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Diritto processuale penale - lezione 16 marzo 

Il prof fa un breve riepilogo delle lezioni precedenti e spiega che quando si studia il processo penale si
parte dalla lettura della norma parola per parola, interrogandoci sul significato lessicale della norma.
Bisogna sempre porsi due domande: che cosa significa e perché. Queste due domande ci aiutano a
capire come mai il legislatore disciplina un istituto in una certa maniera. Per rispondere alla prima
domanda serve conoscere bene l’italiano; per la seconda, invece, bisogna avere le idee chiare su quale
sia il leitmotiv che ha ispirato il legislatore. Bisogna avere chiaro il modello di ispirazione. Per modello si
intende una estrapolazione concettuale elaborata dagli studiosi mediante l’esame dei vari sistemi per
cogliere degli aspetti comuni a tutti i sistemi di un certo tipo; i modelli tipo sono quello inquisitorio e
accusatorio che hanno ispirato un vario momento storico secondo la cultura e il regime politico di quel
popolo. 

A grossi linee il modello inquisitorio è efficientista, volto a centralizzare la figura del giudice (esempio:
l’inquisizione medievale). Si aveva una fiducia cieca nel giudice inquisitore poiché illuminato da Dio (ciò
che accadde, all’epoca, nei regimi dittatoriali e ciò che continua ad accadere, oggi, negli istituti islamici).
Il modello inquisitorio è un modello nel quale il giudice in tempi rapidi raggiunge un risultato e dà una
certezza; dà anche una risposta punitiva alla commissione dei reati. In questa maniera realizza anche
un obiettivo: far capire alla gente che chi deinque va in galera. In questo modo sul piano
della prevenzione speciale si elimina il presunto colpevole; su quello della prevenzione generale si
induce la gente ad avere timore della giustizia. La cultura inquisitoria ha i caratteri della sicurezza, della
scrittura ed è una cultura in cui vige la prova legale (una prova in cui il risultato è già assicurato dalla
prova stessa). Ad esempio: la confessione è una prova legale. Se io per risolvere un processo devo
ottenere la confessione e la confessione posso ottenerla soltanto con la tortura, allora torturerò
l’imputato affinché confessi; in questa maniera risolvo il processo in tempi rapidi. 

Il modello accusatorio, invece, è tipico dei sistemi democratici e liberali in virtù dei quali si rispettano i
diritti del cittadino come principale regola ispiratrice e si ritiene di percorrere l’iter processuale nel diritto
di tutti (partendo dal diritto di difesa dell’imputato).

Il primo problema da porci: qual è la funzione del processo. La funzione è quella di accertare.


L’obiettivo del processo è ottenere un accertamento affidabile. Il processo quindi in sé per sé serve ad
accettare innanzitutto il fatto che costituisce oggetto dell’imputazione. 

Il diritto processuale invece ha una funzione diversa; è strumentale rispetto alla funzione del processo.
Cioè: se il processo serve ad accertare un fatto ben determinato, il diritto processuale serve a
descrivere e definire il percorso che si deve seguire per effettuare tale l’accertamento. E se l’obiettivo
del legislatore è avere un accertamento che dia un risultato affidabile, è necessario scegliere il percorso
più idoneo. I due modelli tutto sommato tendono a realizzare questo obiettivo utilizzando però metodi
diversi; uno basato sull’efficienza, l’altro basato sulle garanzie.  

                    Il nostro sistema attuale

Il codice del 1930, nato in epoca fascista, era connotato da una cultura fortemente autoritaria. Era
considerato un codice misto. Esso era caratterizzato da: 

 una fase istruttoria in cui padrone era il giudice istruttore o il pubblico ministero
 e una fase dibattimentale dove si riascoltavano le prove e si discuteva sulle stesse.

