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Nicola Spinosi

Le tribolazioni di un piemontese in Sicilia


Indagine su Placido Cerri

Un giovane studioso racconta ad un amico le sue vicissitudini in Sicilia, dove ha insegnato lettere nellanno scolastico 1870-71. Il giovane, laureato in filologia classica a Torino, esperto di sanscrito, accetta linvito dellamico, Alessandro DAncona, rimarchevole letterato, gi direttore del quotidiano fiorentino La Nazione, a scrivere un resoconto dei fatti. Non mi era mai caduto in mente n di scriverli, n di pubblicarli; ma a ci fui consigliato da tale, che mi assicur poter questa pubblicazione tornar non inutile. Ne vengono Le tribolazioni di un insegnante di Ginnasio, testo prima pubblicato a puntate, anonimo per volont di DAncona, su La Nazione (1873) poi, ancora anonimo, su una rivista per insegnanti nel 1884, successivamente riproposto da Le Monnier nel 1902, da Passigli (1988), da Sellerio (1988), e dalle ETS (2004). Se basta. DAncona (1873), tra laltro ispettore ministeriale dei licei nazionali, presenta il testo di a Celestino Bianchi, direttore de La Nazione, deputato. Vuole contribuire al dibattito sulla scuola dellItalia da poco unita. Le cose, ohib, non vanno bene, mancano biblioteche aggiornate, specialmente nel

sud (nellItalia inferiore latinismo suggestivo), gli insegnanti sono pagati poco in rapporto al costo della vita e alle esigenze di mantenere un accettabile livello di preparazione. Libri e riviste costano, ma soprattutto gli assegnati in sedi lontane dalle loro, a causa dei sacrifici che devono sostenere per vivere interamente sulle spese, tendono appena possibile a farsi trasferire nei luoghi dorigine, dove hanno casa, famiglia e meno incomodi, con gravi conseguenze sulla didattica. DAncona espone dunque a Bianchi la sbalorditiva idea di adeguare la spesa dello Stato in fatto distruzione pubblica. Non dunque, Tribolazioni, unopera spontanea uscita dal disagio di un uomo, parliamo di Placido Cerri, alle prese con un ambiente per lui nuovo e arretrato. Il canale che egli ha a disposizione, e che percorre, per nostra fortuna, con qualche infedelt, condiziona il testo. Cerri chiamato da DAncona a testimoniare come ad un processo intentato contro la politica dei governi italiani in fatto di pubblica istruzione. Il canale di denuncia d luogo ad un testo diverso, mi spiego, da quello che sarebbe venuto da un diario, o se Cerri avesse scritto di sua scelta unautobiografia professionale,

o corrispondenze da Bivona, 60 chilometri a nord ovest di Agrigento, 500 metri sul livello del mare, per un quotidiano, o avesse composto un racconto: canali, o, se vogliamo, generi letterari pi liberi non totalmente liberi, certo. Il testo appare lacunoso, perch Cerri descrive quel che serve, omettendo (quasi) quel che non serve alla testimonianza sulle tribolazioni di uno studioso distante dalle biblioteche e dallaccademia in un borgo raggiungibile solo a dorso di mulo. La censura tocca anche lesperienza semplicemente umana del testimone, infatti del periodo trascorso a Bivona ci resta poco e per accenni sfuggiti, magari inferibili tramite una lettura attenta. Leggo Tribolazioni secondo questo registro forse tendenzioso, ma attento a ci che sfugge a Cerri, e anche alle immagini, alla scena inconscia (laltra scena). Le trentadue pagine, di formato ridotto, costituiscono, forse proprio a causa delle omissioni, un racconto insieme ridicolo, patetico e asfittico, eppure sullo sfondo di una certa grandiosit di respiro la Sicilia. Nella terra a lui incognita dove i casi ministeriali lo hanno spedito, come sostiene DAncona, a domicilio coatto

