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FRAMMENTI
© 2014 by IRIS4 EDIZIONI - ISBN 978-88-89322-36-
9

IRIS4 EDIZIONI - 00184 Roma - via de’ Ciancaleoni, 41


telefax: (06) 48930628 - mail: info@iris4edizioni.com
web uSA: www.italbooks.com/companies/details/1155/iris-4-
edizioni web: www.iris4edizioni.com

g r a f i c a e i m p a g i n a z i o n e : A l e s s i a S g a rg i
Noa Bonett
i
I O, F I D E l
la storia non si can
cella
prefazione Luigi Blandini
postfazione Antonio Lo Iacono

memorialistica
a Romana e a Simona,
orizzonti prospettici che caratterizzano la mia libertà
Dopo aver mostrato giardino, ingresso e salottino, con
mezza giravolta Vani introduce Ona in camera da letto.
Tiene molto al giudizio della nuova amica ed è convinta
che le stanze private con lampante espressività possono
rivelare il valore più segreto della vita di chi le abita. Per
questo è un po’ nervosa e flagella il sottile labbro inferiore
a morsi lunghi, tremanti. Ona scruta l’ambiente con
cortese distrazione, sorride e piega l’angolo destro della
bocca. Armadio, mobiletto, comodino, letto a due piazze,
tenda, scarpiera, raccontano di un ordine imposto, di una
pace beige strappata con violenza al caos invisibile
dell’anima. Solo un poster sulla parete della porta rompe la
preziosa armonia formale di mobilio e tinte. “E questo? Da
dove salta fuori?”, chiede l’ospite con drastica ironia. Vani si
avvicina alla stampa a passi lenti, felpati. Gracile, sensibile,
chiacchierona, con corti capelli ossigenati che trattengono una
giovinezza prolungata oltre l’usuale limite naturale e sociale.
lo scatto esposto è di Alberto Korda, ritratto intitolato
Guerrillero Heroico. È l’immagine più famosa di Ernesto Che
Guevara, icona da almeno cinquant’anni riprodotta a milioni
di formati e varianti in ogni angolo del mondo.
“Cara Ona, questo signore è il mio mito.”, punta l’indice
sulla barba de Il Comandante.
l’ospite alza le spalle contrariata, pare ribattere ma non lo
fa. Immobile, pensierosa, storce le labbra e sospira. C’è
una storia che le graffia la superficie della memoria.
“Cosa non va nel Che?”, replica Vani abbassando di
un’ottava il tono della voce.

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“Niente. Non amo le immagini inflazionate,
decontestualizzate. E su Guevara non mi permetto giudizi
volanti, è una figura

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troppo complessa ed è meglio tacere per non parlare a
vuoto.” “Possiedo questo poster da oltre quarant’anni e ha
un significato speciale. È la mia guida, l’esempio esistenziale
più importante.” “Oddio, da più di quarant’anni?”,
interviene Ona, “E perché lo hai appeso?”
“Come? L’ho appena detto, è il mio mito.”
una folata di vento invade la stanza. Entrando le donne
hanno forse scordato di chiudere la porta.
“Sì, capisco, ma non intendo questo. M’interessa invece
sapere con quale spirito hai approcciato la figura del Che.
E come mai hai sentito il bisogno di acquistare e affiggere la
sua foto.” l’invitata alza il sopracciglio, teme di essere
stata sgarbata, ma l’immediato sorriso della compagna
cancella il brivido di muta tensione sorta con le ultime
battute.
“Oddio, scaviamo nella preistoria...”
la padrona di casa siede al bordo del letto, proprio di
fronte all’effigie stilizzata del rivoluzionario argentino.
Stropiccia gli occhi e in cerca d’ispirazione fissa lo
sguardo profondo di Guevara, desidera spiegare bene le
ragioni della scelta. Considera un gran privilegio poter
scambiare opinioni con un’amica così impegnata
culturalmente che tanto ha fatto nella vita e tanto ha dato al
giornalismo italiano. Anche Ona si appoggia al giaciglio
occupando lo spazio tra la spalliera e il voluminoso
cuscino. Attende che il racconto abbia inizio. “Passo i primi
anni della vita in una scuola gestita da monache.”, spiega
accorata e attonita Vani, “Una specie di collegio
dell’Ottocento incentrato su tradizioni e consuetudini
oscurantiste. Lì frequento elementari e medie. Otto anni di
rigore, ottusa formalità coercitiva, lunghi silenzi,
preghiere, rosari e bacchettate sui dorsi delle mani.
