di quella libertà a cui in troppi hanno rinunciato.
– Tu non puoi vivere come tutti gli altri, – sentenziava Stella – anche
perché non ne saresti capace. Tu sei davvero una persona fuori dal comune,
ma hai bisogno di vivere in mezzo agli altri, come gli altri hanno bisogno di
te. Abbiamo tutti bisogno degli altri, come abbiamo bisogno di essere noi
stessi. Non hai mai sentito dire che il più grande gesto di altruismo è
pensare a sé? Se non stai bene tu, non farai stare bene nessuno intorno a te.
Trasmetti ciò che sei, non quello che vorresti. Devi smetterla di vivere come
se fossi morta o matta. Adesso sei pronta per cambiare la tua vita, perché
finalmente hai fatto qualcosa di nuovo rispetto al solito. Il cambiamento ti
ha salvato. Sei uscita dalla tua prigione, perché hai smesso di concentrare
tutte le tue energie sul passato e sulle tue congetture. Hai vissuto. Ti sei
lasciata andare. Hai rischiato. Solo chi ha il coraggio di cambiare vita, di
agire in modo diverso rispetto al giorno prima, può andare incontro alla
felicità. E tu hai iniziato cambiando punto di vista. Hai smesso di
considerarti un mostro e una persona sbagliata. Hai appreso dal dolore; ti
sei spogliata di tutte le tue etichette e questo ti ha permesso di uscire dal tuo
passato che, per la prima volta, è stato libero di passare.
– E non so se hai notato che, per la prima volta, ho chiesto aiuto a
qualcuno. – la interrompeva Lilia.
– L’ho notato. Solo le persone intelligenti sanno chiedere aiuto, perché
sono umili.
– Mi puoi dire qualcos’altro di Mimmo?
– Solo se non pensi che io ti stia parlando per risolvere i problemi. –
rispondeva Stella per nascondere la preoccupazione che Lilia potesse capire
che Mimmo era davanti a lei.
– Lo so. Lo so che i problemi non si risolvono parlando. I problemi si
superano. Il modo per riuscirci lo sceglie la vita. Noi dobbiamo solo avere il
desiderio di farlo.
– Vedrai che, presto, capirai quante persone hanno bisogno del tuo aiuto.
– Seh… questo è impossibile.
– Ti porta fuori dall’inferno solo chi l’ha vissuto prima di te. Ti aiuta a
guarire solo chi è stato malato.
– Io temo di restare sempre una folle, sola, evasa e impunita.
– Non cambierai mai, eh?
– Ma sono già cambiata, non vedi che dico quello che penso? Una vera
sovversiva. – diceva Lilia ridendo.
– Lo vedo e ne sono felice. Di sicuro sarai sempre unica.
– Unica? Non credo proprio.
– Tu sei unica. Se vuoi essere pignola, non puoi neppure definirti evasa,
tanto meno impunita, dopo tutto quello che hai passato o che ti sei inflitta.
La verità è venuta a te non appena hai iniziato a cambiare. Il cambiamento è
vita. Se avessi replicato i tuoi giorni in serie, vivresti ancora nella
dimensione coatta. Vivresti da morta, come la maggior parte della gente.
– Credo che sia stata tu a portarmi fuori dalla dimensione coatta.
– No. Ti sbagli. Avrei dovuto farlo, ma…
– Non fare la modesta. Detesto il vanto esibizionista della falsa modestia.
Quello di chi si sminuisce per farsi elogiare dagli altri. E poi, sei stata
proprio tu a farmi capire che il peggior carcere, forse il solo insopportabile e
reale, è quello costruito da noi stessi, che abita in noi e in cui noi stessi ci
siamo rinchiusi. Uno può vivere in una cella di sicurezza e starci bene, se si
convince che il suo sacrificio serve a salvare il mondo o comunque a
qualcosa. Se abbiamo un senso, tutto è sopportabile. Giusto, no? La nostra
mente crea i nostri stati d’animo. Com’è che mi hai detto una volta? Anche
il cibo è fondamentale per l’equilibrio mentale. Mi avevano molto colpito,
sai, quelle parole, tanto che ho studiato le connessioni tra cervello e
alimentazione. Te ne sarai accorta perché ho iniziato a cucinare dolci.
– Ma non li cucinavi perché mi amavi e io adoro i dolci? – chiedeva
Stella sorridendo.
– Io ti amerò sempre. Si può amare qualcuno anche senza fare sesso. Il
nostro è un amore spirituale. Anche se non so chi sei e forse non lo saprò
mai, io sento di conoscerti. A dire il vero, ho cominciato a cucinare dolci,
perché sentivo qualcosa cambiare dentro di me.
– Cosa?
– Non lo so. Forse, mi ero concessa un’ora d’aria? È stato terribile, però,
perché ogni cosa fuori dal mio mondo mi riportava frammenti del mio
passato. Per la paura tornavo a rifugiarmi in fretta nella mia cella e le mie
idee si confondevano, si sovrapponevano. Tutto mi sfuggiva e non capivo
più niente. Poi, quando ho incontrato Matavy, tutto è peggiorato.
– Chi è Matavy?
– Ma come? – chiedeva Lilia sbigottita – Tu eri con me. Matavy è
l’essere più crudele che esista. Più di Lamòn e Corsèt messi insieme.
– Lilia, per favore, non ricominciare. Io non conosco nessun Matavy. –
diceva in modo perentorio Stella.
Ok. – rispondeva Lilia, restando convinta in cuor suo del contrario. Per la
prima volta, si rendeva conto del motivo per cui, in segreto, aveva odiato
tutti gli appartenenti al genere maschile. Uno di loro mi ha ferito a morte e
io ho giurato di non perdonarlo. Se lo perdonassi, il mio rapporto con i
maschi cambierebbe. Ma cosa mi ha fatto esattamente quell’uomo? E chi
era? All’improvviso notava che Stella la stava fissando con preoccupazione
e allora riprendeva a parlare. – Per una volta, prepari tu la colazione? – le
chiedeva.
Stella annuiva.
– Prima, però, dimmi due cose. Che errore avrei commesso?
– Hai creato una Rosa del tutto identica a te fisicamente.
– Noi siamo sempre state identiche. Da bambine ci riconoscevano, solo se
noi lo volevamo.
– Identiche, tranne che per gli incisivi e la cicatrice. Luca è stato il primo
ad accorgersene.
– Mmh… – mugugnava Lilia pensierosa, prima di chiedere: – E di
Mimmo non mi parli?
– In un altro momento. Il tempo è molto relativo e tu questo dovresti
saperlo bene.
– Sì, infatti mi chiedo come tu abbia potuto sopportarmi per così tanto
tempo.
– Non è stato affatto difficile. – replicava Stella, pensando come poter
sviare quell’argomento. Aveva la sensazione che Lilia stesse iniziando a
intuire qualcosa. – E poi tu sei la sola che può fermare i reati relazionali. –
esclamava Stella, facendosi i complimenti per quell’idea.
– Cosa?
– I reati relazionali. – ripeteva Stella, mentre si sedeva per terra,
appoggiando le spalle contro il letto di Rosa. – Forza, dimmelo tu cosa sono
i reati relazionali. Tu lo sai meglio di chiunque altro. – Lilia la guardava
sbigottita per qualche istante e poi iniziava a parlare, stupendosi, ancora una
volta, delle sue parole, che le sembravano provenire da un’altra persona,
ancora prigioniera dentro di lei.
– I reati relazionali credo siano armi improprie. Relazioni in cui ci si
ferisce reciprocamente in continuazione. Relazioni che tutti, almeno una
volta nella vita, abbiamo vissuto. Relazioni che privano, anzi deprivano
l’essere umano della possibilità di realizzare una delle sue pulsioni
necessarie, quella di esprimere la propria natura e di poter dunque essere
felice.
– Spiegati un po’ meglio. – la incalzava Stella.
– Allora, ognuno di noi ha la propria visione della vita e dunque una sua
certa idea di felicità. Per qualcuno la felicità consiste nel dare un senso al
proprio operato, per altri nell’avere uno scopo e, a questo proposito, voglio
ricordare un proverbio tibetano che dice “se hai un obiettivo, anche il
deserto diventa una strada”. Per altri ancora la felicità consiste nell’avere
una fede religiosa, per altri nell’avere e basta. Per me, invece, è diverso. Per
me e tutti coloro che, come me, si sentono figli della cultura greco classica,
che amo moltissimo, perché i greci hanno inventato tutto ciò che ritengo
indispensabile per vivere, come per esempio il concetto di anima, inventato
da Platone; la filosofia, che è un po’ la madre della psicanalisi, non a caso
Freud ne attribuiva la paternità a Schopenauer. Filosofia e psicanalisi che
per me rappresentano rispettivamente l’arte di saper pensare con la propria
testa e quella di saper esprimere la propria psiche, la propria anima,
l’interiorità. E non è un caso che nel mondo si stia tentando di abolire
entrambe. Nietzsche diceva che i greci erano il popolo più forte, perché
avevano avuto il coraggio di guardare in faccia il dolore. Poi i greci
conoscevano benissimo l’importanza del canto e della musica; hanno
inventato la mitologia, l’architettura, la scultura, la matematica, la fisica, la
medicina e, tra le tante altre cose, i greci sono stati i primi a sostenere che la
felicità è un diritto per tutti gli uomini. Il primo a sostenerlo è stato
Aristotele. I greci, che conoscevano bene l’importanza delle parole, hanno
racchiuso nel termine felicità il senso della felicità stessa. L’eudaimonia, la
felicità, per i greci era la buona realizzazione del proprio demone. Per i
greci, dunque, sei felice solo quando esprimi il tuo daimon, il tuo demone
appunto e, cioè, la tua passione, il tuo talento; la tua follia, per dirla in
termini platonici o junghiani, quella che i cristiani chiamerebbero vocazione
e gli psicanalisti desiderio. Per conoscere qual è il proprio daimon, è
necessario prima conoscere se stessi. Questa è la celeberrima frase
pronunciata dall’oracolo di Delfi, poi diventata una sorta di moto socratico,
almeno per quanto ci racconta Platone. Si tratta di una frase che ha
molteplici significati, ma quello che mi interessa sottolineare ora è che, per
conoscere se stessi, i greci ritenevano che ci fosse un’unica via possibile.
Quella che ci racconta Platone nel Simposio. Nel Simposio, che è uno dei
dialoghi più famosi di Platone, si parla d’amore e a un certo punto Platone
fa raccontare al commediografo Aristofane com’erano fatti un tempo gli
uomini. Esseri perfetti che vivevano felici; composti da quattro braccia,
quattro gambe e due teste, uniti per il petto. Potevano essere di tre generi:
maschio con femmina, ma anche femmina con femmina e maschio con
maschio, perché i greci non avevano le nostre limitazioni mentali e
culturali. Questi uomini perfetti erano così potenti da far paura agli dei. Al
punto che Zeus decise di separarli con un fulmine. Da quel giorno, gli esseri
umani, i mortali, come li chiamerebbero i greci, trascorrono la propria
esistenza alla ricerca dell’altro. Non si tratta, però, come spesso
impropriamente si sente dire, della ricerca della propria metà, dell’altro
inteso come mezza mela, ma di uno intero. Questa ricerca è necessaria
perché solo così ciascuno può tornare a essere completo e la completezza,
l’unità per i greci, era composta da due esseri uniti. Per i greci io sono io
soltanto se trovo l’altra parte di me. Ecco, allora, cosa ci consente di
conoscere noi stessi, solo la relazione con l’altro. Entrare in relazione con
l’altro e, soprattutto, con quel particolare altro che è l’amato, ci permette di
conoscerci e di diventare autentici. Il modo, quindi, per scoprire la nostra
unicità è solo quello di entrare in relazione con l’altro.
– Bravissima. Stringi ora e concludi.
– Tantissima letteratura e cinematografia, spesso, hanno parlato
dell’amore come di quel sentimento che ti fa venire voglia di diventare una
persona migliore. In che senso migliore? Noi sentiamo una forza
irresistibile che ci spinge a diventare il meglio di quello che siamo. La
relazione con l’altro ispira il nostro daimon, perché quel certo non so che
dell’altro, che è poi la non ragione principale per cui amiamo proprio e solo
una certa persona, ispira il nostro daimon. Gli scienziati direbbero che
entrano in funzione i neuroni a specchio ma, senza scomodare la scienza,
