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QUELLO CHE HO VISTO IN LIBIA

di Paolo Sensini

«La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza»


George Orwell, La teoria e la pratica del collettivismo oligarchico, in 1984
(parte II, capitolo 9)

saggista e scrittore, Paolo Sensini ha recentemente pubblicato Il 'dissenso' nella sinistra


extraparlamentare italiana dal 1968 al 1977 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2010). Ha curato
l'edizione delle principali opere di Bruno Rizzi, di Ante Ciliga, del filosofo Josef Dietzgen e di
Sergej Mel´gunov.

Sono ormai trascorsi più di due mesi da quando è scoppiata la


cosiddetta «rivolta delle popolazioni libiche». Poco prima, il 14
gennaio, a seguito di ampi sollevamenti popolari nella vicina
Tunisia, veniva deposto il presidente Zine El-Abidine Ben Ali, al
potere dal 1987.

È stata poi la volta dell’Egitto di Hosni Mubarak, spodestato


anch’egli l’11 febbraio dopo esser stato, ininterrottamente per oltre
trent’anni, il dominus incontrastato del suo paese, tanto da
guadagnarsi l’appellativo non proprio benevolo di «faraone». Eventi
che la stampa occidentale ha subito definito, con la consueta dose
di sensazionalismo spettacolare, come «rivoluzione gelsomino» e
«rivoluzione dei loti».

La rivolta passa quindi dalla Giordania allo Yemen, dall’Algeria


alla Siria. E inaspettatamente si propaga a macchia d’olio anche in
Oman e Barhein, dove i rispettivi regimi, aiutati in quest’ultimo caso
dall’intervento oltre confine di reparti dell’esercito dell’Arabia
Saudita, reagiscono molto violentemente contro il dissenso
popolare senza che questo, tuttavia, si tramuti in una ferma
condanna dei governi occidentali nei loro confronti. Solo il re del
Marocco sembra voler prevenire il peggio e il 10 marzo propone la
riforma della costituzione.

Due mesi in cui, una volta poste in standby le vicende di


Tunisia ed Egitto, tutti i grandi media internazionali hanno
concentrato il loro focus sull’«evidente e sistematica violazione dei
diritti umani» (Risoluzione 1970 adottata dal Consiglio di Sicurezza
dell’ONU il 26 febbraio 2011) e sui «crimini contro l’umanità»
(Risoluzione 1973 adottata dal Consiglio di Sicurezza il 17 marzo
2011) perpetrati da Gheddafi contro il «suo stesso popolo».

Una risoluzione, quest’ultima, priva di ogni fondamento


giuridico e che viola in maniera patente la Carta dell’ONU. Si tratta
insomma di un vero e proprio pateracchio giurisprudenziale in cui
una violazione ne richiama un’altra: la «delega» agli Stati membri
delle funzioni del Consiglio di Sicurezza è a sua volta collegata alla
«no-fly zone», che è anch’essa illegittima al di là di come viene
applicata, perché l’ONU può intervenire ai sensi dell’articolo 2 e dello
stesso Capitolo VII della Carta di San Francisco solo in conflitti tra
Stati, e non in quelli interni agli Stati membri, che appartengono al
loro «dominio riservato». Ma questa è storia vecchia: la prima no-fly
zone (anch’essa illegale) risale al 1991, dopo la prima guerra
all’Iraq, da cui si può far decorrere la crisi verticale del vecchio
Diritto Internazionale sostanzialmente garantito dal bipolarismo Est-
Ovest scomparso a cavallo tra i decenni Ottanta e Novanta del
secolo scorso.

Ma torniamo ai momenti salienti della cosiddetta «primavera


araba». Se nel caso tunisino ed egiziano le cancellerie occidentali si
erano dimostrate molto prudenti circa i possibili sviluppi politici,
economici e militari di questi paesi, con il riacutizzarsi
dell’antagonismo storico tra la Cirenaica da un lato, dove si
concentrano le maggiori ricchezze petrolifere della Libia, e la
Tripolitania e il Fezzan dall’altro, potenze come Francia, Stati Uniti e
Regno Unito si trovano subito concordi nel sostenere «senza se e
senza ma» i rivoltosi in buona parte composti da islamisti radicali
(particolarmente numerosi sarebbero i «fratelli musulmani»
provenienti dall’Egitto, gli jihadisti algerini e gli afghani) capeggiati
da due alti dignitari del passato governo libico come l’ex ministro
della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil e dall’ex ministro
dell’Interno, il generale Abdul Fatah Younis, oltre che da nostalgici
di re Idris I, deposto militarmente da Gheddafi e dagli ufficiali
nasseriani il 1° settembre 1969.

O, per essere ancora più precisi, come continua


sistematicamente a ripetere il colonnello fin dall’inizio nei suoi
accalorati speech alla nazione, una rivolta monopolizzata in gran
parte da appartenenti ad «Al-Qāʿida». Già prima che l’insurrezione
infiammasse la Cirenaica, tuttavia, manipoli di truppe scelte
occidentali, con alla testa gli inglesi dei SAS, operavano
segretamente in loco, con lo scopo di addestrare e organizzare
militarmente le fila dei ribelli. Contemporaneamente, in maniera
non ufficiale, alcuni paesi occidentali, Francia e Gran Bretagna in
primis, rifornivano gli insorti di armi e automezzi che avrebbero
dovuto consentire loro di marciare vittoriosamente fino a Tripoli.

