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Fabio Cavalli

Breve storia della


medicina
Antichità e Medioevo

Anno Accademico 2018 /2019


Introduzione

Cornelio A. Celso, enciclopedista romano del I secolo d.C., viene considerato il primo storico della
medicina. Nel Proemio della sua opera più celebre, il De re medica, Celso riepiloga la storia della
medicina dalla guerra di Troia fino ad Asclepiade mostrando come la medicina degli antichi non solo
mantenesse, ancora ai suoi tempi, integra tutta la sua validità, ma che alcuni aspetti della medicina a
lui contemporanea ed in particolare quelli che contraddicevano gli assunti antichi (quelli di
Ippocrate, ad esempio) erano senza dubbio deteriori rispetto a questi ultimi.

Cinque secoli prima il medico greco Ippocrate (o forse un suo discepolo), nel trattato Sulla Medicina
Antica, ipotizzava che la nascita della medicina (e della gastronomia, sua parente strettissima) fosse
coincisa con l'uscita dell'uomo dalla "ferinità", ovvero dallo stato di natura. Secondo Ippocrate
l'adozione di un'alimentazione diversificata tra sani e malati, ovvero un'alimentazione consapevole
dello stato di salute, sarebbe stato il passo fondamentale per la civilizzazione dell'umanità. Medicina
(e alimentazione) quindi come cultura e non semplicemente come bisogno naturale. Ma per
Ippocrate l'alimentazione degli "antichi", ovvero la medicina antica, era ancora valida ai suoi tempi:
bisognava solo apportare qualche correttivo, qualche adattamento, magari rivedendola attraverso i
nuovi strumenti forniti dalla speculazione filosofica sull'archè, ovvero sulla Natura, oppure attraverso
la speculazione sulle nuove e più frequenti malattie presenti nella società del suo tempo.

In Ippocrate e in Celso non c'è la pretesa che la medicina a loro contemporanea sia migliore o
peggiore di quella dei predecessori: questo atteggiamento sarà proprio anche dei medici del
medioevo e della prima età moderna, a significare come non fosse ancora diffusa l’idea di una
evoluzione della medicina ma piuttosto la consapevolezza di un suo adattamento ai problemi
peculiari di quel preciso momento storico.

Ben diverso sarà invece l'atteggiamento degli storici della medicina, specialmente di formazione
medica, del XX secolo: su una scia erroneamente evoluzionista, gli storici del '900 e specialmente
della sua prima metà decantarono le magnifiche sorti / e progressive della medicina moderna,
capace ormai di sconfiggere tutte le malattie del passato. Il fatto che la medicina a loro
contemporanea non fosse riuscita a debellare, se non parzialmente, le malattie principali del proprio
tempo è stato sottaciuto o fideisticamente rimandato ad un futuro certamente prossimo, radicando
la convinzione che i medici del presente sono gli unici medici scientifici e quindi ben superiori ai
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medici del passato, visti quali esercenti, spesso fraudolenti, di un'arte ben poco scientifica e quindi
ben poco efficace. Ad esempio il medico e storico inglese Charles Singer (1876-1960), considerando
la storia della medicina come strettamente correlata con la storia della scienza e con quella della
biologia in particolare, rigettò in blocco la medicina del passato.

In Italia l’influenza crociana prevalente nella formazione scolastica della classe medica del primo e
dell'immediato secondo dopoguerra ha portato ad un certo salvataggio della medicina d'epoca
classica, salvataggio dovuto probabilmente ad esigenze d'immagine tutte italiani mentre una triste
sorte ha colpito la medicina d'epoca medievale considerata mera superstizione o, al meglio,
ciarlataneria.

In queste pagine viene promossa invece l'idea unificatrice degli storici della medicina che mi hanno
preceduto di qualche secolo, sostenendo che la medicina mette assieme il lato biologico con quello
antropologico e sociale dell'uomo. In altre parole la medicina (d'ogni tempo e d'ogni latitudine) è
efficace perché contribuisce a mantenere lo stato di salute e a curare i malanni di quella determinata
società. In estrema sintesi, ogni società costruisce la propria medicina.

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LA PREISTORIA

Il nostro percorso inizia dalla Preistoria. Generalmente le Storie della Medicina iniziano dal mondo
greco dopo la discussione filosofica sulla Natura del VI secolo a.C. e, praticamente, con la figura di
Ippocrate, anche se qualche autore si spinge "coraggiosamente" indietro alla cosiddetta medicina
omerica (che di fatto non esiste) con un cenno alla medicina degli Egizi, ma solo allo scopo di
fornire un antefatto alla medicina greca d'epoca classica. Qui invece partiremo dalla Preistoria e
soprattutto dal Neolitico, periodo nel quale si formarono delle società strutturate molto più
complesse delle bande dei cacciatori-raccoglitori presenti nell’epoca precedente e dove, grazie
all'agricoltura e all'allevamento, l'umanità dovette fare i conti con qualcosa di nuovo, ovvero la
diffusione delle malattie infettivo-parassitarie, contro le quali una società non molto numerosa
come quella dei villaggi neolitici dovette necessariamente elaborare delle strategie efficaci per non
soccombere. Queste strategie sono esattamente quello che noi comunemente intendiamo come
medicina.

La ricca e stabile civiltà greca del VI secolo poteva permettersi una discussione filosofica sulla
Natura e quindi possiamo essere d'accordo (anche se con qualche riserva) con coloro che
affermano che in quel periodo si formò il pensiero medico occidentale. Ma la medicina è sia
pensiero che prassi e noi non siamo così sicuri che in epoche ben più remote di quella di Ippocrate
o della "scuola" di Cnido mancasse una prassi ed una teoria medica. Anzi, a ben guardare, alcuni
indizi sembrerebbero affermare il contrario.

Il Paleolitico

Il Paleolitico ebbe inizio circa 2 milioni di anni fa ed è il periodo durante il quale l'uomo ha
lentamente imparato a produrre, accumulare e trasmettere saperi, tecniche e strumenti per
adattarsi all'ambiente e trasformarlo.

L'uomo ha imparato ad accendere e usare il fuoco, a confezionare vestiti, a manipolare materie


prime per trasformarle in cibo, a lavorare pietra e legno per ottenere utensili, a perfezionare i
sistemi di comunicazione verbale.

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Verso la fine del Paleolitico, durante l'ultima glaciazione, si hanno esempi di forme di "religiosità"
o perlomeno forme di rappresentazione simbolica (e magica) del mondo reale assieme ad una cura
sempre maggiore per la sepoltura dei morti.

La società del Paleolitico è composta da bande di cacciatori-raccoglitori formate da poche decine


di soggetti in continuo spostamento alla ricerca di nuove nicchie ecologiche ricche di frutti e
selvaggina, con un'economia basata sul prelievo e non sulla produzione di beni. Più tardi e in
maniera sporadica, bande imparentate tra loro iniziarono a costituirsi in clan che professavano
una discendenza comune (totem).

La banda / clan è una società di tipo egualitario nel senso che manca di stratificazione sociale,
di preminenza formale di un individuo per nascita o per scelta e di controllo dell'informazione o
delle decisioni per conto di qualcuno. Il ruolo di preminenza non è comunque formalizzato e si
acquisisce con la personalità, la forza, l'intelligenza o l'abilità a combattere. Nella banda o nel clan
le risorse sono egualmente distribuite.

Alla fine dell'ultima glaciazione (glaciazione di Würm) si assiste ad una mutazione dei territori:
circa 14.000 anni fa i ghiacciai si ritirarono verso nord lasciando posto a foreste, laghi ed acquitrini;
in Africa il Sahara, ricco di vegetazione, si trasformò in deserto mentre il Vicino Oriente fu
interessato ad un clima più mite con precipitazioni stagionali che favorirono la crescita di cereali e
legumi spontanei. Questa nuova fase viene da molti indicata come Mesolitico e trova espressioni
molto diverse dal punto di vista geografico: di fatto nelle zone dove si poterono formare gruppi
umani stanziali dediti all'agricoltura se ebbe rapidamente il passaggio a quella fase culturale nota
come Neolitico. In pratica si passa dalla civiltà paleolitica a quella neolitica laddove si può
documentare il passaggio della società composta da cacciatori-raccoglitori a quella di agricoltori.

Dal punto di vista della medicina, intesa come strategia per il mantenimento dello stato di salute e
come correzione delle sue alterazioni, nulla ci è dato sapere, perlomeno al momento attuale delle
nostre conoscenze né tantomeno se fossero esistite figure specializzate in qualche modo
riconducibili alla figura del medico. D’altronde sono anche abbastanza scarse le notizie che
abbiamo a riguardo della dieta e dei suoi cambiamenti nel corso dei quattro milioni di anni di
evoluzione degli ominidi, tenendo conto che a dieta è strettamente legata al mantenimento dello
stato di salute. I siti archeologici anteriori a 10.000 anni fa sono rari e molti dei manufatti che
erano presenti al tempo di formazione del sito sono scomparsi nel tempo. I residui organici di
pasti, che sono tra le nostre migliori evidenze della paleodieta, sono altrettanto molto rari.
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Altrettanto dicasi per le piante, anche se l'archeobotanica ci può fornire un contributo importante.
Possiamo supporre, basandoci sui cambiamenti della morfologia cranica, come ad esempio la
gracilizzazione della mandibola e l'aumento della capacità cranica, un aumento nel tempo del
consumo carneo della linea Homo. D'altronde anche i manufatti litici di questo periodo indicano
l'importanza della caccia e della macellazione. Inoltre il dosaggio degli isotopi stabili di Carbonio e
azoto nei resti ossei di soggetti del Paleolitico superiore e del mesolitico indicano un consumo
importante di carne animale, come d’altra parte sembra logico, in una società dedita
sostanzialmente alla caccia e alla raccolta di piante spontanee.

Il Neolitico

La datazione al radiocarbonio di resti biologici vegetali da siti preistorici ci indica che almeno
dall'8500 a.C. nella Mezzaluna Fertile si iniziano a domesticare il grano, i piselli e l'olivo, mentre
qualche secolo dopo si iniziano a domesticare pecore e capre. La domesticazione del riso e del
miglio risale in Cina intorno al 7500 a.C. mentre il mais, i fagioli e la zucca e il tacchino vengono
domesticati a partire dalla metà del IV millennio a.C.

In Europa a partire dal 6000 a.C. si hanno testimonianze del passaggio dalla civiltà mesolitica alla
coltivazione e all'allevamento, anche se di specie già domesticate precedentemente nel vicino
oriente. A queste fanno eccezione l'avena ed una pianta psicotropa: il papavero (Papaver
Somniferum), che era una pianta spontanea delle coste mediterranee occidentali.

A questo periodo risale la domesticazione dell'asino e del gatto in Egitto mentre nella valle
dell'Indo la domesticazione del sesamo, della melanzana e dei bovini asiatici avvenne circa
un millennio prima.

Per meglio svolgere i lavori agricoli le società neolitiche cominciarono a strutturarsi in villaggi,
posti generalmente in prossimità di una sorgente d'acqua o lungo le rive o alla foce di un fiume
dove il terreno fosse più facile da lavorare e potesse essere irrorato da regolari esondazioni.

La struttura sociale del villaggio neolitico era generalmente quella della tribù, composta da alcune
centinaia di individui appartenenti a singoli clan, ovvero da gruppi con parentele riconosciute. Il
sistema di governo era ancora informale ed egualitario e non prevedeva classi. La specializzazione
del lavoro era minima: mancavano artigiani a tempo pieno ed ogni adulto in grado di eseguire

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un compito (incluso il capo villaggio) partecipava alla raccolta, alla caccia o alla conservazione del
cibo. All’interno del villaggio esistevano in genere aree comuni per lo stoccaggio delle derrate
alimentari o per la sepoltura dei defunti. Con tutta probabilità l'industria litica e, successivamente,
quella ceramica veniva svolta (almeno la prima) da "botteghe artigiane" che prevedevano però
l'esportazione dei manufatti, per cui non era presenti in tutti i villaggi. Più tardi, con la formazione
di agglomerati antropici più grandi si assisterà ad una familiarizzazione delle sapienze, con
formazioni di famiglie (e classi) artigiane.

La diffusione delle malattie infettive

Rispetto alle bande nomadi dei cacciatori-raccoglitori paleolitici, i villaggi neolitici (e


successivamente le grandi città-stato) erano caratterizzati da una maggiore densità di popolazione
per sopperire ai bisogni dell'agricoltura. Inoltre la domesticazione e l’allevamento comportarono
una maggiore vicinanza tra uomini ed animali con ovvi problemi di smaltimento degli escrementi
che, tra l’altro, venivano accumulati per servire da concime per i campi.

Bisogna tenere conto che le sette malattie infettive più letali della nostra storia recente (vaiolo,
influenza, tubercolosi, malaria, morbillo e colera), seppure al giorno d’oggi esclusivamente
caratteristiche della specie umana, derivano dall’evoluzione di malattie infettive animali. Inoltre le
caratteristiche epidemiologiche della maggior parte delle malattie infettive e parassitarie si
sviluppano più facilmente in sistemi promiscui uomo-animale specialmente se è presente
contaminazione degli alimenti con le feci (diffusione oro-fecale). Le tecniche di irrigazione e
piscicoltura, inoltre, facilitano la diffusione di molluschi vettori dalla schistosomiasi alle fasciole,
che possono infilarsi nella pelle di chi si bagna a lungo in acque contaminate. Senza contare che il
disboscamento produce un habitat ideale per lo sviluppo della zanzara anofele, vettore della
malaria e che lo stoccaggio di granaglie e più generalmente gli insediamenti agricoli attirano i
roditori, anch’essi veicoli di malattie diffusibili. Malattie di questo tipo dovevano essere quasi del
tutto sconosciute alle bande di cacciatori - raccoglitori che conducevano una vita nomade e che
regolarmente abbandonavano i propri accampamenti (e i loro escrementi) ed avevano un
contatto meno quotidiano con gli animali se non con quelli selvatici e di aree sempre diverse.
Inoltre il cambiamento di alimentazione, sempre meno carnea e più basata sui cereali specie
quelli minori (miglio e sorgo), comportarono l’insorgenza di carie ed in genere di malattie
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dell’apparato masticatorio. Si osserva anche una incidenza molto maggiore, rispetto ai cacciatori-
raccoglitori, di malattie degenerative dell’apparato scheletrico ed osteoarticolare, dovuto al
gravoso lavoro di coltivazione e raccolta. Insomma gli agricoltori neolitici avevano una minore
speranza di vita rispetto ai colleghi cacciatori ed inoltre erano funestati da malattie epidemiche e
degenerative.

Qualcuno può chiedersi se la scelta del modello agricolo sia stata una scelta vincente per l'uomo,
ma è evidente che questo modello permetteva un minor rischio di “catastrofe alimentare” e
quindi una maggiore capacità riproduttiva. D’altronde la sedentarietà permetteva lo sviluppo di
nuove tecnologie e di nuove strategie per arginare la diffusione delle malattie, ovvero delle
forme idonee di medicina.

Non sappiamo come questa medicina primitiva fosse amministrata né le sue strategie
terapeutiche, che probabilmente erano diverse a seconda della geomorfologia degli
insediamenti e quindi della prevalenza dell’una o dell’altra malattia. Sta di fatto che pochi
millenni dopo, nelle grandi città-stato, troviamo testimonianze di una classe specializzata di
operatori della sanità che, tra l'altro, doveva far fronte alle stesse crisi del mondo neolitico
amplificate però dalla maggiore densità abitativa.

L’epoca dei metalli

Le tecniche della lavorazione dei metalli, dapprima del rame e delle sue leghe (rame arsenicato e
bronzo) poi del ferro, sono fenomeni che appaiono tra V e III millennio in alcune aree del pianeta e
sono generalmente appannaggio di tribù specializzate che migrano in cerca di giacimenti.

Il periodo dei metalli, che si incrocia da una parte col tardo neolitico e con la nascita delle civiltà
delle città-stato della Mezzaluna Fertile e la nascita della scrittura, dall’altra con gli insediamenti
più tardi in Europa legati a ondate migratorie di indoeuropei, è difficilmente inquadrabile nel
processo storico della medicina, anche se dobbiamo pensare che le guerre omeriche si possono
collocare in una società eneolitica (del bronzo) mentre gli Egizi possono, al loro apparire, essere
considerati una civiltà neolitica che si affaccia alla storia come d’altronde anche la civiltà ugaritica
o le altre civiltà del Vicino Oriente.

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La medicina nella Mezzaluna Fertile
Verso la fine del Neolitico si assiste alla trasformazione, nel Vicino Oriente, dei villaggi sorti nei
territori più fertili in insediamenti strutturati sempre più grandi, ovvero in vere città in cui la
popolazione svolgeva attività economiche diversificate. La produzione di eccedenze derivanti
dall’agricoltura e dall’allevamento permetteva agli abitanti di dedicarsi all’artigianato ed al
commercio fornendosi così di una nuova struttura sociale che superasse la semplicità della
chifferie della società di villaggio e tenesse conto delle nuove funzioni economiche, politiche e
religiose attraverso la redistribuzione del lavoro e la differenziazione sociale. Questa rivoluzione
urbana ebbe la sua piena fioritura durante la seconda metà del IV millennio nella Mezzaluna
Fertile, ovvero nell’area compresa tra l’alto corso del Nilo, le terre del Mediterraneo Orientale e la
pianura della Mesopotamia. Il fenomeno si estese anche più ad Oriente, fino a comprendere le
due sponde settentrionali del Golfo Persico. E’ da notare come all’epoca in queste zone la
situazione climatica fosse diversa dall’attuale, per cui la zona dell’attuale Iran orientale era
traversata da corsi d’acqua navigabili e quindi ricca di terreni fertili capaci di promuovere
fenomeni di urbanizzazione.

MESOPOTAMIA

I greci chiamarono Mesopotamia la regione del Vicino Oriente compresa tra i fiumi Tigri ed
Eufrate, che scendono dai monti del Tauro e corrono paralleli per unirsi vicino alla foce nel Golfo
Persico. Abbiamo già visto il contributo di questo territorio della Mezzaluna Fertile nella
domesticazione di animali e piante a partire dal IX millennio.
La civiltà mesopotamica propriamente detta inizia con le immigrazioni dei Sumeri la cui
provenienza resta ancora incerta (forse provenienti dall’altopiano iranico o, meno probabilmente,
dall’India) che si insediarono nella parte meridionale della regione. L’ordinamento politico dei
Sumeri era basato sulle città stato, ognuna delle quali retta da un re-sacerdote. Nel III millennio i
Sumeri “inventano” una forma grafica per registrare i movimenti delle merci dai magazzini
cittadini: la scrittura, che verrà rapidamente adottata da altri popoli del Vicino Oriente. Dopo la
metà del III millennio la società sumera entra in crisi con l’arrivo degli Accadi, un popolo di origine
semita che occupava le terre del medio corso del Tigri. Il territorio venne unificato da Sargon il

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Grande nel 2380 a.C. Nel 2150 l’impero Accadico subì una precoce eclissi da parte di popoli delle
alture settentrionali, i Gutei che un secolo dopo furono a loro volta cacciati dai Sumeri signori di Ur
sino a capitolare definitivamente sotto gli Amorrei che all’inizio del II millennio dettero vita a
nuove città stato indipendenti tra cui Babilonia, sorta sulle rive dell’Eufrate, nella parte
meridionale della Mesopotamia. Sotto la guida di Hammurabi (1792-1750 a.C.) Babilonia divenne
la capitale di un vasto impero che si estendeva dal Golfo persico ai territori settentrionali del Tigri
e dell’Eufrate.
Dopo la morte di Hammurabi la Mesopotamia fu devastata da ripetute scorrerie tra cui quella
degli Ittiti, passando poi sotto il dominio dei Cassiti, provenienti dall’Iran per circa quattro secoli.
Il crollo dell’Impero Ittita, posto nel vasto altipiano anatolico ed attivo nel contrastare la spinta
espansionistica mesopotamica ed egiziana, attorno al 1200, favorì l’ascesa degli Assiri,
popolazione dapprima attestata nelle zone dell’alto Tigri e che ampliarono i confini dell’Impero
sino al Mar Nero, espandendosi successivamente verso la fenicia, la Palestina, Cipro e l’Egitto. La
capitale dell’Impero fu trasferita a Ninive, dove fu creata una ricchissima biblioteca che conteneva
tutto il sapere del tempo. Nel 539 l’Impero cadde sotto la dominazione persiana.

