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La manualistica genovese

per la preparazione degli uomini d’affari

di ANDREA ZANINI*

1. La formazione degli operatori economici genovesi

Lo sviluppo economico di Genova e della Liguria in Età medievale


e moderna deriva in buona parte dall’attività commerciale e finanzia-
ria esercitata da molti esponenti della nobiltà e della borghesia cittadi-
na. L’importanza e la varietà dei negozi di cui sono protagonisti ri-
chiedono la padronanza di determinate competenze tecniche, non solo
da parte di coloro che operano in ambito economico, ma anche di
quelle figure professionali che li affiancano e li supportano con speci-
fiche mansioni amministrativo-contabili. Il sapere mercantile di cui si
avvalgono gli uomini d’affari genovesi è frutto di una sedimentazione
e di un’evoluzione delle conoscenze sviluppate nei secoli precedenti;
si tratta molto spesso di nozioni squisitamente pragmatiche, stretta-
mente funzionali all’attività svolta e riviste in funzione delle esigenze
pratiche di questa.
In epoca medievale, dopo un insegnamento scolastico non specifi-
co, all’interno del quale aveva un ruolo importante lo studio del latino,
il mercante assimilava le competenze tecniche e professionali essen-

Università degli Studi di Genova.


Testo originariamente pubblicato nel volume Attori e strumenti del credito in




Liguria. Dal mercante banchiere alla banca universale, a cura di Paola Massa, Ge-
nova, 2004, pp. 43-63.

1
Andrea Zanini

zialmente durante il successivo periodo di tirocinio. Nel corso dell’Età


moderna, all’interno di questo processo formativo si registra un signi-
ficativo cambiamento: buona parte delle conoscenze che in preceden-
za venivano imparate durante l’esperienza di apprendistato, vengono
ora trasmesse agli aspiranti uomini d’affari all’interno di un percorso
di tipo scolastico.
Tra Cinque e Settecento, coloro che intendono apprendere quelle
nozioni essenziali per dedicarsi con profitto all’esercizio di un’attività
d’impresa hanno a disposizione diverse opportunità. Possono infatti
rivolgersi ad insegnanti privati, i maestri d’abaco, così chiamati già in
età medievale e ora indicati anche con il termine più ‘moderno’ di
aritmetici; essi impartiscono sia lezioni individuali, sia collettive; in
questo caso si delinea un contesto del tutto simile alla classe di una
qualsiasi scuola. In alternativa possono decidere di frequentare uno
degli appositi corsi tenuti dagli ordini religiosi. A Genova, oltre ai Ge-
suiti, attivi soprattutto nella formazione della classe dirigente, a partire
dal XVII secolo, nell’ambito delle opportunità formative specifica-
mente rivolte alla preparazione degli operatori economici, assume un
certo rilievo l’opera degli Scolopi.
La diffusione di appositi insegnamenti scolastici favorisce un pro-
cesso di organizzazione e sistematizzazione del sapere mercantile.
Dopo aver imparato a far di conto lo studente si confronta con i più
comuni problemi commerciali e apprende come effettuare i principali
computi finanziari e, infine, gli viene insegnata la tenuta delle scritture
contabili, che si basa soprattutto sul metodo della partita doppia.
Nella seconda metà del Settecento, seguendo un criterio che sembra
in uso da tempo, presso le Scuole Pie genovesi l’esposizione delle co-
noscenze essenziali agli uomini d’affari è articolata in due distinti in-
segnamenti: uno di “abaco minore” e l’altro di “abaco maggiore”. Nel
primo si apprendono le quattro operazioni, la regola del tre e si forni-
sce una conoscenza delle peculiarità delle diverse piazze mercantili
(con particolare riguardo a pesi, monete, misure, usi, etc.); nel secon-
do si sviluppano le società mercantili e rustiche (vale a dire le socci-
de), le leghe e i miscugli, la capitalizzazione e lo sconto semplici e
composti, i ragguagli e i cambi, e, non meno importante, la tenuta del-
le scritture contabili.
A questi corsi ormai consolidati, sul finire del XVIII secolo si ag-
giunge la cattedra di “Aritmetica e scrittura mercantile”, istituita nel
1784 presso l’Università di Genova, che però resterà attivata solo fino
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La manualistica genovese per la preparazione degli uomini d’affari

