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Un giorno… non ora

di Angela Civera
Capitolo 1

Dalla soglia che conduceva nello studio, dove nei momenti bui
Eter amava rifugiarsi, Gerry osservava di nascosto la sua
compagna.
Nella penombra, generata dalla flebile luce della lampada
liberty, riusciva a intravedere il contorno elegante della sua
slanciata figura, non di certo conforme ai canoni di bellezza che
inneggiano a corpi femminili dalle forme generose e materne.
Gli era piaciuta sin dal primo momento Eter, anche se
sicuramente, di primo acchito, lei lo aveva considerato sola-
mente un ragazzino.
La trovava originale nella sua unicità ed era rimasto
immediatamente affascinato da quella donna vera, che nulla
aveva da spartire con le ragazzette che era solito frequentare.
Di lei l’avevano colpito l’insolito taglio di capelli, alla garçonne,
che le conferiva un’aria sbarazzina e contrastava in modo netto
con la sicurezza che traspariva dall’aspetto della sua persona,
curato in ogni minimo dettaglio.
All’inizio della loro frequentazione, erano state diver-se le
occasioni in cui gli amici, prendendolo in giro, gli avevano
ironicamente ricordato l’esasperata perfezione con cui quella
donna tanto più “grande” si presentava agli occhi altrui.
«Deve competere con le tue amiche venticinquenni» lo
canzonavano.

Lui si lasciava scivolare addosso, i sarcasmi di cui era oggetto.


Le loro argomentazioni lo lasciavano indifferente: “Sono solo
stupide battute di ragazzotti dal pensiero sterile.”
Pensava a Eter: la vedeva dolce come sapeva essere lei, fragile
di fronte a un affronto, stizzita in un moto di rabbia, sola e
rintanata nel guscio dei propri pensieri nei momenti bui.
La molteplicità di quei volti aveva un significato e un valore
tutto particolare per Gerry. Contribuiva a renderla una donna
dalle mille sfaccettature, ognuna delle quali emanava un
proprio raggio di luce.
In questo stava il mistero di ciò che l’aveva affascinato, ma
anche la causa di quello che, a volte, lo lasciava sgomento.
Temeva che non sarebbe mai arrivato a capirla nella sua
completezza. Gli sembrava di riuscire, di volta in volta, a
prender possesso di una sola immagine di lei, ma questo lo
ammaliava ancor di più.
L'amava follemente. per questo ignorava le vane considerazioni
altrui. Eter era una bella donna, aveva parecchi corteggiatori e
non sarebbe mai ricorsa a sotterfugi per conquistarlo,
nonostante i loro quasi quindici anni di differenza.
Sapeva benissimo Gerry che quella, con cui lei si presentava
agli altri, era una facciata dipinta ogni giorno di fresco: la sua
maschera quotidiana.
Ogni mattina la indossava come di difesa, affinché fungesse da
filtro fra l’esterno e la sua anima, cosicché nessuno potesse
leggerle dentro e arrivasse a scoprire il disordine rovinoso che
la devastava da sempre.
La distanza provocata dalla sua perfezione, gli aveva spiegato,
doveva servire a preservarla da altri incontri sbagliati: quelli
con persone, cui spesso si era mostrata in tutta la sua nuda
fragilità e che troppe volte l’avevano lasciata sola a medicare
ferite sempre più profonde. Tante per lasciare spazio ad altre
ancora.
la malcelata malinconia, che traspariva dai profondi occhi scuri,
era stata la nota della controversa personalità di Eter che, più
di altre, l’aveva affascinato facendolo innamorare
immediatamente di lei.

