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BILANCIO FINE MANDATO, lla COMMISSIONE

La città, come ogni forma di sistema antropico, è un meccanismo estremamente complesso, in continua
mutazione e composto da aggregati di tessuti eterogenei in cui interagiscono intimamente fenomeni
molteplici, non riconducibili alla semplice sommatoria delle componenti. Quei tessuti sono percorsi da
flussi di comunicazione che ne connettono le parti e che connettono la città con il territorio che la
circonda. Non è dunque possibile affrontare i problemi emergenti nella città senza formulare una
interpretazione, sia pur provvisoria, del suo divenire e degli obiettivi che presiedano all’azione di
governo. Nè è possibile cogliere le logiche della città, se si recidono le radici che, alimentandola, la
saldano con l’area metropolitana circostante e con il mondo.
I problemi e le prospettive di trasformazione che emergono, in piccole e grandi porzioni di città,
richiedono un approccio sistemico e multidisciplinare, che sia in grado di comprendere le relazioni tra
elementi che non possono essere ricondotti a singole discipline e singoli settori amministrativi.
La città fisica non è che l’impronta materiale dell'insieme delle relazioni sociali, dei valori condivisi
all’interno e all’esterno delle comunità e dei gruppi di abitanti, dei comportamenti, delle pratiche,
delle culture materiali, delle esperienze di vita che si svolgono nelle sue parti.
A queste considerazioni si è ispirata la nostra azione, sulla base di una concezione di opposizione
critica e (per quanto possibile) costruttiva.

La rinuncia del Comune ad attivare una osservazione unitaria, organica e sistematica, ha impedito di mettere
in evidenza quegli squilibri e quelle disuguaglianze che profondamente caratterizzano la Torino di
questi anni.
Una analisi, che sembrava essere partita con l’iniziativa Torino Atlas dell’Urban Lab nel 2018, era stata
affiancata e dopo poco sostituita da una serie di inchieste partecipative, con cui prendeva avvio il progetto di
Variante al Piano Regolatore. Neppure di quelle iniziative partecipative mi risulta essere mai stata tracciata
una sintesi interpretativa, e dunque non ne sono mai derivate linee di indirizzo, né tantomeno indicazioni
operative rivolte a mitigare le criticità.
A questo proposito, deve essere rilevato che all’Urban Center (oggi Urban Lab) struttura nata per
rinforzare il rapporto tra cittadini e governo della Città, è stata sottratta di fatto la possibilità di mettere in
atto concreti strumenti per il coinvolgimento dei cittadini nelle trasformazioni urbane, e diventare in questo
modo il principale riferimento per attivare azioni di partecipazione, di informazione, di trasparenza,
indispensabili al fine della redazione di una variante di piano. Nè ad esso è stato sostituito alcun altro organo
specificamente concepito.

Un primo aspetto strutturale (nel senso di intimamente connesso con condizioni politiche oggettive, insieme
a sensibilità e disponibilità personali), ha a che fare con i vincoli imposti dal bilancio comunale. Al di là
dall’entità del deficit, sicuramente un fattore vincolante, va detto che la questione del bilancio ha moltiplicato
la propria influenza sulle scelte urbanistiche, da una parte perché gli oneri di costruzione (e di variazione di
destinazione d’uso) costituiscono una delle principali voci di entrata del bilancio (e vengono spesso destinati
al pagamento di spese correnti della macchina comunale), dall’altra perché, sin da subito, una serie di
progetti già avviati dalle precedenti Amministrazioni sono state considerati, dagli esponenti della
maggioranza, procedure ormai inarrestabili, cui sarebbe stato impossibile sfuggire senza incorrere nella
accusa di danno erariale.

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Un secondo aspetto strutturale, che ha radicalmente condizionato le politiche territoriali, si riferisce alla
rinuncia ad operare sulla scala della Città Metropolitana. Aspetto che ha ulteriormente allargato il divario
tra esperienza dei fatti urbani e capacità di tener conto di tutti gli elementi, le vocazioni, le energie, gli
ostacoli e i vincoli che possono entrare in gioco a partire dal territorio esterno alla città.
Un terzo aspetto, non subordinato a condizioni oggettive, ma profondamente connaturato all’anima del
Movimento, è relativo alla incapacità di distaccarsi dal valore episodico del singolo caso emergente, quale
evento circoscritto, senza collocarlo all’interno di una logica complessiva di sistema.
Da qui l’impossibilità di ricondurre l’azione di governo ad una qualsiasi concezione strategica di medio
respiro.
L’impressione è che i singoli Assessorati, tranne poche eccezioni, abbiano quasi programmaticamente
evitato di dialogare tra loro, di accordare strumenti, di scambiarsi informazioni e coordinare obiettivi e
metodi. Sufficientemente eloquente è la assenza di confronto sistematico tra Assessorato al patrimonio ed
altri Assessorati, che si combina con l’indisponibilità di informazioni relative alle proprietà pubbliche
distribuite sul territorio, ostacolando l’utilizzo di elementi del patrimonio che siano localizzati in parti
strategiche della città, per l’attuazione di iniziative politiche di interesse più generale.