intellettuale, il narratore (Cerri scrive in prima persona) appare un personaggio degno di nota. Giunto con mezzi moderni in prossimit dellinnominata Bivona, citt piccola, di nessuna importanza, e nascosta tra le montagne, il narratore deve percorrere un sentiero, sei ore su una mula insieme alla guida, con s solo una parte dei suoi bagagli: via il baule, ha da scegliere, tra gli indumenti e i libri, quali portare in un unico sacco. - Aspetti! Prenda - . E mi porse fra mano un pezzo di legno grosso come il pollice e lungo circa sei centimetri. Osservai che una estremit era acuminata ed il legno assai duro. - A che deve servire questo? domandai. A pungere lanimale quando sarresta. Ah, capisco, questi sono i vostri sproni. S, signore. Cos minutamente dotato, il narratore inizia le sue peripezie (sulla mula). A tratti vi monta anche la guida, il cui accostamento infligge al narratore la sua fisicit, odore di caprino, mentre intorno scorrono grossi macigni infuocati come i raggi solari - novembre in Sicilia. Labitato appare infine al narratore: sembra mezzo distrutto. Alloggia nella migliore locanda. Fetore da ammorbare. Animali. Stanzette buie. In

una si trova sdraiato uno studente - il lettore, con il narratore, si sente stretto e imbarazzato. Angustie sgradevoli, ma le immagini hanno un che dirreale. Lanziana locandiera si stupisce che il narratore sia arrivato senza scorta di soldati si rischia lassalto, in quellimpervio cammino, di malviventi. Il narratore apprende subito di essere giunto sul posto con grave ritardo, e di trovarsi, agli occhi della scuola, in difetto. E un inconveniente di cui incolpevole, ma gli coster due mesi e mezzo di sospensione dello stipendio, a causa di uniniziativa burocratica del direttore. Il narratore comprende daltra parte, e presto, che la scuola cui assegnato fa da recupero facile per studenti altrove bocciati. Qui si promuovono anche coloro che non lo sanno? - ci si riferisce al greco. Scuola non seria, corpo insegnante raccogliticcio e male in arnese - con certi berretti in capo, di cui la moda di Parigi non vide mai il modello; studenti svogliati e viziati in attesa di promozione certa, il direttore una macchietta, via lo stipendio. Il narratore non intende dolersi, come assicura, ma certo ferito. La citt di *** oltrepassa di qualche centinaio i tremila abitanti; ma chi la percorresse tutta (...) la

crederebbe meno popolata. Egli che in quei bassi e malsani abituri, molto spesso una camera sola alloggia oltre il padre e la madre e una nidiata di quattro o cinque figli, anche lasinello o linevitabile scrofa, lieta anchessa di numerosa figliuolanza (...) qua e l lungo le vie e per le piazze sono liberamente sparse pietre, talune delle quali molto grosse, n so per quale ragione vi stieno (...). N queste sole, ma fossi scavati profondamente e che non si chiudono mai, e cumuli di terra o daltra materia, formano un continuo pericolo per quelli che passano, specialmente la notte. (...) l, ove maggiore ne il bisogno, lilluminazione pubblica cosa ignota. Dimodoch chi esce la sera deve portar seco un lanternino, e con esso osservar bene dove posi i piedi, per non inciampare in qualche pietra, o sdrucciolare in un fosso, o cadere urtando in un mucchio di terra, o peggio. Sinferisce che il narratore ha una vita sociale, esce la sera, torna a casa di notte, inciampa, sdrucciola, cade, urta mucchi censurabili, ma non ne segnala quasi nulla. Come tace delle cento cose di cui ragiona una volta con un tale. Ha, il narratore, da badare soprattutto alloggetto scuola. Beve lottimo vino locale in compagnia - ci si passa un unico