Il legislatore, dopo l’entrata in vigore della costituzione del 48, cerca di modificare questo codice a suon
di garanzie. Si è cercato (mediante il cosiddetto “garantismo inquisitorio”) di inserire le garanzie nella
fase dell’istruzione al fine di anticipare il diritto di difesa (art.24 comma 2 cost.) alla fase delle indagini
(fase nelle mani del PM e del giudice istruttore). Il codice del 1988 ha voluto realizzare una rivoluzione
rispetto al codice precedente: il legislatore decise di abbandonare il meccanismo originario
dell’istruzione. 
Secondo il codice del 30, quando arrivava la notizia di reato il PM era tenuto ad avviare l’istruzione.
(Istruzione significa raccolta e formazione delle prove; prove che sono poi utilizzate dal giudice per
pronunciare e motivare la sentenza). 

Il PM, quindi, dopo la notizia di reato cominciava l’istruzione sommaria; il più delle volte mandava gli
atti al giudice istruttore, il quale si occupava dell’istruzione formale. Entrambi, da soli, ricercavano ed
acquisivano le prove; essi lo facevano in segreto senza la partecipazione della difesa. (In realtà
soltanto in un secondo momento, nella fase del garantismo inquisitorio, alcuni atti avvenivano alla
presenza del difensore). 

Dopodiché le alternative (sempre secondo il codice del ‘30) erano le seguenti: 

1. Archiviazione per infondatezza della notizia di reato su richiesta del PM: il giudice emetteva
soltanto il decreto di archiviazione.
2. Si rinviava a giudizio. In questo caso, poiché il processo era cominciato con la notizia di reato,
si aveva una prima fase del PROCESSO in cui si istruiva la prova. Una volta che le prove erano
ritenute sufficienti, si rinviava a giudizio e cominciava il dibattimento. Il giudice del dibattimento
riceveva il fascicolo dell’istruzione ossia il fascicolo creato dal PM e dal giudice istruttore.
Dopodiché, nella fase del dibattimento, si richiamavano l’imputato e i testimoni e si chiedeva a
questi se confermassero o meno ciò che avevano detto nella fase delle indagini.
Successivamente si discuteva sulla prova. Infine il giudice si ritirava in camera di consiglio e
deliberava.

Il legislatore del 1988 ha voluto prendere le distanze da questo meccanismo. 

Esempio dell’avvocato civilista: se subisco un tamponamento stradale mi rivolgo ad un avvocato


civilista e spiego cos’è successo; costui verifica il da farsi e procede con le indagini. Alla fine delle
verifiche (ovviamente senza avvertire il possibile e eventualmente futuro convenuto) l’avvocato, avendo
concluso la sua attività preparatoria, può dirci che: 

1. Non ci sono gli estremi per procedere al processo. Restituisce le carte e la cosa si conclude. 
2. Se si accorge che esistono elementi per andare avanti, può cominciare il processo. Come
comincia il processo civile? L’avvocato prende la procura e procede con la citazione. Egli
diventa procuratore dell’attore (l’attore siamo noi) citando un convenuto a comparire dinanzi ad
un giudice terzo ed imparziale.

Quindi? Quindi tutta l’attività che ha compiuto l’avvocato precedentemente rimane nel suo fascicolo! Il
processo nasce quindi con l’esercizio dell’azione e poi si evolve in quella fase di processo durante il
quale verranno acquisite le prove dinanzi ad un giudice.

Trasportiamo quest’esempio dell’avvocato civilista in ambito penale. Capiamo che è questa la logica
che ha fatto il legislatore del 1988.

Arriva una notizia di reato al PM; egli la riceve. In che modo? Magari perché c’è una denuncia da un
privato, magari la polizia giudiziaria ha arrestato una persona in fragranza di reato, magari lo stesso
PM, mentre ascolta Tizio durante un interrogatorio, scopre un altro reato. In ogni caso il punto che si
vuole intendere è che il PM è un po’ come l’avvocato civilista dell’esempio precedente: arriva la notizia
di reato ed è tenuto ad iscriverla (nominativa nel caso in cui si conosce il nome dell’imputato; non
nominativa nel caso opposto) nel registro delle notizie di reato. 

A questo punto comincia l’attività di indagini preliminari (N.b.: non di “istruzione”). Questa fase serve
soltanto al PM perché possa agire come l’avvocato dell’esempio e cioè: scegliere se ci sono o meno le
condizioni per esercitare l’azione penale. Tutta l’attività di indagini, quindi, è interna ed è coperta
totalmente da segreto. Questo vale anche per la persona sottoposta alle indagini nei confronti di cui si
procede: essa non deve sapere nulla a meno che non si debbano compiere atti garantiti ed
irripetibili. 

