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Stefano Zanardi

La porta e lo specchio
RACCONTO

La porta e lo specchio
In linea di principio limpossibile non accade. Non pu accadere. Mai. Se un avvenimento ha luogo perch sussistono valide ragioni affinch si manifesti. Non importa che queste ragioni siano di natura tecnica, scientifica, economica, politica o finanche religiosa. Ci che importa che la ragione si acquieti nella convinzione che ci sia una risposta a tutto. La pensavo cos anchio. Anchio ero convinto, come molti, che limpossibile corrispondesse al valore zero nella scala delle probabilit, che fosse lopzione che non si d, il caso precluso. E invece, a quanto pare, le cose non stanno in questi termini. La realt pi complessa e sfugge costantemente alle briglie del nostro ragionare. Ora ne sono consapevole. Sono giunto a queste conclusioni in seguito ad alcuni fatti strani che mi sono capitati e sui quali per ora sospendo il giudizio. Ho dovuto rivedere tutte le mie certezze e ci non stato facile n immediato. Le cose che sto per raccontarvi chiamatele, se volete, coincidenze, casualit, circostanze fortuite. Da parte mia sono ormai convinto che sia un errore cercare di dare una veste razionale a tutto ci che ci capita. Luniverso dellimpossibile esteso almeno quanto quello del possibile; per a noi mortali non sono stati dati strumenti atti a comprenderne le manifestazioni. I fatti a cui mi riferisco ebbero inizio alcuni mesi fa, quando, durante una delle solite passeggiate domenicali, mi spinsi oltre la statale, strada che topograficamente stabilisce 3

la fine della periferia e che solitamente imponevo come limite ai miei vagabondaggi. In quelloccasione mi avventurai dunque lungo una stradicciola sterrata che saliva in lieve pendenza curvando verso destra. Su questo lato un fitto boschetto di carpini e robinie impediva la vista e ben presto anche la citt ammutol e scomparve alle mie spalle. A sinistra invece, ai piedi del terrazzamento su cui mi trovavo, si apriva un panorama reticolare di campi bruni e scintillanti che, man mano che salivo, si mostrava sempre pi per quello che era: una geometria poco regolare di terreni bordati da fossi e piccoli terrapieni, punteggiato da piante solitarie a segnalare la deriva di un canale o lincrocio di due strade. Era dicembre. Il cielo limpido e laria tersa permettevano alla vista di spingersi fino allorizzonte coronato dal profilo tremolante delle Alpi, azzurrine nel sole mattutino. Camminai per una decina di minuti nel silenzio gelido sbuffando nuvolette di condensa. Le mani nervose cercavano nelle tasche un po di tepore mentre il naso chiedeva con insistenza una attenzione che loro rifiutavano di offrirgli. Dir per inciso che quella specie di collinetta su cui mi trovavo una sorta di anomalia geologica di natura sconosciuta che si eleva di alcune decine di metri dalla vastit inesorabilmente piatta della pianura padana. Coronata dal boschetto di cui ho detto, precipita su tre lati direttamente nei campi, mentre verso la citt digrada pi dolcemente. Dun tratto un cane abbai in lontananza facendomi girare istintivamente per cercare di indovinarne la presenza. Laggi davanti a me, ad un paio di chilometri di distanza, cera una cascina, ma il cane non si vedeva. Un movimento per attir la mia attenzione: proprio in quel momento un trattore stava uscendo dalla corte e nello svoltare a destra il vetro della cabina si accese per un istante in un lampo abba4

gliante. Da quella distanza non si sentiva nemmeno il rumore del motore; sembrava un giocattolo. Udivo il cane, ma non il trattore. Che strano, pensai. Distratto da queste osservazioni non mi ero accorto che nel frattempo la stradina era diventata un sentiero e poco pi avanti si perdeva in un intrico di arbusti e rovi. Non potevo pi proseguire; a destra me lo impediva la scarpata e a sinistra il boschetto col suo sottobosco impenetrabile. Ero per soddisfatto della passeggiata. Laria frizzante e leggera aveva avuto effetti benefici sul mio spirito. Respirai profondamente tre o quattro volte con gli occhi chiusi, poi mi decisi a riprendere la via del ritorno. Dopo un centinaio di metri arrivai nel punto in cui il sentiero si era staccato dalla stradina. Qui cera una specie di slargo in gran parte occupato da mucchi di detriti, evidentemente scaricati illegalmente. Al di l delle macerie e quasi soffocato dal bosco mi pareva di intravvedere un tratto di muro in mattoni. Provai ad avvicinarmi inerpicandomi nellavvallamento tra due cumuli e da l mi resi conto che ci che avevo visto sembrava effettivamente un pezzo di muro di cinta. Proprio di fronte a me il muro finiva contro un pilastro di pietra. Poco pi avanti, alla mia sinistra, un altro pilastro uguale reggeva ancora una breve porzione di muro. In quello spazio, ora ingombro di detriti e soffocato da sterpaglie, doveva esserci stato un cancello. E oltre il cancello, chiss... forse una villa. Ma era evidente che quello stato di abbandono perdurava da parecchio tempo. Il lavoro tenace della vegetazione e degli agenti atmosferici stavano restituendo alla terra ci che luomo ne aveva tratto. La vuole vedere? Mi girai di scatto, spaventato da questa vocina stridula. Il movimento brusco mi fece per5

