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IL FASCISMO

L’Italia prima dell’avvento fascista


La “vittoria mutilata”
La Conferenza di Parigi aveva lasciato insoddisfatte le rivendicazioni dell’Italia, circa il possesso
dell’Istria e della Dalmazia nel rispetto del Patto di Londra. Con un gesto. di protesta il presidente
dei Consiglio Orlando decise di abbandonate i lavori, ma non ottenne per questo maggior ascolto.
Al contrario, permanendo nell’opinione pubblica italiana il malcontento per quella che poi fu detta
la vittoria mutilata, fu costretto alle dimissioni.
Il successivo governo, presieduto da Nitti, tentò di dirimere la questione attraverso trattative con lo
Stato jugoslavo, ma la risoluzione delle grandi potenze di escludere le truppe italiane da presidio
della città istriana di Fiume fece precipitare la situazione.
Un contingente di volontari, capeggiati dal poeta Gabriele d'Annunzio, occupò infatti Fiume
(impresa di Fiume), dando vita alla Reggenza di Quarnaro (1919). Il trattato di Rapallo (1920)
avrebbe poi risolto la questione, stabilendo l'indipendenza di Fiume, città libera, e l’annessione di
Zara all’Italia in cambio dell'abbandono di ogni pretesa sui territori dalmati.
 
La situazione politica e sociale
I problemi del dopoguerra, la crisi economica e soprattutto il difficile cammino di sviluppo dello
Stato liberale avevano creato in Italia un’atmosfera di forte tensione politica e sociale di cui fu
sintomo l'ondata di scioperi tra il 1919 e il 1920.
All’interno del parlamento gli unici due schieramenti di carattere popolare erano quello di
ispirazione cattolica (il Partito Popolare di Don Luigi Sturzo) e quelle socialista, diviso però tra la
corrente riformista di Turati e quella massimalista che cioè sosteneva il 'programma massimo'
rivoluzionario di Serrati.
Nel 1920 tornò per l’ultima volta al governo Giolitti. Caduto infatti il governo Nitti, l’eminente
politico liberale venne chiamato, in virtù delle sue indubbie capacità di mediazione tra le diverse
forze politiche a formare un nuovo esecutivo che ci si augurava fosse in grado di avviare un nuovo
corso di riforme. Giolitti ottenne il suo maggiore successo in politica estera, risolvendo la questione
dì Fiume con il trattato di Rapallo.
Nel 1920 l'occupazione di un gran numero di fabbriche, da parte delle organizzazioni sindacali
segnò uno dei punti più alti della crisi dello Stato liberale. Nonostante alcuni settori del mondo
operaio lo sperassero, non si trattò di un moto rivoluzionario e Giolitti riuscì a ricondurre la
trattativa su un piano economico salariale. La sua politica moderatamente riformista era però
destinata a fallire, soprattutto a causa dell’errata convinzione di riuscire a imbrigliare il nascente
fenomeno dei fascismo.
Intanto la crisi del '20 aveva segnato la scissione dal partito socialista dell’ala più radicale che, sotto
la guida di Gramscì, fondo nel '21 il Partito Comunista Italiano. Le elezioni di quello stesso anno
avrebbero infine segnato la crisi dello Stato liberale italiano, con l'impossibilità da parte di Giolitti
di formare un nuovo governo moderato.
 
LA NASCITA DEL FASCISMO
Benito Mussolini (1883-1945) (vedi foto) aveva fatto parte della dirigenza del Partito Socialista, ma
nella sua formazione ideologica avevano avuta maggior influenza le teorie di Blanqui e Nietzsche
che quelle di stampa più marcatamente marxista. Divenute direttore del quotidiano socialista
Avanti!, egli aveva appoggiato le azioni insurrezionali operaie ed era stato prima neutralista circa la
partecipazione italiana alla prima guerra passando però poi su posizioni interventiste. Questo aveva

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segnato il suo allontanamento dal partito, di poco preceduta dalla fondazione di una nuova testata, Il
Popolo d' Italia.

