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SISTEMA TRIBUTARIO ITALIANO

È il risultato di una serie di riforme che si sono succedute nel tempo; nel ‘63 si arriva a sentire
l’esigenza di un sistema semplice, chiaro e prevalentemente progressivo che prevedesse un
numero limitato di imposte con al centro un’imposta personale sul reddito. La riforma
fondamentale è del ‘73-‘74, è la riforma Fisentini ed interviene nel momento delle grandi riforme
Italiane. Infatti negli anni ‘60-‘70 vi è il miracolo economico italiano che trasforma l’Italia da un
paese arretrato e poco industrializzato in una forza industriale con benessere diffuso; vi erano
spese pubbliche di welfare crescenti e necessitavano un aumento dell’imposizione tributaria, si
necessitò una riforma. Questa tratta principalmente tre punti: la nascita dell’IRPEF (imposta sul
reddito delle persone fisiche; originariamente è un’imposta che comprende tutte le forme di
reddito riconducibili a persone fisiche), l’imposta sui redditi delle imprese (IRPEG) e la nascita
dell’imposta sul valore aggiunto (IVA). L’IRPEF ha come finalità la redistribuzione che avviene
attraverso la progressività del prelievo ma nasce incompleta, dall’imponibile vengono sottratti i
redditi da attività finanziaria (questa e l’attività lavorativa dovrebbero essere trattate allo stesso
modo secondo l’equità orizzontale ma la finanziaria segue una tassazione specifica), in seguito
verranno sottratte sempre più categorie; si è convertita in un’imposta speciale sui redditi da lavoro
dipendente. La riforma prevedeva che la finanza degli enti locali fosse una finanza derivata
(l’erario fa il prelievo e redistribuisce in base al criterio della spesa storica). Questa riforma lascia
vari problemi; la mancanza di un’adeguata riforma dell’amministrazione finanziaria (chi effettua i
prelievi) e la presenza di principalmente piccole-medie imprese (polverizzazione sistema collettivo)
determinano una propensione ad un’elevata evasione ed elusione delle imposte. Negli anni
‘50-‘60 comincia l’accumulo di debito pubblico (grandi infrastrutture) bilanciato però dall’aumento
del PIL, dagli anni ‘70 aumenta la spesa pubblica ma l’aumento del prelievo tributario non
controbilancia il debito che va crescendo esageratamente. Con l’eliminazione di varie fasce di
reddito dall’Irpef si arriva ad un sistema non equilibrato, vi sono redditi che riescono a sfuggire
dalla tassazione e altri che invece vengono colpiti in maniera incisiva. Quindi, uno dei problemi
principali che lascia la riforma (situazione aggravata da riforme successive) è l’imposta sulle
persone fisiche che si allontana dalla sua pianificazione originaria portando ad una distribuzione
problematica a sfavore dei lavoratori dipendenti. Negli anni ‘80 prevale l’efficienza all’equità
(preferisco imposte con meno distorsione possibile a migliori soluzioni allocative), le riforme che si
susseguono in questi anni seguono questo ideale, si cerca di ridurre le aliquote marginali (cuneo
fiscale) e indurre la maggiore neutralità delle scelte finanziarie delle imprese. Qui arriva la riforma
Visco (governo Prodi) che segue questo ultimo concetto e un’omogeneizzazione della tassazione
dei redditi da capitale, persegue inoltre un decentramento fiscale e quindi la creazione dell’Irap
che “finanzia la spesa sanitaria delle regioni”, si lavora inoltre sulle addizionali regionali dell’Irpef e
sulla riduzione dell’evasione fiscale (una parte dovrebbe andare alla riduzione del cuneo fiscale).
D’altra parte, a destra, si puntava alla riduzione della pressione fiscale (governi Berlusconi
volevano smantellare la riforma Visco). È lo stesso dibattito che affrontiamo attualmente. La
riforma opposta fu applicata parzialmente ma vede una riduzione delle imposte sugli affitti, sui
redditi da attività finanziaria e molte altre, vi fu una grande smantellandone dell’Irap (spesso
l’imponibile delle imprese era praticamente pari a zero e quindi non si applicava l’IRES, ma l’IRAP
perché aveva un aliquota bassa ma che colpiva più profitti, non si paga infatti sui profitti e ma sul
fatturato, quindi anche quando gli utili dichiarati sono bassi) e un’unificazione tassazione sulle
aliquote attività finanziaria (20%). In generale, a cavallo tra i due secoli, per circa due decenni si
vede un susseguirsi di riforme che hanno come obiettivo la riduzione del cuneo fiscale; Prodi nel
2007 che riduce le aliquote legali di imposta di IRES e IRAP per favorire la competitività italiana, il
successivo governo si concentra sulla detassazione dei premi di risultato e una riduzione a tre
delle aliquote legali dell’IRPEF, nel 2011 interviene Monti che amplia la deducibilità dell’IRAP e
aumenta l’IVA, e che nel 2012 introduce l’IMU portando entro il 2013 all’ingorgo della tassazione
immobiliare, l’orientamento è confermato da Renzi dal 2014 al 2016 che introduce il trasferimento
di 80 euro mensili a favore dei lavoratori tramite un maggiore prelievo dalle attività finanziarie

