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SENTENZE

Le sentenze di Cassazione presentano sempre una stessa struttura → i giudici sono giudici di legittimità,
non di merito, per questo non viene riportato il fatto oggetto di impugnazione:

I. Intestazione → indica l’organo istituzionale che l’ha emessa


II. Svolgimento del procedimento → rispetto ai precedenti gradi di giudizio compreso il ricorso alla
cassazione;
III. Motivazione → si articolano i motivi di impugnazione della sentenza d’appello (per essere ammessi i
capi di impugnazione devono essere previsti dall’art. 360 del Codice di Procedura Civile) →
Presentazione dell’iter logico-giuridico
IV. Dispositivo → La cassazione, spiegato l’iter, accoglie o rigetta i capi di impugnazione

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1) Sentenza 2009

ABUSO DEL DIRITTO → recesso ad nutum (recesso unilaterale art. 1373); concessione di vendita; buone
fede in senso oggettivo (art.1175, 1375);

PREMESSA: l’ordinamento italiano diversamente da quello tedesco e svizzero non disciplina l’abuso del
diritto in via generale, preferendo ricorrere a norme specifiche.
L’abuso del diritto viene strettamente legato al principio generale di buona fede oggettiva e nella
maggior parte dei casi coincide con un abuso della propria posizione contrattuale, vantaggiosa rispetto
a quella della controparte, o nella mancata salvaguardia dell’utilità della controparte. A causa di un
difficile inquadramento concettuale, spesso l’abuso del diritto veniva categorizzato come una forma di
atto emulativo, ma la Cassazione (III Sezione) in questa sentenza ne sancisce l’assoluta indipendenza.

Situazioni di abuso del diritto possono verificarsi in ambito di contatto sociale come forma di
trasgressione rispetto agli obblighi di protezione;
In materia societaria si rinviene nell’esercizio del diritto di voto assembleare nel perseguimento di fini
extra societari;
In materia tributaria può coincidere anche con un utilizzo distorto degli strumenti giuridici al fine di
trarre vantaggi fiscali;
Può coincidere, come in questo caso, nell’esercizio della facoltà prevista dal diritto di recesso ad nutum,
anche su base contrattuale, da parte di chi è posto in una posizione negozialmente più forte rispetto
all’altra.
La Corte di giustizia europea, pur non disciplinando la materia, ritiene che il divieto di abuso del diritto
sia un principio generale del diritto comunitario.

INIZIA LA SENTENZA

Abuso del diritto configurato come l’esercizio di una facoltà prevista da contratto di concessione di
vendita (recesso unilaterale ad nutum), violando però, a giudizio della corte di cassazione a sezioni
unite, l’obbligo di buone fede oggettiva contrattuale
→ il concessionario si poneva da contratto in una posizione di dipendenza rispetto alla cose produttrice
dal momento che il contratto prevedeva rinnovo solo in caso di raggiungimento di un target di vendita
→ il concessionario al fine di raggiungere questo target sostiene costi pluriennali e da ammortizzare in
esercizi successivi. Il recesso della Renault è avvenuto con preavviso di 3 mesi, che però dalla
cassazione non sono stati considerati sufficienti per il concessionario (per questo si parla comunque di
recesso ad nutum, che però era concesso da clausola contrattuale).
In primo grado ‘associazione dei concessionari revocati eccependo abuso del diritto da parte della
Renault chiedendo dunque un risarcimento per l’illecito → il tribunale rigetta le domande
compensando le spese. In secondo grado la corte d’appello conferma la sentenza di primo grado.

L’associazione di concessionari si rivolge alla Cassazione con 5 motivi di impugnazione della sentenza
emessa dalla Corte d’appello:
1) Sentenza nulla per vizi relativi alla costituzione del giudice → mancanza di collegialità nella
decisione (La pronuncia della sentenza è stata antecedente rispetto alla riunione dei giudici in
camera di consiglio). Le corte di cassazione respinge il motivo di impugnazione per errore materiale
(RIGETTATO)
2) Violazione del principio di buona fede → (ACCOLTI NEI LIMITI MOTIVATI)
3) Violazione e falsa applicazione dell’articolo 2043 (ACCOLTO NEI LIMITI MOTIVATI)
4) Applicabilità analogica del contratto di agenzia Per percepire un’indennità SUL contratto di
concessione di vendita dal momento che tale contratto non può essere inquadrato in uno schema
contrattuale tipico (pur avvicinandosi a quello di somministrazione) (ACCOLTO NEI LIMITI
MOTIVATI)
5) Mancata compensazione delle spese relative al giudizio d’appello (ASSORBITI DALLE CONCLUSIONI
RAGGIUNTI → viene assorbito anche il ricorso incidentale della Renault relativo alla liquidazione
delle spese di giudizio di primo grado)

Sentenza di Corte d’appello.


