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IL RITRATTO DEL DIAVOLO

I.

Lettori gentili, siete mai stati ad Arezzo? Se non ci siete mai stati,
vi prego di andarci alla prima occasione, anche a costo di farla
nascere, o d'inventare un pretesto. Vi assicuro io che mi
ringrazierete del consiglio. La Val di Chiana è una tra le più amene e
le più pittoresche "del bel paese là dove il sì suona". Anzi, un
dilettante di bisticci potrebbe sostenere che il _sì_ è nato proprio
in Arezzo, poichè fu aretino quel monaco Guido, a cui siamo debitori
della scala armonica. Ma, a farlo apposta, Guido d'Arezzo non inventò
che sei note, dimenticando per l'appunto di inventare la settima.
Forse, ribatterà il dilettante di cui sopra, Guido non ha inventato il
_si_, perchè questo era già nella lingua madre, o il brav'uomo non
voleva farsi bello del sol di luglio. Comunque sia, andate in Val di
Chiana e smontate ad Arezzo. La città non è vasta, ma che importa? Il
Guadagnoli, che era d'Arezzo, pensava forse alla sua terra, quando
diceva ad una graziosa dama:

Signora, se l'essere
Piccina d'aspetto
Vi sembra difetto,
Difetto non è.

A buon conto, la città è piccola, ma ci ha le vie larghe, pulite e ben


selciate, il che non si trova mica da per tutto; possiede molte ed
insigni opere d'arte, un prefetto, un vescovo, due buoni alberghi e un
caffè dei Costanti, che vi dà subito l'idea di una popolazione
d'innamorati. La qual cosa non mi farebbe punto specie, poichè le
aretine son belle di molto, tanto da far dimenticare perfino i grandi
uomini che son nati in Arezzo, da Mecenate, amico d'Augusto, a
Francesco Redi, amico del vino.

Frattanto, lettori gentili, venite in Arezzo con me. Non ci si va col


vapore, ma a cavallo, perchè siamo cinque secoli addietro; si passa
una delle quattro porte della città, che è cerchiata di mura per un
giro di tre miglia, e si scende alla bottega di mastro Jacopo da
Casentino.

Dico bottega, per andare coi tempi; ma oggi si dovrebbe dire studio,
perchè mastro Jacopo da Casentino era un pittore, e meritamente
annoverato tra i migliori del suo tempo. Era nato a Prato vecchio,
nella famiglia di messer Cristoforo Landino, e il nome patronimico lo
aveva avuto da un frate di Casentino, guardiano al Sasso della Vernia,
che l'aveva preso a ben volere, e, vedendo la sua inclinazione
all'arte del dipingere, lo aveva acconciato con Taddeo Gaddi, nel
tempo che questo valoroso scolaro di Giotto era a lavorare nel suo
convento.

Sotto la scuola di mastro Taddeo, il giovinetto Jacopo aveva


profittato grandemente, sì nel disegno, sì nell'arte del colorire.
Erano quelli i bei tempi della pittura. Giotto, con nuova maniera,
sciogliendo la figura umana dalle rigidezze dell'arte bisantina, aveva
additata una strada su cui tutti i giovani si gittavano animosi,
sperando di avanzare in eccellenza il maestro. E Jacopo, andato a
Firenze con Taddeo Gaddi, non fece torto alle speranze che questi
aveva concepite di lui, dipingendo tra l'altre cose il tabernacolo
della Madonna di Mercato Vecchio e le vòlte d'Orsanmichele, che aveva
ad essere il granaio del Comune.

Rimasto alcuni anni col Gaddi, come a provar le sue forze, e persuaso
oramai di poter volare da sè, Jacopo era tornato nel suo Casentino, e
in Pratovecchio, in Poppi e in altri luoghi della valle medesima,
aveva dato mano a molte opere di cui s'era vantaggiata la sua fama,
non così la sua borsa. Dopo di che, adescato da più ragguardevoli
offerte, si era ridotto a stabile dimora in Arezzo, che allora si
governava da sè medesima, col consiglio di sessanta cittadini dei più
ricchi e più onorati, alla cura dei quali era commesso tutto il
reggimento.

