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Alessandro Lolli

La guerra
dei meme
fenomenologia di uno scherzo infinito
La guerra dei meme
© 2017 effequ, Orbetello
www.effequ.it
Facebook: Effequ | Twitter: @effequ | Instagram: effequ_ed

Artwork di copertina: Simone Ferrini


Revisione editoriale: Francesco Quatraro
Ufficio stampa: Silvia Costantino

La riproduzione di parti di questo testo con qualsiasi mezzo e in qualsiasi


forma senza l’autorizzazione scritta dell’editore è vietata, fatta eccezione
per brevi citazioni in articoli o saggi.

ISBN 978 88 98 8 374 41


Indice
PRefazione
di Raffaele Alberto Ventura 11

il meme egoista 17
Natura, storia e miti: il meme superfluo 29
Musica e lettura culturale: verso il meme del presente 35

il meme online 39
Meme e contenuto virale 54
Cornici per battute 62
I meme muti 74

i memers 81
Autistici e normali 98
Estensione e limiti della normificazione 113

il meme politico 121


Ideologia Nerd 139
Il meme è di destra? 159

Bibliositofilmodiscografia 175
Gli uomini sogliono inferire da questo specchio che la
Biblioteca non è infinita (se realmente fosse tale, perché
questa duplicazione illusoria?), io preferisco sognare che
queste superfici argentate figurino e promettano l’infinito
Jorge Luis Borges, 1941

Fotti me e io ti cambio strada


cambio l’attitudine di un nerd in quella di un pirata
Noyz Narcos, 2007

Everyday We Stray Further From God’s Light


Meme, 2015
prefazione

di Raffaele Alberto Ventura


S
ono anni che Alessandro Lolli mi infama su Facebook, soste-
nendo che sarei un pericoloso reazionario. Certo io avrei pre-

raffaele alberto ventura


ferito vivere in quell’epoca radiosa in cui al prestigio e all’età
corrispondevano un’eguale dose di rispetto – magari di deferenza, e
perché no qualche pastarella offerta per le feste comandate – ma a noi
è toccato essere degli intellettuali dell’epoca del web 2.0, privi in fondo
di qualsivoglia potere da far valere gli uni sugli altri, e dunque senza
troppi peli sulla lingua. Molto meglio, direte voi: sì, ma che fatica. 13
E così mentre passavamo il tempo a confutarci a vicenda per la gioia

prefazione
di Mark Zuckerberg, abbiamo pure partecipato a mettere su qualcosa
d’importante, a modo suo, a modo nostro: diciamo pure una scena. Una
galassia eterogenea di firme venti-trentenni un po’ nerd che hanno
portato una ventata di aria fresca nel giornalismo culturale dei tardi
anni Duemiladieci: una combriccola di scappati di casa overskilled e
sottopagati rifugiata su magazine come Prismo, Pixarthinking, L’In-
discreto; capaci di mescolare la teologia scolastica e i fumetti Marvel
(vabbe’, questo sono io) oppure Furio Jesi e i meme: e qui sto parlando
di Alessandro Lolli e del suo primo libro, che in effetti è la ragione per
cui (non) mi pagano.

La curiosa ossessione di Lolli per i reazionari e presunti tali, in ef-


fetti, non si limita a me. E direi anche per fortuna, altrimenti non ter-
reste tra le mani questo libro ma un altro ben più noioso e pure passibi-
le di querela. La guerra dei meme, spiace annunciarlo così a bruciapelo,
è un libro politico. Nel tracciare la rigorosa genealogia della cultura dei
meme che potrete leggere in queste pagine, in effetti, l’autore finisce
per toccare una questione quantomeno imbarazzante: e se i meme fos-
sero una forma di espressione essenzialmente di destra? Peggio: e se
l’intera cultura nerd, oggi ampiamente sdoganata, celasse nel suo cuore
un’inconfessabile matrice sessista e xenofoba? Nelle mani di chiunque
altro, una simile tesi avrebbe forse prodotto una lettura moraleggiante
da infilare al più presto nello scaffale ‘libtard’ della vostra biblioteca as-
la guerra dei meme

sieme agli spiegoni di Internazionale sul gender. Ma Lolli prende mol-


to sul serio il suo oggetto di studio e produce un’analisi convincente
del nesso tra queste immaginette buffe e il risentimento dei maschi-
bianchi-eterosessuali, che in America ha prodotto il fenomeno noto
14 come Alt-Right. La guerra dei meme raccontata da Lolli è la rivincita
dei nerd: credevamo che sarebbe stato tutto rose e fiori e invece eccoci
qua, alle porte di un nuovo fascismo. Tutto a causa di Pepe the Frog?

Il problema è che noi maschi-bianchi-eterosessuali (lo avrete nota-


to) non ce la passiamo tanto bene. Non che ce la passiamo oggettiva-
mente peggio delle donne, dei neri o dei gay, ma nel momento in cui
la nostra dominazione è entrata progressivamente in crisi lo scarto tra
quello che pensavamo di meritare e quello che effettivamente ottenia-
mo si è scavato in maniera sempre più profonda. In quel momento ab-
biamo iniziato a perdere la lucidità, divorati dal disagio profondissimo
che affligge le classi alla deriva. La parte di popolazione che è riuscita a
rifugiarsi tra le file dell’élite ha pensato bene di chiudersi a chiave nella
cittadella fortificata, istituendo elaborate trappole e giochi linguistici
per impedire l’accesso a chiunque altro; mentre fuori un esercito di
zombie, brutti sporchi e cattivi come i redneck dei film di Rob Zombie,
urla e sbatte i pugni con rabbia. Dentro ci si laurea in cultural studies
e s’impara a conoscere le mille sfumature dell’identità di genere, fuori
inizia a venire il sospetto che l’intero edificio del sapere legittimo sia
una sofisticata menzogna utile soprattutto come criterio di selezione
all’ingresso. Dentro si promuove la cosiddetta ‘identity politics’ che do-
vrebbe servire a distribuire un equo riconoscimento a tutte le mino-
ranze, fuori si inizia a rivendicare lo stesso identico riconoscimento
per i bianchi, che non ci stanno a rinunciare alle delizie del ruolo di

raffaele alberto ventura


vittima. Dentro vige la regola del politicamente corretto, fuori si ri-
sponde coi meme. Ma soprattutto dentro si scopa un sacco (a quanto
pare) e fuori regna la piú nera miseria sessuale. Ed è questo, alla fine,
che ci fa più incazzare.

Dietro le immaginette buffe, Alessandro Lolli riesce a mostrarci 15


un grido di disperazione. Il mondo è cambiato troppo in fretta, le lin-

prefazione
gue si sono rimescolate come a Babele. Ma in fondo che importa? Que-
sti non sono altro, come si dice, che First World Problems. E un meme
ci seppellirà.
1

il meme egoista

quando racconti come è nata la memetica,


perché è naufragata, cosa ci è rimasto

e sei convinto di aver introdotto i meme


s
i può cominciare dall’etimologia, brutto vizio da filo-
sofi. Capita che si debba definire una parola, e che per
assolvere al compito si scelga di avventurarsi nella sto-
ria della lingua alla ricerca del senso originario. Nel migliore

il meme egoista
dei casi certi filosofi rinsaviscono in corso d’opera, si affidano
frettolosi al secondo Wittgenstein e decidono che è l’uso del-
la parola a determinarne il significato (così il tutto si risolve
19
in una perdita di tempo dotta). Nel peggiore dei casi invece,
certi altri provano davvero a convincere il lettore che il senso

la guerra dei meme


profondo di un concetto è racchiuso nel modo in cui lo arti-
colava l’élite intellettuale di un’antica polis greca.
Il caso del meme1, invece, è particolare, e costituisce una
possibile eccezione: non capita tutti i giorni che una parola
sia stata letteralmente inventata, che ne conosciamo l’autore
e che tutto sia avvenuto giusto qualche decennio fa.
Quando nel 1976 Richard Dawkins scrive Il gene egoista,
non figura tra le sue intenzioni quella di dare un nome alle

1 Abbiamo scelto di trattare il termine ‘meme’ come nome invariabile, cioè uguale sia al singolare
che al plurale. Una scelta che si fonda principalmente sull’uso invalso nella comunità di parlanti
italiani che adoperano la parola. ‘Meme’ è un neologismo molto particolare, essendo stato inventato
in tempi recenti, e non esistono ancora regole grammaticali formalizzate.
immagini buffe che avrebbero spopolato nell’Internet del
secolo successivo. Aveva invece un obiettivo quantomeno
ugualmente ambizioso: cambiare il soggetto dell’evoluzio-
ne Darwiniana. In quello che è diventato a suo modo un
classico della divulgazione scientifica, il gene va a sostituire
la specie come protagonista dell’evoluzione. L’inversione di
prospettiva operata da Dawkins suona all’incirca così: i geni
sono dei replicatori il cui scopo (la tendenza? la natura? mol-
te critiche ha ricevuto il saggio per un’eccessiva antropo-
morfizzazione) non è altro che replicare se stessi. Per farlo,
la guerra dei meme

nell’avvicendarsi delle ere, hanno costruito veicoli sempre


più complessi: virus, piante, animali e, infine, uomini. Tutte
queste specie di esseri, sostiene l’autore, non sono altro che
macchine di sopravvivenza per geni, che sono i veri egoisti, e
20
ciò spiegherebbe tutti quei comportamenti apparentemente
altruisti dei singoli individui, come quegli animali che si
alessandro lolli

lasciano morire per favorire i familiari, cruccio storico di


certe interpretazioni del Darwinismo. L’idea che l’unità di
senso minima sia un ente la cui caratteristica fondamentale
è replicarsi, sempre uguale ma in complessi sempre diversi,
appunto ‘evoluti’, ha affascinato tanto l’autore da estendere
la portata di questa teoria dalla biologia alla cultura. Ecco
che Dawkins introduce il corrispettivo culturale del gene: il
meme. La parola è ispirata dalla radice greca mimeme, ‘imi-
tazione’, che lo scienziato accorcia in meme per assonanza
col gene. Il meme non ha nulla di materiale in comune col
gene, è un’analogia della sua caratteristica fondamentale:
Che cos’hanno di speciale i geni, dopo tutto? La risposta è che
sono dei replicatori2.

Il meme è tutto ciò che nella cultura si replica.

Esempi di meme sono melodie, idee, frasi, mode, modi di mo-


dellare vasi o costruire archi3.

Proprio come il gene aveva la pretesa di essere la pietra


fondativa della biologia (l’arché, verrebbero a dire ancora i
greci), così il meme si candida a esserlo della cultura: cor-

il meme egoista
nice interpretativa che tutto spiega, dalla nona sinfonia di
Beethoven alla strana abitudine di immaginare un essere
superiore che giudica le tue azioni, il meme, in complessi
più o meno articolati, è il modo in cui la cultura si dà e si 21

riproduce. I veicoli del meme sono tutti i supporti su cui

la guerra dei meme


attecchisce: libri, cd, dvd, documenti virtuali e, ovviamen-
te, il cervello umano. La differenza tra i meme, nonché la
loro evoluzione, che è di diverse leghe più rapida di quella
del gene, viene spiegata come in genetica, cioè attraverso
composizioni di più meme.
Tutti gli scienziati credono nel Darwinismo che, dice
Dawkins, è considerabile un complesso di meme, ma ciò
non significa che tutti abbiano in testa una copia esatta de
L’origine della specie, bensì che ognuno di loro ne trattenga
una versione, nonché un’interpretazione individuale più o

2 R. Dawkins, Il gene egoista, Mondadori, Milano 2016, p. 206.


3 Ivi.
meno simile alle altre. Le melodie, esempio che bene si ac-
corda alla teoria e viene ripreso più volte, sono chiaramente
suddivisibili in singoli meme che si ricombinano in formule
complesse e sempre differenti, e non è un caso che molte
abbiano un’evoluzione documentata alle spalle.
Anche i casi di innovazione culturale, vale a dire di di-
scontinuità radicale, sono spiegati col modello dell’evoluzio-
ne genetica, per cui diversi meme elementari si riassembla-
no in composti nuovi, così nuovi da ingannarci e sembrare
inauditi. Nondimeno per i casi di continuità la teoria pone
la guerra dei meme

un accento dispregiativo su quei meme troppo simili tra loro


(che evidentemente non stanno proprio simpatici all’autore):
il descrivere la religione come un parassita che attacca le
menti non è nulla di nuovo, ma risulta molto efficace nel suo
22
riscrivere ‘biologicamente’ i vecchi argomenti sull’oppio dei
popoli, la mentalità primitiva di branco e così via.
alessandro lolli

L’impianto teorico di Dawkins è senz’altro ambizioso.


Lui ne sottolinea tuttavia il carattere di “pura ipotesi”, e
tutto sommato emerge il sospetto che la memetica, fondata
a immagine e somiglianza della genetica, sia un’invasione
di campo delle scienze umane: quando l’obiettivo di que-
sta “pura ipotesi” è nientemeno che risolvere finalmente “la
sfida formidabile costituita dal dover spiegare la cultura4”
si può dedurre che discipline come filosofia, antropologia e
sociologia, che se ne occupano da sempre, abbiano parlato a
vuoto per secoli. E non si tratta neanche di una deduzione

4 Ibid., p. 205.
spericolata, laddove Richard Dawkins non ha mai nascosto
la sua posizione nei confronti delle scienze umane – che va
dall’indifferenza scettica all’insulto frontale. Proprio nella
prima pagina de Il gene egoista l’autore dichiara serenamente
che “La filosofia e le materie cosiddette ‘umanistiche’ ven-
gono ancora insegnate quasi come se Darwin non fosse mai
esistito5”.
Per Dawkins, come per tanti altri addetti alle scienze dure,
la sfida della cultura è nelle mani sbagliate e la memetica è
il cavallo di Troia perfetto per provare a sottrarla agli im-
postori. Evitando la trappola del riduzionismo ingenuo, cioè

il meme egoista
ricondurre brutalmente i fatti culturali a una qualche mate-
rialità indagabile scientificamente, la memetica mantiene uno
stretto legame con i saperi scientifici e, contemporaneamen-
23
te, pretende di fare tabula rasa di quanto è stato detto da chi
scienziato non è. La neonata scienza abbozzata da Dawkins

la guerra dei meme


ha infatti attratto soprattutto personalità esterne ai contesti
umanistici, ma, considerato che la sua ipotesi è stata lanciata
all’interno di uno dei libri di divulgazione scientifica più letti
e discussi del Novecento, possiamo affermare che il suo se-
guito ha deluso le aspettative.

5 Ibid., p. 3.
La filosofia e i subjects known as ‘humanities’, con tanto di virgolette, subiscono un famoso assalto alla
fine degli anni Novanta con l’esperimento sociale noto come Sokal affair. Alan Sokal, un professore
di fisica statunitense, invia un paper senza senso, infarcito di gergo filosofico decostruzionista, a una
rivista accademica di studi culturali e riesce a farselo pubblicare. La burla, nelle intenzioni del suo
artefice, dimostra che la filosofia, specialmente nelle sue declinazioni postmoderne e continentali
dell’ultimo quarto di secolo, è una truffa, “un’impostura intellettuale”. E proprio questo è il titolo
del libro che Sokal pubblica l’anno seguente, Intellectual Impostures, scritto a quattro mani con Jean
Bricmont, che riceve una recensione entusiastica di Richard Dawkins in cui si sostiene la validità te-
orica del Sokal Affair e, sulla scorta degli autori del saggio, si rivendica l’insensatezza di autori come
Baudrillard, Deleuze, Derrida e così via.
Nel 2009, durante una lezione a Harward, Steven Pinker
la riassume così:

Per esempio, anche solo empiricamente, l’idea della memetica,


di una scienza dell’evoluzione culturale basata su una stretta
analogia con la selezione naturale, non ha mai preso piede. Ha
quasi 35 anni, a questo punto. Ogni cinque anni appare un pa-
per che promette lo sviluppo definitivo che tutti aspettavamo
per la scienza memetica – e non succede nulla. Fate il confronto
con la altre scienze che sono fiorite dal 1976 a oggi: reti neu-
la guerra dei meme

rali, neuroscienze cognitive, psicologia evolutiva – hanno con-


ferenze, periodici accademici, manuali – mentre non abbiamo
la scienza memetica; nonostante la promessa costante che sia lì
dietro l’angolo. E credo ci sia una buona ragione: non ce l’abbia-
24
mo perché l’idea ha dei difetti strutturali6.
alessandro lolli

Cosa è successo dal ’76 a oggi?


Non molto. Subito dopo la sua nascita annunciata, la me-
metica dorme per circa un decennio. Negli anni Ottanta i
meme vengono citati da Douglas Hofstadter, professore di
scienze cognitive, in alcune puntate della sua rubrica Me-
tamagical Themas su «Scientific American». Poi nulla più,
fino ai Novanta, quando l’interesse per la memetica pare
concretizzarsi, o almeno si rilevano tentativi in questa di-
rezione. A riprendere i meme in mano è lo stesso Dawkins

6 riportata a http://on-memetics.blogspot.it/2011/08/tim-tyler-why-is-there-no-science-of.html
[trad. dell’autore]
che, nel 1991, pubblica il saggio Viruses of Mind nel quale li
usa, ancora una volta, per spiegare il funzionamento delle
religioni. Nello stesso periodo prende vita alt.memetics, un
newsgroup che poi confluirà nella rivista «Journal of meme-
tics», attiva dal 1997 al 2005. In un breve periodo escono tre
libri che hanno i meme come argomento principale: Virus
of the Mind: The New Science of the Meme di Richard Brodie
(1995), Thought Contagion di Aaron Lynch (1996) e La mac-
china dei memi di Susan Blackmore (1999). L’ultimo dei libri
citati porta la benedizione di Richard Dawkins sotto for-
ma di prefazione: lo scienziato saluta il lavoro di Blackmore

il meme egoista
come uno dei più completi sviluppi della sua vecchia idea e
si incarica di illustrare la varietà degli enigmi risolvibili dal-
la memetica. Ma gli esempi di fenomeni interpretabili attra-
25
verso i meme che riporta sono quantomai ad hoc: racconta
della moda degli origami che lanciò ai tempi delle superiori,

la guerra dei meme


le solite religioni da schernire e vere e proprie imitazioni
che vengono, per l’appunto, imitate di continuo.
Nei lavori entusiasti dei memetisti ricorrono casi di que-
sto tipo, che non dovrebbero suscitare entusiasmo alcuno.
Sembra che il meme funzioni bene per spiegare cose che
già erano intese nel quadro dell’imitazione: mode, usi e co-
stumi, eredità culturali, insegnamenti intergenerazionali.
Di volta in volta si sostituisce la parola ‘meme’ alla parola
‘moda’ o ‘costume’ e ci si allontana con l’aria soddisfatta
di chi ha appena risolto l’equazione del Tutto (like a boss,
diranno i veri meme più tardi). Poi, se il meme in questione
ci viene presentato come ottuso e nocivo, l’invenzione del
meme assume anche un carattere polemico-rivoluzionario:
la religione che compare in ogni discorso sui meme.
Nella prefazione a La macchina dei memi Dawkins si sca-
tena così:

Al genetista marziano schizzerebbero fuori gli occhi dalle or-


bite (sempre che non li abbia già così) di fronte a certi stili di
abbigliamento di acconciature dei capelli e ai loro modelli di
ereditarietà. Il fenotipo zucchetto-nero ha una marcata tenden-
za alla trasmissione verticale di padre in figlio (o forse da nonno
la guerra dei meme

materno a nipote), e mostra un chiaro legame con il più raro fe-


notipo riccioli laterali. Anche i fenotipi comportamentali come
genuflettersi di fronte a una croce e inginocchiarsi rivolti a est
cinque volte al giorno sono ereditati longitudinalmente, e pre-
26
sentano un legame fortemente negativo l’uno con l’altro e con
alessandro lolli

i fenotipi precedentemente menzionati, come pure il fenotipo


punto-rosso-sulla fronte e con quello veste-arancione-e-testa-
rasata7.

Un ateo militante usa la teoria dell’evoluzione culturale


umana con lo scopo di riformulare l’idea per cui la religione
è roba da pecoroni: rischia di risultare la proverbiale mon-
tagna che partorisce il topolino.
La memetica, insomma, sarebbe ben poca cosa se si limi-
tasse a rinominare il concetto di moda. Quello che è sempre
stato in ballo, ricordiamocelo, è la sfida formidabile costitui-

7 R. Dawkins in S. Blackmore, La macchina dei memi, Instar Libri, Torino 2002, p. XXI
ta dal dover spiegare la cultura. Senza nascondersi dietro un
dito, è chiaro che l’ambizione generale di interpretare tutta
la cultura attraverso i meme è una confutazione delle letture
metafisiche dell’umano e di ciò che lo riguarda. Finalmente
un’interpretazione materialista della cultura, esclama il me-
metista, una spiegazione scientifica che pone l’imitazione
e l’evoluzione al centro dei processi culturali, non qualche
ineffabile sostanza ‘specificatamente umana’, o addirittura
divina, che solo i filosofi possono trattare.
Immaginiamo la scena: il memetista è lì, armato fino ai
denti di nuovi saperi scientifici, pronto a sferrare l’assalto

il meme egoista
al castello umanista. E i suoi nemici come gli rispondono?
Scrollano le spalle, e dicono che il suo piano diabolico per
rivoluzionare materialisticamente il modo di intendere la
27
cultura è roba già vista, da secoli8: perché gli obiettivi posti
dalla memetica sono già stati affrontati e sviluppati dalle

la guerra dei meme


scienze umane nel loro complesso. Il marxismo, la psicoa-
nalisi, la sociologia e l’antropologia in quasi tutte le loro
declinazioni e sottodiscipline – soprattutto i tanto detestati
‘cultural studies’ – sono, prima di ogni altra cosa, attacchi a
un certo umanesimo che rappresenta l’uomo come unico,
insondabile, dotato di un libero arbitrio che lo affranca da
ogni descrizione generale. Ciò che accomuna tutte queste
correnti e discipline è il tentativo di mettere a sistema la

8 I suoi nemici, ma probabilmente non Heidegger. Se per esempio il memetista armato si trovasse
davanti il professor Heidegger, troverebbe certamente il rivale che cerca, perché Che cos’è metafisica è
proprio questo, la più limpida e violenta difesa del terreno unico e inviolabile della filosofia, discipli-
na che non solo è diversa da tutte le altre, ma superiore, in quanto le fonda.
dimensione umana, soprattutto nelle sue ricorrenze e re-
golarità, nei suoi aspetti storici e sovraindividuali, a costo
di sfociare nel determinismo. Il marxismo riconduce tutti
i fenomeni alle condizioni storico-materiali che li hanno
prodotti, a partire quelli più intellettuali che vorrebbero
autogiustificarsi. Freud, come si dice, ha portato la rivolu-
zione copernicana nel cuore dell’individuo, decentrandolo
rispetto ai suoi stessi pensieri che sono invece in larga par-
te prodotti da strutture inconsce comuni a tutti gli esseri
umani. Sociologia e antropologia (escludendo le correnti
la guerra dei meme

più esoteriche e metafisiche di quest’ultima) sono caratte-


rizzate da un profondo materialismo sociale, da indagini sul
campo e da una credenza generale per cui in brutale sintesi
il collettivo sovradetermina l’individuale. Insomma, l’intu-
28
izione di Dawkins non sembra aggiungere niente di nuovo
alle scienze sociali, e non solo ai loro risultati, ma anche
alessandro lolli

alle premesse teoriche da cui, storicamente, muovono i loro


studi.
Natura, storia e miti: il meme superfluo

Già sembra di sentire l’obiezione del memetista: voi mi par-


late di storia, cultura e società, mentre la memetica riguarda
il cervello, l’evoluzione, la natura, le invarianti metastoriche
cioè le cause prime.

il meme egoista
Dopo una tale obiezione viene innazitutto da pensare
al vantaggio che da sempre ha la natura sulla storia: alme-
no agli occhi degli scienziati, è un più alto valore di verità,
cioè di verificabilità (o misurabilità, o falsificabilità, a se- 29

conda della declinazione del metodo scientifico che voglia-

la guerra dei meme


mo adottare). La natura ‘vince’ sulla cultura perché non è
manipolabile dai soliti impostori di cui sopra, è soggetta a
leggi rigide, comprovabili da tutti e così via. Ma questo non
vale per il meme, che non convince il lato riduzionista del-
la comunità scientifica. In particolare nelle parole di Luis-
Benites Bribiesca:

Ma mentre i geni sono ben definiti e la loro struttura molecola-


re è stata ampiamente indagata, i meme sono eterei e non pos-
sono essere definiti. Senza un’idea adeguata di questi elementi
elusivi, non c’è da sorprendersi se non abbiamo una dimostra-
zione scientifica dell’esistenza di un simile replicatore immate-
riale e se gli scienziati seri ignorino i meme come fondamento
per spiegare l’evoluzione culturale. La memetica non è altro che
un dogma pseudoscientifico in cui i meme sono paragonati a
geni, virus, parassiti o agenti infettivi che lottano per la loro
sopravvivenza nel cervello umano9.

D’altro canto, concedendo l’esistenza teorica dei memi,


non è detto che le cause prime siano ciò di cui abbiamo
bisogno per spiegare e comprendere determinati fenomeni.
Come dire: comprendiamo di più sull’opera di Balzac sotto-
la guerra dei meme

lineando che non ha inventato niente perché ha usato memi


e complessi di memi che sono arrivati a lui in quanto più
adatti a sopravvivere oppure attraverso gli strumenti della
sociologia dell’arte, della psicanalisi, della semiotica, della
30
critica letteraria di matrice materialistica che ne illumina-
no, nel dettaglio, tutti gli aspetti, a un tempo specifici e ge-
alessandro lolli

nerali? Entrambi i campi sono determinati a desacralizzare


la figura dell’autore unico, del genio, del demiurgo che crea
ex nihilo, e non c’è conflitto ideologico su questo: semplice-
mente, da un lato c’è una profondità di analisi, dall’altro una
mera identità che si rincorre da sola su qualsiasi argomento
venga esercitata.
E, se la produzione letteraria è un momento troppo par-
ticolare, vediamo qualcosa di più generico, per esempio il
mito degli alieni analizzato da Susan Blackmore in La mac-
china dei memi.

9 Riportata a http://memetics.timtyler.org/criticisms/#section_2_question_1 (trad. dell’autore)


La mia ipotesi è che gli alieni siano un complesso memico, in
particolare un complesso memico che comprende l’idea di cre-
ature alte un metro e venti, magrissime, con la testa grossa e
grandi occhi neri, l’immagine della nave su cui arrivano e delle
operazioni che eseguono, le intenzioni da cui sono animate nel
visitare il nostro pianeta e ogni altra cosa ci venga propinata dai
media. Come sostiene Elaine Showalter in Hystories (1997), que-
ste epidemie sono propagate dal racconto di storie10.

Storie che, oggi, vengono propinate dai media e hanno,

il meme egoista
chissà perché, come oggetto gli extraterrestri. In altri tempi
e altri luoghi, erano invece molto diverse e questo è quel che
la memetica e Blackmore hanno da dire in proposito:
31

In epoche storiche precedenti, e in culture diverse, sono state

la guerra dei meme


avanzate varie ‘spiegazioni’. Nel Medioevo si parlava di incubi e
demoni, spiriti perversi inviati per tentare i malvagi allettandoli
con il sesso. Fino al principio del XX secolo, nell’Inghilterra
meridionale la gente attribuiva alle streghe la colpa degli incubi
notturni, e anche oggi in Terranova c’è chi sostiene di essere
stato visitato dalla ‘Vecchia Strega’, un’entità che arriva di notte,
si siede sul torace del malcapitato e gli impedisce di respirare. A
Zanzibar prosperano tuttora altri miti sulla paralisi del sonno.
Tutti questi miti sono memi di successo.
Oggi la nostra cultura è piena di storie che parlano di spazio,

10 S. Blackmore, La macchina dei memi, Op. cit., p. 301


astronavi, UFO e sinistre creature aliene. Se si soffre di paralisi
del sonno, e non si sa di che cosa si tratta, la mentre fornisce la
‘risposta’ più a portata di mano11.

Si noti che ciò che interessa a Blackmore non è affatto


il funzionamento dei meme, il tipo di storie che racconta-
no, il modo in cui si evolvono e neppure indaga il perché
alcuni riscuoto più ‘successo’ di altri. A Blackmore inte-
ressa in primo luogo smentire l’esistenza di queste dicerie,
riconducendole a un fenomeno fisico spiegato dalla scien-
la guerra dei meme

za: il vecchio obiettivo, magari anche nobile, dello scet-


ticismo. Discorsi che filano perfettamente se al posto di
meme scriviamo ‘idee’ o direttamente ‘mode’ e ‘storie’. A
prendere seriamente la parte che parla di meme, a cercar-
32
ci un approfondimento sul loro funzionamento, finiamo
senza speranza dentro una tautologia: i meme di successo
alessandro lolli

sono di successo perché sono di successo, le idee a portata


di mano sono quelle a portata di mano e così via.
Confrontiamo quest’analisi con quella che fa Roland
Barthes sullo stesso tema in Miti d’oggi:

Il mistero dei Dischi Volanti in un primo tempo è stato pret-


tamente terrestre: si supponeva che il disco venisse dall’ignoto
sovietico, da quel mondo privo di chiare intenzioni quanto un
altro pianeta. [...] Solo che, nel suo divenire, il meraviglioso ha
mutato senso, dal mito della guerra si è passati a quello del giu-

11 Ibid., pp. 302-303


dizio. Marte infatti, fino a nuovo ordine, è imparziale: Marte
viene sulla terra per giudicare la Terra, ma, prima di condanna-
re, Marte vuole osservare, capire12.

E, poco oltre, sulla forma degli UFO nello specifico:

Gli analisti dell’avvenire potranno render ragione degli elemen-


ti figurativi di questa potenza, dei temi onirici che la compon-
gono: la rotondità dell’ordigno, la levigatezza del suo metallo,
quello stato superlativo del mondo rappresentato da una materia
senza giunture; e al contrario comprendiamo meglio quanto nel

il meme egoista
nostro campo percettivo partecipa del Male: gli angoli, i piani
irregolari, il rumore, la discontinuità delle superfici13.