Esempio di atti garantiti ed irripetibili: c’è una persona morta in ospedale. I familiari di questa persona
parlano di episodio di mala sanità e denunciano la cosa al PM. Il PM, in questo caso, deve fare un
accertamento tecnico ed irripetibile: l’autopsia. In questi casi bisogna fare un informazione di
garanzia non soltanto a colui che potrebbe diventare imputato ma anche a tutti coloro che potrebbero
avervi interesse (i familiari del defunto). In questo caso il segreto delle indagini viene meno. 

Altro esempio: il PM si rende conto che c’è il pericolo che una persona fugga o commetta altri reati
della stessa specie o, ancora, che inquini il materiale probatorio. In questo caso può chiedere al giudice
delle indagini preliminari (che è un giudice ad acta; compare solo se viene richiesto) che venga emessa
un’ordinanza cautelare. In questo caso il soggetto verrebbe a saperlo perché, appunto, viene arrestato. 

La regola generale è, però, che l’attività delle indagini sia segreta. Questo significa che in caso di
archiviazione la persona interessata potrebbe non sapere mai di essere stata indagata. Questa fase
delle indagini preliminari, quindi, non è funzionale alla raccolta delle prove ma unicamente a consentire
al PM di stabilire se esistono o meno gli elementi per esercitare l’azione. Una volta terminate le
indagini, il PM può: 

1. Chiedere l’archiviazione. In tal caso la persona sottoposta alle indagini non saprà mai di esserlo
stata. Attenzione: “chiedere l’archiviazione” significa, appunto, che non è il PM a disporla.
L’art.112 cost. prevede l’obbligatorietà dell’azione penale. La richiesta del PM di procedere
con l’archiviazione deve essere vagliata da un organo dotato di giurisdizione il quale verifica se
le indagini sono effettivamente complete e se è vero che non esistono estremi per procedere
all’azione. Chi è questo giudice? Il giudice per le indagini preliminari. (Nella fase delle
indagini non c’è un “giudice delle indagini” ma un “giudice per le indagini” che può non esserci
se non quando si venga chiesta l’archiviazione). In gioco c’è la pretesa punitiva dello stato e gli
interessi dei privati: ogni qualvolta venga in gioco l’interesse del privato, le decisioni devono
essere adottate da un giudice perché per influire sui diritti soggettivi ci vuole sempre l’intervento
di un organo dotato di giurisdizione. E il PM non è un giudice. Il PM è un magistrato ma non è
dotato di giurisdizione e non può prendere decisioni che comprimono i diritti del cittadino. Nel
caso in cui, però, il giudice decida di non emettere il decreto di archiviazione perché ritiene che
la richiesta non è giusta, può richiedere al PM a compiere ulteriori attività di indagini o in alcuni
casi di esercitare l’azione penale proprio perché il giudice non può esercitarla (in virtù
dell’art.112 cost. il titolare dell’azione penale è solo il PM perché è l’attore). 

1. Il PM ritiene che ci siano gli elementi per procedere. Fa un avviso alla persona sottoposta alle
indagini informandola che sta per chiedere il rinvio a giudizio. Se questa persona non offre
elementi tali da fargli cambiare idea si procede con l’esercizio dell’azione penale. Come si
esercita l’azione penale? Mediante la formulazione dell’imputatazione. Cioè: tutta la fase
delle indagini preliminari è procedimentale per le indagini e non processuale. Essa serve al PM
per determinarsi sull’esercitare o meno l’azione penale. Se non la esercita non c’è processo; se
la esercita nasce il processo. Quindi il processo penale non nasce con le indagini
preliminari ma all’esito delle stesse soltanto nel caso in cui il PM eserciti l’azione penale
mediante la formulazione dell’imputatazione. 

Deve essere chiara la netta separazione fasica: una fase del procedimento per l’azione e una fase del
processo. Il processo nasce come in quello civile con l’azione. Nel momento in cui il PM esercita
l’azione abbiamo un attore, un convenuto (che non è più “persona sottoposta ad indagini” perché le
indagini sono concluse, quindi diventa imputato) presentati davanti ad un giudice. 