L’iscrizione al liceo è una liberazione. Tutto è nuovo,
eccitante, stimolante e divertente. Sono libera di vestirmi
come mi pare, esprimermi senza timori, confrontarmi con
amici dentro e fuori dalla classe. Conosco insomma un
mondo inedito e idee fantastiche che ignoro. È il 1981 e si
protesta contro il ministro dell’istruzione, credo Guido
Bodrato, un politico della DC, si organizzano raccolte di
firme per il referendum sull’aborto, si parla delle grandi
lotte del Sessantotto, del Settantasette, di Che Guevara...
Durante una manifestazione compro questo poster e lo
porto a casa. Tremo ad affiggerlo, so che mio padre
protesterà. Con l’incoscienza e l’ostinazione tipica
dell’adolescenza affronto comunque il rischio a testa alta e
quando papà vede l’immagine
al muro urla come un pazzo dandomi della sovversiva. Non
accetta comportamenti del genere, non è per nulla
tollerante dal punto di vista politico. E se mi manda a
scuola dalle suore un motivo c’è, ovvio, però mi batto per
salvaguardare questo piccolo simbolo di ribellione. La foto
del Che mi ricorda ancora oggi che non devo mollare di
fronte alle avversità. Bisogna sempre e comunque lottare
per le proprie idee, per la giustizia, anche a costo di finire
male.”
“Sono ricordi carini.”, eccepisce l’interlocutrice, “Scusa la
domanda impertinente, cosa sai di Che Guevara?”
“Beh, che è un rivoluzionario, ha liberato Cuba, ha
combattuto per la libertà, ed è pure un bonazzo tremendo.”
“E quando è morto?”
“Cos’è? Un’interrogazione?”
“D a i , Va n i , m i c a è p e r o f f e n d e r t i . Vo g l i
o s o l t a n t o dimostrarti una cosa.”
“Che non so niente di Che Guevara? Che appendo il suo
poster senza motivo?”, reagisce l’altra un po’ stizzita.
“Ma no, ma no.”, sorride Ona benevola, “Hai tutto il diritto
di ammirare il Che e di attaccarlo in camera. Mi fa però
sorridere sentire nominare fatti legati alla mia generazione
buttati lì un po’ a caso. Da ragazzi ne avete magari
parlato senza reale cognizione di causa e non è certo colpa
tua, non sono eventi che hai vissuto. Quando sei nata?”
“Nel 1967, perché?”
“E dimmi, senza paura, quando è morto il signore lì
ritratto?” “Non ricordo precisamente. Nel 1970? Nel
1975? Non ne ho idea. Mica a scuola si studiavano queste
cose, al massimo si arrivava a Hitler.”, si giustifica
imbarazzata Vani. “Ernesto Guevara de la Serna è morto
il 9 ottobre 1967 in Bolivia. Proprio quando sei nata tu.”
“Davvero?”, l’imbarazzo si trasforma in piacevole stupore.
lo spiffero sta lentamente gelando casa e Vani corre ai
ripari sbarrando la porta d’ingresso. Ona la segue
attraverso la villetta. Sta arrivando l’inverno, si potrebbe
anche accendere il camino. Così fanno le amiche seppure
nessuna delle due è veramente ferrata in questioni ignee.
Vani infila la giacca ed esce per ricuperare due grossi
ciocchi di legna dalla piccola riserva coperta in giardino.
Tocca la superficie fibrosa dei tronchetti un po’ troppo
umidi per fornire immediata promessa di calore. Dentro, la
convitata suggerisce di prendere anche qualche pezzetto
più piccolo lungo e stretto da usare per accendere il rogo
domestico.
“Oddio, da qualche parte dovrebbe esserci la valvola
di areazione del caminetto. Queste cose le faceva mio
marito e non so proprio dove mettere le mani. Ecco gli
svantaggi della vita da single.”, commenta la proprietaria
divertita. “Possiamo cavarcela benissimo da sole.”, fa eco
Ona. Femminista convinta anche nelle questioni di economia
domestica.
“Ok. Cerco qualche ramoscello sottile.”, riflette
mugugnante, “Servirebbero anche dei fogli di giornale.
Fammi un favore, Ona, strappa qualche striscia dai
vecchi quotidiani lì accanto alla tavola.”
la giornalista afferra un paio di quotidiani dalla carta arida.
Per distorsione professionale lancia un’occhiata alla prima
pagina. uno risale a più di un mese. l’articolo di fondo
commenta la crisi di Governo, sul taglio alto la notizia di
un naufragio d’immigrati al largo dell’isola di lampedusa.
l’altro è quasi vecchio di un anno. Tra le civette un
richiamo al declassamento della finanza italiana, di lato
un focus sull’operato di Raúl Castro a Cuba. Ona sorride,
non si aspetta quel riferimento all’Avana. I casi della vita,
forse... Non dà importanza alla cosa, stacca lunghi brani di
carta, li attorciglia creando spessore e torna al caminetto.