1) Il giudice non controlla l’atto di autonomia privata in quanto il diritto di recesso risponde all’autonomia
contrattuale delle parti.
2) Non c’è recesso illegittimo (quindi non richiami a correttezza e buona fede) perché questi vengono
rilevati solo per verificare l’adempimento di determinati obblighi (non creano obbligazioni autonome)
3) Non sono presenti i presupposti enucleati dalla giurisprudenza in caso di abuso de diritto (che viene
accumunato ad un atto emulativo) : 1) assenza utilità per titolare del diritto (elemento oggettivo) 2) animus
nocendi (elemento soggettivo

4) Il libero mercato prevede che ciascuno sia responsabile delle proprie scelte d’impresa
5) L’abuso non sussiste perché il recesso ad nutum, era per la renault il mezzo più conveniente per la
risoluzione del contratto di cessione di vendita.
L’esercizio di una facoltà prevista da contratto può essere sanzionate solo se in contrasto con norme
imperative (→meccanismi di sostituzione automatica)

Risponde la cassazione (iter logico giuridico)


1) La cassazione ritiene che gli atti di autonomia privata non siano soggetti a sindacato giurisdizionale, ma
qualora il rapporto evolva in chiave patologica e con richiesta d’intervento del giudice, a questo spetta
l’interpretazione (→soggettiva) del contratto per trovare la comune intenzione delle parti → l’atto di
autonomia privata in definitiva può essere sottoposto al controllo giurisdizionale in caso di necessità.
l’interpretazione deve avvenire prima di tutto a livello letterale, quindi attraverso criteri sussidiari ma
soprattutto anche secondo il criterio di buona fede (art. 1366) la cui violazione costituisce inadempimento
di per sé comportando così l’obbligo risarcitorio.
La corte d’Appello non poteva esimersi dal valutare le circostanze impeditive dell’esercizio del recesso e
fondanti un diritto di risarcimento per il suo abusivo esercizio.
La Corte d’appello non ha esaminato l’atto effettuato verificando l’eventuale esistenza di altri fini associati
al recesso.

2) La buona fede deve essere esercitata nel rapporto anche in assenza di obblighi contrattuali/norme
specifiche nell’ottica di bilanciare i vicendevoli interessi → la buona fede diventa infatti uno strumento
integrativo.
Bisogna evitare che un diritto soggettivo per un suo utilizzo diventi puro arbitrio
La cassazione contesta l’abuso, non dell’autonomia, ma dell’atto di autonomia

3) La corte di cassazione dichiara che contrariamente a quanto affermato dalla corte d’appello l’abuso del
diritto non sia riferibile ad un atto emulativo e che dunque sia indipendente dai requisiti oggettivi e
soggettivi di tali atti (mancanza di giustificazione + animus nocendi). La Cassazione ritiene invece che
l’abuso del diritto si sia configurato come un recesso arbitrario avente forma di recesso ad libitum non
consentito dall’ordinamento (a prescindere da dolo e animus nocendi → fatto con assoluta arbitrarietà).

4) L’interpretazione dell’atto di autonomia contrattuale deve avvenire tenendo conto, oltre alla buona fede
oggettiva, anche delle posizioni di supremazia e dipendenza contrattuale delle parti → la tutela della parte
contrattualmente debole non dipenda da una valutazione politica, ma squisitamente giuridica dal momento
che esercizi sconfinati di tali diritti determinano ripercussioni negative nei rapporti di forza del mercato
(non siamo comunisti);

5) La corte ritiene che contrariamente alla corte d’appello, non sia irrilevante la modalità del recesso,
ponendo attenzione sulla proporzionalità dei mezzi usati.