Più complesso è il giudizio sulla questione Cavallerizza Reale. Qui entrano in gioco questioni che, nello
spazio e nel tempo, vanno molto al di la del solo merito urbanistico e cui credo vada dedicato un giudizio
complessivo sulle logiche di potere, sui comportamenti, sui valori e sulle parole d’ordine che hanno
caratterizzato questa consiliatura.
Infatti, per poter attuare strategie di rigenerazione urbana flessibili e adattabili al rapido mutare degli scenari,
in un quadro politico che riconosca alle Istituzioni pubbliche la capacità di rappresentare prioritariamente
l’interesse della collettività, occorre ricondurre le politiche di dismissione di beni ad una strategia organica,
che si fondi su un quadro conoscitivo dettagliato e aggiornato del patrimonio immobiliare pubblico.

La stessa Variante di Piano, annunciata con iniziative di partecipazione, tavoli di discussione, confronto,
co-progettazione, si è ridotta ad operazione puramente quantitativa di correzione di parametri e di categorie
normative, senza realmente confrontarsi con le criticità diffuse nella Città.
La scelta - o meglio la sfida, come sosteneva l’allora Assessore Guido Montanari - di concepire e condurre a
completamento il delicato e complesso compito della Variante di Piano all’interno della struttura tecnica
comunale (non per la potenzialità della struttura, quanto per il sotto dimensionamento dell’organico, per il
tipo di mansioni che ne hanno indirizzato fino a ieri le esperienze prevalenti, per l’assenza di una
organizzazione inter-settoriale del lavoro adeguata) è rivelatore della sottostima che alla stessa iniziativa di
Piano è stata assegnata da parte dei vertici della maggioranza. É mia impressione che chi ha guidato la
Giunta non abbia mai riconosciuto al Piano un ruolo di regia generale della trasformazione, sintesi sovra-
ordinata che incorpora ogni altro programma, occasione per un patto fondativo tra istituzione e abitanti,
in cui si espliciti la prefigurazione dinamica di una città ripensata nelle forme e nei modi di abitare. Il Piano
in questo modo pare implicitamente diventare semplice adempimento burocratico, in capo al solo
Assessorato all’Urbanistica; infatti, parallelamente, altri Assessorati (Mobilità, Verde, Commercio…) hanno
messo mano alla redazione di propri specifici piani di trasformazione.
Si è persa una fondamentale opportunità affinché la Amministrazione ripercorresse i diversi luoghi e tessuti
che compongono la città, ne identificasse le vocazioni e le criticità aggiornate alla situazione attuale, e
formulasse una prefigurazione del loro divenire nella forma, nelle funzioni, nelle gerarchie e nel valore

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strategico attribuito alle sue parti. Vale a dire, un dispositivo normativo in cui fossero organicamente,
sistematicamente, esaustivamente descritti, attraverso linguaggi grafici e testuali, intenzioni, obiettivi, regole,
prefigurazioni, parametri, procedure, consentendo a ciascun cittadino od operatore di riconoscere, nei
luoghi che compongono la città, le opportunità ed i vincoli posti alle proprie iniziative.

Tanto singolare quanto esplicita è stata invece l’interpretazione che l’attuale Assessore all’Urbanistica,
l’arch. Jaria, ha riconosciuto del proprio mandato politico: esaminare di volta in volta le domande di
autorizzazione alla esecuzione di opere ricevute da privati, valutarne la coerenza con il quadro normativo e -
considerato soprattutto la netta prevalenza di deroghe al Piano ex legge 12 luglio 2011, n. 106 - misurarne le
ricadute, alla luce di un concetto di superiore interesse pubblico. Di un concetto cioè che può assumere
caratteri arbitrari, se non viene motivato a partire da un quadro normativo frutto di un processo formale di
approvazione. Per questa ragione, le iniziative dei privati sono diventate l’unico motore di
trasformazione che l’Amministrazione si limita a ricevere e sottoporre ad esame, mitigandone qua e là le
intemperanze. Alla istituzione non spetta alcun altro compito: non quello di esprimere scelte, individuare
priorità, sostenere le fasce deboli, favorire opportunità e innovazione nel lavoro, nel welfare, nell’abitare
sociale; né tantomeno competono iniziative per la tutela dell’ambiente e del paesaggio, l’adeguamento delle
infrastrutture, Il coordinamento di azioni tra operatori pubblici e privati, l’intervento in prima persona per
salvaguardare salute e benessere degli abitanti presenti e futuri.

Anche le periferie, bandiera del programma elettorale del Movimento, non hanno goduto di particolare
attenzione e di iniziative concretamente efficaci. Il costante vincolo di bilancio ha legittimamente indirizzato
i programmi verso interventi leggeri, di limitato costo e dunque di limitata entità. La parola d’ordine
“agopuntura urbana” che avrebbe dovuto individuare gangli strategici dove “fare molto con poco”, attivando
energie e risorse già presenti nel “corpo” della Città, si è tradotta perlopiù in interventi episodici di
manutenzione, certo necessari, ma incapaci di produrre positive propagazioni che ne moltiplicassero
l’efficacia. Anche azioni avanzate e innovative, come “Co-City”, che si basava sulla formulazione di patti di
collaborazione con gli abitanti, hanno conseguito nei fatti risultati modesti a fronte della complessità del
lavoro svolto da funzionari, tecnici, operatori, attivisti.