Così, subito dopo i primi momenti in cui filtrano notizie


piuttosto confuse e contraddittorie circa gli sviluppi della situazione
sul campo, la Francia, alle ore 17,45 di sabato 19 marzo, due giorni
dopo la promulgazione della Risoluzione del Consiglio di Sicurezza
ONU 1973, rompe gli indugi e anticipa le mosse della «Coalizione dei
volenterosi», in accordo con USA e Gran Bretagna, cui si aggiungono
presto Spagna, Qatar, Emirati, Giordania, Belgio, Norvegia,
Danimarca e Canada.

Per «proteggere la popolazione civile» di Bengasi e Tripoli


dalle «stragi del pazzo sanguinario Gheddafi», il presidente francese
Nicolas Sarkozy impone una no-fly zone ma – per carità, questo no –
senza alcuna intenzione di detronizzare il «dittatore», ponendosi
così di fatto come il capofila con l’operazione «Alba dell’Odissea»,
che ha portato finora a compimento più di ottocento missioni
d’attacco.

È quanto assevera anche l’ammiraglio americano William


Gortney, secondo cui il colonnello «non è nella lista dei bersagli
della coalizione» pur non escludendo che possa venire colpito «a
nostra insaputa». Anche il capo di stato maggiore britannico, sir
David Richards, nega che l’uccisione di Gheddafi sia un obiettivo
della coalizione perché la risoluzione dell’ONU «non lo
consentirebbe».

La scelta degli alleati non può dunque che essere per i


«ribelli», così fotogenici nelle riprese mentre sparacchiano in aria
con i loro mitragliatori pesanti montati su pick-up a beneficio delle
telecamere. Tuttavia la loro entità si è mostrata subito risibile,
limitata e di poco peso nel Paese. Anche addestrata e armata fino ai
denti, quella degli insorti rischia di rimanere un’armata Brancaleone
che continuerà a infrangersi contro lo scoglio rappresentato
dall’esercito fedele a Gheddafi, senza oltretutto godere
dell’appoggio di larga parte della popolazione. E portare a termine
una «rivolta popolare», senza essere sostenuti dall’appoggio del
popolo, risulta impresa assai ostica oltre che originale.

Anche l’istituzione su loro richiesta di un fantomatico governo


ombra denominato pomposamente Consiglio nazionale di
transizione (CNT) e prontamente riconosciuto come legittimo dal
ministro degli Esteri italiano Franco Frattini, ha fatto sì che alcuni
stati occidentali inviassero ufficialmente elementi di spicco dei
propri eserciti con il compito di «addestrare gli insorti». Inoltre è
stato reso ufficiale anche il rifornimento di armi e mezzi contro
pagamento in petrolio, che prima avveniva segretamente.

La loro forza, come hanno scritto giornalisti inglesi, «sta


interamente nel sostegno, politico e militare, di cui godono sul
piano internazionale». Quanto a formare un governo funzionante, e
soprattutto a conquistare qualche parvenza di vittoria – anche sotto
il riparo della no-fly zone – ne sono del tutto incapaci.

Insomma, un’operazione dal sapore epico e romantico


soltanto nel nome, ma nella sostanza un attacco militare in piena
regola alla sovranità della Gran Jamahiriya Araba Libica Socialista.

I motivi della guerra raccontati dai grandi mezzi di


comunicazione

Ma che cosa ha potuto realmente giustificare, al di là delle


fumisterie mediatiche che sono state riversate in grandi dosi sulla
pubblica opinione, la pretesa di una simile ingerenza armata contro
il governo di Tripoli travestita da «intervento umanitario»?

Come sempre accade in simili casi, il tutto ha preso l’abbrivio


da una potente campagna mediatica in cui, senza alcuna evidenza
di prove ma solo in virtù di una ripetizione a nastro dello stesso
messaggio, si è stabilito fin dal principio che «Gheddafi aveva fatto
bombardare gli insorti a Tripoli» uccidendo «più di 10.000 persone».
Una «notizia» di cui inizialmente si sono fatti latori i due più
importanti media del mondo arabo: Al Jazeera e Al Arabiya,
considerati una sorta di CNN del Vicino e Medio Oriente. Parliamo
quindi d’informazioni provenienti direttamente dall’interno di quel
mondo arabo controllato rispettivamente dalle aristocrazie sunnite
del Qatar e di Dubai.

Dopo l’iniziale lancio informativo, il numero di «10.000


persone fatte bombardare da Gheddafi» è immediatamente
rimbalzato su tutti i media internazionali fino a diventare un «fatto»
indiscutibile quasi per postulato, anche se non vi era nessuna
immagine o prova tangibile che potesse suffragare una simile
carneficina. A supporto di tale onirismo informativo venivano poi
presentate le immagini di supposte «fosse comuni» in cui erano
stati seppelliti nottetempo, sempre secondo i corifei della
disinformazione di massa, coloro che erano periti sotto i
bombardamenti ordinati dal «dittatore pazzo e sanguinario».
Tuttavia, com’è poi emerso quasi subito, si trattava d’immagini
fuorvianti e decontestualizzate, visto che ciò che si mostrava al
pubblico occidentale erano le riprese di un cimitero di Tripoli dove si
espletavano le normali operazioni di inumazione dei deceduti.