Nel giudizio ordinario il giudice è il giudice dell’udienza preliminare e non per le indagini preliminari


(quest’ultimo era quel giudice ad acta che interveniva solo in casi particolari ossia quando si aveva il
rischio della compressione di un diritto del cittadino). Tale giudice deve controllare l’azione; è
nell’interesse della giustizia controllare che non si ingolfi la stessa con azioni inutili. Egli deve
controllare se si è fatto bene o si è fatto male a scegliere di esercitare l’azione penale; 

 se ritiene di aver fatto male emette una sentenza che si chiama sentenza di non luogo a
procedere, il che bonariamente significa che allo stato degli atti non ci sono le condizioni
affinché si vada avanti con un giudizio dibattimentale.  
 se ritiene di aver fatto bene, emette il decreto che dispone il giudizio; non appena lo emette
deve formare il fascicolo per il dibattimento.
È un momento cruciale. 
Qui si verifica il caso del “doppio fascicolo”: 

1. da un lato tutto gli atti compiuti nella fase delle indagini preliminari vengono restituiti al PM e al
giudice del dibattimento ne è vietata la conoscenza perché essi non si sono formati nel rispetto
del contraddittorio.
2. dall’altro lato si forma il fascicolo per il dibattimento in cui troviamo il decreto che dispone il
giudizio (un decreto che non è motivato e che ha soltanto l’imputazione e cioè la descrizione in
maniera chiara e precisa dei fatti contestati, della condotta e dell’evento verificatosi. Serve
praticamente a far capire al giudice qual è l’oggetto dell’accertamento). Oltre a questo decreto
nel fascicolo troviamo soltanto i verbali degli atti irripetibili compiuti durante la fase delle
indagini preliminari. Tutto ciò che è ripetibile (ad es: le dichiarazioni delle persone informate sui
fatti che poi diventeranno i c.d. “Testimoni”, gli interrogatori dell’imputato, le relazioni di
consulenza, etc) non può essere conosciuto dal giudice del dibattimento e viene inserito nel
fascicolo del PM in virtù del principio di impermeabilità fasica: il risultato dell’attività delle
indagini non devono confluire nel dibattimento e non possono influire sul convincimento del
giudice. 

Quindi una volta emesso il decreto che dispone il giudizio, il giudice dell’udienza preliminare fissa un
udienza dinanzi ad un giudice terzo, ossia il giudice del dibattimento; egli procederà alla formazione
della prova nel rispetto del contraddittorio (la c.d. “Cross examination”).

All’esito del dibattimento e sulla base delle prove formate nello stesso dibattimento (ad eccezione di
quelle formate prima soltanto perché irripetibili) il giudice del dibattimento pronuncerà la sentenza. 

Contro questa sentenza si potrà procedere con l’appello; ci sarà il giudizio di merito di appello di II
grado contro il quale è possibile ricorrere per cassazione soltanto per vizi di legittimità. Questo è il
percorso del procedimento ordinario. 

Accanto al procedimento ordinario il legislatore ha previsto dei riti speciali. (Il professore ritiene che si
chiamino “riti differenziati”). Essi rappresentano, in sostanza, la possibilità di definire il processo non
seguendo questo percorso descritto finora bensì un percorso più snello. I primi tre riti di cui parliamo
sono quelli che chiamiamo “inquisitori” ossia riti che consentono la pronuncia di una sentenza sulla
base degli atti delle indagini preliminari. Perché ciò possa avvenire, cosa è indispensabile per non
derogare al principio del contraddittorio? Che l’imputato lo richieda. Questa sua acquiescenza
all’attività del PM fa sì che quegli atti che non sono nati come prove diventano delle vere e proprie
prove. Per incentivare quest’iniziativa dell’imputato e quindi ridurre i casi del dibattimento, il legislatore
riconosce un premio per l’imputato: la riduzione di 1/3 della pena. 