Fedele alle istanze di trasformazione sociale, ma nel contempo vicino a sentimenti nazionalistici,
Mussolini nel marzo 1919 fondò i fasci di combattimento, il cui programma era decisamente
eterogeneo, accostando rivendicazioni sociali e ideali repubblicani con un acceso nazionalismo
anticomunista e un attivismo politico non di rado violento, da cui si sviluppò poi il fenomeno
tipicamente fascista dello squadrismo. Proprio grazie a questa coacervo ideologico il movimento
ebbe però un iniziale successo, anche se alle elezioni del 1919 i fascisti ottennero solo pochissimi
voti. L’incendio appiccato alla sede dell'Avanti! durante una manifestazione fu la prima azione delle
squadre che, costituitesi nel Settentrione e in Centro Italia, avrebbero ben presto cominciato la
campagna di violenza intimidatoria contro socialisti e cattolici.
 
LA MARCIA SU ROMA
Alle dimissioni di Giolitti le responsabilità dì governo erano state affidate a Bonomi, il quale riunì
nel proprio gabinetto liberali, popolari e socialisti riformisti. Nel frattempo, Mussolini, entrato in
Parlamento come deputato, eletto nei “blocchi nazionali" (liste molto composite, presentate in
funzione antipopolare e antisocialista), sottoscrisse una sorta di patto di pacificazione con i
socialisti, che avrebbe dovuto da un lato, porre fine alla squadrismo, (ma ciò poi non accadde)
dall’altro legittimare la presenza fascista nelle istituzioni. Nel novembre 1921 al congresso di
Roma, il movimento si costituì in Partito nazionale fascista, forte di 300.000 iscritti.
 

Caduto il governo Bonomi si formò il ministero Facta, costituito da liberali e popolari ma ogni
tentativo dì assimilare il fascismo allo Stato liberale fallì. L'immobilismo della politica socialista,
l'ennesima scissione del partito, questa volta dell’ala riformista che andò a formare il Partito
socialista unitario, indebolirono le opposizioni. Approfittando della generale crisi politica,
Mussolini minacciò il colpo di Stato, mobilitando gli attivisti fascisti: il 27 ottobre cominciava con
chiari intenti eversivi la marcia su Roma. Vittorio Emanuele III, dapprima deciso a dichiarare lo
stato d’assedio, mutò poi consiglio, accogliendo i manifestanti in città e affidando a Mussolini, che
godeva delle simpatie di gran parte della classe dirigente liberale e dei ceti imprenditori, l’incarico
dì formare un nuovo governo. L'organico di questo esecutivo comprendeva uomini di schieramenti
diversi in una coalizione che riuniva liberali e nazionalisti, con anche l'appoggio dei popolari. Molti,
ingannandosi, ritenevano che il ruolo guida del Fascismo sì sarebbe dimostrato solo un breve
esperimento.
 

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LA CONQUISTA DEL POTERE
Tra il 1922 e il 1924, il fascismo snaturò progressivamente le istituzioni dello Stato liberale
imponendosi definitivamente sulla scena politica. Nel 1922 fu creato il Gran Consiglio del
Fascismo, organo di massima direzione politica del partito, che doveva però anche fungere da
collegamento tra questo e il governo. L’anno seguente le forze paramilitari di ispirazione fascista
venivano regolarmente inquadrate nella Milizia volontaria per l’ordine nazionale, mentre, sempre
nel 1923, i nazionalisti confluirono nel partito fascista e la politica economica del governo si orientò
in senso marcatamente liberista.
Nel frattempo veniva approvata la riforma scolastica concepita dal filosofo Giovanni Gentile,
titolare del Ministero dell’Istruzione. Nelle elezioni del '24 i fascisti ottennero un decisivo successo,
presentando una lista espressione del governo, a cui aderiva anche la maggioranza dei liberali e che
trasse grande vantaggio dalla nuova legge maggioritaria.
 Mentre la Camera si apprestava a ratificare il risultato delle elezioni, il deputato socialista unitario
Giacomo Matteotti pronunciò un duro discorso di denuncia delle violenze fasciste commesse contro
gli oppositori durante la campagna elettorale. Il coraggio della sua dichiarazione non lo protesse
dalla vendetta fascista. Egli venne infatti rapito e assassinato da una squadraccia e la sua morte
suonò final- mente come un allarme per le ormai indebolite forze democratiche.
I loro deputati si ritirarono quindi dal Parlamento, (Secessione dell’Aventino), affermando che
avrebbero nuovamente preso parte ai lavori della Camera solo quando la legalità fosse stata
ripristinata. A questa presa di posizione corrispondeva però l'incapacità di agire in modo efficace
per isolare i fascisti e poi esautorarli dal potere. Di ciò si avvide Mussolini che, con il discorso del 3
gennaio 1925, si assume-va pubblicamente la responsabilità di quanto era accaduto, disponendosi a
sopprimere sia le opposizioni sia la libertà di stampa, dando inizio ad una vera e propria dittatura.
 