dere lequilibrio e dovetti appoggiare una mano a terra mentre scivolavo gi puntando i piedi per non cadere. Mi trovavo di fronte ad un ometto anziano, con un berretto a coppola tirato in avanti su due occhietti affossati. Una bocca sdentata ruminava costantemente qualcosa: La casa, dico. La vuole vedere? . Visto che non rispondevo e continuavo a fissarlo, lui prese a scendere per la stradina, in direzione della citt. Poi sembr esitare; si gir a guardarmi e infine tagli a sinistra infilandosi nel folto del bosco. Decisi di seguirlo. Riuscii a raggiungerlo proprio mentre entrava nel boschetto attraverso uno spiraglio tra i rovi. Dopo pochi metri scavalcammo le fondamenta di quello che fu il muro di cinta e cominciammo a costeggiarle risalendo verso il punto in cui avevo scorto quello che pareva essere stato il varco del cancello. Girammo a destra in una specie di viale dove la ghiaia era riuscita a limitare linvadenza delle piante e permetteva un cammino pi agevole. Solo allora mi accorsi che la mia guida teneva in mano una specie di sporta. Anzi, a ben vedere era una di quelle reti arancioni con cui vengono vendute le arance al supermercato. Dentro cera qualcosa che sulle prime mi sembrarono ciottoli levigati, forse funghi. Chiocciole disse lui, come se mi avesse letto nel pensiero. Dopo un attimo di esitazione Ma non vanno in letargo? chiesi, tanto per abbozzare unapparenza di conversazione. Certo rispose mentre si fermava e girava leggermente la testa di lato come per concentrarsi meglio su ci che stava per rivelarmi. Per a conoscerle bene si possono scovare anche quando dormono . Siccome la faccenda sembrava chiusa l, ci incamminammo nuovamente e in breve raggiungemmo una specie di piccola aia in terra battuta su cui si affacciava una casetta 6

in mattoni a due piani. Da un lato e dallaltro due maestose querce la sovrastavano con la loro mole denudata dallinverno. Di fronte alla casa, sul lato sinistro di quella specie di corte cera il rudere di un capanno. Addossato al muro faceva bella mostra di s un vecchio esemplare di pompa in ghisa col catino di granito. Tutto qui. Il resto era solo un groviglio di alberi i cui rami scheletrici graffiavano inutilmente il cielo e chiudevano tuttattorno lo sguardo. Solo le due querce, immense sopra quella confusione di ramaglia insulsa, brillavano dorate sotto i raggi del sole; assieme alla sporta delle chiocciole erano lunica nota di colore in mezzo al grigionero delle robinie. Dopo quella volta non ebbi pi occasione di tornare da quelle parti, n mai pi incontrai il vecchietto delle chiocciole. Limmagine della casetta nel bosco fin nel retrobottega dei ricordi e ben presto me ne dimenticai. Un paio di settimane dopo, per, due avvenimenti riaccesero il mio interesse in modo del tutto inatteso. Il primo si manifest sotto forma di una lettera raccomandata dellavvocato che cura gli interessi del mio padrone di casa. Scritta nel classico linguaggio forense, notificava in modo formale la recessione unilaterale del contratto daffitto con effetto a partire dal quarto mese dal ricevimento della comunicazione. Di per s questo fatto cre solo unurgenza fastidiosa, senza peraltro ancora mettermi nellottica di prendere seriamente in considerazione una qualsivoglia soluzione. La seconda circostanza si deve alla congiunzione di un acquazzone fuori stagione con una bottega di rigattiere. Capit che mi ritrovassi a camminare per le vie del centro con la vaga consapevolezza di dover fare qualcosa per 7

trovare un altro appartamento in affitto. Passavo svogliatamente in rassegna le vetrine delle agenzie immobiliari senza soffermarmi in particolare su nessuna offerta. Ero pi che altro meravigliato dalla quantit di questi ufficetti, spuntati come funghi negli ultimi anni. Ad un certo punto, mentre mi trovavo circa a met di Corso Piemonte, mi ritrovai ad osservare un annuncio di vendita nella cui foto era ritratta la casa del boschetto; ma proprio in quellistante si scaten un temporale di una violenza eccezionale che mi costrinse a mettermi a correre per trovare un riparo. Mi tirai il cappuccio sulla testa e mi tuffai gi per Vicolo de Riscontri, intenzionato a raggiungere i portici di Piazza Mercatari. Ma a met della via, dove questa piega a sinistra per poi curvare e stringersi prima di sbucare nei cosiddetti Portici del Santo, scivolai malamente sul selciato invaso ormai da un vero e proprio ruscello e caddi battendo il ginocchio destro. Mentre dolorante e ormai bagnato fradicio cercavo di rialzarmi, mi sentii afferrare per un braccio. Venga, che laiuto mi disse luomo che, senza troppi riguardi, mi trascin verso una botteguccia di robivecchi. Mi spinse dentro la porticina a vetri, entr e la richiuse dietro di s facendo sbattere la campanella appesa sopra. Restammo immobili per un attimo a guardare il diluvio attraverso la vetrina. Dopo il frastuono della pioggia scrosciante e la scampanellata di poco prima, era sceso un silenzio quasi innaturale in cui si distinguevano solo i nostri respiri e il ticchettio sovrapposto di alcuni orologi nascosti chiss dove. La scritta, dipinta direttamente sulla vetrina, diceva che mi trovavo nella "Bottega dei Prodigi". Grazie... accennai a fil di voce. L'altro si riscosse e mi fece cenno di seguirlo mentre si avviava verso il fondo della bottega annunciando allegramente: Si accomodi: bisogna pur che ci asciughiamo in qualche modo . Spar 8

