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CAPITOLO XXVIII

Dopo i tumulti del giorno di san Martino sembrava che fosse tornata la normalità; il pane era abbondante e
a giusto prezzo, ma si trattava di una normalità fittizia, poiché in realtà i prezzi bassi introdotti da Ferrer
causarono un consumo senza misura del pane anche da parte di persone che provenivano dalle campagne
e dunque ciò ebbe come conseguenza da perdita di viveri.

Il cardinale Federigo Borromeo cercava di adoperarsi per salvare qualcuno da quelle condizioni indecenti di


vita mandando per esempio alcuni preti con dei sacchi di cibo da distribuire ai più bisognosi, e lui stesso
girava per i quartieri facendo l’elemosina.

Ma la situazione era molto più grave e purtroppo non bastavano le buone azioni del cardinale; inoltre non
si sollevarono neanche delle sommosse, poiché questa crisi era come se togliesse le energie ai rivoltosi.

Fortunatamente di lì a poco i campi ricominciarono a “imbondire” e dunque i contadini per si trovavano in


città tornarono alle loro case in campagna per coltivare.

Nel frattempo il re di Francia, convinto dal cardinale Richelieu, decise di scendere in Italia in aiuto di Carlo di
Nevers. Il re sconfisse il duca di Savoia e poi, prima di tornare subito in Francia, si accordò con lo sconfitto
per convincere don Gonzalo a togliere l’assedio a Casale.

A questo punto scesero in Italia i mercenari dell’esercito imperiale di Ferdinando, che avevano come
obiettivo la città di Mantova.

Il pericolo del contagio di peste da parte dei soldati imperiali fu annunciato dal tribunale della sanità e due
medici suggerirono di non comprare niente dai mercenari.

A causa della sconfitta nella guerra, don Gonzalo fu sostituito dal marchese Spinola e uscì dalla città in
modo tutt’altro che glorioso, tra gli insulti e i fischi del popolo che lanciava anche oggetti in direzione del
governatore.