 
LO STATO FASCISTA 
La forma istituzionale
I caratteri istituzionali dello Stato fascista furono determinati da una serie di leggi, dette appunto
fascistissime (1925-1926), che attribuirono un potere pressoché assoluto all’esecutivo, esautorando
il Parlamento da qualsiasi funzione che non fosse subordinata al capo del governo. Secondo queste
riforme, la nomina del Primo ministro competeva al re, mentre quella dei ministri avrebbe dovuto
seguire le proposte del capo del governo stesso.
I ministri non erano inoltre più responsabili delle proprie azioni nei confronti del Parlamento ed era
lo stesso Mussolini in qualità di capo dell’esecutivo, a decidete l’ordine del giorno delle sedute
parlamentari. Nel 1925 furono abolite le cariche locali elettive, rimpiazzate dalla nomina di
amministratori da parte del potere centrale. I sindaci furono inoltre sostituiti dal podestà.
L’anno seguente venne ridotto il diritto di espatrio, mentre tutti i partiti politici, tranne quello
fascista, venivano sciolti e i giornali antifascisti soppressi. Fu infine creato un Tribunale speciale
per la difesa dello Stato, a cui fu affiancato uno speciale organo di polizia, l’OVRA
(Organizzazione per la Vigilanza e la Repressione dell'Antifascismo).
Le istituzioni italiane si stavano quindi trasformando, come poi quelle tedesche e già quelle
sovietiche in uno Stato totalitario, caratterizzato dalla concentrazione dei poteri in unica persona,
insieme capo del governo e guida del partito unico, i cui organi venivano gradatamente a coincidere
con quelli della Stato (nel 1928 il Gran Consiglio del Fascismo diventò un organo statale). Nessuna
possibilità di opposizione e dialogo veniva contemplata: molti antifascisti furono costretti all'esilio,
spesso dopo aver subito aggressioni squadraste (Amendola, Gobetti).
Sotto il regime fascista, l'autorità statale divenne il supremo principio regolatore della vita del
Paese. I ranghi della burocrazia furono tratti sempre più spesso dal partito, mentre si procedeva
anche ad imporre il monopolio dell'educazione della gioventù secondo i principi del nuovo Stato.
Già prima dì iniziare le scuole elementari ì bambini venivano assuefatti alla divisa e alle parate
militari ed erano tenuti a partecipare a riunioni di addestramento ed imparare il motto "credere,
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obbedire, combattere”. Nasceva l'Opera nazionale Balilla, che si rivolgeva ai bambini e ai ragazzi,
mentre a livello universitario le facevano riscontro i Gruppi universitari fascisti. Queste
organizzazioni furono poi poste sotto il controllo della Gioventù italiana dei Littorio (1937). Inoltre
il fascismo operò cambiamenti, nei riguardi dell’istituzione scolastica con la riforma Gentile del
1923. Essa si basò su due principi: la supremazia della cultura umanistica sulla cultura tecnico-
scientifica, nettamente separate, e il carattere fortemente selettivo del sistema scolastica ottenuto
introducendo esami ai vari livelli di istruzione. Un ruolo privilegiato era assegnato al liceo classico,
unico indirizzo da cui era possibile accedere a tutte le facoltà; seguiva il liceo scientifico, che dava
accesso solo alle facoltà scientifiche, l'istituto magistrale quadriennale, per la formazione dei
maestri, gli istituti tecnici per ragionieri e geometri con il solo accesso alla facoltà di economia e
commercio, infine gli istituti professionali. Venne inserito l'insegnamento della religione cattolica
nella scuola elementare, cosa gradita ai cattolici; venne, inoltre istituì l'esame dì stato finale in
quanto parificava scuola pubblica e scuola confessionale. Quest’ultimo era effettuato da commissari
esterni alle scuole.
Nel 1928 venne emanata una nuova legge elettorale. In base ad essa il Gran Consiglio avrebbe
scelto 400 nominativi tra quelli presentati. Questi candidati avrebbero poi costituito un'unica lista
per il rinnovo del Parlamento, a cui i cittadini avrebbero potuto solamente dare o meno il proprio
assenso. Con questa riforma le elezioni assumevano la forma di un vero e proprio plebiscito del
popolo italiano in favore del regime vigente. Nel 1929 le consultazioni ebbero infatti il risultato di
contrapporre più di otto milioni di consensi a solo 137.000 "no”. Pareva così realizzato lo Stato di
Popolo vagheggiato dalla stesso Mussolini, fondato su un rapporto privilegiato tra la cittadinanza e
il Duce, incarnazione del ritrovato ordine.
 
