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Scuola Politecnica Dipartimento di

e delle Scienze di Base Ingegneria Industriale


e dell’Informazione

Corso di Laurea Magistrale in

Ingegneria Informatica

Appunti del Corso di

Tecnologie Elettroniche e Fotoniche


per Sistemi di Trasmissione

Autori Professore A.A.


Ing. Antonio Di Girolamo Prof. R. Pierri
2018/2019
Ing. Armando Ospedale
ABSTRACT
I campi elettromagnetici ricoprono un ruolo sempre più centrale nelle nostre vite,
infatti è sufficiente pensare a quanto sia diventata indispensabile tutto l’apparato
dei sistemi di comunicazione che basano il loro funzionamento proprio sulla
propagazione di tali campi. Le applicazioni possibili non si estendono soltanto ai
soli servizi di comunicazione, ma trovano numerose applicazioni anche nella vita
domestica, come ad esempio la semplice cottura di un cibo, come il pollo, in un
forno a micro-onde. In quest’ultimo caso è interessante notare come sia possibile
sfruttare i campi per ottenere la cottura di un cibo, rispetto ad un forno
tradizionale che sfrutta i principi di diffusione del calore. Difatti, la cottura in
quest’ultimo avviene dall’esterno verso l’interno per conduzione di calore,
mentre per quanto riguarda la cottura a micro-onde, le onde, appunto, vanno ad
eccitare le molecole d’acqua all’interno della struttura, aumentandone l’energia
cinetica e dunque la temperatura del corpo. Si nota quindi che in questo caso la
cottura avviene in maniera quasi uniforme a differenza del precedente caso.

Per tali motivi, può risultare molto avvincente conoscere i meccanismi che si
trovano alla base della propagazione dei campi al fine di comprendere e
manipolare ciò che ci circonda.
INDICE
1 Nozioni di Base......................................................................................1

1.1 Densità di carica......................................................................................1

1.2 Densità di corrente...................................................................................2

1.3 Dipendenza tra ρ e j ................................................................................2

2 Equazioni di Maxwell...........................................................................4

2.1 Equazioni di Maxwell nel Dominio del Tempo in Forma Integrale.........4

2.1.1 Legge di Faraday-Neumann-Lenz.....................................................4

2.1.2 Legge di Gauss per il campo elettrico...............................................5

2.1.3 Legge di Ampère – Maxwell.............................................................5

2.1.4 Legge di Gauss per il campo magnetico............................................6

2.2 Equazioni di Maxwell nel Dominio del Tempo in Forma Differenziale. .6

2.2.1 Teorema della Divergenza................................................................7

2.2.2 Teorema di Stokes.............................................................................8

2.2.3 Passaggio dalla Forma Integrale a Differenziale.............................10

2.3 Soluzione dell’Equazioni di Maxwell: Onda Elettromagnetica.............12

2.4 Equazioni di Maxwell nel Dominio dei Fasori.......................................18

2.4.1 Campo Elettromagnetico nel Dominio dei Fasori...........................19

2.5 Vettore di Poynting per un Onda Piana..................................................22

2.6 Teorema di Poynting..............................................................................24

2.6.1 Nel Dominio del Tempo..................................................................24

2.6.2 Nel Dominio dei Fasori...................................................................25

3 Propagazione di un’onda Piana.........................................................28

3.1 Propagazione in Mezzi Dielettrici..........................................................28

3.2 Propagazione nei Conduttori..................................................................29


3.3 Propagazione in Mezzi non Omogenei..................................................34

3.3.1 Continuità delle Componenti Tangenti dei Campi..........................34

3.3.2 Incidenza Perpendicolare................................................................37

3.3.3 Incidenza Obliqua...........................................................................38

3.4 Propagazione in Mezzi Dispersivi.........................................................47

4 Linee di Trasmissione.........................................................................54

4.1 Equazione delle Linee nel Dominio del Tempo.....................................54

4.1.1 Tensione Lungo la Linea.................................................................55

4.1.2 Corrente Lungo la Linea.................................................................56

4.1.3 Relazione tra Corrente e Tensione..................................................57

4.2 Equazione delle Linee nel Dominio dei Fasori......................................59

4.3 Trasporto di Impedenza e Coefficiente di Riflessione...........................62

4.3.1 Linea Terminante su un Corto Circuito...........................................63

4.3.2 Linea Terminante su un Aperto.......................................................64

4.4 Schematizzazione Mezzi non Omogenei con Linee Trasmissive...........65

4.5 Linee con Perdite...................................................................................66

5 Irradiazione e Ricezione.....................................................................70

5.1 Potenziale Vettore e Scalare..................................................................72

5.2 Campo Irradiato da un Elemento Ideale di Corrente..............................84

5.2.1 Potenza Associata ad un Elemento Ideale di Corrente....................87

5.3 Dipolo Elettrico.....................................................................................90

5.4 Dipolo Magnetico..................................................................................93

5.5 Antenna Filiforme..................................................................................97

5.6 Parametri Caratteristici dell’Antenna in Trasmissione.........................102

5.6.1 Impedenza di Ingresso...................................................................102

5.6.2 Altezza efficace.............................................................................103


5.6.3 Resistenza di Irradiazione.............................................................107

5.6.4 Direttività......................................................................................108

5.6.5 Guadagno ed Efficienza................................................................109

5.7 Diagrammi di Radiazione....................................................................114

5.8 Teorema delle Immagini......................................................................117

5.9 Antenne in Ricezione...........................................................................122

5.9.1 Altezza efficace in Ricezione e Tensione a Vuoto........................124

5.9.2 Adattamento in Potenza e in Polarizzazione.................................128

5.10 Area Efficace....................................................................................131

5.10.1 Relazione tra Area Efficace e Guadagno.......................................134

6 Propagazione in Guide D’onda........................................................138

6.1 Risonanza.............................................................................................139

6.2 Dispersione in Guida...........................................................................140

6.3 Guide Metalliche a Sezione Rettangolare............................................142

6.4 Guide Dielettriche................................................................................150

Bibliografia
1 Nozioni di Base
Il campo elettrico e il campo magnetico sono funzioni vettoriali dello spazio e
del tempo. In presenza di variazioni temporali si parla di campo elettromagnetico
in quanto i due campi non possono esistere separatamente, ma coesistono legati
tra di loro indissolubilmente. Tale campo, che può propagarsi anche in assenza di
un mezzo, viene impiegato nella trasmissione di informazioni da un punto
all’altro dello spazio. Esempi banali di tale utilizzo sono la comunicazione
satellitare, nonché quella cellulare.

In questa prima parte del lavoro verranno fornite le nozioni di base da possedere
al fine di comprendere correttamente gli argomenti esposti nei successivi capitoli.

1.1 Densità di carica


Preso un punto P, di coordinate ( x , y , z), e considerato un volume ∆ V ,
sufficientemente piccolo, intorno al punto; il rapporto tra la carica ∆ Q( t),
contenuta all’interno del volume, e il volume stesso, costituisce la densità di
carica media ρ , contenuta in quel volume e definita quindi come:

∆ Q(t )
ρ≜
∆V
Facendo tendere ∆ V → 0, ottengo la funzione densità di carica definita come

∆ Q(t) C
ρ( x , y , z ,t )= lim
∆V →0 [ ]
∆ V m3
Questo limite non va considerato dal punto di vista prettamente matematico ma
bensì da un punto di vista fisico. Il volume deve essere molto più grande della
scala atomica, al fine di mantenere sempre un valore del limite continuo anche
quando mi sposto di una certa quantità ϵ rispetto a P.

La densità di carica ρ è un’entità matematica che testimonia un aspetto fisico,


ovvero la presenza di carica (la quale è sorgente dei campi).

Prendiamo ora in considerazione un volume V , finito. La carica Q ( V ,t )


(grandezza misurabile) è pari all’integrale della densità di carica ρ (grandezza
ausiliaria), contenuta in tale volume

1

Q ( V ,t )=∭ ρ ( x , y , z , t ) dx dy dz [C ]
V

1.2 Densità di corrente


Consideriamo una superficie elementare

S la cui normale è i^ n. La variazione di

carica Q ( t ) , che nell’intervallo di tempo

∆ t , attraversa la superficie, ci fornisce la

misura di variazione finita di corrente Δ i :

∆Q ^ ∆Q ^
Δi= ∙ i n → lim ∙ in ≜ i ( t ) [ A ]
∆t ∆ t →0 ∆ t
Se inoltre valutiamo il valore della corrente i sull’elemento infinitesimo di
superficie otteniamo la funzione densità di corrente j

i(t) ^ A
j ( x , y , z ) ≜ lim
∆ s →0
∙i
Δ s n m2[ ]
Se quindi si vuole conoscere la corrente totale presente su una superficie finita S,
non bisogna far altro che integrare la densità di corrente sulla superficie data,
ovvero

i ( S )=∬ j ( x , y , z ) ∙ i^ n dS
S

1.3 Dipendenza tra ρ e j


Consideriamo un cilindro di sezione
trasversale S con la normale alla

superfice pari a i^ n come mostrato in

figura. Supponendo di trovarci in


condizioni stazionarie abbiamo che la
densità di corrente j è costante su S e parallela a i^ n, per cui la corrente si può
esprimere come segue

Δ Q ^ ρ ∙ Δ V ^ ρ ∙ S ∙ Δl ^ Δ t → 0
i= j∙ S= ∙i = ∙ i n= ∙ in ρ∙ S ∙ v ∙ i^ n ⇒ j=ρ ∙ v
Δt n Δt Δt ¿
N
f =ρ ∙ e+ j× b 3
m [ ]
2
Come si può notare le due grandezze risultano essere dipendenti.

Come ultima cosa citiamo la forza di Lorentz che agisce sulle cariche quando
esse sono immerse all’interno di una regione di spazio in cui sono presenti sia un
campo elettrico che magnetico. Tale forza viene espressa nel seguente modo:

3
2 Equazioni di Maxwell
Le equazioni di Maxwell, che raggruppano ed estendono le leggi
dell’elettromagnetismo (Legge di Faraday-Neumann-Lenz, Legge di Ampere,
Legge di Gauss, Legge della Conservazione della Carica), sono un sistema di
equazioni alle derivate parziali lineari e accoppiate (ovvero due equazioni
vettoriali e due scalari), che rappresentano le solide basi dell’elettromagnetismo.
Queste esprimono, infatti, sia l’evoluzione temporale che i vicoli a cui il campo
elettromagnetico devi rispettare, in relazione alle distribuzioni di carica e
corrente elettrica da cui è generato.

2.1 Equazioni di Maxwell nel Dominio del Tempo in Forma Integrale


Di seguito verranno esposte le relazioni che definiscono quelle che vengono
chiamate equazioni di Maxwell in forma integrale.

2.1.1 Legge di Faraday-Neumann-Lenz


La Legge di Faraday-Neumann-Lenz, o anche nota come Legge dell’Induzione
Elettromagnetica, descrive appunto il fenomeno dell’induzione elettromagnetica
che si verifica ogni qual volta si ha una variazione del flusso ϕ S (b) del campo
magnetico b concatenato con un circuito. Tale variazione, genera in quest’ultimo
una forza elettromotrice indotta

ξ il cui effetto è tale da

contrastare la causa che l’ha


generata. Tale è definita quindi
come

∂ ϕ S ( b ) −∂ ❑
ξ ≜−
∂t
= ∯ b ∙ i^ n dS
∂t S
❑ ❑

∮ e i ∙ i^ C dC=−∂ ∂ t
∯ b ∙ i^ n dS
C S
La forza elettromotrice viene poi calcolata come la circuitazione del campo
elettromotore, o campo elettrico indotto e i, ottenendo quindi la seguente
relazione

4
È possibile notare quindi come la circuitazione di tale campo risulta non essere
nulla e ciò ci porta a dire che il campo elettrico risulta essere non conservativo se
c’è una variazione del flusso del campo magnetico.

2.1.2 Legge di Gauss per il campo elettrico


Tale legge lega il flusso del campo elettrico alle sorgenti del campo stesso. Essa
afferma che il flusso del campo elettrico e , attraverso una qualsiasi superficie
chiusa S; è pari alla somma algebrica delle cariche interne, contenute nel volume
V delimitato dalla superficie S, attraverso la costante dielettrica del vuoto ε 0:

Q∫ ¿ ❑ ❑
ϕ S ( e )= ovvero∯ ε 0 e ∙ i^ n dS=∰ ρdV ¿
ε0 S V
2.1.3 Legge di Ampère – Maxwell
La legge di Ampère ci permette di esprimere il legame che sussiste tra le correnti
e il campo magnetico che queste producono. La legge afferma che la
circuitazione del campo magnetico, lungo una linea chiusa C , è dato dalla somma
delle correnti elettriche a essa concatenate; attraverso la costante di permeabilità
magnetica del vuoto μ0:
❑ ❑

∮ b ∙ i^ c dC=μ0 iconc =μ0∯ j ∙ i^ n dS


C S
Dove con S indichiamo la superficie che poggia sulla curva C .

Così espressa, risulta essere valida solo in condizioni di stazionarietà essendo in


accordo con la legge di conservazione della carica. Nel caso in cui la densità di
carica vari nel tempo, la densità di corrente soddisfa l’equazione di continuità:

∂ρ −∂ ρ
∇ ∙ j+ =0 ovvero ∇ ∙ j=
∂t ∂t
La non validità della legge di Ampère in condizione non stazionarie si può
facilmente verificare nel processo di carica di un condensatore. Infatti, se
consideriamo una superficie chiusa che racchiuda una sola armatura, il flusso di j
non è nullo perché c’è una carica entrante o uscente, ma nello spazio tra le
armature del condensatore non c’è nessun passaggio di carica. Quindi, la legge di
Ampère varierebbe con la scelta arbitraria della superficie. Maxwell propose di

5
estendere il significato della densità di corrente in modo da sanare queste
contraddizioni

Q∫ ¿ Q∫ ¿
∂e ^ ❑ ❑
ϕ S ( e )= ⇒d ∙ i n dS=−∯ j ∙ i^ n dS ¿ ¿
=ε 0∯
ε0 dt S
∂t S

∂e ^ ∂e
ε 0∯ j+ε 0 ∙ i dS=0⇒ j tot = j+ ε 0 solenoidale
S ∂t n ∂t
arrivando alla relazione:
❑ ❑
∂e ^
∮ b ∙ i^ c dC=μ0 iconc =μ0∯ j+ ε 0
C S
( )∙ i dS
∂t n
∂e
Si può indicare con j s=ε 0 la densità di corrente di spostamento nel vuoto.
∂t

2.1.4 Legge di Gauss per il campo magnetico


La legge afferma che il flusso dell’induzione magnetica
attraverso una qualsiasi superficie chiusa S è sempre
nullo.

∯ μ 0 b ∙ i^ n dS=0 ∀ S arbitrariamente scelta


S
Ciò deriva dal fatto che in natura non esiste un monopolo magnetico, ma le linee
di campo si chiudono sempre su sé stesse. Quindi il flusso uscente è sempre pari
a quello entrante qualsiasi sia la superficie chiusa considerata.

2.2 Equazioni di Maxwell nel Dominio del Tempo in Forma Differenziale


Le equazioni presentate prendono il nome di equazioni di Maxwell in forma
integrale e ci forniscono delle relazioni tra i campi di tipo globale, ovvero di un
comportamento in una zona dello spazio. È possibile, da queste, passare ad una
formulazione differenziale che esprimono invece un legame tra i campi di tipo
locale, riferendosi al singolo punto dello spazio. Tale passaggio avviene
attraverso l’utilizzo dei teoremi della Divergenza e di Stokes.

2.2.1 Teorema della Divergenza

6
Per una giusta comprensione del teorema si introdurrà dapprima il concetto di
divergenza, applicato ad un campo vettoriale generico F , per poi passare alla
definizione del teorema vera e propria.

La divergenza è un operatore di derivazione che si applica ad un vettore e dà


come risultato uno scalare.

∂ Fx ∂ F y ∂ F z
∇ ∙ F= ( ∂∂x i+^ ∂∂y ^j + ∂∂z k^ ) ∙ ( F i+^ F ^j+ F k^ )= ∂ x + ∂ y + ∂ z
x y z

Possiamo pensare di partizionare il


nostro corpo complessivo in tanti
parallelepipedi infinitesimi di lati dx ,
dy , dz , tale che F possa essere
considerato costante su tutta la
superficie.

Considerando uno di questi elementi


ed esaminando la superficie A ' B' C ' D'
perpendicolare all’asse x , il flusso del
vettore F attraverso questa superfice è:

∯ F ∙ i^ n dydz =¿ F ' x dydz ¿


' ' ' '
ABCD
Indichiamo con F ' x la componente di F parallela all’asse x .

Analogamente il flusso attraverso superficie ABCD è


∯ F ∙ i^ n dydz=¿−F x dydz ¿
ABCD
Il segno meno è dovuto all’orientamento della normale alla superficie.

Complessivamente lungo l’asse x abbiamo

∂Fx
( F ' x −F x ) dydz= ∂x
dxdydz

In modo analogo lungo gli altri assi si ottiene:

7
∂ Fy
( F ' y −F y ) dxdz= ∂y
dxdydz
∂F
( F ' z −F z ) dxdy = ∂ zz dxdydz
In definitiva il flusso totale attraverso tutta la superficie dS del parallelepipedo
infinitesimo è dato da1:

∂ Fx ∂ F y ∂ Fz
dϕ=∯ F ∙ i^ n dxdydz=
dS
+
∂x ∂ y ∂z(
+ )
dxdydz=( ∇ ∙ F ) dτ

Estendendo questo risultato sull’intero corpo abbiamo:


❑ ❑

∯ F ∙ i^ n dS=∰ ( ∇ ∙ F ) dτ
S τ
Ovvero il flusso di un campo vettoriale che attraversa una superficie chiusa è
uguale all’integrale della divergenza del campo esteso alla regione di spazio
racchiusa dalla superficie.

2.2.2 Teorema di Stokes


Anche in questo caso si fornirà dapprima il concetto di rotore per poi passare alla
comprensione del teorema vero e proprio.

Il rotore non è altro che un operatore di derivazione applicato ad un vettore che


restituisce come risultato ancora un vettore come è possibile osservare di seguito

i^ ^j k^
∇ × F=det ∂

Passiamo
∂x
Fx
[
ora

∂y
Fy
con
∂z
Fz
il
](
∂ = ∂ F z − ∂ A y i^ − ∂ F z − ∂ F x ^j+ ∂ F y − ∂ F x k^
∂y ∂z ) ( ∂x ∂z ) ( ∂x ∂y )

considerare una linea chiusa


c qualsiasi, immersa in un
campo vettoriale F, e
supponiamo di voler
calcolare la circuitazione di
F lungo la linea C . Una
qualsiasi linea chiusa può
essere partizionata da un
1
Si è indicato con dτ =dxdydz il volume del parallelepipedo
8
insieme infinito di rettangoli infinitesimi in cui i contributi legati ai lati comuni,
essendo uguali e opposti, si annullano a vicenda. Ciò che rimane è solo il
contributo dei lati non comuni, ovvero quelli esterni.

Per il singolo rettangolo infinitesimo di lati dx e dy abbiamo:


∮ F ∙ d l=F AB dx+ F BC dy−F CD dx−F DA dy


ABCD
¿ ( F AB−F CD ) dx + ( F BC −F DA ) dy
Prendendo come sistema di riferimento xy rispettivamente i lati AB
´ e ´
BC
otteniamo

∂ Fx ∂Fy
( (
F x− F x +
∂y )) ( (
dy dx+ F y − F y −
∂x ))
dx dy

Ovvero

( ∂∂Fx − ∂∂Fy ) dxdy=( ∇ × F ) ∙ k^ dS


y x

Integrando sull’intera linea, ovvero sommare tutti i contributi dei rettangoli


infinitesimi, si ottiene quello che prende il nome di Teorema di Stokes
❑ ❑

∮ F ∙ i^ c dC=∯ ( ∇ × F ) ∙ i^ n dS
C S

indicando con i^ n il versore normale alla superficie S.

Ovvero la circuitazione di un campo vettoriale lungo una linea chiusa C è uguale


al flusso del rotore del campo attraverso una qualunque superficie S avente per
contorno C .

2.2.3 Passaggio dalla Forma Integrale a Differenziale


Si procede, a valle della breve esposizione dei teoremi necessari, al passaggio
alla forma differenziale delle equazioni di Maxwell in forma integrale.

Partendo dalla legge dell’induzione elettromagnetica, che riportiamo di seguito


❑ ❑

∮ e ∙ i^ C dC=−∂
∂ t
∯ b ∙ i^ n dS
C S

e applicando il teorema di Stokes per la circuitazione del campo elettrico


otteniamo

9
❑ ❑

∯ ( ∇ × e ) ∙ i^n dS= −∂
∂t
∯ b∙ i^ n dS
S S

Portando tutto al primo membro si ottiene che



∂b ^

S
[( ∇ × e )+ ]∙ i dS=0
∂t n

Tale relazione vale solo se l’argomento è nullo qualsiasi sia la superficie S,


ottenendo la forma differenziale:

−∂ b
∇ × e= Legge di Faraday Differenziale
∂t

Prediamo adesso in considerazione la legge di Ampère – Maxwell


❑ ❑

∮ b ∙ i^ c dC=μ0 ∯ ( j+ ε0 ∂∂ et )∙ i^ n dS
C S

ed applicando lo stesso ragionamento per il primo membro, otteniamo


❑ ❑
∂e ^
∯ ( ∇ × b ) ∙ i^ n dS=μ 0∯ j+ ε0
S S
( )
∙ i dS
∂t n

e procedendo analogamente a caso precedente giungiamo alla forma differenziale

∂e
∇ × b=μ0 j+ ε 0 μ 0 Legge di Ampère Maxwell Differenziale
∂t

Consideriamo le leggi di Gauss per il campo elettrico e magnetico


rispettivamente
❑ ❑

∯ ε0 e ∙ i^ n dS=∰ ρdV
S V

∯ μ 0 b ∙ i^ n dS=0
S

applicando al primo membro, ad entrambe, il Teorema della Divergenza


otteniamo

10
❑ ❑ ❑

∯ ε0 e ∙ i^ n dS=∰ ( ∇ ∙ ε0 e ) dV =∰ ρdV
S V V

❑ ❑

∯ μ 0 b ∙ i^ n dS=∰ ( ∇ ∙ μ 0 b ) dV =0
S V

Procedendo in modo analogo, su avranno rispettivamente

ρ
∇ ∙ e= Legge di Gauss Differenziale(elettrico)
ε0

∇ ∙ b=0 Legge di Gauss Differenziale (magnetico)

La prima equazione stabilisce il legame tra carica elettrica e campo elettrico


mentre la seconda mostra che un campo magnetico è sempre solenoidale e che
quindi non esistono cariche magnetiche.

Un ulteriore equazione, che può essere ricavata dalle equazioni di Maxwell, è la


legge di continuità della corrente; applicando semplicemente l’operatore di
divergenza alla legge differenziale di Ampère-Maxwell si ottiene che

∂e
(
∇ ∙ ( ∇ ×b )=∇ ∙ μ 0 j+ ε 0 μ 0
∂t )

e conoscendo che la divergenza del rotore è nulla, si arriva a

∂ ( ∇ ∙ ε0 e ) −∂ ρ
μ0 ( ∇ ∙ j ) + μ0 =0 ⇒∇ ∙ j=
∂t ∂t

Tale relazione ci dice che una variazione temporale della densità di carica in un
punto dello spazio ‘genera’ una divergenza della densità di corrente. Tutto ciò
equivale a dire che la carica si conserva. Infatti, se ad esempio essa diminuisce in
un punto significa che si è spostata altrove, generando necessariamente una
corrente.

11
2.3 Soluzione dell’Equazioni di Maxwell: Onda Elettromagnetica
È interessante mostrare come nelle equazioni di Maxwell siano contenuti
fenomeni ondulatori che nella loro più semplice incarnazione vengono
rappresentati da un’onda elettromagnetica piana. Per verificare, quanto appena
affermato, consideriamo le proprietà locali dei campi, elettrici e magnetici, in
condizioni di vuoto ed in assenza di densità di carica e di corrente. In tali
condizioni le espressioni differenziali di Maxwell diventano le seguenti:

−∂ b
∇ ∙ e=0 , ∇ ×e=
∂t

∂e
∇ ∙ b=0 , ∇ × b=ε 0 μ0
∂t

Fissiamo adesso un sistema di riferimento cartesiano x , y , z e limitiamoci, per


semplicità, a cercare una soluzione in cui il campo elettrico e e il campo
magnetico b dipendano solo dal tempo e dalla coordinata z .

e ( z , t ) =e x ( z , t ) i^ x +e y ( z , t ) i^ y

b ( z ,t )=b x ( z , t ) i^ x +b y ( z ,t ) i^ y

In questo modo la soluzione risulta essere costante sui piani paralleli xy portando
poi alla espressione di onda piana.

Poiché, per ipotesi, sono nulle tutte le derivate parziali rispetto a x e y ;


otteniamo:

∂ ex ∂ e y ∂ ez ∂ ez
∇ ∙ e= + + =0⇒ =0
∂ x ∂ y ∂z ∂z

∂ b x ∂b y ∂ b z ∂ bz
∇ ∙ b= + + =0 ⇒ =0
∂ x ∂ y ∂z ∂z

∂ e ∂ e −∂b x ∂ e y ∂ b x
( ∇ × e ) ∙ i^ x = z − y = ⇒ =
∂y ∂z ∂t ∂ z ∂t

12
∂ e ∂ e −∂b y ∂ e x −∂b y
( ∇ × e ) ∙ i^ y = x − z = ⇒ =
∂z ∂ x ∂t ∂z ∂t

∂e ∂ e −∂b z ∂b z
( ∇ × e ) ∙ i^ z = y − x = ⇒ =0
∂x ∂y ∂t ∂t

∂b ∂b ∂e ∂e −1 ∂ b y
( ∇ × b ) ∙ i^ x = z − y =ε 0 μ 0 x ⇒ x =
∂ y ∂z ∂t ∂ t ε0 μ 0 ∂ z

∂ b ∂b ∂e ∂e 1 ∂ bx
( ∇ × b ) ∙ i^ y = x − z =ε 0 μ 0 y ⇒ y =
∂ z ∂x ∂t ∂ t ε 0 μ0 ∂ z

∂b ∂b ∂e ∂e
( ∇ × b ) ∙ i^ z= y − x =ε 0 μ 0 z ⇒ z =0
∂x ∂ y ∂t ∂t

Le relazioni ∂ e z / ∂ z=0 e ∂ e z / ∂t=0 ci permettono di dedurre che la componente


e z ( z ,t ) del campo elettrico sia una costante, lo stesso vale per la componente
b z ( z , t ) del campo magnetico. Inoltre, poiché abbiamo supposto l’assenza di

densità di corrente e di carica stazionarie; concludiamo con l’affermare che


e z ( z ,t )=0 e b z ( z , t )=0. Questo primo risultato rappresenta un punto importante

perché ci permette di affermare, essendo i campi contenuti totalmente nel piano


xy , che le onde saranno necessariamente trasversali alla direzione i^ z . Questa
tipologia di soluzione viene detta Trasversale Elettromagnetica (TEM).

A valle di tale ragionamento, si ottiene un sistema di equazioni nelle quattro


componenti dei due campi; separabili nei due seguenti sistemi aventi solo due
funzioni incognite:

∂ e x −∂b y ∂ e y ∂ bx

{ ∂z
=
=
∂t
{ ∂z
∂ e x −1 ∂ b y ∂ e y
=
=
∂t
1 ∂ bx
∂ t ε 0 μ0 ∂ z ∂t ε 0 μ0 ∂ z

Tali sistemi mostrano una relazione tra e x e b y e tra e y e b x , cioè tra componenti
mutualmente ortogonali.

Prendiamo in esame il primo sistema e deriviamo la prima espressione rispetto a


t e la seconda rispetto a z , ottenendo:
13
∂2 e x −∂ 2 b y

{ ∂ z∂t
=
∂t 2
∂2 e x −1 ∂2 b y
=
∂ t ∂ z ε 0 μ0 ∂ z 2

Le due derivate miste risultano uguali2 potendo quindi affermare che:

∂2 b y ∂2b y
=ε 0 μ0 2
∂ z2 ∂t

Se invece deriviamo la prima rispetto a z e la seconda rispetto a t , ottenimo:

∂2 e x ∂2 e x
=ε 0 μ 0 2
∂ z2 ∂t

Procedendo analogamente per il secondo sistema si raggiungono a risultati simili:

∂2 e y ∂2 e y
=ε μ
0 0
∂ z2 ∂ t2

∂ 2 bx ∂2 b x
=ε 0 μ0 2
∂ z2 ∂t

Le relazioni a cui siamo giunti, per le singole componenti dei campi, sono delle
equazioni di D’Alembert:

∂2 ξ 1 ∂2 ξ
2
= 2 2 Equazione di D' Alembert
∂ z v ∂t

le cui soluzioni soddisfano l’equazione differenziale delle onde piane.

Risulta semplice verificare che qualsiasi funzione derivabile del tipo f ( z−vt ) o
del tipo f ( z + vt ) , soddisfa l’equazione precedentemente esposta. Inoltre, si noti
che le due soluzioni proposte
rappresentano rispettivamente
un’onda, ovvero una
2
Si è supposto valido il Teorema di Schwarz che ci permette di affermare in sicurezza che le derivate
miste di una funzione sono uguali.
14
perturbazione dello spazio che trasla nel tempo, progressiva ed una regressiva.
Ciò è facilmente riscontrabile semplicemente osservando due istanti di tempo
distinti t 1 e t 2.

Infine, una qualsiasi combinazione lineare delle soluzioni proposte risulta essere
ancora soluzione dell’equazione differenziale.

In conclusione le soluzioni che otteniamo, espresse in forma vettoriale, sono:

e ( z , t ) =e x ( z ± vt ) i^ x +e y ( z ± vt ) i^ y

b ( z ,t )=b x ( z ± vt ) i^ x + b y ( z ± vt ) i^ y

Pertanto, i campi si propagano lungo la direzione dell’asse z sotto forma di onde


piane con velocità pari a:

v=
1
√ ε0 μ 0 [√ m m
F H
=
√m ∙V m ∙ A
C V ∙s
=
m m∙ C m
C s∙s
= .
s √ ]
Tale velocità con cui l’onda viaggia nel vuoto è pari a:

1
v= =3 ∙ 108 m/s
√ ε0 μ 0
Si nota subito che questo valore coincide con quello misurato della velocità della
luce nel vuoto. Ciò portò Maxwell a ipotizzare che la luce sia essa stessa un’onda
composta da un campo elettrico e da un campo magnetico per poi essere
successivamente affermato in via sperimentale da Hertz.

Indichiamo con η=z ± vt la nostra variabile di appoggio tale che ∂ η/∂ z=1 e
∂ η/∂ t=± v . A partire dall’espressione:

∂ e y ∂ bx ∂ bx ∂ η ∂ bx
= = =± v ⇒
∂z ∂t ∂η ∂t ∂η

∂ey ∂b x
e y =∫ dz=± v ∫ dz =± v ∫ ∂b x =± v b x +cost
∂z ∂η

ponendo uguale a zero la costante di integrazione, che descrive una situazione


stazionaria a cui non siamo interessati, otteniamo:

15
1
b x ( z ± vt )=± e y ( z ± vt ) =± √ ε 0 μ0 e y ( z ± vt ) .
v

Analogamente a partire da:

∂ e x −∂b y
=
∂z ∂t

si ottiene:

b y ( z ± vt ) =∓ √ ε 0 μ 0 e x ( z ± vt )

da cui si deduce che le componenti del campo b risultano dipendere da quelle del
campo e , e viceversa, risultando tra loro inscindibili.

Possiamo scrivere quindi che:

e ( z ,t )=e x ( z ± vt ) i^ x +e y ( z ± vt ) i^ y
{b ( z , t )=± √ ε 0 μ 0 e y ( z ± vt ) i^ x ∓ √ ε 0 μ0 e x ( z ± vt ) i^ y

Da queste relazioni si ricavano due ulteriori proprietà delle onde


elettromagnetiche.

La prima è la relazione tra i moduli dei campi, valida in ogni instante e in ogni
punto

|e|2 |e|
|b|2=b x 2 +b y 2=ε 0 μ 0 ( e x 2+ e y2 ) = 2
⇒|b|= o|e|=v|b|
v v

Inoltre, nel caso in cui possiamo esprimere b=μo h la relazione risultante tra i
moduli è la seguente

μ0 μ0
|e|=v |b|=v μo|h|=
√ ε0 μ0
|h|=
√ ε0
|h|

Si usa la notazione

μ0
ξ 0=
√ ε0
=377 Ω [√ H ∙m
m∙ F
=
V ∙s V
A C√
∙ = √ Ω2 =Ω ]
per indicare l’impedenza caratteristica del vuoto.

Effettuando il prodotto scalare dei campi, si ottiene:


16
e ∙ b=e x b x + e y b y =√ ε 0 μ 0 ( ± e x e y ∓e y e x )=0

Ovvero i due campi, oltre ad essere ortogonali alla direzione di propagazione


dell’onda elettromagnetica, sono anche mutualmente perpendicolari; formano
dunque una terna levogira.

Il loro prodotto vettoriale invece

i^ x i^ j i^ k
e
e × b= x
± y[
e
v

ey 0
ex
v
0 ](e 2x e 2 y
=∓ ∓
v v k
^
i =∓
|e|2 ^
v k
i)
Ci fornisce sia la direzione di propagazione, essendo parallelo all’asse z, che un
concetto molto importa di potenza trasportata dall’onda elettromagnetica che
verrà affrontato in seguito.