al 1796. Le lezioni non riguardano solamente le tematiche già com-


prese nei tradizionali corsi di aritmetica e tenuta delle scritture conta-
bili, ma si spingono oltre e affrontano argomenti riconducibili ad una
più ampia rosa di discipline: dalla computisteria alla ragioneria, dalla
geografia economica alla merceologia, dall’economia politica al dirit-
to commerciale.
Alla progressiva affermazione di insegnamenti scolastici si accom-
pagna il crescente utilizzo di specifici sussidi per facilitare
l’apprendimento: si tratta molto spesso di veri e propri libri di testo, la
cui predisposizione è altresì sollecitata dal progressivo sviluppo delle
conoscenze di base prodotto dall’accresciuta complessità delle opera-
zioni effettuate dagli uomini d’affari.
Sovente gli autori di tali manuali si propongono di compilare testi
che siano di riferimento agli studenti che frequentano le lezioni di
abaco e di contabilità che loro stessi impartiscono. Non di rado, però,
essi si pregiano di esporre una serie piuttosto ampia di casi concreti,
allo scopo di far sì che gli stessi allievi, una volta terminati gli studi,
possano utilmente consultare tali testi per risolvere i dubbi che si pre-
senteranno loro durante il quotidiano operare. Spesso, inoltre, gli
estensori di questi trattati auspicano che essi possano essere utilizzati
con profitto anche da coloro che non hanno la possibilità di frequenta-
re corsi regolari.
Nel complesso, tra Medioevo ed Età moderna la letteratura specifi-
camente rivolta alla formazione degli uomini d’affari è piuttosto ab-
bondante. I primi a comparire in ordine di tempo sono testi manoscrit-
ti, sovente redatti dai docenti stessi, oppure scritti dagli allievi che
raccolgono le lezioni dettate loro dai maestri; tali manuali sono spesso
corredati da interessanti illustrazioni che hanno l’obiettivo di favorire
la comprensione delle problematiche affrontate. È però a partire dalla
seconda metà del XV secolo, con la diffusione delle opere a stampa,
che l’uso di questo strumento di apprendimento e veicolo di trasmis-
sione del sapere conosce una discreta diffusione. Per effetto di ciò, il
numero dei testi manoscritti si riduce sensibilmente, ma senza scom-
parire del tutto.
Nell’ambito della manualistica genovese prodotta fra Cinque e Set-
tecento si annoverano essenzialmente opere di aritmetica commercia-
le. Non mancano tuttavia coloro che si sforzano di illustrare anche la
tenuta della contabilità in partita doppia, come il monaco benedettino
Angelo Pietra nella seconda metà del Cinquecento, o il “negotiante”
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Gio. Domenico Peri nel corso del secolo successivo; le loro opere, pe-
rò, pur fornendo indicazioni utili a chi desideri conoscere l’argomento,
non sono strutturate come un vero e proprio libro di testo e non ver-
ranno pertanto analizzate in questa sede.
All’interno del percorso formativo degli uomini d’affari genovesi
occupa un posto di indubbio rilievo lo studio dell’aritmetica mercanti-
le. Agli inizi del Seicento, il nobile genovese Andrea Spinola suggeri-
sce che, una volta compiuti i dodici anni e appresi i fondamenti della
lingua latina, è opportuno che “si faccia venire a casa il maestro
d’abaco”, affinché i ragazzi imparino da subito “quella scienza senza
la quale qui [a Genova] non si guadagnano denari”.
L’importanza dello studio di tale disciplina è ribadita da un altro
autorevole Genovese del Seicento, il già citato Gio. Domenico Peri,
autore di un celebre manuale destinato alla formazione del “perfetto
negotiante”; egli sostiene che l’uomo d’affari deve curare in modo
particolare lo studio dell’aritmetica, poiché questa è una delle discipli-
ne più importanti e irrinunciabile di quel bagaglio di conoscenze di cui
egli deve disporre per esercitare proficuamente la propria attività.
L’aritmetica commerciale è pertanto una componente essenziale
della preparazione tecnica degli operatori economici, sia perché con-
sente di risolvere numerosi problemi di calcolo direttamente collegati
alle loro molteplici attività, sia in quanto propedeutica all’apprendi-
mento della tenuta delle scritture contabili. Anche quest’ultimo aspet-
to riveste particolare importanza, non solo perché una corretta reda-
zione di tale documentazione consente di monitorare puntualmente la
gestione aziendale, ma anche perché esse hanno rilevanza dal punto di
vista giuridico. A Genova, infatti, a partire dal XV secolo, è ricono-
sciuto valore probatorio ai registri dei banchieri tenuti in partita dop-
pia, tanto a favore del creditore, quanto del debitore.
Terminata questa formazione di base il giovane non è ancora pron-
to per intraprendere proficuamente un’attività mercantile o finanziaria
e deve pertanto unire alle conoscenze teoriche apprese sino a quel
momento le nozioni che acquisirà durante la successiva esperienza di
apprendistato.

Dopo il 1478, anno in cui viene stampato in Italia, più precisamente


a Treviso, il primo trattato di aritmetica, vengono prodotti numerosi
testi che insegnano ad effettuare i principali calcoli commerciali; essi
non sono scritti da uomini d’affari che illustrano le loro esperienze,
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La manualistica genovese per la preparazione degli uomini d’affari

ma per lo più da insegnanti di aritmetica. Le loro caratteristiche sono


dunque profondamente differenti da quelle dei manuali di mercatura
di epoca medievale, destinati a fornire talune nozioni essenziali alle
nuove generazioni di operatori economici soprattutto in relazione agli
usi praticati sulle principali piazze, alle unità metriche e monetarie
adottate. Secondo alcuni studiosi, pur trattandosi di strumenti formati-
vi, essi non sarebbero destinati ad accompagnare gli studenti durante
un corso scolastico, ma il loro utilizzo sarebbe relativo a quella fase di
apprendimento che avviene sul campo, all’interno di aziende commer-
ciali o bancarie.
A partire dalla seconda metà del Cinquecento i testi di abaco si ca-
ratterizzano per un’esposizione più chiara e ordinata della materia, che
è probabilmente frutto dei progressi della pedagogia e, nel secolo suc-
cessivo, il loro contenuto si arricchisce di ulteriori elementi: alla base
teorica, costituta dalle conoscenze essenziali di tipo computistico, si
aggiungono non solo doviziose informazioni sulle monete e sulle unità
di peso e misura, ma anche alcune nozioni di base sui cambi e, talvol-
ta, sulla tenuta della contabilità. Ciò accresce senza dubbio l’utilità di
questi strumenti, senza però implicare una maggiore complessità da un
punto di vista scientifico, poiché il livello di trattazione degli aspetti
squisitamente matematici rimane sostanzialmente limitato alle sole
nozioni di stretta applicazione pratica.
Secondo quanto precisato da molti autori dell’epoca, l’aritmetica
mercantile, ossia quella utilizzata per i ‘negozi’, si basa
sull’applicazione delle quattro operazioni ai numeri interi o ‘astratti’, a
quelli ‘denominati’, cioè che fanno riferimento ad una specifica unità
di misura, peso o valore, ai numeri ‘geometrici’ o ‘rotti’, vale a dire le
frazioni, e si conclude con la ‘regola del tre’. Quest’ultima, in partico-
lare, consente di determinare il valore ignoto di una grandezza, utiliz-
zando tre altri termini noti del problema, se i quattro numeri in oggetto
sono legati da un rapporto di proporzionalità.
Alcuni sostengono che l’aritmetica sia una disciplina piuttosto faci-
le da imparare, in quanto si basa su poche regole, purché sia illustrata
in maniera opportuna. Altri, invece, considerano più difficoltosa la
materia, con particolare riguardo alle divisioni e alle proporzioni, rite-
nendo che sia molto complesso impararla a meno che non si ricorra
all’ausilio di un insegnante.