Attenzione: non si parla della pena in astratto ma della pena che l’imputato meriterebbe. Ad esempio: il
giudice ritiene che nel caso di specie si debba procedere con la pena di un anno e sei mesi (18 mesi).
Dopo aver calcolato le attenuanti e dopo aver considerato la “buona intenzione” dell’imputato a non far
perdere tempo inutile alla giustizia con la richiesta del rito abbreviato, il giudice può decidere di
togliere 6 mesi alla pena. 
In grossi linee questo è il rito abbreviato. 

Il patteggiamento sarebbe invece l’applicazione della pena su richiesta delle parti: PM e imputato si


accordano su una pena da applicare e propongono questa loro intesa al giudice. Il giudice controlla se
l’accordo è legittimo e se la pena da applicare è congrua al caso concreto e procede alla riduzione della
pena fino ad 1/3. Se è d’accordo pronuncia una sentenza di applicazione della pena su richiesta
delle parti che non è una sentenza di condanna ma una sentenza equiparata ad una sentenza di
condanna. Essa comporta, rispetto all’abbreviato, ulteriori premi. Ad esempio: dopo due anni per le
contravvenzioni e cinque per i delitti, si estingue il reato. 

Questi due giudizi sono basati sempre sulla volontà dell’imputato. Il terzo giudizio è il procedimento
per decreto che riguarda soltanto l’applicazione di pene pecuniarie. In tal caso il PM può richiedere al
giudice l’emissione di un decreto penale di condanna e lo notifica ad una persona che non sa neanche
di essere stata sottoposta a procedimento (prima) e (ora) a processo. Tale persona può: prestare
acquiescenza al decreto consentendo, così, che venga giudicato sulla base degli atti del PM o proporre
opposizione e in quest’ultimo caso si apre un giudizio dinanzi al giudice del dibattimento. 

Vi sono, poi, altri due riti “accelerati” che a differenza di questi primi tre sono senza una fase di indagine
(o, se esiste, è ristrettissima). 

1. Il giudizio immediato 
In questo caso si salta l’udienza preliminare perché la prova è evidente. Qui il PM chiede al
giudice per le indagini preliminari il decreto di giudizio immediato; se ricorrono le condizioni, il giudice lo
emette e si va direttamente davanti al giudice del dibattimento senza passare per la fase “di filtro”, “di
controllo” sull’azione ad opera del giudice dell’udienza preliminare. 

1. Il giudizio direttissimo
Ad esempio: si arresta un rapinatore colto sul fatto, il poliziotto in borghese lo porta in caserma e viene
chiamato il PM. Si porta la persona davanti al giudice e nel giro di 24h si fa la convalida dell’arresto in
flagranza e immediatamente dopo si fa il giudizio per direttissima. Salta tutta la fase delle indagini
preliminari sulla base dell’evidenza di una flagranza di reato. 

Quindi ricapitolando la cosa importante è che sia chiaro l’iter: 


 Fase delle indagini per l’azione. È una fase procedimentale. 
 Esercizio dell’azione. Nasce il processo con attore, convenuto e giudice. 
 Giudizio dibattimentale. Qui il giudice del dibattimento non può conoscere gli atti del fascicolo
del PM. 

La scorsa volta abbiamo parlato del principio di contestazione. Ora continuiamo con gli altri. Perché
sono importanti i principi? Perché quando ci poniamo la domanda del perché esiste una norma X,
dobbiamo sapere quali sono i principi ispiratori del modello processuale. In questo modo riconosciamo
di ogni norma la sua funzione. 
Poiché il nostro è un sistema ispirato al modello accusatorio avremo principi tipici di questo sistema.
Abbiamo parlato più volte del fatto che il processo nasce con l’azione penale e che questa si esercita
mediante la formazione dell’imputazione che deve essere fatta in modo chiara e precisa. Che vuol dire
questo? Se ricordiamo qual è la funzione del processo (quella di accertare il fatto di cui l’imputato è
accusato) capiamo che il giudice, così, è investito del potere/dovere di accertare il fatto che si contesta
all’imputato. Quindi nel decreto che dispone giudizio o nel giudizio immediato (che è la stessa cosa) ci
sono degli articoli di legge e un fatto.
Per esempio l’imputazione in un processo di omicidio è la seguente: Tizio, accusato del delitto di cui
all’articolo 575 e 61 del c.p. per avere ucciso Sempronio mediante percosse inferte con corpi
contundenti che ne hanno provocato la morte e ciò per un motivo futile. 
Questa descrizione del fatto, oltre alla qualificazione giuridica, vincola il giudice e consente il diritto di
difesa. Quindi affinché ci sia un processo ciò che non può mancare è la contestazione; senza
contestazione il giudice non sa cosa accertare.  