Tutto quello che si è affermato finora non vale solo nel vuoto ma in un qualsiasi
mezzo caratterizzato da una permettività ε e da una permeabilità μ costanti. In
tali condizioni la velocita con cui l’onda si propaga e l’impedenza intrinseca del
mezzo saranno:

μ
v=1/ √ εμ , ξ=
√ ε

2.4 Equazioni di Maxwell nel Dominio dei Fasori


In moltissime applicazioni siamo interessati a trattare sorgenti che variano
sinusoidalmente nel tempo, ovvero hanno un andamento del tipo:

j 0 (r ,t)=J 0 ( r ) cos [ωt+ φ j ( r ) ]


M

ρ0 (r , t)=R 0 ( r ) cos [ωt + φ ρ ( r ) ]


M

rad
dove ω è detta pulsazione e si misura in [ ].
s

I campi, generati da tali sorgenti, variano necessariamente con la medesima


pulsazione dei generatori. Di conseguenza possiamo esprimere tali campi come:

e (r , t)=E M ( r ) cos[ωt +φ e ( r ) ]
17
h(r ,t )=H M ( r ) cos [ωt +φ h ( r )]
In tutte le espressioni presentate si è indicato con il pedice “ M ” il valore massimo
(delle sorgenti e dei campi) e con φ lo sfasamento (che tiene conto che il valore
massimo può essere ottenuto in un istante diverso da t=0 ) 3. Come si può
osservare, lo studio dei campi espressi in tale forma, nel dominio del tempo, può
diventare ostico e poco produttivo. Per tali motivi risulta estremamente
interessante introdurre il concetto di fasore per tutta una serie di vantaggi che
saranno più chiari a breve.

2.4.1 Campo Elettromagnetico nel Dominio dei Fasori


Prendendo in considerazione i campi precedentemente espressi; si definisce
fasore del campo elettrico il vettore complesso4:

E=E M e j φ e

È banale osservare come moltiplicando il fasore per e jωt e prendendone la parte


reale si riottiene il campo nel dominio del tempo:

e (t)=ℜ {E M e j φ e jωt }
e

Quanto appena detto vale ovviamente anche per il campo magnetico. Infatti,
fissata una pulsazione ω, qualsiasi funzione f nel dominio del tempo di tipo
A M cos ⁡( ωt+ φ); corrisponde alla funzione nel dominio dei fasori F= A M e jφ

Una delle proprietà che più ci incoraggia all’uso dei fasori è quella che ad
un’operazione di derivazione nel dominio del tempo corrisponde una semplice
moltiplicazione per jω nel dominio dei fasori.

Grazie a tale proprietà dovuta alla trasformazione, possiamo semplificare


estremamente le equazioni di Maxwell in forma differenziale. Il risultato a cui si
giunge, eseguendo i vari passaggi banali, è il seguente:

3
I valori massimi e gli sfasamenti sono, in genere, funzioni dello spazio.
4
Per brevità della notazione è sottointesa la dipendenza dallo spazio.
18
∇ × E=− jωμ H
∇ × H= jωε E+ σ E +J 0
∇ ∙ ε E=R+ R0
∇ ∙ μ H=0
che rappresentano le equazioni di Maxwell nel dominio dei fasori notando come
non vi sia più alcun rifermento alla dipendenza temporale.

Procediamo a questo punto in modo analogo a quanto fatto nel dominio del
tempo, cercando una soluzione delle equazioni di Maxwell, ipotizzando che il
mezzo sia omogeneo nello spazio e a conducibilità nulla.

Inoltre vogliamo che la soluzione dipenda solo dalla coordinata spaziale z , in cui
i campi non abbiano componente, proprio come supposto nel dominio del tempo:

E=E x ( z ) i^ x + E y ( z ) i^ y
H=H x ( z ) i^ x + H y (z) i^ y
Sostituendo queste due equazioni nelle equazioni di Maxwell si ottengono i due
sistemi separabili nelle rispettive due incognite:

d Ex

{ dz
dHy
dz
d Ey
=− jωμ H y

=− jωε E x

{ dz
dHx
dz
= jωμ H x

= jωε E y

È stato utilizzato il simbolo di derivata totale, e non parziale, perché i campi,


come supposto, sono funzione della sola variabile z .

Procedendo in maniera analoga a quanto fatto nel dominio del tempo, si ottiene
per il primo sistema la seguente relazione:

d2 Ex 2
+ β E x =0
d z2
Dove si è indicato con β=ω √ εμ la costante di propagazione dell’onda,
dipendente sia dalla pulsazione e dal mezzo nel quale l’onda si propaga.

19
L’equazione a cui siamo giunti è l’equazione del moto armonico, che ammette le
due soluzioni indipendenti e− jβt e e jβt . Una combinazione lineari di tali soluzioni è
ancora una soluzione del dell’equazione.

In particolare, una soluzione del tipo:


− jβz

E x ( z )=E+0 ¿e ¿
è detta onda progressiva
x

mentre:
jβz

E x ( z )=E−¿e
0
¿
è detta onda regressiva
x
+¿ ¿ −¿¿
I coefficienti E 0x eE 0x sono numeri complessi indipendenti da z e rappresentano
il valore assunto dall’onda all’ascissa z=0 . Ritornando nel dominio del tempo si
osserva che le soluzioni trovate sono delle onde che si propagano:
+¿(z , t)=¿ ¿
ex
Fissiamo dapprima l’istante di tempo t 0, dopodiché ci mettiamo all’stante t+ Δ t
osservando come lo spazio sia cambiato all’istante successivo.
, 0)¿
Se disegniamo la funzione e +¿(z
x otteniamo, al variare del valore dell’ascissa z ,

π
una sinusoide di periodo spaziale λ=2
β
detto lunghezza d’onda.

20
Imponiamo che la fase all’istante t sia uguale alla fase all’istante t+ ∆ t
+ ¿¿

ωt− βz+ φ+¿=ω (t +∆ t )− β ( z+ ∆ z )+φ ¿

ω
∆ z= ∆ t=v φ ∆ t
β
Si osserva come la sinusoide scorra sull’asse positivo z . Quindi un osservatore
che si muove di velocità v φ (velocità di fase) vede sempre la stessa funzione,
fissa.

Nel vuoto la velocità di fase è pari a:

ω ω
v φ=
= =c
β ω √ ε0 μ 0
Il campo magnetico H y può poi essere facilmente ricavato dalla prima equazione
nel sistema dividendo ambo i membri per − jωμ, per cui possiamo scrivere:
− jβt + ¿¿
H ¿
H y ( z ) =H +¿e
0y
¿
con E+¿=ζ
0x
0y

jβt −¿¿
H ¿
H y ( z ) =H−¿e
0y
¿
con E−¿=ζ
0x
0y

μ
Dove ζ =
√ ε
rappresenta l’impedenza intrinseca del mezzo come nel dominio del

tempo.

Analogamente, è possibile ricavare le altre due componenti dei campi andando a


risolvere il secondo sistema precedentemente mostrato.

2.5 Vettore di Poynting per un Onda Piana


Lavorando nel dominio dei fasori, facciamo un’analisi dimensionale sul campo
elettrico e magnetico:

A V
H [ ]
m
E [ ]
m
che rappresentano, assieme alle relative proprietà, le grandezze sulle quali ci
siamo focalizzati.

E , H sono degli enti matematici che vanno a modellare la realtà e che quindi
permettono la comprensione di tutta una serie di aspetti fenologici a cui possiamo
assistere.

Definiamo l’operatore matematico a cui è associato un significato energetico, che


prende il nome di Vettore di Poynting S
21
1 W
S≜
2
E × H¿ 2
m [ ]
La definizione del vettore di Poynting è simile a quella della potenza ma
differisce in quanto sono grandezze vettoriali, mentre nella potenza è una
grandezza scalare.

A questo punto supponiamo di stare nel vuoto e facciamo riferimento alla sola
onda progressiva:
−jβz
e i ¿ ^x
E ( z )=E+¿
0
+¿
E 0 − jβz ^
H ( z) = e iy¿
ζ
Il vettore di Poynting legato a tale onda è il seguente:

1
S= ¿
2

che risulta quindi essere diretto lungo la direzione z , ovvero la direzione di


propagazione.

Per completezza calcoliamo S anche per l’onda retrograda


jβz
i ¿ ^x
E ( z )=E−¿e
0
E−¿
H ( z ) =− 0 e jβz i^ y ¿
ζ
1 1
S= E × H ¿= ¿
2 2
Osserviamo inoltre, sempre per l’onda progressiva, come varia S quando il
mezzo presenta una conducibilità non nulla σ .

k =ω √ ε 0 μ0 ε ¿r =β− jα
μ0
ζ=
1

ε0 εr
¿ =ζ r + j ζ i

1
S= E × H ¿= ¿
2 2
Scriviamo i campi come:
−jβz −αz
e e ^ix ¿
E ( z )=E+¿
0

22
E +¿
0
H ( z) = e jβz e−αz i^ y ¿
ζ
e sostituiamo nell’espressione di S, ottenendo:

1 1
S= E × H ¿= ¿
2 2
Ovvero il vettore di Poynting si attenua esponenzialmente a causa di α .
Quest’attenuazione è di tipo dissipativo ed è dovuta alle proprietà conduttive del
mezzo.

2.6 Teorema di Poynting


Il Teorema di Poynting non è altro un teorema di conservazione dell’energia
elettromagnetica.

2.6.1 Nel Dominio del Tempo


Iniziamo quindi con il considerare il vettore di Poynting, questa volta facendo
riferimento ai campi nel del tempo:

s ≜ e ×h

e valutiamo la divergenza di tale vettore

∂h ∂e
∇ ∙ s=∇ ∙ ( e × h )=h∙ ∇ × e−e ∙ ∇ ×h=h ∙ −μ ( ∂t) (
−e ∙ ε +σ e+ j 0
∂t )
ottenendo che

−μ ∂h 2 ε ∂ e 2 2
∇ ∙ s= − −σ e −e ∙ j 0
2 ∂ t 2 ∂t

Raggruppando i termini derivati rispetto al tempo e portando al primo membro, si


ottiene:

1 ∂
∇ ∙ s+ ( μ h 2+ ε e2 ) + σ e2=−e ∙ j0
2 ∂t

Infine, integrando su un volume V , delimitato dalla superficie chiusa S, si ha la


seguente relazione
❑ ❑ ❑ ❑

∯ s ∙ i^ n dS+ ∂∂t ∰ 12 ( μ h2 +ε e 2 ) dV +∰ σ e2 dV =−∰ e ∙ j0 dV


S V V V

23
Questa, esprime il teorema di Poynting e rappresenta un’equazione di bilancio
delle potenze. In particolare abbiamo che:

 Il termine al secondo membro è la potenza fornita dai generatori;


 ∰ σ e 2 dV denota una potenza dissipata per effetto Joule a causa della


V

presenza di una conducibilità nel mezzo;


 ∰ 12 ( μ h2 +ε e 2 ) dV ha le dimensioni di un’energia, e rappresenta l’energia


V

immagazzinata nel campo elettromagnetico. È una quantità sempre


positiva e dipende unicamente dal valore dei campi nel volume V ; la sua
derivata nel tempo è una potenza, positiva se l’energia aumenta nel tempo
e negativa se l’energia diminuisce;

 ∯ s ∙ i^ n dS è il flusso del vettore di Poynting uscente dal volume V , e può


S

essere interpretato come la potenza che esce dal volume (se il suo valore è
positivo) o entra nel volume (se il suo valore è negativo)

2.6.2 Nel Dominio dei Fasori


Analogamente al caso precedente consideriamo il vettore di Poynting, nel
dominio dei fasori

1
S= E × H ¿
2

Analizziamo quindi fin da subito la divergenza di S:

1 ¿ V A W
∇ ∙ S=
2
[ [ ][ ] [ ]
H ∙ ( ∇ × E )− E∙ ( ∇ × H ¿ ) ]
m m 2
= 3
m
in cui, ricordando le equazioni di Maxwell:

∇ × H= jω ε 0 ε r E+σ E+ J 0
∇ × E=− jω μ 0 H
ed effettuando le opportune sostituzioni, si ottiene:

1 ¿
∇ ∙ S= [ H ∙ (− jω μ 0 H ) −E ∙ ( jω ε 0 ε r E+σ E+ J 0 )¿ ] =¿
2

24
1 2

2 [ ]
− jω μ0|H | −E∙ ( jω ε 0 ε r E¿ + σ E¿ + J ¿0 ) =¿
1 2 2 2

2
[− jω μ0|H | + jωε 0 ε r|E| −σ |E| −E∙ J ¿0 ]
Riordinando, come nel caso del dominio del tempo, le quantità tra primo e
secondo membro; giungiamo alla relazione:

1 2 2 1 2 −1
∇ ∙ S+ jω ( μ 0|H | −ε 0 ε r| E| )+ σ| E| = E ∙ J ¿0
2 2 2
Questa volta tale identità è complessa. Al fine di poterla analizzare, l’espressione
sarà suddivisa nella sua parte reale e quella immaginaria, come segue 5:

1 2 −1
∇ ∙ Sr + σ| E| = ℜ{ E ∙ J ¿0 }
2 2
1 1 −1
( 2 2
∇ ∙ Si +2 jω μ0|H | − ε 0 ε r|E| =
4 4 2 )
ℑ {E ∙ J ¿0 }

Nella parte destra delle due equazioni possiamo notare la sorgente del campo
elettromagnetico mentre nel membro a sinistra sono presenti i contributi legati al
campo e quelli del vettore di Poynting.

Prendiamo in considerazione un volume V finito, la cui superficie indichiamo


con S, tale che la sorgente sia inglobata. Integrando le precedenti espressioni su
tale volume otterremo i seguenti risultati:

 Parte Reale:
❑ ❑

∰ ∇ ∙ Sr + 12 σ| E|2 dV =∰ −1
2
ℜ{E ∙ J ¿0 }dV
V V
Integro sul volume V ottengo una potenza. Questa rappresenta la potenza
media generata dalle sorgenti di campo.

Applicando il teorema della divergenza al primo membro, si ottiene che:


❑ ❑

∮ Sr ∙ i^ n d Σ+ 12 ∫ σ |E|2 dV =P rg
S V
Questa relazione ci dice che la potenza scambiata col mondo esterno (ha
segno positivo se dissipata e segno negativo se generata) più la potenza media
dissipata, a causa dell’effetto Joule dovuto a una conducibilità σ del mezzo, è
pari alla potenza reale (attiva) generata.

5
Le due identità valgono in qualsiasi punto dello spazio, per qualsiasi sorgente e caratteristiche del
mezzo.
25
Per la potenza reale, notiamo che non entrano in gioco le proprietà
dielettriche se non attraverso il valore dei campi E e H .

 Parte Immaginaria

Integrando e applicando l’operazione di divergenza, otteniamo:


❑ ❑

∮ Si ∙ i^ n d Σ+2 ω ∫ 14 μ0|H|2− 14 ε0 εr|E|2 dV =Pig


S V
Soffermiamoci sul secondo termine del primo membro:

1 2 1 2
2 ω ∫ μ 0| H| − ε 0 ε r| E| dV ⇒ 2 ω(ζ m−ζ e )
V 4 4
dove ζ m, ζ e rappresentano rispettivamente l’energia magnetica e l’energia
elettrica immagazzinata.

Notiamo quindi che il campo elettromagnetico è molto utile perché non trasporta
solo un’informazione ma anche una potenza.

Il Teorema di Poynting ha un significato fisico soltanto se consideriamo una


superficie chiusa. Possiamo però estendere questo significato anche sfruttando
una superficie chiusa formata da due superfici aperte Σ1 e Σ2 appoggiate l’una
all’altra e quindi dire che la potenza che entra da una superficie è uguale a quella
che esce dall’altra.

Quindi estendendo il Teorema di Poynting ad una superficie “aperta” come un


piano, posso dire che il flusso del vettore di Poynting è uguale alla potenza che
attraversa il piano stesso.

26
3 Propagazione di un’onda Piana
Fino a questo punto, ci si è limitati alla sola definizione e analisi di alcune
proprietà legate al concetto di onda elettromagnetica, ma nulla è stato detto a
proposito di come quest’ultima si propaga all’interno di un mezzo, oppure cosa
accade quando si passa da un mezzo all’altro, diversi tra loro. Questo capitolo si
concentrerà quindi su tutti questi aspetti che in prima battuta non sono stati
tralasciati.

3.1 Propagazione in Mezzi Dielettrici


Nella seguente trattazione considereremo mezzi dielettrici lineari e omogenei,
isotropi e non dispersivi. Con tali ipotesi, le relazioni costitutive dei materiali
diventano:

D=ε 0 ε r E
B=μ 0 μr H
In generale ε r=1 per il vuoto, mentre in un mezzo materiale ε r ≠ 1 ma piuttosto
risulta essere ε r >1. Inoltre, per quanto riguarda il campo magnetico, per le
applicazioni di nostro interesse i mezzi hanno une permittibilità relativa μr =1.

Esaminiamo cosa varia rispetto alle soluzioni precedentemente ricavate in


condizioni di vuoto quando ci si trova in un mezzo materiale6:

2π λ
→ λ= 0
β=ω √ μ0 ε 0 ε r=β 0 √ ε r =
λ √ ε0
ω ω 1 1 c
∆ z=v φ ∆ t= = = =
β β 0 √ ε r √ ε 0 μ0 √ ε r √ ε r
μ0 ζ
ζ=
√ = 0
ε0 εr √ εr
Per cui possiamo elencare gli effetti dovuti alla presenza di un mezzo dielettrico:

1. λ diventa più piccolo rispetto a quello del vuoto.


2. Il dielettrico ε r rallenta la propagazione.
3. Riduce ζ e di conseguenza aumenta l’intensità del campo magnetico.

6
Abbiamo utilizzato nel caso in esame le seguenti relazioni ε =ε r ε 0 e μ=μ r μ o, anche se è bene notare
che la linearità offerta da tali relazioni non è sempre possibile.
27
3.2 Propagazione nei Conduttori
Procediamo coll’analizzare la propagazione all’interno dei conduttori, i quali
presentano un comportamento diverso rispetto ai dielettrici. Infatti, questi hanno
una struttura diversa ed inoltre le loro cariche sono influenzabili dai campi
elettrici.

Ciò che accade quando un conduttore è investito da un campo elettromagnetico è


la formazione di correnti, dette di induzione, che non sono autonome ma appunto
vengono indotte dalla presenza di campi incidenti. Questi campi riescono quindi
a mettono in moto le cariche elettriche presenti all’interno del conduttore
generando tali correnti.

Possiamo tener conto di questo fenomeno andando a considerando la legge di


Ampere-Maxwell:
❑ ❑

∮ h ∙ i^ C dC=I conc + ∯ d ∙ i^n dS
∂t S
C
La corrente I conc si può ulteriormente scomporre nella somma di I o, legate a
correnti derivanti da cause esterne al campo come ad esempio sorgenti
(assegnate), e I c, legate invece a delle correnti indotte dal campo (incognite)
❑ ❑
I o=∬ d o ∙ i^ n dS I c =∬ d c ∙ i^ n dS
S S
Esprimendo in forma differenziale la precedente relazione e tenendo conto delle
densità di corrente, otteniamo:

∂d
∇ × h= j o + j c +
∂t
Nel dominio dei fasori la seguente relazione diventa:

∇ × H=J o+ J c + jω D
∇ × E=− jω B
In cui, per completezza, si è aggiunta anche l’equazione relativa al campo
elettrico.

In tutto ciò la nostra incognita risulta essere J c . Sfruttando però la legge di Ohm,
la quale ci permette di affermare che le correnti di conduzione sono proporzionali
al campo elettrico (punto per punto), ovvero:

28
J c =σ E

Dove si indica con σ la conducibilità del mezzo.

Sostituendo la J c ottenuta nella legge di Ampere-Maxwell, otteniamo:

∇ × H=J o+ σ E+ jω ε 0 ε r E
in cui mettendo in evidenza il termine jω ε 0 E , si giunge alla relazione:

∇ × H=J o+ jω ε 0 ε ¿r E σ
¿
(
dove ε r= ε r + jω ε
0
)
Ci siamo quindi ricondotti nell’espressione canonica, in cui però invece di ε r
¿
abbiamo ε r.

A tal proposito andiamo ad analizzare cosa comporta l’introduzione di tale


fattore considerando ad esempio un l’onda progressiva, per cui si ha che:
−jkz
+¿e ¿
( z ) =E
E+¿ 0x ¿
x
+¿
E − jkz
0x
+¿ ( z ) = e ¿¿
ζ
Hy
In cui:

σ
k =ω √ ε 0 μ0 ε ¿r =ω ε 0 μ0 ε r 1+

μ0 μ0
√ ( jω ε 0 ε r )
=β− jα

1
ζ=
√ ¿=
ε0 εr ε0 εr
√ ( 1+
σ
jω ε 0 ε r )
=ζ r + jζ i

Poniamo k nella forma:


1
σ
(
k =β 0 ε r− j
ωε0 ) 2

Si ha la necessità di ricavare la radice quadrata di un numero complesso.

Spostiamoci quindi nel piano complesso al fine di ragionare al meglio sulla


questione legata alla radice.

Infatti, un numero complesso ha sempre


delle radici che si ottengono prendendo
la radice del modulo e dividendo la fase
per il numero di radici. Nel nostro caso
29
abbiamo due radici, ma viene spontanea la domanda “Quale di queste scelgo? La
prima o la seconda?”

Da un punto di vista prettamente analitico, entrambe le soluzioni risultano essere


correte, ma se la stessa problematica la osserviamo da un punto di vista fisico, ciò
non risulta essere più vero.

Per prima cosa, sostituiamo al posto di k la radice β− jα (quindi ci mettiamo nel


caso 1) e andiamo ad osserva cosa accade all’onda progressiva:
passando al dominiodel tempo

+¿e −jβz e−αz ⇒


⏞ ¿
+¿=E0 x ¿
E x
+¿(z , t)=¿ ¿
ex
Ciò che si nota è la presenza di un
esponenziale decrescente. Il moto questa
volta si caratterizza da uno smorzamento.
Infatti, nel caso di un osservatore che si
muove con la stessa velocita di fase, si
osserverà sempre la stessa fase, ma
un’ampiezza che man mano si attenua
come mostrato nell’immagine a desta.

Prendendo, invece, in considerazione


l’altra soluzione 2 si avrebbe un esponenziale crescente e αz, ovvero avremmo una
divergenza dell’ampiezza del moto, che in assenza di fattori esterni, non
risulterebbe fisicamente possibile.

Dunque, a valle di tale ragionamento, si è osservati come la presenza di un mezzo


con conducibilità non nulla dà luogo ad un’attenuazione nella propagazione
dell’onda. Considerazioni analoghe valgono anche per il campo magnetico.

A ciò si aggiunge che i due campi nel tempo non risultano essere più in fase tra
di loro a causa di uno sfasamento legato ad un’impedenza del mezzo ζ
complessa.

Esaminiamo ora due casi particolari, ovvero quando risulta:

30
σ
1. ε r ≫ ω ε Le proprietà dielettriche prevalgono su quelle conduttive.
0
σ
2. ε r ≪ ω ε Le proprietà conduttive prevalgono su quelle dielettriche.
0

Tuttavia, il prevalere non è assoluto, ma risulta dipendete dalla pulsazione ω.

Ad esempio, l’acqua distillata ha un ε r elevato mentre invece l’acqua del mare,


che contiene grosse quantità di sale, ha un comportamento che per valori piccoli
di ω, fa prevalere la parte conduttiva ma per valori di ω grandi prevale la parte
dielettrica.

Iniziamo con il valutare la costante di propagazione nel caso in cui predomina la


parte dielettrica:
1
σ
k =β 0 √ε r 1− j (
ω ε0 εr
2
)
σ
Essendo, per ipotesi, ω ε ε ≪ 1 possiamo espandere in serie di Taylor la radice
0 r

quadrata arrestandoci al termine del primo ordine:

σ β √ε σ
k ≅ β 0 √ ε r 1− j
(
2ω ε 0 ε r
=β 0 √ ε r− j 0 r
2 ω ε 0ε r )
ottenendo quindi che k =β− jα , in cui:
β=β 0 √ ε r
β √ε σ σ μ0
α= 0 r =
2 ω ε0 εr 2 √ ε0 εr

Valutiamo, adesso l’impedenza ζ :

μ0 μ0 μ0 σ −1
ζ=
√ ε 0 ε ¿r
=

√ (
ε 0 ε r 1− j
)√ σ
ω ε 0ε r
= (
ε0 εr
1− j
ω ε0 εr )2

μ0 σ μ0 μ0 σ


ε0 εr
1+ j
(
2 ω ε0 ε r
=
ε0 εr
+j
)√ √
ε0 εr 2 ω ε0 εr
=ζ r + j ζ i

Nel caso in cui ζ i ≪ ζ r , possiamo trascurare questa “piccolissima” fase


permettendoci di ignorare l’effetto della σ . Invece, per quanto riguarda la
costante di propagazione, essendo moltiplicata per z , se anche supponessimo di

31
avere una σ , tale per cui il termine αz risultasse inizialmente trascurabile, si
arriverebbe ad un certo valore di z in cui tale termine non può più essere
ignorato.

Passiamo al secondo caso, effettuano un’analisi analoga.

Iniziamo quindi con l’esaminare la costante di propagazione:

σ σ μ0 ω
√ (
k =ω μ0 ε 0 ε r − j
ω ε0 εr

)√ j
σ
In cui si è sfruttati l’ipotesi che ε r ≪ ω ε . Inoltre osserviamo che:
0

−1
−1 jπ
( ) 2
= √ (1± j)
2
2 2
j =e
2

Anche in questo caso, si ha che analiticamente entrambe le soluzioni risultano


essere valide ma tuttavia si seleziona solo la prima, in quanto è l’unica che ci
garantisce la fisica realizzabilità. Si ottiene quindi che:

σ μ0 ω σ μ0 ω σ μ0 ω σ μ0 ω
k≅
√ j
=
√2 √
( 1− j )=
2 √
−j
2
=β− jα
In questo caso, la vera novità, rispetto al caso precedente, risiede sta nel fatto
che:

σ μ0 ω 1 2
α =β=
√ 2
= ⇒ δ=
δ σ μ0ω √
[m]

In cui si è introdotta una nuova quantità δ , chiamata profondità di penetrazione e


che dipende sia dalla frequenza ω che dalla conducibilità σ del mezzo. Si osserva
come a parità di mezzo, un’onda che si propaga a frequenza più bassa ha una
profondità di propagazione più elevata rispetto ad un’onda che viaggia con una
frequenza più elevata. Inoltre, all’aumentare di σ per penetrare nel mezzo
bisogna diminuire sempre di più la frequenza di lavoro. Al limite, se la σ assume
valori così elevati non si riesce, nella pratica, a penetrare in modo significativo
all’interno del mezzo, qualsiasi sia la frequenza (fisicamente raggiungibile). Ciò
confina il campo, sia elettrico che magnetico, nelle immediate vicinanze della
superficie ottenendo quello che si chiama effetto pelle. Ciò equivale a dire,

32
essendo J=σ E, che anche le correnti restano confinate nelle immediate vicinanze
della superficie, e lo sono sempre di più man mano che aumenta la frequenza7.

Per quanto riguarda l’impedenza ζ , abbiamo che:

μ0 μ 0 jω μ ω 1
ζ=

√(ε 0 ε r− j
σ
ωε0

)
√ σ √
= 0 (1+ j )= (1+ j )
2σ σδ

3.3 Propagazione in Mezzi non Omogenei


Cerchiamo adesso di comprendere cosa accade quando l’onda si propaga da un
primo mezzo ad un secondo diverso dal primo, ovvero siamo interessato a cosa
sulla cosiddetta interfaccia di separazione.

3.3.1 Continuità delle Componenti Tangenti dei Campi


Consideriamo due mezzi, ciascuno con la propria permittibilità dielettrica ε .
Inoltre, ai fini delle nostre applicazioni, supponiamo che entrambi i mezzi
presentano una permeabilità magnetica pari a quella del vuoto μ0. Sfruttando le
equazioni di Maxwell, possiamo determinare separatamente le soluzioni, e quindi
i campi, sia nel primo mezzo che nel secondo. Dal punto di vista matematico, la
soluzione dell’equazione di Maxwell deve essere continua e derivabile fino al
second’ordine, tuttavia tale affermazione risulta essere sicuramente valida nella
prima e nella seconda regione, ma nulla ci garantisce che ciò continua ad essere
valida all’interfaccia tra i due mezzi.

Nasce l’esigenza di ricercare le condizioni tali da garantirci la continuità delle


componenti tangenti ad una superficie dei campi, ovvero la soluzione trovata nel
primo mezzo con quella trovata nel secondo. Queste condizioni rappresentano
semplicemente le cosiddette condizioni a contorno del problema.

7
Quando le frequenze sono così elevate, la profondità di penetrazione è talmente piccola da permetterci
di dire che la corrente concentrata su un pezzo di conduttore, avente uno spessore di qualche micron, è
equivalente all’affermare che la corrente si trovi idealmente tutta schiacciata sulla superficie (ovvero si ha
una corrente solo superficiale). Quindi si può trattare un conduttore effettivo come un conduttore
e1ettrico perfetto (in cui all'interno il campo è rigorosamente nullo e la discontinuità del campo
magnetico è tutta dovuta alla corrente superficiale). L'effettiva differenza tra i due tipi risiede nel fatto che
per un conduttore elettrico perfetto, l’energia, legata ai campi esterni, non muta in presenza del
conduttore; mentre per i conduttori reali, la circolazione di corrente, seppure in uno spessore molto
piccolo, determina delle dissipazioni di potenza (che si riducono all'aumentare della frequenza).
33
Per fare quanto appena detto, si utilizza la formulazione integrale delle equazioni
di Maxwell poiché ci offre tutta una serie di vantaggi, come ad esempio
l’integrazione di una funzione discontinua.

Si consideri una superficie S (che può sia


rappresentare l’interfaccia di separazione tra due

mezzi diversi che essere una superficie virtuale) e i^


n

, versore ortogonale alla superficie, che con i versori

ortogonali tra loro i^ , i^ , giacenti sulla superficie,


t b

formano una terna levogira. Si consideri, poi, una


curva chiusa C , rappresentante il perimetro di un
rettangolo di lati Δ l e Δ a, contenuta nel piano individuato dai versori i^ n e i^ t e tale
da attraversare da una parte all’altra la superficie considerata.

Applicando la legge di Faraday-Neumann-Lenz al dominio rettangolare C ,


otteniamo:
❑ ❑
−∂
∮ e ∙ i^ c dC= ∯ b ∙ i^ n dS
∂t S
C

scegliendo Δl e Δ a piccoli a piacere, tale per cui possa essere considerato


costante il campo su tali segmenti, si ottiene per il primo membro:

Δa Δa
e 2 ∙ i^ t Δl+e 1 ∙ (−i^ t ) Δ l+ e1 ∙ i^ n + e 1 ∙ (−i^ n )
2 2
Per il secondo membro, abbiamo che:

−∂ Δa Δa
∂t 1 n(
b ∙ i^ Δ l
2
+ b2 ∙ i^ n Δ l
2 )
In definitiva, la relazione di partenza diventa:

Δa Δ a −∂ Δa Δa
e 2 ∙ i^ t Δl+e 1 ∙ (−i^ t ) Δ l+ e1 ∙ i^ n
2
+ e 1 ∙ (−i^ n )
2
=
∂t (
b1 ∙ i^ n Δl
2
+ b2 ∙ i^ n Δl
2 )

34
A questo punto facendo tendere Δ a→ 0, cosi da poter trascurare i relativi
contributi legati a tale tratto, si ottiene:

( e 2−e1 ) ∙ i^ t =0
Poiché la relazione deve continuare a valere qualsiasi sia Δl , questo può essere
rimosso. Inoltre, lo stesso discorso può essere fatto posizionando la curva nel
piano individuato dai versori i^ n e i^ b, giungendo allo stesso risultato:

( e 2−e1 ) ∙ i^ b =0
Se ne deduce l’uguaglianza delle componenti di e 1 e e 2 sia su i^ t che su i^ b, e quindi
la continuità della componente tangente alla superficie S del campo elettrico nel
passaggio dal primo al secondo mezzo.

Procedendo in maniera del tutto analoga, partendo questa volta dalla legge di
Ampere-Maxwell, si ottengono le seguenti relazioni:

( h 2−h1 ) ∙ i^ t = j s ∙ i^ b

( h 2−h1 ) ∙ i^ b =− j s ∙ i^t

dove con j s si denota una densità di corrente superficiale ( A/m ) che, se presente,
rende diverso d zero l’integrale al secondo membro anche per Δ a→ 0. Se ne
deduce che, in assenza di corrente elettrica superficiale, la corrente tangente del
campo magnetico è continua nel passaggio tra i due mezzi, mentre nel caso in cui
sia presente tale corrente, la componente tangente del campo magnetico presenta
un salto di discontinuità pari alla densità di corrente.

3.3.2 Incidenza Perpendicolare


Supponiamo che l’onda elettromagnetica
incide l’interfaccia di separazione dei
due mezzi perpendicolarmente. Iniziamo
quindi coll’analizzare i mezzi coinvolti,
posizionando l’interfaccia di separazione
in z=0 .