Vani ha già posizionato i due ciocchi ai lati del focolare e i
ramoscelli in mezzo alle parallele. Accolta la fiamma
dell’accendino la carta sviluppa luce e calore. Inserita
sotto le fronde secche divampa in linguette anarchiche
cariche di vita.
“Bello.”, commenta entusiasta la più giovane, “Guarda
come brucia. Siamo state bravissime!”
“I pezzi grossi sono ancora freddi, non cantiamo vittoria,
c’è da attendere. È fuoco rivoluzionario, va curato e
seguito con estrema passione.”
“Fuoco rivoluzionario?”
“Sì, stiamo bruciando un articolo su Cuba, l’isola
socialista, neanche a farlo apposta...”
“Sarà destino.”, ride, “Ti tocca raccontarmi tutto ciò che
sai di Che Guevara e della Rivoluzione.”
“Qui? Ora? E perché?”, reagisce la reporter.
la padrona di casa posiziona dei cuscini sul tappeto
accanto al camino poi scompare in cucina. Torna con una
piccola bottiglia ambrata e due bicchierini.
“Accomodati Ona, stendiamoci di fronte al fuoco. Questo
è rum.”, agita la bottiglia, “Quale occasione migliore per
un sorso di distillato cubano.”
“Beviamo a stomaco vuoto?”, chiede impensierita l’ospite.
“Un cicchetto. Che male fa? Così ti sciogli e prendi
finalmente a raccontare. Sono avida di conoscere ciò che
non so.” “Secondo me sei un pochino permalosa.”, la
giornalista è stesa col bicchiere stretto tra pollice e indice,
“Non intendevo criticarti. Non devi legarti al dito la
storia del poster. Ho purtroppo il difetto di dire tutto
quello che penso senza filtri e non mi accorgo di urtare la
sensibilità altrui. E l’ultima cosa che voglio è passare per
maestrina.”
“Ma scherzi? Non mi hai urtata. Ambirei invece ascoltare
testimonianza e giudizi di chi ne sa più di me, ecco tutto.
Hai vissuto il Sessantotto in prima persona e sei una
giornalista affermata. Chi meglio di te può illuminarmi su
aspetti della storia che conosco solo superficialmente
grazie a racconti di seconda e terza mano?”
“Cosa vorresti sapere?”
“Discutendo del Che prima hai sottolineato che detesti
parlare a vuoto e non sarebbe questo il caso, te lo
assicuro. Illustrami invece i fatti come se parlassi a chi
non sa nulla, a una bambina. Sono occasioni preziose di
analisi e confronto che non vanno lasciate fuggire. La vita
è sempre meno stimolante. Le persone che di solito
incontro sono per lo più stupide e ignoranti, persino i
giornali e le trasmissioni televisive sono invase da
chiacchiere di poco conto e ora ho la fortuna di ascoltare
un argomento che m’interessa dalla bocca di una persona
che stimo, perché perdere questa opportunità?” “Sei
adulta, non ti serve un maestro che indichi la via di
didascalie sotto fatti quotidiani o storici, puoi
autonomamente documentarti e arrivare a un giudizio
maturo su qualsiasi argomento. C’è internet, non è più
come una volta quando le ricerche erano davvero faticose
e dispendiose, volendo puoi con facilità attingere a ogni
informazione che ti necessita.” Vani manda giù il distillato
tiepido. le brucia in gola e sente la bocca amara. Riempie
di nuovo il bicchiere, sa che la lingua è ormai mezza
anestetizzata al sapore pungente dell’alcolico, bevendo
però di botto non proverà il fastidio sperimentato al
primo sorso. Allo stesso modo vorrebbe sorbire le parole
che attende da Ona ma l’amica pare restia. “Non mi piace
internet.”, sottolinea con voce stretta per convincerla a
parlare, “Preferisco discutere con una persona stimata, con
cui fa piacere stare, riflettere, progettare, e vorrei che
raccontassi ciò che pensi. Questa è l’amicizia. Crescere
insieme attraverso lo scambio di racconti, esperienze. E
non credo valga solo per i bambini. Anche l’adulto
necessita di confronto per autodefinirsi, per creare un
sistema di valori e di affetti più vicini alla propria
sensibilità.” “Questo è vero.”, osserva ammirata Ona,
“Oggi si privilegiano forme di interazione poco
impegnative. Si preferisce il gruppo al migliore amico.