La medicina
I più antichi sigilli di medici professionisti risalgono al 3000 a.C. . Nel codice di Hammurabi,
databile all’inizio del II millennio, sono contenute precise disposizioni su come un medico dovesse
essere ricompensato (o punito) per le sue prestazioni professionali. Grazie a questo testo e una
serie di circa 30000 tavolette compilate da Assurbanipal (669-626 a.C.), provenienti dalla
biblioteca di Ninive si è potuta intuire la concezione della salute e della malattia in questo periodo,
così come pure le tecniche mediche.
La medicina mesopotamica era sostanzialmente di tipo religioso ed empirico e la malattia veniva
considerata come un castigo inviato dalla divinità, per cui il medico si doveva districare tra qualche
migliaio di demoni utilizzando sistemi di mantica e divinazione, tra cui l’osservazione degli astri.
Anche la terapia non sfuggiva a questa logica: il malato doveva necessariamente ingraziarsi la
divinità o esorcizzare il demone responsabile attraverso esorcismi, preghiere ed offerte.
Comunque il medico disponeva di un consistente armamentario di tipo farmacologico: ci sono
pervenute notizie su circa duecentocinquanta piante curative oltreché su alcuni rimedi minerali o
di origine animale riportate negli elenchi delle tavolette di Ninive. Formalmente la terapia aveva il
compito di liberare il corpo dalla possessione demoniaca. La chirurgia era prevalentemente
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limitata al trattamento delle fratture e delle ferite.
L’apprendimento e la pratica della medicina era appannaggio della classe sacerdotale, anche se,
probabilmente, medici ‘laici’ esistettero sin dai tempi più antichi. I sacerdoti che non si dedicavano
esclusivamente al culto sacrificale e alla preghiera esercitavano la mantica e la divinazione (i Baru)
mentre altri, gli Ashipu, praticavano esorcismi e scongiuri. Accanto a queste figure c’era il medico -
sacerdote (asu). Di un livello sociale inferiore, i gallabu effettuavano semplici operazioni
chirurgiche (come estrazioni di denti, drenaggio di ascessi, flebotomie).

EGITTO
La valle del Nilo era abitata, in origine, da popolazioni migrate dopo la desertificazione dei territori
circostanti. Intorno al 3185 a.C. l’Egitto viene unificato da Narmer (tradizionalmente indicato come
Menes) che fonde insieme i due regni preesistenti dall’Alto e Basso Egitto. In questo modo l’Egitto
diventa uno Stato unitario, di fatto il primo della storia, con a capo un unico sovrano: il faraone. La
principale ricchezza dell’Egitto era l’agricoltura, dato che le sponde del Nilo erano particolarmente
fertili grazie alla sua esondazione periodica mentre di minore importanza erano artigianato e
commercio. La società egizia aveva una struttura fortemente gerarchizzata di tipo piramidale dove
all’apice era situato il faraone, monarca teocratico, con il suo apparato di funzionari e ministri di
culto, mentre alla base, superiori solo agli schiavi, stavano contadini ed operai.
Gli eventi storici dell’Egitto sono piuttosto complessi: per comodità si distinguono otto fasi che
vanno dall’unificazione di Menes sino alla conquista assira di Tebe nel 663 a.C.
- L’Antico Regno (3185 – 2150 a.C.), lungo periodo di pace e sviluppo economico e sociale
che vide consolidarsi il potere di Menfi, presso il delta del Nilo, come capitale e in cui
sorsero le grandi tombe faraoniche a forma di piramide. La crisi del periodo avvenne
attorno al 2230 con l’indebolimento del potere dei faraoni dovuto ad abusi di potere e
susseguenti rivolte, crisi che portò al cosiddetto primo Periodo intermedio che terminò nel
2040 con il
- Il Medio Regno, periodo nel quale il potere dei faraoni si consolida nuovamente. La capitale
fu spostata a Tebe e vennero annessi nuovi territori quali la Nubia e la Palestina. Viene
interrotto dall’invasione degli Hyksos del 1750, popolo asiatico che per la prima volta nel
mondo occidentale porta il cavallo ed il carro da guerra. Inizia così il secondo Periodo

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Intermedio, durato circa 200 anni, dopo il quale l’Egitto riesce a recuperare l’unità
territoriale scacciando gli Hyksos dando inizio al
- Nuovo Regno (1540-1070 a.C.). Rappresenta l’ultimo periodo di splendore dell’Egitto
durante il quale vennero eseguite opere monumentali quali i templi Karnac e Luxor. I
confini dell’Egitto si estesero alla Siria a nord e all’Etiopia a sud. I tentativi di espansione
verso la Mesopotamia portarono allo scontro con gli Ittiti.
- La Decadenza (1070-663 a.C.) caratterizzata dalla pressione dei Popoli del Mare. Il lungo
impegno militare e la mancanza di sovrani energici e capaci portarono l’Egitto al declino,
fino alla conquista assira da parte di Assurbanipal. L’Egitto rimarrà sotto il controllo,
successivamente, dei babilonesi e dei Persiani, fino all’annessione nell’Impero di
Alessandro Magno.

La medicina
Nella fase più arcaica la medicina egizia è prerogativa sacerdotale ed è di fatto una medicina di
tipo sapienziale. Diversamente dalla medicina di altre civiltà antiche, la medicina egiziana è una
pratica di tipo colto ed il ruolo della magia, pur presente, è limitato a qualche invocazione alle
divinità. I medici hanno una struttura fortemente gerarchizzata con al vertice il medico personale
del Faraone. A lui sono sottoposti i medici del palazzo reale, uno dei quali è il coordinatore di tutti
gli altri. Seguono gli ispettori dei medici, poi alcuni medici meno importanti, e infine i medici “di
base”. Questa strutturazione gerarchica appare comunque tipica delle società rette da un
capo/re/sacerdote: nella Bisanzio imperiale, ad esempio, la struttura sanitaria sarà gerarchizzata in
modo simile. Interessante, tra l’altro, la divinizzazione, attorno al 2700 a.C. di Imhotep, architetto
e medico, che diventa in questo modo un “dio culturale” a cui i medici fanno riferimento: vedremo
come nella Grecia arcaica qualcosa di analogo succederà ad Asclepio a cui, tra l’altro, Imhotep
verrà associato in periodo alessandrino.
Significativa e copiosa è la letteratura medica tramandata dai numerosi papiri egiziani che ci sono
pervenuti. Le fonti principali sono rappresentate dal papiro Ebers (1500 a.C. circa) ed dal papiro
Edwin Smith, a cui si affiancano i papiri di Kahoun, Hearst, Berlino, Londra, ed altri frammenti
minori.
Il Papiro Ebers è un lungo rotolo databile alla XVIII dinastia e più precisamente al regno di
Amenothep I. Il testo, che per le sue caratteristiche potrebbe essere molto più antico, è scritto in
ieratico e contiene, oltre ad un copioso ricettario, da un trattato sui vasi sanguigni che pone il
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cuore come responsabile del polso e al centro di una complessa rete di vasi che portano
nutrimento alle membra. I rimedi per le malattie prevedono spesso un rituale che associa alla
somministrazione del farmaco la recitazione di preghiere e scongiuri.
Il Papiro Smith è dedicato alle lesioni e contiene un testo sicuramente dall'Antico Regno (2500
circa) anche se il papiro fu compilato all'inizio del Nuovo Regno (1540 ca.). Anch'esso scritto in
ieratico, comprende 49 osservazioni presentate in ordine topografico discendente (dal capo ai
piedi) riguardanti la chirurgia delle parti molli e la traumatologia.
Da queste fonti veniamo a conoscere molti aspetti della pratica medica egizia oltreché i presidi
farmacologici a disposizione del medico. Il papiro Ebers contiene circa novecento ricette dedicate
alla cura delle più svariate malattie: un’analisi di questo armamentario farmaceutico ci mostra,
come d’altronde abbiamo accennato a proposito della medicina preistorica, una notevole
conoscenza delle proprietà delle piante medicinali.
Il medico visita il malato in tre fasi: ispezione dove valuta aspetto del paziente, stato di coscienza,
potere uditivo, odore, secrezioni; semeiotica: misura del polso, temperatura e osservazione delle
feci e delle urine; prognosi, ovvero l’affermazione della possibilità terapeutica: nei papiri è
generalmente indicata come “è un male che porta inevitabilmente a morte, quindi non curerò”, “è
una malattia che potrei curare”, “è una malattia che curerò”. Alla prognosi seguiva,
eventualmente, la terapia.
E’ interessante notare come Erodoto, lo storico greco del V secolo a.C. ci informi che i medici
egiziani siano divisi in “specialisti” di singole (o gruppi di) malattie: “L’arte della medicina è da loro
divisa nel modo seguente: ognuno è medico di una sola malattia e non di più. Ogni luogo perciò è
pieno di medici, perché ci sono medici degli occhi, e quelli della testa e dei denti, e quelli delle
malattie intestinali e quelli delle malattie nascoste”. (Storie,II, 84).
La medicina egizia, anche nel periodo di decadenza, continua ad essere considerata una medicina
particolarmente evoluta ed efficace anche dopo la conquista macedone e la sua ellenizzazione.

Le malattie
Il sistema agricolo egizio, come abbiamo detto, è un sistema di tipo neolitico legato alle regolari
esondazioni del Nilo, per cui la maggior parte delle malattie erano di tipo infettivo-parassitario,
come si può desumere sia dai papiri medici che dall'analisi paleopatologica delle mummie.
Malattie parassitarie come la schistosomiasi sono descritte nel papiro di Ebers, mentre le mummie
ci mostrano evidenze di vaiolo, poliomielite e tubercolosi ma anche di malattie legate al ciclo
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alimentare come la trichinosi o la cisticercosi. Inoltre, attraverso l'analisi immunologica dei tessuti
mummificati si è potuta dimostrare l'esistenza del problema della malaria, evidentemente legata
agli di acquitrini formatisi dopo le esondazioni del Nilo e quindi alla conseguente presenza di
zanzare vettori.
Interessanti sono le evidenze di patologia dentaria: se la carie non rappresentava un particolare
problema (come d'altronde in tutte le civiltà antiche che consumavano pochi alimenti con zuccheri
semplici) le dentature egizie sono caratterizzate da forte usura della superficie occlusale dentaria
con frequente esposizione della polpa e formazione di ascessi, cisti apicali e fenomeni
osteomielitici mascellari e mandibolari. Questo elevato grado di usura dello smalto si può
osservare nel caso di masticazione di alimenti particolarmente abrasivi, talora conseguenti ad uso
di macine di pietra costruite con materiale poco compatto. Alcuni studi ipotizzano la masticazione
frequente di steli di papiro (descritta dal filosofo-botanico Teofrasto nel III secolo a.C.) ricchi di
microscopiche particelle di silice (fitoliti).

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La Grecia
Nel Mediterraneo, a differenza della mezzaluna Fertile, il passaggio al Neolitico ed ai suoi
successivi sviluppi fu più tardo e prese direzioni differenti, specie nell’organizzazione politica degli
insediamenti. La geografia stessa dei luoghi e le possibilità di sfruttamento e di commercio portò
alla formazione di civiltà di villaggio talora molto sviluppate ma che non arrivarono mai
all’organizzazione delle città-stato mesopotamiche. Anzi, nel periodo più florido della civiltà greca,
la prima ad emergere tra i vari orizzonti culturali mediterranei, la città sarà organizzata in modo
tale da non avere un re / sacerdote a capo della comunità, ma altresì una oligarchia di tipo
terriero.

La civiltà minoica
Il processo di formazione della civiltà greca ebbe origine a Creta nel corso del II millennio: la civiltà
cretese o minoica. Intorno al 3200 a.C. le isole dell’Egeo, le coste della Troade e il Peloponneso
vengono interessate da un nuovo popolamento proveniente probabilmente dal nord mentre Creta
è invasa da popolazioni provenienti, probabilmente, dall’Asia Minore. Verso il 2500-2400 a.C. nella
penisola balcanica e nell’Egeo si verificano altri spostamenti: Creta è di nuovo occupata da una
popolazione quasi sicuramente di origine anatolica: la memoria di questa invasione resta nel mito
che vuole i Troiani originari di Creta (Virgilio, Eneide 3.94). L’età del bronzo coincide con la
talassocrazia cretese: vengono costruiti i grandi palazzi di Cnosso, Festo e Mallia composti di vari
appartamenti, magazzini, sale e case dei sacerdoti e dei dignitari. Verso il 1700 questi palazzi sono
distrutti dall’invasione di altri popoli e da terremoti: nonostante questo vengono ricostruiti e l’isola
torna alla precedente fastosità. Tra il 1500 ed il 1450 i palazzi di Festo, Mallia e la villa di Hagia
Triada sono definitivamente distrutti da una catastrofe naturale. Verso il 1450 l’isola viene invasa
da una popolazione di origine greca: gli Achei, che iniziano la cosiddetta civiltà micenea. Verso la
fine del XV secolo un altro disastroso terremoto mette fine alla civiltà micenea di Creta, che
peraltro già fioriva nel continente e che rimase viva sino all’inizio dell’XI secolo a.C.
L’organizzazione sociale nel periodo cretese più antico è quella del clan; dopo la distruzione dei
primi palazzi si verifica una concentrazione del potere nelle mani di Cnosso, il cui capo, per
tradizione, si chiamava sempre Minosse, rappresentante del Minotauro, il dio-toro di cui era re-
sacerdote. Al dio-toro in epoca micenea si sostituirà Zeus. La vita socio-economica è accentrata nel

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Palazzo dove fa capo la complicata rete dei funzionari. L’economia dell’isola era basata sull’attività
agro-pastorale ma era sviluppato il commercio, specie con l’Egitto.
Interessante l’aspetto religioso, probabilmente da remote origini matriarcali, con il culto di una
Dea Madre primigenia, la Pòtnia con le sue varie epifanie e di numerose divinità minori. Con la
civiltà micenea si ha la comparsa di nuove divinità che poi andranno a formare il pantheon
olimpico: Demetra, Era, Ilizia. Nei testi di Cnosso sono menzionati anche Zeus, Poseidone ed Ares.
Nonostante questo, le divinità micenee sembrano lontane da quel processo di differenziazione
descritto da Omero.

La medicina
La documentazione relativa desumibile dalle tavolette micenee non forniscono molte notizie a
riguardo dell’organizzazione della medicina minoico/micenea: comunque non sembra che la
medicina fosse in mano alla classe sacerdotale. La mancanza di documenti specifici rende molto
difficile capire il tipo di medicina in uso: da testi egiziani sappiamo che alcuni medicamenti cretesi
godevano di un certo prestigio. Vi sono inoltre testimonianze che i Cretesi conoscessero e
apprezzassero le sorgenti termali e le acque minerali.

La Grecia Arcaica
Agli inizi del II millennio la Grecia venne progressivamente occupata da popolazioni indoeuropee
culturalmente affini agli Ittiti: gli Ioni in Attica e in Eubea, gli Eoli in Tessaglia e Beozia. In seguito
ioni ed Eoli si trasferiranno sulle coste dell’Asia Minore. Gli Achei si insediarono nel Peloponneso,
creando cittadelle fortificate come Argo, Tirinto e Micene, la più importante e dalla quale deriva il
nome di civiltà micenea.
La struttura sociale degli Achei era di tipo tribale, con nuclei insediativi spesso in lotta tra loro e
quindi munite di una fortezza nella parte più alta dell’insediamento, l’acropoli, circondata da
mura. Sull’acropoli, oltre alla residenza del re, vi erano magazzini per le riserve alimentari e aree
pubbliche e sacrali. L’evoluzione dei villaggi fortificati achei va verso la formazione di
un’aristocrazia guerriera impiantata su una base produttiva di tipo agricolo e artigianale anche
fortemente specializzata come la metallurgia (con produzione di armi di bronzo) e commerci di
tipo prevalentemente marittimo. Furono i commerci a spingere gli Achei verso una politica
espansionistica verso l’Italia meridionale, le Cicladi, Rodi e l’Asia Minore. In questo contesto

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colonialista ed espansionistico si colloca la guerra di Troia: la città asiatica rappresentava un
ostacolo per i commerci tra l’Egeo e il Mar Nero. Troia venne attaccata e distrutta nel 1250 a.C. da
una coalizione di principi greci comandata da Agamennone, re di Micene. La vittoria su Troia segnò
però il tramonto della potenza achea, sia per l’impegno di risorse economiche ed umane, sia per lo
sforzo e i contrasti sorti tra le città per il controllo delle nuove colonie e delle rotte commerciali.
Questa situazione favorì intorno al 1200 l’invasione dei Dori, popolazione indoeuropea che si era
stanziata da tempo nella valle del Danubio. Micene venne distrutta e molti centri minori vennero
abbandonati e gli Achei vennero confinati in una piccola regione del Peloponneso, l’Acaia.

La medicina
Alcuni aspetti del mondo greco arcaico si possono cogliere attraverso i poemi omerici, in cui l’arte
della medicina viene mostrata nella sua duplice veste: quella di tipo medico-magico e quella
empirico-razionale.
La prima si esplicita attraverso una tradizione che porta a Chirone, il migliore dei Centauri (mostri
originari della Tessaglia) descritto come educatore e maestro dell’arte sacra della medicina. Tra i
suoi “allievi” il principe tessalo Asclepio, che Chirone istruì “nell’arte dei blandi rimedi” (Iliade IV,
219). Di Asclepio parleremo in un capitoletto a lui dedicato ma qui è interessante notare che tra le
file degli Achei militano i due figli dell’eroe tessalo, cioè Podalirio e Macàone, descritti nell’Iliade
come “i due buoni guaritori”.
La seconda veste, quella empirico-razionale è rappresentata, questa volta nell’Odissea, dai medici
“della stirpe di Pèone” ovvero dai medici dell’Egitto, terra che, a parere d’Omero “produce molti
farmaci, molto buoni e, misti con quelli, molti mortali; e ognuno è medico, esperto al di sopra di
molti uomini, perché stirpe sono di Pèone” (Odissea, IV, 230-232).
Qualcosa di analogo accade per la causa dell’insorgenza delle malattie: se da una parte sono
direttamente inviate da un dio, altrove sono “naturalmente” provocate dagli eventi bellici, quali
ferite da taglio o da punta, quest’ultima più spesso dovuta ad una freccia. In questi casi Omero
appare accurato nella descrizione del tipo di ferita e nella terminologia adottata, tanto da far
pensare non tanto ad Omero come “medico militare” come fantasiosamente ebbe a sostenere
Frölich oltre un secolo fa quanto ad una società guerriera in qualche modo permeata dalla
medicina e dal suo lessico. D’altronde nell’Odissea i medici sono menzionati all’interno di un
elenco di artigiani di valore (Odissea, XVII, 383-385): sono questi i medici demiurgoi che praticano
la loro arte per vivere e sono portatori di una tecnica e di un’esperienza lungamente tramandata.
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In assenza di altre fonti è difficile ipotizzare o meno la presenza di medici itineranti come ci
saranno invece nel periodo successivo, dopo la conquista dei Dori e il “silenzio” del cosiddetto
medioevo ellenico.