tutti dovremmo intuire che è l’unicità dell’altro a farci venire voglia di
scoprire la nostra ed esprimerla, per restituire all’amato lo stupore che ci ha
regalato. E per stupore intendo il mondo nuovo che l’amato ci consegna.
Quando ami, infatti, niente vale di più. Se noi riuscissimo a capire che
possiamo essere noi stessi, esprimendo la nostra unicità, soltanto grazie
all’incontro con l’altro, smetteremo di vederlo come un ostacolo, una
stampella o un essere con cui entrare in competizione, a seconda dei casi.
L’altro, invece, rappresenta una risorsa, la nostra unica possibilità per poter
essere felici. Il viaggio che ciascuno di noi deve fare, allora, è quello per
diventare se stesso e per compiere quest’impresa abbiamo bisogno
dell’altro. Se qualcuno ti priva della relazione autentica con l’altro, quindi,
sta compiendo un’opera di devastazione e di scollamento da te stesso.
Questo dovrebbe essere uno dei crimini peggiori per tutte le società. Le
relazioni difficili, i reati relazionali, portano alla nostra implosione e dunque
all’autodistruzione. E se qualcuno pensa che i greci sbagliassero e che
questa sia soltanto una bella favola, lo invito a pensare a cosa succede
quando un bambino non si sente amato dai genitori, da cui ha un’assoluta
dipendenza e questa è la prima relazione fondamentale che incontriamo nel
corso della nostra vita.
– Basta così per ora. Un’altra volta mi esporrai quali sono le motivazioni
per cui gli altri sono indispensabili e, di conseguenza, perché le relazioni
difficili sarebbero uno dei crimini peggiori. Ora vado a preparare la
colazione. – chiudeva Stella, uscendo dalla camera.
Preparava la colazione come avrebbe fatto Lilia che, dopo pochi istanti,
appariva davanti ai fornelli.
– Rosa, mi vuoi bene? – diceva Lilia rivolgendosi a Stella.
– Certo, sempre, ma devi tagliarti un po’ i capelli. – rispondeva Stella
voltandosi e sorridendo.
– Hai ragione. Me lo dici sempre Rosa, anche nei sogni. Ma tu chi sei
veramente?
– Che importa? Non potevo lasciarti sola. Ci sono persone che sono
fondamentali per noi in alcune fasi della nostra vita, ma poi scompaiono.
Ora che non hai più bisogno di me, io me ne andrò. Penserai che ti ho
abbandonato ma, invece, io sarò sempre con te, solo in un altro modo. Sai
Lilia, hai ragione, certe cose non si possono spiegare né raccontare, solo
leggere negli occhi. Certe cose si sentono e basta. Tu volevi conoscere la
verità e io ti ho dato quella giusta per te, quel pezzo che volevi e ti serviva.
Ora è ora che tu vada, senza di me. Non hai più bisogno del mio aiuto. Ora
so che non tenterai più di ucciderti.
– Non potevo sopportare l’idea di perdere anche te.
– Eppure il grande amore della tua vita lo hai lasciato andare.
– Non ho voglia di parlarne. E poi non eri tu che dicevi niente si perde
mai?
– Hai capito perché non sei mai riuscita a riconoscere Rosa?
– Credo di sì. Quando muori e hai il cuore puro, entri nella dimensione
dell’amore, della gratitudine e della gioia. Vivi in un piano molto alto. Al
contrario, invece, chi non conosce le regole di questa vita, sprofonda nella
disperazione più totale e, dunque, non riesce a sentire i suoi cari, perché
fluttuano in dimensioni lontanissime, troppo elevate per essere percepite dai
nostri sensi disperati. Se solo noi riuscissimo a superare in fretta il dolore
della perdita, accettando di stare male per dei nostri limiti terrestri e
riuscissimo a gioire con loro del posto meraviglioso in cui si trovano,
potremmo sentirli e addirittura parlare con loro e percepirne l’amore e la
protezione.
– Hai una vaga idea di quante sembianze abbiano assunto tutte le persone
che hai perso per non farti sentire sola? – diceva Stella, mentre
improvvisava dei passi di danza, gli stessi che Rosa riproponeva sempre.
Lilia sorrideva e si avvicinava per abbracciarla. In quell’abbraccio non
pensava a nulla. Era solo là, a godersi quell’energia, che la stava nutrendo
meglio del suo piatto preferito. Fatto il pieno di gioia e con il cuore leggero
per quella sintonia maestosa, che la faceva sentire connessa con il resto
dell’universo, andava a prepararsi per affrontare un’ultima sfida.
Appena pronta, perlustrava la camera e si accorgeva che, sulla scrivania,
un libro aperto la costringeva ad avvicinarsi. Leggeva: “C’è sempre
qualcosa di sostanziale dietro al disordine. La memoria nello scegliere quel
che deve conservare e quello di cui deve disfarsi, non procede a caso”.
Capiva subito che si trattava del suo amato Soriano.
– Rosa, – gridava – sei stata tu a mettere qui “L’ora senz’ombra”, vero?
Nessuno rispondeva. Nella vita ci affatichiamo perché le cose cambino,
pensava. Ci lamentiamo perché non cambia niente. Poi, un giorno,
all’improvviso, ci svegliamo ed è tutto diverso. Siamo noi a essere
cambiati? Abbiamo scoperto il tesoro dentro di noi? Ma quale tesoro, la
contraddiceva un’altra parte della sua mente! Tu sei solo la schiava del tuo
inconscio! E che senso ha essere il burattino di qualcosa che sta dentro di
noi e ci governa? Qual è il fine? Non è insistendo che realizzerai ciò che
desideri nel profondo. Tu credi di sapere cosa desideri nel profondo ma, per
saperlo, devi conoscerti. La conoscenza è la sola vera arma, perché ti fa
scegliere ciò che è giusto e utile per te, non ciò che desideri ed è solo un
capriccio. Le cose cambiano semplicemente perché smettiamo di
combatterle? Di dare loro importanza? Le veniva in mente la storia del
peccato originale. Per qualcuno si trattava naturalmente di una favola, ma
per qualcun altro era una trovata geniale per spiegare il libero arbitrio.
Forse, filosofeggiava, Dio non voleva che l’uomo mangiasse la mela,
perché la verità non viene mai da fuori. Le cose del mondo non sono buone
o cattive. Io non sono il bene e l’altro non è il male. E poi nessun male è
davvero sempre e solo male. Il peccato nasce dalla presunzione di
giudicare. Purificarsi significa trovare il coraggio di scovare il bene dentro
di noi e realizzarlo. È forse questa la libertà? O è scegliere come reagire agli
eventi che non scegli? Lilia, tranquilla per la consapevolezza dell’inutilità
di ogni risposta, si sdraiava a letto e decideva di riprendere a leggere il
libro, interrotto tanti mesi prima, di Joe Dispenza. Bastavano pochi
paragrafi per convincerla a meditare, come aveva fatto mesi prima,
guarendo dalla febbre.
Era trascorsa un’ora da quando aveva terminato la meditazione e quello
che sentiva dentro era inspiegabile. Per la prima volta, sentiva con tutta se
stessa di essere una strega. Capiva che tutta la sua sofferenza era servita per
farle apprendere più velocemente tutte quelle lezioni che, altrimenti, non
avrebbe mai appreso. Il dolore è un moltiplicatore di vita e un amplificatore
di conoscenze, diceva tra sé. Ti aiuta a comprendere in pochissimo tempo
quello che rischi di non comprendere mai in una vita intera. Ed è un
amplificatore di vita, non solo perché può colpire soltanto le persone vive,
ma perché ti costringe a metterti in movimento e la vita è movimento,
sempre. La vita è cambiamento. Muta per mantenere la sua essenza. Il
dolore ti ingabbia in una corazza ed è con quel peso che devi affrontare il
viaggio. Il tuo corpo non sta bene e lo senti. Ora ti duole lo stomaco, ora il
ginocchio, ora la schiena. Il corpo non mente mai, si sa; porta su di sé tutti i
ricordi del male che ha incontrato. Il corpo si ammala sempre per quello che
l’anima non può sopportare. E cos’è che la tua anima non può sopportare?
Di non fare quello per cui sei nata. Così arriva il dolore, diventa una corazza
che ti imprigiona e ti fa respirare a fatica. Il viaggio che intraprendi è molto
doloroso. Mille volte pensi di non farcela, che non ne valga la pena, che
sarebbe meglio per tutti se tu morissi. Invece prosegui, senza sapere perché,
continuava Lilia tra sé. Quello che conta, quando il dolore è il tuo
compagno di viaggio, non è la meta, ma mantenere la voglia di toglierti la
corazza, di vivere senza quel dolore. Se non perdi quel desiderio, il giorno
in cui incontri l’amore, sei salva. Amore scioglie la corazza e ti viene voglia
di dare dare dare, per tutto quello che il dolore ti ha tolto. E scopri di voler
diventare semplice, il più semplice possibile, per parlare al cuore di tutti.
Capisci che la semplicità ha una complessità da far tremare la terra.
Esattamente come l’amore, che è semplice pur non esistendo al mondo cosa
più complessa. Sono i paradossi del nostro universo. Un giorno, non adesso,
diceva Lilia tra sé, spiegherò a tutti cosa significa questo e perché
l’esperienza terrestre può essere paragonata a un gioco. Giocare non è
quella cosa da bambini, stupida e perdi tempo che certi adulti pensano.
Giocare e ridere sono tra le cose più serie che esistano e sono care a Dio.
Non a quel Dio in cui ho sempre creduto fino a oggi, ma a quello che non
posso pensare, perché – essendo Dio – trascende la mia testa e ogni mio
pensiero. Posso solo sentirlo e chiamarlo Dio o vita o universo o fonte
universale o sorgente e credere in lui.
Decideva di provare le tre tecniche imparate in una notte d’insonnia dalla
donna dai lunghi capelli rossi e truccatissima, con gli occhi e le palpebre
che sembravano essere stati immersi, per giorni, nell’inchiostro nero. Al
termine, si sentiva carica di energia ed era sicura di non essere mai stata
meglio. Poi, come se qualcuno le avesse detto di farlo, sollevava la sua
cicatrice marrone, quella che aveva sulla sacra iliaca destra, come fosse
scotch. Ecco perché per anni sono stata autolesionista, diceva tra sé.
Cercavo questo. Estraeva da sotto l’epidermide un tondino di un metallo
inesistente sulla Terra. Troverò chi mi ha fatto questo e lo ucciderò, giurava
a se stessa. Scoppiava a ridere, notando che la sua cicatrice adesso
somigliava al culo di una scimmia: rosa antico, proprio quel rosa che aveva
sempre detestato. Cercava di tornare seria e di concentrarsi. Appena ci
riusciva, alzava le braccia e, fingendo che fossero diventate due bacchette,
le abbassava e le rialzava, scuotendole velocemente. All’improvviso, come
per magia, dal nulla, bolle di sapone gigantesche uscivano dalle sue braccia.
Le bolle si intersecavano, si superavano, si univano. Ecco, pensava, queste
saranno le nostre navicelle spaziali invisibili, quando non potremo usare le
nuvole, perché magari avremo bisogno che il cielo sia terso o di muoverci
da soli o in spazi ristretti. Ora comprendo il motivo dei miei poteri. E ora so
che devo aiutare i quattro. Credo che sia stato uno di loro ad aiutarmi,
prendendo le sembianze di Stella. Che importanza ha? In fondo era la loro
prima missione, diceva la strega tra sé. Tutti possono sbagliare. Io lo so
bene. Intanto, devo capire dove sono finiti. Li aiuterò e insieme capiremo
anche dov’è finita Rosa. Alla fine, scriverò il libro che ho sempre voluto
scrivere e con quello cambierò la mia vita e quella di moltissime altre
persone. Se non si usano i doni che la vita ci ha dato, la vita se li riprende. E
io non ho molto tempo prima che questo accada. Devo ripetermelo più
spesso. Solo ora comprendo il perché di tutte le mie malattie e degli
incidenti. Erano tutti espedienti della vita per costringermi a scrivere. Mi
offrivano il tempo, ma io per paura lo rifiutavo. Ora basta pensare al
passato. La sovversiva evasa dalla sua prigione di ombre vuole iniziare a
vivere, bofonchiava sorridendo, mentre afferrava un biscotto al cioccolato,
desiderato da anni.
37. Il trasferimento