Può sembrare ingiusto paragonare la prosa di uno dei 33

più grandi intellettuali del secolo scorso a quella di un’o-

la guerra dei meme


nesta professoressa di psicologia ma, al di là della ricchezza
della scrittura, il valore informativo dei due passi è estre-
mamente diverso, nella quantità e nella qualità. Barthes
collega l’emersione degli ufo alla Guerra fredda, al timo-
re degli oggetti che volano in cielo. Rileva, però, che gli
alieni hanno acquistato il valore di terza parte, di giudici
del conflitto e dell’animo umano in generale. Infine rende
conto del loro aspetto che allude alla perfezione della tec-
nica. Abbiamo quindi una spiegazione storica, sociale, po-
litica, morale e addirittura cognitiva, laddove Blackmore

12 R. Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino 1974, p. 33


13 Ivi.
si limitava a registrare la mera esistenza degli alieni nella
cultura pop.
È superfluo sottolineare che neppure Barthes credeva
agli alieni e li considerava, al pari di Blackmore, delle fanta-
sie: solo che frenarsi sulla confutazione del soprannaturale,
mentre si pretende di dare una spiegazione della diffusione
dei fenomeni culturali, equivale a sparare sulla Croce rossa
e dichiarare di aver abbattuto il quartier generale nemico.
In effetti, il mito, come inteso da Roland Barthes, è uno
dei tanti concetti partoriti dalla scienze umane che rendo-
la guerra dei meme

no superflua l’introduzione dei meme. Il fatto che i miti si-


ano impersonali, diffusi e capaci di replicarsi è implicito al
concetto stesso, e la teoria del meme ne sembra un’estrema
semplificazione: come spiegheremmo il mito barthesiano
34
a un bambino.
alessandro lolli
Musica e lettura culturale: verso il meme del presente

Ma davvero il massimo risultato della memetica è stato fare


da stampella alle contestazioni scettiche del soprannaturale
che già si reggevano benissimo da sole? In realtà c’è un altro

il meme egoista
ambito in cui la memetica è sembrata funzionare egregia-
mente e, non a caso, è stato citato nel capitolo del Gene egoi-
sta e trattato più volte dal «Journal of memetics»: la musica.
La musica bene si accorda al meme, e sostanzialmente 35

lo fa per due ragioni, una formale e una empirica. Formal-

la guerra dei meme


mente nella musica troviamo quell’unità di senso minima
che possiamo chiamare meme: il singolo suono, la nota. Le
note sono proprio dei piccoli meme, sempre uguali a loro
stessi, che si ricompongono però in complessi sempre di-
versi. Possiamo inoltre leggere nitidamente e organizzare
la stratificazione di questi complessi: la frase, la melodia,
il contrappunto, gli accordi, l’insieme armonico e così via.
La limpidezza della struttura musicale non è paragonabile a
nessun altro àmbito, neppure a quelli che la memetica dice
di cavalcare perfettamente, come la regliogione (qual è il
meme della religione? La credenza in un essere superiore?
La paura di una punizione? La promessa di un’altra vita?
O i singoli topos che sembrano ripetersi in diverse religio-
ni, tipo il diluvio, la reincarnazione, il giudizio universale
e così via?). Fuori della spiegazione generale per cui le idee
religiose sono contagiose e si riproducono di generazione in
generazione, manca un accordo chiaro sull’unità di senso
minima che fa da mattoncino alla costruzione dell’edificio
teorico che la memetica pretende di spiegare. Nella musi-
ca invece abbiamo mattoncini, muretti, colonne e sistemi
architettonici ben distinti. E non è tutto, c’è anche da con-
siderare quello che viene chiamato fenomeno dell’earworm,
la guerra dei meme

per cui le melodie mostrano empiricamente la loro capacità


di ‘attaccarsi’ al nostro cervello, persino contro la volontà
del soggetto che si ritrova in testa un tormentone sgradito.
Ecco, questi due aspetti caratterizzano memeticamente la
36
storia della musica: nei suoi momenti consci, cioè quando
gli autori consapevolmente ricombinano note, frasi e pat-
alessandro lolli

tern in nuove composizioni, e in quelli inconsci, quando


plagi involontari o adulterazioni impreviste di vecchi temi
mostrano quanto può essere impersonale e simile all’evolu-
zione la vita di certe melodie.
Avanza perciò il sospetto che il meme non sia la cornice
interpretativa della cultura tutta, ma un valido modo di leg-
gere alcuni fenomeni culturali, di cui uno è certo la musica.
C’è da dire, però, che la via memetica non aggiunge nulla
alla comprensione che già ne avevano la teoria musicale, la
musicologia e la storia della musica: si limita a sottolinearne
alcuni aspetti, a metterli in fila coerentemente e, se voglia-
mo, a porli in analogia con la genetica. Inoltre, lo scopo del-
la produzione musicale non è riprodurre se stessa in forme
sempre uguali e sempre diverse, almeno non quello delibe-
rato dei suoi autori. Ovviamente questa consapevolezza non
è indispensabile alla natura memetica di un fenomeno, anzi:
Dawkins sottolinea che i meri ‘veicoli’ di memi e geni sono
ignari delle loro ‘volontà’, se non addirittura in conflitto.
Ma ipotizziamo che esista un fatto culturale che non solo
può essere descritto dalla memetica, ma il cui processo è de-
liberatamente memetico, un oggetto il cui senso stesso del
suo esistere è essere un meme. E se il meme non fosse una
cornice interpretativa bensì una classe di oggetti?

il meme egoista
Sappiamo bene che non si tratta di una pura ipotesi, ma
è esattamente quello che è successo agli inizi del nuovo
millennio.
37

la guerra dei meme


2

il meme online

quando tenti di individuare i tratti fondamentali


dei meme, di circoscrivere il fenomeno usando
approcci e strade diverse

ma non sai se ci sei riuscito


N
el 1999, all’interno della prefazione al libro di Susan
Blackmore, Richard Dawkins prova a legittimare la
memetica prendendo in considerazione quanto si è
diffuso il suo neologismo, dal 1976 al momento in cui scri-

il meme online
ve. Rileva felice che il termine è appena entrato nell’Oxford
English Dictionary e poi cerca su Google la parola ‘meme’.
Scopre che è menzionata: “circa mezzo milione di volte, una
41
cifra assurda, evidentemente falsata dalla presenza di vari
acronimi e dal francese même1”

la guerra dei meme


Ho fatto la stessa ricerca durante la stesura di questo li-
bro, nel 2017, e sono usciti oltre mezzo miliardo di risultati.
Cinquecentomila milioni che sembrano crescere di un mi-
lione al giorno, o giù di lì. Cos’è successo dal 1999 a oggi?
Sappiamo che se la ‘cifra assurda’ di Dawkins è aumentata
in questo modo non è perché la sua scienza si è finalmente
affermata. Anzi, molti la ritengono ferma al palo dalla sua
nascita. Semplicemente, i meme sono apparsi. Da vago mo-
dello interpretativo della cultura, ispirato all’evoluzionismo
darwiniano, la memetica si è fatta carne ed è diventata i

1 R. Dawkins in S. Blackmore, La macchina dei memi, Op. cit., XIII


meme, quelli di Internet. E, considerato che i meme sono
degli oggetti (quasi sempre immagini) e non delle teorie,
quel mezzo miliardo che dà conto dell’occorrenza della pa-
rola ‘meme’, non è neppure vicino a mappare la reale esten-
sione del fenomeno.
I meme sono tra noi e tutti li conosciamo, li condividia-
mo, talvolta li creiamo. Il dominio dei meme su Internet
cresce di giorno in giorno e si sono diffusi a tutti i livelli
della comunicazione, dagli utenti comuni fino alle celebri-
tà, passando per le corporation che sono ormai costrette a
la guerra dei meme

incentrarci le loro strategie di marketing, se il loro target


ha meno di trent’anni. E, soprattutto se abbiamo meno di
trent’anni, quando ne vediamo uno, sappiamo riconoscerlo
in quanto meme. Ma sapremmo definire cosa è un meme?
42
Le forme assunte dai meme sono quantomai varie. Di
primo acchito potremmo dire che sono quasi sempre imma-
alessandro lolli

gini, quasi sempre accompagnate da una didascalia e qua-


si sempre quella didascalia è una battuta. Ma sono già tre
‘quasi’, perché esistono eccezioni importanti per ciascuna di
queste descrizioni e non è neppure detto che, circoscriven-
do questi tratti, ci stiamo avvicinando alla struttura fonda-
mentale del meme.
Alla fine, anche noi come i filosofi che indugiano nella
filologia, ripercorrendo la storia della memetica, abbiamo
solo ritardato l’ingrato compito della definizione del meme.
Uno dei primi a prendersi l’onere e l’onore è stato Patrick
Davison che, nel 2009, ha curato il capitolo “The Language
of Internet Memes” all’interno del manuale di autori vari
The Social Media Reader. La sua definizione è stata una delle
prime a essere formulata in ambito accademico, infatti nel
2009 i meme avevano appena acquistato una forma ricono-
scibile ma non avevano neppure la metà del successo otte-
nuto negli anni a seguire. Davison, pioniere in un terreno
vergine, prova a sintetizzarla così:

An Internet meme is a piece of culture, typically a joke, which


gains infuence through online transmission2.

Secondo il professor Davison, quindi, possiamo definire

il meme online
il meme come un pezzo di cultura, di solito una battuta,
la cui influenza cresce diffondendosi online. E poche righe
dopo si specifica che non tutti i meme sono battute (già
43
esistevano i creepypasta3, per esempio, l’equivalente meme
delle urban legend), suggerendo il carattere generale e non

la guerra dei meme


esaustivo di quelle righe. Su questa definizione torneremo
più volte, ma di certo non la si può pensare come definitiva.
Una delle vie per cercare di raggiungere l’obiettivo di
una definizione che ci soddisfi è ripercorrere la storia dei
meme di Internet, cercando, nell’evolversi della loro forma,
le caratteristiche significative che li hanno distinti come

2 P. Davison in M. Mandiberg, The Social Media Reader, New York University Press, 2009 New
York, p. 122.
3 Creepypasta è un neologismo formato dalla contrazione di ‘creepy’, ‘inquietante’, e ‘copy-paste’, cioè
‘copia e incolla’ – il comando informatico. I creepypasta erano brevi storie dell’orrore che venivano
diffuse, inizialmente, su 4chan. Come le leggende urbane orali, mischiavano verità e menzogna:
storie false che si spacciavano per vere, storie vere che si spacciavano per false, ma anche storie false
che potevano diventare vere, come alcuni sostengono sia successo con la recente Bluewhale, nata
proprio come semplice storiella dell’orrore condivisa negli anfratti di Internet e poi tragicamente
messa in pratica.
fenomeno a sé stante e, contemporaneamente, andando a
sottolineare tutto ciò che hanno in comune con potenziali
antenati e presunti fratelli. È il percorso scelto da Linda K.
Börzsei, dottoranda olandese, che nel 2013 ha scritto un pa-
per intitolato Makes a Meme Instead - A Concise History of In-
ternet Memes, testo imprescindibile per un’analisi di questo
tipo. Infatti, come sottolinea l’autrice in apertura, se c’era
già stato qualche tentativo di lettura sincronica dei meme,

La storia e l’evoluzione del fenomeno di Internet dei meme, in


la guerra dei meme

continua espansione, sono state per lo più ignorate dagli acca-


demici fino a oggi4.

L’obiettivo Börzsei è quindi produrre una timeline delle


44
fasi significative dell’evoluzione dei meme. All’interno in-
dividuiamo almeno tre possibili momenti zero che segna-
alessandro lolli

no uno scarto nello sviluppo di questo peculiare artefatto


culturale e che potrebbero tutti e tre candidarsi al titolo di
‘nascita del meme di Internet’.
La prima nascita, in ordine cronologico, una vera e pro-
pria preistoria del meme, è molto antica e viene ricondotta
alla comparsa degli smiles. Come ricorda Börzsei, il primo
smiles, quello che sorride, composto interamente da punteg-
giatura, è stato inventato il 19 settembre del 1982 da Scott
E. Fahlman che per primo comprese i limiti di quella nuo-
va forma di comunicazione prodotta da Internet. Che fosse

4 L. K. Börzsei, Makes a Meme Instead, p.2. (trad. dell’autore)


una chat, un newsgroup o un forum, la scrittura in contem-
poranea a distanza aprì una serie di problemi sconosciuti
alle vecchie lettere cartacee (unica forma di dialogo scrit-
to precedentemente conosciuta all’umanità) che, con i loro
tempi dilatati, incoraggiavano un’attitudine completamente
differente al testo. Uno di questi problemi, il più lampante,
era la difficoltà di trasmettere l’intonazione di un messag-
gio, magari molto breve, scritto senza un’eccessiva cura e
pertanto aperto a fraintendimenti anche gravi. La soluzione
di Fahlman fu grafica: una faccina. Le smiles, o emoticon,
come presero a chiamarsi, ebbero subito un grande succes-

il meme online
so tra gli utenti del primo Internet che ne fecero un uso
creativo, disegnando faccine sempre più complesse per gli
scopi più vari. Considerare le emoticon il primo meme di
45
Internet è un’idea coraggiosa che Börzsei difende insisten-
do sul carattere iconico delle faccine, a un tempo stabile e

la guerra dei meme


aperto a modifiche da parte di tutta l’utenza, nonché sulla
rapidità della loro diffusione, premessa essenziale affinché
la creatività abbia luogo. Ci manca tuttavia di sottolineare
un aspetto che accomuna i meme e buona parte degli usi,
specialmente odierni, che vengono fatti delle emoticon: l’i-
ronia.
Ora, chi scrive nel 1982 non era nato e non può testimo-
niare nulla circa i primissimi impieghi delle faccine nella
storia, ma già nei primi anni duemila le emoticon, con la
loro ingenua pretesa di descrivere le sfumature dell’animo
umano con pochi tratti (o con un rozzo cartoon), erano state
inghiottite dalla spirale ironica. Si mandavano faccine che
rappresentavano il contrario delle emozioni deducibili dal
testo (ironia), oppure che bene si accordavano al tono ge-
nerale, spingendolo però nel grottesco, nell’iperbole (post-
ironia). Chi li usava (e le usa) al primo livello, senza ironia
o consapevolezza della pacchianeria e dell’esagerazione che
comportavano, solitamente era uno sprovveduto genitore
che davvero si assicurava di comunicare allegria, tristezza o
preoccupazione in quei modi ridicoli. Nel 2017 le emoticon,
nella forma delle emojii per smartphone, sono entrate nel
linguaggio dei meme veri e propri facendo il verso agli abusi
la guerra dei meme

delle persone più semplici (i ‘normie’, che vedremo in segui-


to), innestandosi copiosamente nelle didascalie dei meme,
tra una parola e l’altra o addirittura tra una lettera e l’altra.
Le emoticons più semplici si sono da sempre prestate alle
46
sovrascritture ironiche allo stesso modo di certi meme, e
si possono quindi considerare antenate e forme elementa-
alessandro lolli

ri dei meme, sopratutto di quel particolare tipo che sono i


‘reaction meme’, di cui si tratterà più avanti. Ma, dato che
il loro carattere memetico è, per così dire, accidentale, e
che mantengono una distanza formale notevole dall’idea di
meme che abbiamo in testa, bisogna datare la vera e propria
nascita del meme più recentemente.
Gli altri due momenti individuati da Börzsei sono vicini
nel tempo, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio dei Due-
mila, ed entrambi presentano le caratteristiche grafiche cui
siamo abituati. Il primo è Bert is Evil, un sito umoristico
fondato nel 1997 dal designer filippino Dino Ignacio che
si prodigava a dimostrare la malvagità di Bert, un perso-
naggio dei Muppets, fotomontando il pupazzo in situazioni
compromettenti: accanto a Hitler, a Bin Laden o al posto
di Al Pacino nella locandina de L’avvocato del diavolo. Un
tipo di umorismo che oggi ben riconosciamo come meme-
tico, sia formalmente, per via della ripetizione di un segno
in contesti differenti, sia per l’intenzione surreale che lo
sorregge. Infatti ben presto Ignacio iniziò a ricevere cre-
azioni dai propri fan, riservandosi il diritto di selezionare
cosa mettere sul sito. In questo modo si innescò un vero e
proprio ‘processo memetico’: altri soggetti riprendono una
certa idea e la lavorano nuovamente, mettendola in circo-

il meme online
lo come un sistema aperto. Era, tuttavia, un processo non
ricercato dall’autore e da costui regolamentato, infatti pre-
sero a diffondersi remix di Bert is Evil al di fuori del sito ‘pa-
47
drone’, mostrando l’incontrollabilità dei contenuti online.
In questo senso Bert is evil segna un momento di passaggio:

la guerra dei meme


è stato il primo esempio di umorismo virtuale esteticamen-
te assimilabile ai moderni meme, ma ancora strattonato tra
la presa dell’autore e la creatività anonima della collettività.
Di conseguenza il primo vero meme registrato da
Börzsei, completamente generato e gestito dalla mente col-
lettiva, è un altro, quasi contemporaneo a Bert is Evil. Nel
1989 il cattivo di Zero Wing, un vecchio videogioco arcade
poi rilasciato per SEGA mega drive, si rivolgeva al gioca-
tore dicendo “All your base are belong to us”. Un esilarante
esempio di Engrish, cioè la traduzione sgrammaticata in in-
glese da una lingua asiatica. Ecco, circa dieci anni dopo si
diffusero screenshot dello sfondone in vari forum di gamer
che iniziarono a fotomontare la frase infelice nei contesti
più disparati. All your base are belong to us è un meme fon-
damentalmente verbale, quindi formalmente più distante
dalla norma memetica egemone, più distante di quanto non
lo fosse Bert is Evil, ma a suo vantaggio ha la scomparsa,
o l’irrilevanza, dell’autore originale. Questo è un punto da
non trascurare nella comprensione del meme come arte
che taglia i ponti con tutte le altre e, contemporaneamen-
te, mette in pratica i desideri più visionari e sperimentali
di tanti teorici e artisti postmoderni: la morte dell’autore.
la guerra dei meme

Su Know Your Meme, il più fornito archivio memetico di


Internet, esistono alcuni meme (non molti a dire il vero,
anche se le cose stanno cambiando e vedremo perché) di
cui si conosce l’autore, il primo a condividere su Internet
48
un certo contenuto poi remixato da innumerevoli utenti.
Ma la sua importanza è assolutamente trascurabile: il meme
alessandro lolli

non è identificabile con la sua prima incarnazione, ma con


il volume complessivo delle sue versioni, o ancora meglio,
con la sua potenzialità riproduttiva, ovvero il meccanismo
umoristico che racchiude. A nessuno importa davvero del-
la prima battuta, quasi sempre meno divertente di tutte le
variazioni che la attraverseranno in seguito. Per raccontare
un meme (vedi ancora la piattaforma Know your memes) non
si fa il nome dell’utente che per primo lo ha postato: se c’è
qualcosa che ha importanza, è la community, il primo luogo
in cui ha iniziato a circolare il meme. E non è quindi casuale
che la piattaforma principale della ‘golden age’ dei meme sia
stata 4chan, che prescriveva l’anonimato di tutti gli utenti.
Nella storia dei meme si è verificata una vera e propria pre-
sa di posizione ideologica contro i personalismi e l’idea di
autore, in favore di un collettivo senza nome, inafferrabile
e incontrollabile5.
Un altro aspetto strettamente memetico è il tipo di con-
tenuto parodiato: videogiochi, anime, manga e interessi da
nerd in generale caratterizzano tanta produzione memetica
e circoscrivono, anagraficamente e sociologicamente, il pro-
sumer-tipo dei meme. Si tratta di un’identificazione imme-
diatamente filtrata dall’ironia: può essere volta a escludere
degli esterni, quelli che non possono capire i riferimenti,

il meme online
dal divertimento, ma è allo stesso tempo ridicolizzata, au-
toironica. Per esempio, tra le tante cose che il meme All your
base are belong to us riesce a dire, possiamo trovare un’idea
49
del tipo “guarda che prodotti scadenti hanno colonizzato la
nostra infanzia, questo ci meritiamo, lol”. Abbiamo a che

la guerra dei meme


fare con un gioco, dunque, che comprende nostalgia, au-
tocommiserazione, malinconia e orgoglio, in dosi sempre
diverse e mai definite.

Secondo Börzsei è nella seconda metà degli anni zero


che i meme acquistano, per così dire, coscienza di sé e si
cristallizzano in una forma che, lungi dall’esaurire tutte le
possibili configurazioni, finisce per primeggiare e diventare
il meme per antonomasia. Due sono le serie che influenzano

5 We are legion, declamava la prima progenie politica di 4chan, gli hacker di anonymous; di questo
parleremo in seguito.
pesantemente la forma dei meme da lì in poi: gli Advice Ani-
mals e i Lolcats, entrambi del 2006. I primi sono foto di ani-
mali incollate su uno sfondo colorato a raggiera, presentano
un consiglio spezzato in una frase superiore e una inferiore:
ciascun animale anticipa il tipo di consiglio che fornirà, c’è
il generico Advice Dog animato da un incrollabile ottimi-
smo, il più oscuro Angry Wolf che reagisce in maniera vio-
lenta e sproporzionata alla situazione e il Socially Awkward
Penguin che si limita a raccontare situazioni di quotidiano
imbarazzo ingigantite da una sensibilità eccessiva. Le foto
la guerra dei meme

degli animali degli Advice Animals sono formalizzate e per


così dire archetipiche: hanno dei nomi e delle funzioni che
ne prescrivono l’uso. I Lolcats, d’altro canto, integrano lo
stilema della didascalia doppia su rappresentazioni più varie
50
e, invece, non formalizzate: sono foto di gatti buffi. Certo,
come rileva Börzsei, alcuni di questi gatti sono poi assurti
alessandro lolli

al ruolo di ‘sub meme’, replicandosi come un segno più o


meno preciso, ma la vaghissima pratica del Lolcat prescri-
veva solo di trovare un gatto buffo e scriverci sopra una
didascalia, una caption spezzata, un pezzo sopra e uno sotto,
– tecnicamente chiamati ‘Top text’ e ‘Bottom text’.
In questo modo, nel 2006, si sono stabilizzate le cosid-
dette ‘Immagini Macro’, che un osservatore superficiale
potrebbe scambiare per i meme tout-court, nelle due ver-
sioni fondamentali: la Macro intesa come semplice modo
di distribuire una didascalia su un’immagine, e la Macro
che presenta un’immagine iconica, che si replica sempre
uguale e diventa pertanto segno: una rappresentazione se-
mantica, insomma, che anticipa e completa la didascalia (il
lupo arrabbiato, il pinguino imbarazzato ma anche Willie
Wonka, Boromir, Jonathan Goldsmith e così via). Se le Ma-
cro si sono guadagnate la fama di meme per antonomasia,
è perché il loro funzionamento esprime una sorta di ideale
del meme. Di fatto, nonostante le macro in stile fine-anni-
Zero (con le scritte in font Impact tutto maiuscolo) non si
vedano più e sappiano un po’ di vecchio, la realtà è che si
sono semplicemente evolute in una nuova veste grafica, con
il testo scritto in Helvetica minuscolo, su uno spazio bianco
posto sopra la foto, come una vera e propria didascalia. Ul-

il meme online
timamente anche le Macro in Helvetica con testo esterno
stanno lasciando il passo a un ritorno del testo interno, ma
questa volta piazzato sull’immagine in modo confuso e vo-
51
lutamente fastidioso, all’interno delle estetiche vapor wave
e weird Facebook6 che influenzano i meme più underground

la guerra dei meme


degli ultimi anni.
Le Macro mostrano una vicinanza stilistica molto forte
con il fumetto. Più precisamente, con quel sottogenere del
fumetto chiamato ‘vignetta umoristica’ o ‘strip’, formato
da una singola immagine con una battuta. In realtà, è di-
scutibile se le vignette possano essere considerate ‘fumetto’
a tutti gli effetti, ma è pur chiaro che la singola vignetta,
così come l’immagine Macro, partecipano del linguaggio

6 La vapor wave e il weird Facebook sono due correnti estetiche ipercontemporanee che in parte si so-
vrappongono e influenzano lo stile dei meme più underground. Hanno in comune una fascinazione
per le estetiche scarne, naif e brutaliste che caratterizzavano le grafiche del primo Internet, riprese in
chiave ironica e lisergica insieme.
fumettistico, cioè di quella peculiare forma narrativa che
combina testo e disegno. La profonda affinità tra i due pro-
dotti culturali viene discussa e rivelata da Masha Zharova
del collettivo The Philosopher Meme (da qui in poi TPM),
che illustra come una delle più famose vignette del «New
Yorker», “On the Internet, nobody knows you’re a dog”, si sia
trasformata prima in una Macro vecchia maniera e poi in
una Macro moderna, dimostrando la permeabilità stilistica
tra vignette e meme7.
In effetti, uno dei meme più famosi della storia, e ultimo
la guerra dei meme

tassello dell’indagine di Börzsei, è stato un fumetto vero e


proprio, con di norma quattro o più vignette: i cosiddet-
ti Rage Comics. Nati su 4chan nel 2008, hanno presto rag-
giunto un successo difficilmente riscontrato da altri meme.
52
All’inizio del decennio, in Italia si potevano veder sbucare
magliette con le famose facce dei Rage Comics agli stand
alessandro lolli

della Festa dell’Unità, accanto ai grandi classici come quel-


la di Che Guevara o dell’esercito Zapatista. E, ancora, nel
2016, la pagina wikipedia italiana che copre il fenomeno dei
meme (molto approssimativamente, vedremo poi), suggeri-
va che “Forse cercavi Rage Comics”, per dire il livello di ri-
conoscibilità della serie. Ma il loro successo non ci interessa
tanto quanto l’interazione o sovrapposizione o contamina-
zone tra i meme e il fumetto vero e proprio.
La conseguenza dell’infezione memetica nel genere fu-
metto si manifesta come la sostituzione dei personaggi con

7 https://www.youtube.com/watch?v=PaFVLUhruag&t=452s
delle funzione narrative. Le faccine dei Rage Comics, come
i personaggi dei fumetti, hanno dei nomi: ci sono Forever
Alone, Rage Guy, Cereal Guy e la celebre Trollface. Ma a dif-
ferenza di Topolino o del Joker, che hanno caratteri definiti
dai quali non devono uscire ma al contempo una libertà di
azione ampissima, le faccine dei Rage Comics presentano
sempre la stessa espressione e assolvono sempre lo stesso
ruolo. Parliamo, perciò, di funzioni e non di personaggi. In
questo senso l’era dei Rage Comics può essere interpretata
come un esperimento globale di narrativa combinatoria, i
tarocchi del Castello dei destini incrociati di Calvino distri-

il meme online
buiti a tutti gli adolescenti del mondo. Nondimeno, ogni
singola faccina aveva uno specifico valore semantico, che ne
sonsentiva l’utilizzo individuale all’interno di altri contesti
53
(anche come semplici ‘reaction’).
Era questo a rendere i Rage Comics più meme che fu-

la guerra dei meme


metti: una creatività collettiva fondata su singoli elementi
molto semplici.
Meme e contenuto virale

Dopo aver sondato le diverse caratteristiche che hanno in-


fluenzato, qualitativamente, la riconoscibilità del meme, c’è
da fare un tentativo: tracciare la differenza tra cosa è meme
la guerra dei meme

e cosa non lo è.
Ora, come spesso accade, sono gli errori e le imprecisioni
a indicare – per esclusione – la via di una più corretta com-
prensione.
54
Ecco che, riprendendo la sintetica definizione di Davi-
son poco sopra citata, scopriamo che è fuorviante, e lo è
alessandro lolli

perché dice troppo, non troppo poco. Un meme, si è visto,


è secondo Davison “un pezzo di cultura, di solito una battu-
ta, la cui influenza cresce diffondendosi online”. Ma siamo
sicuri che qualsiasi cosa divertente che guadagna influenza
trasmettendosi in rete sia un meme? È la stessa approssi-
mazione in cui cade la Wikipedia italiana che traduce la
pagina Internet meme da quella inglese usando il generico
“Fenomeno di Internet”. Vediamo la voce nello specifico,
che esordisce così:

Un fenomeno di Internet (chiamato anche in inglese Internet


meme, ‘meme di Internet’) è un’idea, stile o azione che si pro-
paga attraverso Internet, spesso per imitazione, diventando im-
provvisamente celebre8.