bicchiere, peccato che nella stanzaccia irrompano dei villani. La compagnia tra uomini alle prese con un unico bicchiere, immagine suggestiva, turbata da indesiderati testimoni di classe inferiore. Con due o tre altri va a visitare un convento di campagna. L trovammo alcuni frati, uno dei quali ci accompagn a vedere la chiesa (...) . Prima duscirne io mi fermai ad osservare nel pavimento una pietra che pareva smossa di fresco, e domandai al nostro Cicerone: - Che cosa v qui sotto? Qui sotto era il luogo destinato ai morti; ma ora non ve ne sono, e vi mettiamo invece le olive. Per farne poi olio? Ed anche per mangiarle. Il serbatoio di olive urta la sensibilit del narratore alle mescolanze, come nel caso (v. sopra) dell inevitabile scrofa, dei maiali circolanti nel cortile della scuola, o dei disturbanti contadini: lo scambio profano sacralizza le olive, ma la ricezione del narratore fobica. Le sue pene, eccitate dalla differenza culturale, nella loro piccineria pescano, si direbbe, in fondali di senso enormi. La morte, la vita, il sesso: linevitabile scrofa. L'aula scolastica angusta, senza finestre, inadeguata in caso di pioggia, in altri termini ci piove, la posizione della cattedra, vicina alla porta,

non chiaro quale sia, sembra che al narratore, danneggiato a suo dire in modo irreparabile dalle intemperie patite a scuola - congestione polmonare - lo spazio fisico risulti soprattutto difficile da descrivere: gli effetti sul lettore sono di assurdit (quasi un incubo), per questo che si osa pensare a Kafka. Il narratore comunque inadatto al ruolo dinsegnante di trincea l dove i costumi, e la lingua, lo respingono, anche perch visto come un signore. Piemontese. Finito nel posto sbagliato. Ma soprattutto la sua debolezza di uomo, da lui non vista, a colpirci: ha paura, lui, un giovane, di inciampare e di cadere per strada ridicola paura di perdere lequilibrio e di sprofondare, da leggere anche in senso metaforico. A proposito: scarse sono le presenze femminili lanziana della locanda, una giovane madre vista a casa del direttore - le mogli altrui, intraviste negli abituri. Nidiate di bambini mescolate, e giustapposte dal narratore, a quelle dei lattonzoli, maiali erranti, promiscuit: luomo, la donna, i molti bambini, animali, odori, sole, melma fetida, linevitabile scrofa.

Listinto, la madre, la donna, laccoppiamento, sono in questione. E' la vita ad apparire, al narratore, inevitabile. Non fallisce in Sicilia tanto come insegnante, quanto come uomo. N fallisce, Cerri, come scrittore. Non intendo dolermi (...) n muovere censure, mi sono anzitutto studiato di essere veridico. Si tratta di due negazioni e di unassicurazione che fanno sospettare un dibattito interiore. Dove mi avete mandato? Vi giuro che Bivona un luogo infame, sembra che voglia dire il narratore. Ascoltatemi, ma non mi fate parlare. Probabilmente questo volere e non riuscire, non potere, che ha permesso alle pagine di Placido Cerri di non essere dimenticate.

Di Cerri, abbiamo un altro testo, Il matrimonio di Sakuntala , versione poetica, composta in occasione delle nozze di un amico (1873), di un episodio del Mahabharata, opera di cui probabilmente Cerri fu il primo traduttore in lingua italiana. Altre traduzioni antologiche, a quanto ne sappiamo, sono quelle di P.E.Pavolini,1923; di C.Formichi e V.Pisani,1933-39; e di V.Pisani, 1954. Qui ne propongo una pi recente, a cura di Daniela Sagramoso Rossella, edita nel 1991 da Marsilio, Padova, con il titolo Storia di Sakuntala. Il confronto tra il testo di Cerri, non inevitabile, e quello di Sagramoso Rossella, rivela che il nostro ha tagliato 82 strofe (sezioni 62,63 e 64) narranti le imprese dellerculeo re Dushanta. Mostra inoltre che i due traduttori hanno preso strade diverse quanto al lessico. Non c da stupirsene, naturalmente, ma, trattandosi di una storia, quella di Sakuntala, sia monarchica, matrimoniale e fautrice della procreazione, sia carnale ed erotica, com testimoniato dal fatto che essa consigliata nel Kamasutra quale facilitante racconto amoroso, ho prestato attenzione alle scelte di traduzione di Cerri l dove il testo offre versi erotici, che potrebbero

aver suscitato censure in un letterato di fine Ottocento alle prese con la situazione sociale del caso: dono letterario di nozze a due sposi novelli. I versi erotici potrebbero aver attivato inibizioni particolari nellautore.