per una porticina da cui riemerse quasi subito con due grossi asciugamani. Mi tolsi il giaccone e il maglione bagnato e mi asciugai i capelli strofinandoli forte con uno dei due asciugamani. Lui nel frattempo aveva recuperato due sedie; le aveva messe una di fronte all'altra e in mezzo aveva collocato una stufetta elettrica. Mentre continuava ad affaccendarsi attorno, io mi ero seduto stendendo le gambe verso il benefico calore della stufetta. Girando lo sguardo per la stanza mi avvidi che era stracolma di oggetti di ogni genere. Non solo pezzi di arredamento, ma anche oggetti stranissimi che, nella penombra, riuscivo a stento a riconoscere. In breve il mio ospite apparecchi, sopra un tavolinetto tondo a tre gambe, un bizzarro servizio da t composto da due tazze spaiate in ceramica con piattini ugualmente spaiati. Fungeva da teiera un bollitore metallico di dubbia igiene, smaltato di bianco e decorato con piccole figure blu di uccelli, farfalle e fiori. Completava il servizio una zuccheriera a forma di zucca, retta da tre zampette leonine e chiusa da un coperchio sbeccato. Non capii come avesse fatto a far bollire l'acqua, ma ci che contava era che in breve il t fu pronto. Caldo e profumato ebbe il potere di farmi rilassare ed abbassare le mie diffidenze. I cucchiaini li trova nel cassettino l vicino a lei. mi sugger. Capii che si riferiva al tavolino su cui aveva apparecchiato. Sul mio lato si apriva un minuscolo cassetto. Lo aprii e ne trassi due cucchiaini da t piuttosto sporchi che posai a fianco delle tazze dopo averli strofinati col mio fazzoletto. Il t fu versato e per qualche attimo restammo entrambi a seguire il filo dei nostri pensieri. Gi... il cassetto dei cucchiaini... esord poi. a causa sua che ho scelto di chiamare questo negozio la bottega dei prodigi; anzi, per essere precisi devo ammet9

tere che tutta questa faccenda del negozio di anticaglie iniziata proprio per colpa, o per merito, dei cucchiaini . Il padrone del negozio cominci allora a raccontarmi una storia delirante, a cui non ero minimamente preparato e che lui invece snocciolava con estrema naturalezza. Stando al suo racconto egli aveva lasciato una promettente carriera di funzionario presso il settore edilizia privata dellufficio tecnico comunale per inseguire una dispendiosa e insensata, aggiungerei io caccia ad oggetti che lui non esitava a definire prodigiosi. Il tutto ebbe inizio quando si accorse delle propriet magiche di quel tavolino. S, disse proprio cos: propriet magiche. Il tavolino era stato trovato, assieme a pochi altri mobili e suppellettili, in una casa che andava abbattuta a seguito di una ingiunzione prefettizia. Lui, in qualit di tecnico comunale, doveva provvedere a tutte le pratiche di rito, compreso il sopralluogo e la messa in sicurezza della zona interessata. Il tavolino se lera portato a casa perch sembrava in buono stato, mentre tutto il resto venne smaltito secondo le consuete procedure. A casa sua il tavolino fin a reggere il telefono, a met del corridoio facendo anche una discreta figura. Non si accorse subito dei cucchiaini. Fu il figlio di cinque anni che una mattina gli chiese se poteva usarli per giocarci. Quali cucchiaini? chiese, incuriosito, il padre. Poi, seguendo il ditino del figlio puntato ad indicare il tavolino, scopr lesistenza del cassettino. Lo apr e lo trov pieno di cucchiaini vecchi e sporchi. Ovviamente diede il permesso al figlio di prenderli ma solo dopo che la mamma li avesse accuratamente lavati. La sera stessa, rientrando a casa, apr il cassetto e lo trov con tutti i cucchiaini sporchi al loro posto. And in cucina e chiese alla moglie perch non li avesse lavati e dati 10

al figlio per giocare. Lei lo guard con aria interrogativa e, indicando una schiera ben ordinata di ventun cucchiaini che brillavano splendenti sul tavolo da pranzo gli disse: Come, non li ho lavati? Non vedi come sono belli quando sono puliti? Per me sono dargento . Allora lui le fece vedere i cucchiaini rimasti nel cassetto e le chiese perch non li avesse presi tutti. Lei non capiva. Era certa di aver preso tutti i cucchiaini e di aver lasciato il cassetto vuoto. Li contarono: erano ventuno, come quelli di l sul tavolo della cucina. Provarono a toglierne un po e richiusero il cassetto. Si guardarono negli occhi un istante e poi lo riaprirono. Dentro cerano di nuovo ventun cucchiaini. Fecero diversi tentativi, togliendo uno, due, dieci, cucchiaini. Tutte le volte che riaprivano il cassetto cerano sempre ventun cucchiaini. Provarono anche ad aggiungerne qualcuno, ma anche cos ne ritrovavano sempre e soltanto ventuno. Non uno di pi n uno di meno. Nei giorni seguenti provarono a smontare il tavolino, ma non trovarono niente che facesse pensare ad un trucco da prestigiatore. Nessun meccanismo nascosto, nessun doppiofondo. E i cucchiaini si rivelarono essere proprio dargento. Dal seguito della sua narrazione appresi che quellevento fece prendere una piega diversa alla vita dei due coniugi. In capo a pochi mesi egli abbandon il lavoro e si mise a cercare per mercatini e antiquari altri oggetti dalle propriet magiche. A sua detta ne trov qualcuno, ma nulla che uguagliasse il cassetto dei cucchiaini. Per garantirsi un tenore di vita dignitoso gli bastava venderne qualcuno di tanto in tanto, avendo laccortezza di cambiare spesso acquirenti per evitare di attirare troppo lattenzione e per non saturare il mercato. Daltra parte il normale commercio degli oggetti esposti del negozio non gli procur mai grosse 11