Non ci sarebbe niente di sbagliato in questa descrizione


di “fenomeno di Internet” se la parentesi non lo identificas-
se con il meme. Nell’ampia categoria di fenomeno di Internet,
il meme si distingue qualitativamente, marcando una dif-
ferenza fondamentale da un altro oggetto, apparentemente
simile ma profondamente diverso: il contenuto virale.
Come i meme, i viral sono una metafora di derivazione
biologica e, come abbiamo visto nel primo capitolo, sono

il meme online
comparsi a fare da analogia anche nella memetica vera e
propria. Qual è allora la differenza tra un meme e un virus,
o meglio, tra un gene e un virus?
Sappiamo che il gene è diventato protagonista della te- 55

oria di Dawkins per due caratteristiche: quella di replicarsi

la guerra dei meme


e quella di configurarsi in complessi sempre diversi che
garantiscono l’evoluzione. I virus, d’altro canto, sono ‘fa-
mosi’ solamente per la prima caratteristica. Tuttavia i virus
si evolvono, pur essendo agenti che subiscono l’evoluzione
parassitando organismi superiori – nel linguaggio comune
e figurato, le cose ‘virali’ sono tali perché si diffondono
rapidamente tra gli individui, tanto da sovradeterminare
le loro volontà, risultando nocivi come un parassita. Al di
fuori di Internet, virali sono i tormentoni musicali, i modi
di dire, le mode e così via. Il soggetto infetto è passivo

8 https://it.wikipedia.org/wiki/Fenomeno_di_Internet (consultata il 03/05/2017)


rispetto a un fenomeno che non lo invita a reinventarlo,
ma lo usa come veicolo per diffondersi presso altri indi-
vidui. Si noti, incidentalmente, che gli esempi di meme
fatti da Dawkins erano quasi sempre di questa natura: idee
infettive che prendevano il controllo di soggetti dotati di
minima o nulla capacità di azione. E di conseguenza la
memetica veniva adoperata per spiegare, e condannare,
quelle idee sommamente disprezzate dall’autore, come le
religioni e le credenze soprannaturali in genere, oppure
piccole mode neutre che mostrano in modo cristallino la
la guerra dei meme

capacità riproduttiva dei comportamenti degli esseri uma-


ni (come il giochino degli origami che sopravvive diverse
generazioni in una scuola superiore). La capacità evolutiva
del meme, il suo ricombinarsi in unità sempre nuove, era
56
vista anch’essa come una dinamica impersonale, che si ve-
rificava per lo più come frutto di errori di copiatura da un
alessandro lolli

soggetto all’altro. Invece l’esistenza di prodotti culturali,


che da un lato impongono la loro presenza attraverso la
diffusione virale, ma dall’altro invitano ciascun soggetto
‘infetto’ a riproporre attivamente una nuova versione del
virus, è stata pressoché ignorata dalla memetica. Uno dei
pochi esempi di riproduzione creativa e interattiva che
abbiamo trovato nel primo capitolo era la musica, che la
memetica ha affrontato a più riprese ma preferendo, anche
lì, le evoluzioni impreviste, dovute agli errori di riprodu-
zione o trascrizione delle melodie o al loro ripresentarsi in
contesti diversi, senza un’esplicita volontà citazionista da
parte dell’autore.
Possiamo dire che la dinamica evolutiva preferita dai me-
metisti era il gioco del telefono, quella che noi ricerchia-
mo somiglia più a un racconto di gruppo: potremmo dire
un’esplicita creatività ricombinatoria collettiva. Ecco cos’è
il meme: quel fenomeno virale che non mira a riprodursi ma
a reinventarsi.
C’è almeno un’obiezione importante che si può muovere
a questa definizione preliminare, ma procediamo con ordi-
ne, prendendo in esame i casi tipici.
Virali su Internet possono essere tutti i tipi di contenuti,
anche notizie, false o vere che siano. Per praticità di analo-

il meme online
gia, ora restringiamo il campo al viral umoristico, prenden-
do in esame un caso tipico: un breve video divertente. Tema
ricorrente sono le situazioni da slapstick comedy con animali,
57
bambini o adulti che inciampano, cadono o falliscono nel
più elementare dei compiti. La diffusione di questi video è

la guerra dei meme


iniziata non appena la tecnologia lo ha permesso, cioè con
l’avvento di un Internet per tutti e di connessioni in grado
di sopportarne agevolmente il caricamento. Ma non è, chia-
ramente, un fenomeno creato da Internet o che ne necessi-
tava l’esistenza per darsi. In Italia abbiamo diversi format
televisivi fondati su questo tipo di contenuti, come il de-
cennale Paperissima di Antonio Ricci. Fa sorridere pensare
che l’intrattenimento dei genitori abbia spopolato tra i figli
semplicemente cambiando media e branding. Due distinte
ondate virali di video slapstick hanno invaso l’Internet degli
anni Zero: la prima li siglava con OWNED o PWNED, la
seconda, a distanza di qualche anno, riprese lo stesso tipo di
contenuti sotto il nome di EPIC FAIL. Più recentemente,
i video slapstick hanno subito una nuova verniciata di pre-
sentabilità sui social network, dove vengono condivisi con
didascalie tipo ‘mood:’, ‘monday:’, ‘io e la vita:’, che fotogra-
fano sia il cambio di passo narcisistico causato dai social,
ma anche il capovolgimento che Facebook e colleghi hanno
impresso a questi contenuti: prima si rideva dell’altro che
falliva, oggi ci si identifica con il fallito, all’interno di un
autocompatimento scherzoso ed esibito9.
Il funzionamento del meccanismo umoristico, quindi, ri-
la guerra dei meme

sulta lo stesso, da Paperissima a Facebook: il video divertente


è divertente perché è divertente. Fa ridere, cioè, per ragioni
interne al video stesso e non presuppone la sua viralità che
è, per così dire, una conseguenza o un accidente. Se pren-
58
diamo invece un meme, ad esempio le immagini Macro di
cui abbiamo discusso in precedenza, possiamo ammettere
alessandro lolli

che qualcuna farà ridere anche come contenuto isolato, ma


non è per niente sicuro.
Il meme è l’unione di più unità semantiche che bisogna
conoscere per comprendere l’insieme e solo di conseguen-
za, eventualmente, riderne. In questo senso, il singolo meme
presuppone la serie: la ‘famiglia memetica’ a cui appartiene.
Molti dei meme più elaborati (che i teorici di oggi distinguo-
no minuziosamente in ironic memes, meta-ironic memes e post-

9 Quando più avanti si parlerà di normificazione, casi del genere deporranno a favore di una lettura
molto relativistica e percettiva circa la dinamica di logoramento dell’umorismo, secondo la quale ba-
sta cambiare la confezione di un prodotto culturale per venderlo come nuovo a chi se ne era stancato
pochi anni prima.
ironic memes) fanno ridere esclusivamente a partire dal loro
essere meme, dal modo in cui rielaborano non solo elementi,
ma modi d’uso già affermati. La decodifica di una tale strati-
ficazione dei segni diventa il motivo stesso della risata.
A un livello più concreto, la differenza macroscopica sta
nel semplice fatto che il video virale non è soggetto a mo-
difiche e si riproduce ogni volta identico, mentre il meme,
inteso qui come cornice memetica che comprende una fa-
miglia di singoli contenuti, è sempre diverso ed esorta alla
produzione di nuove versioni. Tenendo a mente questa di-
stinzione, possiamo assumere una permeabilità delle due

il meme online
categorie, cioè la possibilità che un contenuto virale diventi
un meme attraverso i ‘remix’ degli utenti. E non sbaglie-
remmo, laddove molti meme sono nati come ‘semplici’ viral
59
poi rielaborati dalla creatività degli utenti.
In questo senso possiamo fornire un esempio italiano.

la guerra dei meme


Nel novembre del 2008 Giulio Andreotti, ospite di Paola
Perego, passa degli interminabili secondi immobile, in si-
lenzio, al seguito di una domanda della conduttrice sul fu-
turo dei nostri figli, prima che venga mandata la pubblicità.
A quei tempi il video guadagnò popolarità per motivi inter-
ni all’evento stesso: il Grande Vecchio della politica italiana,
con la fama di essere immortale, si spegne come un robot
durante un’innocua cerimonia televisiva per famiglie. Era,
in questo senso, un semplice contenuto virale umoristico,
magari di un umorismo un po’ macabro, ma comunque tale.
In seguito però la faccia imbambolata di Andreotti è stata
estratta dal video e reinventata: col simbolo Buffering in so-
vraimpressione, con varie didascalie tipo “Subito dopo esse-
re venuti” o semplicemente usata come una reaction, erme-
tica e sibillina. Ecco come il fermo immagine di Andreotti
che si sente male in tv è diventato un meme.
Possiamo essere più radicali: ogni meme veramente nuo-
vo, cioè che introduce una cornice memetica mai vista, in
prima battuta è solo un contenuto virale (certo, ci sono delle
intenzioni memetiche più o meno esplicite rintracciabili in
certi contenuti che possono esserci suggerite dalla persona
che lo posta, dal luogo virtuale in cui lo posta e anche da
la guerra dei meme

certi stilemi grafici che del tutto nuovi non sono mai). Ma
quando la collettività degli utenti coglie la palla al balzo e
inizia a reinventarlo, è allora che nasce un meme.
Tornando al nostro esempio, preso come caso fortunato
60
di un viral che si è evoluto in meme, si notino, però, alme-
no due cose: il contenuto semantico veicolato dalla faccia di
alessandro lolli

Andreotti non è mai stato univoco, stabile e neppure sem-


pre comprensibile. Si è prestato a diversi usi, a molteplici
letture, a battute di vario genere. Rimaneva, tuttavia, un
tassello fisso che presupponeva la conoscenza di un conte-
sto antecedente affinché si comprendesse l’articolazione che
la battuta attuale formava. La faccia di Andreotti, e molti
altri meme, possono non avere il livello di prescrittività de-
gli Advice Animals (nei quali ogni rappresentazione indicava
molto precisamente il tipo di battuta da abbinare) ma con-
tinuare a comportarsi come oggetti semiotici il cui senso
si riscrive ogni volta, tracciando nuove affinità tra parola e
immagine.
Il secondo fattore da considerare è l’uso di un meme, già
più volte accennato, come reaction pura, cioè senza testo.
Esistono molti meme che non hanno testi abbinati e neppu-
re sono composti dalla dialettica di due o più immagini. Il
meme come singolo elemento, non modificabile, usato come
reazione in una comunicazione virtuale, potrebbe minare la
solidità teorica di quanto detto fin qui. Eppure, proprio la
natura minimale delle reaction illumina l’essenza profonda
del meme che non ha bisogno di una narrativa esplicita per
essere distinto dai più semplici viral. Ma si vedrà più avanti.

il meme online
61

la guerra dei meme


Cornici per battute

Il meme è quindi un oggetto che si distingue dal semplice


contenuto virale in virtù della sua apertura a nuove versioni.
Questa apertura non è fortuita nel modo in cui può esserlo
la guerra dei meme

il remix di una canzone, che ha le stesse probabilità di av-


venire e di non avvenire perché il prodotto è pensato come
concluso. Ci sono, certamente, nascite casuali, ma la gran
parte dei meme contiene in sé, e ben visibile, la potenzia-
62
lità di una riproduzione creativa. Differenza e ripetizione,
sempre per scimmiottare i filosofi, sono i tratti che tengono
alessandro lolli

insieme la catena memetica nella quale, a ogni passaggio,


troviamo un elemento fisso e uno che varia.
Quando parliamo di ‘cornici memetiche’, o cornici per
battute, ci riferiamo a quella parte del meme che non cam-
bia (in inglese ‘template’ o ‘format’) e che, in un certo senso,
è il meme.
Know Your Meme cataloga proprio i meme in questo
modo, isolando l’elemento fisso che dà il nome alla serie e
orienta tutte le singole attuazioni. È un’operazione molto
semplice nei casi più elementari, prendiamo a esempio un
vecchio meme che abbiamo già citato: Willy Wonka. L’ele-
mento fisso è la foto: un fotogramma di Gene Wilder che
interpreta Willy Wonka nel musical La fabbrica di cioccolato
del 1971. Il personaggio reclina la testa appoggiandola sulla
mano e guarda davanti a sé con un sorriso sornione. L’e-
spressione chiama battute condiscendenti: “Sei laureato in
filosofia? Per me un big mac e una cocacola, grazie!” è forse
la più celebre frase-Wonka italiana, e possiamo citare anche
il minimale “You must be new here”, una delle prime caption
con cui esordì su 4chan. Il fotogramma di Willie Wonka è
l’elemento fisso, la didascalia quello variabile, ma sussiste
un rapporto dialettico: le battute possono variare in accor-
do col tema stabilito dall’elemento fisso – in questo caso, la

il meme online
condiscendenza sbruffona: tutte le situazioni, le notizie, le
persone, che si meritano come risposta una faccia da schiaffi
paternalistica hanno trovato in Willy Wonka la loro casa, la
63
cornice per farci battute.
Le cornici per battute non sono certo un fenomeno ine-

la guerra dei meme


dito nella storia dell’umorismo. Pensiamo alle barzellette: i
carabinieri sono un meme delle barzellette, la loro cornice
serve per creare storielle in cui si ride per la stupidità del
protagonista. Proprio come nei meme, abbiamo a che fare
con oggetti semiotici il cui referente reale è irrilevante o
perduto. Possiamo supporre che le barzellette sui carabi-
nieri siano iniziate con intenti satirici verso la categoria, ma
hanno abdicato da tempo alla loro funzione critica, che si
è esaurita in una maschera pura. Infatti la stessa barzelletta
con i carabinieri può funzionare con altri meme tipo Pie-
rino o Francesco Totti. Allo stesso modo, il Willy Wonka
del meme non rimanda al personaggio del film, né è neces-
sario conoscere il suo carattere nella Fabbrica di cioccolato per
la comprensione del meme, anzi, potrebbe persino essere
fuorviante. Questo non vuol dire che ai fini del meme pote-
va esserci chiunque altro: il fine del meme è far ridere (o al-
meno è uno dei fini) e l’aspetto buffo di Gene Wilder vestito
tutto di viola ha un ruolo centrale in questo. La maggior
parte dei meme sono arte figurativa e il significante puro,
l’immagine utilizzata, è importante tanto quanto il campo
semantico in cui agisce (la cornice memetica) e la battuta
vera e propria (la caption, in questo caso). La differenza tra
la guerra dei meme

i carabienieri e Willy Wonka è innanzitutto visiva, il che


comporta anche uno sbilanciamento nell’economia umori-
stica del meme rispetto a quella della barzelletta. I cara-
binieri sono al mero servizio della singola attuazione, cioè
64
della barzelletta in cui compaiono, mentre Willy Wonka
e gli altri si impongono al centro del campo visivo, acqui-
alessandro lolli

stano vita propria e, specialmente nei meme più comples-


si, diventano oggetti nomadi. Se i meme primordiali delle
barzellette erano solo uno strumento per costruire storie,
le cornici memetiche, anche in virtù della loro natura prin-
cipalmente figurativa, sono diventati ben presto un oggetto
da scomporre e ricomporre, che tiene conto della propria
cronistoria, entrandoci in rapporto dialettico.
I meme fanno un salto in avanti rispetto alle barzellette
e, a uno sguardo più attento, anche il caso molto lineare di
Willy Wonka, preso dal passato dei meme, ormai digerito e
comprensibile, potrebbe rivelarsi non così semplice in sede
di analisi. Nel ripercorrere la storia dei meme, infatti, ab-
biamo detto che la forma ‘immagine Macro’ stessa è un tipo
di cornice memetica. A voler essere rigorosi, quindi, sarem-
mo già in presenza di un ‘meme composito’, che articola due
elementi fissi: la forma macro e la faccia di Willy Wonka.
Esistono infatti autentici meme compositi, che articolano
due o più cornici memetiche, ed entrano a far parte dell’am-
pia categoria degli ‘ironic memes’, dalla quale escono le crea-
zioni più interessanti e i prodotti più vitali della scena.
TPM, il collettivo di meme studies fondato da Seong-
Young Her e dalla già citata Masha Zharova, ha scritto mol-
to sulle distinzioni tassonomiche dei meme, formalizzan-

il meme online
done il vocabolario e proponendo dei veri e propri quadrati
semiotici. TPM mette a punto categorie di meme (i prima
citati pre-ironic memes, ironic memes, i meta-ironic memes e
65
i post-ironic memes), articolandole in schemi che distinguo-
no minuziosamente tra quelli di narrazione sovversiva ma

la guerra dei meme


stilisticamente conservatori, di narrazione conservatrice ma
stilisticamente sovversivi – e tutte le combinazioni del caso.
Senza addentrarci in questioni tecniche e ancora dibattute,
importante da sottolineare è lo scarto tra i pre-ironic me-
mes e tutti gli altri: TPM sottolinea che la caratteristica
fondamentale dei meme pre-ironici è la prescrittività. Abbia-
mo usato diverse volte questa parola per descrivere il ruolo
della cornice memetica, dicendo che prescrive, appunto, un
certo tipo di battute. In altri casi, abbiamo ancora detto,
le orienta. Il meme pre-ironico usa le cornici per battute
in modo non diverso dai carabinieri delle barzellette, come
un mezzo per costruire storie, uno strumento con una fun-
zione specifica che va rispettata e che finisce lì. La famiglia
dei meme ironici, invece, rende la cornice un oggetto da
contestare, rivalutare, contraddire. La cornice per battute
non diventa irrilevante, non prescrive ma continua a orien-
tare le altre parti del meme, in un processo dialettico non
rigido e unidirezionale. Si può proporre di chiamare l’insie-
me di ironic, metaironic e post-ironic memes come ‘meme
riflessivi’. Sono meme riflessivi perché consapevoli di essere
meme, di far parte di una storia fatta di usi e controusi. Per
questo la decodificazione della battuta non potrà prescin-
la guerra dei meme

dere dalla conoscenza (sia semiotica che storica) di queste


prassi. I meme riflessivi contraddicono esplicitamente la
prescrizione della cornice o la esasperano fino all’assurdo,
combinano diverse cornici per mostrarne le frizioni interne
66
o deragliano direttamente nel nonsense. Nella community di
memers, le categorie precise dei TPM sono spesso sciolte
alessandro lolli

nella formula ‘layers of irony’, livelli di ironia. “How many


layers of irony are you on?” chiede provocatorio un meme ri-
flessivo del 2016 che, come molti meme riflessivi, parla della
prassi stessa di fare meme e prende in giro la corsa agli ar-
mamenti ironici che coinvolge i memers più appassionati.
Sottolineiamo che la ricorsività dei meme riflessivi è possi-
bile solamente considerando la loro natura diffusa e virale.
Uno sketch di Alessandro Gori, meglio noto come Lo
Sgargabonzi, ci aiuta a capire meglio tutto questo, laddove
fa scaturire tutto l’umorismo dal trattare proprio una vec-
chia barzelletta come fosse un meme. Dapprima Gori rac-
conta la seguente barzelletta:
Il brigadiere Gargiulo, vedendo il tenente piangere, gli si avvi-
cina e gli chiede:
«Ehi... che cosa le è successo?».
«Non hai saputo?» dice il tenente «È morto il brigadiere Tusi!»
«Ma se era qui dieci minuti fa!» replica Gargiulo.
«No, sul giornale c’è scritto... grave incidente... sniff... sulla
A1... sigh... dieci feriti, sette morti, otto contusi».

E poi inizia a deformarla in vari modi:

il meme online
Il brigadiere Gargiulo, vedendo il tenente piangere, gli si avvi-
cina e gli chiede:
«Ehi... che cosa le è successo?».
67
«Non hai saputo?» dice il tenente «È morto il brigadiere Tusi!»
«Ma se era qui dieci minuti fa!» replica Gargiulo.

la guerra dei meme


«No, sul giornale c’è scritto... grave incidente... sniff... sulla
A1... sigh... dieci feriti, sette morti, otto contusi».
Il brigadiere: «Ma no! ‘Contusi’ tutto attaccato, nel senso di ac-
ciaccati!».
Il tenente allora tira un sospiro di sollievo.
Poi, scorrendo la lista dei sette morti, trova proprio il nome del
brigadiere Alfonso Tusi.

Oppure:

Il brigadiere Gargiulo, vedendo il tenente piangere, gli si avvi-


cina e gli chiede:
«Ehi... che cosa le è successo?».
«Non hai saputo?» dice il tenente «È morto il brigadiere Tusi!»
«Ma se era qui dieci minuti fa!» replica Gargiulo.
«No, sul giornale c’è scritto... grave incidente... sniff... sulla
A1... sigh... dieci feriti, sette morti, otto contusi».
«Contusi tutto attaccato...» lo corregge Gargiulo.
«No! Con Tusi, staccato!»
«Va be’, ma chi ha detto che sia proprio Alfonso Tusi?»
Il tenente: «Anche questo è vero...»
la guerra dei meme

E infine:

Il brigadiere Gargiulo, vedendo il tenente piangere, gli si avvi-


cina e gli chiede:
68
«Ehi... che cosa le è successo?»
«Non hai saputo?» dice il tenente «È morto il brigadiere Tusi!»
alessandro lolli

«Ma guarda che il brigadiere Tusi sei tu».


Il tenente: «Oddio, è vero...»
Poi il brigadiere Gargiulo si toglie la maschera ed è lui il tenen-
te. Intanto fuori, il sole diventa verde.

Questo sketch rispecchia esattamente l’evoluzione


riflessivo-ironica dei meme: la prima barzelletta è il pre-
ironic meme, con un umorismo elementare e piuttosto
ingenuo. A ogni reiterazione, il materiale base, il primo
meccanismo umoristico, viene rielaborato e parodiato in
modi sempre più contorti, tenendo conto delle precedenti
variazioni, fino all’ultima completamente surreale. Ma la
differenza importante tra le barzellette e i meme è il con-
testo: ogni volta che Lo Sgargabonzi riprende lo sketch
deve ripetere la prima barzelletta naif perché, nonostante
sia molto famosa, non si può dare per scontato che il pub-
blico la conosca. Le barzellette sono cultura orale e, si sa,
le parole volano. I meme, invece, essendo fondamental-
mente oggetti virali virtuali, che si diffondono rapidissimi
e rimangono incastonati nel grande archivio di Internet,
costituiscono un terreno di coltura fantastico: tutto è lì,
visibile, pronto a essere rimaneggiato all’infinito, verso gli
estremi confini dell’ironia e dell’intelligibilità.

il meme online
A volte è difficile capire perché si ride di un meme ri-
flessivo. È come se il processo di decodifica medesimo, il
sovraccarico informativo che incontriamo nel ricostruire
69
tutti i pezzi che hanno prodotto l’immagine presente, sia
il cuore stesso del meccanismo umoristico. Specialmente

la guerra dei meme


negli ultimi tempi, i meme di successo vengono immedia-
tamente rapiti dalla spirale riflessivo-ironica, a volte con
intenti distruttivi (cioè volersi sbarazzare di un meme or-
mai troppo banale), a volte più costruttivi, che dimostrano
la flessibilità di un certo meme. Uno di questi è il recente
Expanding Brain meme, che ci aiuta a capire la stratifica-
zione ironica e il funzionamento dell’umorismo in casi
complessi. La cornice di Expanding Brain mostra una co-
lonna con immagini di pseudo lastre di cervelli: il primo
è un microcefalo che vaga in un cranio vuoto, il secondo
un cervello di dimensioni normali che inizia a illuminarsi,
nel terzo le attività cerebrali sono già graficamente esa-
gerate al punto di suggerire poteri extrasensoriali, nelle
quarte, quinte e seste rappresentazioni si sfocia in disegni
new age di uomini trasparenti, emananti luce, con i chakra
come stelle, còlti mentre si fondono col cosmo, talvolta
assumendo la posizione del loto. Parallela alla colonna di
cervelli, che è la cornice memetica, corre la didascalia del
singolo meme: una classifica di cose, oggetti, concetti, fra-
si, messe in ordine gerarchico e associate a un certo livello
di intelligenza (e a un’immagine del cervello). Nella forma
base, nella sua versione preironica, la classifica di oggetti
la guerra dei meme

è sincera: sono ordinati dal più stupido al più intelligen-


te. Ma, praticamente sin dalla nascita di Expanding Brain,
almeno altri due criteri, ironici, sono comparsi a ordina-
re gli oggetti: quello inverso, per cui la serie crescente di
70
lastre del cervello e livelli di intelligenza (1-2-3-4) viene
capovolta e resa decrescente (4-3-2-1), e in cui una condi-
alessandro lolli

visibile e comunemente accettata complessità degli oggetti


è invece associata a intelligenze ‘sbagliate’. Oppure trovia-
mo la serie con il colpo di scena (con ordine 2-3-4-1), in cui
la progressione inizia credibile ma viene negata alla fine,
con un contenuto molto stupido associato all’intelligenza
estrema. Questi ultimi due sono usi ironici, e riflessivi,
perché presuppongono la conoscenza base del meme e ci
lavorano contraddicendo la prescrizione. Ma, come abbia-
mo detto, il potere umoristico del meme non si esaurisce
qui. Proviamo a analizzare per punti perché Expanding
Brain fa ridere:
1. Significante puro: le immagini di cervelli che si illu-
minano sono simpatiche già di per sé: fa ridere la carrellata
di pseudo lastre di cervelli che degradano nella peggiore
pacchianeria new age. Inoltre, gli ultimi gradi della classifi-
ca vengono spesso personalizzati dal memer, per cui si crea
l’attesa della rappresentazione definitiva di un’intelligenza
oltre i limiti. Sempre, ovviamente, ridicola.
2. La semantica interna della cornice: l’idea stessa di or-
dinare e mettere in classifica degli oggetti per i gradi di
intelligenza cui corrispondono è ilare. Emerge da solo il
paragone con certi comportamenti da spogliatoio maschile

il meme online
nei quali l’organo da misurare non è esattamente il cervello.
3. Il contesto e il tema scelto da paragone: i temi che pos-
sono essere inquadrati da una cornice memetica del genere
71
sono pressoché infiniti. Dalla politica alle esperienze quo-
tidiane, tutti gli àmbiti hanno le loro potenziali classifiche.

la guerra dei meme


Temi molto precisi, e comprensibili a pochi, faranno ride-
re quei pochi anche per il solo fatto di essere stati vittime
del meme, di vedere messo in ridicolo il proprio ‘sapere’.
Immaginate di essere appassionati di pesca e di frequen-
tare un gruppo online dedicato: immaginate che qualcuno
posti l’Expanding Brain, visto fino ad allora in contesti più
mondani e fruibili, e classifichi così canne da pesca, modi
di pescare e altre pratiche ben note solo a voi esperti, con
tutte le battute e i riferimenti del caso. La stessa comparsa
del meme in quel contesto è un elemento umoristico.
4. La vera e propria punchline10: in questo caso, la clas-
sifica e il modo in cui è gestita. La scelta degli oggetti di
una determinata categoria e la loro disposizione, come vi-
sto: lineare (1-2-3-4), capovolta (4-3-2-1), con colpo di scena
(2-3-4-1).

Spesso solo il quarto aspetto si prende gli applausi perché


è, ovviamente, la novità che introduce il singolo meme. Ma
tutti e quattro gli aspetti collaborano alla risata ed è diffi-
cile dire quale sia il più influente o il primo a essere notato.
la guerra dei meme

Per esempio, l’appassionato di pesca che arriva alla fine del


meme e si trova una canna da pesca per principianti, da sem-
pre ridicolizzata nella community, associata a un consesso
di Buddah che meditano illuminati al centro dell’universo,
72
per cosa ride? Crediamo per una rapida successione di tutti
e quattro i livelli: i Buddah pacchiani che si sovrappongono
alessandro lolli

alla canna da pesca per principianti, messa fuori posto dal-


la formula 2-3-4-1, all’interno di una patentemente cretina
misurazione di cervelli che irrompe a smascherare la dog-
maticità tossica del suo gruppo di appassionati di pesca.
C’è da dire, inoltre che niente è intoccabile nei meme e la
cornice memetica stessa, nella sua veste grafica, può essere
alterata o presentare diverse versione. Parlando di Expan-
ding Brain abbiamo già sottinteso che le ultime rappresen-

10 Si intende, con ‘punchline’, la parte finale di una barzelletta o di uno sketch comico, quella che
scatena la risata completando le premesse. Nel nostro caso, chiamiamo punchline la singola battuta
del singolo meme che si appoggia alla cornice memetica, che sarebbe la premessa di una barzelletta
tradizionale
tazioni di individui illuminati variano da meme a meme e
parte dell’umorismo sta nel vedere il livello di pacchianeria
raggiungibile. Ma possono darsi variazioni più significative,
che scombinano le carte in tavola. Per esempio, la canna
da pesca per principianti può venir associata non a un illu-
minato generico ma alla foto di un noto campione che l’ha
difesa pubblicamente o è riuscito a vincerci una gara per
scommessa.