Per il mezzo 1 : z< 0, abbiamo:

35
β 1=ω √ ε 1 μ0 μ0
ζ1=
√ ε1
Ed ipotizziamo che oltre all’onda incidente vi sia un’onda riflessa. La presenza di
tale onda riflessa è dovuta proprio all’interfaccia. Per cui si ha:

E1x =Eix e− j β z + Erx e j β z


1 1

1 Eix − j β z E rx j β z
H y= e − e1 1

ζ1 ζ1

Mezzo 2 : z> 0, abbiamo:

β 2=ω √ε 2 μ0 μ0
ζ 2=
√ ε2
Ipotizzando, che per effetto dell’interfaccia, che vi sia la presenza di un’onda
trasmessa, ovvero:

2 t − j β2 z 2 E tx − j β z
E x =E x e H y= e 2

ζ2

A questo punto, imponendo la continuità delle componenti tangenti dei campi, si


ha che:

E1x (0)=E2x (0) H 1y (0)=H 2y ( 0)


In cui si è supposto che sull’interfaccia non ci siano delle correnti superficiali, e
che quindi il campo magnetico non presenta alcuna discontinuità.

Esplicitando tali equazioni, otteniamo il seguente sistema8:

Eix + E rx =Etx

{ E ix E rx E tx
− =
ζ1 ζ1 ζ 2

Le uniche incognite presenti nel sistema sono Erx e Etx, per cui risolvendolo si
ottiene che:
8
Si noti che non può esistere un campo riflesso nel secondo mezzo poiché, se questo esistesse, altrimenti
si avrebbe un sistema impossibile in cui il numero di incognite è superiore al numero di equazioni. Ciò
giustifica le ipotesi di campi riflesso e trasmesso effettuate.
36
r ζ 2−ζ 1 i 2 ζ2 i
t
E x= E E x=E
ζ 2 +ζ 1 x ζ 2 +ζ 1 x
ζ 2−ζ 1
Si introducono il coefficiente di riflessione Γ = e il coefficiente di
ζ 2 +ζ 1

2ζ2
trasmissione τ = , che ci permettono di conoscere le ampiezze dei campi
ζ 2 +ζ 1
riflessi e trasmessi dalla sola conoscenza del campo incidente e dei mezzi, dai cui
ξ dipende.

3.3.3 Incidenza Obliqua


Finora si è considerato sempre una singola onda piana, facendo coincidere la
direzione di propagazione con la direzione z
in modo da semplificare l’analisi. Però, nel
caso in cui abbiamo più di un’onda, non
possiamo più far coincidere un asse del
nostro sistema di riferimento con tutte le
direzioni delle diverse onde in gioco, ma al
più una soltanto. Bisogna dunque fornire
una generalizzazione della definizione di
onda piana, rimuovendo il vincolo di propagazione lungo la sola direzione z ;
ovvero si dovrà fornire un’espressione che vada bene per una generica direzione
di propagazione.

Prendiamo dunque in esame un’onda progressiva (ovviamente per l’onda


regressiva si otterrà lo stesso risultato a patto di eseguire le giuste modifiche) ed
un’arbitraria direzione di propagazione identificata dal versore i^ k

Si è ben noti che un’onda piana si caratterizza dall’avere i campi ortogonali alla
direzione di propagazione, ovvero si avrà che:

E ∙ i^ k =0
{ H ∙ i^ k =0

ed inoltre, conoscendo l’espressione di un’onda piana nel caso particolare di


propagazione lungo z :

37
− jkz

E x ( z )=E+x ¿e ¿

risulta piuttosto immediato generalizzare tale espressione per una generica


direzione. Possiamo di fatto scrivere all’esponente la seguente relazione:

kz =k i^ z ∙r =k ∙ r

in cui con r si è indicati il vettore posizione di un generico punto nello spazio.

Il vettore k prende il nome di vettore di propagazione e non sarà mai del tutto
arbitrario dato che il prodotto scalare di tale vettore per sé stesso, dovrà essere,
per definizione, pari a:

k ∙ k =k 2=ω2 εμ

In definitiva possiamo scrivere i nostri campi nel seguente modo:

E=E0 e− j k∙ r
{ H=H 0 e− j k ∙ r

Da notare è che in generale il vettore k può essere anche un vettore complesso.

Ricavata l’espressione che ci permette di descrive la propagazione di un’onda


lungo un’arbitraria direzione, andiamo ad osservare cosa accade quando
quest’ultima incide obliquamente su un’interfaccia.

Consideriamo pertanto un’interfaccia


fra due mezzi su cui incide

obliquamente, secondo un angolo θ ,


i

un’onda piana; come riportato nella


figura a destra.

In cui si indicano rispettivamente con

k i, k r,k t la direzione dell’onda

incidente, riflessa e trasmessa.

Il campo elettrico totale a sinistra dell’interfaccia sarà dato da:

38
E1=E i e− j k ∙ r + Er e− j k ∙ r
i r

mentre a destra, abbiamo un campo trasmesso:

E2= Et e− j k ∙ r t

Analogamente, si ricavano le espressioni per il campo magnetico.

Le incognite presenti nelle espressioni sovrastanti sono k r , E r, k t , E t.

Inoltre devono essere verificate queste identità:

k i ∙ k i=k 21

{ k r ∙ k r =k 21
k t ∙ k t =k 22

dove k 1 e k 2 sono le costanti di propagazione del mezzo 1 e del mezzo 2

Sappiamo che affinché la soluzione sia ammissibile, è necessario che siano


soddisfatte le condizioni a contorno, ovvero che le componenti tangenziali dei
campi a destra e a sinistra dell’interfaccia siano continue9.

All’interfaccia ( z=0 ), ∀ x e ∀ y , si dovrà essere verifica la seguente relazione:


− j k ∙ ^i +k ∙ i^ ) −j k ∙ i^ x +k r ∙ i^ y ) −j k ∙ i^ x + k t ∙ i^ y )
Ei e ( ix x
+Er e (
iy y rx y
=E t e ( tx y

Per semplicità, supponiamo inizialmente di porci sull’asse x , cioè y=0;


condizione necessaria affinché l’uguaglianza fra le componenti tangenziali valga
∀ x è che i tre esponenti siano uguali, cioè

k i =k r =k t ∀ x
x x x

In cui k i è noto, essendo la componente lungo x del vettore di propagazione k i.


x

Analogamente ponendoci sull’asse delle y , si ottiene che

k i =k r =k t ∀ y
y y y

Il risultato ottenuto implica che i tre vettori devono avere la stessa proiezione sul
piano di separazione xy , ovvero risultando complanari. Quindi k i, k r, e k t

9
Supponendo che non vi siano delle correnti superficiale lungo la superficie dell’interfaccia.
39
giacciono in uno stesso piano, individuato da k i e l’asse z , detto piano di
incidenza.

Osserviamo, per quanto detto precedentemente, che deve risultare:

k i ∙ k i=k 21
{k r ∙ k r =k 21

Ma essendo le componenti trasversali uguali, significa che i quadrati lungo z


devono essere uguali fra loro; ovvero la componente lungo z del vettore k i è
uguale in modulo e opposta in segno, alla componente lungo z di k r.

In definitiva, osservando le proiezioni su z , risulta:


moduli
uguali


|k i| cos θi=|k r|cos θ r ⇒ θi=θ r Legge della Riflessione

Esaminando l’ultima relazione

k t ∙ k t=k 2t + k 2t +k 2t =k 2i + k 2i +k 2t =k 22
x y z x y z

Scegliamo un sistema di riferimento in modo tale che una delle componenti di k i


sì annulli, cioè sia perpendicolare al piano d’incidenza. Ad esempio, supponiamo
che si annulli k i ; avremo: y

k 2i + k 2t =k 22
x z

2 2 2 2
dove con k i =k 1 sin θi, inoltre si k 2−k t =k t con k t =k 2 sin θ t.
x z x x

Dunque, risulta:

k 1 sin θi=k 2 sin θ t

ω √ ε 1 μ1 sinθ i=ω √ ε 2 μ2 sinθ t

ovvero:

ε 2 μ2
sin θi=
√ ε 1 μ1
sin θt =n21 sinθ t Legge di Snell

in cui n21è detto indice di rifrazione del mezzo 2° rispetto al 1°.

40
Il problema della riflessione/rifrazione di un’onda piana su un’interfaccia di
separazione, essendo lineare, si può studiare mediante principio di
sovrapposizione, utilizzando dei casi particolari. Ad esempio, se dobbiamo
studiare la riflessione di un’onda incidente in cui il campo elettrico è polarizzato
in modo arbitrario; possiamo ottenere la soluzione di questo caso generale come
la sovrapposizione di due casi particolari: uno in cui il campo elettrico ha
soltanto la componente nel piano di incidenza e uno in cui il campo elettrico ha
solo componente normale al piano di incidenza. Consideriamo inizialmente il
caso della polarizzazione perpendicolare ed andiamo a scrivere le condizioni
all’interfaccia, cioè ad imporre la continuità delle componenti tangenti del campo
elettrico e magnetico.

Per il campo elettrico non ci sono problemi in quando è tutto tangenziale

Ei + E r=Et

Mentre per il campo magnetico, si ha invece:

−Ei Er −Et
cos θ i+ cos θr = cos θt
ζ1 ζ1 ζ2

Dividendo entrambe queste relazioni per Ei , si ottengono i coefficienti di


riflessione e di trasmissione. In tal caso li chiameremo coefficienti di riflessione e
di trasmissione perpendicolari. Riscrivendo le precedenti relazioni i termini di
questi coefficienti, si ottiene il seguente sistema:

1+ Γ ⊥=τ ⊥

{ cos θi
ζ1
( 1−Γ ⊥ )=
cos θt
ζ2 ⊥
τ

Dividendo membro a membro queste


due relazioni, avremo:

da cui in definitiva, si ricavano:

41
ζ 2 cos θi −ζ 1 cos θt

{ Γ ⊥=

τ⊥=
ζ 2 cos θ i+ ζ 1 cos θt
2 ζ 2 cos θi
ζ 2 cos θ i+ ζ 1 cos θt

Lo stesso discorso vale per la polarizzazione parallela, in cui è il campo elettrico


ad essere contenuto nel piano di incidenza. Effettuando passaggi analoghi, si
giunge a:

ζ 2 cos θ t−ζ 1 cos θi

{ Γ ∥=

τ ∥=
ζ 1 cos θi +ζ 2 cos θt
2 ζ 2 cos θt
ζ 1 cos θi +ζ 2 cos θt

che esprimono il coefficiente di riflessione e di trasmissione paralleli.

Le relazioni che si sono appena ricavate risolvono completamente il problema


della riflessione e rifrazione di un’onda piana qualsiasi all'interfaccia fra due
mezzi arbitrari. Tali, prendono il nome di formule di Fresnel10.

Ricordando la legge di Snell e indicando con n il rapporto tra le costanti

k2 ε ζ
propagazione n= ( k1 √ )
= 2 = 1 , si avrà che:
ε1 ζ 2

sin 2 θi
sin θi=nsinθt ⇒ cos θt =√ 1−sin θt = 1− 2

√ n
2
=
1 2
n
√ n −sin 2 θi

per cui i coefficienti di riflessione precedentemente espressi, possono essere


riscritti solo in funzione dell’angolo di incidenza:

2 2 2
√n −sin θ −n cos θ

{
i i
Γ ∥= 2 2 2
√ n −sin θ +n cos θi i
2 2
cos θ −√ n −sin θ
i i
Γ⊥ = 2 2
cos θ + √ n −sin θ
i i

10
Vennero introdotte in ottica a partire dalla teoria elastica della luce, ovvero una teoria che spiegava il
moto ondulatorio della luce come vibrazione di un mezzo elastico. Difatti all’epoca, le equazioni di
Maxwell non erano ancora presenti.
42
Quello che ci chiediamo è “esiste un angolo θi tale da rendere nullo il coefficiente
di riflessione?”. Per rispondere a tale domanda studiamo singolarmente i due
casi, iniziando con Γ ⊥.

Per far sì che questo coefficiente si annulli, dovrà verificarsi la seguente


relazione:

cos θ i−√ n2−sin 2 θi=0⇒ cos2 θi=n2−sin2 θi=n 2−1+cos2 θi

ovvero:

n2 =1⇒ ε 2=ε 1 ∀ θi

che rappresenta tutto sommato una soluzione banale, poiché ci indica che
dobbiamo avere due mezzi identici affinché non ci sia riflessione.

Valutiamo adesso l’altro caso:


2 2 2
√ n −sin θ −n cos θ =0
i i

Elevando al quadrato entrambi i termini:

n2 −sin2 θ i=n 4 cos 2 θ i ⇒ n2−sin2 θi=n 4 ( 1−sin2 θi )

n2 −sin2 θ i=n 4−n 4 sin2 θ i ⇒ sin 2 θi ( n 4−1 )=(n 4−n 2)

Ovvero si ha

2 n4 −n2 n2 ( n2−1 ) n
sin θi= 4
= 2 2
⇒ sin θi= 2
( n −1 ) ( n −1 )( n −1 ) √ n −1
Quest’angolo prende il nome di angolo di Brewster e in genere lo si indica con θ B
.

tan θ
Ricordando che sin θ= , per analogia si ottiene:
√ 1+ tan2 θ
tanθ B=n⇒ θB =tan −1 n

43
π
Se n>1, si ha che θ B >45 ° e si avvicina sempre più vicino a all’aumentare
2
dell’indice di rifrazione11.

Quanto detto finora ci fa capire che nella riflessione su un’interfaccia, in


generale, lo stato di polarizzazione del campo cambia, cioè il campo riflesso non
ha la stessa polarizzazione del campo incidente perché le due componenti
vengono riflesse in modo diverso. Gli unici casi in cui la polarizzazione rimane
rigorosamente invariata sono quelli di polarizzazione normale e polarizzazione
parallela. Questo fatto è sfruttato in molte applicazioni; se, ad esempio, entriamo
in un mezzo con un angolo di Brewster e con polarizzazione parallela il campo
passa tutto nel mezzo e non c’è affatto riflessione, quindi si ha il massimo
trasferimento di potenza dell’onda nel mezzo, non avendo perdite per riflessione
all’interfaccia.

Facendo riferimento all’espressione del coefficiente Γ ∥, si nota che esiste un


angolo tale per cui il radicando diventa negativo. Se n<1, la radice è un
immaginario puro. Quindi Γ ∥ presenta, in tal caso, il rapporto fra un numero
complesso e l’opposto del suo coniugato. Il modulo di tale rapporto è ovviamente
pari a 1. L’angolo per cui tale condizione viene verificata è detto angolo limite:

θ L =sin−1 n

Il fenomeno per si ottiene, quando si supera questo angolo, è che tutta la potenza
incidente viene riflessa. Per tale motivo, in questa situazione, si parla di
riflessione totale.

Se l’angolo d’incidenza supera l’angolo limite allora non c’è nessun angolo di
rifrazione reale che soddisfa la legge di Snell, cioè l’angolo di rifrazione è

11
Ad esempio, se il campo incidente è polarizzato circolarmente (cioè avente le due componenti uguali in
π π
modulo e sfasate di ) il campo riflesso avrà componenti ancora con uno sfasamento di ± però i
2 2
moduli non saranno più uguali, e quindi non si avrà più una polarizzazione circolare ma sarà diventata
ellittica.
44
complesso, e ciò significa che nel secondo mezzo l’onda piana è non omogena;
quindi il vettore di propagazione risulta essere complesso.

Ricordando la relazione:

k 22=k 2x + k 2z =k 2x + k 2z
2 2 2

2
Dove k x =k 1 sin θi . Dunque, k z è data da:2

k z = √ k 22−k 2x =√ n2 k 21−k 2x =k 1 √n 2−sin 2 θ i


2

Quindi quando sin2 θi >n2si ha che k z diventa un immaginario puro. Ciò significa
2

che nel 2° mezzo abbiamo un ‘onda piana il cui vettore di propagazione è diretto
lungo x e con un’attenuazione diretta lungo z

Et =Et e− j k ∙r t

con k t ∙ r =k 2 sin θt x+ k 2 cos θt z , in cui cos θ t=± jα e k 2 sin θt =k x Si ha

Et =Et e− j k e−αz x

Tale onda non omogenea, prende il nome di onda superficiale.

3.4 Propagazione in Mezzi Dispersivi


Per quanto riguarda la propagazione in mezzi dispersivi, consideriamo un’onda
piana e facciamo riferimento, per semplicità, alla sola onda progressiva. Tale
onda può essere vista come l’anti-trasformata di Fourier di una funzione E ( ω ),
del dominio della frequenza:
+∞
1
e (z , t)= ∫ E ( ω ) e j (ωt −kz ) dω
2 π −∞

dove, in generale, si ha che k =β− jα . Nel caso in cui il segnale considerato abbia
uno spettro a banda stretta, ovvero si ha che Δ ω/ω 0 ≪ 1 (ω 0 pari alla pulsazione
della portante e Δ ω la banda del segnale modulante), possiamo esprimere la
precedente relazione come segue:

ω 0 + Δω


1
[ ∫ E ( ω ) e j (ωt−kz ) dω
π ω − Δω
0
]
45
Inoltre, effettuando l’ulteriore ipotesi (facilmente verificata in molti casi di
interesse) di perdite trascurabili nella banda di interesse del segnale, possiamo
supporre che α ≅ 0 e che quindi k ≅ β , in cui β=β (ω) è una funzione non lineare di
ω. Il diagramma che riporta ω in funzione di β è detto diagramma di dispersione
o diagramma di Brillouin.

Ipotizziamo, che per il mezzo in


considerazione, si abbia un diagramma di
dispersione come quello mostrato a destra. In
questo caso, per ω → ∞ si ha un asintoto
inclinato di un angolo α la cui tangente è pari
proprio alla velocità della luce nel vuoto c

ω
ω → ∞⇒ β ≅
c

Nel nostro caso abbiamo a che fare con un


segnale il cui spettro è limitato intorno ad una certa pulsazione ω 0 la quale, se
vogliamo far propagare il segnale nel mezzo, deve essere al di sopra di un certo
valore ω ¿. Facendo un opportuno cambio di variabili, in modo da effettuare
l’integrale in β , invece che in ω, avremo:

β0 + Δβ


[
1
π

β 0− Δ β
E ( ω ( β))
dω j (ω (β)t −βz )

e dβ
]
1 dω
Poniamo E ( β )= E ( ω ( β ) ) . In altre parole, ci siamo ricondotti ad una
π dβ
trasformazione spaziale invece che temporale.

Sviluppando adesso in serie di Taylor la ω ( β ):

dω 1 d2 ω
ω ( β )=ωo +
dβ β |
( β−β o ) +
0
2 dβ β2 |2
( β−β o ) +…
0

e trascuriamo tutti i termini di ordine superiore al 2° (ipotizzando la rapida


convergenza della serie). Al fine di trascurare l’errore percentuale degli esponenti

46
legati ai termini di grado superiore al primo, deve verificarsi la seguente
condizione:

d2ω
2
dβ β | 2
( β−β 0 ) t ≪1
0

Sotto le ipotesi appena enunciate, possiamo esprime l’integrale precedente come


segue:


β 0 + Δβ

∫ E(β)e j (ω (β )t −βz )
dβ=
β 0 +Δβ

∫ E ( β )e
[ j ω0 t+ |
dβ β
( β−β 0)t− βz
0
] dβ
β0− Δ β β 0−Δ β

dove è bene notare che il termine dω /dβ ha le dimensioni di una velocita.


Poniamo quindi:


V g=
dβ β | 0

che prende il nome di velocità di gruppo.

Aggiungendo è sottraendo β 0 z all’esponente si ottiene:


'
β0 + Δβ Δβ
'
j [ ω0 t +V g ( β −β 0) t− βz−β 0 z +β 0 z ] j (ω 0 t −β0 z)
E ( β ' ) e j (V t −z ) β
∫ E(β)e dβ=e ∫ ^ g
d β'
'
β0 − Δ β −Δβ

dove si è portando fuori dell’integrale tutti i termini indipendenti da β , effettuato


il cambio di variabile β ' =β−β 0 e indicato con ^E ( β ' )=E( β' + β 0).

A questo punto, l’integrale ottenuto non è altro, l’anti-trasformata di Fourier

(spaziale) di e^ ( e^ ( z )=F−1 [ E^ ( β ) ]) valutata in ( z−V g t ).

In definitiva:
j ( ω0 t− β0 z )
e ( z , t ) =ℜ e [ e^ ( z−V g t ) ]
Inoltre, supponendo, per semplicità che e^ sia reale, otteniamo:

ω0
e ( z , t ) =e^ ( z−V g t ) cos z− ( β0
t )
47
Il risultato ottenuto prende il nome di pacchetto d’onda, che non è altro che una
cosinusoide modulata. Il suo inviluppo è la forma d’onda a cui è associata
l’informazione e la cosinusoide oscilla alla frequenza della portante. Al passare
del tempo l’inviluppo si sposta alla velocita di gruppo mentre la portante si
sposta ad una velocita chiamata di velocità di fase definita

ω0
Vf=
β0

In generale queste due velocità, se la relazione ω (β) è non lineare, non sono
uguali. Ciò significa che nel tempo c’è uno slittamento reciproco tra la sinusoide
e l’inviluppo. Ciò significa che se ci muoviamo con velocità pari a v f vedremo
l’inviluppo traslare rispetto a noi stessi con una velocità pari a v g−v f .

Inoltre, i punti della portante, in generale, si spostano a velocità diverse anche se


grossomodo prossime alla velocità di fase pertanto quella che ci interessa è la
velocità dell’inviluppo, perché rileviamo un segnale. Per effetto della dispersione
abbiamo una situazione nettamente differente dal caso non dispersivo; infatti, in
quest’ultimo caso, il segnale, qualunque esso sia, si muove con un'unica velocità,
la velocità di fase. Se il mezzo è dispersivo, il segnale non si muoverà con
nessuna di queste velocità di fase ma si muoverà con la velocità di gruppo. Se
andiamo sul diagramma di Brillouin vediamo subito la differenza geometrica fra
v f e v g.

ω0
Se ω 0 è quello indicato in figura, la velocità di fase è v f = . Ovvero dalla figura
β0
si ha: v f =tan α f , cioè è la tangente dell’angolo che la congiungente del punto, (
β 0 , ω0 ¿ del diagramma, con l’origine forma con l’asse β . Per la velocità di


gruppo: v g= dβ | , avremo invece che v =tan α , ovvero è la tangente dell’angolo
β0
g g

formato dalla retta tangente al diagramma nel punto ( β 0 , ω0 ¿ con la retta


orizzontale passante per ω=ω 0. In questo caso, detto α c, l’angolo formato con
l’asse β dall’asintoto del diagramma, e ricordando che tan α c =c, si vede che a f >a c
, mentre a g è sempre minore di a c; cioè in questo caso si ha:

48
v f >c
{
v g< c

Quindi una velocità, come la velocità di fase, che è maggiore della velocità della
luce non ha alcun senso fisico, cioè è certamente una velocità che non può essere
assunta essere la velocità di qualche cosa a cui è associata un’informazione o
un’energia. Di conseguenza quando abbiamo a fare con un segnale, come un
pacchetto d’onda (che dunque localizza nello spazio energia e informazione), è
chiaro che qualunque sia la sua velocità non potrà mai essere superiore a quella
della luce. Quindi il fatto che la velocità v f >c non può essere associata al nostro
pacchetto d’onda, confermando così che bisogna assumere v g come velocità di
propagazione per il nostro segnale.

Ricapitolando, abbiamo esaminato l’andamento di un’onda progressiva in un


mezzo dispersivo sotto le seguenti ipotesi:

Δω
1. ≪1
ω
2. a ≅ 0
d2ω
3. 2
dβ β | 0
2
( β−β 0 ) t ≪1

In realtà, se si considerano delle leggi di dispersione di particolari mezzi, ad


esempio mezzi dielettrici, e si vanno a considerare particolari zone di questi
diagrammi di dispersione, effettivamente effettuando la derivata si ottiene una
v g >c . La contraddizione risiede nel fatto che una delle tre ipotesi,

precedentemente elencate, viene meno. La prima, ovviamente, non può essere


non verificata in quanto scegliamo noi lo spettro del segnale, indipendentemente
dal mezzo. Dunque o la derivata seconda della legge di dispersione ω (β) è così

49
elevata in modo tale che appena t diventa significativo non risulta più verificata
la condizione, oppure, quella che in genere si riscontra sempre, non è più
verificata la seconda ipotesi, ovvero le perdite non sono trascurabili come si
sosteneva.

Osserviamo che la descrizione fatta non può avere una validità indefinita perché
la terza ipotesi, anche se le prime due sono verificate, per quanto piccola possa
essere la derivata e per quanto piccolo possa essere Δ β , ci sarà certamente un
certo istante di tempo a partire dal quale questa ipotesi non è più verificata.
Questo significa che la descrizione del moto della nostra onda, come moto di un
pacchetto che si propaga senza deformarsi, non può essere indefinitamente
valida, anche se sono vere le altre due ipotesi. Cioè in presenza di dispersione
non può accadere che un segnale si propaghi indefinitamente, conservando
l’inviluppo imperturbato. Ci dobbiamo aspettare che dopo un certo quantitativo
di tempo (o analogamente lo spazio), tale ipotesi non è più verificata; ovvero non
possiamo più ritenere che il segnale rimanga invariato.

Questo è dovuto al fatto che le varie componenti armoniche del nostro segnale si
muovono a velocità diverse (quindi la parte di segnale associata alle armoniche
più veloci avanza più rapidamente). Dunque, al crescere dell’intervallo di tempo,
il nostro pacchetto d’onda deve in qualche modo sparpagliarsi, invece di
rimanere concentrato. Quindi, in presenza di dispersione, per quanto possa essere
piccola, ci si deve preoccupare del fatto che un segnale non può propagarsi oltre
certe distanze, altrimenti l’informazione associata non è più recuperabile. Inoltre,
col passare del tempo si fa sentire anche il fatto che α non è rigorosamente nullo.
Cioè il segnale non solo si deforma ma si attenua anche, rischiando in fase di
ricezione il problema di dover distinguere il segnale dal rumore.

A valle della trattazione


precedentemente effettuata, che ha
mostrato come un generico segnale si
propaga in un mezzo dispersivo;
vediamo come usare tale risultato nel

50
caso di un’onda elettromagnetica che si propaga lungo una guida d’onda,
schematizzata per il momento con due piani di conduttore elettrico perfetto
paralleli, e che incide obliquamente su una delle due facce.

Studiamo ciò che accade lungo z , fissando un sistema di coordinate tale da


suppore che la componente lungo y di k sia nulla, ovvero si ha:

e− j k x e− j k z
x z

Fissato l , troviamo un angolo di incidenza θi per il quale otteniamo una soluzione


libera, ovvero il campo per propagarsi non ha bisogno di sorgenti:

k 2z =k 2−k 2x ; k x =ω √ ε 0 μ0 cos θi

Nel caso sinusoidale, per rispettare le condizioni al contorno deve verificarsi che:

π ( 2k + 1) π
cos (k x l)=0 ⇒ k x l= +kπ ⇒ k x =
2 2l

Sostituendo nell’equazione precedente e ponendo k =0, otteniamo:

π 2 2
π
k 2z =ω2 ε 0 μ0− ( )
2l √
⇒ k z =β z=ω ε 0 μ 0− ( )
2 lω

È possibile notare, per quanto detto precedentemente, che la velocità di fase varia
al variare della frequenza. In questo caso la dispersività non è legata al materiale
in cui l’onda si propaga ma al modo di trasmissione.

51
4 Linee di Trasmissione
Per linea di trasmissione si intende, nell’accezione più generale, una struttura
composta da conduttori metallici e mezzi dielettrici in grado di ‘confinare’ un
campo elettromagnetico e ‘guidarlo’ lungo la linea stessa. Lo scopo ultimo,
infatti, è quello di convogliare un segnale elettromagnetico da un punto all’altro
dello spazio evitando cadute dell’energia associata con un approccio propagativo
unidimensionale. Questa si caratterizza quindi da uno sviluppo di tipo
monodimensionale lungo una determinata direzione dello spazio e da una sezione
costante nel piano ortogonale a tale direzione. I vari tipi di linea vengono
utilizzati a frequenze diverse per i diversi usi applicativi. Esempi comuni di linee
di trasmissione sono il cavo coassiale e la linea bifilare.

4.1 Equazione delle Linee nel Dominio del Tempo


Si prenda in considerazione un sistema di riferimento cartesiano in cui l’asse z
coincida con lo sviluppo monodimensionale della linea. La soluzione delle
equazioni di Maxwell deve soddisfare le condizioni al contorno imposte dalla
linea stessa e in cui i vettori E e H non presentino componenti lungo z (modo
TEM).
52
4.1.1 Tensione Lungo la Linea
Prendendo in esame, come struttura di linea trasmissiva, il cavo coassiale e
supponendo che i due cilindri concentrici siano fatti da conduttori elettrici
perfetti; applichiamo la legge di Faraday-Newman-Lenz12:
❑ ❑

∮ e ∙ i^ C dC=−μ0 ∂∂t ∯ h ∙ i^ n dS
C S
applicata ad una curva chiusa C che giace tutta nel piano trasversale xy e che va
da un conduttore all’altro come riportato in figura.

Si osservi banalmente che il secondo


membro dell’equazione risulta essere
nullo per le condizioni
precedentemente esposte, ovvero il
campo elettrico e magnetico non hanno
componente lungo la direzione definita
dall’asse z (h ∙ i^ n =0 essendo i^ n=i^ z ).

Si ha quindi che:

∮ e ∙ i^ C dC=0
C

Inoltre, essendo il campo elettrico normale al conduttore in ogni punto, per i tratti
di linea tangenti l’integrale risulta nullo essendo l’integrando ad essere nullo. Se
ne deduce da tali osservazioni la seguente relazione:
B A'

∫ e ∙ i^ C dC=−∫ e ∙ i^ C dC
A B'
che ci permette di affermare, data l’arbitrarietà della linea C scelta, che
l’integrale del campo elettrico lungo una qualsiasi linea che giace tutta nel piano
trasversale e che collega i due conduttori è sempre uguale.

12
Dove si è supposto che, per il mezzo in questione, valga le relazioni b=μ0 h.
53
Definiamo quindi una nuova grandezza che non dipende dalle coordinate
trasversali ma solo da z e da t , ovvero la tensione tra i due conduttori:
B
v ( z ,t ) ≜∫ e ∙ i^ C dC
A
4.1.2 Corrente Lungo la Linea
Considerando ancora una volta la sezione trasversale, applicando la legge di
Ampere-Maxwell13
❑ ❑ ❑

∮ h ∙ i^ c dC=∯ j∙ i^ n dS+ε 0∯ ∂∂ et ∙ i^n dS


C S S
applicata alla curva C che circonda il conduttore interno come visibile in figura a
destra.

Anche in questo caso è possibile osservare


che il flusso del campo elettrico attraverso la
superficie S, delimitata dalla linea C , è nullo.
Questo poiché per ipotesi il campo elettrico
non ha componenti lungo l’asse z .
❑ ❑
Si ha
quindi: C
∮ h ∙ i^ c dC=∯ j ∙ i^ n dS=iconc
S
Inoltre, a causa dell’effetto pelle che presentano i conduttori ideali, la corrente
concatenata è tutta e sola quella che scorre in uno strato superficiale di spessore
infinitesimo del conduttore stesso. Ne segue che la circuitazione del campo
magnetico lungo una qualsiasi linea chiusa che circonda il conduttore è
indipendente purché, anche questa volta, il percorso giaccia tutto nella sezione
trasversale. Anche in questo caso definiamo una grandezza che non dipende dalle
coordinate traversali ma solo da z e t :

i ( z , t ) ≜ ∮ h ∙ i^ c dC
C

4.1.3 Relazione tra Corrente e


Tensione

13
Dove si è supposto che valga le relazioni d =μ 0 e.
54
Partendo dall’equazione di Maxwell e mettendoci nel piano longitudinale,
andiamo a considerare una linea chiusa C che va dal primo al secondo
conduttore, estendendosi per un tratto di lunghezza ∆ z come in figura.

Esplichiamo il primo membro dell’equazione:


' '
❑ A B B A

∮ e ∙ i^ C dC=∫ e ∙ i^ z dz +∫ e ∙ i^ y dy−∫ e ∙ i^ z dz−∫ e ∙ i^ y dy


' '
C A A B B

Adesso, sapendo che il campo elettrico è normale alla superficie dei conduttori e
prendendo in considerazione la tensione di linea, otteniamo per il primo membro
la seguente relazione:

∮ e ∙ i^ C dC=v ( z+ ∆ z , t )−v ( z ,t )
C
indicando con:
'
B A
v ( z +∆ z ,t )=∫ e ∙ i^ y dy e v ( z ,t )=∫ e ∙ i^ y dy
'
A B

Passando alla valutazione del secondo membro, si ha:


'
❑ P
∂ ∂i( z , t) ∂i( z , t)
−μ0 ∯ h∙ i^ n dS=−∆ z μ0 ∫ ht ∙ i^ θ rdθ =−L ∆ z
∂t S ∂t P ∂t
dove si è introdotto il parametro L che rappresenta una induttanza per unità di
lunghezza, definita come:
'
P
H
L ≜ μ0∫ ht ∙ i^ θ rdθ
P
m [ ]
Questo parametro è caratteristico della linea di trasmissione in quanto dipende sia
dalla geometria della sua sezione trasversale che dalla permeabilità magnetica del
mezzo in cui essa è immersa.