Le compagnie sono virtuali e quantitative, spesso
opportunistiche, vi è una sorta di ossessione per il
numero in ogni campo della realtà. Si guarda al quanto,
non al come. Si scelgono esperienze facili da gestire, da
sommare l’una all’altra per non rischiare critiche,
delusioni. E succede anche nella cultura, dove si
accumulano informazioni senza riflessione e mediazione.
Lo stesso capita al dialogo quotidiano. Il commento
veloce e impersonale su Facebook sta uccidendo lo
scambio costruttivo di opinioni, la bellezza del racconto.”
“Allora bevi questo maledetto rum e dimmi ciò che pensi.”
le amiche ridono e fanno scontrare i bicchierini in un
brindisi augurale. Trangugiano in un unico sorso
l’acquavite. Ona incrocia le gambe e dietro le orecchie
sistema i ricci rame che le coprono metà volto.
“Che Guevara è famoso per essersi sempre tenuto lontano
dall’ortodossia e per il fascino da bello, da maledetto.
Certo è un ribelle nel vero senso della parola. Non riesce
a stare fermo, a frenare, di fronte allo stato delle cose.
Irrequietudine che lo porta a tirare in ballo mille cose e a
concluderne ben poche. È intransigente anche nei
confronti di se stesso ma sa riconoscere i propri errori
anche se non è disposto a modificare i difetti del proprio
carattere. E alla luce di tali aspetti alcune azioni
dell’argentino possono essere giudicate con severità.
Insieme al coraggio e all’ideologia del Comandante vanno
però considerati i massacri, le derive criminali da
guerrigliero e il comportamento superficiale da uomo di
Stato. Episodi che hanno poco a che fare con la pace e la
giustizia a cui il personaggio è legato secondo la
prospettiva delle nuove generazioni. Sicuramente il Che
non vuole fornire al prossimo una visione distorta di sé.
Sono la storia, la moda, a cambiare le carte in tavola, a
trasformare un guerriero in una specie di santo.”
Ona accende una MS . Vani guarda vogliosa. Non ha le
sigarette, cerca di resistere. le è stato insegnato che certe
cose vanno accettate in offerta, non richieste.
“C’è quella sua frase bellissima in cui suggerisce di
essere duri senza mai perdere la tenerezza.”, commenta
guardando l’amica fumare, “Mai ha rinnegato il primato
dell’azione sulla mediazione. È un soldato che lotta per
la libertà.” “Sì. Certo. È quanto Guevara afferma nel
testamento spirituale. Una lettera di commiato resa nota
da Castro nell’ottobre del 1965, probabilmente scritta in
aprile. Secondo i critici è un falso storico ma non credo
che il Governo isolano abbia motivo di alterare la realtà
per mitizzare un uomo ancora legato a Cuba che ha
però scelto di abbandonarla. In questa lettera il Che dice
addio all’amico Fidel, ai cubani, ai figli, alla seconda
moglie, e dichiara di voler partire per il Congo alla
ricerca di nuove battaglie.” Ona ha consumato la sigaretta e
il mozzicone vola nel camino. “Castro come la prende?”
“Evidentemente bene se il Líder Máximo decide di leggere
questo testamento in pubblico. Che Guevara rinuncia
formalmente agli incarichi, alla direzione del Partito, al
ruolo di ministro dell’industria e al grado di comandante.
Saluta tutti e parte per il Congo a sostegno del Movimento
dei Simba. Intende esportare il modello cubano e aiutare il
Sud del mondo contro la minaccia dell’imperialismo.”
Il fuoco pare attivo, energico, scoppietta con vivace impeto
e illumina producendo simpatiche ombre evanescenti. È
l’affascinante simbolo della tensione morale e politica
degli uomini di cui si sta parlando.
“Vuoi dire che Fidel non fa nulla per trattenere il Che
a Cuba? Non è soddisfatto del suo operato di ministro?”
“Fidel dà sempre fiducia e libertà d’azione all’amico
Ernesto ma in Patria vi sono forti tensioni politiche tra
le parti. Guevara ha in mente una rivoluzione totale che
non tiene conto dei problemi dell’economia reale, dei
tempi strutturali necessari al consolidamento del precario
potere del Partito. E il ragazzo in pochi mesi intende
trasformare il socialismo di Castro in comunismo,
statalizzando ogni bene ed eliminando il medium del
denaro. Come Ministro dell’Industria sceglie dunque la
rischiosa via dell’autarchia. Cuba deve produrre il dovuto
senza svendersi alle potenze internazionali e al mercato
globale. L’isola caraibica non ha però ancora
un’industria sviluppata e le effettive risorse scoperte dal
Comandante sono inferiori a quanto necessita per garantire
la vita di un piccolo paese di costa. Visione di Che
Guevara che si scontra con
quella del politico Carlos Rafael Rodríguez che immagina
Cuba più vicina all’Unione Sovietica, attenta alle
necessità economiche dei contadini e degli imprenditori.