I meme riflessivi sono un cantiere aperto in cui nessun


elemento è al sicuro, neppure quelli che si presumono fissi,

il meme online
ciò che abbiamo chiamato ‘cornice’. Si parla di dank memes
quando il processo di remissaggio si è spinto tanto oltre da
rendere illeggibile il meme stesso. È il grado nonsense dei
73
meme, spesso utilizzato deliberatamente per ‘distruggere’
meme considerati ormai desueti e non più divertenti in nes-

la guerra dei meme


suna forma.
Al di sotto di questo grado, la cornice memetica rimane
un punto d’osservazione privilegiato per decifrare i meme e
comprendere il meccanismo che regola questa particolare
forma di umorismo.
I meme muti

Distinguendo il viral dal meme abbiamo sostenuto che


quest’ultimo non mira semplicemente a riprodursi ma a
reinventarsi. C’è almeno un’obiezione forte a questa defini-
la guerra dei meme

zione e, più che un’obiezione, è un fatto. Esistono un certo


tipo di meme, considerati meme da tutta l’utenza, che non si
reinventano ma vengono riprodotti identici, così come sono.
Questa classe di meme non presenta battute da modificare,
74
sono meme per così dire ‘muti’, e vengono solitamente usati
come reaction, cioè come risposta a un discorso o a un’altra
alessandro lolli

immagine. Quando diciamo ‘muti’ non intendiamo lette-


ralmente ‘non verbali’. Ci sono meme non verbali che con-
tinuano a parlare. L’Expanding Brain che abbiamo visto è un
meme che può essere verbale o non verbale: nella colonna
di sinistra possono essere disposti in classifica dei pensieri
ma anche solo delle immagini, come le canne da pesca che
immaginavamo. Nonostante questo, Expanding Brain resta
un meme narrativo e composito: narrativo perché racconta
una battuta, composito perché ci sono due classi di elementi
nei paradigmi che abbiamo delineato, vale a dire cornice +
parti variabili. La complessità dei meme, intesa come unio-
ne di almeno due elementi, è stata un punto fermo della
nostra analisi in quanto premessa alla creatività collettiva.
Ciò che caratterizza i meme muti è invece la loro sempli-
cità essenziale. Sono monadi, una sola immagine che si ri-
pete sempre uguale. A rigor di logica, e secondo il nostro
ragionamento, questo tipo di contenuti dovrebbero essere
considerati dei viral: eppure dei meme famosissimi, da tut-
ti riconosciuti come tali, hanno questa forma. Un abbaglio
collettivo? Un’imprecisione del senso comune?
Ovviamente no. Alcuni di questi meme li abbiamo già
incontrati. I Rage Comics, per esempio, potevano darsi come
quintessenza del meme narrativo e composto in quanto

il meme online
erano, letteralmente, dei fumetti, oppure cadere nel lato
opposto dello spettro: le singole faccine, che abbiamo de-
scritto come i tarocchi calviniani dei giovani, sono state
75
usate spesso come reaction, senza stringhe di testo né al-
tre immagini a completare la narrazione. La più famosa di

la guerra dei meme


tutte è sicuramente la Troll Face. Il ghigno deforme della
Troll Face è uno di quei meme che assurgono a ruolo pa-
radigmatico, simbolo di un’epoca, Zeitgeist. La Troll Face
è stata l’informale mascotte di 4chan, espressione della sua
attitudine, prima dell’avvento di Pepe The Frog (non a caso
un altro meme muto). La Troll Face è la protagonista di
un episodio della pluripremiata serie tv Black Mirror in cui
un’organizzazione di hacker ricatta delle persone tramite
truffe virtuali, le costringe a eseguire determinate azio-
ni per evitare il rilascio di informazioni sensibili e infine
le diffonde comunque, siglando il tradimento con un sms
che contiene solo la notissima faccia sorridente. L’episo-
dio riecheggia eventi (chiamati ‘raid’) realmente compiuti
da gruppi di 4chan, sopratutto nei primi tempi. Inoltre la
Troll Face ha commercializzato il concetto stesso di ‘trol-
ling’, con non pochi fraintendimenti e incomprensioni, al
punto che si è preso ad associare al Troll qualsiasi violenza
verbale che accade online. In realtà il Troll ha più a che
vedere con la dinamica dello scherzo, della burla, sebbene
talvolta molto, troppo, pesante. ‘Trollare’ vuol dire mentire
per divertimento, al fine di osservare le reazioni degli altri
utenti. In un certo senso, provocare. Il Troll racconta storie
la guerra dei meme

incredibili, sostiene posizioni assurde, organizza complesse


trappole discorsive con l’aiuto dei suoi pari: in poche parole
recita per far abboccare gli altri e divertirsi nell’osservare
le conseguenze. In questa dinamica, la Troll Face è lo stri-
76
scione di Scherzi a Parte che cala alla fine della tragedia (per
tornare al nostro Antonio Ricci, già citato con Paperissima),
alessandro lolli

è la reaction da mettere in un momento molto preciso, con


un significato molto preciso e questa sua chiarezza ci aiuta
a capire perché le reaction, in generale, sono da considerarsi
più meme che viral.
La qualità fondamentale del viral, a questo punto lo sap-
piamo, è il suo bastare a sé, far ridere (o riflettere, o scanda-
lizzare) per motivi interni al contenuto stesso. La Troll Face
se estratta dal contesto risulta semplicemente priva di senso:
è solo un ghigno disegnato con uno stile grottesco, potrà
anche far sorridere la prima volta che la si vede, ma non è
quella la sua funzione. Acquista senso solo in un processo
dialettico, cioè come reazione a dei contenuti precedente-
mente mostrati, ai quali risponde. La Troll Face e le altre
reaction rimangono, come abbiamo stabilito, delle unità se-
mantiche da coniugare. La differenza con gli altri meme è
che non si coniugano con altre parti interne del meme ma
con un’informazione esterna. La Troll Face, anche quando
priva di testo, parla, e dice una cosa precisa: “ti ho preso in
giro”. Questa frase non ha senso presa da sola, lo guadagna
solo accanto a un’altra affermazione.
In definitiva le reaction, come caso estremo e apparen-
temente enigmatico, ci consentono di comprendere una
qualità fondamentale del nostro oggetto in analisi: i meme

il meme online
sono un pezzo di discorso, un dispositivo linguistico. Ogni
meme è una forma da riempire, una frase da declinare.
Come le ombre che sono più nere dove la luce è più forte,
77
la natura fondamentalmente linguistica dei meme emerge
con maggior forza dove sembra non ci sia testo alcuno, dove

la guerra dei meme


compare solo un’immagine, sempre uguale eppure sem-
pre diversa perché diverso è il contesto. Quando vi fanno
una reaction, l’elemento variabile del meme siete voi. Non è
una frase a effetto: la maggior parte delle Macro, che sono
meme autosufficienti, si lanciano la battuta da sole, come
se fosse un dialogo tra due personaggi in cui il secondo ri-
sponde al primo con l’immagine del meme, cioè con una
reaction figurativa. La reaction vera e propria non ha bisogno
di ‘lanciarsi’ niente: preda la sfera discorsiva virtuale come
fosse parte del suo meme.
Il termine ‘reaction’ oggi viene comunemente collegato
alla funzione di Facebook che permette di apporre delle
emoticons ai contenuti, al posto del più comune like. Know
Your Meme, senza nessun riferimento alla funzione di Fa-
cebook, sostiene che la prima reaction della storia è stato
proprio lo smiles inventato da Fahlman nel 1982. È una
coincidenza che va a favore della teoria di Borzei, discussa
nelle pagine scorse, per cui le emoticons sono la forma em-
brionale dei meme. In questo senso, le reaction precedono,
ontologicamente e storicamente, i meme compositi, che fi-
niscono per esserne delle derivazioni in cui, come diceva-
mo, il creatore del meme si ‘lancia la battuta da solo’. Da qui
la guerra dei meme

si potrebbe dedurre che la natura profonda dei meme è di


essere linguistici ma non verbali, figurativi ma parlanti. E
l’oggetto più semplice che risponde a queste caratteristiche
è proprio un’emoticon, un’espressione facciale.
78
Tuttavia, non tutte le reaction hanno la limpidezza se-
mantica delle emoticons, della Troll Face o degli altri Rage
alessandro lolli

Comics che possedevano un significato più o meno fisso e


costituivano dei commenti facilmente interpretabili. Molte
reaction sono ambigue, ermetiche, soggette a torsioni ironi-
che: “sta ridendo di me o sta ridendo con me?” (cosa pos-
sibile anche nelle emoticons, come abbiamo detto). Tante
reaction, poi, vengono dalla galassia dei dank memes a cui
abbiamo accennato: deliri memetici con la grafica sgranata
che sovrappongono mazzi di cornici. Eppure proprio qui
– con l’ombra ormai nerissima, per seguire la nostra meta-
fora – non sussiste più alcun dubbio sulla struttura fonda-
mentalmente linguistica del meme. La reaction dank meme,
completamente nonsense, continua a interpellare l’altro: e
poprio perché le reaction estreme perdono del tutto la capa-
cità di avere un senso, quel senso va cercato altrove, cioè nel
rapporto tra il meme e l’altro. In sé non sono niente, per sé
possono essere tutto – per dirla con Hegel, ma non faccia-
moci troppo caso.
Un’evoluzione simile a quella della Troll Face (come già
analizzato, assurta a simbolo di comunità di memers) l’ha
subita, su scala molto maggiore, Pepe the Frog. Da perso-
naggio di un fumetto underground è dapprima divenuto un
meme, poi simbolo di 4chan e Reddit nella loro guerra con-
tro il femminismo e infine vessillo di quel nuovo movimen-

il meme online
to reazionario che ha preso a chiamarsi Alt-right, finito per-
sino sulle pagine dei quotidiani e dei magazine generalisti
come gruppo ideologico dietro l’elezione di Donald Trump
79
a presidente degli Stati Uniti.

la guerra dei meme


Oltre a questi casi eccezionali, esplicitamente eletti a
mascotte, se non addirittura a icona politica, ogni meme
muto, in virtù della sua opacità, possiede la capacità di farsi
simbolo. Il suo non dire niente di specifico isola e sottolinea
i modi in cui non dice, cioè le sue specifiche stilistiche e me-
diatiche. Il meme muto, opaco, il dank meme, è l’espressione
sorda della scena dei memer, il loro razzo di segnalazione, la
rivendicazione chiassosa che i meme sono qui tra noi, mez-
zo di comunicazione e di creatività artistica di una genera-
zione. E non se ne andranno presto.
3

i memers

quando ti chiedi chi c’è dietro ai meme

e scopri che qualcosa non torna


C
hi fa i meme? Perché? Dove?
Non sono domande oziose o morbosamente orien-
tate a scoprire qualche scandalosa disuguaglianza
sociale, come fabbriche piene di memers sottopagati nel-
la Cina profonda. L’aspetto socioantropologico dei meme,
cioè i modi di relazione e autorappresentazione della com-

i memers
munity a essi riferita, è essenziale per comprendere davve-
ro un’espressione artistica che non sarebbe neppure nata in
83
assenza di determinate condizioni.
La precondizione generale è sempre stata davanti ai no-

la guerra dei meme


stri occhi, al punto che possiamo considerarla insieme cau-
sa, effetto, canale, luogo e persino oggetto dei meme: senza
l’avvento di Internet, i meme non sarebbero stati neanche
pensabili. E tuttavia dire ‘Internet’ è dire niente. La forma
dei suoi spazi è cambiata molto nel corso dei decenni, al
punto che è comunemente accettata la scansione cronologi-
ca che divide il primo Internet dall’attuale, quello noto come
2.0. La distinzione tra i due è tanto semplice da rischiare di
essere semplicistica: il primo web era caratterizzato da di-
namiche per così dire ‘dall’alto’: i contenuti venivano creati
da una piccola percentuale di professionisti ed elargiti all’u-
tenza. Era, in sostanza, paragonabile a una televisione con
migliaia di canali. Invece il secondo web vive attorno alla
figura del prosumer, cioè al contempo producer e consumer,
un utente fondamentalmente interattivo che contempora-
neamente crea contenuti e ne fruisce. Ma questa distinzione
tra i periodi è tutto fuorché rigida.
Oggi consideriamo i Social network il paradigma del
Web 2.0, e non senza ragione: la struttura loro propria è
il punto più alto delle dinamiche conosciute come user ge-
nerated content (quando il Web lo fanno gli utenti, quando
insomma i contenuti sono prodotti ‘dal basso’), una pietra
la guerra dei meme

miliare nella storia delle comunicazione con un impatto an-


tropologico impossibile da valutare. Il primo uso attestato
del termine web 2.0 risale addirittura al 1999 nell’articolo
Fragmented Future della consulente informatica Darcy Di-
84
Nucci, ma è la Web 2.0 Conference di Tim O’Really del 2004 a
iniziare davvero a introdurlo nel gergo giornalistico. Ma se
alessandro lolli

Facebook, fondato nel 2004, prende a diffondersi seriamente


solo nel 2007 (il boom italiano è nell’autunno 2008), a cosa
si riferivano anni prima coloro che parlavano di Web 2.0?
Il passaggio da Web 1.0 a Web 2.0 è stato lento e gradua-
le e ha visto l’avvicendarsi di molteplici tipi di piattaforme
orizzontali e interattive che complicavano il panorama dei
siti proprietari, convivendoci ma lavorandolo ai margini. La
nascita dei meme avviene proprio in una di queste piattafor-
me di passaggio, che ormai è stata gettata nell’oblio dall’e-
gemonia dei Social network.
Sono i forum i parenti più prossimi dei moderni Social,
sebbene con differenze significative. Per via della legge di
Kurzweil, che rileva una crescita non lineare ma esponen-
ziale nell’evoluzione tecnologica, certe esperienze sociali,
che hanno coinvolto milioni di persone, durano un batti-
to di ciglia e raccontare i forum a qualcuno è già diventa-
ta un’impresa di dialogo intergenerazionale: chi, come chi
scrive, è nato nella stretta finestra temporale che comporta-
va un’adolescenza forumistica, si trova da un lato i cosiddet-
ti ‘nativi digitali’ che hanno visto solo l’Internet dominato
da Facebook, dall’altro le generazioni che erano troppo vec-
chie per sentirsi a casa in luoghi ‘giovanili’ come i forum e,
di conseguenza, hanno conosciuto pressoché solo Facebo-
ok, esattamente come i nativi digitali.

i memers
La più grande differenza che avevano i forum rispetto
ai Social network era l’anonimato degli utenti. O, per dire
85
meglio, la norma del nome-e-cognome per gli utenti è sta-
ta probabilmente la più grande innovazione introdotta da

la guerra dei meme


Facebook, il tratto caratteristico che sparigliava le carte in
un Internet completamente definito dalle possibilità aperte
dall’anonimato. Possibilità per lo più nefaste, che ai tempi
erano sovente descritte come “il pericolo della rete”: le con-
seguenze temute variavano dalla semplice violenza verbale,
incoraggiata dal portare una maschera, fino alla psicosi di
pedofili e predatori sessuali che usavano l’Internet per ade-
scare le loro vittime. Una forma di psicosi che scorreva an-
che in senso inverso: per lungo tempo mettere online le pro-
prie generalità o addirittura le proprie foto è stato visto con
forte sospetto. Quasi incomprensibile a guardarla da qui,
se solo pensiamo che l’online self attuale non solo è presente
con nome e cognome su Facebook, ma produce e condivi-
de continuamente la propria immagine su Social dedicati,
come Instagram, nei quali il selfie è la merce più diffusa. Sui
forum c’erano il nickname, cioè uno pseudonimo, e l’avatar,
un’immagine che compariva a ogni intervento dell’utente e
lo rappresentava, ma che quasi mai mostrava una sua foto.
Si trattava principalmente di luoghi di discussione (solita-
mente centrati su un tema, ma non sempre), nel quale ogni
riferimento alla vita reale della persona dietro lo schermo
era occultato da una maschera composta da un nome fitti-
la guerra dei meme

zio e un’immagine qualsiasi. Una forma aggregativa virtua-


le dominante degli anni Novanta e nella prima metà degli
anni Zero che, a differenza delle più antiche chat, propone-
va uno spazio discorsivo permanente, organizzato in thread,
86
cioè discussioni su un argomento che rimanevano aperte
finché le persone vi scrivevano, compatibilmente coi tempi
alessandro lolli

della loro vita quotidiana.


Abbiamo visto che i primissimi meme sono nati proprio
su dei forum, ma la loro esplosione è avvenuta su uno molto
particolare che presentava due caratteristiche precise, nonché
essenziali allo sviluppo del fenomeno. 4chan, fondato alla fine
del 2003 da Christoper Mole era, ed è, un’imageboard, ovvero
un forum incentrato sulle immagini in cui la condivisione
delle stesse era facilitata nei commenti e addirittura pre-
scritta all’opener, cioè all’utente che apriva un nuovo thread.
È piuttosto evidente come una siffatta piattaforma sia stata
terreno ideale per lo sviluppo dei meme, essendo quest’ultimi
una forma di comunicazione per lo più figurativa.
4chan, perciò, è stato la patria dei meme perché era
fondato sulle immagini ma anche perché intensificava il
vecchio anonimato dei forum, trasformandolo in un ano-
nimato radicale. Ciò che chiamo anonimato radicale è la
decostruzione di ogni residuo di identità online, compresi
nickname e avatar: su 4chan, pur potendo scegliere usa-
re un nickname, la maggior parte dell’utenza interveniva
semplicemente come ‘Anonymous’, il nome che la piatta-
forma assegnava automaticamente a tutti, precariamente
segnato da un codice numerico che resisteva per lo spazio
di una connessione. Le conseguenze filosofiche e pragma-
tiche sono notevoli: l’anonimato dei forum normali rom-

i memers
peva solo il legame tra persona virtuale e persona reale,
ma lasciava intatto il concetto di identità, anzi, per certi
87
versi lo rafforzava. I nickname erano versioni migliori (o
peggiori) degli esseri umani dietro lo schermo e si solidi-

la guerra dei meme


ficavano in vere e proprie personalità attraverso l’assidua
frequentazione di una community. Dinamica confermata
dall’esistenza dei cosiddetti fake: nickname alternativi di
un utente già iscritto sotto altro nome che si permette-
vano quei comportamenti, solitamente antisociali, che la
maschera principale non poteva tenere. Un falso del falso,
quindi, reso necessario dalla costruzione identitaria che,
intorno a un nome di fantasia, acquisiva una personalità e
una conseguente reputazione. D’altronde lo pseudonimo
è stato uno stratagemma a lungo usato in letteratura, tal-
volta persino con la moltiplicazione in fake: basti pensare a
Fernando Pessoa e alla sua pletora di eteronimi.
4chan taglia il nodo di Gordio, diserta la corsa alle ma-
schere e introduce l’anonimato radicale, la fine di ogni
identità singolare e la nascita di un vero collettivo totale.
Il frutto più noto e influente di questa temperie culturale è
stato proprio Anonymous, il noto gruppo di hacker e attivi-
sti politici (che è improprio persino definire ‘gruppo’). Ano-
nymous è stato, e in una certa misura è ancora, un nome
collettivo preso in prestito da diverse collettività con obiet-
tivi diversi. Nel suo periodo di massima attività e esposizio-
ne mediatica, Anonymous è riuscito a, letteralmente, met-
la guerra dei meme

tere la maschera (quella di V per Vendetta) sul più grande


movimento antagonista americano degli ultimi dieci anni,
Occupy Wall Street. Gabriella Coleman, una delle più im-
portanti studiose internazionali del fenomeno, in tanti anni
88
di osservazione etnografica partecipata del movimento, ha
avuto ben chiare le contraddizioni, alcune insolubili, della
alessandro lolli

creatura Anonymous. Il suo giudizio resta, tuttavia, abba-


stanza positivo, nella misura in cui:

Anonymous si è trasformato in un movimento politico serio, è


maturato al punto che i troll dei tempi della “macchina dell’odio
di Internet” non riconoscerebbero più il collettivo attuale1.

Più pessimista, in Italia, è Raffaele Alberto Ventura che,


in un breve saggio uscito a puntate su «Nazione Indiana»,
ha evidenziato le molteplici contraddizioni del non-movi-

1 G. Coleman, I mille volti di Anonymous, Stampa Alternativa, Viterbo 2015, p. 423.


mento, non-gruppo, non-entità2. Le contraddizioni espo-
ste in Anonymous. La grande truffa sono di varia natura. Ci
sono quelle simboliche come l’uso della maschera di un
cospiratore cattolico, Guy Fawkes, o, ancora peggio, l’uso
di uno slogan, “People shouldn’t be afraid of their government.
Governments should be afraid of their people” che non viene
né dal fumetto, né dal film, ma dal marketing di quest’ul-
timo, diventando il primo slogan politico inventato da un
pubblicitario. Poi le contraddizioni economiche, che sotto-
lineano il guadagno d’immagine e di denaro per la Warner,
per Amazon e Ebay che vendono le famosissime maschere
indossate dai nuovi rivoluzionari. Ma la contraddizione che

i memers
ci interessa di più in questa sede è filosofica e ha a che ve-
dere con il concetto di anonimato quando si trasforma in
89
un nome collettivo usato a scopi politici. Come non manca-
no di sottolineare tutti gli studiosi di Anonymous, Ventura

la guerra dei meme


compreso, quella del nome collettivo è una prassi già messa
in atto nel recente passato da attivisti europei colti come i
francesi Tiqqun del Comitato invisibile o gli italiani Luther
Blisset, poi Wu Ming. Ma le dimensioni internazionali di
Anonymous mostrano i limiti di quest’idea. Come scrive
Ventura:

Se Anonymous è un meme o una moda, come i jeans strappati e


le pettinature emo, le cose si complicano. Ovviamente non può
esistere nessun comitato centrale dei jeans strappati e delle pet-

2 R. A. Ventura in https://www.nazioneindiana.com/2012/10/15/anonymous-la-grande-truffa-iii/
tinature emo, nessun sigillo di ceralacca che ufficializza i jeans
strappati correttamente, nessun concilio ecumenico che legifera
in materia denimologica3.

Viene sollevato nuovamente il problema dell’identità dal


momento che il nome collettivo inizia a produrre atti politici
che richiedono, se non un’ideologia, almeno una coerenza:

Potremmo dire insomma che l’esistenza di un’entità è determi-


nata dallo sviluppo di una facoltà che le permetta di produrre
la guerra dei meme

atti autentici, distinti dagli atti inautentici che possono esserle


attribuiti. È possibile distinguere concettualmente, e giuridica-
mente, un comunicato originale delle Brigate Rosse da un apo-
crifo, come il famoso comunicato del Lago della Duchessa. Il
90
fatto che questo non valga per Anonymous è sicuramente una
forza, come abbiamo visto, ma anche una debolezza. Le conse-
alessandro lolli

guenze di ciò vanno dall’esaltante al catastrofico all’irrimedia-


bilmente comico4.

Anonymous, impegnandosi per un obiettivo, si smarca


implicitamente da tutti gli obiettivi che non sono compati-
bili con quello. Ma è possibile farlo per un nome collettivo?
Ci sono stati casi di scomuniche all’interno di Anonymous,
cioè di azioni a nome di Anonymous giudicate false da altri
che parlavano a nome di Anonymous. Ma questo gesto di
scomunica è concettualmente impraticabile, privo di senso.

3 Ivi.
4 Ivi.
Di conseguenza il nome collettivo, in quanto centro e
origine di una serie di atti, specie se politici, è una reintro-
duzione debole del concetto di identità. Proviamo a propor-
re una scala dell’anonimato:

1. Nickname o pseudonimo: recide il legame tra io bio-


grafico e io fittizio ma produce una nuova personalità sta-
bile, coerente e individuale. È il grado più basso dell’anoni-
mato, che non intacca affatto la costruzione di un’identità se
non nelle sue espressioni pratiche.
2. Nome collettivo: spezza la simmetria per cui a un nome
corrisponde un individuo (decostruisce, dunque, la formula

i memers
aristotelica dell’identità per cui A = A, in A = a + b + c ecc).
Nondimeno il nome collettivo può passare facilmente dal
91
descrittivo al normativo, dal momento in cui si comincia a
parlare o agire a nome di. L’identità viene restaurata come

la guerra dei meme


principio di coerenza degli atti e delle parole, sebbene pro-
ferite da una collettività e non da un singolo.
3. Anonimato radicale: è lo sciame senza centro e senza
obiettivo. È una situazione in cui ci si trova, più che uno
scopo che si persegue. È, in una certa misura, un’idea cui si
aderisce, ma l’idea è semplicemente quella di restare anoni-
mi e non di fare qualcosa attraverso questo anonimato.

Ecco: il meme è la forma espressiva dello sciame senza


centro e senza obiettivo, dell’anonimato radicale. Certo, i
meme sono circolati in ambienti caratterizzati da tutti i tipi
di anonimato: si diffondevano sui forum con registrazione
e nickname e Anonymous comunicava attraverso i meme,
così come più tardi ha fatto l’Alt-right. Con questo non si
vogliono lanciare giudizi morali dicendo che queste sono
delle appropriazioni indebite di un fenomeno che in passato
era ‘puro’, si vorrebbe piuttosto dimostrare che appropriarsi
di un meme è strutturalmente impossibile.
A oggi vediamo esistere tuttavia il concetto di ‘stolen
meme’, cioè ‘meme rubato’, che presuppone quindi un pro-
prietario del meme, e ci si è arrivati perché i modi di pro-
duzione memetici sono cambiati notevolmente negli ultimi
la guerra dei meme

anni. Ma è davvero possibile rubare un meme? Cosa si in-


tende di preciso?
Quando i meme si sono stabilizzati prendendo coscienza
di sé, in un periodo che potremmo datare dal 2006 al 2010
92
circa, c’era una filiera memetica molto chiara. 4chan era il
principale, quasi unico, luogo di produzione di tutti i meme
alessandro lolli

di Internet. Venivano poi raccolti sui cosiddetti ‘aggrega-


tori’, dei quali il più famoso era 9gag: siti di archivio che
propongono gallerie di meme continuamente aggiornate.
Da lì si diffondevano sul resto di Internet, cioè negli allora
nascenti Social network. Il percorso della filiera memetica
coincideva anche col processo di ‘normificazione’ dei meme:
a ogni passaggio i meme si logoravano, perdendo legittimità
nella community che li aveva creati. In questo senso Face-
book diventava il luogo dei materiali ‘di scarto’, connotato
molto negativamente.
A un dato punto, collocabile tra il 2012 e il 2013, le cose
sono cambiate. Facebook ha iniziato a generare autonoma-
mente meme e altri contenuti ascrivibili alla Internet art,
dando vita al cosiddetto ‘weird Facebook’. Sono nate pagi-
ne che producevano meme ‘di qualità’, cioè in linea con le
aspettative stilistiche e narrative della vecchia community
che aveva casa su 4chan e altre realtà ‘underground’. Benché
molte di queste nuove pagine Social fossero, e restano, ‘di
qualità’, si fa evidente il tradimento dell’anonimato radicale
presente in 4chan, laddove si crea un’identità dei contenu-
ti riconducibile al nome della pagina. Tali pagine si espri-
mono sotto l’anonimato debole del primo tipo, quello del
nickname (talvolta ulteriormente precisato quando i diversi
amministratori che gestiscono una pagina firmano il conte-

i memers
nuto appena condiviso, anch’essi solitamente tramite pseu-
donimo). Si può speculare sui motivi di questa inversione di
93
rotta, probabilmente dovuta semplicemente alla forza delle
magnifiche sorti e progressive che hanno imposto di occu-

la guerra dei meme


pare un campo ormai non più disertabile: Facebook doveva
essere calcato anche dai duri e puri, per non abbandonar-
lo ai normie5, anche a costo di sottostare alla tirannia del
Nome. Ecco perciò che emerge la possibilità dello stolen
meme: accade quando una pagina ruba il contenuto prodot-
to da un’altra (detto OC, ‘original content’), cioè lo condivide
senza riportare l’autore. Ma i meme non erano la realizza-
zione della tanto attesa morte dell’autore? Cosa sono queste
pretese di originalità, queste accuse di furto, questa autoria-
lità rinata sotto le pagine di un sito proprietario?

5 Per ‘normie’ e ‘normificazione’ vedi scapitolo successivo.


In realtà la sola cosa che si può davvero rubare è l’attua-
zione pratica e singola di un meme, ma non la sua essen-
za. Si può rubare, o rivendicare, la cosa meno importante.
Ricordiamo la distinzione, vista in precedenza, tra cornice
memetica e meme attualizzato concreto. Nella prima si è
identificata l’essenza del meme, mentre le attualizzazioni
sono solo le molteplici, infinite, battute che si possono fare
a partire dalla cornice. Le singole battute possono essere
rubate e rivendicate. Ma il meme è strutturalmente non
rubabile. O meglio, funziona proprio nella misura in cui
la guerra dei meme

viene sottratto e condiviso, restando essenzialmente un’open


source: se non fosse preso e reinventato, non si potrebbe nep-
pure chiamare meme.
In questo senso la prassi memetica è la prima forma
94
espressiva di massa che realizza davvero la morte dell’autore.
Funziona là dove non v’è autore, perché non vi è neppure
alessandro lolli

opera. Quando Foucault, Barthes e altri parlavano della mor-


te dell’autore si riferivano in primo luogo a quella funzione
biografica, e borghese, attraverso la quale si leggeva l’opera,
attribuendole il possesso ultimo dei significati. Ma questo
primo senso di morte dell’autore viene già attuato dagli pseu-
donimi e dalle altre forme di anonimato debole che spezzano
il legame tra autore e biografia incarnata. Il discorso sulla
morte dell’autore si fa più interessante quando intacca l’opera
stessa, aprendola: buona parte della semiotica applicata alla
letteratura (Umberto Eco, per fare un esempio nostrano), ha
riflettuto negli anni sulla natura aperta della pagina, sui mol-
teplici sensi veicolati da un testo che sono, in ultima analisi, in
mano al lettore, cioè ai lettori. Se tutto il discorso sull’opera
aperta, fratello di quello sulla morte dell’autore, non poteva
fare a meno della presenza materiale di una e una sola opera
(se parliamo di un testo composta da quelle lettere, disposte in
quella maniera, benché infinitamente leggibili e interpretabi-
li), il meme è invece l’opera aperta realizzata. Non più sempli-
cemente attualizzata in modo diverso nella mente di ciascun
lettore, ma attualizzata in modo diverso da ciascun memer
nella realtà, o in quello spazio semireale che è la virtualità di
Internet, comunque intersoggettivo. L’autore scompare per-
ché scompare l’opera che è strutturalmente incompleta: una
cornice memetica da riempire e reinventare, che ha senso

i memers
solo nel momento in cui è riempita e reinventata.
Fuori da tutti gli imperativi ideologici che esortano i me-
95
mers a rimanere anonimi, e che possono però essere traditi,
è la prassi memetica a vivere solo a costo dell’anonimato,

la guerra dei meme


solo nella proliferazione senza sosta di contenuti nuovi di
cui non conta l’autore. Hai messo la firma su questo conte-
nuto qui? Bravo. Ma non è quello il meme, il meme sta nella
serie, della quale la singola attuazione acquista senso solo
in rapporto alle altre. Anche se, per assurdo, riuscissimo a
tracciare ogni singola attuazione di una cornice memetica,
ciascuna ipoteticamente marchiata da un bell’autoriale wa-
termark, non avremmo comunque un autore: da un lato ne
avremmo molteplici ma, a livello teorico, nessuno di questi
potrebbe essere l’unico, perché il meme si è evoluto attra-
verso tutti, ed è ancora lì, a lasciare aperta la possibilità di
una serie virtualmente infinita.
Prendiamo di nuovo l’Expanding Brain meme. Secondo
quanto raccolto da Know Your Meme, nasce:

Come parte del meme Whomst, in cui la colonna di sinistra era


occupata dalle varianti del pronome ‘who’ che erano associa-
te con immagini di cervelli sempre più elaborate, a seconda di
quanto intensa fosse la variante in esame. Uno dei primi e più
popolari esempi è stato postato sul canale Reddit /r/dankmemes
il 31 Gennaio 2017 dall’utente janskishimanski. Il post ricevette
circa 1.200 voti positivi6.
la guerra dei meme

Niente, ma proprio niente, di tutto ciò è rilevante alla


comprensione o all’uso di Expanding Brain. L’autore, tale
janskishimanski, è davvero diventato una semplice curiosità
96
filologica, proprio come si auguravano gli uccisori di autori
di qualche decennio fa. Non solo l’autore, di cui comunque
alessandro lolli

abbiamo solo un nickname e nessuna biografia, ma persino


la sua ‘opera’ diviene irrilevante. Chi era a conoscenza che
la prima attuazione di Expanding Brain riguardava i pro-
nomi inglesi? Probabilmente pochi, ma non conta: in ogni
caso nessuno avrebbe incontrato problemi nel comprendere
e riusare Expanding Brain, indipendentemente dalla cono-
scenza di questo accidente storico (occorso peraltro il 31
Gennaio del 2017 su Reddit). È il paradosso di un evento di
cui quasi nessuno è a conoscenza e che eppure influenza mi-
gliaia di persone. Eventi del genere accadono spessissimo su

6 http://knowyourmeme.com/memes/expanding-brain (trad. dell’autore).


Internet: ogni volta che nasce una nuova cornice memetica
c’è qualcuno che, come dire, ‘la butta là’, e solo a posteriori,
cioè dopo la diffusione del meme, può venire ricostruito in
quanto autore.
L’autore, quindi, per i meme non va decostruito: va, sem-
mai, ricostruito, rintracciato tra le pieghe della storia. Quel-
la stessa storia che si è incaricata di decostruirlo, meglio di
qualsiasi filosofo francese, esplodendolo nelle mille ramifi-
cazioni (rizomatiche, se volete) della sua umile creazione.
A questi nuovi ‘autori’, giustamente dimenticati, che sco-
prono fonti di umorismo inedite, mandiamo i nostri ringra-
ziamenti sentiti una volta per tutte. Ringraziamenti genera-

i memers
li, impossibili, e ovviamente anonimi.

97

la guerra dei meme


Autistici e normali

Possiamo chiamare i memers ‘sottocultura’?


A una tale domanda qualcuno risponderebbe istintiva-
mente sì o perché no, ma a ben guardare, si possono scovare
la guerra dei meme

tante obiezioni se si guarda all’inquadramento delle sotto-


culture che dà la sociologia. Dick Hebdige, ad esempio, nel
suo Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale facendo una
ricognizione delle sottoculture musicali inglesi del dopo-
98
guerra non ci pensa due volte a sintetizzare che
alessandro lolli

le sottoculture [...] sono state descritte finora come una serie di


risposte mediate alla presenza in Inghilterra di una comunità
negra piuttosto estesa7.