Ma come ogni spin doctor sa benissimo, ciò che conta per


plasmare l’opinione pubblica è la prima impressione che essa ne
riceve, e che imprime il messaggio nel cervello in maniera
indelebile. È successo per le narrazioni degli eventi storici più
importanti, ultimo dei quali è senz’ombra di dubbio il capolavoro
spettacolare passato alla storia come gli «attentati terroristici di Al-
Qāʿida dell’11 settembre 2001».

Non poteva dunque che essere così anche in questo caso,


dove la prima versione mediatica propalata con solerzia
gobbelsiana ha ripetuto in continuazione la favola dei «10.000
morti» e del «genocidio» compiuto dal «dittatore pazzo e
sanguinario» senza nessuna evidenza di prove, ma facendo leva
unicamente sulla pura e ininterrotta circolazione dello stesso
messaggio.
Fin da quei primi momenti, il mantra recitato infinite volte
nelle redazioni del Big Brother è stato unicamente questo,
diventando da subito la Versione Ufficiale. Non vi era più dunque
nessuno spazio residuo per il dubbio, almeno sui grandi circuiti
dell’informazione, giacché il fatto conclamato s’imponeva da sé,
quasi per motu proprio. Il resto era solo dietrologia o, horribile dictu,
nient’altro che «complottismo».

Un altro elemento che ha giocato un ruolo decisivo, anche in


termini di avallo dei conflitti bellici degli anni passati, è stata poi la
pressoché totale adesione della «sinistra» in quasi tutte le sue
declinazioni – da quella moderata fino alle propaggini più estreme –
alla Versione Mediatica Ufficiale, che nel caso italiano comprendeva
anche la voce infondata su ipotetici «campi di concentramento» o
«lager» destinati agli immigrati neri provenienti dalle zone
subsahariane. Una specie di riflesso pavloviano che ha portato,
senza alcun tipo di vaglio o discernimento critico e, cosa ancora più
grave, senza neppure porsi la questione di chi fossero realmente
«gli insorti di Bengasi», a fornire una sorta di tacito avallo alle
operazioni dei manovratori. Il che, di fatto, ha agevolato la strada a
quei poteri internazionali che lavoravano da tempo per un
intervento militare contro la Libia.

Partenza per la Libia

Per tutte queste ragioni, o forse sarebbe meglio dire per la


mancanza di esse, una volta offertami la possibilità dal tenore Joe
Fallisi di recarmi a Tripoli per verificare insieme a un gruppo di
autentici «volenterosi» denominati The Non-Governmental Fact
Finding Commission on the Current Events in Libya come stavano
realmente le cose, non ci ho pensato due volte e ho deciso
immediatamente di prender parte alla spedizione.

Dopo essere arrivati nel tardo pomeriggio del 15 aprile a


Djerba con un volo da Roma in ritardo di più di tre ore sull’orario
prefissato, il viaggio in territorio libico ci ha presentato subito la
dura realtà di uno scenario militare costellato da centinaia di posti
di blocco che coprivano l’intero tracciato dal confine tunisino fino a
Tripoli. Ma una volta giunti alle porte della capitale il contesto che si
profilava angoscioso in quelle prime lunghe ore di viaggio muta di
colpo in uno scenario di piena normalità. E anzi troviamo una
metropoli perfettamente in ordine, bella, molto ben tenuta e senza
alcun segno tipico di uno stato di guerra incipiente. Già questo
primo impatto contraddiceva in nuce i racconti dei giornalisti
embedded che avevano descritto con sussiego gli scenari caotici,
foschi e sanguinolenti delle «stragi» volute dal raìs.

La prima sensazione che ho avuto la mattina del 16 aprile


mentre attraversavamo le strade di Tripoli diretti verso il Sud-Est
del paese, è stata quella di un forte appoggio popolare nei confronti
di Gheddafi, un appoggio pieno, passionale e incondizionato, e non
certo di «risentimento e ostilità della popolazione» nei suoi
confronti come strillavano da settimane i media. Del resto, come fa
giustamente rilevare l’analista politico Mustafà Fetouri, «una delle
conseguenze inattese dell’intervento militare in Libia è quella di
aver rafforzato la credibilità del regime conferendogli ancora più
forza e legittimità nelle zone sotto il suo controllo. In più ora, dopo
l’aggressione, ha ripreso massicciamente a battere il vecchio tasto
sull’antimperialismo».

Arrivati nella città di Bani Waled, a circa 125 km a sud di


Tripoli all’interno di un vasto distretto montagnoso, la nostra
delegazione viene accolta calorosamente dai responsabili della
locale Facoltà di ingegneria elettronica. Questo territorio ospita la
più grande Tribù della Libia, i Warfalla o Warfella, che con i suoi 52
Clan e all’incirca un milione e cinquecentomila effettivi rappresenta
la più grande Tribù della Tripolitania, dove si trova il 66 per cento
della popolazione libica (nella Cirenaica vive il 26-27 per cento, il
resto è nel Fezzan), estendendosi anche nel distretto di Misratah
(Misurata) e, in parte, in quello di Sawfajjn.