La corte di cassazione ritiene che il solo disporre di un diritto non è condizione sufficiente per un suo
legittimo esercizio se la patologia del rapporto vi sono rimedi in grado di agire sugli interessi contrapposti in
modo più proporzionato. L’abuso del diritto non è disciplinato dal legislatore perché originariamente
veniva considerato a livello etico-morale meritevole di biasimo ma non presupponeva un obbligo
risarcitorio → l’assenza di una previsione legislativa generale riguardante dall’abuso del diritto è giustificata
dalla corte asserendo che la sua eventuale esistenza avrebbe portato incertezza e grande latitudine di
potere al giudice → si sono preferite norme specifiche (come il diritto di voto in materia societaria).
Elementi costitutivi dell’abuso del diritto:
1) titolarità di un diritto soggettivo;
2) che l’esercizio di tale diritto possa avvenire in una pluralità di modi non predeterminati
3) che l’esercizio concreto avvenga secondo modalità non censurabili (sia giuridicamente che eticamente);
che l’esercizio effettuato porti a una sproporzione ingiustificata tra beneficio del titolare e sacrificio della
controparte (contrario a buona fede);

Si ha abuso quando non vi è correlazione tra poteri conferiti e scopo per i quali essi sono conferiti qualora
consentiti dall’ordinamento. L’esercizio delle facoltà del diritto avviene in maniera idonea, ma come
espediente per raggirare l’obbligo di nuova fede.
Rispetto alla situazione individuata CASSA CON RINVIO rimettendo al giudice di merito di decidere
attenendosi appena evidenziati per riconoscere l’abuso del diritto e il conseguenziale obbligo risarcitorio in
capo alla Renault. Rimette alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione la sentenza e le spese
(anche del giudizio di cassazione).

2) Sentenza 2014 → Corte di Giustizia Europea; tutela diritti privacy e oblio (in internet); direttiva 95/46;
GDPR; crisi diritto-tecnologia;

DIRITTO ALL’OBLIO:

Direttiva 95/46 (abrogata nel 2018) → ha per oggetto la tutela dei diritti e delle libertà fondamentali delle
persone fisiche. Prevede che i dati siano esatti e aggiornati (attività di rettifica se necessario) disposti per
finalità determinate, conservati per un arco di tempo non superiore a quello necessario per conseguire le
finalità. La persona interessata ha il diritto di esigere cancellazione o congelamento dei dati personali per
giusta causa (ghosting), e facoltà di opporsi in qualsiasi situazione al trattamento degli stessi.
La direttiva prevede che ogni stato disponga di uno o più autorità pubbliche che collaborino tra loro a
livello sovranazionale e che dispongano di poteri investigativi (diritto di accesso ai dati), poteri di
intervento. Ciascuna autorità può intervenire su richiesta di un paese membro. La direttiva quindi precisa le
definizioni dei termini usati in trattamento di dati personali:

DATI PERSONALI: Qualsiasi informazione concernente una persona fisica identificabile per suoi elementi
caratteristici (→persona interessata);
TRATTAMENTO: Qualsiasi operazione eseguita sui dati personali ( registrazione, archiviazione,
trasferimento o cancellazione)
RESPONSABILE DEL TRATTAMENTO: persona fisica/giuridica che effettua le operazioni di trattamento per le
sue finalità.

A regolare ulteriormente questa materia è intervenuto il regolamento 679/2016 del GDPR attraverso il
quale sono state portate nuove procedure di trattamento dati da parte dei service providers, nonché
l’introduzione del Data Protection Officer → una figura del tutto esterna dal service provider e che
supervisiona il trattamento dati, assicurandosi che sia fatto nel rispetto delle normative vigenti; il DPO è
anche il primo interlocutore in materia di sicurezza dati con l’organo di controllo.
Inoltre il GDPR si propone come un grande strumento di difesa del diritto all’oblio, assicurando
all’interessato (le cui informazioni sono disposte dal service provider) la possibilità di tracciare gli atti di
disposizione dei suoi dati da parte del provider (=tracking), nonché di richiederne la cancellazione
(=ghosting)
Il GDPR ha introdotto anche il Vulnerability Attention Test, ossia un test che simula un tentativo di
Hackeraggio al fine di verificare l’affidabilità dei servizi di sicurezza del provider.
La mancata osservanza delle procedure di trattamento dati e di sicurezza può determinare sanzioni variabili
tra il 2 e il 4% del fatturato del provider.