Uguagliando i risultati ed effettuando il limite ∆ z →0 si ottiene la relazione


differenziale:

∂ v (z ,t ) ∂ i(z , t )
=−L
∂z ∂t

55
Consideriamo adesso una superficie
cilindrica, di estensione ∆ z , che
racchiuda il conduttore interno
(figura a destra) ed andiamo a
valutare l’equazione di continuità
della corrente:

∯ j ∙ i^ n dS=−∂Q
∂t
S

Esplicitiamo, anche questa volta, il primo termine:


❑ ❑ ❑ ❑

∯ j ∙ i^ n dS=−∯ j ∙ i^ z dS+∯ j∙ i^ z dS +∯ j∙ i^n dS


S S
'
S
''
Slat

Poiché il conduttore è immerso in un dielettrico, la corrente può fluire solo lungo


la direzione longitudinale per cui ciò che otteniamo è:

∯ j ∙ i^ n dS=i ( z +∆ z ,t )−i ( z , t )
S

indicando con:
❑ ❑
i ( z , t ) =∯ j ∙ i^ z dS e i ( z + ∆ z , t )=∯ j ∙ i^ z dS
' ''
S S

Per il secondo termine, considerando la legge di Gauss per il campo elettrico.


Possiamo scrivere che:
❑ z+ ∆ z 2 π
∂Q ∂ ∂ ∂ v ( z , t)
=ε 0 ∯ e ∙ i^ n dS=ε 0 ∫ ∫ v ( z , t ) e t ∙ i^ r rdθ dz=∆ zC
∂t ∂t S ∂t z 0 ∂t

dove si è introdotto, in analogia col caso precedente, il parametro C che


rappresenta una capacità per unità di lunghezza definita come:

F
C ≜ ε 0 ∫ et ∙ i^ r rdθ
0 m [ ]

56
Come osservabile, anche in questo caso, il parametro risulta essere caratteristico
della particolare linea di trasmissione in quanto dipende sia dalla geometria che
dalla permettività dielettrica del materiale.

Uguagliando i risultati ed effettuando il limite ∆ z →0 , si ottiene:

∂i(z , t) ∂ v (z ,t )
=−C
∂z ∂t

Riassumendo, abbiamo ottenuto il sistema di equazioni che le due grandezze,


tensione e corrente, devono soddisfare

∂ v (z , t) ∂ i( z ,t)

{ ∂z
∂ i(z ,t)
∂z
=−L

=−C
∂t
∂ v(z,t)
∂t

La soluzione di questo sistema è un’onda piana che si propaga lungo lo sviluppo


monodimensionale della linea di trasmissione con una velocità di propagazione
v=LC . Si ottengono quindi:

∂2 v ( z ,t) ∂2 v ( z , t ) ∂ 2 i ( z , t ) ∂2 i ( z , t )
=LC , =LC
∂ t2 ∂ z2 ∂ t2 ∂ z2

4.2 Equazione delle Linee nel Dominio dei Fasori


Nel caso in cui la perturbazione dello spazio è di tipo sinusoidale, con una certa
pulsazione ω; è possibile introdurre le funzioni V ( z ) e I ( z), che rappresentano
rispettivamente i fasori di tensione e corrente. Abbiamo quindi che le nostre
funzioni scalari nel dominio del tempo possono essere espresse come:

v ( z ,t )=ℜ {V ( z ) e jωt }

i ( z , t ) =ℜ { I ( z ) e jωt }

Considerando il precedente sistema di equazioni, ripotato nel caso in esame;


ovvero di regime sinusoidale. Sotto queste ipotesi, il sistema nel dominio dei
fasori è:

57
dV ( z )

{ dz
dI ( z )
dz
=− jwLI ( z )

=− jwCV ( z )

A questo punto, come fatto per le onde piane, andiamo a derivando la prima
equazione rispetto a z e utilizziamo l’altra.

Ciò che ne consegue è la seguente relazione:

d2V dI d2 V 2
2
=− jwL =− jwL ( − jwCV ) ⇒ 2
=−w LCV
dz dz dz

Procedendo in modo analogo a partire dalla seconda equazione, otteniamo:

d2 I 2
2
=−w LCI
dz

introducendo un nuovo parametro, detto costante di propagazione e definita


come:

β ≜ w √ LC

Le soluzioni che soddisfano l’equazione differenziale per la tensione sono del


tipo:
jβz
−jβz −¿ e ¿
,V ( z ) =V
V ( z )=V +¿e ¿

oppure in generale una loro combinazione lineare. Per quanto riguarda l’altra
equazione si ragiona in modo del tutto analogo.

In conclusione, le soluzioni, generali, del sistema iniziale sono:


jβz
−jβz −¿e ¿

V ( z )=V +¿e +V ¿

jβz
−jβz −¿ e ¿
+I
I ( z )=I +¿e ¿

le quali esprimo l’andamento di tensione e corrente lungo la linea in forma


viaggiante. In tali soluzioni V +¿¿ ,V −¿ ¿, I +¿¿, I −¿¿ non sono altro che dei coefficienti
costanti, in genere complessi.

58
−jβz −jβz

Supponiamo la sola presenza di onde progressiva, V ( z )=V +¿e ¿


e I ( z )=I +¿e ¿
,e
andiamo a valutare il sistema precedente, però nel dominio del tempo. Ciò che se
ne ricava prendendo in esame, per esempio, la prima equazione è la seguente
relazione:

d ¿¿

dove si introduce il parametro Z 0 ≜ √ L/C , detto impedenza caratteristica.

Partendo dalla forma viaggiante è possibile ricavare un modo alternativo per


esprimere la tensione e corrente lungo la linea di trasmissione. A tal fine,
prendiamo in considerazione la relazione:
jβz
−jβz −¿e ¿

V ( z )=V +¿e +V ¿

ed utilizzando la formula di Eulero e jφ =cos φ+ j sin φ, otteniamo:


−¿(cosβz + j sinβz )¿

V ( z )=V +¿(cos βz− j sin βz )+V ¿

⇒ V ( z )=¿

Analogamente per la corrente, si ha:

I ( z )=¿

Indicando con:

V ( 0 )=¿

e utilizzando le relazioni tra V (z ) e I(z), otteniamo che:

V ( 0 )=¿
1
−¿= ¿¿
Z0
+¿−I ¿
I

A questo punto dalle relazioni in forma viaggiante, si ottengono le relazioni:

59
V ( z )=V ( 0 ) cos βz− j Z 0 I ( 0 ) sin βz

V (0 )
I ( z )=I ( 0 ) cos βz− j sin βz
Z0

che vanno sotto il nome di rappresentazione in forma stazionaria.

4.3 Trasporto di Impedenza e Coefficiente di Riflessione


Il rapporto tra la tensione e la corrente ad una determinata ascissa z definisce
un’impedenza, espressa come:

V ( z ) V ( 0 ) cos βz− j Z 0 I ( 0 ) sin βz Z ( 0 )− j Z 0 tan βz


Z( z)≜ = =Z 0
I (z) V (0) Z 0− jZ ( 0 ) tan βz
I ( 0 ) cos βz− j sin βz
Z0

Questa relazione ci permette, quindi, di schematizzare tutto ciò che si trova a


valle di un fissato valore di z attraverso un’impedenza Z ( z ). Ad esempio,
consideriamo una linea avente un’impedenza caratteristica Z 0 e chiusa su un
carico Z c (figura sottostante). L’impedenza ‘vista’ da tale carico ad una certa
distanza d può essere espresso tramite la relazione precedente, semplicemente
ponendo z=−d :

Z c + j Z 0 tan βd
Z(−d)=Z 0
Z 0 + j Z c tan βd

Tale relazione prende il nome di formula del trasporto di impedenza, che risulta
essere dipendente esclusivamente dall’impedenza di carico, da quella
caratteristica e dalla distanza d .
60
Si definisce, inoltre, coefficiente di riflessione, il rapporto tra l’onda regressiva e
l’onda progressiva; ovvero definito come:
jβz

V −¿e
Γ ( z ) ≜ − jβz =Γ ( 0 ) e j 2 βz ¿
e
−¿ +¿
dove Γ ( 0 ) =V /V ¿ ¿ .

Calcoliamo il coefficiente di riflessione per il caso in esame. Conoscendo che per


−¿¿

z=0 vale V ( 0 )=Z c I (0) e sfruttando l’espressione che lega V +¿−V ¿


ad I ( 0 ),
otteniamo:
V (0 ) Z0
−¿=Z0 I (0 )=Z0 = ¿¿
Zc Zc
+¿−V ¿
V

È bene notare che se il carico Z c risulta essere uguale all’impedenza caratteristica


della linea, si ha un coefficiente di riflessione nullo. Ciò significa che lungo la
linea è presente la sola onda progressiva, e che quindi la potenza incidente sul
carico viene solo assorbita e mai riflessa. Tale condizione prende il nome di
carico adattato alla linea.

4.3.1 Linea Terminante su un Corto Circuito


Studiamo il caso particolare di una linea di trasmissione terminante su un corto

Sapendo che
−¿ ¿
+¿=−V ¿

+¿+V −¿=0 ⇒V ¿
¿
V c =V

+¿ ¿
−¿=2 V ¿

Z 0 I c =V +¿−V ¿

Si deduce:

V ( z )=− j 2 V +¿sin βz ¿

I ( z )=2 V +¿cos βz ¿

Infine, valutiamo il trasporto di impedenza e il coefficiente di riflessione


61
Z d= j Z 0 tan βd

che, come banalmente si osserva, risulta essere puramente immaginaria. Inoltre,


regolando d è possibile ottenere qualsiasi valore di induttanza e capacità e per
ogni multiplo di λ /2 sì riottiene il corto14.

Per quanto riguarda il coefficiente di riflessione, otteniamo

Γ ( 0 ) =−1

Ovvero l’onda viene completamente riflessa.

4.3.2 Linea Terminante su un Aperto


Studiamo il caso di una linea di trasmissione terminante su un aperto

Sapendo che

−¿ ¿
+¿ =V ¿
−¿=Z0 Ia =0⇒ V ¿

V +¿−V ¿

+¿ ¿
−¿=2 V ¿

V c =V +¿+V ¿

Si deduce:

V ( z )=2V + ¿cos βz ¿

V +¿
I ( z )=− j2 sin βz ¿
Z0

Valutiamo il trasporto di impedenza e il coefficiente di riflessione:

Z d=− j Z 0 cot βd

che risulta anche in questo caso puramente immaginaria. Inoltre, si noti che per

λ
βd=π /2, ovvero d=n , l’aperto si trasforma in un corto.
4

Per quanto riguarda il coefficiente di riflessione abbiamo che:

14
( d= nλ2 ) essendo β=2 π / λ
62
Γ ( 0)=1

ovvero l’onda viene tutta propagata senza alcuna riflessione.

4.4 Schematizzazione Mezzi non Omogenei con Linee Trasmissive


Ipotizziamo di avere un’onda
elettromagnetica che si
propaga in un mezzo non
omogeneo che presenta
diverse interfacce di
separazione, come
osservabile in figura a desta.

Se volessimo conoscere
l’onda incidente che si presenta all’ennesima interfaccia di separazione, ci
occorrerebbero valutare 2(n−1) equazioni. Osservando, però, le onde progressive
(regressive) del campo elettromagnetico si nota una certa analogia con la
propagazione della corrente e tensione lungo una linea di trasmissione.
Strutturiamo, dunque, la linea equivalente al mezzo in esame.

Si avrà che:

β n=w √ ε n μ 0 Z n=√ μ0 /ε n

Inoltre, vengono effettuate queste analogie:

V ( z ) → einc I (z) → hinc

63
Questa schematizzazione può essere effettuata anche nel caso in cui i campi non
incidono perpendicolarmente all’interfaccia, semplicemente apportando le giuste
modifiche tener contro degli angoli di incidenza.

Si riportano le espressioni nei casi ( TE ) e ( TM ):

V ( z ) →e inc I ( z ) → hz =|hinc| cosθ ( TE )


{V ( z ) → e z=|einc|cosθ I ( z ) → hinc (TM )

in cui si avranno:

β n=ω √ ε n μ0 cos θn , Z n=
√ μ0 /εn (TE)
cos θn
μ0
β n=ω √ ε n μ 0 cos θ n , Z n=
√ εn
cos θn (TM )

Inoltre, possiamo esplicitare l’angolo di trasmissione n-esimo attraverso quello di


incidenza nel seguente modo:

√ ε 1 sin θinc= √ εn sin θ n


⇒ ε 1 sin 2 θinc =ε n sin 2 θn=ε n (1−cos ¿ ¿ 2θ n)⇒ cos θ n= 1−( ε 1 /ε n ) sin2 θinc ¿

4.5 Linee con Perdite
Osserviamo ciò che accade nella realtà, svincolandoci dal caso ideale finora
trattato; ovvero ci mettiamo nelle condizioni in cui le nostre strutture guidanti
siano delle linee con perdite, dovute al dielettrico e/o ai conduttori. In questo
caso ci saranno delle perdite per effetto Joule a causa di conduttori non perfetti in
aggiunta ad altre, dovute al dielettrico stesso.

Consideriamo in prima battuta un tratto infinitesimo (molto piccolo rispetto alla


lunghezza d’onda) di linea trasmissiva ideale, ampio Δ z . Questo, può essere
schematizzato da un circuito equivalente, come quello presente in figura.

Applicando semplicemente le
equazioni di Kirchhoff al nodo e

64
alla maglia; si ricavano le relazioni che legano tensione e corrente sul quadripolo
preso in esame.

Quello che otteniamo solo le seguenti relazioni:

V ( z )=V ( z + Δz ) + jωL Δ zI ( z )
{ I ( z )=I ( z + Δ z ) + jωC Δ zV ( z + Δ z )

A questo punto dividendo per Δ z e facendo tendere Δ z →0 , si ottiene il sistema:

dV ( z )

{ dz
dI ( z )
dz
=− jωLI ( z )

=− jωCV (z)

Ovvero si riottengono le equazioni di linea. Per tale motivo la linea di


trasmissione può essere idealizzata come una sequenza infinita di capacità e
induttori.15

Nel caso reale ci aspettiamo che la caduta di tensione lungo la linea non sia
soltanto dovuta all’induttanza, ma che vi sia anche un contributo puramente
ohmico relativo ad una resistenza per unità di lunghezza. Analogamente se ci
sono delle conducibilità nel mezzo per cui vi sono delle correnti dovute non solo
all’effetto capacitivo, si ha la
necessità di considerare anche
una conduttanza per unità di
lunghezza. Lo schema finale nel
caso reale e osservabile in
figura.

Questa volta le relazioni che


otteniamo sono le seguenti:

V ( z )=V ( z + Δz )+( jωL+ R) Δ zI ( z )


{ I ( z )=I ( z + Δ z ) +( jωC +G) Δ zV ( z + Δ z )

15
La differenza sostanziale quando si schematizza la linea con componenti discrete è che non si avrà più
una funzione di trasferimento meromorfa, ovvero con un numero infinito di zeri; ma si avrà un rapporto
di polinomi. Di conseguenza al variare del mio ingresso avrò una variazione istantanea dell’uscita.
65
Dividendo per Δ z e facendo tendere Δ z →0 , si ottiene il sistema:

dV ( z ) R
( )
{ dz
dI ( z )
dz
=− jω L+

(
=− jω C +
G


I ( z)

V (z) )
Quindi si può affermare che formalmente non cambia nulla rispetto al caso ideale
pur di sostituire sia l’induttanza che capacità per unità di lunghezza con
un’induttanza e capacità equivalente:

R G
Leq =L+ Ceq =C +
jw jw
In termini di costanti di propagazione e impedenza caratteristica, che sono le
grandezze che ci interessano per il governamento e funzionamento della linea,
abbiamo:

k =ω √ Leq C eq=ω (√ L+ jωR )(C+ Gjω )=ω √ LC √ 1+ LG+ RC


jωLC
− 2
RG
ω LC

Leq
Z=
√ C eq
= (√ L+ jωR )/(C+ Gjω )=√ CL √ 1+G
1+ R / jωL
/ jωC

Nel caso di linee con piccole perdite, ovvero quando sono verificate le
condizioni:

R G
≪1 ≪1
ωL ωC

le espressioni di k e Z si semplificano.

Effettuando gli sviluppi in serie, si ottiene che:

k =√ LC (√ 1− j ωLR )(1− j ωCG )=ω √ LC √1+ LG+ RC


jωLC

RG
ω LC √ ωLC
≅ ω √ LC 1− j
2
LG+ RC

66
in cui si è stato trascurato il termine RG /ω2 LC essendo il prodotto di due quantità
molto piccole.

A questo punto, utilizzando lo sviluppo in serie di MacLaurin arrestato al termine


del primo ordine, si ha:

LG+ RC j R G
ω √ LC 1− j
√ ωLC
≅ ω √ LC 1− +
2 ωL ωC( ( ))
che quindi si presenta nella forma β− jα , in cui:

β=ω √ LC costante di propagazione senza perdite

1
α = ω √ LC
2
R
+
G
ωL ωC 2
1
= R(C
L
+G
L 1 R
=
C 2 Z0
+ G Z0 ) [√ √] ( )
La presenza della componente immaginaria nella costante di propagazione
comportata un’attenzione esponenziale lungo la direzione di propagazione. Si ha:
− jkz − j(β − jα )z − jβz −αz
e =e =e e

Analogamente, per l’impedenza caratteristica si ottiene la seguente relazione:

L 1+ R/ jωL R G j R G
Z=
√√ C 1+G/ jωC
≅ Z 0 1− j −
ωL ωC √
≅ Z 0 1− ( −
2 ωL ωC) ( ( ))
Che, anche in questo caso, si presenta nella forma Z 0− jX , in cui:

Z0
X= ( RC−GL )

Si noti che se RC =GL ⇒ X =0 implica che Z=Z 0 ; ovvero l’impedenza della linea
con perdite risulta essere la medesima di quella senza. Tale condizione viene
detta di Heaviside.

67
5 Irradiazione e Ricezione
Il seguente capitolo sarà incentrato sullo studio delle strutture, con le loro
proprietà, dedicate ad irradiare e ricevere un campo elettromagnetico. La
denominazione più generale di tali strutture è quella di antenne in trasmissione
e/o ricezione. Le prime hanno lo scopo di trasferire, nel modo più efficace
possibile, l’energia elettromagnetica, fornita da un generatore, nello spazio libero
o, eventualmente, lungo una specifica direzione. Viceversa, un’antenna in
ricezione ha lo scopo di trasferire l’energia trasportata dal campo
elettromagnetico, sempre nel modo più efficiente possibile, al carico a cui essa è
connessa. Lo studio di tali strutture si suddivide in due parti, quella della struttura
in trasmissione e quella in ricezione, anche se sarà possibile ricondurlo ad un
singolo caso. Di queste strutture esistono diverse varianti, ognuna delle quali
presenta delle proprietà.

La tipologia più semplice è quella che


va sotto il nome antenna a dipolo,
visibile nella figura a fianco, che è
costituita sostanzialmente da una
coppia di conduttori filiformi, di
sezione molto piccola rispetta alla
lunghezza, connessi per un’estremità
ad una linea di trasmissione. Lo
spazio che intercorre fra i due
conduttori che costituiscono l’antenna
è detto gap. Quando si sale di frequenza, le singole antenne a dipolo non sono
quasi mai utilizzate, mentre invece, per continuare a sfruttare la stessa struttura,
ci si rivolge ad un insieme di antenne, distribuite lungo una linea o addirittura su
un piano, in modo tale che il campo generato globalmente sia la somma dei
singoli campi. Questa strategia prende il nome di array (allineamento) di
antenne e si basa fondamentalmente nel giocare con le fasi dei singoli elementi al
fine di ottenere risultati migliori.

68
Un’altra tipologia di antenne è quella che
va sotto il nome antenne a fessura, in cui
l’irradiazione avviene, appunto,
attraverso un’apertura. Il caso più
semplice è quello di avere una guida
d’onda troncata; in tal caso è chiaro che
se consideriamo un’onda del modo
fondamentale che viaggi verso la
terminazione, in prossimità di essa si genereranno tutti i modi superiori, ma parte
del campo passerà all’esterno, ottenendo un campo anche all’esterno della
struttura guidante, comportandosi quindi come un’antenna. Inoltre, con una
propagazione libera, il campo necessariamente si espande in tutto lo spazio, ma
in molte applicazione siamo interessati a indirizzare il campo elettromagneti
lungo delle fissate direzioni dello spazio, in modo da concentrarsi in alcune
particolari regioni. Ovvero quello che si vuole è rendere l’antenna la più direttiva
possibile. Le antenne a fessura non
risultano essere molto direttive ed infatti
per aumentare tale fattore si passa a
quelle che vengono chiamate antenna a
tromba, che consiste nell’utilizzare un
tratto svasato tale da aumentare la
sezione di apertura. Un’evoluzione di quest’ultima, in cui lo scopo principale è
quello di irradiare il campo elettromagnetico in modo molto selettivo, sono le
antenne a riflettore, in cui invece di
avere il collegamento fra la guida
primaria e l’apertura con un tratto
metallico svasato, si può pensare di
prendere un riflettore parabolico di
diametro molto grande rispetto alla
lunghezza d’onda. Si pone il radiatore primario, che può essere o una guida
troncata o un piccolo trombino, nel fuoco del paraboloide. La funzione di

69
quest’ultimo è quello di trasformare tutti i raggi che vengono dal fuoco in raggi
paralleli. Ovviamente siccome le dimensioni sono finite ci sono degli effetti di
diffrazione per cui, in realtà, non si avrà un fascio che punta solo nella direzione
assiale ma avremo un fascio allargato, comportando evidentemente delle piccole
perdite poiché tutta l’energia irradiata dalla sorgente che va al di fuori del
riflettore viene persa.

Un’ultima categoria di antenne, che si


stanno diffondendo su ampia scala,
sono le antenne stampate, costituite da
sistemi planari; ovvero formate da un
piano di massa, uno strato dielettrico
sopra di esso e su questo piano sono stampate strutture metalliche di varie forme
dette patch. Le dimensioni di questi patch sono dell’ordine della lunghezza
d’onda (o mezza lunghezza d’onda) e quindi sono l’equivalente dell’antenna
lineare. Inoltre, se si vuole ottenere un’antenna direttiva bisognerà mettere molti
di questi patch, in modo da costruire un allineamento di antenne.

5.1 Potenziale Vettore e Scalare


Il problema dell’irradiazione, anziché vederlo come un problema che richiede la
risoluzione delle equazioni di Maxwell su tutto lo spazio, può essere visto come
la sovrapposizione di due problemi. Il primo problema è quello di determinare le
correnti che circolano sui conduttori (il che ha il vantaggio di non dover risolvere
le equazioni in tutto lo spazio, ma di dover trovare delle grandezze concentrate su
un supporto finito). Una volta trovate queste correnti, il secondo problema è
quello di trovare il campo da esse irradiato. Quest’ultimo risulta essere
abbastanza più semplice del precedente non avendo condizioni al contorno da
soddisfare, ma delle sorgenti che irradiano nello spazio vuoto. Se tutto ciò che
c’è intorno è omogeneo, cioè stiamo considerando un'unica antenna che irradia
nello spazio indefinito, il problema è quello di risolvere le equazioni di Maxwell
in un mezzo omogeneo, con assegnate sorgenti. Questo è il problema che
affronteremo per primo.

70
Consideriamo quindi un’arbitraria distribuzione di sorgenti elettriche in un
mezzo omogeneo; in tale condizioni le equazioni di Maxwell in forma
differenziale possono essere riscritte nel seguente modo:

∇ × E=− jωμ H

{∇ × H = jωε E+ J
∇ ∙ ε E=ρ
∇ ∙ μ H =0

Essendo il mezzo, per ipotesi, omogeneo; ε e μ sono indipendenti dalla


coordinata spaziale. Il metodo per ottenere, nella maniera più semplice possibile,
la soluzione generale di queste equazioni, è quello che utilizza il potenziale
scalare e il potenziale vettore. Cioè, invece di risolvere direttamente le equazioni
di Maxwell, si esprimono i campi in termini di potenziali, risolvono poi le
equazioni rispetto questi. Partendo dall’equazione della divergenza per
l’induzione magnetica:

∇ ∙ μ H=0

che ci dice che il vettore μ H è solenoidale e poiché stiamo risolvendo il nostro


problema in uno spazio omogeneo indefinito; esiste certamente un potenziale
vettore A che permette di esprimere μ H come il rotore di questo nuovo vettore,
cioè16:

∃ A : μ H=∇ × A

Sostituendo nella prima delle equazioni di Maxwell; avremo:

∇ × E+ jω∇ × A=0 ⇒∇ × ( E+ jω A )=0

Il fatto che questo rotore è nullo, si deduce che il vettore è irrotazionale e quindi
è derivabile da un potenziale. Esiste quindi almeno una funzione Φ, chiamata
potenziale scalare, tale che:

16
In realtà esistono infiniti potenziali vettori dato che aggiungendo ad A il gradiente di una funzione, il
cui rotore è il vettore nullo, otteniamo sempre lo stesso μ H .
71
E+ jω A=−∇ Φ ⇒ E=− jω A−∇ Φ

In questo modo le due equazioni di Maxwell omogenee sono automaticamente


soddisfatte. Inoltre abbiamo ridotto il numero di incognite, perché invece di avere
6 incognite scalari (le componenti di E ed H ) abbiamo le 3 componenti di A e
uno scalare Φ. In realtà questi potenziali (vettore e scalare) non sono
univocamente determinati; ovvero fissato il campo elettromagnetico esiste più di
una coppia di potenziali che ci permette di ottenere tale campo. Andiamo a
sfruttare questo grado di libertà per eliminare un’ulteriore incognita.

Se A è un potenziale vettore, lo sarà anche A' , definito come:

A' = A+ ∇ Ψ

Questo è un possibile potenziale vettore, perché dà lo stesso campo magnetico.


Andiamo a vedere ora cosa succede per Φ. Questa nuova coppia di potenziali non
va più bene perché poiché seppure il campo magnetico rimane inalterato non è
vero per il campo elettrico; bisogna cambiare anche Φ.

Andiamo a vedere allora come deve essere legato il nuovo potenziale scalare ad i
precedenti potenziali. Per fare questo dobbiamo imporre che non solo il campo
magnetico non cambi, ma anche il campo elettrico. Cioè si deve verificare che:

− jω A−∇ Φ=− jω A' −∇ Φ' ⇒− jω A−∇ Φ=− jω A− jω ∇ Ψ −∇ Φ '

Semplificando i termini jω A e poiché il gradiente è un’operazione lineare; si ha:

∇ ( Φ' + jω Ψ −Φ )=0⇒ Φ' =Φ− jωΨ

Dove la relazione a sinistra implica che l’argomento del gradiente sia una
costante. Siccome in ogni caso i gradienti sono definiti a meno di una costante,
possiamo assumere questa costante pari a zero (da cui la relazione a destra).

Quindi data una coppia di potenziali A e Φ; tutte le altre coppie di potenziali A' e
Φ ' si ottengono dalle relazioni:

A' = A+ j ∇ Ψ
{
Φ' =Φ− jωΨ

72
Questa trasformazione si chiama trasformazione di gauge.

Sfruttando questo grado di libertà, possiamo ridurre il numero delle incognite a


tre. Per esempio, potremmo fare in modo che Φ ' si annulli scegliendo
opportunamente Ψ .

Osserviamo però che fino ad ora abbiamo soddisfatto identicamente solo le


equazioni di Maxwell omogenee; bisogna andare a sostituire le espressioni dei
potenziali nelle restanti equazioni, osservando quali equazioni si ottengono.
Dunque, al posto di μ H sostituiamo ∇ × A, e sfruttando il fatto che μ è costante
(in modo da portarlo fuori dal segno di rotore); avremo:

1
∇ × ∇ × A= jωε (− jω A−∇ Φ ) +J ⇒ ∇ × ∇ × A= jωεμ (− jω A−∇ Φ ) + μ J
μ

Ricordando che ∇ 2 A=∇ ∇ ∙ A−∇ × ∇ × A; si ottiene:

∇ ∇ ∙ A−∇2 A= jωεμ (− jω A−∇ Φ ) + μ J

Raccogliendo i termini e portando il gradiente, per così dire, a fattore; otterremo:

∇ 2 A−k 2 A=−μ J + jωεμ ∇ Φ +∇ ∇ ∙ A=−μ J +∇ (∇ ∙ A+ jωεμ Φ)

Abbiamo così ottenuto una delle equazioni che il potenziale vettore e,


ovviamente, il potenziale scalare deve soddisfare. Considerando l’equazione alla
divergenza per l’induzione elettrica; avremo :

ρ −ρ
=∇ ∙ (− jω A−∇ Φ ) ⇒ ∇2 Φ= − jω ∇ ∙ A
ε ε

Questa è l’equazione per Φ. Se la paragoniamo con quella ottenuta prima per A ,


notiamo che c’è quasi una simmetria fra le due. Per renderle perfettamente
simmetriche (in modo tale che ai primi due membri vi siano due equazioni di
Helmholtz) aggiungiamo a questa equazione, a primo e secondo membro, il
termine k 2 Φ
2
k =− jω( jωεμ)
ρ
∇ 2 Φ +k 2 Φ ¿⏞ − − jω(∇ ∙ A+ jωεμΦ )
ε

In definitiva si ottengono le seguenti relazioni:


73
∇ 2 A−k 2 A=−μ J + ∇( ∇ ∙ A+ jωεμ Φ)

{∇ 2 Φ +k 2 Φ=
−ρ
ε
− jω(∇ ∙ A+ jωεμ Φ)

Notiamo che tali equazioni dei potenziali sono accoppiate fra di loro

Si otterrebbe una notevole semplificazione, se il secondo termine al secondo


membro di entrambe le funzioni fosse nullo; dato che avremmo un’equazione per
il potenziale vettore che coinvolge solo la densità di corrente e un’equazione per
il potenziale scalare che coinvolge solo la densità di carica. Per giunta, si ha a che
fare con uno stesso tipo di equazione perché se si va a scrivere il potenziale
vettore per le singole componenti, l’equazione che si otterrebbero sono dello
stesso tipo dell’equazione per il potenziale scalare. Vediamo allora se è possibile
sfruttare l’arbitrarietà che c’è nel potenziale vettore e nel potenziale scalare per
imporre che questa quantità sia nulla. Vediamo se è possibile modificare i
potenziali, attraverso le trasformazioni di gauge, in modo tale che la nuova
coppia di potenziali ( A' ,Φ ' ), sia tale da soddisfare la relazione:

∇ ∙ A' + jωεμΦ ' =0

Ciò è effettivamente possibile andando a sostituire le espressioni di ( A' ,Φ ' ):

∇ ∙ A+ ∇2 Ψ + jωεμ Φ +k 2 Ψ =0

Osserviamo che il primo e il terzo termine a primo membro costituiscono la


quantità ∇ ∙ A+ jωεμ Φ che era presente a secondo membro prima che
effettuassimo la trasformazione. Tale quantità, se sono noti i potenziali A e Φ,
sarà in generale una funzione assegnata, che chiamiamo χ .

A questo punto la condizione da soddisfare è la seguente:

∇ 2 Ψ + k 2 Ψ =− χ

Ma questa è un’equazione di Helmholtz, non omogenea, di cui sappiamo che


esiste una soluzione; anzi ne esistono infinite se non vengono fornite ulteriori
condizioni all’infinito.

74
Quindi non soltanto esiste sicuramente una funzione Ψ che soddisfa questa
equazione, qualunque sia il 2° membro.

Verificato che ciò che volevamo è possibile, possiamo limitarci a considerare le


seguenti equazioni:

∇ 2 A+ k 2 A=−μ J

{
∇ 2 Φ +k 2 Φ=
−ρ

∇ ∙ A+ jωεμ Φ=0
ε

Dove questa volta i potenziali A e Φ non sono una qualsiasi coppia, ma devono
soddisfare anche l’ultima equazione; che va sotto il nome di condizione o gauge
di Lorentz.

In questo modo restringiamo la nostra attenzione soltanto a quella classe di


potenziali che soddisfano la gauge di Lorentz. Si ha quindi la notevole
semplificazione di poter risolvere un minor numero di equazioni; infatti si può
ricavare una soluzione qualsiasi della prima, definire Φ dalla condizione di
Lorentz e sarà automaticamente verificata anche la seconda equazione.

Andiamo ora a calcolare i potenziali (vettore e scalare). L’equazione da risolvere


è un’equazione di Helmholtz, ovvero un’equazione lineare non omogenea.
Essendo omogeneo il mezzo in cui vogliamo risolverla, è chiaro che possiamo
ricercare la soluzione di questa equazione applicando, sostanzialmente, il
principio di sovrapposizione degli effetti. Cioè se riusciamo a trovare il
potenziale di un impulso posto in un punto qualsiasi dello spazio, siamo poi
capaci, per sovrapposizione, di trovare la soluzione che corrisponde ad una
qualunque distribuzione di corrente (vista
come una sovrapposizione di impulsi). Quindi
il problema reale che dobbiamo risolvere è
quello di trovare il potenziale associato ad un
impulso di corrente. Visto che la posizione di
questo impulso è arbitraria, supponiamo che
esso si trovi proprio nell’origine del nostro

75
sistema di coordinate e scegliamo l’asse z , come direzione dell’impulso di
corrente.

