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Capitolo 2: sensazioni:

Una sensazione può avvenire quando gli organi di senso registrano stimoli fisici e trasmettono al
cervello segnali bioelettrici che possono dar luogo a sensazioni. Ad uno stimolo fisico quindi
seguirà un’azione solo se esso avrà una certa grandezza fisica e se quindi oltrepasserà la quantità
minima per cui uno stimolo può mutarsi in sensazione, definita soglia assoluta. Quindi utilizziamo
la parola soglia per indicare il confine tra ciò che riusciamo e ciò che non riusciamo a captare dai
nostri organi di senso.

La funzione psicometrica: le procedure utilizzate per determinare le soglie sono chiamate metodi
psicofisici; quello più semplice è il metodo dei limiti il quale prevede che lo sperimentatore
presenti al soggetto una serie di stimoli che vanno da quelli impercettibili al soggetti i quali quindi
non verranno mutati in sensazioni, a quelli che invece superano la soglia assoluta, quindi si fa una
media fra il valore nullo, ovvero quello che si trova sotto la soglia assoluta e quello
immediatamente successivo.

Se volessimo tramutare questo in un grafico in cui sull’asse delle X c’è lo stimolo e su quella delle Y
c’è la percentuale delle risposte che hanno creato una sensazione vedremo che si andrà a formare
una funzione ad andamento a forma di S, definita funzione psicometrica. (Si definisce la soglia
come l’intensità dello stimolo corrispondente a una percentuale di rilevamenti sulla funzione
psicometrica pari al 50 %.

Rilevare i cambiamenti di intensità:

uno dei compiti fondamentali dei nostri sistemi sensoriali è quello di rilevare i cambiamenti di
intensità. Possiamo dire che la differenza minima di intensità tra due stimoli che permette di
rilevare che tali stimoli siano diversi viene definita soglia differenziale o nota come Differenza
Appena Percepibile o JND (just noticeable difference). Tale soglia è quindi la differenza di intensità
tra uno stimolo Standard (SS) e uno stimolo differenze o stimolo a Confronto (SC) necessaria
affinchè i due stimoli vengano percepiti come differenti. Quindi la differenza tra SC-SS è uguale alla
soglia differenziale definita come ∆I ovvero come una variazione di intensità. Inoltre poiché ∆I è
una differenza tra ss e sc a livello soglia allora essa corrisponderà anche ad una JND ovvero al
minimo valore di intensità che permette al soggetto di rilevare una differenza nella sensazione.

La legge di Weber: NEL 1830 Ernst Heinrich Weber scoprì che l’incremento della stimolazione ∆I
richiesto per avere una differenza appena percepibile è direttamente proporzionale allo stimolo
Standard o SS. Secondo Weber più grande è uno stimolo e maggiore sarà l’incremento necessario
affinchè il cambiamento possa considerarsi rilevabile. Quindi per la legge di Weber ∆I=ki in cui K è
una costante minore di 1. O possiamo scrivere che ∆I/i=K in cui ∆I sarà una frazione costante dello
stimolo. Però sappiamo che la legge di W. è velida solo per intensità non troppo basse.

La legge di Fechner: Fechner fece un’osservazione, egli osservò che incrementi uguali appaiono
più piccoli contro uno sfondo di grandi dimensioni. Ad esempio se noi ci troviamo in una
condizione di buio e accendiamo una candela e poi un’altra e poi un’altra ancora, vedremo che il
cambiamento maggiore lo avremo quando sarà accesa la prima candela poiché passeremo
immediatamente da una condizione di buio ad una di luce; all’accensione della seconda candela
avremo la sensazione di avere più luce mentre all’accensione della terza non cambierà poi così
assai l’ambiente. Quindi secondo F. le differenze di intensità tra le candele pur essendo più o meno
le stesse hanno determinato una compressione nella sensazione all’aumentare della stimolazione,
la quale fa sembrare che il secondo e il terzo incremento siano più piccoli.

Fechner condivideva le scoperte di Weber ma egli intuì che: essendo tutte le JND per definizione,
differenze appena percepibili, esse devono essere percepite come cambiamenti uguali nella
sensazione; ovvero ogni JND indica una sensazione uguale ad ogni altra JND. Quindi, la grandezza
della sensazione evocata da uno stimolo sarà proporzionale al numero di JND sopra la soglia
assoluta (S=clogI)

La sensibilità alla frequenza: La sensibilità assoluta e relativa non sono costanti ma variano in
rapporto alla frequenza di stimolazione. Per analizzare come varia la nostra sensazione al variare
della freq, si possono utilizzare delle bande chiare e scure alternate, definite reticoli. Le barre
sfocate che compongono i reticoli diventano via via più strette all’aumentare della frequenza.