Mastro Jacopo non era solamente pittore, ma pizzicava eziandio


d'architetto. E perchè in Arezzo scarseggiavano le acque, fin dal
tempo dei Goti, che avevano guasti i condotti onde l'acqua scendeva
dal poggio di Pori in città, fu commesso a mastro Jacopo di
ricondurvela. Il che egli fece a sua lode, portandola per nuovi canali
fin sotto le mura, ad una fonte detta allora dei Guinicelli, e poscia,
corrottamente, dei Veneziani.

Ma questo sono notizie che importano poco al soggetto. Passiamo,


dunque, senza fermarci troppo sull'architettura di mastro Jacopo, e
raccontiamo ai lettori che da molti anni il degno artefice aveva messo
su famiglia, e viveva felice, come può esserlo un uomo in questa valle
di lagrime, che non è tutta una Val di Chiana, pur troppo. Intanto,
seminava dei suoi affreschi tutte le chiese di Arezzo, facendo prova
di una maniera e dì una pratica maravigliosa.

Un'altra fortuna era toccata a mastro Jacopo; quella io vo' dire di


mostrare ad un altro, e con frutto, i principii di quell'arte che a
lui aveva insegnata il Gaddi. Ai giorni nostri i pittori non fanno più
scuola, o non si rodono di avere dei buoni discepoli, come una volta.
Ogni artista lavora per sè, gelosamente tappato nel suo studio, quasi
temendo che altri gli rubi il tocco, o l'impasto dei colori. Ma in
quei tempi di vita rigogliosa per l'arte, era una festa aver gente
dattorno, e un pittore non si teneva per maestro, se non aveva una
mezza dozzina di scolari, uno dei quali, uno almeno, di più facile
ingegno e di più pronta volontà, seguitasse la maniera, serbasse le
tradizioni del principale e facesse onore alla scuola.

Di questi scolari, o garzoni, o fattori (come si dicevano in quel


tempo che lo studio d'un pittore si chiamava bottega) mastro Jacopo ne
aveva parecchi; ma uno solo meritava il nome di discepolo, e si
domandava Spinello, figlio ad un certo Luca Spinelli, fiorentino, che
era andato forse vent'anni addietro ad abitare in Arezzo, quando, una
volta fra l'altre erano stati discacciati da Firenze i Ghibellini.
Arezzo, se nol sapete, era ghibellina nell'anima.

Spinello Spinelli era un bel giovinottino, nato pittore come Giotto, e


inclinato fin da fanciullo ad operare nel disegno tali miracoli, che
non si sarebbero creduti possibili senza la disciplina di ottimi
maestri. Jacopo di Casentino, veduti i suoi tocchi in penna, lo aveva
voluto a bottega. E Spinello non si era fatto pregare; che anzi,
moriva dalla voglia di andarci, specie dopo che aveva veduta e
ammirata nel Duomo vecchio la più bell'opera di mastro Jacopo.
Ora, la più bell'opera di mastro Jacopo, che Spinello potesse ammirare
nel Duomo vecchio, non era già il ritratto di papa Innocenzo VI, come
qualcuno potrebbe credere a tutta prima. La più bell'opera di mastro
Jacopo era madonna Fiordalisa, a lui nata in Firenze, quando egli
stava laggiù, ai servigi del Gaddi.

Dico Fiordalisa, per non ingenerar confusione. Ma i toscani d'allora


non sentivano nessuna ripugnanza a dire madonna Fiordaliso, in quella
stessa guisa che non ne sentivano a dire madonna Fiore, madonna
Belcolore, e via di questo passo, concordando un nome mascolino con un
nome femminile. Del resto, la grazia e l'eleganza femminile c'erano
tutte, nel viso di madonna, spiravano da ogni parte della sua bella
persona, e le desinenze non ci avevano nulla a vedere.