Detto ciò, nostra sorgente sarà del tipo17:

J=J 0 δ ( r ) i^ z

Riscriviamo l’equazione:

∇ 2 A+ k 2 A=−μ J 0 δ ( r ) i^ z

e esplichiamola rispetto le varie componenti, nel sistema di coordinate cartesiane:

∇2 A x + k 2 A x =0

{ ∇ 2 A y + k 2 A y =0
∇ 2 A z +k 2 A z=−μ J 0 δ( r)

La soluzione generale di questo sistema di equazioni è, come sappiamo, la


somma della soluzione generale dell’omogenea associata e una soluzione
particolare. Una possibile soluzione particolare è quella che presenta A x = A y =0 e
A z che soddisfa la terza equazione. D’altra parte un attimo di riflessione ci

convince che, in realtà, non abbiamo nessuna necessita di trovare la soluzione


generale di queste equazioni; ci basta una qualunque soluzione particolare
perché, siccome già sappiamo dal teorema di unicità che i campi sono
univocamente determinati assegnate le sorgenti e le condizioni di radiazione all’
∞ , se imponiamo queste condizioni allora qualunque siano i potenziali siamo già
sicuri, a priori, che i campi che otteniamo non possono che essere sempre gli
stessi. Quindi non abbiamo bisogno di trovare la soluzione generale. Non c’è
dubbio che ci convenga utilizzare la soluzione che non ha componenti né lungo x
né lungo y ; dal punto di vista fisico, siccome poi dovremo imporre la condizione
di radiazione all’∞ , è chiaro che in assenza di sorgenti non ci possono essere
campi, è quindi potenziali. Ponendo allora A x = A y =0, andiamo a considerare solo
l’equazione per la terza componente del potenziale vettore:
17
C’è una certa forzatura dimensionale in quanto J 0 non ha le dimensioni di una densità di corrente
perché c’è un impulso che ha le dimensioni dell’inverso di una lunghezza al cubo ( m−3); quindi per avere
A
J 0 deve avere dimensioni di A ∙ m.
m2
76
∇ 2 A z + k 2 A z=−μ J 0 δ (r )

La sorgente è una delta di Dirac nell’origine, e noi sappiamo che la delta di Dirac
è una funzione pari; nel caso di una funzione tridimensionale ciò significa che è
pari rispetto ad una qualunque riflessione rispetto ad una qualunque direzione,
cioè è a simmetria sferica. Avendo che la sorgente è a simmetria sferica; è
abbastanza evidente che fra le soluzioni ci sarà sicuramente almeno una a
simmetria sferica.

Ci concentreremo quindi solo su questa:

A z= A z ( r)

Cioè la componente lungo z dipende soltanto da r , dove r è la distanza radiale


dall’origine del sistema di coordinate ( x , y , z) in cui abbiamo ottenuto
l’equazione. Questa equazione la possiamo anche scrivere in (r , θ , φ)

In coordinate sferiche il laplaciano scalare diventa:

1 ∂ 2∂A 1 ∂ ∂A 1 ∂2 A
2
∇ A= (
r 2 ∂r
r +)
∂ r r 2 sin θ ∂ θ(sin θ )
+
∂θ r 2 sin2 θ ∂φ 2

Nel nostro caso quindi l’equazione diventa:

1 d 2 d Az
r 2
dr (
r
dr )
+ k 2 A z =−μ J 0 δ (r )

Dove il laplaciano assume un’espressione abbastanza semplice per il fatto che


dipende dall’unica coordinata r . Sfruttando il fatto che al 2 ° membro abbiamo
una particolare distribuzione che ci garantisce di avere il secondo membro nullo
per ogni r ≠ 0. Possiamo procedere risolvendo l’equazione per r ≠ 0 e poi vedere in
che modo tener conto del fatto che nell’origine c’è una singolarità.

Per r >0 avremo allora:

1 d 2 d Az
r 2 dr (
r
dr )
+ k 2 A z =0

Cioè abbiamo da risolvere un’equazione omogenea. Conviene a questo punto


fare la seguente sostituzione:
77
f (r)
A z=
r

Dove l’aver già messo in evidenza in A z la singolarità nell’origine è ovvio, dato


che già sappiamo che ci deve essere una singolarità (e quindi deve essere almeno

1
del tipo ). In questi termini, sostituendo e facendo i calcoli, l’equazione da
r
risolvere diventa:

d2 f 2
+ k f =0
d r2

Cioè l’equazione dell’oscillatore armonico, la cui soluzione generale è quindi del


tipo:

f ( r )=B e− jkr +C e jkr

Dividendo per r otteniamo la soluzione che realmente ci interessa, cioè:

B e− jkr C e jkr
A z= +
r r

A questo punto, per determinare le costanti arbitrarie, bisogna innanzitutto


imporre la condizione di radiazione all’∞ , che implica che C=0 ; l’altra costante
ci verrà fuori quando andremo a raccordare questa soluzione con l’impulso di
Dirac che c’è nell’origine. Per imporre la condizione nell’origine dobbiamo, in
qualche modo sfruttare la proprietà della delta di Dirac, cioè che l’integrale di
δ ( r ) su un volume che comprende l’origine è uguale ad 1. Ricordiamoci che
l’equazione da risolvere era:

∇ 2 A z + k 2 A z=−μ J 0 δ (r )

Integriamo entrambi i membri su un volume V , in particolare, sferico intorno


all’origine; l’integrale della divergenza è pari proprio al flusso del vettore che
attraversa la superficie sferica, S, che stiamo considerando e quindi abbiamo:
❑ ❑

∮ ∇ A z ∙ i^ r ds+ k 2∫ A z dv=−μ J 0
S V

78
L’integrale superficiale è fatto lungo una sfera di raggio costante, diciamolo R, e
quindi la derivata di A z rispetto ad r sarà una costante. Avremo allora:

d Az ❑
4 π R 2+ k 2∫ A z dv=−μ J 0
dr r= R V

Dove abbiamo che la derivata vale:

d Az − jk 1 − jkr d Az − jk 1 − jkR
dr
=B
r (− 2 e r=R
r ⇒ )
dr r =R
=B
R
− 2 e
R ( )
Passando al limite per R → 0 avremo:

d Az
4 πR 2 R → 0 −4 πB
dr r= R →

1
Per quanto riguarda l’integrale di volume abbiamo che A z va all’∞ come
R
mentre l’elemento di volume va a zero come R2; quindi A z dv va a zero come R,
cioè l’integrale va a zero. Otteniamo, in definitiva, che risulta:

μJ0
B=

Abbiamo quindi completamente determinato la soluzione del problema che ci


siamo posti, perché a questo punto possiamo scrivere, in definitiva, che il
potenziale vettore è dato da:

−μ
A= J e− jkr i^ z
4 πr 0

Cioè abbiamo trovato la soluzione dell’equazione dei potenziali, quando la


sorgente è un impulso centrato nell’origine e diretto lungo z . Possiamo trovare
immediatamente anche la soluzione nel caso in cui l’impulso non sia centrato
nell’origine e diretto lungo una direzione arbitraria:
− jk r−r0
μ e | |
J=J 0 δ ( r−r 0 ) ⇒ A= J0
4π |r−r 0|

79
Ovvero il potenziale è sempre diretto nella stessa direzione dell’elemento di
corrente e che la relazione nel caso dell’impulso centrato nell’origine dipende
soltanto dalla distanza dal punto in cui è applicato l’impulso.

A questo punto, per sovrapposizione, otterremo la soluzione per una sorgente


qualsiasi, poiché una qualunque sorgente può essere espressa come:

J ( r )=∫ J ( r 0 ) δ ( r−r 0 ) d r 0

L’espressione ci dice che la sorgente è una sovrapposizione di impulsi di


ampiezza J ( r 0 ) ∙ d r 0 posti nel punto r 0. Ad ognuno di essi corrisponderà un
potenziale vettore:
− jk r −r0
μ e | |
d A= J ∙ d r0
4 π |r −r 0| 0

Sovrapponendo tutti questi contributi otteniamo che il potenziale totale è dato da:
− jk r−r0
μ e | |
A= ∫ J ∙dr0
4 π |r−r 0| 0

Dal punto di vista fisico la presenza di questo esponenziale è proprio quella che
dà il ritardo, cioè il fatto che fra il potenziale nel punto r e la sorgente nel punto
r 0 c’è un ritardo dovuto proprio alla presenza del fattore di fase, dipendente dalla

distanza fra i due punti.

Quest’espressione risolve il problema che ci eravamo posti, nota la distribuzione


di corrente, si risolve quest’integrale e si ricavano i campi elettrici e magnetici.
Questo lo si può fare sia calcolando il potenziale e poi derivando oppure, se
siamo nelle zone del volume di integrazione in cui c’è convergenza uniforme
dell’integrale, possiamo derivare sotto il segno di integrazione, il che significa
dire calcolarsi i campi dovuti ad ogni singolo elementino di corrente e sommare
questi campi. Questa strada, per certi aspetti, è più “trasparente” perché permette
di esprimere i campi come una sovrapposizione di campi. Dal punto di vista
computazionale è poco conveniente, ma da un punto di vista fisico e di principio
è estremamente importante trovare l’espressione dei campi per un elemento

80
infinitesimo di corrente anche perché qualunque sorgente piccola rispetto alla
lunghezza d’onda irradia come un elementino di corrente.

5.2 Campo Irradiato da un Elemento Ideale di Corrente


Una volta trovata l’espressione del potenziale vettore e conoscendo il legame del
campo elettrico e del campo magnetico da quest’ultimo, andiamo a valutare
l’espressione del campo elettromagnetico irradiato supponendo come sorgente un
impulso di corrente infinitesimo posto, per esempio, nell’origine del sistema di
coordinate e diretto secondo l’asse z . Possiamo schematizzare tale impulso
mediante un elemento di corrente finito di sezione infinitesima, di altezza Δ z e
concentrato lungo l’asse z . La distribuzione di corrente associata a tale elemento
è del tipo:

Δz
J=δ ( x ) δ ( y ) I i^ z ,|z|≤ .
2

Infatti, se facciamo il flusso di J attraverso qualsiasi sezione ortogonale a z


otteniamo proprio I , cioè la corrente che circola sull’elemento di sezione
infinitesima. La seconda condizione è dovuta al fatto di aver supposto che
l’elemento sia centrato tra −Δ z /2 e + Δ z /2. Moltiplicando e dividendo per Δz
avremo:

δ (x ) δ ( y )
J= Δ zI i^ z
Δz

E facendo tendere Δ z all’infinito, mantenendo costante il prodotto Δ zI ,


otteniamo un’altra delta di Dirac centrata nell’origine, nella variabile z . In
definitiva abbiamo una distribuzione ideale di corrente impulsiva.

Prendendo come sorgente tale distribuzione:

J=δ ( r ) I Δ z i^ z

il potenziale vettore diventa:

81
μI Δ z − jkr ^
A= e iz
4 πr

Passando all’espressione dei campi in coordinate sferiche; questi non avranno più
la semplice simmetria sferica che ha il potenziale vettore, proprio perché
comparirà la dipendenza da altre variabili, oltre che dalla distanza r , certamente
non ci sarà dipendenza rispetto a φ , perché c’è simmetria di rotazione intorno a φ ,
ma in generale ci sarà dipendenza sia da r sia da θ . Partendo dalle relazioni dei
campi espresse rispetto al potenziale vettore abbiamo:

1 μI Δ z − jkr ^
H= ∇ ×

{
e iz
μ 4 πr
μI Δ z − jkr ^
E=− jω
μI Δ z − jkr ^
e iz +
(
∇ ∇∙
4 πr
e iz )
4 πr jωεμ

Valutiamo la prima relazione:

i^ x i^ y i^ z
1
H= ∇ ×
μ
μI Δ z − jkr ^
4 πr ( 1 ∂
e i z = det ∂ x
μ
0
)
[ ∂
∂y
0
∂z

]
μI Δ z − jkr
4 πr
e
=¿ ¿

I Δ z ∂ e− jkr ^ I Δ z ∂ e− jkr ^
¿
4π ∂ y r ( ) i x−
4 π ∂x r ( )
i y +0 i^ z

e sfruttando le relazioni di trasformazione sferiche ricaviamo

∂ ∂ 1 ∂ 1 sin φ ∂
=sin θ cosφ + cos θ cos φ −
∂x ∂r r ∂θ r sin θ ∂φ
∂ ∂ 1 ∂ 1 cos φ ∂
=sin θ sinφ + cos θ sin φ −
∂y ∂r r ∂ θ r sin θ ∂φ
∂ ∂ 1 ∂
=cosθ − sin θ
∂z ∂r r ∂θ

che sostituite nella relazione precedente, si ha:

I Δz ∂ e− jkr
H=

sinθ
∂r r ( )
( sin φ i^ x −cos φ i^ y )

in cui:

82
− jkr
∂ e− jkr −( jkr +1 ) e

{ ∂r r( ) =
r2
sin φ i^ x −cos φ i^ y =−i^ φ

Ricordando che λ=2 π /v , otteniamo l’espressione del campo magnetico

IΔz 1 − jkr ^
H= j
2 λr
sinθ 1+ (
jkr
e iφ )
Che risulta quindi avere solo componente lungo i^ φ.

Per quanto riguarda il campo elettrico lo si ricava sfruttando l’equazione di


Maxwell come segue:

∇×H
∇ × H= jωε E ⇒ E=
jωε

E procedendo analogamente a caso precedente si ottiene

ξI Δ z 1 1 ξI Δ z 1 1
E= j
λr
cos θ +
(
jkr ( jkr ) 2 )
e− jkr i^ r + j
2 λr (
sin θ 1+ +
jkr ( jkr ) 2 )
e− jkr i^ θ

che risulta avere solo componente lungo i^ r e i^ θ.

In entrambi i campi la dipendenza dalla distanza è molto più complicata di


quanto non sia per il potenziale. Mentre per il potenziale, a parte il fattore
esponenziale, la dipendenza dalla coordinata radiale è del tipo 1/r , vi sono
termini di alcune componenti del campo cha vanno a zero con potenze superiori
rispetto a 1/kr . Ciò significa che a seconda della distanza dall’elemento di
corrente sono preponderanti alcuni o altri di questi termini. Quando ci poniamo a
grande distanza dalla sorgente, in termini di lunghezza d’onda, i termini di
secondo ordine possono essere trascurati e le espressioni dei campi si
semplificano.

In particolare:

I Δz

{ H≅j
2 λr
E ≅ 0 i^ r + j
sin θ e− jkr i^ φ
ξI Δ z
2 λr
sin θ e− jkr i^ θ

83
che ci indicano che quando ci allontaniamo sufficientemente dalla sorgente i
campi risultano essere ortogonali tra loro (i^ φ ⊥ i^ θ ), il loro rapporto è pari
all’impedenza intrinseca del mezzo e assieme la direzione radiale costituiscono
una terna direttale. Queste non sono altro che le condizioni di radiazione
all’infinito che ci dicono che a grande distanza dalle sorgenti si ha

E=ξ H × i^ r

Per questa ragione tale zona, ovvero lontana in termini di lunghezza d’onda dalla
sorgente, è detta zona radiativa. L’altra zona, in prossimità della sorgente è detta
invece zona reattiva o induttiva.

5.2.1 Potenza Associata ad un Elemento Ideale di Corrente


Per caratterizzare la differenza fra le due zone, andiamo a calcolare il flusso di
potenza associato a questo campo elettromagnetico attraverso una sfera che
circonda la sorgente, valutando poi come varia il flusso di potenza al variare del
raggio della sfera.

Il flusso di potenza associato al campo generato dall’elemento di corrente sarà


dato da :

1
P= ∯ E × H ¿ ∙ i^ n dS
2 S

dove S è una sfera di raggio arbitrario r .

Effettuando il prodotto misto, osservando che i^ r=i^n , si ha:

i^ r i^ θ i^ φ
2
|I | Δ z 2
E × H ∙ i n=¿= 2 2 det
¿ ^

λ r
ξ cos θ
1

[ +
1
(
jkr ( jkr )2

0
) ξ
2 (
sin θ 1+

0
1
+
1
jkr ( jkr )2 )
1 |I| Δ z
2
1
2
2
0

(
sinθ 1−
1
jkr

1
) ] 2
|I|
∙ i^ n=¿ ¿= 2
λ

⇒ P= ξ
2 4λ r2 2
sin 2 θ 1− j
(
( kr )3 )
Eseguendo l’integrale avremo18:

18
Si noti che sulla sfera r è costante
84
2
2 ❑
1 |I | Δ z sin 2 θ 1
P ( r )= ξ
2 4λ 2 ∯
S r 2
1− j
( kr ) (
3
dS=¿
)
22 2π π
1 |I | Δ z 1 sin2 θ 2
¿ ξ
2 4λ 2
1− j
(
( kr )
3
)∫ ∫ r 2 r sinθdθdφ
0 0

22 2π π
1 |I | Δ z 1
¿ ξ
2 4λ 2
1− j
(
( kr )
3
)∫ dφ ∫ sin θ dθ
0 0
3

Non ci resta che valutare il secondo integrale:


π π
3
∫ sin θ dθ=∫ sin θ ( 1−cos 2 θ ) dθ=¿
0 0

π π

∫ sin θ dθ−∫ sin θ cos2 θ dθ=¿


0 0

π
cos3 θ 4
¿ [ −cosθ ] −
π
0
3 0 3[ ]
=

In definitiva si ha che:

2
1 2π Δ z
[ ( )] ( |I | 1− j 1 3
2
P ( r )=
2 3
ξ
λ ( kr ) )
Come è possibile notare, tale potenza presenta una parte reale indipendente da r ,
che quindi rappresenta proprio la potenza irradiata dal dipolo, e una parte reattiva
il cui segno negativo indica uno sbilanciamento di energia elettrica rispetto a
quella magnetica, cioè c’è più energia elettrica media che energia magnetica
media, ovvero il campo elettrico predomina sul campo magnetico lì dove la
potenza reattiva è significativa. È bene notare che la potenza reattiva diminuisce
con il cubo della distanza, e quindi è confinata nelle immediate vicinanze della
sorgente. Per questo motivo tale zona è detta reattiva. Notiamo inoltre che a
parità di intensità di corrente la potenza irradiata è inversamente proporzionale a
λ 2, cioè è direttamente proporzionale al quadrato della frequenza; quindi quanto
più è bassa è la frequenza tanto peggio irradia l’elemento di corrente 19.

19
Ci spingiamo in condizioni quasi statiche in cui non c’è potenza irradiata
85
I risultati ottenuti non sono importanti soltanto perché, per sovrapposizione, ci
permettono di trovare tutti i campi elettromagnetici che ci interessano, ma anche
perché esistono casi applicativi in cui, in realtà, un sistema radiante irradia
praticamente come un elemento di corrente infinitesimo. Quello che abbiamo
supposto è che la J fosse un impulso concentrato nell’origine, cioè una
distribuzione di corrente di estensione nulla. È chiaro che se non pretendiamo che
questo sia un risultato esatto, ma soltanto una buona approssimazione del campo
irradiato da una sorgente finita, quello che ci dobbiamo chiedere è sotto quali
ipotesi possiamo trasformare l’integrale che definisce il potenziale vettore A
nell’espressione semplificata:

μ e− jkr ^
A= I Δz ir
4π r

È evidente allora che quello che deve accadere è che se r è molto maggiore delle
dimensioni della sorgente, cioè se considerata una sorgente di dimensioni
massime dell’ordine di l è r molto maggiore del raggio della più piccola sfera che
contiene le sorgenti, siccome il modulo di r ' è sempre minore o uguale ad l il
fattore:

1 1

|r −r | |r|
'

E quindi lo possiamo portate fuori dal segno di integrale. La stessa


approssimazione, però, non è sufficiente ad assicurarci che anche l’esponenziale
sia uguale ad e− jkr. All’esponente dobbiamo assicurare che sull’esponente sia
piccolo non l’errore in percentuale ma l’errore assoluto. Quindi in assoluto deve
risultare che βl ≪ 1. Se questo accade (cioè se la sorgente ha dimensioni molto
piccole rispetto alla lunghezza d’onda) anche l’esponenziale può essere sostituito
con e− jkr e quindi si ha:

μ e− jβr

A=
4π r V
∫ J ( r' ) d r'

Dove l’integrale è un vettore con le dimensioni di una corrente per una


lunghezza, lo possiamo quindi esprimere sottoforma di I Δ z. Quanto visto ci

86
permette di affermare quindi che se abbiamo una sorgente arbitraria, purché sia
piccola rispetto alla lunghezza d’onda, e sia osservata a grandi distanze rispetto le
sue dimensioni, il campo irradiato da questa sorgente sarà praticamente identico a
quello che irradierebbe un elemento infinitesimo di corrente, il cui valore I Δ z sia
pari all’ampiezza del vettore che viene fuori facendo l’integrale che compare
nell’espressione a cui siamo giunti.

5.3 Dipolo Elettrico


Conoscendo che qualunque sorgente piccola rispetto alla lunghezza d’onda
irradia come un dipolo elementare ci permette di costruire un’antenna, pre-
assegnando anche l’altezza di tale dipolo, facendo in modo che la corrente che
circola nell’antenna sia proprio pari a quella che circola nel filo che costituisce il
dipolo elementare.

Per fare ciò consideriamo un filo di


corrente di altezza Δ z ≪ λ , e di alimentarlo
con un generatore di corrente I . Una
difficolta in questa struttura è quella di far
circolare una corrente in quanto valgono
quasi le leggi dell’elettrostatica e quindi
non è possibile far circolare corrente in un
conduttore se non vi è niente su cui la
corrente si possa chiudere. Fortunatamente,
siccome non ci troviamo rigorosamente in
zona statica, si riesce eventualmente a far
fluire una corrente sulla struttura, anche se molto piccola, ma questa sicuramente
non sarà costante lungo il filo perché alle estremità si deve certamente annullare.
Se, viceversa, vogliamo ottenere una corrente I costante lungo il filo bisogna fare
in modo che le cariche elettriche si possano accumulare alle estremità del filo,
perché la ragione per cui non può circolare corrente è che, siccome all’estremità
del filo non si può accumulare carica, ovviamente non ci può essere corrente dato

87
che, dall’equazione di continuità, carica e corrente sono legate dalla relazione di
continuità

jωQ + I =0

Quindi se non c’è accumulo di carica non ci può essere corrente. Un modo per far
accumulare le cariche è, sostanzialmente quello di inserire un condensatore
all’estremità, per esempio con due sfere metalliche o due piatti, in modo che le
cariche hanno la possibilità di accumularsi e quindi può circolare una corrente
costante lungo il filo. Inoltre, se le loro dimensioni risultano essere minori della
lunghezza d’onda, allora l’intera struttura è piccola rispetto alla lunghezza
d’onda. Allora tale struttura si comporta proprio come il filo di corrente percorso
da corrente I . Se poi Δ z è molto minore della distanza r a cui si va ad osservare il
campo allora tale struttura si comporta esattamente come un dipolo elettrico
elementare. Considerato un volume che racchiude un piatto, e detta i^ n la normale
alla superficie che lo racchiude, abbiamo

jωQ =−I

dove, in realtà la corrente che compare in tale espressione è la corrente uscente


dalla superficie. Viceversa, per come abbiamo scelto il sistema la corrente è
positiva se è entrante, allora avremo

jωQ =I

dove, in questo caso, I è la corrente entrante, coerentemente con la convenzione


del generatore. Quindi si ha

I Δ z= jωQ Δ z= jωU e

dove Q Δ z è il prodotto della carica per la distanza fra le cariche; infatti se su un


piatto c’è una carica Q , ovviamente per simmetria, sull’altro ci sta una carica −Q ,
dato che in uno entra una corrente e nell’altro esce una stessa corrente. Tale
quantità va sotto il nome di momento dipolare elettrico e per tale motivo
l’elemento di corrente si chiama anche dipolo elettrico elementare20. In
definitiva, i campi del dipolo elementare hanno una duplice importanza; non solo
20
Se come condensatori utilizziamo due sfere prende il nome di dipolo hertziano
88
perché per sovrapposizione, ci permettono di trovare il campo di qualsiasi
sorgente, ma anche perché, in realtà, sono già i campi di una importante classe di
sorgente, cioè quella delle sorgenti a bassa frequenza.

Ciò vale, naturalmente, nella sola ipotesi che l’integrale


∰ J (r ) dr
V

Sia diverso da zero, cioè le correnti non abbiano un andamento tale da rendere
nullo questo integrale.

5.4 Dipolo Magnetico


Consideriamo il caso in cui il campo elettromagnetico sia generato da un insieme
di sorgenti magnetiche. In linea di principio, si potrebbe ripetere per le sorgenti
magnetiche tutto ciò che è stato detto per le sorgenti magnetiche; si potrebbe
introdurre un potenziale vettore, questa volta, non per il campo magnetico ma per
il campo elettrico, scrivendo le equazioni corrispondenti, trovando le soluzioni, e
così via. Fortunatamente tutto ciò non è necessario grazie alla simmetria delle
equazioni di Maxwell

{∇∇××HE=− jωμ H
= jωε E+ J

è possibile ricavare immediatamente le soluzioni relative alle sorgenti


magnetiche a partire da quelle relative alle sorgenti elettriche, utilizzando un
teorema che prende il nome di teorema di dualità. Considerate, allora, le
equazioni di Maxwell (per un insieme di sorgenti di tipo elettrico) supponiamo di
conoscere, data la J , la loro soluzione, ovvero i campi elettrico e magnetico.
Insieme con questi campi effettivi, consideriamo la seguente coppia di campi

E ' =± ξ H
{ H ' =∓ E
1
ξ

89
il fattore ξ è presente, ovviamente, per ragioni di dimensionali. Ci chiediamo
allora quali sono le equazioni soddisfatte da questi campi, supponendo che il
mezzo in cui siamo sia un mezzo omogeneo; per ottenere tali equazioni basta
esprimere H ed E in funzione, rispettivamente, di E' e H ' , ed andare a sostituirli
nelle equazioni di Maxwell. Avremo allora

1 '

{1
∓ ξ ∇ × H ' =∓ jωμ

± ∇ × E' =∓ jωεξ H ' + J


ξ
ξ
E

e ricordando che ξ= √ μ/ ε, possono essere riscritte

∇ × H ' = jωε E'


{ ' '
∇ × E =− jωμ H ± ξ J

che sono proprio le equazioni di Maxwell, che soddisfano i campi


elettromagnetici, non più in presenza di sorgenti elettriche ma in presenza di
sorgenti magnetiche, in particolare in presenza della sorgente magnetica

J m =∓ ξ J

È evidente che allora che, grazie a questo risultato, se viceversa vogliamo


calcolare i campi generati da delle sorgenti magnetiche J mbasta considerare delle

Jm
sorgenti elettriche uguali a ∓ , si calcolano i corrispondenti campi, e poi si fa
ξ
di nuovo la trasformazione precedente per ottenere direttamente i campi voluti.

In definitiva, conoscendo il campo generato da un elemento di corrente elettrica,


I Δ z, è possibile calcolare il campo generato da un elemento di corrente
magnetica, I m Δ z nel modo seguente: nelle espressioni dei campi che abbiamo
dovunque compare la corrente I dobbiamo sostituire la corrente magnetica diviso
per ξ ; dovunque ci compare il campo H dobbiamo sostituirvi il campo elettrico
diviso per −ξ e dovunque ci compare il campo elettrico E dobbiamo sostituirvi il
campo magnetico moltiplicato per ξ . Se facciamo ciò otterremo

90
Im Δ z 1 1 I Δz 1 1

{ ( ) ( )
H= j cos θ + 2
e− jkr i^ r + j m sin θ 1+ + 2
e− jkr i^ θ
ξλr jkr ( jkr ) 2 ξλr jkr ( jkr )
I Δz 1 − jkr ^
E=− j m
2λr
sinθ 1+ ( jkr )e iφ

che sono le espressioni dei campi di un elemento magnetico di corrente;


osservando che anche dal punto di vista dimensionale ci troviamo, essendo la
corrente magnetica misurata in volt. Come si può vedere l’andamento dei campi
è esattamente il duale del precedete; questa volta è il campo elettrico che si
avvolge intorno alla sorgente, mentre il campo magnetico si trova nel piano (θ , r )
. Vediamo adesso se esistono effettivamente delle sorgenti che irradiano come un
elemento di corrente magnetica, ovvero se queste sono fisicamente realizzabili.
Abbiamo visto che un elemento di corrente elettrica irradia come un dipolo
elettrico; c’è da aspettarsi allora che un elemento di carica magnetica irradierà,
ovviamente, come un dipolo magnetico. Quindi dobbiamo trovare una
distribuzione di corrente che si comporti come un dipolo magnetico. Nel caso
statico tale distribuzione di corrente è una spira di corrente, che produce, un
campo magnetico statico equivalente ad un dipolo magnetico. Viene quindi
spontaneo pensare che ciò possa essere valido anche in regime dinamico, cioè
che per realizzare un radiatore che irradi come un dipolo magnetico si debba
considerare una spira di corrente. Abbiamo visto che perché un radiatore possa
essere considerato elementare deve essere osservato a distanze grandi rispetto
alle proprie dimensioni e queste devono essere piccole rispetto alla lunghezza
d’onda. Vediamo se effettivamente questo accade e, in particolare, vediamo qual
è la relazione che c’è fra la corrente che circola nella spira e il momento
magnetico dell’elemento di corrente magnetica equivalente. Così come nel caso
del dipolo elettrico abbiamo visto che

jω U e =I Δ z

analogamente, nel caso magnetico avremo

jω U m =I m Δ z

91
Calcoliamoci il campo irradiato da
una spira percorsa da una corrente I ,
in condizioni tali da che questa possa
essere considerata un radiatore,
ovvero

{rR≪
≫R
λ

Ricordando l’espressione del

potenziale vettore, detto i^ φ il versore

tangente alla spira, r ' la distanza fra l’origine degli assi e un generico punto sulla
spira e φ ' l’angolo formato dalla direzione r ' con l’asse delle x , avremo
2π '

μ e− jβ|r−r | ^ '
A= ∫ I i Rd φ '
4 π 0 |r −r '| φ

dove l’integrale di volume che compare nella definizione di A si è ridotto a


quello indicato dato che tale integrale di volume lo possiamo vedere sempre
come un integrale di un elemento di superficie perpendicolare alla spira e un
lungo il contorno. Per la simmetria del problema, il potenziale vettore, dovendo
essere parallelo alla corrente che, in questo caso ha simmetria di rotazione, sarà
diretto lungo φ . Quindi il potenziale vettore sarà diretto lungo φ e sarà
indipendente da φ . Si ha quindi
2π '

μ e− jβ|r−r | ^ ^ '
Aφ = ∫ I i φ . i φ Rd φ
'
4 π 0 |r−r | '

Esprimiamo la quantità |r −r '| in funzione di φ ', che è la variabile di integrazione

|r −r '|= √r 2 + R2−2rRsinθ cos ⁡(φ−φ' )

e sfruttiamo le ipotesi in cui ci troviamo, cioè r ≫ R .

Questo ci permette, attraverso un’approssimazione in serie di Taylor arrestati ai


termini del primo ordine, di arrivare alla seguente relazione

92
R
|r −r '|≅ r
√ 1−2
r
sinθ cos ⁡(φ−φ' )≅ r −Rsinθ cos ⁡(φ−φ' )

Ritornando all’integrando, sotto tale ipotesi, può essere riscritto come


'

e− jβr e jβRsinθ cos ( φ−φ )


R
(
r 1− sinθ cos ⁡( φ−φ' )
r )
A questo punto sfruttiamo l’altra ipotesi, ovvero che

R
R ≪ λ ⇒ βR∝ ≪1
λ

e sviluppando sia l’esponenziale che il denominatore, attraverso uno sviluppo in


serie di Taylor arrestato al termine del primo ordine, si ottiene
'

e− jβr e jβRsinθ cos ( φ−φ ) e− jβr


( 1+sinθ cos ( φ−φ' ) ) jβR+ R
( R
r 1− sinθ cos ⁡( φ−φ' )
r

r
) [ ⏟
≪1
r ( ) ]
Possiamo adesso andare a valutare l’integrale che definisce Aφ ; avremo, portando
fuori tutto ciò che è costante, o indipendente dalla variabile di integrazione

μIR e− jβr R
Aφ =


0
[
cos ( φ−φ' ) +cos 2 ( φ−φ' ) sinθ jβR+
r
d φ' ( )]
In cui risulta moltiplicato tutto per cos ⁡(φ−φ' ) dovuto al prodotto scalare dei
versori i^ φ ∙ i^ φ . In definitiva si ha
'


μIR e− jβr 2
R jβIμπ R 1
Aφ =

sinθ jβR+
r ( )∫⏟
0
cos 2 ( φ−φ ' ) dφ =
4 πr (
e− jβr 1+
jβr)sinθ

¿π

A questo punto se si valuta il campo si osserva che i risultati sono identici a


quelli del dipolo magnetico elementare U m =μI ( π R 2 )=μIS in cui S è l’area della
spira. Tale equivalenza ci porta alle cosiddette antenne a spira.