La sensibilità alla frequenza nel sistema uditivo: se immergiamo la testa sott’acqua a mare
costateremo che non riusciamo a sentire una grande varierà di rumori se non quelli prodotti dal
movimento del mare; mentre in esso saranno presenti una grande varietà di rumori prodotti dai
pesci e dai cetacei solo che noi esseri umani abbiamo una capacità uditiva limitata ovvero un range
che va dai 20 ai 20,000 Hz, oltre a questi livelli non riusciamo a sentire suoni, né troppo alti e né
troppo bassi. Quindi un suono deve entrare a livello di tale range affinchè venga prodotta una
sensazione. Se vi poniamo tali dati in un grafico in cui sull’asse delle X vi è la frequenza misurata in
Hz mentre sull’asse delle Y vi è l’intensità soglia misurata in Decibell, vedremo che tale grafico
prenderà un andamento a forma di U; tale forma ci indica che la nostra sensibilità massima alle
frequenza l’avremo per frequenza intermedie e si ridurrà invece per freq alte e basse.

La frequenza spaziali: le freq spaziali basse forniscono perlopiù informazioni sulle proprietà globali
dell’oggetto mentre quelle alte forniscono info per quanto riguarda i dettagli di esso. Quindi
vogliamo scoprire qual è la più piccola differenza per la quale noi riusciamo a distinguere la
differenza di luminanza fra bande chiare e bande scure ovvero qual è il più piccolo valore affinche
noi possiamo percepire un contrasto. Il valore più basso di contrasto richiesto per ilevare la
presenza del reticolo (b chiare e scure) è definita soglia per il contrasto e corrisponde a freq
spaziali intermedie e cresce per freq spaziali alte e basse. Invece, la nostra sensibilità al contrasto è
maggiore per freq spaziali intermedie e va a diminuire per freq spaziali alte o basse, quindi la
soglia per il contrasto e la sensibilità sono inversamente proporzionali.

I processi sensoriali: l’informazione che il nostro sistema visivo elabora è costituita dalla luce
riflessa sugli oggetti che cade sui fotorecettori presenti nella retina del nostro occhio; queste
piccole cellule recettrici ricevono il segnale luminoso, lo trasducono in segnale bioelettrico e lo
inviano a specifici neuroni recettori ovvero le cellule gangliari; tali cellule provvedono ad
analizzare le proprietà fisiche di tale messaggio e ad inviare i segnali nervosi lungo delle fibre del
nervo ottico fino al corpo genicolato laterale, presente nel talamo e nella corteccia visiva primaria
del loro occipitale. Inoltre esiste una regione della retina in cui non ci sono dei recettori e perciò in
tale regione siamo ciechi.

La visione della luce: sappiamo che la periferia della nostra retina è più sensibile della fovea
ovvero della parte centrale di essa, ovvero quella parte in cui si forma l’immagine retinica degli
oggetti che stiamo guardando. Tale differenza di sensibilità è dovuta al fatto che nella parte
periferica della nostra retina sono presenti degli specifici recettori ovvero i bastoncelli i quali si
raggruppano facendo convergere il loro segnale verso la cellula gangliare retinica il cui assone va a
raggiungere i sistemi visivi primari. Il risultato di ciò è un aumento della sensibilità in quelle regioni
della retina.

Possiamo dire che la cellula gangliare ha due effetti. Il primo è vantaggioso poiché essa offre, come
in questo caso, un aumento di sensibilità; mentre il secondo è svantaggioso poiché non sarà
possibile percepire come distinti i segnali che invece vengono raggruppati a livello dei bastoncelli.

Il sistema dei bastoncelli nella periferia della retina possiede una maggior sensibilità ma una minor
acuità rispetto alla regione centrale della stessa ovvero a livello della fovea nella quale però vi
troviamo altri tipi di recettori definiti coni i quali non raggruppano i diversi segnali come fanno i
bastoncelli e per questo che quindi i coni codificheranno segnali diversi e non un unico segnale
formato da tanti di essi. Tale caratteristica quindi permette una maggior precisione nella codifica di
un singolo segnale.

Percezione del contrasto: come abbiamo visto la nostra sensibilità al contrasto varia in funzione
della frequenza spaziale. Si è visto inoltre come il nostro sistema visivo risponde al contrasto
piuttosto che alla luminanza media di tale oggetto.