Rispetto alla vicenda di Google Spain, nel 2013 se ne è verificata una analoga in cui è intervenuta la
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che si è pronunciata in maniera completamente diversa rispetto alla
CGUE nel caso in questione → pur non trattandosi di diritto all’oblio, nel caso Węgrzybowski (= Vegribovski)
si verifica sempre una lesione all’onore dovuta alla pubblicazione in rete di materiale diffamatorio. La
CEDU anziché accogliere la domanda di rimozione del contenuto avanzata dal Węgrzybowski, ritiene che un
equo bilanciamento degli interessi possa sostanziarsi in una modifica dell’articolo, che avrebbe dovuto
presentare una nota in cui si dichiarava che l’Autorità Giudiziaria ritenesse l’articolo diffamatorio. La
decisione della CEDU viene giustificata dal fatto che la rimozione dell’articolo venga considerata come un
rimedio pericoloso rispetto alla democraticità dell’informazione, presentando quindi forti richiami
orwelliani (si parla esplicitamente di “rewriting history” → su tale punto (come si dirà in seguito) la
Cassazione è d’accordo.

LA VICENDA DEL PROCESSO


Nel 1998 il quotidiano La Vanguardia pubblica in rete un articolo in cui vi è la pubblicizzazione di un’asta
giudiziaria (sorta come esecuzione forzata su beni del debitore) a seguito del pignoramento sui beni da
parte dei creditori dell’avvocato Gonzales.
La pubblicizzazione dell’asta giudiziaria nell’articolo inoltre era stata supportata dal Ministero del Lavoro e
degli affari Sociali al fine di raggiungere il maggior numero di partecipanti. Dopo svariati anni dalla
conclusione della vicenda (e quindi dal soddisfacimento coattivo dei creditori dell’avvocato) l’articolo de La
Vanguardia rimane reperibile a tutti gli utenti del motore di ricerca Google. La reperibilità di questo articolo
allontana dall’avvocato potenziali clienti, causandogli quindi un forte danno patrimoniale rispetto a una
questione ormai terminata da anni e priva di ripercussioni nel presente.
Gonzales presenta un reclamo ad AEPD (agenzia di protezione di dati) contro:

LA VANGUARDIA (quotidiano),
Google INC (motore di ricerca)
Google Spain (succursale di Google Inc, ha però personalità giuridica autonoma)
lamentando una lesione al suo diritto all’oblio → richiede al quotidiano la cancellazione/aggiornamento
dell’articolo, mentre chiede a Google Inc e Spain l’eliminazione del link per accedere all’articolo.

La AEPD rigetta il reclamo contro il quotidiano per la tutela del diritto di informazione, tuttalpiù perché
l’oggetto dell’articolo era stato promosso anche dal Ministero del Lavoro e degli Affari sociali, accoglie
invece il reclamo contro Google ritenendo che la reperibilità dell’articolo vada a ledere il diritto
fondamentale alla protezione dei dati e la dignità del Gonzales, rispetto a una questione che ha ormai
esaurito il suo margine di utilità per l’interesse pubblico.

Google Inc e Google Spain propongono due separati ricorsi contro AEPD presso l’Audencia Nacional
(tribunale spagnolo), ribadendo il fatto che Google INC sia un semplice fornitore di servizi rispetto ad un
sito sorgente in cui sono archiviate le informazioni digitali, e che dunque l’indicizzazione automatica dei
contenuti in base alla loro “popolarità” non potesse essere considerata come effettivo trattamento dati
(per come inteso dalla direttiva 95/46), e anche se tale attività venisse considerata un trattamento, Google
non potrebbe essere considerata come responsabile del trattamento rispetto al mare magnum di
informazioni archiviate nel sito sorgente. L’Audencia Nacional sospende il processo e rimette alla corte di
giustizia europea 3 quesiti in merito alla vigente direttiva 95/46 per prendere una decisione:

1) Sotto l’aspetto territoriale dell’applicazione della direttiva, si chiede se esita uno stabilimento
laddove un service provider apra una filiale/succursale nel paese membro (Google INC → Google
Spain; La risposta della CGUE è affermativa, ribadendo il fatto che l’operato della succursale debba
obbedire alle normative vigenti nel paese in cui opera (quindi spagnole e europee in questo
caso)→ sebbene sia Google INC il responsabile della gestione dei dati, Google Spain svolge
comunque un’attività di supporto, ma comunque determinante per il reperimento delle
informazioni nel paese in cui si trova → questo vincola Google INC a rispettare la normative dei
paesi in cui si trovano i suoi stabilimenti nel trattamento dei dati.
2) Se le operazioni di archiviazione, disposizione e indicizzazione dei dati enucleino il significato di
trattamento dei dati, quindi se Google INC possa essere individuato come responsabile di
trattamento e soprattutto se l’AEPD sia autorizzato ad esigere da Google la deindicizzazione delle
informazioni dell’interessato senza rivolgersi al titolare della pagina web, e se i soggetti interessati
possano opporsi in qualsiasi momento al trattamento dei loro dati da parte del provider; la risposta
della CGUE è affermativa per quanto riguarda il trattamento, ancora affermativa per quanto
riguarda il responsabile, essendo colui che definisce le finalità del trattamento e il loro utilizzo
funzionale a tale finalità ed è sempre in virtù di tale responsabilità che il motore di ricerca è
chiamato se necessario a determinare la deindicizzazione dei contenuti sulla sua piattaforma (ed è
sempre in virtù di tale responsabilità che Gonzales ha diritto ad agire contro Google e non contro il
quotidiano che si serve della pubblicazione digitale per soli scopi giornalistici); la risposta è ancora
affermativa per quanto riguarda la titolarità dell’interessato rispetto alle informazioni trattate dal
provider e quindi al suo diritto, in presenza di giusta causa, che le sue informazioni vengano
congelate/archiviate dal provider → la giusta causa può essere determinata dall’esaurimento
dell’utilità delle informazioni rispetto alle finalità prefissate, oppure nel caso in cui vi siano difetti di
veridicità o di aggiornamento delle informazioni stesse, rendendosi dunque fuorvianti rispetto alla
persona cui si riferiscono
3) Se il diritto alla cancellazione delle proprie informazioni al fine che vadano dimenticate possa
essere esercitato contro il service provider anche quando la loro divulgazione è stata lecita; La
risposta è affermativa rivelando che la direttiva 95/46, nonché la Carta dei diritti fondamentali
dell’Unione Europea, attribuiscano tale importanza alla riservatezza delle informazioni degli
interessati da farla prevalere rispetto all’interesse economico del service provider e all’interesse
del pubblico di accedere all’informazione, ma solo nel caso in cui l’informazione abbia esaurito la
sua utilità per l’interesse del pubblico (la ragione di superiorità del diritto di cronaca rispetto ai
diritti della personalità dei singoli interessati)

La sentenza della CGUE ha come conseguenza che L’AEPD accoglie la domanda in virtù della direttiva 95/46:
i sistemi di trattamento dei dati, che devono rispettare la legislazione degli stati membri della direttiva, non
devono essere in contrasto con i diritti fondamentali dei soggetti. Google inc, responsabile dell’attività della
succursale, deve assicurare che il trattamento dei dati da parte di questa avvenga nel rispetto della
legislazione nazionale in cui opera → la deindicizzazione avviene solo nei paesi in cui è vigente la direttiva
95/46, ossia in tutti i paesi dell’Unione, il ché rende la sentenza solo un parziale successo per Costeja
Gonzalez e sicuramente una minaccia per l’ordinamento europeo poiché la sentenza sembra avere solo
effetti relativi. Ad aggravare la situazione vi è il fatto che la maggior parte delle fonti deindicizzate da
Google siano raccolte da vari utenti in un server del sito hiddenfromgoogle.com posto al di fuori dei confini
europei

la Cassazione italiana, pur rispettando la tutela dell diritto all’oblio, guarda con sospetto alla
deindicizzazione ritendendolo un forte vincolo all’informazione, preferendo dunque l’aggiornamento delle
informazioni digitali (consapevole però che i costi da sostenere per un costante aggiornamento dei dati
siano insostenibili anche per i più grandi service providers) → si verificò un caso in cui un soggetto fu leso
nel suo diritto all’onore per il mancato aggiornamento di un articolo che lo riguardava (il soggetto, prima
arrestato, era stato prosciolto → l’articolo non informava del successivo proscioglimento): il parere della
Cassazione, pur contemplando la tutela al diritto all’oblio, è analogo a quello della CEDU per il caso
Węgrzybowski.
Altro esempio riguardante la Cassazione italiana lo si ha nel caso “Google/Vivi Down” in cui si statuisce che
nel caso di uploading (caricamento di file multimediali) da parte di utenti di un servizio di hosting, siano gli
stesi utenti ad essere responsabili del trattamento dati.

