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La querelle scattata( ed era inevitabile) in occasione del cento cinquantenario dell’Unità d’Italia e grazie alla attuale maggiore LIBERTA’

e CONOSCENZA
e della minore verità di Stato impostaci ( o di altro ente alla quale siamo purtroppo quotidianamente costretti e comunque avvezzi ed abituati) ci permette di
raccogliere i contributi di tanti. Alcuni posti da un lato, altri contrapposti, altri come il prof De Crescenzo( ci sembra, almeno) ben più equilibrati e
documentati e comunque tali da essere conosciuti e conservati. Per questo ve lo proponiamo. Il prof De Crescenzo scrive ad dr Raspa : “ dr. Raspa, ho
seguito l’appassionante dibattito sulla Calabria pre-unitaria e Le sottopongo alcune osservazioni da studioso di storia del Sud, specializzato in Archivistica e
convinto, come Lei, che il lavoro dello storico è “molto delicato” e che occorrono anni (e non “ore”, se mi consente la puntualizzazione) per ricercare ed
elaborare i documenti. Proprio in Archivio ho potuto constatare che l’arrivo di Garibaldi dalle nostre parti fu l’inizio della fine: altro che una “fortuna”. La
storia, del resto, bisognerebbe leggerla in maniera diacronica e non sincronica: ovvio, allora, che quella dei Borbone non fu l’età dell’oro, ma altrettanto
ovvio che, analizzando i dati relativi al PIL, ai redditi, all’occupazione o all’emigrazione dal 1860 ad oggi, le linee di sviluppo (al contrario di quanto
accadeva comunque fino al 1860) sono state sempre più negative per le Calabrie e per l’intero Sud e, dopo 150 anni, certi bilanci andrebbero fatti in
maniera serena e obiettiva, a meno che chi parla o scrive (e non è il nostro caso) non abbia tratto benefici magari familiari o personali da quelle situazioni
e, giustamente, non accetta di buon grado una totale “revisione” storiografica che possa evidenziarli: parliamo, ovviamente, di quelle classi dirigenti che,
decimate dalla cosiddetta “guerra del brigantaggio” e da un’emigrazione biblica prima del tutto sconosciuta (e questo è un parametro oggettivo per
confrontare pre e post-unità), si sono “selezionate” (dal 1860 ad oggi) dando spazio a quei pochi che si erano rassegnati alla situazione ed avevano iniziato
a “collaborare” (con spirito subalterno e spesso complice) con il sistema nord-centrico italiano e senza lasciare reali alternative ai cittadini che avrebbero
scelto (e scelgono) rappresentanti politici sistematicamente sradicati e privi della possibilità di rappresentarci, da destra come da sinistra. Di qui l’attualità e
la delicatezza di certi temi. Le classi dirigenti meridionali, del resto, non potevano che essere subalterne alle scelte politiche centro-settentrionali per restare
classi dirigenti e tramandarsi cariche politiche, cattedre universitarie o ruoli di intellettuali “ufficiali”. Subito dopo il 1860 furono licenziati gli impiegati delle
ferrovie giudicati dalla Polizia del tempo “reazionari” o “borbonici” (Archivio di Stato di Napoli, Fondo Ministero Polizia). Inutile dire come furono scelti i
docenti, i giornalisti o gli stessi politici e che possibilità avevano di affermare la verità storica e rivendicare le proprie ragioni. L’unica strada che possiamo
percorrere per “risarcire” i nostri antenati morti o partiti in questo secolo e mezzo è proprio quella della verità storica. Nell’attesa di classi dirigenti finalmente
fiere, orgogliose e degne di rappresentare il Sud di domani.