La medicina sacrale
Nonostante che, quando parliamo di medicina, ci si riferisca costantemente a quella disciplina
codificata che proviene dall'esperienza e da una solida base scientifica, non possiamo ignorare il
fatto che l'arte della guarigione (o della salute, a seconda dei punti di vista) possieda due anime,
ovvero che esistano almeno due strade parallele che il guaritore può percorrere: una via razionale
e "scientifica" (la medicina come la intendiamo nell'accezione comune) e una via sacrale, magica e
informale, che noi siamo oggi portati a chiamare "superstizione". Queste due anime hanno
convissuto per millenni ed ancora convivono in alcuni aspetti della nostra società: l'incubatio o
l'abluzione nella fonte sacra del mondo antico ha i suoi echi e gran parte dei suoi riti e miti nei
treni della speranza verso i grandi santuari o nei luoghi classici della guarigione miracolosa, come
Lourdes. E, si badi bene, non si sta parlando di una medicina deteriore, di una superstizione da
vecchie beghine, ma di un rapporto diverso tra l'uomo e l'immenso mondo del trascendente, del
divino e delle sue manifestazioni nella Natura.
La medicina sacrale viene denominata in vari modi dagli storici: medicina magica, carismatica,
superstiziosa, addirittura popolare, come se il popolo, entità astratta ma deteriore nel pensiero di
tanti intellettuali, fosse per sua natura cieco e smarrito e usasse favole al posto di quella vera
scienza che la Civiltà (il maiuscolo è dell'intellettuale) benignamente ci dona.
A ben guardare le cose non stanno proprio così, altrimenti dovremmo dare dei superstiziosi a quei
medici che hanno curato per secoli (e con efficacia) i loro simili senza sapere che il cuore non è il
centro del calore vitale ma un organo muscolare specializzato o che ignoravano l'esistenza del
DNA o dell’apoptosi. E' un fatto di statuto epistemologico, il che rimanderebbe a discorsi molto
complessi che in questa sede non possono essere fatti se non con un minimo accenno. In pratica,
schematizzando molto, la medicina fa parte tradizionalmente delle Scienze della Natura, anche se
occupa una posizione singolare: la medicina non è infatti una scienza con uno statuto
epistemologico assimilabile a quello delle scienze naturali e sperimentali. Pur servendosi infatti
delle conoscenze di numerose discipline quali la fisica, la chimica, la biologia, la genetica,
l'anatomia, la fisiologia, e pur adottandone il rigore metodologico, si differenzia da queste perché
il suo oggetto non è totalmente misurabile e sperimentabile né vi si possono applicare
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automaticamente forme di conoscenza ritenute esatte e neutrali. Nessuna scienza è ritenuta oggi
neutrale, e meno ancora di tutte la medicina, che si muove in una realtà antropologica
intrinsecamente etica, refrattaria ad ogni forma di riduzionismo. La medicina s'interessa
dell'essere umano come soggetto individuale e personale in una dimensione costitutiva del suo
essere, quella reale o possibile, di uomo o donna malati.
Per questa sua caratteristica la medicina scientifica ha potuto convivere, magari talvolta
incontrandola, con la medicina di tipo carismatico e informale, per sua natura umanistica e
inesatta: se poi la crisi della scienza novecentesca con l'avvento dell'oggettivismo scientistico e
della tecnicizzazione pragmatica (e quindi della perdita del lato filosofico della scienza) ha mirato
ad eclissare "l'altra medicina" magari inscatolandone gli aspetti utili in discipline più rassicuranti
(come ad esempio l'inutile razionalismo dell'omeopatia) questo è un problema diverso e
comunque funzionale alle esigenze di una società come quella in cui stiamo vivendo.
Ma abbandoniamo il discorso etico e filosofico, che ci porterebbe troppo lontano e andiamo a
vedere di cosa si tratta. Tra l'altro bisogna dire che se lo studio della storia della medicina
scientifica occidentale (che poi è il tema del nostro corso) è complesso per i cambiamenti avvenuti
nelle varie epoche e per il lungo periodo analizzato, per la medicina carismatica la cosa è molto più
semplice dal punto di vista storico quanto enormemente più complessa dal punto di vista
antropologico. Più semplice dal punto di vista storico perché "l'altra medicina" ha fenomeni di
lunghissima durata tali che possiamo trovare idee e gesti quasi immutati da un millennio ad un
altro. Bisogna stare attenti a distinguere il nucleo sacrale della medicina "popolare" dal risultato
della sua contaminazione con la medicina scientifica, fatto questo che è presente in tutte le
epoche e che vale non soltanto per l'arte della salute. Il nucleo centrale, valido per tutte le epoche
e in qualche modo per tutte le culture, è piuttosto semplice e si basa sul fatto che l'uomo ha la
possibilità di controllare la Natura attraverso due strumenti fondamentali: l'uso della potenza di
un dio o comunque di un'entità trascendente oppure la conoscenza di arcani segreti della Natura
stessa capaci di modificarla secondo i voleri dell'operatore. Nel primo caso si ha la preghiera nelle
sue varie forme oppure la teurgia (intesa come quell'insieme di pratiche volte a costringere la
divinità a assecondare i voleri dell'operatore), nel secondo l'osservazione e la cosiddetta magia
naturale, indipendente dalla presenza o addirittura dell'esistenza di una divinità. Qualcuno ha
voluto vedere nella magia naturale l'antenata della scienza moderna ma probabilmente non è
così: se la magia naturale assomiglia alla scienza moderna è solo perché indossa un abito simile e
porta con sé strumenti simili. Ma l'analogia finisce qui perché il modo di guardare la Natura e i suoi

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segreti è radicalmente diversa. Infatti da una parte c'è un atteggiamento pragmatico e finalizzato
(l'obbedienza della Natura al mio volere) mentre dall'altro c'è la ricerca oggettiva della
conoscenza, spesso afinalistica.
C’è confusione, a mio parere tra la medicina magico-sacrale e la medicina empirica tradizionale,
proprio per il loro diverso ambito di pensiero: nel lavoro dei rizothomai greci non c’è nulla di magico
o meglio di teurgico, ma c’è invece il risultato di un’esperienza di terapia empirica di lunghissima
durata, cosa ben differente dall’azione terapeutica della incantatio ovvero dei carmi terapeutici, atto
realmente magico-cerimoniale in cui la potenza terapeutica è evocata da precisi atti e gesti augurali.
D’accordo che ambedue le pratiche sembrano essere estranee alla medicina di base “filosofica” o
diremmo scientifica, ma non bisogna dimenticare che il medicamento e il coltello sono presidi
terapeutici basati sull’esperienza prima che sulla teoria e che se bisogna aspettare la teoria
sistematica galenica per avere una base “scientifica” della farmacologia, quest’ultima non sembra
essere altro che una sistematizzazione di un’evidenza terapeutica antichissima.
Tra l’altro, a mio parere, questa suddivisione tra medicina magico-sacrale e medicina “scientifica”
è molto più antica rispetto alla discussione in abito greco sulla natura, discussione che viene
tradizionalmente considerata il punto di partenza della medicina scientifica. La stesso Ippocrate,
nel suo Dell'Antica Medicina ci narra la nascita di un’arte medica come differenziazione dalla
culinaria: questa nata per cibare i sani e mantenerli in salute, l’altra per correggere lo squilibrio
dato dalla malattia. Quindi secondo Ippocrate nei primordi dell’umanità si assiste alla nascita di
una medicina empirica, cioè nata dall’osservazione, come probabilmente avvenne. E’ probabile
che il lato magico sia posteriore oppure, stando alla teoria della visione “magica” del mondo
dell’uomo preistorico (da verificare peraltro) contemporaneo alla medicina empirica.

l culto di Asclepio
Asclepio è un re della Tessaglia descritto da Omero che, come abbiamo visto, segnala la presenza
dei suoi due figli, Podalirio e Macaone, tra le schiere dell’esercito acheo. Al pari dell’egizio
Imhotep, di cui ne diventerà nel mondo alessandrino l’alterità (assieme a Serapione), Asclepio
viene divinizzato, seppure dopo il VI secolo, quale dio taumaturgo a cui dedicare templi che
fungano da centri dove l’autorità del dio si incroci con l’esercizio di una medicina di tipo
sapienziale gestita dalla classe sacerdotale. Prima di allora Asclepio è venerato come eroe
culturale, archetipo della figura del medico ‘senza menda’ e di cui si dichiareranno discendenti le
famiglie di medici itineranti che tra VIII e VI secolo cercheranno di stringersi in una corporazione
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per ottenere un riconoscimento della loro professionalità. La figura del medico itinerante è tipico
di una cultura di villaggio, come doveva essere quella della Grecia arcaica della tarda età del
bronzo, in cui la divisione della produzione probabilmente riguardava esclusivamente i beni
materiali, lasciando l’amministrazione della salute o a figure carismatiche di villaggio o a
“professionisti” itineranti che esercitavano la medicina dopo averne apprese le tecniche attraverso
la tradizione familiare. Questo tipo di professionista specializzato itinerante è simile ad esempio
alle tribù di lavoratori del metallo, che conoscono i segreti della metallurgia e dell’arte fusoria e
che possono spostare i propri centri di produzione a seconda dei bisogni. In fondo la medicina è
sempre stata considerata un’arte “meccanica” (technè) e, come vedremo, solo in alcuni momenti
della storia sarà considerata anche scienza. La divinizzazione di Asclepio come abbiamo visto
avvenne nel VI secolo, anche se il culto si diffonde e radica due secoli dopo, in un momento in cui
si comincia ad assistere ad una rivoluzione socio-economica nelle città greche. L’incremento
demografico dovuto al diffuso miglioramento delle condizioni di vita comincia a complicare
sensibilmente la situazione sanitaria. I templi di Asclepio saranno la soluzione all’aumentata
richiesta di salute (bene che diventa sempre più prezioso all’aumentare del benessere sociale):
strutturati come centri di accoglienza e cura riuniscono in sé l’autorità del dio medico
all’empirismo dei suoi sacerdoti (e medici).
Il culto di Asclepio si impone stabilmente ad Epidauro alla fine del VI sec. a.C. . Il santuario era fuori
città, collegato a questa da una strada fiancheggiata da statue. Nei portici antistanti aveva sede
l’àbaton, dove i malati passavano la notte immersi nel “sonno incubatorio”. Nel recinto si trovava
la thòlos, il pozzo sacro dove dimoravano i serpenti sacri al dio e dove i malati lasciavano le
tavolette votive. Il malato, dopo un rito di purificazione obbligatorio per essere ammesso al
cospetto del dio, dormiva per almeno tre notti nell’abaton nella speranza di essere visitato da
Asclepio ed ottenere miracolosamente la guarigione. In caso contrario la cura della sua affezione
veniva presa a carico dai sacerdoti del tempio. Bisogna puntualizzare che probabilmente la
divisione dei compiti all’interno del personale del tempio doveva prevedere un ruolo distinto tra
sacerdote del dio e terapeuta, cioè medico: per Epidauro non abbiamo notizie se non di rari
sacerdoti esperti in medicina, il che significa che questa veniva esercitata da medici ‘laici’. Il culto
di Asclepio avrà una durata molto lunga: importato a Roma nel III secolo a.C., lo troviamo ben
radicato in tutto il Mediterraneo tanto che, in periodo bizantino, il suo culto (al pari di quello di
Serapione) passerà senza particolari differenze nella figura di santi taumaturghi quali Cosma e
Damiano o Artemio .

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La Grecia classica e il fenomeno
ippocratico
L’invasione del Peloponneso nel XII secolo da parte dei Dori, popolo di origine indoeuropea,
determinò una drastica rottura col passato ed un marcato regresso economico. Il periodo che va
dal XII al IX secolo a.C. è noto, per quanto riguarda la Grecia, come “medioevo ellenico” e fu
caratterizzato dal ritorno ad una civiltà rurale basata sul villaggio con regressione dell’artigianato e
del commercio. I villaggi erano organizzati in senso tribale ed erano retti da un basiléus (di fatto
un re-pastore) affiancato dai capifamiglia, gli aristoi, che andranno assumendo sempre maggiore
importanza con l’aumentare della loro potenza economica fino alla formazione di nuclei cittadini
non retti da un basiléus ma da un consiglio di aristocratici (repubbliche aristocratiche). Verso la
fine del IX secolo, grazie anche all’introduzione di nuove tecniche di aratura e coltivazione si
assiste ad un notevole incremento demografico e alla ripresa delle attività commerciali: entra in
crisi il modello oligarchico aristocratico con l’avvento di nuove classi sociali quali i contadini-piccoli
proprietari, gli artigiani ed i mercanti. Intorno all’VIII secolo la Grecia è dotata di città-stato
indipendenti e sovrane, le poleis, regolate da leggi scritte che in qualche modo tentavano di
affermare la predominanza dello Stato sull’aristocrazia terriera. Nel frattempo, sia a causa
dell’incremento demografico sia a causa delle violente lotte politiche, ebbe inizio la cosiddetta
seconda colonizzazione (per distinguerla dalla colonizzazione d’epoca micenea) secondo tre
direttrici principali: a nord verso la Macedonia, la Tracia e il Mar Nero, a sud verso il litorale della
Cirenaica, a ovest verso le coste dell’Italia Meridionale, della Sicilia orientale, della Francia
meridionale del meridione della Spagna. La massiccia espansione coloniale favorì lo sviluppo del
commercio e dell’artigianato in Grecia e l’esportazione dei modelli di vita sociale e politica negli
insediamenti coloniali, che ebbero una notevole influenza sullo sviluppo delle popolazioni italiche.
Tra la seconda metà del VII e la prima metà del VI secolo si afferma in alcune città quali Atene,
Argo, Mileto e in alcune colonie il modello della tirannide come strumento di contrasto
dell’aristocrazia e di redistribuzione della ricchezza. Alla fine del VI secolo, dopo il rovesciamento
della tirannide, Atene realizzò una profonda riforma della sua costituzione ateniese che segnò la
nascita di un modello di democrazia basato sulla drastica riduzione dei privilegi aristocratici,
l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libertà di parola nelle assemblee e la titolarità del
potere attribuita al popolo (nonostante che i diritti politici restassero riservati ai cittadini maschi

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originari dell’Attica e di Atene). Il modello ateniese, peraltro non fu l’unico modello politico e
amministrativo delle città greche: in questo periodo abbiamo una gran parte delle città erano
tirannie con una città con un modello legislativo più arcaico, estremamente conservatore e
militarizzato: Sparta.
Il ventennio delle Guerre Persiane (499-477 a.C.), dovute al tentativo delle colonie della Ionia di
affrancarsi dalla pesante influenza persiana (499 a.C.) comportarono dopo una iniziale crisi
economica il consolidarsi dell’egemonia di Atene attraverso la lega Delio-Attica ed una particolare
floridezza economica e culturale delle città greche e della stessa Atene, dove raggiunse l’apogeo
con l’ascesa al potere di Pericle (460 circa).
La politica imperialista di Atene fece aumentare il malessere tra le poleis alleate e acuì i contrasti
con le città che facevano capo alla Lega Peloponnesiaca , tradizionalmente legata a Sparta e che
vedevano minacciati i propri interessi dall’espansione politica ed economica ateniese. La guerra
scoppiò nel 431 a.C. e durò quasi trent’anni , ebbe uno svolgimento molto complesso ma alla fine
comportò il tramonto dell’egemonia ateniese sancendo così il primato di Sparta nel mondo greco,
primato peraltro di breve durata. Alla fine di questo periodo di guerre fratricide durato circa
settanta anni, le poleis avevano esaurito le loro potenzialità politiche e, nonostante che
l’economia greca fosse ancora complessivamente florida, le lotte fra i partiti e gli egoismi
esasperati da una cultura basata sul profitto e la ricchezza resero la Grecia facile preda di una
società più arretrata dal punto di vista culturale ma più sana dal punto di vista etico e soprattutto
fortemente militarizzata come quella macedone.

Ippocrate
Per molti storici (e soprattutto per quelli di impostazione filosofica) la medicina occidentale nasce
nell'ambito della discussione ionica sulla Natura, quindi tra VI e V secolo a.C.
In effetti, il nuovo assetto sociale ed il benessere economico furono un terreno particolarmente
favorevole alla diffusione di discussioni su questioni di natura astratta. Di fatto, tra le coste italiche
e quelle dell’Asia Minore, in poco più di un secolo, nacque quel fenomeno di prima elaborazione
teorica generale sulla Natura che porterà alla nascita del pensiero scientifico occidentale. Il
problema, ovvero il limite di questo tipo di approccio alla medicina della Grecia non tiene conto
del fatto che, come abbiamo visto, la medicina è una disciplina pragmatica, di cui il lato
speculativo o diremmo oggi “scientifico” rappresenta un aspetto importante più per il medico che
per la medicina, legata in quanto disciplina pratica ai bisogni e alle peculiarità epidemiologiche e

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territoriali delle malattia da curare.
Come abbiamo visto la colonizzazione greca delle coste orientali dell'Egeo e dell'occidente italico
ebbe delle conseguenze notevoli: l'espansione e l'incremento degli scambi commerciali e delle
attività artigianali ed industriali e l'introduzione della moneta favorirono la formazione di una
nuova classe di commercianti ed artigiani, che progressivamente misero in crisi il predominio della
aristocrazia terriera conservatrice, riuscirono a promuovere una redistribuzione della ricchezza e a
creare un novo benessere sociale, anche se certamente non diffuso a tutti ma certamente a molti
di più rispetto alle generazioni precedenti e soprattutto alla creazione di un modello di vita
cittadino notevolmente migliore di quello delle polis ancorate al modello rurale. Il VI secolo è un
periodo particolarmente vivace nell'arte, nella musica, nella filosofia e con una società cittadina
capace di apprezzarle. Ed anche in grado di apprezzare come mai prima il valore inestimabile della
salute.
Ippocrate nacque nell’isola di Cos, di lingua dorica, ma facente parte della confederazione ateniese
(nel 460 a.C.); apparteneva alla famiglia degli Asclepiadei, rinomata per il suo sapere medico, che
sosteneva di discendere da Asclepio. Esistevano tre rami della famiglia degli Asclepiadei, relativi a
tre località: l’isola di Rodi (ramo rapidamente estinto), la penisola di Cnido e l’isola di Cos, due
centri medici, questi ultimi, di grande reputazione. Dopo aver svolto una prima parte della sua vita
a Cos, acquisendo grande notorietà, raggiunta la piena maturità, lasciò l’isola per andare in Grecia,
più precisamente in Tessaglia, culla dei suoi progenitori. Questa figura del medico itinerante non è
stata inaugurata da lui:il prototipo fu in realtà Democede di Crotone, che ebbe una carriera
sfolgorante e, dopo molte traversie, tra cui la schiavitù presso i Persiani, divenne suo malgrado
medico alla corte di Dario. Egli ebbe due figli, Tessalo e Dracone, e una figlia, di cui sappiamo solo
che sposò un allievo del padre, Polibo, che più tardi prese la guida della “scuola”. Ippocrate morì
tra il 375 e il 351, in Tessaglia.

Ippocrate era celebre ancora da vivo: secondo Platone, suo contemporaneo, egli era già
considerato il medico per antonomasia, come Fidia di Atene o Policleto di Argo erano gli scultori
per eccellenza (Protagora 311 b-c), ed era già famoso sia per il suo insegnamento sia per alcune
sue teorie (Fedro270 c). Anche Aristotele cita Ippocrate, definendolo grande non per statura ma
per talento (Politica 1326 a 15). Notizie biografiche più dettagliate ci giungono dalla Vita di
Ippocrate di Sorano (di Efeso [?], medico del I-II sec.) e dalla Suda (opera enciclopedica bizantina
del X secolo d.C.) e da Tzetze oltreché da Galeno (II sec. d.C.).

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La tradizione ci ha trasmesso, a nome di Ippocrate, un Corpus di circa 70 opere, il cui Il nucleo
principale fu stato composto fra gli ultimi decennî del V secolo e la prima parte del IV. Altre opere,
sicuramente posteriori, possono venir datate fino al II o al I secolo a. C. All'interno del nucleo più
antico, coesistono scritti di orientamento teorico assai differente, sia dal punto di vista filosofico
che dal punto di vista propriamente medico; alcuni di essi, come il celebre Giuramento, possono
essere riferiti a sette mediche di orientamento pitagorico, altri alla cultura sofistica (come il
trattatello Sull'arte), altri ancora ai naturalisti presocratici. Anche tra le opere propriamente
mediche esistono così profonde differenze di teoria e di metodo che esse sono state attribuite a
scuole diverse e rivali: le scuole di Coo e Cnido in particolare, sulla base, soprattutto, della
testimonianza galenica. Il Corpus si formò probabilmente all'inizio del III secolo a. C., nella fase
della costituzione della biblioteca di Alessandria; qui furono raccolte le opere mediche più
autorevoli, che, per ragioni di prestigio editoriale, vennero ascritte al più famoso medico della
tradizione classica, appunto Ippocrate, indipendentemente dai loro contenuti dottrinali. L'uso
introdotto dalle scuole mediche degli erofilici e degli empirici, e consolidato poi da Galeno, di
commentare gli scritti delle autorità mediche antiche, avrebbe poi rafforzato l'attribuzione a
Ippocrate di un gran numero degli scritti del Corpus.
Non è mai esistita, probabilmente, una vera e propria "scuola di Cnido", e la stessa esistenza di
una "scuola di Coo" (dotata di una omogeneità dottrinale e di una regolare formazione medica dei
discepoli) risulta anacronistica per un'epoca come quella tra il V e il IV secolo, quando non
esistevano in nessun settore scuole e biblioteche destinate alla formazione regolare degli allievi. Si
dovrà piuttosto pensare a relazioni di tipo artigianale tra singoli maestri e rispettivi discepoli, che,
nel caso dei maestri più famosi come Ippocrate, di cui sono attestate pubbliche lezioni ateniesi, si
saranno a volte estese nella forma di corsi pubblici a pagamento e nella più vasta circolazione dei
testi trascritti di queste lezioni, nonché in un prestigio culturale e professionale di ampia portata.
L'identificazione della figura storico-culturale di Ippocrate è strettamente legata all'interpretazione
delle testimonianze antiche su di lui, in primo luogo a quelle di Platone nel Fedro e poi a quella del
cosiddetto Anonimo Londinense, un dossografo forse appartenente alla scuola di Aristotele.
Platone dice sostanzialmente che Ippocrate seguiva un metodo secondo il quale non era possibile
curare la singola malattia, e il singolo paziente, "senza conoscere la natura del tutto".
Noi conosciamo la figura di Ippocrate sia attraverso molte leggende ma soprattutto grazie a quello
che fortunatamente ci hanno preservato i diadochi alessandrini. Da questo materiale, che abbiamo
visto essere eterogeneo, possiamo sintetizzare il pensiero medico ippocratico in tre punti

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principali:
1) Dare alla medicina uno statuto epistemologico tenendola però separata dalla filosofia della
Natura;
2) Trasformare la medicina da un'arte familiare a una disciplina che possa essere insegnata ad
altri;
3) Ribadire la capacità del medico, fatta di acume, esperienza e conoscenza, per esprimere una
diagnosi e fornire una terapia.
Quello di Ippocrate è chiaramente un atteggiamento rivoluzionario che gli varrà fama imperitura
(di cui però vedremo il prezzo) ma lui ha bisogno di qualcosa di più per affermare il ruolo "sociale"
del medico, e scrive quel libro straordinario che è Dell'Antica Medicina dove rimanda ad un
passato molto lontano la "nobiltà" della sua arte. Ma è anche il momento opportuno: c'è Ippocrate
ma c'è anche la società adatta per recepire il suo messaggio. E' un momento "nodale" della storia.
Che succede dopo Ippocrate? Intanto, ancora lui vivo, suo cognato Polibo tradisce il suo dettato
scrivendo l’opera Della natura dell'uomo, e lo tradisce così bene da doverne essere quasi
giustificato. Noi Polibo non lo ricordiamo mai, ma probabilmente il vero genio del marketing
didattico medico è stato lui.
La linea indicata da Ippocrate, infatti, era straordinariamente ardua: il rifiuto di cristallizzarsi in
dottrina e in sistema la rendeva di difficile comprensione concettuale, e insieme la sua
trasposizione alla spiegazione naturalistica e alla pratica terapeutica del medico non poteva
certamente apparire agevole. Ci voleva qualcosa di più semplice, chiaro e "spendibile". Polibo non
esita ad avvalersi delle teorie delle scuole mediche italiche, di fatto abbastanza estranee al
pensiero ippocratico, per ottenere una dottrina solida e di fatto meccanicistica da cui dedurre
agevolmente, via via, i singoli dettami per l'attività del medico, dalla diagnostica alla terapia. Il
punto di partenza gli era offerto dalla dottrina delle qualità e degli elementi, dottrina che spiegava
la natura sulla base di un gruppo di realtà sostanziali derivanti dall'osservazione della natura stessa
e che potevano essere ricondotte, grazie alla oro autosufficienza sia logica che empirica, a sistema.
Tuttavia Polibo non poteva certamente rifiutare d'un tratto il patrimonio della scienza coa ed
ippocratica, di cui era l'erede. Da questa tradizione riprende la "veduta" umorale che, derivata in
parte da Alcmeone, era valsa ad Ippocrate a rivendicare la dinamica - oggi diremmo - chimico-
fisica dei processi organici, contro ogni tentativo di trasporre direttamente la fisica alla biologia.
Ma per Ippocrate, come per Alcmeone, gli umori erano di numero e qualità indefiniti e potevano
trasmutare l'uno nell'altro: quello che importava era che il processo di reciproco

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contemperamento si svolgesse in modo armonico ed equilibrato; mentre, dal punto di vista della
diagnosi essi rappresentavano uno dei tanti fattori che agivano nell'organismo, da cogliere come
gli altri con l'attenta penetrazione del caso singolo guidata da una chiara consapevolezza
metodologica.
Ma Polibo non poteva rinunciare al sistema quaternario: prende quindi i due umori
indubbiamente più importanti, flegma e bile, forzando la distinzione di quest'ultima in gialla e
nera, sono qua e là presente in Ippocrate ed accostandovi il sangue, senz'altro più importante per
Empedocle che non per Ippocrate. La serie umorale poteva così rappresentare l'ultimo anello del
sistema, quello più intrinseco all'organismo e dunque quello che più direttamente interessava la
medicina, salvando così, almeno esternamente la medicina di Kos.
Insomma Polibo trasforma, semplificandolo, Ippocrate in un manuale di medicina. Il successo è
tale che il mondo antico conoscerà Ippocrate nell'opera di Polibo (che crederà di Ippocrate).