3) Sentenza 500/1999 → Cassazione a sezioni unite: interesse legittimo; decreto 80/1998; svolta della
sentenza (per importanza del danno ingiusto); diritto di superficie

INTERESSE LEGITTIMO è la situazione giuridica soggettiva del privato può vantare solo verso la P.A. ed è la
pretesa che l’esercizio del potere della pa sia legittimo (necessario controllo di legittimità), ovvero in
conformità con la legge, ed ha come oggetto un bene della vita o un’utilità che un privato mira a
conservare (oppositivo) o a perseguire (pretensivo) tramite l’esercizio del potere della pa.
Interesse legittimo oppositivo= ha per oggetto un bene da conservare rispetto all’operato della P.A.
Interesse legittimo pretensivo= ha per oggetto un bene da conseguire attraverso l’operato della P.A.

È la posizione soggettiva di vantaggio riconosciuta dall’ordinamento in ordine ad un bene che è anche


oggetto di potere amministrativo (funzionale ad un interesse generale, non in contrasto con quello del
singolo). Dunque non è un mero interesse procedimentale per partecipare alla formazione degli atti
amministrativi.

La figura dell’interesse legittimo è stata enucleata nel 1889 da dottrina e giurisprudenza in occasione della
costituzione della quarta sezione del consiglio di stato a cui vennero affidati i poteri di annullamento
dell’atto illegittimo. Per ora l’interesse legittimo era la pretesa del privato contro il consiglio di stato (vs pa)
ma non ha alcuna pretesa di risarcimento.

Nel 1992 si ha l’interruzione del dogma di risarcibilità: per la prima volta è consentito il risarcimento a
fronte di un danno da lesione di interessi legittimi solo per gli atti che violano diritto comunitario in
materia di appalti pubblici, lavori o fornitura: bisognava chiedere annullamento al giudice amministrativo
e poi il risarcimento al giudice ordinario. Bisognava quindi attuare due processi al fine di veder tutelato il
proprio interesse legittimo, e tale tutela veniva riconosciuta unicamente all’interesse legittimo oppositivo,
in virtù del principio del diritto “affievolito”→ si riteneva che l’attività espropriativa (o comunque lesiva)
posta in essere dalla P.A., proprio in virtù dell’interesse generale per cui veniva fatta, indebolisse il diritto
soggettivo assoluto rendendolo puro interesse legittimo, diventando quindi materia del giudice
amministrativo (prima dell’indebolimento lo stesso interesse era materia del giudice ordinario) → nel caso
in cui il giudice ordinario avesse dichiarato l’annullamento dell’atto della P.A. allora l’interesse legittimo
avrebbe riacquisito il vigore di diritto soggettivo assoluto, tornando ad essere di competenza del giudice
ordinario così da poter richiedere il risarcimento.
In questa situazione l’interesse legittimo pretensivo non veniva minimamente preso in considerazione
poiché sembrava sorgere senza alcun fondamento rilevante (non c’era un diritto soggettivo assoluto da cui
poter derivare)

Si arriva con il DECRETO 80/98 a un sistema di riparto giurisdizionale in cui il giudice amministrativo
può condannare al risarcimento dei danni solo in materie definite (poi ricorrere a Giudice ordinario).