La prima funzione del principio di contestazione è, quindi, delimitare e definire l’oggetto


dell’accertamento nella logica della funzione del processo. Non solo ma l’imputazione, in realtà, serve
anche a consentire l’attuazione di altri principi, in particolare del principio di difesa. 

Pensiamo alla vita quotidiana: io litigo con il mio fidanzato. Si litiga sempre per un fatto e per litigare lo
si accusa sempre di qualcosa. C’è l’esigenza di individuare il principio di contestazione e bisogna
riconoscere sempre l’attuazione di tale principio; così capiamo che questo principio serve al giudice per
delimitare l’attività probatoria (che potrebbe andare all’infinito) ammettendo prove che siano pertinenti
all’accusa -che è stata mossa con l’azione penale- e non prove che riguardano la persona altrimenti il
processo non sarebbe il processo ad un fatto ma alla persona. Il processo serve ad accettare un fatto e
non se una persona è buona o cattiva. 

Torniamo ai principi. Per arrivare al principio di cui fra poco parleremo è necessario concludere un
ultimo passaggio del principio di contestazione. Abbiamo detto che il principio di contestazione è
servente rispetto al diritto di difesa in quanto delimita l’oggetto di accertamento del giudice e al
contempo consente all’imputato di difendersi. Ma da ciò che stiamo dicendo possiamo captare ancora
qualcos altro: di difendersi provando. 
Se, infatti, io non so di cosa sono accusato, come faccio a difendermi? Se il fatto definito viene descritto
in forma chiara e precisa io posso trovare delle prove a mio vantaggio; ma se il fatto è generico io non
posso difendermi provando. 

I principi solitamente convergono gli uni con gli altri; talvolta accade che essi entrino in conflitto e che
uno affievolisca l’altro. Si affievolisce sempre il principio meno importante. Il principio di contestazione è
servente a quello di difesa. Gli altri? Dopo il principio di contestazione, c’è il principio del
contraddittorio. 

Il principio del contraddittorio 

Una possibile domanda è la seguente: come è definito tale principio del manuale di parte speciale? Gli
studenti spesso rispondono citando l’articolo 111 della costituzione. E sbagliano. Sbagliano perché tale
articolo è servito al legislatore con la L.2 del 1999 ad inserire nella costituzione il giusto processo
mutuato dall’art.6 della Cedu. L’articolo 111 è il primo articolo della sezione II (“Norme sulla
giurisdizione”) del titolo IV della costituzione appositamente dedicato alla magistratura. Nell’ambito del
giusto processo quindi vi è il contraddittorio ma non bisogna mai identificare il contraddittorio con il
giusto processo. 

Che cos’è il contraddittorio? 


Esempio: due fidanzati litigano. La prima cosa che succede è la contestazione (il litigio nasce per un
fatto). Dopodiché si litiga in base ad una accusa. Normalmente, poi, si corre da un amico comune ad
entrambi per raccontare l’accaduto. Mettiamoci nei panni di quest’amico equidistante dai due litiganti;
siamo chiamati a giudicare, siamo terzi imparziali. Che esigenza abbiamo? Ascoltare entrambi. Il
principio del contraddittorio, se lo applichiamo all’esperienza comune, trova la sua ragione d’essere
nell’esigenza del giudice. Ecco perché lo troviamo all’art.111 e non all’art.24 comma 2 (diritto di difesa).
È all’art.111 perché l’esigenza di ascoltare le parti è propria del giudice. Per giudicare imparzialmente è
necessario ascoltare entrambe le versioni insieme. Quindi il contraddittorio, inteso come l’ascolto di
entrambe le parti (possibilmente congiunto) è un’esigenza del giudice in primis; in secundis è il
riconoscimento di un diritto della persona accusata. Così facendo si assicura il diritto di questa persona
di difendersi e attraverso l’esercizio del suo diritto di difesa noi siamo aiutati ad assumere una posizione
che ci dà tranquillità di giustizia. Ecco come il diritto di difesa diventa uno strumento nel contraddittorio
funzionale ad assicurare l’efficienza dell’accertamento da parte del giudice. 