93
5.5 Antenna Filiforme
Affrontiamo lo studio di quelle che vanno sotto
il nome di antenne filiformi, costituite
sostanzialmente da due conduttori metallici
cilindrici di lunghezza l , e il cui schema è
riportato nell’immagine a destra. Se in tale
struttura conoscessimo la distribuzione di
corrente sia sui conduttori che sulle zone di
interconnessione con la linea di trasmissione,
potremmo calcolare il potenziale vettore e di
conseguenza il campo irradiato. Le antenne filiformi si caratterizzano dall’avere

{aδ ≪l
≪l

Ovvero sia il raggio dell’antenna che il gap sono molto piccoli rispetto alla
lunghezza dell’antenna stessa. Essendo il campo irradiato da tale struttura un
integrale di contributi. il fatto che la zona di alimentazione sia piccola rispetto
alla dimensione dell’antenna ci porta a prevedere che essa contribuisca poco al
campo irradiato. Quindi il contributo al campo irradiato da tale zona risulta
essere trascurabile rispetto a quelli legati dall’antenna vera e proprio. Osserviamo
che quindi ai fini del campo irradiato avere due antenne che differiscono
leggermente dal modo con cui vengono alimentate non cambia nulla, ma ciò non
può essere non è vero invece dal punto di vista dell’impedenza che l’antenna
presenta alla linea di trasmissione. Dopo tali considerazioni, è facilmente
intuibile che ai fini della valutazione del campo irradiato dalla struttura in esame,
possiamo, invece, considerare una struttura equivalente che presenti
un’alimentazione idealizzato. In questo modo se supponiamo di applicare al gap
la stessa differenza di potenziale che la linea di trasmissione applica alla struttura
reale, supponendo un generatore ideale di tensione di spessore dato che risulta
δ ≪ l.

94
Si può quindi ricondurre il problema di partenza su una
struttura che presenta una geometria cilindrica (anche se
interrotta) semplificata, separando quindi l’antenna dalla
sua linea trasmissiva, come si vede dall’immagine a
destra. Dal punto di vista elettromagnetico, il problema di
partenza diventa essenzialmente un problema di
condizioni al contorno, ovvero sappiamo che all’esterno
dell’antenna il campo elettromagnetico deve soddisfare le
equazioni di Maxwell, le condizioni di radiazione
all’infinito ed inoltre la componente tangente del campo
elettrico su tutta l’antenna, salvo in corrispondenza del
gap, deve essere nulla, poiché è costituita da un
conduttore, che supponiamo, perfetto. In corrispondenza del gap conosciamo, in
realtà anche il campo elettrico perché se ci deve essere una differenza di
potenziale finita è chiaro che il campo elettrico deve essere di tipo impulsivo. In
base al sistema di riferimento scelto si ha che

E z=−Vδ (z)dove implicitamente, nell’espressione, si è implicitamente supposto


che non ci sia dipendenza da φ ; poiché se tutto è a simmetria cilindrica, compreso
il generatore, allora tutto risulta indipendente da φ e quindi l’unica componente
del campo elettrico e diretto lungo z . Quello a cui siamo interessati, per trovarci il
campo irradiato, è la densità di corrente che circola sull’antenna. Inoltre data la
simmetria del problema, non essendoci dipendenza da φ , sarà tutta diretta lungo z
, trascurando ciò che accade sulle facce inferiori e superiori del cilindro siccome
il raggio a è molto piccolo rispetto alla lunghezza d’onda. Si può quindi assumere
che la corrente si deve annullare in corrispondenza dell’estremità dell’antenna. Si
cha quindi che

I ( z)
J z ( z )=
2 πa

Supponendo di conoscere I (z) possiamo


ricavare il campo irradiato. In tutte le
applicazioni (o quasi) possiamo supporre che ci
95
interessi solo calcolare i campi a grande distanza. Sia P il punto di osservazione,
consideriamo un tratto infinitesimo, dz , della nostra antenna, su cui circola una la
corrente I (z), esso rappresenta, per definizione, un dipolo elettrico elementare;
purché la distanza r sia molto maggiore della lunghezza d’onda. Il campo
irradiato dal singolo elementino è esprimibile mediante la relazione del campo in
zona di radiazione:

ζI ( z ) dz '

d Eθ = j
'
'
sin θ' e− jβ r
2λr

Il campo totale si ottiene integrando tutti questi contributi da −l ad l . Quindi


l’espressione formale del campo è
'
l ' − jβ r
ζ I ( z ) sin θ e
E= j ∫ '
i^ θ dz
'
2 λ −l r

Quest’integrale, così com’è, non è affatto facile a valutarsi. Innanzitutto è un


integrale vettoriale dato che al variare di z varia i^ θ , quindi andrebbe decomposto
'

nelle sue componenti, risolto poi per ogni singola componente e sommando,
infine tutti i contributi. Inoltre r ' è una funzione abbastanza complicata di z dato
che, dalla formula di Carnot, risulta:

r ' = √ r 2 + z 2−2 rz cos θ

Tenendo conto che si trova anche all’esponente, nell’integrando, tale integrale


non è risolvibile analiticamente. Per fortuna in tutte le applicazioni pratiche non
interessa metterci a qualche lunghezza, ma in genere, siamo anche a grande
distanza dall’antenna stessa, cioè risulta che r ≫l allora si ha:

i^ θ ≅ i^ θ

{
'

'
θ ≅ θ ⇒ sin θ' ≅ sinθ
r' ≅ r

Cioè i raggi vettore r ed r ' possono essere considerati praticamente paralleli. Ciò
comporta che il versore i^ θ è praticamente uguale a i^ θ, e quindi possiamo portarlo
'

fuori dall’integrale perché costante; quindi anziché avere un integrale vettoriale


ci siamo ricondotti ad un integrale scalare. Inoltre anche il sin θ' , praticamente
96
uguale a sin θ, può essere portato fuori dall’integrale ed essendo piccole le
variazioni percentuali di r ' rispetto ad r , se ci accontentiamo di questa
approssimazione, anche r ' che si trova al denominatore può essere portato fuori
dal segno di integrale. In definitiva, quindi, abbiamo:
l
ζ '

E= j sin θ i^ θ∫ I ( z ) e− jβ r dz
2 λr −l

L’unico punto rimasto da esaminare è l’esponente. Non possiamo sostituire


all’esponente r ' con r , perché affinché l’errore sull’esponenziale sia
percentualmente piccolo è necessario che sia piccolo l’errore assoluto
sull’esponente. Per vedere allora qual è la condizione per cui questo accade,
bisogna andare a sviluppare in serie l’espressione di r ' ; avremo allora:

2
2z z

r ' =r 1−
r
cos θ+
r ()
¿r ¿

Quindi a meno di termini di ordine superiore, si ha:

' β z2 2
β r =βr−βz cos θ+ sin θ
2r

Da tale espressione si vede subito che, nelle nostre condizioni, non possiamo mai
considerare solo βr perché il termine βz cos θ può essere anche grande rispetto
all’unità, se l’antenna non è più piccola rispetto alla lunghezza d’onda. Se
vogliamo considerare solo questo termine, e fare in modo che quelli successivi
siano trascurabili, quello che deve risultare è che:

b z2 2
sin θ ≪ 1
2r

Il seno è sempre minore o uguale ad 1, z può essere pari ad l e quindi la


condizione che bisogna soddisfare è che:

β l2
≪1
2r

97
Se questa condizione è soddisfatta allora possiamo fermarci a considerare
all’esponente i primi due termini dello sviluppo di r ' , tale condizione definisce la
cosiddetta zona radiativa o ragione di Fraunhofer dell’antenna. Avremo allora:
l
ζ
E= j sin θ i^ θ∫ I ( z ) e− jβr e jβz cosθ dz
2 λr −l

Le condizioni che ci hanno portato a questa espressione semplificata del campo,


cioè:

r ≫λ

{ r≫l
β l2
2r
≪1

Sono dette condizioni di zona lontana (in cui sono praticamente soddisfatte le
condizioni di radiazione all’infinito).

Ci si rende conto che a seconda della frequenza alcune di queste possono essere
più restrittive delle altre; a frequenze molto basse, cioè quando β → 0 la prima è
dominante. Viceversa quando la frequenza rende ad aumentare l’ultima diventa
sempre più difficile da verificarsi; qualunque sia r , ad un certo punto questa
condizione non sarà più verificata. Quindi man mano che la frequenza aumenta
bisogna porsi sempre più lontani dall’antenna.

5.6 Parametri Caratteristici dell’Antenna in Trasmissione


5.6.1 Impedenza di Ingresso
Continuando a considerare l’antenna
filiforme, soffermiamo la nostra attenzione
sulla zona di alimentazione, ovvero il gap.
Mettendoci in tale sezione possiamo
schematizzare ciò che abbiamo a valle della
linea trasmissiva con un’impedenza, che
prende il nome di impedenza di ingresso
dell’antenna, sfruttando la relazione del
trasporto di impedenza
98
Zing =− j Z 0 cot βl

in cui sappiamo che

'
P

Z 0=
L
C
=
√ √ μ0∫ ht ∙ i^ θ rdθ
P

ε 0∫ e t ∙ i^ r rdθ
0

Nel caso specifico di una linea bifilare, tale relazione si riporta a

μ0
Z 0=
√ ε0 π 2
ln 2 ( 2al )= ξ2Ωπ
in cui si è introdotto un nuovo parametro Ω=2 ln ( 2la ) che prende il nome di
parametro di snellezza, utilizzato per caratterizzare, appunto, la snellezza di
un’antenna21. In definitiva si ha

ξΩ
Zing =− j cot βl

5.6.2 Altezza efficace


Supponendo che siano verificate le condizioni di zona lontana, andiamo a trovare
l’espressione del campo per un’antenna filiforme. Avremo che risulta:

l
ζ e− jβr
E= j
2 λr
sin θ
(∫
−l
)
I ( z ) e jβz cosθ dz i^ θ

Se mettiamo in evidenza la corrente di alimentazione della nostra antenna, quella


che abbiamo chiamato I (0), avremo:
h(θ)

ζI (0)e− jβr ⏞
l
I ( z ) jβzcos θ
E= j
2 λr
sin θ ∫
−l I ( 0 )
e ( dz i^ θ )
In tale espressione osserviamo che l’integrale ha le dimensioni di una lunghezza
e fa, sostanzialmente, le veci del Δ z presente nell’espressione del campo del

21
Quando Ω è dell’ordine di 10 o superiore a 10 l’antenna si dice snella
99
dipolo elementare; tale quantità, però, dipende dall’angolo θ . Se anche il sin θ lo
inglobiamo in tale termine possiamo scrivere, in maniera ancora più semplice:

ζI ( 0 ) h (θ) − jβr
E= j e
2 λr

Tale espressione è molto simile a quella del dipolo elementare, in cui al posto di
h ( θ ) c’è Δ z sin θ i^ θ . Questa quantità, h ( θ ) , che nel caso del dipolo elementare
rappresenta proprio l’altezza del dipolo, per analogia si chiama altezza efficace
(in trasmissione per essere precisi) dell’antenna; cioè la nostra antenna irradia
come se avessimo un dipolo con tale altezza efficace, posto perpendicolarmente
alla direzione di osservazione.

Quindi per caratterizzare il comportamento radiativo della nostra antenna


occorre, e basta, conoscere semplicemente questo parametro: l’altezza efficace
dell’antenna. Tale altezza efficace, nel caso specifico di antenne filiformi, è data
dall’espressione:

l
h ( θ ) =sin θ
(
∫ ^I (z)e jβz cosθ dz
−l
) i^ θ

Dove abbiamo indicato con ^I ( z) la corrente normalizzata:

^I ( z )= I ( z ) = sin β ( l−|z|)
I (0 ) sin βl

λ cos ( βl cos θ)−cos βl


Risolvendo l’integrale che definisce h ( θ ) =
π sin θ sin βl

π
Nel caso di un’antenna a mezz’onda si ha che βl= , e l’altezza efficace vale:
2

h (θ)=
λ
cos ( π2 cos θ )
π sinθ

Osserviamo che per θ=0 si può facilmente vedere che il numeratore è un


infinitesimo di ordine superiore rispetto al denominatore, cioè il rapporto tende a
zero; quindi non c’è irradiazione lungo l’asse dell’antenna. Il massimo lo si

100
π λ
ottiene quando θ= ; quindi l’altezza efficace nel caso di un’antenna a va da 0
2 2

λ λ
al massimo che è che è ovviamente minore di . Quindi tutta l’antenna è lunga
π 2

λ
, ma irradia nella sua condizione migliore come se fosse un dipolo elementare
2

λ
lungo soltanto . Ciò è evidente perché la corrente non è costante, ma sii annulla
π
agli estremi, e quindi rispetto ad un’antenna che avesse la stessa lunghezza, con
una distribuzione di corrente costante, è chiaro che le zone terminali irradiano
meno; quindi c’è un campo totale che è più basso di quello che avrebbe un dipolo
alimentato con corrente costante.

Ricaviamo ora analiticamente l’espressione dell’altezza efficace di un’antenna


filiforme:
l l l
sin β ( l−|z|) jβz cos θ sinθ
h ( θ ) =sin θ∫ I^ (z)e jβz cos θ dz=sin θ∫ e dz= ∫ sin β ( l−|z|) e jβzcos θ dz
−l −l sin βl sin βl −l

Osserviamo ora che la funzione integranda è data dal prodotto di una funzione
pari per l’esponenziale che, dalle formule di Eulero, è dato dalla somma di una
funzione pari e di una funzione dispari. Integrando su un intervallo simmetrico
rispetto all’origine, come sappiamo, le funzioni dispari danno contributo nullo
mentre quelle pari danno contributo pari al doppio dell’integrale su metà
intervallo. Dunque:
l l Werner
jβz cos θ
∫ sin β ( l−|z|) e dz=2∫ sin β ( l−z ) cos ( βz cos θ ) dz ¿⏞
−l 0

∫ sin β [ l−z ( 1−cos θ ) ] sin β [ l−z ( 1+ cos θ ) ] dz=¿


0

1 l
{ cos β [ l−z ( 1−cos θ ) ] }0 +¿
β ( 1−cos θ )

1 l
{cos β [ l−z ( 1+cos θ ) ] }0=¿
β ( 1+cos θ )

101
cos ( βl cos θ )−cos βl cos ( βl cos θ )−cos βl
+ =¿
β ( 1−cos θ ) β (1+ cos θ )

1 2 [ cos ( βl cos θ )−cos βl ]


=¿
β 1−cos 2 θ

λ cos ( βl cos θ )−cos βl



π sin 2 θ

sin θ λ cos ( βlcos θ )−cos βl λ cos ( βl cos θ )−cos βl


h (θ)= =
sin βl π sin 2 θ π sin θ sin βl

In definitiva il campo irradiato in zona lontana da una antenna filiforme è dato


da:

ζI
Eθ = j h ( θ ) e− jbr
2 λr

Dove l’altezza efficace è data dall’espressione ricavata in precedenza. Date


queste espressioni, possiamo passare ad esaminare l’andamento del campo; in
particolare andiamo a valutare come il campo irradiato
dall’antenna varia al variare delle dimensioni
dell’antenna stessa. Le dimensioni sono ovviamente
date dal parametro βl . Il caso più semplice è
ovviamente quello in cui βl ≪ 1, cioè il caso in cui
abbiamo a che fare con un’antenna corta. L’integrale
diventa nient’altro che l’area sottesa alla curva che dà
la distribuzione di corrente normalizzata, ovvero
l’area del triangolo in figura.

L’altezza efficace di un’antenna corta quindi sarà data da:

h ( θ ) =lsin ⁡(θ)

cioè coincide con quella di un dipolo elementare, solo che questa volta invece
che comparire l’altezza totale Δ z dell’antenna, compare la metà di quest’altezza.
Cioè, in questo caso, l’effetto di annullamento della corrente all’estremità
dimezza, a parità di corrente di alimentazione, il campo irradiato.

102
Generalizzando quanto detto al caso di un’antenna qualsiasi sappiamo a priori

1
che, qualunque sia il sistema radiante, i campi decrescono come (visto che il
r
flusso di potenza deve rimanere costante) quindi quando r → ∞ il campo si potrà
esprimere come una costante. Quindi ci sarà una quantità I , dato che il campo è
proporzionale (per la linearità del mezzo) all’eccitazione; poi deve essere
inversamente proporzionale ad r e proporzionale come e− jβr. In definitiva avremo
che:

ζ I e− jbr
Er →∞ ≅ j h(θ , φ)
2λ r

Dire che il campo, per r → ∞, è dato da questa espressione, a meno di infinitesimi


di ordine superiore, significa dire che esiste per ogni direzione il limite:

2 λr jβr
h ( θ , φ ) =lim e E ( r ,θ ,φ )
r → ∞ jζI

Inoltre risulta che h ∙ i^ r =0 cioè che il vettore h è perpendicolare alla direzione


radiale. Naturalmente siccome h , in generale, ha due componenti, non basterà un
solo dipolo ma una coppia di dipoli, uno diretto lungo θ e uno lungo φ . Inoltre,
siccome h è un vettore complesso, le due componenti, in generale, avranno fasi
distinte, e quindi la polarizzazione generica del nostro campo sarà ellittica

5.6.3 Resistenza di Irradiazione


Soffermiamoci ora su un altro parametro che è la resistenza dell’antenna, legata
alla potenza irradiata dall’antenna, che se non ci sono perdite sull’antenna
coinciderà con la resistenza d’ingresso; se ci sono perdite terrà conto di quella
parte della potenza che viene irradiata. Proprio per tener conto che, in generale,
tale resistenza potrebbe non essere tutta la resistenza d’ingresso, la si chiama
resistenza di irradiazione. Per calcolare tale resistenza, ricordiamo l’espressione
della potenza irradiata in cui andiamo a sostituirvi l’espressione del campo di
un’antenna filiforme. Avremo allora:

103
❑ 2 2 2π π
1 2 1 |E| 1 ζ | I| 2
Pirr = Rirr|I | = ∮ ds= 2 2∫
dφ∫|h ( θ )| r 2 sinθ dθ=¿
2 2 S ζ 2 4λ r 0 0

Dove S è la superficie di una sfera di raggio r sufficientemente grande, in modo


da far valere le condizioni in zona lontana. L’integrale è ovviamente espresso in
coordinate sferiche. Abbiamo allora:
2 π π
1 ζ |I| 2 ζπ 2
2 2
2 π ∫|h (θ )| r 2 sin θ dθ ⇒ Rirr = 2 2 ∫ |h ( θ )| r 2 sin θ dθ
2 4λ r 0 2λ r 0

L’unico caso in cui l’integrale si fa in modo banale è quello dell’antenna corta, in


cui h ( θ ) =l sin θ . In tal caso abbiamo che per un’antenna corta (di lunghezza 2 l)
2
2π l
Rirr =
3
ζ
λ()
5.6.4 Direttività
L’altezza efficace descrive il comportamento puntuale del campo irradiato. In
molte applicazioni, quello che in realtà interessa è la densità di potenza del
campo irradiato in una certa direzione; la fase è relativamente poco importante.
Conviene allora individuare e definire un ulteriore parametro, indipendente da h
ma meno accurato, meno puntuale, che ci descriva come varia direzione per
direzione l’intensità del campo irradiato, ovvero il modulo del vettore di
Poynting. Questo parametro prende il nome di direttività ed è definito in questo
modo:
densità di potenta radiata
nelladirezione considerat a


1
|E ( r ,θ , φ )|
2


D ( θ , φ )=lim
r→∞ 1
Pirr
4 π r2

densitàmedia di
potenza radiata

Cioè come il limite, per r → ∞, del rapporto fra la densità di potenza radiata nella
direzione considerata e la densità media di potenza radiata. Esprimendo la
potenza irradiata in termini del flusso della densità di potenza avremo:

104
1 2
|E ( r , θ , φ )| |E ( r ,θ ,φ )|
2

D ( θ , φ )=lim =¿ lim ¿
r→∞ 1 ❑ 1 2 r→∞ 1 ❑ 2
∮ |E ( r ,θ , φ )| ds
4 π r2 S 2 ζ
∮| E ( r , θ , φ )| ds
4 πr2 S
r r

Quindi è il rapporto fra il modulo quadro del campo irradiato nella direzione
considerata e il valore quadratico medio del campo. Quindi il parametro
direttività ha un significato fisico immediato, dato che indica quanto è intensa la
radiazione nella direzione che stiamo considerando rispetto all’intensità media (ci
dice se nella direzione che stiamo considerando, la nostra antenna irradia meglio
o peggio di un’antenna isotropa). Quando si parla di direttività si fa riferimento
sempre alla direttività massima, che è, ovviamente, sempre maggiore di 1.
Quanto più l’irradiazione è concentrata in una direzione tanto più sarà elevato il
rapporto che definisce D , ed è chiaro che, tutto sommato, questo è il parametro
più importante per qualificare le caratteristiche di un’antenna.

5.6.5 Guadagno ed Efficienza


Un ulteriore parametro di interesse è il guadagno dell’antenna, il quale risulta
essere strettamente legato alla direttività. Quest’ultima infatti ci fornisce
informazioni su come la densità di potenza si ripartisce, ma di per sé non ci
permette di ricavare la densità, a cui noi siamo interessati, in quanto si ha la
necessità di conoscere la potenza irradiata. Allora se l’antenna è senza perdite, la
potenza irradiata coincide con la potenza fornita in ingresso all’antenna, ma se ci
sono perdite quando appena detto, naturalmente, non è vero. Quindi quello che ci
interessa è un parametro in cui la densità di potenza nella direzione voluta sia
rapportata non alla potenza irradiata, ma alla potenza fornita in ingresso
all’antenna. Questo parametro è proprio il guadagno22 ed è definito come

1 2
|E ( r , θ , φ )|

G ( θ , φ )=lim
r→∞ 1
P¿
4 π r2

22
Si nota che il guadagno e la direttività sono dei numeri adimensionali che vengono misurati in decibel
(dB)
105
ovvero come il rapporto fra la densità di potenza irradiata nella direzione
assegnata dall’antenna effettiva e quella che sarebbe irradiata in tale direzione da
un radiatore isotropo ideale. Ovviamente la direttività è sempre maggiore o
uguale del guadagno perché la potenza irradiata è sempre minore o uguale della
potenza in ingresso.

Il rapporto fra questi due parametri, per definizione, si chiama efficienza


dell’antenna

G (θ ,φ )
η=
D (θ , φ)

che ci fornisce una misura quantitativa del comportamento globale dell’antenna.


Più questo parametro è vicino all’unità e più l’antenna assolve bene al suo
compito di essere un radiatore efficiente.

Quindi, in realtà dal punto di vista del collegamento effettivo, quello che conta
non è la direttività ma il guadagno. Da quest’ultimo si ottiene immediatamente la
densità di potenza che si avrebbe se non ci fossero perdite sull’antenna ed in caso
contrario si avrebbe che questi due valori assumo valori significativamente
diversi.

Il rendimento dell’antenna può essere ulteriormente espresso come segue


P¿ ≅ Pirr + PΩ
G (θ ,φ ) Pirr Rirr 1
η= = ≅⏞ =
D ( θ , φ ) P¿ R irr + R Ω R
1+ Ω
Rirr

dove con RΩ si indica la resistenza in cui vengono racchiusi tutti i fattori di


perdita che possono essere dovuti a perdite ohmiche sull’antenna ma anche in
generale possono essere anche perdite dovute al dielettrico. Ovviamente, quando
più questa resistenza è piccola rispetto alla resistenza di irradiazione tanto più
vicina all’unità è l’efficienza dell’antenna. Quindi, ci si aspetta che per le antenne
che lavorano a basse frequenze abbiano delle efficienze sempre più basse allo
scendere della frequenza. Per tutte le frequenze che non siano quelle in cui le
antenne sono corte, siamo sempre in condizioni in cui la resistenza di

106
irradiazione è molto più grande della resistenza ohmica, è quindi si ha un elevata
efficienza, a meno che non vi siano dei dielettrici all’interno della struttura che
possono portare a delle perdite.

Essendo il guadagno e la direttività dei parametri ricavati dal campo irradiato,


completamente descritto dall’altezza efficace, se ne deduce che deve esserci un
legame fra altezza efficace, direttività, guadagno e resistenza di irradiazione o di
ingresso dell’antenna. Per cominciare abbiamo che
2 2 2
1 ξ |I | |h|
2
2ξ 4 λ2 r 2 ξπ|h|
D ( θ , φ )= =
1 1 2 Rirr λ 2
R irr|I |
4 π r2 2

Quindi conoscendo uno dei tre parametri D ,|h| e Rirr , si può ricavare il terzo. Ne
caso del guadagno, l’espressione è la stessa a meno di sostituire Rirr con R¿;
ottenendo
2
ξπ |h|
D ( θ , φ )=
R ¿ λ2

Queste relazioni sono comode perché ci permettono di valutare guadagno e


direttività di quelle antenne di cui abbiamo già ricavato altezza efficace e
resistenza di irradiazione. Inoltre, si noti che le due relazioni precedenti valgono
per qualsiasi direzione e che quindi se siamo interessati alla direttività massima
dobbiamo particolarizzare la relativa espressione nella direzione in cui è massima
l’altezza efficace. Per un dipolo elementare, o anche un’antenna corta, sappiamo
che l’altezza efficace ha un massimo nella direzione θ=π /2, e in modulo è pari a
Δ z o a l , rispettivamente; della resistenza di irradiazione sappiamo l’espressione
che è, rispettivamente

2π Δ z 2 2
2π l
Rirr =
3
ξ
λ ( )e R irr =
3
ξ
λ ()
e quindi sia per il dipolo elementare che per l’antenna corta avremo
2
π ξπ |h| ξπ 2 3 λ 2 3
(
D θ= =
2 ) =
R¿ λ 2 λ 2
| Δ z|
2 πξ Δ z
= =1.5
2 ( )
107
ovvero per qualsiasi elemento radiante corto la direttività vale 1.5.

Nel caso dell’antenna a mezz’onda il modulo dell’altezza efficace nella direzione


di massimo ( θ=π /2 ) è pari a λ /π , e quindi avremo
≅ 120 π Ω
2 2
π ξπ |h| ξ⏞ π λ
(
D θ= =
2 )
R¿ λ 2
=
Rirr λ 2 π

≅ 1.63 ||
≅ 73.6 Ω

cioè si ha una direttività di poco superiore a quella del dipolo elementare. Quindi
dal punto di vista di concentrare l’irradiazione, l’antenna a mezz’onda non è che
poi va molto meglio del dipolo elementare; entrambi sono elementi poco
direttivi. La differenza cruciale quindi fra questi due tipi di antenne quindi si
riconduce all’impedenza d’ingresso. Infatti, l’una ha un’impedenza di ingresso
molto reattiva (quindi difficilmente adattabile e con perdite ohmiche non
trascurabili) e l’altra ha un’impedenza puramente reale ed un’alta efficienza.

Uno dei risultati più importanti della teoria delle antenne è che, se si esclude il
caso delle antenne super direttive, il massimo di direttività che si può ottenere è
dell’ordine di grandezza del rapporto fra la dimensione dell’antenna e la
lunghezza d’onda, nel caso delle antenne filiformi, oppure dell’ordine di
grandezza del rapporto fra il quadrato delle dimensioni e il quadrato della
lunghezza d’onda, se l’antenna riempie superficie. Quindi per ottenere
un’antenna molto direttiva bisogna necessariamente avere un’antenna grande
rispetto alla lunghezza d’onda e questo spiega perché se si vuole aumentare la
direttività o si fanno antenne molto grandi, se non si può aumentare la frequenza
oltre certi limiti, o bisogna cercare di andare il più possibile in alto in frequenza.

Per trovare i parametri dell’antenna a spira, ricordiamo l’espressione del campo


elettrico di un elemento di corrente magnetica

Im Δ z − jβr
Eφ =− j sin θ e
2 λr

Ricordiamo poi che, quando abbiamo analizzato la spira di corrente, abbiamo


visto che essa è equivalente ad un dipolo magnetico, di momento magnetico

108
U m =μIS

Quindi avremo
I m Δ z = jωU m
Um μIS jμIS
Eφ ¿⏞ ω sin θ e− jβr =ω sin θ e− jβr =− jω sin θ e− jβr
2 λr 2 λr 2 λr

Paragonando questa espressione del campo elettrico con l’espressione canonica,


ai fini di individuare l’altezza efficace, notiamo che essa è data da

− jωsinθμS ^
h(θ , φ)= i φ ⇒ h( θ , φ)=− jβS sin θ i^ φ
ξ

Quindi abbiamo ancora una dipendenza del tipo sin θ, solo che risulta essere un
numero immaginario puro, invece che reale, e ciò significa che il dipolo
equivalente dovrebbe essere alimentato da una corrente in quadratura rispetto a
quello effettivo. Quindi dato che l’espressione del campo è la stessa si ha che la
direttività è la stessa di un dipolo elementare, cioè 1.5.

Quindi anche la resistenza d’irradiazione avrà la stessa espressione di quella di


un dipolo elementare, solo che al posto dell’altezza del dipolo bisogna mettere il
modulo dell’altezza efficace della spira, nella direzione massima, cioè βS . Quindi
la resistenza di irradiazione della spira di corrente è data dalla relazione

2 π βS 2 2
βS
Rirr =
3
ξ
λ ( )
≅ 800
λ ( )
2
che risulta essere proporzionale sostanzialmente a ( S /λ 2 ) . Ricordando
l’espressione della resistenza di irradiazione del dipolo, si nota che, a parità di
corrente, e di dimensioni, un’antenna a spira irradia molto peggio di un dipolo
elementare, ma tale risultato deve essere correttamente inquadrato. Questo perché
dire “a parità di corrente” significa far entrare in qualche modo nelle due antenne
la stessa corrente; e normalmente i generatori che si utilizzano non sono di
corrente ma di tensione23. Quindi, in realtà, le antenne vengono alimentate in
tensione e non in corrente e per capire se effettivamente l’una va meglio
dell’altra bisogna vedere cosa succede alle correnti. L’impedenza d’ingresso del
23
L’impedenza interna di un generatore di tensione è più vicina a zero di quando sia vicina all’infinito di
quella del generatore di corrente, per questo motivo si utilizzano i generatori di tensione.
109
dipolo elementare tende all’∞ quando ω tende a zero, quindi va all’infinito come
1/ω. Dunque un dipolo elementare, a parità di tensione, ha una corrente che va a
zero come ω. Nel caso della spira, invece, a bassa frequenza l’impedenza è
puramente induttiva e quindi va a zero come ω; quindi la corrente va all’infinito.
Ecco quindi che se, invece di ragionare a parità di corrente, si ragione a parità di
tensione i ruoli si invertono. Quindi bisogna fare attenzione rispetto a cosa viene
fatto il confronto. Se poi teniamo conto che, senza sostanzialmente aumentare
l’ingombro, la spira di corrente la possiamo realizzare con N spire, realizzando
un avvolgimento, in modo tale che l’altezza efficace risulta essere moltiplicata
per N (il campo diventa N volte più grande e la potenza N 2 volte maggiore) si
ottiene che l’antenna a spira finisce co l’essere più efficiente dell’antenna a
dipolo.

5.7 Diagrammi di Radiazione


Per mostrare l’andamento del campo irradiato in funzione dell’angolo si ricorre
ai diagrammi di irradiazione, in cui si riporta, in forma polare, la funzione h ( θ ) .
Per comprendere meglio questo diagramma,
valutiamo attraverso un esempio. Per esempio
supponiamo che il campo irradiato sia quello di
un’antenna corta, cioè per βl ≪ 1. In questo caso
specifico riportiamo il diagramma
nell’immagine a destra, in cui si osserva che
esso è un cerchio di raggio pari ad 1 e tangente
all’origine; al variare dell’angolo si ottiene il
valore del campo irradiato nella direzione considerata. Si ha quindi un
diagramma variabile, massimo in corrispondenza di θ=π /2e nullo lungo l’asse
della corrente24. Oltre al diagramma di irradiazione, si può riportare una quantità
proporzionale all’intensità del campo, cioè all’ampiezza del vettore di Poynting,
in questo modo si ha l’andamento con la direzione della densità di potenza

24
A differenza di ciò che accade in acustica, non esiste nessun sistema radiante che irradia allo stesso
modo in tutte le direzioni, cioè sia isotropo, per il semplice fatto che il campo elettromagnetico è
vettoriale e non scalare
110
irradiata, nella direzione considerata. Nel caso di un’onda piana, il vettore di
Poynting è dato da
2
1 |E| ^
S= i
2 ξ r

dove, essendo a grande distanza, l’onda è


localmente piana e il vettore di Poynting è diretto
radialmente uscente. Nel caso di un dipolo
elementare otterremo l’andamento con la
direzione dell’intensità di irradiazione, nella
direzione considerata otterremo il diagramma
rappresentato in figura, che è ovviamente più
schiacciato dato che i punti corrispondenti sul
cerchio sono relativi a segmenti di lunghezza
minore dell’unità, per cui il quadrato sarà ancora più piccolo dell’unità.
Essendoci simmetria di rotazione, se vogliamo avere il campo in tutte le possibili
direzioni dobbiamo semplicemente ruotare su sé stesso questo diagramma,
ottenendo non più il diagramma di radiazione ma il solido di radiazione, cioè un
solido che ci dà la rappresentazione polare del campo irradiato nelle varie
direzioni. In generale, comunque sia fatta l’antenna, è possibile individuare un
diagramma di radiazione in ogni piano che passi attraverso un’asse che attraversa
l’antenna, per avere il comportamento radiativo completo. Man mano che la
lunghezza dell’antenna aumenta, il diagramma di radiazione non è più una
circonferenza ma comincia a stringersi. Andiamo a considerare alcuni casi
canonici particolarizzando l’espressione che definisce l’altezza efficace, in cui

π
βl=( 2 n+1 )
2

In tal caso si ha cos βl =0 , sin βl =(−1 )n e quindi avremo

π
h (θ)=
[
cos ( 2 n+ 1 )
2 ]
cos θ
(−1 )n
sin θ

111
Questa espressione è, in realtà, l’espressione normalizzata ad 1 dell’altezza
efficace. Si vede subito, allora, cosa succede al variare di n. Per n=0, cioè
un’antenna a mezza lunghezza d’onda, h ( θ ) si annulla solo per θ=0 o θ=π . In
generale, andiamo a valutare quali sono tutti i possibili nulli del diagramma di
radiazione; il campo si annulla se e solo se si annulla il numeratore di h ( θ ) ,
ovvero per

π π
( 2 n+1 ) cos θ=( 2 k +1 )
2 2

Dovendo in ogni caso risultare |cosθ|≤1 , avremo

2 k +1
≤1 ⇒ k ≤ n
2 n+ 1

Ciò significa dire che per n=0, l’unica soluzione la si ha per |cos θ|=1, ovvero
θ=0 o θ=π . In tali condizioni anche il denominatore di h ( θ ) va a zero ma se si fa
il limite si vede che vale effettivamente zero. Ciò significa dire che fino a quando
l’antenna ha una lunghezza minore o uguale a λ /2 , non c’è altro nullo di
radiazione se non nella direzione assiale. Se viceversa consideriamo n=1,
evidentemente i possibili nulli possono ottenersi per k =0,1 e siccome per il cos θ
ci può essere il θ positivo e quello negativo, i nulli saranno simmetrici rispetto
alla mezzeria.