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2. I manuali di aritmetica mercantile genovesi

2.1. Tra Cinque e Seicento

All’interno del panorama italiano degli ‘scrittori’ di aritmetica mer-


cantile del Cinque e Seicento, l’importanza dei Genovesi, sotto il pro-
filo quantitativo, non sembra essere particolarmente elevata, soprattut-
to se posta in relazione a quella della Superba quale centro commer-
ciale e finanziario. Cinque sono gli autori ad oggi noti che tra la fine
del XVI e quella del XVII secolo danno alle stampe opere di computi-
steria. Si tratta di Oberto Cantone, Gio. Giacomo Lando, Giovanni
Battista Zucchetta, Gio. Battista Pisani e David Veronese. Le loro
opere sono edite anche al di fuori del contesto genovese, in particolare
a Brescia, Milano, Torino, Venezia e Napoli.
Oberto Cantone, contista e geometro, dopo avere sviluppato bre-
vemente i principi fondamentali dell’aritmetica pratica, inclusa la ‘re-
gola del tre’ e quella ‘del cinque’, da essa derivata, ne analizza le più
frequenti applicazioni ai calcoli mercantili, dalla valutazione di merci
e preziosi a quella della ‘sigurtà’ delle navi, e dedica ampio spazio ai
cambi secondo gli usi delle singole piazze, senza prevedere però una
parte specifica per quella genovese. Completano il manuale alcune
esemplificazioni relative alle compagnie ed ai baratti, oltre ad una ta-
vola per la stima dei prezzi di tutte le merci valida per la Regia Doga-
na di Napoli e più in generale per il Regno.
Gio. Giacomo Lando, invece, dedica la sua opera unicamente ai
computi relativi ai cambi, secondo le peculiarità delle principali piazze
finanziarie italiane ed europee dell’epoca. Il volume non si rivolge
tanto od esclusivamente ai discenti, ma anche a coloro che quotidia-
namente esercitano tale professione e rappresenta infatti una sorta di
prontuario consultabile da parte di chi si trovi a dover entrare in rap-
porti con le diverse realtà descritte.
Elemento comune ai testi dei due aritmetici è che essi sembrano
avere come scopo principale quello di diffondere le conoscenze degli
esperti operatori genovesi su altre piazze, in primo luogo quella napo-
letana, soprattutto per quanto riguarda gli aspetti tecnico-computistici
relativi ai cambi.
L’opera di Giovanni Battista Zucchetta si differenzia dalle altre sia
per la mole (maggior numero delle pagine e formato più grande), sia
per i soggetti cui è destinata. L’Autore esclude con chiarezza che si
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tratti di un manuale indirizzato a chi si accosta per la prima volta alla


materia; tale saggio infatti è rivolto espressamente a chi possiede già
alcune nozioni di base. Nel prologo, inoltre, evidenzia come tutti gli
uomini, indipendentemente dalla loro occupazione e condizione socia-
le, si trovino costantemente a fare uso dei numeri; ciò è indice della
volontà di proporre un testo che non sia destinato ad uso esclusivo dei
mercanti, ma che possa servire a chiunque si avvicini a questa scienza.
Dopo aver brevemente richiamato le nozioni fondamentali
dell’aritmetica, sono dedicate oltre cento pagine alla ‘regola del tre’ in
tutte le sue applicazioni, per passare poi a quella del ‘cattaino’ o ‘rego-
la di falsa posizione’, già nota ai matematici dell’antico Egitto, che
consente di risolvere le equazioni di primo grado ad una incognita.
Nella seconda parte del volume sono analizzate le più rilevanti ap-
plicazioni pratiche di quanto precedentemente esposto, per ciò che
concerne compagnie, leghe, baratti, pigioni. Segue poi una categoria
nella quale sono raccolti alcuni ‘dubbi’, che riguardano soprattutto
questioni di arbitraggio, di valutazione dell’alternativa più convenien-
te all’interno di una rosa di opportunità e di equivalenza fra le monete.
Concludono il manuale alcune pagine destinate a fornire informazioni
sulle principali piazze cambiarie europee.
Le opere di Gio. Battista Pisani propongono anch’esse la soluzione
di problemi aritmetici legati alla mercatura e sono caratterizzate dalla
scelta dell’Autore di privilegiare un taglio prettamente didattico. Ad
un primo manuale, il Memoriale Aritmetico, di cui si conoscono due
edizioni milanesi, una priva di data e l’altra risalente al 1644, che egli
dedica ai propri scolari, segue, nel 1646, il Giardino aritmetico. In es-
so il Pisani si pregia di esporre in maniera semplice e chiara le regole
che consentono di risolvere anche i problemi di notevole complessità.
L’aritmetica non è però la sola disciplina di interesse di quest’autore,
che nel 1641 aveva stampato un libro di “lettere corsive moderne” e
che impartisce non solo lezioni di aritmetica, ma anche di ‘scrittura’ e
‘calligrafia’.