La scelta del contraddittorio come metodo dell’accertamento è una scelta non solo nel rispetto del
diritto di difesa ma anche un modo per assicurare un risultato affidabile e quindi rientra tra i principi
ispiratori del sistema in funzione dell’obiettivo del processo. Il contraddittorio serve a realizzare un
accertamento affidabile e garantito dove la garanzia non è un intralcio all’accertamento (come si
ragionava in una logica inquisitoria) ma la difesa diventa, attraverso il contraddittorio, uno strumento di
affidabilità del risultato. 

Nella logica del contraddittorio, basandoci sempre sull’esempio precedente, possiamo dire che oltre ad
ascoltare entrambe le campane abbiamo un’altra esigenza: vogliamo che le persone producano delle
prove, vogliamo ascoltare i testimoni dinanzi ad entrambe le parti. Il principio del contraddittorio quindi
consente anche l’esercizio del principio di difesa inteso come difendersi provando. 

Nel libro di parte speciale, dunque, è questa la definizione del contraddittorio: un diritto delle parti al
servizio del giudice. È un diritto delle parti quello di confrontarsi dinanzi ad un giudice terzo ed
imparziale (un diritto che ha in se anche il diritto di difesa inteso come difendersi provando) e che
assicura anche al giudice di non sbagliare. È servente al giudice. 

Nei lavori di modifica all’art.111 si era pensato di inserire il principio del contraddittorio all’articolo 24
della Costituzione come esplicazione del diritto di difesa in una logica di assimilazione dell’art.6 della
Cedu. Viceversa il legislatore non l’ha messo nel diritto di difesa ma nell’art.111, norma fondamentale
della giurisdizione. 
Il contraddittorio può essere distinto in vari tipi; se ne è già parlato anticamente. 

1. Nel codice del 1930 si parlava di contraddittorio. Nel manuale di Leone il contraddittorio
consisteva nella partecipazione contemporanea e contrapposta di tutte le parti al processo.
Leone, però, si basava su un codice che prevedeva che le parti si incontrassero a dibattimento;
un dibattimento fondato su prove assunte in fase istruttoria precedentemente all’esercizio
dell’azione penale. Quando si è cambiato codice si è avuta l’esigenza di concentrare il
contraddittorio nella fase di formazione della prova (e quindi nel dibattimento). Nonostante
questo già all’epoca esistevano dottrine che ritenevano il contraddittorio uno strumento
funzionale all’accertamento. 
2. Il legislatore del 1988 ha previsto una disciplina che ha dato vita al contraddittorio; ha previsto
che la prova si formasse in dibattimento dove il contraddittorio nella formazione della prova era
indispensabile per la conoscenza probatoria del giudice. Negli anni ‘90 abbiamo avuto le
sentenze n.24, 254, 255 della Corte costituzionale hanno determinato quello che il prof.Nobili
definiva “tonfo inquisitorio del processo penale”. Nel 1998 il legislatore cercò di reinserire il
contraddittorio nel processo penale come principio inderogabile per la formazione delle
prove; senonché la corte costituzionale con la sentenza n.361 del 2 novembre del 1998 ebbe
di nuovo una caduta inquisitoria che indusse il legislatore (con la maggioranza di 3/4 del
parlamento) a rispondere con una legge costituzionale.
 
In breve la corte diceva: non posso tenere in piedi queste norme che tutelano il contraddittorio a scapito
del diritto di difesa di colui che accusa perché il principio del contraddittorio non è nella costituzione.
Ecco perché il contraddittorio fu inserito nella costituzione e fu prevista addirittura una funzione
preminente dello stesso nel processo penale. Capito cos’è il contraddittorio domani passeremo
all’analisi dell’articolo 111 della costituzione.