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La medicina d'epoca ellenistica
Nella parte nord-orientale della penisola ellenica, la Macedonia, stava nascendo una forza nuova.
Intorno al IV secolo a.C. la società macedone era una federazione di tipo tribale con una capitale,
Pella, dove risiedeva un re affiancato da un consiglio di capitribù. Nel 359 a.C. salì al trono di
Macedonia Filippo che, dopo aver ridotto a suo vantaggio il potere dei capitribù, iniziò una politica
espansiva verso la penisola ellenica grazie anche alla creazione del più formidabile strumento di
guerra del mondo antico: la falange, ovvero un’impenetrabile muraglia di sedici file di fanti, armati
di lance lunghe e capace di marciare su ogni terreno e di compiere qualsiasi evoluzione senza
rompere la compattezza delle file e senza indebolire la propria forza d’urto. Dopo aver conquistato
la Tracia e le sue miniere d’oro Filippo invase la Grecia e la sottomise.
Morto Filippo durante la preparazione di una campagna per sottomettere la Persia, gli succedette
nel 336 a.C. il giovane figlio Alessandro, che si adoperò subito a consolidare l'egemonia macedone
sulla Grecia e si apprestò ad attuare la conquista dell'Impero persiano. Alessandro sottomise i
Persiani in soli tre anni, dal 334 al 331 a.C. . Dopo la caduta di Persepoli e la morte di Dario, si
manifestò in Alessandro l'aspirazione a un nuovo “Impero universale”, che riportasse un certo
ordine nella crescente confusione politica dei suoi tempi (su di lui svolse sicuramente un ruolo
importante l'educazione ricevuta da Aristotele). In questa ottica vanno letti l'assunzione dei rituali
di corte orientali, l'espansione dei confini, che facesse coincidere il Regno con il mondo conosciuto
e l'unificazione amministrativa e culturale delle regioni conquistate. La creazione di un esercito e
di una classe di funzionari misti favorì un ampio processo di fusione fra popolazioni greche e
orientali (koinonía, comunanza), sorretto dall'introduzione di una moneta unica, del greco quale
lingua ufficiale comune (koiné), nonché dalla cura per la rete di comunicazioni stradali.
La conquista dell'India, condotta senza particolari difficoltà militari, occupò gli anni dal 327 al 325.
Arrivato al Punjab, davanti al rifiuto delle truppe di proseguire oltre, Alessandro decise per il
ritorno verso la Persia, mentre un'altra parte dell'esercito risalì l'Indo fino alla foce del Tigri in un
viaggio che fu occasione di scoperte geografiche ed etnografiche di notevole rilievo. Alla vigilia di
una nuova spedizione verso l'Arabia, nel 323, Alessandro morì di malaria. Alla sua morte le diverse
province dell'Impero furono governate dai suoi generali, i diadochi. La rivalità presto accesasi tra
questi e i loro successori segnò un cinquantennio di lotte che portarono allo smembramento
dell'Impero macedone con la formazione dei regni ellenistici, monarchie a base territoriale
governate da dinastie stabili, dei quali i maggiori furono: il Regno di Macedonia, il Regno di Siria e
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il Regno d'Egitto (280 a.C.), quest'ultimo con capitale ad Alessandria.
L'Ellenismo è il periodo che va dalla morte di Alessandro all'unificazione del Mediterraneo da parte
di Augusto (30 d.C.), caratterizzato dalla diffusione dei valori e della cultura greca. In campo
religioso e filosofico si manifestò una nuova sensibilità verso culti e dottrine orientali, che spesso si
sovrapposero a quelli tradizionali (sincretismo). L'Accademia platonica raggiunse uno sviluppo
notevole, mentre le grandi scuole filosofiche (stoicismo, epicureismo, cinismo, scetticismo), che si
proponevano di alleviare le sofferenze umane, godevano di ampia diffusione.
La medicina razionale greca trova ad Alessandria d'Egitto un terreno particolarmente adatto per il
suo sviluppo: l'ambiente cosmopolita della capitale della dinastia dei Tolomei, instauratasi dopo la
dissoluzione dell'Impero macedone, offrì ai medici greci un ambiente ideale per condurre le
proprie ricerche. I sovrani Tolomei infatti, tentavano di rafforzare il proprio prestigio all'interno del
mondo ellenistico anche attraverso la promozione della cultura: è in questo periodo che vengono
fondati la Biblioteca ed il Museo, quest'ultimo modellato sulla base del liceo ateniese e deputato
ad accogliere gli studi letterari e scientifici. dato che l'egemonia dei sovrani dell'Egitto si estendeva
all'Egeo, Cos e Cnido comprese, fu agevolata l'immigrazione ad Alessandria dei maestri della
medicina greca, radicati tradizionalmente nelle due isole. Tra l'altro proprio ad Alessandria
vennero raccolti i testi della grande tradizione medica del V e del IV secolo nel Corpus
Hippocraticum.
La figura di medico cambia: non più il professionista itinerante di tradizione greca privo di qualsiasi
supporto istituzionale e legato, per la sua sopravvivenza, al prestigio ed alla capacità terapeutica
ma un soggetto che racchiude nella sua disciplina non solo la pratica diagnostico-terapeutica ma
anche l'esercizio di una ricerca teorica relativamente disinteressata alla terapia, ricerca che il
medico 'ippocratico' della Grecia dei secoli precedenti non poteva coltivare per motivi di tempo e
per mancanza di adeguate strutture 'pubbliche'. Tra l'altro era questo 'surplus' scientifico a
nobilitare (e in ultima analisi anche ad elevare socialmente) il medico.
Dopo l’inizio del III secolo a.C., infatti, le fonti non menzionano più l’appellativo di ‘Asclepiadi’ dato
ai medici, ovvero decade l’emblema che conferiva loro tanto una riconoscibilità socio-culturale
quanto una forma di protezione divina contro i possibili sospetti di contaminazione. Al posto del
mondo relativamente omogeneo degli Asclepiadi, la professione medica conosce ora una netta
divaricazione: fra gli appartenenti ai gruppi dell’alta ricerca, come quelli legati al Museo e in
generale agli ambienti elevati delle monarchie ellenistiche, che sono di norma di cospicua
estrazione sociale e di alto livello culturale, e la dispersa moltitudine dei medici praticanti e

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itineranti, ai quali è precluso l’accesso sia alla ricerca teorica sia alla scrittura dei trattati in cui essa
si esprime. L'unità della technè, propria della tradizione ippocratica, ed espressa in una scrittura
diffusa ed anonima, viene cosi infranta: da un lato il magistero ed i testi dei grandi scienziati come
Erofilo ed Erasistrato, e dei loro allievi riconosciuti per affiliazioni di scuola, dall’altro l’oscuro
anonimato dei professionisti periferici e secondari, neppure più riconoscibili attraverso la comune
appartenenza alla ‘famiglia’degli Asclepiadi.
La tradizione ippocratica aveva focalizzato la medicina sul problema della malattia, della sua
diagnosi e della terapia. Inoltre la concezione ippocratica del corpo era quello di una 'scatola nera'
dove entravano cibi, bevande e stimoli e uscivano escrementi, reazioni, umori. D'altronde per il
medico 'ippocratico' l'apertura di questa scatola nera non rivestiva particolare importanza visto
che nonostante tutto (com'è d'altronde logico), la disciplina si era concentrata su un'esperienza
clinica straordinaria basata sull'attenta osservazione del malato, su una semeiotica puntuale e su
scelte efficaci di strategia terapeutica basate sulla triade dieta / farmacologia / chirurgia di cui la
prima rappresentava la grande conquista del pensiero ippocratico.
In Alessandria il 'surplus' scientifico di cui abbiamo parlato parte dalla riconsiderazione del profilo
del sapere medico con un cambiamento importante di rotta: non più focalizzare l'arte sul
problema della malattia ma su quello dello 'stato naturale' cioè della salute. E' un cambiamento di
prospettiva radicale quello degli alessandrini che porterà, tra l'altro, al superamento del tabù
dell'apertura del corpo e quindi agli studi anatomici e anatomo-fisiologici, ovvero all'apertura della
'scatola nera'.
Le innovazioni sono in gran parte da riportare ad un gruppo ristretto e ben definito di personaggi:
Prassagora di Cos ed Erofilo di Calcedone da un verso e Crisippo di Cnido ed Erasistrato di Ceo
dall'altra, in qualche modo rappresentanti delle due grandi correnti di pensiero medico della
Grecia classica. Erofilo ed Erasistrato sono ambedue attivi il primo ad Alessandria ed il secondo
dapprima ad Antiochia e poi probabilmente nella stessa Alessandria tra il 330 ed il 250 a.C.
Prassagora è attivo a Cos, nella seconda metà del IV secolo a.C. ma non è provato che abbia mai
viaggiato fuori dell'isola. Maestro di Erofilo studia, tra l'altro, la posizione e le caratteristiche dei
vasi, la collocazione dell’esofago e della trachea, l’origine dei nervi dal cuore, l’origine dello
sperma, il calore innato. Prassagora restò fedele alla tradizione ippocratica dal punto di vista
clinico e terapeutico, accogliendo peraltro le teorie aristoteliche per quanto riguardava i principi
anatomo-fisiologici. Erofilo corresse alcune teorie fisiopatologiche del maestro, pur restando
legato alla tradizione clinico-terapeutica ippocratica, studiò l'anatomia del cervello e del cranio,

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dei nervi ottici e dell'occhio nonché dei visceri addominali e delle ghiandole sessuali. Una sua
opere "sulle pulsazioni" si spiega il fenomeno del polso come contrazione e rilassamento
involontari delle pareti arteriose, attraverso le quali scorre il sangue misto a pneuma.
Di Crisippo di Cnido possediamo poche notizie, se non che si distaccò dai principi della vecchia
medicina di stampo ippocratico. Erasistrato, suo allievo, nasce a Ceo, isola dell'arciplago delle
Cicladi, in una famiglia di medici e si forma e vive in un contesto culturale scientifico di
prim’ordine: sposa, in terze nozze, la figlia di Aristotele, ha relazioni professionali ed è favorito
nelle ricerche scientifiche dai sovrani ellenistici dei suoi tempi: Antioco II Soter e Tolomeo II. Studia
tra l'altro l'anatomia del cuore e i vasi, il sistema nervoso, il funzionamento del diaframma nella
respirazione.
La felice stagione della medicina alessandrina ebbe termine con l'ascesa al trono di Tolomeo
Evergete Fiscone, nel II secolo a.C. sovrano impopolare e responsabile della diaspora di medici e
scienziati favorendo la sostituzione, come capitale della cultura, di Alessandria con Roma.

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L'Italia preromana e l'epoca romana
I più antichi abitanti dell'’Italia di cui abbiamo notizia furono,in età neolitica ed eneolitica, i Liguri e
gli Umbri nelle regioni settentrionali, i Siculi nell’Italia centro-meridionale e i Sicani in Sicilia. Alcuni
di questi popoli appartenevano alla cosiddetta razza mediterranea, di origine sconosciuta, altri
(Umbri e Siculi) erano di ceppo indoeuropeo. Più tardi, un notevole numero di popolazioni,
collegate tra di loro a gruppi e tutte di razza indoeuropea, occupò la penisola. Questi popoli, che
noi designiamo in complesso col nome di Italici, occuparono la parte centrale e meridionale
dell’Italia, mentre i Siculi passarono in Sicilia, respingendo i Sicani nella parte occidentale dell’isola.

GLI ETRUSCHI
A partire dal IX-VIII secolo troviamo stanziato nell’Italia centro-settentrionale, con centro
nell’attuale Toscana, un popolo non indoeuropeo, quello degli Etruschi, che fu per parecchi secoli
il più importante della penisola, dotato di una civiltà assai progredita e abbastanza originale. Sui
complessi problemi della loro origine si deve citare solamente che le teorie attuali più accreditate
vorrebbero gli Etruschi provenienti dalle coste dell'Anatolia, e quindi facenti parte dei cosiddetti
"Popoli del Mare" insediatisi a partire dal X secolo a.C. nelle coste dell'attuale Toscana ricche di
giacimenti minerari, sovrapponendosi ad una più antica popolazione locale. Nell’VIII sec. a.C. noi
troviamo gli Etruschi nell’attuale Toscana, nel Lazio settentrionale e nell’Umbria. Nel corso del VII
e del VI sec. essi ampliarono notevolmente i loro territori nel nord e nel sud della penisola
valicando a nord l’Appennino e occupando quasi tutta la Pianura Padana. Nella loro spinta verso
sud occuparono gran parte del Lazio e la Campania settentrionale. Stabilirono infine delle stazioni
lungo la costa della Sardegna e della Corsica. L'espansione etrusca ebbe però breve durata. Alla
fine del VI sec. gli Etruschi, battuti dai Latini, dovettero abbandonare il territorio posto a sud della
basse valle del Tevere, mentre nel 474 Gerone di Siracusa sconfisse quelli di loro che erano rimasti
in Campania. Le incursioni continue del celti, iniziate prima del VI secolo a.C. distrussero i centri
della pianura padana. In Nel V sec. e nel IV secolo i Romani conquistarono poi ad una ad una le
città etrusche: con la distruzione di Volsinii, nel 265 a.C., tutta l’Etruria cadde in potere di Roma.
L'indipendenza amministrativa dei centri etruschi terminò con la "Lex Iulia" dell'89 a.C., anche se la
documentazione nella scrittura etrusca insiste fino alla metà del I secolo d.C.

Gli Etruschi erano organizzati in città-stato indipendenti che si riconoscevano in una federazione
ed erano retti da un sovrano, il lucumone, che di fatto aveva poteri monarchici anche se era
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affiancato da un consiglio degli anziani e da un'assemblea popolare. Se all'inizio della loro storia
non si notano segni di una distinzione in classi all'interno della società; essa invece appare nella
seconda metà dell'VIII secolo a.C., verosimilmente per l'apertura di commerci con il Mediterraneo
orientale associata all'espandersi di centri di produzione, anche di beni di lusso. Alla fine dell'VIII
secolo la società sembra organizzata con a capo una ricca aristocrazia che verrà affiancata
successivamente da un ceto di artigiani e mercanti.

La medicina
La medicina etrusca, nonostante qualche tentativo di "nobilitazione", non sembra particolarmente
diversa da quella praticata dalle altre popolazione protostoriche, come per dire che non esistono
notizie di una medicina strutturata o nelle mani di uno specifico professionista. Il ritrovamento di
fegati (ovini) in bronzo per scopi mantici o qualche tarda tavoletta ex-voto nonché la presenza di
"protesi" dentarie con evidente significato rituale non aggiungono granché alla nostra conoscenza.
D'altronde, come vedremo anche per la medicina romana sino all'epoca repubblicana, la medicina
era esercitata dal pater familias e quindi rientrava in quella categoria dei poteri carismatico-
informali che abbiamo già visto presente nelle popolazioni più antiche.

Roma
I Latini sono presenti nel territorio del Lazio centro-meridionale dal II millennio a.C.,
probabilmente migrati dall'Europa danubiana così come gran parte delle popolazioni italiche
presenti nell'Italia Centro-meridionale. Nella tarda età del bronzo e lungo tutto il secondo
millennio i latini si strutturano in piccoli villaggi collinari ad economia agricolo-pastorale che
andarono federandosi sulla base di una identità politico-religiosa. In questo periodo il villaggio
centrale e dove era presente il tempio del Dio era Albalonga, che rimase la capitale sino alla sua
distruzione da pare di Tullio Ostilio cioè quando uno dei villaggi principlai, Roma, iniziò un apolitica
di supremazia territoriale. Roma viene fondata, secondo la leggenda nel 753 a.C. e subisce
precocemente l'influenza etrusca nel periodo monarchico (753 - 509 a.C.).
Espulso dalla città l'ultimo re etrusco e instaurata una repubblica oligarchica nel 509 a.C., per
Roma ebbe inizio un periodo contraddistinto da una parte dall'espansione territoriale a spese delle
popolazioni italiche vicine e dalle lotte interne tra l'aristocrazia terriera che si era consolidata in
Italia Centrale e le nuove realtà economico-sociali.
Divenuta padrona del Lazio, Roma condusse diverse guerre per la conquista della penisola italica,
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dalla zona centrale fino alla Magna Grecia. Nel III e nel II secolo inizia l'espansione verso il
Mediterraneo e verso l'Italia settentrionale: la vittoria su Cartagine e la conquista di Numanzia
sulla penisola iberica la rendono, di fatto, una potenza marittima incontrastata che le permetterà
anche l' espansione verso oriente e il predominio del Mediterraneo.
L’espansione territoriale e della popolazione necessitano una ridefinizione della "res publica",
ovvero dello stato. Le soluzioni suggerite dai diversi uomini influenti che si succedono arrivano,
dopo l’assassinio di Cesare (44 a.C.) e il contrasto tra Marco Antonio alleato con Cleopatra da una
parte e Ottaviano, nipote di Cesare, dall’altra, a un nuovo regime istituzionale: il principato. Il
"princeps" (da "primum caput" o primo cittadino) fonda l’impero in un assetto unificato e
pacificato che dura fino al III secolo d.C. ("pax romana"). Durante questi secoli l’impero romano
raggiunge il suo splendore.
Con il III secolo d.C., Roma via via perde il ruolo centrale per la vastità e universalità del suo regno,
finché Diocleziano separa in due parti l’impero ristrutturando profondamente economia, finanze,
politica e burocrazia. Quest’opera garantisce a Roma un secolo di nuova prosperità e il
Cristianesimo, autorizzato ufficialmente nel 313 d.C. da Costantino il Grande con l’editto di Milano,
contribuisce a sostenere il regime.
Nel IV secolo il baricentro dell’impero si sposta verso oriente, dopo le successive invasioni in Italia
di Barbari, Visigoti e Vandali, che arrivano a saccheggiare persino la città di Roma.