La politica economica
L’affermazione, del fascismo non sarebbe stata possibile senza il tacito assenso delle principali
forze economiche dei Paese, assenso dovuto principalmente al fatto che Mussolini era passato da
posizioni rivoluzionarie a una linea di sostegno all'iniziativa privata. In questa prospettiva deve
essere letta ad esempio la privatizzazione della rete telefonica e comunque la generale
controtendenza alla statalizzazione dell’economia, sostenuta in passato da Giolitti al fine di
conferire alle Stato le principali leve del potere economico. La questione sociale, inoltre, veniva
considerata non più secondo l’alternativa "Rivoluzione o riformismo”, ma secondo una logica
corporativistica, in base alla quale lavoratori e imprenditori dovevano collaborare, a prescindere dai
loro interessi di parte, al superiore bene della nazione.
Il periodo dal 1925 al 1930 fu caratterizzato da notevoli difficoltà economiche dovute ad un
rallentamento dell'economia internazionale, che colpì le esportazioni e la bilancia dei pagamenti;
inoltre, si aggiungeva ad aggravare la situazione, una forte svalutazione della lira con conseguente
ripresa dell’inflazione. Mussolini sosteneva che il destino del regime era strettamente alla lira e
cercò, quindi, di rivalutarla e stabilizzarla. Il nuovo ministro delle finanze, Volpi, fissò il cambio
con la sterlina a 90 lire (a "quota 90”) e la Banca d'Italia potè fissarlo a 92,46 lire. Accanto a questa
azione se ne affiancò un’altra, consistente in una manovra deflazionistica che, oltre a raggiungere il
suo obiettivo, mise fine alla speculazione della lira.
Nel gennaio 1927 fu soppressa la CGL, sostituita dalle corporazioni nazionali, associazioni di
categoria poste sotto il controllo del governo. Lo sciopero e la serrata venivano inoltre proibiti. Nel
medesimo anno fa infine emanata la Carta del lavoro, redatta dal Gran Consiglio con l'intento di
esporre il programma corporativo come l'alternativa proposta dal fascismo al liberismo e al
comunismo. Nel 1939 le corporazioni vennero coinvolte negli organismi rappresentativi: sciolta
infatti la Camera dei Deputati, furono istituite le Camere dei Fasci e delle corporazioni, con l'unico
compito di ratificare le decisioni dei governo. 
Il carattere nazionalista del regime fascista portò in economia ad una forte diminuzione del libero
scambio con l’estero, il cui scopo era la realizzazione dell’autarchia, cioè di una totale
autosufficienza. Questa intenzione fu all’origine di campagne fortemente ideologizzate, come per
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esempio la battaglia del grano, finalizzata ad allargare la aree produttive e a proteggere attraverso
una nuova politica doganale la produzione interna. Ad essa corrispose inoltre una politica monetaria
volta a controllare la svalutazione della lira.
Fino al 1929 la politica fascista era stata sostenuta dal favorevole momento economico mondiale,
ma la crisi di quell’anno segnò una preoccupante diminuzione della produzione già in calo sia nel
settore agricolo, sia in quello industriale. La disoccupazione crebbe e parallelamente diminuì il
reddito nazionale, mentre la crisi favorì, come nelle altre nazioni industriali, la concentrazione del
potere economico; il governo rispose a tali difficoltà lanciando un vasto programma di opere
pubbliche, anche allo scopo di creare nuova occupazione. Si migliorò quindi e allargò la rete
stradale; le paludi pontine vennero bonificate; fu ultimato l’acquedotto pugliese e costruite le città
di Sabauda e di Littoria.
In campo imprenditoriale, fu inaugurata una politica dichiaratamente statalista. Ad essa corrispose
la creazione dell’istituto mobiliare italiano (IMI), finalizzato a sostenete il credito alle imprese, e
dell'istituto per la ricostruzione industriale (IRI). La politica autarchica comportava una drastica
riduzione delle materie prime importate dall’estero. Si imponeva dunque la necessità di sfruttare al
massimo le risorse nazionali da parte dello Stato e di enti privati. Con questo fine fu fondata
l’Azienda minerali metallici italiani (AGIP), affiancata da quella nazionale idrogenazione e
combustibili (ANIC). L'economia autarchica, che aveva favorito l’industria italiana, comportò m
successivo aumento dei prezzi, soprattutto a causa delle imposte indirette il cui incremento gravò
tutto sui consumatori. Non aveva trovato inoltre valida soluzione la questione meridionale, mentre,
la politica di crescita demografica promossa del governo, sembrava più che altro finalizzata a
sostenere le ambizioni belliche fasciste.
 
