Sei sulla pagina 1di 94

Jurij Gagarin

NON C’È NESSUN DIO QUASSÙ

L’autobiografia del primo uomo a volare nello


spazio

Titolo originale: Doroga k kosmosu


Prima edizione in «Tutte le strade»: maggio 2013
Trama
«Poechali», cioè, in russo, «andiamo». Fu questa l’ultima, semplicissima parola pronunciata da
Jurij Gagarin il 12 aprile del 1961 alle 9 e 07, ora di Mosca. Poi ci fu tempo soltanto per i reattori
del Vostok 1, l’astronave che avrebbe consentito al ventisettenne Gagarin di compiere un’impresa
mai tentata prima: raggiungere lo spazio e - finalmente - riuscire a vedere la Terra dalla Luna. Tutto il
mondo restò allora con il fiato sospeso, come dubitando che il figlio di un carpentiere si trovasse
nelle condizioni di portare a compimento una simile missione. C’era in gioco, in quel momento, il
senso stesso della Rivoluzione d’ottobre: un’aspirazione alla giustizia e all’uguaglianza che Gagarin
racconta attraverso la sua stessa vita, dall’infanzia, trascorsa al tempo della resistenza contro
l’invasore nazista e alla vittoria della «grande guerra patriottica», fino al duro addestramento
riservato ai piloti dell’aeronautica, passando per la vita nel colcos e per gli studi preliminari
all’ammissione nel Partito comunista. Una grande avventura dove in primo piano c’è l’uomo, le sue
aspirazioni e i suoi sogni. Perché quello che è certo è che Jurij Gagarin - nome in codice Kedr
(cedro) - riuscì a trovare la via del cosmo, riportando dalle orbite spaziali frasi di meraviglia e
stupore destinate a restare famose per sempre: «Non c’è nessun Dio quassù».

JURIJ GAGARIN, Nato nel villaggio di Klušino nel 1934, Jurij Gagarin trascorse la sua infanzia
in un’azienda collettiva agricola, dove sua madre era responsabile della produzione del latte e suo
padre lavorava come carpentiere. Mantenendosi agli studi lavorando come operaio in una fonderia di
Mosca, riuscì a coltivare la sua passione per il volo e a conseguire i titoli necessari ad essere
ammesso nell’aeronautica militare. A soli ventisette anni, avendo superato una durissima selezione,
venne scelto per guidare la missione Vostok 1 diventando il primo uomo a volare nello spazio.
Decorato con l’Ordine di Lenin e proclamato eroe dell’Unione Sovietica, non abbandonò mai la sua
passione per il volo. Vittima di un drammatico incidente, morì il 27 marzo del 1968 mentre si trovava
al comando di un piccolo Mig.
INDICE
Il mio paese natale: la regione di Smolensk
In fabbrica
Il primo volo
Il giuramento
Sotto le stelle del Nord
Preparativi per il cosmo
Mercoledì, 12 aprile
La via del cosmo
NOTE
Il giorno in cui io, semplice pilota dell’aeronautica militare sovietica, portai a compimento il
primo volo nel cosmo a bordo della nave-sputnik Vostok, creata dai nostri scienziati, operai e
ingegneri, un inviato speciale della «Pravda» - sul terreno stesso di atterraggio - mi chiese se volevo
raccontargli la mia vita e il mio volo nello spazio, di anticipargli i miei progetti.
Accettai con gioia, e questo è il mio racconto.
Jurij Gagarin
Il mio paese natale: la regione di Smolensk
Vengo da una famiglia comune, una famiglia di lavoratori come ce ne sono a milioni nella mia
patria socialista. I miei genitori sono due semplici russi ai quali la Rivoluzione d’ottobre ha dato una
vita piena e dignitosa.
Mio padre, Aleksej Ivanovic Gagarin, era figlio di un contadino povero della campagna di
Smolensk. La sua istruzione si limitava alle nozioni elementari apprese nelle prime due classi della
scuola parrocchiale. Ma, curioso per natura, mio padre s’è dato da fare in seguito per allargare da
solo le sue conoscenze. Nel nostro villaggio, non lontano da Gžatsk, Aleksej Ivanovic era conosciuto
come un maestro in ogni genere di mestieri perché sapeva costruire con le sue mani tutto ciò che può
essere necessario in campagna. Ma non c’è dubbio che la sua specialità fosse il mestiere di
falegname. Vedo ancora la spuma gialliccia dei trucioli dove affondava le sue grandi mani di
lavoratore e so ancora distinguere, dall’aroma, le diverse qualità di legno che gli servivano per
costruire i più svariati attrezzi: il dolciastro dell’acero, l’amarognolo della quercia e il gusto
sottilmente aspro del pino.
Per me, dirò che stimo in uguale misura sia il legno che il ferro. Del ferro me ne ha parlato a lungo
mia madre, Anna Timofeevna, raccontandomi di Timofej Matveev, suo padre, aggiustatore alle
officine Putilov di Pietroburgo. Da quel che ne so attraverso mia madre, Timofej Matveev era uno di
quegli uomini dai piedi ben piantati in terra, fiero della sua qualità di operaio d’élite, capace - come
diciamo noi - di «ferrare una pulce» o di forgiare un fiore con un pezzetto di ferro.
Non ho mai conosciuto mio nonno Timofej, morto tragicamente in una sciagura sul lavoro, ma il
suo ricordo, nella nostra famiglia, è vivo come quello delle tradizioni rivoluzionarie degli operai
dell’officina Putilov. Come mio padre, anche mia madre, da ragazza, non aveva potuto studiare, ma le
sue letture successive le permettevano di soddisfare tutte le curiosità dei suoi quattro figli: Valentin,
il maggiore, nato l’anno della morte di Lenin; Zoja, di tre anni più giovane, io e Boris, il beniamino
della famiglia.
lo sono nato il 9 marzo 1934. I miei genitori lavoravano al colcos, mio padre come carpentiere e
mia madre come mungitrice. Responsabile della produzione colcosiana del latte, mia madre passava
alla fattoria la maggior parte delle sue giornate e, per la verità, il lavoro non le mancava: oggi il
parto di una vacca, domani una malattia dei vitelli, un altro giorno i problemi della fornitura dei
foraggi.
Amavo molto il mio villaggio, annegato nel verde d’estate, sepolto sotto la neve d’inverno. E il
nostro colcos era un buon colcos che ci procurava una vita agiata. La nostra casa era la penultima
prima della staccionata, sulla strada per Gžatsk. Avevamo un giardino con meli e ciliegi, arbusti
d’uva spina e ribes. Dietro la casa s’apriva un prato, terreno di gioco di tutti i bambini del villaggio,
dove noi ci affrontavamo a piedi nudi in lunghe partite di iapta1 o in altri giochi.
Mi ricordo benissimo che un giorno - dovevo avere non più di tre anni - mia sorella Zoja mi portò
con sé alla festa scolastica del Primo Maggio. Salii su una sedia e recitai una poesia:
«E il gatto dal finestrino ci sorride birichino...».
Gli scolari applaudirono. Ne fui fiero: erano i primi applausi della mia vita.
Ho un’ottima memoria che mi permette di ricordarmi di un sacco di cose. A volte, di nascosto,
salivo sul tetto di casa: sotto, a perdita d’occhio, immensi come il mare, si stendevano i campi
colcosiani. Un vento dolce faceva ondulare il grano dorato; sulla mia testa il cielo, di un azzurro
intenso, senza fondo. E allora mi prendeva il desiderio di affondare in quell’azzurro, di volare fino
all’orizzonte: dove il cielo e la terra si toccano... E le nostre tenere betulle, i nostri orti, e il fiume
dove nuotavamo, bambini, e pescavamo il persico e il ghiozzo!
A volte, con tutta la banda dei ragazzi del villaggio, arrivavamo in tromba alla fattoria di mia
madre e lei ci metteva davanti una grande scodella di latte appena munto e un pezzo di pane nero.
Poi, guardandoci a lungo, diceva: «Monellacci, voi non sapete di avere un’infanzia felice. La mia o
quella di vostro padre è stata molto diversa». E diventava silenziosa e triste. Allora il suo viso
diventava dolcissimo, come in certi quadri. Voglio un gran bene a mia madre. A lei devo tutto ciò che
sono riuscito a fare di buono.
Mio padre aveva un fratello, Pavel Ivanovic, di professione assistente veterinario. Noi ragazzi
eravamo felici quando zio Pavel passava da noi e restava a dormire a casa nostra. Gettavamo sul
fieno una grossa cerata, ci sdraiavamo accanto allo zio e chiacchieravamo a lungo guardando le
costellazioni sopra le nostre teste.
In queste occasioni, mio fratello Valentin aveva l’abitudine di chiedere:
- Credi che quei mondi siano abitati da uomini come noi?
E zio Pavel rispondeva con un sorriso:
- Chissà. Io penso che su certe stelle esistano forme di vita. Non è possibile che soltanto la Terra,
tra milioni di pianeti, abbia questa fortuna.
Avevo una gran voglia di andare a scuola. Volevo poter fare i miei compiti, avere un portapenne,
una lavagna, dei quaderni come mio fratello e mia sorella. Spesso, con gli altri ragazzi della mia età,
spiavo l’interno di un’aula dove gli scolari componevano intere parole alla lavagna o scrivevano
cifre per noi complicate. Come tutti i bambini della mia età, avrei voluto crescere più in fretta.
Il giorno dei miei sette anni, mio padre mi annunciò:
- Questo autunno, Jura2, andrai a scuola.
In famiglia la parola di mio padre era legge. Severo ma giusto, ci ha impartito le prime lezioni di
disciplina, ci ha insegnato a rispettare gli anziani, ad amare il lavoro. Mai l’ho udito minacciare o
ingiuriare, mai l’ho visto alzare la mano sui suoi figli. Per contro, non ci ha mai prodigato carezze
superflue. I vicini lo stimavano, la sua opinione aveva un peso alla direzione del colcos. Del resto
tutte le attività di mio padre erano legate al colcos che è sempre stato un pò come la sua seconda
casa. Invalido (aveva una gamba fuori uso) non aveva partecipato alla guerra civile.
Una domenica lo vidi affrettarsi verso casa. Era uscito qualche istante prima dal soviet del
villaggio e mai avevo visto mio padre così sconvolto. Sull’uscio mormorò in un soffio:
- È scoppiata la guerra!
Colpita dalla terribile notizia, mia madre s’accasciò su una panca, nascose il viso nel grembiule e
cominciò a piangere silenziosamente. L’orizzonte si riempì di nuvole. Sulla strada il vento sollevò un
mulinello di polvere. Le canzoni della domenica morirono in tutto il villaggio. Perfino noi, bambini,
avevamo interrotto i nostri giochi. Lo stesso giorno, una cassetta di legno in mano, le giovani reclute
lasciarono il villaggio dirette a Gžatsk e la gente del colcos s’ammassò sulla strada per salutare i
suoi ragazzi che partivano, sui carri o in camion, verso il fronte.
Come l’acqua dei nostri fiumi all’epoca delle grandi piene, la guerra avanzava rapidamente verso
la nostra regione. Passavano colonne di profughi, silenziosi come ombre. Dietro venivano i feriti.
Tutti ripiegavano verso l’interno del paese. Si diceva che i nazisti avessero raso al suolo Minsk, che
sanguinosi scontri erano in corso davanti a Elnja e Smolensk. Ma noi continuavamo ad avere fiducia,
a pensare che i nazisti sarebbero stati fermati. E venne settembre. Come tutti i miei coetanei,
cominciai a frequentare la scuola. Quanto tempo avevamo aspettato quel giorno! Ma eravamo appena
riusciti a familiarizzarci con l’aula, a tracciare la lettera A e a contare le aste quando arrivò la notizia
sinistra: i nazisti erano vicinissimi, nella zona davanti a Vjazma.
Proprio quel giorno vedemmo due aerei con la stella rossa sulle ali volare sui tetti del villaggio.
Non avevo mai visto prima d’allora un aeroplano e non avrei saputo dire di che tipo erano quei due.
Ora lo so: uno era uno Jak e l’altro un Lagg. Quest’ultimo doveva essere stato colpito nel corso di
una battaglia aerea perché il suo pilota cercava un atterraggio di fortuna nella zona paludosa coperta
di ninfee e di giunchi. Non vi riuscì: l’aereo si fracassò al suolo mentre il pilota, giovanissimo, si
salvava saltando dalla carlinga, senza paracadute, pochi istanti prima dell’urto.
L’altro aereo, lo Jak; toccò terra in un prato, vicino alla palude. Il pilota non aveva voluto
abbandonare il suo compagno in pericolo. Ci precipitammo tutti nella zona di atterraggio, non
foss’altro che per toccare gli aviatori, per entrare nella carlinga di un aereo. Respiravamo a pieni
polmoni l’aroma sconosciuto della benzina, contavamo i fori dei proiettili nelle ali degli apparecchi.
I piloti, furibondi, si consolavano pensando che la fine del Lagg era costata cara ai tedeschi. Quando
le loro giubbe di cuoio si aprirono, vedemmo brillare sulle loro uniformi le decorazioni. Erano le
prime che vedevo ma sapevo ormai che non era facile guadagnarle.
Al villaggio, gli abitanti si contendevano i piloti.
Tutti volevano ospitarli a casa loro per quella notte. Ma quelli, niente. Restarono vicini al loro
Jak, e noi con loro, senza dormire, tremanti di freddo, vegliammo fino all’alba. Quando se ne
andarono, non c’era uno di noi che non volesse diventare aviatore, che non volesse essere forte e
bello come quei piloti. Provavamo dei sentimenti indefinibili e nuovi.
Poi gli avvenimenti precipitarono. Lunghi convogli di camion carichi di feriti attraversarono il
villaggio. La parola «evacuazione» corse di casa in casa.
Bisognava andarsene senza indugi. Zio Pavel fu il primo a partire col gregge del colcos. Poi toccò
a mio padre e a mia madre fare i preparativi per la partenza. Non ne ebbero il tempo. Un giorno
udimmo rombare il cannone, riflessi d’incendio striarono il cielo e un gruppo di soldati tedeschi in
bicicletta fece irruzione nel villaggio. In una confusione indescrivibile cominciarono le perquisizioni.
I nazisti cercavano i partigiani ma non trascuravano di mettere le mani su tutto ciò che avesse un
qualche valore, indumenti e scarpe compresi.
Fummo cacciati dalla nostra casa, trasformata in caserma tedesca e dovemmo scavarci un rifugio
sottoterra. Le notti erano spaventose, col rombo lugubre degli aerei nazisti che facevano rotta verso
Mosca. E i miei genitori, più tristi della notte, temevano per le sorti della famiglia, del colcos e della
nostra gente. Mio padre vegliava a lungo ogni notte e tendeva l’orecchio, cercando di distinguere il
rombo dei cannoni sovietici, di cogliere il passo delle nostre truppe lanciate alla controffensiva.
Spesso bisbigliava qualcosa a mia madre: erano preoccupati per Valentin e Zoja, già grandi, perché
nei villaggi vicini i tedeschi avevano deportato dei giovani.
Non sapevamo più nulla di ciò che accadeva in Russia: radio, posta e giornali tacevano. Poi un
giorno avemmo la percezione che i tedeschi avessero subito una prima disfatta. Sempre più numerosi,
arrivarono al villaggio soldati hitleriani feriti o congelati.
Ricordo benissimo che una notte, dopo aver riattizzato il fuoco, mio padre uscì e tornò poco dopo
per dire a mia madre:
- Sparano, qui vicino...
- Partigiani? - domandò mia madre.
- No, è l’esercito regolare. Le cannonate rimbombano da ogni parte.
All’alba il villaggio cominciò a essere attraversato da una colonna interminabile di carri tedeschi
carichi di soldati, di cannoni e di mezzi corazzati: non era più lo stesso esercito che qualche mese
prima era passato avanzando verso est. Solo più tardi sapemmo di aver assistito alla ritirata dei resti
di una divisione SS schiacciata sotto Mosca. Per tutti gli abitanti del villaggio non c’erano più dubbi:
l’ora della liberazione si stava avvicinando. Ma non fu così, perché i nazisti riuscirono a tenere
ancora per molto tempo le loro posizioni avanzate nei pressi di Mosca. E il nostro villaggio era
situato nelle immediate retrovie del fronte.
Adesso la nostra casa era occupata da un nazista violento, un bavarese che, se non sbaglio, si
chiamava Albert. Caricava gli accumulatori delle automobili e detestava i bambini. Un giorno che
mio fratellino Boris s’era messo a curiosare nella sua officina lo agguantò e lo sospese a un ramo
d’albero per la sciarpa che Boris aveva annodata attorno al collo: poi scoppiò in una risata
cavallina.
Mia madre si precipitò a soccorrere Boris ma il bavarese, che si divertiva, le impedì di
avvicinarsi. Cosa potevo fare? La vista di mia madre e di mio fratello mi spezzava il cuore. Avrei
voluto gridare aiuto, ma mi si era bloccata la parola, come se, invece di Boris, fossi stato io a essere
mezzo impiccato all’albero. Se soltanto fossi stato un po’ più grande quel dannato fascista avrebbe
smesso di divertirsi.
Fortunatamente il bavarese fu chiamato da un ufficiale e mia madre poté liberare Boris. Lo
portammo nel nostro rifugio sotterraneo e dopo molti sforzi riuscimmo a farlo tornare in sé.
Imitando gli adulti, anche noi ragazzi cercavamo di danneggiare i tedeschi con tutti i mezzi a nostra
disposizione. Seminavamo la strada di chiodi e di cocci di bottiglia per tagliare gli pneumatici delle
loro automobili, approfittavamo di ogni distrazione di Albert per otturare con stracci e immondizie il
tubo di scappamento del motore del suo gruppo elettrogeno. Albert mi odiava. Per molti giorni mi
impedì di rientrare a casa e fui costretto a trascorrere la notte dai vicini. Così mi resi conto che in
ogni casa non si faceva altro che studiare il modo migliore per danneggiare i nazisti.
Molto lentamente il fronte si riavvicinava al villaggio. Lo capivamo anche noi bambini dal rullare
costante, e sempre più alto, dei nostri cannoni. Poi la prima linea tedesca non fu che a soli otto
chilometri da casa nostra. Il villaggio era pieno di soldati nazisti e i nostri li martellavano a
cannonate e con le incursioni aeree. I bombardieri notturni tipo Po-2 erano diventati le bestie nere
dei tedeschi. Per tutta la notte, come grossi grilli, riempivano il cielo del loro cri-cri innaffiando
generosamente di bombe le posizioni nemiche. Giorno e notte gli incendi divoravano qualcosa.
Niente sfuggiva ai nostri occhi di bambini. Un giorno sei aerei sovietici sorvolarono il villaggio e,
dopo il fracasso di un bombardamento, li vedemmo tornare. Ci accorgemmo subito che la formazione
era incompleta: un aereo mancava. Dirò che a quell’epoca sapevo contare soltanto fino a dieci e che
ignoravo il meccanismo della sottrazione. Ma non potevo sbagliarmi: un nostro aereo mancava. Dove
poteva essersi cacciato? Quasi allo stesso momento lo vedemmo arrivare. Bruciava come una torcia
radendo la strada formicolante di tedeschi e sparando con tutti i suoi pezzi. I nazisti, presi dal panico,
cercavano scampo gettandosi ai lati della strada.
Cominciammo a soffrire per il nostro aereo. Purché riuscisse a rientrare nelle nostre linee... Ma il
pilota aveva un’altra idea in testa. Virò bruscamente per riprendere d’infilata la colonna tedesca e
questa volta mollò le sue bombe. Poi, d’un tratto, picchiò deciso dove erano più fitte le schiere
naziste.
S’alzò una colonna di fuoco che consumò in un attimo aereo e pilota. Non abbiamo mai saputo, al
villaggio, chi fosse e da dove venisse quell’aviatore che s’era battuto fino all’ultimo soffio di vita.
Parlammo di quell’eroe sconosciuto, di quel vero uomo sovietico, per tutta la giornata e, anche se
nessuno osava dirlo, è certo che ognuno di noi ragazzi si riprometteva di vivere e morire come lui,
per la nostra patria.
Il nostro villaggio continuava a essere tagliato dal resto del mondo e nessuno sapeva ciò che
accadeva sui vari fronti. Ma un giorno un aeroplano sorvolò le case lasciando cadere una pioggia di
manifestini. Come uno stormo di colombe bianche li vedemmo volteggiare a lungo nel cielo e
finalmente sparpagliarsi sul prato coperto di neve, oltre la siepe.
Mi precipitai, ne raccolsi uno e vi gettai uno sguardo. C’era un disegno rappresentante un mucchio
di teschi umani in cima al quale si drizzava un corvo nero con la testa di Hitler. Sotto c’era una
scritta in caratteri russi ma ero ancora troppo piccolo per poterla leggere. Guardandomi attorno per
timore di essere visto dai tedeschi (c’erano pene severe per la lettura dei manifesti di propaganda)
mi cacciai il foglietto sotto il cappotto e corsi verso casa. Trovai Zoja. Mia sorella scorse
rapidamente il manifestino e d’un tratto scoppiò a ridere gioiosamente.
- Jurka, abbiamo vinto!
Il manifesto parlava della disfatta degli hitleriani davanti a Stalingrado e noi non finivamo più di
rallegrarcene. In breve, mentre la notizia s’era ormai diffusa in ogni rifugio, la battaglia esplose sul
nostro fronte: le truppe sovietiche avevano scatenato una violenta offensiva.
Proprio in quei giorni accadde quello che avevamo temuto. Le SS arrestarono Valentin e Zoja e,
con decine di altri giovani, li deportarono verso occidente, in Germania. Mia madre, e tutte le madri
del villaggio che avevano qualche figlio tra i deportati, folli di dolore, seguirono a lungo la triste
colonna, mentre i soldati nazisti cercavano di respingerle colpendole coi calci dei fucili o
sguinzagliando i cani alle loro calcagna.
Per noi fu un momento terribile. E non soltanto per noi, perché quasi in ogni famiglia c’era un
vuoto provocato dagli arresti operati dalle SS.
Ma le sofferenze, fortunatamente, non sono eterne.
Venne il momento della gioia. E che gioia! Una notte due uomini vestiti di una corta pelliccia
bianca, la testa coperta da un berrettone di pelo che scendeva sulle orecchie, fucile mitragliatore in
pugno, scesero nel nostro rifugio. Era un distaccamento sovietico in esplorazione, il primo che
vedessimo dall’inizio dell’occupazione. Offrirono una sigaretta a mio padre e cominciarono a porgli
numerose domande. In casa non c’era niente da mangiare, ma mia madre si fece in quattro per poter
offrire loro qualcosa.
Gli esploratori se ne andarono, silenziosi come erano venuti. Mi sembrava di sognare. La cosa era
così fantastica che al mattino domandai a mio padre se per caso non avessi sognato la visita notturna.
E mio padre, con una strizzata d’occhio maliziosa, mi disse:
- Anche a me sembra di aver sognato...
Due giorni dopo i tedeschi evacuarono il villaggio e mio padre andò incontro ai nostri soldati per
mostrar loro dove i nazisti avevano collocato le mine. Per tutta la notte, nascosto, aveva sorvegliato
il lavoro degli specialisti tedeschi. Il nostro colonnello, che aveva in testa l’alta papacha di astrakan,
si congratulò con lui e lo abbracciò come un soldato.
In quei giorni, poiché mio padre aveva chiesto e ottenuto di essere arruolato, la nostra casa fu
ancora più vuota. Eravamo rimasti in tre: la mamma, Boris e io. Al colcos, adesso, non c’erano più
che le donne e i ragazzi. Quanto a me, dopo un intervallo di due anni, ripresi la strada della scuola.
Avevamo una sola maestra, Ksenija Gerassimovna Filippova, che insegnava in quattro classi a
turno. Al mattino la prima e la terza, riunite nella stessa classe, al pomeriggio la seconda e la quarta.
Non avevamo né matite né quaderni e, pur avendo ritrovata la lavagna, non potevamo servircene per
mancanza di gesso. Per imparare a scrivere utilizzavamo vecchi giornali, ed era una festa quando
qualcuno di noi riusciva a scovare della vecchia carta da tappezzeria o da imballaggio. Per le lezioni
di aritmetica, invece di usare i tradizionali bastoncelli, contavamo i bossoli dei proiettili di fucile di
cui noi ragazzini avevamo sempre le tasche ricolme.
Per molti mesi restammo senza alcuna notizia di Valentin e Zoja: poi un vicino, sfuggito ai tedeschi
e rientrato al villaggio, ci raccontò che i miei due fratelli erano evasi dal campo nazista e attualmente
prestavano servizio nell’esercito sovietico. Era vero. La prima lettera che ci arrivò - un foglietto
piegato a triangolo col timbro della posta militare - era di Zoja. La lessi a mia madre sillabando ogni
parola: Zoja lavorava come veterinaria in un reggimento di cavalleria. Poi fu la volta di una lettera di
Valentin: mitragliere carrista, partecipava alla battaglia decisiva centro i nazisti. Ero felice che mio
fratello e mia sorella fossero vivi. Ed ero ancor più felice che tutti e due lottassero contro inazisti
che ci avevano causato tante sofferenze.
Mio padre, invece, non aveva potuto andare molto lontano con l’esercito. Invalido da molti anni,
aveva contratto un’ulcera allo stomaco per le privazioni sopportate sotto l’occupazione tedesca.
Entrato all’ospedale militare di Gžatsk, vi rimase nei servizi ausiliari e contemporaneamente poté
farsi curare. Ma la guerra sembrava non dovesse finire mai. Durava ormai da un’eternità - così
almeno ci sembrava - e la nostra gente ne era oppressa. Non c’era famiglia che non avesse qualcuno
al fronte. Il postino era il personaggio più atteso d’ogni giorno. Portava sempre al villaggio qualche
notizia, buona o cattiva che fosse: il tale era stato decorato, il tal altro era morto in guerra.
Nella nostra aula avevamo una vecchia carta d’Europa e, finita la lezione, vi segnavamo la marcia
vittoriosa delle nostre truppe con bandierine rosse.
- I soldati sovietici hanno liberato Bucarest!
- E Sofia!
- Sono entrati a Belgrado, capitale della Jugoslavia...
- Le truppe sovietiche hanno varcato il confine della Germania...
- Sono già in Austria!
Ksenija Gerassimovna ci dava queste buone notizie con gli occhi pieni di lacrime di gioia:
- Le vittorie delle truppe sovietiche stimolano le forze della Resistenza nei paesi europei: la
guerriglia partigiana si fa sempre più attiva e le retroguardie tedesche ne sono sconvolte.
Restavamo davanti alla carta d’Europa per intere ore imparando la geografia attraverso i bollettini
dell’Ufficio d’informazione sovietico. Del resto non avevamo ancora nessun libro di testo e molti di
noi imparavano a sillabare sullo Statuto del soldato di fanteria che qualche militare aveva
dimenticato al soviet del villaggio. Certi passi di questo libretto erano molto oscuri per noi. Ciò
nonostante ci affezionammo a quel solo testo a nostra disposizione, che esigeva da ciascuno di noi
ordine e disciplina. Tutti attendevano con impazienza la fine della guerra. E un giorno mia madre
tornò di corsa dal soviet del villaggio. Aveva addosso, come sempre, l’odore della terra appena
arata: mi abbracciò di slancio.
- Hitler kaputt - disse. - I nostri hanno preso Berlino!
Mi precipitai fuori. Il tempo era splendido. La primavera esplodeva in ogni pianta e le allodole
cantavano alte nel cielo di un azzurro profondo. Mai avevo provato una così grande gioia. Avevo
l’impressione che la testa mi girasse. Presto sarebbero tornati Valentin e Zoja e per noi sarebbe
ricominciata una vita nuova, piena di sole, che nessuno avrebbe potuto offuscare. Perché mi piace il
sole, mi è sempre piaciuto, fin dall’infanzia.
Finita la guerra mio padre restò a Gžatsk: la città doveva essere ricostruita. Vi fece trasportare la
nostra vecchia casetta di legno e la rimontò, pezzo per pezzo, in via Leningrado, a Gžatsk. Questo,
naturalmente, mi costrinse a cambiare scuola. Adesso frequentavo la terza nella scuola primaria
dipendente dall’Istituto di pedagogia di Gžatsk, dove i futuri insegnanti effettuano i loro corsi pratici
di perfezionamento.
La nostra maestra, Nina Vasilevna Lebedeva, era giovanissima. Colta e sensibile, si preoccupava
di ciascuno di noi seguendoci attentamente in ogni materia. Spesso ci parlava di Lenin ragazzo,
migliore allievo del ginnasio, e diceva:
- Anche voi dovete cercare di essere dei buoni scolari.
I miei compagni disegnavano ritratti di Lenin o scrivevano versi in suo onore. Molti amavano
disegnare e scrivere, ma io ero negato a queste cose. Preferivo l’aritmetica. Era una buona classe, la
nostra, e i miei compagni erano molto simpatici. Molti di loro avevano perduto il padre in guerra,
alcuni erano orfani di padre e di madre. Tutti avevano molto sofferto durante l’occupazione, erano
stati testimoni delle atrocità dei soldati nazisti, avevano patito la fame e subito violenze. Queste cose
non si dimenticano e non si perdonano, e in queste condizioni un bambino matura molto presto.
Due anni dopo, per la prima volta in vita mia, affrontavo gli esami di russo e di aritmetica. Fui
promosso in quinta e diventai pioniere. Alla Casa del pioniere facevo parte dell’orchestra e del
circolo d’arte drammatica. Qualche volta ho recitato anche negli spettacoli organizzati dalla scuola.
Fu in quegli anni che lessi un’opera che ha influenzato tutto il resto della mia vita: Il prigioniero
del Caucaso di Lev Tolstoj. Mi piacque immensamente l’ufficiale russo Gilin, tenace e coraggioso,
capace di trarsi d’impaccio in ogni occasione. Fatto prigioniero, riusciva a evadere portando con sé
a salvamento il più debole Kostylin. Poi c’era Dinah, la giovane e affascinante tartara. Rileggendo il
racconto, paragonavo i suoi personaggi con gente di mia conoscenza. E siccome mio fratello Valentin
era evaso dalla prigionia, scoprivo in lui gli stessi caratteri di Gilin.
La nostra insegnante di letteratura russa era, a quel tempo, Olga Stepanovna Raevskaja. Esigente e
dolce, severa e buona, era per noi come una madre: ci insegnava ad amare la lingua russa e i suoi
capolavori, a comprendere il senso delle nostre letture. Da lei apprendemmo come lavoravano
Puškin e Lermontov, come l’uno e l’altro erano morti in duello, che tipo d’uomo fosse Gogol e come
il «buon papà» Krylov scriveva le sue favole.
Le classi erano miste e la nostra molto unita. In sesta fui nominato capoclasse. In quel periodo ero
molto amico di due eccellenti ragazzi: Valja Petrov e Genja Vasilev. Il primo vive ancora a Gžatsk,
dove lavora come tecnico forestale alla stazione di riparazione macchine. Quanto a Vasilev, so che
lavora a Mosca e devo assolutamente ritrovarlo.
Noi tre eravamo gli amici inseparabili di Tonia Durassova, una ragazzina gentile, desiderosa di
sapere tutto, illuminata da due grandi occhi chiari e franchi. Oggi è commessa in un negozio di
Gžatsk.
Come professore di fisica avevamo Lev Michailovic Bespalov, un uomo simpatico, sempre vestito
della sua giacca militare che portava senza gradi e mostrine dalla smobilitazione.
Era stato, durante la guerra, qualcosa come ufficiale di rotta o radiotelegrafista-mitragliere e,
malgrado avesse appena una trentina d’anni, portava, nel volto i segni di una vita difficile. Nel
piccolo gabinetto di fisica Lev Michailovic eseguiva esperienze che a noi sembravano stregonerie.
Riempita d’acqua una bottiglia, la esponeva al gelo russo e la bottiglia scoppiava come una bomba a
mano. Oppure si passava un pettine tra i capelli facendone sprizzare scintille bluastre crepitanti.
Sapeva appassionarci così bene alla sua materia che noi ricordavamo le leggi di fisica con la stessa
facilità con la quale imparavamo a memoria una poesia. Ogni sua lezione ci riserbava qualche
scoperta, dalla più semplice delle macchine elettriche, alla bussola, ad altre più complesse. Fu lui a
raccontarci della mela che aveva aiutato Newton a scoprire la legge della gravitazione universale,
ma a quell’epoca non potevo nemmeno sognarmi che un giorno avrei dovuto io stesso misurarmi con
la natura e strapparmi alla Terra vincendo la sua forza di gravità.
A scuola, noi pionieri avevamo organizzato un «circolo tecnico» e Lev Michailovic ne era
l’attivissimo animatore. Al circolo avevamo costruito un modello volante di aereo. Scovato un
piccolo motore a benzina, lo avevamo montato sulla fusoliera fatta di canne, con due grandi ali
appiccicate a furia di colla. La nostra gioia, quando vedemmo l’aereo alzarsi nell’aria, non è
descrivibile. E felici come noi erano Zinaida Aleksandrovna Komarova, nostra professoressa di
matematica, e la direttrice Iraida Dmitrevna Troickaja, deputato al Soviet Supremo dell’URSS.
Quanto a Lev Michailovic, in tono semiserio ci disse:
- Ragazzi miei, abbiate pazienza e diventerete tutti aviatori...
In fabbrica
Terminati a Gžatsk i sei anni di scuola secondaria3, mi domandai cosa avrei fatto in seguito.
Evidentemente avrei voluto proseguire gli studi ma i miei genitori guadagnavano poco ed eravamo in
sei in famiglia. Allora cominciai a pensare che la cosa più logica sarebbe stata quella di imparare un
mestiere, di qualificarmi come operaio e di entrare in officina. Più tardi avrei potuto continuare gli
studi. Così avevano fatto le generazioni precedenti, quelle che hanno costruito DneproGES e
Magnitka4, che hanno tracciato il Turksib5 e fondato Komsomolsk sull’Amur. E non sarei stato solo:
molti battevano questa strada nel dopoguerra.
Riflettevo su questi problemi senza parlarne a chicchessia. A chi avrei potuto chiedere un
consiglio? Mia madre non avrebbe certamente voluto lasciarmi partire perché per lei ero sempre un
bambino. Per me, invece, non c’erano dubbi: avrei lasciato Gžatsk soltanto per Mosca. Non ero mai
stato nella capitale ma l’amavo già profondamente e facevo collezione di cartoline illustrate
rappresentanti le torri del Cremlino, i ponti della Moscova e i monumenti di Mosca. Sognavo di
passeggiare sulla Piazza Rossa e di inchinarmi davanti alla salma di Lenin. Del resto, a Mosca non
sarei stato solo: vi abitava un fratello di mio padre, Savelij Ivanovic, impiegato in un’organizzazione
del settore edilizio, con le sue due figlie, Antonina e Lidija. Il giorno che domandai in famiglia il
permesso di andare a vivere dallo zio Savelij, mia madre scoppiò in lacrime. Mio padre, dopo
qualche attimo di riflessione, mi disse:
- Sai, Jura, penso che sia una buona idea. Puoi andare. Nessuno di quelli che hanno preso la strada
di Mosca è mai finito male.
I professori, a scuola, tentarono di farmi cambiare idea. Secondo loro, mi sarebbe stato più utile
terminare la settima classe. Ma già allora m’ero abituato a non tornare sulle mie decisioni. E
finalmente, equipaggiato per la mia vita moscovita, presi il treno e partii. In viaggio non ero affatto
tranquillo e mi domandavo come sarei stato accolto dallo zio, per il quale sarei stato una bocca in
più da sfamare. Ma l’accoglienza fu buona, direi perfino ottima. Le mie cugine, poi, erano entusiaste
e nei primi giorni mi fecero girare la capitale in lungo e in largo mostrandomi le sue bellezze e le sue
curiosità. Poi Tonia mi accompagnò all’officina di macchine agricole di Ljubercy, la cui scuola
professionale aveva appunto bisogno di giovani. A Gžatsk avevo deciso di imparare il mestiere del
tornitore o, nel peggiore dei casi, quello di aggiustatore meccanico. Ma le cose non erano così
semplici: potevano frequentare i corsi di tornitore e di aggiustatore soltanto coloro che avevano
finito la settima classe. E io m’ero fermato alla sesta. Roba da piangere!
- Non pigliartela così - mi disse il direttore della scuola professionale. - Faremo di te un fonditore.
Hai visto il monumento a Puškin, a Mosca? Sono i fonditori che l’hanno fatto.
L’argomento ebbe il potere di convincermi, e più sollevato accettai l’offerta. Vada per il mestiere
di fonditore, mi dissi.
Gli esami non erano difficili e, dopo averli superati con successo, fui ammesso alla scuola. Mi
consegnarono allora la prima uniforme della mia vita: un berretto a visiera con le insegne degli
operai, una giacca ben tagliata, pantaloni, scarpe, soprabito e una cintura di cuoio ornata da una
grossa fibbia di ottone. Il tutto s’adattava perfettamente alla mia taglia. Lo stesso giorno, coi soldi
che mi restavano, andai dal fotografo.
Quando ebbi la foto in mano, stentavo a riconoscermi. Ne spedii subito alcune ai miei genitori e ai
miei amici di Gžatsk. Pensavo di avere l’aspetto di un ufficiale e speravo di suscitare l’ammirazione
dei miei vecchi compagni. Qualche giorno dopo il caporeparto Nikolaj Petrovic Krivov ci condusse
all’officina (che è molto nota) raccontandoci che le macchine che vi si costruivano si potevano
incontrare in tutto il paese. Ricordo infatti d’aver visto, al villaggio, alcune macchine col marchio di
fabbrica di Ljubercy.
Per prima cosa mastro Nikolaj Petrovic ci mostrò i reparti di costruzione meccanica, pieni di
macchine utensili di cui non riuscivamo a capire il funzionamento. Poi fummo introdotti nelle
fonderie, in quello che doveva essere il nostro mondo. Ne fummo frastornati: c’erano fiamme
dappertutto, e fumo, e getti di metallo in fusione, e operai che lavoravano ciascuno al proprio posto.
- Ecco i nuovi - disse loro il caposquadra, un uomo d’alta statura, con due grossi baffi. Poi,
rivolgendosi a noi: - Guardate bene e abituatevi subito alla vicinanza del fuoco. Ci guardò e
aggiunse:
- Il fuoco è forte, l’acqua è più forte del fuoco, la terra è più forte dell’acqua, ma l’uomo è più
forte di tutti.
Eravamo sempre intimoriti. E se dall’alto fosse caduto qualcosa di pesante e ci avesse schiacciati?
E se il metallo in fusione ci avesse investiti e carbonizzati? Istintivamente ci stringevamo a Nikolaj
Petrovic, e non lo mollavamo di un passo.
Alla fine arrivammo alla fonderia meccanizzata dove si stampavano con la ghisa pezzi di macchina
piccoli e medi. Mastro Nicolaj Petrovic si fermò davanti ai forni termici e ci spiegò come il metallo
grezzo si trasforma in ghisa malleabile. A questo punto sentimmo di cominciare ad abituarci alla
fabbrica e di non averne più paura come all’inizio. Come se questa sensazione fosse stata evidente,
mi piazzarono quasi subito davanti a una macchina utensile: dovevo eseguire delle forme senza
sbavature, diventare uno specialista dei pezzi stampati. Accanto alla macchina utensile si snodava
una catena in perpetuo movimento. Noi dovevamo stampare dei pezzi, fissare le due conchiglie della
forma, collocarla sulla catena e così via. Alla fine della prima giornata Nikolaj Petrovic venne a
vedere cosa avevamo fatto.
- Ma, cari compagni, - gridò a un tratto - i vostri prodotti sono semplicemente un orrore!
Bisogna dire che le nostre forme non erano ben modellate e i pezzi difettosi abbondavano. Mastro
Petrovic ci prese allora uno alla volta e ci insegnò come regolare gli stampi. Il giorno dopo era già
un’altra cosa.
Gli allievi della scuola professionale occupavano una piccola casa di legno. Al pianterreno c’era
la stanza che dividevo con altri quattordici ragazzi. Eravamo molto affiatati nel ritmo di vita che ci
eravamo imposti. Ci alzavamo e andavamo a letto alla stessa ora. Assieme consumavamo i nostri
pasti alla mensa dell’officina, che li forniva gratuitamente. E sempre assieme andavamo al cinema o
allo stadio.
Nelle scuole professionali gli allievi sono pieni di romanticismo. Noi discutevamo molto e spesso
dell’eroismo, di ogni tipo di impresa coraggiosa, a cominciare da quelle che esigono dall’uomo una
decisione immediata, la scelta tra la vita e la morte. In questa categoria collocavamo le gesta di
Nikolaj Gastello e Aleksandr Matrosov. Ma noi ammiravamo ancor più l’uomo di cui si dice che
«tutta la sua vita è stata una continua impresa». Questo significava dare uno scopo alla vita e lottare
per raggiungerlo senza mai arretrare d’un passo. In questo senso ci sembrava che la vita di Lenin
fosse un esempio ammirevole.
Avevamo letto di lui tutto ciò che avevamo potuto trovare nella biblioteca. Ma ci eravamo
interessati anche all’attività rivoluzionaria di Artem e Frunze. Condannato a morte dal tribunale
zarista, Frunze s’era messo a studiare in carcere le lingue straniere nella speranza che un giorno
avrebbero potuto servirgli. Cosa che si era effettivamente realizzata con la sua evasione dal carcere.
Di Frunze si poteva veramente dire che aveva conosciuto una sola passione, ma di una forza
straordinaria. Ricordo ancora un passaggio della sua autobiografia che avevamo letto a turno, ad alta
voce, nella nostra stanza di allievi della scuola professionale: «Noi, condannati a morte, ci eravamo
abituati a non dormire fin quasi alle cinque del mattino, tendendo l’orecchio a ogni rumore. Erano ore
tragiche. Alle cinque, quelli che dovevano essere impiccati venivano prelevati sotto gli occhi di tutti.
E quelli, calmi, dicevano partendo: “Addio vita! Addio libertà!”. Poi il tintinnare delle catene e dei
ferri si allontanava, sentivamo cigolare la porta di ferro della prigione e tutto ripiombava nel
silenzio. Allora ci chiedevamo: a chi toccherà domani? Eccone cinque già portati via. Ma rare erano
le nostre lacrime».
Riscrivo qui queste righe commoventi perché i giovani non devono dimenticare che la lotta
rivoluzionaria dei loro padri ha richiesto sacrifici ed eroismi quotidiani.
Finii per amare la mia officina e per non invidiare più i tornitori. Il lavoro procedeva bene.
Amavo svegliarmi alla prima sirena della fabbrica e, dopo essermi lavato con l’acqua ghiacciata,
scendere nella strada per mescolarmi con gli operai che si affrettavano all’officina. Ero fiero di
andare al mio lavoro e questa fierezza cresceva ogni giorno di più. Gli operai qualificati più anziani
chiacchieravano spesso con noi, allievi della scuola professionale, trattandoci come loro compagni
di lavoro. E finalmente riscossi la mia prima paga. Niente di straordinario, naturalmente, una trentina
di rubli in tutto: ma erano i primi soldi che guadagnavo e ne spedii subito la metà a mia madre, a
Gžatsk, per le piccole spese domestiche. Ci tenevo molto ad aiutare la mia famiglia. Mi faceva
sentire adulto.
Alla scuola professionale seguivamo dei corsi teorici e pratici. Bisogna confessare che i ragazzi
non amavano molto le lezioni in classe. Ciò che li attirava di più era il lavoro pratico di fonderia, il
metallo fuso. Tra i nostri insegnanti ce n’era uno di cui ho malauguratamente dimenticato il nome,
piccolo, vecchio e dall’aria riservata, che aveva l’incarico di insegnarci il disegno tecnico. Un
giorno mi incaricò di disegnargli un ingranaggio, poi un secondo, poi un terzo. I disegni erano sempre
più complessi, ma quel lavoro mi interessava enormemente. Riuscii a interpretare e a eseguire assai
bene alcuni disegni industriali molto difficili. Un giorno o l’altro questa specializzazione avrebbe
potuto essermi utile.
Intanto studiavo, ma volevo imparare sempre più in fretta. Prelevavo le opere tecniche della nostra
biblioteca e rimpiangevo soltanto che la giornata fosse così breve. Il tempo non mi bastava mai.
Tanto più che mi rendevo conto di aver perduto qualche anno di studio durante l’occupazione nazista.
Il mio sogno era di terminare un corso tecnico, entrare all’istituto e diventare ingegnere. Ma per
essere ammessi all’istituto bisognava aver concluso gli studi secondari. Allora, con Timofej c ugunov
(come me della regione di Smolensk) e Aleksandr Petuškov (della regione di Kaluga) ci iscrivemmo
alla settima classe della scuola serale numero 1 di Ljubercy. Il nostro era un trio inseparabile: ci
aiutavamo e ci incoraggiavamo a vicenda. Bisogna dire però che non era facile. Bisognava lavorare
all’officina, frequentare i corsi teorici della scuola professionale e quelli della settima serale dove,
fortunatamente, avevo degli ottimi professori. Con gli insegnanti, devo ammetterlo, ho sempre avuto
molta fortuna.
Mantenni questo ritmo di studio per un anno. Ricorderò l’annata scolastica 1950-1951 come uno
dei periodi più tormentosi della mia vita. Mi sentivo costantemente attratto verso l’ignoto.
Vedendomi così desideroso di imparare e sapendo che avrei fatto tutto ciò che era in mio potere
per portare avanti gli studi, i miei professori mi consigliarono di entrare al tecnicum di educazione
fisica di Leningrado. All’officina mi ero rivelato come un buono sportivo e avevo vinto non pochi
premi in diverse competizioni.
Superai le prove eliminatorie a Mytišci e tornai a Ljubercy coi voti migliori. Fu allora che mi
dissero che sarei potuto entrare al tecnicum industriale di Saratov dove avrei potuto continuare a
perfezionarmi nel mio mestiere di fonditore.
- E non preoccuparti per lo sport, - aggiunsero - se ne fa anche a Saratov.
Ed era vero, com’è vero che ogni sportivo, per bravo che sia, deve avere un mestiere, svolgere un
lavoro produttivo. È lo sport che è al servizio dell’uomo, non viceversa.
Su queste considerazioni filammo, c ugunov, Petuškov e io, nell’uffìcio del direttore della scuola
professionale per pregarlo di darci una lettera di raccomandazione per l’istituto tecnico di Saratov. Il
direttore accettò molto cordialmente.
Di lì a poco, biglietti gratuiti in pugno, saltammo sul treno che andava verso il Volga.
Saratov ci piacque. Era il mese di agosto e, appena sistemati nel nostro alloggio, al numero 21
della via Micurin, corremmo al Volga sulle cui rive era nato Lenin. Restammo a lungo su un
promontorio che dominava il largo fiume, ad ammirare estatici la sua rapida corrente e le steppe che
s’aprivano a perdita d’occhio. Il paesaggio era in perfetta armonia coi nostri sentimenti perché
eravamo alle soglie d’una vita nuova, sconosciuta.
Chi doveva superare gli esami di ammissione era invaso dalla paura. Ma noi, che venivamo da
Ljubercy con un «ottimo» per le sette classi già frequentate, dovevamo subire soltanto una prova di
carattere pratico. E siccome eravamo fonditori di quinta categoria, ce la cavammo facilmente. Tutti i
candidati, del resto, superarono bene gli esami perché era gente che veniva dalle fabbriche. Molti
erano sensibilmente più anziani di noi. C’erano perfino dei capireparto, venuti a Saratov per avere
l’istruzione tecnica secondaria.
Il giorno della nostra ammissione al tecnicum il direttore ci chiamò e ci disse:
- Adesso che siete studenti, in attesa dell’inizio dei corsi andrete a lavorare in un colcos. Bisogna
aiutare i contadini a fare il raccolto.
Detto e fatto. Ci imbarcammo su un camion che ci portò in un colcos a un’ottantina di chilometri da
Saratov. Il nostro lavoro consisteva nel battere il grano e trasportarlo al silos di Ekaterinovka.
Quindici giorni dopo facevamo ritorno a Saratov sullo stesso camion, dopo aver ricevuto i
ringraziamenti della direzione colcosiana.
Finalmente cominciarono i corsi. Il tecnicum si trovava in via Sacco e Vanzetti; vi regnava
un’atmosfera infinitamente più seria di tutte le scuole che avevo frequentato in precedenza. Anche gli
impegni erano considerevolmente più gravosi. L’istituto era attrezzato di laboratori, biblioteche e
aule per le diverse specialità. Il gruppo di cui facevo parte comprendeva 35 uomini e ragazzi
provenienti da ogni parte dell’Unione Sovietica. C’erano comunisti, decorati, reduci della seconda
guerra mondiale, gente sposata, con figli: e tutti erano venuti a Saratov perché avidi di conoscere,
perché volevano servire meglio il loro paese.
Per questi uomini già maturi, che avevano perduto l’abitudine di sedere sui banchi di scuola, gli
inizi furono difficili. I brutti voti fioccavano. Per noi tre invece, freschi di studi, le cose andavano
bene: ci chiamavano «gli inseparabili moscoviti». Spesso i nostri nuovi compagni ci chiedevano di
aiutarli in questo o quel problema e noi lo facevamo volentieri. L’ostacolo più grosso per alcuni era
la matematica, che è una materia un po’ particolare, dove basta perdere due o tre lezioni o non aver
capito una formula per cominciare a girare a vuoto. c ugunov, Petuškov e io amavamo molto la
matematica. Per noi era chiaro che nel secolo dell’atomo, nel quale tutto è fondato su calcoli
estremamente precisi, la matematica è una scienza indispensabile alla vita.
Possedere un regolo calcolatore era il sogno di ognuno di noi.
Al tecnicum regnava un grande spirito di solidarietà. I giovani osservavano con attenzione gli
adulti, ascoltavano i loro discorsi, cercavano di imitarli.
- Se un compagno si trova in pericolo, - ripetevano quelli che avevano fatto la guerra - bisogna
cercare di salvarlo anche a rischio della propria vita.
C’era in essi qualcosa di familiare, di già visto, e mi sembrava di ravvisare in ciascuno di loro il
carattere dei due aviatori che avevo visto nei primi giorni di guerra e che avevano così
profondamente colpito la mia immaginazione. Per me, e per tutti i giovani komsomol, il tecnicum non
era soltanto una fonte di nozioni ma anche una eccellente scuola di vita.
Ogni giorno di più gli allievi si appassionavano allo studio e poco a poco i «due»6 scomparivano
per far posto al «tre». Poi anche i «tre» cominciarono a divenire rari.
Gran parte del nostro tempo libero lo dedicavamo allo sport e la nostra squadra di pallacanestro
era una delle migliori. Già alla scuola professionale mi ero appassionato a questo gioco rapido e
vivace. A Saratov partecipai a varie competizioni locali e con la mia squadra vinsi il torneo tra gli
istituti della città. D’inverno ci allenavamo in palestra tre volte la settimana. Uno dei miei amici,
Tolja Vinogradov, cercò di conquistarmi allo sci ma, pur praticando anche questo sport, le mie
preferenze restarono per la pallacanestro.
Il nostro alloggio era ancora una camerata che dividevo con altri quattordici allievi. Lo spazio non
era molto ma, in compenso, grande era la fraternità tra di noi. Di sera molti giocavano a scacchi e più
tardi venne organizzato anche un torneo. Ma il mio carattere mi portava ad attività più mobili e non
presi parte a nessuna partita. Era più forte di me: non sarei mai riuscito a restare nello stesso posto
per molte ore di seguito.
La borsa di studio assegnataci era modesta: cinquanta rubli al mese per il mio primo anno di studio
e cento per l’ultimo. È vero che eravamo calzati, vestiti e nutriti a spese dello Stato ma tuttavia
dovevamo calcolare con cura le nostre spese. Il che, d’altro canto, non ci ha mai impedito di andare
spesso al cinema o a teatro.
A Saratov c’è un ottimo teatro d’opera. Vi ascoltai la Russalka di Dargomyžkij, la Carmen di
Bizet, la Dama di picche di c ajkovskij. Mi fece una grossa impressione l’opera di Glinka Ivan
Sussanin tanto che, assistendo allo spettacolo, sentivo di partecipare alla lotta del popolo russo
contro i nemici del nostro paese.
Più frequenti, e sempre collettive, erano le nostre visite ai cinematografi di Saratov. Tra gli allievi
del tecnicum c’erano anche numerose ragazze e con loro, dopo ogni film, scambiavamo le nostre
impressioni e discutevamo animatamente.
Tra i film di quel tempo mi piacque moltissimo Un vero uomo, tratto dal romanzo di Boris Polevoj.
Avevo già letto il libro e vidi il film parecchie volte. L’opera tratteggia molto bene il carattere
dell’uomo sovietico. Benché amassi moltissimo i personaggi di Jack London, l’eroe del Vero uomo,
Aleksej Mares’ev, mi ha lasciato un’impressione molto più profonda perché ne sentivo familiari lo
spirito e le aspirazioni. Spesso mi chiedevo cosa avrei fatto se mi fossi trovato nei panni di
Mares’ev. Da bambino il mio personaggio preferito, eroe di tutti i ragazzi di allora, era stato Il
tafano, di Lilian Voynich. Ricordo ancora questo passo: «Nascose sul petto il fazzoletto che
Montanelli aveva lasciato cadere, lo coprì di baci e pianse tutta la notte su quel fazzoletto come se
fosse stato una creatura vivente...». E vedevo questo fazzoletto appallottolato, ne sentivo la salata
umidità, udivo gli spari delle fucilate che i soldati tiravano sul Tafano.
Ho amato molto il Tafano ma il mio amore per Mares’ev era ancora più grande. Mares’ev era un
mio contemporaneo, viveva sulla mia stessa terra e avevo un gran desiderio di conoscerlo, di
stringergli la mano.
Nina Vasilevna Ruzanova, donna piena di sollecitudine per i suoi allievi, nella sua qualità di
professoressa di letteratura aveva compilato per noi un elenco di libri di cui ci raccomandava la
lettura. L’elenco comprendeva la serie completa della Storia di un giovane del XIX secolo di
Maksim Gorkij e i capolavori degli autori classici russi e stranieri. Ricordo ancora la grande
emozione provata leggendo Guerra e Pace di Tolstoj. In questo libro colossale preferivo le scene di
battaglia e i personaggi che difendevano il paese dall’invasione napoleonica: l’artigliere Tušin, il
principe Andrej Bolkonskij, che comandava un reggimento, gli ufficiali Rostov, Dolokov e Denisov.
E non facevo fatica a raffigurarmi in carne e ossa il maresciallo Kutusov.
A quell’epoca lessi Il canto di Hiawatha del poeta americano Longfellow, opere di Victor Hugo e
Charles Dickens. Leggevo molto, per recuperare il tempo perduto nella mia infanzia, e come tutti ero
affascinato da Jules Verne, Conan Doyle e Herbert Wells. Sapevamo che lo scrittore inglese s’era
interessato a suo tempo alla Russia sovietica, che durante la carestia era venuto a Mosca, s’era
intrattenuto con Vladimir Ilic Lenin e aveva scritto alla fine un libro intitolato La Russia nelle
tenebre. Ci sarebbe piaciuto di leggerlo ma non riuscimmo a procurarcelo: la biblioteca di Saratov
non ne aveva nemmeno una copia.
Credo che Wells avesse messo in dubbio il piano concepito da Lenin per l’elettrificazione del
paese. Ma noi che vedevamo i convogli di chiatte, cariche di materiale da costruzione, risalire la
corrente del Volga verso il cantiere del grande complesso idroelettrico di Kujbyšev, sapevamo che il
piano di Lenin stava realizzandosi sotto i nostri occhi.
La mia generazione è stata giovane in un’epoca estremamente appassionante. Per istruirsi
bisognava legarsi a un tavolo perché dovunque avevano bisogno di noi. Da noi e all’estero
accadevano cose che turbavano tutti gli studenti del tecnicum e soprattutto noi «komsomol».
Lontano, quasi in capo al mondo, il piccolo popolo coreano difendeva la propria libertà contro il
più grande paese capitalistico del mondo, gli Stati Uniti. Cominciavamo allora la nostra giornata
ascoltando alla radio i comunicati sui combattimenti in Corea. Così avevamo imparato i nomi degli
aviatori Li Dong Gu e Kim Ghi Ok, eroi della repubblica democratica popolare coreana. La
«Pravda» parlava del loro coraggio e della loro perizia, ricordando che ciascuno di loro aveva
abbattuto una quindicina di Sabre americani. Molta gente considera l’uomo sovietico come modello
di eroismo e noi eravamo felici di sapere che i coreani si battevano come veri uomini sull’esempio
sovietico, che i distaccamenti partigiani distintisi nella lotta contro l’invasore americano portavano i
nomi di Zoja Kosmodem’jànskaja e di Aleksej Mares’ev.
Un volontario cinese, Huang Tzi-Kuang, aveva volontariamente ripetuto l’impresa di Aleksandr
Matrosov avendo letto un libro, consacrato all’eroe sovietico, che lo aveva sconvolto.
Sventolando il giornale che riportava la notizia Tolia Vinogradov gridò:
- Ecco la prova migliore che solo un carattere forte può generare un carattere altrettanto forte!
E questa osservazione faceva eco a una delle nostre tante discussioni sull’eroismo.
Quasi tutti gli allievi del tecnicum militavano nel Komsomol. Quanto a me, ero stato eletto membro
del comitato direttivo e il lavoro non mi mancava: tanto più che ero anche segretario della società
sportiva «Trudovie Reservi»7. Per assolvere tutti questi impegni dovevo lavorare ogni istante della
mia giornata.
Finito il terzo anno di studi, avrei voluto comprarmi un vestito nuovo ma non avevo soldi.
- Senti un po’, Gagarin, - mi propose il segretario del comitato distrettuale del Komsomol - c’è un
posto di insegnante di educazione fisica alla colonia estiva di un orfanotrofio. Potresti prenderlo tu,
riposarti durante l’estate e guadagnare un po’ di soldi.
Ho sempre amato i bambini e accettai volentieri l’offerta che mi veniva fatta.
Il campo dei pionieri si trovava in una zona splendida, annegata nel verde e sulla riva di un fiume.
Per la prima volta in vita mia mi impegnavo come educatore e devo dire che i bambini a me affidati
erano assai turbolenti, alcuni addirittura insopportabili. Felici di vivere lontano dagli sguardi dei
loro insegnanti, ne combinavano di tutti i colori e si divertivano in mille modi. In tutto il campo non
c’erano che due uomini (ammesso che potessi essere considerato tale a quell’epoca): un
fisarmonicista cieco, Ivan Alekseevic, dotato di un finissimo orecchio musicale, e io. Assieme,
facevamo del nostro meglio per aiutare Tanja Andreevna, una giovane insegnante, e la direttrice
dell’orfanotrofio, Elena Alekseevna.
Questo soggiorno mi fece un gran bene. Certe sere, quando i ragazzi, stanchi di aver sgambettato
tutto il giorno, dormivano a pugni chiusi, avevo lunghe e franche conversazioni con Elena
Alekseevna. Avevamo le stesse idee su molte questioni e, tra le altre, attribuivamo alla disciplina un
grande ruolo formativo.
- Dalla disciplina all’eroismo, - diceva questa esperta educatrice - non c’è che un passo.
E aggiungeva che ogni ragazzo ha in sé un intero mondo: comprenderlo significava impadronirsi
della chiave per farne un uomo, voleva dire anche aiutare il suo cuore di bambino a diventare più
forte per affrontare in futuro le difficoltà della vita.
L’estate al campo passò rapidissima. Tornato in città, potei comprarmi un vestito nuovo, un paio di
scarpe e un orologio. Tutto sommato, le cose erano andate molto bene: avevo guadagnato un po’ di
soldi e nello stesso tempo avevo fatto un’esperienza pratica come educatore.
E cominciò l’ultimo anno di studi al tecnicum. Sempre più di frequente lasciavamo da parte libri e
manuali per i corsi pratici alla produzione. All’inizio venni spedito all’officina «Vojkov» di Mosca,
poi alla «Volcan» di Leningrado.
Per i primi giorni, a Leningrado, non feci altro che passeggiare in compagnia di un nuovo amico,
Fëdor Petrunin. Ero entusiasta della città e stentavo a credere che stavamo vivendo in quella che era
stata la culla della Rivoluzione d’ottobre. Naturalmente andammo a visitare Palazzo Smol’nyj, dove
Lenin aveva diretto la rivoluzione e da dove aveva lanciato i distaccamenti di operai, soldati e
marinai all’assalto del Palazzo d’Inverno. Poi visitammo anche questo, e la Neva, e il leggendario
incrociatore «Aurora».
Nessun’altra città al mondo ha una storia rivoluzionaria ricca come Leningrado. Tutto vi parla di
lotte: i muri della fortezza Pietro e Paolo, i ponti sulla Neva, le tettoie della vecchia officina Putilov
dove mio nonno Timofej Matveev aveva lavorato ed era morto.
Entrammo anche nella cattedrale di Sant’Isacco e ci facemmo fotografare davanti al monumento di
Pietro il Grande, dove il mio amico Fedia8 declamò questi versi:

O potente signore del destino!


Proprio così, sull’orlo dell’abisso,
con la tua briglia di ferro,
alta facesti impennare la Russia.

Puškin, Gogol e Dostojevskij avevano creato le loro opere in questa città. Sulla piazza del Senato
le truppe dello Zar avevano sparato gli obici caricati a mitraglia sui decabristi. In una domenica di
gennaio del 1905, davanti al Palazzo d’Inverno, lo Zar aveva ordinato il fuoco contro gli operai.
Tutta la storia della classe operaia russa passava sotto i nostri occhi. E naturalmente non avevamo
dimenticato di andare, quasi subito, alla stazione di Finlandia dove s’alza il monumento in bronzo di
Lenin sulla sua autoblinda.
Passavamo la giornata all’officina e la sera visitavamo i musei, andavamo a teatro. Quando venne
il nostro turno di notte, passammo tre giorni all’Ermitage, perduti tra i tesori d’arte di tutto il mondo,
e al Museo d’arte russa, ad ammirare i quadri dei nostri celebri maestri.
Tutto di Leningrado ci piaceva: dai monumenti ai complessi architettonici. Assieme a Petrunin
passai molte volte davanti ai cavalli inalberati del Ponte Anickov o sostai ammirato ai piedi del
monumento alla torpediniera «Steregušci», nel quartiere Petrogradskaja, a fissare il volto di quei
marinai russi che avevano affondato la loro nave, preferendo colare a picco con essa piuttosto che
cadere nelle mani dei samurai giapponesi.
Il nostro soggiorno a Leningrado ci maturò quasi d un tratto e ci fece sentire moralmente più ricchi.
Leggere la descrizione della presa del Palazzo d’Inverno è una cosa. Altra cosa è vedere coi propri
occhi l’arco dell’antico stato maggiore generale sotto il quale erano passate le guardie rosse per
partire all’attacco, traversare la piazza del Palazzo, entrare nelle sale del Palazzo d’Inverno, dove il
governo provvisorio di Kerenskij era stato arrestato.
Tornati a Saratov, parlammo ancora per molto tempo di Leningrado e raccontammo le nostre
esperienze ai compagni di corso.
Al tecnicum, come del resto alla scuola, la fisica continuava a essere una delle mie materie
preferite. Ne era insegnante un uomo coltissimo e sensibile di nome Nikolaj Ivanovic Moskvin. La
fisica è una scienza complessa dove per vederci chiaro bisogna avere una certa dimestichezza con la
matematica. Il nostro professore sapeva renderci interesanti i corsi appassionandosi egli stesso alla
materia e illustrandola con frequenti esempi. Ma con gli allievi che lavoravano male non aveva pietà:
distribuiva abbondantemente voti cattivi e non dava tregua a uno studente finché non era riuscito a
portarlo al livello dei migliori.
- Un tecnico deve essere un buon fisico, - ci diceva - sono le leggi della fisica che regolano il
moto dei mondi.
Moskvin aveva organizzato un circolo di fisica i cui membri avevano l’obbligo di effettuare
regolarmente delle comunicazioni scientifiche. Ne ascoltammo di interessanti sulle leggi di Newton,
sulla meccanica e sulle realizzazioni elettrotecniche. A me toccò di fare un’esposizione dei lavori
dello scienziato russo Lebedev nel campo della pressione della luce. E siccome la mia relazione
aveva avuto successo, fui incaricato di farne un’altra su «Ciolkovskij e la sua teoria dei motori a
razzo e dei viaggi interplanetari». Fu così che dovetti leggere una raccolta dei suoi scritti e tutti i
libri della nostra biblioteca sull’argomento.
Ciolkovskij mi sconvolse. Era più forte di Jules Verne, di Herbert Wells e di qualsiasi altro autore
di romanzi avveniristici. Tutto quello che lo scienziato aveva previsto, la scienza e le sue conquiste
lo confermavano giorno per giorno. Ciolkovskij, per esempio, aveva predetto che all’era degli aerei
a elica sarebbe seguita l’era degli aerei a reazione. E questi ultimi già volavano nei nostri cieli. Lo
scienziato aveva parlato dei missili e già anche questi solcavano la stratosfera. In breve, tutto ciò che
il genio di Ciolkovskij aveva previsto si stava realizzando sotto i nostri occhi. Non c’era dubbio che
anche il suo sogno dei voli umani nel cosmo sarebbe diventato realtà. E terminai la mia
comunicazione con queste parole di Ciolkovskij: «L’uomo non resterà eternamente legato alla terra.
Nella sua corsa verso la luce e lo spazio, supererà prima i confini dell’atmosfera e successivamente
conquisterà tutto lo spazio del sistema solare».
Tutti i componenti del nostro circolo scientifico erano rimasti colpiti dalla profondità del pensiero
dello scienziato russo. Già Lev Michailovic Bespalov, alla scuola secondaria di Gžatsk, aveva
attirato la mia attenzione su questa frase simile a una formula. Ma a quell’epoca non ero in grado di
coglierne il significato. Tuttavia, forse in quei giorni, fui contagiato da una malattia che non è ancora
classificata negli annali di medicina: l’attrazione irresistibile verso il cosmo. Indistinto, incosciente,
questo sentimento era già in me, mi tormentava turbando la mia quiete.
Il primo volo
Continuavo i miei studi al tecnicum ma, ogni volta che udivo nel cielo il rombo di un motore o
incrociavo per strada un pilota, non potevo evitare di sentirmi commosso. Era la mia passione
incosciente per gli spazi.
Sapevo che a Saratov funzionava un aeroclub e i ragazzi ne dicevano un gran bene. Ma, per potervi
essere ammessi, bisognava aver finito gli studi secondari. Altri due allievi del tecnicum, Victor
Porokin e Genija Stešin, erano divorati dalla mia stessa passione. Un giorno vidi Victor arrivare di
corsa. Gridava, in preda a una viva agitazione:
- Ragazzi ho una buona notizia. L’aeroclub accetta allievi del quarto anno!
La sera stessa, tutti e tre, prendevamo la strada dell’aeroclub poiché la notizia, nel frattempo, era
stata confermata. Presentammo le nostre domande e, dopo aver subito l’esame da parte della
commissione, cominciammo a frequentare i corsi.
Le prime lezioni riguardavano la teoria del volo, lo studio della struttura di un aeroplano e del suo
motore. Devo dire che non ci aspettavamo queste lezioni un pò noiose e ne fummo delusi. Secondo
noi, avrebbero dovuto accompagnarci immediatamente all’aeroporto e farci volare. Al contrario,
eccoci davanti a nuove lezioni, a nuovi problemi alla lavagna, ad altri manuali. La strada da
percorrere per diventare aviatore s’è dimostrata molto più lunga di quella che immaginavo.
I primi mesi del 1955 furono per noi estremamete pesanti e dovemmo impegnarci a fondo per
seguire i corsi del tecnicum durante la giornata e frequentare di sera l’aeroclub. Poi, venne il
momento di difendere la nostra tesi di diploma, bilancio di quattro anni di studio.
In questa occasione, mi toccò un tema piuttosto complicato: dovevo concepire i piani di una
fonderia capace di produrre pezzi staccati in serie con una produttività di 9.000 tonnellate all’anno.
In più, come aspirante al diploma, dovevo illustrare le tecniche di fabbricazione dei pezzi staccati e i
metodi di insegnamento destinati agli allievi delle scuole professionali.
Questa tesi conclusiva degli studi doveva essere accompagnata da numerosi disegni tecnici e
spesso, col pensiero, ho ringraziato il mio antico professore di Ljubercy che mi aveva insegnato ad
amare questo tipo di lavoro.
Mi procurai la documentazione necessaria al mio diploma alla biblioteca del tecnicum e alla
sezione tecnica della biblioteca centrale di Saratov: ma mi si rivelarono di grande aiuto l’esperienza
acquisita qualche anno prima alla scuola professionale, all’officina di Ljubercy e il lavoro pratico
che avevo svolto a Mosca e a Leningrado. Tutto sommato, la mia tesi conclusiva procedeva
abbastanza bene e si arricchiva ogni giorno di più di nuove idee.
Pur impegnandomi in questo lavoro, mi sforzavo di non perdere i corsi dell’aeroclub. Anche là,
finiti gli studi teorici, era arrivata l’ora degli esami. La sera eravamo mortalmente stanchi, e appena
sdraiati sul letto cadevamo in un sonno di piombo, senza sogni. Quello che desideravamo di più era
di cominciare i voli di allenamento. Personalmente, non ero mai salito a bordo di un aereo, nemmeno
come viaggiatore. E se avessi avuto paura? E se avessi sofferto di capogiri o di nausee? Nostri amici
già sperimentati nel volo ce ne avevano dette di tutti i colori sulla difficoltà di volare.
All’aeroclub di Saratov, c’era tuttavia una singolare abitudine: l’allievo doveva effettuare almeno
un lancio col paracadute prima di cominciare i voli di allenamento.
- Così, vedremo se avete del fegato - ci aveva detto un giorno, con un sorriso malizioso, il nostro
istruttore Dmitrij Pavlovic Martianov.
Martianov aveva soltanto qualche anno di più dei suoi allievi. Era quindi un uomo giovane,
solidamente piantato, di media statura. Prestava servizio all’aeroclub da quando aveva terminato la
ferma militare in una squadriglia da caccia. Ci aveva raccontato di essere uscito dalla scuola
aeronautica militare di Borissoglebsk dove - e ne era fierissimo - aveva seguito i corsi assieme a
Valerij c kalov9. Dopo aver servito per qualche tempo in una formazione militare, Martianov aveva
chiesto di essere smobilitato per impiegarsi come istruttore all’aeroclub. Nella vita civile avrebbe
potuto certamente iscriversi in qualche scuola superiore e diventare ingegnere o agronomo. Ma la sua
passione era un’altra.
- Non posso vivere lontano da un aerodromo, - ci diceva - e non posso concepire la vita senza
volare.
Aviatore nato, Martianov aveva bisogno di un paio d’ali per vivere e gli allievi del gruppo
ammiravano moltissimo questa sua passione per l’aviazione.
Da parte nostra, avevano accettato volentieri fin dai primi giorni che Martianov ci imponesse
l’abitudine alla precisione. Egli possedeva quella caratteristica «fibra» che distingue nettamente i
militari dai civili. Fin dall’infanzia, Dmitrij Pavlovic era abituato alla disciplina e all’ordine: non a
caso aveva cominciato la sua vita alla scuola militare Suvorov.
Avevamo in lui una fiducia cieca: un uomo del genere non si sarebbe dato pace finché non avesse
fatto di noi degli aviatori.
Finalmente, arrivò il giorno del lancio col paracadute. Tre volte di seguito, di notte, fummo
condotti all’aeroporto e aspettammo emozionatissimi di salire in aereo. Ma le prime due volte, la
fortuna ci fu nemica: il tempo era sfavorevole all’esercitazione. Senza aver dormito, sconvolti
dall’emozione, tornavamo al tecnicum per riprendere le nostre tesi conclusive. In fondo, nessuno
poteva fare per noi quel lavoro.
La terza notte, quella decisiva, vennero con noi all’aeroporto anche alcune ragazze di un altro
tecnicum di Saratov. Erano pallide e sconvolte. Come noi, anche loro dovevano effettuare il lancio.
Le guardai in faccia: forse avevo anch’io la stessa aria impaurita? Ridendo, le ragazze mi dicevano:
- E tu, perché sei così calmo? Forse hai già saltato più di una volta?
- No, è la prima volta anche per me.
Non mi credevano. Ma quando indossai il paracadute, furono costrette a riconoscere che non
avevo mentito perché, come loro, mi dibattevo con le cinghie e i ganci d’attacco dimostrando la mia
completa inesperienza.
Una volta pronto, il paracadutismo mi si rivelò piuttosto scomodo: dietro avevo un sacco
voluminoso contenente il paracadute più grande. Davanti, un sacco più piccolo col paracadute di
riserva. Tutto era difficile, sedersi, muoversi liberamente e perfino starsene in piedi. Cosa sarebbe
accaduto nel cielo con questi fardelli? Avevo la sensazione di essere legato dalla testa ai piedi.
Fin da bambino non m’era mai piaciuto dover aspettare, soprattutto quando prevedevo una
difficoltà o un pericolo qualsiasi. Preferivo in generale un’avanzata senza esitazioni alle manovre
temporeggiatrici per ritardare il momento critico. Così mi sentii felice quando, di ritorno da un primo
salto di controllo, Dmitrij Pavlovic gridò:
- Gagarin, all’aereo!
Poi mi mancò il fiato. Dopotutto, era il mio primo volo, e un volo che doveva concludersi con un
salto col paracadute!
Non so più come decollammo né quando il Po-2 raggiunse l’altezza prescritta. So soltanto che a un
certo punto vidi l’istruttore farmi dei gesti rapidi invitandomi a uscire sull’ala dell’aereo. Lasciai a
fatica la carlinga e mi trovai avvinghiato alle maniglie, i piedi puntati contro l’ala. Non guardai la
Terra, avevo troppa paura: ma la sentivo sotto di me, in basso, lontanissima. Era spaventoso.
- Hai paura, Jurij? - mi gridò l’istruttore - Niente storie. Le ragazze ti guardano. Giù!
Poi mi chiese ancora una volta: - Sei pronto?
- Sì - risposi.
- Allora, salta!
Respinsi, come mi era stato insegnato, lo spigolo rugoso dell’aereo e precipitai giù, come in un
gorgo. Poi diedi uno strappo all’anello. Niente. Il paracadute non si apriva. Volli gridare ma mi
accorsi di non esserne capace. L’aria mi mozzava il respiro. Allora, istintivamente, la mia mano
corse all’anello del paracadute di soccorso. Dov’era? In quel momento avvertii uno strappo e un gran
silenzio. Dondolavo dolcemente sotto la bianca velatura del grande paracadute che, naturalmente,
s’era aperto in tempo. E io che avevo subito pensato al paracadute di riserva! L’aviazione, insomma,
mi dava la sua prima lezione: una volta in aria non bisogna mai dubitare del materiale, mai prendere
decisioni precipitose.
Passò un minuto e mi ascoltai il cuore. Tutto bene.
Il suo battito era normale e non copriva quello dell’orologio che portavo al polso.
Poco dopo caricarono nel Po-2 la stessa ragazza che qualche ora prima s’era presa gioco di me
nell’autocarro. Molto spiritosa a terra, lo fu un po’ meno in aria. Uscita sull’ala per il salto, vi si
trovò inchiodata dalla paura e l’istruttore dovette ricondurla all’aeroporto. Ma nessuno pensò di
prendersi gioco di lei. La prima volta può capitare a tutti.
Finiti i salti, Dmitrij Pavlovic mi chiese:
- Vuoi salire con me su uno Jak?
Se lo volevo! Mi arrampicai nella carlinga posteriore di uno Jak-18 e mi assicurai al seggiolino
con le cinghie. Martianov intanto mi consigliava di osservare la terra per imparare a orientarmi e a
dare una valutazione approssimativa della nostra quota di volo. Ma come farlo quando si è
abbagliati, quando si ha il fiato mozzo per lo stupore? C’era da perdere la testa. Ma, come mi è
sempre accaduto in casi del genere, mi ripresi quasi subito e allora non ebbi più occhi che per la
terra. Non c’era niente di più pittoresco e di più bello della nostra terra vista da tale altezza. Alberi e
boschi sono piccolissimi, come fili d’erba, e i campi colcosiani appena arati sembrano enormi fette
di pane nero. Vedevo nettamente le strade e perfino i sentieri, le vacche al pascolo e i piccoli pastori
con la testa rivolta al cielo. Anni fa, anche io ero come loro, e mi spellavo le ginocchia, il sangue mi
colava dal naso, ma sognavo di avere due ali favolose. Era la sete dell’ignoto. Ed eccomi finalmente
a volare per davvero, a sentirmi fiero di quel volo che dava un senso a tutta la mia vita.
Dopo aver descritto un ampio cerchio, Martianov puntò verso il campo e cominciò a fare
acrobazie.
- Questa e una virata, - gridava nel microfono - e questa è la gran volta.
A un certo punto l’aereo fece una capriola così repentina che desiderai di avere i piedi sulla
terraferma. Ma Martianov continuava i suoi ricami aerei e io non riuscivo a capire perché mi
stordisse con le sue evoluzioni. Lo capii più tardi: in quel momento egli stava decidendo se sarei
potuto essere o no un buon pilota. Credo che le sue conclusioni a mio riguardo fossero positive
perché all’atterraggio il suo volto era raggiante di soddisfazione.
- Allora, domani si ricomincia? - chiese cercando il mio sguardo.
- Vorrei volare giorno e notte - gli gridai di rimando. Vanteria o no, la frase mi uscì spontanea.
- Ti piace dunque l’aereo?
Non riuscii a dargli una risposta. Mi mancavano le parole. In quel momento soltanto la musica
avrebbe potuto esprimere la mia gioia durante il volo.
Qualche giorno dopo affrontai gli esami per il diploma del tecnicum. Il mio lavoro fu giudicato
soddisfacente e mi consegnarono un diploma con lode che sanzionava la fine dei miei studi al
tecnicum industriale di Saratov. Una tappa difficile della mia vita era superata. Con la qualifica di
tecnico-fonditore in tasca, potevo impiegarmi presso una qualsiasi impresa industriale o proseguire
gli studi. Ero libero di scegliere tra queste due alternative perché nessun legame famigliare me lo
impediva. Valentin e Zoja aiutavano adesso la mia famiglia. Io non avevo ancora pensato di farmene
una per mio conto. Potevo dunque andare dove più mi piaceva, ricco di conoscenze che mi sarebbero
state utili ovunque.
In tutto il paese erano in corso grandi lavori di costruzione e i miei amici partivano, gli uni diretti
a Magnitogorsk, gli altri nel bacino del Donec’k, altri ancora nell’Estremo Oriente. E tutti mi
invitavano ad andare con loro. In ogni gruppo in partenza c’erano amici miei perché fino allora
avevo vissuto in collettivo e mai avevo avuto una camera tutta per me.
I compagni partivano ma non potevo staccarmi dall’aeroporto di Saratov dove avevo messo le
radici. In verità, non avevo volato che poche ore, ma già sentivo che non avrei più potuto
abbandonare l’aviazione. Così, quando ci annunciarono che gli allievi piloti dell’aeroclub potevano
passare l’estate al campo, accettai senza un attimo di esitazione.
Al campo, a due passi dall’aerodromo, le tende erano già pronte, gonfie di vento. E cominciò per
noi un’estate intensa e felice.
Dmitrij Pavlovic Martianov cominciò a farci descrivere dei cerchi, a farci sorvolare diverse zone.
L’aereo era ancora uno Jak-18, un ottimo apparecchio da allenamento che per noi era come un caccia,
leggero e maneggevole.
Ancora giovane, Martianov era tuttavia estremamente severo ed esigente.
- Ricordatevi che l’aereo non perdona il più piccolo errore, - ci diceva ogni volta - e in volo una
sciocchezza può costare la vita.
Poco a poco, minuziosamente, ci introdusse nei principi della navigazione aerea senza i quali non
si può diventare aviatori nella nostra epoca. E pretendeva che l’esecuzione di ogni manovra fosse
sempre precisa al massimo: non bisognava sgarrare più di un chilometro nella velocità, di un metro
nell’altezza e di un mezzo grado nella direzione data. Alcuni pensavano che Martianov fosse un
pignolo ma era lui ad avere ragione. Infatti l’aeronautica, fondata sui calcoli matematici, non tollera
né la negligenza nei dettagli né la distrazione.
- I voli devono essere assolutamente perfetti - ricordava Martianov quando ci si allontanava, anche
di poco, dalle sue prescrizioni.
Non c’è dubbio che Martianov fosse un eccellente istruttore. Ma non aveva fatto la guerra, mentre
a noi interessava enormemente il comportamento dei piloti in combattimento. Avevamo letto i libri di
Aleksandr Pokryškin e di Ivan Kožedub che raccontavano dei loro combattimenti aerei e noi non ci
accontentavamo di diventare dei semplici piloti: volevamo essere dei piloti militari, meglio ancora,
dei cacciatori. Tuttavia, sapendo che gli uomini si valutano secondo la loro capacità di superare gli
ostacoli, la nostra stima e il nostro affetto andavano ai nostri primi maestri, Martianov e Sergej
Ivanovic Safronov, comandante del gruppo, eroe dell’Unione Sovietica.
Durante la guerra Safronov aveva combattuto a Stalingrado, aveva partecipato al famoso
combattimento aereo del Kuban e aveva abbattuto numerosi Junkers e Messerschmitt nella sacca di
Kursk. Capitano nel 1943, era stato decorato con la Stella d’oro.
Era sua abitudine cercare nei suoi ricordi personali per mostrarci come si forma la coscienza di un
vero pilota sovietico. Da parte nostra lo si ascoltava sempre con la più grande attenzione, come va
ascoltato un «asso» che rappresenta la gloriosa tradizione della nostra aviazione militare.
Safronov ci faceva lavorare molto cercando di ottenere da noi, quando eravamo ai comandi,
un’esecuzione accurata. Un giorno che eravamo raggruppati ai piedi di un albero la cui chioma fitta
mormorava al vento, Sergej Ivanovic ci disse:
- La volontà non è una qualità innata. Essa può essere sviluppata da ognuno di voi.
Di tutto quello che Safronov ci disse quel giorno, e nel corso dei nostri precedenti colloqui,
ricordo essenzialmente questo: che la volontà umana è la tensione di tutte le forze morali e fisiche
dell’individuo, cioè la sollecitazione di ogni energia per raggiungere lo scopo fissato.
Direttore del nostro club era Grigorij Kirillovic Denisenko, anch’egli eroe dell’Unione Sovietica:
il che ha certamente avuto un peso determinante nella nostra formazione. Prendendo la parola a una
riunione di komsomol, anche Denisenko affrontò un giorno il tema della volontà.
- La volontà, - ci disse - vuol dire prima di tutto avere la capacità di determinare la propria
condotta, di controllare le proprie azioni, di superare tutte le difficoltà e di eseguire tutti i compiti
con uno sforzo minimo.
Ricordo che nel corso della riunione era scoppiato un violento temporale. La pioggia batteva
violenta contro i vetri e l’oscurità aveva invaso la sala. Ma nessuno di noi ne era distratto, come se
le parole dell’oratore ci avessero affascinato.
- Un uomo risoluto si distingue per una buona capacità organizzativa, è disciplinato e non spreca
mai un’ora della sua giornata.
Così il direttore dell’aeroclub aveva concluso il suo discorso. In queste condizioni, potevamo
forse sbagliare al punto di attirarci le critiche di uomini come Sergej Ivanovic Safronov o Grigorij
Kirillovic Denisenko? Se fosse capitata a me una cosa del genere, ne sarei morto di vergogna. Tanto
più che in quel periodo ero il responsabile di base dell’organizzazione del komsomol all’aeroclub e
il capo del nostro gruppo di allievi piloti.
Quei due uomini erano i nostri modelli e cercavamo di imitarli in tutto, ricalcandone perfino il
modo di camminare e di gestire. Sognavamo le piccole stelle d’oro che essi portavano sul risvolto
della giacca militare ma non ne parlavamo tra di noi, sapendo benissimo che quelle stelle non ci
erano meno lontane di quelle vere, altissime nel cielo.
Eravamo ai primi di luglio. Le giornate erano calde e le sere soffocanti. Fu allora che Dmitrij
Pavlovic mi accompagnò sul campo e invece di prendere posto con me nell’aereo disse:
- Stavolta andrai solo. Fa’ un giro e ritorna.
Da una settimana ormai aspettavo questo momento, Ma non potei evitare un brivido quando sentii
le istruzioni del mio comandante. Negli ultimi tempi avevo spesso pilotato l’aereo per decollare o
atterrare, ma sempre in compagnia dell’istruttore che in ogni istante poteva intervenire per correggere
un mio errore. Questa volta era diverso: dovevo contare soltanto su me stesso.
- Calma, mi raccomando, e pensa a quello che fai - mi consigliò ancora Dmitrij Pavlovic.
Mi portai sulla pista in posizione di volo, diedi gas e l’apparecchio, alzando la «coda», decollò
dolcemente. Una gioia sfrenata si impadronì di me. Volavo! Volavo da solo! Solo i piloti, credo,
possono capire l’emozione del primo volo. Ho già detto che m’era capitato spesso di guidare
l’aereo, ma non ero mai sicuro di pilotare senza l’intervento dell’istruttore. Adesso ero una cosa sola
col mio aereo, come cavallo e cavaliere, confusi in una corsa folle. Ogni cèntina dell’aeroplano era
sottoposta alla mia volontà. Docile tra le mie mani, l’aereo faceva tutto quello che gli chiedevo di
fare.
Dopo aver descritto un cerchio sull’aerodromo, calcolai la discesa e toccai terra davanti al segno
d’atterraggio, esattamente entro i margini prescritti. Ero folle di gioia, il cuore mi batteva
furiosamente nel petto. Ma, come vuole l’uso, feci finta di niente: uscii dalla carlinga e presentai il
mio rapporto a Dmitrij Pavlovic.
- Bravo, - mi disse l’istruttore - mi congratulo.
Il giorno seguente i miei compagni vennero da me.
- Hai visto? - chiesero - I giornali parlano di te...
Non riuscii a trovare subito il giornale in questione all’aerodromo e soltanto otto giorni dopo potei
procurarmene una copia in città. C’erano alcune righe sul mio volo e il mio nome. Una fotografia
illustrava il trafiletto: vi ero raffigurato nella carlinga, la mano alzata per chiedere l’autorizzazione di
volo. Chi aveva scattato quella foto e chi poteva essere l’autore del breve articolo? Senza dubbio
Dmitrij Pavlovic, che aveva avuto una fiducia assoluta nel suo allievo.
Il giornale del komsomol di Saratov che mi aveva citato si chiamava «Zarja Molodeži»10.
Confesso che vedere il mio nome stampato sulle sue pagine mi procurò una grossa soddisfazione
perché una cosa del genere è sempre un episodio significativo nella vita di un uomo. Nello stesso
tempo mi sentivo confuso di essere stato scelto tra tutti gli allievi del gruppo. Inviai il ritaglio del
giornale ai miei genitori, a Gžatsk, e mia madre mi rispose subito:
- Siamo fieri di te, figlio mio. Ma sta’ attento a non diventare presuntuoso!
I voli al campo diventavano sempre più piacevoli. Adesso Martianov mi mandava in squadriglia
con altri piloti a sorvolare determinate zone o a seguire un itinerario prestabilito. E imparavo intanto
a eseguire i più diversi tipi di virata, le scivolate d’ala, le gran volte. Tutto procedeva
magnificamente. Giorno per giorno le nostre evoluzioni si facevano sempre più sicure e spesso
ricevevamo le felicitazioni dell’istruttore o del comandante.
Ma la gioia vera era di sentirsi spuntare le ali poco a poco, anche se il saper pilotare uno Jak-18
non voleva dir niente. In verità mi sentivo ancora ben lontano da Safronov e da Denisenko, da tutti gli
aviatori di cui il nostro paese era giustamente orgoglioso.
Gli aerei militari mi affascinavano. Avevo letto numerosi articoli sul muro del suono, sugli
apparecchi da caccia supersonici equipaggiati col radar. Senza parlarne a nessuno, nemmeno ai miei
amici intimi, sognavo di diventare un aviatore militare. Fino a Saratov tutti i miei desideri s’erano
realizzati: che ne sarebbe stato di questo?
Un giorno che mi trovavo, con un gruppo di amici, la conversazione cadde sugli appunti di Jimmy
Collins, pilota collaudatore americano. Il libro, letto e riletto a quell’epoca da tutti gli allievi del
nostro gruppo, aveva suscitato opinioni contraddittorie. Alcuni esprimevano un’ammirazione
incondizionata per l’uomo che aveva saputo cavarsela anche nelle situazioni più difficili; altri erano
convinti che l’autore esagerasse.
- Che ne pensa Martianov?
Circondammo l’istruttore. Una brezza leggera sfiorava il campo, ci scompigliava i capelli che
sfuggivano dal casco e rinfrescava gradevolmente i nostri volti bruniti dal sole. Anch’io avevo letto
quegli appunti e certi capitoli mi avevano tenuto col fiato sospeso. E tuttavia, pur non conoscendo i
voli di callaudo che per sentito dire, quel libro mi aveva insospettito. E lo dissi allorché Dmitrij
Pavlovic, dopo avermi cercato con gli occhi, mi invitò a esprimere il mio giudizio davanti ai
compagni:
- Secondo me Collins era oppresso da un senso di solitudine senza vie d’uscita. Qual era il suo
scopo? Guadagnare dollari, guadagnarne a ogni costo.
- Jurij ha ragione - esclamò Dmitrij Pavlovic.
La realtà di un mondo fondato sul denaro, come quello capitalista, obbligava Collins a giocare con
la morte. Questo gioco, a tutto vantaggio delle compagnie aeree private, poteva costargli la vita in
ogni momento.
Ci chiedemmo allora se la stessa cosa avrebbe potuto verificarsi nel nostro paese. Non c’è dubbio
che ogni nuova impresa comporti sempre dei rischi, e a maggior ragione il collaudo di missili, aerei,
navi o installazioni sotterranee: ma si poteva parlare di solitudine per un pilota sovietico?
Certamente no. I nostri piloti sanno di avere l’appoggio di forze che si chiamano partito, lavoro
creatore di tutto il popolo. Lo dico per esperienza: questa certezza l’ho sentita più netta qualche anno
più tardi, mentre cominciavo a prepararmi per il volo nel cosmo, e il giorno in cui volai sulla nave
spaziale Vostok. Ma di questo, delle mie sensazioni durante il primo volo cosmico, delle mie
impressioni raccolte sfrecciando in orbita attorno alla Terra, parlerò più avanti. È evidente che
all’epoca dell’aeroclub non potevo nemmeno sognarmi una tale impresa: per il momento il mio solo
scopo era di rendermi padrone di uno Jak-18.
L’autunno era venuto quasi di sorpresa. Le notti s’erano fatte fresche sotto la tenda e di giorno,
sull’aerodromo, volteggiavano le bave argentate dell’estate finita. Di nuovo eravamo alla vigilia
degli esami. Quante volte già m’ero trovato davanti a questo passo?
Ma andò bene anche questo. «Ottimo» per l’aereo Jak-18, «ottimo» per le conoscenze del motore,
«ottimo» per la navigazione aerea, «ottimo» per l’aerodinamica, «ottimo» infine il giudizio della
commissione sulla mia preparazione complessiva. Dovevo questi buoni voti agli sforzi di Dmitrij
Pavlovic Martianov e di tutti gli altri specialisti dell’aeroclub.
Finiti gli esami, andammo al campo a circondare il nostro Jak-18. Volevamo dirgli addio, toccargli
le ali, sederci qualche minuto ancora nella sua carlinga, guardare per l’ultima volta le sue
apparecchiature. Non sapevamo cosa ci sarebbe toccato in seguito: sapevamo soltanto che questo
piccolo Jak-18 affaticato, che ne aveva viste di tutti i colori, era per noi come un amico carissimo.
Molti allievi dell’aeroclub s’erano ingaggiati nell’aviazione civile, attratti dai lunghi viaggi di
linea attraverso il paese o dai voli all’estero, sugli itinerari ormai numerosi dell’Aeroflot. Altri
avevano scelto l’aviazione specializzata al servizio dell’agricoltura, della medicina, della geologia.
Quanto a me, volevo una cosa sola, adesso: diventare pilota militare. Perché? Forse perché mi
ricordavo ancora degli aviatori che durante la guerra erano passati dal mio villaggio natale.
Probabilmente era a essi, eroi della mia infanzia, che dovevo il mio amore per l’aeronautica militare.
Poi mi piaceva la disciplina, l’uniforme mi attirava. Volevo essere, infine, un difensore del mio
paese: a ciò mi sollecitava l’articolo 132 della nostra Costituzione, dove è detto che il servizio
militare è un dovere d’onore per tutti i cittadini dell’Unione Sovietica.
Ottenni un biglietto di presentazione per la scuola aeronautica di Orenburg e un bel giorno partii
con alcuni miei compagni, tutti esperti e coraggiosi, tutti irresistibilmente attratti dall’aviazione.
Martianov era venuto ad accompagnarci alla stazione. In attesa della partenza del treno,
passeggiammo in su e in giù, sotto la pensilina, parlando dell’avvenire. Dmitrij Pavlovic, che aveva
dato tutta la vita all’aviazione, ci diceva che essa non avrebbe cessato di perfezionarsi, che gli aerei
avrebbero volato sempre più lontano, sempre più in alto e a velocità sempre più elevata.
- L’avvenire appartiene indubbiamente alla vostra generazione - ci disse infine stringendoci la
mano prima di lasciarci. - Voi avrete a disposizione degli aeroplani che noi non abbiamo nemmeno
potuto sognare.
Lasciavo con dolore Saratov, il Volga, il mio vecchio progetto di diventare ingegnere-fonditore,
l’eccellente istruttore Martianov. Ma non c’era niente da fare. La vita mi spingeva verso il mio nuovo
sogno: diventare un pilota da caccia come Pokryškin, Kožedub e Mares’ev. Cercavo di guardarmi dal
di fuori di studiarmi dal punto di vista del carattere, delle qualità e delle conoscenze. Ero curioso di
sapere se sarei riuscito a raggiungere anche questo obiettivo. Ma a questa domanda indiretta io
volevo soltanto una risposta affermativa.
Il giuramento
Orenburg, città della steppa, ci riserbò una buona accoglienza. Il suo aspetto era quello descrittoci
da Martianov, uscito dalla scuola Suvorov, che ha sede, come altre, in questa città. Strade dritte, case
piuttosto basse e tutte della stessa altezza, giardini già spogli, mercati colmi di prodotti colcosiani, di
cavalli e di cammelli: in una parola, una città più piccola di Saratov ma col suo carattere particolare,
il suo colore di città degli Urali. La nostra scuola militare era collocata sulla sponda scoscesa
dell’Ural. L’edificio si mescolava perfettamente al paesaggio, s’inquadrava bene nella vastità
circostante. Dalle finestre godevamo di un bel paesaggio, un bosco fitto sull’altra riva del fiume e più
avanti l’immensa steppa azzurrina. Di là ci veniva il fragore dei motori degli aeroplani. La vita cui
aspiravamo ribolliva all’aerodromo.
All’interno dell’edificio principale, appesi ai muri, inquadrati da foglie di quercia e nastri nero-
arancio, c’erano i ritratti di aviatori divenuti celebri che avevano conseguito il loro diploma in
quella scuola: Michail Gromov, Andreij Jumašev, Anatolij Serov... qualcosa come centotrenta
fotografie di eroi dell’Unione Sovietica che avevano imparato a volare sul vasto aerodromo di
Orenburg. Evocandone le imprese, guardavamo uno a uno quei volti, così diversi e pure così uguali
nei loro tratti di uomini coraggiosi. In quella galleria c’erano i piloti che avevano effettuato i primi
voli su lunga distanza attraverso il paese e quelli che, dopo l’equipaggio di Valerij Pavlovic c kalov,
il più grande aviatore della sua epoca, avevano creato le linee per l’America attraverso il Polo
Nord. Molti erano i piloti diventati assi dell’aviazione sovietica per aver compiuto eroiche imprese
in combattimenti aerei nel corso della seconda guerra mondiale.
Questi ritratti mi facevano pensare alla galleria degli eroi del 1812, che avevo visitato qualche
anno prima al Palazzo d’Inverno: con la differenza che là c’erano solo dei generali e qui non
mancavano nemmeno i sottotenenti.
A Orenburg dovevamo imparare a pilotare gli aerei a reazione, già largamente adottati
dall’aviazione sovietica. E proprio per questo ci aveva rallegrato il fatto che il pioniere della
navigazione aerea a reazione, Grigorij Jakovlevic Bachcivandži, figlio di un aggiustatore meccanico
e operaio lui stesso, aveva studiato alla scuola di Orenburg. Brevettato pilota, era stato lui il primo a
pilotare un aereo a reazione agli inizi del 1942. Sotto al suo ritratto c’era la descrizione della sua
impresa che raccontava come gli operai dell’officina aeronautica costruttrice del primo aereo a
reazione avevano festeggiato il pilota collaudatore dopo il volo: gli erano andati incontro e, per
esprimergli la loro ammirazione, l’avevano abbracciato e lanciato in aria.
Questa scena era minuziosamente descritta su un giornale murale che aveva questo titolo: «Salute
al capitano Bach?civandži, primo pilota dell’avvenire».
Proprio questo volo, l’era degli aerei a reazione, aveva sognato molti anni prima Ciolkovskij. E
ormai quest’era non solo era nata, ma toccava a noi, futuri allievi della scuola, di continuarla
portando avanti l’opera cominciata dal coraggioso aviatore sovietico durante la guerra. Guardando il
suo volto giovanile, quasi imberbe, ciascuno di noi poteva immaginare di essergli compagno di
reggimento.
- Arriviamo troppo tardi, ragazzi - disse però qualcuno del nostro gruppo con rimpianto. - La
guerra è già stata vinta, la nuova era dell’aeronautica è già stata aperta. Hanno fatto tutto prima del
nostro arrivo.
Non replicai a questa riflessione benché mi sembrasse che nel nostro paese fosse sempre possibile
compiere grandi imprese. E non c’era bisogno di andare molto lontano per averne conferma. Bastava
prendere un numero qualsiasi della «Pravda» per constatare che ogni giorno senza eccezione il nostro
popolo realizzava grandi successi nella costruzione del socialismo. In quel periodo, e nel giro di
pochi giorni, era entrata in servizio la prima sezione della raffineria di Omsk, i lavoratori agricoli
della regione di Stalingrado avevano consegnato allo Stato un quantitativo di grano due volte
maggiore di quello previsto dal piano, una centrale idroelettrica nuova era stata terminata sulla
Narva, il primo gruppo generatore della centrale idroelettrica di Kachovka aveva cominciato a
fornire corrente d’uso industriale, l’ordine della Bandiera Rossa era stato consegnato alla città di
Sebastopoli, la brigata di scavatrici meccaniche guidata da Michail Evetz aveva estratto un milione e
ottocentomila metri cubi di terra nei cantieri della centrale elettrica di Kujbyšev, il colcosiano
Terentij Mal’cev aveva pubblicato il suo libro di agronomia sperimentale Problemi dell’agricoltura
e, su un terreno diverso, ecco Vladimir Kuc stabilire un nuovo record del mondo sui cinquemila
metri.
Ogni giorno c’era qualcosa di nuovo, di importante, di impressionante. E proprio in quei giorni
lessi sulla «Pravda» un’intervista con l’accademico Sedov sui voli nello spazio cosmico. Senza
pensarci su, ritagliai l’articolo e lo conservai.
Intanto erano cominciati gli esami di ammissione. Col mio diploma «ottimo» ottenuto all’uscita dal
tecnicum e con l’altro, non meno importante, datomi dall’aeroclub, ero esonerato da questa prova.
Trascorsi allora quei giorni coi miei compagni aiutandoli in fisica e in matematica.
Gli esami furono molto severi: più della metà degli aspiranti vennero bocciati, chi dalla
commissione medica, prima ancora di affrontarli, chi per una insufficiente preparazione teorica. Col
cuore gonfio se ne andarono da Orenburg non senza aver augurato, a noi che restavamo, un buon
lavoro e molti successi alla scuola di pilotaggio.
- L’anno prossimo torneremo a ritentare la sorte, - diceva qualcuno di quelli in partenza- e state
certi che vi riprenderemo.
Effettivamente un anno dopo, quando già cominciavamo a pilotare i Mig, alcuni di loro tornarono
dando prova di una grande tenacia. Quando si tratta di raggiungere un obiettivo difficile, la volontà
diventa una caratteristica della gioventù del nostro paese e chi desidera ardentemente diventare
aviatore, finisce per riuscirci.
E cominciò la carriera militare. Per prima cosa ci raparono «a zero», come giovani reclute, e ci
consegnarono un’uniforme: una giacca color cachi, un paio di pantaloni blu scuro, un soprabito e un
paio di stivali. Le nostre spalline blu di allievi ufficiali erano ornate di un paio di piccole ali. Come i
miei compagni, guardavo spesso, con la coda dell’occhio, queste mie spalline che mi facevano
sentire fiero e orgoglioso di appartenere all’Esercito sovietico. Tutta la scuola sentiva la vita gioiosa
di uomini giovani e sani tesi a uno stesso scopo.
Eravamo divisi in squadriglie, sezioni ed equipaggi. La mia squadriglia era comandata dal tenente
colonnello Govorum, la mia sezione dal maggiore Ovsjannikov e il mio equipaggio dal tenente
Kolesnikov. Questi tre furono i miei primi comandanti e noi dovevamo chiamarli non più col loro
nome e patronimico, come avevamo fatto fino allora, ma col loro grado militare. Parlando di loro,
dovevamo citare il grado e il cognome. Per i primi tempi queste formalità ci sembrarono un po’
strane ma finimmo per abituarci rapidamente alla regola. Tutta la nostra vita, adesso, era retta dal
regolamento: per un errore, una punizione; per una prova di impegno, un incoraggiamento; per un atto
di coraggio, una ricompensa.
Per cominciare, facemmo conoscenza dell’aviazione militare attraverso i programmi concepiti per
le reclute. Il nostro gruppo era comandato dal capitano Boris Fëdorov, uomo esigente e severo che ci
«scuoteva» - secondo il suo linguaggio - per toglierci di dosso «la polvere civile» e per piegarci alla
disciplina: il che presenta sempre parecchie difficoltà per alcuni, soprattutto per quelli che venivano
alla scuola di Orenburg dopo aver frequentato i dieci anni scolastici. Per quel che mi riguarda, non
avevo difficoltà a questo genere di vita avendo passato la mia gioventù in collettivi dove tutto è
regolato, se non proprio dalla disciplina militare, per lo meno da un impiego rigoroso del proprio
tempo. E nemmeno dovevo abituarmi alle portjanke11, agli stivali e alla giacca militare.
L’interno della caserma era sempre di una pulizia scrupolosa: tutto vi scintillava, dai recipienti per
l’acqua potabile agli sgabelli di scuola. Ho amato l’esercito fin dalla mia infanzia. Presentatisi in
veste di liberatori, i soldati sovietici erano apparsi come eroi leggendari a molti popoli d’Europa e
d’Asia. Ricordo ancora questa poesia dedicata alla loro lotta:

Non per niente, per due notti bianche,


era rimasto col mitra puntato.
Non per niente aveva vegliato
sotto le bombe, nella palude.
E quando, finita la battaglia,
si trovò alla porta del villaggio
aveva colto lacrime di gioia
negli occhi di una ragazza straniera.
Aveva traghettato su una trave,
strisciato nel fango, sotto il fuoco,
e il fango, nel sole della gloria, adesso brillava come oro.

Adesso anch’io ero soldato. E tutto mi piaceva: l’atmosfera del gruppo, i diversi ordini, il
regolamento, i rapporti fatti sull’attenti, le canzoni dei soldati e il grido strascicato dei piantoni: At-
tenti!
Mi piacevano gli esercizi fisici del mattino, lavarmi all’acqua ghiacciata, squadrare
scrupolosamente la mia branda, correre alla mensa per la colazione. Passavamo molto tempo al
poligono di tiro, e tornavamo a volte in caserma fradici d’acqua o di neve, e così stanchi da dormire
in piedi. Ma bisognava ancora ripulire e ingrassare il fucile, ordinare l’equipaggiamento. Passarono
molte settimane prima che ci fosse concessa una libera uscita e all’iniziò non trovavamo il tempo né
per leggere, né per scrivere una lettera a casa. Poi, poco a poco, la vita regolare della caserma ci
insegnò a sfruttare ogni momento libero. Senza accorgercene, diventavamo forti e calmi, fisicamente
e moralmente.
Non dimenticherò mai la giornata dell’8 gennaio 1956. Fuori il gelo spaccava le pietre e gli alberi
crepitavano sordamente. La neve era abbagliante nel sole. E noi, allievi ufficiali - reggimento al
completo - eravamo schierati nella sala centrale della scuola.
A turno, l’arma in pugno, ogni soldato usciva dai ranghi e si piazzava di fronte ai suoi compagni e
al comandante per leggere ad alta voce il testo del giuramento militare. Secondo l’ordine alfabetico,
fui uno dei primi a farmi avanti e a pronunciare commosso:
- Io, cittadino dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche...
Alzando lo sguardo, incontrai gli occhi leggermente socchiusi di Lenin che mi guardava dalla
parete di fronte. In famiglia, a scuola, nel mio reparto di pianieri, al Komsomol m’era stato detto di
essere come Lenin, sempre e in ogni circostanza. Oggi noi prestavamo giuramento di fedeltà al nostro
popolo, al partito comunista, alla nostra patria. E Lenin sembrava ascoltare quella nostra promessa di
soldati che si impegnavano a essere onesti, valorosi, disciplinati, vigilanti, a difendere gelosamente
il segreto militare e di Stato, a obbedire ai regolamenti militari e agli ordini dei nostri superiori e
comandanti. Ognuno di noi giurava di difendere la patria con coraggio, con intelligenza, dignità e
onore, di non risparmiare né il suo sangue né la vita stessa per trionfare sul nemico.
Il giuramento: parola grave e volontaria, che esprime l’amore dei cittadini sovietici per la loro
patria socialista. Questo giuramento aveva guidato al combattimento i nostri padri e i nostri fratelli,
aveva dato loro le forze per vincere in una lotta accanita contro il nemico. In quell’istante mi passò
davanti agli occhi tutta la mia vita: mi rividi scolaro nel momento in cui mi annodavano al collo il
fazzoletto rosso di pioniere, e allievo della scuola professionale quando mi consegnarono la tessera
di membro del Komsomol, e ancora studente con un volume di Lenin sotto il braccio. Adesso ero un
soldato che stringeva tra le mani il suo fucile. Il nostro paese ce lo aveva dato in consegna e noi
dovevamo essere pienamente degni di questa fiducia. Eravamo ormai le sentinelle vigilanti della
nostra patria.
Dopo questa solenne cerimonia ci sentimmo tutti pieni di entusiasmo. Scrissi una lettera ai miei
per raccontar loro ciò che avevo provato prestando il giuramento e qualche giorno dopo cominciai lo
studio delle materie teoriche.
Trovammo subito di nostro gusto i corsi del tenente colonnello Kodner sulla tecnica e la teoria del
volo, ma anche i corsi tattici del capitano Romanov, dai capelli ricciuti come quelli di Puškin, ci
aprirono orizzonti interessanti e assolutamente nuovi.
La formula del combattimento aereo, che noi conoscevamo soltanto per sentito dire - altitudine,
rapidità, manovra, fuoco, cioè la manovra che i piloti della squadriglia di Aleksandr Pokryškin
avevano messo a punto e applicato nella celebre battaglia del Kuban, e i bruschi assalti di Talgat
Begeldinov, due volte eroe dell’Unione Sovietica, e le operazioni di bombardamento in picchiata del
generale Ivan Polbin - tutti questi motivi sembravano animarsi nei corsi del capitano Romanov e si
concretizzavano negli schemi che gli servivano a illustrare e completare le sue conferenze.
Acquistammo nozioni estremamente chiare sui combattimenti aerei in «verticale» e in
«orizzontale», imparammo la capitale importanza del coordinamento dei movimenti tra il mezzo
portante e il suo pilota. Così il combattimento aereo moderno ci appariva sempre più chiaramente
come un’operazione collettiva nella quale il dovere di ogni pilota è di aiutare il suo compagno di
squadriglia e la volontà comune di vittoria diventa fattore decisivo per il successo.
Ogni lezione di tattica aerea generava immancabilmente vivaci discussioni. Ognuno di noi aveva il
suo asso preferito: per gli uni era Sergej Luganskij, per altri i fratelli Glinka, per altri ancora Pëtr
Pokryšev. Per farla breve, c’erano tanti «oggetti di ammirazione» quanti erano gli allievi del corso.
Le lezioni toccavano ogni sorta di operazioni aeree: quelle dei bombardieri che andavano a
Berlino fin dall’inizio del conflitto, quelle degli aerei d’assalto che attaccavano i carri armati
tedeschi nella sacca di Kursk, quelle dei ricognitori a largo raggio che penetravano soli, per molti
chilometri, nelle retrovie del nemico, e quelle infine degli equipaggi del reggimento femminile che
aveva appoggiato le truppe da sbarco nel distretto di Kerc. Tra l’altro, ci occupammo anche delle
operazioni di trasporto e di lancio di munizioni ai partigiani operanti nelle foreste di Brjansk e nei
Carpazi.
- Ma questa è già storia - protestavano certi allievi. - Storia recente, è vero, ma sempre storia.
Oggi i materiali sono cambiati e gli uomini anche.
Allora il capitano Romanov rideva accusando questi allievi di scetticismo e subito, con gli esempi
freschi della guerra di Corea, dimostrava loro che anche nell’epoca dei radar, degli aerei a reazione
e delle armi potentissime in dotazione ai caccia, restavano perfettamente validi i principi tattici del
combattimento aereo elaborati durante la seconda guerra mondiale dagli aviatori sovietici col loro
stile offensivo, il loro spirito collettivo e molti altri fattori.
- Tutte queste esperienze, - diceva - sono costate molto sangue. È chiaro che si debba abbandonare
tutto ciò che ha un carattere superato mentre bisogna sviluppare tutto ciò che può essere utile anche
all’epoca degli aerei a reazione.
Anche gli altri professori sollecitavano la nostra iniziativa personale per arricchire le esperienze
già acquisite dalla nostra aviazione. Durante i corsi teorici ci abituavano non solo a tener conto di
certe nozioni e verità irrefutabili ma anche a considerare le cose con spirito critico e a cercare, caso
per caso, soluzioni nuove.
Avevamo appena cominciato a entrare nei misteri dell’aviazione militare e non eravamo ancora
saliti su un aereo a reazione. Ma il fatto che i nostri ufficiali e professori vedessero in noi i loro
successori, che ci dicessero apertamente che i progressi dell’aeronautica sovietica dipendevano dai
nostri sforzi, ci dava una grande fiducia in noi stessi. Coscienti dei nostri compiti futuri, ci
impegnavamo a lavorare del nostro meglio per diventare al più presto dei veri maestri nella tecnica
cui ci eravamo consacrati.
Sulle soglie della primavera, cominciammo ad accoppiare alle lezioni teoriche anche quelle di
pilotaggio. C’erano tra noi degli allievi che volavano per la prima volta ed erano felici. Quanto a
noi, provenienti dall’aeroclub, la delusione fu piuttosto forte: gli aerei erano ancora del tipo Jak-18
con la sola variante che, a causa della neve, avevano il carrello a pattini anziché a ruote.
Fu un’esperienza di breve durata e presto alla scuola arrivarono altri aerei, sempre Jak-18, ma con
alcune modifiche: in testa, sotto la fusoliera, avevano un carrello a ruota singola che doveva
permetterci di addestrarci al perfetto atterraggio prima di passare agli aerei a reazione che hanno
appunto questa caratteristica. Questo allenamento fu abbastanza lungo e non sempre piacevole: il
nuovo aereo ci riusciva francamente poco simpatico. Troppo pesante per il suo debole motore,
difettava in «potenza», come dicono gli aviatori, e spesso, durante le nostre acrobazie aeree,
precipitava «a vite» per riprendersi non appena abbandonavamo i comandi.
Ancora sugli Jak-18 ci allenavamo alla navigazione aerea compiendo lunghi voli con qualsiasi
tempo.
In queste esercitazioni trascorse quasi tutta l’estate. Il campo della nostra quinta squadriglia era
situato sulle rive pittoresche dell’Ural e ogni giorno, stanchi del lavoro all’aerodromo, soffocati
dalla calura, ci precipitavamo nelle sue acque non appena scendevamo dall’aereo.
In quel punto le acque dell’Ural erano rapide, profonde e gelide, come se appartenessero a un
fiume diverso da quello che scorreva davanti alla scuola. Ci eravamo costruiti alcune cabine e un
trampolino e nelle ore libere, felici come bambini, ci sfogavamo tuffandoci, nuotando e praticando
ogni sorta di sport acquatici.
La nostra squadriglia terminò per prima il programma di voli e il comandante, appoggiando
l’iniziativa del comitato del komsomol, ci autorizzò, per tutto il tempo che ci restava, a trasferirci in
un colcos della regione di Šarlyk, a duecento chilometri da Orenburg, per raccogliere le patate.
Vi arrivammo che era già autunno, freddo e piovoso, ma noi lavoravamo volentieri per due motivi:
prima di tutto perché ci faceva bene questo ritorno alla terra, e poi perché volevamo aiutare i
colcosiani a mettere al sicuro il loro abbondante raccolto. In verità avremmo preferito partire per le
terre vergini, dove milioni di ettari di nuove terre erano stati messi a coltura da poco tempo e dove il
grano era maturato su immensi territori: ma il tempo a nostra disposizione era troppo scarso, una
quindicina di giorni appena.
La posta non era stata rispedita dalla scuola al colcos e alla fine della nostra «campagna» agricola
mi sentivo triste. Avevo voglia di rivedere Valja. Tutto mi piaceva in lei: il carattere, la statura
piccola, gli occhi di un nocciola dorato, le trecce e il suo nasino lentigginoso. Uscita dalla scuola di
dieci anni, Valja Gorjaceva s’era impiegata all’ufficio telegrafico della città. L’avevo conosciuta a
una serata danzante organizzata alla scuola per noi, giovani reclute, che uscivamo dalla quarantena
«completamente calvi», come dicevano ridendo le ragazze. Vestita di un abitino blu, semplicissimo,
Valja mi aveva colpito per la sua aria timida ed esitante. L’avevo invitata a ballare un valzer e di lì
era cominciata la nostra grande amicizia.
Valja aveva un anno meno di me. Nata a Orenburg, non era mai uscita dalla sua città fino al giorno
del nostro incontro. Suo padre, Ivan Stepanovic, era cuoco alla casa di cura «Krasnaja Poljana»12 e
sua madre, Varvara Semënovna, casalinga. Sei figli, tre maschi e tre femmine, completavano la
famiglia.
Valja era la più giovane e quindi la più coccolata.
Entrai presto nella sua famiglia e i Gorjacev mi ricevettero molto cordialmente. La prima volta
accadde dopo una lunga corsa sugli sci e mi presentai quindi in abito sportivo. Varvara Semënovna
era tornata proprio quel giorno dalla regione di Kaluga, suo paese natale, portando con sé un grosso
cesto di noci. Ricordo ancora che sedemmo attorno a una bassa tavola e io cominciai a schiacciare le
noci coi miei denti robusti meravigliando Varvara Semënovna. Valja rideva e a un certo punto,
citando un nostro proverbio, disse:
- Sfido io, non ha fatto che studiare da quando è nato! S’è fatto i denti aguzzi rosicchiando il
granito della scienza.
Di lì il discorso cadde sui miei studi, sulla scuola aeronautica, e qualcuno aggiunse che anche
Valja avrebbe dovuto continuare a studiare. Qualche tempo dopo la famiglia si riunì e decise che
Valja avrebbe studiato medicina. Il suo ingresso all’istituto avvenne nelle settimane successive.
Con Valja avevo molte cose in comune: l’amore per i libri, la passione per il pattinaggio e per il
teatro. Appena avevo qualche ora libera correvo a casa di Valja, in via c icerin. Spesso ero
accompagnato da miei amici della scuola aeronautica e i Gorjacev ci accoglievano sempre
cordialmente. In quella casa mi sentivo come in famiglia. Ivan Stepanovic era un ottimo cuoco ed era
imbattibile nel preparare i beljaši13, piatto favorito dei kazaki dell’Ural. Anche a scuola i pasti
erano buoni e nutrienti ma beljaši non ne vedevamo mai.
Finita dunque la «campagna agricola», l’intera squadriglia fece ritorno a Orenburg. Speravo di
rivedere subito Valja ma non andò così: i preparativi per la sfilata del 7 novembre assorbivano tutto
il mio tempo. Sono sempre stato un ottimo marciatore ma, a causa della mia statura, durante le sfilate
vengo relegato molto lontano dalle prime file. Tuttavia il giorno della festa, mentre la nostra scuola
sfilava solennemente per le vie della città, Valja riuscì a scoprirmi ugualmente. I nostri sguardi si
incrociarono e ci scambiammo un lungo sorriso.
Trascorsi la festa con Valja e il giorno dopo partii in licenza per Gžatsk. Nessuno al paese
m’aveva ancora visto in uniforme. In più, arrivavo coi gradi di sergente, perché ero già vice-
comandante di plotone.
Ed eccomi a Gžatsk. Il paese continuava a crescere, nuove case sorgevano un po’ dappertutto e le
strade avevano un aspetto più cittadino. Mio padre e mia madre erano invecchiati. Valentin e Zoja li
aiutavano in tutti i modi. Il fratello minore, Boris, era già grande, coi suoi vent’anni. Dovevo
diventare ufficiale al più presto per dare ai miei vecchi un aiuto più consistente.
Andai a salutare i miei maestri di scuola, i miei vecchi compagni di classe rimasti a Gžatsk. Ero di
nuovo in seno alla famiglia ma dentro, segretamente, avrei voluto tornarmene al più presto a
Orenburg: un po’ perché la scuola era diventata per me come una seconda casa, un po’ perché
pensavo continuamente a Valja.
Mia madre si accorse subito che in me c’era qualcosa di nuovo e una sera che eravamo rimasti soli
a casa mi chiese con dolcezza il perché della mia aria preoccupata. Allora, obbedendo alla nostra
antica abitudine di ragazzi di non nascondere niente ai genitori, raccontai tutto di Valja a mia madre.
- Pensi di sposarti? - chiese mia madre.
Alzai le spalle, il che era una risposta piuttosto vaga. Non avevo ancora deciso. Non ero
favorevole ai matrimoni affrettati. Eppoi non potevo farmi una famiglia prima ancora d’aver
terminato la scuola.
- Se l’ami, - mi consigliò mia madre - sposala. Ma dev’essere una cosa solida, per tutta la vita,
come tra me e tuo padre, uniti per il meglio e per il peggio.
Di colpo mi accorsi che ero cresciuto anche per mia madre. Mi diede qualche buon consiglio per
il futuro, ricordandomi il proverbio secondo cui una buona macina trita ogni cosa ma una macina
cattiva finisce per spaccarsi.
Tornai a Orenburg prima che scadesse la mia licenza. I miei compagni di squadriglia e i miei
comandanti capirono subito la causa di questo rientro anticipato senza bisogno di spiegazioni. Valja,
dal canto suo, era felice: lei sapeva con assoluta certezza perché ero tornato più presto del previsto.
Il nuovo anno di studi cominciò con qualche cambiamento. Assieme ad altri allievi fui trasferito
nella squadriglia del maggiore Belikov, avendo come comandante di sezione il capitano Penkin.
Contemporaneamente entravo a far parte di un altro equipaggio, quello del tenente Anatolij
Grigorevic Kolosov, e fu lui a insegnarmi a pilotare un aereo a reazione. Ma prima eravamo stati
costretti a ripiombare nella teoria. Il tempo, del resto, favoriva questo genere di studi perché i venti
violentissimi e le abbondanti nevicate rendevano impossibili i voli.
Facemmo dunque conoscenza coi motori a reazione, coi principi della dinamica dei gas e con le
leggi delle alte velocità. Gran parte di quello che avevamo imparato in passato ci appariva ora sotto
una luce diversa perché entravano in gioco materiali nuovi, velocità più elevate, indici fin qui
sconosciuti e tali da capovolgere tutto il problema dei voli.
Intanto mi legavo a Valja di un’amicizia sempre più stretta che finì per diventare amore. Il giorno
del mio compleanno Valja mi regalò due fotografie: una me la mostrava nella sua candida uniforme di
infermiera, nell’altra indossava un bel vestito. Dietro a quest’ultima, con una calligrafia che
ricordava stranamente la mia, aveva scritto: «Jura, non dimenticare che siamo noi gli artefici della
nostra felicità. Non piegarti mai ai colpi della cattiva sorte. E ricorda che il saper attendere è una
grande arte. Conserva questi tuoi sentimenti per i giorni più felici. Il 9 marzo 1957. Valja».
Valja aveva ragione: è da noi stessi, infatti, che dipende la nostra felicità.
Finalmente venne il giorno del primo volo su un Mig. Allineati al sole, le loro ali a freccia piegate
indietro, verso la coda, i Mig erano bellissimi. C’era in essi un’armonia di linee così nobile e audace
da far invidia a un architetto.
Seguii Kolosov nella carlinga.
- Accensione eseguita - gridò il tecnico seccamente.
Allora, fremendo d’impazienza, l’apparecchio rollò fino alla pista di partenza, acquistò velocità e
in un batter d’occhio l’altimetro segnò i cinquemila metri di quota. Che differenza dallo Jak-18! Ma
come si poteva pilotare un aereo così veloce, capace di salire ad altezze vertiginose e dotato di una
velocità e di una potenza di fuoco così straordinarie? Ero sbalordito.
Kolosov, come se non avvertisse il sovraccarico della velocità, guidò con mano maestra il Mig
verso la zona prestabilita ed eseguì qualche virtuosismo acrobatico.
- Prendete i comandi - ordinò a un tratto.
Kolosov parlava sempre in modo secco e perentorio. La leva di guida in pugno, mi resi subito
conto delle diversità esistenti tra questo aereo e quello cui ero abituato. Bisognava lavorare sodo per
riuscire a guidare un Mig con la stessa facilità di un apparecchio a elica.
Allora cominciò per me un altro periodo di intensa preparazione e soltanto dopo aver eseguito
ogni sorta di voli, quando l’istruttore ebbe la certezza che ne ero capace, mi autorizzò a eseguire la
mia prima uscita «solitaria» a bordo di un Mig.
Mi sentii riportare indietro, al mio primo volo sul familiare Jak-18; col cuore in tumulto mi
strappai da terra, descrissi un ampio cerchio in un cielo, senza nuvole e, felice, rientrai alla base.
Da questa esperienza trassi la conclusione che più alta è la velocità e più difficile è il pilotaggio
di un aereo. Avevo la sensazione che, pur somigliando a quelli eseguiti in passato, i voli attuali
avessero un carattere assolutamente nuovo. Amai subito il Mig che accoppiava all’eleganza e alla
comodità un’estrema maneggevolezza. La sua capacità di prendere rapidamente quota mi faceva
sentire munito di ali molto più potenti e per la prima volta ebbi la certezza di essere un vero pilota e
di avere tra le mani il materiale più moderno. Anche i miei amici Jurij Dergunov, Valentin Zlobin e
Kolja Repin, entrati alla scuola assieme a me, avevano le mie stesse opinioni al riguardo.
Tuttavia eravamo ben lontani dall’essere dei perfetti piloti e molte erano le nostre lacune:
dovevamo saper eseguire con maestria le acrobazie più difficili, i voli a itinerario fisso, il tiro aereo,
le uscite in formazione secondo schemi perfettamente coordinati. L’istruttore Jadkar Akbulatov, che
aveva sostituito Kolosov, era incaricato di iniziarci a questi segreti. Con occhio sicuro notava ogni
dettaglio e non perdonava la più piccola imperfezione. Fin dai miei primi voli, per esempio, s’era
accorto che le mie virate lasciavano a desiderare e me lo fece notare. Per contro si complimentò per
le mie «verticali» che producevano dei sensibili sovraccarichi. Riuscivo in questo tipo di voli
perché ogni volta cercavo in un certo senso di rivaleggiare col mio mezzo meccanico, paragonando
quello che poteva darmi con quello che io potevo sopportare. In altre parole, cercavo di costringere
l’aereo a rendere al massimo delle sue possibilità e non c’è niente di meglio, per questo, che
attaccarsi alle acrobazie verticali.
Con ciò non voglio dire che tutto andasse sempre così liscio. Ho avuto anch’io i miei contrattempi.
Per esempio, a causa della mia statura non certo alta, avevo delle costanti difficoltà a orientarmi in
fase di atterraggio. Per meglio «sentire» la terra in quel delicato momento che conclude ogni volo
adattai allora un cuscino al mio sedile di pilota. In tal modo, diventato più alto di qualche dito,
potevo vedere la terra altrettanto bene che l’istruttore e perfezionare notevolmente i miei atterraggi.
Jadkar Akbulatov approvò questa mia «razionalizzazione». Poco loquace come tutti i buoni piloti,
e perfino piuttosto chiuso, il nuovo istruttore apriva bocca quasi soltanto per darci consigli e ognuno
di essi meritava di essere notato. Diceva, per, esempio:
- Per poter ben volare, bisogna aver pensato scrupolosamente a tutto prima ancora di prendere il
volo. In aria le azioni devono essere immediate, ma meditate.
Tra le altre cose Jadkar Akbulatov ci insegnava a guardare il cielo in tutte le sue sfumature e ne
parlava come mio padre avrebbe parlato di un’ascia o di una pialla. Tutte queste conversazioni
arrivavano sempre alla stessa conclusione che un aviatore deve conoscere perfettamente la sua
specializzazione.
Un giorno mi capitò uno spiacevole incidente durante gli esami sulla teoria dei motori: il professor
Reznikov mi aveva letteralmente ghiacciato con un «tre», il primo da quando avevo cominciato a
studiare, una specie di campanello d’allarme che puniva la mia presunzione. Ammetto di essermi
meritato quel voto perché c’erano alcune cose che non avevo perfettamente compreso. E, ai nostri
giorni, gli aviatori devono avere la tecnica sulla punta delle dita. Tanto più io che non volevo essere
un semplice aviatore ma addirittura un pilota-ingegnere come quelli che collaudavano i nuovi aerei.
Dovevo dunque mettermi a studiare per sapere impeccabilmente la teoria dei motori d’aviazione, o
per lo meno tutto quello che un allievo ufficiale deve conoscere attorno a essi. Passai cinque giorni
di fila sui libri, senza uscire di scuola. Il sesto mi presentai davanti all’esaminatore che mi interrogò
a lungo e severamente.
In generale, per un esame di riparazione, non si va mai oltre il «quattro». Ma stavolta,
abbandonando quella regola non scritta, il professore mi diede il massimo, «cinque»: respiravo!
Nei primi tempi molti di noi ebbero grosse difficoltà nel tiro aereo e soprattutto nel tiro col
cannoncino di bordo contro un obiettivo al suolo. Ora, è noto che l’arte di una perfetta mira deve
essere una delle più grandi qualità di un aviatore militare e, a maggior ragione, di un pilota da
caccia. Spesso, grazie a un tiro ben aggiustato, un aviatore può vincere un duello aereo e salvare
contemporaneamente l’apparecchio e la vita.
Con infinita pazienza Jadkar Akbulatov ci insegnava le leggi del tiro e a prendere di mira
l’obiettivo sfruttando tutte le possibilità dei più moderni sistemi di puntamento. Dovevamo premere
il bottone di tiro soltanto quando eravamo nell’assoluta certezza di colpire il bersaglio. Poi
Akbulatov ci chiamava uno a uno, esaminava lungamente con noi le pellicole scattate dalla nostra
cine-mitragliatrice che riproducevano rutti i nostri errori, ne faceva l’analisi e ci suggeriva i mezzi
per evitarli in avvenire.
E finalmente fummo padroni della difficile arte di tirare da un aereo in volo. Avvicinandosi il
periodo degli esami, volavo sempre più spesso e con accresciuta passione e passavo al campo, coi
miei compagni, la maggior parte del mio tempo.
In quei giorni accadde un fatto che sconvolse il mondo: i sovietici lanciarono il primo satellite
artificiale della terra.
Me ne ricordo ancora come se fosse ieri. Jurij Dergunov arrivò di corsa al campo con la
strabiliante notizia.
- Uno sputnik! Un nostro satellite artificiale gira attorno alla terra - cominciò a gridare non appena
fu sicuro che potessimo udirlo.
Sentii corrermi per la schiena un brivido che m’era già noto. L’impresa di cui parlavano da tempo
i giornali di tutto il mondo, di cui avevamo tanto discusso, era stata finalmente realizzata. Superando
gli Stati Uniti in una tacita competizione, i sovietici erano stati i primi a creare un satellite artificiale
e a metterlo in orbita attorno alla Terra.
La sera, tornati dall’aerodromo, ci stringemmo attorno alla radio, nella Sala Lenin, e ci bevemmo
ogni parola dei comunicati e dei commenti che illustravano le evoluzioni del neonato
dell’astronautica mondiale. Molti di noi sapevano già a memoria i parametri principali del volo
dello sputnik: altezza del perigeo e dell’apogeo, angolo d’inclinazione dell’orbita sull’equatore, città
che erano state sorvolate o che lo sarebbero state nelle prossime ore. Una cosa sola ci addolorava:
che lo sputnik non passasse nel cielo di Orenburg.
Tutte le conversazioni cadevano immancabilmente sullo sputnik. La sua messa in orbita aveva
messo in agitazione la scuola. Allievi, comandanti e professori si chiedevano una cosa sola, quando
sarebbe venuto il seguito.
- Tra una quindicina d’anni, - diceva, eccitatissimo, il mio amico Valentin Zlobin - un uomo volerà
nel cosmo.
- Per vederlo, - replicava Kolja Repin - non c’è dubbio che lo vedremo. Ma chi sarà quest’uomo?
Tra quindici anni noi saremo troppo vecchi e con l’età le reazioni si fanno lente, la vista perde in
acutezza e l’uomo non ha più la capacità di riflettere e decidere con la necessaria rapidità...
Sul primo cosmonauta le discussioni erano vivacissime. Alcuni pensavano che il primo uomo del
cosmo sarebbe stato uno scienziato dell’Accademia, altri optavano per un ingegnere, altri ancora
davano la loro preferenza a un biologo o a un uomo-rana. Io desideravo che fosse un pilota
collaudatore. D’altra parte non mi nascondevo che il primo cosmonauta avrebbe dovuto possedere
vaste cognizioni tecniche e scientifiche perché l’apparecchio destinato ai voli cosmici - di cui non
riuscivamo a immaginare le forme - sarebbe stato certamente molto più complesso di qualsiasi tipo
di aereo da noi conosciuto ed estremamente difficile da pilotare.
Ciascuno di noi cercava di disegnare il futuro vascello cosmico immaginandolo ora come un razzo,
ora come una sfera, ora come un disco o una losanga. Poi completava il disegno con annotazioni
scovate nella letteratura di fantascienza. Per quanto mi riguarda, disegnavo anch’io modelli di
astronavi in un mio quaderno e sentivo di nuovo, nel mio subcosciente, un tormento quasi doloroso:
era il richiamo del cosmo, che non volevo confessare nemmeno a me stesso?
Capimmo subito la portata del primo sputnik della Terra: era la prima rondine annunciatrice della
primavera della conquista del cosmo. Intanto, il suo volo trionfale attorno alla Terra si rifletteva in
una gran mole di articoli su giornali e riviste. Ciò che maggiormente ci appassionava a questo
riguardo erano le dichiarazioni di scienziati sovietici come Topciev, Sedov, Ambarcumjan, Arbuzov,
Berg e Šcerbakov o di personalità straniere come Guo Mòruò, presidente dell’Accademia delle
scienze cinese, il grande fisico francese Frédéric Joliot-Curie, l’inglese Bernal, l’americano Joseph
Kaplan e altri. Tutti erano d’accordo su un punto: lo sputnik sovietico aveva aperto la strada del
cosmo.
Il tono entusiasta dei giornali faceva pensare ai giorni della Rivoluzione d’ottobre o della seconda
guerra mondiale. La gente faceva la coda davanti alle edicole, acquistava un giornale e si fermava a
leggerlo immediatamente, a due passi dal chiosco. Colonne intere erano occupate da lettere di
lavoratori del nostro paese che testimoniavano la loro ammirazione per la spettacolosa impresa. Più
tardi la «Pravda» comunicò che 60.396 lettere e telegrammi erano state spedite con questo indirizzo:
«Sputnik-Mosca».
Furono pubblicati anche i nostri messaggi di allievi-piloti, ma una delle lettere che maggiormente
mi colpi fu quella di Evgenij Šcerbakov, un lavoratore della mia regione natale di Smolensk. Il mio
compaesano scriveva: «È probabile che in un futuro non molto lontano potremo lanciare un satellite
molto più pesante e complesso. Se la nostra scienza ritiene di una qualche utilità l’invio di un uomo
nel cosmo, sono pronto, come komsomol, a partire alla sua conquista».
Più di un migliaio di proposte di questo genere pervennero agli organi competenti del paese da
parte di uomini di eccezionale coraggio, pronti a sacrificare la loro vita e a compiere un gesto di
eroismo nelle circostanze più difficili. Queste lettere erano l’espressione del patriottismo della gente
sovietica che voleva assicurare il primato del cosmo al proprio paese. Provavo anch’io questo
slancio ma sapevo perfettamente che la via del cosmo non era aperta a tutti. Secondo me, per
percorrerla, erano necessarie un’istruzione enciclopedica e una salute di ferro.
Pensavo a mia madre, che spesso m’aveva ripetuto che la salute è il tesoro più prezioso. E
pensavo alle profetiche parole del mio professore Reznikov, secondo cui non si poteva essere un
buon aviatore senza possedere conoscenze di ingegneria, senza avere la facoltà di capire a fondo o di
prevedere ciò che può accadere durante un volo.
Proprio nei giorni trionfali del primo sputnik, quando l’entusiasmo riempiva la nostra gente,
affrontammo gli esami conclusivi del corso.
Allievi di una grande scuola di pilotaggio, facevamo del nostro meglio per essere all’altezza
dell’avvenimento, per dimostrarci - davanti alla commissione esaminatrice - degni figli della nostra
epoca, desiderosi di contribuire allo sforzo generale con una eccellente preparazione.
La commissione esaminatrice di Stato era presieduta dal colonnello Kibalov, molto noto negli
ambienti aeronautici e profondo conoscitore del problema dei quadri della nostra aviazione.
Fissando gli allievi col suo sguardo vivace e giovanile, Kibalov ne ascoltava le risposte o, venuto il
momento delle prove pratiche, ne seguiva attentamente le evoluzioni sul terreno dell’aerodromo.
Quando lo vedevamo sorridere, sapevamo che qualcosa della nostra preparazione teorica o pratica
lo aveva soddisfatto. Istruttore militare di grande esperienza ed eccellente comandante d’aviazione, a
Kibalov non sfuggiva nulla di noi, sia sul piano delle nostre conoscenze che su quello delle nostre
emozioni.
L’esame conclusivo dei corsi è, per ogni allievo, il momento più importante e solenne, qualcosa
come una seconda nascita. Il documento di questa mia «seconda nascita» dice testualmente: «Si
propone l’allievo Gagarin Jurij Alekseevic per il grado di sottotenente. Per tutta la durata dei corsi si
è dimostrato disciplinato e aggiornato sulla vita politica. Conoscendo bene il regolamento
dell’Esercito sovietico, l’ha applicato rigorosamente. Ha ricevuto una buona preparazione militare e
fisica. La sua istruzione teorica è eccellente. I suoi progressi nel volo, secondo i programmi stabiliti,
sono estremamente soddisfacienti e le conoscenze da lui acquisite molto solide. Ama l’aeroplano e
vola con audacia e sicurezza. Ha superato gli esami di Stato nella tecnica di pilotaggio e nelle prove
di combattimento ottenendo la menzione di “ottimo”. Sa sfruttare con competenza le possibilità
materiali del suo aereo. Uscito dalla scuola, ha ottenuto la prima categoria professionale».
È questo documento che mi ha aperto le vie dell’aviazione.
E venne per noi - mentre i nostri diplomi erano all’esame del ministro della difesa, a Mosca - il
periodo della cosiddetta «quarantena blu», periodo in cui gli allievi attendono il conferimento dei
gradi di ufficiale.
Per quanto mi riguarda, a parte l’attesa, ero particolarmente felice. Valja aveva accettato di
diventare mia moglie. Un giorno, accompagnati da amici e compagni di corso, ci recammo allo Stato
Civile per iscrivere le nostre firme sul libro dei matrimoni. Dopo di che giurammo che saremmo
rimasti fedeli al nostro amore.
Con le nostre famiglie avevamo deciso di festeggiare le nozze due volte: prima di tutto a Orenburg,
durante le feste del quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, e successivamente a
Gžatsk, durante la mia licenza. Per costruirci una vita nuova avevamo bisogno di buoni consigli
anche se, per dirla tra noi, ne ricevessimo a profusione.
La casa dei Gorjacev era sottosopra. Varvara Semënovna e le sorelle di Valja si facevano in
quattro per preparare degnamente il ricevimento e Ivan Stepanovic, dal canto suo, aveva giurato di
brillare nella sua arte culinaria. Tutti erano felici che il nostro amore, che durava già da due anni, si
concludesse in un matrimonio. Valja e io prendevamo le cose col massimo di serietà consentitoci. In
due anni avevamo avuto tutto il tempo per conoscerci bene, sapevamo che i nostri comuni punti di
vista, il nostro affetto reciproco non avrebbero mancato di farci superare tutte le difficoltà che
avrebbero potuto sorgere sulla nostra strada. Avevamo una vita piena e andavamo perfettamente
d’accordo.
Nell’ufficio di Stato Civile, davanti ai miei compagni, ricordai a Valja le parole di mia madre:
- Uniti per il meglio e per il peggio.
- Insieme per sempre - rispose Valja con slancio sincero, come se pronunciasse le formula di un
giuramento.
Pochi giorni prima, quando tutto era ormai pronto per le nozze, fummo testimoni di un altro
avvenimento di importanza mondiale. Il 3 novembre un secondo satellite artificiale sovietico della
Terra fu lanciato negli spazi sulle orme del primo. Ma rispetto al primo era molto più grosso e
pesante e portava a bordo, in una cabina ermetica, la cagnetta Lajka. In ogni parte del paese la notizia
fu accolta con entusiasmo. Il mondo intero riconosceva lo straordinario livello raggiunto dalla nostra
scienza e dalla nostra tecnica in quarant’anni di potere sovietico.
Leggendo i giornali che parlavano del volo del secondo sputnik mi dicevo: se un essere vivente è
già arrivato nel cosmo, perché un uomo non potrebbe riuscirci? E allora, per la prima volta, pensai
che io stesso avrei potuto essere quell’uomo. Poi, un istante dopo, trovai il mio pensiero troppo
audace perché nel nostro paese non dovevano mancare uomini migliori di me e più di me degni di
questo onore. Eppoi, a che scopo pensare a cose che si sarebbero realizzate in un lontano avvenire?
Uscire di scuola, sposarmi, andare in licenza, essere nominato ufficiale in una formazione aerea
erano cose molto più vicine, erano il mio immediato futuro. Ciò non toglie che il secondo sputnik
avesse toccato in me una corda molto sottile facendomi capire che aspiravo a qualcosa di più
importante.
Alla vigilia del quarantesimo anniversario della Rivoluzione d’ottobre, con le nuove uniformi di
ufficiali ornate però dei vecchi gradi, tutti gli allievi furono convocati nella sala delle feste della
scuola. In un silenzio solenne entrò il generale Makarov, direttore della scuola, e lesse con la sua
voce abituata al comando, scandendo le parole, l’ordine del giorno che ci attribuiva le insegna di
piloti militari e i gradi di tenenti dell’Esercito sovietico. Poi, chiamandoci uno dopo l’altro, il
generale ci consegnò i galloni dorati e si congratulò con noi stringendoci la mano.
La cerimonia era stata prevista per l’8 novembre ma il generale, sapendo che desideravamo
celebrare le grandi feste del quarantesimo non più come allievi ma come ufficiali, aveva deciso di
anticiparla di un giorno. Il che ci rese doppiamente cara la festa.
Finita la cerimonia, coi miei amici, mi recai nello spazioso appartamento dei Gorjacev. La
famiglia si era ristretta e aveva preparato una stanza per la giovane coppia. Valja mi accolse col suo
vestito bianco da sposa ma anch’io avevo la mia sorpresa. Sbarazzatomi del cappotto militare mi
presentai a mia moglie in uniforme di ufficiale. Era la prima volta che Valja mi vedeva in questa
tenuta e per la prima volta mi baciò davanti a tutti. In fondo ero suo marito e lei era mia moglie.
Eravamo enormemente felici e volevamo che tutti ricevessero un po’ della nostra felicità.
La festa fu un successo. Valja era la più bella e Ivan Stepanovic s’era superato riempiendo le
tavole di piatti eccellenti e di bottiglie all’altezza della situazione; i convitati gridarono più volte che
il
«vino era amaro»14. Insomma, andò come in tutte le feste di matrimonio russe. A un certo punto
Varvara Semënovna accese la radio e noi udimmo queste parole: «Due messaggeri dell’Unione
Sovietica, due stelle di pace sorvolano la terra. Nel quarantesimo anniversario delle feste di Ottobre
i nostri scienziati, i nostri costruttori, ingegneri, tecnici e operai hanno offerto a noi, cittadini
sovietici, un regalo meraviglioso realizzando uno dei sogni più audaci dell’umanità».
Riconoscemmo subito una voce che ci era cara, quella di Nikita Sergeevic Chrušcëv che stava
pronunciando il suo discorso alla sessione commemorativa del Soviet supremo dell’URSS, al
Palazzo dello sport di Mosca.
- Ecco, - disse Valja scherzosamente - anche Nikita Sergeevic è venuto alle nostre nozze.
Allora tutti gli invitati alzarono i bicchieri e brindarono.
Sotto le stelle del Nord
Eccomi dunque ufficiale e pilota da caccia. Avevo, una moglie che mi amava e, per la prima volta
