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Propaganda pervasiva: Il suo perfezionamento negli ultimi

cento anni
Giacomo Coletto

20 giugno 2018

Il termine propaganda ha origine in piena Controriforma, quando si cercò di diffondere


il cattolicesimo per arginare i movimenti protestanti. La sua forma attuale, che mira a
direzionare l’opinione pubblica verso determinati comportamenti e idee o contro nemici
ben definiti, ha trovato largo uso a partire dalla società di massa, per poi plasmarsi secondo
i vari contesti sociopolitici e giungere fino a noi in una veste ancora rilevante ma quasi
impercettibile.
Fin dalla prima guerra mondiale i politici hanno compreso la necessità di assicurarsi il
consenso del popolo: si trattò di per la prima volta di una guerra totale che coinvolgeva
nel fronte interno chi non stava combattendo. Come testimoniano i numerosi manifesti
che esaltavano valori o additavano nemici, le prime ricerche statali di psicologia delle fol-
le avevano ideato una serie di strategie per persuadere i cittadini della giusta causa della
guerra. Tra i massimi esponenti di questa disciplina spicca Gustave le Bon, che scrisse «il
gruppo è sempre meno intelligente dell’uomo singolo, e riscopre gli istinti più primitivi».
I suoi testi, letti avidamente da Benito Mussolini, giocarono un ruolo di estrema impor-
tanza nell’efficacissima propaganda fascista: oltre che a trovare una società estremamente
scontenta dei trattati di pace e dei precedenti governi, Mussolini applicò parecchie strate-
gie pubblicitarie ai suoi studi sulle masse, come i continui assillamenti e l’uso pletorico di
slogan.
Come si evince da numerosi scritti di sociopolitica, le masse dei regimi totalitari ten-
devano ad omogeneizzarsi secondo i modelli imposti dallo stesso1 , che nel caso italiano si
identifica nel pugile Primo Carnera, vincitore del titolo mondiale e perfetto esempio dello
stereotipo machista. Anche «l’annullamento della personalità dei singoli» nel regime nazi-
sta, denunciato dalla pensatrice tedesca Hannah Arendt, viene considerato fondamentale
in qualsiasi processo di omologazione, sia esso sotto un’unica ideologia o contro un nemico
comune. La creazione ad-hoc di un nemico o l’eccessivo disprezzo verso uno già esistente
rivestono un ruolo insostituibile nella propaganda di qualsiasi periodo2 : essi fungono sia
da collante per tenere unite le antitetiche classi sociali contro un pericolo esterno, sia da
superamento della mancanza di un’ideologia di base, come nel caso del fascismo. Un chia-
ro esempio dell’elasticità della propaganda è La fattoria degli animali di George Orwell,
dove l’autore parla in chiave fiabesca della Rivoluzione d’Ottobre spiegando anche il pas-
saggio dell’identificazione del nemico dal governo zarista all’esterno dell’URSS, una volta
che il Partito Comunista ebbe raggiunto il potere.
Con l’avvento della guerra fredda la figura del nemico è stata radicalizzata fino all’e-
stremo: nell’Unione Sovietica si assistette agli internamenti nei gulag di chi era considera-
to antisovietico, mentre negli Stati Uniti il maccartismo e la Commissione per le attività
1
Chiodi G. M. - ”Soggetti apolitici e politici soggetti”, in ”La politica. Categorie in questione”, a cura
di R. S e Franco Angeli, Roma, 2015
2
Bonarelli A. - ”Nemici e Propaganda”, Storicamente 1, 2005

1
antiamericane si rivelarono una vera e propria caccia alle streghe con condanna a mor-
te per chi veniva appellato di essere, per l’appunto, antiamericano. I mass-media inoltre
sono passati dal controllo diretto dei governi e dei regimi totalitari a quello meno eviden-
te di grandi finanziatori, che esercitano tutt’ora la loro influenza sulle trasmissioni e nelle
pubblicazioni. Queste affermazioni, sebbene tacciabili di complottismo, sono al contrario
verità radicate dimostrate anche dalle numerose congiure del silenzio che hanno travolto
personaggi ritenuti scomodi e contrari all’ideologia dominante, primo fra tutti Pier Pao-
lo Pasoli. Egli risulta essere di sconcertante attualità persino ai giorni nostri per la sua
denuncia, in concomitanza con quella della Scuola di Francoforte, alla nuova ondata di
omologazione imposta attraverso i mass-media dalla nuova società consumistica. Restano
contemporanee anche le sue considerazioni sugli slogan, «aberranti esempi di comunica-
zione aziendale, espressivi ma al contempo fissati in una forma statica, che è il contrario
dell’espressività».
Gli slogan sono difatti stati ripresi da tutto lo spettro politico dei giorni nostri, so-
prattutto dai cosiddetti movimenti anti-establishment. Questi partiti, che in alcuni Paesi
rispecchiano il desiderio della maggior parte della popolazione di rompere con gli odierni
schemi di governo globalisti e moralisti proponendo una versione semplificata del quadro
politico, essendo privi di un’ideologia di base devono gran parte del loro elettorato al loro
schierarsi contro le entità sovranazionali che sembrano minacciare il benessere dei cittadi-
ni. In questi casi, l’opposizione è formata dai cosiddetti partiti di sistema, meno radicali e
più rispettosi delle istituzioni, che tentano di screditare gli avversari per recuperare i voti
dei disillusi od ottenere quelli degli incerti.
La propaganda è quindi un elemento che pervade la nostra vita da decenni, spesso
restando celata. Conoscendo le sue tecniche si può evitare di venirne sedotti, ma resta di
primaria importanza lo sviluppo di una società multiculturale per prevenire la deriva del
pensiero unico.