Ci rechiamo poi nella piazza centrale della città, dov’è in


corso una manifestazione contro l’aggressione della Coalizione
occidentale nei confronti della Libia. Qui la sensazione avvertita
qualche ora prima attraversando la capitale diventa realtà
palpabile, e le dimostrazioni d’appoggio incondizionato a favore del
leader libico non danno adito ad alcun possibile fraintendimento. Lo
slogan che ci accompagna lungo tutto il nostro percorso è Allah –
Muʿammar – ua Libia – ua bas! (Allah, Gheddafi, Libia e basta!), che
è diventata una specie di colonna sonora scandita un po’ dovunque.
Mentre, tra i nemici della Libia, Sarkozy è senz’altro quello più preso
di mira e contro il quale si indirizzano la maggior parte degli
sberleffi («Down, down Sarkozy!»). Seguono poi gli altri leaders
occidentali che si sono distinti nell’aggressione «umanitaria», come
il surrealistico Premio Nobel Barck Obama, soprannominato per
l’occasione U-Bomba, e via via tutti gli altri.

Veniamo poi condotti in un ampio complesso abitativo


circondato da mura, dove siamo accolti dai capi Tribù dei Warfalla,
tutti quanti fasciati nei loro tradizionali abiti. Aiutati da interpreti ma
anche da un anziano capo clan che parla un buon italiano, ci viene
ribadita la stretta alleanza della tribù con Gheddafi e la loro
completa determinazione a lottare, nel caso malaugurato fossero
invasi militarmente, «fino alla fine». «Se decidessero di invadere la
Libia, sapremo noi come rispondere», ci dice uno dei capo tribù
brandendo in alto con le sue nodose mani un fiammante
kalashnikov. Non c’è nessuna tracotanza nelle sue parole, ma solo
la fermissima determinazione a non permettere che il loro paese
venga gettato nel caos così com’è avvenuto per il Kosovo,
l’Afghanistan e l’Iraq, che dall’occupazione militare anglo-
americana sono diventati forse i luoghi più pericolosi della terra e in
cui si può morire semplicemente andando al mercato, a un
ristorante, in banca o anche solo camminando per strada. Questi i
«risultati» a quasi un decennio dai primi interventi umanitari e dalle
conseguenti operazioni di Peacekeeping, che oggi qualche zelante
«esportatore di democrazia» vorrebbe replicare pure in Libia…

Dovunque ci si muova, sia a Tripoli che nelle sue immediate


periferie, la domanda che ci viene continuamente rivolta dalle
persone con cui veniamo in contatto è la seguente: «Perché
Francia, Inghilterra e Stati Uniti ci bombardano? Che cosa gli
abbiamo fatto? Perché l’Italia, dopo aver stipulato col nostro paese
un trattato di amicizia e di non aggressione, ci ha fatto questo?».
Domande sacrosante, a cui le aggressioni militari anglo-americane
degli anni scorsi forniscono una risposta fin troppo scontata.

Nei giorni successivi continuiamo le nostre esplorazioni


visitando scuole di vario ordine e grado a Tripoli e dintorni, dove
ritroviamo le stesse manifestazioni di appoggio e partecipazione.
Ciò che stupisce in questi ragazzi, che la stampa occidentale
vorrebbe dipingere come scarsamente «emancipati» rispetto ai
nostri selvaggi con telefonino, è la piena consapevolezza di ciò che
sta avvenendo ai danni del loro paese e il pericolo che incombe
sulle sorti della Libia nel caso venisse invasa militarmente. Ma nei
loro volti non vi è nessuna arrendevolezza o rassegnazione al fato,
quanto invece una ferma volontà di resistere «con ogni mezzo». E
anche la voglia di tramutare la pesantezza delle circostanze, per
quanto possibile, in momenti di passione condivisa.

Dai sobborghi di Tripoli, dove incontriamo le persone sulle


strade, nelle loro abitazioni o sui luoghi di lavoro, passando per i
medici feriti durante i bombardamenti e attualmente degenti in
ospedale fino agli assembramenti nel cuore pulsante della città,
dovunque è la stessa disposizione d’animo verso la leadership del
proprio paese e la situazione che, giorno dopo giorno, viene
angosciosamente profilata dai bollettini radio-televisivi.
Unico elemento davvero anomalo e per molti versi
stupefacente, soprattutto perché stiamo parlando di uno dei grandi
paesi produttori di petrolio al mondo, sono le file di chilometri e
chilometri di automobili incolonnate ai bordi delle strade, e che
cominciano già a formarsi nelle prime ore della notte, in attesa del
proprio turno di rifornimento alle stazioni di servizio. Anche questo è
un paradosso, uno dei tanti paradossi insensati di cui ogni guerra è
prodiga.