 I Patti Lateranensi
Il fascismo trovò invece il modo di risolvere la questione romana, siglando, nel 1929, un concordato
con la Chiesa cattolica (Patti Lateranensi), che stabiliva: 1) il riconoscimento della religione
cattolica romana come confessione ufficiale dallo Stato italiano; 2) il riconoscimento da parte
dell’Italia della Città del Vaticano come Stato indipendente e sovrano; 3) il riconoscimento da parte
del Vaticano del Regno d'Italia con capitale Roma.
Al Vaticano fu versato un indennizzo per la perdita dei territori dello Stato pontificio e vennero
infine regolamentate le materie "miste" (come gli effetti civili del matrimonio religioso, le
condizioni del clero e soprattutto l'insegnamento religioso nelle scuole. Inoltre la Chiesa italiana
ottenne che l'Azione cattolica non fosse soggetta, - unica associazione in Italia! - , al controllo del
partito fascista. Con il concordato Mussolini sperava di acquisire il cattolicesimo come uno dei
pilastri dello Stato fascista italiano, la Chiesa si vedeva invece riconosciuto, una serie di
prerogative, tra cui quelle relative all’educazione religiosa dei giovani, precedentemente negatele
dallo Stato laico di matrice risorgimentale.
 
La politica estera fino al 1935
Per quanto riguardava la politica estera il regime fascista confermò fino al 1934 le alleanze
tradizionali. In particolare, mantenne buoni rapporti con la Gran Bretagna, che vedeva nel fascismo
italiano un utile movimento di opposizione al Bolscevismo. li desiderio di affermare la potenza
italiana sul piano internazionale si tradusse anche in imposizioni autoritarie o addirittura in azioni di
forza. Nel 1923 venne occupata Corfù, prendendo a pretesto un incidente occorso ad ufficiali
dell'esercito italiano; dopo una campagna nazionalista il regime realizzò l'annessione di Fiume,
stipulando il patto di Roma con lo Stato jugoslavo (1924); nel 1927 si concluse un trattato di
alleanza con il re di Albania, Zogu (1927), con il quale si imponeva una sorta di protettorato italiano
su questo regno: analoghi trattati sarebbero poi seguiti con la Romania, la Bulgaria e l'Ungheria.
L'espansione coloniale si limitò in un primo tempo all'annessione dell'Oltragiuba agli altri territori
italiani d'Africa, ma la nuova vocazione egemonica dell'Italia a livello balcanico, e più in generale
mediterraneo, avrebbe creato comunque tensione con la Francia.
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Nel 1933 sotto l'egida di Mussolini venne istituito il Patto delle Quattro Potenze, che poneva Italia,
Germania, Inghilterra e Francia quali garanti del mantenimento della pace sul suolo europeo.
Quanto in esso stabilito fu applicato l'anno seguente in occasione del tentativo di Hitler di annettere
l'Austria, profittando di un putch dei nazisti locali. L'evidente intenzione di Hitler provocò