Lilia camminava verso il cimitero. Era la prima volta che si avvicinava a


quella zona. A pochi passi dall’ingresso, la sua attenzione veniva rapita da
una tomba, che spiccava tra tutte. Era quasi interamente coperta dalle
piante. A causa dell’edera che la soffocava, il nome non era più visibile.
Mentre se ne stava immobile a fissare quella lapide, le veniva in mente un
particolare mai ricordato prima. Quando l’avevano sequestrata, aveva visto
un’automobile schiantarsi contro il muro di un negozio di giocattoli e, poi,
un paio di jeans volare sul parabrezza di quella vettura distrutta. Le veniva
in mente anche quell’unica volta in cui i suoi sequestratori l’avevano fatta
uscire. Quel giorno, aveva visto un ragazzo che vendeva rose e aveva deciso
di chiedergli aiuto. Quando, però, aveva provato a chiamarlo, la sua voce
era stata coperta da quella di una signora che, prendendo una rosa, si era
punta. Il ragazzo, allora, per aiutare la donna, aveva ripreso la rosa,
pungendosi a sua volta. In quel momento, Lilia era stata sovrastata da uno
stillicidio di gocce insanguinate, che precipitavano svelte, formando in poco
tempo una pozzanghera, sempre più grande. Era in quell’istante che
decidevo di architettare la mia fuga, diceva tra sé. Sono tornata qui per
ricordare tutto questo, forse.
Appena decideva di lasciare il cimitero, sentiva una voce provenire da
lontano.
– Il titolo dell’album è “Don’t believe the truth” degli Oasis. – sussurrava
quella voce senza volto.
Lilia era abituata ai messaggi misteriosi della vita e non badava a quella
frase, tra l’altro di un gruppo musicale che non l’aveva mai entusiasmata.
Mentre tornava a casa, percepiva delle sensazioni mai provate prima.
Stava bene, senza alcun motivo e aveva voglia di ringraziare l’invisibile, di
cui avvertiva la presenza. Un invisibile affollato da angeli, entità, spiriti e
creature fantastiche. Sapeva di essere sopravvissuta all’inferno soprattutto
grazie a loro. Supponeva di sentirsi così bene, perché aveva imparato ad
ascoltare quella voce interiore che bisbiglia di continuo, ma è così flebile da
essere quasi sempre sovrastata dal chiacchiericcio mentale. Era proprio
quella voce a sussurrarle di vendere casa. Mai, fino a quel momento, aveva
pensato di poterla lasciare. Ora, invece, in pochi istanti, aveva deciso di
trasferirsi a Torino. Le sarebbe piaciuto avere una piccola casa, con una
grande vetrata, un bel giardino e il camino. Voleva guardare il fuoco che
riduce in cenere tutto. Forse è vero, pensava, che, come sosteneva Jung, si
può guarire anche in un attimo e che ci si ammala sempre, quando non si
diventa quello che si è. Per diventare quello che si è, però, servono gli altri.
Come sapevano bene i greci, senza relazione con l’altro, non esiste scoperta
di sé e senza scoperta di sé non esiste felicità. Io sono guarita perché sono
uscita dal mio isolamento. Ho saputo chiedere aiuto. Ho imparato a fidarmi.
Ho amato. Ho sofferto. Forse questo è vivere: imparare a cogliere la
bellezza di ogni cosa. La bellezza può davvero salvare il mondo, perché si
può trovare dappertutto. Negli occhi di chi non arriva a fine mese, di chi
subisce ingiustizie, di chi è troppo stanco per dire anche solo buonanotte, di
chi scrive poesie e le getta via.
I suoi pensieri erano interrotti da uno dei suoi io, che sentiva sgorgare dal
corpo. Restava estasiata osservando la velocità impressionante con cui
quella parte di lei correva sul prato vicino alla strada. Qualche istante dopo,
percepiva altre parti di lei che schizzavano ovunque. Una iniziava a
piroettare nell’aria. Un’altra volava oltre le nubi. Un’altra ancora saltellava
da un albero all’altro. Lilia sorrideva, assistendo a quello spettacolo. I suoi
pensieri non la tormentavano più, da quando aveva compreso che doveva
solo aspettare che abbandonassero la sua testa. Sono solo aguzzini generati
dal mio passato, diceva tra sé, non parti autentiche di me, che sono altro.
Un venerdì mattina, il giorno seguente alla decisione del trasferimento,
faceva pubblicare l’annuncio di vendita della sua casa. Quello stesso
venerdì pomeriggio, come capita alle vere streghe, aveva già di fronte un
acquirente che, naturalmente, fremeva per acquistare subito e in contanti. In
una settimana, Lilia era pronta per trasferirsi.
Fino a quel giorno, aveva trascorso tutta la sua vita a preoccuparsi degli
altri, a capire perché si vogliono cose che non si realizzano, a essere infelice
e le sembrava incredibile aver invertito la rotta in così poco tempo. Adesso,
sentiva dentro una gioia quieta, che non brama e non aspetta. Niente poteva
più turbarla, perché aveva ritrovato fiducia nella vita. Per stare così bene, le
era bastato iniziare a scegliere quello che le piaceva davvero, nel profondo.
Il difficile, pensava, era stato solo scoprire cosa le piacesse sul serio.
Arrivava a Torino. Durante tutto il tragitto non faceva altro che pensare
alle parole che la vecchia signora dell’albergo “Ninfea” le aveva detto più
di dieci anni prima.
– Le dodici zone di Torino rappresentano i dodici segni zodiacali e, un
giorno, ne saprà di più, quando tornerà e si farà portare subito davanti alla
cancellata di Palazzo Reale. Quel giorno, amerà il sole che sorgerà anche
per lei. Sarà l’alba della sua vita nuova. Tornerà libera, proprio com’era un
tempo, regina amata dal suo sposo e dall’intero paese che l’accolse subito,
nonostante lei fosse la bella che veniva da lontano. Solo quel giorno, si
ricorderà di me e ci rivedremo. – le aveva preannunciato l’anziana signora.
Adesso per Lilia tutto era normale. Non si sentiva più stupita ripensando
a quell’incontro e alla precisione con cui si ricordava ogni singola parola.
Ora sapeva che ricordare le cose al momento giusto è un altro segno del
destino. È un tipo di sincronicità, come sosteneva Jung, pensava. Segni del
destino che siamo sulla strada giusta, quella scelta dalla nostra anima. E
sono così tante quelle sincronicità che non vogliamo vedere. A volte,
persino accendendo il televisore può arrivare una risposta a una domanda, a
cui nessuno aveva saputo rispondere. Le veniva in mente, per esempio che,
anni prima, aveva cercato di sapere come fosse riuscito un certo scrittore a
pubblicare i suoi libri e ad avere tanto successo. Una notte, accendendo il
televisore, cosa che non faceva quasi mai, tanto meno a quell’ora, arrivava
la risposta che cercava.
Appena arrivava in piazza Castello, si accorgeva che la vecchia signora
dell’albergo “Ninfea” era seduta al tavolo di un bar. La stava aspettando.
Lilia si avvicinava quel tanto che bastava per leggere quel bagliore
intermittente negli occhi dell’anziana donna. Ora sapeva che lo scintillio
alternato era il segno delle streghe, usato da milioni di donne, quelle che
erano state arse sul rogo, non solo perché minacciavano il potere detenuto
da pochi uomini, ma perché li terrorizzavano con le loro doti. Erano donne,
infatti, che avevano avuto il coraggio di denunciare l’uomo che le aveva
stuprate; donne che conoscevano bene i mondi invisibili, le entità, gli
angeli, le forze demoniache e come controllarle; donne libere, in grado di
opporsi a qualunque ingiustizia.
Le due donne si salutavano con un cenno del capo all’indietro,
sorridendo. Lilia si sedeva davanti alla signora.
– Quante volte la paura di sbagliare ci impedisce di agire? Quante parole
non pronunciamo per paura? È meglio tacere, dice qualcuno. Perché, mi
domando. Per chi è meglio tacere. Se riusciamo a tradurre in parole le
sensazioni che stiamo vivendo, io penso che si debba avere l’audacia di
essere sinceri e pronunciare quelle parole. Esiste tutto un mondo che non si
può esprimere a voce e allora diciamo quel poco che sa e vuole parlare. –
diceva Lilia tutto d’un fiato.
– Ora ricordi tutto. – sussurrava la vecchia.
– Sì. Forse i ricordi sono riaffiorati a poco a poco, quando mi sei apparsa
nello specchio di casa.
– Hai compreso qual è il segreto per riuscire nella vita?
– Avrei dovuto?
– Nella vita non devi niente. Il segreto per riuscire nella vita è togliere
l’importanza alle cose che ami. Non devi tenerci troppo. In questo modo
andrai fortissimo. Se insegui i tuoi sogni, li perderai. L’aspettativa soffoca il
talento. Ma dimmi, stai ancora con Luca? O finalmente hai capito chi era? –
domandava la vecchia.
– Ora conosco quell’uomo che, in poche ore, mi aveva conquistato. Non
saprò mai tutti i motivi per cui mi aveva colpito, ma ora so che mi serviva.
Tutto serve sempre, vero? Niente è inutile nella vita. Forse mi ero
innamorata di lui, perché mi somigliava. Come me, offriva al mondo
un’immagine di sé che non corrispondeva alla sua parte più vera. Pensavo
fosse giusto tenere al sicuro la propria parte più profonda. Luca era
intelligente, oltre che sensibile. Sapeva bene che la maggior parte delle
persone non avrebbe compreso la sua anima. Anzi, lo avrebbe fatto a pezzi
per la sua diversità. Ciò che lo rendeva diverso da tutti, infatti, non era tanto
la stranezza del suo comportamento. Quello era solo una conseguenza del
suo essere bipolare o schizoide, forse esattamente com’ero io: due persone
in una. In realtà, noi tutti siamo mille in una persona sola, ma è grave
quando lo ignoriamo e viviamo come se fossimo due soltanto o, peggio,
persone tutte d’un pezzo. Che illusione! Nessuno sapeva che dentro di lui
viveva anche un vecchio bambino. Un essere speciale, più dotato della
maggior parte delle persone, per questo molto più fragile e, quindi, più
cattivo e incline a violare ogni regola. Aveva un’anima coraggiosa, che
sapeva sentire il richiamo della vita vera, sapeva stanarla e proteggerla, ma
anche distruggerla. Era complicato di natura. Non capiva, però, che era
proprio questa sua contraddizione a renderlo vivo. Io sapevo di averlo
colpito. Sapevo che la sua parte più profonda e segreta era attratta dalla mia
parte più autentica e nascosta, perché in lei si riconosceva. Il vecchio
bambino, che nascondeva dentro di sé, parlava la stessa lingua del mio.
Erano due pazzi meravigliosi e imprevedibili, capaci di compiere il sommo
bene, ma anche di infliggere i mali più tremendi. Noi ci capivamo alla
perfezione, anche e soprattutto nel silenzio. L’ingenuità, l’energia, la follia e
la purezza del bambino, però, entravano in conflitto con la saggezza, la
prudenza e la riservatezza del vecchio. Quel suo modo di essere era causa di
profonda sofferenza. Luca pensava che sarebbe stato meglio, se avesse
perso quel vecchio bambino. Niente più fragilità e tormenti. Le sue
preoccupazioni avrebbero riguardato soltanto i soldi e la casa e l’abito e il
lavoro. La vita sarebbe stata più facile. Avrebbe smesso di soffrire. Sapeva,
però, qual era il prezzo da pagare. Privarsi della sua parte più vera voleva
dire scordare per sempre il gusto unico della felicità, quello che non si può
spiegare a parole, che puoi conoscere solo assaggiandolo personalmente.
Non si può essere felici vivendo per metà. Io, rispetto a lui, ero fortunata. Io
avevo accanto una persona a cui potevo mostrare la mia vecchia bambina.
Esisteva una donna che mi somigliava e con cui ero libera di dare voce
all’altra parte di me. Le nostre vecchie bambine potevano fare tutto insieme:
ballavano, giocavano, ridevano, litigavano, contemplavano la bellezza,
piangevano, erano felici e tristi, senza sentirsi mai sole. Io volevo essere
questa libertà per Luca. In realtà, avrei voluto essere tutto per lui. E avrei
voluto che lui mi amasse per tutto quello che ero, anche per la mia fisicità.
La parte di me, però, accessibile al mondo non lo attraeva. Lui sosteneva il
contrario. Io non gli credevo. Ero troppo diversa dalle sue ex. E la realtà era
troppo diversa dalle mie aspettative. Come capita quasi sempre. Solo adesso
so quanto sono deleterie le aspettative. Tra me e Luca forse non poteva
funzionare semplicemente perché avevamo obiettivi troppo diversi. Io
cercavo il bene, degli altri prima che mio e, infatti, sbagliavo. Ora lo so che
prima dobbiamo pensare al nostro bene e alla nostra felicità, per offrire poi
il meglio al mondo. Solo ora so che trasmettiamo quello che siamo e che si
impara emulando, per fascinazione. Lui, invece, ha sempre pensato al suo
potere e alla sua ricchezza. Quanto ho desiderato salvarlo dal suo dolore,
dalla prigionia in cui era rinchiuso il suo vecchio bambino. Ero così sciocca
da pensare che la salvezza fosse un gioco a due. Per quelli come noi,
invece, salvarsi significa risalire il pozzo da soli, spezzandosi le unghie e
lottando contro il proprio demone, fino quasi a morirne. Dobbiamo ritrovare
da soli il coraggio di essere completamente noi stessi. Senza quel coraggio,
nessuno ci può aiutare e tutto diventa un inferno. Se anche qualcuno
trovasse il coraggio di scendere nei nostri abissi e ci tendesse la mano, noi,
dopo averla afferrata d’istinto, la lasceremmo. Siamo abituati a restare in
bilico sul margine, prima di lasciare la presa e ricadere giù, senza salvezza.
Noi camminiamo sulla ringhiera del fiume e temiamo anche le mani
amiche. Noi affoghiamo negli stagni, pensando di ardere vivi nel magma
incandescente. Noi strangoliamo una parte di noi, gridando che altri ci
stanno soffocando. Diffidiamo di tutto. Siamo convinti che l’unico modo
per salvarci dalla nostra stessa cascata di follia sia non fidarsi di nessuno.
Quando, invece, dovremmo fidarci della nostra parte più autentica, proprio
quella che non comprendiamo e tentiamo di uccidere. Uccidendola, però,
sterminiamo noi stessi e tutta la nostra vita. Noi non ci apriamo, neppure se
pensiamo di aver trovato qualcuno che ci somiglia. Ci lanciamo nel vuoto,
per il terrore che anche lui possa abbandonarci, senza comprenderci. Noi
abbiamo paura di svelarci. Se sbagliassimo persona, non riusciremmo a
riacquistare il nostro equilibrio precario. Noi viviamo in bilico tra la follia e
la ragione. La ragione non riesce a stare dietro al caos che ci portiamo
dentro. Quell’immenso potere che soffochiamo, tanto ci spaventa. Per il
timore che tanta passione divori il nostro sangue freddo, inventiamo di
essere fragili. Invochiamo questa nostra natura debole, anziché chiamarla
vile, come sarebbe giusto, e ci teniamo lontani dalle cose più belle. Noi
abdichiamo alla felicità, per paura di essere feriti ancora. Invochiamo le
solite scuse del momento sbagliato, del non è questo il tempo per noi. Ma il
tempo non esiste. Oggi, ho capito cosa voleva dirmi dieci anni fa. Ora ho
capito cosa significa “Si ricordi solo che il tempo è nelle sue mani. Le cose
accadono quando siamo pronti, anche se non ci crede, è così. Il tempo non è
una linea retta, per questo io posso vederlo”. Forse, avrei dovuto leggere
tutti i presagi sparsi per il mondo. Una marea di segni negativi. Vento
furibondo e temporali senza fine, quando ci vedevamo. Molte altre volte,
invece, lacrime immotivate che respingevo e trattenevo a fatica. E poi,
anche la scoperta che il suo onomastico cadeva proprio nel giorno in cui