Ritornando comunque alle storie e citando (giustamente) le fonti come da Lei richiesto . A proposito di industrializzazione pre-unitaria, è ovvio che si
trattasse di un’industrializzazione in pieno sviluppo e che questo sviluppo fu interrotto in maniera traumatica, ma è utile riportare solo qualche esempio
significativo e riscontrabile presso l’Archivio di Stato di Napoli, in particolare presso i fasci del Fondo Agricoltura, Industria e Commercio (da 246 a 512) o,
per i dati relativi alle esportazioni, presso il Fondo Ministero Finanze: risultano, allora, fabbriche per le essenze di agrumi calabresi (olio di bergamotto,
con 200.000 libbre di produzione annuale): come sosteneva un attento cronista durante l’esposizione industriale del 1853, “le varie specie di agrumi che
per natura di suolo e di clima abbondevolmente si coltivano lungo le contrade marittime del Reggitano distretto, offrono il destro a quelli industriosi naturali
di estrarre dalla frutta (bergamotto, arancio, portogallo, limone, cedrato) l’olio volatile che chiamasi essenza”; un Nicola Barilla e un Luigi Auteri di Reggio
avevano inventato una macchina a tale scopo (Giacomo Maria Paci, Relazione della solenne pubblica esposizione di arti e manifatture del 1853,
Stabilimento Tipografico del Reale Ministero Interno, Napoli, 1854, pp. 109-110); pastifici (Cosenza e Catanzaro) con prodotti esportati anche a New York,
a Rio, a Odessa, ad Algeri, Atene, Malta, Pietroburgo o Amburgo; varie anche le fabbriche di liquori dolci, secondo la moda dell’epoca. Famosa la
produzione di liquirizie (in testa quelle del barone Barracco): gli stabilimenti più produttivi erano quelli di Altilia e San Lorenzo di Vallo (39 addetti).
L’esportazione di liquirizia verso gli U.S.A. era aumentata dopo i trattati di commercio da 1741 casse a 2417 casse e grazie alle nuove tecnologie utilizzate
era cresciuta la potenza della compressione, “era migliorata la distillazione, la raffinazione e cottura dei così detti brodi: si è giunto ad ottenere dalla radice
il venti per cento di liquirizia compatta, fragile, lucida, quale debbe essere per qualificarsi come ottima” (ibid). Gli oli della Calabria erano meno pregiati di
quelli pugliesi ma venivano prodotti in quantità considerevoli e spesso venivano trasportati a Gallipoli e mescolati a quelli pugliesi. Alto il numero di operai
impegnati nelle manifatture di panni a Morano (Castrovillari); significativa anche la lavorazione della seta organzina nel Cosentino a San Lucido, a
Cerisano (4 filande, una con macchina a vapore, circa 120 operai), a Mendicino (40 filande, 200 caldaie, 350 operai circa), a Marano Principato (2
filande, 29 operai), a Castelfranco (4 filande, 51 operai), a Dipignano (148 operai), a Carolei (589 operai per l'estrazione della seta), a Domanico
(70 operai), a Stigliano (2 filande, 72 operai), a Parenti (44 operai), ad Amantea (95 operai), a Lago (36 operai), a Paola (30 operai), a Fiumefreddo (60
operai), a Longobardi (116 operai), a Fuscaldo (82 operai), a Spezzano Piccolo (21 operai), a Grimaldi (64 operai), a Donnice (120 operai), ad Acri
(72 operai per la seta grezza, 42 per quella organzina), a Bisignano (69 operai), a Sammarco (48 operai), a Rende (70 operai), a S. Fili (161 operai), a
Marano Marchesato (177 operai), a Cervicati (39 operai), a Rossano (52 operai), a Corigliano (57 operai ai telai di felpa), presso la stessa Cosenza
(96 operai), a Catanzaro (circa 430 complessivamente gli addetti) e a Villa San Giovanni (con una filanda dotata di un apparecchio a vapore). Una
relazione dalla Società Economica di Calabria Ultra, da Catanzaro, informava che “quasi in ogni comune della provincia si facevano tessuti di lino […] e si
producevano tele, fazzoletti, coperte, tovaglie o biancheria da tavola di buona qualità”. Si distinguevano per le loro produzioni Catanzaro, Francavilla,
Gasperina, Tropea, S. Vito, Borgia, Chiaravalle, Pizzo, Monteleone, Cirò, il circondario di Tropea (ASN, MAIC, fasci 240-284). Intorno al 1850
furono concesse licenze per l’estrazione alla Società Anonima per la Lignite Fossile nel distretto di Monteleone, per il bacino carbonifero di Agnana,
per San Donato Val di Comino e per Pazzano, che forniva il ferro a Mongiana. Le ricerche e le aziende estrattive erano numerose: a Mesuraca e Petronà
presso Nicastro ci si aspettava l’oro ma si trovò la pirite, così come a Vallata dove fu estratto invece del bisolfuro di ferro; fu ritrovato anche dell’oro a
San Donato; ferro e grafite presso Catanzaro furono lasciate all’industria privata. Non mancavano i giacimenti carboniferi (Archivio di Stato di Napoli, fondo
Ministero Interni II Inventario, fascio 670 bis, anni 1855 e 1858).