Le opere di David Veronese, invece, meritano di essere analizzate


con maggiore attenzione. Tra gli autori genovesi che si occupano di
aritmetica mercantile, egli è l’unico ad aver dato alle stampe la propria
produzione in massima parte a Genova, dove intesse legami con espo-
nenti del mondo del commercio, della finanza e della cultura. Confer-
me di ciò si ricavano, oltre che da qualche indicazione contenuta nelle
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sue opere, anche dalle considerazioni di alcuni autorevoli contempo-


ranei. L’Aprosio, un letterato genovese dell’epoca, lo definisce un
“Aritmetico di gran nome” e il già menzionato Gio. Domenico Peri,
nella prima parte dell’opera Il negotiante, sceglie di non addentrarsi
nei meandri dell’aritmetica mercantile e raccomanda al lettore deside-
roso di accostarsi a tale disciplina di procurarsi i libri d’abaco di Ve-
ronese.
Questi, oltre a scrivere diversi manuali che conoscono una discreta
diffusione, apre in Genova, presso la propria residenza, una scuola
dove gli studenti possono apprendere l’aritmetica mercantile e la tenu-
ta delle scritture. Le sue lezioni sembrano molto apprezzate e seguite
da una folta schiera di uditori, anche forestieri.
Al pari di quelle di molti altri aritmetici dell’epoca, le opere di
quest’Autore non presentano un particolare carattere innovativo: le
nozioni e le applicazioni pratiche in esse contenute sono infatti già no-
te da tempo. Tuttavia, egli si sforza di esporre in termini organici la
materia di cui tratta nell’intento di facilitare l’apprendimento a quanti
si accostano allo studio dell’abaco e dell’aritmetica mercantile, propo-
nendo regole e spiegandone l’applicazione pratica ricorrendo a molte
esemplificazioni e casi concreti.
Il 1625 segna probabilmente un confine fra l’attività squisitamente
formativa e quella ‘produttiva’ di Veronese. Ad appena diciotto anni
compone il suo primo trattato: si tratta del Libretto d’Abaco per prin-
cipianti, uscito dai torchi dell’officina genovese di Giuseppe Pavoni
nel 1626. Sulla base delle attuali conoscenze tale testo costituisce il
primo manuale di questo tipo stampato nel capoluogo ligure, che vede
la luce quasi un secolo e mezzo dopo la comparsa dell’Aritmetica di
Treviso, considerata il più antico trattato a stampa sull’argomento pro-
dotto in Italia.
È un manuale pensato ad uso di chi vuole imparare a far di conto
con sicurezza, nel quale sono illustrati solo alcuni elementi di base ad
uso dei principianti; nonostante ciò conosce una discreta diffusione,
tanto che nel 1644, essendo la prima edizione ormai esaurita, viene ri-
stampato ed ampliato proprio per rispondere alle ripetute richieste in
tal senso giunte all’Autore stesso.
Veronese conclude la sua prefazione informando il lettore che si sta
adoperando per dare alle stampe un’opera dai contenuti più estesi, di
cui questo libretto costituisce un’anticipazione. Il lavoro preparatorio
ha termine poco dopo e nel 1627, sempre dalla stamperia del Pavoni,
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esce un secondo manuale: è la Prattica d’aritmetica mercantile, defi-


nita “opera nuova, curiosa ed utile a i studiosi di saper fare i conti con
prestezza e facilità”. Il volume è diviso in sei ‘libri’, che occupano
complessivamente oltre trecento pagine, all’interno dei quali sono svi-
luppati alcuni elementi essenziali dell’aritmetica commerciale. Nel
proemio Veronese avverte il lettore che non ha affrontato la parte rela-
tiva ai numeri geometrici (cioè le frazioni), poiché nell’officina grafi-
ca in cui è stato stampato non vi erano caratteri sufficienti; inoltre non
ha preso in considerazione nemmeno la ‘regola del tre’, poiché suo
fratello Gerolamo sta predisponendo un trattato sull’argomento. Il vo-
lume è completato da un Trattato de’ Cambii che al presente si usano
nella città di Genova, a motivo della loro importanza per gli operatori
economici della Superba. In questa parte del manuale l’Autore si limi-
ta ad esporre alcuni elementi di base, tralasciando completamente, da-
te le finalità didattiche dell’opera, qualsiasi considerazione sulla liceità
di tali operazioni, tematica che tra Cinque e Seicento dà vita ad un
ampio dibattito al quale partecipano soprattutto teologi e giuristi.
In particolare, egli prende in esame quasi esclusivamente aspetti
computistici destinati ai principianti, esponendo importanti nozioni di
base, premessa necessaria per muoversi all’interno della complessa
realtà delle fiere di cambio. Di queste ultime l’Autore non si prefigge
di delineare in maniera compiuta e in un’ottica d’insieme il funziona-
mento, come farà qualche anno più tardi il suo concittadino Gio. Do-
menico Peri. Dunque, il suo trattato assolve ad una prima fase forma-
tiva della più complessa professionalità necessaria per operare
nell’articolato sistema della finanza.
Anche la Prattica d’aritmetica mercantile si presenta sostanzial-
mente in veste scolastica e propone definizioni, regole e numerose
esemplificazioni allo scopo di far sì che gli allievi possano familiariz-
zare con le stesse attraverso molte applicazioni concrete.
Nel 1644 David ristampa in Genova, per i tipi di Gio. Maria Far-
roni, il libretto d’abaco uscito diciotto anni prima con il titolo Aritme-
tica pratica per principianti; in tale occasione apporta qualche miglio-
ramento, frutto dell’esperienza didattica maturata nel corso del tempo,
e opera un’integrazione aggiungendo una parte sui numeri ‘rotti’, tra-
lasciati anche nella Prattica d’Aritmetica mercantile, oltre ad alcuni
quesiti curiosi relativi al lotto e ad altri giochi di sorte.
Tale manuale è rilegato assieme alla Nuova pratica d’aritmetica,
edita nel 1645 per i tipi di Pietro Giovanni Calenzani. La numerazione
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progressiva delle pagine dei due saggi e le avvertenze al lettore incluse