Le principali tasse attuali, IRPEF, IRES, IVA, accise sugli oli minerali, imposte sui tabacchi, prelievo
su vincite di “gioco”, sono quelle erariali (livello nazionale); quelle locali sono IRAP (ciò che ne
rimane), IMU (fasi) e addizionali regionali e comunali. NB.Il criterio di competenza economica
nazionale segue il principio giuridico, si scrive quello che si avrebbe dovuto prelevare (gli acconti
del 2018 ma il saldo 2017).

IRPEF, l’Imposta sul reddito


La scelta della base imponibile, che prescinde dall’analisi dell’Irpef, prevede di identificare tutte le
forme possibili di reddito identificabili come imponibile su cui poi si pone la scala di aliquote.

Quest’imposta è onnicomprensiva di tutte le possibili manifestazioni del reddito delle persone


fisiche, e non giuridiche. Le manifestazioni del reddito comprendono i redditi da lavoro dipendente
e autonomo, i redditi impresa, fondiari, da capitale e i redditi diversi; in pratica, però, sono tassati
quasi solo i redditi da lavoro indipendente (75%). È fondamentale all’individuazione della base
imponibile la definizione di reddito, nel definire il reddito dell’imposta bisogna ovviamente
considerare equità verticale e orizzontale (unità positive che mi facciano trattare individui diversi in
maniera diversa e individui uguali in maniera identica) in modo che l’imponibile sia adeguato alla
capacità contributiva dell’individuo, e il principio d’efficienza (scegliere la base che mi consente di
distorcere il meno possibile le scelte degli individui). Il reddito considerato può essere monetario o
reale; scegliere quello monetario può essere penalizzante se, ad esempio, gli scaglioni restano gli
stessi a livello nominale, anche se il salario è indicizzato, portando a dover pagare più tasse in
presenza di un maggiore reddito nominale anche se in presenza di inflazione. Il meccanismo di
fiscal drag prevede l’indicizzazione anche degli scaglioni o in alternativa la tassazione dei salari
reali, che sono entrambe soluzioni dalla difficile applicazione, l’Italia ha optato per la tassazione
del reddito monetario e una rara indicizzazione degli scaglioni.

In Italia, dopo aver definito il reddito complessivo, gli si applicano delle deduzioni per contributi
previdenziali obbligatori e spese mediche (es. in caso di handicap). Le detrazioni possono essere
per fonte del reddito (si applicano principalmente al reddito da lavoro dipendente in
considerazione del sacrificio che la produzione di questo reddito comporta, inoltre esiste
detrazione analitica per le imprese di natura forfettaria che rimborsa spese legate al lavoro
dipendente difficilmente desumibili), familiari (nel caso delle famiglie monoreddito che rischiano di
passare tutto a niente è previsto un correttivo forfettario per il coniuge a carico; analogamente
sono previsti correttivi per i figli a carico per rimborsare le spese del mantenimento considerando
il costo ma non il beneficio che portano, e altre per tutti i familiari a carico come nonni senza
reddito) e per oneri personali (gli interessi sono detraibili entro il limite del 19%, lo stesso vale per i
mutui assicurativi, le tasse scolastiche e gli atti di liberalità; esistono detrazioni per la
ristrutturazione e per favorire risparmio energetico (65%); sono previsti poi incentivi alla casa e alla
copertura previdenziale e delle detrazioni parziali per spese sanitarie ma con la franchigia). Si
ricordi, inoltre, che i lavoratori dipendenti e indipendenti versano acconti periodici da detrarre.