Quando invece la lunghezza dell’antenna è 3 λ /2


avremo sempre un nullo nella direzione assiale, ma
in più compare un altro nullo in corrispondenza di

, ovvero quando . Quindi non c’è più


k =0 cos θ=1/3

un solo lobo nel diagramma di radiazione ma sono


diventati tre, compresi fra le diverse direzioni di
nullo. Inoltre i lobi non sono uguali accorgendosi
che il massimo non si trova nella direzione
perpendicolare ma in corrispondenza dei lobi inclinati.

112
Se aumentiamo la lunghezza, ad esempio passando a 5 mezze lunghezze d’onda,
compariranno 4 lobi in cui quello più grande è sempre quello più vicino all’asse
dell’antenna25. Tale tendenza di schiacciarsi sull’asse, risulta facile da
comprendere, supponendo di far diventare l’antenna infinitamente lunga, ovvero
si ha una linea trasmissiva in cui il flusso di potenza avviene solo lungo la
direzione della linea stessa. Questo comportamento è un ulteriore motivo per cui,
in generale, l’antenna la si sceglie a λ /2 poiché interessati a connetterci con
un’altra antenna che si trova perpendicolare dall’asse dell’antenna.

Vediamo adesso cosa succede al diagramma di


radiazione per le antenne la cui lunghezza, invece
di essere un multiplo dispari di mezze lunghezze
d’onda, sia un multiplo intero di lunghezze
d’onda, ovvero

βl=nπ

L’andamento è, analogo ai precedenti, cioè se l’antenna è lunga una lunghezza


d’onda, avremo due lobi di radiazione e un nullo nella direzione perpendicolare
all’antenna, ed è evidente perché se c’è un numero intero di lunghezze d’onda c’è
sempre mezza antenna in cui c’è una corrente uguale e opposta a quella che c’è
nell’altra mezza antenna, e quindi nella direzione perpendicolare il campo
generato dall’una si cancella esattamente con campo generato dall’altra. Tale
cosa ci permette di comprendere il motivo per cui questo tipo di antenne non
sono mai utilizzate, poiché addirittura non irradiano nella direzione in cui
vorremmo, ovvero quella perpendicolare. Se si volesse utilizzare un’antenna
lunga una lunghezza d’onda si dovrebbe quindi fare in modo di rovesciare una
semionda di corrente inserendo ad esempio degli elementi reattivi che producono
uno sfasamento di π . Questa strategia ha però un prezzo, poiché introdurre degli
elementi con perdite, si abbassa l’efficienta di irradiazione. La cosa più

25
Man mano che si allunga l’antenna sempre più il lobo si schiaccia lungo la direzione dell’antenna stessa
113
interessante è che man mano che l’antenna si allunga il diagramma di
irradiazione diventa sempre più frastagliato.

5.8 Teorema delle Immagini


Tutto ciò che abbiamo detto finora è valido per un’antenna isolata nello spazio
libero. Qualsiasi antenna sulla terra si trova in presenza del suolo, cioè si è in
presenza di una discontinuità dovuta alle caratteristiche dell’aria e del suolo,
dell’acqua e di quelle che sono le caratteristiche olografiche ed elettromagnetiche
della zona in cui è posizionata l’antenna. In generale, quindi, se utilizziamo i
risultati ottenuti per le antenne in spazio libero per prevedere il comportamento
dell’antenna in presenza del suolo, otterremo delle previsioni totalmente errate.
Si comprende che tener esattamente in conto della presenza del suolo è un
problema piuttosto complicato. Esistono però delle condizioni operative in cui si
possono fare delle ragionevoli approssimazioni, che rendono il problema molto
più semplice. Una prima approssimazione è quella di considerare trascurabile la
rugosità del suolo. Ciò, ovviamente, accade quando le variazioni locali sono
molto piccole rispetto alla lunghezza d’onda. Un ulteriore semplificazione deriva
da due considerazioni. Innanzitutto, salvo casi eccezionali, il suolo è umido,
quindi ha una conducibilità dell’ordine dei decimi o dei centesimi di Siemens per
metro. Ciò significa che, purché non siamo a frequenze troppo basse (ma
nemmeno troppo alte altrimenti l’olografia del suolo diventa importante), lo
spessore di penetrazione risulta essere molto piccolo, e quindi la nostra Terra si
comporta come un conduttore. La seconda considerazione è che nelle
applicazioni effettive abbiamo a che fare con un’antenna trasmittente posta molto
lontano da quella ricevente. Ciò significa dire che per effetto del suolo ci sarà una
riflessione e, quindi, sull’antenna ricevente arriva anche l’onda riflessa. Se la
distanza reciproca fra le antenne è grande rispetto la loro altezza dal suolo, allora
l’angolo di incidenza sul suolo e di circa 90 °. Allora è ragionevole fare l’ulteriore
approssimazione di sostituire al suolo piano, costituito da un materiale dielettrico
conduttivo, un suolo costituito da un piano conduttore elettrico perfetto. In questo
modo, probabilmente, non otterremo un risultato molto preciso ma certamente il
primo effetto cruciale della presenza del suolo lo terremo in conto, perché
114
certamente non potrà esserci una discontinuità più drastica di un conduttore
elettrico perfetto, quindi al più corriamo il rischio di sopravvalutare l’effetto del
suolo.

Ecco quindi che siamo giunti al problema


di descrivere il comportamento di
un’antenna in presenza di un piano
conduttore elettrico perfetto.
Schematicamente indichiamo la nostra
antenna con un dipolo, alimentata da un
generatore di corrente; vediamo allora
come studiare il comportamento in
trasmissione di tale antenna. Nel nostro
caso, in linea di principio, quello che si
dovrebbe fare è oltre a considerare le
condizioni di radiazione all’∞ , imporre che sul conduttore piano le componenti
tangenziali dei campi elettrici si annullino. Quindi senza dubbio ci dobbiamo
aspettare che l’effetto della perturbazione dovuta al suolo cambi l’impedenza
d’ingresso dell’antenna e anche, in linea di principio, la forma della distribuzione
di corrente; analizziamo questi due aspetti. Per effetto del suolo sull’antenna,
oltre ad esserci il campo generato da essa, c’è anche il campo diffuso, per così
dire, dal suolo. È chiaro allora che la tensione che si induce ai capi del gap non è
soltanto dovuta all’impedenza dell’antenna che c’era nello spazio libero, ma ci
sarà anche una tensione indotta dal campo riflesso dal suolo. Per quello che
riguarda invece la distribuzione di corrente ricordiamo che, perlomeno nel caso
di dipoli a mezz’onda o dipoli in condizioni di risonanza, l’impedenza d’ingresso
dell’antenna è puramente reale e abbiamo una distribuzione di corrente che
corrisponde ad una risonanza sul filo di corrente. Quindi se non ci fosse il suolo
avremmo un’antenna eccitata da un generatore, che funziona in condizioni di
risonanza con una certa distribuzione di corrente, l’effetto del suolo è che oltre
all’eccitazione c’è anche un altro campo incidenze, che quindi si comporta come
se ci fosse un ulteriore eccitazione. Ma se la condizione di funzionamento è
115
risonante, quest’ulteriore eccitazione non modifica in modo sostanziale la
distribuzione di corrente. Questo fatto ci porta all’ultima della nostra serie di
approssimazioni, cioè che per studiare l’antenna in presenza del suolo facciamo
l’ipotesi che la forma della distribuzione di corrente sia la stessa di quella che
c’era nello spazio libero. A questo punto, allora, il problema diventa molto più
semplice perché possiamo supporre di conoscere la distribuzione di corrente, e
quindi possiamo più non considerare un’antenna ma immaginare di avere una
assegnata distribuzione di corrente J . Ci siamo dunque ricondotti al calcolare il
campo irradiato da una distribuzione di corrente in presenza di un conduttore

elettrico perfetto. Per fare ciò si può ricorrere al teorema delle immagini.

Esso afferma che ai fini del calcolo del campo al di sopra di un piano conduttore
elettrico perfetto, si può sostituire alla situazione effettiva, costituita da una certa
distribuzione di corrente J sopra un piano conduttore, una situazione equivalente
in cui non vi è più il piano conduttore, pur di considerare oltre alla sorgente
effettiva una sorgente immagine specularmente disposta rispetto a quella
originaria, fatta in questo modo

116
In cui le componenti, delle correnti, che sono parallele al conduttore elettrico
perfetto, nell’immagini sono uguali ed opposte; le componenti che sono
perpendicolari al conduttore rimangono, nell’immagine, perpendicolari con lo
stesso verso, Quindi le correnti elettriche parallele al piano cambiano di segno
mentre quelle ortogonali restano inalterate. Dualmente, le correnti magnetiche
parallele rimangono inalterate mentre quelle perpendicolari cambiano di segno.

Naturalmente l’equivalenza sta solo nel semispazio superiore; al di sotto le due


situazioni sono completamente diverse. Nella situazione reale il campo è
ovviamente nullo, perché stiamo in un conduttore, mentre nella situazione
dell’immagine l campo è lo speculare di quello presente nel semispazio
superiore. Andiamo a verificare che questo teorema è valido dimostrandolo per
un elementino di corrente, dato poi che per linearità sarà valido sempre.

Per esempio, consideriamo il caso di un elementino di corrente parallelo e


facciamo vedere che effettivamente il campo prodotto nella situazione originaria
è lo stesso di quello che si ha nella situazione modificata (nel semipiano
superiore). Nella situazione originaria il campo deve soddisfare le equazioni di
Maxwell, le condizioni di radiazione all’infinito e la condizione che le
componenti tangenti del campo elettrico sul piano conduttore siano nulle; ciò, in
base al teorema di unicità, determina univocamente il campo irradiato
dall’elementino di corrente in presenza del piano conduttore. Nella situazione
modificata consideriamo il campo dovuto, nello spazio libero, all’elementino di
corrente e la sua immagine; questo campo, ovviamente soddisfa le equazioni di
Maxwell in tutto lo spazio, in particolare nel semispazio superiore. Nel
semispazio superiore le sorgenti sono le stesse e quindi le equazioni sono
esattamente le stesse di quelle della situazione originaria, quindi le equazioni di
Maxwell e le condizioni di radiazione all’infinito sono soddisfatte. Vediamo le

117
condizioni al contorno; consideriamo il punto P del contorno e consideriamo le
due congiungenti con le sorgenti. Considerando le due componenti radiali, la
componente radiale dovuta alla sorgente immagine è diretta nella direzione i^ r ed'

è proporzionale al coseno dell’angolo θ' , che ne determina il segno mentre la


componente radiale dovuta alla sorgente è diretta lungo i^ r ed è proporzionale al
coseno di θ . Essendo allora θ e θ' angoli supplementari, i loro coseni sono
opposti, e ciò fa si che la componente radiale della sorgente immagine sia diretta
lungo −i^ r. La somma delle due componenti è quindi perpendicolare al piano,
perché le due componenti tangenziali si elidono; quindi le componenti radiali dei
campi generati dalle due sorgenti soddisfano effettivamente le condizioni al
contorno. Andiamo ora a vedere le componenti lungo θ ; quella relativa alla
sorgente originaria è diretta lungo i^ θ ed è proporzionale al sin θ. La componente
relativa alla sorgente immagine è diretta lungo i^ θ ed è proporzionale al sin θ' ; ma
'

il seno degli angoli supplementari è uguale, quindi questa volta i versi dei campi
sono proprio quelli disegnati in figura. Ancora una volta la somma di questi due
contributi è perpendicolare al piano, dato che le componenti dei campi tangenti al
piano si elidono a vicenda. Ma allora, siccome quanto visto si verifica in ogni
punto e per ogni elemento di corrente, ciò si verifica anche su tutto il piano e per
una qualunque sovrapposizione di elementi. Quindi il campo generato dalla
sorgente originaria, in presenza del piano, e quello generato dalla sorgente
originaria più la sorgente immagine, nello spazio libero, nel semipiano superiore,
coincidono. Dunque ogni volta che avremo un’antenna in presenza del suolo
possiamo eliminare il suolo, considerare l’immagine speculare di questa antenna
e sovrapporre i campi generati nello spazio libero.

Inoltre, spesso si è interessati al campo a grande distanza rispetto al sistema; in


questo caso però per grande distanza si intende una distanza paragonata non più
alla dimensione della singola antenna, ma quella del sistema complessivo
costituito dall’antenna più la sua immagine.

118
5.9 Antenne in Ricezione
Come fatto per le antenne in trasmissione, che sono state caratterizzate mediante
dei parametri (altezza efficace e direttività), anche in ricezione vogliamo
procedere nello stesso modo. Cioè vogliamo definire dei parametri che ci
consentano di valutare in maniera sintetica il comportamento di un’antenna
quando questa riceve.

Vediamo, innanzitutto, di capire qual è il principio di funzionamento di


un’antenna in ricezione. Riferiamoci ad una situazione canonica considerando,
per semplicità, un’antenna filiforme e supponiamo che nella regione di spazio
dove è presente l’antenna sia presente un certo campo incidente Ei , campo che ci
sarebbe in assenza dell’antenna. Supponendo la struttura metallica si ha che, in
qualche modo, si modifica la realtà del campo incidente, che non può rimanere
inalterato; infatti se ci fosse il solo campo incidente ci sarebbe un certo campo in
tutti i punti dello spazio. Quindi nel
punto in cui avremmo l’antenna ci sarà
certamente un campo diverso da zero;
se, invece, in tale punto mettiamo una
struttura metallica deve senz’altro
verificarsi che all’interno del cilindro
metallico il campo elettrico totale sia
nullo, così come deve essere paria a
zero la componente tangenziale del
campo elettrico sulla struttura. Ne
deriva che in virtù della presenza di un
oggetto, che nel caso particolare è
un’antenna, il campo incidente risulta modificato e quindi il campo totale sarà
pari alla somma del campo incidente più un contributo, che possiamo chiamare
campo diffratto Ed , cioè:

Etot =E i+ Ed

119
tale che la somma di questi due campi dia complessivamente un campo nullo in
corrispondenza della struttura metallica.
Tentiamo di capire più nel dettaglio che
cosa succede, per esempio, nel cilindro
metallico superiore. Dentro questo cilindro
deve esserci un campo elettromagnetico
complessivamente nullo. All’esterno di
esso, per esempio sulla superficie laterale della struttura, si ha un campo
magnetico tangente diverso da zero. Allora in tale struttura, fra l’interno e
l’esterno, c’è una discontinuità del campo magnetico tangente; questa
discontinuità può sussistere se e solo se ci sono delle correnti superficiali che
circolano sulla superficie della struttura. Quindi succede che il campo incide sulla
struttura e affinché si annulli il campo elettromagnetico al suo interno si
innescano delle correnti superficiali che, tutto sommato, possono essere ritenute
la causa di quel campo diffratto che compensa il campo incidente e ci permette di
soddisfare le condizioni al contorno; quindi su questa struttura sono presenti delle
correnti.

A questo punto supponiamo che


questa struttura sia connessa ad una
linea d trasmissione dato che. Tutto
sommato, vogliamo trasmettere delle
onde elettromagnetiche e quindi a
valle dell’antenna e dopo,
eventualmente, una certa linea di
trasmissione ci sarà un carico, che è
l’oggetto finale del trasferimento dell’energia elettromagnetica. Ma allora se ci
sono delle correnti che circolano sui rami dell’antenna significa che c’è una
corrente in corrispondenza del gap, e quindi si innescano nella struttura, che
serve a connettere l’antenna al carico, delle onde di tensione e di corrente. Questo
è il fenomeno complessivo attraverso il quale funzionano le antenne in ricezione.

5.9.1 Altezza efficace in Ricezione e Tensione a Vuoto


120
Il problema che ci si pone è quello di sistematizzare questi risultati, fornendo
delle formule quantitative che ci permettano di sapere, noto il campo incidente,
qual è la potenza consegnata al carico. Per fare ciò, conviene schematizzare
questa struttura mediante il teorema di Thévenin. Supponiamo, in questa struttura
di metterci ad una certa distanza δ dal gap, e supponiamo che questa distanza sia
molto minore della lunghezza d’onda (δ ≪ λ ); inoltre supponiamo che nella
struttura guidante alla quale è connessa l’antenna si propaghi soltanto il modo
fondamentale. Questa ipotesi ci permette di arrivare ad una schematizzazione
semplice dell’antenna in ricezione, da un punto di vista circuitale; se ci sono più
modi abbiamo bisogno di molte linee equivalenti per schematizzare questa
situazione. Però solo questa ipotesi non basta perché in presenza di discontinuità,
nel nostro caso in corrispondenza dell’interconnessione della linea all’antenna,
sappiamo che si eccitano tutti i modi superiori. Se però ci poniamo ad una certa
distanza (seppur piccola) dalla zona di interconnessione, allora possiamo sperare
di schematizzare la nostra struttura con un singolo circuito equivalente. Il fatto
che debba risultare δ ≪ λ è dovuto al fatto che tale condizione ci può garantire
comunque l’attenuazione dei modi superiori, ma ci dice anche che la tensione che
c’è ai capi del gap è praticamente la stessa di quella che si misura alla sezione
corrispondente ai morsetti B e B' , dato che su distanza molto piccole rispetto alla
lunghezza d’onda valgono le leggi dell’Elettrotecnica. A questo punto definiamo
morsetti di ingresso o meglio morsetti di uscita della nostra antenna proprio i
morsetti B e B' e applichiamo il teorema di Thévenin. Esso ci dice che pur di
avere una rete lineare, tutto ciò che sta a monte di certi morsetti può essere
schematizzato mediante un generatore equivalente di tensione con in serie una
impedenza equivalente. Quello che quindi viene richiesto da questo teorema è
che la rete ai cui morsetti si applica il teorema sia una rete lineare. Il circuito
equivalente che viene fuori è
costituito dal generatore equivalente
di Thévenin, dalla impedenza
equivalente di Thévenin, dal tratto di
linea residuo ed in fine c’è il carico. A questo punto però bisogna andare a

121
valutare quanto valgono la V eq e la Z eq, fatto questo sapremo valutare l’impedenza
consegnata al carico Z c. Iniziamo col valutare l’impedenza equivalente Z eq;
abbiamo la nostra antenna e spegniamo i generatori. Nel nostro caso spegnere i
generatori significa che scompare il campo incidente; allora si ha che
l’impedenza che si vede ai morsetti dell’antenna, per definizione, è proprio
l’impedenza d’ingresso dell’antenna Z¿ . Andiamo ora a valutare l’altro parametro
che ci interessa, cioè la tensione equivalente V eq. In questo caso il generatore c’è
e non bisogna far altro che valutare la tensione che si misura ai morsetti B e B' ,
quando essi sono aperti, cioè la tensione a vuoto V 0 ai capi dell’antenna.
Abbiamo una situazione in cui abbiamo una causa forzante, che è il campo
incidente, che possiamo vedere come l’ingresso del nostro sistema antenna; in
uscita abbiamo una quantità che è la tensione a vuoto dell’antenna, che possiamo
vedere come uscita del nostro sistema. Vista la linearità delle leggi di Maxwell si
intuisce che debba esserci, in qualche modo, una relazione di proporzionalità tra
V 0 ed E , anche se poi bisogna vedere precisamente qual è la relazione di

proporzionalità fra lo scalare V 0 e il vettore E . In linea di principio potremmo


avere un campo che incide sulla nostra antenna, che varia con la coordinata z che,
in qualche modo, sia difficile da definire. Allora se volessimo trovare una
formula che riguardi V 0 ed Ei ci sarebbe
un’ambiguità sul valore di campo da andare a
considerare. Una maniera per liberarsi di
questa difficoltà è quella di supporre che il
campo incidente sia un’onda localmente piana,
ovvero che sia ben approssimabile con
un’onda piana. In questo caso, in ogni punto
dell’antenna conosciamo esattamente quanto vale il campo incidente sia in
modulo che in fase; quindi non c’è ambiguità nel definire il campo elettrico.
Possiamo allora, a questo punto, definire una relazione di proporzionalità fra il
campo incidente e la tensione a vuoto definendo un vettore, che chiamiamo
altezza efficace in ricezione dell’antenna, h r, tale che risulti:

V 0=hr ∙ E i

122
Quindi questa relazione è una relazione lineare fra ingresso (campo) e uscita
(tensione a vuoto) che trasforma un vettore in uno scalare e, se il campo incidente
è un’onda piana, basta conoscere la direzione d’incidenza per determinare
univocamente il campo e quindi la tensione a vuoto. Un’altra domanda da farsi è
quante componenti avrà questo vettore h r. Abbiamo detto che il campo incidente
Ei è un’onda piana e quindi ha componenti solo ortogonalmente alla direzione di

propagazione; se quindi scegliamo un sistema di coordinate sferiche come quello


indicato in figura, cioè centrato sull’antenna, il campo incidente ha solamente le
componenti lungo θ e lungo φ , non ha quindi componenti radiali. Si intuisce
allora che l’altezza efficace in ricezione, che in linea di principio potrebbe avere
sia una componente lungo θ , sia una lungo φ e sia una lungo r , visto che ne
dobbiamo fare il prodotto scalare con il campo incidente, potrà avere in realtà
soltanto due componenti, quella lungo θ e quella lungo φ . In definitiva, allora,
allora l’altezza efficace è quel vettore complesso, funzione della direzione di
incidenza, tale che la tensione a vuoto ai capi dell’antenna è pari al prodotto
scalare fra il campo incidente e l’altezza efficace in ricezione. Questa è la
relazione che definisce integralmente l’altezza efficace e si può utilizzare il
concetto di altezza efficace in ricezione solo se il campo incidente è ben
individuato, ovvero se esso è un’onda localmente piana. Quindi i termini del
problema si sono spostati dal dover valutare la tensione a vuoto al dover valutare
l’altezza efficace dell’antenna in ricezione. Questa è facilmente conoscibile,
essenzialmente, in base a degli argomenti di reciprocità; si può infatti dimostrare
che l’altezza efficace in ricezione è esattamente uguale all’altezza efficace in
trasmissione.

123
Prima però di dimostrare quest’uguaglianza è utile fare un esempio.
Consideriamo che cosa succede per un dipolo elementare che funzioni in
ricezione. Come sappiamo un dipolo elementare è un’astrazione. Se si vuole
realizzare effettivamente un
dipolo elementare, bisogna
costruire una struttura che sia,
ovviamente, piccola rispetto alla
lunghezza d’onda e in cui sia
verificata un’altra proprietà, cioè
che la distribuzione di corrente su
questa struttura sia costante. Osserviamo allora che nella struttura ideale la
corrente si annulla necessariamente alle estremità. Quello che si fa nella pratica
per ovviare a questo inconveniente è mettere in corrispondenza delle estremità
dell’antenna dei piatti metallici che consentano di accumulare carica. Tale
struttura, in qualche modo, ricorda un condensatore, per cui possiamo ipotizzare
che ci siano delle linee di campo, come rappresentato in figura; dunque essendo
tutta la struttura molto piccola rispetto alla lunghezza d’onda si ha che la
differenza di potenziale è la stessa nei vari punti della struttura. Sostanzialmente
quindi possiamo applicare, in questo caso, dei concetti statici, tant’è vero che su
intervalli piccolissimi la corrente rimane costante. Per un campo costante, come
nel nostro caso un’onda piana, la differenza di potenziale che esiste fra i due
piatti, nel caso di incidenza normale, è data da:

V 0=−Ei Δ z

Dove Δ z è la dimensione totale della struttura. Nel caso generale di incidenza


obliqua in cui ancora il campo incidente è l’asse dell’antenna sono complanari,
ma la direzione d’incidenza forma un angolo θ con l0asse dell’antenna. In questo
caso, per definire la tensione a vuoto, bisogna fare l’integrale:
Δz
V 0=−∫ Ei ∙ i^ z dz =−Ei ⏟
Δ z sinθ ¿
0 ¿ hr ∨¿

124
Ovvero l’integrale di linea, esteso alla lunghezza del dipolo, del prodotto scalare
fra il campo elettrico e il versore i^ z parallelo all’asse dell’antenna. È evidente, da
questo integrale, che si ottiene esattamente quella grandezza che è l’altezza
efficace in trasmissione di un dipolo elementare. Abbiamo allora che tale
relazione la si può scrivere come:

V 0=E i ∙ hr

Dove h r non è altro che: h r=Δ z sin θ i^θ , dove θ è l’angolo rispetto all’asse del
dipolo.

5.9.2 Adattamento in Potenza e in Polarizzazione


Poniamoci ora il problema di come dobbiamo scegliere, noto un certo campo
incidente, l’antenna e il carico in maniera tale da massimizzare la potenza
consegnata al carico; in altri termini, supponendo che in una certa regione dello
spazio ci sia un certo campo incidente, ci poniamo il problema di come bisogna
scegliere l’antenna e come bisogna dimensionare il circuito in ricezione in modo
tale da catturare la maggiore energia possibile. A tale scopo consideriamo un
circuito molto semplificato in cui abbiamo sostituito al tratto di linea chiusa sul
carico l’impedenza Z'c che si vede a valle dei morsetti B e B' , avente in generale si
auna parte reale che una parte immaginaria

Z'c =R c + j X c

La potenza attiva consegnata al carico Z'c la possiamo scrivere come

1 2
P= R c|I|
2

Dove I è la corrente che fluisce nel circuito, ed è data da


2
2 | Ei ∙ hr|
|I | = 2
|Z ¿ +Z 'c|
Allora si vede che al fine di massimizzare la potenza P, dobbiamo rendere
massima la V 0 e inoltre dobbiamo rendere il restante fattore il più grande
2
possibile. Vediamo allora quando è massimo il termine |Ei ∙ hr| , ovvero il
125
prodotto scalere in cui Ei è fissato e h r è rappresentativo dell’antenna. Quindi se
individuiamo quando questo prodotto scalare è massimo potremo ricavare quanto
deve valere h r, e quindi avere qualche indizio su quale tipo di antenna conviene
utilizzare per intercettare bene il campo incidente. Osserviamo che il prodotto
scalare

Ei ∙ hr

è un prodotto scalare non hermitiano che, in un sistema di riferimento sferico, è


dato da

Ei ∙ hr=E iθ h rθ + Eiφ h rφ

Possiamo anche scrivere il prodotto scalare non hermitiano in termini di quello


hermitiano nel seguente modo

Ei ∙ hr=¿ E i ∙ h¿ r >¿

Come sappiamo per un prodotto scalare hermitiano vale la disuguaglianza di


Schwarz la quale ci dice che

Nel nostro caso essendo i vettori a due componenti, la norma del vettore coincide
con il suo modulo, e quindi avremo

La disuguaglianza di Schwarz ci dice che l’uguaglianza in senso stretto sussiste


quando i due vettori, nel prodotto scalare hermitiano, sono proporzionali, ovvero
quando

Ei ∝h ¿r

È utile però sottolineare che la condizione che, in generale, consente di


massimizzare il prodotto scalare è quella che abbiamo scritto, che viene detta
condizione di adattamento in polarizzazione, cioè significa che l’altezza efficace
in ricezione ha una polarizzazione tale, ovvero ha delle componenti lungo θ e
lungo φ che si sposano il meglio possibile alla polarizzazione del campo
126
incidente. Ad esempio, supponendo di avere un dipolo elementare il cui campo
incidente è polarizzato linearmente

Ei =i^ θ

ci basterà prendere un dipolo elementare, ed essendo anch’esso polarizzato


linearmente, nel senso che l’altezza efficace in ricezione ha un’unica componente
diretta lungo θ . In questo modo si può facilmente realizzare la condizione di
adattamento in polarizzazione26.

Il primo problema da risolvere, se si vuole raccogliere il massimo campo


possibile sul nostro carico, è quello di scegliere l’antenna. Ciò però non basta
perché bisogna anche vedere come ci conviene orientarla, perché ci sono delle
orientazioni che annullano totalmente il prodotto scalare Ei ∙ hr e delle altre
direzioni che invece ci consentono di avere un completo adattamento in
polarizzazione. Osserviamo che l’altra condizione, cioè che Ei sia parallelo ad h r

Ei ∝h r

in generale, è errata. Infatti consideriamo, ad esempio, un campo incidente del


tipo

Ei =i^ θ + j i^ φ

ovvero risulta essere polarizzato circolarmente; supponiamo che poi anche


l’altezza efficace in ricezione abbia la stessa espressione

h r=i^ θ + j i^ φ

Facendo il prodotto scalare avremo

Ei ∙ hr=1+ j 2=0

Quindi la relazione Ei ∝h r non è corretta.

Quindi se vale la condizione di adattamento in polarizzazione, sostituendo al


modulo del prodotto scalare Ei ∙ hr il suo massimo, la potenza consegnata al carico
è data da
26
Non sempre tale condizione è verificata
127
2 2
1 |E i| |hr|
P= R c
2 |Z + Z ' |2
¿ c

Supponendo allora di avere fissato l’antenna e la relativa orientazione rispetto al


campo incidente (ai fini di avere adattamento in polarizzazione): in tal caso,
avendo scelto l’antenna, anche l’impedenza d’ingresso dell’antenna è fissata.
Allora, se ritorniamo al circuito equivalente a cui ci stiamo riferendo, abbiamo il
solito circuito in cui c’è un generatore che non dipende dall’incognita del
problema, una impedenza equivalente che è anch’essa fissata e un carico; in tal
caso sappiamo come scegliere il carico tale da massimizzare la potenza ad esso
trasferita. Infatti basterà scegliere

Z'c =Z ¿¿

Ovvero basta realizzare la condizione di adattamento in potenza.

In tal caso la potenza consegnata al carico sarà data da


2 2
|E i| |hr|
P=
8 R¿

dove R¿ è la resistenza d’ingresso dell’antenna. In definitiva per massimizzare la


potenza consegnata al carico bisogna, in primo luogo, adattare in polarizzazione
e, in secondo luogo, adattare in potenza.

5.10 Area Efficace


Supponiamoci di metterci nelle condizioni in cui c’è la massima potenza
trasferita al carico, ottenuta adattando il carico all’antenna e realizzando
l’adattamento in polarizzazione. In queste condizioni la potenza trasferita al
carico è perfettamente definita, perché è la massima possibile, e la possiamo
legare alla densità di potenza incidente (vista la linearità dei campi). Quindi
esisterà una costante A tale che:

PM= A Si

Dove A ha le dimensioni di una superficie, tale costante è detta area efficace


dell’antenna, il nome è abbastanza intuitivo, dato che Si è una densità di potenza
128
(costante poiché abbiamo un’onda piana) che moltiplicata per un’area ci da tutta
la potenza trasferita al carico. Cioè l’antenna si comporta come se avessimo
un’area A trasversale rispetto all’onda incidente, che raccoglie tutta la potenza
che vi ricade all’interno.

Si pensi, ad esempio, all’antenna a riflettore in


cui un’onda incidente verso l’antenna equivale ad
una confluenza di raggi tutti paralleli fra di loro,
che vengono tutti quanti riflessi nel fuoco del
riflettore; quindi tutti i raggi che cadono su
questa superficie vanno nel fuoco mentre tutto
ciò che capita al di fuori si propaga imperturbato.
Quindi sostanzialmente, dobbiamo aspettarci che
in questo caso l’area efficace dell’antenna sia, grosso modo, l’area fisica
dell’antenna stessa. Viceversa, in un’antenna filiforme i due concetti sono
completamente diversi. Infatti in tal caso, se l’antenna è filiforme, la sua area
fisica può essere addirittura infinitesima; mentre avremo una potenza trasferita al
carico anche se la sezione dell’antenna è infinitesima. In questo caso, quindi,
l’area efficace non ha nulla a che vedere con l’area geometrica dell’antenna e
questa è una caratteristica che distingue le antenne in alta e bassa frequenza.
Quando le antenne sono piccole o comparabili alla lunghezza d’onda, in genere,
l’area efficace è maggiore dell’area fisica effettiva dell’antenna; man mano che la
frequenza aumenta l’area tende sempre più a diventare vicina all’area fisica
dell’antenna, che intercetta effettivamente la radiazione elettromagnetica.