nel primo indicano chiaramente che essi vanno visti in maniera com-
plementare, come si evince anche dall’esame del loro contenuto.
Quest’ultimo testo, stando al titolo, parrebbe una nuova edizione della
Prattica d’aritmetica mercantile stampata dal Pavoni nel 1627, ma in
realtà gli argomenti trattati sono completamente differenti. Nella Nuo-
va pratica Veronese affronta la ‘regola del tre’ con tutte le sue appli-
cazioni e conclude con quella del ‘cattaino semplice e doppio’, cioè il
metodo allora in uso per la risoluzione delle equazioni di primo grado.
La scelta di estendere i contenuti dei manuali precedenti è sostenuta
ancora una volta dall’esigenza di facilitare l’apprendimento dei propri
uditori, sottolineando dunque la valenza didattica di tali testi.
Secondo Pietro Riccardi, che nella seconda metà dell’Ottocento ha
compilato un ponderoso repertorio di opere italiane di aritmetica e ma-
tematica, questo volume rappresenterebbe il miglior trattato di aritme-
tica mercantile pubblicato fino a quel momento.
Nella parte dedicata alle esemplificazioni pratiche, che occupa oltre
centotrenta pagine, vengono considerati la valutazione di mercanzie, il
calcolo della tara secondo gli usi delle diverse piazze, i computi di
guadagni e perdite, baratti, leghe e miscugli, il riparto degli utili nelle
compagnie di mercanti ed alcuni elementi di base della matematica fi-
nanziaria. In particolare Veronese illustra il calcolo dello sconto e
dell’interesse semplici e composti, la determinazione della scadenza
adeguata fra più partite esigibili a date diverse e l’arbitrio fra monete,
cioè come si arrivi a determinare la forma di pagamento più conve-
niente in base alle quotazioni praticate su una data piazza.
Nel 1685 l’Aritmetica pratica per principianti è nuovamente edita
per i tipi di Antonio Casamara. Si tratta di una ristampa postuma, av-
venuta probabilmente per iniziativa del libraio Giacomo Guasco. Ri-
spetto alla precedente edizione il manuale presenta solamente qualche
modifica marginale; appare però significativo il fatto che, nella ri-
stampa di questo testo, l’editore abbia ritenuto opportuno inserire un
trattato ‘moderno’ dei cambi, a molti anni di distanza ormai dall’età
d’oro delle fiere genovesi. Tale scelta è senza dubbio determinata dal-
la volontà di arricchire ulteriormente i contenuti del manuale allo sco-
po di allargare il pubblico dei potenziali acquirenti.

L’elemento comune a tutte le opere di Veronese è dunque l’intento


didattico che anima l’Autore: esse sono certamente servite allo stesso
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David come supporti per favorire l’apprendimento dei propri studenti.


A questo infatti sembrano rivolti i numerosi esempi che connotano tut-
ta la sua produzione scientifica, con l’evidente intenzione di aiutare il
discente a familiarizzare con le singole regole, ad acquisire dimesti-
chezza con gli usi commerciali, a conoscere le unità metriche e mone-
tarie delle principali piazze europee.
I manuali esaminati paiono essenzialmente destinati agli uditori che
frequentano le lezioni di computisteria, ma con buona probabilità sono
acquistati anche da altre persone che intendono approfondire le loro
conoscenze al riguardo. La continua richiesta di tali testi, infatti, sem-
bra essere il motivo principale che nel 1644 spinge Veronese a dare al-
le stampe l’Aritmetica pratica per principianti. Se quest’affermazione
dell’Autore va presa con il beneficio del dubbio, appare però ragione-
vole credere che la ristampa postuma del 1685 sia davvero motivata
dalla persistente domanda di questo volume sul mercato librario citta-
dino. Tuttavia, non è possibile quantificare in termini numerici il ‘suc-
cesso’ di questi testi, poiché non si dispone di dati sulle copie real-
mente stampate e messe in circolazione, e non si è quindi in grado di
determinare quale diffusione abbiano effettivamente avuto nel XVII
secolo.
L’importanza dei trattati di David Veronese deriva dal fatto che,
nell’ambito della manualistica prodotta nel XVII secolo, essi sono
quelli che, sulla base delle attuali conoscenze, contengono il maggior
numero di indicazioni specifiche ad uso degli operatori economici li-
guri. Nell’intenzione dell’Autore dovrebbero costituire un importante
supporto per gli studenti che possono utilizzarli per esercitarsi su
quanto imparato dalla viva voce del maestro e acquisire così maggiore
sicurezza nel far di conto. La loro diffusione contribuisce pertanto alla
progressiva istituzionalizzazione di un insegnamento specifico di tipo
scolastico nella fase iniziale del percorso formativo degli uomini
d’affari genovesi.

2.2. Il Settecento

Le opere di autori liguri edite nel corso del XVIII secolo, e specifi-
camente rivolte alla preparazione tecnica degli operatori commerciali,
non sono molto numerose. Ad oggi, sulla base delle ricerche condotte
su repertori, cataloghi, fondi librari, a livello nazionale ed internazio-
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nale, sono noti unicamente tre testi, tutti editi a Genova nell’ultimo
trentennio del XVIII secolo.
Primo in ordine cronologico è quello di Serafino Maglione, uscito
dalla Stamperia Gesiniana nel 1774. L’Autore, che si definisce “pro-
fessore d’aritmetica, cambi, ragguagli di cambi e mercanzie, scrittura
doppia mercantile e scrittura d’azienda”, propone un Nuovo metodo
per operare i cambi al fine di “facilitare a’ principianti il sentiero”,
indicando loro “una via, spedita e breve, per cui, con una semplice
moltiplicazione, vengasi in tal maniera a sviluppar ogni nodo”.
Il nucleo di quest’opera è costituito da una successione di tavole
numeriche nelle quali, per ciascuna delle principali piazze europee che
operano con Genova, sono riportati lunghi elenchi di moltiplicatori
fissi, appositamente calcolati dall’Autore per consentire ai negozianti
di determinare il cambio fra due valute con un unico computo. Ciò
permette dunque di evitare conteggi laboriosi, che richiedono tempi
lunghi e comportano elevati rischi di errore. In sostanza, nonostante le
ambizioni del compilatore, più che un testo destinato alla formazione
degli uomini d’affari può essere considerato un semplice prontuario,
cioè uno strumento di lavoro a disposizione degli operatori per affian-
carli nelle loro attività quotidiane.
Un vero e proprio manuale con finalità didattiche è invece edito se-
dici anni più tardi. L’opera, intitolata Principi di aritmetica e commer-
cio, esce tra il 1790 ed il 1791; in essa, come precisato
nell’introduzione, sono raccolte le lezioni dello scolopio Giovanni
Francesco Muzio, da oltre vent’anni docente di aritmetica nelle Scuole
Pie genovesi e con precedenti esperienze didattiche a Toirano, Chiava-
ri e Carcare. Si tratta di un ponderoso trattato di oltre mille pagine, di-
viso in due tomi, il secondo dei quali è a sua volta articolato in due
parti.
Dopo avere sviluppato brevemente i fondamenti dell’aritmetica,
l’Autore prende in considerazione i calcoli relativi all’interesse e allo
sconto, le cambiali e le operazioni ad esse collegate. Occupa buona
parte dell’opera una ricca descrizione geografico-economica delle
principali piazze italiane ed estere, di cui sono fornite notizie per
quanto concerne i traffici, le manifatture, le monete, i pesi e le misure
(in rapporto a quelle genovesi); detti elementi sono arricchiti da indi-
cazioni riguardanti le compagnie e gli usi peculiari di ciascun centro
mercantile. Tali nozioni, che hanno la funzione di allargare le cono-
scenze tecniche degli operatori del commercio internazionale, costitui-
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La manualistica genovese per la preparazione degli uomini d’affari