Si ottiene, a questo punto, il reddito imponibile al quale si applicano le diverse aliquote

(23% 0-15; 27% 15-28; 38% 28-55; 41% 55-75; 43% 75->).

Per i contributi che finanziano la

previdenza pubblica obbligatoria

esiste la facoltà di essere deducibili

dal reddito complessivo, i casi sono:

1.esenzione quando i redditi escono

dall’imponibile (spese mediche);

2.esenzione quando gli elementi del

risparmio vengono effettuati ogni anno

(interessi su spese mediche esenti);

3.tassazione (va in IRPEF).

Per la previdenza individuale si usa un

modello esenzione-tassazione agevolata-

tassazione agevolata (E-TA-TA).

1.fino a 5000 si può portare a deduzione

il versamento volontario;

2.avviene sugli interessi maturati

(inferiore al 26%);

3.alla fine dell’anno, non vanno ad IRPEF

ordinaria (aliquota agevolata dipende

dal numero di versamenti).

Tassazione dei redditi di impresa


Si parla di IRES per le società di capitali (la personalità giuridica della società comporta
tassazione autonoma in termini fiscali) e di IRI per le società di persone fisiche e per le imprese
individuali (le persone fisiche sono il riferimento, la quota d’imposta viene stabilita in base al
capitale apportato). Si studia sotto il profilo di equità ed efficienza. In riferimento all’equità si
analizza il problema della doppia tassazione dei redditi, per quanto riguarda l’efficienza si parla
degli effetti distorsivi provocati dalle imposte per quanto riguarda le scelte di investimento e
finanziamento delle imprese.

Qual è il problema dell’equità? Parliamo di una tassazione


che va in capo all’impresa; se parliamo di imprese individuali
o società di persone l’utile viene tassato e rientra nell’IRPEF,
se si parla di società di capitali graverà direttamente su essa.
Questa paga l’imposta sui profitti e i soci pagheranno una
seconda volta le imposte in quanto persone fisiche, qui
nasce il problema della doppia tassazione.

Bisogna comprendere se esistono ragioni per accettare questa doppia tassazione; una linea di
pensiero crede che l’impresa abbia autonomia propria rispetto ai soci che partecipano e che
quindi la tassazione sia doppia perché interviene su due sfere autonome, d’altra parte c’è chi
pone il problema in quanto vi è disparita tra le fasce di reddito. Generalmente, le imposte pagate
sui redditi della società vengono scalate pro-quota dai soci quando vanno in dichiarazione
(prendono l’utile netto che ricevono e vantano un credito di imposta pari a quanto hanno pagato
in società pro-quota, in questo caso si parla di integrazione totale). L’integrazione parziale
riguarda i soli utili distribuiti

I sistemi ad integrazione
hanno funzionato fino a
fine ‘900, poi si è
verificato che le azioni
erano anche estere e
utilizzare il meccanismo di
credito di imposta divenne
più complesso. Si è
generalmente passati a
tassazione sostitutiva o
ad una doppia tassazione
con aliquote inferiori.

Problema
distorsivo;
riguardo al
problema dei
finanziamenti, o
pago interessi sui
debiti o
incremento il
capitale/limito gli
utili per auto
finanziamento.
Se l’imposta non
presenta
deducibilità degli
interessi passivi
sarà distorsiva e
viceversa

Utilizzare imposte
sostitutive consente una
gestione delle entrate
tributarie più semplice (vero
fino a qualche anno fa, ad
oggi è possibile ricollegare
persone e investimenti).
Nella tassazione finanziaria
si cerca di rispettare il
concetto di universalità
(ogni tipo di transazione
finanziaria non dovrebbe
sfuggire alla tassazione),
neutralità ed equità.