in vita mia, una stanza per noi due soli. Classificatomi in graduatoria tra i primi della scuola, ero in
diritto di scegliere il mio luogo di destinazione. Sarei potuto andare nel sud, o accettare il posto che
mi veniva offerto da una guarnigione ucraina o fermarmi addirittura a Orenburg dove il comandante
della scuola mi voleva come istruttore.
- Perché dovresti andartene? - mi chiedevano allo stato maggiore della scuola - Orenburg è una
buona città, qui hai famiglia, un alloggio sicuro e una moglie che non ha ancora finito di studiare. Che
interesse hai a cambiar vita?
Ma avevo deciso. Volevo andare dove il servizio sarebbe stato più difficile. La mia giovinezza mi
ci obbligava. Davanti a me stava l’esempio del nostro Komsomol, sempre sulla breccia
dell’edificazione socialista, e proprio in quei giorni teso a moltiplicare le sue imprese valorizzando
milioni di ettari di terre vergini, costruendo altiforni e le enormi dighe per le centrali idroelettriche,
tracciando nuove strade nella taiga siberiana... Insomma, mi sentivo figlio della potente tribù dei
Komsomol e non avevo il diritto di cercarmi un porticciolo tranquillo per gettarvi l’ancora.
E poiché i miei amici Valentin Zlobin, Jurij Dergunov e Kolja Repin la pensavano come me,
domandammo di essere trasferiti al Nord.
- E perché proprio al Nord? - mi chiese Valja quando le comunicai la mia decisione.
- Perché al Nord è più difficile - risposi.
Facile a dire, ma bisognava spiegarsi. E spiegarsi non con un aviatore come me, ma con una
fragile ragazza che aveva trascorso tutta la sua vita in una grande città, in seno a una famiglia che non
mancava di niente. La capivo benissimo. Seguirmi, per lei, voleva dire abbandonare gli studi,
lasciare i famigliari e cambiare radicalmente le abitudini. Valja, poi, non era mai uscita da Orenburg
e non c’era niente di strano che temesse le incognite della vita del Nord. Quando seppe che mi ci
recavo coi miei amici mi chiese:
- Allora, i tuoi compagni ti sono più cari di me?
Cosa potevo risponderle? La baciai e decidemmo che sarei andato avanti da solo. Le avrei scritto
per metterla al corrente della situazione e, una volta finita la scuola di medicina, mi avrebbe
raggiunto, Valja ne fu contenta. Capiva che con la sua specialità sarebbe stata molto più utile al Nord
che a Orenburg.
Mi restavano ancora parecchi giorni di libertà prima di prendere servizio e, com’era stato
stabilito, partimmo per Gžatsk dove i miei genitori ci accolsero calorosamente. La nuora piacque
subito ma un giorno mio padre ci espresse chiaro e tondo il suo malumore perché il matrimonio non
era stato celebrato a Gžatsk. Conoscendo il suo carattere, me ne stetti zitto lasciando a Valja di
rispondere. E Valja disse:
- Ma papà, non si poteva far venire a Gžatsk tutte le mie amiche e tutti i compagni di Jurij. Cosa
volete, un matrimonio di Komsomol come il nostro...
L’argomento era a prova di bomba. Allora, siccome avevamo un po’ di soldi, decidemmo di
celebrare un secondo matrimonio a Gžatsk che riuscì non meno felice del primo.
Ma il tempo di Valja era molto ridotto per via dei suoi studi. Andammo assieme a Mosca, le feci
visitare tutti i luoghi storici della capitale e, con la morte nel cuore, l’accompagnai alla stazione di
Kazan. Valja piangeva e non posso dire che io fossi allegro. Ma non c’era niente da fare. Il dovere mi
chiamava. Il treno era già uscito di stazione quando mi ritrovai a guardare fissamente i fanali rossi
della sua vettura di coda.
Il giorno dopo lasciai Mosca. Viaggiavo con Valentin Zlobin e Jurij Dergunov. Per ore e ore
giocammo a scacchi o, in piedi nel corridoio, incollati al finestrino, guardammo l’affascinante
paesaggio delle foreste di Carelia nella morsa di gelo. Di là di un immenso bosco di pini, tagliato il
circolo polare, la natura si trasformava, si faceva sempre più dura e misteriosa. Fuori il gelo era
tremendo e la nebbia, fitta come una nuvola in una notte bluastra, fantomatica.
- Dove andiamo a finire - esclamò Dergunov perplesso.
- A trovare gli orsi bianchi - rispondemmo in coro, Zlobin e io.
Ma non era un riso allegro, il nostro. Sapevamo che ci aspettava una vita dura e ci domandavamo
preoccupati se saremmo stati all’altezza della situazione. Per esempio non avevamo mai pilotato di
notte e qui la notte ci stringeva da tutte le parti. Comunque, eravamo impazienti di arrivare a
destinazione e il treno, a confronto dei nostri aerei, era di una lentezza esasperante.
Come tutte le cose, anche quel viaggio finì e arrivammo allo stato maggiore. Con le nostre uniformi
nuove di zecca, la gente si voltava a guardarci domandandosi cosa venivamo a fare nel mondo dei
ghiacci.
Ci offrirono la scelta tra due tipi di aerei e noi scegliemmo subito il Mig che conoscevamo bene.
Foglio di via in mano, eccoci di nuovo per strada, diretti a una lontana guarnigione. La carreggiata
era coperta di neve. Il ghiaccio disegnava vegetazioni tropicali sui cristalli del nostro autocarro.
Faceva un freddo cane. Storditi da questa natura e dalla stanchezza, ci eravamo assopiti quando a
mezzanotte passata arrivammo a destinazione. Malgrado l’ora tarda eravamo attesi: i nostri amici di
Orenburg Venja, Kiselëv, Kolja Repin, Alëša Ilin e Vanja Doronin, arrivati prima di noi, ci accolsero
a braccia aperte. Non era più il caso di dormire. Cominciammo a chiacchierare, parlando tutti
insieme, e nella confusione generale riuscii a capire una cosa sola: che il nostro comandante era un
famoso aviatore; un uomo severo ma giusto. Nella camera assegnataci c’erano tre letti. Valja Zlobin
conquistò il più comodo, vicino alla finestra, Saligdžan Bajbekov, un tartaro di Ufa, prese il secondo
e il terzo toccò a me. Era quasi l’alba quando decidemmo di andare a dormire e immediatamente
piombammo in un sonno profondo.
Alla sveglia, dopo la colazione, ci presentammo al comandante e le nostre impressioni
confermarono immediatamente quello che di lui ci era stato detto. Dopo averci ricordato le tradizioni
della nostra unità, il tenente colonnello ci augurò di essere degni della gloria militare dei suoi
veterani. Nel corso degli ultimi anni, l’unità si era distinta tra le migliori e i suoi piloti, volando
senza incidenti, avevano ottenuto numerosi premi e diplomi per i successi riportati in aria e al suolo.
Un ritratto listato a lutto era appeso nell’ufficio del comandante.
- Sergej Negulajev - ci disse il tenente colonnello indicandoci con un gesto la fotografia. - Durante
un combattimento, col sacrificio della sua vita, speronò un aereo nazista per salvare i suoi compagni.
Noi lo ricordiamo come il Danko15 sovietico.
Cosa aggiungere ancora sulle tradizioni di combattimento della nostra unità? Tutto era molto
chiaro. Noi, giovani piloti, fummo assegnati alla terza squadriglia comandata da Andrej Pulcherov.
Non era ancora una squadriglia di élite ma era già ben quotata e in emulazione con le altre. I giovani
dovevano entrare in questa competizione e dimostrare le loro capacità.
Per superiore immediato, comandante della mia sezione avevo il tenente Leonid Danilovic Vasilev,
che si considerava già un «vecchio» delle regioni nordiche. E bisognava dire, a suo onore, che molto
spesso se l’era cavata dai trabocchetti della fantastica e mutevole natura del grande Nord, così infida
con le sue improvvise tempeste di neve, le sue fittissime nebbie e il vento che non cessa mai di
soffiare dall’Oceano Glaciale. Fin dal nostro primo colloquio con lui ci dovemmo mettere bene in
testa una cosa: nel Nord non basta essere un buon pilota. Bisognava saper pilotare un aereo di notte e
con tempo cattivo.
Il mese di gennaio fu freddissimo. Tenebre opache pesavano sulla terra sepolta sotto la neve. Ma
sulla pista di volo il rombo dei reattori non taceva un istante. I voli erano affidati a chi era dotato di
maggiore esperienza. Noi, che non ne avevamo alcuna di quelle regioni, eravamo di nuovo costretti
alla teoria e aspettavamo con impazienza il primo raggio di sole precursore della primavera.
Eravamo molto affiatati e penso che i marinai, nelle difficili condizioni di vita a bordo di una
nave, conducano una vita analoga a quella che trascorrevamo in quei tempi. Ci conoscevamo bene,
non avevamo segreti tra di noi e, quando arrivava una lettera, era una lettera per tutti. La leggevamo
ad alta voce, come ci hanno detto che accadesse al fronte durante la guerra. Valja scriveva spesso ma
poco. Di solito si limitava a parlare dei suoi progressi in medicina e dalle sue lettere avevo la
sensazione che gli studi l’assorbissero totalmente. Non si lamentava di nulla ma, tra le righe, leggevo
la sua nostalgia e il suo desiderio di rivedermi al più presto. La situazione era pressappoco la stessa
per i miei compagni che ricevevano lettere dai familiari.
Eravamo entrati in un mondo affascinante, quello del servizio armato. I successi di ognuno di noi
rallegravano gli altri. Se qualcosa di spiacevole colpiva un compagno, ne eravamo colpiti tutti. I
piloti più esperti uscivano in missione con qualsiasi tempo per intercettare gli obiettivi aerei:
volavano nel limiti delle zone di esercitazione, si addestravano al combattimento e al tiro aereo. Il
comandante della mia sezione era noto come uno dei migliori intercettatori di squadriglia e non
c’erano condizioni meteorologiche proibitive che potessero fermarlo. Un giorno che ero di servizio e
che Vasilev era in missione, si alzò improvvisamente dall’oceano una nebbia impenetrabile. Le
collinette alberate che circondano il campo furono avvolte da una profonda tenebra. La situazione era
critica. Sembrava impossibile l’atterraggio. Ma, nonostante tutto, il capo sezione e l’aereo che lo
seguiva ritrovarono la pista, traversarono la fitta cortina di nebbia e atterrarono felicemente. Mi
sentivo meglio ma non potei impedirmi di correre incontro al comandante.
E quello, impassibile, disse con tono posato:
- In casi simili bisogna calcolare perfettamente la rotta e avere fiducia nelle apparecchiature di
bordo. Naturalmente, bisogna saper controllare non solo l’apparecchio ma anche i propri nervi. A
bordo di un aereo da caccia si è padroni assoluti. Bisogna saper essere contemporaneamente piloti,
navigatori e mitraglieri.
Il volo di Vasilev fu per noi una buona lezione. Avevamo capito che è necessario conservare il
proprio sangue freddo in ogni circostanza. Naturalmente, dopo questo incidente, la nostra stima per il
capo sezione aumentò considerevolmente.
Ci occupammo di teoria e di revisione del materiale fino alla fine dell’inverno. Poi, ancora una
volta, affrontammo gli esami che ci davano il diritto di pilotare nel Nord. Le particolarità di
pilotaggio in questa regione sono numerose e bisognava conoscerle tutte alla perfezione. Allo stato
maggiore avevano stabilito un libretto di volo per ciascuno di noi ma, nell’attesa del bel tempo, i
libretti restavano in bianco. Finalmente cominciammo a pilotare alla fine di marzo, quando il Nord si
svegliò alla primavera e alle lunghe notti polari fecero seguito giorni altrettanto lunghi.
La prima volta, fu lo stesso capo sezione ad accompagnarmi e prendendo posto nell’apparecchio
mi sentii colto da una certa emozione. Il fatto è che non avevo più volato da molti mesi. Prendemmo
il volo un po’ prima dell’alba, quando tenebre azzurre strisciavano ancora sulla terra. Guadagnai
quota e subito mi sentii di nuovo una cosa sola col mio apparecchio. Poi, non appena l’altimetro
segnò la cifra stabilita, guardai in basso e vidi il sole. Aveva appena superato la linea dell’orizzonte
e già versava in cielo e sulla terra la luce dorata dell’aurora. Sotto di me scorrevano le colline
coperte di neve dai riflessi rosati e le chiazze di un blu profondo dei laghi e il mare freddo,
metallico, che batteva gli scogli di granito.
- Com’è bello! - gridai involontariamente.
- Controllate gli apparecchi - tuonò la voce di Vasilev, sgridandomi.
Come tutti, anche lui aveva voglia di rivedere il sole ma sopra a ogni altra cosa c’era la sua
esperienza che mi ricordava che un pilota non deve mai distrarsi. Ciò che lo interessava, in quel
momento, era che noi avessimo scorto il sole esattamente nel momento prestabilito. Me lo fece notare
per farmi capire che il lavoro viene prima d’ogni altra cosa, qualunque siano le circostanze o i
sentimenti.
Era l’inizio del mio servizio nelle regioni polari.
Una volta accertatosi della mia abilità di pilota, il capo sezione mi autorizzò a volare da solo dopo
aver ottenuto raccordo del nuovo comandante di squadriglia, Vladimir Rešetov. Andò tutto bene.
Rientrato alla base, ricevetti le congratulazioni di Rešetov e del capitano Anatolij Rosljakov,
segretario della nostra oganizzazione di partito, per il mio perfetto atterraggio.
C’erano sulla pista, in quel momento, alcuni miei compagni che vollero fotografare la cerimonia.
Così fui contento di poter inviare a Valja la foto che mostrava noi tre, nelle nostre tute di volo
foderate di pelliccia, intenti, a stringerci la mano.
Qualche giorno dopo mi toccò un’avventura niente affatto piacevole. Volavo tenendo gli occhi fissi
sugli apparecchi. La meteorologia aveva annunciato bel tempo per tutta la giornata e niente lasciava
prevedere il contrario. Stavo portando a termine l’ultimo esercizio quando mi accorsi che il cielo si
stava oscurando. Isole e baie erano scomparse: stava avanzando una tempesta di neve, prospettiva
che, nel Nord, non promette niente di buono né in cielo né in terra. Domandai all’aereodromo notizie
sul tempo. Mi dissero che era ancora tollerabile ma che la visibilità si riduceva rapidamente e che la
neve aveva già ricoperto anche la pista di fortuna.
- Se è così, - mi dissi - a noi due, tempesta!
Un attimo dopo mi accorsi che il carburante stava per finire. Dovevo mantenere, prima di tutto, il
mio sangue freddo.
- Tornate immediatamente alla base - comandò l’ufficiale di volo. Nella sua voce c’era una certa
inquietudine.
Pensai al recente episodio del ritorno drammatico di Vasilev, che era riuscito a trovare una via di
uscita in una situazione analoga, e immediatamente cercai la strada più breve per tornare
all’aerodromo tenendo conto di tutti i dati fondamentali: vento teso e sempre più forte, altezza e
riserve di carburante. Sfrecciavo attraverso il nevischio che mi accecava, eseguivo alla lettera gli
ordini del direttore di volo. Sapevo benissimo che la sorte del mio apparecchio e la mia stessa vita
erano nelle mie mani, dipendevano dall’esattezza con la quale sarei riuscito a eseguire le istruzioni
di quell’uomo molto più esperto di me. E l’uomo era calmo e trasmetteva a me la sua forza. Questo
ufficiale energico e imperturbabile mi aveva detto un giorno:
- Quattro qualità caratterizzano un vero pilota: un cuore caldo, una mente fredda, due mani forti e
una coscienza tranquilla.
I quadranti indicavano che non dovevo essere lontano dall’aereoporto ma senza vedere la terra non
potevo pensare di atterrare immediatamente. Coi nervi tesi fino allo spasimo dovetti descrivere un
altro cerchio, captare la stazione-guida, ridurre il motore per la discesa: e finalmente, con sollievo,
vidi in basso il nastro grigio della pista. Potevo atterrare.
Stringendomi la mano, il direttore di volo mi disse:
- La fortuna aiuta gli audaci.
Era un elogio di cui i giovani ufficiali hanno estremamente bisogno.
La guarnigione viveva la vita di una sana collettività. Nessuno giocava a carte o a domino, nessuno
perdeva tempo, nessuno beveva e nessuno divorziava. Si viveva nell’obbedienza delle leggi della
morale socialista.
A metà maggio, mentre la nostra vita militare procedeva regolarmente - corsi teorici, voli, riunioni
di Komsomol e, a turno, servizio in caserma - una bella notizia venne a mettere in subbuglio il
distaccamento. Conformemente ai programmi del quinto Anno geofisico internazionale, l’Unione
Sovietica aveva lanciato un terzo satellite artificiale della Terra. Avevamo appena terminato di
discutere i risultati - pubblicati sulla «Pravda» alla vigilia delle feste di maggio - ottenuti da due
primi satelliti artificiali ed ecco che un terzo sputnik, molto più pesante dei precedenti e dotato di
apparecchiature ancor più perfezionate, era entrato in orbita. La nostra gioia era alle stelle.
I piloti, i tecnici e i meccanici della mia sezione erano certi che il volo dei primi satelliti
artificiali della Terra annunciava l’inizio di un’era che avrebbe visto l’uomo penetrare nel cosmo e
che le astronavi genialmente create dagli scienziati e dagli ingegneri sovietici aprivano vaste
prospettive per una serie di importanti ricerche scientifiche.
Jurij Dergunov, che era particolarmente ferrato nella storia delle conquiste aeronautiche, non
mancava mai di ricordarci certi fatti curiosi quando, nel corso delle nostre conversazioni, ci
stupivamo dei rapidi progressi della scienza cosmica. C’erano voluti centocinquant’anni perché
l’uomo arrivasse a costruire un aeroplano, dopo la prima ascensione a bordo di un pallone molto
primitivo ideato, sia detto per inciso, dal mugik russo Krjakutnoj, nei pressi di Rjazan. E c’erano
voluti settantacinque anni perché, dalle prime realizzazioni di Aleksandr Možajskij, ufficiale di
marina a Krasnoselskoe Pole, presso Leningrado, l’uomo arrivasse ai primi satelliti artificiali della
Terra. E il terzo sputnik, infine, era partito soltanto qualche mese dopo il primo.
- A questo ritmo, - diceva Dergunov con convinzione - non siamo lontani dal volo dell’uomo nel
cosmo...
- Cosa vedremo nel giro di pochi anni? - pensavo guardando il cielo dove la luna splendeva di un
bel verde argentato. Era difficile crederlo, ma il nostro primo sputnik aveva compiuto
millequattrocento volte il giro della Terra e il secondo era al suo millesimo giro e aveva già percorso
più di cento milioni di chilometri.
Rileggevamo senza posa i notevoli risultati delle osservazioni radiotecniche e ottiche effettuate sui
due primi sputnik, discutevamo il bilancio delle ricerche da essi compiute sulle densità
dell’atmosfera, della ionosfera, delle radiazioni cosmiche e i dati di carattere biologico fin qui
raccolti. Eravamo impressionati dalle conclusioni degli scienziati secondo i quali gli esseri viventi
sopportavano in modo soddisfacente le condizioni del volo cosmico. Era chiaro che tutte queste
osservazioni e ricerche avevano per scopo di assicurare il volo di un uomo nel cosmo.
Un giorno mi colpì questa frase:
- Che me ne importa degli sputnik? Non ho bisogno di loro per vivere felice.
Erano chiacchiere di uno spirito limitato. Sullo stesso metro, avrebbe potuto dire: «Non mi servo
del telegrafo, non ascolto mai la radio, non prendo mai il treno e con ciò vivo benissimo lo stesso».
È certo che il governo non risparmiava gli stanziamenti per la conquista del cosmo: migliaia, forse
decine di migliaia di specialisti lavoravano con abnegazione nelle varie specializzazioni della
scienza e della tecnica per adempire al più grande compito che mai l’umanità s’era posto fino a quel
momento.
La radio non diceva granché sul volo del nuovo sputnik e i giornali, come del resto le lettere,
arrivavano con grande ritardo alla nostra lontana guarnigione. Così passavamo giorni in attesa
impaziente, facendo spesso un salto alla posta per abbreviarla. Un giorno, finalmente, ricevemmo un
numero della «Pravda» quasi interamente consacrato alla descrizione del terzo satellite artificiale
sovietico della Terra. Il giornale forniva nuovi dati sull’orbita dello sputnik, sulle sue ricerche e
soprattutto sui particolari della sua struttura. Si trattava, in tutta l’accezione del termine, di una vera
stazione scientifica automatica nello spazio. L’articolo era redatto in modo chiaro, comprensibile a
un vasto pubblico.
Quasi subito quella copia della «Pravda» fu costellata di note scritte con matite di diversi colori.
Poi l’ingegnere del reggimento tenne una conferenza sulle realizzazioni spaziali dei nostri scienziati.
Quasi tutti gli ufficiali erano presenti e molti di essi erano accompagnati dalle mogli e dai figli. E
quando il conferenziere affermò che si stava avvicinando l’epoca in cui l’uomo sarebbe partito alla
scoperta dei pianeti più vicini alla terra, vidi brillare intensamente gli occhi affascinati dei bambini.
Gli aeroplani non li interessavano più, avendoli a portata di mano tutti i giorni. Adesso avevano
un’altra passione e andavano pazzi per le navi cosmiche di cui nessuno poteva ancora farsi un’idea
esatta.
Io stesso capivo, anche se vagamente, che l’aeroplano era destinato a cedere il passo ai missili.
Nei giornali stranieri si leggeva sempre più spesso che l’uomo avrebbe cessato tra non molto di
pilotare gli aerei supersonici destinati alla difesa e all’attacco, e che ormai la tecnica moderna
permetteva di teleguidare un aereo su un qualsiasi punto del globo, fargli scaricare le bombe e farlo
ritornare al punto di partenza senza che fosse necessaria a bordo la presenza di un uomo. Tuttavia
sapevo che i missili e le astronavi erano costruiti sulla base del materiale aeronautico, che era
ancora l’aviazione a guidare l’uomo sulla via del cosmo e che sarebbe stato un aviatore il primo
cosmonauta inviato sulla Luna.
La nostra biblioteca, intanto, si arricchiva di opere nuove sull’argomento: La nebulosa di
Andromeda, di Ivan Efremov, era un libro pieno di ottimismo fondato sulla storia, di fiducia nel
progresso e in un avvenire di felicità per gli uomini, il comunismo. Tutta la nostra camerata lo lesse e
lo trovò buono, più serio dei racconti e dei romanzi di fantascienza della nostra infanzia. Di questo
libro ci piacquero particolarmente le colorite descrizioni del futuro e dei viaggi interplanetari. Con
l’autore ci trovammo d’accordo nel pensare che il progresso tecnico che gli uomini avrebbero dovuto
realizzare tra qualche migliaio di anni sarebbe stato impossibile senza il completo trionfo del
comunismo sulla terra.
Nelle ore di libertà cominciammo a prendere un piccolo sentiero che conduceva a un torrente
montano. Vi pescavamo le trote e in questo piacevole passatempo riposavamo lo spirito e
distendevamo i nostri nervi. Talvolta, la domenica, una fisarmonica a tracolla, andavamo sulle
colline dove cresceva un’erba rada mescolata a pallidi fiori del Nord. Cammin facendo cantavamo le
nostre canzoni preferite, le arie che ci ricordavano i nostri paesi lontani eci sentivamo come marinai
in licenza dopo un lungo viaggio. Un giorno, durante una di queste passeggiate, scoprimmo il relitto
di un aereo, perduto nella pietraia e coperto di muschio. C’era con noi un ingegnere che aveva
combattuto da queste parti durante la seconda guerra mondiale. Gli bastò un colpo d’occhio: era un
Messerschmitt tedesco.
- Chi può averlo abbattuto? - domandò Jurij Dergunov.
- E chi può dirlo? - rispose l’ingegnere - Forse Boris Safonov, forse Serëža Kurzenkov...
Sapevamo che Sergej Georgievic Kurzenkov, eroe dell’Unione Sovietica, era stato il primo
comandante della nostra unità e che Boris Safonov, suo amico e pilota dei mari del nord, era stato un
celebre asso della nostra aviazione. Ai nostri giorni si parla ancora di lui come dell’«aquila dei
mari».
Durante la guerra anche la giovane flotta del Nord s’era battuta brillantemente. Le sue navi
sbarcavano truppe sulla costa rocciosa tenuta dal nemico o scortavano i convogli navali alleati.
Spingendosi fino al mar di Norvegia e al Mare del Nord, i sottomarini di Nikolaj Lunin, di Magomet
Gadžiev e d’Iztrail Fisanovic siluravano i «cargos» nazisti. Vasilij Kisljakov, marinaio, Victor
Leonov, comandante di un distaccamento di fanteria di marina, tutti e due eroi dell’Unione Sovietica,
e molti altri ancora ci erano noti come difensori delle regioni polari sovietiche e adesso, a quindici
anni di distanza, nel libro di pietra di queste rocce, potevamo leggere ancora i segni della loro lotta.
Quante cose ci vennero alla memoria davanti ai resti dell’aereoplano tedesco, a quella sua croce
nera per metà cancellata dalle piogge. E c’era di che pensare: trovandoci agli avamposti delle
frontiere del Nord del nostro paese, dovevamo essere abili e coraggiosi come Boris Safonov, come
Sergej Kurzenkov, come Sachar Sorokin, come Aleksej Chlobystov e molti altri eroi della seconda
guerra mondiale, nostri fratelli d’arme.
Rientrati dalla passeggiata, scrissi una lettera a Valja raccontandole le mie impressioni e i miei
pensieri. Ed ecco Valja, finita la scuola, in possesso di un diploma di infermiera, raggiungermi
finalmente nei primi giorni di agosto. Non avevamo alloggio perché la casa che ci era stata promessa
non era ancora finita. Ma non c’è situazione difficile che non abbia una sua soluzione. Una maestra di
scuola, in partenza per le vacanze, ci cedette per qualche tempo la sua stanza e là ci trasferimmo,
felici di questa fortunata combinazione.
Tutto andava bene alla guarnigione quando una grave disgrazia ci colpì: la morte di Jurij
Dergunov. Fu un incidente assurdo e nemmeno in cielo, ma in terra. Jurij pilotava una motocarrozzetta
sulla quale aveva preso posto anche Alëša Ilin. Correndo su una strada a serpentina in ripida salita,
tra due colline, la moto andò a fracassarsi contro un camion che procedeva in senso opposto. Jurij
morì sul colpo mentre Alëša, proiettato su un cuscinetto di muschio, se la cavò con qualche leggera
contusione.
Per me fu un colpo durissimo. Avevo perduto uno dei miei migliori amici. Valja cercò di calmarmi
proponendomi sonniferi e gocce di valeriana. Ma le rifiutai. Non ero mai stato malato, non avevo mai
preso medicamenti e non volevo prenderne in quel momento.
Fu durante questo periodo, particolarmente doloroso per me, che conoscemmo più profondamente
il vice capo squadriglia Boris Fëdorovic Vdovin e la sua famiglia. Ero già stato da loro in
precedenza e avevo giocato con la loro bambina di quattro anni, Irocka. La moglie di Vdovin si
occupava dell’organizzazione degli spettacoli di dilettanti e aveva formato un complesso di cinquanta
cantanti e danzatori, in gran parte giovani ufficiali. Io facevo parte del coro.
Quando arrivò Valja, Marija Savelevna se ne prese personalmente cura dandole numerosi consigli
pratici e facendole capire, con molto tatto, le difficoltà di esistenza della moglie di un aviatore
militare e i modi per superarle. Le disse che bisognava saper attendere senza mai disperarsi e le
insegnò a riconoscere in volo la nostra squadriglia. Ogni volta che eravamo impegnati in missioni
difficili o quando dovevamo sorvolare l’oceano, se ne stavano insieme nei pressi dell’ aerodromo,
tremando di inquietitudine al rombo dei bombardieri in picchiata che si addestravano al
combattimento.
Più Valja si affezionava a Marija Savelevna e più forte diventava l’amicizia tra suo marito e me.
Di media statura, i tratti estremamente mobili, Vdovin riscuoteva la mia ammirazione per il suo
amore alla vita e per il suo modo semplice di trattare coi subalterni. In volo o all’aerodromo era
severo come deve esserlo un capo, e parco di parole. Ma a casa si trasformava e diventava allegro,
comunicativo è spiritoso. Avevamo in lui un comandante, un buon consigliere e un amico.
Boris Fëdorovic scriveva versi che poi recitava nelle serate ricreative o che, musicati, venivano
cantati dal nostro coro. Amava molto la lingua russa e ne conosceva tutte le finezze. La sua biblioteca
era piccola ma fornita di tutti i suoi poeti preferiti. Su uno scaffale, una accanto all’altra, le opere di
Puškin, Lermontov, Ševcenko e Blok. Su un altro i poeti sovietici: Majakovskij, Tichonov, Selvinskij,
Mališko, Šengelia.
Prendevamo a prestito i libri di Vdovin e leggevamo anche le opere pubblicate dalle Edizioni
militari o dalla casa editrice Giovane guardia. Seguivamo anche con attenzione i quaderni della
rivista
«Il soldato sovietico»; a casa nostra c’era sempre qualche opuscolo di questa serie.
Dopo un breve autunno, l’inverno tornò con la sua lunga notte polare. Valja e io ammiravamo
spesso la palpitante aurora boreale che accendeva la metà del cielo: era uno spettacolo affascinante e
incomparabile. Nei voli notturni sfrecciavo tra queste fiamme tremolanti, di un pallido blu argentato,
che correvano tra il cielo e la terra e, tornato a casa, descrivevo a Valja il quadro meraviglioso,
molto più bello quando si ha la possibilità di vederlo da una altezza di parecchie migliaia di metri.
La sera leggevamo molto. Di solito ero io che, disteso sul letto, leggevo ad alta voce mentre Valja
mi ascoltava riassettando la casa. La biblioteca ci forniva molti libri sugli aviatori e ne trovammo
uno bellissimo: La terra degli uomini dell’aviatore e scrittore Antoine de Saint-Exupéry, morto da
eroe tre settimane prima della liberazione di Francia. Il suo libro, dedicato ai piloti delle linee
postali e al loro lavoro pacifico, era pieno di poesia e di romanticismo e vi si coglieva un grande
amore per gli uomini. Tra gli altri mi colpì il racconto Volo di notte dove l’autore, con grande
maestria, descrive il comportamento di un aviatore colto da una tempesta notturna e le ansie della sua
giovane moglie. Anche noi e le nostre mogli, spesso, ci trovavamo in situazioni analoghe. Amavo
molto questo passaggio: «Sarebbe bastato che lui, pilota, aprisse le mani perché subito la sua vita si
riducesse a un pugno di inutile polvere. Fabien stringeva nelle sue mani due cuori palpitanti vivi,
quello del suo compagno e il suo». Oppure quest’altro: «La tua strada affonda tra le stelle».
Purtroppo queste «serate di lettura ad alta voce» non erano numerose: Valja, come la maggior parte
delle altre mogli, era assorbita dal lavoro sociale e io frequentavo i corsi serali dell’università di
marxismo-leninismo. Dovevo quindi leggere molte opere di Marx, Engels e Lenin, base dei nostri
studi, e restavo spesso alzato oltre la mezzanotte, piegato sui libri, la matita a portata di mano per
prendere appunti. Ho riempito un buon numero di quaderni nel corso di questa attività notturna.
I corsi erano sempre molto animati: analizzando il problema del giorno, gli allievi scambiavano le
proprie opinioni citando esempi presi dalla vita quotidiana. Nelle opere di Lenin, poi, trovavamo
quasi sempre una risposta ai problemi del nostro tempo.
«L’intelligenza dell’uomo - scriveva Lenin - ha scoperto molte cose straordinarie nella natura e ne
scoprirà sempre di più aumentando il suo potere su di essa»: questa frase, che ho ricopiato in uno dei
miei quaderni, mi faceva pensare ai satelliti artificiali della terra. Il terzo sputnik ruotava ancora
attorno al nostro pianeta quando un’altra notizia sconvolse il mondo. Il 2 gennaio 1959 l’Unione
Sovietica aveva lanciato un razzo cosmico a più stadi in direzione della Luna. Era un avvenimento
epocale. L’uomo s’avvicinava alla conquista dello spazio.
Riflettendo su questa nuova impresa, provai un indefinibile senso di preoccupazione poi, qualche
tempo dopo, mi resi conto che si trattava della mia incapacità a orientarmi in tutti i particolari dei
lanci spaziali. Mi mancava in sostanza un’adeguata preparazione e dovevo farmela senza perdere un
giorno di più.
Tre settimane dopo il lancio del razzo pluristadio, parlando davanti al XXI Congresso del partito,
Chrušcëv dichiarò, tra gli applausi scroscianti: «Il primo satellite artificiale creato nel mondo era
uno sputnik sovietico. Il primo pianeta artificiale del sistema solare è un pianeta sovietico.
Attraverso gli sconfinati spazi dell’universo questo pianeta porta fieramente le insegne dell’Unione
Sovietica e la scritta: Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, gennaio 1959».
Il XXI Congresso, approvando l’imponente piano settennale di sviluppo della nostra economia,
fissò al nostro popolo, che entrava nel periodo di costruzione della società comunista, compiti
grandiosi in tutti i campi della vita economica, politica e ideologica e sul piano delle relazioni
internazionali. Da parte nostra facemmo uno studio dei documenti del congresso avendo pienamente
coscienza che il piano settennale rappresentava una nuova e decisiva tappa nello sviluppo storico del
nostro paese. Il congresso indicava ai cittadini sovietici uno scopo preciso e nobile: per raggiungerlo
bisognava lavorare bene e tutti dovevano dare il proprio contributo.
A noi piloti spettava di compiere il nostro dovere con maggiore slancio, di esplicare una maggior
vigilanza montando la guardia ai cieli del paese dei soviet. Il congresso, infatti, aveva ascoltato
argomentazioni estremamente convincenti sui compiti del nostro Stato nella salvaguardia della pace e
nell’organizzazione della difesa da qualsiasi attacco minacciato dalle potenze imperialistiche. Era
stato deciso che le forze armate sovietiche dovevano essere rafforzate e il loro armamento
perfezionato fino a che esistevano al mondo blocchi aggressivi militari.
Fuori l’inverno era durissimo ma sembrava che il congresso avesse diffuso nel paese un brivido
primaverile: la nostra vita diventò più animata, più movimentata e dappertutto spuntarono i germogli
del «nuovo».
Dirò ancora che il XXI Congresso ha avuto un grande peso nella mia vita. Fu durante quelle
giornate di dibattito che si rafforzò la mia decisione, maturata già da lungo tempo, di chiedere
l’ammissione tra i membri candidati del partito.
Lo stesso giorno compilai la mia domanda dopo aver sprecato non pochi fogli per trovare quella
decina di parole che meglio esprimevano i miei sentimenti. La domanda fu sostenuta da una
raccomandazione di compagni e dal direttivo del Komsomol: qualche tempo dopo ero membro
candidato del partito.
Un altro felice avvenimento fece seguito a questo. A metà aprile portai Valja al reparto maternità
nell’ospedale del villaggio più vicino alla guarnigione, e tornai a casa. Desideravo ardentemente una
bambina. Preoccupato per Valja, telefonavo quasi ogni giorno alla clinica. E finalmente, a una delle
mie innumerevoli telefonate, mi risposero con questa domanda:
- Aspettate un bambino?
- No, - replicai con forza - una bambina.
- Allora ci congratuliamo con voi. È nata una bambina!
Valja uscì dalla maternità otto giorni dopo e la portai a casa a bordo di una vetturetta militare. Nel
tragitto di ritorno tenni tra le braccia, con infinita precauzione, quella fragile creaturina che mi era
tanto cara, perché non avesse a soffrire. La strada era dritta e bagnata di sole. Bianchi uccelli di mare
la sorvolavano volteggiando e una leggera brezza di aprile ci carezzava i volti. Ero felice, avevo
voglia di cantare e mi auguravo che la vita di mia figlia somigliasse in futuro, e per sempre, a quella
strada piena di primavera e di sole. La iscrivemmo allo stato civile col nome di Elena. E cominciò
da quel momento un periodo nuovo della nostra vita, nel quale non mancavano le preoccupazioni che
accompagnano sempre l’apparizione di un figlio. Ma solo un giovane può capire il piacere che si
prova a lavare la propria creatura, a serrarla nelle fasce, a cullarla mormorandole una ninna-nanna.
Quando tornavo dal campo, passavo ormai tutto il tempo libero a casa, giocando con Elena e
aiutando Valja nelle faccende domestiche. Andavo a fare spesa, a prendere l’acqua, accendevo la
stufa. Ero perfettamente d’accordo col poeta che ha detto: «Amo che ci siano dei bambini in una
casa, anche se piangono di notte».
Avevo lavoro fin sopra i capelli. Secondo me, il lavoro è la migliore ginnastica di questo mondo.
Ma ce n’era tanto che, come direbbe un giocatore di scacchi, non rispettavo mai il mio «tempo di
riflessione». Per di più i voli si facevano sempre più difficili. Dovevamo sorvolare i flutti
tempestosi del mare primaverile, volare in formazione come lo richiedono le esigenze del
combattimento, pilotare «alla cieca» basandoci sulle apparecchiature di bordo, esercitarsi alla
radionavigazione. Al largo, sul mare aperto, ci addestravamo al combattimento aereo. Come
«avversario» temibile, perché pilota abilissimo e ritenuto invulnerabile, avevamo Boris Vdovin.
Un giorno ricevetti l’ordine di intercettare il suo aereo. Per intercettare un apparecchio «nemico»
bisogna prenderlo di coda. Salito a giusta quota mi diressi verso l’obiettivo. Cosa incredibile, mi
riuscì di «attaccare» Vdovin dalla parte giusta, nella semisfera superiore di coda. Ma non ero ancora
giunto a una distanza utile di fuoco, per poter fissare il mio colpo nella pellicola della cine-
mitragliatrice, che Vdovin costrinse il suo Mig a una brusca virata. Lo inseguii e per qualche minuto,
con improvvise virate ci demmo la caccia senza che uno di noi riuscisse a prendere l’altro di coda.
Poiché il gioco continuava con ostinazione dalle due parti avremmo continuato a volteggiare fin
all’ultima goccia di carburante se Vdovin non mi avesse trasmesso l’ordine di cessare
l’inseguimento. Rientrammo insieme all’aerodromo, ala contro ala, contenti l’un dell’altro. Amavo
l’aereo al punto di dimenticare per esso qualsiasi altra cosa al mondo.
- Non c’è niente da dire - mi fece ridendo Vdovin una volta a terra, quando ci sentimmo un po’
rilassati. - Sei forte. Adesso costringi i tuoi maestri a mangiare la polvere. Benissimo, continua...
Gli piaceva scherzare con la gente che gli era simpatica.
La pratica sistematica di molti sport aveva indubbiamente contribuito ai miei progressi di pilota e
di combattente aereo. D’inverno mi dedicavo agli sci e d’estate all’atletica e alla pallacanestro. Mi
piaceva quest’ultimo sport per la sua vivacità, il suo ritmo, per lo spirito di competizione collettiva
che animava i giocatori. Per fare dei «cesti» in corsa e saltando era necessario un buon occhio, gesti
precisi e ben coordinati. Con questo non voglio dire che non esistono altri sport altrettanto attraenti e