avevo perso la persona che più amavo. Quella che, lasciandomi, mi ha
costretto a conoscere l’isolamento, lo smarrimento, il vuoto, il non senso, il
dolore. In alcuni momenti, ringrazio il cielo per non avermi fatto impazzire
in quel periodo di confusione e tormenti. Abitare la dimensione coatta è
stato tremendo. A volte, penso ancora che non esista. Esiste o no?
– Esiste ovviamente. – rispondeva la vecchia – Esiste tutto. Ormai
dovresti saperlo bene. Milioni di possibilità in milioni di universi paralleli.
Qualcuno chiama questo luogo pieno di possibilità, di energie infinite e
infinite informazioni campo quantico. Altri lo definiscono Dio, altri
sorgente, altri ancora fonte e così via. Quello che importa non è limitarlo in
una definizione o apporre un’etichetta. Ciò che conta è sapere che, tutte le
volte in cui abbiamo un’intuizione o un’idea geniale, che cambia la nostra e
le altrui vite, significa che siamo riusciti a immergerci nel campo quantico.
L’informazione che riceviamo dal campo quantico e di cui spesso non
siamo coscienti, la chiamiamo intuizione o sesto senso o idea geniale. Nel
campo quantico, in sostanza, vive il meglio di tutte le creature delle
galassie. E il meglio è semplicemente la propria vera natura. Scoprirla e
diventarne consapevoli costituisce uno dei motivi per cui ci incarniamo
sulla Terra.
– Non capisco come ho fatto a uscire dalla dimensione coatta. Me lo
spieghi? – chiedeva Lilia con un po’ di preoccupazione.
– Sei sicura di esserne uscita? – domandava la vecchia strega ridendo, poi
proseguiva – Si esce dalla dimensione coatta nello stesso modo in cui si
abbandonano quasi tutte le altre. Bisogna prendere atto della loro esistenza.
Riconoscerle. Accettarle. Quasi tutti gli esseri viventi desiderano soltanto
essere riconosciuti e accettati. Quando si accetta qualcosa, la si può lasciare
in qualsiasi momento. Quello che è necessario fare, sempre, è non dare
energia a ciò che non vogliamo. Non vuoi la guerra, non vuoi il razzismo,
non vuoi la violenza, allora non rattristarti o arrabbiarti per i combattimenti,
per le offese, le ghettizzazioni o gli abusi. Questo non significa diventare
cinico ed essere indifferente a tutto, al contrario significa accettare. Accetta
il loro diritto di esistere e ignorali. Concentrati solo su quello che vuoi. Vuoi
uscire dalla dimensione coatta? Allora per prima cosa devi conoscerla. Una
volta che ne hai consapevolezza e l’hai accettata, devi immaginarti già fuori
da lì, felice di esserlo e ricolmo di gratitudine per esserci riuscito.
Naturalmente tutto questo lo devi prefigurare dopo una meditazione,
quando le tue onde cerebrali non sono più quelle beta. Molti dicono che
dovresti immaginarlo appena ti svegli al mattino o prima di addormentarti,
ma una buona meditazione, a qualsiasi ora della giornata, resta comunque il
miglior modo per riuscire in quello che si vuole. Dentro di te, tu sai
benissimo come ne sei uscita, anche se ne sei razionalmente inconsapevole.
Hai fatto qualcosa di nuovo: ti sei fidata di qualcuno; hai ascoltato; hai
smesso di sentirti sola al mondo e hai compreso l’importanza degli altri.
Ricorda che ogni vera trasformazione avviene sempre in silenzio, in quel
tempo misterioso in cui non dici nulla a te stessa né, tanto meno, agli altri.
– Grazie… non so come chiamarti. – diceva Lilia.
– Non ringraziarmi e non chiamarmi. – rispondeva la strega – Hai mai
provato a essere nessuno? Il segreto è essere nessuno. Entrare nel niente,
che non è mai niente. Non identificarti con il tuo corpo, né con la tua mente,
che mente sempre. Questo lo sanno bene i buddisti. Sapresti rispondere se ti
chiedessi come mai è così difficile far funzionare la legge di attrazione o
risonanza che dir si voglia?
– Mah… – diceva Lilia, pensando a una possibile risposta – Forse perché
quella parte di noi che chiamiamo inconscio o subconscio o superconscio,
che determina tutta la nostra vita, se agisse secondo i criteri della mente
razionale, causerebbe disastri. Quante cose diverse vogliamo in una
giornata? E quanto velocemente cambiamo idea? Vogliamo tutto, di tutto e
in maniera contradditoria. Se realizzassimo i nostri pensieri così come ci
vengono, all’istante, senza prima calibrarli, distruggeremmo il mondo.
– Brava. – rispondeva la cattera – Ricordati sempre che questo è
l’obiettivo delle ombre: accrescere il loro potere fino a realizzare all’istante
tutto ciò che desiderano.
– E chi sono le ombre? – domandava Lilia – Mi pare di averne sentito
parlare, ma ho come un vuoto.
– Lo ricorderai presto. Ti sia chiaro che le ombre, per riuscire nel loro
intento, devono schiavizzare sempre più uomini.
– Mi diresti perché Rosa è scomparsa? Lo ha scelto lei o no? Io lo so che
non è morta in quell’incidente. Ed è stato davvero un incidente? O lo ha
causato qualcuno? Esiste un responsabile per tutto quello che è successo? –
chiedeva Lilia, stupendosi della facilità con cui adesso era in grado di
formulare domande.
– Non conta chi ha fatto cosa. Scoprirai presto che le azioni sono
interscambiabili, contano l’intenzione e l’obiettivo. Ogni cosa,
avvenimento, fatto o persona è sempre relativo. È sempre buono o giusto
per te e sbagliato e cattivo per un altro. Tu pensi ancora che si leggano noir
o thriller per scoprire il colpevole?
Lilia ascoltava la vecchia con attenzione. Era la prima volta che riusciva a
farlo senza pensare a nient’altro.
– No, mia cara. – continuava la vecchia – Solo gli sciocchi pensano sia
così, quelli che si fermano alla prima impressione e non sanno cogliere la
profondità che traspare dall’apparenza di ogni cosa, quelli che confondono
l’intuito con la superficialità, quelli che non sanno sentire e dunque
sprecano la vita. Si ama la suspense del noir o del thriller perché si vuole
conoscere il movente. Lo spirito di ciascun essere è molto più intelligente
ed evoluto di quanto crediamo noi con la nostra mente. Per questo, noi
vogliamo indagare. Abbiamo bisogno di farlo, perché conosciamo la
potenza magica della verità. Conoscere il movente di un atto, soprattutto se
violento, conduce alla catarsi. Ci fa comprendere che quel male è anche in
noi. E solo noi possiamo scegliere di trasformarlo in altro. Il male è solo un
potere, uno dei tanti. Quando conosci le ragioni di chi ha scelto di compiere
il male, spesso non ti sembrano così folli. A volte, hai persino paura di poter
compiere qualcosa di simile. E questo accade perché quasi sempre noi ci
lasciamo agire. Sì, ripeto, ci lasciamo agire. Sei davvero sicura che ogni
essere sia sempre libero di agire come vuole? Quasi tutti sono schiavi dei
propri pensieri. Propri si fa per dire. La maggior parte dei pensieri che
abbiamo non sono nostri. La cosa più ardua è liberarsi dai condizionamenti
della nostra famiglia, del nostro ambiente sociale e di tutte le nostre
esperienze. Purtroppo spesso si vive pensando che le proprie esperienze
rappresentino verità assolute, quando in realtà costituiscono solo una
piccolissima parte delle infinite possibilità che esistono. Le esperienze
seguono i propri pensieri che, come ti dicevo, non sono quasi mai propri.
Impara dunque a porti le domande giuste.
– E quali sarebbero?
– Lo sai solo tu. Forse sono quelle con cui puoi convivere felicemente,
anche quando le risposte tardano. Perché torturarti ancora? Ogni cosa ha il
suo tempo. Gusta la vita, fidati di lei. Il quando le appartiene e anche il
come, non scordarlo mai.
Lilia faceva un segno di assenso con il capo, anche se tutto le era ancora
razionalmente oscuro. Sentiva che un’altra parte di lei stava comunicando
con quella donna e non voleva essere disturbata dalla voce. Gli occhi delle
due streghe, in silenzio, emanavano scintille. Scosse elettriche e campi
elettromagnetici, invisibili alla maggior parte degli uomini, ma non a chi
possiede facoltà medianiche, ai radioestesisti e ad alcuni animali. Al
termine di quel colloquio muto, si sorridevano. La cattera apriva il sacchetto
di plastica che aveva ai suoi piedi. Estraeva un mazzo di chiavi e una busta.
Li porgeva a Lilia.
– Un giorno, mi perdonerai. – diceva la vecchia – I figli non sono come i
genitori. Ho amato mia figlia solo perché aveva partorito te. Non ho potuto
essere la nonna che avrei voluto, ma sono felice, perché tu sarai ciò che
desideri.
La strega metteva la sua mano su quella di Lilia e la stringeva forte.
– Prima di lasciarti, voglio farti un regalo. Pensa a quello che vorresti
adesso. – sussurrava sua nonna.
Un micetto tutto nero con una macchia bianca vicino all’anca sinistra
compariva sulle gambe di Lilia.
– Ma come hai fatto? – domandava Lilia.
– È proprio una sciocchezza. Puoi imparare anche tu. Medita per tre
settimane consecutive, un’ora ogni giorno e riacquisterai tutti i tuoi vecchi
poteri e non solo quelli. Il tuo vero desiderio, comunque, non era quello di
avere un gattino. Ora vai. – concludeva la cattera.
– Dove vado? E poi io ho sempre voluto un gatto.
– Lo so, ma ora vai, su. Tu sai dove andare. E non dimenticare questa. –
bisbigliava la vecchia strega, porgendole la busta di plastica, prima di
aggiungere: – Te l’ha detto anche Rosa poco tempo fa.
Poi, le faceva segno di andare. Lilia si alzava, mentre un pensiero le
attraversava la mente: la vecchia signora sapeva tutto, perché sentiva i morti
e parlava con le entità non ancora trapassate.
– Credo di aver capito perché sono guarita. – sussurrava Lilia.
– Sai anche come hai fatto a uscire dalla dimensione coatta? – chiedeva la
nonna.
– Credo di sì. Sono guarita perché qualcuno è rimasto con me, nel mio
dolore, anche se non aveva parole per consolarmi; la sua presenza non mi
ha fatto sentire sola e abbandonata. Se la gente sapesse quale potere
racchiude in sé un abbraccio sincero e quale magia si cela in esso, tutto
sarebbe più facile. Perché viviamo senza consapevolezza dell’invisibile? È
questo che ci ammala? Stella mi ha aiutato. Mi ha accettato e accolto, anche
se non lo meritavo. Sai, io sono stata cresciuta pensando che dovevo essere
buona e perfetta per meritare un po’ d’amore. Stella, invece, mi ha regalato
la libertà di essere quello che sentivo.
– Tu, però, le hai permesso di avvicinarsi a te. Anche tu hai i tuoi meriti,
ricordalo sempre. – ribatteva la donna sorridendo.
– Ci rivedremo? – chiedeva Lilia, stringendo il gattino a sé.
– Forse. Ora vai. – rispondeva la nonna, materializzando una gabbietta
per aiutare la nipote a trasportare il cucciolo.
Lilia arrivava davanti alla cancellata di Palazzo Reale. Non si muoveva
una foglia. Si voltava per vedere se la donna stesse guardando dalla sua
parte. Non ha bisogno di farlo, pensava Lilia. Mia nonna sa che ora sono a
casa, diceva tra sé. Poi, Lilia apriva la busta. Trovava una cartolina con una
pianta di mirto. Dietro la cartolina c’era scritto: “Gli antichi Greci
ritenevano che coltivare o cogliere il mirto, donasse energia, vigore e
potenza. Il Mirto è simbolo di amore e vitalità. In passato, si riteneva fosse
dotato di magia. Si narra infatti che, sfiorandolo, si venisse folgorati da una
nuova e duratura passione. Il mirto era caro a Venere, dea dell’amore e della
bellezza. Era la pianta prediletta anche da Mirra, che offriva ramoscelli di
Mirto alle donne maritate per accrescere la loro fantasia nei rapporti
amorosi”. Lilia sorrideva, pensando che non sapeva che farsene. Poi
s’incamminava verso via Garibaldi e si ricordava che la nonna si chiamava
Mirta.
All’improvviso, come per magia, si ritrovava in un giardino meraviglioso,
dove una sorgente d’acqua purissima brillava tra i capelli di una fata, seduta
sul cappello di uno gnomo, che parlava animatamente con due elfi e tre
lucciole. Nessuno di loro badava alla presenza di Lilia che li guardava con
gioia, ricordandosi di quando, sul treno che la riportava a Trieste, le era
apparso quel bambino saggio, che le aveva detto di ritornare alla sorgente.
Lilia, allora, si immergeva nell’acqua. Il suo corpo non si bagnava, ma
risplendeva, mentre una forza gioiosa le scorreva nelle vene. Salutava con il
pensiero quelle creature fantastiche che, ora, le sorridevano. Poi, senza
accorgersene, lasciava quel luogo incantato e rientrava nella dimensione
terrestre. Guardava l’orologio e si rendeva conto che erano passate diverse
ore da quando aveva lasciato sua nonna. Era ferma di fronte alla sua nuova
casa. Apriva il portone, accostava vicino al muro dell’androne tutte le cose
che aveva in mano e usciva di nuovo, per passare al supermercato.
Affrettava il passo, visto che si avvicinava l’ora della chiusura. In pochi
secondi, si ritrovava su una strada parallela a via Garibaldi, proprio di fronte
a un supermercato. Senza chiedersi come avesse fatto a riconoscere la sua
nuova casa e a trovare il supermercato in un battibaleno, entrava. Era in fila
alle casse, quando sentiva il contatto di un’altra schiena sulla sua. Restava
qualche istante immobile, chiedendosi chi mai poteva essere tanto sfacciato
da appoggiarsi su di lei. Sussultava, ricordandosi di una visione avuta tante
volte: un uomo con gli occhi più neri di qualunque oscurità che la
abbracciava. Quell’uomo dall’odore così attraente, dalle labbra
morbidissime, che l’aveva abbracciata in tante delle sue visioni, ora stava lì,
in carne e ossa, vicino a lei. Si voltava molto lentamente e restava immobile
a fissare quei due occhi neri, che la scrutavano. Quel tempo, che le
sembrava lunghissimo, veniva interrotto dalla voce troneggiante di un
ragazzo.
– Ehi, ti svegli? Non voglio mica passare tutta la vita ad aspettarti. –
gridava un giovane molto elegante e spazientito in fila.
– Sarebbe inutile, perché chi lo vuole un uomo come lei? – rispondeva la
cassiera, arrabbiata per la maleducazione di quell’uomo.
Lilia non era riuscita a sentire una parola: era imbambolata, ferma a
guardare quell’uomo dagli occhi neri, che sembrava averla ipnotizzata. Era
l’uomo che aveva sognato qualche mese prima. Era sicura di averlo visto
altre volte, anche se, in quel momento, non riusciva a ricordare altro.
– Andiamo? – le sussurrava quell’uomo – Abbiamo tanta strada da fare
insieme.
Lilia non gli domandava nulla e lo seguiva. Non aveva bisogno di
conoscere le risposte. Si fidava.
Quell’uomo era stato inviato da Lor, perché lei prestasse tutta la sua
attenzione al racconto sui quattro. Al termine, la invitava di nuovo a
seguirlo. La conduceva dai quattro, che erano stati portati a Torino da
Tutalalì. Il bambino prodigioso viaggiava nel tempo e nello spazio da anni,
perciò usare il teletrasporto per accompagnare i suoi amici da Lilia era stata
una passeggiata. Tutalalì era scomparso, dopo averli lasciati in piazza
Castello.
– Io adesso devo andare. – sussurrava l’uomo con gli occhi più neri di
qualunque oscurità.
– Non vieni con me? Avevo capito che…
– No. – la interrompeva lui – Non temere, ci rivedremo. Nel frattempo,
scrivimi. Rileggerò con immenso piacere le tue lettere nei giorni di pioggia.
Lilia sorrideva.
38. In viaggio verso Nima