Queste, per chiudere, le percentuali degli occupati nelle industrie all’atto dell’unificazione italiana: Nord-Ovest, 30,05%; Nord-Est, 14,78%; centro, 14,12%;
Sud, 41,04%... “Non esisteva, in sintesi, all’Unità d’Italia, una reale differenza Nord-Sud in termini di prodotto pro capite”, come dimostrano
inoppugnabilmente alcune recenti ricerche del CNR (V. Daniele e P. Malanima, 2007). Chiaro che le oltre 5000 fabbriche preunitarie meridionali
“deperirono rapidamente” sotto i colpi prima di un liberismo sfrenato e di un successivo e immediato protezionismo sabaudo mentre, ad esempio, le
locomotive necessarie alle ferrovie italiane furono appaltate a Genova senza neanche convocare Pietrarsa (o Mongiana). Avevamo il nostro sviluppo
industriale fortemente connotato in senso cattolico e teso a privilegiare rapporti umani e rispetto delle persone piuttosto che risorse e capitali (come
capitava in Inghilterra o nello stesso indebitatissimo Piemonte). E abbiamo lasciato da parte Ferdinandea e Mongiana (migliaia di occupati in un vero e
proprio “distretto industriale”): per il “palazzo” concesso a Fazzari faremo studi approfonditi ma certo è che (esattamente come capitò con le grandiose
officine di Pietrarsa affidate ad un tale Bozza e puntualmente chiuse), dopo due anni di gestione “italiana” la produzione di Mongiana si era più che
dimezzata avviandosi verso il fallimento.
Una sola postilla, però, in merito alla ormai antica questione delle ferrovie: nate a Napoli nel 1839 (prima ferrovia italiana), esse seguivano il loro sviluppo
inevitabilmente lento per le caratteristiche del territorio (basti pensare che i chilometri realizzati dai Borbone furono comunque superiori a quelli realizzati
dai governi italiani a Sud nei successivi 100 anni, con qualche carenza ancora addirittura attuale); nel contempo, però, a proposito di commerci, vantavamo
la prima flotta mercantile d’Italia (terza in Europa)… In quanto ai soliti dati sull’analfabetismo si incappa nel solito errore: le scuole pubbliche (funzionanti in
ogni comune borbonico) restarono chiuse per circa 10 anni dopo l’unificazione: i dati del censimento del 1861 sono evidentemente inaffidabili (chi poteva
realisticamente raccogliere dati con i Borbone ancora nel Regno, una guerra in corso e il “brigantaggio” che esplodeva?); più attendibili quelli del
censimento del 1871 con le conseguenze della chiusura piemontese delle nostre scuole.