Nel periodo coincidente con l’insediamento della nuova maggioranza, la questione “Torino Città
Universitaria” si è affermata come uno dei più concreti nodi strategici del dibattito sul futuro della città.
Questione che contiene sicuramente elevate potenzialità e raccoglie l’interesse dei due Atenei torinesi
(Politecnico ed Università) e di EDISU. Tale questione non era ancora sufficientemente matura nel
precedente PRG, oggi ancora in vigore, ma recentemente ha acquistato un rilievo tale da poter sostenere un
ruolo portante della trasformazione urbana. Coinvolge temi nodali quali centralità diffuse, mobilità, casa,
servizi per lo sport e il tempo libero, luoghi per la cultura e l’aggregazione; per queste ragioni
l’Amministrazione Comunale avrebbe dovuto, in sede di Variante al PRG, assumersi il compito di garantirne
l’efficacia, l’integrazione con la città e la più equa distribuzione dei benefici e dei costi.
La funzione universitaria - e più in generale dell’economia della conoscenza - come dimostrato in molte
esperienze nazionali e internazionali, ha la potenzialità di propagare rigenerazione urbana anche al di là delle
specifiche sedi accademiche, diventare elemento propulsivo della emancipazione sociale, di contrasto al
degrado, motore di nuove forme di produzione e lavoro, e permette inoltre di utilizzare parte delle sedi e dei
servizi universitari come dotazioni estese all’uso dell’intera popolazione.

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La strategia indirizzata a promuovere Torino come città universitaria, oggi basata su accordi di
coordinamento tra i diversi soggetti istituzionali relativamente ad iniziative di sostegno allo studio, si rivela
invece una soluzione riduttiva e di limitato impatto sulla città.

Un ultima, necessaria, osservazione riguarda il governo della Città in tempi di Pandemia. Pandemia che ha
drasticamente modificato la percezione dello spazio urbano e le priorità dell’agenda di governo. Le
limitazioni imposte dalla crisi sanitaria hanno profondamente inciso sullo spazio fisico, sui comportamenti e
sui parametri che ne misurano quantità e qualità, tanto dello spazio individuale e domestico quanto su quello
collettivo, urbano ed extra-urbano.
Sono emerse drammaticamente le criticità latenti e si sono imposte nuove urgenze: la struttura del sistema
sanitario e della medicina di territorio, la rete di servizi di prossimità, le infrastrutture di mobilità, l’agibilità
del sistema scolastico ed i possibili utilizzi condivisi, la digitalizzazione, le nuove funzioni rivolte a logistica
e somministrazione dei vaccini, la gestione delle quarantene e delle fasi post-acute, l’accessibilità a spazi
aperti, la disponibilità di luoghi e reti per iniziative di sostegno a cittadini in difficoltà, la raccolta e
distribuzione di beni primari…….
Non molto è stato fatto, e soprattutto, qui come in altri casi, non si è riconosciuto in queste istanze il segno
incalzante di una urgenza di innovazione dei modi di abitare che non può essere trascurata. Sebbene
alcuni di questi settori possano ricadere sotto la competenza di altre istituzioni territoriali, nulla impedisce
che, quanto meno in sede di redazione della Variante al PRG, la Città esprima una propria indicazione
relativa a come Sanità, Istruzione ecc. interagiscano con i tessuti urbani, garantiscano accesso e inclusione,
inferiscano sulle reti della mobilità; né pone ostacoli al governo locale nel sollecitare i poteri sovra-ordinati
ad assumere iniziative concordate.

In questo scenario è giusto tuttavia segnalare alcuni elementi di positività.


Pur tra molte contraddizioni, occorre riconoscere che la Città ha assunto un indirizzo generale rivolto a
limitare il consumo di suolo. Che tuttavia lascia, almeno per ora, trasparire una connotazione per così dire
“puritana”, moralista e intransigente, che cioè non incide sui meccanismi di estrazione di rendita, e neppure
costituisce la premessa per una stagione di iniziative di rigenerazione all’interno del tessuto urbano esistente,
che individui nuove strade per dare priorità alla qualità dei tessuti emarginati, insieme alla capacità di dare
voce a chi non è rappresentato all’interno della comunità urbana.

Un ulteriore elemento che ritengo di dover segnalare come iniziativa virtuosa, seppur limitata, riguarda la
sperimentazione di interventi leggeri per una mobilità sostenibile nel quartiere San Salvario: spazi pedonali,
percorsi veicolari che dissuadano il traffico di attraversamento, aree a 20 Km/h che rallentano senza
selezionare, facendo sì che possano convivere mezzi pedoni ecc.
(senza per questo condividere le modalità in cui sono state realizzate le piste ciclabili, frutto di ubriacatura
ideologica piuttosto che di analisi di tracciati sicuri).