Ricalcoliamoci allora esplicitamente la potenza in condizioni arbitrarie, e poi


vediamo quanto vale in condizioni di massimo trasferimento. Dal circuito
equivalente si deduce che la potenza trasferita al carico vale:
¿condizioni di
adattamento
2 2 del carico 2
1 |V 0| 1 |h∙ Ei| |h ∙ Ei|
Pc = Rc = R c ¿⏞
2 |Z ¿ + Z c|2 2 |Z ¿ + Z c|2 8 R¿

129
Bisogna massimizzare il prodotto scalare h ∙ Ei. Notiamo però che questo non è un
prodotto scalare hermitiano; se quindi vogliamo sfruttare tutte le proprietà dei
prodotti scalari hermitiani, ci conviene esprimere in questi termini il nostro
prodotto scalare.

h ∙ Ei=¿ Ei , h¿ > ¿

Sappiamo che per un prodotto scalare hermitiano vale la disuguaglianza di


Schwarz ovvero:

¿¿

Quindi la condizione di massimo la abbiamo quando vale l’uguaglianza, ma ciò


si ottiene quando i due vettori sono proporzionali, ovvero deve risultare che:

Ei =α h¿

Cioè il campo incidente deve essere proporzionale al coniugato dell’altezza


efficace. Questa è la condizione che ci dà il massimo del prodotto scalare fra il
campo incidente e l’altezza efficace; naturalmente la presenza di questo
coniugato è dovuto al fatto che abbiamo usato una formulazione non hermitiana
del prodotto scalare. Quindi la condizione di adattamento in polarizzazione è
quella in cui il campo incidente è proporzionale al coniugato dell’altezza
efficace, e quindi dipende dall’antenna e dalla direzione di osservazione. In
queste condizioni abbiamo che la massimo potenza trasferita al carico è data da:

|h|2|Ei|2 ζ
2
2 |E i| ζ 2
PM= = |h| = |h| S i
8 R¿ 4 R¿ 2 ζ 4 R¿

Da ciò si deduce che l’espressione dell’area efficace in termini dei parametri


dell’antenna, altezza efficace e resistenza d’ingresso, è la seguente:
2
ζ |h|
A=
4 R¿

Notiamo che compare la resistenza d’ingresso dell’antenna che, nel caso in cui
non ci sono perdite, coincide con la resistenza di irradiazione.

130
Noi vogliamo valutare la potenza trasferita al carico e non quella assorbita
dall’antenna; se una parte della potenza assorbita dall’antenna se ne va
sull’antenna stessa a noi non interessa, ma ci interessa massimizzare la potenza
trasferita al carico. A questo punto possiamo riscrivere l’espressione della
potenza trasferita al carico in condizioni arbitrarie in termini di potenza massima,
basta dividere membro a membro le due espressioni. Otteniamo allora:

Ψ χ

4 Rc R¿ ⏞
2
Pc ⏞ |h ∙ Ei|
=
P M |Z¿ +Z | |h|2|E |2
2
c i

Il fattore χ per quanto detto finora è sempre minore o uguale all’unità e tiene
conto del disadattamento in polarizzazione. Il fatto Ψ tiene conto del
disadattamento sul carico. In termini di questi due fattori si ha che la potenza
ricevuta dal carico in condizioni arbitrarie è:

Pc = χ Ψ A S i

Questa formula mette in rilievo quanto di meglio possiamo ottenere dalla nostra
antenna in termini di potenza trasferita al carico e quello che poi effettivamente
otteniamo, secondo quanto sono distanti dall’unità i fattori di disadattamento; è
chiaro che il nostro scopo è quello di avvicinarci il più possibile alle condizioni
ideali in cui la potenza consegnata è uguale alla potenza massima.

5.10.1 Relazione tra Area Efficace e Guadagno


Quando in trasmissione ci siam voluti concentrare soltanto sull’intensità di
potenza abbiamo introdotto il guadagno mentre in ricezione abbiamo introdotto
l’area efficace. Ci aspettiamo, dunque, che in qualche modo esista un legame tra
queste due quantità visto che l’uguaglianza tra le altezze efficaci ci dice che
un’antenna trasmette tanto meglio nelle stesse direzioni in cui riceve bene.
Questo legame si ottiene immediatamente, tenendo presente l’espressione
dell’area efficace e quella del guadagno di un’antenna, ovvero:

131
2 2 2
1 1 ζ |I | |h|
|E| 2 ζ 4 λ2 r 2 2
2ζ π ζ |h|
G= = =
1 1 2 1 1 2 R¿ λ 2
R |I | R |I |
4 π r2 2 4 π r2 2
¿ ¿

Facendo il rapporto fra G ed A risulta che:


2
ζ |h|
A 4 R¿ λ2 λ2
= = ⇒ A= G
G π ζ |h|2 4 π 4π
R ¿ λ2

Cioè il rapporto fra l’area efficace ed il guadagno è una costante universale che
dipende solo dalla frequenza a cui si sta operando. Dalla relazione cui siamo
arrivati, che esprime l’area efficace in termini del guadagno, si deduce che più è
grande il guadagno più è grande l’area efficace, a parità di lunghezza d’onda. A
questo punto abbiamo a disposizione tutte le relazioni necessarie per esprimere
esplicitamente la potenza ricevuta da un’antenna possiamo quindi calcolare il
rapporto tra la potenza ricevuta e quella trasmessa. Tutti i calcoli che stiamo
facendo suppongono che le due antenne siano nello spazio, se siamo in presenza
del suolo, se ci sono attenuazioni o se ci sono oggetti che diffondono il campo
elettromagnetico, dobbiamo tenerne conto. In generale tutte queste perturbazioni
diminuiscono la potenza che si può effettivamente ricevere e quella che si calcola
in spazio libero è l’ottimo cui bisogna, nelle applicazioni pratiche.

In condizioni di massimo la potenza ricevuta è data da:

Pr =A r Si

Dove Ar è l’area efficace dell’antenna in ricezione ed Si è l’intensità (del vettore


di Poynting) dell’onda incidente su quest’antenna, prodotta dall’antenna che
trasmette. Ma tale intensità può essere espressa in termini della potenza
trasmessa, Pt e del guadagno dell’antenna in trasmissione, ovvero risulta:

PtGt
Pr =A r Si= A r
4 π r2
Quindi il rapporto fra potenza ricevuta e potenza trasmessa è espresso da:

132
Pr P t Gt λ 2 Ar Ar
Pt
= Ar
4π r 2 ( )

4 πr
Gt Gt = 2 2
λ r

Queste formule nella loro semplicità sono le formule base da cui si parte per
verificare qualunque tipo di collegamento. Questi due modi di esprimere il
rapporto tra potenza ricevuta e trasmessa rappresentano la cosiddetta formula del
collegamento. Questo fatto ci fa capire perché nei collegamenti a lunga distanza è
necessario ricorrere a frequenze elevate e , quando si è arrivati alle massime
frequenze possibili, a dimensioni delle antenne sempre più grandi.

Quando la lunghezza d’onda non si può variare come, per esempio, per i
radiotelescopi in cui le lunghezze d’onda sono quelle fissate dalla fisica perché
sono fissate dalle proprietà del mezzo interstellare. Non possiamo fare nulla
sull’antenna trasmittente; l’unica cosa che si può fare è aumentare le dimensioni
dell’antenna ricevente, dato che deve cercare di ricevere segnali molto deboli con
distanza enormemente grande; fortunatamente anche le sorgenti sono sorgenti di
potenza elevatissima. Ma a parità di tutto si ha la necessita di arrivare fino ai
300 m del radiotelescopio ad Arecibo (Portorico), che è l’antenna più grande che
sia stata realizzata. Anche usando antenne molto grandi però, viste le enormi
distanze il rapporto segnale rumore è molto basso (siamo a circa 14 o 15 ordini di
grandezza di differenza) sono necessari sistemi di comunicazione estremamente
sofisticati. L’unico modo per estrarre il segnale è quello di fare delle trasmissioni
con codifiche molto sofisticare in modo tale che sfruttando che il segnale è
codificato, quindi segue delle regole, mentre il rumore è aleatorio, con delle
operazioni di media si può estrarre il segnale dal rumore. Il prezzo, naturalmente
lo si paga in velocità di trasmissione perché è necessaria un’enorme ridondanza
nel segnale. Inoltre quando trasmettiamo col satellite sulla terra a causa della
ionosfera e del campo magnetico terrestre, c’è il cosiddetto effetto Faraday;
dunque c’è una direzione privilegiata che fa ruotare la polarizzazione. Per evitare
questo fenomeno si utilizza una polarizzazione circolare.

133
6 Propagazione in Guide D’onda
Una guida d’onda è una struttura lineare che convoglia e confina onde
elettromagnetiche all’interno di un percorso compreso fra due estremità
consentendone così una propagazione guidata a differenza dello spazio libero. È
dunque un mezzo di trasmissione di un segnale su un canale di comunicazione.
Una guida d’onda metallica è un aggregato di tubi metallici deputata a
convogliare l’energia elettromagnetica in una direzione preferenziale che
definiamo direzione di propagazione o longitudinale e che denotiamo con z^ .
Tutto ciò suggerisce di scindere i campi nelle due componenti, una trasversale e
una collineare con ^z , così da poter scrivere

E=Et + E z ^z

H=H t + H z ^z

Lo stesso ragionamento può essere applicato all’operatore ∇ , che può essere


scritto come


∇=∇t + ^z
∂z

Doto che la struttura privilegia una direzione, nasce l’idea di sviluppare una
soluzione che consente di separare la parte longitudinale dei campi da quella
trasversa e che sfoca nel formalismo di Marcuvitz-Swinger. Tale formalismo è
molto potente perché ci consente di trattare una struttura guidante mediante
concetti circuitali e un’equivalenza con le linee di trasmissione. Si riportano
quindi il formalismo

∇t ∇t ∙ ( H t × ^z )
−∂
( )

{
Et = jωμ H t × ^z +
∂z k2
∇ ∇ ∙ ( z^ × E t )
−∂
∂z (
H t = jωε z^ × Et + t t 2
k )
1
Ez= ∇ ∙ ( H t × ^z )
jωε t
1
Hz= ∇ ∙ ( ^z × E t )
jωμ t

134
dove k 2=ω2 εμ è la costante di propagazione del mezzo che riempie la struttura.

Il primo passo che conduce all’obiettivo di cercare di ottenere un formalismo


riconducibile alle linee di trasmissione è assumere che le soluzioni trasverse
siano fattorizzabili in questo modo

Et =e ( t ) V ( z )

H t =h ( t ) I ( z )

Dove V ( z ) , I ( z ) sono funzioni scalari che dipendono solo dalle variabili


longitudinali z , mentre e ( t ) e h ( t ) sono vettori trasversi che dipendono
esclusivamente dalle coordinate trasverse. Un ulteriore passo da effettuare è
cercare la soluzione andando a studiare soluzioni elementari più semplici la cui
composizione dà una generica soluzione. Tali soluzioni elementari sono le
cosiddette soluzioni trasverse elettriche (TE) e trasverse magnetiche (TM)

TE ⇒ E z=0

TM ⇒ H z =0

Questa scelta viene giustificata dal teorema di Helmholtz, da cui discende la


separabilità dei campi in TE e TM, e che afferma che un campo è univocamente
determinato dalla sua parte irrotazionale e dalla sua parte solenoidale 27.

6.1 Risonanza
Considerando il circuito in figura, nel caso di induttori e condensatori reali
abbiamo:

1
Ź= jωL ⃗
Z=
jωC

V
I= =F ( ω ) V (ω)
Ź + ⃗Z

27
Ovvero se conosciamo il rotore e la divergenza del campo allora possiamo definire completamente.
135
1
Z ≠ 0 e se ω c =
Se Ź+ ⃗ , se faccio tendere ω → ω c anche con una tensione che
√ LC
tende a zero ho una corrente I diversa da zero che passa.

Anche per le linee si ha una cosa simile

Z A A = j Z 0 tan βl ⇒ j Z 0 tan βl =0 ⇒ βl=nπ


'

Ad una fissata lunghezza ho infinite frequenze di risonanza e viceversa.

ω πλ
+¿= ¿
√ ε 0 μ0 l

Più è piccola la lunghezza più è alta la frequenza di risonanza.

6.2 Dispersione in Guida


Le proprietà di propagazione in una struttura guidante non sono così semplici in
quanto la relazione fra costante di propagazione e frequenza non è lineare.
Riprendiamo quindi la relazione che esprime la costante di propagazione in una
struttura guidante

k z= √ k 2−k 2t

e ricordando che

ωμ k
ZTE = Z TM = z
kz ωε

Supponiamo che il mezzo non sia dispersivo e che quindi ε e μ sono delle
costanti. La prima cosa che notiamo è che k z non è sempre reale: esiste una
pulsazione detta pulsazione di taglio ω t, in corrispondenza della quale la costante
di propagazione, relativa al modo che stiamo considerando, si annulla. La
corrispondente frequenza si chiama frequenza di taglio o di cut-off.

La relazione di dispersione che lega la costante di propagazione relativa al modo


in esame con la pulsazione di lavoro è data dall’espressione

ω2 2
k zn=√ k 2 −k 2tn =
√ c2
−k tn

136
che risulta essere una relazione non lineare a causa del fattore k 2tn. In particolare,
se andiamo a diagrammare l’andamento di ω in funzione di k z , otteniamo

k >k tn ⇒ k zn reale
{
k <k tn ⇒k zn puramente immaginario

Nel caso k > k tn si ha che

ω2 2 2
2
−k zn=k tn
c

che rappresenta l’equazione di una iperbole, la quale per k zn=0 parte proprio
dalla pulsazione di taglio. Quando k zn → ∞ la relazione tende a diventare lineare,
ovvero tende all’asintoto ω=c k zn; dove il coefficiente angolare della retta che
rappresenta l’asintoto è pari alla velocità della luce nel mezzo che riempie la
guida.

Nel caso invece k < k tn si ha che

ω2
k zn=− jα zn=
√ c 2
−k 2tn

Con α z fattore attenuativo.

Elevando al quadrato si arriva

2 ω2 2 2 ω2 2
−α zn= 2
−k tn ⇒ α zn + 2
=k tn
c c

la quale rappresenta l’equazione di un’ellisse.

In ultima analisi la pulsazione di taglio ω tnin corrispondenza della quale la


costante di propagazione, relativa al modo che stiamo considerando, si annulla, è
data dalla relazione

ω2 2
k zn=
√ c2
−k tn ⇒ ωtn=c k tn

Concludiamo dicendo che la relazione non è lineare e ciò implica dispersione per
il pacchetto d’onda, cioè un comportamento selettivo in frequenza. Ciò è dovuto

137
al k t che esce fuori dal fatto che siamo in regime di propagazione guidata, e
quindi da non confondersi con la dispersione che risulta in un mezzo con perdite
per via della dipendenza di ε da ω.

Quando la pulsazione è maggiore della pulsazione di taglio la k zn è reale e quindi


si hanno in generale due onde, una progressiva e una regressiva, che si propagano
lungo la nostra struttura guidante. Viceversa, quando siamo al di sotto della
pulsazione di taglio la costante di propagazione diventa immaginaria, che va
presa naturalmente, come si conviene col segno meno. Dal punto di vista
dell’andamento della tensione e della corrente sappiamo che in tal caso non c’è
più propagazione, ma un’attenuazione esponenziale all’interno della struttura. Per
tale motivo la ω m è detta pulsazione di taglio, perché separa la zona di frequenze
in cui non si ha propagazione all’interno della guida del modo considerato, dalla
zona di frequenza in, viceversa, il modo si può propagare. Per ogni modo c’è una
pulsazione di taglio corrispondente e cosi come sono ordinate le pulsazioni di
taglio ci sarà una che è la più bassa che viene detta modo fondamentale; quello
immediatamente superiore primo modo superiore, e poi tutti quanti gli altri che
saranno chiamati modi superiori. Quindi per quanto detto, se operiamo ad una
frequenza minore della frequenza di taglio, non si puo avere propagazione dato
che tutti i modi si attenuano esponenzialmente tanto più velocemente quanto più
è elevato l’ordine del modo. L’attenuazione si dice reattiva, ovvero non è legata
all’effetto Joule, ma l’energia semplicemente torna indietro in virtù del fatto che,
oltre che da una costante di propagazione caratteristica, ogni modo è
caratterizzato da un’impedenza d’onda caratteristica.

6.3 Guide Metalliche


Determiniamo i modi per una guida metallica a
piatti paralleli, la cui sezione trasversa nel piano

xz è mostrata in figura. Questo problema richiede

la risoluzione dell’equazione scalare di Helmholtz.

∇ 2t Φ ( t ) +k 2t Φ ( t )=0

138
Nel caso del modo TE si ottiene una soluzione di questo tipo:

Φ ( x , y ) =[ A cos ( k tx x ) + B sin ( k tx x ) ][ C cos ( k ty y ) + D sin ( k ty y ) ]

Con k 2=k 2z +k 2x che prende il nome di relazione di accoppiamento.

È possibile schematizzare la struttura in esame come una linea di trasmissione


nella quale ho due parametri ( ZT E , k x ). Il nostro problema si riduce a quello di
x

determinare quanti e quali sono i valori dei moti (ipotizzando che il campo
elettrico lungo x sia simmetrico).

Per la risonanza sappiamo che deve accadere che

j ZTE tan k x a=0

I valori di k x possibili, dunque, sono quelli per cui k x a=nπ . Ciò implica che il

π
modo fondamentale lo si ha per k x = , quindi più è grande la distanza tra le
1
a
lastrare più piccolo è k x

139
Il punto di partenza è la risoluzione dell’equazione scalare di Helmholtz,
contestualizzata al particolare contorno della struttura. Per il modo TE, ma in
modo del tutto analogo le considerazioni che andremo a fare saranno valide
anche per il modo TM. Si considera quindi la seguente relazione

∇ 2t Φ ( t ) +k 2t Φ ( t )=0

È naturale considerare un sistema di riferimento in coordinate cartesiane, con i


due assi che riportano le due dimensioni della sezione della guida. In seguito a
tale scelta, possiamo riscrivere l’equazione precedente nel seguente modo

∂2 ( ∂2 ( 2
2
Φ x , y ) + 2
Φ x , y )+ k t Φ ( x , y )=0
∂x ∂y

Possiamo utilizzare la tecnica della separazione delle variabili per esprimere


Φ ( x , y ) come prodotto di due funzioni X e Y , una della sola variabile x e l’altra
della sola y , ottenendo

Φ ( x , y ) =X ( x ) Y ( y )

In questo modo possiamo riscrivere la precedente relazione come

d2 ( ) d2 ( ) 2 ( ) ( )
Y ( y) X x + X ( x ) Y y + k t X x Y y =0
d x2 d y2

Nelle ipotesi che X ( x ) ,Y ( y ) ≠ 0 , possiamo dividere la relazione sovrastante per


X ( x ) Y ( y ). Così facendo otteniamo un’equazione non ordinaria alle derivate
parziali

1 d2 ( ) 1 d2 ( ) 2
X x + Y y +k t =0
X ( x) d x2 Y ( y ) d y2

Applicando la derivata rispetto ad x ambo i membri otteniamo

d 1 d2 1 d2

[
dx X ( x ) d x 2
X ( x ) +
Y ( y) d y
⏟ 2

¿0
Y ( y ) + k⏟2t =0

non dipendeda x
¿0
costante ]
il che ci permette di dire che

140
1 d2 ( ) 2
X x =costante=−k tx
X ( x) d x2

In maniera del tutto analoga, applicando la derivata rispetto a y otteniamo

1 d2 ( ) 2
2
Y y =costante=−k ty
Y ( y) d y

Dalle ultime due relazioni otteniamo la coppia di equazioni ordinarie differenziali

d2

{
2
2
X ( x ) +k tx X ( x ) =0
dx
d2
2
Y ( y ) +k 2ty Y ( y )=0
dy

che nello specifico sono le equazioni di un oscillatore armonico le cui soluzioni


sono del tipo

X ( x )= A cos ( k tx x ) + B sin ( k tx x )
{Y ( y ) =C cos ( k ty y ) + D sin ( k ty y )

e dunque per come abbiamo definito il problema avremo che

Φ ( x , y ) =X ( x ) Y ( y )=[ A cos ( k tx x ) + B sin ( k tx x ) ][ C cos ( k ty y ) + D sin ( k ty y ) ]

Inoltre riprendendo la relazione di partenza, alla luce di tali risultati, si ottiene la


relazione di accoppiamento

k 2t =k 2tx + k 2ty

Mettiamoci ora nella sezione trasversa di una guida metallica e numeriamo le


facce della struttura al fine di semplificare
l’applicazione delle condizioni al contorno per il
modo in esame, nel nostro caso il TE, come
mostrato in figura.

Le condizioni al contorno sono


Φ ( x , y ) =0
∂n c

141
e per le quattro facce della guida avremo i seguenti risultati

La normale alla faccia (1) corrisponde al versore −^y , il contorno di tale faccia
corrisponde alla coordinata y=0 e la condizione precedente diventa


Φ ( x , y ) ∀ x ∈[ 0 , b]
∂y y=0

Da cui si ottiene

d d
X (x) Y ( y ) =0⇒ X ( x ) Y ( y )
dy y=0 dy y=0

Arrivando quindi a

d
C cos ( k ty y )+ Dsin ( k ty y ) =[−C k ty sin ( k ty y ) + D k ty cos ( k ty y ) ] y=0 =[ D k ty ]=0
dy ⏟[ Y ( y)
] y=0

e non potendo essere k ty=0, altrimenti il campo risulterebbe nullo, si ha

D=0

La normale alla faccia (3) corrisponde al versore ^y , il contorno di tale faccia


corrisponde alla coordinata y=a e la relazione di partenza diventa


Φ ( x , y ) ∀ x ∈[ 0 , b ]
∂y y=a

Da cui si ottiene

d d
X (x) Y ( y ) =0⇒ Y ( y )
dy y=a dy y=a

Arrivando quindi a
D =0
d
dy
⏞ [ −C k ty sin ( k ty y ) ] y=a =0
[ C cos ( k ty y ) + D sin ( k ty y ) ] y=a ⇒

e non potendo essere k ty=0, altrimenti il campo sarebbe nullo, si ottiene che


sin ( k ty a ) =0 ⇒k ty a=nπ ⇒ k ty =
a

142
La normale alla faccia (2) corrisponde al versore −^x , il contorno di tale faccia
corrisponde alla coordinata x=0 e quindi la relazione di partenza diventa


Φ ( x , y ) ∀ y ∈ [0 , a ]
∂x x=0

da cui si ottiene

d d
Y ( y) X ( x ) =0⇒ ( x )
dx x=0 dx x=0

Arrivando quindi a

d
A cos ( k tx x ) +B sin ( k tx x ) =[− A k tx sin ( k tx x ) +B cos ( k tx x ) ] x=0=[ B k tx ] =0
[
dx ⏟
X ( x)
] x=0

e non potendo essere k tx=0 , altrimenti il campo sarebbe nullo, si ha

B=0

La normale alla faccia (4) corrisponde al versore ^x , il contorno di tale faccia


corrisponde alla coordinata x=b e quindi la relazione iniziale diventa


Φ ( x , y ) ∀ y ∈ [0 , a ]
∂x x=b

da cui si ottiene

d d
Y ( y) X ( x ) =0 ⇒ ( x )
dx x=b dx x=b

Arrivando quindi a
B=0
d
dx
⏞ [− A k tx sin ( k tx x ) ] x=b =0
[ A cos ( k tx x ) +B sin ( k tx x ) ]x=b ⇒

e non essendo k tx=0 si ha


sin ( k tx b ) =0 ⇒k tx b=mπ ⇒k tx =
b

143
In definitiva, otteniamo che

Φ n ,m ( x , y )= A cos ( nπa y ) cos( mπb x)


dove essendo

nπ 2 mπ 2
k t =√ k +k =
n, m
2
ty
2
tx
√( a)( )
+
b

in cui abbiamo un doppio infinito numerabile.

Inoltre si dimostra che la costante

4 ξ n ,m
A=
√ ab

Dove

1 per n , m ≠0
ξ n ,m = 1
2 {
per n=0 oppure m=0

In questo modo abbiamo trovato le espressioni dei potenziali scalari. A questo


punto non rimane che trovare i campi

Supponiamo per la nostra guida metallica che la dimensione lungo y sia


maggiore di quella lungo x . Formalizzando avremo che

a> b

Andiamo ora a trovare il modo fondamentale per il modo TE sotto questa ipotesi,
cioè il modo con la pulsazione di taglio più bassa. Dalla relazione di
accoppiamento si ha

k t= √ k 2ty +k 2tx

che nel caso in esame risulta essere pari

144
nπ 2 mπ 2
kt =n, m
√( a )( )
+
b

Supponiamo in prima analisi

n=1
{m=0
Avendo che

π 2 π
kt =1,0
√( ) a
=
a

Supponendo invece

π 2 π
{n=0 ⇒ k =
m=1 t 0,1
√( )
b
=
b

In ultima analisi, supponendo

π 2 π 2

{n=1 ⇒ k =
m=1 t 1,1
√( ) ( )
a
+
b

Essendo valida la relazione

ω n ,m =c k t n .m

risulta che il modo fondamentale per il modo TE, sotto l’ipotesi fatta che a> b, è il
modo T E 1,0 essendo

k t <k t <k t
1,0 0,1 1,1

e che quindi ω 1,0=c k t è la pulsazione fondamentale del modo TE


1,0

Calcoliamo ora il campo per il modo T E 1,0, avremo

2 π
Φ 1,0 ( x , y )=
√ ab
cos ( )
a
y

e valgono pertanto le relazioni

145
−1 −1 ∂ ∂ ∂
∇ Φ ( x , y )= ( )

{
h1,0 ( x , y )= Φ ( x , y ) ^x + Φ ( x , y ) ^y + Φ1,0 ( x , y ) ^z
k t t 1,0
1,0
k t ∂ x 1,0
1,0
∂ y 1,0 ∂z
a d 2 π 2 π
¿−

π dy a b ( )
cos y ^y =
a √ ab
2
( )
sin

π
a
y ^y


e1,0 ( x , y ) =h1,0 ( x , y ) × ^z =
ab ( )
sin
a
y ^x

Da cui si ottiene facilmente

2
√ ( πa y ) I ( z ) ^y
{ H t =h1,0 ( x , y ) I ( z )=
1,0

Et =e 1,0 ( x , y ) V ( z )=
1,0
ab
2
ab
sin


sin ( πa y ) V ( z ) ^x
dal formalismo di Marcuvitz-Swinger vale la relazione

1
H z= ∇ ∙ ( ^z × Et )
jωμ t

Per cui si ottiene in definitiva

V (z ) π
Hz = 1,0
jωμ a [√ 2
ab
π
cos y
a ( )]
In definitiva il campo elettrico e il campo magnetico totali saranno

2 π

{ H 1,0=
√ 2
ab
sin
E 1,0=

π
a ( )
ab
sin

y I ( z ) ^y +
( )
a
y V ( z ) ^x

V (z ) π
jωμ a [√ 2
ab
π
( )]
cos y z^
a

Quindi il campo elettrico e il campo magnetico trasversi sono ovviamente


perpendicolari. Il campo elettrico è diretto lungo x , mentre il campo magnetico è
diretto lungo y . In entrambi i casi l’andamento è di tipo sinusoidale in y .

Ancora una volta, per le condizioni al contorno, essendo le pareti costituite da un


conduttore elettrico perfetto, la componente normale del campo magnetico si
deve annullare. Infine, la componente lungo z del campo magnetico ha un
andamento di tipo cosinusoidale. La struttura globale del campo è fatta da linee
di campo elettrico (lungo la direzione x ) attorno alle quali si avvolgono le linee
146
di forza magnetiche (nel piano yz ), come era da aspettarsi essendo campi elettrici
e magnetici perpendicolari l’uno rispetto all’altro.

6.4 Guide Dielettriche


Le guide dielettriche sono caratterizzate da una struttura composta da strati
dielettrici diversi tra loro (hanno diverse costanti dielettriche); un tipo particolare
di guide dielettriche sono gli slab, cioè strutture composte da tre strati di
dielettrico, per semplicità nei nostri
studi considereremo uno slab
simmetrico, cioè una struttura in cui il
dielettrico sopra e sotto sono uguali. Il
nostro obiettivo principale è quello di
caratterizzare le pulsazioni di taglio
affinché, all’interno di questa struttura, possano esistere dei modi guidati.

Per semplicità ipotizziamo che la struttura che andiamo a considerare è:

 Struttura simmetrica
 Mezzo invariante rispetto a y e z .

 Campi invarianti rispetto y , cioè ∂ y =0

Ora supponiamo di avere soltanto un’onda progressiva. Quindi abbiamo che:


− j (k 1x x+k 1z z )
E1 y =E e

− j (k 2 x x+k 2z z )
E2 y =E e

Visto che vogliamo soddisfare le condizioni al contorno agli estremi della


struttura deve verificarsi che:

k 2z =k 1 z
k + k 2z=ω2 ε 2 μ 0
2
2x

k + k 2z=ω2 ε 1 μ 0
2
1x

Ipotizziamo adesso che lungo x , nella regione esterna, abbiamo una costante di
propagazione immaginaria (k 2x =− jα 2x ), al fine di avere un’attenuazione (noi

147
vogliamo che il campo all’esterno della guida sia nullo) e sottraiamo membro a
membro le due equazioni:

k 1x2 −(− jα 2x )2=ω2 ( ε 1−ε 2 ) μ 0 ⇒ k 1x2−α 22x =ω2 ( ε 1 −ε 2 ) μ0

L’equazione a cui siamo giunti non è risolvibile in forma chiusa. Possiamo


tentare di risolverla approssimativamente in forma grafica da un punto di vista
qualitativo per capire come si comporta k 1x2 e cercare di estrapolare da queste
soluzioni il comportamento della nostra struttura in relazione ai modi guidati. Il
grafico che otteniamo è proprio il grafico di una circonferenza con centro
nell’origine e raggio pari a ω √ ( ε 1−ε 2 ) μ0.

Andiamo a considerare le linee equivalenti a questa struttura lungo l’asse x .

Ey ζ ω μ0
Z TE ( x )=

H z =H cos θ=H
kx
k
Hz
Z TE=

E k
H kx
= 0
ε1
}
μ ω √ μ0 ϵ 1
kx


ZT E =
k1
ω μ0
− j α2
{ ZT E =

2
1
x

Quindi possiamo schematizzare la nostra


guida come in figura.

Per la condizione di risonanza trasversa


abbiamo che:

ω μ0
j ( Z T E tan k 1 a ) + Z T E =0 ⇒ Z T E tan k 1 a+ =0 ⇒
1 x 2 1 x
α2 x

α 2 =−k 1 tan−1 k 1 a
x x x

Analizzando il risultato ottenuto con quello precedente abbiamo che

k 12x −α 22x =ω 2 ( ε 1−ε 2 ) μ0


{ α 2 =−k 1 cot k 1 a
x x x

Moltiplichiamo la prima equazione ambo i membri per a 2 e la seconda per a

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2 2
t s

{

a k −a⏞
2 2
α =ω a ( ε −ε ) μ
1x


s


a α =−a
2

k cot k
2x
2
2x
t
2

1x
2
1

1x a
2 0

Fissiamo il materiale e quindi fissiamo α 2 e lo fissiamo in modo che α 2 >0.


x x

La possibile soluzione delle equazioni sono i punti di intersezione tra i grafici


delle due funzioni.

Dalla soluzione in figura è possibile fare le seguenti osservazioni:

 I modi guidati possono esistere solo se l’equazione della circonferenza ha


un raggio positivo, quindi deve risultare ε 1> ε 2 affinché ci sia intersezione
tra la tangente e la parabola.
 Il numero delle intersezioni fissata la frequenza sono un numero finito,
questo significa dire che i modi TE e TM sono un numero finito, per cui
non rappresentano una base completa, a differenza delle guide metalliche.
Il numero di intersezioni cresce all’aumentare della frequenza, in quanto
aumenta il raggio della circonferenza.
 Al variare della frequenza cambia il corrispondente valore di k 1 e questo x

significa che gli autovalori trasversi sono funzioni della frequenza. Quindi
è preferibile lavorare ad alta frequenza con queste guide perché avendo un
valore di α maggiore l’onda evanescente avrà maggiore attenuazione e
quindi il campo sarà più confinato.

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 A differenza delle guide metalliche che hanno un comportamento passa-
alto, in queste guide in linea di principio non c’è filtraggio. Infatti,
possiamo abbassare la frequenza riducendo il raggio della circonferenza e
avere comunque almeno una intersezione e cioè un modo di propagazione.
 Le pulsazioni di taglio sono le pulsazioni minime perché i vari modi
vadano in propagazione (per ω=ω t ⇒ α 2 =0 ¿. Questo vuol dire che fino a
x

che la frequenza non fa sì che la circonferenza non arrivi a intersecare la


tangente quel modo non esiste. Più è grande a (lo spessore) più è bassa la
frequenza di cut-off.

Considerando la profondità di penetrazione posso mettere un cledding di


dimensione piccola dopodiché posso completamente eliminare il materiale.

Analizzando il diagramma di Brouillon si vede che il mezzo è dispersivo.


Questa dispersività ha effetti sul rapporto segnale rumore e per ridurla devo
ridurre la distanza. Se la guida viene curvata ho delle zone dove l’angolo
d’incidenza che è minore dell’angolo limite, quindi c’è trasmissione di
potenza all’esterno.

Se chiudo la guida avrò una frequenza di cut-off che dipenderà dalle tre
dimensioni (ho una cavità risonante). Le antenne a fessura sfruttano questo
tipo di struttura, se si analizza il campo magnetico sulla superficie della
“scatola” e faccio una fessura in modo da concatenarsi alle linee di campo, le
linee sono obbligate a modificarsi permettendo quindi di irradiare un campo.

Bibliografia

[1] O. M. Bucci, Campi Elettromagnetici.


[2] P. Mazzoldi, M. Nigro e C. Voci, Fisica Vol.2, EdiSes, 2001.

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