Ad esempio in questa figura abbiamo due cerchi, uno bianco in cui ve ne è presente un altro grigio
e uno nero in cui ve ne è presente sempre un altro grigio più piccolo. Per lìeffetto del contrasto noi
saremo tentati di vedere il cerchio piccolo grigio del cerchio nero più chiaro rispetto al cerchio
grigio del cerchio bianco, quando in realtà essi hanno la stessa tonalità di colore. Questo
fenomeno indica che la chiarezza di un oggetto è data dal rapporto tra la luminanza dell’oggetto e
quella dello sfondo. Per questo tale fenomeno è definito contrasto simultaneo. Tale fenomeno del
contrasto simultaneo si spiega con il fatto che i neuroni del nostro sistema visivo rispondono
meglio non quando sono stimolati da luce uniforma ma quando lo stimolo è costituito da una
configurazione di luminanza ovvero quando i neuroni della retina risponderanno in modo ottimale
se lo stimolo è costituito dal cerchio bianco contornato da un anello nero che il contrario. Questo
avviene perché il campo recettivo, ovvero quella zona in cui una stimolazione luminosa produce
una risposta da parte di un neurone, è a organizzazione centro-periferica, tale che la risposta al
centro è eccitatoria e quella alla periferia è inibitoria o viceversa.

Costanza percettiva: tale ruolo del contrasto nella percezione della chiarezza e della scurezza
spiega la costanza percettiva di bianchezza o luminanza percepita, secondo cui la sensibilità del
sistema visivo si adatta ai libelli di luminosità ambientale aumentando la sensibilità assoluta dei
bastoncelli alla periferia del campo visivo o riducendo quella dei coni nella visione centrale. Un
esempio di ciò si ha quando si passa da una condizione di buio alla quale dopo un certo lasso di
tempo ci siamo abituati, ad una condizione di luce dalla quale in un primo momento siamo
abbagliati e poi ci abituiamo anche ad essa.

La visione del colore: sappiamo che la luce si propaga con un movimento ondulatorio più o meno
veloce. Il nostro sistema visivo analizza tale lunghezza d’onda per farci vedere i colori. Le nostre
cellule recettrici dei colori ovvero i coni percepiscono solo i colori Blu Verde e Rosso, mentre tutti
gli altri colori non sono altro che combinazioni o sfumature di essi. Inoltre la capacità di vedere i
colori non dipende solo dalla risposta dei fotorecettori bensì la capacità di discriminare vari colori
dipende anche dalla risposta dei neuroni presenti a tutti i livelli delle vie visive, comprese le cellule
gangliari della retina. Ciascuna di queste cellule viene eccitata da certe lunghezze d’onda ed inibita
da altre e questo ci permette di vedere le differenze tra i colori.

La discriminazione della forma, dell’orientamento e del movimento:

Come discriminiamo la forma degli oggetti? Il nostro sistema visivo deve discriminare differenze
nella dimensione e nell’orientamento. Ad esempio il contorno di un quadrato è ottenuto
combinando linee verticali ed orizzontali uguali.

Tecnica psicofisica dell’adattamento: consiste nel guardare a lungo dei reticoli di adattamento al
alto contrasto (quindi le bande chiare e scure sono ben definite) per ridurre la freq spaziale dei
filtri (neuroni corticali) sensibili a questi reticoli. Si ottiene che in seguito all’adattamento altri
reticoli a freq spaziale appena sotto o appena sopra la freq del reticolo di adattamento, appaiono
di esser di freq più alta o più bassa di quanto in realtà non sono. I cambiamenti di larghezza
apparente che si ottengono in seguito all’adattamento ad un determinato reticolo sono definiti
immagini postume, e la specificità dell’adattamento alla freq risulta ottimale per un neurone e non
per un altro. Il metodo di adattamento permette di dimostrare anche la selettività
all’orientamento, poiché ad esempio l’adattamento su un reticolo a bande verticali non avrà alcun
effetto su di un reticolo a bande orizzontali.

La percezione dei suoni complessi:

come facciamo a riconoscere suoni diversi? Se più suoni puri di ampiezza diversa si sommano noi percepiremo un
suono particolare. Mentre se riceviamo non più suoni puri che formano un suono complesso, bensì un suono
complesso direttamente, vedremo che al livello del sistema uditivo tale onda complessa viene scomposta nelle sue
componenti di frequenza e analizza separatamente ciascuna componente. I neuroni di tutte le vie uditive analizzano la
frequenza del suono. Tali meccanismi neurali analizzano separatamente le diverse frequenza del suono complesso. È
proprio grazie a tali meccanismi che riusciamo a distinguere ad esempio il suono di una vocale da quello di una
consonante.