scono da tempo un elemento peculiare di questa letteratura, che trae


origine dalle antiche pratiche di mercatura redatte in età medievale,
debitamente riviste e aggiornate.
Non mancano informazioni sui principali insediamenti commerciali
degli stati europei in Asia, Africa e America, prendendo così atto
dell’allargamento degli spazi economici iniziato sul finire del XV se-
colo, che ha influito profondamente sull’economia del vecchio conti-
nente. Nell’ultima parte sono affrontate le problematiche connesse ai
cambi mercantili fra le diverse piazze, agli arbitraggi in cambi e ai
computi ad essi relativi.
Il cambio mercantile è inoltre oggetto di un terzo trattato, pubblica-
to nel 1794 presso la Stamperia Caffarelli da un allievo del Muzio, di
cui si conoscono solo le iniziali, L. E., e dal titolo, appunto, Saggio
teoretico del cambio mercantile. Si tratta di un libretto di appena ses-
santaquattro pagine scritto con l’obiettivo di sviluppare l’argomento
dal punto di vista degli operatori commerciali e finanziari. Sebbene
valenti studiosi abbiano analizzato diffusamente l’argomento, ma es-
senzialmente sotto il profilo politico, non esiste, a parere dell’Autore,
un testo scritto da uomini d’affari che sviluppi adeguatamente la mate-
ria. Ciò perché un argomento così ampio richiede una conoscenza del-
la tematica in tutte le sue dimensioni; il “negoziante”, invece, abile
nell’esecuzione dei calcoli che effettua quotidianamente, non possiede
anche una approfondita conoscenza dei presupposti teorici sottostanti.
In questo testo, così come nell’opera del Muzio, è dunque illustrata
non solo la componente prettamente tecnico-applicativa, ma anche
quella speculativa che sta alla base. Tali scelte metodologiche sono
diametralmente opposte rispetto a quelle adottate solo vent’anni prima
da Serafino Maglione nel compilare il testo cui si è fatto cenno
poc’anzi. Si tratta infatti di un approccio poco usato in precedenza,
che rappresenta pertanto uno degli aspetti innovativi della manualisti-
ca di fine secolo. Anche in queste opere, come in quelle del Cinque e
Seicento, si dedica molto spazio ai cambi, ma non si tratta più dei
cambi finanziari di fiera, che hanno ormai fatto il loro tempo, ma di
quelli mercantili, utilizzati per regolare le transazioni e gli scambi in-
ternazionali.
Permangono comunque alcuni elementi di continuità con i testi edi-
ti nei secoli precedenti. Nel corso del tempo, infatti, gli elementi teori-
ci di tipo aritmetico-matematico non conoscono significativi incre-
menti: la base è formata sempre dalle quattro operazioni e dalle pro-
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Andrea Zanini

porzioni con le loro molteplici applicazioni. Inoltre, come si è visto,


anche la descrizione delle principali piazze mercantili, con i loro usi,
pesi, monete e misure, che è ereditata dai manuali di mercatura me-
dievali, costituisce una caratteristica ricorrente di questa trattatistica.

3. Fra teoria e pratica: accumulazione di capitale e interesse


composto

In alcuni dei manuali prodotti dagli aritmetici genovesi, come quel-


li di David Veronese e Giovanni Francesco Muzio, sono proposti an-
che alcuni computi prettamente finanziari: si tratta anzitutto dei meto-
di di calcolo dell’interesse, indicato con il termine merito, in regime di
capitalizzazione semplice e composta. Si parla infatti di meritar sem-
plicemente e di meritar a capo d’anno o altro termine, precisando che
in questo secondo caso non è il solo capitale a produrre frutti, ma, per
usare le parole dell’epoca, anche “dal merito nasci merito”. Vengono
poi illustrate anche le diverse modalità di calcolo dello sconto (sem-
plice e composto), definito comunemente “atto contrario al merito”,
visto che quando si “merita” il capitale cresce, mentre, in questo se-
condo caso, diminuisce. Vi sono poi alcuni esempi nei quali si mo-
strano le principali applicazioni delle formule proposte a casi concreti.
Un’operazione, riconducibile in parte ad un problema di calcolo fi-
nanziario, che però è poco più che accennata all’interno dei testi esa-
minati, è il cosiddetto “moltiplico”, diffusosi a Genova a partire dalla
seconda metà del XIV secolo. Nella sua concezione originaria consen-
te di costituire un determinato capitale, a partire da un fondo iniziale,
che viene investito in titoli del debito pubblico; i frutti che da questo si
ottengono non vengono prelevati, ma vengono sistematicamente rein-
vestiti in maniera analoga, con la finalità di arrivare alla disponibilità
di un certo capitale (montante) da destinarsi a scopi pubblici o perso-
nali.
Per comprenderne il funzionamento bisogna premettere che il debi-
to pubblico del Comune era suddiviso in quote, denominate luoghi,
del valore nominale di 100 lire, liberamente trasmissibili e frazionabi-
li. Quando il governo genovese otteneva un prestito da alcuni finan-
ziatori, cedeva loro in contropartita il gettito di uno o più tributi, i cui
proventi, dovevano servire per pagare un interesse annuo prestabilito,
oltre al rimborso del capitale dovuto. Il consorzio dei creditori ed il
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La manualistica genovese per la preparazione degli uomini d’affari