Una linea più prudente nei confronti del mercato isolano e
delle relazioni estere sposata da Castro, Ernest Mandel e
Charles Bettelheim. Due economisti europei amici della
Rivoluzione, ospiti del Líder. Idee di Guevara che faticano
però a concretizzarsi. Non piacciono a Mosca e il lavoro
politico del Che non è sempre illuminato. L’isola vive una
grave crisi economica e solo grazie agli aiuti sovietici è in
grado di sopravvivere. Il progetto guevariano
d’industrializzazione basato su centralizzazione della
produzione, sfruttamento intensivo di petrolio, elettricità e
acciaio, fa scappare tutti gli investitori, mette in ginocchio
l’agricoltura e complica il lavoro, avendo sostituito i vecchi
dirigenti preparati con amministratori statali poco informati
sulle questioni tecniche e burocratiche. Rodríguez insiste
allora affinché l’economia cubana torni a concentrarsi sulla
propria risorsa più importante, la canna da zucchero. Fidel
deve scegliere una linea politicamente valida che sostenga le
esigenze concrete della popolazione e promuove le
soluzioni filosovietiche. E con la partenza di Guevara la
Rivoluzione Cubana riesce in modo pervasivo a
svilupparsi nelle campagne, nel tessuto urbano. Dopo il
1970 viene infatti trovata la stabilità grazie all’ingresso nel
COMECON e all’adozione di modelli produttivi russi. L’URSS
acquista lo zucchero da Cuba e con investimenti, con piani
tecnici, aiuta l’isola nel lento processo di industrializzazione.
Castro non si sente comunque abbandonato da Guevara
né intende allontanarlo di proposito dal regime. Supporta
anzi le sue azioni di guerriglia in Africa, poi in Bolivia,
seppure con pochissimi uomini. Fidel è uno stratega, crede
forse poco alla prospettiva utopica dell’esportazione del
modello cubano in Congo e in America Latina ma seguita
ad ammirare, a incoraggiare, la politica terzomondista
dell’amico argentino.”
Ona accende un’altra bionda aspirando con soddisfazione e
nota lo sguardo insistente dell’amica.
“Vuoi una sigaretta?”
“Sì, grazie.”, Vani prende e accende, “Mi pare tu
preferisca la figura di Fidel Castro a Che Guevara...”
“No, non parlo di preferenze. Sono stata anch’io molto
vicina agli ideali antimperialisti del Che. Nell’agosto del
1968 sono infatti a Praga per protestare contro
l’invasione dell’URSS e soffro molto quando ascolto le
parole di Castro che giustifica
l’azione russa come intervento doveroso per impedire che
la Cecoslovacchia completi la marcia verso il
capitalismo. E assicuro che nei sit-in per fermare i carri
armati sovietici si inneggia a Che Guevara urlando slogan
tratti dal Diario in Bolivia appena pubblicato da
Feltrinelli. La sera leggo la Guerra di Guerriglia che
illustra la teoria del focolaio guerrigliero. Nonostante
ho con gli anni compreso che storicamente è Fidel il
vero eroe della Rivoluzione Cubana, l’uomo simbolo,
l’intelletto alla base del cambiamento. Che Guevara è stato
per Castro un alleato, un amico, un contraltare dialettico. Il
fatto che oggi poster e magliette ricordano il Che e non
Fidel è perché Guevara è morto giovane, un anno prima
che la protesta studentesca prendesse piede nel mondo
intero. E in quel momento il Comandante è la perfetta
incarnazione del giovane che protesta e muore
combattendo. Un martire della libertà.”
“Devo confessarti che di Castro so ancora meno di Che
Guevara. L’ho sempre visto come uomo di potere e dei tipi
del genere non mi sono mai fidata, lo confermo anzi
tuttora.” un terzo della bottiglia di rum è andato. Ona
poggia il bicchiere sul tappeto, distante sia dall’amica
che dalla bottiglia. un modo discreto per allontanarsi da
nuove offerte alcoliche. Vani ingolla l’ultima sorsata.
Apre poi la bocca per ventilare palato e lingua.
“Fidel è sì uomo di potere ma è prima di ogni altra cosa il
cuore che genera, sviluppa, l’unica rivoluzione socialista che
resiste alla prova del tempo. E sono certa che purtroppo la
storia lo rivaluterà dopo la morte. Siamo troppo miopi per
accorgerci dei miti del nostro tempo, abbiamo bisogno di
distanza prospettica per comprendere il reale valore delle
situazioni. Pensiamo meglio su quello che è stato rispetto a
ciò che è.” “Il Che ha comunque dato un contributo
fondamentale alla Rivoluzione e senza lui Castro non
sarebbe arrivato al potere.”, protesta pacatamente la
bionda.