l'immediata mobilitazione militare dell'Italia, che in tal modo fece fallire il progetto. Alla
conferenza di Stresa (1935) la Germania veniva quindi duramente condannata per questo atto dalle
altre tre nazioni costituenti il Patto. Fu quella l'ultima occasione di concordia con le altre potenze
occidentali: in quello stesso anno la ripresa dell'espansione coloniale italiana in Africa, infatti,
avrebbe segnato il progressivo deterioramento delle relazioni con la Gran Bretagna e
l'avvicinamento alla Germania.
La guerra d'Etiopia diede una svolta decisiva alla dittatura fascista, il cui potere, fino ad allora, era
sembrato fortemente radicato. La guerra scoppiò il 3 ottobre 1935, i motivi erano molteplici: sul
piano nazionale si voleva con essa vendicare la sconfitta di Adua, mentre su quello economico e
politico si mirava alla conquista di un più esteso e ricco impero coloniale, fatto che avrebbe
annoverato l’Italia tra le grandi potenze. Per poter agire Mussolini aveva bisogno del consenso della
Francia e dell'Inghilterra, che possedevano le colonie confinanti con quelle italiane. La Francia
acconsentì per paura dell'alleanza che sarebbe potuta nascere tra Mussolini e Hitler; la seconda,
nonostante avesse lo stesso presentimento, non voleva che l'Italia si rafforzasse nel Corno d'Africa,
ma dovette lasciare campo libero per non provocare crisi internazionale L'attacco abissino al
presidio italiano di Uai-Ual fornì il pretesto alla reazione fascista e quindi alla dichiarazione di
guerra (ottobre 1935). Le truppe italiane cominciarono, così, ad invadere l'Etiopia e a combattere
contro le truppe del ras Hailè Sciassiè; l'operazione terminò il 6 maggio 1936 con la presa di Addis
Abeba e la sconfitta del ras. Mussolini, dopo questi eventi dichiarò la nascita dell'Impero
dell’Africa orientale italiana, di cui Vittorio Emanuele III divenne imperatore, anche se dovette
difendersi dai giudizi dell'opinione pubblica interna ed internazionale. La Società delle Nazioni
dichiarò l'Italia paese aggressore e le impose dure sanzioni economiche, impedendole l'esportazione
di armi, munizioni e alcune merci. All’interno dei paese c'erano diverse tendenze: alcuni
sostenevano le idee del regime secondo le quali l'Italia proletaria avrebbe dovuto combattere contro
potenze molto più ricche di lei che volevano impedirle di affermarsi in campo internazionale per
paura di vedere minacciato il loro prestigio mondiale; alcuni, invece, capirono che il regime era
basato solo sulla conquista e sulla potenza e che le tante promesse che erano state fatte non
sarebbero state mantenute; questo fece perdere consensi al regime. Mussolini perse il controllo di sé
e le sanzioni aumentarono il suo astio nei confronti dei paesi facenti parte della Società delle
Nazioni, questo lo portò a stringere un'alleanza con la Germania hitleriana.
 