Labolizione, da parte di Cerri, delle 82 strofe dedicate a Dushanta, attribuibile ad esigenze di brevit e attenzione alle vicissitudini propriamente nuziali. Ma il personaggio, privato dellesaltazione che ne offre il poema, appare un po come un re qualsiasi, insomma: il lettore di Cerri costretto ad ignorarne la potenza, lautorevolezza, le qualit governative, il valore in battaglia e nelle imprese venatorie, senza contare lascendente sulle donne:
Sporte dai palchi dei palazzi sontuosi, per linfinito, regale splendore le donne contemplano quel guerriero che si inebria di gloria. E pensa allora il popolo delle donne carezzandolo con lo sguardo, lui, pari ad Indra, micidiale contro i nemici, ostacolo agli elefanti, larma in pugno: Eccolo, tigre in sembianze duomo, forte in battaglia di prodigiosa energia: quando alle armate nemiche tocca sfidare limpeto del suo braccio, per loro la morte.

Cos dicono le donne per amore del loro re; e, fra gli osanna, sul suo capo piove dalle loro mani un diluvio di fiori. (Sagramoso Rossella)

Venendo alla scena di vera seduzione originante la nascita di Sakuntala, Cerri traduce:
E qui con danze e seducenti pose E graziose movenze, ogni arte adopra Onde luomo salletta; e intanto il vento Leggermente alitando le solleva Le vesti chella qual da pudor mossa Leggiadramente ricompone e tosto Ritorna a folleggiar, danza e sorride.

La traduttrice del Ventesimo secolo invece:


gli rende omaggio e poi prende a danzare dinanzi al sapiente ma il vento subito le ruba la veste, diafana come la Luna. La bella si china a terra per afferrar la tunica e sorride come per la vergogna al vento. Nuda Menaka affannata dietro la veste, soffusa di pudore, giovane e splendida come nessunaltra mira allora il principe degli asceti

La danzatrice, insomma, denudata dal vento, oppure la sua veste, come vuole Cerri, viene invece dal vento soltanto sollevata? C da ricomporsi o invece da rivestirsi? Bon ton, da parte di Cerri, o anche inibizione?

Lasceta sedotto, Kanvo, come traduce Sagramoso Rossella, genera dentro Menaka Sakuntala. Secondo Cerri, aveva reso madre Menaka, la ninfa tentatrice. Pi oltre Sakuntala, trattando con Dushanta la concessione delle sue grazie, gli chiede che il certo frutto dei loro amplessi diventi
Lerede al trono: o grande sovrano, questo prometti in verit. A Tale patto, o Dushanta, far lamore con te. (...) (...) il regale saggio prende per mano, come legge vuole, la giovane donna che perfetta incede e fa lamore con lei. (Sagramoso Rossella). (...) o questo Mi prometti, o Dusyanta, o mabbandona. (...) Indi prese per man quellinnocente Secondo il rito, ed abit con lei. (cos Cerri, che traslittera il nome del re diversamente da Sagramoso Rossella)

Cerri preferisce dunque la non malvagia metafora abitativa: certo non avrebbe facilmente usato la formula fare lamore, fino a qualche decennio fa, tra laltro, designante le vicende del fidanzamento o, in modo generico, la relazione amorosa. Ma, se la traduttrice del Ventesimo secolo non stravolge il tono del passo precedente, lo stravolge Cerri. O il contrario. Cerri opta certo per il negativo,

segnalando non la prospettiva erotica, ma quella della separazione. Sakuntala pone s delle condizioni al magnifico Dushanta, ma, secondo la traduttrice del Ventesimo secolo, non censura loggetto della trattativa, che il far sesso immediatamente. Altro bisogna notare: la giovane donna che perfetta incede del Ventesimo secolo, nel Diciannovesimo era quellinnocente. Viene da pensare che Cerri ritenga la donna in procinto di accoppiarsi come una vittima sacrificale. Idealizzazione da considerare meno individuale che culturale. La traduzione cerriana indirizzata anche ad una sposa, chiss, innocente. E in qual modo la giovane donna che perfetta incede , in Cerri, quellinnocente? Forse il segreto sta in quel perfetta scelto dalla traduttrice del Ventesimo secolo, e magari innocente ne un ingegnoso sinonimo. Ignoro tutto delloriginale, quindi devo fermarci. Esso pensato diversamente dai due traduttori. Da due mondi distanti centoventi anni.
Quando la moglie concep, il marito Rinasce in lei; per tal rinascimento Gli antichi vati la nomaron gjaya (Cerri).