“Non è detto. Sono anzi quasi certa che le cose
sarebbero andate nello stesso identico modo senza
Guevara. Non può dirsi però lo stesso per Fidel. La vera
leggenda è quindi quel signore anziano che di tanto in
tanto si vede in TV in uniforme militare o in tuta da
ginnastica.”
“Il problema è che non conosco a sufficienza il
personaggio storico per una valutazione precisa. Su Che
Guevara c’è molto, ci sono film, libri, canzoni... Su
Fidel so davvero
poco. Eppure dal poco che ricordo viene trattato come un
dittatore. Non tutti sono concordi sull’attribuirgli meriti
da statista o benefattore.”
“Sì, certo.”, conferma Ona, “È un personaggio estremo
da amare od odiare. Gli stessi motivi per i quali alcuni
critici determinano la sua condanna, per altri
rappresentano argomenti di promozione morale e politica.
Dipende dal colore politico e dalla faziosità del punto di
vista... Il Presidente lascia del resto trapelare poco del suo
privato. Contrariamente a quanto si può pensare il culto
del Líder Máximo sorge spontaneamente, senza che
Fidel Castro attui strategie propagandistiche come
quelle promosse da Stalin, Hitler e altri totalitaristi della
storia. Ha scritto molto e parlato spesso in pubblico.
Discorsi lunghissimi che i cubani ammirano o detestano in
base alla dose di pazienza da ascoltatori. Sull’isola non c’è
una statua commemorativa a rappresentare Castro.
Nessuna strada, istituto, scuola o ente è a lui intitolato.
Vi sono solo alcuni murales, evidentemente sorti senza il
controllo del capo, tra l’Avana e altre piccole città
metropolitane.” “Del Che le immagini sono invece
ovunque.”
“Certo, col beneplacito di Castro che lo indica come eroe
della Rivoluzione insieme al mito principale José Martí.”
“Chi? José Martí? E chi è?”, chiede tutta eccitata l’amica.
“Un intellettuale. Un giornalista vissuto nella seconda
metà dell’Ottocento, da ogni isolano considerato padre della
Patria. Promuove il sentimento indipendentista cubano
quando la regione è ancora dominio iberico e viene
deportato in Spagna. Si accorge per primo che il vero
nemico dei Paesi caraibici, del Sud America, è l’ingerenza
degli Stati Uniti e crede nel sogno di un’unità politica,
sociale, dell’America Latina. È un formidabile oratore e
poeta. Fonda il Partito Rivoluzionario Cubano e unisce
diverse frange socialiste o indipendentiste dell’isola sotto
un progetto comune. Dopo un lungo esilio riesce
sbarcare a Cuba con un piccolo esercito di dissidenti ma
muore in battaglia, quella che oggi viene dagli storici
chiamata Seconda Guerra d’Indipendenza Cubana.”
“Non riesce quindi a liberare l’isola.”
“No. All’epoca Cuba è ancora sotto il dominio di Maria
Cristina d’Asburgo, reggente al trono di Madrid per il
figlio Alfonso xIII. È a fine Ottocento, in seguito alla guerra
tra Stati Uniti e Spagna, che l’isola diventa americana.
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Quindi solo ai primi del Novecento viene concessa
l’indipendenza agli

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isolani, seppure tale riconoscimento è meramente formale.
Di fatto Washington governa e profitta dell’isola caraibica
tra concussioni, corruzione, sfruttamento e infiltrazioni
mafiose che riducono l’arcipelago in miseria.”, spiega la
giornalista. “Perché lo chiami arcipelago?”
“In realtà Cuba comprende una grande isola centrale e
migliaia di cayos, ossia degli isolotti verdi tra cui l’Isola
della Gioventù. Luogo in cui sbarca Cristoforo Colombo
nel 1494.” “Quante cose sai... altro che internet. Come farei
a immaginare tutte queste connessioni davanti a uno
schermo? E come fai a ricordare tutto, Ona?”
“Eh, non lo so.”, si schermisce la reporter, “Anni addietro
ho eseguito vari servizi su Cuba e sulla Rivoluzione
Socialista. Non ho mai purtroppo avuto occasione di
incontrare o intervistare Fidel ma ho conosciuto
profughi del regime, letterati e poeti dell’Avana. Adoro,
amo profondamente il popolo cubano, le tradizioni, il
movimento di Castro, l’ideale portato avanti in tutti questi
decenni. E le cose che...” “Oddio il fuoco!”, la interrompe
Vani.