La medicina a Roma in età repubblicana


Secondo l'enciclopedista Plinio, prima dell'arrivo dei primi medici greci, cosa avvenuta a partire
dalla metà del III secolo, Roma non possedeva professionisti dedicati all'esercizio della medicina.
Le mansioni di medico erano esercitate dal pater familias che aveva la responsabilità della tutela
della salute dei familiari, degli schiavi e del bestiame. La medicina romana dei primi secoli
rientrava nel novero delle funzioni diremmo 'domestiche' e legate alla figura carismatica del capo-
comunità, continuando con tutta probabilità una tradizione di lunghissima durata. Da altri
enciclopedisti quali Varrone o Catone siamo informati circa la presenza di una terapia tradizionale
talora unita alla pratica dello scongiuro e di una piccola chirurgia, dedicata sostanzialmente alla
cura dei traumi e delle ferite. La medicina di tipo sacrale aveva ovviamente la sua importanza e
nella Roma antica sono documentabili culti di numerose divinità guaritrici quali la dea Febris o la
dea Mephitis. La maggior parte di queste divinità avevano un tempio o perlomeno un altare dove
esercitare il culto, ma appare poco probabile che là fossero attivi sacerdoti o comunque figure
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legate al culto della divinità che praticassero le cure più idonee, come succedeva invece
nell'Asklepeion greco.
Si ritiene che il culto di Esculapio (denominazione latina di Asclepio) sia stato introdotto a Roma
nel 293 a.C. con la costruzione di un tempio a lui dedicato nell'Isola Tiberina.
Negli ultimi venti anni del III secolo, poco prima delle guerre macedoniche, si assiste all'arrivo a
Roma dei primi medici greci i quali, visti dapprima con sospetto (Arcagato fu cacciato da Roma
dopo avergli appioppato il soprannome di carnifex per il suo uso, pare intenso, del cauterio)
riuscirono comunque a guadagnarsi uno spazio nella tradizionalista società romana. Il cammino
per arrivare ad un riconoscimento di uno status diverso da quello servile, quale era generalmente
quello dei medici greci a Roma, fu comunque molto lungo: solo nel 46 a.C. Giulio Cesare concede
la cittadinanza romana ai medici e bisogna arrivare al II secolo d.C., in piena epoca imperiale, con
la breve ma straordinaria stagione galenica, per riconoscere al medico uno status di scienziato e
filosofo.
D'altronde la medicina greca veniva spesso sentita come contraria alla coscienza romana:
nell'esercizio di questa professione i medici, che come abbiamo detto sono prevalentemente greci,
fanno uso di una terminologia corrente greca o comunque ricca di grecismi che può essere definita
come lingua "latino-greca" della medicina. D'altronde la medicina greca ha le carte in regola per
essere vincente: a prescindere dall'efficacia, che doveva essere perlomeno superiore a quella della
medicina tradizionale anche per un più ampio armamentario farmaceutico e chirurgico, proponeva
una spiegazione naturale delle malattie assieme ad una interpretazione globale dell'uomo e del
mondo, ossia una solida base epistemologica per una disciplina che pur restando una technè, cioè
un'arte "meccanica" nondimeno si presentava come razionale e specialistica, degna quindi di un
professionista e degna anche di essere opportunamente ricompensata. Ovviamente la società
romana recepì questo tipo di visione da parte della medicina ellenistica perché stava sempre di più
diventando una società del benessere e quindi con una maggiore sensibilità verso la salute, la
bellezza del corpo e l'importanza della filosofia.
La medicina tradizionale romana non sopravvivrà se non nelle campagne, anche se degli echi
talora importanti si possono trovare ancora in epoca imperiale nelle opere di Plinio, Celso e del
medico imperiale Scribonio Largo (I sec. d.C.).

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L'età imperiale

Le sette mediche
Già presenti ad Alessandria nel II secolo a.C., le ritroviamo a Roma dopo la diaspora dei maestri
alessandrini al tempo di Tolomeo Evergete Fiscone e di fatto dopo l'arrivo a Roma di Asclepiade di
Prusa nel 146 a.C., caposcuola della setta dogmatica.
Il termine "setta" (haeresis in greco) non deve essere recepito con il significato negativo che ha
assunto nel tempo: la setta medica, così come la troviamo a Roma viene concepita ad Alessandria
durante una lotta piuttosto cruenta (letterariamente parlando) fra i più brillanti allievi di Erofilo
per un predominio sulle basi teoriche della medicina. Abbiamo visto come la parte "scientifica"
della medicina che si viene consolidando nell'ambiente intellettuale alessandrino rappresenti un
"surplus" importante per il medico dato che, tra l'altro, ne sancisce il ruolo sociale (ed economico).
Una lotta di questo genere sarebbe stata impensabile nel medico di tradizione greca classica che
non disponeva (né ne sentiva il bisogno, in un certo qual modo) di questo bagaglio d'esperienza
anatomica e, molto più povero, fisiopatologica. Se nella pratica terapeutica, infatti, le varie sette
(né poteva essere altrimenti, a ben guardare) non differivano moltissimo tra loro, la differenza
risiedeva in alcuni aspetti teorici della téchne della formazione del medico.
Ogni gruppo ha un padre fondatore, un garante dell'autorità e generalmente una guida di
riferimento, un maestro da frequentare, ascoltare o magari solo a cui riferirsi. La coesione interna
è indispensabile ed è rafforzata dall'attacco alle altre sette attraverso scritti polemici e da una
forma orale di insegnamento, l'agon, il dibattito che viene sempre indirizzato contro altri. Di fatto,
quindi, le sette mediche sono un fenomeno che non interessa, se non marginalmente, la prassi
terapeutica e lo studio delle malattie, quanto un fenomeno letterario medico sulla discussione
teorica della medicina e dei suoi aspetti.
La setta dogmatica
Si rivolge agli insegnamenti più antichi del Corpus Ippocratico ed era basata sulla convinzione che
conciliando le scoperte recenti con la vecchia tradizione clinica ippocratica si potessero scoprire le
cose più nascoste. In effetti i dogmatici non formavano una vera setta ma si mantenevano fedeli al
pensiero medico più antico con una fede salda a riguardo della validità della rationalis medicina.
Di fatto però erano tutti concordi sulla validità di quattro tesi principali ovvero che esistono cause
nascoste delle malattie che i sensi non possono cogliere immediatamente ma che il medico può
arrivare a conoscere, che queste cause nascoste sono da contrapporsi alle cause evidenti, quelle
colte dai sensi e che precedono o scatenano la malattia, che il ragionamento che si basa sulla
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sperimentazione e la dissezione può aiutare risolvere i maggiori problemi della fisiopatologia e
della terapeutica e d infine che il trattamento della malattia è scoperto per congettura in seguito
alla scoperta della sua causa nascosta.

La setta empirica
Questa setta rimase per lungo tempo un fenomeno esclusivamente alessandrino. Influenzati dalla
filosofia scettica, gli empirici non credevano nella medicina come vera scienza. Inoltre (e qui si
allontanavano dal pensiero scettico) affermavano che non è possibile capire ciò che i sensi non
possono afferrare. Due posizioni molto radicali queste che portavano gli empirici a negare
completamente la validità dell'impostazione dogmatica tanto più che per gli empirici la natura era,
di fatto, imperscrutabile. Semplificando, l'enunciato empirico voleva che le uniche conoscenze
mediche fossero frutto dell'osservazione e che non poteva esistere una ricerca sistematica perché
avrebbe presupposto una sistemazione teorica non fondata sull'esperienza. In medicina la certezza
si raggiungeva, quindi, solo attraverso la pratica come in altri mestieri come il contadino o il
navigatore, tanto più che l'esperienza non era trasmissibile: l'esperienza mediata era ammessa a
causa della brevità della vita del singolo, ma i dati dovevano essere accuratamente vagliati e
verificati. Per la setta empirica quindi la medicina è una pratica principalmente terapeutica e non
ha nulla a che fare con la speculazione.

La setta metodica
Dopo la presa di Corinto, nel 146, molti medici lasciarono la Grecia e stabilendosi a Roma, tra cui
Asclepiade di Prusa e del suo allievo Temisone di Laodicea, che poi è il vero fondatore della setta.
L'idea fondamentale di Asclepiade è che il corpo umano sia formato da corpuscoli impercettibili se
non dalla ragione, gli onchoi che si muovono all'interno di canalicoli, i poroi, anch'essi di essenza
puramente teorica. Il regolare flusso degli onchoi caratterizza lo stato di salute. Le malattie
sarebbero prodotte da una strettezza dei pori o da una eccessiva larghezza di essi, o da una
sproporzione dei corpuscoli circolanti. Per Asclepiade quindi l'arte del curare consisteva
semplicemente nel regolare i movimenti degli onchoi, equilibrando le sproporzioni fra essi e i pori
del corpo umano. I metodici conquistarono il grande pubblico grazie alla semplicità della loro
dottrina anche se, a ben guardare, al di là dei semplici stati di tensione, rilassamento e lo "stato
misto" per mezzo delle quali potevano essere classificate le malattie e da cui poi discendeva la
condotta terapeutica, esisteva una vera e complessa nosografia metodica anche se non codificata
da un corpus di regole rigorose.

36
La setta pneumatica
La quarta setta è un po' più problematica per quanto riguarda la sua legittimità: Galeno, nelle sue
Definizioni mediche la cita appena, dicendo che sarebbe stata inventata da Agatino di Sparta. Se
Agatino abbia o meno "inventato" questa setta è certo che Ateneo di Attalia (I secolo d.C.) ne è il
grande innovatore. Partendo dalla dottrina umorale di scuola ippocratica vi introduce la teoria
dello pneuma, portatore delle funzioni vitali e psichiche più importanti. Il pneuma è alimentato
dall'aria respirata e, come elemento di raffreddamento del calore naturale, circola attraverso le
arterie ed ha sede nel cuore. La salute è data dall'equilibrio del pneuma con i quattro umori.

Il problema delle sette, fenomeno di cui però è difficile cogliere la portata effettiva, riguarda la
medicina esercitata a Roma dai medici greci, come abbiamo visto. tra l'altro, nello sforzo di dare
alla medicina ma soprattutto al medico un nuovo status di "pratico e filosofo" secondo il modello
alessandrino, i principali esponenti delle sette ci hanno lasciato numerosi testi o frammenti
testuali a testimonianza del loro pensiero. Questo è un fenomeno diverso da quello che abbiamo
visto a riguardo della formazione del Corpus Ippocratico, di fatto anonimo e ricondotto a
posteriori alla figura di Ippocrate: adesso i volumina di medicina portano il nome dell'autore, così
come era successo ad Alessandria, e questo è un fenomeno da sottolineare, anche perché
vedremo che il coronamento degli sforzi di autopromozione fatti dai medici arriverà con Galeno
ma soprattutto con il mare magnum dei suoi scritti. E' l'opera scritta quella che assume
l'importanza del testimone, un opera colta con un lessico tecnico proprio, scritta in greco o con in
latino infarcito di grecismi, opera non creata per l'esigenza dell'insegnamento, che probabilmente
continua ad essere quello dell' "andare a bottega" da un professionista, cioè dell'apprendimento
diretto e della pratica guidata, ma destinata ad un pubblico di potenziali "clienti", che legge ed è
capace di cogliere l'aspetto teorico o polemico del testo.
Ovviamente non ci restano soltanto testi che trattano di medicina scritti da medici, anzi, tra I
secolo a.C. e il I secolo d.C. le opere più significative che danno un quadro della situazione
"storica" della medicina sono scritti da auctores non medici ma "enciclopedisti" tra cui, per citare i
più significativi, A. Cornelio Celso o Plinio il Vecchio, autori genuinamente "romani" e ancorati alla
tradizione. La Naturalis Historia di Plinio non è un'opera dedicata alla medicina di per sé anche se
affronta alcuni aspetti della terapia medica mentre l'opera di Celso, il De Medicina (parte di una
più vasta enciclopedia che ci è pervenuta purtroppo frammentaria) è forse l'opera più importante
del mondo romano per comprendere il fenomeno "medicina" nel suo insieme. Il De re medica di

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Celso viene composto, probabilmente, tra il 25 a.C. ed il 35 d.C. e si presenta come un'opera
composta da otto libri preceduti da un proemio in cui si traccia una storia della medicina partendo
dai tempi della guerra di Troia per arrivare ad Asclepiade. Gli otto libri sono così
ripartiti: semeiotica e igiene (libri I), dietetica (libro II), medicina interna (libro III e IV),
farmacologia (libro V e VI) e chirurgia (libro VII e VIII). L'opera di Celso assume un valore
documentario estremamente importante perché ci fornisce un quadro piuttosto completo della
medicina dei primi due secoli a.C., cercando di mediare le fonti a sua disposizione e quindi le varie
impostazioni teoriche.
Ovviamente la letteratura medica di questo periodo non è scritta esclusivamente in greco, anche
se gli autori in lingua latina sono piuttosto rari. E' indispensabile però segnalare l'opera di un
medico dai contorni biografici piuttosto incerti (se non che almeno per un certo periodo fu al
seguito dell' imperatore Claudio): Scribonio Largo. Autore di un a raccolta farmacologica, le
Compositiones, redatte attorno alla fine degli anni '40 del I secolo d.C. e che ebbero una discreta
fortuna nei secoli successivi, il suo pensiero rivela numerosi punti di contato con Celso sia per la
concezione moraleggiante della medicina, sia per i supporti dottrinari, sia nella definizione della
prassi medica e delle cure effettive.

Galeno di Pergamo e il galenismo


Il II secolo d.C. è anche noto come il "beatissimum saeculum" con la massima espansione
territoriale dell'Impero e l'adozione del principato imperiale. E' un periodo culturalmente felice,
grazie alla prosperità dello Stato: nonostante che, a differenza delle città greche dove le scuole
pubbliche erano presenti sin dal II secolo, si debba aspettare il 73 d.C. per avere le prime cattedre
pubbliche a pagamento, agli insegnanti di retorica latina e greca era garantito un salario annuo di
100.000 sesterzi, pagato grazie agli introiti del fisco imperiale. Il mercato librario era fiorente e
solo a Roma si trovavano, nel II secolo, almeno 6 o 7 biblioteche pubbliche: alcune di esse erano
già state inaugurate in età augustea/tiberiana, altre erano invece fondazioni posteriori. Si trattava
di strutture pubbliche, gestite da personale qualificato, frequentate da un'utenza "alta": erano
centri di lettura, alcuni dei quali specializzati tematicamente, con sale distinte riservate ai testi
greci ed ai testi latini e sale studio. Il giurista Modestino ci informa che Antonino Pio (138-161 d.C.)
si preoccupò di regolare persino il numero di medici, sofisti e grammatici che dovevano trovare
impiego nelle città dell'Impero, fissando per legge i privilegi con cui gratificare questi
professionisti. Questa notizia è importante: per Antonino quindi i medici vengono equiparati ai

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sofisti e ai grammatici, cioè hanno un ruolo intellettuale importante, segno che lo sforzo dei
medici greci non era andato sprecato. Questo è il periodo in cui il trentenne Galeno "sbarca" a
Roma pronto più che a tentare la fortuna, a combattere per costringerla a concederle i suoi favori.
Antonino era appena morto e Marco Aurelio aveva assunto il potere nel 161 d.C.
Galeno era nato a Pergamo intorno al 129 ed era figlio dell'architetto Nicone, influente
personaggio della realtà municipale, che avrà grande cura nel l'educazione del figlio (d'altronde la
famiglia di Nicone vantava architetti e matematici). Il ragazzo intraprende gli studi di medicina e
filosofia all’età di sedici anni non prima di essere stato avviato agli studi della filosofia platonica,
stoica, epicurea e, soprattutto, aristotelica e, in seguito, allo studio delle sette mediche. Dopo la
morte del padre Galeno inizia a viaggiare per approfondire le sue conoscenze di medicina, prima a
Smirne, con Pelope, poi a Alessandria, dove si dedica allo studio dell’anatomia e della
farmacologia. Nel 157, ritornato a Pergamo, diviene medico della scuola dei gladiatori e acquisisce
ampie conoscenze nel campo della chirurgia.
Quando nel 162 Galeno arriva nell'Urbe, è un medico dalla solida formazione medico-chirurgica e
soprattutto un uomo di notevole cultura. La lettura degli scritti di Galeno ci mostrano una
personalità molto forte e piuttosto aggressiva consapevole delle proprie qualità: probabilmente
grazie a questa qualità acquista rapidamente fama tra gli aristocratici grazie a dibattiti pubblici e a
dimostrazioni anatomiche, procurandosi nel contempo una solida e duratura inimicizia dei
colleghi, che comunque ripagò abbondantemente con la stessa moneta.
Nel 166, per un complesso di ragioni, lasciò Roma per tornare a Pergamo giusto allo scoppiare di
una violenta epidemia, ma viene richiamato da Marco Aurelio e, tra l'altro, nel 168 ritrova la stessa
epidemia da cui era scappato nell'accampamento dell’esercito romano ad Aquileia, dove
l’imperatore sta preparando una spedizione contro i Germani. Marco Aurelio gli affidò la salute del
figlio Commodo (che diverrà imperatore, seppure detestabile e brutale) e nel 169 Galeno iniziò il
suo secondo soggiorno a Roma, che fu molto più lungo del precedente. Questo probabilmente è il
periodo più fecondo per quanto riguarda la sua produzione di scritti medici e filosofici. La scrittura
e il libro sono media importanti per comunicare con la classe aristocratica e Galeno conosce bene
il suo mestiere: i suoi libri, consultabili pubblicamente presso la Biblioteca del tempio della Pace
furono certamente un veicolo pubblicitario importante, tanto più che la visone "supersettaria" di
Galeno e la sua capacità di sistematizzare il pensiero dogmatico stemperandolo con l'apporto delle
altre correnti di pensiero contribuirono a divulgare (nei luoghi opportuni) una medicina realmente
"scientifica". Galeno sa interpretare i bisogni emergenti dell'alta società romana per portarli al

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servizio del suo progetto di riqualificazione del medico, ovvero di un professionista che non abbia
soltanto capacità terapeutiche ma anche una solida conoscenza, su basi razionali, dell'uomo e
della natura. Per questo Galeno riduce il momento clinico della sua professione per impegnarsi
nell'attività di conferenziere e poi, quasi esclusivamente, di teorico e scrittore. Il successo di
Galeno a Roma è clamoroso, tanto che riesce in qualche modo ad eclissare i colleghi settari ed
essere, per oltre vent'anni uno scrittore ed un medico di successo. Nel 192, salito al soglio
imperiale Settimio Severo, un grande incendio distrusse il Tempio e la Biblioteca della Pace
assieme alle grandi biblioteche del Palatino e dove andarono bruciate molte opere di Galeno. Tra il
200 e il 210 egli si decise a tornare nel suo paese d’origine dove morì fra il 210 e il 216.
Galeno rappresenta un fenomeno singolare nella storia della medicina occidentale e di questa
singolarità se ne sono ben rese conto le generazioni successive. Di fatto Galeno appare singolare
quanto Ippocrate (e non a caso a questi è comparato o con questi è rappresentato, nel medioevo,
come nella cripta della cattedrale di Atri), e questa singolarità dei due personaggi è abbastanza
chiara: ambedue non gli artefici di una rivoluzione della medicina in quanto ars medendi, quanto
del radicale cambiamento dello statuto "scientifico" della medicina. Cambiamento certamente di
qualche utilità alla medicina stessa (ma non così tanto) ma comunque fondamentale per la
ridiscussione completa del ruolo del medico nella società. Tra l'altro l'accostamento ad Ippocrate è
in parte strumentale e voluto fortemente dallo stesso Galeno, che fa di Ippocrate, grazie ad un
sapiente e modernissimo marketing d'immagine, il più grande medico di tutti i tempi e quindi
Galeno stesso, suo dichiarato ierofante, il più grande medico dei suoi tempi. L'operazione galenica
è straordinaria anche se tradisce Ippocrate tanto quanto l'aveva tradito Polibo: è infatti la visione
del De Natura Hominis e non quella della parte più antica del Corpus Hippocraticum ad essere
approfondita, completata, migliorata e divulgata, allo scopo di ottenere una scientia affidabile,
meccanicistica in sé (si pensi, come piccolo esempio, al fatto dell'importanza delle qualitates e alla
loro suddivisione in quattro gradi) ma mitigata o meglio completata dal fatto che "il miglior
medico è anche filosofo" (una delle sue opere "morali" più illuminanti) che sa bene che "le facoltà
dell'anima seguono i temperamenti del corpo" come recita il titolo di una straordinaria opera della
piena maturità. Un medico-filosofo cosciente che i problemi della conoscenza da cui provengono i
grandi problemi della vita tra cui la felicità, l'infelicità e il fine della vita, potranno avere risposte
razionali, quelle risposte che lui può dare ed amministrare.
Il progetto culturale e sociale di Galeno riesce, perlomeno temporaneamente, eclissando in gran
parte le sette e consolidando la figura sociale del medico. Dopo la morte di Galeno però,

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nonostante che i suoi scritti circolino ancora a Roma (ma soprattutto fuori di Roma, come ad
esempio in Alessandria), la ricezione del suo magistero nella letteratura in lingua latina è molto
scarsa. Come per dire che passata l' "eccezione" di Galeno, la vita ritornò (se mai ne era uscita)
nell'ambito della normalità. D'altronde, come generalmente si dice, dopo Galeno la medicina
antica non è più creativa: traduce, compila, riassume. Addirittura la medicina "scientifica" lascia
speso spazio al sapere popolare, come ad esempio nel Liber medicinalis di Quinto Sereno
Sammonico. Forse è questa la normalità, nell'arte medica? In fondo se non ci fosse stata, ben
postuma, una "setta galenica alessandrina" e non ci fosse stata, per questo, una trasmissione quasi
esclusivamente galenica al mondo arabo (e quindi, come vedremo, all'Occidente bassomedievale),
di Galeno avremmo perso ben presto le tracce, così come in gran parte le persero i medici della
Tarda Antichità e dell'Alto Medioevo. Galeno fu probabilmente l'epifenomeno di quel momento
"aureo" della società romana, che peraltro dovette rapidamente cedere ad una crisi strutturale e
demografica che si manifesterà di lì a poco e che probabilmente farà preferire alla complicata
figura del medico-filosofo un medico magari altrettanto gratiosus ma sicuramente più pratico.