Per Hebdigde, che fornisce una lettura evidentemen-


te marxista, le condizioni sociali materiali, in questo caso
l’aspetto razziale, sono la chiave generale con cui decifrare
una serie di esperienze apparentemente eterogenee: Teddy
Boys, Rasta, Rude boys, Skinheads, Punk. Nondimeno, in
Hebdige come per chiunque si sia occupato delle sottocul-

7 D. Hebdige, Sottocultura. Il fascino di uno stile innaturale, Costa & Nolan, Genova 1983, p. 81
ture storiche, lo stile è un punto di partenza imprescindibile
per decifrare un fenomeno che si manifesta in primo luogo
tramite l’intensificazione del significato di un’apparenza. Lo
sguardo si posa sulla materialità dei rapporti e delle condi-
zioni di vita: corpi, vestiti, aree urbane, classi sociali, etnie,
tutte cose polverizzate o almeno occultate dalle presunte
sottoculture digitali che presentano voci senza corpo. Non
a caso Ken Goffman e Dan Joy nel loro Controculture, testo
più divulgativo ma con l’ambizione di rintracciare le forme
della sottocultura da Abramo ai giorni nostri (al 2003, per
essere precisi), si chiedono se i ‘digitali’ non siano nati sotto
una cattiva stella. Anche questa lettura non prescinde dalle

i memers
sottoculture degli anni Sessanta e Settanta, prendendole a
modello interpretativo di tutte le altre e, pertanto, arrivan-
99
do a covare sospetti sulle socializzazioni virtuali del nuovo
millennio. Nel trattare degli hacker Goffman e Joy giun-

la guerra dei meme


gono a sostenere (dichiaratamente influenzati dallo scoppio
della bolla speculativa della new economy a fine anni No-
vanta), che la cultura libertaria degli hacker sia l’altra faccia
della medaglia dell’ultraliberismo sognante tipico dei guru
della Silicon Valley come Steve Jobs e Bill Gates. E descri-
vono entrambe le tendenze, quella degli hacker e quella del-
la Silicon Valley, come filiazioni – una buona e una cattiva
– della vecchia sottocultura hippie e fricchettona degli anni
Sessanta e Settanta, dalla quale mutuano propositi e lin-
guaggi8.

8 K. Goffman, D. Joy, Controculture. Da Abramo ai no global, Arcana, Roma 2004.


Il sospetto teorico verso ciò che accade lontano dai corpi
non è semplicemente la ricaduta di una tecnofobia, magari
dovuta a ragioni anagrafiche, quanto una lecita diffidenza di
ordine sociologico, perché anche i corpi degli online self esi-
stono, come esistono la loro classe, etnia, genere e tutti gli
altri aspetti che definiscono il nostro stare al mondo fuori
dal computer.
Ora, l’evocazione del concetto di ‘sottocultura’ per inter-
pretare le relazioni intessute dai memers non è fuori luogo.
Nonostante a questo livello di analisi manchino i riferimenti
la guerra dei meme

per comprendere le condizioni materiali di vita degli appar-


tenenti alla community dei memers, alcune dinamiche che
attraversano la community ricordano molto da vicino quelle
che riguardano le sottoculture reali. La dinamica fondamen-
100
tale di ogni gruppo umano che si riconosca in un’identità co-
mune è la produzione, simbolica e reale, di un ‘dentro’ e un
alessandro lolli

‘fuori’. Nelle sottoculture musicali, le coordinate del dentro


e del fuori esprimono due zone macroscopiche: l’underground
e il mainstream. L’opposizione tra i due àmbiti non si confi-
gura come un lineare odio reciproco: il mainstream non è, in
realtà, ostile all’underground. Peggio: ne è attratto, lo vuole
sedurre e normalizzare. La lotta della sottocultura combacia
con questa tensione a rimanere autentici, fedeli a se stessi e
ai propri principi, contro le spinte centrifughe del mondo di
fuori che di quella musica, di quegli stili, di quelle attitudini,
vuole fare mercato, banalizzandoli e tradendoli.
Questo movimento è esattamente quello che agisce nella
sottocultura dei memers, anch’essa divisa in due zone, iden-
tificate con tipi umani: l’autist e il normie. Per individuare
la categoria autist, in inglese ‘autistico’, sono utili le parole
di Seong-Young Her, fondatore di TPM, in un’intervista
uscita per il magazine online «Prismo»:

Autist non è un termine che si limita a usare la malattia come


metafora, pratica contro cui già si scagliò Susan Sontag, ma la
descrizione accurata di una sottocultura fondata su conoscenze
ossessivamente catalogate e multipli riferimenti alla loro storia9.

L’autistico, la figura in cui si rispecchiano i memers,


non è un emarginato qualsiasi, un mero escluso, quello a

i memers
cui alludeva la parola ‘freak’, ma anche ‘punk’ e, perché no,
‘scapigliato’: l’autistico vive una condizione patologica do-
101
vuta all’eccesso di certe abilità cognitive, si fissa sulle cose,
ricorda tutto, non si interessa di altro. Questo è proprio ciò

la guerra dei meme


in cui i memers, ironicamente o autocommiserandosi, si
riconoscono: l’autistico è l’unico in grado di tenere conto
dell’evoluzione rapidissima dei meme, di tutti i riferimenti
interni ed esterni necessari a capirli e a rispondere con altri
meme ancora più evoluti e arguti.
Eppure, l’evoluzione dei meme non correrebbe così velo-
ce se non ci fosse il nemico dall’altra parte della barricata: il
normie. Il normie, nella sua accezione generale, si definisce
per esclusione: è semplicemente chiunque non è un auti-
stico, come in ogni dicotomia strutturalista che si rispetti.

9 http://www.prismomag.com/total-memification/
Ma, più precisamente, il normie si manifesta in quanto tale
quando depreda i prodotti degli autistici, usurandoli, volga-
rizzandoli e infine distruggendoli. Il normie non ha coltiva-
to la sensibilità di un autistico, ha di meglio da fare, dicono
gli autistici: lui ha una vita. È un membro produttivo del-
la società, ha amici, partner, interessi, eppure nei ritagli di
tempo prende i sofisticati congegni umoristici che abbiamo
analizzato nelle pagine scorse e li brutalizza, esaurendone
tutto il potenziale comico.
Ma è proprio grazie a questa spinta banalizzante, la ‘nor-
la guerra dei meme

mificazione’, che i meme, per reazione, sono diventati un


gioco semiotico sempre più complesso. Come abbiamo già
anticipato, gli ironic memes, i meta-ironic memes, i post-
ironic memes, fino ai più oscuri dank memes, sono azioni di
102
guerriglia linguistica contro la semplicità rassicurante del
mainstream. Se i meme si sono evoluti da quelle soluzio-
alessandro lolli

ni umoristiche molto lineari, come le immagini Macro, lo


dobbiamo ai normie che hanno mostrato quanto facilmente
poteva stancare quel modello di humor. E, contemporane-
amente, hanno solidificato i meme nell’immaginario main-
stream al punto tale che gli autistici potevano ridicolizzare
le loro stesse creature, attaccando il nemico.
Il normie – guardiano della soglia, a cavallo tra l’un-
derground e il mainstream, che contrabbanda all’esterno
le specialità degli insider – non è certo una figura nuova
nell’immaginario delle sottoculture. La sua natura ibrida
ha molto a che vedere con quella di un personaggio contro
cui tutte le sottoculture hanno combattuto, e combattono,
in maniera spesso più violenta che contro i veri e propri
outsider: il poser. Il poser è colui che partecipa dei modi, delle
espressioni, talvolta anche dei luoghi di una sottocultura ma
è, in qualche modo, un falso, un impostore. Lui, dicono gli
altri, lo fa solo per apparire e non ci crede veramente.
Se consideriamo che il tratto fondamentale della sotto-
cultura è stato spostare il luogo dell’autenticità dall’interno
all’esterno, cioè spostarlo nello stile, andando contro una
tradizione filosofica occidentale millenaria, riusciamo a ca-
pire bene che l’identificazione del poser diventa un compito
delicatissimo, ai limiti del paradossale. Il poser usurpa uno
stile che non gli appartiene e va smascherato – nonostante

i memers
la maschere siano, in un certo senso, la sottocultura stessa.
La analogie tra poser e normie sono molte. Come il nor-
103
mie, il poser si appropria di un’estetica che non comprende
a fondo; il poser è insieme causa e effetto del mainstream,

la guerra dei meme


dello sfruttamento da parte del mercato dei prodotti mate-
riali e simbolici della sottocultura, proprio come il normie;
se il normie mostra ai membri della sottocultura il nemico
che possono diventare, li spinge a riflettere su se stessi, sui
motivi per cui li fanno, su cosa li rende diversi da chi sem-
bra come loro ma non è loro, così fa anche il poser; ed en-
trambi, anche se in modo diverso, scatenano una processo
impersonale di delegittimazione di oggetti, modi, pratiche
interne alla sottocultura.
Il punk hardcore degli anni ottanta, con il suo stile mi-
nimale di vestiti casual neri e teste rasate, si poneva in espli-
cita polemica con gli eccessi glam del cosiddetto punk ’77:
creste colorate, borchie, catene, chincaglieria sadomaso e
via dicendo. Una polemica per contenuti e forma. Dal lato
del contenuto, gli hardcore kid si schieravano all’interno della
contraddizione fondante del punk, cioè di un movimento
iconoclasta che ha in primo luogo prodotto icone sgargianti
e seducenti (e lo slogan finiva per essere “punk nella testa,
non nella cresta”: il vestito non conta, lo stile non è niente,
c’è solo l’attitudine e il messaggio). D’altro canto però, l’im-
magine iconica del punk con la cresta aveva subìto anche un
attacco più impersonale e indecifrabile: essendo stata assor-
la guerra dei meme

bita dalla cultura di massa, aveva esaurito il suo potenziale


innovativo, scioccante, rivoluzionario, diventando solo una
moda tra tante, una ‘posa’, appunto: si era usurata, ‘poserifi-
cata’, benché il contenuto fosse sempre lo stesso.
104
Questo processo può essere paragonato all’azione forma-
le, impersonale e non contenutistica, dell’usura, cioè della
alessandro lolli

‘normificazione’. La quale, però, viene disattivata dal rin-


novamento di un meccanismo umoristico delegittimato. È
anche vero, tuttavia, che la normificazione corrisponde so-
litamente anche a una banalizzazione di contenuti. I Rage
Comics avevano come oggetto scenette di vita quotidiana,
raccontate con le emozioni esagerate di quei pupazzi dise-
gnati male. Ma le sceneggiature degli utenti di 4chan era-
no solitamente ben più cupe di quelle che, qualche anno
dopo, avrebbero scritto i loro fratellini minori e poi persino
i loro genitori, a processo di normificazione compiuto. Ed
ecco che arriviamo alle conseguenze di questo processo: la
progressiva banalizzazione dei contenuti investe retroatti-
vamente la cornice memetica. Nel caso dei Rage comics, la
loro struttura stessa con la normificazione era diventata in-
toccabile, sporcata per sempre dall’abuso che i normie ne
avevano fatto.
Tuttavia, non si tratta di un processo irreversibile. Ne-
gli anni a seguire hanno ripreso a spuntare i Rage Comics,
a volte chiaramente presi in meccanismi metaironici, cioè
usati ed esposti in quanto vecchissimi meme normificati,
ma altre volte usati in modo diretto, come se l’infezione dei
normie fosse passata e ora fosse possibile riutilizzarli, forse
come primo fenomeno ‘vintage’ del mondo dei meme (per
dirne una, esiste una versione dell’Expanding Brain fatta coi

i memers
Rage Comics).
Un caso speciale di meme morto e rinato è quello del già
105
noto Pepe The Frog. Pepe nasce nel 2005, tra i protagonisti
di Boy’s Club, fumetto underground scritto e disegnato da

la guerra dei meme


Matt Furie, e diventa meme su 4chan nel 2008. Significati-
vamente, stando a quanto riporta Know Your Memes, per un
intero anno (dal 2008 al 2009), l’unica scenetta di Pepe po-
polare su 4chan è un’illustrazione che lo vede urinare dicen-
do “Feels good man”. Questo ci dà la misura del tipo di scene
di vita quotidiana preferite tra i memers: intime, imbaraz-
zanti, sempre vagamente cringe, come amano definirle con
un termine quasi intraducibile in italiano10. Nel corso degli
anni, il meme di Pepe si diversifica, diventando una reac-

10 Il ‘cringe’ inglese è una sfumatura dell’imbarazzo per la quale non si dà una traduzione italiana fede-
le. È l’imbarazzo dovuto all’immedesimazione con qualcuno che sta facendo qualcosa di imbarazzante,
che egli ne sia o meno consapevole. Una specie di imbarazzo per procura: l’imbarazzo empatico.
tion dalle molte facce: Angry Pepe, Sad Frog, Well Meme’d
e così via. La sua influenza cresce lentamente ma costante-
mente, finendo per diventare la moneta più commerciata
su 4chan e in un certo senso il simbolo della community
stessa. E la progressiva egemonia di Pepe è andata di pari
passo con la radicalizzazione politica di 4chan. Ma di questo
vedremo meglio in seguito.
Intorno al 2014 la rana simbolo di 4chan ha iniziato a
essere cooptata da persone sgradite agli autistici, nella veste
di semplice cartoon buffo adatto a descrivere i soliti piccoli
la guerra dei meme

incidenti della vita quotidiana. Celebrità come Katy Perry e


Nicki Minaj, rispettivamente nel novembre e nel dicembre
di quell’anno, twittarono versioni di Pepe alle prese col jet
lag e il fitness, ottenendo ampio riscontro di like e retweet.
106
Gli autistici, globalmente ostili ai vip per ovvie ragioni e
in buona parte ormai decisamente misogini, levarono grida
alessandro lolli

di dolore nel constatare il livello di normificazione ormai


raggiunto dalla loro mascotte: in quel momento, Pepe era
ufficialmente morto.
Nel settembre del 2015 su TPM, Seong-Young Her, una
persona decisamente più equilibrata della maggior parte de-
gli autistici, scrisse una breve nota commossa sulla morte di
Pepe, ormai conclamata e accettata da tutti. Seong sottoli-
nea le caratteristiche che avevano reso Pepe un meme così
speciale:

[Pepe] non dice più “feels good, man” o “feels bad, man”; è diven-
tato un meme che parla di se stesso, proprio come gli ironic
memes parlano dei meme. Più che essere un meme, sembra rap-
presentare un’intera famiglia di meme – il set completo delle
espressioni di Pepe. La funzione linguistica di Pepe si discosta
fondamentalmente da quella di ogni altro meme: si comporta
più come un font che come un linguaggio11.

Una versatilità che lo ha infine condannato a morte.


Ma nel frattempo gli Stati Uniti erano entrati in campa-
gna elettorale, precisamente nelle elezioni primarie in cui
Repubblicani e Democratici scelgono il loro candidato alla
presidenza, e contemporaneamente una fetta consistente di
4chan, di quella sponda reazionaria che avrebbe poi preso il

i memers
nome di Alt-right, aveva scelto di continuare a usare Pepe
all’interno della loro guerra culturale: venivano prodotti dei
Pepe politicamente scorretti, impossibili da cooptare: Pepe 107

misogini, Pepe Ku Klux Klan, Pepe Hitler e, infine, Pepe

la guerra dei meme


Donald Trump. Infatti, quell’impresentabile candidato alle
primarie del partito Repubblicano divenne immediatamen-
te il loro idolo per via della comune, chiassosa, scorrettezza
politica.
Nel testo succitato di Seong non si menziona neanche
l’uso politicizzato di Pepe. All’epoca, nel settembre 2015, era
ancora possibile ignorare la nascente Alt-right, forse persi-
no doveroso: un atteggiamento che mirava a sgonfiare quel
fenomeno senza conferirgli importanza. Era probabilmente
corretto considerare Pepe morto se a usarlo erano rimasti

11 http://thephilosophersmeme.com/2015/09/14/a-short-note-on-the-death-of-pepe/
solo i più indigeribili compagni di sottocultura al fine di
colpire (‘triggerare’, più appropriatamente) le femministe.
Ma la storia ha preso un’altra piega: il 13 Ottobre del 2015,
Donald Trump ha twittato una sua caricatura a Presidente
degli Stati Uniti proprio con la faccia di Pepe the Frog. In
un solo colpo, i destini di Pepe, dell’Alt-right e di Trump
si sono intrecciati per sempre. I media generalisti hanno
inziato a interessarsi febbrilmente al fenomeno, scatenando
un’euforia inaspettata in quel movimento virtuale che da
anni combatteva le sue battaglie online. Nei mesi succes-
la guerra dei meme

sivi, per la stampa progressista e persino per la candidata


dei Democratici, Hilary Clinton, che ha nominato più vol-
te l’Alt-right in campagna elettorale, Pepe è diventato un
“simbolo di odio razziale”. Nel corso di questa mutazione,
108
lo stesso autore Matt Furie, ha cercato più volte di ‘ripren-
derselo’, sottraendolo allo stigma: lanciò l’hashtag #savepepe,
alessandro lolli

che coinvolse persino l’Anti Defamation League e disegnò


un fumetto speciale che vede Pepe sognare di trasformar-
si in un mostruoso Donald Trump e causare un olocausto
nucleare. Nel maggio del 2017, l’autore si è infine arreso,
rappresentando Pepe un’ultima volta, dentro una bara.
Come può immaginare chiunque abbia un minimo di fa-
miliarità con i risultati di spinte e controspinte culturali, a
maggior ragione se sottoculturali, tutta questa attenzione
mediatica proveniente dagli avversari scandalizzati di Pepe
ha avuto il solo effetto di renderlo più forte, di consolidarlo
come simbolo supremo e indiscusso dell’Alt-right: temuto e
odiato dai nemici, che ora non sono più solamente le fem-
ministe di Tumblr, ma tutta la stampa e la politica di area
progressista occidentale.
Delle due morti di Pepe, non c’è dubbio su quale abbia
rischiato di ucciderlo davvero: la morte per normificazione
è l’unico vero pericolo che corre un meme. Invece, l’auto-
re che disegna il funerale del suo pupazzetto è semplice-
mente ridicolo: dentro quella bara c’è proprio lui, l’autore,
e da un pezzo. Non può esserci gioia più grande per gli
autistici dell’Alt-right di vedere questo nemico ideologico
(in due sensi: in quanto persona di sinistra e in quanto
autore) provare a fermare la marea con un cucchiaino, il
cucchiaino del diritto d’autore, quel cucchiaino che è stato

i memers
la vittima sacrificale della nascita dei meme. Il risultato è
un maremoto.
109
Pepe ha vissuto una seconda giovinezza numericamente
più consistente della prima. La cosa strana, più unica che

la guerra dei meme


rara, è che l’ha vissuta grazie a un eccesso di normifica-
zione. Gli utenti radicali, quegli hardcore user che lo aveva-
no abbandonato dopo il riutilizzo a opera delle celebrità,
lo hanno riaccettato in casa e scarrozzato in giro con più
foga che mai dopo la sua trasformazione in pietra dello
scandalo mediatica. Un episodio che può essere spiegato
a partire dal lato eminentemente politico: quegli hardcore
user non erano più ‘semplici’ autistici, bensì autentici atti-
visti Alt-right, e Pepe era stato riconosciuto globalmente
come loro simbolo. Ma se ne può dare anche una lettura
più neutra e strutturale: la differenza tra Pepe che compa-
re sulla bacheca di Katy Perry e Pepe additato come mo-
stro dai media progressisti è ciò che nel gergo dei Social
media si chiama sentiment12.
Nel primo caso, il mainstream aveva adottato un prodot-
to dell’underground con un sentiment positivo, nel secondo
smaccatamente negativo. È facile intuire quale delle due
situazioni asfissi una controcultura e quale invece la rinvi-
gorisca come vento sulle fiamme. Certo, ai memer dell’Alt-
right avrà fatto piacere che il loro idolo, The Donald, si fos-
se accorto dei loro omaggi, ma ancora di più gliene ha fatto
il disprezzo furioso dei liberals. Se una controcultura trae la
la guerra dei meme

sua forza da quanto ‘antagonista’ viene percepita dal main-


stream, immaginiamo quando i suoi simboli vengono adot-
tati entusiasticamente dai profani: avrà pure diffuso la sua
estetica, ma a costo di perdere la battaglia ideologica, cioè
110
l’anima. D’altro canto, se quei simboli diventano motivo di
paura e terrore per le persone comuni, siano questi simboli
alessandro lolli

una cresta colorata o una rana che ti fissa con gli occhi soc-
chiusi, allora il mondo gira in accordo ai loro desideri: tutta
la narrazione che sostiene la controcultura, quella storia che
parla di un’alterità inconciliabile e irriducibile (punk o auti-
stica poco importa) viene confermata in rapporto dialettico
col nemico che finisce per riconoscere il freak come tale.
Qualche tempo dopo l’articolo sulla morte di Pepe, Se-
ong ne scrisse un altro intitolato The Post-Pepe Manifesto,
animato da toni declamatori e pieni di auspici come appunto

12 Sono lontani i tempi di “bene o male purché se ne parli”. Oggi nel Social media marketing si
parla di sentiment per circoscrivere che genere di reazione suscita la campagna promozionale di un
brand, appunto il tipo di ‘sentimento’ espresso dagli utenti, potenziali clienti.
si addice a un manifesto, con dentro idee molto interessanti
su come uscire dall’empasse della normificazione. Seong si
pronuncia contro ogni settarismo e ogni ritirata nell’under-
ground, di conseguenza a favore di un’attitudine che sia in
grado di cavalcare, orientare e deturnare i processi di nor-
mificazione, partecipandovi. Pepe è morto, viva Pepe:

Il nostro scopo è la sovversione della cultura predatoria delle


pagine di meme attraverso un sincero riposizionamento delle
produzioni normie. Noi dichiariamo che il significato è il risul-
tato dell’uso e allora procederemo nell’usare tutto13.

i memers
Per poi chiudere con:

111
Tutta la cultura è derivativa. La rivoluzione sarà ripostata (The
revolution will be reposted)14.

la guerra dei meme


L’articolo esce un paio di mesi dopo l’inconcepibile con-
divisione di Trump-Pepe da parte del futuro presidente
medesimo, e Seong continua a non fare menzione dell’Alt-
right che proprio in quel momento stava consolidando Pepe
nel ruolo di nuova svastica. Soltanto nel Febbraio del 2017,
mentre l’Alt-right tentava di creare un nuovo Pepe in labo-
ratorio sulla pelle di un emoticons di Facebook (la Trash
Dove), Seong si pronuncia:

13 http://thephilosophersmeme.com/2016/01/29/the-post-pepe-manifesto/
14 Ivi.
Non potevo sapere mentre scrivevo The Post-Pepe Manifesto che
gli unici a seguire il mio consiglio sarebbero stati quelli dell’Alt-
right, eppure eccoci qui.

L’Alt-right si è sporcata le mani rinunciando all’elitismo


della sottocultura e prendendo parte attiva al processo di
normificazione, sostanzialmente governandolo. È un caso
particolare reso possibile dalle contingenze straordinarie
che si sono verificate intorno a Pepe The Frog. Tuttavia,
ci sentiamo di affermare che qualcosa sta cambiando nel
la guerra dei meme

sentimento generale della community nei confronti della


normificazione, non solo circa Pepe e l’Alt-right, ma in as-
soluto. Non è forse un’azione volontaria delle avanguardie
memetiche, come si augurava Seong, e non ha neppure quei
112
modi precisi e iperconsapevoli, anche se non è affatto da
escludere un’influenza diretta delle posizioni di TPM sugli
alessandro lolli

sviluppi della sottocultura memetica: The Philosopher Meme


non è solo un gruppo di teorici di meme, ma una communi-
ty popolatissima che lancia idee e produce a sua volta meme,
una sorta di punto di riferimento teorico e pratico per molti
memer di Facebook e non solo.
Esista o meno l’effetto della chiamata alle armi di in-
tellettuali militanti, la percezione della normificazione sta
iniziando a cambiare anche e soprattutto perché è cambiata
la normificazione medesima.
Estensione e limiti della normificazione

Inizialmente la normificazione – come d’altronde i meme


– era un fenomeno dalle dimensioni molto ridotte. Pren-
devano il nome di ‘normificazione’ gli ultimi passaggi della
filiera memetica, descritti poco prima: il meme usciva da
4chan, entrava nelle gallery di 9gag e veniva poi ricondivi-
so sui Social network, con battute sempre più semplici e

i memers
prevedibili. Si trattava però di una normificazione dotata
di poca ‘autoconsapevolezza’: i normie erano questa grande
massa di utenti virtuali che, in larga parte, neanche sapeva- 113

no di condividere delle cose chiamate meme. Tra una foto

la guerra dei meme


al mare e uno status, i normie postavano in bacheca un’im-
magine buffa che raccontava simpaticamente una situazione
di vita quotidiana o metteva in scena uno scambio di battute
in cui si rispecchiavano (la già vista “Sei laureato in filoso-
fia? Per me un big mac con cocacola, grazie!”). Il disprezzo
degli autistici era tanto più grande quanto era la distanza
tra queste pratiche e la più basilare conoscenza delle stesse:
il medesimo disprezzo che nutre un fan degli Iron Maiden
per chi si mette la maglietta della sua band senza averla mai
sentita neanche per sbaglio, solo perché gli piace il disegno.
In seguito il panorama è decisamente mutato e con esso
le dinamiche tra autistici e normie. I meme, potremmo osa-
re, sono diventati un fenomeno di massa: è un’affermazione
forte, laddove è ancora difficile che un ultraquarantenne
sappia cos’è un meme, così come è raro che diverse persone
più giovani, che usano i Social molto superficialmente, en-
trino in contatto coi discorsi sui meme. Ma questi discorsi
oggi esistono. E non corrono su piattaforme dedicate tipo la
pluricitata 4chan, bensì su testate rinomate e mainstream15.
Un giornalista della prestigiosa «Politico», ci racconta sod-
disfatto di aver “rintracciato e intervistato alcuni veterani
della Great Meme War16”. E, mentre su «Vice» si afferma
la guerra dei meme

nientemeno che “I meme stanno insegnando il marxismo


ai teenager17”, come contraltare dell’Alt-right, a pochi giorni
dall’elezione di Trump, il «Corriere della Sera» esce con un
paginone che ripropone il famoso fotomontaggio del presi-
114
dente nelle vesti di Pepe e il titolo Trump e la rana simbolo
d’odio. Così ha sdoganato l’ultradestra18. Come abbiamo visto,
alessandro lolli

l’interesse degli accademici cresce di anno in anno: solo in


Italia, nel corso del 2016/17, ci sono state almeno due con-
ferenze dedicate ai meme e ogni evento sui digital studies
non può fare a meno di avere uno o più interventi che si
focalizzano specificamente sul fenomeno.
L’esplosione dell’Alt-right ha avuto un impatto signifi-
cativo sull’attenzione di media e studiosi nei confronti dei

15 Per citare un esempio, sull’Atlantic (https://www.theatlantic.com/technology/archive/2016/09/


harambe-the-perfect-meme/498743/), si scomodano studiosi come McLuhan per descrivere accura-
tamente le battute apparentemente insensate dei millenial su un gorilla ucciso in uno zoo.
16 http://www.politico.com/magazine/story/2017/03/memes-4chan-trump-supporters-trolls-inter-
net-214856, rileggete questa frase a voce alta per piacere.
17 https://broadly.vice.com/en_us/article/7xz8kb/how-meme-culture-is-getting-teens-into-marxism
18 Dal «Corriere della Sera», 30 Settembre 2017.
meme, ma non è stato il solo fattore. Come fu per le sotto-
culture, il più potente agente della corruzione dei fenome-
ni underground non è certo l’interesse dei giornali o degli
accademici, ma il mercato, attraverso la sua temibile avan-
guardia di creativi: i pubblicitari.
Quando in precedenza si è affrontata la questione della
natura del fumetto, soffermandosi brevemente sul proble-
ma sollevato dalle vignette isolate, ci si è chiesto se la sola
combinazione tra immagini e parole, in una singola illu-
strazione, potesse essere davvero definita ‘fumetto’. Ecco:
il più importante ostacolo concreto all’estensione della de-
finizione di fumetto fino a questo punto è l’esistenza della

i memers
comunicazione pubblicitaria. La comunicazione visiva del
marketing è proprio una combinazione efficace di immagini
115
e parole, in un solo quadro. Questa prima coincidenza for-
male rende i meme un veicolo estremamente adatto all’uso

la guerra dei meme


pubblicitario. Se aggiungiamo il potenziale umoristico dei
meme, capiamo perché molti Social media manager hanno
scoperto la gallina delle uova d’oro nei plasmabilissimi con-
gegni umoristici ideati da quattro adolescenti nel decennio
scorso. Oggi, qualsiasi azienda punti a un target giovane,
farebbe bene ad assumere un direttore marketing che ca-
pisca di meme. In Italia diverse marche di alcolici (e, ab-
bastanza singolarmente, una famosa società di onoranze
funebri) usano regolarmente i meme nella loro comunica-
zione social, ottenendo un riscontro estremamente positivo.
L’uso dei meme nella comunicazione pubblicitaria rientra
in una più ampia strategia Social che mira ad avvicinare il
brand al pubblico e si avvale di diversi mezzi: battute gene-
riche, osservazioni sull’attualità, impegno in cause politiche
solitamente libertarie e, in generale, una presenza virtuale
intensa e dai modi colloquiali che, in molti casi, comporta
rispondere (simpaticamente) a tutti i commenti degli utenti
(clienti) sulla pagina. È il capitalismo dal volto umano che,
nell’inedita vicinanza tra marchio e cliente consentita dai
Social, un tempo impensabile, ha trovato un campo perfet-
to per trasformare l’immagine di un’azienda in quello che
da sempre cercava di diventare: un tuo amico. L’effetto di
la guerra dei meme

un classico spot televisivo, orientato a un pubblico ideale, è


ben diverso dal brand che si mette a scherzare proprio con
te, su Facebook, sotto il meme simpatico che hai descritto
come ‘geniale’, taggando i tuoi amici. Già durante il do-
116
minio della televisione, David Foster Wallace, nel suo noto
saggio contro l’ironia, si era reso conto che la comunicazio-
alessandro lolli

ne pubblicitaria, più di show e serie televisive, si era lanciata


a peso morto nelle contorsioni ironiche, a costo di sfottere
il brand stesso, staccandosi dalle più intuitive regole della
persuasione:

La pubblicità evoca una complicità tra questa sua arguta ironia


e il fatto che Joe, lo spettatore veterano, il vecchio volpone, è
cinicamente in grado di afferrare quell’ironia. [...]. Gli spettatori
venivano spinti a complimentarsi con la pubblicità della Isuzu
per l’ironia, e a complimentarsi con se stessi per aver capito il
gioco, a complimentarsi con la Isuzu Inc. per aver abbastanza
“coraggio” e abbastanza “irriverenza” da ammettere che le pub-
blicità delle macchine sono ridicole e che il Pubblico è cretino a
crederci. Gli spot invitano lo spettatore solitario a guidare una
Isuzu come se fosse una presa di posizione antipubblicitaria19.