Muovendoci in lungo e in largo per la capitale non


riscontriamo nessun segno di bombardamenti contro la popolazione
libica da parte di Gheddafi, che è poi il motivo scatenante per cui
sono state promulgate le due Risoluzioni ONU che hanno di fatto
aperto la strada all’aggressione militare. Eppure per fare più di
«10.000 morti», soprattutto quando si parla di bombardamenti in
una grande città come Tripoli, bisogna necessariamente aver
prodotto gravi danni urbanistici e lasciato quantità e quantità di
indizi disseminati per le strade. Ma questo è un dettaglio che poco
importa ai signori dell’informazione: ciò che conta è il panico
virtuale creato ad arte, che però sta già sortendo effetti
concretissimi.

Gli unici riscontri tangibili di bombardamenti li troviamo


invece in alcune località non distanti dai sobborghi di Tripoli, a
Tajoura, Suk Jamal e Fajlum, dove a seguito di ripetuti
bombardamenti NATO hanno trovato la morte oltre quaranta civili. Lo
verifichiamo direttamente in loco, quando ci rechiamo nella fattoria
in cui sono state sganciate alcune bombe che hanno causato
ingenti danni agli edifici prospicienti, e in cui sono ancor ben visibili
i frammenti degli ordigni deflagrati. Ne avremo convalida
all’ospedale civile di Tajoura, dove ci vengono mostrati dalle
autorità mediche i documenti ufficiali che attestano i decessi
causati dalle bombe sganciate dalla Coalizione.
La conferma ufficiale della situazione che si è venuta
determinando sul terreno ce la fornisce in un incontro all’Hotel
Rixos anche Moussa Ibrahim, portavoce del governo libico, che ci
illustra la posizione del governo a questo proposito. Dopo aver
tracciato un quadro sugli sviluppi bellici e diplomatici negli ultimi
due mesi, Ibrahim si domanda perché gli organismi internazionali
preposti non abbiamo consentito, prima di dare inizio ai
bombardamenti, l’invio in Libia di una missione d’inchiesta per
verificare i fatti, come richiesto da Gheddafi a più riprese, e
accertare di persona i seguenti punti: 1) la reale dinamica dei fatti
su come è nata la ribellione, fin da subito armata; 2) quali sono i
suoi veri obbiettivi, se per caso anche secessionisti al di là della
bandiera prescelta e del suo apparente leader, l’ex ministro della
Giustizia libico Jelil; 3) chi ha bombardato cosa; 4) fino a che punto
e attraverso quali canali i ribelli si sono armati; 5) quante sono le
vittime civili dei presunti bombardamenti di Gheddafi e di quelle dei
cosiddetti “volenterosi”, e così via.

«Eppure – insiste Ibrahim – l’invio in Libia di una simile


delegazione per verificare come stanno veramente le cose avrebbe
avuto un costo inferiore a quello di un singolo missile da crociera
Tomahawk, e di questi missili ne sono stati gettati oltre 250 in
questi giorni. Perché questa ipocrisia dell’Occidente nei nostri
confronti? Perché non è stata imposta una no-fly zone anche a
Israele quando ha bombardato Gaza per oltre un mese senza che
nessun paese avesse nulla da eccepire? Perché due pesi e due
misure, quando è ormai stato appurato che non abbiamo mai
bombardato, e lo ribadisco in maniera fermissima, la nostra
popolazione».

Ma una commissione internazionale di osservatori,


nonostante le reiterate richieste da parte delle autorità libiche, non
è mai stata inviata e si è continuato a salmodiare l’ormai trita
versione del «dittatore sanguinario Gheddafi» bombardatore e
oppressore del «suo stesso popolo». L’Occidente, o quel ristretto
novero di paesi che si è arrogato abusivamente il diritto di parlare a
nome del mondo intero, ha anche rifiutato l’offerta di Chavez di fare
da mediatore per la Libia, nonostante essa fosse sostenuta da molti
paesi latino-americani e dalla stessa Unione Africana.

Possiamo verificare di persona la sera del 17 aprile a Bāb al


‘Azīzīyah, la residenza-bunker di Gheddafi, quanto siano fuorvianti
le informazioni che circolano sui grandi media occidentali a
proposito della popolarità di Gheddafi tra la gente di Tripoli e più in
generale della Libia; nonostante gli strettissimi controlli delle forze
di sicurezza, siamo gli unici occidentali a poter aver accesso al
parco antistante il bunker del raìs. Lo spettacolo che si apre davanti
ai nostri occhi entrando nel parco dove si trova la vecchia
abitazione di Gheddafi bombardata dagli americani il 15 aprile 1986
– in cui tra l’altro perse la vita sua figlia adottiva Hana – e lasciata
volutamente in quello stato a mo’ di testimonianza storica,
contraddice al primo colpo d’occhio le versioni propagandistiche
circolanti in Occidente. Qui ogni sera, da quando sono iniziati i
«bombardamenti umanitari» contro la Jamahiriya Araba Libica, va in
scena un grande happening animato da migliaia di persone, dai
neonati per cui è approntato un ampio kindergarten fino agli anziani
che si ritrovano con i loro narghilè sotto una tenda ricolma di
cuscini e tappeti. Un grande palco montato davanti alla vecchia
casa del colonnello è il proscenio sul quale si alternano musica,
parole, proclami e intrattenimento per riscaldare un’atmosfera che
si fa di giorno in giorno sempre più plumbea.