prestito stesso erano comunemente indicati con il termine compera,


poiché con tale operazione gli investitori acquisivano il diritto a ri-
scuotere annualmente una rendita in cambio del mutuo concesso allo
Stato.
Tuttavia, la misura del compenso che era possibile corrispondere
dipendeva dal gettito delle imposte assegnate al servizio del prestito,
usualmente gestite mediante appalto a privati, cosicché i creditori ri-
cevevano sovente un provento variabile e inferiore a quanto pattuito
originariamente.
Il primo moltiplico di cui si ha notizia è quello istituito nel 1371 da
Francesco Vivaldi (attestato da una lapide tutt’ora conservata a Palaz-
zo San Giorgio nella cosiddetta Sala del Capitano e trascritta qui di
seguito), che in quell’anno “vincola a moltiplico” novanta luoghi delle
“Compera Magna Pacis”, così chiamata perché istituita nel settembre
1331 in occasione della pace fra la nobiltà genovese di parte guelfa e
quella di parte ghibellina, al fine di consolidare in un’unica ammini-
strazione i numerosi debiti insorti durante la guerra civile (poi conflui-
ta nelle “Compere del Capitolo” per effetto di un riordino del debito
pubblico genovese). I luoghi sono iscritti in un conto, detto colonna,
intestato al Vivaldi e aperto presso la compera stessa, affinché si
“moltiplichino”, ossia aumentino progressivamente di numero, per ef-
fetto del reinvestimento degli interessi percepiti annualmente
nell’acquisto di altri luoghi della stessa specie, e ciò fino a quando non
sia acquisito tutto il capitale della compera. In tal modo, grazie al la-
scito iniziale, sarà possibile ammortizzare completamente questo debi-
to consolidato e sgravare così le finanze pubbliche.
Nel 1454 l’obiettivo è raggiunto e la Compera è incorporata alle
Compere di San Giorgio, istituite nel 1407, come fondo per consentire
l’ammortamento di ulteriori debiti del Comune di Genova.
Nel 1467, a 96 anni di distanza dall’impiego iniziale, come ricorda
la lapide qui riportata a testimonianza dell’atto di generosità compiuto
dal Vivaldi, il moltiplico assomma a ottomila luoghi delle Compere di
San Giorgio (all’atto dell’incorporazione un luogo della vecchia Com-
pera è stato considerato pari a mezzo luogo di San Giorgio).
Negli anni successivi l’uso del moltiplico si diffonde considere-
volmente. Attraverso tale operazione, molti Genovesi, soprattutto in
sede testamentaria, manifestano l’intenzione di costituire un determi-
nato capitale da utilizzare per precise finalità, siano esse disposizioni a
favore di istituzioni di beneficenza, dei propri eredi, dello Stato, o al-
15
Andrea Zanini

tro ancora. Nonostante che il debito pubblico genovese non garantisca


la corresponsione di un interesse particolarmente elevato, soprattutto
se valutato in rapporto ad altre opportunità di impiego, esso costituisce
una forma di investimento sicura, al riparo dei rischi che accompa-
gnano speculazioni più redditizie. È per tale ragione che un’operazio-
ne finanziaria quale è appunto il moltiplico, caratterizzata da una dura-
ta generalmente molto lunga, talvolta plurisecolare, si basa proprio
sull’acquisto di luoghi di San Giorgio o di altre Compere.

Il moltiplico di Francesco Vivaldi

“QUESTA IMAGINE EMISSA COSSI PER MEMORIA DE LO PRESTANTE


NOBILLE MESER FRANCESCO DE VIVALDO, FIGLIO DE MESER LEONEL, LO QUA,
PER ZELLO DE LA PATRIA, CONSIDERANDO LO GRANDE DEBITO IN LO QUA
ERA QUESTO MAGNIFICO COMUN DE ZENOA, COMPOXE IN LO ANO DE
MCCCLXXI, CON LO REZIMENTO DELO DICTO COMUN, DE VEI METTE IN
LE COMPERE DE PAGE DE CAPITULO LOGHI LXXXX, A DEVEI MULTIPLICA CON
LO TEMPO PER QUEI LI LOGHI CON LO SUO MULTIPLICO SE DEVESSE DESBITA
TUTE QUELLE COMPERE E COMUN, COMO PER LI PACTI PER LUI FACTI CON
LO PREFATO REZIMENTO DELO COMUN SE CONTIEN; E ALA SUA MORTE ERAN
ZA TANTO CRESUI LI DICTI LOGHI CHE ASCENDEVANO ALA SUMMA DE
LOGHI CCCCXXXXVIII DE PAXE. E HORA, IN LO ANNO DE MCCCCLXVII,
SE TROVAM ESSERE LOGHI OTTOMILLIA DE SAM ZORZO PER LI QUE
LOGHI E SUO AUGUMENTO SE DE DESBITA LE COMPERE DE SAM ZORZO,
COMO SE CONTIEN PER LI PACTI FACTI IN LO ANO DE MCCCCLIIII
PER LO REZIMENTO DELO COMUN CON LO MAGNIFICO OFFICIO
DE SAM ZORZO IN LA TRANSLATION DELE COMPERE DE CAPITULO
IN SAM ZORZO, PER CHE PAR DEGNA COSSA DE TANTO EXCELENTE
CITTADIN E SUFRAGIO DA LUI FACTO A TANTO BENEFICIO DE LO
DICTO COMUN E DE QUESTA CITA E FA COSSI COMMEMORATIOM
PER MEMORIA DELE VIRTUE SOE E IN ESEMPIO E ARREGORDO
CHE DELI ALTRI VOGLIAM COSSI FA; E CIASCHUM PER ANIMA
DE QUELLO LO ALTISSIMO DEE PREGAR”.

