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III Domenica di Quaresima (20/03/2022)

Dopo averci presentato le tentazioni di Gesù e la sua trasfigurazione, l’itinerario quaresimale,


proposto dalla liturgia in questo anno è un invito a meditare sulla misericordia di Dio che in Gesù
Cristo sempre ci chiama a conversione, cioè a ritornare a Dio stesso con tutto il cuore, la mente e le
forze. Molte volte il dolore, le sofferenze, ci fanno giungere alla conclusione che Dio non c’è; mentre
altre volte diciamo che Dio non è misericordioso perché si è dimenticato di noi! Queste nostre
conclusioni sono errate perché «una vita senza dolore è come se uno dicesse che vive senza respirare».
Possiamo vivere senza respirare? No! Dunque non possiamo pretendere di vivere senza
sofferenza. Durante il nostro pellegrinaggio terreno vi sono momenti di gioia e, purtroppo, momenti
tristi! Noi spesso attribuiamo a Dio cose che invece vengono dall’uomo e dalle cattive scelte
dell’uomo; noi scarichiamo su Dio responsabilità che Dio non ha e non può avere. Se una persona
decide di drogarsi, non è colpa di Dio; se una persona ha un male incurabile, non è colpa di Dio ma
dell’uomo che sta rovinando questo mondo che il Signore ha creato! Le calamità naturali e le epidemie
non vengono da Dio! Sorgono spontanee delle domande: ma Dio davanti a un mondo così malridotto,
cosa fa? Ha ancora una speranza da offrirci?
Ai nostri interrogativi viene in aiuto la prima lettura. Leggendo il racconto della chiamata e della
missione di Mosè rimaniamo meravigliati. Mosè sta vivendo una vita tranquilla, ma certamente non
ha dimenticato il suo popolo, schiavo e oppresso in Egitto. La manifestazione del Signore nel roveto
ardente sconvolge la sua tranquillità e tutti i suoi progetti. Sull’Oreb, monte di Dio, l’Onnipotente si
fa conoscere a Mosè e a lui rivela il suo nome «Io sono colui che sono». A volte ci creiamo delle
immagini di Dio che non sono l’espressione del volto vero di Dio. Dio non è un idolo. Il Dio che noi
dobbiamo cercare è il Dio che ode il grido degli oppressi, conosce le loro sofferenze e si schiera dalla
loro parte. Il Dio che ci parla dal roveto, cioè dall’Eucaristia, non è un Dio estraneo, lontano, ma
vicino; è il Dio con noi, il Dio che ci ama, il Dio che ha misericordia del suo popolo. Mosè,
inizialmente, a causa della sua fragilità umana, è riluttante nell’accettare la missione che
l’Onnipotente gli affida, però, ha fede nel Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e obbedisce
all’invito del Signore di liberare il suo popolo dalla schiavitù egiziana. Dalla storia di Israele
l’apostolo delle genti trae una lezione per i cristiani.
Nella seconda lettura, infatti, Paolo parla del comportamento degli israeliti nella loro peregrinazione
attraverso il deserto. Ciò significa che non basta essere battezzati, partecipare all’eucaristia, fare
qualche preghiera o qualche elemosina, per sentirci a posto davanti al Signore. Se la nostra mente, la
nostra vita, il nostro cuore non sono orientati al Signore, a nulla serve ciò che facciamo. Ebbene, tutti
siamo invitati a convertirci e soprattutto ad avere fede nella misericordia di Dio.
L’evangelista Luca narra che Gesù sta andando verso Gerusalemme incontro alla sua passione.
Attorno a lui cresce anche l’attesa che si riveli come Messia e tanti si aspettano che prenda in mano
le sorti di Israele per restaurare il regno di Davide e cacciare gli odiati romani. Alcuni, probabilmente,
vogliono sondare le reazioni del Signore, quando si presentano a riferirgli che Pilato ha fatto uccidere
dei Galilei durante la celebrazione di sacrifici nel tempio. Forse volevano vederlo indignato contro
Pilato e desideroso di punire questa ulteriore offesa contro la religione di Israele. Ma Gesù non si
lascia coinvolgere; coglie invece l’occasione per offrire due insegnamenti.
Il primo è di tipo teologico e riguarda il legame tra peccato e punizione: le tragedie che capitano nella
vita non sono un castigo di Dio per i peccati, altrimenti tutti le subirebbero; invece vediamo che ciò
non avviene, anzi molte volte i malvagi prosperano indisturbati, mentre i giusti soffrono in mille
modi. Gesù, a conferma di ciò, aggiunge un altro episodio: il crollo della torre di Sìloe che ha ucciso
diciotto persone innocenti. Il secondo insegnamento, invece, è molto pratico e riguarda ogni persona
che viene a conoscenza di tragedie toccate ad altri. La domanda da porsi, dunque, è: «e se fosse
successo a me?» Una disgrazia, quindi, non è segno di castigo divino. Pensiamo ad una persona che
muore giovane. Non è certamente una persona punita da Dio: moltissimi santi sono morti giovani! Le
parole di Gesù «se non vi convertirete, perirete tutti allo stesso modo» stanno a significare che il
Signore si preoccupa della salvezza e non della salute. Il Signore, dunque, ci esorta a convertirci e
cambiare mentalità e modo di vivere. Luca, a questo punto, preoccupato che qualcuno si spaventi e
pensi che Dio stia in agguato per punire, utilizza la parabola del fico o della misericordia di Dio. Il
Padre ha tanta pazienza nell’attendere che noi suoi figli portiamo frutti buoni nella nostra vita, ma il
tempo è limitato (i tre anni della parabola). Quando si avvicina il tempo del giudizio, il Figlio (il
vignaiolo) chiede ancora pazienza al Padre e fa di tutto (attraverso i suoi insegnamenti) perché noi
comprendiamo il suo amore e ci impegniamo a vivere da veri figli di Dio. Chi non vorrà capire ancora
e non si convertirà corre il rischio di essere «tagliato». Il dolore, pertanto, non va pensato come
punizione che viene da Dio, ma va visto come un richiamo ad affrettare il tempo della nostra
conversione a Dio, per essere salvi nell’eternità.
Accogliamo l’invito di Dio, che è misericordioso e paziente, a cambiare e a convertire il nostro
cuore sinceramente. Ogni giorno il cristiano dovrebbe dire: «Oggi ricomincio, oggi posso
ricominciare, senza mai porre limiti alla misericordia di Dio».

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