Il valore della comunicazione pubblicitaria ironica con-


siste nel celare l’obiettivo reale dell’azienda, venderti qual-
cosa, che decenni di retorica contro il consumismo hanno
reso istintivamente disgustoso per ampie fasce di potenziali
consumatori. Ciò che colpisce è che le aziende possano av-
valersi delle cornici memetiche per i loro giochi di umaniz-
zazione del brand.
Pertanto, il successo dei meme cooptati dalla comuni-

i memers
cazione pubblicitaria ci fa percepire la forza della loro dif-
fusione meglio di qualsiasi approfondimento in proposito
di giornalisti e professori. I meme possono, a oggi, essere 117

usati come lingua comprensibile in un ambiente che non

la guerra dei meme


ammette errori: il mercato. Stando così le cose, la battaglia
contro la normificazione dei meme può considerarsi perdu-
ta. Qualche autistico di ferro potrebbe obiettare che solo i
meme normificati vengono utilizzati dai brand, mentre esi-
ste una riserva di meme naturalmente elitaria che non verrà
mai razziata, ma è falso: nulla è al riparo dal riuso e dalla
normificazione. Prendiamo il caso di Salt Bae, la foto di un
cuoco turco, Nusret Gökçe, colto nell’atto di spargere sale
su un piatto in posa sexy. Il meme, resosi poi indipendente,
era nato all’interno della cornice “You vs. The man she tells

19 D. F. Wallace, “At Unibus Pluram”, in Tennis, tv, trigonometria, tornado, Minimum Fax, Roma
1999, p. 80.
you not to worry about”, un meme che raffigura un paragone
esteticamente impietoso da tra due uomini (in questo caso,
uno che sala la carne normalmente e Salt Bae che lascia pio-
vere il sale sensualmente). Salt bae funzionava in vari modi:
lo si poteva vedere sia inalterato, con la foto originale usa-
ta come reaction (‘being salty’ è un’espressione inglese che
potremmo tradurre con “covare frustrazione per l’esito di
qualcosa”), sia con dei fotomontaggi o completamente ridi-
segnato (versioni in cui al posto del sale il cuoco turco spar-
ge qualcos’altro, oppure nuove illustrazioni di personaggi
la guerra dei meme

di finzione che spargono sale messi nella celebre posa). Ed


ecco che nel referendum turco del 16 Aprile 2017 Nusret
Gökçe si è fatto fotografare mentre lasciava cadere la sua
scheda elettorale col gesto che lo ha reso memeticamen-
118
te famoso, creando uno dei molti cortocircuiti tra realtà e
Web. Fatto non meno curioso, l’agenzia di onoranze funebri
alessandro lolli

italiana a cui abbiamo fatto cenno in precedenza pubblicò


sui social media la propria versione di Salt Bae, raffigurato
mentre lasciava piovere delle piccole bare al posto del sale.
Salt bae era un meme abbastanza ermetico, specialmente
per chi non padroneggia lo slang inglese (in quanti, fuori
dai paesi anglofoni, conoscono la polisemia dell’espressione
‘being salty’?): è solo la foto di un bell’uomo che sparge del
sale in modo contorto, eppure è stato usato da una azienda
italiana. La presenza di Salt Bae nei primi mesi del 2017
è stata così pervasiva che i creativi delle onoranze funebri
hanno scommesso sul fatto che buona parte del loro target
l’avesse vista almeno una volta e che fosse pertanto possibile
giocarci sopra, anche se il meccanismo per cui ‘funzionasse’
non era chiaro.

Nel corso degli ultimi anni le dinamiche di diffusione


dei meme, nonché la loro ‘aspettativa di vita’, sono cambiate
notevolmente. Lo illustra bene un meme riflessivo che ha
iniziato a girare nel 2016, Meme of the Month Calendar che
dedica a ogni mese il suo meme egemone. Essendo a sua
volta un meme, è stato sottoposto a varie sovversioni, tra
cui tentativi più o meno seri di predire i meme dei mesi
successivi e altre battute simili. Ma nelle sue iterazioni più
serie, il Meme of the month calendar riusciva facilmente a

i memers
stabilire il meme dominante di un dato mese. Dimostrava
quindi che l’aspettativa di vita di un meme di successo, oggi,
119
è di circa un mese: ma un mese intensissimo, in cui viene
lavorato a tutti i livelli di normificazione. Un tempo, meme

la guerra dei meme


come i Rage Comics, certe immagini Macro o lo stesso Pepe,
potevano vivere mesi e mesi, se non anni, prima che la nor-
mificazione (altrettanto lentamente) se li mangiasse vivi.
Il processo di normificazione, in sostanza, finisce per
coincidere con il periodo di diffusione del meme: nello stes-
so momento, autistici, semiautistici, seminormie, normie
conclamati, nonché brand e studiosi, discutono, lavorano,
usano lo stesso meme. Il panorama memetico è irrimedia-
bilmente mutato, a causa di fattori che abbiamo già citato:
la nuova massiccia attenzione verso il fenomeno, nonché il
drastico accorciamento della filiera memetica. Questi fat-
tori si influenzano reciprocamente generando un campo
di forze in cui è semplicemente illusorio pensare di salvare
questo o quel meme dal suo (ri)uso da parte di attori troppo
normie. Forse persino controproducente.
I meme di successo, che esplodono ai quattro angoli di
Internet, sono anche quelli che si aprono al maggior nume-
ro di riusi, molti dei quali ironici e metaironici. In parole
povere: più teste ci pensano, più elaborati saranno i frutti.
Sembra di cogliere da più parti un sentimento diffuso più
accondiscendente verso la normificazione, anche da parte di
coloro che un tempo sarebbero stati definiti ‘autistici’ e for-
la guerra dei meme

se oggi sono semplicemente dei ‘veterani’ o degli ‘insider’.


La normificazione totale è infine avvenuta, era inelut-
tabile e i meme hanno raggiunto la maturità di una forma
espressiva generazionale che coinvolge sempre più attori nel
120
suo complesso gioco semiotico. Non tutti questi attori sono
uguali, non tutti hanno gli stessi scopi. Le aziende useranno
alessandro lolli

pure le stesse cornici memetiche dei vecchi autistici, ma le


loro battute non avranno un briciolo dell’arguzia memetica
originaria, rivelandosi per i tristi stratagemmi commerciali
che sono. L’unico modo in cui una multinazionale di fastfo-
od può rubare un meme, è se gli autistici glielo lasciano fare,
smettendo di usarlo. Restano valide e necessarie le parole
del fondatore di The Philosopher Memes: “Noi dichiariamo
che il significato è il risultato dell’uso e allora procederemo
nell’usare tutto. Tutta la cultura è derivativa. The revolution
will be reposted”.
4

il meme politico

quando indaghi a lungo il meme

e ne capisci il pericolo
L
’insieme di istanze, piattaforme, riviste, siti e singole
personalità che ha preso a chiamarsi Alt-right è lonta-
no dall’assomigliare a un movimento politico coerente.
Non esiste un programma dell’Alt-right, un organo centrale,

il meme politico
un partito e forse neppure esistono degli obiettivi condivisi:
la galassia Alt-right è tenuta insieme non tanto da ciò che
ama, quanto da ciò che odia. Il bersaglio polemico contro
123
cui si è venuta a formare questa forza reazionaria (letteral-
mente), è una cosa che in Italia chiameremmo ‘il buonismo

la guerra dei meme


di sinistra’ e in America chiamano ‘PC culture’, che sta per
cultura del Politicamente Corretto.
La faccia più presentabile dell’Alt-right, che sotto occulta
pozzi senza fondo di razzismo, misoginia e omofobia, è pro-
prio la sacrosanta reazione alla ‘polizia del pensiero’ dei pro-
gressisti: l’Alt-right vuole ergersi a baluardo della libertà di
parola che si dice costantemente minacciata dalle rivendica-
zioni femministe, lgbtq e antirazziste. Questo scontro tra
Alt-right e PC culture non è (solo) una narrazione identita-
ria, ma una battaglia culturale realmente accaduta (e ancora
in atto mentre si scrive), incarnata da precisi attori storici
che, presi nel processo dialettico, si sono influenzati e radi-
calizzati a vicenda. Il recente libro di Angela Nagle Kill All
Normies racconta proprio di questa ‘culture war’, in uno dei
primi tentativi di storiografia di questi convulsi anni vir-
tuali. Gli attori storici che hanno combattuto questa guer-
ra, prima silenziosamente, nell’underground, per poi man
mano emergere, finendo circondati da un tifo di politici e
mass media, possono essere identificati in due siti Internet:
Tumblr sul lato sinistro del ring e 4chan su quello destro.
Nagle sottolinea la profonda natura dialettica dell’intera-
zione tra i due blocchi:
la guerra dei meme

Quello che oggi chiamiamo Alt-right è in realtà quest’insieme di


molteplici tendenze separate che sono cresciute semi-indipen-
dentemente l’una dall’altra ma che si sono unite sotto la ban-
124
diera di una riscatto violento contro il politicamente corretto,
alessandro lolli

durante le ‘guerre culturali’ degli ultimi anni. L’irriverente stile


di trolling associato con 4chan è cresciuto in popolarità in rispo-
sta all’espandersi delle ‘identity politics’ di spazi più femminili
come Tumblr1.

E ancora:

Ogni evento bizzarro, ogni nuova identità, ogni strano com-


portamento sottoculturale che scandalizza il pubblico generali-
sta quando alla fine arriva all’attenzione dei media mainstream,
dagli ‘otherkin’ fino ai meme d’estrema destra su Pepe, va inteso

1 A. Nagle, Kill All Normies, Zero Books, Winchester, UK 2017, p. 19 (trad. dell’autore).
come la risposta a una risposta a una risposta. Ognuno rispon-
dendo rabbiosamente all’esistenza dell’altro2.

Può suonare infantile determinare chi ‘ha cominciato’


in questa lite annosa dagli esiti radicalizzanti, per gli uni e
per gli altri, ma la risposta è semplice e soprattutto teorica-
mente rilevante: è stato 4chan, ed è importante sottolinear-
lo, non certo per giocare a distribuire le colpe quanto per
sottolineare che la cultura del chan, quella che ha di fatto
partorito l’Alt-right, è nata litigiosa, strafottente e nichili-
sta. In una parola: Troll. Il ‘trolling’, il piacere di scatenare

il meme politico
reazioni scomposte nell’interlocutore, sostenendo tesi da
bastian contrario – poco importa se realmente credute da
chi le propugna – è stata la prima autentica anima di 4chan.
Ora, 4chan non ha ovviamente inventato il trolling, ma, per 125

via di quella condizione così particolare che abbiamo defi-

la guerra dei meme


nito ‘anonimato radicale’, lo ha coltivato e esportato come
nessuna community prima di allora.
Guardando alla cultura originaria dei chan è difficile non
notare le due creature politiche che ha partorito, cioè Ano-
nymous e l’Alt-right. A grandi linee, la prima si può consi-
derare ‘di sinistra’, la seconda, ovviamente, ‘di destra’. Ma
la genalogia politica di Anonymous è tutt’altro che lineare
La stessa Gabriella Coleman, la più importante studiosa di
Anonymous che, come abbiamo visto in precedenza, ne ser-
ba un giudizio tutto sommato positivo, è consapevole della

2 Ibid. p. 7 (trad. dell’autore)..


profonda contraddizione che attraversa tutta la storia del
non-movimento. Coleman riporta un estratto da uno dei
primi comunicati di Anonymous:

Il nome e la natura di Anonymous sono stati infangati, come si


trattasse di una sgualdrina da quattro soldi, e poi messi in bella
mostra davanti agli occhi di tutti. Consentitemi di dire in tutta
semplicità: avete completamente travisato il senso di chi e di
cosa siamo. Siamo tutti e nessuno. Siamo il volto del caos e fo-
rieri di giudizio. Ci facciamo beffe delle tragedie. Prendiamo in
la guerra dei meme

giro chi soffre. Roviniamo la vita degli altri soltanto perché pos-
siamo permettercelo. Qualcuno scarica la propria aggressività
contro un gatto, e noi ci facciamo due risate. Centinaia di per-
sone muoiono in un disastro aereo, e noi ci ridiamo su. Siamo
126
l’incarnazione di un’umanità che non ha rimorso, compassione
o amore, priva di ogni senso di moralità3.
alessandro lolli

Il comunicato fu diffuso tramite YouTube nel 2007.


Sotto il video originale, c’è un commento del 2016 che
recita:

Caro vecchio 2007. Quando Anonymous era qualcosa da temere


e non un dodicenne[...] con un portatile da 150 dollari e una ma-
schera da 50 col copyright. [...] Quando Anonymous era davvero
competente, invece di adesso, quando il meglio che possono fare

3 https://www.youtube.com/watch?v=RFjU8bZR19A
Tradotto e riportato in G. COLEMAN, I mille volti di Anonymous, Op. cit., p. 11.
è un attacco DDOS a un IP standard, ordinare trenta pizze e
chiamarla vittoria. Mi mancano quei tempi4.

Questo sfogo ci racconta il rancore di chi ha assistito a un


tradimento, di chi ha visto nascere in seno alla chan culture
una creatura impensabile. I primissimi momenti di Ano-
nymous erano rappresentativi di ciò che su 4chan accedeva
già da tempo, pur senza la presenza di un nome collettivo:
essere il volto del caos, farsi beffe delle tragedie, ridere di
tutto e di tutti ma con particolare attenzione a ‘chi soffre’.
Si potevano registrare azioni coordinate di molestia, virtua-

il meme politico
le e non, verso sprovveduti che esponevano troppa ‘stupidi-
tà’ su Internet e pertanto, nell’ottica del chan, si meritava-
no una punizione. La stupidità invisa agli anonimi di 4chan
era, ed è, un misto di ingenuità, fragilità e arroganza che 127

si qualifica come bersaglio ideale del nichilismo distruttivo

la guerra dei meme


imperante nell’ambiente. Per questo, anni dopo, il mondo
politicizzato di Tumblr, composto da femministe, lgbtq e
antirazzist*, che della vulnerabilità delle minoranze avreb-
bero fatto il perno della loro lotta politica, si andò a definire
come il nemico predestinato dei seguaci di 4chan, i quali,
proprio per via della caratterizzazione politica così netta del
nemico, si ritrovarono a loro volta caratterizzati politica-
mente come Alt-right.
L’anomalia di ciò in cui si è rapidamente evoluto Ano-
nymous, ovvero un movimento politicizzato che, ancorché

4 Commento su https://www.youtube.com/watch?v=RFjU8bZR19A, trad. dell’autore.


in modo confuso, rigettava il nichilismo a tutto campo e
l’aggressione fascistoide verso i più deboli – per tentare nien-
temeno di rovesciare il capitalismo – può essere spiegata con
l’inaspettato dominio di una narrazione su un’altra. Tre cult
movie, usciti tra la fine dei Novanta e i primi Zero, hanno
influenzato profondamente l’immaginario della chan culture:
Fight Club (1999), Matrix (1999) e V per Vendetta (2005). Non
a caso, la serie tv su Anoynomous, Mr. Robot (2015), si riferi-
sce chiaramente a questi tre film, laddove nell’Anonymous
embrionale si potevano rintracciare tutte e tre le narrazioni
la guerra dei meme

(con le loro morali per certi versi molto simili, per altri assai
divergenti). Nel comunicato citato poco prima la voce di
Anonymous, rivolgendosi allo spettatore, recita:

128
Non siamo un club segreto che si riunisce per sfogliare vecchi
alessandro lolli

porno, non siamo un branco di nerd di Internet che spendono


tutto quello che hanno cercando di entrare nel tuo computer5.

Mentre invece

Siamo ciò che, nel tuo profondo, vorresti fare a tua moglie
quando torni a casa e non ti prepara la cena, quando trovi tua
figlia quattordicenne a letto con un ventisettenne, quando tua
moglie ti tradisce, tuo figlio ti odia, il tuo capo ti ridicolizza6.

5 Op. cit.
6 Ivi.
Il comunicato va avanti così, usando una cascata di im-
magini che dipingono le stereotipiche disgrazie dell’uomo
medio, visceralmente conservatore. Anonymous si appella
alla frustrazione maschile che necessita un riscatto violento
e, come in Fight Club, vuole liberare la rabbia primordiale
dei poveri uomini castrati dalla società. Di più: usando la
stessa figura retorica che attraversa il libro di Palahniuk e la
pellicola di Fincher, sostiene di essere quella rabbia.
In quei primi anni di vita Anonymous anche un’altra di-
chiarata influenza cinematografica ha rappresentato gli ado-
lescenti incazzati di 4chan: V per Vendetta, con le sue scene

il meme politico
di piazze piene di rivoluzionari mascherati, gente comune
che indossando un’identità collettiva riusciva a rovesciare
le istituzioni, era la rappresentazione più dinamica e trasci-
129
nante del potere di quell’anonimato radicale che stavano co-
struendo: “we are legion, we don’t forgive, we don’t forget”. Nel

la guerra dei meme


Febbraio del 2008, in quella che viene riconosciuta come la
prima azione ‘seria’ compiuta da Anonymous, cioè l’aggres-
sione alla setta parareligiosa Scientology passata alla storia
come ‘chanology’, appaiono per la prima volta le maschere di
Guy Fawkes, durante una protesta fuori dalla sede del mo-
vimento. Anonymous era uscito dal computer per entrare
nella realtà e lo aveva fatto vestito da V per Vendetta. La nar-
razione di V diventa presto egemone e Anonymous si sco-
pre il più grande movimento di ‘hacktivism’ della storia: una
minaccia globale senza volto che lotta per la libertà, contro
le ingiustizie dei governi e del capitalismo, incrociando nel
suo cammino Wikileaks, Occupy Wall Street e le Primavere
arabe. Non che questo cammino sia stato privo di contrad-
dizioni o battute di arresto, Coleman stessa ci racconta che
Anonymous è sempre stato animato da diverse fazioni, e ci
riporta la più famosa, e ideologicamente rilevante, scissio-
ne: Lulzsec, un gruppo di hacker di Anonymous staccatosi
nel 2011 in aperta polemica con il ‘moralismo’ che prescri-
veva di attaccare solo bersagli politicamente rilevanti. Gli
scissionisti rivendicavano il diritto di colpire chiunque “for
the lulz”, vale a dire ‘per ridere’, come il vecchio adagio di
4chan. Nondimeno va sottolineato che, una volta che le cose
la guerra dei meme

si sono fatte serie, hacker dalle biografie più diverse hanno


abbracciato Anonymous, hacker che non avevano per for-
za frequentato la cultura del chan, portando dentro il non-
movimento le idee e le prassi di un hacktivismo radicale di
130
tradizione decennale.
I rapporti di continuità o rottura tra 4chan-Anonymous-
alessandro lolli

Alt-right sono importanti non solo per capire ciascuno di


questi fenomeni, ma soprattuto per delineare quale sia la
tendenza politica ‘naturale’ di quell’anonimato radicale che
è la più profonda, e inquietante, possibilità aperta da In-
ternet. Ci sono sostanzialmente due tesi in questo giovane
campo di studi: quella di Coleman e quella di Nagle. Co-
leman, come d’altra parte abbiamo già notato, riconosce le
contraddizioni, teoriche e pratiche, che hanno attraversato
la storia di Anonymous, con una certa attitudine alla risata
cinica dalla quale è nato e che non è mai veramente morta.
Sostiene però che Anonymous sia poi ‘cresciuto’ fuori da
queste tendenze infantili, diventando un non-movimento
politico serio. Sebbene l’influenza, pratica e simbolica, di
Anonymous su numerose vicende politiche internaziona-
li sia indiscutibile, Coleman, che pubblica il suo libro nel
2014, riconosce che l’epoca d’oro pare essersi chiusa e non
fa neppure un cenno alla allora nascente Alt-right.
Di tutt’altro avviso è invece Nagle, che pure si appoggia
al lavoro della collega. Per l’autrice di Kill All Normies c’è
una continuità forte tra 4chan, Anonymous e l’Alt-right. Da
un lato accentua l’incoerenza politica del non-movimento,
preso in generale:

il meme politico
Nel corso degli anni, le attività di Anonymous si sono sbilancia-
te incoerentemente tra estrema sinistra e estrema destra, e tutto
quello che c’è in mezzo, imbarcando chiunque, dai fan di Justin
131
Bieber alle femministe, dai fascisti agli esperti di cybersecurity
e coinvolgendoli in morbose operazioni di ‘sputtanamento’ del

la guerra dei meme


prossimo, quel genere di cose per cui sono sempre stati ridico-
lizzati i borghesi che leggono giornalacci di gossip7.

Dall’altro fornisce una lettura della progressiva radica-


lizzazione della chan culture:

Per comprendere l’apparente contraddittorietà politica di 4chan,


Anonymous e la sua relazione con l’Alt-right, è importante ricor-
dare che la graduale svolta a destra della chan culture si concen-
trò molto di più nella sezione politica /pol/, più che nella sezione

7 A. Nagle, Kill All Normies, Op. cit. , p. 13 (trad. dell’autore).


meno apertamente politica ma comunque estrema nota come
/b/. Contemporaneamente, i ‘moral-fag’ sinistrorsi [...] subirono
gli attacchi repressivi del governo durante il picco di popolarità
di Anonymous, tra il 2010 e il 2012. Questa assenza degli ele-
menti più libertari e sinistrorsi nella chan culture creò un vuoto
di potere che l’ala destra della community riuscì a colonizzare
con i suoi meme contro il politicamente corretto, scioccanti e
ben fatti8.

Nagle non risparmia neppure il sarcasmo verso l’ottimi-


la guerra dei meme

smo un po’ ingenuo che ha animato la ricerca etnologica


della collega:

Sebbene la descrizione di Coleman contenga diversi indizi di


132
ammirazione e sottili cenni di approvazione, a me tutto ciò mo-
stra chiaramente quanto disgustosa e misantropica è, ed è sem-
alessandro lolli

pre stata, la chan culture; non ‘nonostante’ ma proprio in virtù


della sua attitudine controculturale. Ha perfettamente senso
che alla fine si sia fusa del tutto con l’Alt-right 9.

Nagle col suo testo rintraccia molto chiaramente il filo


rosso che lega hacker mascherati e rane repubblicane alla
chan culture. In un certo senso, tutto ciò che di sinistra ha
fatto Anonymous è stato ‘miracoloso’, considerate le pre-
messe, mentre tutti i raid fascistoidi che hanno segnato la
storia di 4chan, tutto quel razzismo e quella misoginia sfo-

8 Ibid., pp. 13-14.


9 Ibid., pp. 102-103.
ciati poi in una galassia politica vera e propria, sono stati
semplicemente fisiologici.
Come abbiamo anticipato, questa radicalizzazione è stata
coadiuvata e accelerata dalla presenza di un nemico dialettico
ben definito, perché al contempo dall’altro capo di Internet
la giovane sinistra anglofona si costruiva una casa su Tumblr.
Difficile dire perché Tumblr e non un altro posto. Pensata per
dare più risalto alle immagini che al testo, Tumblr opera sotto
l’anonimato debole del primo tipo, quello dei nickname, e i
profili appaiono per lo più come una colonna di fotografie
con didascalie. Nei primi anni di successo il sito si è andato

il meme politico
formando un’estetica propria, con profili quasi esclusivamen-
te figurativi che proponevano una selezione di contenuti va-
gamente caratterizzati da una tendenza artistica e alternativa
133
segnata da una certa incoerente pretenziosità10. Non è chiaro
se tale tendenza diffusa agli inizi del Social possa bastare a

la guerra dei meme


caratterizzare Tumblr come (secondo le parole di Nagle) “am-
biente più femminile”, ma sta di fatto che, a partire dall’inizio
del secondo decennio del Duemila, una nuova generazione di
giovani e giovanissime femministe si attestò sul sito. I post si
fecero meno muti, i dibattiti più frequenti e soprattutto iniziò
un’interrogazione politica continua dei contenuti condivisi
che, partendo dal genere, incluse poi l’etnia, l’orientamento
sessuale per poi coinvolgere tutte le altre forme di margi-

10 Un violentissimo quadro di Goya, un’immagine Gif della Nouvelle vague in cui una donna
sussurra una frase disperata, un gatto simpatico nello spazio, una band post-punk male illuminata
sul palco, un’aurora borale con due triangoli rovesciati e una frase motivazionale, una ragazza legata
bondage e poi di nuovo Ladri di biciclette: nel primo periodo, questi erano i profili ‘tipicamente
Tumblr’ ed erano per lo più muti.
nalità che possono affliggere un’esistenza, fino alla disabilità
mentale o fisica. Da quel momento, il ‘tipico profilo Tumblr’
si fece molto più verboso, e il dibattito politico incentrato
sulle marginalità divenne gradualmente una caratteristica del
sito. L’influenza di Tumblr si estese poi su Twitter e Facebo-
ok (sebbene non raggiungendo mai l’egemonia del suo luogo
d’origine), arrivando a orientare visibilmente i contenuti della
stampa progressista anglofona, online e non. Non è scorretto
dire che è grazie a questo tipo di fermento, grazie a quelle
identity politics statunitensi cresciute su Tumblr se la discus-
la guerra dei meme

sione politica su temi come il sessismo e il razzismo è cre-


sciuta di volume e di qualità, come il dibattito sul gender che
a metà decennio ha mobilitato masse pro o contro anche qui
in Europa. E non solo: la sensibilità così formatasi ha finito
134
per plasmare fortemente l’industria culturale americana de-
gli ultimi anni, che non poteva più produrre storie col pilota
alessandro lolli

automatico in cui il nero muore per primo, la bella ragazza


bianca viene salvata dal bel protagonista bianco e così via. Nei
media, dentro e fuori dalla fiction, si è sviluppata una discus-
sione continua sui modi in cui, consciamente o meno, ripro-
duciamo l’esistente così com’è, nelle nostre azioni, nei nostri
discorsi, nei prodotti culturali che scriviamo o consumiamo.
Sostanzialmente, il lavoro di decostruzione avviato per lo più
in ambito accademico nei decenni precedenti è diventato pop
e mainstream, con tutte le semplificazioni del caso.
Ancora Nagle stabilisce il peso che, la Tumblr left da un
lato e l’Alt-right dall’altro, hanno avuto sul presente:
Queste oscure tendenze politiche virtuali hanno formato un’in-
tera generazione, influenzando la sensibilità mainstream e per-
sino il linguaggio11.