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Tarda Antichità
Il cristianesimo delle origini, specie quello paolino o quello legato all'esperienza ascetica orientale
fu fortemente influenzato dalle filosofie del I - II d.C. secolo, per cui il corpo venne disprezzato (ad
esempio per gli Gnostici l'anima era intrappolata nel corpo, ed il corpo era una costrizione da cui
liberarsi grazie alla morte). La cura del corpo in questa ottica era di fatto contro natura, e la
malattia assieme alla morte poteva rappresentare una via per la purificazione dal peccato.
Bisogna stare attenti comunque a non sopravvalutare l’influenza di queste concezioni sulla
medicina dell’epoca: se da una parte è evidente che il Cristianesimo (ma d’altronde anche il
diffondersi di culti orientali quali il mitraismo o i culti isiaci) ebbe un’influenza sul pensiero
generale del rapporto corpo / salute, questo avvenne lentamente e in modo diverso nelle varie
aree geografiche. Il problema è dato dal tipo di letteratura con cui ci andiamo a confrontare, ed è
lo stesso problema, là un po’ amplificato, che troviamo per l’Alto Medioevo: le fonti cominciano
ad essere (e di fatto successivamente sono le uniche) di origine cristiana e soprattutto di tipo
monastico, cioè provenienti da una élite intellettuale che aveva fatto dell’ortodossia un principio
di vita e, per certi versi, di potere.
La divisione dell’Impero tra Oriente ed Occidente comportò una serie di fenomeni destinati a
ripercuotersi sulla letteratura medica, anche se (e qui è difficile quantificare), la pratica medica
non ebbe particolari modificazioni in sé, almeno sino al cambiamento del paesaggio politico e
sociale del IV-V secolo. Innanzitutto una differenza culturale: il mondo romano e quello greco, che
per secoli si erano incrociati, adesso mostrano tutte le loro differenze: un mondo fortemente
influenzato dai costumi “orientali” il greco-bizantino, più sincretisticamente “europeo” il secondo,
influenzato sempre di più da costumi e consuetudini galliche o germaniche. Poi la lingua: se la
medicina “erudita” a Roma era (come abbiamo visto con Galeno) espressa in lingua greca
affiancata ad una letteratura latina perlopiù di tipo generalista (come nel caso di Celso) o di tipo
pratico (come ad esempio nel caso di Scribonio) , dopo la divisione “culturale” dell’Impero, i testi
di medicina si spostano da Occidente ad Oriente con esiti molto diversi: mentre in Occidente la
magra letteratura medica latina si arricchisce di qualche operetta di terapeutica o di più estese
sintesi di ricette come nel caso di Marcello Empirico, nel mondo bizantino si continua ad adottare
(ed anzi a consolidare) il patrimonio scientifico galenico: in ultima analisi la medicina di stampo
scientifico si sposta ad Oriente. Anche perché l'Occidente cominciava ad avere ben altri problemi.

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Bizantini e Arabi
L'antica città di Bisanzio era un piccolo porto, colonia della più nota Megara, in posizione
strategica nella mappa dei traffici commerciali tra Oriente ed Occidente. Nonostante la fortunata
posizione geografica, si dovrà aspettare l'epoca di Settimio Severo (193-211 d.C.) per vedere
valorizzata la città come sede militare avanzata. Settimio Severo inoltre abbellì la città con grandi
edifici pubblici, un ippodromo imponente, terme monumentali e donò alla città il titolo di colonia
romana. Quando Costantino (324-347) la scelse come sua dimora, Bisanzio era una città grande e
ricca, ma Costantino la ampilò ancora rendendola degna della corte imperiale e cambiandole
nome in Costantinopoli.
La città fu pensata da Costantino come una "Seconda Roma", come la definì successivamente con
un decreto, ma senza alcuna volontà di antitesi con l'Urbe: già con la tetrarchia si era cercato di
rafforzare il potere imperiale, indebolitosi soprattutto nelle provincie lontane dal governo centrale
di Roma e l'istituzione di questo nuovo centro di potere amministrativo doveva portare ad una
stabilizzazione dell'Impero. Roma, già da tempo, non era più l'unico cuore dell'Impero: Diocleziano
ad esempio aveva abbandonato Roma per vivere a Nicomedia, mentre Massimiano risiedette a
Milano, Sardica, Tessalonica ed Antiochia. L’impero bizantino ha inizio nell’anno 395 d.C. quando
l’imperatore Teodosio I (379-395) affida ai figli Arcadio ed Onorio rispettivamente la parte
orientale e la parte occidentale dell’Impero romano. Mentre l’Occidente diventava un puzzle di
regni barbarici, anche Costantinopoli ebbe un periodo di paralisi. Tra il IV ed il V secolo fu sede di
violenti scontri per motivi religiosi (Eresia di Ario, monofisismo, Concilio di Costantinopoli). La
situzione cambiò con l’ascesa al trono di Giustiniano (527-565), che credeva nella restaurazione
dell’Impero, convinto che l’unificazione religiosa fosse il preludio dell’unificazione territoriale. I
generali di Giustiniano, Belisario e Narsete, riconquistarono il territorio africano occupato dai
Vandali e parte di quello spagnolo ocuupato dai Visigoti. Dopo vent’anni di guerra occuparono
anche l’Italia e le isole del Mediterraneo. Questa ricostituzione dell’orbis Romanus non fu senza
conseguenze, come per esempio la rivolta di Nika, dovuta a tensioni interne, che provocò un
terribile incendio a Costantinopoli. Giustiniano ricostruì la città cercando di farne il simbolo della
sua grandezza e di creare, attraverso una nuova arte, la nuova Costantinopoli. Con la ricostruzione
della basilica di Santa Sofia, la Megàle Ekklesìa di Bisanzio, si può iniziare a parlare di arte
bizantina, così come di storia e cultura. Giustiniano riorganizzò la struttura statale. A lui si deve
inoltre la codificazione del diritto romano: nel 529 viene pubblicata la prima edizione in lingua
latina del Codex Iustinianus, mentre nel 533 vennero pubblicati i cinquanta libri dei Digesta

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(sentenze dei giuresconsulti) e le Institutiones, destinate all’insegnamento. Dopo Giustiniano
iniziano i problemi legati alle pressioni dei popoli orientali, degli Arabi ina Africa, degli Slavi e dei
popoli germanici in Occidente. Durante il regni di Eraclio (610-641) l’Impero venne diviso in temi,
cioè in territori ben definiti, ognuno dei quali costituiva un’unità amministrativa e militare allo
stesso tempo, con a capo uno stratega.
Ciò che contraddistingue la cultura bizantina in tutte le sue espressioni è l’incontro - arricchito da
apporti orientali - della grecità pagana con la nuova spiritualità cristiana e la fusione del vecchio e
del nuovo mondo in una entità culturale autonoma ed originale. Suo merito fu la conservazione
dell’eredità greco-classica per un periodo di più di 10 secoli, e la sua riconsegna, alla caduta
dell’Impero d’Oriente (1453), al nuovo mondo europeo. Carattere distintivo dell’evoluzione storica
dell’impero bizantino fu la mancanza di quelle devastazioni, distruzioni e ricostruzioni che
caratterizzarono il Medioevo dell’Impero d’Occidente, anche se Costantinopoli dovette sempre
difendersi dai nemici che la circondavano.
Per quanto riguarda la medicina, bisogna distinguere tra le opere rimaste dagli scrittori medici e il
rilievo sociale della medicina e della sanità pubblica. Per quanto riguarda i primi, si può dire che i
medici bizantini costituivano di fatto un'unica setta galenica. Galeno non ha lasciato se non deboli
tracce nella letteratura medica latina del periodo a lui successivo mentre il suo magistero fu
determinante nel mondo di lingua greca tramite Alessandria, che di fatto è la responsabile della
immensa fortuna postuma di Galeno. Alessandria si trova ad essere focale anche per i medici
bizantini: sappiamo dalle biografie redatte nel IV secolo come gli studiosi si spostassero da un
centro ad un altro e come Alessandria fosse il centro indiscusso della medicina.
Il crescente influsso di Galeno si evidenzia, ad esempio, nell'opera di Oribasio di Pergamo,
discepolo del maestro alessandrino Zenone e medico personale dell'imperatore Giuliano
(l'Apostata): le sue Collezioni mediche, opera enciclopedica sul sapere medico e compilata su
richiesta imperiale, contengono per la maggior parte stralci di opere galeniche. Anche gli altri
medici bizantini di rilievo, Paolo di Egina ed Aezio di Amida, si rifanno ai testi galenici se non alla
stessa opera di Oribasio.
Ad Alessandria (così come era successo per i testi di medicina greca, confluiti nel Corpus
Hippocraticum) si riordinano i testi galenici, privi di un ordine sistematico, a fini didattici: ne risultò
un canone di 16 scritti da leggersi nella sequenza stabilita. Il canone comprendeva anche quattro
soli trattati del Corpus Hippocraticum, cosicché Ippocrate veniva ad essere completamente
adombrato da Galeno. Questa sarà la situazione, tra l'altro, che troveranno gli Arabi al momento

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della conquista dell'Egitto, situazione che influenzerà pesantemente, come vedremo, la medicina
occidentale dopo il Mille.

La sanità pubblica a Bisanzio


Le fonti storiche ci confermano la presenza del medico pubblico nelle città greche a partire dal V
secolo a. C.: ogni città-stato cercava di assicurarsi la presenza di un medico (iatròs, poi archiàtros).
In periodo imperiale si ritrova la figura del basilikòs iàtros (medicus palatinus) come medico
dell’imperatore. Se Vespasiano (69-79) fissò i privilegi che venivano accordati al medico pubblico,
questi vennero più o meno mantenuti anche dopo la separazione dell’Impero, e talora, come da
Costantino o da Giustiniano, ampliati. Per volontà di Costantino anche a Bisanzio era stato
garantito il diritto alla distribuzione gratuita del grano – la romana annona civis – che permetteva
la sopravvivenza a tutti i suoi cittadini. Teodosio II riorganizzò l’approvvigionamento rendendolo
costante, attirando così masse di affamati in città che superò Roma come numero di abitanti. La
folla di inurbati indigenti necessitava di aiuti sanitari ed assistenziali: i primi centri di soccorso
nacquero per volontà di alcuni monaci. Il monaco Macedonio, nominato vescovo nel 346 e nel
351-360, fu promotore della costruzione di una struttura monastica nella quale gli indigenti
trovavano aiuti ed ospitalità ed i poveri malati venivano curati. Con Macedonio e con il suo allievo
Maratonio nascono alcuni centri in città denominati  a ovvero “ospizi per i poveri” ma di

cui le fonti dell'epoca mettono in rilievo la duplicità dell'assistenza. Anche l’armeno Eustazio,
anch’egli semi-ariano contribuì alla fondazione di centri di assistenza e cura, influenzando il
pensiero di san Basilio. Basilio stesso fonda un complesso assistenziale dove specifica che sono
presenti “infermieri, medici, portantini ed aiutanti”. Nel VII secolo si ricorda anche lo xenon di
Christodotes che si trovava a fianco della basilica di Santa Anastasia, mentre a riguardo dello
xenon (o nosokomeion) di Sampson abbiamo notizie della presenza di chirurghi e assistenti che
praticano sui malati.

La conquista araba
Nel VII secolo una vasta parte del mondo orientale venne invasa dai conquistatori arabi. La
penisola arabica aveva conosciuto, assai prima dell'avvento di Muhammad, un periodo di grande
civiltà, specialmente nella sua parte settentrionale dove si erano potute realizzare esperienze di
civiltà sedentarie (al contrario delle regioni più desertiche centromeriodionali più adatte alla vita
nomade). Del regno di Saba, collocabile nell’attuale Yemen, ci è noto fin dall'VIII secolo a.C. e il
regno nabateo entrerà a far parte dell'Impero romano nel I secolo d.C.

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Muhammad (o Maometto), nato nel 570 alla Mecca, riunì, non senza fatica, le tribù arabe intorno
ad una nuova religione monoteistica simile a quella giudaico-cristiana ma con forti semplificazioni
dottrinali e adatta ad una società allora prevalentemente tribale. Alla morte di Muhammad, nel
632, la nuova religione andò diffondendosi molto rapidamente nella regione mesopotamica e
oltre, favorita dalla decadenza sia dell'impero romano che dell'impero persiano, entrambi lacerati
da conflitti interni e di dissensi religiosi. I successori di Maometto, i primi quatto Califfi, dopo
avere stabilizzatola situazione politica interna iniziarono una politica espansiva molto aggressiva:
la vittoria decisiva nella battaglia dello Yarmuk (636) sugli eserciti bizantini di Eraclio dette inizio
alla penetrazione araba verso oriente e, contemporaneamente, verso l'Egitto, occupando
Alessandria (643), e penetrando nella Cirenaica. Con la dinastia califfale degli Ommayyadi continuò
l’espansione dell’Islam con la conquista degli attuali Afghanistan ed Uzbekistan e l’espansione
nell’India nord-occidentale. Contemporaneamente, nel 711 le forze arabe sbarcano a Gibilterra ed
iniziano la conquista di Spagna e Portogallo, strappandole ai Visigoti Furono fermati solo sui
Pirenei nella storica battaglia di Poitier del 732, sconfitti dai Franchi di Carlo Martello. Nel 750 la
dinastia Ommayyade fu sostituita da quella Abbaside. All’epoca dei primi quattro califfi, la capitale
dell’impero musulmano era Medina e gli Ommayadi la avevano spostata a Damasco. Gli Abbasidi
la spostarono ancora più ad est nella città di Baghdad. La prima dinastia Abbaside regnò fino al
1258 e sotto questa dinastia vi fu la conquista della Sicilia che fu araba dall’827 fino al 1091,
quando fu conquistata dai Normanni di Roberto il Guiscardo. La dinastia ebbe termine quando
l’ultimo califfo fu sconfitto ed ucciso dai Mongoli. Da quel momento il controllo dell’Impero fu
preso dai Mamelucchi (ex schiavi degli Abbasidi) ed i Califfi della seconda dinastia Abbaside (1258-
1517), che risiedevano al Cairo. Nel frattempo una nuova realtà stava per cambiare
completamente il quadro storico dell’Islam: l’avanzata dei Turchi. Questi erano in origine una
popolazione nomade dell’Asia centrale che, nella loro espansione verso occidente, si convertirono
presto all’Islam. La loro espansione fu irrefrenabile e, dopo essersi stanziati nella parte orientale
dell’Impero Abbaside, iniziarono la conquista dell’Europa Orientale. Nasceva così l’Impero
Ottomano che durò fino al 1918, quando fu smembrato come conseguenza della sconfitta nella
prima guerra. Nel 1453, sotto il Sultano Maometto II°, l’Impero Ottomano conquistò
Costantinopoli (Bisanzio), mettendo così fine alla millenaria storia dell’Impero Romano d’Oriente.

La medicina araba
Alessandria come centro di irradiazione della cultura medica era destinata a perire, dopo la
conquista araba, anche se questa sorte non fu condivisa dai testi medici: anzi la ricezione che la
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medicina galenica ebbe in lingua araba fu pari se non superiore alla sopravvivenza del galenismo in
ambito bizantino.
La scuola di Alessandria aveva i suoi adepti anche in Siria, dove si assiste, nel VI secolo ad una
intensa opera di traduzione in siriaco dei testi medici greci, specie grazie all'opera di Sergio di
Rēšʽainā che tradusse in siriaco almeno 27 opere di Galeno. Questa ricezione di Galeno sui medici
siriaco-cristiani che esercitarono la loro attività alla corte della dinastia abbaside fu grandissima ed
erano disposti a pagare personalmente nuove e migliori traduzioni. Nel IX secolo Hunayn ibn
Ishāq, di origine arabo-cristiana al servizio del califfo abbaside di Baghdad traduce in arabo dal
siriaco le opere galeniche. Il passaggio dal siriaco all'arabo avvenne piuttosto rapidamente favorito
soprattutto dal fatto che fra i musulmani più influenti c'era un discreto numero di persone
interessate ad una cultura enciclopedica. La vita intellettuale nei domini islamici era abbastanza
omogenea, per cui anche la medicina galenica recepita nel IX secolo a Baghdad fosse diffusa allo
stesso modo da Cordova a Bukhara.
Se la medicina bizantina non mostra particolari segni di originalità, nell'Islam si ebbero, talora,
manifestazioni originali del pensiero scientifico, anche medico, arrivando anche a sottoporre a
critica l'insegnamento galenico o a aderire maggiormente ai modelli del Corpus ippocratico.
La storia della medicina araba si divide per convenzione in tre grandi periodi: il primo, che
abbiamo già visto, concentra l'attenzione sulle traduzioni delle opere della tradizione greca (ma
anche persiana e indiana), il secondo, denominato anche "periodo aureo" va da X al XII secolo,
seguito dalla cosiddetta "decadenza" che si conclude nel XIII secolo.
Dell'età aurea, il rappresentante principale può essere considerato il medico-filosofo Rhazes, forse
il pensatore più indipendente di tutto il medioevo islamico. Fu direttore dell’ospedale di Baghdad
e della sua città natale di Rayy ed ebbe un gran numero di discepoli. Ribadisce che nella medicina
non devono esserci arresti e che perciò si vede costretto a criticare Galeno, così come Galeno
stesso aveva criticato i suoi maestri. La sua opera più importante è il Kitāb al-hāwī fi al-tibb, nota
in latino col nome di Continens, raccolta postuma dei suoi scritti ed appunti di lezione: contiene un
enorme numero di osservazioni cliniche, secondo lo spirito del Corpus Hippocraticum. Famoso il
suo trattatello sul morbillo ed il vaiolo, che verrà tradotto in Europa nel XVIII secolo.
Nel periodo successivo si hanno ulteriori sviluppi del pensiero medico islamico, specialmente per
quanto riguarda l’applicazione della medicina “umorale” (o meglio delle qualitates”). Inoltre grazie
alla ricezione delle Arie acque e luoghi ippocratico e dal suo commento galenico, si svilupparono i
rapporti fra salute e geografia e specialmente i rapporti tra salute e astrologia, che però nel

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mondo arabo rimasero abbastanza controversi.
A partire dal X secolo compare una letteratura che tenta di sintetizzare ed enciclopedizzare l’opera
galenica, come l’opera di ‘Alī ibn al–‘Abbās al-Mağusi, tradotta da Costantino Africano come
Pantegni. Ma sono sempre più gli scrittori che criticano Galeno, specialmente i peripatetici più
ortodossi che male accettavano il platonismo galenico. Al Fārabi (m. 950) cerca di risolvere le
contraddizioni esistenti tra medicina e filosofia con un attacco indifferenziato ai filosofi medici,
Galeno in testa: importante il suo tentativo di separare la medicina dalle scienze naturali,
negandone la dignità di scienza e ”declassandola” ad arte pratica.
Tra i grandi autori arabi di questo periodo spicca per importanza ed originalità di pensiero uno
studioso che fu al contempo filosofo e medico di grande fama: Abu Ali al-Hussein Ibn Sina noto
con il nome di Avicenna. La sua influenza sulla medicina occidentale fu grande, specialmente
attraverso un’opera che divenne presto uno dei libri di medicina più utilizzati nell’ambito
universitario: il Qanun fit at-tibb, tradotto da Gherardo da Cremona in latino col nome di Canon
Medicine. L’opera, volta a sistematizzare il pensiero medico antico, è divisa in cinque libri a
seconda della materia trattata: il primo libro tratta della medicina teorica, il secondo dei
medicamenti semplici, il terzo delle malattie trattate a seconda della loro localizzazione, il quarto
delle malattie generali, il quinto della farmacologia cioè della preparazione dei medicinali. Il
Canone è innegabilmente legato alla tradizione aristotelica dei quattro elementi così come è
derivata dagli studi galenici la sua concezione anatomica, anche se spesso e volentieri qualora i
due grandi studiosi antichi vengano in contrasto la predilizione di Avicenna per Aristotele piuttosto
che per Galeno è fuori discussione. Sebbene il trattato si presenti come una sorta di enciclopedia
medica, esso risulta essere in realtà più una sapiente erudizione libresca che non piuttosto una
raccolta sistematica di osservazioni ed esperienze personali.
In questa sede non è interessante mostrare le caratteristiche della medicina islamica quanto il
debito che l'Occidente medievale contrasse con la ricezione arabo-islamica della medicina di lingua
greca, che di fatto scomparve (ma era esistita poco anche nella tarda antichità) nell'Occidente
medievale. E' chiaro che quando i testi galenici ritorneranno in Occidente, saranno testi trascritti,
tradotti e "traditi", come sempre succede nelle opere di traduzione, da autori / scienziati che
tentarono spesso un difficile connubio tra Galeno (e talora Ippocrate) e la filosofia greca,
specialmente aristotelica. Questo, ovviamente è solo un discorso di testi e non di prassi, ma come
abbiamo visto, prassi e testi talora si uniscono (non sempre, ovviamente, ma quando lo fanno
nasce ogni volta non tanto una medicina nuova quanto una nuova figura di medico): sarà dalla

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disponibilità dei testi arabi, tradotti ancora e questa volta in latino che l'Occidente dopo il Mille
potrà "risistemare" la medicina fuori dalle "scienze meccaniche" dove era stata nuovamente
relegata nell'Alto medioevo.