Con la sentenza 500/99 (la legge effettiva ci sarà l’anno successivo) che incide sull’importanza del danno
ingiusto, si afferma la legittimità di chiedere il risarcimento per lesione interesse legittimo al giudice
ordinario indipendentemente dall’annullamento preventivo dell’atto da giudice amministrativo (che ora
può sia annullare sia risarcire), ma è richiesto l’accertamento dell’illegittimità del provvedimento invece
dell’annullamento. Riguardo gli oneri probatori: il privato deve provare la violazione della P.A. di obblighi
gravanti; la P.A che la violazione sia stata determinata dall’impossibilità non imputabile a lei (in caso di
colpa non c’è impossibilità)

Originariamente si riteneva che il campo d’azione della responsabilità civile si limitasse unicamente a danni
ingiusti arrecati a diritti soggettivi assoluti → la situazione è cambiata a seguito di una revisione
dell’articolo 2043, attraverso la quale con “danno ingiusto” si è iniziato a far riferimento alla lesione di
qualsiasi interesse giuridicamente rilevante; questo a causa del fatto che pur non essendo espressamente
disciplinato dall’ordinamento, l’interesse legittimo viene rilevato negli art. 24-103-113 della Costituzione e
viene equiparato ai diritti soggettivi. Inoltre per quanto riguarda la rilevazione “dell’ingiustizia” del danno,
inizialmente il danno ingiusto doveva essere simultaneamente contra ius e non iure → con questa
sentenza, al fine di allargare gli orizzonti della risarcibilità, il danno per essere ingiusto è sufficiente che sia
anche solo non iure.

A differenza di diritti soggettivi (tutelati in maniera assoluta), gli interessi legittimi sono tutelati in modo
mediato ed eventuale in relazione alla soddisfazione dell’interesse pubblico tramite atto della pa.
L’interesse è leso quando l’atto amministrativo è in violazione delle regole di imparzialità, correttezza e
buona amministrazione. Con la sentenza, che ha attenuato la differenza tra diritti soggettivi e interessi
legittimi, questa lesione rientra nella responsabilità aquiliana solo se
1) danno risulta ingiusto,
2) L’attività della P.A. sia illegittima e colpevole ( contraria cioè a imparzialità correttezza e buona
amministrazione).

LA VICENDA DEL PROCESSO

Nel 1971 il Comune di Fiesole presenta un Piano Regolatore Generale (PRG) che non include tra le zone
edificabili quella di proprietà dell’istante, tale Signor GV, disattendendo la convenzione di lottizzazione
stipulata nel 1964 → il PRG viene quindi annullato dal Consiglio di Stato, ma poi viene riadottato dal
Comune di Fiesole che giustifica il mancato rispetto della convenzione di lottizzazione dichiarando che
quell’area fosse destinata a verde agricolo.
GV, proprietario dei terreni di cui era stata disattesa la convenzione di lottizzazione, nel 1996 intenta un
processo contro il Comune di Fiesole presso un tribunale ordinario → Il Comune di Fiesole eccepisce il
difetto di giurisdizione del giudice ordinario (ritenendo che la causa fosse di natura amministrativa e non
civile)
Propone quindi il Regolamento Preventivo di Giurisdizione al fine di evitare che il processo fosse portato
avanti con un giudice sprovvisto di giurisdizione, si rimette direttamente alla Corte di Cassazione il potere
di decidere sulla questione di giurisdizione (se la competenza sia di giudice ordinario o amministrativo)

Nel caso in esame quindi il signor GV lamentava la lesione di un interesse legittimo (dal momento che
esisteva la convezione di lottizzazione) pretensivo → fino a quel momento però vigeva il principio del diritto
affievolito e nello storico giurisprudenziale non era mai stato risarcito un interesse legittimo pretensivo,
inoltre l’eccezione del Comune di Fiesole era apparentemente fondata, in quanto sempre nel rispetto di
suddetto principio, per dichiarare l’annullamento di un atto amministrativo, o comunque avere un
risarcimento era necessario passare prima per il giudice amministrativo (tra l’altro con il decreto 80/98 il
giudice amministrativo ha facoltà di dichiarare anche il risarcimento). La cassazione, a seguito della
rivisitazione dell’articolo 2043, quindi del concetto di danno ingiusto, facendo decadere la risarcibilità
esclusiva dei diritti soggettivi assoluti, dà ragione al signor GV → il processo deve essere svolto presso un
tribunale ordinario; ma è comunque necessario l’accertamento dell’illegittimità dell’atto amministrativo →
in merito a ciò, il signor GV ha l’onere di dimostrare che l’atto sia illegittimo per la violazione di
imparzialità, correttezza e buona amministrazione, il Comune di Fiesole invece che le ragioni di tale
illegittimità non gli siano imputabili.