Il senso vero di questo assembramento, di cui i mezzi di


comunicazione occidentale si guardano bene dal dare conto, «è la
vicinanza e l’affetto dei libici nei confronti di brother Gheddafi»,
come mi spiega un giovane e colto ingegnere elettronico che ci
guida lungo tutta la nostra visita; un «fratello e un padre» verso il
quale è percepibile l’affetto che gli è tributato dalla sua gente. Per
questo si ritrovano lì tutte le sere, per fargli sentire con la loro viva
presenza tutto il calore e far scudo con i loro stessi corpi a nuove
possibili incursioni dopo quella del 21 marzo 2011, incursioni
ripetute anche la sera del 25 aprile, quando un edificio adibito ad
uso uffici situato nel complesso di Bāb al ‘Azīzīyah è stato distrutto
da un missile da crociera Tomahawk lanciato da un sottomarino
della Royal Navy su coordinate fornite dalle forze speciali di Londra
infiltrate anche nella capitale.

L’ultimo appuntamento con membri del governo è con il vice


ministro degli Esteri, Khaled Kaim, che con grande dovizia di
particolari ripercorre istante per istante gli sviluppi della crisi, dalla
presenza riscontrata fin dall’inizio dalle autorità libiche di vari
elementi dei «fratelli musulmani» e altri jihadisti stranieri tra i
«rivoltosi di Bengasi», alla strana sincronia con cui, il 26 febbraio, il
personale di diverse ambasciate presenti a Tripoli è partito
senz’alcuna spiegazione plausibile, fino alle ragioni geopolitiche che
hanno fatto sì che la Libia diventasse un obbiettivo appetibile per le
mire occidentali già da molti anni.

Kaim ci mette anche a disposizione tutto il materiale video e


le rassegne stampa internazionali che coprono interamente la
sequenza temporale presa in esame, in modo da poterle vagliare
nella sua ampiezza per poi emettere un giudizio obiettivo sui fatti. Il
suo auspicio, rivolto idealmente all’opinione pubblica occidentale, è
quello di non farsi ipnotizzare dall’informazione ad usum delphini
diffusa in questi mesi dai grandi media, ma di guardare la sostanza
del contenzioso tra governo e «ribelli» che comunque, secondo la
sua valutazione dell’intervento militare NATO nelle questioni interne
libiche, ha reso più complicato e dilazionato nel tempo un possibile
processo di pacificazione nazionale.

Non ci resta, prima di congedarci, che incontrare l’ultima


personalità di rilievo in programma sulla nostra agenda, Monsignor
Giovanni Martinelli, il vescovo di Tripoli, uno degli ultimi tra gli
italiani rimasti in città dopo l’esplosione della crisi che, insieme alla
combattiva rappresentante di import-export italo-libica Tiziana
Gamannossi, ci conferma nel corso del colloquio quanto già
avevamo accertato durante la nostra missione d’indagine: ossia che
«il governo libico non ha bombardato la sua popolazione, ma che gli
unici morti a causa dei bombardamenti sono stati provocati dalla
NATO a Tajoura; che l’unica possibile soluzione del contenzioso è il
dialogo, non le bombe»; che «i ‘ribelli di Bengasi’ si sono macchiati
di gravi crimini gettando il paese nel caos».

Martinelli aggiunge anche che l’attacco militare alleato nei


confronti della Libia è ingiusto e sbagliato sia da un punto di vista
tattico che da quello strategico, perché «le bombe rafforzeranno
Gheddafi e gli permetteranno di vincere». Il suo è un giudizio
ponderato e sofferto, espresso tra l’altro da un uomo che non nutre
nessun favore aprioristico nei confronti del colonnello, ma del quale
riconosce con equilibrio meriti e demeriti nella sua conduzione del
paese. «Un uomo dal carattere fortissimo e deciso – soggiunge
padre Martinelli – che ha favorito, da quando ha iniziato la sua
opera di governo, la libertà di movimento, la libertà politica, la
libertà religiosa e che ha permesso che in Libia convivessero
pacificamente ben cinque confessioni religiose». «In oltre
quarant’anni – conclude il vescovo di Tripoli congedandosi da noi –,
non ho mai subito alcuna provocazione da parte di nessuno, e la
nostra comunità convive serenamente con tutte le altre. Trovatemi
un altro luogo in cui tutto ciò sia possibile». E come dargli torto,
visto il panorama attuale del Vicino Oriente.
Se in effetti vogliamo guardare la sostanza e non la
propaganda bellica che alligna stabilmente sui media ai danni della
Libia, l’aspettativa di vita dei suoi abitanti si aggira intorno ai 75
anni di età, un vero record considerando che in alcuni paesi del
continente africano la media si aggira intorno ai 40 anni. Quando
Gheddafi prese il potere, il livello di analfabetismo in Libia era del
94 per cento, mentre oggi oltre il 76 per cento dei libici sono
alfabetizzati e sono parecchi i giovani che frequentano università
straniere. La popolazione del paese, al contrario dei vicini egiziani e
tunisini, non manca di alimenti e servizi sociali indispensabili. Prima
dell’attacco franco-britannico, inoltre, era stato varato dal governo
libico un programma di edilizia popolare agevolata in cui erano stati
investiti oltre due miliardi di dinari, che doveva portare alla
costruzione di circa 647 mila case in tutto il paese per una
popolazione complessiva di sei milioni di abitanti. Un progetto che
naturalmente ora è fermo, e che verrà riavviato – se mai lo sarà –
chissà quando.