– Sì, farò in modo che voi arriviate sul pianeta dal quale provengo. –
diceva Lilia ai quattro, senza convenevoli e senza neanche salutarli. – È un
pianeta molto simile alla Terra, – continuava – con la differenza che su
Nima gli esseri viventi sono più evoluti degli umani. Hanno imparato a
usare la telepatia, il teletrasporto e la bilocazione; qualcuno è veggente e
qualcun altro vola, perché i nimalesi, a differenza dei terrestri, non hanno
barattato le loro ali per un po’ di potere. In sostanza i nimalesi sono simili
alla prima generazione di esseri umani, quelli longevi, almeno quanto
Matusalemme, telepatici e con delle ali vere al posto delle alette.
– Le alette? Che cosa sono le alette? – chiedeva Alice.
– Le alette sono la parte sporgente delle scapole, quello che è rimasto di
tanta magnificenza.
– Mi stava più simpatica Rosa. Questa manco si capisce. Secondo me è
matta. – sussurrava Alice ad Alex – Ed è pure maleducata e saccente.
– Sh! Sei sempre la solita. Stai un po’ zitta. – la interrompeva
bruscamente Nadia, mentre Lilia li guardava con aria un po’ contrariata.
– E come ci arriveremo su questo pianeta? – domandava Alice.
– Dovreste già saperlo, visto che avete viaggiato nel multiverso. –
rispondeva la strega.
– Alice, – si intrometteva Alex – useremo un portale, un ponte di
Einstein-Rosen o un’altra scorciatoia spazio-temporale. Quante volte
abbiamo detto che il tempo, come ogni cosa in natura, è curvo? Quindi,
esistono dei buchi di verme per passare da un universo all’altro.
– Dei cosa? – ribatteva Alice.
– Sono chiamati anche così, buchi di verme, wormhole.
– E se ci moriamo in uno di questi buchi? Io non voglio morire. E
neanche restare intrappolata in uno di questi cosi e scomparire per sempre
dal mondo. – continuava Alice.
– Per scomparire, devi prima eterizzarti. – spiegava Lilia – Devi cioè
cambiare vibrazione. Solo così puoi passare in un altro mondo, che
corrisponderà alla tua nuova vibrazione. Lo crei tu in sostanza.
– Non ho capito nulla! – esclamava Alice.
– Normale tu non capisca. – proseguiva Lilia – Tu vivi senza avere
consapevolezza di quello che sei. Gli uomini primordiali, che erano molto
molto più evoluti di quelli attuali, avevano dodici corpi sottili, che vivevano
in altrettanti universi paralleli e dodici eliche del DNA. Voi oggi, invece, ne
avete soltanto due di eliche e avete perso molti dei vostri corpi sottili. Per
questo vivete altrove senza averne consapevolezza. I vostri antenati, invece,
lo sapevano.
– Mi stai dicendo che in questo momento esiste un’altra Alice che vive da
qualche altra parte? – chiedeva Alice.
– Sì. – rispondeva Lilia – Esistono tantissime altre Alice, prodotte dalla
tua anima, assetata di conoscenza ed evoluzione. Tutte le anime vivono in
tante dimensioni parallele contemporaneamente, oltre a quella terrestre.
Non potete neanche immaginare, ora, quanto siete potenti. Dei veri geni
illimitati. E dire che dovreste averlo capito vivendo nel palazzo trasparente!
A dire il vero, avreste già dovuto capirlo prima. Vi doveva bastare ricordare
qualche frammento di sogno per comprendere tutto questo. Ogni notte si
accede ad altri mondi, che ciascuno crea attraverso le proprie emozioni e
parole.
– Che casino bestiale! – la interrompeva Alice – Ecco perché moriamo
presto. Chi fa questa vita più a lungo, quanto meno impazzisce.
– Ma che dici? – ribatteva Lilia scoppiando a ridere. – La morte non è che
un passaggio. Sulla Terra dovremmo tenere dei veri e propri corsi per
preparare tutti alla morte. Diversi illuminati, anche poeti, hanno spiegato di
che si tratta, ma nessuno li ascolta. Io sono stata dall’altra parte e ricordo
bene quello che ho visto. E in più ho avuto la fortuna di conoscere una
donna straordinaria, con cui ho esplorato la morte e accompagnato i defunti
nel mondo di luce.
– Svelaci qualcosina, dai. – la supplicava Alice.
– Ora non abbiamo tempo. – replicava Lilia.
– Ti prego, ti supplico, ti scongiuro. – insisteva Alice.
– Vedete, molte persone non si accorgono neanche di essere morte, a
volte, perciò restano intrappolate nel mondo astrale che è proprio qui,
accanto al nostro. Nel mondo astrale, però, tutte le nostre emozioni
prendono vita. Se, dunque, sei pieno di rabbia, sarai tormentato dai demoni.
Al contrario, se il tuo cuore è pieno di amore, presto riceverai la visita degli
angeli o degli esseri di luce, che ti condurranno nel mondo puro. Quando
moriamo, possiamo restare per un po’ accanto al nostro corpo fisico, senza
capire nulla. I nostri sensi, nel mondo astrale, sono tutti amplificati.
Sentiamo i pensieri di chiunque e ci basta pensare a qualcosa per farla
accadere all’istante. Naturalmente deve trattarsi di qualcosa che riguarda
solo noi e non possiamo chiedere di ritornare nel corpo fisico. A volte, si
resta qui, sulla Terra, per scelta. Si può scegliere, infatti, di restare accanto a
chi si ama, fino a quando l’amato non lascerà il corpo fisico. Non è facile la
vita sulla Terra da entità del mondo astrale, perché è molto raro che
qualcuno riesca a percepire la tua presenza. Quando anche l’amato morirà,
si procederà insieme verso il mondo di luce. In ogni caso, al momento della
morte, che si resti intrappolati sulla Terra o si voli subito nei mondi
superiori, si ha sempre la possibilità di sentire le persone care. In seguito,
però, per incarnarci nella materia, abbiamo bisogno dell’oblio. L’anima
altrimenti non potrebbe accettare la dualità e tutto quello che è connesso
alla fisicità. L’oblio, però, non impedisce all’anima di riconoscere tutti i
suoi cari. Il difficile è saperla ascoltare. Per chi non ci riesce, basterà
attendere la morte. Abbandonato il corpo fisico, si ritrovano sempre tutte le
persone amate. È solo questione di tempo.
– Cosa significa è solo questione di tempo? – chiedeva Alice.
– Dipende sempre dalle nostre convinzioni. È possibile che, prima di
approdare nei mondi superiori o essere accolti dagli esseri di luce, si
conosca l’inferno. L’inferno esiste solo per chi ci crede. Se credi in
qualcosa, lo crei sempre, anche se ti sembra il contrario qui sulla Terra. Se
tu pensi che sarai punito per i tuoi peccati o sei disperato, depresso, ti senti
solo, infelice e pensi che per te non ci siano speranze, troverai demoni e
tormenti nell’aldilà. Dipende tutto sempre da noi. E se sei all’inferno, non
riconosci i tuoi cari, neppure se vengono da te. Ora basta, però, divagare.
– Non è che siamo morti? Non ci vede nessuno! – urlava Mattia, che
osservava la gente passare come se fossero tutti e cinque invisibili.
– Non possono vederci: siamo chiusi in una specie di bolla di sapone. –
rispondeva Lilia – Lor mi ha raccontato tutto di voi, compreso che siete
ricercati perciò, finché non finiremo di conoscerci, resteremo qui dentro.
Potete sedervi, se volete.
– E dove? – chiedeva Alice.
– Dove volete. – ribatteva Lilia.
– Ma se non ci sono sedie né poltrone né divani? – replicava con stizza
Alice.
– Secondo me Lor si è sbagliato questa volta. Faccio finta di non averti
sentito. – troncava Lilia.
– Dobbiamo usare la fantasia! – esclamava Alex, sdraiandosi su
un’amaca sospesa tra due querce, apparse non appena si era lanciato nel
vuoto. L’apparizione di quell’amaca, strozzava il grido di Alice, terrorizzata
nel vedere che Alex si stava lasciando cadere all’indietro.
– Prima di iniziare, però, mi dite come siete riusciti a ottenere quello che
volevate?
– E chi lo ha detto che ci siamo riusciti? – domandava Mattia.
– Volevate riscattarvi dalla vostra condizione e adesso sembrate sani e
state per compiere un’impresa grandiosa.
– Ecco, appunto. Per ora sembriamo e sottolineo sembriamo sani e ancora
non abbiamo compiuto alcuna impresa grandiosa. – borbottava Mattia.
– Ma non è vero! – esclamava Lilia – Avete già vinto più di una battaglia.
– Lo abbiamo desiderato in ogni istante della nostra vita, senza mai
dubitare. – interveniva Alex – Così siamo riusciti a guarire e a vincere.
– Vincere? – gridava Mattia – Vincere che cosa?
– Siamo sempre poveri. – si intrometteva Alice.
– Non avete ancora compreso. – sentenziava Alex. – I semi si piantano
nell’oscurità. Nessuno li vede, da fuori, niente sembra cambiato. E, invece,
se avete pazienza e avete saputo piantare i semi giusti per il vostro terreno,
nasceranno piante meravigliose.
– Finiamola qui. – riprendeva Lilia – Altrimenti facciamo notte. Ora vi
dirò delle cose per aiutarvi. Dovete sapere com’è fatto il mio pianeta per
trovare la bussola dell’anima e sapere cosa vi aspetta durante la ricerca. Vi
aiuto solo per il favore che voi avete fatto a me, quando avete portato via
Rosa. Quella è stata la prima volta in cui ho sentito di averla persa. Solo
quella sua assenza mi ha permesso di mettermi nei suoi panni e capire poi
tutto o quasi. Ho sentito dentro un vuoto così insopportabile che ho pensato
di essere niente e che presto sarei sparita nel nulla. Ho impiegato molto
tempo per capire che il vuoto, come i fisici quantistici sanno bene, non è
vuoto, ma un pieno di energia. Quello però che ancora non sanno è che quel
vuoto, unito alla fantasia, crea l’impossibile. Per esempio, voi lo sapete che
potete cambiare la vostra età?
– Sì, lo sappiamo. – diceva Alex, che ricordava sempre tutto – Merito di
Lor.
Gli altri lo guardavano con la solita meraviglia.
– Un momento però, – si intrometteva Mattia – non facciamo casini.
Nessuno ci ha spiegato come fare a cambiare età. E poi a che serve?
– Su Nima, vi servirà. Ci sono abitanti che consentono ai vecchi o ai
bambini qualsiasi cosa. Altri ancora hanno delle fissazioni per le donne
dell’età di Alice e di Nadia.
– Senti strega, tu sarai pure l’ultima più potente strega del pianeta, –
affermava Alice con tono glaciale – ma hai grossi problemi di vista. Io sono
una ragazzina, una pischelletta e, con tutto rispetto, Nadia è piuttosto
attempata e i suoi anni se li porta uno…
– Smettila! – gridava Mattia – Avessi tu un centesimo del fascino di
Nadia. – appena terminava la frase, si copriva la bocca, come se avesse
parlato senza pensare.
– Sentite, a me non frega niente dei vostri equilibri, anzi, dovrei dire
squilibri relazionali. – riprendeva Lilia – Allora, ascoltatemi bene. Per
cambiare età, vi farò usare il mio metodo. Ricordatevi che voi potete
utilizzare i metodi di chiunque per essere felici, per fare soldi, per vivere in
salute o per cambiare età, però non è detto che i metodi di altri con voi
funzionino. All’inizio magari sono utili, perché si basano su qualche frase o
rituale già molto usati e, quindi, carichi di energia. Dopo qualche tempo,
però, perdono efficacia. Quello che nessuno vi ha spiegato, infatti, è che
nella vita ciascuno deve trovare la propria strategia vincente per dare
stabilità a ciò che desidera nel profondo. Altrimenti, usando gli
insegnamenti di altri, potrete raggiungere solo successi momentanei. E
ripeto, non è detto che una certa modalità vada bene anche per voi. Dato che
io sono una strega, posso fare in modo che il mio metodo per cambiare età
funzioni anche per voi, ma ricordate che non durerà per sempre.
– E quanto durerà? Per quanto tempo potrò avere sedici anni? – chiedeva
Alice, interessatissima all’eterna giovinezza.
– Non lo so. – rispondeva Lilia.
– Ma che strega sei allora? – inveiva adirata Alice.
– Senti, questa è l’ultima volta che mi interrompi. – riprendeva Lilia – E
dato che ora mi hai scocciato, ve lo dirò dopo come si fa a cambiare età.
Adesso parliamo di altro.
– Ma no! Voglio conoscerlo ora il segreto dell’eterna giovinezza! Chi non
vuole essere giovane per sempre! – insisteva Alice.
– Ho detto dopo. – troncava Lilia – Ascoltatemi ora, se volete
sopravvivere. Sono informazioni che servono a voi. Io il mio pianeta lo
conosco.
– E da quando? Visto che fino a due giorni fa non ti ricordavi neppure chi
eri? – riprendeva Alice.
– Se dici ancora un’altra parola, sei fuori. – sentenziava Lilia. Il suo tono
di voce era così perentorio che Alice non diceva più una parola e si lasciava
cadere su un sofà.
– Scusa, – chiedeva Nadia – ma non ci porti prima alla ghianda o al
tempio tibetano?
– No. – rispondeva Lilia – Cambio di programma. Voi avete modificato
alcuni eventi e, dunque, dobbiamo andare prima su Nima. Dovete sapere
che ogni abitante di Nima è consapevole di avere almeno un dono e ha il
dovere di usarlo, altrimenti viene rispedito indietro dal pianeta dal quale
proviene. Sono ormai superati gli anni in cui si dubitava che esistesse la vita
su pianeti diversi dalla Terra. Ci sono tantissimi pianeti abitati in altrettanti
sistemi solari, alcuni molto simili al vostro. So che adesso vorreste sapere
tutto su Nima e su questi altri pianeti, ma prima di correre, dovete
camminare. Per ora vi basti sapere che i nimalesi, al pari dei terrestri,
nascono e muoiono ma, a differenza degli uomini, vivono molto più a lungo
e sono quasi tutti svegli. Questo significa che la maggior parte dei nimalesi
sa benissimo di essere un’anima che compie un viaggio per evolversi e sa