Sono, inoltre, previste


agevolazioni per piani di
risparmio a lungo termine
(incentivare risparmiatori ad
entrare nel capitale delle
imprese con un’ottica di
lungo periodo); sono esenti
da imposta con limite
massimo di 150000 euro, è
un sistema sconosciuto ma
rilevante.

I soggetti incisi sono i consumatori finali (imposta diretta al consumo) e gli assoggettati sono gli
imprenditori. L’IVA è largamente evasa (Italia tra i primi), si potrebbe pensare il contrario (perché
imprenditore ha il diritto di rivalsa) ma l’imprenditore gioca con soldi non suoi (pagati da
consumatore); si evade l’IVA sia solamente per evadere le imposte dirette (si fattura meno per far
risultare un minore base imponibile), sia tramite maggiore fatturazione per aumentare l’IVA da
detrarre e ridurre i versamenti dell’imposta all’Erario. La volontà di evadere può nascere dalla
possibilità che il venditore decida di abbassare i prezzi (per evitare cambi di domanda) prima di
imporre la tassa trasferendo l’imposta dal consumatore a sé stesso; la cosa viene spesso
facilitata dalla complicità del consumatore (volontariamente accetta di partecipare o
involontariamente accetta un prezzo più alto) NB. esiste l’effetto bancomat (in caso di problemi di
liquidità, essendo l’IVA mensile, viene messa a credito, viene riscosso subito per mandarla in
compensazione). Un metodo per combattere l’evasione nasce con il reverse charge che inverte
l’obbligo di fatturazione a capo del consumatore e non del venditore, questo paga il servizio e va
direttamente a versare l’IVA, l’obbligo va in capo ad un soggetto che ritengo più responsabile. È
un metodo che varia molto la formulazione dell’imposta, era molto criticato ma è stato di volta in
volta ampliato il suo utilizzo. Nel 2015 è stato introdotto lo split payment, un tipo di reverse charge
che interessa la pubblica amministrazione (nome diverso perché non considerato soggetto
intermedio), si auto-riversa l’IVA nelle proprie casse (evita anche una catena di operazioni troppo
numerose con risultato negativo); è stato poi affiancato da un reverse charge generalizzato
nell’edilizia. Il sistema ha riscontrato una certa efficacia ma crea un problema di liquidità
sull’operatore (non solo lo split payment ma anche il reverse charge).

Altro sistema per evitare evasione è quella di diminuire la detraibilità dell’IVA.

Per quanto riguarda i rapporti internazionali è fondamentale tra principio di origine e principio di
destinazione per determinare quale aliquota pagare e a quale paese pagarla negli scambi con
l’estero. Si vorrebbe applicare il principio di origine che prevede controlli doganale UE per
redistribuire il gettito a favore dei paesi importatori. Non ci si riesce ancora per assenza di
armonizzazione delle aliquote completa e di una camera di compensazione (per equilibrare i gettiti
dagli stati). I metodi per applicare il principio di destinazione in assenza di controlli doganali sono
la notifica a tasso zero (agli esportatori è consentito un certo ammontare di IVA a credito
commisurato al proprio giro di affari, si presenta un plafont che viene presentato a fornitori per i
quali no pagheranno l’IVA) e il pagamento differito. Nel passaggio da destinazione a origine,
sempre più lontano, si applica un regime transitorio che prevede che si applichi il principio di
origine per gli importatori che sono consumatori finali e quello di destinazione per gli importatori
impresa. L’intero meccanismo è più complesso per i servizi, lo sviluppo normativo ha portato alla
direttiva 2008/8/CE (c’era moltissima evasione): B2B sta per business to business e intende
scambi tra individui intermedi, si usa regola di destinazione, avviene il contrario per B2C.

NB. Truffe carosello