A questo punto il quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi


ha assunto dei contorni piuttosto delineati; sarebbe interessante
proseguire verso la parte orientale del paese, dove si stanno
consumando gli scontri più aspri, ma per ragioni di sicurezza ci
viene vivamente sconsigliato di intraprendere un simile viaggio.
Anche così, tuttavia, vi sono gli elementi necessari per capire che le
Risoluzioni 1970 e 1973 promulgate dal Consiglio di Sicurezza sono
destituite di ogni fondamento. E dunque che le ragioni di questo
intervento armato vanno ricercate altrove.

L’incarico di riferire minuziosamente tutto ciò che è stato


raccolto nel corso della missione viene affidato a David Roberts,
portavoce del British Civilians For Peace in Libya, durante la conferenza
stampa aperta a tutti i media internazionali presenti a Tripoli che si
tiene nel lussuoso Hotel Rixos, in cui viene anche proiettato sullo
schermo un documentario montato a tempo di record dal bravo
videoreporter e attivista inglese Ishmahil Blagrove; la conferenza stampa è
anche l’occasione per rendere noti ai media tutti i documenti, i riscontri probatori e le
evidenze raccolti dalla «Fact Finding Commission» durante le sue
indagini. Dopo l’esposizione dei risultati cui la commissione è
pervenuta, si procede a evidenziare tutte le omissioni e le
manipolazioni vere e proprie compiute dai media fin dall’inizio della
guerra.

La cosa non è affatto gradita ad alcuni giornalisti e


mezzobusti delle grandi testate inglesi e americane presenti in sala,
i quali sentendosi chiamati in causa per le evidenti distorsioni a cui
si erano prestati durante i loro servizi informativi e che le nostre
ricerche sul campo mettevano giustamente a nudo, reagiscono in
maniera indispettita e rabbiosa negando di aver compiuto un
«lavoro sporco» e assicurando anzi di aver scrupolosamente fornito
tutte le informazioni in loro possesso.

Una patente menzogna, visto e considerato che con i nostri


pochi mezzi a disposizione avevamo quasi totalmente decostruito il
castello montato per aria, è proprio il caso di dire, nei mesi
precedenti. E che per un attimo, ancora infervorato da ciò che
avevo visto e udito in quei giorni, ho pensato di comunicare alla
zelante bombardatrice della Libia Anna Finocchiaro, capogruppo al
Senato del PD, che sedeva una fila dietro di me sull’aereo che mi
riconduceva da Tunisi a Roma. Ma sarebbe stata tutta fatica inutile,
mi sono poi subito detto, vista la determinazione assunta in prima
persona dalla “sinistra” etimologica nel condurre a un punto di non
ritorno questa sporca guerra.

Come notava invero il grande scrittore Mario Mariani, «i


giornalisti e i politici non debbono intendersi di niente e debbono far
conto d’intendersi di tutto». L’unica cosa che davvero conta per
essi, è quella di possedere un buon fiuto per sapere in quale
direzione is Blowing the Wind…

Le vere ragioni della guerra alla Libia

Ecco che così, a poco a poco, dopo aver verificato in prima


persona come stavano realmente le cose sul posto, e grazie alla
rete e ai molteplici siti o blog interessati a fare vera informazione e
non propaganda, incominciavano a farsi largo analisi serie e
documentate sull’eziologia dei fatti libici. E si facevano sempre più
strada quelli che, verosimilmente, sembravano i reali motivi di un
intervento occidentale contro la Libia pianificato da tempo. Ossia, in
primo luogo, impossessarsi degli enormi giacimenti di petrolio libici,
stimati in circa 60 miliardi di barili e i cui costi di estrazione sono tra
i più bassi del mondo, senza contare le enormi riserve di gas
naturale valutate in circa 1.500 miliardi di metri cubi.

Ma non è tutto. Dal momento in cui Washington ha cancellato


la Libia dalla lista di proscrizione degli «Stati canaglia», Gheddafi ha
cercato di ricavarsi uno spazio diplomatico internazionale con
ripetuti incontri in patria e nelle maggiori capitali europee. Nel
2004, per esempio, Tony Blair, allora Primo Ministro britannico, è
stato il primo leader occidentale a recarsi in Libia, divenuta così
frequentabile. E nel dicembre 2007 Parigi si è presa la briga di
stendere il tappeto rosso nel parco del Marigny Hotel, dove il
colonnello aveva piantato la sua tenda. Cosa è cambiato da allora
per giustificare l’accanimento di Gran Bretagna e Francia contro il
regime di Tripoli quando prima andavano d’amore e d’accordo?