entrate. Va da s che non credetti nemmeno ad una parola di quanto mi stava raccontando. Tutto mi sembrava cos assurdo che non ebbi nemmeno la tentazione di aprire il cassetto per controllarne il contenuto. Non potevo, n volevo dargliela vinta. E comunque se lui mi stava chiedendo un atto di fede, di sicuro non era andando a verificare la presenza di un certo numero di cucchiaini in un cassetto che mi sarei deciso per il s o per il no. La mia diffidenza si mut rapidamente in un fastidio quasi fisico perch nella condizione in cui mi trovavo dovevo pure mostrarmi riconoscente a chi stava cercando di abbindolarmi chiss poi a quale scopo con una storia improponibile. Mi sembrava di essere finito a casa del Cappellaio Matto. Vedo che non mi crede disse a quel punto Ha ragione ad essere diffidente. Lo sarei io stesso. Ma, vede, a certe cose non ci si pu arrivare armati di sola ragione; bisogna cambiare atteggiamento, lasciarsi andare... beh, s, ecco... insomma, bisogna aver fede. Mi capisce, no? Ecco laveva detto! Bisogna aver fede. Ora mi stavo proprio irritando. Perch tirare in ballo la fede? Ha raccontato la sua storiella, come probabilmente ha gi fatto mille volte con molti altri. Perch pretendere anche che ci si creda? Cosa ci avrebbe guadagnato a convincermi? Senta, lasciamo perdere, eh? gli dissi. La storia era carina, anzi proprio interessante. Ma non pu pretendere che io ci creda . Nel dire cos e cercando di dissimulare linsofferenza che provavo in quel momento, mi alzai e cominciai a rivestirmi. Andai verso la vetrina. Da l si poteva vedere che la pioggia era quasi cessata. Il rigattiere mi raggiunse. Aveva in mano un pacchetto avvolto in carta da pacco legata con uno spago. Fu solo allora che lo guardai dritto negli occhi, forse nel timore, o 12

nella speranza, di trovarvi una luce beffarda nei miei confronti. E invece incontrai uno sguardo mesto, quasi supplichevole. Tenga questo mi disse allungandomi linvolto. Proviene dalla casa che fu dei Leonetti. Ne faccia buon uso . No, guardi... veramente io... riuscii a malapena a dire. Ma linsistenza con cui mi osservava mi spinse fuori della porta e in men che non si dica mi ritrovai a camminare in fretta, rasente ai muri, intenzionato ad arrivare a casa al pi presto per dimenticare tutta quella storia. Solamente quando fui davanti alla porta e dovetti cercare le chiavi, mi accorsi che sotto il braccio stringevo il pacchetto. Entrai e con un gesto di stizza lo infilai sotto il divano senza scartarlo. I giorni passavano e la scadenza del mio sfratto stava diventando un problema non pi differibile. Cominciai a spargere la voce tra amici e conoscenti nella speranza di evitare le agenzie. Per per tenere a bada lansia continuavo anche a leggere gli annunci sui giornali e ad esaminare le schede appese nelle vetrine. Una sera capitai di nuovo dove avevo visto lofferta di vendita della casetta del bosco. Limpiegata stava uscendo per chiudere lufficio. La circostanza mi parve favorevole per chiedere informazioni sulla casa, senza mostrare di essere troppo interessato. A lei risultava solo che fosse di propriet di una banca, altro non sapeva. Pertanto, mettendomi in mano un biglietto da visita, mi consigli di sentire il geometra titolare dellagenzia. La mattina dopo telefonai al geometra. Ah, s, villa Leonetti! mi disse con lenfasi entusiastica tipica del commerciante, dopo che gli ebbi spiegato di quale casa chiedevo informazioni. A sentire quel nome rimasi un attimo interdetto. Lui interpret il mio silenzio come se fossi 13

in dubbio sulla definizione e infatti precis subito: Sa, per comodit di archiviazione la chiamiamo villa, ma effettivamente, come avr visto dalla foto, si tratta di un piccolo casolare... e si tuff in una descrizione delle caratteristiche di cui non capii quasi niente. Alla fine concordammo di trovarci quello stesso giorno verso le cinque, per visitare la casa prima che facesse troppo buio. Come spesso capitava non ero riuscito ad opporre resistenza. Avevo accettato di andare a visitare una casa di cui mi ero gi fatto unidea e di cui in fondo non mi importava nulla. Era troppo fuori mano e troppo isolata. E poi cercavo qualcosa in affitto; non ero affatto disposto ad avventurarmi in un acquisto. Prima di recarmi allappuntamento feci una scappata a casa per controllare cosa contenesse linvolto che il tipo del negozio di anticaglie mi aveva rifilato. Volevo capire se il Leonetti a cui si riferiva fosse lo stesso della casetta nel bosco. Aprii il pacco e vi trovai un semplice specchio bordato da una cornice scura, probabilmente di noce, la cui unica nota di stile erano due piccole volute che si allargavano allestremit dei lati lunghi. In tutto misurava allincirca quaranta per cinquanta centimetri. Sul retro un piccolo gancio con anello indicava che lo specchio era fatto per essere appeso. Da questo capii anche che le due volute decorative si trovavano nella parte inferiore della cornice. La superficie riflettente era qua e l macchiata e il vetro presentava una prismatura di un paio di centimetri che correva tutto attorno al bordo. Sotto certe angolazioni la luce veniva diffratta nei colori delliride. In fin dei conti per quello specchio era un oggetto banalissimo, di fattura ordinaria e nemmeno in buone condizioni. Di sicuro il rigattiere non ci aveva rimesso un 14

granch regalandomelo, per continuavo a chiedermi perch lavesse fatto e che senso potesse avere la sua raccomandazione di farne buon uso. Si aspettava che forse io utilizzassi lo specchio in qualche modo particolare? Mancava ormai poco allappuntamento, quindi abbandonai lo specchio sul tavolo e mi affrettai ad uscire dallappartamento. Mentre scendevo le scale mi resi conto che per tutto il tempo in cui avevo maneggiato lo specchio avevo come al solito accuratamente evitato di incontrare il mio riflesso. Parcheggiai nel poco spazio rimasto tra i cumuli di macerie e il suv del geometra, un po preoccupato della manovra che avrei dovuto fare al ritorno per girare lauto in quegli spazi ristretti. Lui mi aspettava in piedi sul ciglio della stradina fumando una sigaretta e osservando il panorama. Era un tipo alto; sopra i jeans portava un giaccone di velluto piuttosto vissuto che non riusciva a mascherare una certa eleganza nel portamento. Ci presentammo, poi lui mi fece strada seguendo lo stesso percorso che avevo fatto qualche settimana prima assieme al vecchietto delle chiocciole. Avanzando tra i rami e le erbacce mi spieg a grandi linee la storia della casa e di come fosse finita in mano alla banca a copertura dei debiti lasciati dal proprietario alla sua morte. Si scus che di questo Leonetti sapesse dirmi ben poco; daltronde nella trattativa era listituto di credito a figurare quale venditore. Anzi per la precisione lui aveva avuto contatti solo col procuratore dellufficio immobili e quella era solo la seconda volta che si recava a visitare ledificio. Nello spiazzo antistante la casa ci fermammo un attimo. Lui per accendersi una sigaretta e io per osservare la casa. Era pi grande di come la ricordassi. Un semplice edifi15