Quelle piattaforme virtuali, piene di adolescenti, fragili


e arroganti come tutti gli adolescenti, che nei primi tempi
potevano sembrare semplici bizzarrie da archiviare tra le
molteplici stranezze di Internet, si sono rivelate delle pale-
stre politiche per un’intera generazione di americani (e an-
glofoni in generale), capaci di orientare il dibattito pubblico,
passando oltre i loro marginali luoghi di origine e le loro

il meme politico
appartenenze, trasformando intere linee editoriali, fino a
essere uno dei vari attori in campo delle elezioni presiden-
ziali americane.
Lo scontro tra la Tumblr left e l’Alt-right, che Nagle de- 135

finisce una vera e propria ‘guerra di culture’, simile a molte

la guerra dei meme


altre passate, come quella portata avanti dagli Hippie negli
anni Sessanta, ha avuto almeno due momenti cardine che,
non a caso, sono ironicamente ricordati come Great meme
wars.
Great meme war è esso stesso un meme, un inside joke,
un modo per autocelebrarsi e ridicolizzarsi allo stesso tem-
po. ‘Guerra di meme’ che rileva un passaggio di paradigma:
se le battaglie di Anonymous venivano combattute per lo
più con la ‘forza bruta’ dell’hacking, il conflitto con la sini-
stra politicamente corretta è stato più che altro retorico, e la

11 A. Nagle, Kill All Normies, Op. cit. , p. 8 (trad. dell’autore).


retorica del chan, si è visto, sono proprio i meme. Ad ogni
modo, Great Meme War si riferisce a qualcosa di specifico,
giacché due sono gli eventi a cui allude, due fasi detonan-
ti della lotta tra Tumblr left e Alt-right, che hanno messo
nero su bianco per entrambi chi era il ‘noi’ e chi il ‘loro’:
il GamerGate del 2014 e le elezioni presidenziali del 2016.
Abbiamo già detto del ruolo della scalata di Trump nell’af-
fermazione dell’Alt-right e dell’irrimediabile virata a destra
di buona parte dei memers (nonché della loro creazione più
famosa, Pepe), tuttavia questa seconda Great Meme War
la guerra dei meme

corrisponde solo al momento in cui l’Alt-right ha acquisi-


to notorietà mediatica. La prima Great Meme War, invece,
possiamo leggerla come il momento in cui l’Alt-right ha pie-
namente preso coscienza di sé.
136
È molto difficile riassumere l’intera controversia che ha
preso il nome di ‘GamerGate’, iniziata nell’estate del 2014
alessandro lolli

e trascinatasi per lunghi, violenti, mesi. Le vicende sono


estremamente intricate e gli storytelling delle fazioni in
campo differiscono su più punti. Tuttavia, due sono gli epi-
sodi centrali da cui tutto è partito, non collegati diretta-
mente se non dal tema comune: i videogiochi. Da un lato c’è
la vicenda di Zoe Quinn, sviluppatrice di videogiochi ‘indi-
pendenti’, dall’altro quello della blogger e critica dei media
Anita Sarkeesian12. Le due storie si sovrapposero in un gi-

12 Quinn nell’agosto del 2014 fu pubblicamente attaccata da un suo ex che sosteneva lei lo avesse
tradito con un giornalista della stampa videoludica e che questo fosse il motivo delle recensioni po-
sitive che il suo ultimo gioco aveva ricevuto. Nello stesso mese, la blogger e critica dei media Anita
Sarkeesian ricevette una serie di insulti e minacce, pubbliche e private, per l’ultimo episodio della sua
serie di video Tropes vs women in videogames. I video di Anita Sarkeesian erano normalissimi esempi
gantesco dibattito contrassegnato dall’hashtag #gamergate.
Se ai livelli bassi il dibattito si consumava tra insulti e vili
attacchi misogini da parte degli anonimi organizzati, a li-
velli più alti, quelli che coinvolsero riviste di settore e media
online, svilupparono delle tesi contrapposte di ordine gene-
rale: da un lato, si poneva in risalto quanto fosse misogino e
tossico l’ambiente videoludico e come Internet consentisse
a un gruppo di adolescenti incazzati di rovinare vite intere,
o almeno cercare di farlo. Dall’altro, si sosteneva che il po-
liticamente corretto fosse ormai una piaga culturale, nociva
per la libertà di parola e di espressione, nonché una vera e

il meme politico
propria lobby capace di tenere in ostaggio riviste di settore
e media vari.
Sebbene la controversia riguardasse principalmente il
137
mondo dei videogiochi, le tesi delle opposte fazioni erano
generalizzabili (e furono generalizzate) alla cultura contem-

la guerra dei meme


poranea in quanto tale. Gli anni dieci hanno visto il dibat-
tito politico occidentale (in gran parte statunitense, ma non
solo) girare intorno ai temi dei diritti civili, dell’inclusione
delle minoranze, del femminismo, del genere e dell’etnia.
Molti dei termini con i quali oggi parliamo di queste te-
matiche sono stati inventati, o per lo meno diffusi su larga

di Cultural studies che rilevavano le diverse forme di sessismo presenti nei videogiochi. Un’opera-
zione che, come sottolinea anche Nagle, è da decenni la normalità in tutte le altre forme d’arte che
ascoltano da tempo la voce critica e le controletture dei gender studies. Ma il mondo dei videogiochi
non era neanche lontanamente pronto e, appena il canale Feminist Frequency di Sarkesiaan attirò
l’attenzione dei gamers, si scatenò l’inferno. La punta dell’iceberg, visibile ancora oggi, sono le
centinaia di video di risposta e di presunto ‘debunking’ delle tesi di Sarkesiaan: per la maggior parte
incredibilmente ingenue e aggressive, tipiche di chi non ha riflettuto neanche un secondo della sua
vita sulle questioni di genere. Ma poi messaggi di odio, pubblici e privati, fotomontaggi porno della
giornalista diffusi in ogni dove, campagne di boicottaggio e infine vere e proprie minacce di morte.
scala, da quelle due community online così mutualmente
aggressive. I videogiochi sono stati solo uno dei tanti temi
sui quali si sono scatenate le forze in campo.
Eppure, non è affatto casuale che la più grande e sim-
bolicamente importante guerra dell’Alt-right riguardasse i
videogame e neppure che il genere abbia un ruolo centrale
in quasi tutte le sue battaglie.
la guerra dei meme

138
alessandro lolli
Ideologia Nerd

Non è un caso che proprio i videogiochi abbiano compat-


tato le armate dell’Alt-right, e non è un caso che il nemico
fossero delle donne.
Le forze del caos della chan culture, che hanno sempre

il meme politico
avuto tutto l’interesse nel presentarsi come un indefinibi-
le ordigno di nichilismo, tanto puro quanto generico, che
non guarda in faccia nessuno e detesta tutti, sono in realtà
un segmento sociale identificabile, con paure e fragilità ben 139

precise, ed è proprio a partire da quest’ultime che si sono

la guerra dei meme


andati a definire i loro obiettivi e i loro nemici.
Sotto la maschera, di V per vendetta o di Pepe, ci sono dei
nerd. Nerd giovani, maschi, bianchi, eterosessuali, ascrivi-
bili al ceto medio. Non tutti i nerd sono maschi, non tutti
sono bianchi et cetera. Ma l’ideologia nerd è storicamente
nata da questo tipo di persone e tramite loro ha continuato
a parlare.
Del resto una delle più feroci guerre dei nerd contempo-
ranei – e tema centrale del GamerGate – viene combattuta
proprio per tenere fuori dalla sottocultura tutte le donne
che osano identificarsi come ‘nerd’ e parlare di cose ‘che
non le riguardano’.
Non ci interessa, infatti, discutere della ‘nerdità’ come
semplice ‘gusto’ culturale (che semplice non è affatto), quan-
to piuttosto descrivere l’ideologia che anima un certo tipo
di persona che con quei gusti si è storicamente identificata
e, non a caso, ha preteso di averne l’esclusiva. Il gusto nerd
ha subito delle evoluzioni negli anni, per fare un esempoio
manga e anime sono ormai più che una passione condivi-
sa (praticamente un linguaggio di riconoscimento), mentre
generi che venivano posti al centro della sottocultura, come
la fantascienza, hanno meno peso di un tempo. Ma, da una
la guerra dei meme

certa distanza, le ‘cose da nerd’ sono rimaste relativamente


stabili dagli anni settanta a oggi: tecnologia, informatica,
videogiochi, letteratura e cinematografia di genere (fantasy
e fantascienza in testa), fumetti (occidentali e non). Nessuna
140
di queste cose è in sé legata alle altre o a una certa visione
del mondo, ma è impossibile guardare ciascuna di esse sen-
alessandro lolli

za la lente deformante che la sottocultura nerd ci ha messo


davanti, che si fa reale e concreta quando si prova a intera-
gire con le community di appassionati, intente a costruire
un ‘fan ideale’ che ha anche un determinato tipo di vissuto
esistenziale e un conseguente sistema di valori. Le passioni
del nerd sono infatti in rapporto diretto con il suo vissuto
esistenziale e i valori che ne derivano: il nerd è così versato
ed esperto nelle proprie questioni proprio perché ‘non ha
una vita’. Trovandosi emarginato dal consesso sociale (soli-
tamente la scuola dell’obbligo o il college/università), il nerd
si dedica anima e corpo ai suoi interessi. Ma esiste anche il
processo inverso: dato che gli interessi del nerd sono così
particolari e la sua conoscenza tanto avanzata, non trova
nessuno con cui parlarne e si ritrova emarginato dal con-
sesso sociale. Un circolo vizioso (o virtuoso) che costituisce
la narrazione standard del nerd. Tanta fiction ha raccontato
questa storia, da l’Uomo ragno a The Big Bang Theory, e nella
maggior parte dei casi il nerd ne usciva bene, come un per-
sonaggio in fin dei conti positivo – certo imbranato, spesso
fuori luogo, talvolta relegato al ruolo di semplice sottotra-
ma comica, ma comunque positivo.
La narrazione del nerd, sovente un’autonarrazione, ci
parla di un perdente, ingenuo ma intelligente, in lotta con-

il meme politico
tro un mondo superficiale e cattivo che non lo capisce e per
questo lo detesta. Sostanzialmente una narrazione di sini-
stra: il nerd si presenta come una delle tante incarnazione
141
dell’emarginato, dell’outsider, del freak impegnato in una
lotta contro la cultura dominante, normativa, oppressiva e

la guerra dei meme


fascista. E invece, che abbaglio.
Da più parti si sta iniziando a guardare più criticamente
la sottocultura nerd, fuori dalla compassionevole narrazio-
ne dei giovani che si isolano in casa per giocare ai vide-
ogiochi. Sarà per la patente matrice nerd del movimento
reazionario giovanile più grande di sempre, il pluricitato
Alt-right, o sarà dovuto alle uccisioni di massa perpetrate da
nerd incazzati, da Columbine a Chris Harper Mercer (che
la sera prima della strage avvertì gli amici di 4chan di non
recarsi a scuola la mattina seguente), passando per Elliot
Rodger (il quale lasciò addirittura una biografia-manifesto
per spiegare le sue azioni).
Nell’autunno del 2016, dopo la ‘vittoria elettorale’
dell’Alt-right, un interessante articolo in proposito si è me-
ritato una certa attenzione. What was a nerd, uscita su «Real
Life Mag», è l’analisi di Willie Osterweil che ha un sotto-
titolo molto eloquente: Il mito del ragazzo bianco, emarginato,
solo e bullizzato, sta alimentando il ritorno del fascismo13. L’ar-
ticolo irrompe riconoscendo che, a oggi, il neofascismo tra
le generazioni più giovani sgorga dalla sottocultura nerd.
Ma la sua tesi va oltre: sostiene che, tra gli anni Settanta e
Novanta, il mito del nerd sia servito per occultare o fare il
la guerra dei meme

verso alle lotte di liberazione nere, femministe e queer che


attraversavano gli Stati uniti. Osterweil nota come alcune
narrazioni dell’epoca in analisi, in particolare cinematogra-
fiche, mettano in scena il noto canovaccio: il povero nerd
142
deve lottare contro il suo nemico giurato, il ‘jock14’, per otte-
nere il premio, cioè la ragazza per cui ha una cotta, la quale
alessandro lolli

‘gli spetta’ perché lui è più profondo, sensibile, giusto. Sono


sempre storie di riscossa, se non di vendetta: in particolare,
il film La rivincita dei nerds si guadagna il biasimo dell’auto-
re per via dell’esplicita parodia della lotta di liberazione nera
e la messa in scena di vere e proprie violenze sessuali per-
petrate da nerd e giocate sui toni della commedia. Sebbene
la tesi per cui la concentrazione di Hollywood sulla riscossa

13 http://reallifemag.com/what-was-the-nerd/ (trad. dell’autore).


14 Non esiste in italiano standard un termine che traduca Jock, cioè il liceale/universitario bello,
palestrato, stupido e pieno di donne. Ci sono regionalismi che hanno riprodotto qui la dicotomia
nerd/jock tipo: truzzo, pariolino, tamarro, coatto. Ognuno con una sfumatura diversa, ma, in con-
trapposizione col nerd, tutti alludono a un ragazzo superficiale e di successo, o meglio: di successo
perché superficiale.
dei nerd abbia avuto lo scopo storico di cancellare le lotte
reali delle minoranze possa suonare esagerata – e in una
certa misura persino paranoica – è importante sottolineare
che in primo luogo il genere, e in misura minore l’etnia,
sono momenti chiave dell’identità nerd.
I membri dell’Alt-right possono ripetere all’infinito che
la Tumblr left è ossessionata dalle problematiche di genere
(sfociando nell’argomento che c’è invece da badare ai ‘veri
problemi della gente’) ma basta una ricognizione superfi-
ciale del loro mondo per notare che la questione sessuale
è semplicemente la base dell’identità nerd. Prima dei vide-

il meme politico
ogiochi, dei manga, dei computer c’è il sesso. Si può affer-
mare che l’Alt-right ha fatto proprio l’adagio femminista del
‘partire da sé’ in quanto tutta la sua ideologia è una diretta
143
conseguenza dell’elaborazione, politicizzata, della frustra-
zione sessuale nerd. Nel corso del libro si è fatto riferimento

la guerra dei meme


ai contenuti ricorrenti nei meme che, per esempio, distin-
guevano i vecchi e puri Rage Comics di 4chan da quelli poi
normificati e condivisi da mamme e bambini: questi conte-
nuti riguardavano la vita da emarginato del tipico anonimo
nerd, le sue paure più profonde, le figuracce fatte e, paralle-
lamente, anche la sete di vendetta e di riscatto che accom-
pagnava tutti i fallimenti. Qui la già vista sottocultura degli
‘autistici’ (che sembrano impegnati solamente in un raffina-
to giochino semiotico) si sovrappone alla sottocultura dei
nerd, che la sostiene e la informa. Qui il normie non è so-
lamente quello che non maneggia la conoscenza dei meme,
ma è quello che non la maneggia perché ha di meglio da
fare: una vita normale, piena di attività, interessi, relazioni
e soddisfazioni normali – quelle precluse all’autist, ovvero al
nerd, che le invidia e le disprezza allo stesso tempo.
Una narrazione collettiva che, attraverso meme o veri e
propri racconti in prima persona postati anonimamente sul
chan, ha dato corpo e voce a dei perdenti ogni giorno più
incazzati.
Sempre in Kill all normies la si sintetizza così:

Il cliché pop à la American High School, che riadatta vecchi ste-


la guerra dei meme

reotipi, mostra un contesto sociale in cui i peggiori sessisti sono


sempre gli sportivi tutto muscoli e niente cervello. Ma ora che
Internet ci ha fatto intravedere per la prima volta le vite interiori
di quegli altri, una delle rivelazioni più sorprendenti è stata che
144
proprio il nerd che si autoproclama ‘bravo ragazzo’ e che non
alessandro lolli

trova mai la fidanzata è il misogino e il razzista più carico d’o-


dio, patologicamente invidioso dell’altrui felicità15.

Quindi, riprendendo una dicotomia nietzschiana, rispetto


ai ‘ben riusciti’, i ‘mal riusciti’ covano una varietà di misoginia
molto più profonda e violenta, alimentata dall’emarginazione
e dalle sconfitte esistenziali subite sulla loro pelle, e più prona
a convertirsi in una ‘teoria sociale’ sul genere e tutto il resto,
per necessità di una spiegazione della propria inadeguatezza.
Posto che i tre cult movie della chan culture sono, come
visto, Matrix, Fight Club e V per Vendetta, tre storie di rivolta

15 A. Nagle, Kill All Normies, Op. cit. , p. 115 (trad. dell’autore).


contro una società oppressiva, è il modo in cui questa so-
cietà viene presentata, e soprattutto la conseguente rivolta,
a determinate il tipo di morale che ne è stata tratta. Se V per
Vendetta, col suo afflato collettivo, ha avuto un ruolo decisi-
vo nello ‘spostare a sinistra’ Anonymous, Fight Club ha fatto
leva su altri generi di pulsioni, decisamente più individua-
listiche e, diremmo, ‘maschili’16. Ma l’eredità più curiosa è
quella lasciata all’Alt-right da Matrix. Si potrebbe pensare
che la maggior influenza del film provenisse dalla retorica
hacker che permea tutta la storia: è stata invece è stata una
potentissima metafora, opportunamente reinventata, a cat-

il meme politico
turare i nerd, quella della pillola rossa e della pillola blu17. La
pillola rossa, attraverso l’elaborazione congiunta delle varie
anime della cosiddetta man-o-sphere, nomignolo dato all’In-
145
ternet a dominanza maschile che ormai coincide coi vari
regni dell’Alt-right (4chan e Reddit in testa), è diventata il

la guerra dei meme


simbolo di una visione del mondo molto precisa che fonda
l’identità politica dei nerd di destra: nella loro ricostruzione
della metafora, la pillola blu conduce al falso mondo messo
in scena dalle femministe e dalla sinistra in generale, in cui
le donne sono oppresse e gli uomini privilegiati; la pillola

16 Si è molto discusso sull’intenzione ironica dell’opera di Palahniuk e della successiva trasposi-


zione di Fincher. Un’interpretazione vuole che non sia tanto la messa in scena di una sorta sorta di
anarcoprimitivismo con tendenze fasciste che combatte il progresso, quanto la satira di questo. Ma
se, per dire, Full Metal Jacket, un film molto più esplicito che affronta un argomento negativamente
connotato come la guerra, è venerato dai militari di tutto il mondo, figuriamoci quanto sono legit-
time, e comuni, le letture non satiriche di Fight Club, che rappresenta un soggetto su cui non esiste
una retorica dominante.
17 Nel lungometraggio delle sorelle Wachowski, al protagonista viene proposta una scelta tra due
pillole: una, quella blu, farà dimenticare tutto ciò che si è scoperto sulla falsità del mondo, (cioè l’ef-
fettiva esistenza di Matrix, realtà virtuale costruita per occultare la vera realtà), l’altra, quella rossa, lo
condurrà “in fondo alla tana del bianconiglio”, cioè verso la comprensione profonda dell’esistente.
rossa mostra la realtà, cioè un mondo in cui le donne han-
no vita facile e sono continuamente messe su un piedistallo
mentre gli uomini sono soggetti a una violenta lotta inte-
stina volta a conquistarle. Una lotta in cui figurano due tipi
di maschi: i mitici Alpha, che per un misto di doti naturali,
capacità acquisite e ricchezza, riescono facilmente a con-
quistare le donne, e i Beta, ovvero i malriusciti, gli sfigati.
I nerd. Nel regno della pillola rossa vengono rese visibi-
li diverse ingiustizie subite dagli uomini, come il mancato
affido dei figli, il costo degli alimenti dopo un divorzio, le
la guerra dei meme

false accuse di stupro che possono subire e così via. Ma il


nucleo fondamentale della teoria, che pretende di ribaltare
l’asimmetria della discriminazione di genere, è dato dalla
pratica del corteggiamento, dal gioco della seduzione, dal
146
cosiddetto dating game che si trova, in questa prospettiva,
completamente sbilanciato a favore delle donne: è il genere
alessandro lolli

femminile a detenere davvero il potere nelle relazioni inter-


personali, sono le donne a vantare decine e decine di pre-
tendenti mentre gli uomini sono costretti a fare i salti mor-
tali per ottenere sesso e affetto, in una lotta squallida che
premia le qualità esteriori degli Alpha e punisce la presunta
intelligenza superiore dei Beta. La narrazione della pillola
rossa è estremamente importante perché segnala il punto in
cui la sottocultura nerd ha mancato di trasformarsi in una
controcultura e ha scelto di ereditare e abbracciare i valo-
ri dominanti. È un dispositivo molto efficace che presenta
e giustifica quella che potremmo chiamare ‘sindrome da
maggioranza accerchiata’, composta di quel sentimento per
cui i conservatori sentono contemporaneamente di essere
‘la gente comune’ e tuttavia di rappresentare un soggetto a
rischio di estinzione. La storia delle due pillole consente di
rendere conto di entrambe le realtà: da un lato c’è il mondo
costruito dai media e dai prodotti culturali che dipinge una
situazione sociale egualitaria ma falsa, dall’altro c’è il mon-
do vero che continua a funzionare in accordo alle dinami-
che sessiste per cui gli uomini sono fatti in un certo modo
e le donne in un altro, e gli uomini canonicamente vincenti
opprimono quelli canonicamente perdenti. Dove la scelta
tra le due pillole è presentata come ‘credere o non credere’

il meme politico
a un certo stato di cose, la mossa della controcultura sareb-
be lottare affinché le cose si dispongano in un certo modo,
quello più giusto. Il nerd, invece, non trovando riscontro
147
nella sua vita all’esistenza di un mondo egualitario, finisce
per abbracciare proprio quei valori, quelli maschilisti, che in

la guerra dei meme


primo luogo hanno causato la sua emarginazione. Il mondo
non è quello della decantata ‘parità di genere’ che spacciano
i media progressisti, sostengono i nerd, il mondo è quello
in cui vince il più forte e noi siamo i più deboli. È così che
il nerd diventa semplicemente ‘un jock che non ce l’ha fatta’,
ma che deve dedicare la sua vita a farcela. E il nerd accetta
di partecipare al gioco.
Molti luoghi della man-o-sphere diventano perciò pale-
stre per nerd che si mettono alla prova, con perfino sezioni
dedicate alla cura del corpo. Una delle realtà più grottesche
e affascinanti di questa dimensione è quella dei Pick Up Ar-
tists, gli ‘artisti del rimorchio’, più noti con l’acronimo PUA:
hanno acquisito un certa celebrità a metà degli anni Zero
grazie a un programma di MTV, ma la loro storia parte
da ben più lontano, addirittura dagli anni Settanta, quando
comparvero alcune pubblicazioni che applicavano la pro-
grammazione neurolinguistica alla seduzione: una teoria a
metà tra l’ipnosi, la psicologia delle masse e la sociologia che
prometteva di insegnare a manipolare il comportamento al-
trui, nel caso quello delle donne, attraverso specifiche tec-
niche e opportune strategie. È proprio da qui che derivano
molte delle concezioni comuni alla man-o-sphere, come la
la guerra dei meme

già vista divisione dei maschi in Alpha e Beta, o l’intende-


re le donne come robottini straordinariamente prevedibili
(beninteso, solo se si possiede la scienza adatta), o gerarchi-
camente ordinate in una scala da 1-10 sulla base della loro
148
bellezza fisica. Tutte le situazioni sociali sono lette a partire
dai rapporti di forza tra i maschi presenti, la disponibilità di
alessandro lolli

femmine attraenti e le linee di azione necessarie a vincere


il gioco. I PUA hanno avuto un’influenza notevole sull’u-
niverso maschile anglofono degli ultimi anni18: piuttosto
scontato dire che nella loro visione del mondo il valore di
un maschio è dato dalla quantità di donne che può conqui-
stare, e la riuscita o il fallimento di quest’obiettivo arriva a
sovrapporsi completamente all’identità del soggetto.
In una community PUA trovai un testo interessante, una
gerarchia dei vari tipi di maschio con relative descrizioni: in

18 Per capire ancora meglio di chi stiamo parlando, ci sono almeno due noti esempi che introduco-
no un personaggio PUA: quello interpretato Tom Cruise in Magnolia (1999) e quello di Jon Hamm
nella puntata White Christmas (2014) della serie Black Mirror.
basso si trovavano gli sfigati oltre ogni possibilità di recu-
pero, che rifiutavano la pillola rossa e qualsiasi tentativo di
miglioramento personale, e proseguivano nella loro patetica
abitudine di ‘mettere sul piedistallo le donne’ non riuscendo
mai ad andarci al letto; salendo si arrivava piano piano al
grado medio, il Player, uno che ha accettato la pillola rossa
e sta mettendo in pratica il metodo con alterni risultati; il
più interessante era il grado massimo, una sorta gran mae-
stro intergalattico degli artisti del rimorchio, che per farci
capire il livello di illuminazione raggiunto raccontava come
una sua giornata tipo potesse sì includere la possibilità di

il meme politico
andare al letto con una Hot babe 1019, ma si poteva al con-
tempo permettere perfino di cancellare l’appuntamento per
andare a giocare a biliardo con gli amici – poteva permetter-
149
selo, aveva cioè il potere di non giocare al ‘game’ per fare ciò
che, attenzione, davvero desiderasse fare. In quello scenario

la guerra dei meme


buddhista, nirvanatico, praticamente la testimonianza di un
risveglio, si leggeva nitidamente la coazione a ripetere, il gio-
go culturale che stritola l’identità maschile, specialmente se
poco risolta: i PUA non accatastano conquiste su conquiste
perché si divertono, o perché vogliono, ma perché devono.
Devono dimostrare agli altri e a loro stessi di essere uomini,
uomini veri, uomini Alfa. E la frustrazione maschile di es-
sere dei perenni sconfitti in questa gara che definisce com-
pletamente l’identità di uomo è il carburante politico di tutta
la misoginia nerd che si è convertita in movimento politico.

19 Nel gergo PUA, bella ragazza da voto 10. I testi PUA sono una cascata di abbreviazioni e neolo-
gismi che fanno apparire i ‘report’ delle loro serate come dei messaggi in codice tra spie.
Ci sono molte testimonianze di questa rabbia che si fa
teoria. Elliot Roger era un ragazzo americano di 22 anni
che, nel maggio del 2014, salì su una macchina con un’arma
da fuoco, si diresse fuori da una confraternita femminile del
college che frequentava, sparò a diverse sue coetanee e poi
si suicidò. Dietro di sé lascio molto: oltre a un video girato
in macchina poco prima della strage in cui riassumeva le
sue ragioni, c’è una vera e propria autobiografia intitolata
My Twisted World20 , in cui ricostruisce nel dettaglio quell’e-
sistenza da emarginato che lo ha condotto prima alla di-
la guerra dei meme

sperazione e poi alla vendetta verso i suoi oppressori: i jock


e le donne che vanno con i jock, colpevoli di non averlo mai
calcolato. Elliot Roger ci racconta la vita di un ragazzo ric-
co ma troppo basso per soddisfare i requisiti virili del vero
150
uomo, un ragazzo che si sentiva, allo stesso tempo, infini-
tamente più intelligente e colto dei suoi pari e tragicamente
alessandro lolli

sconfitto in ciò che conta di più nella vita: il riconoscimen-


to femminile. Da questa sovrapposizione di complesso di
superiorità e complesso di inferiorità emerge l’idea che il
mondo sia sommamente ingiusto e che la vera vittima si-
ano le persone come lui: giovani maschi eterosessuali la-
sciati indietro nel romanzo di formazione che gli spetta.
Elliot frequentava un forum del genere hatePUA, non fatti
per criticare i Pick Up Artist, bensì per abbracciare quella
visione in modo talmente estremo da far risultare mendaci
le loro promesse di miglioramento personale: quelli come

20 https://www.documentcloud.org/documents/1173808-elliot-rodger-manifesto.html
Elliot si considerano oltre ogni salvezza, la società ha già
emesso il suo insidacabile verdetto. Elliot era tra coloro che
vengono definiti ‘incel’ (per ‘involuntary celibate’): mai stati
con una ragazza, alcuni di loro dichiarano di non aver mai
sperimentato un bacio o addirittura un abbraccio, hanno
un loro canale su Reddit e una vasta mitologia che inquadra
il mondo della pillola rossa dalla prospettiva dei peggiori
sconfitti. Una prospettiva comune a molti dei nerd che im-
bracciano le armi e fanno strage di coetanei ben riusciti,
Elliot compreso. La parabola di Elliot lo ha incluso fra i
miti postironici dell’Alt-right, che lo vezzeggia chiamandolo

il meme politico
The Supreme Gentleman, come lui stesso si definì nel video
gitato poco prima di lanciarsi ad ammazzare delle ragazze.
Ma nell’autobiografia My Twisted World il dato filosofi-
151
camente più rilevante è che il piano del genere si salda a
quello dell’etnia, in una narrazione coerente che produce

la guerra dei meme


due gerarchie razziali: una ideale e una attuale. Elliot si di-
sprezza in quanto troppo basso, ma attribuisce la colpa di
quella bassezza ai “geni asiatici” che lo corredano, mentre
i suoi nemici supervirili sono spesso afroamericani e ispa-
nici. Questa disposizione di ruoli etnici si ritrova spesso
nelle fantasie apocalittiche di estinzione della razza bianca
che propugnano i nuovi suprematisti bianchi. La gerarchia
ideale dei nuovi suprematisti bianchi è quella del razzismo
storico ottocentesco e novecentesco, con i bianchi in cima
e le ‘razze inferiori’ man mano a seguire. Ma sotto questa
gerarchia diurna si è sempre agitata una gerarchia notturna,
quella temuta, quella che forse è più reale e ineluttabile: è la
gerarchia che teme l’ipervirilità delle razze del sud del mon-
do e che, oggi, coincide con l’immaginario pornografico e
da esso è capillarmente diffusa. Nella gerarchia notturna i
neri sono in testa, seguiti dagli ispanici. I bianchi, rammol-
liti dalla loro stessa civilizzazione, si ritrovano in fondo alla
classifica, devirilizzati, con solo gli asiatici a seguirli. È la
razzializzazione imperante nel porno e proprio dal porno
deriva l’insulto più amato dall’Alt-right: “cuck”, viene detto
a chi si disprezza. ‘Cuck’ viene da ‘cuckhold’, termine inglese
usato per ‘cornuto’, ma che si rifà a una categoria pornogra-
la guerra dei meme

fica dai contorni più precisi: fidanzati o mariti che si eccita-


no a vedere la propria compagna fare sesso con un maschio
più prestante di loro, spesso di colore. Cuck sono, di conse-
guenza, tutti quelli di sinistra, ma anche tutti quelli della
152
propria cerchia che si pongono in modo sbagliato, in quanto
troppo permissivi – nello specifico ‘cuckservative’. L’insul-
alessandro lolli

to cuck può essere rivolto a uomini che appoggiano istanze


femministe, ma anche usato per criticare politiche a favore
dell’immigrazione: le due questioni si sovrappongono nella
scena di questi migranti che entrano nel tuo paese e si ac-
coppiano con le tue donne che tu hai lasciato troppo libere
di divertirsi. Non è un caso che nella narrazione dell’Alt-
right, i paesi scandinavi siano i posti più cuck della terra in
quanto uniscono multiculturalismo ed emancipazione fem-
minile, in un mix infernale che porterà alla corruzione e
all’estinzione di una delle razze più bianche della terra21.

21 Questa linea di pensiero – se si vuole dai tratti apertamente paranoidi – non l’ha inventata
Internet e attraversa tutti i fantasmi colonialisti dell’uomo bianco. Una versione colta la sia può rin-
Di questa narrazione, capace di fondere coerentemente
la lotta contro femministe e minoranze sessuali con quella
razzista, l’Alt-right ha fatto il perno per una lotta politica. Il
successo del congegno (che non nasconde i suoi tratti pa-
ranoici e allucinatori, anzi li esibisce) può essere spiegato
considerando l’estrema inesperienza sessuale e sentimentale
dei nerd, che viene colmata da fonti indirette: fantasie, te-
stimonianze, leggende metropolitane e, in ultima analisi,
l’immaginario pornografico – che, ricordiamolo, rimane la
merce più diffusa di Internet.

il meme politico
Resta da chiedersi se questa deriva reazionaria dei nerd,
soggetti che hanno subito un’oppressione simbolica e pra-
tica proprio dalla cultura maschilista che finiscono poi per
153
sottoscrivere e in un certo senso potenziare, poteva essere
evitata.

la guerra dei meme


Proprio in Italia abbiamo un controesempio forte di
come l’identità nerd possa abbracciare ideali di tutt’altro
tipo. Caparezza – nome d’arte, ricordiamolo, di Michele
Salvemini – in quasi vent’anni di carriera è riuscito a tra-
ghettare almeno un paio di generazioni di nerd su posizioni
apertamente considerabili ‘di sinistra’22. Nelle sue canzoni,
la lotta dei nerd accompagna e si fonde a quella di tutte le

tracciare in Houellebecq che dell’indebolimento del maschio occidentale, causato dalla liberazione
sessuale novecentesca e ‘sfruttato’ dai popoli migranti più virili, ne ha fatto una cifra poetica: scene di
cuck razziale si trovano al centro di molti romanzi, come Estensione del dominio della lotta, Le particelle
elementari nonché il più recente Sottomissione, del quale costituiscono la vera e propria tesi.
22 Sorprendente scorgere nerd che compaiono fisicamente a raduni storici della Sinistra italiana
come il ‘concertone’ del Primo Maggio a Roma, affratellati a fricchettoni e altra gioventù libertaria.
altre minoranze, mettendo in luce che l’oppressione dei jock
o dei truzzi è della stessa natura di quella subita da soggetti
più riconoscibili politicamente:

Io vorrei che in giro ci fossero meno bulli del cazzo e più gay,
più dreadlock e meno Moncler23.