La vedeva così indifesa, nonostante la sua apparente sicurezza


e desiderava proteggerla.
Sembrava ci fosse in lei un febbrile bisogno di ricevere e, forse
per questo, era sempre pronta a donare a piene mani.
Era tanto generosa, quanto inquieta; lo era sempre stata,
anche con lui: molte volte gli aveva dato tutta se stessa e tante
altre gli aveva rinfacciato di averlo fatto.
Anche adesso, nel momento in cui la stava osservando, Gerry
riusciva a cogliere un nervosismo febbrile nei suoi movimenti
compulsi e ne conosceva perfettamente la ragione: quella sera
avevano litigato e lui se n'era andato sbattendo la porta.
Era sceso in strada, per prendere l’auto; quando si era accorto
di avere dimenticato le chiavi, era risalito e aveva scorto Eter
entrare nello studio.
L’aveva seguita fin sulla soglia; lei non si era resa conto di
nulla, così non aveva avuto il coraggio di chiamarla e si era
fermato a osservarla, mentre cercava freneticamente tra i
dischi impilati alla bell’e meglio. Trovato ciò che desiderava, si
era affaccendata ad accendere il lettore cd.
La musica blues si era diffusa sommessamente per tutta la
stanza e finalmente, in quell’atmosfera soffusa, gli era
sembrato di vederla trovare pace.
Il blues, sapeva Gerry, era stato Ludovico, tanto tempo prima, a
farglielo amare.
Con aria stanca, la vide sdraiarsi quasi languidamente sul
divano, riuscì anche con quel gesto ad affascinarlo, come
sempre. C’era qualcosa d’insolito in lei: la sua era una bellezza
tutta particolare: il pallore del viso, la piega amara della bocca
e quegli occhi così fondi che ci potevi leggere dentro tutta una
vita esercitavano sugli altri l’attrazione dettata dallo sguardo di
una persona che si è lasciata alle spalle esperienze molto
dolorose.

La guardò portarsi, con gesto usuale, le mani ai capelli e


allontanare la pesante frangia, che le era ricaduta sulle
palpebre chiuse.
“Eter e i suoi capelli...” pensò. “ribelli come lei, del resto.”
Neanche nella capigliatura aveva voluto uniformarsi Eter
all’ordinario e lo sapeva bene a quale prezzo aveva pagato
tutto.
Li stava tormentando anche quella sera i suoi capelli,
stuzzicando continuamente le ciocche lucide e scure;
succedeva sempre così, quando era insoddisfatta.
Li lavava e rilavava. non andavano mai bene in certi momenti.
Come se il suo tormento interiore, all’improvviso, prendesse
forma in loro e lei, ricomponendoli, tentasse vanamente di dare
ordine alla propria vita.
Non li amava. Come non amava se stessa. Come, ripeteva
spesso, gli altri non amavano lei. Era forse per questo che a
volte appariva tanto infelice? lo era stata sicuramente anche
quella sera, quando aveva
quasi gridato: «Vai da solo al concerto; non ho tempo da
perdere; preferisco rimanere a casa.»
Forse non aveva torto: era una serata d’autunno fredda e
piovosa, le gocce di pioggia che scorrevano lungo i vetri delle
finestre trasmettevano un senso di gelo, ma Gerry a quel
concerto teneva proprio e avrebbe desiderato ci fosse Eter a
fargli compagnia, così aveva insistito; lei non ne aveva voluto
sapere e alla fine avevano litigato.
Gerry stava ripensando ancora a quel litigio, mentre la
osservava di nascosto con evidente inquietudine, quasi fra loro
si fosse interposta una nuova distanza.
Avrebbe voluto chiederle scusa, andarle vicino, stringerla fra le
braccia e farsi perdonare, ma non aveva il coraggio di farlo.

Una nota amara gli increspò le labbra, impercettibili rughe,


dettate dal dolore e non certo dall’età, gli solcarono il volto, le
palpebre gonfie gli ricaddero quasi sugli occhi assonnati (da
diverse sere non riusciva a riposare bene).
Avrebbe voluto dirle qualcosa, a giustificazione di quello che
era appena successo, ma la conosceva e sapeva che l’u-nica
cosa che lei desiderava, in quel momento, era rimanere sola
con se stessa.
Per questo lentamente uscì da casa.