cio a due piani in mattoni a vista coronato da un tetto in coppi a quattro spioventi. Unica concessione ornamentale era un corso di ciottoli bianchi di fiume come marcapiano tra i due livelli della casa. Al centro della facciata una porta a due battenti a cui si accedeva per due gradini. Da un lato e dallaltro una finestra per piano, pi unaltra sopra la porta. Il geometra cerc le chiavi nella valigetta e apr la porta. Un odore aspro, ma non del tutto sgradevole ci accolse. Entrammo in un atrio da cui partivano le scale per il piano superiore e in cui si aprivano due porte, una a destra e una a sinistra. Aspetti un attimo, che faccio luce mi disse accendendo una torcia e sparendo per la porta di destra. Fermo nellatrio sentii echeggiare nelle stanze vuote il rumore delle finestre e delle imposte che venivano aperte. Poco dopo era di ritorno. Non ci faccia caso. Adesso non c corrente perch la fornitura di elettricit stata sospesa, ma la linea a posto mi inform. Forse limpianto non nuovissimo, ma funziona, si fidi . Cos dicendo attravers latrio e si infil nellaltra porta. Allora cominciai la perlustrazione dalla stanza da cui era appena uscito. In fondo, sulla sinistra, una porta dava sulla cucina, cos pensai che quella in cui mi trovavo poteva essere la sala da pranzo. Dalla cucina una porticina dava sullesterno, sul retro della casa. Girovagai un po senza sapere cosa fare n cosa pensare. Non ero per nulla convinto di quello che stavo facendo e in un angolo della mente studiavo segretamente una risposta evasiva da dare al geometra, per negare che la casa mi interessasse o tuttalpi per rimandare la decisione. Passai nella stanza di sinistra, un ampio soggiorno grande come la cucina e la sala da pranzo assieme, che prendeva luce da quattro finestre, ormai tutte spalancate. Opposta a quella affacciata sulla corte ce nera una che dava 16

sul retro e poi altre due affiancate sullaltro lato. Ripresi il giro e salii al piano superiore. In corrispondenza della cucina e della sala da pranzo cerano due camere da letto con pavimento di legno e travi a vista sul soffitto; nellala sinistra si trovavano invece un bagno ed uno stanzone con mattonelle di terracotta grezza. Decisamente quella casa era troppo grande per me. Da una finestra vidi che il tizio dellagenzia era gi nella corte ad aspettarmi, passeggiando avanti e indietro mentre parlava al telefono. Diedi unultima occhiata intorno e tornai di sotto. Con un piede gi sulla soglia della porta dingresso mi girai per dare unultima occhiata al soggiorno e mi avvidi di una cosa che prima mi era sfuggita. Sul muro di fronte, tra le due finestre, cera un alone rettangolare, come quelli che lasciano i quadri appesi alle pareti. Ma questo aveva qualcosa di diverso: nella parte bassa il segno si allargava sui due lati con una forma tondeggiante. Ripensai alla cornice dello specchio e mentalmente calcolai che anche le dimensioni coincidevano. Dunque era l che il misterioso specchio stava appeso. Fuori cominciava a fare buio. Il geometra disse che era meglio sbrigarsi a tornare alle auto e che avremmo potuto parlare con calma dei dettagli tecnici pi tardi nel suo ufficio. Mentre quello rientrava per richiudere tutte le finestre, mi incamminai verso laltra estremit della corte. Qui, in mezzo al solito groviglio di arbusti, scoprii un viottolo segnato da grosse pietre piatte disposte irregolarmente. Lo percorsi per una ventina di metri e dimprovviso mi trovai su un poggiolo delimitato da uno steccato rudimentale fatto con bastoni incrociati tenuti insieme con lo spago. Oltre lo steccato il terrapieno cadeva ripido verso la piana e tutto intorno si infoltiva la macchia di rovi dando al piccolo spazio 17

una nota di segreta intimit. Il panorama che si poteva vedere da quella posizione era praticamente lo stesso che vidi laltra volta che ero salito fin lass. Una pianura piatta e sconfinata, che in quellora crepuscolare perdeva di definizione in lontananza. In casi come questi i dettagli si fanno insignificanti e solo la visione dinsieme conta. come per i ricordi pi antichi: restano nella memoria con una urgenza sempre pi lieve, finch perdono la propria individualit e si scolorano in un quadro pi ampio, dove il valore non sta pi nel gesto della pennellata, ma nella contemplazione del risultato. Mentre tornavo verso la casa, pensai che noi, gente di pianura, paradossalmente non siamo abituati ai paesaggi sconfinati. Siamo troppo vicini alla terra e ogni minima cosa dostacolo allo sguardo: una casa, una siepe, un muro, un albero. E quando anche riuscissimo spingerlo fino allorizzonte, rimarrebbe pur sempre una misera visione radente con tutti i piani di profondit sovrapposti e confusi. E per basta elevarsi di poche decine di metri perch tutto cambi. Improvvisamente si ha una prospettiva migliore sulle cose. Si riescono a valutare le distanze e le proporzioni. La nostra stessa vita assume per un attimo una dimensione concreta, brillante e pura come un diamante. La possiamo vedere, da quass, proprio l davanti a noi, in un reticolo di tensioni e di desideri irrigati dalle passioni. Squill il cellulare. Il tipo dellagenzia mi stava cercando. Non so ancora esattamente come accadde, ma nel giro di dieci giorni ero gi praticamente proprietario della casa. Credo che nella decisione finale abbia pesato soprattutto la scoperta del piccolo terrazzo segreto affacciato sulla pianura. La notte stessa lavevo sognato. Me ne stavo lass, in 18