che, quando morirà, si incarnerà di nuovo. All’apparenza, i nimalesi
possono sembrare esseri umani, perché sono molto simili ai terrestri;
esteticamente sono proprio identici. Hanno scelto sembianze umane per
poter viaggiare nello spazio e non essere additati come alieni atterrando
sulla Terra o su qualche altro pianeta da studiare o da liberare, perché la
forma umana è la più diffusa nelle galassie. In genere, quando un nimalese
vive sulla Terra, viene chiamato mago o strega perché, a differenza dei
terrestri, è consapevole. Su Nima anche le professioni sono identiche a
quelle terrestri, con l’eccezione delle forze dell’ordine e di quelle armate,
che sono costituite in un unico corpo, deputato alle guerre interstellari,
chiamato semplicemente esercito. I nimalesi sanno vivere il momento
presente e questo determina la maggior parte dei loro poteri. In più
conoscono le ragioni per cui vivono. Anche su Nima esiste il male che,
essendo consapevole di sé, è molto più feroce di quello terrestre: le battaglie
sono più spietate; i cattivi sono più terrificanti; le guerre sono più lunghe; le
torture più insopportabili. Nessuno si lamenta, però, perché sanno che il
male è sempre necessario, come ogni altra cosa nell’universo. I nimalesi
sanno che le contraddizioni devono ritmare in armonia, in un’eterna danza
di opposti, necessaria a tenere in equilibrio i mondi nello spazio, finché tutte
le anime non si saranno evolute. Senza antinomie sprofonderemmo tutti
nell’acqua melmosa e stagnante del regno dei Fermi, il pianeta
dell’immobilismo. Quando tutti gli abitanti di Nima saranno consapevoli di
essere anime che si incarnano per evolversi e vivranno il loro eterno
presente nel non giudizio e nel non attaccamento, Nima scomparirà dallo
spazio e sarà accolta nel mondo senza nome, quello perfetto, dove tutte le
anime vivono nella ricchezza, nella gioia e nell’Amore. Il mondo senza
nome ha in realtà un nome così potente da non poter essere pronunciato
senza sgretolare l’anima di chi non ha il cuore puro. Nel dubbio, tutti lo
chiamano il mondo senza nome. È un luogo meraviglioso, dove chiunque,
con indicibile allegria, si gode la vita, che è un’eterna vacanza, del tutto
corrispondente ai propri sogni. Sogni e non desideri. I desideri generano in
chi desidera la paura di non riuscire a realizzare quanto anela, per questo
non si realizzano mai. La paura di non farcela è sempre più forte del
desiderio. Quando si desidera qualcosa, si emana soprattutto la mancanza di
quella cosa e, per legge di risonanza, si attira sempre più mancanza. Quando
si sogna, invece, si gusta quello che l’anima sta già vivendo. Sognando il
cuore si allarga di gioia e gratitudine e, quindi, si attirano tutte le cose che
ne regalano ancora di più. I nimalesi parlano anche con il pensiero. Esisteva
un tempo in cui tutti, esseri umani, nimalesi, alieni, folletti, entità e angeli
comunicavano con la telepatia. Parlare attraverso il pensiero era normale.
Non servivano i cellulari né i computer. Gli esseri viventi avevano molte di
quelle doti che oggi chiameremo paranormali. Quella era la prima
generazione di esseri umani. Ma per ora lasciamo perdere quest’argomento
e procediamo con la spiegazione sul mio pianeta. Se, invece, i nimalesi non
diventeranno tutti consapevoli, scompariranno, insieme ai terrestri,
nell’immobilismo. Il mondo della stasi è il regno dei Fermi, come vi dicevo.
Oggi è il più vasto e potente, creatore delle peggiori catastrofi e dei più folli
dittatori; il regno del cieco volere, in cui si crede ancora nella menzogna che
volere sia potere. La tecnica è figlia di quel mondo. Noi pensiamo che ci
semplifichi la vita, che sia una cosa buona e utile, ma invece è una trappola
geniale per rendere tutti molto più stupidi. Serve per addormentare gli esseri
viventi e schiavizzarli al meglio. Il regno dei Fermi è stato creato dalle
ombre. I nimalesi stanno abbandonando il loro pianeta per due ragioni. La
prima riguarda una feroce guerra che è in corso contro il regno dei Fermi.
Per questo motivo, gli esseri più evoluti di Nima, chiamati i Sasuti, perché
sono dei saggi super evoluti, hanno consigliato ai nimalesi di infiltrarsi in
numero sempre maggiore sulla Terra. Lo scopo è quello di allearsi con gli
uomini per sconfiggere i Fermi, i quali conquisteranno tutto il pianeta Terra,
che già in buona parte gli appartiene, non appena avranno terminato con
Nima.
– Io non ho proprio capito come si distingue un nimalese da un umano. –
la interrompeva Alice – Sì, ho capito che quelli come te sono chiamati
streghe o maghi, ma perché? Che hanno di speciale?
– Non so se hanno qualcosa di speciale. – riprendeva Lilia – So soltanto
che sanno fare tutto quello che so fare io e, proprio come me, sono sempre
in mezzo ai guai e si ammalano spesso. I nimalesi che hanno lasciato Nima
e vivono nascosti tra i terrestri vengono chiamati impiantati. Quando uno di
loro è costretto a letto, malato, in realtà, è stato richiamato indietro dai
Sasuti, per combattere qualche furiosa battaglia. In genere, i nimalesi
impiantati si lamentano di dormire male e si svegliano sempre stanchi
perché, durante la notte, combattono i guerrieri del regno dei Fermi. I Sasuti
ripagano sempre, però, i nimalesi. In cambio della forza guerriera che
mettono a disposizione del proprio pianeta, ricevono una ricarica spirituale,
che gli impedirà di cadere a pezzi, quando i semiterrestri e i Fermi lo
sottoporranno alle peggiori angherie. I semiterrestri sono uomini che stanno
per diventare Fermi. Sono uomini che hanno perso l’anima. Sulla Terra
tutto procede grazie agli uomini con l’anima e grazie alle entità che
forniscono ai semiterrestri immagini e pensieri. Così il mondo diventa reale,
si muove ed esiste. I periodi in cui vivono più uomini geniali, come per
esempio Michelangelo, Cagliostro, Trimegisto, Krishnamurti, sono quei
momenti in cui vi è più necessità di farsi ascoltare dagli uomini. Mano
mano che i semiterrestri si avvicinano ai Fermi diventano più insensibili
alle parole delle entità e sordi alle vibrazioni degli esseri di luce. Quando,
invece, i geni sembrano quasi assenti, significa che ci sono più esseri
evoluti che lavorano nell’ombra, che sentono e contribuiscono
all’evoluzione del pianeta. Quando ci sono pochi geni, però, potrebbe anche
essere accaduto che vi sia una prevalenza degli uomini senz’anima, quelli
che regalano il mondo all’oblio e ai replicanti. La difficoltà è proprio quella
di capire quale sia la realtà. Tutte le cose sono in potenza sia una cosa che
l’altra. Sono le intenzioni di ciascun essere, unite insieme a quelle degli
altri, a creare scopi collettivi e, dunque, vittorie. Sono le intenzioni
collettive a stabilire il verso dell’essere versatile di ogni cosa. Ora vi sembra
tutto molto complicato e insensato ma, fidatevi, strada facendo, svilupperete
la capacità di sentire e vi sarà chiaro tutto ciò che non potete capire con la
mente. La mente mente sempre, su Nima lo sanno tutti, come lo sanno bene
sulla Terra i buddisti. Anche per questo, dovete sempre ricordarvi che voi
siete molto di più di ciò che pensate. Ricordate sempre che ogni cosa ha un
senso. Benedite quelle che chiamate disgrazie, perché gli ostacoli, i
problemi, le delusioni, le ferite e le malattie sono solo dei trampolini per far
decollare la vostra vita. Prestate sempre attenzione ai sogni e alle cose
superficiali che vi divertono. Il bambino che vi portate dentro va nutrito di
gioia e leggerezza. Perché pensate che spesso il dottor Nino vi
somministrasse dei calmanti e degli eccitanti insieme, persino quando
dicevate di stare bene? Lui non vi ascoltava. Il mondo ha cercato di curare
le vostre paure ammalandovi ancora di più, ma voi avete la forza per guarire
e liberarvi da soli. La capacità di guarire è tanto più grande quanto più si è
capaci di vivere nel conflitto. La seconda ragione per cui i nimalesi stanno
abbandonando il proprio pianeta non posso svelarvela ora. Vi
terrorizzerebbe troppo adesso.
– Riguarda le ombre, vero? – chiedeva Alex.
– Quando arriverà il momento, lo saprete. – replicava Lilia – Se riuscirete
a prendere la bussola dell’anima, custodita sul mio pianeta, potrete arrivare
al monastero tibetano. La bussola dell’anima, come dice il nome, orienta
l’anima. Di conseguenza non dice mai quello che vi aspettate; vi sorprende
sempre, perché agisce con amore. Chi vi ama sul serio, infatti, in genere
non vi compiace; anzi, spesso è colui che vi costringe a vedere proprio ciò
che non vorreste o che vi farà scegliere di cambiare la vostra vita, anche
quando la credevate perfetta.
– Come diceva George Orwell, insomma, non è tanto restare vivi, quanto
restare umani che è importante. – sentenziava Alex.
– Tu, Lilia, devi venire con noi! – esclamava Nadia.
– Non ci penso minimamente. Non ho alcuna voglia di ritornare su Nima.
– rispondeva Lilia.
– E noi come ci arriviamo senza di te? – ribatteva Nadia.
– Una soluzione si troverà. Chiameremo Lor o Tutalalì. Vedremo. –
tagliava corto Lilia.
– Se non vieni con noi, tu morirai. Ma che strega sei se non ricordi tutto?
– chiedeva Nadia.
– Stai zitta. – si intrometteva Alice – Lasciala stare. Tu non sai cosa le
hanno fatto. Non aiutarla a ricordare. Lasciala nell’oblio.
– No, ora voglio sapere. Cosa non ricordo? – gridava Lilia.
– Le donne nimalesi non sono fatte per partorire. In realtà, neanche le
terrestri lo sarebbero. Quindi, o torni su Nima con noi o non riuscirai a
trovare il modo di farlo e morirai di parto. – diceva Nadia.
– In effetti, le ombre hanno vinto già quattro volte e dobbiamo unire le
forze perché questo non accada ancora. – sussurrava Lilia sospirando.
– Che significa? – chiedeva Alice.
– Sta parlando degli esseri umani, – si intrometteva Alex – che sono stati
creati quattro volte e sempre più stupidi, per servire al meglio i loro creatori
padroni. Anche gli psichiatri sono un’invenzione dell’ultima era degli
uomini, perché spesso sono i peggiori. Pensano di poter entrare nella mente
degli altri, di saperla gestire e di sapere cos’è giusto per tutti. Molti di loro
lavorano per le ombre e devono rendere l’uomo ancora più manipolabile,
con sempre meno coscienza.
– Non so dove tu abbia letto queste cose, – diceva Lilia – ma sono
abbastanza corrette. Non tutti gli psichiatri, però, sono terroristi dell’anima.
Molti sono fantastici e ti aiutano a salvarti.
– Vieni con noi allora? Anche perché io comincio ad avere fame. – diceva
Mattia.
– Quando troverete la bussola dell’anima, usatela immediatamente per
cercare Chirone, – rispondeva Lilia – il ferito guaritore. Colui che, proprio
perché è stato ferito, riesce a guarire gli altri. Lui conosce la strada che vi
condurrà al tempio tibetano. Io non vengo.
– Preferisci morire? – domandava Nadia
– Avevi fatto intendere che partivi con noi. – urlava Mattia.
– Calmati. – gli sussurrava Nadia, materializzandogli un panino gigante,
che aveva disegnato in due secondi sul quaderno che ormai portava sempre
con sé. – Così stai zitto e ti tranquillizzi.
– Come hai fatto a sapere che sono incinta? Non lo sa nessuno. –
chiedeva Lilia.
– Anche noi, sai, abbiamo dei super poteri. Dicevi di sapere tutto di noi,
non mi pare! – esclamava Alice.
– Ah, – riprendeva Lilia – ho capito. Hai avuto una visione del futuro.
Comunque non verrò con voi, qualsiasi cosa tu abbia visto. Troverò un
medico nimalese qui sulla Terra.
– Se vieni con noi, ti dirò che fine ha fatto Rosa e potrai riabbracciarla. –
si intrometteva Nadia.
– Dici davvero? – chiedeva Lilia – Non credo che tu lo sappia, ma
rischierò, perché voglio indietro mia sorella. Se mi stai prendendo in giro,
però, ti ucciderò. Forza, dimmi dov’è. Voglio sapere adesso dove sta. Prima
di partire. O non se ne fa nulla.
Mattia stava per strozzarsi, sentendo quelle parole, ma Nadia, come
sempre, era pronta ad aiutarlo, anche se per farlo era costretta a tirargli dei
forti pugni dietro la schiena.
– Oh… piano piano, – gridava Mattia – così mi uccidi. E meno male che
il forzuto qua dovrei essere io.
Quando sembrava che Mattia si fosse ripreso, invece, stramazzava al
suolo in preda a una crisi violentissima, del tipo epilettico. Lilia lo girava su
un fianco e gli teneva ferma la testa, mentre la bava gli colava giù per il
collo. Dopo un paio di minuti si calmava, sembrava svenuto, mentre Nadia
lo chiamava terrorizzata, piangendo.
– Stai calma. – le sussurrava Lilia – Adesso si sveglia.
E in effetti, Mattia si svegliava e, anziché essere spossato per quella crisi
fortissima, acquisiva la sua solita forza sovrumana. Alzandosi e allungando
le braccia, scatenava un boato spaventoso, perché, stendendo gli arti
superiori, aveva appena spostato il cielo, alzandolo di cinque centimetri.
Tutti lo guardavano esterrefatti e fissavano quel buco tra la Terra e il cielo,
dal quale fuoriusciva una fitta nebbia e un pulviscolo nero maleodorante.
– Cos’è? – chiedeva Alex – Non sarà mica un concentrato di tutte le