In merito al bilancio del Regno Borbonico e allo “storno di denaro riscontrabile nel bilancio Piemontese”, pochi dati: secondo i famosi studi di Francesco
Saverio Nitti sull’economia italiana nella seconda metà dell’Ottocento, dei 668 milioni di lire depositati sui banchi di tutta l’Italia, ben 443 erano presso i
banchi del Sud a dimostrazione di un’economia forte e tutt’altro che statica se associamo quelle cifrer quelle utilizzate per “favorire l’industria” o, magari,
per le bonifiche (Francesco Saverio Nitti, Scienze delle Finanze, Pierro, 1903, p. 292). pensare, poi, ad uno stato piemontese così avanzato socialmente
quando sappiamo che il Regno di Napoli vantava la più alta percentuale di medici per abitante o la più bassa percentuale di mortalità (e di lavoro) infantile
(G. Berlinguer,“Vitalità”, Roma, 1970). Il Piemonte, dal 1848 al 1859, si indebitò per 952,9 milioni di lire, ma le spese “legittime” assommano a 495,9 milioni.
Come fu impiegata la differenza pari a ben 457 milioni di lire? Perché dal 1855 al 1859 non furono più presentati i bilanci per l’approvazione di legge? La
risposta di Savarese (storico esperto di finanze e tutt’altro che “morbido” con i Borbone) è che questi “contengono spese ingiustificabili, ovvero spese tali,
che un ministro non oserebbe confessare al cospetto del parlamento” (non escluso, quindi, il denaro impiegato nelle misteriose operazioni legate al
Risorgimento).
Nelle Due Sicilie, invece, il bilancio dell’anno 1860 prevedeva entrate per ducati 30.135.442, pari a 128,08 milioni di lire; prevedeva una spesa di ducati
35.536.411,35 pari a 151,03 milioni di lire. Si prevedeva dunque un disavanzo di ducati 5.400.969,35 pari a 22,95 milioni di lire, inferiore al valore in
portafoglio. Al termine dell'anno la tesoreria napoletana avrebbe dovuto presentare un avanzo di ducati 398.945,06 pari a 1,70 milioni di lire. L’invasione
mutò questa prospera situazione. Dal 1° gennaio al 30 giugno, le entrate si ridussero a ducati 13.563.968,92 e le spese assommarono a ducati
20.080.299,27. Sicché si verificò un disavanzo di ducati 6.516.330,35 pari a 27,69 milioni di lire (Relazione “Sacchi”, Ministero delle Finanze, Torino 1861;
Giacomo Bavarese, Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860, Napoli, Tipografia Cardamone, 1862). Più che ovvio che i milioni di lire
conservati nei nostri banchi (non esclusi neanche quelli privati e appartenenti ai Borbone) furono “inglobati” nel deficit conclamato delle finanze piemontesi-
italiane.
A queste cifre vanno aggiunte quelle dei beni privati dei Borbone (mai restituiti): e la cosa rende di fatto inconsistente la teoria secondo la quale “i briganti
furono assoldati”: chi avrebbe potuto assoldare e per oltre 10 anni centinaia di migliaia di persone? E con quali mezzi? Ovvio che si trattò di una vera e
propria guerra civile se è vero che, come sosteneva D’Azeglio (“noi non abbiamo il diritto di tirare aarchibugiate su quelli che non ci vogliono”), si dovettero
impiegare oltre 120.000 soldati piemontesi massacrando centinaia di migliaia di persone con licenza di saccheggiare e distruggere interi paesi o addirittura
di decapitare i prigionieri “per comodità di trasporto dei corpi” (cfr., tra i tanti, i raccapriccianti documenti conservati nella Busta 60 del Fondo Brigantaggio,
Ufficio Storico, Stato maggiore dell’Esercito Italiano). picciotti-mafiosi e sui camorristi-garibaldini così come sulla corruzione degli ufficiali borbonici, la
storiografia più aggiornata lascia ormai pochi dubbi. A cosa serviva, infatti, l’oro della massoneria britannica se non a preparare l’operazione-Mille
corrompendo alcuni ufficiali napoletani? Pochi giorni prima dello sbarco a Marsala non per caso c’erano più inglesi che siciliani. La cifra che fu affidata dai
massoni britannici di Edimburgo era pari a circa tre milioni di franchi in piastre turche (molti milioni di euro attuali) con il contributo di numerosi “fratelli”
americani e canadesi. Un recente convegno internazionale organizzato dalla stessa massoneria, dopo approfonditi studi effettuati negli archivi inglesi, ha
confermato ormai quella che molto spesso era definita come una semplice ipotesi (Giulio Di Vita, “Finanziamento della spedizione dei Mille”, in AA.VV., La
liberazione d'Italia nell'opera della Massoneria, Atti del convegno di Torino 24-25 settembre1988, a cura di Aldo A. Mola, Bastogi, Foggia, 1990). I
documenti relativi a quella imbarazzante contabilità li conservava Ippolito Nievo sull’”Ercole”, misteriosamente affondato al largo di Capri nel marzo del
1861 (il discendente Stanislao Nievo -scrittore e subacqueo- ha più volte affermato che si trattò di un sabotaggio o di un attentato).