un pomeriggio di afa estiva, ad aspettare larrivo di un temporale. Ed infatti lo vidi salire lentamente da occidente, con laria che si faceva sempre pi soffocante e irrespirabile, coi fulmini ancora muti in lontananza che accompagnavano lavvicinarsi del muro obliquo di pioggia. E sentivo crescere il vento, mentre ormai tuttattorno sera fatto silenzio, gli animali gi al riparo nelle loro tane e gli uccelli nascosti chiss dove. E udivo il brontolio indistinto dei tuoni rincorrersi e farsi sempre pi opprimente con lincalzare di ritmi asincroni. E poi finalmente la pioggia. Prima nelle narici, con lodore di polvere e di erba secca, ed infine sulla faccia e sulle mani aperte. Un gran senso di pace mi accompagn nel risveglio. Quando mi recai alla banca per firmare il compromesso e avviare nel contempo le pratiche del mutuo venni fatto accomodare in una saletta dalle pareti color pesca, con la promessa che il funzionario addetto alle trattative preliminari sarebbe arrivato da l a pochi minuti. Il geometra lo avevo incrociato in un corridoio che chiacchierava con un impiegato e mi aveva fatto un cenno di saluto accompagnato da un gesto con cui intendeva farmi capire che mi avrebbe raggiunto tra un attimo. Nella saletta non cerano finestre. Tutto larredo era costituito da un moderno tavolo col piano in cristallo di uno spessore spropositato e da sei sedie in acciaio e cuoio. Un quadro stava appeso al centro della parete di fondo, illuminato da un faretto. Nellattesa ricontrollai i documenti che mi ero portato dietro e poi mi dedicai ad osservare il quadro. La piccola tela raffigura un angolo di stanza, distorto da una costruzione prospettica volutamente ingenua, al cui centro fluttua, staccata da terra, una donna nuda molto for mosa, quasi deforme, con le gambe illuminate di azzurro e di verde e col busto di color rosa scuro. Dalla finestra, sulla 19

parete di sinistra, si vede un cielo pallido con nuvolette bianche. A destra, in primo piano c una sedia e sulla parete di fondo una libreria con pochi volumi in disordine. Poco sopra c appeso un quadro di cui non si capisce il soggetto e ai piedi della libreria, appoggiato in terra e mezzo nascosto dalla sedia, uno specchio che sembra non riflettere nulla di ci che si trova nella stanza. Tutta la composizione caratterizzata da un disegno tracciato a grossi tratti scuri sopra una stesura di colore che non tiene conto delle forme rappresentate, ma le attraversa con sfumature dallocra al piombo. Nellangolo in basso a destra la firma e la data: Savinio 1927. Un paio dore dopo, il compromesso era firmato e il mutuo instradato verso lapprovazione. Da parte mia chiesi ed ottenni di poter accedere alla propriet gi prima del rogito per organizzare certi lavori urgenti. Cerano parecchie cose da sistemare: controllare limpianto elettrico e attivare la fornitura di corrente, verificare limpianto idraulico, lallacciamento alla rete idrica e gli scarichi. Per il gas invece sapevo gi che cera poco da fare: mi sarei dovuto arrangiare con le bombole. Prima di tutto mi interessai di far sgombrare laccesso al cancello dingresso da tutte le macerie. Telefonai allazienda che si occupa dello smaltimento dei rifiuti e, simulando una fretta che in realt non sentivo, fissai un appuntamento con un tecnico per fare un sopralluogo gi quella stessa settimana. Nel frattempo contattai un giardiniere mio amico per sentire un suo parere sulle condizioni della parte di bosco inclusa nella propriet. Come temevo, sarebbe stato bene eseguire qualche sfoltimento, ripulire il sottobosco e soprattutto sottoporre le due maestose querce, che a suo dire erano pluricentenarie, ad una potatura terapeutica per elimi20

nare i rami danneggiati. E questo andava fatto subito, prima della fine dellinverno. In breve ci fui dentro fino al collo e le visite alla mia nuova casa divennero quasi quotidiane. Durante una di queste ebbi la malaugurata idea di portarvi lo specchio ed appenderlo l dove cera limpronta. Non cerano dubbi: era proprio l che lo specchio era stato appeso tanti anni prima. Cos come ora non possono esserci pi dubbi sul fatto che quel gesto, tanto innocuo quanto inessenziale, rischi per qualche tempo di costarmi la salute mentale. Ed anche ora, che ho imparato a conviverci, sento la sua presenza come un avvertimento non pronunciato. In quella posizione lo specchio sembrava una terza finestrella nella parete. Ma a differenza delle due vere finestre, anzich filtrare la scena esterna di tronchi e rami intrecciati sullo sfondo del cielo, rimandava ottusamente limmagine di una stanza vuota. Seguendo listinto di non incontrare la mia immagine, dopo averlo appeso ero arretrato di qualche passo e mi ero sistemato non di fronte, ma in una posizione intermedia tra lo specchio e la finestra di sinistra; la porta che conduce allingresso restava dietro di me. Da l, mentre guardavo fuori senza in realt mettere a fuoco nessun particolare del panorama, cominciai a pensare, in un modo che allora giudicai ridicolo, al gioco di opposti che quella configurazione aveva creato: tra esterno ed interno, tra realt e riproduzione, tra azione vitale ed introspezione. Io stesso, poi, cosa stavo facendo se non per lappunto riflettere? Solo allora presi coscienza per la prima volta, e ricordo che rimasi alquanto meravigliato di non essermene reso conto in precedenza, che per definire lattivit della mente 21