Sotto la cenere dei ramoscelli la fiamma è quasi estinta. I
ceppi grossi non vogliono saperne di prendere il via.
Succede così anche nelle rivoluzioni. Accendere il fuoco
della protesta non richiede grande sforzo, basta approfittare
del malumore diffuso, riuscire a catturare, sfruttare, la
scintilla della rabbia, posare la fiammella dell’indignazione
su ambiente fertile, facilmente infiammabile, e il gioco è
fatto. Più difficile è rendere il movimento pervasivo,
duraturo, effettivo. un fiammifero non può riscaldare il
miserabile che senza casa vive alle intemperie e non può
certo cuocere una cena. Occorre che la fiamma coinvolga
importanti strutture lignee e che a governarla sia una mano
esperta, non avida, che sappia rispettare i tempi, la
spontaneità e il senso senza disperderne la potenza. Ci vuole
studio, coraggio, forza, concentrazione. È possibile
ustionarsi e fallire. In cattive mani il rogo diventa strumento
di offesa, simbolo di morte e intolleranza. Non si scherza
col fuoco, è la prima regola che gli uomini imparano sulla
vita.
È quasi ora di cena e alla vampa del camino è meglio
sostituire quella del fornello a gas. le amiche entrano in
cucina e ragionano sul da farsi. A onor del vero Ona
vorrebbe tornare a casa ma Vani insiste che resti per un
pasto veloce. Sarà lei a riaccompagnarla tra meno di un
paio d’ore.
le donne non amano la pasta di sera. Troppi carboidrati
rovinano la dieta, per questo si opta per un po’ di salmone e
tartine. “Come lo cuciniamo?”, chiede la giornalista.
“Facciamo un carpaccio leggero. Che ne dici?”
“Pomodorini, rucola, cipolla, olio, sale, pepe e limone?”
Vani si è già messa all’opera afferrando dal frigorifero
i pomodori che trasudano umidità. Spreme in una
scodellina del succo di limone che emulsiona con sale,
pepe, olio d’oliva. Prepara due piatti e costruisce l’agape
con raffinatezza e velocità. A Ona gira un po’ la testa per
il rum mandato giù in salotto e ha imminente bisogno di
mettere qualcosa sotto i denti. Durante la cena le amiche
non fiatano, in pochi minuti lo spuntino è terminato. la
più giovane afferra la prima tartina con pezzetti di
pomodoro, olio, rucola, poi le restanti, una dietro l’altra
con soddisfazione. Infine sorride all’ospite che sposta lo
sguardo al frigo.
“C’è qualcosa da bere?”
“Che sbadata, scusa! Aspetta, prendo subito la bottiglia.”,
apre la ghiacciaia, “Vuoi del vino?” “Bianco?”, si accerta la
richiedente, “Sì, grazie. Magari un dito.” Anche se provata
dal rum e preoccupata per il mal di testa Ona non sa
rinunciare a del vino bianco freddo a cena. uno dei
pochi vizi, assieme alle sigarette, che seguita a
concedersi nonostante le critiche di amici fraterni.
“Brindiamo.”, propone Vani e stappa la bottiglia di
Tramin, “Che dici? A Castro?”
“A Castro!”
“Quando è nato?”
“Chi?”
“Fidel.”
“Nel 1926, credo. Battezzato Fidel Alejandro Castro
Ruz. Adesso non pretendere giorno e mese, mai potrei
ricordarli.” “Ma se rammenti tutto fin troppo bene... Sei
un’enciclopedia.” “Ma no. Posso solo parlarne in
generale.”, obietta la giornalista dopo un sorso di nettare, “So
che è nato nella provincia orientale dell’Isola, nella piccola
cittadina di Birán. Il padre, Angel, è un ricco proprietario
terriero spagnolo immigrato da pochi anni. La mamma,
Lina Ruz González, una cubana forte e orgogliosa,
particolarmente legata al dolce Fidelito per via dei problemi
intestinali che lo colpiscono all’età di due anni. Entrambi
molto cattolici mandano il piccolo in un collegio religioso.”
“Come me!”, gongola la bionda.
“Sì. Ed è lì che matura l’insofferenza all’autorità, alle
leggi restrittive. All’università sceglie giurisprudenza e si
butta subito in politica. Conosce il marxismo e la storia
della Rivoluzione Russa. È all’ateneo che prende ad
affermarsi come leader partecipando a manifestazioni e
a scontri piuttosto violenti. Inizialmente si unisce alla
Legione Caraibica, un gruppo di dissidenti contrari alla
politica di Rafael Trujillo nella Repubblica Domenicana,
poi sposa la causa nazionale promuovendo un risveglio
civico nelle province costiere cubane. A guidare il Paese
è il sergente Fulgencio Batista, arrivato al potere grazie a
un golpe di sottufficiali. All’inizio Batista pare contrario
all’ingerenza americana e all’emendamento Platt.”