Ma esiste un Caparezza oscuro che contraddice quest’im-


magine: si tratta di Mikimix, il precedente nome d’arte di
Salvemini, che negli anni Novanta componeva brani, a suo
la guerra dei meme

dire, commerciali e stupidi, ma che poi si pentì e iniziò a


scrivere ciò in cui davvero credeva nelle vesti, appunto, di
Caparezza (ottenendo molto più successo, per inciso). Ma
è proprio nel passaggio tra Mikimix e Caparezza, cioè nel
154
primo album di quest’ultimo (intitolato ?! o Caparezza?! a
seconda delle versioni), uscito nel 2000, che si nasconde la
alessandro lolli

faccia più inquietante del rapper. Se già nel secondo album


del 2003, Verità supposte (che conteneva il singolo che lo rese
noto al grande pubblico, Fuori dal tunnel) la poetica di Ca-
parezza era decisamente allineata a certe battaglie della si-
nistra, nel disco dell’esordio di pochi anni prima troviamo
storie e immagini molto differenti: il nerd che si fa strada
tra i testi sembra essere un misantropo a tutto tondo che,
guarda caso però, non manca di prendersela con donne e
minoranze. Il brano Mammamiamiamammà è uno sfogo
violentissimo contro le donne in carriera, colpevoli di non

23 Caparezza, La mia parte intollerante, in Habemus capa, EMI 2006.


essere né buone mogli né buone madri, e accatasta stereotipi
sui nuovi ‘stili di vita’, come:

Sbraito pensando ai gioielli, agli sprechi, ’ste mamme attaccate


agli anelli più di Yuri Chechi, vanno dal parrucchiere e non fan-
no l’amore per non rovinare i capelli e i papà si fanno le pippe
sulle chiappe dei calendari Pirelli. Ribelli mamme con le zanne
come Mammuth, raffinate da bere birra nel flute, fluttuano, rut-
tano, ballano, fanno le sexy messaline, il lusso é l’unico mangi-
me per queste galline24.

il meme politico
In Chi cazzo me lo fa fare c’è una scena di pura transfobia
in cui il buon nerd viene trascinato controvoglia in disco-
teca e la sua aspettativa erotica viene delusa da un incontro
155
nei bagni:

la guerra dei meme


Nel cesso c’é una bona dalla pelle liscia ma da come piscia
nell’interno coscia c’ha ‘na biscia, mi guarda e mi s’ammoscia,
va tutto alla rovescia25.

Lo stesso Caparezza che, pochi anni dopo, sfrutterà


le allitterazioni per schierarsi contemporaneamente con
transgender e con l’ecologismo (“Meglio uno stato di trans
che il tran tran di troppi transiti, la terra pare una tela di
Kandinsky Vassily26”), in questo primo album esprime un

24 Caparezza, Mammamiamiamammà, in ?!, Extra Labels 2000.


25 Caparezza, Chi cazzo me lo fa fare, in ?!, Extra Labels 2000.
26 Caparezza, Torna catalessi, in Habemus capa, EMI 2006.
orgoglio nerd individualista al limite dell’egoismo, profon-
damente convinto di essere l’unico punto di vista legitti-
mo sulla realtà e deciso a dichiarare guerra a tutti gli altri.
Infatti, nei testi del disco, emerge un tratto fondamentale
della sottocultura nerd: il disprezzo per tutte le altre sotto-
culture. Se escludiamo la propensione nerd verso il metal,
tutte le sottoculture storiche vengono viste come semplici
varianti dei jock, cioè dei ragazzi ugualmente vincenti seb-
bene vestiti in modo diverso, ugualmente colpevoli di cura-
re l’apparenza e di intessere relazioni sociali. Forse ancora
la guerra dei meme

più colpevoli, perché convinti, attraverso quelle maschere


ribelli, di essere dei giusti, laddove invece solo dei ‘finti al-
ternativi’ che provocano una rivendicazione:

156
Non fumo, non mi canno, non mi drogo, non bevo, a volte pen-
alessandro lolli

so di essere il vero alternativo, più contorto di un ulivo sono


quando penso, scanso lo scarso col piercing e tattoo sul dorso27.

Il nerd del primo Caparezza si aggira in un mondo di


gente falsa e superficiale ed è convinto di esprimere le uni-
che idee sensate, che derivano direttamente dal suo vissuto.
Idee misogine, omofobe, arroganti e persino violente che
anticipano di dieci anni l’impianto teorico dell’Alt-right.
Il percorso di Caparezza ci porta a comprendere due
aspetti del nerd. Da un lato la sua deriva reazionaria non
è un accidente dovuto alle condizioni storiche di 4chan o

27 Caparezza, La gente originale, in ?!, Extra Labels 2000.


dell’Internet contemporaneo, bensì una tendenza iscritta
nella sua identità, quella di un giovane maschio, bianco,
eterosessuale, che rimbalzando tra complesso di inferiorità
e complesso di superiorità arriva a considerare suo nemico
il mondo intero, con un occhio di riguardo verso altre cate-
gorie svantaggiate o emarginate che ipocritamente si fingo-
no oppresse, rubandogli il ruolo di vittima vera. Eppure, il
resto della carriera di Caparezza apre un’altra possibilità: la
narrazione del nerd ‘di sinistra’, che troviamo negli album
successivi, è coerente e dialetticamente giustificata, perché
non si tratta di storie di un nerd che usa anche argomenti

il meme politico
progressisti, ma di uno che usa argomenti progressisti in
quanto nerd. In altre parole, la politicizzazione del nerd,
proprio come nella sua versione Alt-right, parte dal suo vis-
157
suto, dalle sue esperienze che però, questa volta, sono ri-
conosciute come conseguenza di un sistema di oppressione

la guerra dei meme


che colpisce anche soggettività differenti (donne, lavoratori,
persone di colore, lgbtq e così via), tutte coinvolte nella
medesima ingiustizia.
Tra la fine degli anni Zero e l’inizio degli anni Dieci è
stata la prima tendenza a vincere l’anima del nerd contem-
poraneo su scala globale. Ma, come sempre in questi casi,
la soluzione non può essere abbandonare il campo da gioco
o schiacciare persone già schiacciate dalla vita, quanto ri-
formulare il discorso sottoculturale nerd in una prospettiva
che non preveda di ingoiare pillole rosse e rincorrere i valo-
ri degli oppressori, ma di fare l’esatto contrario.
Il meme è di destra?

La forma retorica di questa guerra culturale sono stati i


meme. Chi ha dimostrato un controllo del mezzo più effi-
cace durante le Great meme war non è stata la sinistra.
la guerra dei meme

“The Left can’t meme” è il ritornello cantato dall’Alt-right


a battaglia vinta: la sinistra non sa, o ancora peggio, non
può fare i meme, perché troppo moralista.
Ovviamente non è vero che non esistano meme di sini-
158
stra. C’è una nuova scena di pagine di taglio filosofico che
produce memetica sinistrorsa, e inoltre, nel corso del 2017,
alessandro lolli

si è sviluppato il cosiddetto Leftbook: una galassia di gruppi


Facebook di ascendenza Tumblr left in cui si discute di poli-
tica e si deride la destra. L’aspetto memeticamente interes-
sante è che ogni gruppo ha un nome fatto per essere taggato
come reaction in una discussione Facebook 28. Va rilevato
che questo arcipelago di memetica verbale interattiva, che
sfrutta il funzionamento del Social network per costruire
una matrioska ricorsiva di gruppi, è una sperimentazione
formale inventata dalla sinistra. Nondimeno, da un punto

28 Esempi di gruppi Leftbook sono: Sounds Like You Genuinely Hate Women But Ok, Sounds Vanilla
but ok, Sounds Like A Literal Fedora With Arms Wrote This But Okay, This Fills Me With A Rage I
Immediately Anticipated, This Fills Me With A Rage I Didn’t Anticipate, Sounds Like Conservatives Are
The Snowflakes But Ok, Sounds Like Another Fuckin Group I Gotta Join e così via.
di vista propriamente politico, registriamo che Leftbook,
come i giovani comunisti chiusi in questura nel film Indagi-
ne su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, si è già frantuma-
ta in miriadi di correnti che si detestano a vicenda, spesso
sconfinando in odi personalistici. Solo il tempo ci dirà se
questi gruppi potranno essere considerati una possibilità
feconda o l’ennesimo terreno di contrapposizione simile ai
molti che periodicamente smembrano le sinistre di tutte le
zone e di tutti i tempi.
La Left, quindi, per riprendere il motivetto dell’Alt-
right, ci prova a fare meme, e dà vita anche a esperimenti

il meme politico
interessanti.
Tuttavia, da un lato va riconosciuto che l’impatto avuto
dall’Alt-right, che è riuscita a ‘rubare’ e mettere al lavoro
159
il meme più famoso di sempre (residuo di un’epoca ormai
conclusa in cui i meme potevano diventare ‘famosi’ davvero,

la guerra dei meme


vivendo per anni nell’underground) non è paragonabile alle
galassie memetiche sinistrorse. Dall’altro, lo slogan The left
can’t meme nasconde un’affermazione più radicale: non è che
la sinistra ha perso questa battaglia per motivi contingenti,
la verità è che è strutturalmente incapace di abbracciare e
cavalcare la memetica. The left can’t meme vuol dire che il
meme in sé è, in una certa misura, incompatibile con l’etica
di sinistra. Di conseguenza sta a significare che il meme,
come forma d’arte, è di destra.
La questione si divide in due aspetti che il meme condi-
vide con altre forme espressive: uno riguarda il discorso del
meme e l’altro la forma del meme.
Il discorso del meme è l’ironia. Tanti sospetti sono sta-
ti sollevati intorno a questa modalità del dire che sarebbe
quella propria del post-moderno. Tuttavia, spesso si con-
fonde l’ironia con l’umorismo in generale o, per meglio dire,
con l’opportunità di ridere di questa o quella cosa. È un di-
battito che in Italia conosciamo bene, che va e viene come le
maree, recentemente sollevato a più riprese dall’indignazio-
ne generata dalle vignette satiriche del magazine francese
«Charlie Hebdo». In queste occasioni, a sinistra si discute
animatamente dei limiti morali della satira e dell’umorismo
la guerra dei meme

nero. Nel 2009, su un articolo uscito per Repubblica, venne


resa popolare una formula di Lenny Bruce, poi divenuta
centrale nel dibattito per tutto il decennio successivo, per
cui Comicità = tragedia + tempo, mirata a sanzionare come
160
inopportuna, se non ‘fascistoide’, la battuta fatta troppo a
ridosso di un evento tragico29.
alessandro lolli

Sebbene il dibattito sulla liceità del ridere non copra


il nucleo filosofico dell’ironia, è vero che in The Left can’t
meme è compreso anche questo: nel linguaggio degli anon,
la sinistra ha troppi limiti morali per fare buoni meme, li-
miti che le impediscono di calcare le strade dell’umorismo
scorretto, quello che sfida i tabù della società. Ma appunto,

29 D. Luttazzi, Mentana a Elm Street, in http://www.wumingfoundation.com/pagina_satira_luttaz-


zi.pdf
Luttazzi venne poi investito da uno scandalo, quando si scoprì che aveva letteralmente rubato
numerosissime battute agli stand up comedian americani i quali, nell’epoca pre YouTube, erano
sconosciuti ai più. Questo non ha impedito ai suoi ammonimenti circa la ‘vera satira’ che attacca
sempre il potere e non le vittime, e le rispetta a ridosso delle tragedie, di influenzare profondamente
il modo in cui l’umorismo veniva percepito a sinistra. D’altro canto non ha impedito neppure a lui di
ritornare in prima persona per ammonire Charlie Hebdo e anche ‘comici’ della nuova generazione
come lo Sgargabonzi.
l’ironia è un’altra cosa. E una dimostrazione ce la offre
proprio lo Sgargabonzi, sia nella sua carriera di comico,
ma anche all’interno della polemica sulla comicità avuta
proprio con Daniele Luttazzi30: nel rispondere all’attacco
incentrato sulle proprie battute, lo Sgargabonzi dichiara
in un’intervista:

A me piace essere ambiguo, stare sul filo, che non si capisca fino
in fondo se ci sono o ci faccio, solo così ho la possibilità di pro-
vocare un minimo di fastidio31.

il meme politico
Ecco: l’ambiguità eterna cui fa riferimento Alessandro
Gori, in arte Sgargabonzi, è il nucleo filosofico dell’ironia. In
questa polemica si scontrano due attitudini verso l’umorismo
161
incompatibili: l’una, quella di Luttazzi, che vuole definire, in
ogni espressione, chi viene deriso e perché; l’altra, quella di

la guerra dei meme


Gori, che è programmaticamente decisa a non definirlo.
La satira, nel suo essere politicamente orientata, può
essere intesa come ironia ‘di primo livello’, come semplice
‘avvertimento del contrario’ o ‘dire una cosa per intendere
l’opposto’. Ma l’ironia, per sua stessa natura, apre a una mol-
teplicità di livelli, a un’ambiguità sostanziale, a uno scher-
zo infinito. Il regime ironico prefigura già la metaironia, e
dunque la meta-metaironia o la postironia. Come recita il

30 Dopo che Claudio Giunta, saggista e professore di lettere, ha dedicato un articolo allo Sgarga-
bonzi sul sulla versione online di «Internazionale», Daniele Luttazzi si è lamentato su twitter che il
giornale sdoganasse lo “sfottò fascistoide” di cui Gori si sarebbe macchiato.
31 http://www.pixarthinking.it/lo-sgargabonzi-a-luttazzi-diorama-perfetto-resti-in-piedi-solo-tu/
meme citato nel secondo capitolo, “How many layers of irony
are you on?”: lì ogni livello che si aggiunge è una nota di
merito, una sofisticazione che ha valore per se stessa. Ciò
che è a rischio nel regime ironico non è tanto la libertà di
parola, cioè la libertà di dire cose scomode o scherzare pe-
sante, quanto la stessa possibilità di dire qualcosa, qualcosa
che possa essere inteso intersoggettivamente e quindi di-
scusso. Di questo si parla quando si sottolinea il pericolo
dell’ironia, sia che questa preoccupazione venga da vecchi
critici letterari marxisti che guardano con sospetto il post-
la guerra dei meme

moderno come Terry Eagleton, o da scrittori imbevuti di


postmodernismo che hanno dedicato la loro opera a cercare
una via di fuga, come il già citato David Foster Wallace.
La meme culture è nata all’interno del regime ironico in
162
cui le intenzioni, e le conseguenti responsabilità, non sono
importanti, perché l’unica cosa che conta è ridere, quel ‘lulz’
alessandro lolli

di 4chan. Jason Wilson, in un articolo uscito a Maggio 2017


sul «Guardian», sostiene che il “nascondersi in bella vista”,
grazie al meccanismo ironico, sia la strategia dell’Alt-right
per diffondere opinioni fasciste senza esserne mai realmen-
te responsabile32. Un fascismo ironico che è diventato fasci-
smo reale ma può sempre tornare ironico se le condizioni
per una battaglia a viso aperto non sono favorevoli. Wilson
riporta le parole di Ryan Milner, professore di comunica-
zione al College of Charleston, che nel suo libro The Ambi-
valent Internet, sostiene:

32 https://www.theguardian.com/technology/2017/may/23/alt-right-online-humor-as-a-weapon-
facism
A meno che non ci sia un indicatore chiaro delle intenzioni di
un’altra persona, queste intenzioni non possono essere davvero
misurate. Potrebbe stare solamente provocando, potrebbe esse-
re mortalmente seria. Potrebbe essere un mix delle due33.

Se l’ironia ha trovato un veicolo efficace nei meme è per


via dell’ambiguità strutturale di questa forma espressiva,
che vive di immagini stratificate.
La forma del meme è perfetta per mandare fuori giri la si-
gnificazione univoca. Come osservato già in diverse occasio-

il meme politico
ni, e in particolare con l’analisi del meme Expanding Brain, il
funzionamento dei meme in quanto tali è stratificato, ricor-
sivo, fondamentalmente intertestuale. La forma stessa del
163
meme apre da sola la molteplicità dei significati, la plurali-
tà delle risposte che si possono dare alla domanda “perché

la guerra dei meme


ti fa ridere?”, introducendo di base l’ambiguità dell’ironia.
Tuttavia, si è detto, il meme condivide i suoi aspetti poten-
zialmente destrorsi con altre forme d’espressione: se il suo
discorso fa parte di una problematica più ampia relativa all’i-
ronia, la sua forma, quasi sempre figurativa, rimanda a un
sospetto a lungo covato a sinistra verso le immagini.
Da Adorno, che si scagliava contro il cinema, a Pasolini,
che malediceva la televisione, la potenza dell’immagine ha
turbato i sonni di una sinistra variamente orientata contro
il progresso e la modernità. In Dialettica dell’illuminismo, la

33 R. Milner, riportato in https://www.theguardian.com/technology/2017/may/23/alt-right-online-


humor-as-a-weapon-facism
forza dell’immagine cinematografica è tale da “da vietare
letteralmente l’attività mentale o intellettuale dello spetta-
tore34” e attraverso gli Scritti Corsari possiamo leggere come
le comunicazioni audiovisive abbiano la capacità di imporre
un sistema di segni35. La natura impositiva dell’immagine
si contrappone a quella dialogica della parola e la surclassa.
Ma questo non vuole dire che l’immagine non parli. Molti
dei fenomeni analizzati da Roland Bathes in Miti d’oggi si
appoggiano a materiali figurativi e, tuttavia, nell’appendice
teoretica del saggio, l’autore sottolinea che:
la guerra dei meme

Sarebbe del tutto illusorio pretendere una discriminazione so-


stanziale tra gli oggetti mitici: dato che il mito è una parola, può
essere mito tutto ciò che subisce le leggi di un discorso36.
164

Bisogna considerare che:


alessandro lolli

Questa materia non è indifferente: l’immagine, certo, è più im-


perativa della scrittura, impone la significazione di colpo, senza
analizzarla, senza disperderla37.

Ritroviamo anche in Barthes la natura impositiva dell’im-


magine: questa però, proprio per via di quest’imposizione,
può parlare più efficacemente della scrittura.

34 M. Horkeimer, T. W. Adorno, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 1980, p. 133.


35 P.P. Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano 1975.
36 R. Bartes, Miti d’oggi, Einaudi, 1974 Torino, p. 191.
37 Ibid., p. 192.
La forma del meme ha molto a che vedere con la teoria
del mito barthesiana. Nella sua articolazione del mito so-
stiene che:

Il mito è un sistema particolare in quanto si edifica su una cate-


na semiologica preesistente: il mito è un sistema semiologico secon-
do. Ciò che è segno (cioè totale associativo di un concetto e di
un’immagine) nel primo sistema, nel secondo diventa semplice
significante38.

Ebbene, anche il meme, con la sua potenzialmente infi-

il meme politico
nita ricorsività, è un sistema semiologico secondo (se non
terzo, o quarto) ma con un’importante differenza: se la for-
za del mito si fonda sull’azione indiretta di questa struttura
165
sul soggetto, il quale non elabora coscientemente la catena
dei significati, nel meme si presuppone una comprensione

la guerra dei meme


piena di ogni passaggio affinché il gioco linguistico funzio-
ni. Eppure non è sempre così. Ci sono meme la cui catena
di significazioni è lunga, ramificata, confusa, inestricabile:
si tratta di meme volutamente anticomunicativi. Nel secon-
do capitolo li abbiamo chiamati meme muti e dank memes e
abbiamo anticipato il potenziale politico di queste afferma-
zioni sibilline. Pepe fa ovviamente parte della categoria, ma
non è il solo. Per esempio, nell’estate del 2016, potevamo
leggere sull’«Atlantic», in un articolo intitolato How Ha-
rambe Became the Perfect Meme, che

38 Ibid., p. 196.
Harambe è il messaggio che è diventato medium, capace di vei-
colare qualsiasi segno, senza però identificarsi con nessuno di
questi39.

La vicenda dell’uccisione del gorilla Harambe suscitò


un accalorato dibattito40. Fosse accaduta in un altro tem-
po, le polemiche si sarebbero sgonfiate e dopo una setti-
mana Harambe sarebbe scomparso dalla memoria di tutti.
Ma nell’era memetica quelle polemiche hanno raggiunto il
la guerra dei meme

punto di ebollizione che le ha fatte evaporare in surrealismo


puro. Progressivamente Harambe si sganciò da ogni signi-
ficato ricavabile dalla sua vicenda, o da quelli metaforici,
diventando, semplicemente, Harambe. Moltiplicandosi in
166
mille possbili declinazioni, Harambe divenne una parola/
immagine gettata nell’iperconnesso e surreale mondo della
alessandro lolli

memetica.
Meme che raggiungono un tale grado d’astrazione pos-
sono sia viaggiare da soli, rimanendo nell’ermetico nonsen-
se che li contraddistingue, sia fungere da metasignificanti
e acquistare questo o quel valore, situato nell’applicazione

39 https://www.theatlantic.com/technology/archive/2016/09/harambe-the-perfect-meme/498743/
40 Per chi all’epoca fosse riuscito a scampare alla notizia virale, e alle sue memetiche ramificazioni,
riassumiamo la vicenda di Harambe. Il 28 maggio del 2016 un bambino scivola nel recinto dei gorilla
dello zoo di Cincinnati. Un anziano gorilla di 17 anni, chiamato Harambe, afferra il bambino e lo
trascina in un fossato pieno d’acqua. La scena va avanti per alcuni minuti prima che uno dei guar-
diani dello zoo abbatta il gorilla con un colpo di arma da fuoco. Una storia di poco conto, generico
riempitivo estivo, che ha scatenato prevedibili polemiche di persone annoiate e pronte a indignarsi:
animalisti che si auguravano una soluzione non cruenta, genitori che rimproveravano la disattenzio-
ne della madre, etologi, o presunti tali, che spiegavano perché un proiettile sonnifero non avrebbe
salvato il bambino e così via.
specifica41. Il problema sorge quando questo tipo di meme,
sempre pronti a ritornare nel nonsense, vengono messi a va-
lore politicamente: è il già discusso caso di Mr. Pepe, che da
re dei meme è diventato nuova svastica. Ma la forza mitica
di Pepe (barthesianamente mitica, diremo adesso) risiede
nel fatto che possa essere contemporaneamente il re dei meme
e la nuova svastica: ogni volta che si prova a inchiodarlo a
una faccia può, alternativamente, mostrare l’altra, oppure
rivendicarla con soddisfazione. In ogni caso, non è possibile
esaurire la sua gamma di significazioni. Quando i media
progressisti hanno iniziato a identificare Pepe come sim-

il meme politico
bolo d’odio e mascotte razzista, la più diffusa reazione degli
anon di 4chan, che pure stavano collaborando a trasformar-
lo in quel modo, è stata derisoria. Pepe ovviamente non è
167
una mascotte razzista, dicevano, nonostante lo fosse e que-
sto rientrasse nei loro piani. Ogni tentativo di spiegazione

la guerra dei meme


univoca di un meme risulta stupida, ingenua, semplicistica,
tipica del vecchio normie rimbambito, abituato a frainten-
dere tutto, anche se quel fraintendimento è proprio quel che
si desidera.
Questa dinamica di fraintendimento provocato, che par-
te dagli insider verso gli outsider, va oltre il semplice eliti-
smo che abbiamo attribuito ai cosiddetti autists, e sconfina
nel vero e proprio esoterismo, nel quale esiste un doppio
binario discorsivo: uno per gli interni (esoterico) e uno per
gli esterni (essoterico). Qui intendiamo ‘esoterismo’ come

41 Per fare un esempio, Harambe venne posto accanto ai ‘tanti morti famosi del 2016’ diventando,
per l’occasione, uno sfottò dei lutti pubblici virtuali per le celebrità.
prassi discorsiva, eppure – il caso vuole – l’esoterismo pro-
priamente inteso è diventato uno dei tanti temi che orbita-
no intorno alla figura di Pepe42, laddove le giovani destre
nichiliste avevano già messo in circolo un discorso esote-
rico intorno all’indefinibile natura dei meme e di Pepe in
particolare.
Per tornare al mito, una sua analisi di matrice linguistica
che ha molti punti di contatto con le intuizioni barthesiane
è stata coniata da Furio Jesi. Scrive Jesi:
la guerra dei meme

Un linguaggio delle idee è innanzitutto un linguaggio esoteri-


co, ed esoterismo non significa solo misteri eleusini o – all’op-
posto – riunioni della Società Teosofica: “Ognuno ha i propri
misteri: i propri pensieri segreti” diceva Hölderlin “I misteri del
168
singolo individuo sono miti e riti esattamente come erano quelli
alessandro lolli

dei popoli”.
Non solo “del singolo individuo”: anche del singolo gruppo. […]
Questa continuità non è di parole, ma di scelta di un linguag-
gio delle idee senza parole, che presume di poter dire veramen-
te, dunque dire e al tempo stesso celare nella sfera segreta del
simbolo, facendo a meno delle parole, o meglio trascurando di
preoccuparsi troppo di simboli modesti come le parole che non
siano parole d’ordine. Di qui la disinvoltura nell’uso di stere-
otipi, frasi fatte, locuzioni ricorrenti; non si tratta soltanto di

42 Nel corso della campagna elettorale americana, il momento di politicizzazione massimo di Pepe,
venne fuori che ‘Kek’, un sinonimo molto usato dagli anon del diffusissimo ‘Lol’, fosse anche il nome
di un antico dio egizio spesso raffigurato col volto di una rana: si mise in moto il solito carosello del
Web annegato nell’ironia, che portò alla fondazione del ‘Cult of Kek’ e della ‘Pepe magik’ che avrebbe
permesso a Trump di vincere le elezioni.
povertà culturale, di vocabolario oggettivamente limitato per
ragioni di ignoranza: il linguaggio usato è, innanzitutto, di idee
senza parole e può accontentarsi di pochi vocaboli o sintagmi:
ciò che conta è la circolazione chiusa del ‘segreto’ – miti e riti
– che il parlante ha in comune con gli ascoltatori, che tutti i par-
tecipanti all’assemblea o al collettivo hanno in comune43.

Se per Barthes i miti sono congegni fatti per manipolare


gli altri, in Jesi a questa funzione ‘essoterica’, il ‘mito tecni-
cizzato, si accompagna quella ‘esoterica’, cioè la circolazio-
ne del significato ‘vero’ presso gli iniziati, il ‘mito genuino’.

il meme politico
Così Pepe aveva una doppia vita: quella autentica, presso
chi ne conosceva la storia e lo viveva genuinamente, e quella
falsa, tecnicizzata, presso gli outsider che lo scambiavano
per Hitler. Ma è qui che avviene il ‘doppio gioco’ esoterico: 169

la tecnicizzazione di Pepe è stata allo stesso tempo derisa e

la guerra dei meme


diffusa dagli anon, cioè dai guardiani del vero significato,
che erano ben contenti di far circolare i significati ‘falsi’ e
poi ridere di chi li accoglieva: quanto più si diffondeva il
mito tecnicizzato di Pepe, tanto più si rafforzava il suo mito
genuino, il segreto custodito da chi lo conosceva.
Jesi però, nel testo qui citato, dice di più.

La macchina mitologica che produce mitologie induce a crede-


re, pressante, che essa stessa celi il mito entro le proprie pareti
non penetrabili44.

43 F. Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, Roma 2011, pp. 27-28.


44 F. Jesi, Il tempo della festa, Nottetempo, Roma 2013, p. 51.
Ma questo mito genuino, questo significato vero del ma-
teriale mitologico, non si dà in nessuna assemblea ristret-
tissima di massoni supremi, così come il vero senso di Pepe
non viene contrabbandato nelle più nascoste chat del deep
Web. Il vero senso di Pepe è un espediente retorico prodotto
dalla ‘macchina mitologica’, un vuoto al centro del discorso
che non può essere nominato perché non esiste, ma si conti-
nua a fingere che esista. Non solo Pepe, ma tutta la famiglia
dei dank memes, circola come un linguaggio che Jesi defini-
la guerra dei meme

rebbe “capito ma non compreso”:

Capire un linguaggio diviene cosí apprezzare (fino ad adottarlo)


un linguaggio che si dimostra efficace in quanto non è oggetto
170
di comprensione. Se davvero fosse comprensibile, non avrebbe
alessandro lolli

efficacia magica, farebbe pensare, dunque faticare, e costringe-


rebbe ad allenarsi a conoscere ciò che accade45.

La circolazione di questo linguaggio produce una dina-


mica in cui il consenso è tacito e il fraintendimento rumo-
roso: gli outsider sono quelli che ne parlano, gli insider sono
quelli che ne sanno. Il significato del dank meme non potrà
mai essere svelato, ma dovrà sempre essere supposto, di là
della parola, per deridere tutti quelli che vogliono attribu-
irgliene uno. I miti non vengono solo rilasciati dall’alto per
manipolare la massa, ma c’è anche una finta comprensione

45 F. Jesi, Cultura di destra, Op. cit., p. 166.


condivisa che fonda l’identità del gruppo esoterico che li
produce. Pertanto, la dinamica di Pepe e dei dank memes
è magica ed esoterica sia perché il suo valore si misura a
partire dai suoi effetti, sia perché il loro nucleo di verità è
continuamente alluso ma mai espresso.

Tutti gli aspetti qui esposti collaborano nella retorica


memetica dell’Alt-right: la spirale ironica diventa esote-
rica grazie alla stratificazione di immagini che diventano
simboli vuoti che possono essere usati come armi contro
chiunque, perché non ci sono limiti morali. La strafottenza

il meme politico
con cui gli anon lanciano queste armi retoriche ermetiche
contro i propri avversari ricorda il motto fascista “Me ne
frego, non so se ben mi spiego”, un atto illocutorio che non
171
porta nessun messaggio se non la dichiarazione di un’alteri-
tà ostile e noncurante, in cui tu non capisci, io non ti spiego

la guerra dei meme


e va bene così.
Ora bisogna riconoscere che enunciati di questo tipo
hanno avuto casa a sinistra, quella sinistra libertaria che ha
innervato le sottoculture storiche. Pensiamo al nichilismo
strafottente del punk, agli atti provocatori e indecifrabili dei
situazionisti e in genere a tutta la produzione culturale freak
che non si è mai fatta problemi a sfottere il nemico senza
troppe spiegazioni. In effetti, la tesi più radicale di Ange-
la Nagle nel pluricitato Kill all Normies riguarda proprio il
rapporto tra cultura della trasgressione e cultura di sinistra:
Nagle mette in discussione la tenuta ideologica di questo
rapporto, confinandolo in un preciso momento storico e si
chiede se non sia il caso di smettere di scherzare ora che
abbiamo visto che la trasgressione ha fondato la destra più
giovane e vivace degli ultimi anni. Infatti Alt-right, come si
sarà capito, non significa tanto una destra che è alternativa
rispetto ad altre destre, quanto una destra che usa i codici
‘alternative’, della cultura a sua volta alternativa storicamen-
te di sinistra.
Non crediamo come Nagle che l’ironia, la trasgressione
e i meme vadano lasciati in mano alla destra e tornare, non
so, a un serioso realismo socialista. Ma è importante rico-
la guerra dei meme

noscere ciò che è accaduto e comprenderne le dinamiche:


rendere conto, insomma, del modo in cui questo diverten-
tissimo e complessissimo gioco semiotico, l’inedita forma
d’arte di una generazione, l’opera aperta realizzata e col-
172
lettivizzata, l’open source della retorica, si sia adattato tanto
bene al discorso di destra. È importante comprenderlo an-
alessandro lolli

che per non accettare i termini di una truffa a cielo aperto.


Ma soprattutto perché sarebbe un peccato abbandonare lo
scherzo infinito alle grinfie di fascisti e Social media ma-
nager: è uno strumento troppo potente. E poi, vogliamo
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