umana usiamo due termini, riflessione e speculazione, che di fatto sembrano negare allintelletto qualsiasi possibilit creativa. Paragonare il pensiero ad uno strumento passivo qual lo specchio equivale ad ammettere che le nostre possibilit di conoscenza sono alquanto limitate poich fanno affidamento solamente su rimandi ed allusioni ad alcuni aspetti sensibili della realt. Una realt che nel profondo rimane sostanzialmente inconoscibile. Cercai conferma a questo sospetto volgendo lo sguardo in direzione dello specchio. Non so dire cosa sperassi di trovarvi, ma ci che vidi butt allaria i ragionamenti che andavo facendo e, peggio ancora, spazz via irrimediabilmente la convinzione che il mondo fosse una realt concreta, retta da leggi ferree, ancorch imperscrutabili. Nello specchio vedevo riflesso il muro dietro di me, inclinato dalla prospettiva sbieca dovuta alla mia posizione angolata. Allestremit destra cera una porta di cui, fino ad allora, non mi ero mai accorto. Mi voltai per controllare, ed infatti non la ricordavo perch effettivamente l sulla parete alle mie spalle quella porta, semplicemente, non cera. Fu una sensazione stranissima. In questi casi si suol dire che lesperienza straniante assomigli ad un sogno, ma quella volta non fu il mio caso. Tutto era talmente vivido e reale che non ebbi alcun dubbio sulla concretezza di ci che vedevo. Piuttosto misi in dubbio per un attimo la mia conoscenza delle leggi dellottica e pensai che ci che veniva riflesso dallo specchio stava pur da qualche parte, ma probabilmente non dove io mi aspettavo di trovarlo. Quindi mi mossi attraverso la stanza per osservare lo specchio da altre angolazioni. Ovviamente fu un esame superfluo quanto rapido: non ci voleva molto a capire che la porta riflessa non era quella che dava sullingresso e che, come gi ben sapevo, nella stanza non cerano altre porte. 22

Allora mi ricordai che lo specchio aveva una sfaccettatura che correva tuttattorno al perimetro e che forse lanomalia che avevo notato era dovuta a questa particolare prismatura. Mi avvicinai allo specchio mettendomi in una posizione da cui potevo vedere la porta fantasma e spostando la testa a destra e a sinistra feci in modo di portare limmagine riflessa in corrispondenza di un tratto di sfaccettatura laterale. Leffetto fu per esattamente quello che ci si aspetta: la porta si divideva in due riflessi distinti, legger mente sfalsati a causa del diverso angolo delle due facce riflettenti. Quella cosa cominciava ad inquietarmi. Non volevo arrendermi allevidenza di trovarmi di fronte a qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Uscii, allora, e nella piccola corte ripresi contatto con la realt fatta di cose concrete: gli alberi, la casa, il terreno su cui poggiavo i piedi e laria ormai tiepida della primavera incipiente. Di fronte a me, sullaltro lato dello spiazzo, a fianco del capanno era rimasta una piccola catasta di legna, frutto del lavoro del giardiniere. I rami tagliati erano stati puliti e ridotti in sezioni facilmente maneggiabili. Cos, assieme a tronchetti di un certo diametro, lunghi poche spanne, cerano anche rami pi lunghi e sottili. Attraversai la corte e andai a prenderne uno delle dimensioni di un manico di scopa e con questo rientrai nella stanza. Lo appoggiai al muro, pi o meno dove doveva trovarsi la porta fantasma e tornai ad osservare la scena dalla solita posizione. Il bastone stava l, riflesso nello specchio a fianco della porta. Allora lo spostai pi avanti e stavolta nel riflesso lo vidi appoggiato direttamente alla porta, mentre nella realt se ne stava ritto, contro una parete vuota. Dimprovviso si affacci alla coscienza lidea assurda di aver introdotto in maniera quasi blasfema un elemento 23

reale in quel mondo simmetrico ed illusorio. Cominciai a picchiare ripetutamente sul muro con la mano aperta in cerca di non so bene cosa. Sentivo nella stanza leco ottusa dei colpi, un martellare insulso che mi fece capire quanto fosse insensato e ridicolo quel mio atteggiamento. Con uno scatto dira colpii allora pi forte con entrambi i pugni chiusi, facendo cadere, nel contraccolpo, il bastone e provocando una vibrazione nellaria che fece tintinnare il vetro di una finestra. Si era anche aperta una piccola crepa, lunga circa tre dita e perfettamente verticale. Allargai le braccia come per abbracciare il muro e da quella posizione, con la tempia e lo zigomo appoggiati al freddo intonaco, traguardavo tutta la superficie impercettibilmente ondulata. In corrispondenza della crepa unombra chiara e sottile scendeva fino a terra. Pi in su si interrompeva poco sopra la mia testa. Da l sembrava partire unaltra lieve alterazione di luce in direzione orizzontale. Mi girai, appoggiando laltra guancia, per seguire questa sottile linea dombra fino alla sua inevitabile discesa a perpendicolo. Una porta murata! pensai. Lindomani tornai con tutta lattrezzatura necessaria per riportare alla luce la porta. Ormai mancava poco al trasloco definitivo e volevo sistemare questa faccenda prima dellintervento degli imbianchini. In poco pi di mezzora lavevo liberata dal grosso dellintonaco; poi, mentre cercavo di togliere gli ultimi pezzetti che ne incrostavano le fessure e i cardini, cominciai a chiedermi dove conducesse quel passaggio e cosa avesse spinto il proprietario a murarlo. Evitavo, ovviamente, con ostinata determinazione, di pormi la domanda pi scomoda e inquietante: come mai nello specchio la porta non appariva murata? In realt alla prima domanda si poteva rispondere ab24