“Cos’è l’emendamento Platt?”
“Una nota della Costituzione dell’Indipendenza Formale
Cubana sancita all’inizio del Novecento. È Orville
Hitchcock Platt, un senatore americano, che dà il nome
a questo emendamento, che per le autorità isolane
prevede l’obbligo di mantenere in vigore ogni legge
emanata dal Governo Americano di Occupazione prima
della liberazione. I cubani non possono infatti firmare
trattati con altre nazioni, devono rispettare ogni diktat
economico e politico imposto da Washington. E per far
rispettare l’emendamento gli statunitensi occupano
militarmente l’Isola dei Giovani e Guantanamo, che
ancora oggi ospita un tremendo carcere statunitense oltre
una base militare NATO.”
“Una schiavitù.”
“Senza dubbio.”, approva Ona, “Batista è un militare
spregiudicato. In politica dimostra un atteggiamento
machiavellico e per conquistare il potere si schiera contro
il giogo americano. Eletto presidente volta la faccia e
diviene il più fedele amico dell’amministrazione
statunitense tanto che Washington, a prova di buona
volontà, accondiscende all’abrogazione
dell’emendamento Platt. Per continuare a governare ecco
il Sergente stipulare patti con la malavita organizzata,
stringere accordi prima coi militari poi coi comunisti.
Batista resta al potere effettivo sino al 1944 quando
costretto dalla Costituzione non può più ripresentare la
candidatura. Si svolgono così delle elezioni democratiche
che premiano Ramón Grau San Martin, un esiliato che ha
fondato il Partito Rivoluzionario Cubano Autentico. In
realtà a mantenere i fili della cosa pubblica è sempre
Batista. Cuba
è un’isola violenta e corrotta. Tutto è in vendita. Gioco
d’azzardo, prostituzione, omicidi e frodi sono i capisaldi
della vita caraibica. A protestare è Eduardo Chibás, padre
spirituale del Partito del Popolo Cubano, meglio noto
come Partito Ortodosso. E il giovane Fidel milita in questa
formazione.” “Non ho mai sentito nominare Chibás.
Comunque, che fine ha fatto?”
“Una brutta fine. Cerca di denunciare la corruzione del
Governo e, scoraggiato dall’arroganza del potere che
sotterra ogni sua protesta, Chibás si toglie la vita
durante una trasmissione radiofonica. Il clamore è
tale che la popolazione isolana si affeziona al Partito
Ortodosso e decreta la vittoria alle successive elezioni.”
“Quindi i buoni raggiungono il potere.”
“Purtroppo no.”, scuote la testa amareggiata Ona,
“Preoccupata della vittoria di un partito d’ispirazione
comunista la Casa Bianca aiuta Batista a organizzare un
Colpo di Stato. Con elezioni truccate o a unico candidato
il Sergente diviene dittatore riconosciuto dagli Stati Uniti.
Ecco che Cuba è afflitta da gravi sperequazioni sociali e
territoriali. L’Avana è una delle città più ricche
dell’America Latina, una meta turistica invasa da
statunitensi, congestionata da postriboli, lupanari e case da
gioco. Il resto dell’isola è miseria, analfabetismo,
disoccupazione, disperazione...”
“Di che anni stai parlando?”
“Del 1952, l’anno del Colpo di Stato di Batista. Castro si
laurea due anni prima e inizia a esercitare come avvocato.
E proprio nel 1952, dopo anni di militanza nel Partito
Ortodosso, si presenta alle elezioni che però non si tengono
a causa del golpe del Sergente. Fidel denuncia il
dittatore alla Corte Costituzionale ma la petizione è un
buco nell’acqua.” “Un’azione un po’ ingenua, non trovi?”
“Ingenua sì. Ma doverosa dal punto di vista di Castro.
Non scordare che il giovane Fidel è avvocato, crede nel
diritto ed è soprattutto persuaso dai toni etici e moralisti
della politica di Chibás, un esponente quasi stoico che si
toglie la vita pur di non partecipare al degrado dello Stato
allo sfacelo.” “Guevara passa invece direttamente ai fatti
senza perdersi in gesti retorici. È questo che ammiro del
Comandante: la lucidità di passare dalla teoria alla prassi
senza esitazioni, mediazioni.” “Caratteristica che stimi nel
Che presente anche in Castro forse in dose maggiore.
Fidel non argina la protesta in