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Alto Medioevo in Occidente
Dal punto di vista delle istituzioni, il passaggio tra tarda antichità e medioevo fu un fenomeno
traumatico (non per nulla la suddivisione tra tarda antichità e alto medioevo è una “invenzione”
degli storici delle Istituzioni) ma molto probabilmente per la gran parte della popolazione e
comunque della società questo passaggio fu avvertito in maniera relativa (un po’ come il
contadino uzbeko al tempo della caduta del Muro di Berlino e al collasso amministrativo
dell’Unione Sovietica. La situazione ovviamente non era omogenea: le città mutarono più delle
campagne, l’Italia più della Gallia (e della Britannia, che aveva prima degli altri sofferto la crisi
istituzionale dopo il ritiro dell’amministrazione romana all'inizio del V secolo d.C.), l’est più
dell’ovest, anche se in definitiva il V secolo si apre con una situazione territoriale ancora
stabilmente regolata a livello di diokesis da quei membri del patriziato romano o del notabilato
locale che, dopo l’editto di Costantino e la cristianizzazione (quasi esclusiva) dei centri urbani,
erano diventati vescovi e quindi in qualche modo amministratori e responsabili di uno “stato”
laico che non c’era più e di un altro spirituale che non c’era ancora (con un vescovo di Roma
primus inter pares rispetto agli altri e forse con maggiori problemi dei suoi colleghi). Il
monachesimo, che in questo periodo trova il suo massimo sviluppo, rappresenta esso stesso una
regolamentazione del territorio, talora in contrapposizione a quello episcopale, attraverso una
rete di possedimenti che rendono il monastero una struttura “signorile” (con i suoi dipendenti
laici, generalmente di stato servile) fortemente strutturata ma aderente ad un modello di vita (per
i “signori”, ovvero per i monaci ) basata su una rigida regola spirituale. Il resto del territorio viene
controllato dai laici, a vario titolo: piccoli proprietari, vecchi latifondisti nell’Italia Meridionale e
così via. Una struttura sociale e territoriale che verrà regolarmente messa in crisi ma mai dissolta,
in Italia, dall’arrivo dei “barbari” (chiameremo così i vari popoli, spesso strutturati semplicemente
a livello di chefferies, che traversarono il nostro Paese generalmente per saccheggiare, come era
successo nel secolo precedente) o dal tentativo bizantino di riunire la Penisola in un unico
dominio.
Il passaggio a qualcosa di diverso si ebbe, in Italia, nella metà del secolo successivo, quando una
doppia crisi sconvolse la società a tutti i livelli, ovvero i venti anni di Guerre Gotiche e la peste
(quella cosiddetta di Giustiniano), preceduta da una carestia senza precedenti. Una crisi profonda
soprattutto demografica che porterà (stavolta davvero) a un collasso del territorio. L’arrivo di
Alboino con i suoi Longobardi, di fatto un piccolo e composito esercito, fu la fase finale della crisi
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accompagnata da un riassetto territorio peninsulare che si troverà diviso tra nord e sud per la
prima volta e per sempre.
Nonostante che i rilievi archeologici mostrino una regressione dei centri urbani, in effetti non vi fu
un vero abbandono quanto una diversa destinazione d’uso degli spazi pubblici che, dopo il collasso
amministrativo imperiale, non avevano ormai più senso di esistere. Tra l’altro il riutilizzo di
materiali edilizi di vecchie insulae cittadine mostrano una certa vivacità sociale, che dovette
certamente rallentare se non subire un trend negativo alla metà del secolo VI, sia per il protrarsi
nel tempo ma anche nello spazio delle guerre goto-bizantine che per il decremento demografico,
difficile da quantificare ma che probabilmente fu molto vistoso, dovuto alla contemporaneità
(come del resto si riscontra in questi casi) di carestia / catastrofe alimentare e mortalità epidemica
da peste bubbonica, che per la prima volta nella storia del mondo occidentale si affacciò alle
sponde del Mediterraneo. Senza contare la paralisi dei commerci marittimi per la presenza di
pirati musulmani provenienti dalle coste africane e di navi da guerra bizantine. Insomma, alla fine
del VI secolo si è quasi compiuta la trasformazione del paesaggio antropico e sociale, territorio che
troverà nuove sistemazioni nei secoli successivi con la dominazione franca ed il consolidarsi dei
domini signorili della nobiltà di stirpe longobarda, ormai stabilmente insediata nel territorio.
Questo quadro è ovviamente incompleto e parziale: la parzialità è il suo italo-centrismo che
d’altronde può essere giustificato dal fatto che la penisola italiana era la principale terra
dell’Impero e che subì certamente il maggior divario tra benessere tardo-antico e nuovo status
altomedievale. Anche se, ad essere sinceri, le evidenze che abbiamo degli insediamenti rurali
mostrano fenomeni di lunga e lunghissima durata dovuti alle caratteristiche produttive.
L’alto medioevo, nella sua seconda parte (IX-X secolo) si complica per la presenza di due fenomeni
fondamentali: l’organizzazione feudale delle proprietà terriere (fenomeno presente nelle Gallie e
nelle Germanie e con forme diverse anche in Italia centrosettentrionale) e l’incastellamento.
Questo secondo fenomeno, nato per la difesa dagli attacchi ungari che devasteranno tutta la
penisola a brevi e rapide ondate successive dall'862 al 955, darà rapidamente luogo all’istituzione
di signorie locali e ad un controllo frammentato e multiforme del territorio, con la creazione di
microeconomie locali che saranno poi il nucleo su cui germinerà quella che gli storici chiamano la
“rinascita del secolo XII. Questo mostra come certi storici, fortunatamente pochi, manchino del
senso del ridicolo.

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La medicina
Generalmente si afferma che nell’alto medioevo, dopo il collasso delle strutture amministrative
dell’Impero Romano, i medici laici continuarono ad esercitare nelle città, divenute in genere meno
abitate e più rare. Ma la cultura medica antica, almeno in parte, fu conservata nei monasteri,
attraverso l’opera sia dei copisti che salvarono alcune grandi opere mediche dall’oblio, sia degli
infirmarii, veri e propri luoghi di ricovero e cura dove monaci-medici pensavano alla salute dei
confratelli. L’analisi, seppure nella sua estrema sintesi, corrisponderebbe a verità se non fosse che
la “cultura medica antica”, almeno in Occidente, si era se non persa, almeno sbiadita già dopo il III
secolo. La divisione dell’Impero tra Oriente ed Occidente aveva portato, tra i suoi risultati, ad un
Occidente di lingua latina e ad un Oriente di lingua greca, con il risultato che la diffusione di testi
medici, quasi esclusivamente in lingua greca, rimanesse appannaggio dell’area greco-bizantina
dove peraltro non si continuò tanto a produrre nuova letteratura quanto a conservare e chiosare
la precedente oppure a diffonderla verso nuove zone di interesse, mediante traduzioni, come nel
caso del siriaco e della diffusione ad oriente dei testi galenici. Insomma, come abbiamo visto,
nell’Occidente tardo-antico i testi di medicina si riducono essenzialmente ad elenchi organizzati di
rimedi accompagnate da poca teoria. La situazione passa così, direi in maniera silenziosa, all’alto
medioevo. Ovviamente il corpus testuale subisce una ulteriore contrazione dovuta alla scelta dei
materiali da copiare negli scriptoria monastici, ma questa contrazione è relativa perché la
contrazione dei testi d’uso era già avvenuta. Non così a Bisanzio, dove si continua a copiare e
conservare la letteratura (o le epitomi) galenica e ippocratica, tanto che i testi greci di medicina
(quelli “originali” e non mediati dai traduttori arabi) ritorneranno in Occidente, pressoché intatti,
nel Rinascimento dopo il Concilio di Firenze.
Certamente il già magro corpus medico in lingua latina della Tarda Antichità verrà ulteriormente
assottigliato dalla scelta dei bibliotecari monastici: scompare di fatto l’opera di Celso ed una parte
dei peraltro pochi scritti latini di Galeno, insomma si riduce sostanzialmente quella parte teorica
della medicina che evidentemente adesso non riveste quell’importanza che si presume abbia
avuto nei secoli d’oro dell’Impero. Il “presume” è ovviamente provocatorio: se gli storici della
medicina non si danno pace riguardo all’assenza di “scuole mediche” nell’alto medioevo,
spacciando un centro di copiatura di testi come la “scuola di Ravenna”, di fatti le “scuole
mediche”, intese come centri pubblici di insegnamento, non c’erano mai state. La formazione,
come abbiamo visto per Galeno era una formazione pratica: il tentativo, peraltro riuscito ma
evidentemente effimero di Galeno di risollevare lo status del medico deve essere considerato

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realmente una eccezione. Se ancora nel XIII ? secolo Vincenzo di Beauvais classifica la medicina tra
le artes mechanicae al pari dell’arte della navigazione e della lavorazione della lana, significa
perlomeno che il medico si forma “a bottega” di un altro medico e che la medicina era una
disciplina eminentemente pratica. Da qui la scarsità di testi teorici e la relativa abbondanza di testi
farmacologici e di diagnostica pratica, quali il Galenico De modo medendi ad Pisonem o gli Aforismi
di Ippocrate. La discrepanza fra il testi circolanti nel mondo bizantino e quelli circolanti
nell’Occidente altomedievale, gli uni ancora imperniati su un fondamento teorico di derivazione
galenica e gli altri più o meno semplici prontuari diagnostico-terapeutici non è da attribuirsi
soltanto al problema della lingua: se il testo medico nasce da una esigenza professionale, ben
diversa quindi era la tipologia degli utenti del medico tra oriente ed occidente: qui insediamenti
spesso parcellizzati e città che avevano perso o avevano riacquisito un diverso apparato politico ed
amministrativo con una economia generalmente basata sulla sussistenza (a parte alcuni beni da
sempre commerciati quali i beni di lusso e le spezie), a oriente un mondo gerarchizzato e
produttivo con almeno una metropoli, Bisanzio, in grado di sostenere una richiesta di medici colti
e una struttura di medici pubblici. Dopo il X secolo, quando la compensazione del decremento
demografico altomedievale, l’introduzione di nuove tecniche agricole (e di controllo, anche in
senso produttivo, del territorio) comincerà a produrre nuovamente eccedenze e permetterà la
rinascita delle città e una nuova classe di artigiani e commercianti, la medicina sentirà l’esigenza di
ridarsi uno statuto epistemologico solido. La società altomedievale non sente questa esigenza, non
ha bisogno di un surplus culturale per il mantenimento della salute né i medici evidentemente
aspirano ad uno status sociale diverso. Anche perché, a voler ben guardare, i testi teorici erano
ancora presenti nei centri culturali dell’Italia Meridionale di influenza greca, come ad esempio a
Vivarium, monastero fondato da Cassiodoro e particolarmente vivace nella conservazione del
patrimonio testuale medico antico. Senza pensare ai numerosi medici ebrei, generalmente colti,
particolarmente attivi proprio nell’area meridionale.

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Il basso Medioevo
Dopo il Mille, una volta neutralizzato il pericolo delle scorrerie ungare e saracene che avevano
portato al fenomeno dell'incastellamento e quindi della nascita di signorie locali indebolendo il
potere imperiale centrale, si assiste ad una "rinascita" della società occidentale caratterizzata da
un notevole incremento demografico che andrà finalmente a compensare l'impressionante
decremento del VI secolo, dall'introduzione di nuove tecniche agricole (il giogo, l'aratro pesante, il
mulino ad acqua ecc.) e quindi da una spinta economica importante verso la produzione ed il
commercio. Se da un lato si ha un'espansione della campagna a spese dell'incolto (con un
conseguente calo d’importanza della silvicultura) e la nascita di una nuova signoria terriera,
dall'altro l'uso esteso di nuovi strumenti tecnici e organizzativi rende possibile il distacco dalla
terra di quote di lavoratori che vengono indirizzati sia alla produzione degli strumenti lavorativi più
elaborati che possano permettere non solo il superamento del regime di sussistenza che aveva
caratterizzato l’alto medioevo a anche alla produzione di un surplus commercializzabile. In
definitiva si attua una più allargata divisione sociale del lavoro. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI-
XIII, aprendo gli orizzonti dei contadini verso nuove terre, nuovi insediamenti e nuovi modi di vita,
conferisce loro un maggiore potere contrattuale. L'accrescersi delle forze produttive porta
all'emergere di una molteplicità di bisogni a cui viene data soddisfazione attraverso una ulteriore
divisione sociale del lavoro. Tutto ciò è in sintonia con lo sviluppo di concentrazioni insediative, le
città, in cui le diverse produzioni sono tra di loro funzionalmente interdipendenti in quanto
collegate, attraverso il mercato, con i vari bisogni della popolazione, urbana e rurale, circostante.
La città diventa un centro di produzione di prodotti artigianali ed è, al tempo stesso, un prodotto
dell'attività artigianale e mercantile. Se la produzione e la commercializzazione che si svolgono
nell'ambito della divisione sociale del lavoro tra campagna e città appaiono le causali di tipo
generale che spiegano la nascita-rinascita e lo sviluppo dei centri urbani, non bisogna però
dimenticare una serie di altri fattori (politici, militari, ecc.) che concorrono al medesimo fine. La
"rinascita urbana" si manifesta infatti in una pluralità di forme a testimonianza di retaggi culturali
ancora presenti e di un processo storico che si va sempre più arricchendo e differenziando nelle
varie regioni d'Europa. Al centro di questo processo stanno "uomini nuovi" che operano
nell'ambito della produzione di beni non agricoli (artigiani) e nella loro commercializzazione
(mercanti) e sulla cui attività occorre soffermarsi perché essi rappresentano gli artefici di quei
presupposti che portano, assieme alla rinascita urbana, alla divisione tra campagna e città come
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subordinazione delle campagne alla politica, alla economia e alla cultura delle città.
I ceti urbani, nonostante i crescenti dislivelli di status al loro interno, si trovano compatti quando si
tratta di opporsi ai vecchi poteri (imperatore, signore feudale, vescovo) servendosi dei contrasti
tra questi per conquistare spazi di autonomia e di privilegio a spese, in primo luogo, delle
campagne. Progressivamente le città si conquistano e si danno i propri statuti che sanciscono la
fine dei vincoli feudali all'interno dei centri urbani e l'affermarsi della nuova autorità comunale. La
città, in quanto moltiplicatrice di rapporti umani e di esperienze creative e ricreative, è essa stessa
un prodotto culturale: l'accresciuta complessità delle produzioni e degli scambi fa sentire ai ceti in
ascesa (artigiani, mercanti, banchieri) l'esigenza di possedere strumenti di calcolo, di lettura, di
comunicazione scritta e parlata in varie lingue, esigenza che troverà realizzazione nei loro figli per
mezzo di apposite scuole di cui le nascenti Università (a Bologna, Parigi, Oxford, ecc.) sono
l'espressione massima di elaborazione intellettuale e di trasmissione culturale. Le scuole
istituzionalizzano nel ceto urbano dominante quelle capacità che permettono il dominio politico
ed economico e la sua trasmissione in seno ad una stessa famiglia.
All'apogeo della floridezza economica delle città, nonostante i problemi politici che videro in Italia
l'affrancamento dei Comuni verso i poteri tradizionali e oltre le Alpi la formazione degli Stati
Nazionali, l'arrivo della Peste nera nel 1348 rimise in discussione gli equilibri economici e
demografici. Molte città rimasero spopolate, molte terre dovettero essere abbandonate per
mancanza di braccia. Entrò in crisi anche la produzione manifatturiera e artigianale. Nella seconda
metà del Trecento iniziò quindi un nuovo, lungo ciclo demografico, caratterizzato da espansione,
stagnazione e crisi, che durò fino al XVII secolo: la Peste del 1348 quindi, traumaticamente, mise
fine al Medioevo, nonostante che per vari motivi il Medioevo si faccia scolasticamente terminare
con la scoperta delle Americhe (o, magari con qualche ragione in più, con la caduta di
Costantinopoli nelle mani di Maometto II nel 1453).

La nascita delle Facoltà di Medicina


Se per tutto l’Alto medioevo manca una vera e propria scienza o filosofia della natura legata alla
medicina, tra il XI e il XIII secolo si iniziò un processo volto alla ricostituzione di una medicina a
fondamento prevalentemente teorico, a partire dai primi, concreti tentativi fatti dai medici
salernitani sulla base della disponibilità dei testi arabi di medicina, tradotti in quel periodo in
ambito cassinense da Costantino l’Africano.

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Anche se non esiste fino al XII secolo alcuna prova documentaria di una Scuola, sicuramente a
Salerno c’era una lunga tradizione d’insegnamento medico: nell’Historia inventionis ac
translationis et miracula sanctae Trophimenae, testo agiografico del X secolo, troviamo che, verso
la fine dell’VIII secolo, a Salerno viveva un tale Gerolamo, archiatra, famoso per la sua grande
scienza e per la sua biblioteca medica formata da immensa volumina, soprattutto di carattere
medico. Al secolo successivo, inoltre, si ricondurrebbe l’attività medica di Trotula salernitana, di
per sé personaggio storicamente controverso, ma che indicherebbe una tradizione locale di
“matrone-medico”. Nella vicina Montecassino, inoltre, sotto l’abate Desiderio, Costantino
Africano, alla fine dell’XI secolo, come abbiamo già visto, tradusse dall’arabo numerosi testi:
trattati di dietetica, patologia, farmaceutica, che incrementarono considerevolmente le
conoscenze occidentali sulla diagnosi, terapeutica e farmacologia e testi di medicina teoria: le due
opere più importanti che tradusse Costantino sono la Ysagoge di Giovannizio e il Pantegni, una
libera interpretazione del Libro regale di Haly Abas, derivato dall’Ars Magna o pantechne di
Galeno, destinato a diventare il testo fondamentale di riferimento prima dell’adozione del Liber
Canonis di Avicenna. Tutti questi testi, infatti, non rappresentavano una creazione originale dal
pensiero islamico, ma provenivano direttamente dai testi medici d’ambito ellenistico di cui gli
arabi erano venuti in possesso dopo la conquista di Alessandria e del mondo mediterraneo
orientale.
Costantino fu considerato per molto tempo come un autore di plagi in quanto, oltre a porre la
propria firma sulle sue traduzioni, non volgeva letteralmente i testi ma li elaborava adattandoli alla
cultura occidentale, operando a volte anche delle pesanti modifiche: tuttavia, è proprio per merito
di questi adattamenti che i testi arabi furono assimilati dal mondo occidentale e cristiano senza
particolari opposizioni.
Grazie a questo nuovo corpus di testi i medici salernitani furono i primi ad iniziare il processo di
riscatto della medicina teorica: con i commenti alla Ysagoge i maestri salernitani precisarono la
loro ideologia sulla medicina e sui suoi principi, tentando di dare alla scienza medica una
collocazione precisa nell’ambito del sapere umano. La medicina era infatti considerata come un’
ars mechanica e non rientrava, quindi, né nelle arti del trivio, che erano grammatica, retorica e
dialettica, né in quelle del quadrivio, aritmetica, geometria, astronomia e musica. Nella seconda
metà del XII secolo venne divisa la filosofia, cioè l’intero sapere umano basato sulla ragione, in
etica, logica e teorica, comprendente a sua volta la metafisica, la matematica e la fisica: ed è
proprio dalla fisica che si fece dipendere la medicina, divisa in teorica, intesa come scienza delle

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cause e in pratica, cioè la scienza dei segni.
Per l’insegnamento i salernitani, in contemporanea con i maestri di Montpellier, si ispirarono alla
scuola tardo-alessandrina sviluppando il genere del commento, basato sulla lectio e sulla quaestio,
applicando anche alla medicina il procedimento della giurisprudenza e della teologia per risolvere
gli argomenti contraddittori.
La costituzione di una solida base teorica per la medicina era fondamentale per poter accedere
all’insegnamento medico nell’ambito della nascente Università. Entrare nell’Università significava
avere la possibilità di fare carriera, di avere fama, onore e ricchezza: il medico, infatti, era “l’ospite
naturale di quelle miniere di cariche che erano le corti” e così le varie Università che cominciarono
a sorgere nelle città culturalmente ed economicamente più vivaci dell’Europa iniziarono ad essere
frequentate da studenti che non ricercavano più la via della perfezione monastica attraverso lo
studio delle arti liberali, bensì da coloro che ricercavano una cultura in grado di preparare ad una
professione, quale quella del medico o del giurista, in grado di garantire una carriera ecclesiastica
o civile.
I testi che furono usati in ambito universitario per la formazione del medico, non provenivano
soltanto da Montecassino. Le scuole di traduzione dei testi arabi e greci sorsero un po’ ovunque in
tutta l’Europa: ad esempio in Inghilterra il vescovo di Lincoln, Roberto Grossatesta, instaurò ad
Oxford un importante centro di traduzione di opere greche, un altro fu la magna curia palermitana
sotto il regno di Federico II che costituì un grande centro di attrazione per i maggiori dotti europei,
tra cui Michele Scoto (1180-1235), scrittore di opere scientifiche, astrologiche e magiche che
contribuì alla diffusione delle opere di Averroè, Aristotele e di Alpetragio.
Per la medicina, dopo Montecassino, un centro molto attivo fu quello di Toledo, centro che non
pare abbia avuto una speciale fama di scuola di insegnamento medico, ma in cui venne tradotto
un considerevole corpus di testi scientifici e medici. Dopo circa mezzo secolo dalla riconquista
cristiana della città da parte di Alfonso VI di Castiglia, Raimondo, primo arcivescovo di Toledo
(1125-1151) vi installò una scuola di traduzione con l’aiuto dell’arcidiacono Domenico Gundissalvi.
Nello spazio di trent’anni si tradussero in latino le opere astronomiche di Albumasar, Alcabizio,
Alfregeno e Albotegni, il De Intellectu di al-Kindī, opere filosofiche di al-Gazzālī, il Fons vitae di
Avicebron, l’Almagesto di Tolomeo, opere scientifiche e parte del corpus aristotelico contenente la
Physica, De caelo et mundo, De generatione et corruptione e parte dei Meteorologica. A Toledo
furono anche tradotte, dal XII secolo, la maggior parte delle opere di Avicenna sotto la direzione di
Domenico Gundissalvi, aiutato da Ibn Daūd (Avendauth o Giovanni Ispano), israelita di lingua