bastanza facilmente: dal momento che la porta si trovava in corrispondenza del pianerottolo intermedio, dove le scale girano nel salire al primo piano, era facile indovinare che potesse dare accesso ad una rampa che portava gi, negli scantinati della casa. Osservai la porta ormai sommariamente ripulita: non era altro che un rustico portoncino incernierato direttamente nel muro e chiuso da un catenaccio senza lucchetto che si infilava in unasola ricavata anchessa direttamente nel muro. Quatto corregge di ferro collegate ai due cardini e disposte a forma di sigma maiuscola erano inchiodate alle tavole di legno, disposte verticalmente, e ne costituivano larmatura. Per aprirla dovetti fare forza e muovere in su e in gi la leva del catenaccio mentre lo tiravo di lato provocando un cigolio assordante. Quando si liber dallincastro la porta ebbe uno scatto in avanti e lasci cadere sulla mia testa una pioggia di piccoli detriti e di polvere. Aprii con cautela e mi trovai in uno spazio buio, stretto e poco pi alto della porta, da cui proveniva un tanfo intollerabile di antiche putrefazioni che mi colp con violenza alla radice del naso. Barcollai allindietro per un paio di passi appoggiando una mano al muro, mentre un improvviso principio di mal di testa cominciava a martellarmi le tempie. Era evidente che per il momento non potevo proseguire lesplorazione. Decisi di tornarmene in citt e riprovare lindomani. Spalancai tutte le finestre del salone per far girare laria e disperdere la puzza, poi mi diressi deciso verso luscita. Mi girai ancora una volta a controllare lo specchio. Limmagine stavolta rifletteva un portoncino spalancato nel buio e, a terra, i detriti di intonaco. Salutai con sollievo lavvenuta riconciliazione con la realt e me ne tornai a casa.

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Di questa storia ormai non rimane pi molto da dire. Il giorno seguente tornai con una torcia elettrica e constatai che in effetti, come avevo immaginato, il piccolo vano dava su una scaletta stretta che scendeva ripida sulla destra. La torcia riusciva ad illuminare i primi sette gradini, molto alti, oltre ai quali era tutto allagato. Nellaria ristagnava ancora un po di quellodore sgradevole, dato forse dalle fioriture luminescenti di certe muffe spesse e spugnose che chiazzavano gran parte delle pareti e della volta. Da oscure distanze arrivavano echi irregolari di sgocciolii e piccoli tonfi, riverberati e incupiti da chiss quali misteriose cavit sotterranee. Fermo sullorlo della scala, non riuscivo a capire quanto potesse essere profonda lacqua stagnante. Forse pochi centimetri; forse altri infiniti scalini. Cos rimasi in unattesa immobile e frastornata con i muscoli tesi e i sensi allertati, senza decidermi ad andar gi a verificare. Non tentai la discesa n allora n in seguito, fino ad oggi. In quei lunghi attimi in cui mi ero soffermato nellopprimente piccolo spazio avevo maturato limpressione di trovarmi in una specie di purgatorio domestico, racchiuso tra il portoncino e la discesa di gradini, soffocato in quel tetro sottoscala. Quel luogo sembrava permeato da alcunch di misterioso e terribile. E il sacro terrore che provai allora era sicuramente ingigantito, ora lo riconosco, dal modo misterioso che mi aveva portato a scoprire la scala attraverso un riflesso fallace; ma forse ancor pi era dovuto alla precariet del mio stato psicofisico nellimminenza di un cambiamento cos destabilizzante quale andava configurandosi il trasferimento nella nuova casa. In questa casa. In breve: me ne uscii di l alquanto turbato e per qualche tempo rimasi preda di un indefinibile malessere che subito si somatizz in un tic nervoso allocchio sinistro. 26

Oggi il giorno. Andr gi nello scantinato. Fra poco scender quei sette scalini. Non so ancora se tenter lesplorazione, per quanto lo consentir la profondit dellacqua; chiss, forse rimarr in piedi sullultimo gradino, indeciso se tentare il passo. Oppure, pi probabilmente, torner subito indietro. Sette gradini in discesa e sette in salita, come in un antichissimo rituale di purificazione; una discesa simbolica a suggellare linizio di una nuova vita. Daltra parte, appunto di questo si tratta: dellinizio di una nuova vita. E non mi riferisco alla nuova casa, n al nuovo ritmo di vita o alle nuove abitudini cui sar costretto. No. Penso piuttosto al mio nuovo atteggiamento verso la realt delle cose o in definitiva verso la vita stessa. Un atteg giamento che al momento non ancora del tutto maturo e che certamente avr bisogno di tempo per affinarsi e confermarsi, ma che pure, gi da ora, sento profondamente e irreversibilmente mio. Non posso ancora chiamarla fede, perch le manca loggetto di riferimento, la cosa in cui credere. pi che altro un dubbio, una crepa nellimpianto razionale che ha sempre guidato il mio giudizio. Ecco perch non ha importanza che mi addentri nellesplorazione dello scantinato. Non l che trover le risposte alle mie domande, n da l che verranno conferme o smentite ai miei dubbi. Come nella bottega del rigattiere non sarebbe servito aprire il cassetto per capire che sbagliavo a dubitare, cos nemmeno ora servir che io mi addentri nelle viscere della casa. dunque con questi sentimenti leggeri che oggi scender nello scantinato. Ma non subito. Fra breve. Ora voglio godere ancora un 27

poco di questo scintillante paesaggio che si stende ai miei piedi e che contemplo di nascosto, dal terrazzino naturale, come un osservatore estraneo nei sentimenti, eppur compartecipe nella sostanza. Natura nella natura, dove solo la mia coscienza sembra involarsi al di sopra delle cose. Da alcuni giorni risiedo definitivamente nella mia nuova casa, solo e solitario come piace a me. E il rifugiarmi in questo angolo ancor pi nascosto gi diventata una piacevole abitudine pressoch quotidiana. I fiori di robinia gi spandono il loro profumo cos dolce e intenso che lascia storditi e laggi i campi, perfettamente livellati e inquadrettati dai bassi argini, sono gi stati riempiti dacqua. La natura stessa, ma anche luomo con essa e per mezzo di essa, celebrano lennesima primavera. Una di quelle primavere leggere, in cui il cielo blu, non ancora soffocato dallafa, appare come raddoppiato dallo specchio in frantumi delle risaie.

Vigevano, 13 giugno 2011

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