utili ma, per me, la pallacanestro è il migliore di tutti. Mi sarebbe piaciuto saper giocare a tennis,
altro sport eccellente che richiede resistenza, presenza di spirito e buon colpo d’occhio.
Sfortunatamente non ho mai trovato dei campi attrezzati per il tennis nelle scuole dove ho studiato o
nelle guarnigioni dove ho prestato servizio.
Ed è un peccato perché sono sicuro che il tennis riuscirebbe molto utile agli aviatori militari: e
quello che è buono per gli aviatori è buono per tutti. Del resto, il tennis non è forse il solo sport che
si possa praticare dall’infanzia fino a un’età piuttosto avanzata?
Nella mia qualità di membro candidato di partito dovevo svolgere un lavoro sociale e per questo
mi era stata affidata la redazione del «foglio di combattimento» della nostra squadriglia. Il foglio
pubblicava brevi articoli nei quali i piloti e i tecnici parlavano della loro vita e dei loro studi,
segnalava i progressi raggiunti nei voli, criticava chi commetteva errori. Facevamo coincidere
l’uscita del «foglio di combattimento» con gli avvenimenti politici più importanti vissuti dal paese.
Ricordo ancora che uno dei numeri più fortunati del foglio fu quello dedicato al viaggio di Chrušcëv
e alla sua missione di pace e di amicizia in America nel settembre del 1959.
Tre giorni prima della partenza di Chrušcëv per Washington due grandi avvenimenti attirarono
ancora una volta sul nostro paese l’attenzione di tutto il mondo: primo fu il varo del rompighiaccio
atomico «Lenin», che scivolò nella Neva là dove la leggendaria «Aurora» era all’ancora la notte
dell’attacco, nell’ottobre del 1917. Poi fu un razzo cosmico lanciato verso la Luna con le insegne del
nostro paese. Due stelle rosse a cinque punte s’erano dunque accese nello stesso tempo: una sulla
nave atomica, l’altra sulle lontane rotte interplanetarie.
«Verrà il giorno in cui nostri cosmonauti riporteranno dalla Luna campioni di minerale lunare»,
scrisse a questo proposito il nostro «foglio di combattimento».
Eravamo convinti che l’uomo avrebbe fatto il giro della Terra e sarebbe penetrato nel cosmo con
la rapidità del lampo. Poi sarebbero venuti momenti ancor più appassionanti, le partenze verso la
Luna, Marte o Venere.
Intanto la radio e i giornali ci informavano ogni giorno sugli spostamenti di Chrušcëv attraverso gli
Stati Uniti. Nella «Sala Lenin» della squadriglia, per vederci più chiaro segnavamo sulla carta
geografica le tappe del suo itinerario: Washington, New York, Los Angeles, San Francisco, Des
Moines, Pittsburg, e finalmente Washington. Dovunque andasse Chrušcëv era accolto cordialmente,
sollevava calde acclamazioni.
Proprio in quei giorni cominciai a sentirmi irrestibilmente spinto verso il cosmo. Avevo letto sui
giornali e riviste tutto ciò che era stato scritto al riguardo. Al ricevimento offerto dal Club nazionale
della stampa, a Washington, i giornalisti americani avevano chiesto a Chrušcëv:
- Quando pensate di lanciare un uomo sulla luna?
- Noi manderemo un uomo nel cosmo, - aveva risposto Chrušcëv
- quando saremo in possesso di tutte le necessarie condizioni tecniche. Attualmente queste
condizioni non esistono.
Le parole del capo del governo sovietico mi commossero e mi tranquillizzarono. Capii che nel
nostro paese erano in corso seri lavori per preparare il volo di un uomo nel cosmo e che io avevo
ancora del tempo davanti a me per riflettere prima di mettermi a rapporto e di presentare la domanda
per essere incluso tra i candidati cosmonauti.
Ma una cosa era certa: ero pronto a mettermi a rapporto. E se per questo avessi dovuto ripartire da
zero, la cosa non mi spaventava minimamente.
Preparativi per il cosmo
Qualche giorno dopo il ritorno di Chrušcëv dagli Stati Uniti e mentre gli americani e i popoli di
tutto il mondo ne salutavano l’iniziativa come una prova concreta della volontà di pace dell’Unione
Sovietica, i nostri scienziati lanciavano un terzo razzo cosmico che, dopo aver aggirato la Luna, ne
fotografava la parte invisibile trasmettendo le immagini a Terra. Questa nuova vittoria commosse il
mondo e sollevò in ogni continente un’ondata di ammirazione per il nostro paese.
La vita stessa modificava i miei progetti. Qualche mese prima ero convinto di avere ancora
davanti a me un lungo tempo di riflessione. Adesso mi rendevo conto che non si doveva più
attendere. Il giorno dopo, rispettando lo statuto militare, mi mettevo a rapporto presso i miei
comandanti e presentavo la domanda di ammissione al gruppo di candidati cosmonauti. Ritenevo che
fossero maturi i tempi per l’addestramento di un gruppo di piloti spaziali. Non mi ingannavo. Di lì a
poco fui convocato dalla commissione medica speciale.
La commissione era estremamente esigente. La visita che subivamo annualmente alla squadriglia e
che gli aviatori affrontavano tranquillamente avendo fatto l’abitudine a questo tipo di esami era nulla
in confronto. Mi resi conto, fin dalla primissima visita dall’oculista, che qui le cose si facevano con
minuziosa serietà.
Si richiedeva una vista «perfetta» e, tanto per cominciare, bisognava saper leggere, da una certa
distanza, il cartellone delle lettere e dei segni senza difficoltà dal principio alla fine, cioè dai
caratteri più vistosi a quelli più minuti. Il medico cercava di scovare uno strabismo larvato,
controllava le capacità visive al buio, analizzava gli occhi millimetro per millimetro. Basti dire che
andai dall’oculista sette volte e sempre per le stesse cose: tabellone delle lettere, percezione dei
colori, «guardate con l’occhio destro», «guardate con quello sinistro», «guardate da questa parte», «e
adesso da quest’altra»... Insomma, il dottore applicava alla lettera il proverbio russo che dice:
«Misura sette volte prima di tagliare».
Ma ebbe un bel darsi da fare: non poté trovare il più piccolo difetto nei miei occhi.
Tra gli altri esami, ne subimmo uno che doveva dimostrare le nostre capacità di lavoro in
condizioni difficili. Dovevamo eseguire delle operazioni aritmetiche utilizzando cifre che, tanto per
cominciare, bisognava andarsi a cercare su una speciale tavoletta. La soluzione doveva essere esatta
e il lavoro compiuto in modo rapido. A prima vista la prova non aveva in sé alcuna difficoltà. Poi
cominciò a entrare in funzione un altoparlante che ci distribuiva consigli con voce monotona che,
invece di aiutarci, ci distraeva impedendoci di concentrarci sul lavoro da eseguire. Bisognava
compiere un grosso sforzo per continuare a lavorare senza fare attenzione a quel «servizievole»
altoparlante. Non era facile, insomma, ma non era niente in confronto a quello che ci aspettava.
I medici erano numerosissimi e più severi di un procuratore generale. I loro verdetti erano senza
appello. Molti candidati erano eliminati alle prime prove. Nella scelta non c’era medico che non si
dimostrasse implacabile: medici di medicina generale, neurologi, chirurghi, otorinolaringoiatri. Ci
misuravano in tutti i sensi, ci auscultavano minuziosamente, tambureggiavano ogni parte del nostro
corpo col loro «alfabeto Morse», ci facevano ruotare in speciali apparecchi destinati a controllare
gli organi dell’orientamento. Per non parlare del cuore, che era l’oggetto degli esami più complicati.
Ogni medico aveva letto la nostra biografia e non si poteva nascondergli niente. Infine una complessa
apparecchiatura registrava la minima deficienza della nostra salute.
Dirigeva la commissione un notissimo medico dell’aeronautica, Evgenij Alekseevic, uomo di
grande cultura e di vaste conoscenze. Aveva un bel viso intelligente, gli occhi azzurri e una
straordinaria capacità di riuscire simpatico. Il nostro gruppo gli si era immediatamente affezionato.
Coloro che venivano respinti, per questa o quella deficienza fisica, se ne andavano con una buona
parola di Evgenij Alekseevic.
- E sopratutto non prendetevela con la medicina, - diceva loro scherzando il medico - continuate a
volare, ma non nella stratosfera.
Il vaglio fu severissimo. Nove candidati su dieci furono eliminati. E nemmeno il decimo, del resto,
sapeva se la commissione seguente lo avrebbe accettato. Un giorno Evgenij mi consigliò di
prepararmi per questa nuova commissione. La prima tappa era dunque felicemente superata. Adesso
avevo una probabilità in più di riuscire. Tornai al reggimento e cominciai ad aspettare. Il tempo
faceva cadere uno a uno i fogli del calendario. Come prima, ogni mattina, andavo al campo,
sorvolavo terra e mare, facevo il mio turno di servizio. Durante le ore libere mi dedicavo allo sci o
andavo con Valja a pattinare quando le vicine potevano sorvegliare la piccola Lena. Continuavo a
scrivere per il nostro «foglio di combattimento», giocavo con mia figlia, leggevo le tragedie di
Shakespeare e i racconti di c echov, rileggevo I lavoratori del mare di Victor Hugo.
Aspettavo sempre di essere convocato dalla seconda commissione. Ma l’attesa è lunga quando si è
soli ad attendere. A Valja, infatti, non avevo detto niente e per giustificare il mio viaggio le avevo
raccontato che il comando mi aveva mandato in missione. Però la mia coscienza non era tranquilla:
fino a quel momento non c’erano stati mai segreti tra di noi. Ma qui si trattava di un fatto
straordinario sul quale era meglio tacere. Anche Evgenij Alekseevic e il comandante mi avevano
consigliato in questo senso, almeno per il momento.
I giorni passavano e cominciai a credere che si fossero dimenticati di me e che non facevo al caso
loro. In fondo, con la mia statura piuttosto bassa, il mio fisico modesto e i miei bicipiti non certo
eccezionali, poteva anche accadere. I ragazzi che s’erano presentati con me davanti alla commissione
erano uno più forte dell’altro: colorito roseo, statura da corazziere, spalle quadrate, erano il ritratto
della salute. Potevo competere con loro? Cercavo di dimenticare la domanda e la commissione, ma
non potevo.
Valja s’occupava di Elena e degli incarichi ricevuti dal comitato femminile, pur sperando di
riprendere, un giorno o l’altro, gli studi di medicina in un istituto superiore. La sera, quando ci
ritrovavamo in casa, la sorprendevo di tanto in tanto a guardarmi furtivamente, quasi avesse intuito
qualcosa.
- Jura, - diceva - c’è qualcosa che non va? Non sei malato, per caso! - E come tutti i medici, si
affrettava a prendermi la temperatura.
Accettavo docilmente il termometro ma la colonnina del mercurio si ostinava a non superare i 36,6
gradi. Eppure ero malato, ma di una malattia che gli annali di medicina non registrano. Era la
nostalgia dello spazio. La medicina non poteva farci niente.
Un giorno, quando ormai avevo abbandonato ogni speranza, mi fu recapitato un biglietto: la
commissione mi chiamava. Partii senza aver detto a Valja, ancora una volta, il vero scopo del mio
viaggio.
Si ricominciò daccapo, con la differenza che stavolta i medici erano doppiamente esigenti. Ma
tutte le analisi diedero buoni risultati. Niente era mutato nel mio organismo. Evgenij Alekseevic ne
era contentissimo.
- Per voi, - mi disse con tono incoraggiante - la stratosfera non è un limite.
Queste parole mi procurarono un enorme piacere.
Intanto gli esami medici e psichici, cominciati dalla prima commissione, proseguivano davanti alla
seconda. Oltre a sondarci dal punto di vista della salute, i medici volevano assicurarsi che il nostro
organismo fosse in grado di resistere ai fattori caratteristici del volo cosmico e davano il loro
giudizio sulle nostre reazioni a questi fattori. Gli esami venivano effettuati attraverso i più moderni
procedimenti biochimici, fisiologici, elettrofisiologici e psicologici oppure sulla base di test
appositamente preparati.
Fummo rinchiusi nella camera barometrica dove l’aria veniva portata a diversi gradi di
rarefazione, ci esaminarono mentre respiravamo ossigeno nelle condizioni di forte pressione, ci
fecero ruotare nella centrifuga che somigliava a una giostra. Oltre a ciò, i medici cercavano di
valutare le capacità della nostra memoria e della nostra presenza di spirito, volevano sapere con
quale grado di rapidità si spostava la nostra attenzione quando il soggetto fissato veniva bruscamente
cambiato, indagavano per assicurarsi se eravamo in grado di eseguire movimenti rapidi, precisi e
sobri.
Durante tutte le prove di eliminazione eravamo interrogati sulla nostra vita, la famiglia, i
compagni, le attività sociali. Si giudicava non solo la nostra salute ma anche i nostri interessi
intellettuali e sociali, la stabilità delle nostre emozioni.
Per il cosmo ci volevano, insomma, uomini dal cuore ardente, dallo spirito vivace, dai nervi
solidi, dalla volontà di ferro, dal morale alto e dall’umore inalterabile. Era necessario che il futuro
cosmonauta fosse in grado di orientarsi, di ritrovarsi rapidamente nelle complesse condizioni del
volo, di reagire immediatamente a qualsiasi imprevisto e di prendere giuste decisioni in qualsiasi
circostanza.
Queste prove e riprove riempirono parecchie settimane. Molti altri vennero eliminati e finalmente
seppi di essere rimasto tra i candidati prescelti. Qualche giorno dopo tutto il gruppo fu ricevuto da
Konstantin Andreevic Veršinin, comandante in capo delle nostre forze aeree. Nel corso dell’incontro
fui felice di vedere, in un gruppo di generali d’aviazione, Nikolaj Petrovic Kamanin, uno dei primi
eroi dell’Unione Sovietica, di cui il direttore dell’aeroclub di Saratov, Denisenko, suo vecchio
compagno di reggimento, mi aveva lungamente parlato. Per la prima volta in vita mia, benché non
fossi che un ufficiale subalterno, mi trovavo a colloquio col primo maresciallo dell’Aria.
Quest’ultimo ci accolse paternamente, si informò del nostro servizio, delle nostre famiglie, delle
nostre mogli e dei nostri figli e concluse l’incontro dicendoci che la patria riponeva in noi le sue
speranze.
Adesso avrei dovuto lasciare la guarnigione, dire addio ai compagni e trasferire la famiglia nella
nuova destinazione. Un’altra pagina della mia vita era girata. Me ne stava davanti una nuova, la più
interessante.
Rientrai al reggimento il giorno del mio anniversario. Valja, che mi aspettava con ansia, mi aveva
preparato una grande torta e l’aveva ornata con le mie iniziali e il numero dei miei anni: 26. Ecco, mi
sembrava che fosse ieri l’anniversario dei miei sedici anni e ne avevo già ventisei. Ma, come allora,
come ai tempi della scuola professionale, conservavo intatto il mio entusiasmo per il vasto mondo
assolato che si apriva davanti ai miei occhi.
Per liquidare la torta invitammo molta gente, i miei compagni e le amiche di Valja. Nessuno aveva
informazioni precise a mio riguardo ma tutti sentivano che stavo per lasciare la guarnigione. Stando a
quello che le avevo detto, Valja sapeva che stavo per diventare pilota collaudatore e che ci saremmo
trasferiti al più presto nel centro della Russia. Valja aveva diffuso la notizia alle sue amiche e adesso
tutti sapevano che avrei collaudato nuovi aeroplani.
Proprio per questo, a tavola non si parlò d’altro. Si discusse degli sforzi compiuti dalla nostra
aviazione nel campo della velocità, dell’altezza e dell’autonomia di volo. Ricordammo che negli
ultimi tempi numerosi piloti collaudatori avevano conquistato al nostro paese nuovi record mondiali:
Vladimir Iljušin, con un T-431 era salito a trenta chilometri di altezza; Georgij Mosolov, su un E-66
aveva superato di due volte e mezza la velocità del suono mentre Valentin Kovalëv continuava
aumentandone la portata utile.
- E adesso, tocca a te, Jurij - disse ridendo Anatolij Rosljakov, segretario dell’organizzazione di
partito. Per una ragione inesplicabile, sembrava convinto che sarei riuscito a fare qualcosa di
straordinario. Io ascoltavo i miei compagni in silenzio. Tutti pensavano che avrei fatto impallidire
parecchi record mondiali. Dal canto mio pensavo ai piloti che erano stati con me al ricevimento del
primo maresciallo dell’Aria. Li sapevo tutti ansiosi di consacrare le loro forze alla preparazione di
ben altri voli e sentivo che ognuno di essi, chi prima, chi dopo, avrebbe stabilito un record cosmico.
Era solo questione di tempo.
Il grammofono suonava. Boris Vdovin aveva recitato la sua ultima poesia. Cominciammo a cantare
in coro e, verso la fine della serata, il discorso cadde sulla nuova legge votata dall’ultima sessione
del soviet supremo dell’URSS che decretava una forte riduzione delle nostre forze armate. La legge
aveva messo in agitazione tutti gli ufficiali e presto la conversazione divenne animatissima.
- Tu non hai preoccupazioni di sorta, - disse a un certo punto Vdovin - tu sarai pilota collaudatore.
Per me è diverso. Forse dovrò tornare alla vita civile e ricominciare tutto daccapo.
Era chiaro a tutti, insomma, che anche il nostro reggimento sarebbe stato toccato dalla nuova legge.
I missili erano diventati l’arma principale delle forze armate sovietiche: a poco a poco
soppiantavano l’aviazione e l’artiglieria. Il nostro esercito e la nostra flotta cambiavano volto. Si
riducevano negli effettivi ma la loro potenza di fuoco non cessava di crescere. La nuova legge
assicurava un impiego e un alloggio agli smobilitati. I giornali pubblicavano fotografie e articoli
dedicati a intere unità che partivano per i cantieri del piano settennale o verso le terre vergini.
In quel periodo ci commosse l’avventura di quattro soldati sovietici che una tempesta aveva
gettato nel Pacifico a bordo di una fragile imbarcazione. I quattro ragazzi, dando prova di grande
coraggio, avevano vinto difficoltà che sembravano insormontabili. Il fatto è che Askat Zigašin,
Anatolij Chruškovskij, Filip Poplavskij e Ivan Fëdorov erano prima di tutto dei buoni soldati
sovietici, tutti e quattro vigorosi, fisicamente preparati e animati da una grande volontà di vincere. In
un primo tempo si era pensato che la loro barchetta, furiosamente sballottata dall’uragano, sarebbe
stata travolta senza speranza. Ma i quattro soldati non avevano perso la testa, non si erano rassegnati.
Giovanissimi ma già ricchi di studi, di lavoro e di esperienza, piccolo collettivo formato dal partito e
dal Komsomol, si erano fraternamente divisi ogni goccia d’acqua, ogni pezzetto di cuoio bollito dei
loro stivali e una volta di più avevano provato la solidità dei legami fraterni esistenti tra i nostri
soldati.
L’impresa dei quattro valorosi16 era in armonia col mio stato d’animo. Anch’io come loro volevo
essere capace di affrontare senza timore gli elementi infuriati, di dar battaglia e di vincere. Anche il
cosmo, in fondo, era un elemento pericolosissimo.
In casa si facevano gli ultimi preparativi per la partenza. Mi dispiaceva lasciare i miei compagni,
la selvaggia e rude natura del Nord che aveva finito per conquistarmi, le fantasmagorie luminose
dell’aurora boreale. Per l’ultima volta Valja e io ci recammo in riva al mare ad ammirarne le frange
di schiuma e a guardare i grandi uccelli bianchi che descrivevano interminabili cerchi sopra gli
scogli. Di lì andammo al cimitero e restammo a lungo davanti alla tomba di Jurij Dergunov.
«Proprio lui, - pensavo - morire di una morte così banale, lui che aveva la possibilità di diventare
un eccellente aviatore».
Rientrammo un po’ tristi dopo aver posto sulla tomba dei piccoli rami di pino e quella sera stessa,
accompagnati dai nostri amici, lasciammo la guarnigione. Cosa ci riservava l’avvenire? Era il nostro
interrogativo, ma allora nessuno poteva darci una risposta.
Raggiungemmo in aereo la nuova destinazione. Valja, che non ama volare, vi aveva acconsentito
perché il tempo a mia disposizione era limitatissimo. Ci sistemammo rapidamente nel nuovo alloggio
e pochi giorni dopo, coi miei nuovi compagni, cominciavo gli allenamenti.
Prima di ogni altra cosa fummo messi al corrente dei pericoli e delle difficoltà che attendono
l’uomo che si addentri nel cosmo. Il medico militare Vladimir Ivanovic, uno dei più grandi
specialisti di medicina aeronautica, ci parlò dettagliatamente dei diversi fattori che un organismo
vivente incontra volando attraverso gli spazi cosmici. Questi fattori potevano essere divisi in tre
categorie: alla prima appartenevano i fattori fisici dello spazio stesso, cioè bassa pressione
barometrica (in realtà vuoto quasi assoluto), diversa composizione gassosa rispetto all’atmosfera
terrestre, sbalzi bruschi di temperatura, ogni sorta di radiazioni ionizzanti e pericolo non trascurabile
di scontri con i meteoriti; nella seconda categoria rientravano i fattori legati al volo del missile
vettore: rumori, vibrazioni, sovraccarico e imponderabilità; nella terza, infine, giocavano fattori
diversi, quali l’atmosfera artificiale all’interno della nave spaziale, le ridotte dimensioni della
cabina, la limitata attività motrice dell’uomo nella cabina stessa, la tensione nervosa, lo sforzo
supplementare dei nervi e del cervello e la difficoltà di muoversi e operare chiusi nella «tuta»
spaziale.
Tutto ciò era per noi nuovo e interessante. Ascoltavamo queste spiegazioni con estrema attenzione
e sentivamo che esse ci schiudevano una porta sul mondo della scienza.
Giorno per giorno Vladimir Ivanovic e altri specialisti ci illustravano il quadro rassicurante delle
realizzazioni già effettuate dagli scienziati incaricati di studiare gli effetti del volo cosmico
sull’organismo vivente. Venimmo così a sapere che, oltre alle esperienze di laboratorio, già nel 1951
si era proceduto a studi di carattere biologico su animali viventi che erano stati collocati in cabine
ermetiche e lanciati a grande altezza con l’aiuto di potenti missili. Il primo lancio di questo tipo
effettuato nell’Unione Sovietica era stato coronato da successo e la cabina era salita a un’altezza di
centododici chilometri. I dati raccolti provavano che gli animali potevano vivere per qualche tempo
nel cosmo. Successivamente erano state studiate le condizioni di permanenza di animali in speciali
scafandri o nelle cabine ermetiche nella fase di recupero dal cosmo con l’aiuto di un sistema di
paracadute. Gli animali effettuavano discese di circa novanta chilometri in sessantacinque minuti.
- Dopo queste prove, - ci disse Vladimir Ivanovic - i nostri missili sono stati lanciati a un’altezza
di duecento chilometri e anche questi esperimenti hanno dato ottimi risultati.
Non era tutto. Qualche tempo dopo i nostri missili, con a bordo esseri viventi, erano stati lanciati
ancora più in alto e in molte prove era stata raggiunta l’altezza di quattrocentocinquanta chilometri ed
era stata toccata una zona di particelle di alta energia. A conclusione di queste prove i nostri
scienziati avevano avuto la certezza che esseri viventi potevano vivere negli spazi cosmici.
Gli scienziati sovietici, per studiare le condizioni biologiche dei viaggi spaziali, avevano fatto
cadere la loro scelta sulle cagnette. Di natura tranquilla, questi animali offrivano due vantaggi: si
sottoponevano senza difficoltà agli allenamenti e la loro fisiologia era ormai largamente conosciuta.
Studi analoghi, è vero, erano condotti anche negli Stati Uniti, ma gli americani avevano scelto per le
loro esperienze dei piccoli roditori, cavie e scimmie. Lanciando le scimmie nel cosmo, essi
somministravano loro un narcotico che bloccava per un certo tempo l’attività della loro corteccia
cerebrale.
- Dal canto nostro, - spiegò Vladimir Ivanovic - abbiamo respinto l’idea di queste esperienze che
sono in contraddizione con le teorie del nostro grande fisiologo Ivan Pavlov.
Nel corso di queste lezioni non fu dimenticato il volo ormai famoso della cagnetta Lajka a bordo
del secondo satellite artificiale della terra. A differenza degli studi eseguiti coi lanci precedenti, il
volo di Lajka aveva permesso di studiare l’azione prolungata delle accelerazioni, che si producono
durante la messa in orbita dello sputnik, e dello stato di imponderabilità che le fa seguito e che, in
quel caso, era durato parecchi giorni. Le osservazioni effettuate sull’organismo di Lajka per mezzo di
apparecchi estremamente sensibili erano servite a mettere a punto i mezzi che avrebbero dovuto
assicurare la vita umana durante il volo cosmico.
- Insomma, il cane è il migliore amico del cosmonauta - sintetizzò un aviatore del nostro gruppo a
conclusione di una delle lezioni di Vladimir Ivanovic.
L’immagine di Lajka era già riprodotta sui francobolli, le cartoline illustrate e i pacchetti di
sigarette. Ma, secondo me, non basta. Lajka merita molto di più. Un giorno, forse, avrà anch’essa il
suo monumento, come quel cane senza nome, sacrificato alla scienza medica, cui è stata eretta una
statua in bronzo a Koltuši, nei pressi di Leningrado.
Nella nostra nuova sistemazione vivevamo in condizioni ideali e potevamo dedicarci interamente
alla nostra preparazione. Avevamo una grande fiducia nei nostri medici e questi, dal canto loro,
cercavano pazientemente i mezzi più idonei per assicurare la vita e la salute dell’uomo nella cabina
della nave cosmica, prendevano parte attiva alla sua creazione, lavoravano senza posa per mettere a
punto uno scafandro di sicurezza assoluta e l’apparecchiatura per la registrazione degli indici medici.
Spesso, nelle ore libere, andavo a sedermi su una panca del giardino, sotto un albero già pieno di
gemme, e pensavo. È bello, a volte, poter ritrovarsi soli per fare con calma il punto delle impressioni
della giornata. Ciò mi accadeva più di frequente verso il tramonto, quando la natura e l’aria stessa
hanno sfumature rosate, o a sera inoltrata, allorché la Via Lattea traversa il cielo da cima a fondo con
la sua diffusa luminosità.
L’uomo ama cambiare, anche se ha sempre un po’ di timore per i cambiamenti. La nostra vita e noi
stessi eravamo cambiati, e certamente in meglio. Pensavo all’immenso sviluppo che avevano preso,
nell’Unione Sovietica, i lavori che miravano alla conquista del cosmo, ai fondi e agli sforzi che vi
erano consacrati. Un giorno Vladimir Ivanovic ci aveva detto che Nikita Sergeevic Chrušcëv si
teneva al corrente di tutti i progressi effettuati in questo campo e dei lavori degli scienziati esigendo
da loro il massimo sforzo perché fossero ridotti il più possibile i rischi per la vita e la salute del
futuro cosmonauta.
Finalmente ci fu comunicato il piano dei preparativi per il volo cosmico, si trattava di un
programma piuttosto vasto suddiviso in varie materie: il cosmonauta doveva conoscere le principali
questioni teoriche relative all’uso dell’equipaggiamento e delle apparecchiature dell’astronave,
approfondire i principi basilari della tecnica missilistica, del materiale cosmico e della struttura
della nave spaziale, possedere conoscenze di astronomia, geofisica e medicina cosmica. Sul piano
della preparazione fisica avremmo effettuato voli a bordo di aerei nelle condizioni di
imponderabilità, allenamenti all’interno di una cabina identica a quella che avrebbe portato uno di
noi negli spazi cosmici e allenamenti ulteriori nelle speciali camere termiche, nelle centrifughe e
nelle camere destinate ad abituarci alle vibrazioni. Insomma, c’era di che occuparci per tutta la
giornata e avevamo un enorme lavoro da compiere per essere pronti alla partenza verso il cosmo.
Cominciammo contemporaneamente corsi ed esercitazioni. L’ambiente era ben altra cosa che al
tecnicum, a scuola o al reggimento. Vi regnava il più assoluto silenzio e le conferenze erano tenute da
noti specialisti che avevano al loro attivo importanti lavori scientifici e avevano contribuito
largamente ai progressi della scienza sovietica. La giornata cominciava con un’ora di esercizi
mattutini all’aria aperta e con qualsiasi tempo, sotto la sorveglianza dei nostri medici. Oltre a ciò
avevamo sedute regolari di educazione fisica comprendenti esercizi a corpo libero, giochi col
pallone, tuffi in acqua dal trampolino e dalla piattaforma più alta, esercizi alla sbarra e alle
parallele, sollevamento pesi. Chi non sapeva nuotare o aveva paura dell’acqua non poteva diventare
un buon cosmonauta. Attraverso questi esercizi imparavamo a dirigere i movimenti del nostro corpo
nello spazio, a sopportare una tensione fisica sempre più forte e prolungata. Allo stesso scopo
tendevano i lanci col paracadute sul terreno dell’aerodromo e in riva al fiume.
Poco prima della mia partenza per l’aerodromo, era arrivato un telegramma da Orenburg: il padre
di Valia, Ivan Stepanovic, era gravemente malato. Fu deciso che Valja e Lena sarebbero andate a
vivere per qualche tempo a Orenburg, tanto più che anche Varvara Semënovna era molto affaticata.
Subito dopo la loro partenza, cominciò il corso pratico di paracadutismo. Dall’epoca del mio
primo salto col paracadute, all’aeroclub di Saratov, avevo effettuato soltanto quattro lanci alla scuola
di Orenburg e al reggimento. Ma s’era trattato di salti d’allenamento di ordinaria amministrazione,
obbligatori per tutti i piloti. Adesso si trattava di un lavoro molto più complesso: in particolare
dovevamo addestrarci ai salti con apertura ritardata del paracadute e alla discesa col paracadute in
acqua.
Il nostro istruttore era Nikolaj Konstantinovic, maestro emerito di sport, uno dei più noti
paracadutisti sovietici detentore di molti record mondiali e, in particolare, di quello con apertura
ritardata. Per stabilire questo record aveva effettuato una «caduta libera» di più di quattordicimila
metri prima di aprire il suo paracadute. Le sue lezioni erano per noi di estremo interesse: ci
insegnava a lasciare l’aereo, a dirigere il nostro corpo durante la caduta libera, a calcolare la
distanza che ci separava dal suolo, a toccar terra, a posarci sull’acqua e molte altre cose ancora.
In poco tempo effettuai una quarantina di salti, uno diverso dall’altro, provando ogni volta un
sentimento indefinibile, misto di emozione e di gioia. Mi piaceva il tormento che mi prendeva per
tutto il corpo prima del salto, il fremito, lo slancio e il turbinio della caduta. I salti col paracadute
formano il carattere, rafforzano la volontà ed è bene che centiaia di migliaia di ragazzi e giovani
donne pratichino questo audacissimo sport.
Nelle ore di riposo Nikolaj Konstantinovicc che era un gran brav’uomo e un eccellente narratore,
ci raccontava episodi della sua movimentata carriera o momenti della vita di Nikolaj Evdokimov e
Constantin Kajtanov, pionieri del salto con apertura ritardata, di Vasilij Romanjuk che aveva saltato
più di tremila volte, di Pëtr Dolgov, Aleksander Savin, Nadežda Prjažkina, Valentina Selivestrova e
di molti altri sportivi sovietici. Tutte le storie di Nikolaj Konstantinovic non erano soltanto
affascinanti ma anche molto istruttive. In generale si trattava di esempi concreti sul modo di
comportarsi durante la caduta libera.
Eseguendo certi salti con apertura ritardata del paracadute, accadeva abbastanza di frequente che
qualcuno di noi precipitasse «a vite». In questa pericolosa posizione il corpo ruota vorticosamente
attorno al proprio asse e, descrivendo rapide spirali, entra violentemente nell’aria come una vite.
Allora la testa si fa pesante come piombo, gli occhi sono percossi da un violento dolore, un senso di
debolezza estrema invade le membra. Cadendo a vite, il paracadutista perde il senso
dell’orientamento nello spazio, gira e rigira su se stesso, si stordisce e diventa incapace di qualsiasi
movimento. Per uscire da questa posizione, Nikolaj Konstantinovic ci insegnò a servirci delle
braccia e delle gambe come di timoni direzionali: in caso di «vite» bisognava assumere la posizione
«piatta», faccia rivolta a terra, braccia e gambe fortemente divaricate. Questa posizione, preconizzata
da Vasilij Romanjuk, uno dei più noti paracadutisti sovietici, garantiva una grande stabilità del corpo
durante la caduta libera. E di ciò avemmo modo di convincerci in più di una occasione.
Finito questo tipo di allenamento, ci furono consegnati certificati e distintivi di istruttori
paracadutisti. Confesso che ero molto fiero del mio distintivo, che adesso brillava sul risvolto della
giacca militare, sotto le insegne di pilota militare di terza classe.
In quel periodo, pur non avendo mai avuto una grande tendenza a scrivere, Valja mi faceva
pervenire frequenti notizie da Orenburg. Solo più tardi ho saputo che queste lettere l’aiutavano a
nascondermi la sua angoscia e il suo dolore: suo padre, Ivan Stepanovic, era morto. Aspettò a
comunicarmelo quando ebbe la certezza che il programma di salti col paracadute fosse finito. Amica
piena di sollecitudine, non aveva voluto addolorarmi nello svolgimento della mia difficile missione.
Rientrai in sede, dall’aerodromo dove mi ero esercitato col paracadute, il giorno stesso in cui fu
annunciata la messa in orbita attorno alla Terra della prima nave cosmica sovietica. Il giorno dopo
tutti i giornali pubblicavano il comunicato dell’Agenzia TASS che riportava i dati sbalorditivi sul
peso - più di quattro tonnellate e mezza - e sulle apparecchiature dell’astronave. A bordo era
collocata una cabina ermetica contenente un peso uguale a quello di un uomo, apparecchi diversi e
fonti di energia. La nostra nave spaziale sorvolava trionfalmente il pianeta ed era già stata avvistata a
Parigi, Londra, San Francisco, Melbourne, Ottawa e altre città ancora. Essa annunciava una nuova
tappa nello sforzo degli scienziati sovietici per penetrare nel cosmo, l’estendersi del potere
dell’uomo sulla natura. Per contro, avevamo la sensazione che la terra si facesse più piccola perché
una macchina spaziale creata dall’uomo poteva compierne un giro completo in appena un’ora e
mezza.
- Non ci sono dubbi, - dicevano i ragazzi - noi saremo lanciati su un apparecchio simile a questo.
Era chiaro, insomma, che la nave spaziale era già pronta e che i nostri scienziati procedevano ora
al collaudo e al perfezionamento dei sistemi destinati ad assicurare un volo senza danni, le
necessarie condizioni di vita durante il viaggio e il ritorno a terra dell’astronave. Bisognava dunque
intensificare la nostra preparazione per non rischiare di essere in ritardo sulla nave spaziale. E
ciascuno di noi si mise al lavoro con raddoppiato impegno.
In quei giorni passammo agli allenamenti sulla centrifuga, un apparecchio abbastanza semplice
destinato ad abituare l’organismo a sopportare pesanti sovraccarichi. Schematicamente potrei
descrivere la centrifuga come una lunga sbarra fissata nel mezzo a un asse rotante. A una delle
estremità della sbarra c’è la cabina per il pilota. All’altra estremità un contrappeso equilibratore. Più
veloce è il movimento di rotazione della sbarra sul proprio asse, pm alte sono le accelerazioni e più
pesanti i sovraccarichi sopportati dall’uomo.
Cominciai ad allenarmi nella centnfuga abbastanza spesso, e ogni volta sentivo aumentare il peso
del mio corpo. Avevo già provato in precedenza una sensazione analoga quando l’aereo, dopo una
lunga picchiata, viene bruscamente raddrizzato. In quei momenti un peso enorme mi schiacciava
contro il seggiolino di guida, un velo mi oscurava la vista e mi sarebbe stato impossibile muovere un
solo dito. Il mio corpo aumentava di molte volte il suo peso normale: il che, appunto, è noto come
«effetto del sovraccarico».
Ci era stato detto che avremmo provato la stessa sensazione, ma molto più forte e per un periodo
di tempo maggiore, alla partenza della nave cosmica e nella fase di distacco dall’orbita: per questo
continuavamo ad allenarci intensamente sulla centrifuga.
Qui, a differenza della posizione dell’aviatore nella carlinga dell’aeroplano, stavamo sdraiati
affinché il sovraccarico si distribuisse per tutto il corpo in modo uniforme. Ma anche così ci si
sentiva schiacciare, gli occhi restavano sbarrati, la respirazione si faceva difficile, i muscoli del viso
si contraevano, il cuore accelerava i suoi battiti e il sangue diventava pesante come mercurio.
Poco a poco, continuando le lunghe prove nella centrifuga, cominciai ad abituarmi alle
accelerazioni sempre più forti che agivano su di me con sovraccarichi superiori di molte volte al
peso del mio corpo. Legato nella cabina, mi allenavo regolarmente mentre una serie complicata ed
estremamente precisa di strumenti registrava lo stato fisico e le possibilità di funzionamento
dell’organismo nel suo insieme. A questo scopo, allorché venivamo lanciati a velocità vertiginose,
dovevamo eseguire gesti imitanti un determinato lavoro, leggere e ricordare i numeri da uno a dieci
che apparivano su un quadro luminoso. Man mano che i numeri aumentavano di valore, diminuivano
di dimensione e alla velocità limite riuscivo appena a distinguere, senza errori, il «sette» e l’«otto».
Il titolo di candidati cosmonauti e gli intensi ritmi di studio e di allenamento non ci esentavano dai
doveri sociali. Anche qui, tra le altre attività, pubblicavamo il nostro «foglio di combattimento» con
titoli diversi che riflettevano il nostro stato d’animo; «Luna», «Marte», «Venere». Un giorno, in un
breve trafiletto, trovai che si parlava di me come di un eccellente allievo negli studi teorici e negli
allenamenti pratici. L’articolo era scritto a mano, in un solo esemplare e sarebbe stato letto soltanto
da un numero ristretto di persone. E tuttavia, questo incoraggiamento che veniva da un mio compagno
mi fece molto bene. Devo dire che tutti facevano del loro meglio per studiare e allenarsi,
comprendendo che il tempo perduto non avrebbe mai potuto essere recuperato. In quel momento forse
nessuno al mondo al pari di noi assorbiva tante cognizioni tecniche e scientifiche. D’altro canto,
nello spirito di collaborazione che regnava tra di noi, se qualcuno veniva a trovarsi in difficoltà era
immediatamente aiutato da tutti gli altri. Pur trovandoci in emulazione tra noi, non si può dire che