 
L’ALLEANZA CON LA GERMANIA
L’opposizione inglese alla politica coloniale italiana aveva determinato il riavvicinamento tra il
regime di Mussolini e quello di Hitler, che aveva rifiutato di aderire alle sanzioni volute dalla Gran
Bretagna. L'intervento congiunto nella guerra civile spagnola a sostegno di Franco avrebbe poi
decisamente cementato l'intesa tra le due nazioni. Nel 1936, dopo una serie dì colloqui preparatori,
Ciano, genero del Duce e ministro degli Esteri, siglò con la Germania l'accordo che avrebbe data
vita al cosiddetto asse Roma-Berlino. Esso prevedeva che l'Italia continuasse ad aderire solo in
funzione strumentale alla Società delle Nazioni e che facesse fronte compatto con il regime nazista
nella lotta al Bolscevismo. I fascisti italiani si impegnavano inoltre a sostenere la dittatura di Franco
in Spagna. I Tedeschi in cambio riconoscevano l'Impero d’Etiopia. Dai due governi veniva infine
concertato un piano di collaborazione economica nei Balcani. L’anno seguente l'Italia aderì anche al
patto anti-Comintern (in opposizione cioè all'Internazionale comunista), che già univa Germania e
Giappone.
Quasi a riprova di un costante avvicinamento al nazismo, nel 1938 Mussolini introdusse in Italia
un'inedita politica antisemita, sul modello di quella già attuata nello Stato tedesco. Essa iniziò con
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l’emanazione di leggi razziali profondamente lesive delle libertà civili degli Ebrei italiani, che
subirono loro tramite: l'esclusione dai pubblici uffici e dall'esercizio delle libere professioni,
l’impedimento a contrarre matrimoni misti, cioè con individui di “razza ariana”; il divieto per i
bambini e i giovani ebrei ad accedere all'istruzione di Stato, sia nella scuola dell'obbligo e superiore
sia nelle Università. Tale discriminazione fu accolta dalla maggioranza degli italiani, che non aveva
precedenti di antisemitismo radicato come altri europei - più con indifferenza che con approvazione
e non si verificarono i generalizzati atti dì violenza che si erano invece registrati in Germania.
Nel 1939, quando già la Germania aveva annesso l'Austria, i Sudati e la Cecoslovacchia, anche
l'Italia decise di attaccare l’Albania. Allo sbarco delle truppe italiane il re albanese fuggì in Grecia e
così Vittorio Emanuele poté assumere anche la corona del Paese balcanico. Il 22 maggio del 1939
Italia e Germania sancirono una più stretta alleanza con il Patto d'acciaio, siglato da Ciano e
Ribbentrop a Berlino. Non si trattava di un’alleanza difensiva ma totale, perché le clausole del
trattato invano che il sostegno militare diventasse immediatamente operativo non appena una della
due nazioni si fosse trovata in stato di guerra, a prescindere dal fatto che fosse il Paese attaccante o
attaccato.
 
 
L’INTERVENTO NEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE E LA CADUTA DEL REGIME 
Mussolini perse ulteriormente il consenso dell’opinione pubblica schierandosi, il 10 giugno del
1940, accanto all’alleato Hitler, nel conflitto, convinto che la Germania sarebbe stata vincitrice di
una guerra lampo.
Le sconfitte invece furono sempre più dure e l'antifascismo si consolidava sia in Italia che all'estero.
Gli alleati (statunitensi e inglesi) ebbero cosi la possibilità di realizzare, per quanto riguarda l'Italia,
uno sbarco in Sicilia che venne realizzato il 10 luglio 1943. Per il nostro paese, la situazione si fece
veramente critica per l'impossibilità del Governo Mussolini di realizzare un'efficace difesa del
territorio nazionale, le cui ripercussioni si risentirono anche sul piano interno dove aumentarono,
per esempio, gli scioperi.
Di fronte a questa situazione, in alcuni settori della gerarchia fascista e nella monarchia maturò
l'idea di destituite Mussolini. Questo avvenne il 25 luglio 1943, quando il duce venne messo in
minoranza nel Gran Consiglio del fascismo su iniziativa di un gruppo di gerarchi. Immediatamente
il re lo destituì e lo fece arrestare conducendolo sul Gran Sasso. Il fascismo era finito e il regime era
crollato. Il nuovo Governo venne affidato al generale Badoglio che l' 8 settembre 1943 firmò
l'armistizio con gli alleati anglo-americani.
La situazione, però, era ancora difficile da controllare, mentre il re e il Governo fuggirono a
Brindisi creando il Regno del Sud sotto il controllo degli alleati, l'esercito venne abbandonato a se
stesso, massacrato sotto i colpi dell'avanzata tedesca nella parte centro-settentrionale del paese.
Proprio in questa parte del paese, ormai controllata dai tedeschi, il 12 settembre Mussolini, che era
stato prigioniero a Campo Imperatore, ed era stato liberato da una squadra di paracadutisti tedeschi,
ricostituì il Partito Fascista Repubblicano (cioè quello delle origini), dando vita alla Repubblica
Sociale Italiana, (o Repubblica di Salò, dal nome della capitale) sostenuta e subordinata alle truppe
naziste, che imposero uno stato poliziesco.
 Nonostante la dura repressione nazista, anche nel centro-nord si svilupparono i Comitati di
Liberazione Nazionale (CLN), che portarono avanti la loro lotta, passando da una posizione
attendista ad un totale appoggio verso gli Alleati, giungendo insieme, con il passare dei mesi, alla
liberazione di città come Milano, Genova e Bologna.
 Il fascismo repubblicano crollò definitivamente il 25 aprile 1945, e il 28 Mussolini fu fucilato.