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araba celebrato come il traduttore del corpus avicenniano. Di Avicenna, nella prima metà del
secolo furono tradotte la parte di logica e fisica dello Sīfā’, mentre nella seconda metà del secolo
fu tradotto il Canone. La sua traduzione fu merito di un chierico italiano che passò la maggior parte
della sua vita a Toledo, Gherardo da Cremona, con l’aiuto del suo accolito, il mozarabo Galippus.
Gherardo fece un’impresa notevole traducendo l’opera medica avicenniana vista la sua mole, la
complessità e la sua natura tecnica anche se, bisogna notare, che la sua traduzione contiene
numerosi errori e passaggi oscuri, oltre che numerose traslitterazioni di parole arabe riguardanti
soprattutto i nomi di piante e minerali dalla non facile identificazione. Per far fronte a questo
problema, a partire dal XIII secolo, si iniziarono a compilare dei glossari, dei lessici, come ad
esempio la Clavis sanationis di Simone da Genova, che fornivano l’equivalente latino dei termini
arabi traslitterati, non solo di quelli presenti nel Liber Canonis, ma anche di quelli presenti negli
altri diversi testi arabi a disposizione.
Una svolta nell’insegnamento medico universitario si segnala nel cinquantennio che va dal 1270 al
1320: in questo periodo si assiste all’ingresso, nel pensiero scientifico europeo, dell’aristotelismo,
che segnò un nuovo modo di considerare i fenomeni naturali al di fuori di ogni preoccupazione
teologale, attraverso l’applicazione di metodi e strumenti razionali. Il Timeo di Platone lasciò
quindi posto ai testi di Aristotele, che divennero noti sia dalla traduzione dall’arabo avvenuta in
un primo tempo nel 1210 da Michele Scoto a Toledo, che da quella dal greco, eseguita da
Guglielmo di Moerbeke nel 1260 circa. La filosofia aristotelica entrò nelle università, dove fu
applicata e sviluppata, non per il tramite della teologia, bensì per mezzo di ciò che era in relazione
con l’istruzione medica, e questo fu possibile anche in quanto i medici medievali riuscirono a
rendere autonomo il sapere laico della medicina dalle istituzioni ecclesiastiche alla quale
appartenevano come chierici. Nello stesso periodo, inoltre, furono introdotti dei nuovi testi, tra cui
il “nuovo” Galeno nelle traduzioni di Burgundio da Pisa e di Gherardo da Cremona e, soprattutto, il
Liber Canonis di Avicenna come testo base d’insegnamento, inizialmente adottato accanto
all’Articella ma, dalla metà del secolo, riconosciuto come strumento indispensabile per
l’insegnamento medico, per la pratica chirurgica ed anche come strumento di riferimento per la
filosofia naturale, dato il suo carattere di tipo enciclopedico.
Il sistema medico di Avicenna si basava su informazioni tratte dalla fisica, dalla matematica e dalla
metafisica, mentre i concetti, le quattro cause, gli elementi, i temperamenti, gli umori e le facoltà,
derivavano dalla filosofia, dalla fisica e dalla biologia del mondo antico, essenzialmente di
provenienza galenica ed aristotelica. Avicenna inoltre introduce la teoria dell’interazione tra le

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quattro cause aristoteliche, stabilendo non solo l’unità tra gli organi e le loro funzioni nel corpo,
ma anche la relazione tra il corpo stesso con il tempo e lo spazio del mondo esterno, che avrà un
peso considerevole non solo nell’ambito della filosofia naturale, ma anche, seppure filtrato e
attenuato, nell’ambito della teologia, specie tomistica.
In ambito medico universitario, l’aristotelismo fece rinascere la discussione su come considerare la
medicina, se arte o scienza: Aristotele poneva una distinzione nella medicina tra episteme e
techne, termini poi tradotti in latino con scientia ed ars, secondo cui la scienza riguardava le cose
universali e necessarie, le cui dimostrazioni derivavano dai principi primi, mentre per arte si
intendeva un qualcosa legato al contingente. Aristotele considerava la medicina come un’arte,
differenziandosi così dalla tradizione salernitana che attribuiva lo statuto di scienza sia alla teoria
che alla pratica medica.
La medicina però non era una scienza propriamente detta, in quanto comprendeva anche una
parte pratica, operativa, anche se si differenziava dalle arti meccaniche in quanto non poteva
prescindere dalla sua parte speculativa: pratica e teoria non erano quindi in opposizione, bensì in
coordinazione.
Nelle Università la practica era considerata al pari della theorica in quanto vera scientia anche per
struttura formale, con i propri principi, le proprie procedure logiche e argomentative, in quanto
modi operandi sunt probati hiis demonstrationibus evidentibus. La discussione di questa tematica
divenne un topos quasi obbligatorio nelle introduzioni dei vari commenti dei testi generali di
medicina, in cui venivano trattati gli statuti, la struttura e la posizione della materia.
Una delle caratteristiche della practica era la sua vasta letteratura, composta da diversi generi a
seconda di che ne era il fruitore: mentre il commento restò il prodotto di un insegnamento di alto
livello, per l’opus si hanno raccolte di consigli, ricette ed experimenta. Dal XIII secolo si diffusero in
tutta Europa, a partire da Bologna, l’uso di redigere i Consilia, trattatelli su singoli casi reali o
immaginari a riguardo di una singola patologia riscontrata in un paziente di cui veniva resa nota
l’età, lo status sociale, la complessione, i sintomi, il piano terapeutico e le cure realmente
effettuate. I Consilia, anche se atti particolarmente alla pratica, furono raccolti e copiati sia dai
maestri che dagli allievi a scopo didattico ed editoriale assumendo la forma di trattato specialistico
strutturato in divisiones, dubia et responsiones, suppositiones, conclusiones, problemata e
solutiones, tipico dell’insegnamento speculativo.
Lentamente la practica andò incontro ad un processo di rivalutazione: considerata per molto
tempo secondaria rispetto alla speculazione. Dalla fine del XIV secolo, complici anche le varie

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epidemie, soprattutto quella di peste del 1348, si assistette ad un aumento della sua importanza
tanto che, nel tardo Quattrocento, i medici più importanti operavano in practica mentre la teoria
veniva considerata soltanto come propedeutica.
L’aver potuto vantare una traditio di testi, risultò di fondamentale importanza nel momento in cui
si ebbe la normalizzazione del sapere medico nelle Università, in quanto il corpus costituisce di per
se stesso una garanzia d’identità disciplinare e di stabilità delle conoscenze, un requisito di
scientificità e certezza. Con la normalizzazione della disciplina medica, e quindi di un modello di
medico erudito, figure professionali come vetule, barbieri, sortilegi, alchimisti, ostetrici, giudei
conversi, non avendo seguito un regolare corso di studi e non appartenendo alla corporazione
medica la cui identità scientifica e professionale si stava rafforzando, furono emarginati in quanto
esercitavano illegittimamente e senza permesso: erano visti come layci e banditi anche in quanto
prediligevano operare nello spazio domestico privato piuttosto che nelle pubbliche piazze, nei
pubblici ospedali o nei campi di battaglia.

Il medico nella società bassomedievale


Il medico cittadino "colto" della città, a partire dal XIII secolo, si colloca in una situazione sociale
ben diversa da quella dei suoi predecessori, che professavano un’arte “meccanica” sulla scorta di
un apprendistato artigianale basato solo in parte sulla conoscenza dei testi: la complessa
conquista da parte dei medici della cittadella del sapere universitario aveva dato i sui frutti e
quindi questo ormai agivano e vivevano in una società nella quale erano riservate, per loro, fama
e ricchezza: due cose ovviamente molto ambite ma difficili tanto da conquistare come da
mantenere. D’altronde il medico possedeva anche un potere sociale e politico che gli derivava
proprio dall’esercizio della medicina scientifica, vale a dire di una disciplina che aveva avuto
proprio in quel periodo una importante penetrazione nei costumi e nel pensiero degli strati colti e
ricchi della società: si pensi all’influenza del pensiero medico nella teologia del XIII secolo o, in un
versante meno elevato e più quotidiano, nell’alimentazione e nelle regole della tavola.
Abbiamo già visto precedentemente come il medico avesse comunque dei concorrenti, cioè degli
operatori della sanità a lui alternativi e che in qualche maniera potessero minare le basi del suo
status:
Si spaccia per medico qualunque idiota profano:
il giudeo, il frate, l’istrione, il barbiere, la vecchia;
come fanno da medici l'alchimista o il saponaro,

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o il custode dei bagni, o il falso oculista.
Cosi mentre ognuno cerca il lucro,
l’arte perde il suo pregio.
(Flos Salernitanum, XIV sec.)

Di fronte a questa concorrenza, il medico dotto deve trovare un modo per distinguersi, per
comunicare la superiorità del suo stato e della sua professione. Sceglie quindi un sistema di segni,
sistema che d’altronde verrà codificato rapidamente, con il quale possa essere rappresentato e
rappresentarsi, e che si estrinseca principalmente nell’abbigliamento e in una liturgia del rapporto
tra medico e malato.
Un elemento di questo complesso sistema segnico è il rapporto fra medico dotto ed il libro:
d’altronde è nel libro, nella letteratura medica cioè, che il medico trae gran parte della professione
e, come abbiamo visto, del suo status. D’altronde il libro, inteso come oggetto adatto ad essere
esibito, può venire utilizzato come buon testimone della preparazione del medico: un medico che
possiede molti libri mostra nel contempo garanzia di preparazione ed agiatezza che gli proviene
dal buon esercizio della professione, specie se i libri esposti nel suo studio sono ricchi per
decorazioni e legatura.
Questo apparato diremmo scenico dello studio del medico aveva pero la limitazione di essere
circoscritto alla sfera privata, anche se, comunque, lo studio era aperto al pubblico. Occorreva un
ulteriore apparato per la sfera pubblica: ecco quindi la necessità di indossare vesti e monili ed
usare cavalcature adeguate. L'iconografia dei secc. XIII-XV mette in evidenza come il medico
vestisse di un robone generalmente rosso, oppure, nelle raffigurazioni più antiche, di una veste
con sopravveste lunga, anch'essa generalmente di colore rosso. Molto spesso è presente al collo
una pelliccia, e il capo è sempre coperto da un berretto di varia foggia, spesso anch’esso ornato di
pelliccia. D'altronde il Flos Salernitanum avverte: una splendida veste ti procurerà parecchi
benefici, / un abito vile ti procaccerà una vile ricompensa, / poiché un medico povero riceverà vili
doni.
Ovviamente il momento più solenne di questa liturgia era rappresentato dalla visita medica. Il
primo approccio del medico cominciava di solito fuori della casa del malato, generalmente nel suo
studio dove parenti o famigli si recavano col segno della malattia, cioè con l'urina del malato, da
cui il medico traeva la prima indicazione sulla gravità dell'affezione. Questa fase era per così dire il
primo atto della rappresentazione che il medico andava ad interpretare. L'urina, generalmente,
era già contenuta in un vaso piuttosto largo di vetro sottile e trasparente - la matula - che gli

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veniva recata contenuta in un apposito contenitore in vimini. Il medico afferrava saldamente la
bocca della matula e la portava lentamente all’altezza degli occhi, osservando di controluce tutte
le caratteristiche dell’urina, secondo una semeiotica piuttosto complessa basata sul colore, sugli
eventuali corpi solidi, sulle loro caratteristiche di flottazione e cosi via. Alla fine il medico dava il
primo consiglio che generalmente era quello di pattuire una visita, nell’interesse del malato,
cercando di ribadire la necessita di ricorrere ad un buon medico, cioè a lui stesso.
A questo punto il medico si recava a casa del malato per iniziare la fase diagnostica vera e propria
a cui sarebbe poi seguita la prognosi e l’eventuale terapia.
Nonostante l’idea, ancora piuttosto diffusa, che il medico medievale avesse una semeiotica fisica
superficiale e limitata di fatto alla sola urinoscopia, in verità l’approccio al malato e la procedura
diagnostica seguivano un iter piuttosto complesso. Di fatto il medico, dopo aver raccolto le notizie
sulla malattia e le sue caratteristiche rispetto al malato: tollerabilità, grado di impedimento delle
attività della vita quotidiana, turbe dell’appetito e del sonno ecc., prendeva in mano il polso del
paziente e lo studiava a lungo secondo una serie di regole piuttosto complicate miranti a stabilire
le caratteristiche qualitative della malattia. Quindi si poteva eseguire (o ripetere) l'urinoscopia. Già
nella prima metà del XIII secolo, il medico poteva terminare la visita erigendo l’oroscopo del
momento della visita o dell’inizio della malattia, cercando di inquadrare meglio le caratteristiche
della malattia stessa. Più raramente il medico palpava il paziente, generalmente nel caso di
sospetto di ascite o di ascessi. Terminata la visita, il medico dava il responso al malato,
consigliando la terapia più opportuna. Quindi andava a parlare con i parenti, dando le opportune
disposizioni per il corretto svolgimento del programma terapeutico, non prima di aver espresso la
prognosi. La visita medica, proprio per la sua sequenza di gesti, poteva essere facilmente
codificata con lo scopo sia di aumentare il potere terapeutico del medico attraverso il
rafforzamento del rapporto fiduciario tra medico e paziente sia a ribadire, se non aumentare,
l’immagine del medico colto e saggio. E’ qui appunto che il medico peritus si doveva differenziare
dalla selva dei concorrenti, stabilendo i giusti confini tra il suo intervento razionale sulla malattia e,
da una parte il possibile intervento divino di tipo miracoloso, dall’altra pratiche più o meno
fraudolente di ciarlatani o categorie di operatori della salute a lui inferiori.
Bisogna tenere conto anche che tutta questa attenzione al malato era anche finalizzata a farsi
pagare l’onorario, generalmente piuttosto consistente. Sull’avarizia del medico esiste una copiosa
letteratura che tende a ribadire un’immagine di medico rapace, che si arricchisce sulla sofferenza
degli altri. In effetti la trasformazione della medicina da un’arte caritativa, come veniva

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considerata prima del suo ingresso all’insegnamento universitario, ad arte lucrativa, aveva
cambiato radicalmente il rapporto fra il medico e la ricchezza.
L’esempio più celebre, ma senz’altro molto significativo, è quello che ci riporta Filippo Villani a
proposito di Taddeo Alderotti (1223 - 1295), professore di medicina a Bologna dal 1260 e
probabilmente il modello più rappresentativo di scalata sociale da parte di un uomo di modeste
origini che, da venditore di candele davanti ad Orsammichele a Firenze, diventa in età non più
giovanile dottore in medicina e poi maestro a Bologna. Con Taddeo, che “fu in quell’arte”, della
medicina cioè “di tanta reputazione quanto nelle civili leggi fu Accorso, al quale egli fu
contemporaneo”, il processo per ottenere una parità fra medicina e giurisprudenza come
importanza nell’insegnamento universitario e come dignità fra le scienze lucrative si può ritenere
completato e quindi il nostro clinico, che da giovane, come abbiamo già accennato “nell’oratorio
di San Michele in orto importunamente a’ comperatori offrendosi vendeva le minute candele,
acciocché quindi nutricasse la sua miserabile vita” adesso pareggia il conto con la società,
facendosi pagare degli onorari proporzionali alla sua nuova dignità:

Questi [Taddeo] essendo presso agl’Italiani tenuto come un altro Ippocrate, da’ signori
d’Italia infermi in qualunque parte era chiamato, con salarii smisurati; ed essendo al suo
tempo il sommo pontefice in infermità mortale caduto, e comandando che alla sua cura
fosse chiamato Taddeo, non si accordando co’ suoi mandatarii del diurno salario,
imperocché egli pertinacissimamente cento ducati d’oro il dì addimandava, e di ciò
maravigliavasi il pontefice, finalmente consentì a’ piaceri di Taddeo, per desiderio della sua
sanità: ed essendo a lui pervenuto Taddeo, cominciò il papa onestissimamente a
riprendere la sua durezza e avarizia: al quale Taddeo, fingendo gran maraviglia d’animo,
disse: - Io mi maraviglio, conciosiacosaché dagli altri signori e tiranni provocato,
comunemente da ciascuno spontaneamente mi sieno stati donati il di cinquanta ducati
d’oro, che tu, il quale se’ il principale signor tra’ cristiani, me ne abbi negati cento -;
facendone mercato destramente, e con modestia riprendendo l’avarizia de’ cherichi.
Avvenne dipoi, che, guarito il sommo pontefice, ovvero per merito della cura, o per purgare
il sospetto dell’avarizia, donò ad esso Taddeo diecimila ducati.

Taddeo, ovviamente, non era l’unico a chiedere onorari proporzionati alla propria fama, come
d’altronde non tutti i medici dotti avevano la fama e il censo di Maestro Taddeo o di Dino del
Garbo. I medici dei piccoli centri, oppure che esercitavano nei quartieri meno agiati delle città,
erano ben lungi da quei risultati. Comunque sia, la letteratura del tempo ribadisce la condanna
verso l’avarizia del medico: un’avarizia che verrebbe addirittura istituzionalizzata attraverso
precetti ben precisi:
Non didici gratis, nec musa sagax Hippocratis
Aegris in stratis serviet absque datis [ …]
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Res dare pro rebus, pro verbis verba solemus:
Pro vanis verbis montanis utimur herbis;
Pro caris rebus, pigmentis et speciebus.
Est medicinalis medicis regula talis:
Ut dicatur: da, da, dum profert languidus: ah!, ah!;
Expers languoris non est memor huius amoris;
Exige dum dolor est; postquam pena recessit,
Audebit sanus dicere: multa dedi.

Non appresi gratuitamente l’arte, né la musa sagace / di Ippocrate deve servir gratuitamente al
letto degli infermi. […] Noi siamo soliti dare cose per cose, parole per parole / per parole vane
diamo erbe montanine, / per cose care usiamo unguenti ed essenze prelibate. / Ai medici diamo
questa regola salutare: si dica dà, dà / Mentre l’ammalato ripete: ah! ah!. / Al medico dà metà / al
principio, l’altra nel mezzo della cura, non alla fine / Cessato il male, scompare il ricordo delle
amorevoli cure; / esigi mentre il dolore dura; quando le sofferenze sono finite, / chi è guarito oserà
dire: "molto ti ho dato". (Flos Salernitanum)

Insomma non più il medico gratiosus o il medico filantropo dell’antichità e nemmeno il medico
cristiano esercente una medicina di tipo caritatevole (almeno nel caso del medico-monaco, dato
che abbiamo scarse notizie dei medici laici) ma una nuova figura di medicus rapax che sfrutta le
debolezze altrui per arricchirsi, estorcendo ed arraffando. Il quadro è ovviamente esagerato e si
inserisce in una polemica verso le professioni lucrative. Nella letteratura satirica, comunque, pur
condannando l’avarizia del medico, non si parla quasi mai dell’incapacità del medico. Questo per
dire che nonostante una certa storiografia medica, basata più sull’esaltazione delle magnifiche
sorti e progressive che sulla reale efficacia della medicina anteriore al XX secolo, ci faccia intuire
l’inefficacia del “sistema sanitario” dell’antichità e del medioevo, le cose dovevano in verità essere
un po’diverse. Prima dell’arrivo della peste, quindi prima del 1348, la medicina doveva avere una
sua efficacia perlomeno nelle patologie di cui esisteva una lunga osservazione e una serie di rimedi
sperimentati nel tempo. D’altronde la situazione non migliorò con l’avvento delle nuove scoperte
scientifiche, come ad esempio con il perfezionarsi delle conoscenze anatomiche o con lo sviluppo
della fisiologia o dell’anatomia patologica: anzi, quando vennero messe in crisi le basi scientifiche
della medicina antica, il medico diventò sempre più un empirico somministratore di purghe e
salassi, anche se con ampie conoscenze dell’anatomia, e questo fino a che non fu possibile creare
per sintesi o per modificazione chimica nuovi farmaci efficaci e non si poté, grazie all’anestesia o
all’asepsi, entrare senza danno dentro il corpo. Insomma fino alle soglie del XX secolo.

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Non è difficile quindi pensare, anche sulla base della letteratura medica, ad una efficacia, seppur
circoscritta, della medicina antica, efficacia sufficiente a far prosperare una categoria di
professionisti, magari rapaci, ma in ultima analisi efficaci.

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