fossimo dei concorrenti ma piuttosto dei compagni di squadra tesi a raggiungere uno stesso scopo.
Sapevamo bene che soltanto uno di noi sarebbe stato scelto per il primo volo, ma sapevamo anche
che gli altri avrebbero fatto in seguito cose più importanti del primo, continuando e sviluppando
quello che lui aveva cominciato. Eravamo uniti come i quattro soldati sovietici usciti vincitori dagli
elementi scatenati del Pacifico.
Se la scelta fosse caduta su di me, avrei voluto partire per il cosmo come membro del partito.
Seguendo la tradizione, i sovietici entrano nelle file del partito di Lenin alla vigilia di un
avvenimento decisivo della loro vita. Così avevano fatto i lavoratori dei primi piani quinquennali e
gli eroi della seconda guerra mondiale, la nostra grande guerra patriottica, così fanno ancora i
sovietici ai nostri giorni.
Il mio periodo di attesa, come membro candidato del partito, volgeva al termine e ricevetti dal
Nord, dai miei compagni di reggimento, le necessarie lettere di referenze per il mio passaggio a
membro effettivo. Ecco cosa scriveva, nella sua, il mio comandante di squadriglia Vladimir
Michailovic Rešetov: «Durante tutto il suo servizio, J. A. Gagarin è stato un ufficiale esemplare. Ha
una buona formazione politica. Ha preso parte attiva alla vita sociale e alle manifestazioni sportive.
Ha mantenuto tutti gli impegni presi nel quadro dell’emulazione socialista». In una seconda lettera,
Natalij Pavlovic Rosljakov, segretario d’organizzazione, aggiungeva tra l’altro: «A quanto mi risulta
J. A. Gagarin è un ufficiale preciso e disciplinato, un pilota competente, sicuro di sé. È stato membro
del Komsomol della sua unità e ha eseguito coscienziosamente gli incarichi affidatigli
dall’organizzazione di partito». Per finire, il comunista Anatolij Fëdorovic Iljacenko scriveva:
«Conseguente dal punto di vista ideologico, Gagarin J. A. possiede buoni principi morali. Allievo
dell’università serale di marxismo-leninismo, ha spesso preso la parola nel corso dei dibattiti. Si è
mostrato attivissimo durante le riunioni di partito e ha assolto nel migliore dei modi gli incarichi
affidatigli sul piano di partio. È stato redattore del “foglio di combattimento” della sua unità».
Rimasi molte ore a riflettere prima di compilare la mia domanda di ammissione al partito. Ero
sopraffatto dall’emozione. M’era impossibile di esprimere tutto quello che provavo perché mi
sarebbero occorse parecchie pagine. Allora mi ricordai dei racconti sui nostri soldati che limitavano
le loro domande di ammissione a poche frasi, eloquenti nella loro semplicità. E mi decisi. Strappai
una pagina di un quaderno di scuola e scrissi: «Prego l’organizzazione di partito di accogliermi nelle
file del Partito comunista dell’Unione Sovietica. Voglio essere un membro attivo del PCUS, voglio
partecipare attivamente alla vita del mio paese». Queste parole dicevano tutti i miei pensieri e le mie
aspirazioni.
Il 16 giugno 1960 era una giornata piena di sole. Mi recapitarono l’invito a partecipare a una
riunione di membri di partito. Secondo l’uso, raccontai in poche parole la mia vita. Non c’era niente
di straordinario in essa, e somigliava a quella di milioni di altri giovani sovietici.
Si venne alla votazione. Tutti alzarono la mano. Alle riunioni di partito non si usa fare dei
ringraziamenti. Ma in quel momento non potei impedirmi di dire:
- Grazie, molte grazie. Cercherò di essere degno della vostra fiducia. Sono pronto a eseguire
qualsiasi compito mi venga affidato dal partito e dal governo.
Ero così eccitato, mi sentivo così pieno di energie che ero pronto a mettere in pratica rapidamente
quello che avevo detto. Un mese dopo fui convocato alla sezione politica con un gruppo di ufficiali.
Tutti erano commossi. Finalmente una porta si aprì e una voce, dall’interno, disse:
- Entrate, compagno Gagarin.
In piedi, il capo della sezione politica mi tese un piccolo libretto rosso, la mia tessera di partito,
con queste parole:
- Sempre e in ogni occasione agite secondo gli insegnamenti del grande Lenin.
Tutti gli uomini hanno un modello di vita che portano chiuso nel loro cuore d’uomini. Per i
sovietici questo modello è Lenin.
- Sarò degno, - risposi con una voce che sentii leggermente tremare - di portare il nome di
comunista.
Appena arrivato a casa mostrai la mia tessera di membro del partito a Valja e a sua madre Varvara
Semënovna, che era venuta a passare qualche tempo con noi. Allora soltanto ne guardai il numero:
era lo 08909627.
Le donne si congratularono con me calorosamente. E Varvara Semënovna, chiamandomi per la
prima volta col mio nome e patronimico, mi disse in tono solenne:
- Ti sei preso una grande responsabilità, Jurij Alekseevic. Un comunista è un uomo sul quale si
vede tutto, anche un granello di polvere.
L’entrata nel partito era uno dei più grandi avvenimenti della mia vita. La sera stessa ne informavo
mio padre scrivendogli a Gžatsk.
In quei giorni, per me così felici, conoscemmo finalmente l’uomo che qui chiamerò il «costruttore
capo» della nave cosmica. Con le sue larghe spalle, quest’uomo allegro e spiritoso, quest’uomo
tipicamente russo nel fisico e nel nome conquistò subito la nostra simpatia. Rivolgendosi a noi, ci
trattava come pari suoi, o come se fossimo stati i suoi più diretti collaboratori. Cominciò col farci un
sacco di domande: era curioso di sapere ciò che provavamo a ogni successiva tappa della nostra
preparazione.
- Lo so, - diceva - non è facile. Ma dovete farlo, altrimenti non ce la fareste a resistere lassù.
E con la mano indicava un punto in direzione del cielo.
Qualcuno si lamentò con lui del calore intollerabile cui eravamo sottoposti durante le esercitazioni
nella camera termica. E lui, con calma, ci spiegò che, durante il volo, la temperatura interna della
cabina avrebbe dovuto variare tra i 15 e i 22 gradi. Tuttavia un cosmonauta doveva essere pronto a
tutto perché la superficie esterna della nave cosmica, nella fase di rientro negli strati densi
dell’atmosfera, si sarebbe riscaldata indubbiamente a più di un migliaio di gradi. La cosa ci sbalordì.
Un uomo poteva dunque vivere all’interno di un abitacolo il cui involucro avrebbe raggiunto
temperature così elevate. Era quasi incredibile. Ne eravamo spaventati e stupiti al tempo stesso.
Più tardi il costruttore capo ci condusse a vedere la sua creatura, la nave cosmica. Era la cosa più
perfetta della tecnica moderna e riassumeva in sé tutte le realizzazioni della scienza.
- Vedete, - ci disse il costruttore capo - la superficie esterna della nave cosmica e della cabina del
pilota hanno un rivestimento protettivo antitermico. Questo rivestimento permetterà alla nostra nave
spaziale di ritornare a terra senza disintegrarsi.
Eravamo affascinati. Non potevamo staccare gli occhi da quella macchina. E il costruttore capo
continuava le sue spiegazioni. La nave cosmica sarebbe stata collocata in cima a un razzo vettore
pluristadio e, una volta in orbita, si sarebbe staccata automaticamente dall’ultimo stadio del razzo.
Qui venimmo a conoscenza di un altro fatto nuovo: il primo viaggio sarebbe stato limitato a una sola
rivoluzione attorno alla Terra.
- Posso però assicurarvi, - aggiunse il costruttore capo - che la nave sputnik può effettuare voli
molto più lunghi.
Esaminammo lungamente la superficie esterna della nave spaziale e scoprimmo che,
contrariamente a ciò che avevamo creduto, la cabina era munita di numerosi oblò.
- Gli oblò, - ci fu spiegato - sono protetti da cristalli refrattari e vi permetteranno le osservazioni
durante il volo.
Uno a uno entrammo finalmente nella cabina. Era molto più vasta del posto di pilotaggio di un
aereo. Dalla sua poltrona, il cosmonauta poteva effettuare tutte le manovre di osservazione e di
contatto radio con la Terra, controllare l’andamento del volo e in caso di emergenza, dirigere
personalmente la nave cosmica. In questa cabina, completamente diversa da quella del pilota di un
aereo, c’era di tutto. A sinistra era installato il quadro di comando, costellato di bottoni, leve e
manette per le comunicazioni col radiotelefono, per regolare la temperatura nella cabina, per il
comando a mano della direzione del volo e dei motori di frenaggio. A destra c’erano un
radioricevitore, diversi container con gli alimenti e la leva per l’orientamento manuale della nave
sputnik. Davanti al sedile del pilota si trovavano un cruscotto con diversi quadranti di misurazione e
segnalazione, un cronometro elettrico e un globo la cui rotazione era sincronizzata col movimento
della nave cosmica sulla sua orbita. Sotto al globo sporgeva l’occhio di una macchina da presa
televisiva attraverso la quale il cosmonauta sarebbe stato osservato da terra. Ancora più sotto si
apriva un oblò munito di un sistema ottico di orientamento.
Per la prima volta, ognuno di noi volle restare seduto per qualche minuto sulla poltrona, posto di
lavoro del cosmonauta. La poltrona era inclinata secondo una certa angolazione che avrebbe
permesso al cosmonauta, durante il collocamento in orbita e nella fase di discesa, di sopportare
meglio i sovraccarichi poiché, proprio grazie a questa inclinazione, essi avrebbero agito dal petto
alla schiena del pilota, cioè nel senso più favorevole al suo organismo.
La poltrona del cosmonauta era piccola ma complessa: era dotata dei sistemi di paracadute e di
catapultaggio, di tutto il necessario per un atterraggio di fortuna, non esclusa una riserva di viveri e
d’acqua e di una radiotrasmittente per facilitarne il ritrovamento. Oltre a ciò, la poltrona era munita
di un apparecchio di ventilazione per lo scafandro e di una riserva di ossigeno da usarsi in caso di
discesa col paracadute. Tutto questo materiale automatico dava al pilota ogni garanzia di sicurezza.
- È chiaro che il cosmonauta atterrerà nella sua cabina - ci disse il costruttore capo. - Ma abbiamo
previsto una variante che gli permetterà, in caso di necessità, di abbandonare la nave spaziale e di
porsi in salvo.
La nave cosmica era leggera, solida e facilmente trasportabile. Ogni sua parte era nuova e lucente.
Nessuno aveva ancora toccato i suoi apparecchi, nessuno li aveva ancora visti, salvo naturalmente
quelli che li avevano ideati e i lavoratori che li avevano costruiti. A uno a uno lasciavamo la cabina
in silenzio per far entrare il successivo compagno.
L’astronave rappresentava un enorme impiego di fondi e un grande sforzo di tutto il nostro popolo.
Per costruirla si era dovuto creare una lega metallica ancora sconosciuta nei nostri forni Martin, e
cristalli per gli oblò mai fusi prima di allora, e materie plastiche e tessuti super resistenti e vernici
inattaccabili e apparecchi di rara intelligenza. Metallurgia e chimica, con le loro più avanzate
realizzioni, avevano lavorato affinché questa meravigliosa meraviglia delle meraviglie vedesse
finalmente la luce. Non c’erano parole per esprimere i nostri sentimenti. C’era una sorta di musica
trionfale che cantava nei nostri cuori.
Dopo questa visita, riprendemmo i nostri corsi e allenamenti affrontando la prova del vibro stand,
un apparecchio che imita le vibrazioni dell’astronave quando sono in funzione i motori a razzo. A
turni di un’ora o poco più, sopportavamo in questa macchina di essere scossi come da un
violentissimo attaco di febbre. Tutto il corpo vibrava come una corda d’arco. Ma non era niente di
grave. Ci abituammo a questo come, più tardi, ci abituammo ai prolungati soggiorni nella camera
termica, sottoposti ad altissime temperature. A dire il vero questa nuova prova non era per me una
gran novità perché mi ricordava i bagni di vapore che ho sempre amato moltissimo, come la maggior
parte dei russi. D’altro canto nel periodo in cui ero stato allievo della scuola professionale,
maneggiando gli stampi pieni di metallo in fusione avevo avuto modo di familiarizzarmi col calore
più di tanti altri miei compagni.
E i sovietici, in fondo, non hanno paura del fuoco. Sono decine di migliaia gli operai che lavorano
agli altiforni e ai forni Martin, ai convertitori Bessemer, nelle fonderie e nei laminatoi. A volte,
chiuso nella camera termica, pensavo agli operai che lavorano in temperature infernali a cambiare le
griglie dei forni delle acciaierie. Altro che camera termica! Quelli dovevano sopportare, durante il
lavoro, temperature molto più elevate delle nostre. In breve, tutto si tempra nel fuoco, e noi anche.
Naturalmente rientravo a casa morto di fatica e se trovavo ancora un po’ di forze per giocare con
mia figlia, non appena mi sedevo mi addormentavo di colpo. Valja era molto preoccupata e insisteva
per sapere cosa mi capitasse. Un giorno, a una sua ennesima domanda, risposi:
- Devi capire. Mi sto allenando per il viaggio nel cosmo. Preparami una valigetta con un po’ di
biancheria.
Lo credette uno scherzo ma cessò di farmi domande. Da buona moglie di ufficiale, evitava di
occuparsi del mio servizio tanto più che sapeva che non le avrei mai nascosto le cose che mi era
possibile dirle. E, in tema di segreti, non ignorava la regola di non chiedere niente. Quanto a me, ero
contento: in poche parole le avevo detto tutto e niente.
Lénocka adesso passava tutta la giornata al nido d’infanzia e Valja, di conseguenza, poteva
esercitare la sua professione di infermiera. Lavorava, come sempre, con una grande passione. A
volte, coi miei compagni, passavo dal Policlinico per farle un breve saluto: mi piaceva vederla
maneggiare con destrezza siringhe e microscopi o consultare i più complicati diagrammi. Allora le
chiedevamo, ridendo, di farci un’analisi i cui risultati avrebbero agghiacciato i medici. E Valja,
afferrando la più grossa delle siringhe, ci diceva:
- Forza, fatevi avanti, lasciatemi vedere se avete del sangue o dell’acqua nelle vene.
Il lavoro era sempre più intenso e soltanto la sera, a casa, potevo scorrere i giornali. Ogni giorno
parlavano delle nuove imprese dei lavoratori sovietici e per tutta l’estate si occuparono dei problemi
sollevati dalla sessione di luglio del Comitato centrale del partito, problemi che avevano
appassionato l’opinione pubblica e che vertevano sulle nuove direzioni del progresso tecnico nel
nostro paese. Anche Nikita Sergeevic Chrušcëv aveva parlato in quella occasione e, affermando che
il comunismo deve avere per base le più moderne realizzazioni scientifiche e tecniche, aveva
aggiunto: «La scienza deve illuminare la strada degli ingegneri e dei costruttori nella loro marcia in
avanti. Essi potranno allora costruire macchine ancora più perfezionate per permettere alla tecnica di
fare costanti progressi».
Queste parole toccavano direttamente la nostra attività, i nostri preparativi. Il costruttore capo ci
aveva detto che Chrušcëv si interessava moltissimo all’astronautica sovietica e ci aveva raccontato
dei suoi incontri con lui al Comitato centrale, nei laboratori e al cosmodromo. Sapevamo dal
costruttore capo che il nostro presidente del consiglio consacrava a questo nuovo settore molta della
sua attenzione, della sua energia e del suo tempo.
Il 19 agosto 1960 fu messa in orbita attorno alla Terra una seconda nave cosmica che diceva
eloquentemente con quale cura il nostro partito e il nostro governo seguissero lo sviluppo della
cosmonautica sovietica. Nella cabina ermetica della nave cosmica, equipaggiata come per il volo
dell’uomo - cioè per uno di noi, futuri cosmonauti - erano state collocate le cagnette Strelka e Belka.
L’astronave era successivamente atterrata a una decina di chilometri dal punto prestabilito dopo aver
compiuto diciotto giri del globo terrestre. Per la prima volta nella storia, a conclusione di molte
rivoluzioni attorno al pianeta, degli essere viventi erano tornati sani e salvi dal cosmo alla terra.
Questo importante avvenimento provava la sicurezza assoluta della nave cosmica alla quale
saremmo stati affidati. Tutto il mondo parlava di Belka e Strelka ma a noi le due cagnette erano
particolarmente care. La macchina da presa televisiva che aveva operato a bordo della loro nave
sputnik era la stessa che ci era stata mostrata dal costruttore capo. Attraverso il suo occhio gli
scienziati avevano seguito da terra il comportamento, lo stato generale e l’umore delle due pioniere
del cosmo.
Ci fu anche mostrato il film sul volo delle due cagnette. Alla partenza fissavano spaventate il
pavimento della cabina, le orecchie tese ai rumori cui non erano abituate. Le vedemmo agitate
durante i primi secondi. Ma, con l’aumentare della velocità del razzo, il sovraccarico di gravità le
appiattì contro il suolo. Strelka cercò di resistere al peso che sembrava schiacciarla, puntando le
zampe. Poi i due animali restarono immobili. La nave cosmica era entrata in orbita. Adesso
cominciava lo stato di imponderabilità e le cagnette erano sospese nella cabina, come corpi morti,
con la testa e le zampe che ricadevano mollemente. Si rianimarono poco dopo e Belka cominciò ad
abbaiare per sfogare la sua irritazione. Finalmente, abituatesi allo stato di imponderabilità, le due
passeggere cosmiche decisero di mangiare nella speciale mangiatoia automatica.
Tutto ciò era molto interessante per noi. Mentre prima non potevamo che immaginare le condizioni
del nostro viaggio, adesso sapevamo cosa ci attendeva perché l’avevamo visto coi nostri occhi. Ne
parlammo dunque a lungo, sentendoci rassicurati. Si dice che l’esperienza è la migliore delle
insegnanti. Evidentemente un uomo in buona salute, ben allenato e in grado di sapere ciò che vuole,
avrebbe potuto sopportare tutte le prove affrontate da Belka e Strelka, esseri viventi sì, ma non
pensanti. La cosa che maggiormente ci incuriosiva era lo stato di imponderabilità, al quale
cercavamo di abituarci a bordo degli aerei a reazione. Bisognava, per questo, costringere l’aereo ad
assumere una certa posizione nella quale la forza centrifuga e quella centripeta si equilibravano. In
quel momento interveniva lo stato di imponderabilità che poteva durare qualche decina di secondi.
Pur trattandosi di un periodo di tempo brevissimo, avevamo constatato che durante il prodursi del
fenomeno l’uomo può mantenere i contatti radio, leggere, orientarsi nello spazio e mangiare. Da tutto
ciò deducevamo di poter essere in grado di compiere un qualsiasi lavoro anche quando lo stato di
imponderabilità si fosse protratto per un periodo di tempo molto più lungo. Ascoltando le nostre
considerazioni, il direttore degli allenamenti aveva l’abitudine di dire:
- Certamente potete supporre tutto quello che volete. Quanto a provare sul serio, ci vogliono
esperienze concrete. E queste esperienze potranno essere effettuate soltanto nello spazio cosmico.
Gli allenamenti intensivi cui eravamo sottoposti ci facevano bruscamente passare dalle rotazioni
vertiginose sulla centrifuga ai prolungati soggiorni nella camera pressurizzata di isolamento. Questa
«cella» aveva lo scopo di controllare la stabilità psichica del cosmonauta. Completamente isolati,
tagliati dal resto del mondo, restavamo a volte delle intere giornate in quel locale di dimensioni
ridotte senza avvertire il benché minimo rumore, la più piccola vibrazione dell’aria, senza una voce
umana che ci rallegrasse. A intervalli, secondo un orario prestabilito, dovevamo metterci in contatto
radio con l’esterno. Ma anche questo legame era unilaterale. Lanciavamo un radiogramma senza
sapere se fosse stato ricevuto. Nessuno rispondeva, e nessuno sarebbe venuto in nostro soccorso,
qualunque cosa fosse accaduta. In «cella» si è soli, completamente soli, e non si può contare che su
se stessi. Era una prova difficile. Tanto più che entrando non sapevamo quando ne saremmo usciti,
quanto tempo avremmo dovuto trascorrere là dentro. Forse qualche ora? Forse un giorno? Una notte?
O molti giorni? Sapevamo una cosa sola: che era necessario farlo. Nel cosmo, per un motivo o per
un’altro, i contatti con la Terra possono rompersi. E allora è la solitudine. Per questo il sistema
nervoso del cosmonauta deve essere preparato a qualsiasi eventualità, a qualsiasi sorpresa.
Solo, l’uomo tende a pensare al passato, e rimescolare nei suoi ricordi. Io pensavo all’avvenire, al
volo nel cosmo, se la scelta fosse caduta su di me. Fin dall’infanzia avevo avuto molta
immaginazione e adesso, seduto nella mia «cella», gli occhi chiusi, immaginavo di essere a bordo
della nave cosmica, nel buio vedevo scorrere sotto i miei piedi oceani le continenti, il giorno cedere
il posto alla notte. Mi sembrava di vedere in basso, pugno di diamanti splendenti, le città notturne
potentemente illuminate. Non ero mai stato all’estero fino a quel momento ma nel mio pensiero
sorvolavo Pechino e Londra, Roma e Parigi, e Gžatsk, la città della mia infanzia. Questo gioco mi
aiutava a sopportare la mia solitudine.
Forse, pensavo, solo i poeti hanno cercato di penetrare i segreti dell’universo prima degli
scienziati. Mi tornavano alla memoria certi versi di Lermontov e ricordavo che il regista Aleksandr
Dovženko aveva detto al secondo congresso degli scrittori sovietici: «Credo al trionfo della
fraternità tra i popoli, credo al comunismo. Ma se mio fratello o mio figlio dovessero perire in un
punto imprecisato dello spazio, durante il primo volo verso Marte, non direi a nessuno la gravità
della perdita». Queste parole erano state pronunciate in occasione della nascita del primo satellite
artificiale della Terra.
Mi piaceva assaporare profondamente il silenzio, un silenzio così intenso che è difficile da
immaginare. Ma io ho sempre amato il silenzio, perché facilita il lavoro e favorisce la meditazione.
Quando uscivo dalla «cella» di isolamento dopo un periodo di tempo che mi era sconosciuto
all’entrata, i medici si stupivano del mio sangue freddo e della mia tranquillità, del mio equilibrio
psichico e della resistenza dei miei nervi. È evidente che non tutti riuscivano a mantenere questo
atteggiamento sereno durante gli allenamenti, sia nella «cella», sia nella camera termica, nella
centrifuga o nel vibrostand. Di qui la selezione. Poco a poco, il gruppo dei candidati al primo volo
spaziale si assottigliava. Più tardi la scelta sarebbe caduta su uno solo dei superstiti. Le nostre prove
erano molto più difficili degli esami di ammissione all’Università di Mosca dove, mi hanno detto, si
presentano molte decine di allievi per un posto solo.
Non ci accorgemmo nemmeno del passaggio dell’autunno, tanto eravamo impegnati nei corsi
teorici e negli allenamenti. In quei giorni si svolgeva a Mosca la Conferenza dei rappresentanti dei
partiti comunisti e operai, con la partecipazione di delegati di ottantuno partiti. La dichiarazione
della Conferenza diceva tra l’altro che la nostra epoca era caratterizzata dal fatto che il sistema
socialista mondiale era diventato un fattore decisivo per l’evoluzione della società umana. L’unione
degli Stati socialisti in un solo campo, la sua solida unità e la sua crescente potenza garantivano, nel
quadro di questo sistema, il trionfo completo del socialismo. La Conferenza sottolineava ancora che,
se fosse stato attuato il programma di disarmo generale e completo proposto dall’Unione Sovietica,
esso avrebbe avuto una importanza storica nei destini di tutta l’umanità. Si trattava di un documento
di grande importanza. Vi si affermava in sostanza che la missione storica dei comunisti non era
soltanto quella di cancellare dal mondo lo sfruttamento e la miseria, di escludere per sempre ogni
possibilità di guerra tra gli uomini, ma anche di risparmiare alla gente della nostra epoca la sciagura
di una nuova guerra mondiale.
Leggendo questo documento mi rendevo conto che la mia vita avrebbe avuto un senso soltanto
quando avrei fatto qualcosa per servire il mio popolo. Un passaggio della Dichiarazione aveva poi
un particolare significato per noi, futuri cosmonauti. Esso diceva: «La scienza sovietica ha aperto una
nuova era della civiltà mondiale dando inizio alla conquista del cosmo e dimostrando
clamorosamente la potenza economica e tecnica del campo socialista».
Queste parole ci fecero sentire tutta la nostra responsabilità non soltanto di fronte al nostro paese
ma a tutti i paesi del campo socialista, a tutti i comunisti del mondo. Il futuro volo dell’uomo nel
cosmo aveva obiettivi esclusivamente pacifici. Di questo ne eravamo certi perché la nave cosmica
era completamente priva di equipaggiamento di carattere militare. Oltre a ciò, tutto il nostro
allenamento lo provava. La realizzazione di una tale impresa sarebbe stata un grande trionfo per la
politica di pace del nostro popolo, una grande vittoria per tutti di amici della pace.
L’aspirazione del nostro popolo alla pace, alle opere pacifiche, era dimostrata da fatti concreti.
Una dopo l’altra, entravano in servizio le gigantesche imprese del piano settennale. Il potente
laminatoio «2500», del kombinat siderurgico di Magnitogorsk, era terminato. Si procedeva a caricare
l’altoforno di Krivoj-Rog, uno dei più grandi del mondo. Al complesso siderurgico di Temir-Tau,
soprannominato «Magnitka del Kazakistan», era entrata in funzione la prima batteria a carbone. In
questo periodo ricevetti molte lettere da vecchi compagni di reggimento che erano stati smobilitati in
base alla nuova legge sulla riduzione delle nostre forze armate. Mi raccontavano le rispettive
impressioni sul loro impiego attuale nell’industria o nell’agricoltura, settori assolutamente nuovi per
chi aveva lungamente servito nell’esercito. I Vdovin, per esempio, s’erano sistemati a Kaluga, città
di Konstantin Ciolkovoskij, come insegnanti. Mi dicevano che la loro Irinka era molto cresciuta e si
ricordava spesso di me. Valja e io rispondemmo che anche la nostra Lenocka era cresciuta, che
camminava già da sola e che aspettava un fratellino, o una sorellina.
Il primo dicembre 1960 la nostra terza nave cosmica fu messa in orbita attorno alla Terra. Portava
a bordo le cagnette Pcëlka e Muška, cavie, insetti e piante. I programmi di esplorazione spaziale in
preparazione dell’invio dell’uomo nel cosmo procedevano secondo un piano rigoroso. Anche questo
lancio fornì preziose indicazioni ai nostri scienziati ma stavolta le cose andarono meno bene. Nella
fase di discesa dall’orbita, la nave cosmica s’era allontanata dalla traiettoria calcolata
disintegrandosi a contatto con gli strati densi dell’atmosfera.
Alcuni specialisti avevano temuto che la notizia del mancato recupero della nave cosmica potesse
avere sfavorevoli ripercussioni sul nostro morale. Ma noi avevamo capito che s’era trattato di un
caso sfortunato, possibile perché la vita è molto più complessa di quanto non si creda. Ci dispiaceva
per lo sputnik e per la somma di sforzi e di denaro ch’esso era costato ma, in imprese del genere,
certe perdite sono inevitabili.
Intanto i nostri studi e i nostri allenamenti proseguivano a ritmo sostenuto. Sempre più spesso e per
periodi di tempo sempre più lunghi ci esercitavamo nella cabina della nave sputnik e vi prendevamo
posto come in una casa nuova. Gradatamente dovevamo abituarci a ogni pulsante. I nostri esercizi
consistevano nel ripetere i gesti che avremmo dovuto fare durante il volo. Bisognava che questi gesti
diventassero automatici, che le mani sapessero eseguire da sole qualsiasi movimento in ogni
circostanza. Imparavamo a maneggiare i sistemi di comando a mano per la direzione della nave
cosmica, per il suo orientamento e per l’atterraggio, a regolare la temperatura, la climatizzazione e la
pressione dell’aria, a servirci degli apparecchi di controllo e di guida. Gli scienziati avevano
previsto tutti i nostri gesti. Oltre a ciò, dedicavamo molto del nostro tempo a farci un’espenenza sul
modo di stabilire i contatti con la Terra per tutte le vie e con tutti i mezzi possibili. Poi dovevamo
ragionare in modo logico, annotare le nostre impressioni sul giornale di bordo col numero più
ristretto di parole e di cifre ma con la massima precisione. Dovevamo immaginarci, in sostanza, di
trovarci a bordo di una vera nave cosmica in volo sopra la Terra.
Per prepararci alle eventuali varianti del volo i nostri ingegneri avevano costruito un’eccellente
camera di allenamento equipaggiata con installazioni elettroniche molto ingegnose. Il futuro
cosmonauta, seduto nella sua poltrona, ha sotto gli occhi quadranti indicativi e globi colorati che si
accendono e si spengono a tratti avvertendolo dei mutamenti di situazione che possono realmente
verificarsi durante il volo. Oltre a ciò deve eseguire le prescritte conversazioni radio, registrate su
nastro magnetico, le osservazioni attraverso gli oblò servendosi dell’orientatore ottico, orientarsi sul
globo e scrivere il giornale di bordo. Insomma, hai appena il tempo di respirare.
Durante le nostre sedute nel modello di cabina spaziale noi vivevamo dunque tutte le fasi del volo
non solo come avrebbe dovuto svolgersi secondo i calcoli ma anche nelle sue diverse varianti
prodotte da eventuali avarie. Per farla breve, facevamo a terra delle vere e proprie esperienze di
volo, chiusi nello scafandro protettivo, nel casco e nei guanti assolutamente ermetici che ci
garantivano la vita e la possibilità di lavorare qualora la cabina, per una ragione o per un’altra,
avesse perduto le sue qualità ermetiche. Così vestiti dovevamo anche mangiare e bere acqua.
- Quando si esce da quell’apparecchio, - dicevano i miei compagni - si è più stanchi che dopo le
centrifughe con tutte le loro sensazioni.
- Non prendetevela, - rispondevo loro - tutto arriva al tempo giusto per chi sa aspettare.
La fine di Pcëlka e Muška, disintegratesi con la terza nave cosmica, aveva prodotto su di noi una
penosa impressione che non volevamo confessare nemmeno a noi stessi. Ma non durò a lungo e
scomparve completamente quando apprendemmo il riuscito lancio di un satellite pesante della Terra
del peso di sei tonnellate e mezza e, soltanto otto giorni dopo, la partenza, da un satellite analogo, di
un razzo cosmico che aveva scagliato una stazione automatica interplanetaria in direzione di Venere.
La stazione automatica interplanetaria, recante le insegne dell’Unione Sovietica, annunciava che i
nostri scienziati avevano aperto la strada verso i pianeti del sistema solare.
A casa tutto andava per il meglio anche se non potevo impedirmi di essere preoccupato per Valja
che doveva partorire da un giorno all’altro. Questa volta avrei voluto un maschio. Valja, invece,
voleva una seconda bambina. Non sapevo come si sentisse Valja né se avesse bisogno di qualcosa: la
preparazione intensa cui ero sottoposto mi impediva di starle vicino come avrei voluto.
Il sette marzo Valja partorì una bambina. Il nove i miei compagni mi annunciarono:
- Sei un uomo fortunato, Jura. Eccoti un altro regalo per il tuo anniversario.
- Di che regalo si tratta? - chiesi loro.
- Ecco qua, è stata lanciata la quarta nave cosmica.
Lo stesso giorno la quarta nave cosmica ritornava a terra: aveva a bordo la cagnetta c ernuška,
piccole cavie e un manichino della grandezza di un uomo collocato sul sedile del pilota. Il lancio era
servito a verificare la tenuta in volo della nave cosmica e il funzionamento delle apparecchiature
destinate ad assicurare le condizioni indispensabili alla vita umana nel cosmo. Era chiaro che il volo
di un uomo nello spazio maturava rapidamente.
Qualche giorno dopo, alla conferenza dei migliori lavoratori agricoli del nuovo territorio delle
Terre vergini, che essi avevano valorizzato scrivendo un’altra pagina gloriosa nella storia del nostro
paese, Chrušcëv annunciò: «Noi sappiamo che non è lontano il giorno in cui la prima nave spaziale
con a bordo un uomo sarà lanciata nel cosmo». A partire da quel momento avemmo la certezza di
quello che ci attendeva: uno di noi non avrebbe ritardato a partire. A pensarci, ci sentivamo riempire
di gioia mista a una certa ansietà.
Naturalmente l’Unione Sovietica non era sola a preparare il volo di un uomo nel cosmo. Anche gli
Stati Uniti lo stavano preparando e da molto tempo i giornali, all’estero, parlavano dei lanci
americani riusciti o mancati, di satelliti della Terra e di razzi cosmici. Sulla rivista «Life» avevamo
visto la fotografia dello scimpanzé che era tornato sano e salvo dal suo volo spaziale dopo essere
stato lanciato da Cape Canaveral a bordo di un razzo. Le agenzie di stampa americane facevano
sapere che sette candidati erano stati scelti per essere lanciati nello spazio all’interno di una capsula
a forma di campana, di dimensioni piuttosto ridotte, che avrebbe dovuto essere collocata in cima a un
missile di tipo Redstone. Il missile doveva raggiungere l’altezza di centoquindici miglia. Tutto il
volo sarebbe durato soltanto un quarto d’ora.
Qualche tempo dopo, il direttore del progetto «Mercury» annunciava che tra i sette candidati ne
erano stati selezionati tre: John Hershel Glenn, di 39 anni, tenente colonnello di fanteria di marina,
originario di New Concord, Stato dell’Ohio; Virgil Iven Grissom, di 34 anni, capitano di aviazione,
nato a Mitchell, Stato dell’Indiana; Alan Shepard, di 37 anni, capitano di corvetta, nato a East-Derry,
Stato del New Hampshire. I tre, secondo l’agenzia United Press International, erano stati scelti in
base a «nu-merose indicazioni d’ordine medico e tecnico». Ufficiali di carriera, lavoravano nel
settore delle ricerche scientifiche dell’aeronautica. Il loro allenamento durava da ventidue mesi.
Glenn e Grissom avevano servito nell’aviazione durante la seconda guerra mondiale e
successivamente nella guerra di Corea, Shepard a bordo di un cacciatorpediniere nel Pacifico. I
giornali americani pubblicavano le loro foto e indiscrezioni sulla loro vita. Dicevano che Glenn
amava fare del canottaggio, che Grissom preferiva la pesca e che Shepard era un appassionato di
pattinaggio e di sci nautico.
Il volo progettato dagli Stati Uniti secondo una traiettoria balistica non poteva, in ogni caso, essere
considerato come un volo cosmico. Il suo scopo più evidente, dunque, era quello di far sensazione.
Gli scienziati e i costruttori sovietici invece, dall’inizio dei loro lavori, cui adesso prendeva parte
attiva anche il nostro gruppo di candidati cosmonauti, s’erano sforzati di creare dei satelliti artificiali
pesanti della Terra e delle navi cosmiche di grandi dimensioni.
Questa era la linea di principio per lo sviluppo dei voli cosmici seguita dall’Unione Sovietica. Il
costruttore capo ci diceva che non c’era altra via per realizzare il volo dell’uomo nel cosmo.
È evidente che noi provavamo un vivo interesse per quei giovani e coraggiosi americani che si
preparavano a prendere il volo nel missile Redstone. Eravamo certi che un giorno avremmo potuto
parlare con loro di tutto quello che avevamo visto e provato perché il volo cosmico, secondo noi,
avrebbe avvicinato i nostri due paesi. D’altro canto però eravamo sicuri che il primo uomo a
penetrare nel cosmo sarebbe stato un cittadino sovietico. E avevamo le nostre buone ragioni.
- L’oriente è più vicino al sole dell’occidente - dicevano scherzando i miei compagni scorrendo
cataste di giornali americani. Fu in quei giorni che mi capitò tra le mani il libro dell’aviatore
americano Frank Everest, «l’uomo più veloce del mondo». Il nome dell’autore m’era noto e con
molto interesse cominciai a leggere l’opera di quest’uomo di carattere che attraverso sforzi inauditi
era riuscito a raggiungere tutti gli obiettivi voluti. Le cose andarono bene fino al tredicesimo capitolo
intitolato La conquista del cosmo. Ma qui fui preso dall’avversione e dal disgusto. Everest diceva,
per esempio: «Sono convinto che colui che per primo si renderà padrone del cosmo dominerà la
Terra. Non è detto che i destini degli uomini debbano essere retti da una grande potenza. Anche un
paese relativamente debole, per mezzo di una nave spaziale armata di missili teleguidati a testata
atomica, potrebbe conquistare la supremazia mondiale. Avendo a disposizione un’astronave e delle
armi atomiche, questo paese potrebbe attaccare l’avversario dal cosmo senza correre il rischio di un
contrattacco. E la vittoria non potrebbe mancargli».
Ma di quale piccolo paese parlava dunque Everest?
Forse della Germania di Adenauer? Ad ogni modo queste chiacchiere sapevano di fascismo a
cento chilometri di distanza. Per quel che ci riguardava, noi sovietici non aspiravamo a penetrare nel
cosmo allo scopo di soggiogare altri paesi e altri popoli. La conquista del cosmo da parte del popolo
sovietico era legata al rapido progresso della scienza e della tecnica del nostro paese. Secondo me i
voli a bordo di navi cosmiche potevano aiutare la scienza a risolvere grossi problemi e, forse, a
rispondere a una domanda che ha sempre angosciato gli uomini: come è nato l’universo? E la stessa
origine della vita, problema certamente di altrettanta importanza, poteva essere chiarita attraverso la
penetrazione dell’uomo nel cosmo e i voli sui pianeti più vicini.
Secondo il calcolo delle probabilità, la vita biologica esiste su milioni di pianeti somiglianti alla
nostra Terra. Giordano Bruno, grande pensatore del passato, aveva già espresso l’idea di una
moltitudine di mondi popolati da esseri viventi. La stessa audacissima idea era stata sviluppata dal
grande scienziato russo Michail Lomonosov. È possibile insomma che su molti pianeti degli esseri
pensanti abbiano una storia molto più lunga di quella umana e si trovino a una tappa di evoluzione
superiore alla nostra.
Nell’aria aleggiava il soffio della primavera. E un’atmosfera primaverile era entrata anche nella
mia famiglia con la nascita della seconda bambina alla quale avevamo dato il nome di Galja. A volte
andavo avanti e indietro per la stanza e la cullavo cantando sottovoce:

Galja, Galjnka
milaja kartinka18.

Ma non avevo molto tempo per occuparmi dell’ultima nata. Ero chiamato al cosmodromo: la
nostra nave cosmica era pronta per un ultimo lancio di controllo e avrebbe dovuto portare con sé
delle cavie e un manichino collocato sul sedile del pilota. Il cosmodromo è un enorme, spazio,
lontano dalle grandi strade di comunicazione, regno degli ingegneri e dei tecnici. È là che vengono
montati e preparati per il lancio potenti missili e navi cosmiche. È di là ch’essi partono per il cielo.
Sul terreno di lancio trovai una cagnetta bastarda, dal pelo rossiccio cosparso di macchie scure.
La sollevai: non doveva essere più di sei chili. La carezzai e mi leccò la mano, fiduciosa. Mi
ricordò, in quel momento, un cane col quale avevo spesso giocato, quando ero bambino, nel mio
villaggio natale.
- Come si chiama?
Non aveva un nome ma soltanto il suo numero di animale da esperimento. Come si poteva inviare
nel cosmo un passeggero senza nome, senza passaporto? Non era possibile. Allora ci dissero di
trovarle noi un nome adatto. Rapidamente ne trovammo una buona dozzina. Ma nessuno si adattava a
quella cagnetta rossiccia, così gentile. In quel momento mi chiamarono. Posai a terra la cagnetta
dicendole:
- Allora, buona fortuna, Zvezdocka19.
- Bene, - disse la gente che stava lì attorno - la chiameremo Zvezdocka.
Ed è sotto questo nome che, in seguito, i giornali hanno parlato di lei.
Adesso potevo vedere il missile vettore, costruzione gigantesca che svettava sul cosmodromo
come una torre o un faro. Lo guardavo, rispettoso e affascinato e gli uomini indaffarati che vi
lavoravano attorno sembravano incredibilmente piccoli. Erano gli ultimi preparativi prima della
partenza, gli ultimi controlli al razzo e alla nave cosmica. Poi Zvezdocka e i suoi compagni di
viaggio furono portati con l’ascensore in cima al missile e installati nella cabina ermetica. A questo
punto ricominciò, per l’ennesima volta, la verifica di tutti i sistemi. Il momento del lancio si
avvicinava. L’ordine doveva essere dato da un momento all’altro.
In quell’istante mi immaginai che non fosse Zvezdocka a partire, ma io stesso, cercai di pensarmi
chiuso all’interno della cabina della nave cosmica puntata contro il cielo. E sentii che forse sarei
stato io il primo uomo a essere lanciato nel cosmo.
Via! L’ordine risuonò secco, come una fucilata. Circondato dalle fiamme che sfuggivano dagli
ugelli, in un crescente frastuono di motori ruggenti, il corpo lungo e pesante del missile pluristadio si
alzò quasi a fatica sulla rampa di lancio. Come un essere vivo e intelligente percorso da una leggera
vibrazione, il missile sembrò restare sospeso, immobile per due o tre secondi vicinissimo al suolo.
Poi, d’un tratto, in un turbine di fuoco, mi sfuggì alla vista e scomparve lasciando dietro di sé, nel
cielo, una scia incandescente. Tutto s’era svolto come l’avevo immaginato.
- Hai visto, - mi dissero i miei compagni - è così che ti vedremo partire.
Restai tutto quel giorno sotto l’impressione del lancio. La nave cosmica era già tornata sulla Terra
al punto prestabilito, dopo aver compiuto un giro del globo, biologi e medici si occupavano già di
Zvezdocka, che aveva superato felicemente la prova, e io pensavo ancora a quello che era accaduto
sotto i miei occhi e sapevo che tra breve tutta la scena si sarebbe ripetuta per me. Il fragore della
partenza mi riempiva gli orecchi e i getti infuocati espulsi dal razzo mi balenavano negli occhi: ma
non ne ero atterrito. Al contrario, ne ero decisamente ammirato. Mi ricordai allora che il capo
squadra dell’officina di Ljubercy, un omaccione alto e baffuto, vedendo noialtri allievi della scuola
professionale arretrare davanti al calore della ghisa in fusione, se ne era uscito con la famosa frase:
- Il fuoco è forte, l’acqua è più forte del fuoco, la terra è più forte dell’acqua, ma l’uomo è più
forte di tutti.
Tornato a casa, Valja mi chiese perché mai fossi così esaltato e dove passassi la maggior parte
delle mie giornate. Ancora una volta volli dare alla mia spiegazione un tono scherzoso e dissi:
- M’imbarco per il cosmo. Preparami dunque questa valigia con un po’ di biancheria.
- È già pronta - rispose Valja.
Allora compresi che sapeva già tutto. Messe a letto le bambine, ci fu tra noi due, dopo cena, un
fitto dialogo. Per la prima volta dissi a Valja che il volo di un uomo nel cosmo era ormai prossimo e
che forse la scelta sarebbe caduta su di me.
- Su di te? - domandò Valja. - E i tuoi compagni non si arrabbieranno?
Feci allora del mio meglio per spiegare a Valja le ragioni sulle quali fondavo le mie speranze. E
dal suo volto, diventato improvvisamente serio, dai suoi echi, dalla sua voce mutata, dal leggero
tremito he le agitò le labbra, capii che Valja era fiera e, nello stesso tempo, angosciata. Ma non volle
dirmi niente per non preoccuparmi. Passammo la notte senza chiudere occhio, chiacchierando,
evocando il passato e facendo progetti per l’avvenire. Vedevamo già le nostre figlie grandi e sposate
e noi intenti a occuparci dei nipotini. La nostra vita sarebbe trascorsa dolcemente, senza guerra né
discordie, come noi la pensavamo sotto il comunismo. Poi, una volta esauriti tutti gli argomenti, volli
che Valja mi dicesse cosa ne pensava della prova che mi attendeva.
Mi rispose:
- Se sei sicuro di te, vacci. Tutto andrà bene.
Mercoledì, 12 aprile
Il giorno del lancio si avvicinava. Da un giorno all’altro dovevamo partire per il cosmodromo di
Bajkonur ed ero impaziente. Raramente nella mia vita ho dovuto sopportare attese così penose.
Sapevo che la nave cosmica che sarebbe stata lanciata di lì a poco aveva ricevuto il nome di
Vostok20 forse per ricordare che il sole sorge a Oriente e che la luce sgorga dall’Oriente quando
viene a cacciare le tenebre della notte. Prima della partenza ci fu una riunione d’addio dei membri
del partito. Tutti pensavano che sarei stato io il primo viaggiatore del cosmo. E tutti prendevano la
parola: quelli che partivano e quelli che dovevano restare.
- Noi vi invidiamo, ma senza cattiveria, con amicizia. Tutti i nostri auguri di buon viaggio. Quando
tornerete dal cosmo, non fate le persone importanti, non datevi troppe arie. Restate modesti come
siete oggi - dicevano i nostri compagni.
Venne il mio turno e dissi:
- Sono felice e fiero di essere stato scelto come uno dei primi cosmonauti. Non ho risparmiato le
forze per figurare tra i migliori. Prometto ai miei compagni comunisti che non le risparmierò in
avvenire e che farò tutto quello che è in mio potere per compiere la missione che mi sarà affidata dal
partito e dal governo. Partirò per il cosmo con la coscienza tranquilla e il più gran desiderio di
portare a termine il mio compito come ogni comunista deve saper fare. Unisco la mia voce a quella
dei numerosi collettivi di scienziati e di operai che, avendo creato la nave cosmica, vogliono
dedicarla al XXII Congresso del nostro partito.
Nessuno pronunciò lunghi discorsi a questa riunione. Tutti erano commossi. Forse, pensavo,
durante la guerra i comunisti s’erano raccolti a questo modo per salutare i compagni in partenza.
Molti cosmonauti dovevano raggiungere il cosmodromo. Bisognava essere pronti a tutte le
eventualità. Se un granello di polvere fosse finito nell’occhio del primo candidato, se la sua
temperatura fosse aumentata di un mezzo grado o il suo polso si fosse messo a battere una mezza
dozzina di pulsazioni in più al minuto lo si doveva sostituire con un altro cosmonauta allenato
altrettanto bene. Tutti i compagni che partivano erano, come me, pronti al volo. Il lancio doveva aver
luogo assolutamente il giorno fissato, all’ora e al minuto previsti. Molti medici e specialisti ci
accompagnavano.
Qualche giorno prima del volo ero tornato a Mosca, e per tutto il viaggio verso il cosmodromo
pensai all’emozione che m’aveva assalito davanti al Mausoleo. Molti sovietici, prima di compiere
qualcosa di decisivo, si sentono attirati dalla Piazza Rossa e vanno a salutare Lenin davanti al
Cremlino. Nelle chiare notti di giugno, studenti e studentesse che hanno ottenuto il loro diploma di
studi secondari, attraversano la Piazza Rossa tenendosi per mano. Vent’anni fa, in quel terribile 1941,
le milizie popolari di Mosca sfilarono davanti al Mausoleo. E quando i sovietici vengono a Mosca
da un punto qualsiasi del paese, sentono il bisogno di venire qui, su questa piazza. Anche i nostri
amici stranieri lo fanno.
Avevo costeggiato lentamente le mura del Cremlino, dalla parte della Moscova, e l’orologio della
Torre Spasskaja s’era messo a suonare nel momento in cui attraversavo la piazza. M’ero fermato
all’entrata del Mausoleo, la mano alla visiera, per assistere al cambio della guardia. Poi, rallegrato
da un volo di colombi e dalla vista della nostra bandiera sul Palazzo del Cremlino, me n’ero andato
senza meta attraverso la città che per me non ha uguali al mondo.
Una marea umana rumoreggiava attorno a me, forse eccitata dalla primavera, e migliaia di persone
mi passavano accanto sfiorandomi. Nessuno mi prestava attenzione, nessuno sapeva che si stava
preparando un avvenimento formidabile, senza precedenti nella storia. «Ci sarà un’esplosione di
gioia in tutto il popolo, - pensavo - quando l’impresa sarà realizzata».
Partimmo di notte per il cosmodromo. Uno dei nostri accompagnatori era Evgenij Anatolevic,
nostro comandante, medico e guida. Quest’uomo affascinante e pieno di tatto, che da vent’anni si
dedicava alla preparazione degli aviatori, s’era preso cura di noi fin dai primi giorni della nostra
preparazione. E adesso eravamo per lui, secondo le sue parole, come dei libri nei quali poteva
leggere dalla prima all’ultima pagina. Ci conosceva meglio di quanto non ci conoscessimo noi stessi.
Oltre a Evgenij Anatolevic vi erano, tra i nostri accompagnatori, Nikolaj Petrovic Kamanin, uno dei
primi eroi dell’Unione Sovietica, cui si doveva la formazione di numerosi eccellenti piloti.
Volavamo al di sopra di nuvole vaporose che lasciavano intravedere, attraverso squarci
improvvisi, la terra nuda di primavera qua e là ancora coperta di neve molle. Guardavo in basso e
pensavo ai miei genitori, a Valja, alle mie bambine. A un certo momento mi sorpresi a chiedermi che
cosa avrei fatto dopo il volo. E mi risposi che, dopo, avrei continuato a studiare.
Al mio fianco era seduto un mio grande amico, Titov, un audace pilota, il cosmonauta numero 2.
Anche lui comunista, entrato nel partito attraverso la nostra organizzazione, anche lui dotato di un
buonumore stabile, era pervaso dalla gioia di vivere come un bambino. E adesso anche lui guardava
la terra scorrere sotto i nostri piedi e senza dubbio rimuginava i miei stessi pensieri. A volte i nostri
sguardi si incrociavano. Allora ci scambiavamo un sorriso e ci capivamo così, senza bisogno di
parole. Qualcuno aveva temuto che, venuti a conoscenza della data del lancio saremmo diventati
nervosi. Niente di simile era accaduto. Il mio compagno, pronto a prendere il mio posto nella cabina
del Vostok se fosse stato necessario, e io stesso, eravamo in una forma smagliante.
Vedevo Titov di profilo e non potevo impedirmi di ammirare i tratti regolari del suo volto
intelligente, la fronte spaziosa sulla quale ricadeva un ciuffo di capelli castani. Allenato come me,
era certamente in grado di affrontare prove più difficili. Di qui m’ero convinto che i nostri dirigenti,
avendo scelto me per il primo volo, volevano tenerlo in serbo per un’altra e più complessa missione.
Al cosmodromo fummo ricevuti da numerosi specialisti che già conoscevamo e dal costruttore
capo in persona. Gli stava accanto il teorico della cosmonautica, un grande scienziato sovietico che
noi chiamavamo così da quando avevamo saputo che sotto la sua direzione venivano effettuati tutti i
calcoli per i viaggi cosmici. Lui e il costruttore capo formavano una coppia inseparabile. Sapevo che
questi due uomini non si sarebbero mai concessi un istante di tregua, che non avrebbero mai cessato
di cercare il nuovo, sempre con maggiore audacia. Basti dire che la collaborazione creatrice di
questi due grandi esponenti della scienza sovietica, e delle squadre di scienziati e ingegneri uniti dal
loro pensiero, aveva prodotto la nostra nave cosmica, tracciandole una via sgombra di pericoli
attorno al nostro pianeta per ricondurla intatta alla Terra.
Al comodromo, dove eravamo sbarcati poco prima del lancio del Vostok, tutto suscitava
ammirazione e meraviglia. Era un mondo così solenne che ci si sentiva spinti a farne il giro
rispettosamente, a capo scoperto. Le rampe di lancio dei razzi cosmici e le installazioni destinate a
seguirne il volo erano forse più complicate delle navi spaziali. Il tempo passò veloce e ci trovammo
d’un tratto alla vigilia del giorno stabilito per il lancio. Finalmente, per noi cosmonauti, era giunto un
periodo di completo riposo. Un magnetofono diffondeva una musica dolce e riposante.
Era ormai la sera della vigilia. Dopo una breve partita a biliardo cenammo a tre: il medico e noi
due cosmonauti. Da qualche giorno il nostro menù era esclusivamente composto di alimenti
«cosmici», saporiti e sostanziosi, che schiacciavamo direttamente in bocca dai relativi tubetti.
Durante il pasto non si parlò del volo ma della nostra infanzia, dei libri letti, del nostro avvenire.
Eravamo di umore eccellente. Il costruttore capo, buono e premuroso come sempre, venne a vederci.
Non ci fece domande e disse semplicemente:
- Tra cinque anni, per andare nel cosmo, basterà rivolgere una domanda ai sindacati.
La battuta fu accolta da una risata. E il costruttore capo, soddisfatto di vederci così calmi e allegri,
se ne andò dopo aver consultato il suo orologio. Il suo modo di fare non tradiva la più piccola
preoccupazione. Era sicuro di me come di se stesso.
Poi il medico mi applicò al corpo sette elettrodi sensibili che avrebbero dovuto registrare le
funzioni fisiologiche del mio organismo. La procedura era abbastanza lunga e niente affatto
piacevole. Ma l’avevo già subita più d’una volta durante gli allenamenti e mi ci ero abituato.
Alle 21.50 Evgenij Anatolevic mi misurò la tensione arteriale, la temperatura e il polso. Tutto
normale: tensione 115, temperatura 36,7, polso 64.
- E adesso, a letto - ordinò.
- A letto? D’accordo - risposi docilmente.
Me ne andai subito a dormire, nella stanza dov’era stato sistemato un letto anche per Titov. Da
molti giorni, ormai, facevamo le stesse cose, avevamo lo stesso regime, come due gemelli. Del resto,
non ci si sente forse tali quando si vive strettamente uniti per raggiungere lo stesso scopo? Stavamo
scherzando tra noi quando Evgenij Anatolevic entrò nella stanza.
- Bambini, avete bisogno che vi aiuti ad addormentarvi? - ci chiese, tenendo le mani sprofondate
nelle tasche del camice bianco.
Rifiutammo tutti e due il sonnifero. Non ne avevamo bisogno. E del resto eravamo sicuri che il
nostro medico non aveva con sé alcuna compressa di questo tipo sapendo perfettamente ciò che
serviva ai suoi pazienti. Ci avevano raccontato di lui che quando un aviatore si lamentava d’una
emicrania e gli chiedeva un’aspirina, Evgenij Anatolevic gli somministrava del bicarbonato di soda
ottenendo l’effetto desiderato: il mal di testa scompariva immediatamente.
Sei o sette minuti dopo ero già addormentato.
Il giorno seguente lo stesso Evgenij Anatolevic mi disse che una mezz’ora più tardi era entrato a
passi di lupo nella nostra stanza e aveva constatato che dormivo profondamente, sdraiato sulla
schiena, una mano contro la guancia. Anche il cosmonauta numero 2 dormiva, piegato sul fianco
destro. Molte altre volte, nel corso della notte, il dottore era venuto a controllare il nostro sonno.
Dormivamo tranquillamente, sempre nella stessa posizione, e nessuno di noi aveva avvertito la sua
presenza. Penso di aver dormito saporitamente, senza incubi e senza sogni. Alle tre del mattino era
venuto a vederci anche il costruttore capo. Aveva socchiuso l’uscio, s’era accertato che dormissimo
e se n’era andato quasi subito. Non aveva sonno, lui, ed era rimasto fino a tarda notte a leggere la
rivista «Moskva».
Evgenij Anatolevic non aveva chiuso occhio. Aveva passeggiato tutta la notte attorno alla casa,
furioso contro le automobili che passavano sulla strada e i rumori provenienti dal cantiere di
montaggio. Ma noi avevamo dormito come dei neonati e non c’eravamo accorti di niente. Alle 5.30
Evgenij Anatolevic entrò nella stanza, mi toccò una spalla dicendo:
- Jura, bisogna alzarsi.
- Alzarsi ? Va bene...
Un attimo dopo ero in piedi e, accanto a me, Titov canticchiava un motivo buffo che avevamo
composto noi due e che parlava di mughetti.
- Avete dormito bene? - chiese il dottore.
- Come avete potuto constatare - gli risposi.
Dopo l’abituale ginnastica e la toletta mattutina facemmo colazione coi soliti tubetti: pasta di
carne, gelatina di ribes nero, caffè. Poi fu la volta della visita medica e del controllo degli elettrodi
che avevano registrato le nostre funzioni biologiche. Tutto era normale e il responso fu scritto nel
protocollo medico. Era venuto il momento di indossare l’equipaggiamento cosmico. Cominciai da
una tuta aderente, azzurra, calda, soffice e leggera. Successivamente i miei compagni mi aiutarono a
entrare nello scafandro di protezione, di un vivace arancione, che doveva permettermi di lavorare
anche se, in orbita, la cabina della nave cosmica avesse perduto le sue qualità ermetiche. Perdemmo
un certo tempo nel controllo accurato di tutti i dispositivi e le apparecchiature dello scafandro, infilai
il casco speciale che mi isolava dai rumori e, sopra questo, un altro casco ermetico sul quale erano
dipinte quattro lettere maiuscole: «CCCP».
Tra quelli che mi aiutavano in questa complicata vestizione c’era il celebre paracadutista Nikolaj
Konstantinovic, l’istruttore che aveva insegnato ai cosmonauti i salti più difficili. I suoi consigli mi
erano particolarmente preziosi perché Nikolaj Konstantinovic s’era fatto catapultare da un aereo in
volo legato a un sedile simile a quello installato nella nave cosmica e munito di uno speciale sistema
di paracadute. La cosa era importante per noi dato che, secondo i programmi del primo volo
cosmico, era stata presa in considerazione una variante in base alla quale il cosmonauta sarebbe stato
catapultato a una altezza relativamente bassa, sia per ragioni di sicurezza sia nel caso in cui
l’astronave fosse andata ad atterrare in una regione accidentata. Liberatosi in un secondo tempo del
sedile, il cosmonauta avrebbe potuto atterrare col paracadute individuale mentre la nave cosmica
avrebbe effettuato una normale discesa, rallentata da altri paracadute.
A questo punto entrò il costruttore capo. Per la prima volta mi sembrò stanco e preoccupato, forse
a causa della notte insonne. Ma un sorriso benevolo gli illuminava a tratti il volto tirato. L’avrei
abbracciato volentieri, come se fosse stato mio padre. Mi diede gli ultimi consigli ed ebbi
l’impressione di vederlo più sollevato dopo il nostro colloquio.
- Tutto andrà bene, tutto funzionerà normalmente - gli dicemmo, il cosmonauta numero 2 e io,
simultaneamente.
In basso ci aspettava un autocarro specialmente attrezzato. Presi posto nella «poltrona cosmica»,
somigliante a quella che mi aspettava nella nave spaziale perché il mio scafandro, dotato di un
sistema di aereazione alimentato da energia elettrica e ossigeno, doveva essere in contatto con le
fonti di energia installate sull’autocarro. Tutto funzionava perfettamente.
Cominciammo a filare sulla strada e, di lontano, scorsi il corpo argenteo del missile puntato verso
il cielo coi suoi sei motori capaci di sviluppare una forza di venti milioni di cavalli. Man mano che
ci avvicinavamo alla rampa di lancio, il missile si faceva sempre più grande, simile a un immenso
faro, adesso che il primo raggio di sole ne illuminava la cuspide affilata. Il tempo era favorevole al
volo. Il cielo era puro. Soltanto sul fondo, lontanissimi, erano visibili cumuli di nuvole di un
luminoso grigio perla.
- Un milione di chilometri di altezza. Un milione di chilometri di visibilità - sentii gridare attorno
a me.
Solo un aviatore poteva servirsi di quel linguaggio. Sul terreno di lancio, uno accanto all’altro,
vidi subito il costruttore capo e il teorico della cosmonautica. Erano insieme come sempre, in questa
che doveva essere la loro più difficile giornata. I loro volti espressivi erano illuminati dal sole
mattutino che ne metteva in risalto la più piccola ruga. Poco lontano c’erano i membri della
Commissione statale per il primo viaggio cosmico, i direttori del cosmodromo, la commissione di
partenza, scienziati, costruttori, il mio fedele amico Titov e tutti gli altri cosmonauti.
- Questo sole, - gridai loro - dà la gioia di vivere!
E pensai al mio primo volo nel Grande Nord, alle colline coperte di una neve rosata che
scorrevano sotto l’aereo, alla terra cosparsa dalle macchie azzurre dei laghi, al mare di un blu
profondo che tormentava gli scogli.
- Com’è bello! - avevo gridato.
- Controllate gli apparecchi di bordo! - mi era stato severamente replicato dal capogruppo.
Era già passato molto tempo da quell’episodio e mi tornava ora alla mente, vivissimo. La lezione
era giusta: le emozioni personali non devono distrarci nei momenti decisivi.
Adesso l’impazienza generale era al colmo. Tutti consultavano nervosamente i cronometri. E
finalmente fu annunciato che tutto era pronto per il volo cosmico. Non restava che installare il
cosmonauta nella cabina, procedere all’ultimo controllo di tutti i sistemi ed effettuare il lancio. Mi
avvicinai allora al presidente della Commissione statale, uno dei più noti dirigenti industriali del
nostro paese, per far gli il mio rapporto:
- Il pilota Gagarin è pronto per il primo volo cosmico a bordo della nave spaziale Vostok.
- Buon viaggio! Buona fortuna! - rispose quello stringendomi energicamente la mano. Senza essere
forte, la sua voce era gaia e calda, come quella di mio padre.
Guardai la cosmonave sulla quale avrei dovuto imbarcarmi qualche istante dopo per un viaggio
senza precedenti. Era bella. Più bella di una locomotiva, di un piroscafo, di un aereo, di tutti i palazzi
e di tutti i ponti del mondo. Pensai che la sua bellezza sarebbe stata immortale, per lunghi secoli,
nella memoria degli uomini di tutti i paesi. Avevo davanti a me non soltanto una stupenda creazione
della tecnica ma anche un’opera d’arte impressionante.
Prima di prendere l’ascensore per salire fino alla cabina della nave cosmica, pronunciai una
dichiarazione per i giornali e la radio. Le mie facoltà erano come raddoppiate. Avvertivo con tutto il
mio essere la musica della natura, un leggero fruscio di foglie seguito dal ruggito del vento, il rombo
delle onde tempestose che precipitavano contro la riva sovrastando tutti gli altri rumori. Questa
musica nasceva dal più profondo del mio essere esprimendone tutte le emozioni e mettendomi sulle
labbra parole che non avevo mai usato nella vita di tutti i giorni.
- Cari amici vicini e sconosciuti, miei compatrioti, genti di tutti i paesi e di tutti i continenti, -
cominciai - tra qualche minuto un potente missile cosmico mi porterà verso le lontane immensità
dell’universo. Cosa posso dirvi in questi istanti che precedono la partenza? In questo momento tutta
la mia vita mi appare come una cosa meravigliosa.
Feci una pausa, raccolsi le idee e mi sfilò davanti agli occhi tutta la mia vita. Mi rividi bambino,
in corsa a piedi nudi dietro i pastori a guardia dei greggi colcosiani, scolaro intento a scrivere per la
prima volta il nome di Lenin, allievo della scuola professionale davanti al primo pezzo da me
fabbricato, studente in attesa del diploma e finalmente aviatore a guardia delle frontiere del mio
paese.
- Tutto il mio passato, tutte le mie azioni mi hanno condotto a questo istante - dissi. E ripensai
all’ultimo giorno di allenamento, quando mi era stato comunicato che sarei stato io il primo a volare.
- Comprenderete tutti che mi è difficile analizzare i miei sentimenti in questo momento che precede
una prova alla quale ci siamo preparati così a lungo e con tanto entusiasmo, che è difficile parlare di
ciò che ho provato allorché mi fu proposto di effettuare questo volo, il primo nella storia. Era un
sentimento di gioia? No. E non era soltanto orgoglio. Ho provato una grande felicità. Penetrare per
primo nel cosmo, trovarmi faccia a faccia con la natura in un confronto straordinario. Chi potrebbe
sperare qualcosa di più?
Il silenzio era completo. Il nastro del magnetofono frusciava leggermente, come una lieve brezza
che sfiora l’erba.
- Subito dopo, - aggiunsi - compresi l’enorme responsabilità che pesava su di me. Essere il primo
a compiere il sogno di molte generazioni di uomini, ad aprire all’umanità la via del cosmo. C’è oggi
un compito più complesso di questo? È una responsabilità assunta non davanti a una sola persona,
davanti a qualche decina di uomini o davanti a un collettivo. È una responsabilità assunta davanti a
tutto il popolo sovietico, davanti all’umanità, al suo presente e al suo avvenire. E se sono fermamente
deciso a compiere questo volo è perché sono comunista, perché alle mie spalle ho una folla di
esempi dell’eroismo dei miei compatrioti.
Pensavo a c apaev e a Ckalov, a Pokryškin e a Kurcatov. Tutti e tutti avevano attinto e attingevano
le loro forze vitali a una sorgente profonda e pura: le teorie di Lenin. Là ci eravamo arricchiti anche
noi cosmonauti e tutta la giovane generazione formata dal partito di Lenin.
Poi continuai:
- Sono certo che farò appello a tutta la mia volontà per compiere questa missione nel migliore dei
modi. Cosciente delle mie responsabilità, consacrerò tutti i miei sforzi a portare a termine il compito
affidatomi dal partito comunista e dal popolo sovietico. Se sono felice di partire per il cosmo?
Certamente. In ogni epoca alcuni uomini hanno avuto la felicità suprema di prendere parte a qualche
grande scoperta.
Parlando, guardavo al di sopra del microfono e vedevo i volti attenti dei miei istruttori e dei miei
amici: il costruttore capo, il teorico della cosmonautica, Nikolaj Petrovic Kamanin, Evgenij
Anatolevic così buono e cordiale, il cosmonauta numero 2...
- Vorrei dedicare questo primo volo cosmico alla società comunista nella quale il nostro popolo
sovietico sta per entrare e nella quale, ne sono certo, finiranno per entrare tutti gli abitanti della
Terra.
A questo punto vidi il costruttore capo gettare un’occhiata discreta al suo orologio. Dovevo
tagliare corto col mio discorso.
- Non mi rimangono che pochi minuti. Vi dico arrivederci, come chi parte per un lungo viaggio.
Vorrei potervi abbracciare tutti, quelli che conosco e quelli che non conosco. E dall’alto della
piattaforma, prima di entrare nella cabina, alzai le braccia per salutare i miei compagni che restavano
sulla Terra.
- A presto! - gridai.
Entrai nella cabina che aveva l’odore del vento delle praterie. Dopo avermi sistemato nella
poltrona, i miei accompagnatori uscirono chiudendo il portello senza rumore. Ero solo con gli
strumenti di bordo, rischiarato non più dalla luce del giorno ma da quella artificiale. Udivo tutto ciò
che accadeva attorno al missile, su questa Terra adorata che d’un tratto m’era diventata ancora più
cara. Finalmente sentii ritirare i cavi d’acciaio e farsi un gran silenzio. Allora feci il primo rapporto:
- «Terra», qui parla «Cosmonauta». Ho verificato i sistemi di comunicazione. Sul quadro di
comando le leve di direzione sono in posizione giusta. Il globo è sulla linea di divisione. Pressione
nella cabina, una unità; umidità, 65 per cento; temperatura, 19 gradi; pressione nel compartimento
stagno, 1,2; pressione nei sistemi di orientamento, normale. Mi sento bene. Sono pronto alla partenza.
Il direttore tecnico del volo annunciò che il lancio avrebbe avuto luogo tra un’ora e mezza. Poi tra
un’ora. Poi tra mezz’ora. Pochi minuti prima del lancio mi comunicarono che il mio volto era
chiaramente visibile sugli schermi della televisione e che il mio coraggio rallegrava tutti. Seppi
anche che il mio polso batteva 64 pulsazioni al minuto e che la mia respirazione era al coefficiente
24. Risposi:
- Il mio cuore batte normalmente. Mi sento bene. Ho infilato i guanti e chiuso il casco ermetico.
Sono pronto a partire.
Cominciai a ricevere gli ordini relativi al lancio. E finalmente il direttore di volo ordinò:
- Partenza!
Al che risposi:
- Andiamo! Tutto funziona normalmente. Mi sento bene.
Il mio sguardo cadde sul quadrante del cronometro: le lancette segnavano le nove e sette minuti,
tempo di Mosca. Udii un sibilo, poi un rombo sempre più alto, sentii che il missile gigante vibrava
da cima a fondo violentemente e che lentamente, molto lentamente, si staccava dalla rampa di lancio.
Il rumore, per la verità, non era molto più assordante di quello che si deve sopportare nella carlinga
di un aereo a reazione, ma qui si traduceva in risonanze musicali e timbri così particolari che nessun
compositore avrebbe potuto riprodurli né con l’impiego di strumenti musicali né con la voce umana. I
potenti motori del missile sembravano inventare una musica del futuro forse ancora più commovente
e più bella delle più grandi opere del passato.
Poi cominciarono a farsi sentire i sovraccarichi. Una forza irresistibile mi appiattiva contro la
poltrona, inclinata con un certo angolo per ridurre il peso enorme che mi schiacciava. Ma anche così,
m’era impossibile muovere un braccio o una gamba. Sapevo che questo stato non sarebbe durato a
lungo, che sarebbe finito nel momento in cui, acquistando ancora velocità, il razzo avrebbe collocato
in orbita la nave cosmica. Per il momento però i sovraccarichi continuavano ad aumentare.
La «Terra» comunicò:
- Sono passati settanta secondi dal decollo.
- Ricevuto - risposi. - Settanta secondi. Mi sento bene. Continuo il volo. I sovraccarichi
aumentano. Va tutto bene.
Avevo risposto con voce ferma e tuttavia pensavo: come, soltanto settanta secondi? Ma i secondi
sono lunghi come minuti!
«Terra» chiamò ancora:
- Come va la salute?
- Molto bene. E da voi, come va?
- Tutto normale - rispose «Terra».
Ero collegato con la Terra attraverso tre canali di comunicazione funzionanti nei due sensi. Le
radiotrasmissioni di bordo, a onde corte, emettevano sulla frequenza di 9,019 e di 20,006 megahertz
e, nel diapason delle onde ultracorte, sulla frequenza di 143,625 megahertz. Le voci dei compagni
che lavoravano alle stazioni radio terrestri mi pervenivano così chiare che avrei potuto crederli a
due passi da me. Quando il missile ebbe superati gli strati densi dell’atmosfera, il cono protettivo
che ne ricopriva la testa fu espulso automaticamente e dagli oblò mi apparve, lontanissima, la
superficie della Terra. In quel momento il Vostok sorvolava un largo fiume siberiano e ne distinguevo
nettamente glI isolotti coperti d’alberi, illuminati dal sole.
- Com’è bello!
Il grido m’era sfuggito dalle labbra. Ma mi fermai lì. La mia missione non consisteva
nell’ammirare il paesaggio ma nel trasmettere informazioni utili. Nello stesso momento «Terra»
chiamò per sollecitarmi un comunicato.
- Vi sento benissimo - risposi. - Sto perfettamente bene. Il volo prosegue normalmente. I
sovraccarichi aumentano ancora. Vedo la Terra, una foresta, delle nuvole.
Effettivamente i sovraccarichi continuavano ad aumentare ma il mio organismo vi si adattava poco
a poco. Arrivai a pensare che ne avevo sopportati di maggiori nella centrifuga. Persino le vibrazioni
mi parvero più sopportabili di quelle subite nel corso degli allenamenti. In una parola, il diavolo non
è poi così brutto come lo descrivono.
Un missile cosmico pluristadio è una costruzione così complessa che è impossibile paragonarlo a
qualsiasi altra cosa. È dunque difficile parlarne dato che la conoscenza si fonda proprio sui paragoni.
I diversi stadi del missile si staccano automaticamente uno alla volta non appena hanno esaurito la
loro scorta di combustibile. In questo modo non diventano un peso morto per il resto del razzo, che
prosegue la sua corsa sempre più veloce. Non avevo mai conosciuto gli inventori del combustibile,
leggero e facilmente trasportabile, che alimenta i motori dei missili sovietici. Ma adesso avevo
voglia di stringere loro la mano, di ringraziarli calorosamente perché grazie al loro combustibile
stavo salendo sempre più in alto, verso l’orbita prestabilita. Anche i complessi motori funzionavano
perfettamente, con la precisione del grande orologio del Cremlino. Uno dopo l’altro, dunque, gli
stadi del razzo si staccavano automaticamente finché, a un certo momento, potei comunicare:
- In questo istante, come previsto, la nave cosmica si è separata dal missile vettore. Mi sento bene.
Ecco i parametri dell’interno della cabina: pressione, una unità; umidità, 65 per cento; temperatura,
20 gradi. La pressione è identica nel compartimento stagno e normale nei sistemi di orientamento.
La nave cosmica aveva raggiunto la sua orbita nella larga strada del cosmo e adesso, finiti i
sovraccarichi, mi trovavo nello stato di imponderabilità di cui parlavano i libri di Ciolkovskij che
avevo letto da bambino. Inizialmente provai un senso nuovo e straordinario di beatitudine. Poi, con
l’abitudine, mi rimisi a eseguire il programma stabilito e a chiedermi cosa avrebbero detto sulla
Terra quando si sarebbe diffusa la notizia del mio volo.
Per tutti noi, abitanti della Terra, l’imponderabilità è un fenomeno piuttosto strano, ma l’organismo
si adatta abbastanza rapidamente a questa singolare impressione di leggerezza di tutte le membra.
Cosa mi accadde in quello stato? Bisogna dire, prima di tutto, che il passaggio alla condizione di
imponderabilità era avvenuto progressivamente e che a un certo punto, col diminuire della forza di
gravità, avevo cominciato a sentirmi meravigliosamente bene. Staccato dal sedile, mi trovai sospeso
tra il soffitto e il pavimento della cabina. Tutti i miei gesti erano facili. Non sentivo né braccia, né
gambe, né corpo perché non avevano più alcun peso. Non ero né seduto né sdraiato: letteralmente,
galleggiavo all’interno della cabina assieme a tutti gli oggetti che non erano stati fissati in
precedenza. Mi sembrava di vivere un sogno assurdo. La tavoletta di legno, la matita e il quaderno di
appunti erano sospesi a mezz’aria. Alcune gocce d’acqua, sfuggite dal tubetto flessibile, sembravano
piccole biglie rotolanti liberamente nello spazio. Poi, quando entravano in contatto con la parete
della cabina, vi si incollavano come gocce di rugiada su un fiore.
Lo stato di imponderabilità non nuoce alle capacità lavorative dell’uomo e quindi non mi impediva
di svolgere la mia attività, di controllare le apparecchiature della nave cosmica, di guardare
attraverso gli oblò e di annotare le mie osservazioni sul giornale di bordo. Per scrivere mi servivo di
una comune matita e compivo questo lavoro vestito del mio scafandro, senza togliermi i guanti
ermetici. Stendevo le mie annotazioni senza difficoltà, una dopo l’altra, sui fogli del giornale di
bordo e solo una volta, dimenticandomi per un attimo dove mi trovavo, appoggiai la matita accanto a
me e la vidi partire da sola, galleggiando nell’aria. Ma non mi preoccupai di inseguirla.
Contemporaneamente dovevo descrivere ad alta voce tutto quello che vedevo perché un magnetofono
stava registrando su un nastro magnetico ogni mia parola. Infine continuavo a mantenere i contatti
radio con la Terra attraverso i canali telefonici e telegrafici.
«Terra» mi chiamò: volevano sapere cosa vedessi in quel momento e risposi loro che il pianeta
aveva un aspetto pressappoco analogo a quello che avevo già osservato volando ad altissima quota
sugli aerei a reazione. Le catene di montagne, i grandi fiumi, le grandi foreste, le isole e i contorni
delle coste si distinguevano nettamente. Il Vostok viaggiava a velocità incredibile sugli immensi spazi
del mio paese per il quale sentivo un grande affetto filiale. E come non amarlo, questo paese, ora che
tutti i popoli del mondo avevano gli occhi puntati su di esso? Miserabile, arretrato ancora pochi anni
fa, era diventato una grande potenza industriale e colcosiana mentre il suo popolo, sotto la guida del
partito comunista, s’era scrollato di dosso la polvere del vecchio mondo, aveva rialzato la testa e
s’era incamminato sulla via tracciata da Lenin instaurando il potere dei lavoratori e dando vita al
primo Stato sovietico del mondo. La nostra patria ci aveva educati sull’esempio eroico dei suoi figli
inculcandoci fin dall’infanzia i più nobili sentimenti. Per me non esiste sulla Terra un paese più vasto
del nostro, né più ricco, né più bello.
Da bambino avevo amato Il cantare della gesta di Igor, antichissimo poema russo che è tutto un
canto d’amore per la patria. Durante gli intervalli tra una lezione e l’altra mi piaceva restare in
classe, davanti alla carta geografica, a guardare i grandi fiumi russi: il Volga, il Dnepr, l’Ob, lo
Enisej e l’Amur che solcano il corpo potente del nostro paese come arterie. Sognavo allora di viaggi
lontani e di lontane spedizioni. Ed eccomi a compiere la spedizione più straordinaria, un giro attorno
alla Terra. A trecento chilometri di altezza ringraziavo mentalmente il partito e il mio popolo
d’avermi dato questa enorme felicità: la possibilità di penetrare per primo nel cosmo e di raccontare
agli uomini quello che avrei visto.
Dagli oblò vedevo le nuvole e le loro ombre leggere proiettate sulla lontana e cara Terra. Poi,
guardando il cielo, si risvegliò in me il figlio del colcosiano: il cielo era nero, pieno di stelle, come
un campo arato e seminato di fresco. Le stelle, brillanti e pure mi facevano pensare a chicchi di
grano. Anche il sole aveva un suo straordinario splendore e non si poteva guardare a occhio nudo,
nemmeno socchiudendo le palpebre. Dal mio posto di osservazione lo vedevo splendere decine, e
forse centinaia di volte di più che sulla terra. Era più accecante del metallo fuso che avevo lavorato
in fonderia. Di tanto in tanto, per attenuare la violenza della sua luce, ero costretto a chiudere gli
schermi protettivi degli oblò.
Avrei voluto vedere la Luna, constatare quale aspetto avesse nel cosmo. Sfortunatamente, durante
il mio volo si trovava fuori del mio campo visivo. «Pazienza - pensai - la vedrò nel mio prossimo
volo».
Naturalmente non guardavo soltanto il cielo ma anche la Terra. Com’era la superficie delle acque?
Come una macchia scura dai riflessi cangianti. Era percepibile la rotondità della Terra? Nel modo
più netto. Guardando verso l’orizzonte, ero colpito da un violento contrasto tra la superficie chiara
della Terra e la nera profondità del cielo. È bellissima, la Terra, con la sua ricca gamma di colori. La
vedevo circondata da un’aureola azzurra. Facendo scorrere lo sguardo dalla Terra al cielo, passavo
dall’azzurro al, dal blu al turchese, al violetto fino a incontrare la notte profonda del cielo. Questo
graduale passaggio di tonalità è qualcosa di meraviglioso.
La radio mi ritrasmise nella cabina una musica del mio paese. Voci amiche cantavano Le onde del
fiume Amur, una delle mie canzoni preferite. Mi ricordai di quello che avevo letto sui giornali
americani: «Nessuno può prevedere esattamente l’influenza dello spazio cosmico sull’uomo, ma una
cosa è certa: l’uomo, nel cosmo, soffrirà di noia e di solitudine». Perché? lo non mi sentivo né
annoiato né solo. Lanciato a velocità folle nel cosmo, io lavoravo e vivevo la vita del mio paese. La
radio mi legava alla Terra come il cordone ombelicale lega il nascituro alla madre. Ricevevo degli
ordini, trasmettevo comunicati sul funzionamento dei sistemi di bordo e in ogni parola proveniente
dalla Terra sentivo l’appoggio del popolo, del governo, del partito.
Dagli apparecchi di bordo seppi che il Vostok si trovava rigorosamente sull’orbita prestabilita e
stava per sorvolare la zona inferiore del pianeta attualmente non rischiarata dal sole. Il passaggio
dalla luce alle tenebre fu improvviso. In un attimo mi trovai a volare nel buio. Probabilmente stavo
attraversando l’oceano perché non vedevo più niente in basso, nemmeno la polvere dorata delle città
illuminate.
Tagliando l’emisfero occidentale pensai a Cristoforo Colombo, alle difficoltà e alle pene ch’egli
aveva sopportate per scoprire il Nuovo Mondo. E adesso questo mondo si chiamava America, dal
nome di Amerigo Vespucci, diventato immortale per le trentadue pagine del suo libro La descrizione
delle nuove terre. Avevo saputo di questo errore storico in un’opera di Stefan Zweig.
L’idea dell’America mi riportò alla memoria gli uomini che gli Stati Uniti avevano scelto per il
loro volo cosmico, che sarebbe venuto il nostro. Non so per quale ragione, ma pensavo che sarebbe
toccato ad Alan Shepard: forse perché mi era più simpatico, forse perché, a differenza dei suoi
colleghi, non aveva fatto la guerra di Corea. E mi chiedevo: i cosmonauti americani serviranno, come
noi, la causa della pace? Oppure obbediranno ai circoli che preparano la guerra? Non sarebbe stato
meglio che tutti i popoli della Terra, seguendo la voce della ragione, impegnassero tutte le loro forze
per concludere una pace generale e duratura?
Alle 9.51 entrò in funzione il sistema di orientamento automatico. Il Vostok, uscito dall’ombra, fu
orientato immediatamente sul Sole i cui raggi, adesso, accendevano l’atmosfera terrestre. L’orizzonte
si colorò di un arancione caldo che sfumò in tutti i colori dell’arcobaleno azzurro, blu, violetto, nero.
Una gamma di colori indescrivibile, come nelle tele di Nikolaj Roerich.
Un minuto dopo, sorvolando il Capo Horn, lanciai questo messaggio:
- Il volo prosegue normalmente. Mi sento bene. Gli apparecchi di bordo funzionano regolarmente.
Da una verifica dell’orario di volo constatai che i tempi erano scrupolosamente rispettati. Il Vostok
viaggiava a quasi ventottomila chilometri orari, una velocità che sulla Terra è impensabile. Non
avevo né fame né sete. Ma, al momento stabilito, conformemente al programma, mangiai e bevvi
l’acqua servendomi di uno speciale distributore. I cibi erano stati preparati secondo le prescrizioni
dell’Accademia di medicina. Mangiai come se mi fossi trovato a Terra e la sola difficoltà era quella
di non poter aprire completamente la bocca. Sapevo che il funzionamento del mio organismo era
controllato da Terra ma, di tanto in tanto, controllavo i battiti del mio cuore. Anche il polso e la
respirazione erano normali pur nell’assenza di peso. Mi sentivo benissimo e conservavo
completamente le facoltà di pensiero e di lavoro.
Alla mia tuta di volo erano applicati alcuni elementi sensibili, leggeri e affatto scomodi. Essi
trasformavano in segnali elettrici tutti i miei parametri fisiologici: correnti biologiche del cuore,
pulsazioni delle pareti vascolari, movimenti respiratori della cassa toracica. Altri sistemi di
amplificazione e di misurazione trasmettevano per radio, ai posti di controllo terrestri, gli indici
relativi alla respirazione e alla circolazione del sangue in tutte le fasi del volo. In sostanza, a Terra
ne sapevano molto più di me sul mio stato di salute.
Dall’istante in cui il missile s’era staccato dalla rampa di lancio, tutto un complesso di sistemi
automatici s’era incaricato di regolarne e guidarne il volo. Ne avevano diretto i timoni per
costringere il razzo vettore a seguire la traiettoria voluta, comandato i dispositivi di accensione dei
motori, regolato la velocità, distaccato gli stadi diventati inutili. Adesso erano ancora queste
installazioni automatiche a mantenere la temperatura voluta all’interno della nave cosmica, a
orientarla nello spazio, a far funzionare gli apparecchi di misurazione e a eseguire numerosi altri e
difficilissimi compiti. Del resto, avevo a mia disposizione le leve per il comando a mano della nave
cosmica. Mi bastava innestare un certo contatto perché la direzione del volo e dell’atterraggio del
Vostok passasse nelle mie mani. In questo caso, però, avrei dovuto io stesso, servendomi degli
strumenti di bordo, fare il punto dell’astronave lanciata a vertiginosa velocità sopra la Terra e, al
momento giusto, calcolare il punto di atterraggio, assicurare il perfetto orientamento del Vostok e far
funzionare i sistemi di frenaggio. Per questa volta non sarebbe stato necessario un tale lavoro. Gli
scienziati avevano pensato a tutto e i meccanismi automatici l’avrebbero svolto da soli.
Il costruttore capo ci aveva parlato degli sforzi che erano stati fatti per rendere più leggero ogni
pezzo della nave cosmica, per ridurne le dimensioni. Ci aveva detto che gli scienziati sovietici
specialisti nella tecnica dell’automazione avevano creato apparecchiature composte da migliaia di
elementi e messo a punto installazioni autoregolabili che potevano adattarsi a qualsiasi cambiamento
di condizione. Nei suoi racconti, il costruttore capo metteva una passione giovanile. Un giorno ci
aveva fatto la descrizione di un dispositivo di autocomando composto da un numero inverosimile di
elementi e tuttavia funzionante a un regime di totale sicurezza.
Pensai a tutto questo in pochi secondi. Pensai al costruttore capo e al Vostok. I collettivi di
scienziati che avevano impegnato tutta la loro intelligenza, le loro energie e il loro lavoro per
costruire questa nave cosmica potevano esserne fieri. Cercai anche di immaginare gli uomini e le
donne che avevano preso parte alla costruzione del Vostok e, allora, davanti ai miei occhi, vidi
sfilare colonne di lavoratori, come il giorno del primo maggio sulla Piazza Rossa. Avrei voluto
vederli all’opera nei laboratori, nelle officine, ringraziarli, stringere loro la mano. Perché sulla Terra
non c’è niente di più bello che l’uomo impegnato nel suo lavoro.
Pieno di commozione scrutavo il mondo circostante cercando di non perdere niente e di
comprendere tutto quello che vedevo. Fuori, attraverso gli oblò, scrutavo le stelle, brillanti e fredde,
lontanissime da me forse decine d’anni di volo ma molto più vicine alla mia orbita che alla Terra.
Ero felice, ma c’era in me un po’ di paura quando pensavo che m’era stato affidato questo ordigno
cosmico, tesoro inestimabile che era costato tante fatiche e tanto denaro al mio popolo.
Il mio lavoro mi concedeva delle pause per la riflessione e i miei pensieri erano allegri o solenni.
Mi ricordai che poco prima del volo avevo passeggiato per le vie di Mosca, animate e piene
d’allegria, che ero arrivato sulla Piazza Rossa e avevo lungamente sostato davanti al Mausoleo. E
pensavo adesso che l’astronave portava con sé, attorno alla Terra, le idee di Lenin.
Alle 10.15, trovandomi nei pressi del continente africano, le apparecchiature automatiche a
programma trasmisero agli strumenti di bordo il comando di tenersi pronti per l’accensione dei
motori di frenaggio. In quell’istante comunicai a terra:
- Il volo prosegue normalmente. Sopporto bene lo stato di imponderabilità.
La nave cosmica stava sorvolando il Congo, dove più imperialisti avevano assassinato Patrice
Lumumba, il coraggioso combattente contro il colonialismo. Ma non era più l’ora delle meditazioni
perché stavo per affrontare la tappa conclusiva del viaggio, il ritorno sulla Terra, e questa tappa era,
forse, più complessa della collocazione in orbita della nave cosmica e del suo volo nella traiettoria
prestabilita. Di lì a poco avrei dovuto abbandonare lo stato di imponderabilità e subire nuovi e più
forti sovraccarichi. Poi, nell’immediata prospettiva, mi attendeva il surriscaldamento fantastico della
superficie esterna della nave cosmica al momento della sua entrata negli strati densi dell’atmosfera.
Nell’attesa di questa prova, le cose andavano pressappoco come durante gli allenamenti a terra. Ma
cosa sarebbe accaduto nella fase estrema del volo? I sistemi automatici avrebbero funzionato senza
errori? Un guasto imprevisto non era forse in agguato da qualche parte? L’automazione è certamente
una gran bella cosa ma, dopo aver fatto il punto, mi tenni pronto a prendere nelle mie mani la
direzione della nave cosmica e, se fosse stato necessario, a guidarne la discesa in una regione che
avrei scelto io stesso.
Ho già detto che la nave cosmica era dotata di un sistema di orientamento solare. Questo sistema si
compone di cellule speciali foto sensibili che, grazie alla loro facoltà di captare il sole, si orientano
su di esso costringendo la nave cosmica a mantenere nello spazio una determinata posizione nella
quale l’installazione frenante viene a trovarsi in senso opposto alla direzione del volo.
Alle 10.25 i motori frenanti entrarono automaticamente in azione, eseguendo l’operazione in modo
perfetto e al momento voluto. Una volta saliti, bisognava pur discendere! Il Vostok, gradatamente,
cominciò a rallentare la sua corsa passando dall’orbita all’ellisse di transizione. Poi tutto il corpo
della nave cosmica s’infilò negli strati densi dell’atmosfera. La sua superficie si scaldava
rapidamente. Attraverso gli schermi protettivi degli oblò vedevo il minaccioso riflesso delle fiamme
che danzavano attorno all’astronave. Mi trovavo insomma all’interno di una sfera infuocata che
precipitava verso la Terra, ma nella cabina la temperatura non superava i venti gradi.
Lo stato di imponderabilità era scomparso da un pezzo e la decelerazione mi schiacciava contro il
sedile. I sovraccarichi aumentavano vertiginosamente ed erano più forti che alla partenza. A questo
punto la cosmonave si mise a girare su se stessa. Ne informai immediatamente la «Terra». Ma anche
questa rotazione, che m’aveva non poco preoccupato, finì e il resto della discesa fu assolutamente
normale. Era chiaro che tutti i sistemi avevano funzionato a meraviglia e che la nave cosmica si
sarebbe posata nel punto previsto. Folle di gioia, mi misi a cantare un’aria che mi piaceva molto:

La patria ascolta
La patria sa...

La nave cosmica scendeva dolcemente e io mi preparai all’atterraggio, ormai certo che la battaglia
era vinta e che il Vostok avrebbe toccato terra senza danni. Ancora diecimila metri... Novemila
soltanto... otto... sette. In basso vidi brillare il nastro argentato del Volga. Avevo immediatamente
riconosciuto il gran fiume russo e le terre sulle quali Dmitrij Pavlovic Martianov m’aveva insegnato
a pilotare. Tutto in esse m’era noto: la campagna che s’apriva a perdita d’occhio, i campi
primaverili, i boschi, le strade, e Saratov con le sue case ammucchiate come un pugno di dadi.
Alle 10.55, dopo aver fatto un giro del nostro pianeta, il Vostok si posò senza danni, nella zona
prevista in un campo arato del colcos Leninskij Put, non lontano dal villaggio di Smelkova, a sud-est
della città di Engels. Tutto era finito come in un bel romanzo: ero tornato dal cosmo nei luoghi che
avevo sorvolato per la prima volta nella mia vita. Quanto tempo era passato da allora? Soltanto sei
anni. Ma che differenza, a farne il confronto! Adesso avevo volato duecento volte più veloce ed ero
salito duecento volte più in alto. Le ali sovietiche erano cresciute, erano duecento volte più grandi.
Misi i piedi sulla terraferma e vidi una donna e una bambina che mi guardavano curiosamente. Un
vitellino scorrazzava nei pressi. Mi incamminai verso di loro mentre le due donne si dirigevano alla
mia volta. Ma, man mano che avanzavano, i loro passi si facevano sempre più indecisi. Non c’è
dubbio che nel mio scafandro di un vivo arancione, ch’esse non avevano mai visto, facevo loro
paura.
- Sono dei vostri, compagne, dei vostri - mi misi a gridare togliendomi il casco ermetico.
Si trattava, come seppi dopo, di Anna Akimovna Tachtarova, moglie di una guardia forestale, e
della sua nipotina Rita, di sei anni.
- Non verrete mica dal cosmo? - mi domandò la donna con voce incerta.
- È proprio così, - risposi.
- Jurij Gagarin! Jurij Gagarin! - gridarono degli uomini sbucando da un campo vicino.
Furono questi i primi esseri umani che incontrai sulla terra dopo il volo nel cosmo: dei semplici
sovietici, lavoratori dei campi colcosiani. Ci abbracciammo calorosamente, come fratelli.
Poi arrivarono dei soldati guidati da un ufficiale.
Erano in transito, col loro camion, sulla strada e vollero stringermi la mano e abbracciarmi.
Qualcuno si rivolse a me chiamandomi «maggiore». Allora, senza chiedere spiegazioni, capii che il
maresciallo dell’Unione Sovietica, Rodion Jakovlevic Malinovskij m’aveva promosso a quel grado
facendomi saltare uno scalino. La sorpresa mi fece arrossire. Un soldato aveva a tracolla la sua
macchina fotografica e prese un’immagine del numeroso gruppo, la prima per me dopo il volo.
Intanto i militari mi avevano aiutato a sbarazzarmi dello scafandro ed ero rimasto nella mia tuta di
volo azzurra. Mi proposero di coprirmi con un cappotto militare ma rifiutai: la tuta era leggera e
calda e mi bastava. Un altro gruppo di soldati stava curiosando attorno alla nave cosmica, che
torreggiava nel campo arato, a poche decine di metri da un profondo fossato dove scorrevano veloci
le acque primaverili. Allora ispezionai attentamente il Vostok: fuori e dentro era in perfetto stato e
avrebbe potuto essere utilizzato per un altro volo cosmico. Mi sentivo infinitamente felice: il primo
volo umano nel cosmo era stato realizzato dall’Unione Sovietica facendo fare un nuovo balzo in
avanti alla scienza del nostro paese.
I soldati decisero di montare la guardia d’onore alla cosmonave. In quella un elicottero si posò
accanto a noi. Aveva a bordo gli specialisti del centro di atterraggio e i commissari sportivi che
dovevano registrare il volo record nel cosmo. Rimasero un po’ attorno al Vostok mentre altri mi
accompagnavano al posto di comando del centro di atterraggio per fare il mio rapporto a Mosca.
Ero atteso e mi annunciarono che c’era anche un telegramma a mio nome firmato da Nikita
Sergeevic Chrušcëv. Il primo segretario del Comitato centrale del partito si congratulava con me per
la riuscita del primo volo cosmico. Poco dopo ero messo in contatto telefonico con Chrušcëv stesso,
che si trovava nella regione di Soci. Udendo la sua voce cara e familiare sentii che stavo vivendo un
gran momento della mia vita. Il colloquio fu cordiale.
- Sono lieto di ascoltarvi, caro Jurij Alekseevic - disse Nikita Sergeevic.
Rispondendo al mio rapporto sulla realizzazione del primo volo umano nel cosmo, Nikita
Sergeevic si congratulò ancora, mi chiese se mi sentissi bene, se avevo una moglie e dei figli, se mio
padre e mia madre vivevano ancora e dove, cosa facevano. E alla fine aggiunse:
- Ancora una volta, tutti i miei complimenti. Arrivederci presto a Mosca. I miei migliori auguri.
Nel corso delle ore movimentate che seguirono immediatamente il mio ritorno sulla Terra,
incontrai con gioia molti amici vecchi e nuovi. Tutti mi erano cari. Fui particolarmente commosso di
rivedere Titov, venuto con altri compagni a bordo di un aereo a reazione nella regione del mio
atterraggio. Ci abbracciammo calorosamente.
- Sei contento? - mi chiese.
- Moltissimo - gli risposi. - E lo sarai anche tu, la prossima volta.
Poi ci recammo in una villetta sulla riva del Volga, presi una doccia e mangiai. E finalmente fu un
pasto come se ne fanno sulla Terra, con un buon appetito terrestre. Più tardi, dopo una breve
passeggiata lungo il fiume, il cosmonauta numero 2 e io facemmo una breve partita a bigliardo.
Finiva così la straordinaria giornata del 12 aprile 1961. Andammo a letto e pochi istanti dopo
dormivamo tranquillamente come alla vigilia del viaggio.
La via del cosmo
Cominciai la prima mattina dopo il ritorno dal cosmo con la ginnastica. Questi esercizi fisici
mattutini sono diventati per me una sorta di necessità e non ricordo di averli trascurati un sol giorno.
Per di più m’aspettavano ore piene di incontri e di colloqui importanti e dovevo essere in gran
forma. Alle dieci, gli scienziati e gli specialisti che avevano equipaggiato il Vostok per il volo
attorno alla Terra si riunirono nella villetta sulla riva del Volga. Fui felice di rivedere il costruttore
capo: sorrideva e sembrava ringiovanito. Adesso che un uomo era andato nel cosmo, aveva compiuto
un giro del pianeta ed era tornato a terra, tutto era sistemato per lui. Ci abbracciammo e, davanti a
quell’assemblea, feci il mio rapporto dettagliato sul funzionamento dei sistemi di bordo durante il
volo. Descrissi tutto quello che avevo visto e che avevo provato al di là dell’atmosfera terrestre.
Tutti mi ascoltavano con la più grande attenzione e io, lanciatissimo, parlavo senza sosta. Le mie
impressioni erano tante e così straordinarie che avevo fretta di condividerle con altri uomini.
Cercavo di dire tutto, di non dimenticarmi nessun particolare e, a giudicare dall’espressione dei miei
ascoltatori, il mio racconto non mancava di interesse. Poi mi furono poste delle domande alle quali
cercai di rispondere con la più grande precisione, rendendomi conto dell’importanza che avevano le
mie parole nelle future ricerche per la conquista del cosmo.
Il giorno dopo arrivò per me, da Mosca, uno speciale Il-18 e partii. Nelle vicinanze della capitale
ci venne incontro una squadriglia di aerei da caccia per farmi da scorta d’onore. Erano dei bei Mig,
del tipo che avevo pilotato anch’io in passato. Ci serrarono così da vicino che potevo distinguere il
volto dei piloti. Li vidi rivolgermi dei larghi sorrisi ai quali risposi sorridendo. A un certo punto mi
capitò di guardare in basso e gettai un grido: le strade di Mosca rigurgitavano di folla. Da ogni punto
della città fiumane di gente si riversavano verso il Cremlino, le bandiere rosse si gonfiavano al vento
come vele.
L’aereo sorvolò a bassa quota, per qualche minuto, le principali arterie della capitale, poi puntò in
direzione dell’aeroporto di Vnukovo. Anche là s’era raccolta una folla enorme per accogliermi. Mi
dissero che sul campo c’erano i membri del Presidium del Comitato centrale del PCUS, del
Consiglio dei ministri e il capo del governo Nikita Sergeevic Chrušcëv. All’ora prescritta l’aereo Il-
18 si posò sulla pista e subito rollò verso l’edificio centrale. Infilai il mio cappotto d’alta uniforme
con le spalline di maggiore nuove fiammanti e controllai il mio aspetto, quasi per abitudine, nel vetro
di un oblò che rifletté la mia immagine. Era tempo. L’aereo era già immmobile e mi portai sulla
scaletta per scendere.
Poco prima avevo scorto di lontano una tribuna piena di fiori e di gente. Di là partiva uno stretto
tappeto, di un rosso vivo, che terminava davanti all’aereo. Dovevo dunque percorrerlo, da solo. Mai
nella mia vita, nemmeno dentro alla nave cosmica, mi ero sentito così emozionato. Ma il tappeto era
molto lungo e camminando ebbi il tempo di riprendermi un poco. Avanzavo sotto gli occhi degli
apparecchi televisivi, cinematografici e fotografici e sapevo che tutti gli sguardi della gente erano
puntati su di me.
Al suono della banda militare che diffondeva le note di una marcia dell’aeronautica, Siamo nati
per una nuova vita, feci ancora cinque, dieci, quindici passi in avanti. Riconobbi i membri del
Presidium del Comitato centrale, vidi mio padre, mia madre, Valija. Incontrai lo sguardo
incoraggiante di Nikita Sergeevic Chrušcëv. Gli andai incontro e, portando la mano alla visiera, feci
il mio rapporto:
- Compagno primo segretario del Comitato centrale del Partito comunista dell’Unione Sovietica,
presidente del Consiglio dei ministri dell’URSS! Sono lieto di comunicarvi che la missione del
Comitato centrale del partito comunista e del governo sovietico è stata compiuta...
I fiori profumavano intensamente. Nel profondo silenzio, mi parve di non riconoscere la mia voce.
Mi sembrava più forte del solito. Molte persone mi stavano attorno ma io vedevo soltanto Nikita
Sergeevic e constatavo che il mio rapporto sollevava in lui una fitta gamma di sentimenti.
- Per la prima volta nella storia dell’umanità un volo cosmico è stato effettuato con successo
dall’astronave sovietica Vostok.
Mentre pronunciavo questa frase ebbi la sensazione che Chrušcëv mi ascoltasse col cuore.
- Tutte le apparecchiature e gli equipaggiamenti della nave cosmica hanno funzionato in modo
preciso e impeccabile. Mi sento benissimo. Sono pronto a compiere qualsiasi altra missione che mi
venga affidata dal nostro partito e dal nostro governo.
Poi, dopo una pausa, mi presentai: - Maggiore Gagarin.
Nikita Sergeevic si tolse il cappello, mi abbracciò forte e mi baciò tre volte all’uso russo.
- Le mie felicitazioni, le mie felicitazioni - diceva con voce estremamente commossa.
Poi mi presentò ai membri del Presidium del Comitato centrale del partito e mi condusse verso i
miei: mio padre, mia madre, Valja, i miei fratelli e mia sorella. Per la prima volta, quel giorno, il
tempo era veramente primaverile. Il corteo delle macchine governative prese la strada di Mosca,
verso la Piazza Rossa: io avevo preso posto su un’automobile scoperta, al fianco di Nikita Sergeevic
Chrušcëv. La folla faceva ala ai due lati della strada salutando i dirigenti del partito e del governo,
salutando la grandiosa realizzazione della nostra scienza e della nostra tecnica. Le facciate delle case
erano ornate di bandiere rosse e di slogan, la gente agitava bandierine e mazzi di fiori, le orchestre
suonavano rumorosamente, uomini e donne sollevavano i bambini sopra la folla.
Penso che nessuno possa aver provato emozioni più forti delle mie in quel momento di festa.
Arrivati sulla Piazza Rossa dove, poco tempo prima, ero venuto a sostare davanti al Mausoleo, la
vidi invasa dalla folla da un capo all’altro. Spingendomi un po’ perché lo precedessi, Nikita
Sergeevic mi condusse alla tribuna di granito del Mausoleo: vedendo il mio imbarazzo, mi aiutava a
vincerlo.
Il comizio fu aperto da Frol Romanovic Kozlov, membro del Presidium del Comitato centrale,
segretario del CC, che mi diede quasi subito la parola. Restai senza fiato. Parlare sulla Piazza Rossa,
quel giorno, non era cosa da niente. Tra l’altro, la manifestazione non era trasmessa soltanto dalla
televisione del nostro paese ma anche, per la prima volta, dalle stazioni di tutta l’Europa. La radio
diffondeva nel mondo intero.

Il mio discorso fu breve. Ringraziai il partito e il governo, ringraziai gli scienziati, gli ingegneri, i
tecnici e gli operai di aver creato la cosmonave che ci permetteva di penetrare con sicurezza nei
segreti dello spazio cosmico. Poi, dopo essermi dichiarato certo che tutti i miei colleghi cosmonauti
erano pronti a volare attorno al pianeta al momento opportuno, conclusi il mio intervento con queste
parole:
- Gloria al partito comunista dell’Unione Sovietica, al suo Comitato centrale leninista guidato da
Nikita Sergeevic Chrušcëv!
La folla applaudì lungamente queste parole. A sua volta acclamatissimo, prese la parola Chrušcëv.
Il suo discorso esprimeva una fiducia profonda nelle potenti forze creatrici della gente sovietica, nel
trionfo del lavoro e della scienza sulle forze distruttrici. Mi sentii arrossire quando Nikita Sergeevic
dichiarò che mi ero stato conferito il titolo di eroe dell’Unione Sovietica e che ero insignito, primo
tra gli uomini, del titolo di pilota-cosmonauta dell’Unione Sovietica.
- Noi siamo fieri, - disse Nikita Sergeevic - che il primo cosmonauta del mondo sia un sovietico,
sia un comunista, un membro del grande partito di Lenin.
Nikita Sergeevic disse ancora cose che tutti sanno anche se non vengono dette: parlò dei pericoli
che insidiano il cosmonauta nel suo primo volo. Poi si felicitò, sulla Piazza Rossa, con mia moglie
Valentina Ivanovna dicendo: «Nessuno poteva garantirle che gli addii fatti a Jurij Alekseevic prima
della sua partenza per il volo cosmico non fossero gli ultimi».
In verità gli specialisti che avevano preparato l’equipaggiamento della nave cosmica sapevano che
su un percorso così lungo e ancora così sconosciuto tutto può accadere. Solo il costruttore capo,
forse, era completamente sicuro che tutto sarebbe finito in un trionfo per la scienza sovietica. La sua
incrollabile fiducia, al momento della partenza, aveva dato coraggio a tutti, me compreso.
Per tre ore il flusso di folla sfilò, rumoroso, sulla Piazza Rossa. E quando gli ultimi manifestanti
furono passati, Nikita Sergeevic, quasi indovinando il mio desiderio, mi condusse all’interno del
Mausoleo, davanti alla salma di Lenin che non avevo mai visto. Restammo in silenzio davanti al
sarcofago, gli sguardi fissi sui tratti così cari di quel grande uomo. Poi seguimmo il vialetto dei pini
argentati, dalle cime aguzze, immobili come sentinelle sotto le mura del Cremlino, e raggiungemmo la
mia famiglia che mi aspettava.
La sera, con tutti i miei, partecipai al Grande Palazzo del Cremlino al ricevimento offerto dal
Comitato centrale del PCUS, dal Presidium del Soviet supremo e dal Consiglio dei ministri. Tutto era
bello e fantastico. Un grande coro e un’orchestra eseguirono il «Gloria» dall’opera Ivan Susanin.
Prima di allora nessuno della mia famiglia era entrato al Cremlino, nessuno di noi aveva visto la sala
di San Giorgio sfavillante di marmi bianchi. Lì c’erano il costruttore capo, il teorico della
cosmonautica e molti altri specialisti di mia conoscenza che avevano preso parte alla creazione della
nave cosmica. C’erano ministri, marescialli dell’Unione Sovietica, lavoratori d’avanguardia
dell’industria e dell’agricoltura, noti scrittori, giornalisti, sportivi. Io e la mia famiglia, semplici
abitanti di Gžatsk, ci sentimmo subito in mezzo ai moscoviti non come ospiti ma come membri di una
grande famiglia.
All’inizio del ricevimento e dopo la lettura dei decreti relativi, il presidente del Presidium del
Soviet supremo dell’URSS, Leonid Ilic Brežnev, appuntò sulla mia giacca l’Ordine di Lenin e la
Stella d’oro di eroe dell’Unione Sovietica. Dal canto suo, Nikita Sergeevic Chrušcëv informò
l’assemblea che tutti coloro che avevano partecipato alla creazione dell’astronave Vostok erano stati
proposti per le più alte onorificenze governative. Ero felice per tutti i miei compagni il cui lavoro
creatore mi aveva portato a quella solenne cerimonia.
La via del cosmo! Che felicità essere stato il primo a percorrerla, il primo a effettuare un volo che
gli uomini sognavano da tanto tempo! I più grandi intelletti dell’umanità avevano tracciato la difficile
via verso le stelle. Il volo del 12 aprile era stato, su questa via, un primo passo gigantesco. Ma ogni
anno porterà più lontano il popolo sovietico, pioniere della conquista del cosmo. Niente potrà
fermarci nel nostro slancio verso altri mondi, verso altri pianeti dell’universo. E sono certo che, con
altri compagni cosmonauti, io stesso compirò altri viaggi, ogni volta più alti, ogni volta più lontani
dalla Terra. Il fatto è che noi sovietici non abbiamo l’abitudine di fermarci a metà strada.
NOTE
1 Gioco simile alla pallacorda.
2 Jura, Jurka: diminutivi di Jurij.
3 Il sistema scolastico sovietico, prima della riforma del 1959, comprendeva dieci anni di
istruzione obbligatoria, suddivisi in quattro anni di elementari e sei di secondarie.
4 Importanti centrali idroelettriche.
5 La ferrovia che collega l’Asia centrale sovietica alla Siberia.
6 Nella scuola russa frequentata da Gagarin, i voti partivano dall’uno per arrivare a un punteggio
massimo di cinque.
7 «Riserve del Lavoro».
8 Diminuitivo di Fëdor.
9 Celebre aviatore sovietico, protagonista, nel 1937, del volo MoscaVancouver attraverso il Polo
Nord.
10 «L’alba della gioventù».
11 Strisce di stoffa, dette anche «pezze da piedi», utilizzate un tempo dai soldati per calzare stivali
o scarponi pesanti.
12 «Campo rosso».
13 Frittelle a base di carne.
14 Secondo la tradizione russa, quando gli invitati gridano «il vino è amaro», gli sposi devono
baciarsi per addolcirlo.
15 Leggendario protagonista di un racconto di Maksim Gorkij.
16 Salvati da una nave americana, la loro storia commosse l’opinione pubblica di tutto il mondo.
17 Diminutivo di Lena, a sua volta diminutivo di Elena.
18 Galja, piccola Galja / delizioso quadretto.
19 Stellina.
20 Oriente.

FINE

Potrebbero piacerti anche