La risposta è stata data dal quotidiano statunitense «The


Washington Times». Questo stesso giornale ha rivelato lo scorso
marzo che sono i 200 miliardi di dollari dei fondi sovrani libici a fare
andare in fibrillazione gli occidentali. Perché tale è il denaro che
circola nelle banche centrali, in particolare in quelle britanniche,
statunitensi e francesi. In preda a una crisi finanziaria senza
precedenti, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti vogliono a tutti i
costi impossessarsi di questi fondi sovrani. «Queste sono le vere
ragioni dell’intervento della NATO in Libia», afferma Nouredine
Leghliel, analista borsistico algerino trasferitosi in Svezia, che è
stato uno dei primi esperti a sollevare la questione. Questi 200
miliardi di dollari, di cui gli occidentali non parlano che a mezza
voce, sono al momento «congelati» nelle banche centrali europee. Il
motivo? Che questa vera e propria montagna di denaro sia
associata alla famiglia Gheddafi, «cosa che è totalmente falsa»,
come sottolinea Leghliel, il che però autorizza i pescecani della
finanza decotta internazionale a voler stornare il gruzzolo nei loro
caveau.

«Più continua il caos, più la guerra dura e più gli occidentali


traggono profitto da questa situazione che torna a loro vantaggio»,
chiarisce ancora Leighliel. Il caos nella regione farebbe comodo a
tutto l’Occidente. I britannici, soffocati dalla crisi della finanza,
troverebbero così le risorse necessarie. Gli statunitensi, per mire
squisitamente militari, si installerebbero in modo definitivo nella
fascia del Sahel e la Francia potrà ricoprire il ruolo di subappaltatore
in questa regione da lei considerata come una sua appendice.

L’assalto ai fondi sovrani libici, com’è facilmente prevedibile,


avrà un impatto particolarmente forte in Africa. Qui la Libyan Arab
African Investment Company ha effettuato investimenti in oltre 25
paesi, 22 dei quali nell’Africa subsahariana, programmando di
accrescerli nei prossimi cinque anni soprattutto nei settori
minerario, manifatturiero, turistico e in quello delle
telecomunicazioni. Gli investimenti libici sono stati decisivi nella
realizzazione del primo satellite di telecomunicazioni della Rascom
(Regional African Satellite Communications Organization) che,
entrato in orbita nell’agosto 2010, permette ai paesi africani di
cominciare a rendersi indipendenti dalle reti satellitari statunitensi
ed europee, con un risparmio annuo di centinaia di milioni di dollari.

Ancora più importanti sono stati gli investimenti libici nella


realizzazione dei tre organismi finanziari varati dall’Unione africana:
la Banca africana d’investimento, con sede a Tripoli; il Fondo
monetario africano (FMA), con sede a Yaoundé, la capitale del
Camerun; la Banca centrale africana ad Abuja, la capitale nigeriana.
Il Fondo sarà finanziato principalmente da Paesi africani e, a quanto
si è appreso, l’Algeria darà 14,8 miliardi di dollari USA, la Libia 9,33,
la Nigeria 5,35, l’Egitto 3,43 e il Sud Africa 3,4.

La creazione del nuovo organismo è (o era) ritenuta una


tappa cruciale verso l’autonomia monetaria del continente. Infatti,
secondo le Nazioni Unite per l’Africa, il peso sulla bilancia
commerciale mondiale africana si è contratto notevolmente negli
ultimi venticinque anni, passando dal 6 al 2 per cento; effetto
dovuto, sempre secondo le Nazioni Unite, alla presenza di una
cinquantina di monete nazionali non convertibili tra di loro. Ciò
rappresenterebbe un freno agli scambi commerciali tra gli stati
africani, perciò il principale compito del FMA è promuovere gli scambi
commerciali creando il mercato comune africano. Un passo
necessario alla stabilità finanziaria e al progresso dell’economia del
continente che decreterebbe inoltre la fine del franco CFA, la moneta
che sono costretti a usare 14 paesi, ex-colonie francesi.

Quanto appena esposto potrebbe essere la vera ragione, o


una delle maggiori motivazioni, che hanno causato l’intervento
armato, occulto prima, dichiarato ed esplicito dopo, delle vecchie
potenze coloniali del Continente Nero: Francia, Regno Unito e Stati
Uniti. Comunque sia, il congelamento dei fondi libici e la
conseguente guerra assestano un colpo durissimo all’intero
progetto.

Ma se l’Occidente vuole veramente cacciare Gheddafi per


appropriarsi della Libia e delle sue risorse, dovrà rassegnarsi presto
a cambiare strategia. In altre parole dovrà far scendere i propri
eroici soldati dagli aerei e dalle navi, dove bombardano
comodamente seduti con in mano il joystick della playstation e
mandarli in terra di Libia, a combattere, ammazzare e venire a loro
volta ammazzati. A quel punto sarà tuttavia necessario gettare la
maschera, evitare di nascondersi dietro il pretesto di «interventi
umanitari», manifestare apertamente le proprie ambizioni e
accettare la fila di bare che tornano a casa ogni settimana. Ma ne
saranno capaci, dopo che il mondo assiste sbigottito
all’impantanamento a cui sono costrette le più grandi potenze
militari della storia dopo un conflitto che dura da più di dieci in
Afghanistan e Iraq?