polveri sottili e dell’inquinamento del pianeta? Da lì si accede al sottocielo,
giusto? Perché non andiamo a farci un giro?
– Abbassa subito il cielo. – gridava Lilia – Rimettilo a posto o ci
troveranno e sarà la fine per tutti noi. Non possiamo affrontarli ora.
– Chi dobbiamo affrontare? – domandava Alice.
– Lo scoprirete a suo tempo. – rispondeva agitata Lilia – Ah,
dimenticavo, su Nima la percezione del tempo è diversa rispetto alla Terra.
Sapete, vero, che ogni universo ha le sue dimensioni? In alcuni, per
esempio, la quarta dimensione è costituita dal tempo. Su Nima, invece,
esistono cinque dimensioni. Anche per questo i nimalesi sembrano super
dotati rispetto ai terrestri. Per di più noi nimalesi usiamo il 15% del nostro
cervello e non al massimo il 10% come fate qui. Su Nima cinque anni
terrestri corrispondono a cinque minuti. Quindi, quando torneremo, se mai
torneremo, noi sembreremo ancora giovani.
– Fantastico! – esclamava Alice.
– Ma quale fantastico! – ribatteva Mattia – Quelli che conosciamo
saranno quasi tutti morti.
– Ma questi nimalesi hanno qualche difetto o sono degli dei? –
interveniva Nadia.
– Certo che ne hanno e, se lo vuoi sapere, Nima oggi è in condizioni
disperate. Le armi batteriologiche usate dalle ombre hanno fatto perdere ai
nimalesi il senso del gusto. Devo fermarmi qui, ora. Non abbiamo più molto
tempo. – rispondeva Lilia – Mattia comunque ha ragione. La percezione del
tempo è diversa, ma il tempo scorre sempre allo stesso modo. Su, Nadia,
dimmi di Rosa, perché dobbiamo andare via, tra pochissimo. E tu sistema il
cielo, immediatamente. Cosa stai aspettando ancora? – ordinava a Mattia
con un tono a cui nessuno, se non un incosciente, avrebbe disobbedito.
Mattia obbediva e con un altro boato spaventoso rimetteva il cielo nella
posizione di partenza.
– Non fu un incidente umano a far scomparire Rosa. – diceva Nadia –
Rosa ha fatto la fine di Elia e di tanti altri, come Mosè e Gesù.
– Che significa? – chiedeva Alice.
– Sta citando una cosa contenuta in alcuni vangeli apocrifi. – rispondeva
Alex – Elia, Mosè e Gesù sono ascesi in cielo, probabilmente con gli
Elohim, da Elohim.
Se le cose stanno davvero così, pensava Lilia, allora posso tenermi stretta
la speranza di rivedere mia sorella. Il viaggio era lungo e avrebbero dovuto
affrontare mille prove, ma adesso aveva qualcosa per cui lottare. Con quel
pensiero, concentrava tutte le sue energie per aprire una scorciatoia nello
spazio tempo e poter trasportare se stessa e i quattro su Nima. Non appena
scorgeva in lontananza un puntino di fuoco, invisibile a occhi umani,
materializzava l’automobile di Rosa. La guardava soddisfatta, girandole
intorno per controllare che tutto fosse a posto. Quando ne era certa,
sistemava nel cofano lo zaino che aveva in spalla.
– Che porti lì? – le chiedeva Alice, timorosa.
– Vedo che nessuno di voi riesce a intuirlo. Dovete imparare al più presto
a governare i vostri poteri. – rispondeva Lilia.
– Quindi? – insisteva Alice.
– Armi nucleari. – diceva Lilia sogghignando, mentre Alice sussultava,
impallidendo. – Sto scherzando! – riprendeva la strega, mentre Alice
manteneva lo sguardo sbarrato e perso. – Solo tre bombe. Non bombe vere.
Stai tranquilla. Mamma mia, quanto sei ansiosa! Sei da psicofarmaci!
– Non è ansia. – urlava Alice offesa – È cautela. E poi non lo sai che chi
viene definito ansioso è soltanto più in contatto con le proprie emozioni?
– Tutte le persone sensibili hanno quella che voi chiamate ansia – si
intrometteva Alex – e che in realtà non è niente di catastrofico. Ognuno
deve avere il diritto di essere quel che è e preferisco un mondo di ansiosi a
uno di stronzi!
– Io sono semplicemente più sensibile degli altri. – ribatteva Alice – E
penso per tutti. Mi preoccupo per noi.
– Sì, va bene. Peccato che pensare sia quasi del tutto inutile. – tagliava
corto Lilia – Non abbiamo più tempo ora. Dentro lo zaino ho tre cd, che ci
serviranno. O almeno lo spero.
– Bene. – diceva Alice sorridendo – Nel paese selvaggio dove andremo,
possiamo vedere film, per fortuna.
Lilia faceva finta di non sentirla e si metteva alla guida, facendo cenno ai
quattro di salire. Senza dire una parola, i ragazzi si sistemavano in
macchina. Erano ipnotizzati da quel puntino all’orizzonte che non
vedevano, ma di cui percepivano la presenza.
– Ah… quasi dimenticavo. – diceva Lilia – Per cambiare età, basta
immaginarvi all’età che volete avere. Quando otterrete un’immagine chiara,
ripetete sono là, per tre volte. Il gioco è fatto. Per tornare alla vostra età
anagrafica, ripetete tre volte sono qua. Mi raccomando, tre volte, non una di
più. Sono qua è un’espressione dal potere straordinario. Spalanca le porte
alla presenza. A ogni presenza.
– Prima di partire, dovrei passare da Roma. – comunicava Nadia, con
voce flebile ed esitante – Devo materializzare me stessa da questa fotografia
e lasciare il mio clone all’uomo che ho sposato.
Lilia faceva un cenno di assenso con il capo, mentre Mattia iniziava ad
agitarsi in preda a un feroce attacco di gelosia e scendeva dall’automobile.
– Sei una schifosa! – gridava Mattia – Come hai potuto farmi questo? Per
questo non volevi neanche una foto con me e non volevi spiegarmi niente?
– Mi dispiace. – sussurrava Nadia, scendendo dall’autovettura.
– Ma stai zitta! Sei solo una disturbata che si appiccica milioni di foto alle
pareti. Non lo sai che i ricordi restano nel cuore? Non hanno bisogno di
niente e nessuno te li può togliere.
– Le foto non si portano con sé per nutrire i ricordi, ma per aiutarci a
rivivere quelle emozioni. – ribatteva Nadia – In ogni foto è racchiusa un po’
dell’energia che abbiamo provato in quel momento, con quella persona. Per
questo sono magiche. Ma tu che puoi capire di queste cose?
– Certo, ne capisci tu, che mi hai solo usato. – urlava Mattia.
– Non ti ho mai usato e tu lo sai benissimo. – replicava Nadia.
– E lui lo sa che lo ami così tanto e sei così onesta da avergli fatto quello
che hai fatto? – continuava a urlare Mattia – Che ha lui più di me? Ora mi
dirai che lui muore senza di te!
– No, amore mio. – bisbigliava Nadia, mentre Mattia sferrava pugni
all’aria senza ascoltarla.
– Se mi perde, lui fa morire più di mezzo mondo. È un mostro. – gridava
Nadia, allontanandosi. Mattia, allora, iniziava a seguirla. Alex, come un
fulmine, scendeva dalla macchina e fermava Mattia, perché non la
tormentasse ancora.
– Ora farò una cosa che non dovrei fare, ma dobbiamo partire. Non
abbiamo davvero più tempo. Stanno per arrivare. – esclamava Lilia,
scendendo dall’automobile e sollevando le mani fino a puntarle contro la
testa di Mattia.
– Cancella cancella cancella. Il tuo amore per Nadia non esiste più. –
asseriva Lilia.
– Mi sta scoppiando la testa! Ahi! – urlava Mattia, stringendosi forte il
capo. Dopo qualche secondo, si calmava.
– Cosa stiamo aspettando? – chiedeva Mattia, come se non fosse successo
nulla.
Nadia, che aveva visto tutto, tornava indietro, scusandosi. Piangeva.
Nessuna distanza potrà mai esistere tra di noi, pensava Nadia
singhiozzando. Nessun silenzio potrà mai essere indifferenza. Tu con me
potrai essere sempre te stesso come con nessun altro, perché io so tutto di
te. Lo sapevo anche prima di conoscerti, perché è da allora che ti amo. Tra
noi vivrà sempre quell’amore che sa tutto, che arriva con uno sguardo e
parla con un abbraccio. Quell’amore che non è razionale e non è di questo
mondo, diceva tra sé, disperata, tentando di addomesticare o almeno
stordire il suo implacabile dolore.
– Qui nessuno è santo. Non devi scusarti. – diceva Alice, che aveva
abbassato il finestrino, senza scendere dall’autovettura.
– Vi ricordate quando abbiamo impedito che la Terra fosse distrutta da
tutti quei cataclismi naturali? – chiedeva Nadia.
I quattro annuivano.
– Vi ricordate che io sono stata portata nelle profondità della Terra dal
capo ombra? Ecco. – continuava Nadia – Io non posso raccontarvi niente di
quello che ho visto. Se lo facessi, loro fiuterebbero la mia energia e, per noi,
per tutti noi, sarebbe la fine. Il capo ombra è mio marito. Sono stata
costretta a sposarlo. Per questo ora è necessario che lui creda, attraverso un
mio clone, che sono tornata da lui. Dopo l’esperienza su Nima, noi
torneremo per sconfiggerli e per noi sarà più facile nasconderci. Se lui,
invece, fosse in cerca di me, per noi sarebbe la fine. Ho visto di cosa è
capace. Non ho mai conosciuto nessuno più forte e spietato di lui.
– Ma tu non eri tu. – ribatteva ridacchiando Mattia, che non provava più
nulla per Nadia – Eri una figa spaziale. La più bona delle galassie. Ora non
ci somigli per niente.
– Sì, ma ero sempre io. – replicava Nadia abbattuta – Le ombre fiutano
l’essenza, anche se, come gli uomini, spesso si innamorano solo
dell’apparenza.
– Siete pronti per partire? Ho già sistemato tutto io, mentre voi
chiacchieravate. – si intrometteva Lilia – Di sotto riceveranno il tuo clone
bellissimo. Speriamo che duri tutto il tempo che ci servirà.
– Su, su, muovetevi. – gridava Alice.
– Si può sapere perché hai tutta questa fretta? – chiedeva Alex.
– Mi ha letto nel pensiero. – rispondeva Lilia – Ha paura.
– Paura di cosa? – domandava Alex.
– Non so chi di voi abbia avuto la brillante idea di lasciare liberi i
comandanti e i capi che avete generato. Fatto sta che ora, oltre all’esercito e
al dottor Nino, vi inseguono anche loro, perché qualcuno li ha convinti che,
se vi uccidono, diventeranno umani al cento per cento.
– Sono stata io. – diceva Nadia sospirando – Io li ho liberati. Io ho
combinato questo casino.
– E ora non serve a nulla piangersi addosso. Piuttosto tu, – continuava
Lilia, rivolgendosi a Nadia – dimmi come facevi a sapere della mia
cicatrice.
– Beh, è una cicatrice con sorpresa, giusto? – ribatteva Nadia.
– E tu che ne sai? – insisteva Lilia.
– L’ho vista in una notte, in una delle mie visioni del futuro e poi quando
stavi con Luca. – diceva esitante Nadia, sperando che la donna le credesse e
pregando che non scoprisse mai che lei era stata anche Mimmo e Stella.
– Tu sei quella che ha fatto incastrare Luca, giusto? La fonte anonima… –
la incalzava Lilia.
– Ma non sai che sono stata io a portare i cd? – chiedeva Alice, mentre
Nadia era sempre più triste.
– Nadia, hai smascherato Luca – insisteva Lilia ironica – grazie a una
delle tue visioni notturne del futuro?
– Certo. – rispondeva Nadia, bluffando.
– E com’è possibile che tu abbia visto il passato, anziché il futuro? – la
incalzava Lilia, che non credeva a una parola di quella storia.
– Il tempo è circolare, lo sappiamo tutti. E non esiste dappertutto. Persino
nella nostra mente ci sono scorci extratemporali. – ribatteva Nadia.
– Il tempo è solo una costruzione mentale, questo è vero. Sarà, ma tu non
mi convinci. Sei fortunata che non abbiamo tempo ora. Adesso saliamo in
macchina. Allacciate le cinture. Dobbiamo attraversare il portale.
– Quale portale? Non si vede niente. – sussurrava Alice spaventata.
– Il portale è un buco nero. Speriamo di non fare un buco nell’acqua. –
diceva Lilia ridendo.
– Ma da un buco nero non riesce a uscire neppure la luce! – esclamava
Alex, per la prima volta preoccupato.
– Come faremo a uscire da lì? – chiedeva Alice in preda al panico.
– I buchi neri sono così densi di materia e forza di gravità da non lasciare
scampo. Sarà molto peggio che finire in un vortice! Un buco dell’oceano
che inghiotte acqua è niente rispetto a quello che dobbiamo attraversare noi.
È impossibile! – spiegava Alex.
– Tu sei matta! – strillava Alice – Io voglio scendere.
– Tranquilli! – li rassicurava Lilia – “Tutti sanno che una cosa è
impossibile da realizzare finché arriva uno sprovveduto che non lo sa e la
inventa” diceva Einstein. Non fidatevi di me, ma di Einstein. Vi fiderete
almeno di Einstein, giusto?
– Ma Einstein è morto! – gridava Alice.
– È un luogo comune che la morte sia così terribile. Un giorno, vi porto a
conoscerla, se sopravviviamo. – aggiungeva ridendo – Ora salite
sull’autovelivolo più potente al mondo e naturalmente invisibile ai radar. –
diceva Lilia ridendo ancora e partendo sgommando.
In pochi secondi, l’autovettura raggiungeva i trecento chilometri orari.
Non appena Lilia notava di averli superati, premeva un pulsante posto sul
lato interno del sedile. In un lampo l’automobile si sollevava da terra e, alla
velocità di un missile supersonico, centrava quello che, alla partenza, era
solo un puntino. I cinque scomparivano in quel cerchio nero che, al loro
passaggio si infuocava. Lilia guardava lo specchietto, pregando che il buco
nero scomparisse prima che i comandanti, i capi, il dottor Nino, l’esercito e
le ombre potessero raggiungerli. Sorrideva, notando che il buco nero
iniziava a dissolversi. Siamo salvi, pensava, quando trasaliva, accorgendosi
che qualcuno li stava seguendo. Una navicella era riuscita ad attraversare il
buco nero, un istante prima che si dissolvesse senza lasciare traccia. Pochi
istanti e li avrebbe raggiunti.
Ringraziamenti