La struttura di tale forma di investimento prevede che alla dotazio-


ne iniziale si aggiungano annualmente i proventi conseguiti e così via
fino a che non sia raggiunto un numero di luoghi fissato a priori; altre
volte, come nel caso del lascito Vivaldi, la durata è illimitata e il capi-
tale è destinato a crescere in perpetuo. Se il fondatore del moltiplico
ha previsto un particolare utilizzo del capitale, ma solo nel momento

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La manualistica genovese per la preparazione degli uomini d’affari

in cui questo avesse raggiunto una determinata consistenza, al verifi-


carsi di tale condizione i luoghi vengono svincolati e devono essere
destinati secondo le sue disposizioni. In questo caso i soli dati certi
sono la disponibilità iniziale e quella che si desidera ottenere alla fine,
espresse in numero di luoghi. Non è possibile invece determinare con
esattezza a priori il tempo necessario per conseguire l’obiettivo, che
dipende principalmente da due elementi: il provento annuo percepito,
che come si è ricordato è variabile, e il prezzo di mercato dei luoghi
che devono essere acquistati ogni anno, anch’esso soggetto a fluttua-
zioni sulla base della domanda più o meno consistente da parte degli
investitori.
La logica di questa operazione è dunque vicina a quella della capi-
talizzazione composta nella quale, come si è ricordato, alla fine di
ogni periodo (di solito l’anno), gli interessi prodotti generano a loro
volta altri interessi. Tale pratica è guardata con sospetto, poiché si ri-
tiene che contrasti con le prescrizioni della Chiesa in tema di usura. In
un manuale di fine Settecento si precisa però che con il moltiplico
(termine inteso in senso più ampio di quello qui illustrato relativamen-
te ai titoli del debito pubblico) si passa “annualmente il frutto in conto
capitale”. In sostanza si calcola un “merito doppio”, ossia si conside-
rano gli interessi come se “fossero un capitale distinto e reale” e quin-
di fruttifero, ma non si può ritenere che ciò equivalga a percepire
“frutto di frutto”. Tale operazione, pertanto, non dovrebbe recare pre-
giudizio ad alcuno, giacché, prosegue l’autore, la motivazione che nel-
la pratica spinge ad unire gli interessi ottenuti al capitale è in realtà di
natura prettamente contabile.
Senza addentrarci in tale complessa problematica, le fonti contabili
riferite a questo caso consentono di osservare che negli ottantacinque
anni intercorsi fra il 1371, quando il Vivaldi istituisce il moltiplico, e il
1454, quando la Compera risulta estinta, il capitale iniziale di 9.000 li-
re (90 luoghi da 100 lire ciascuno) ha raggiunto la ragguardevole cifra
di 972.870 lire; pertanto l’investimento ha fruttato un rendimento me-
dio annuo composto del 5,66% circa.

4. Un importante problema finanziario: il calcolo dello sconto

Merita di essere brevemente illustrata la procedura proposta nei


manuali dell’epoca per il calcolo dello sconto semplice, in quanto sen-
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Andrea Zanini

sibilmente diversa da quella comunemente in uso attualmente. Si sup-


ponga di dover risolvere un banale problema: si vuole pagare in anti-
cipo oggi un debito di 300 lire scadente fra due anni e ci si chiede qua-
le somma si deve sborsare se il tasso di sconto applicato è del 10%. La
risposta che parrebbe più logica è quella di calcolare il venti per cento
sul capitale di 300 (dieci per cento per due anni) e di dedurlo da que-
sto; pertanto, determinato lo sconto in 60 lire, la somma da pagare ri-
sulta pari a 240. Tale calcolo è corretto secondo la logica dello sconto
cosiddetto ‘commerciale’, ma è indicato come errato nella quasi totali-
tà dei testi dei secoli passati. La manualistica qui considerata propone
infatti un altro metodo, quello dello sconto ‘razionale’; esso prevede
che il computo sia effettuato non in base al capitale, ma al valore at-
tuale, e il risultato che si ottiene è pertanto diverso.
La logica comunemente utilizzata nei diversi trattati per illustrare
tale regola è la seguente: se si impegnano 100 lire per due anni, al
10% annuo, si ottengono, a fine periodo, 120 lire. Poiché lo sconto è
definito “atto contrario al merito”, ossia operazione di segno opposto,
scontando accade esattamente il processo inverso rispetto a quello del-
la capitalizzazione, vale a dire che di ogni 120 lire se ne ottengono
100. Di conseguenza, con riferimento al caso di cui sopra, risolvendo
una semplice proporzione si ottiene che la somma da versare oggi è
pari a 250 lire. Lo sconto commerciale (sessanta lire) risulta pertanto
superiore rispetto a quello razionale (cinquanta lire); quest’ultimo è
equivalente all’interesse prodotto dal valore attuale, impiegato allo
stesso tasso e per un uguale periodo di tempo. Ritornando all’esempio,
infatti, se si investono 250 lire, per due anni, al tasso del 10% annuo,
si ottiene proprio un montante di 300 lire; ciò, invece, non accade im-
piegando il valore attuale calcolato con la formula dello sconto com-
merciale. Per tale ragione, lo sconto razionale è ritenuto più equo fi-
nanziariamente, poiché a differenza dello sconto commerciale, che
giova al debitore, risulta neutrale, in quanto non avvantaggia né dan-
neggia nessuna delle parti in causa.

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