A Napoli fu il ministro borbonico Liborio Romano (massone anche lui) ad organizzare il “consenso” attraverso efficaci accordi con i capi della camorra
napoletana così come i garibaldini Giuseppe La Masa e Giovanni Corrao avevano mobilitato mafia e “picciotti” (600 solo a Castelvetrano). La delinquenza
era diffusa anche nel periodo borbonico e pre-borbonico ma si trattava, comunque, di una delinquenza ordinaria più o meno organizzata e combattuta dalle
forze dell’ordine: nel 1860, per la prima volta, il potere stringe accordi con la malavita. Ordine pubblico garantito in cambio di incarichi, posti pubblici o
semplice tolleranza degli affari illeciti. Uno scambio tragico e ancora, purtroppo, drammaticamente attuale nato all’indomani dell’amnistia concessa il 3
luglio, un paio di mesi prima del famoso 7 settembre. “E’ roba d’ ‘o zì Peppe” era l’espressione utilizzata dai contrabbandieri soggetti ai superficiali controlli
della dogana dopo che gli accordi tra don Liborio e Salvatore De Crescenzo (“Tore ‘e Criscienzo”) erano già ampiamente ratificati. Più che imbarazzanti,
poi, le assegnazioni di pensioni di dodici ducati al mese alla Sangiovannara (la camorrista-tavernaia Marianna De Crescenzo) e a Carmela Faucitano,
Antonia Pace e Pascarella Prota, “esempi inimitabili di coraggio civile nel propugnare la libertà” (Gigi Di Fiore, La camorra e le sue storie, Torino, UTET,
2005, pp. 257-260; Liborio Romano, Memorie politiche, G.Marghieri, Napoli, 1873, pp. 50 e sgg;“Popolo d’Italia”, Roma, settembre-ottobre 1860).
Meglio sorvolare, infine, sulla “gestione” garibaldina del denaro a Napoli e a Palermo (che creò inquietudini perfino tra i Savoia) o sul dato che il nostro
eroe, tra stipendi, vitalizi, doni e isole di sua proprietà (Caprera) con aziende agricole e battelli, poteva disporre di 277 lire al giorno (circa 1100 euro attuali)
o su quell’imbarazzante prestito fatto dal Banco di Napoli al figlio Menotti (200.000 lire del tempo: oltre 800.000 euro attuali) e mai restituito per intervento
paterno… (Archivio Storico del Banco di Napoli; Domenico Demarco, “Un dono del Banco di Napoli a Menotti Garibaldi, in “Rivista Internazionale di Storia
della Banca Ginevra”, Institut International d'Histoire de la Banque n. 6, 1973, p. 223).
A questo punto, caro dr. Raspa, come non essere d’accordo con Lei: “la passione è cosa diversa dalla professione” e l’assunto dovrebbe valere anche
quando, con molta retorica ma con pochi documenti e fatti, si sostiene una tesi come quella da lei sostenuta (“per fortuna venne Garibaldi”).Nessuna
fortuna, dati storici alla mano, ma neanche la voglia di riportare un Borbone su un trono: solo la necessità (dopo 150 anni) di restituire verità ad
una storia che può essere ancora importante per noi napoletani, calabresi e italiani. saluti
Napoli, 23 agosto 2010 Prof. Gennaro De Crescenzo