Lo sposo entra nella sposa e cos facendo nasce di nuovo: secondo gli antichi cantori essere moglie proprio questo. (Sagramoso Rossella).

Anche qui Cerri evita latto causante, evidenziandone leffetto. Pi avanti, durante la perorazione di Sakuntala, che esige di essere sposata dal padre di suo figlio, Dushanta, leggiamo:
Or ricorda quel d che andando a caccia Altre prede lasciando a me venisti Inesperta fanciulla, e tua mhai fatto. (Cerri). Tu, mentre andavi a caccia, ti sei affannato dietro alle bestie selvatiche e cos mhai conosciuta, o re, vergine ancora, nel romitaggio di mio padre. (Sagramoso Rossella).

A parte leconomia della versione cerriana (se non largheggia invece la traduzione moderna), il termine vergine non vi compare, lasciando il posto allespressione inesperta fanciulla. Daltra parte quell e tua mhai fatto pi diretto del biblico mhai conosciuta della traduttrice del Ventesimo secolo. Dushanta, replicando a Sakuntala:
La tua origine quanto mai volgare e tu mi sembri proprio una puttana: Menaka ti ha concepito per caso, solleticata da una frenesia damore. (Sagramoso Rossella).

Bassa lorigin tua; solo uno sfogo Di passione amorosa a te di la vita; (Cerri).

Cerri taglia un verso, sembra, evitando la parola cruda, puttana. Certo le puttane erano (e sono) materia non evocabile in occasione di oneste nozze. Eppure, concludo, egli osa non poco, intervenendo tuttaltro che da cristiano in un contesto matrimoniale. Tocca con discrezione, allude, cos come vuole appena sollevato il velo di Menaka, e non strappato via dal vento. Non denuda, Cerri, lascia intravedere, provoca gli sposi, si spinge verso i suoi limiti. In Tribolazioni, dietro le penose vicende scolastiche, egli svela direttamente se stesso, la sua complessit di inibito; i suoi occhi cercanti nel buio degli abituri, a spiare tutta quella promiscuit, quel grufolare animale, sotto il sole della Sicilia. La procreazione, infine, appare esaltata in entrambi i testi, per la quantit imbarazzante nelluno, per la qualit mitica nellaltro. Cerri morto giovane e, a quanto ne sappiamo, scapolo. Ha celebrato il suo matrimonio sulla carta.

Testi. Cerri, P. (a cura di) (1873), Il matrimonio di Sakuntala, trad. it., Favale, Torino. Cerri, P. (1873a), Le tribolazioni di un insegnante di Ginnasio, ETS, Pisa 2004. Sagramoso Rossella, D. (a cura di) (1991), Storia di Sakuntala, trad. it., Marsilio, Padova.

(Devo alla Dott. Tilde Guazzelli, della Fondazione Ricci, di Barga (Lucca), il testo della traduzione di Cerri)

Nicola Spinosi (spinnic@libero.it) ha insegnato materie psicologiche nell'ambito dell'Universit di Firenze; dal 1974 pratica l'analisi; ha pubblicato numerosi articoli su riviste come L'erba voglio, Paragone-Letteratura, Il Ruolo Terapeutico. Suoi titoli sono Effetti formativi in psicoterapia (Pisa 2001); Wir Kinder (Firenze 2004); Critica sociale e individuazione (Firenze 2004); Un soffitto viola (Firenze 2005); con S.Erba ha pubblicato Diventare terapeuti (Milano 1998). Da quest'anno, 2013, diffonde i suoi scritti, tra cui La mente ironica, in forma e-book (Scribd).

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