L’ispirazione di questo libro era quella di creare un nuovo genere, un


“real spiritual fantasy”, un romanzo atipico e fuori dal tempo. Proprio per
questo, anche l’uso dei tempi verbali è spesso innovativo. Tutte le
informazioni contenute in questo libro costituiscono la libera
interpretazione e sperimentazione della sottoscritta che, per anni, ha
compiuto studi scientifici, esoterici, medici, psicologici, letterari e di fisica
quantistica. Questo romanzo non voleva essere un fantasy come tutti gli
altri, ma un coacervo di quotidianità, elementi sovrannaturali e fantasia.
Non so se ci sono riuscita ma, a prescindere, ringrazio tutti gli autori, gli
scienziati e i geni che hanno innescato la mia creatività e che hanno ispirato
questo libro, frutto di fantasia, ma di una fantasia che ha potuto decollare
grazie a (elenco i nomi così come mi vengono in mente) Stephen Hawking,
Frank Baum, John Irving, Friedrich Nietzsche, Umberto Galimberti,
Massimo Recalcati, di Benjamin L. Whorf, Max Planck, Fritz Albert
Popp, Erwin Rudolf Josef Alexander Schrodinger, Gunther Anders, Carl
Gustav Jung, Roger Sperry, Raffaele Morelli, Erica Francesca Poli, Victor
Hugo, Eckhart Tolle, Masaru Emoto, Jon Krakauer, David Icke, Helena
Blavatsky, Mauro Biglino, Giordano Bruno, Gianni Vota, Corrado Malanga,
Brian Weiss, Meister Eckhart, Georges Ivanovic Gurdjieff, Dalai Lama,
Jack Sarfatti, Peter Gariaev, Glen Rein , Joe dispenza, Franco Lenna, Emilio
del Giudice, Salvatore Brizzi, Piergiorgio Caselli, Alessandro Meluzzi,
Éric-Emmanuel Schmitt, Stefano Montanari, Mauro Scardovelli, Alberto
Lori, Massimo Teodora, Carlo Rubbia, Che Guevara, Pablo Neruda. E poi
ancora Socrate, Platone, Aristotele, Heidegger, Chomsky, Camus, Kafka,
Shakespeare, Tolkien, Melville, Dostoevskij, Pessoa, Hikmet, Kundera,
Conrad, Fante, Rumi, Joyce, Gibran, Carroll, Bukowski, Celine, Saint-
Exupéry, Marài, Màrquez, Mc Ewan, Rowling, Musso e tutti coloro che mi
hanno educato al bello e ai sentimenti.
{1}
“L’ultima teoria di Hawking su multiverso e big bang è stata pubblicata, ecco di cosa parla”, su
https://notiziescientifiche.it/lultima-teoria-di-hawking-su-multiverso-e-big-bang-e-stata-pubblicata-ecco-di-cosa-parla/ - 5 maggio
2018.
{2}
“Le Porte degli Elohim. Ipotesi bibliche ed extrabibliche da Adamo al Gan Eden” di Mauro Biglino, Unoeditori, 2018 e
https://www.biglinounofficial.com/bibbia-download/

{3}
“Il meraviglioso mago di Oz” di L. Frank Baum, Fanucci, 2013.
{4}
“Viale dei misteri” di John Irving, Rizzoli, 2018.

{5}
“Al di là del bene e del male” di Friedrich Nietzsche, Piccola Biblioteca Adelphi, 1977.
{6}
“Cristianesimo” di Umberto Galimberti, Feltrinelli, 2015.
{7}
“Ritratti del desiderio” di Massimo Recalcati, edito da Cortina Raffaello, 2018.

{8}
“Linguaggio pensiero realtà” di Benjamin L. Whorf (autore), a cura di J. B. Carrol, tradotto da F. Ciafaloni, Bollati
Boringhieri, 2018.

{9}
Max Planck da https://www.chimica-online.it/download/fotoni.htm e http://www.storiologia.it/planck/planck.htm
{10}
“I Biofotoni di Fritz Albert Popp” da https://www.inevoluzione.it/i-biofotoni-di-fritz-albert-popp/ 26 febbraio 2016.
{11}
http://scienzaemusica.blogspot.com/2020/06/lequazione-di-schrodinger-una-semplice.html 6 giugno 2020 e
https://www.atopon.it/fisica-quantistica/

{12}
“I ching. Il libro dei mutamenti”, Biblioteca Adelphi, 1991.

{13}
“L’uomo è antiquato” di Gunther Anders, Bollati Boringhieri, 2007.

{14}
“Il libro rosso” di C.G.Jung, Bollati Boringhieri, 2009 e https://www.jungitalia.it/tag/conoscere-se-stessi/

{15}
“I miserabili” di Victor Hugo, Garzanti, 1981.

{16}
“I vizi capitali e i nuovi vizi” di Umberto Galimberti, Feltrinelli, 2009.

{17}
“Il potere di adesso” di Eckhart Tolle, My Life, 2013.

{18}
“Il vero potere dell’acqua” di Masaru Emoto, Edizioni Mediterranee, 2007.

{19}
“Nelle terre estreme” di Jon Krakauer, Corbaccio, 2010.
{20}
“Figli di Matrix” di David Icke, Macro Edizioni, 2020.