Fiordalisa, nata a Firenze, era in Arezzo da pochi mesi; ma fin dai


primi giorni del suo arrivo colà, era stata veduta, notata e
riconosciuta come un miracolo di bellezza. È facile che si nasconda un
grand'uomo, in mezzo alla moltitudine, e che rimanga ignoto, in una
città nuova per lui; ma non c'è caso che si nasconda egualmente una
bella ragazza. Il primo che l'ha vista, poniamo anche di sbieco, ne
passa parola ad un altro, e questi ad un terzo, anche prima di averla
intravveduta lui; donde avviene che fin dal primo giorno che è stata
annunziata la selvaggina, un centinaio di bracchi da punta sieno
sguinzagliati alla macchia.

Ora, i giovinotti d'Arezzo non s'erano mica indugiati per istrada;


avevano scoperto subito la bella fiorentina, l'avevano scovata,
levata, come i suoi concittadini avrebbero levato il grillo dal buco,
la mattina dell'Ascensione. Fiordalisa non esciva di casa che i dì di
festa, per andare nel Duomo vecchio agli uffizi divini. Ma tanto
bastava perchè la vedessero tutti, e perchè ci fossero di gran
capannelli sul sagrato del Duomo, quando ella doveva passare.

Spinello Spinelli l'aveva vista a quel modo, come tutti gli altri. Era
un giovinotto allegro, che portava il cervello sopra la berretta. Ma
da quel giorno che vide madonna Fiordalisa, incominciò a pensare con
qualche rammarico alla sua condizione, che non gli permetteva di
passare avanti a tutti i suoi giovani rivali. Vi ho già detto che era
figlio d'un fuoruscito fiorentino. Luca Spinelli esercitava un'arte, a
Firenze, e ci aveva anche quattro sassi al sole; ma l'arte era nulla,
senza clientela, e di quei quattro sassi gliene avevano fatto vento i
Guelfi, dopo averlo sbandito dalla città. Non dissimilmente avrebbero
adoperato i Ghibellini, se a loro fosse toccato di poter bandire i
Guelfi; non c'era dunque da gridare all'ingiustizia. A quei tempi si
usava così. Oggi, la Dio grazia, abbiamo un pochettino di progresso, e
certe cose non si fanno più; ci si restringe a desiderarle.

Ma se Spinello non era ricco, aveva tuttavia una gran forza per sè;
era giovine e innamorato morto. Madonna Fiordalisa era la figlia d'un
pittore. Vedete come il destino aveva disposte le fila! Anche lui era
un pittore, o almeno poteva diventarlo; poichè l'inclinazione c'era,
ed anche una certa pratica naturale. Fino allora, egli aveva disegnato
per capriccio: da quel giorno incominciò a disegnare per passione. Si
fa così bene quel che si fa, quando si pensa ad una bella donna! Sopra
tutto, poi, quando si capisce che é l'unica via per giungere a lei!
Mastro Jacopo lavorava allora nella chiesa di San Domenico, e più
propriamente in una parte della chiesa, cioè a dire nella cappella di
San Cristofano, ritraendovi al naturale il beato Masuolo, profeta
minimo, il quale, ne' suoi tempi, predisse molte disavventure agli
Aretini. L'opera gli era commessa da un mercante de' Fei, che aveva
molto a lodarsi del Santo, per esserne stato liberato dal carcere. E
mastro Jacopo aveva per l'appunto rappresentato il Santo nell'atto di
fare quel miracolo, che oggi si farebbe con uno sbruffo ai guardiani,
o con un buco nel muro.

Spinello, come potete argomentare, andò in San Domenico, incominciò a


piantarsi davanti alla cappella di San Cristofano e diventò un grande
ammiratore dei miracoli del beato Masuolo, o almeno di quel tanto che
se ne poteva scorgere attraverso le commessure del tavolato. Mastro
Jacopo non tardò ad avvedersi di quella curiosità e chiese al
giovanotto se per caso volesse vedere l'affresco prima del mercante,
che gli aveva data la commissione.

--Maisì, messere;--rispose Spinello, facendosi un coraggio pari alla


gravità del caso.--Il mercante vi pagherà l'opera vostra una volta
sola; io l'ammirerò quante volte vi piacerà di lasciarmela vedere
prima d'ogni altro.

--Ecco una ragione che mi capacita;--disse mastro Jacopo, facendo


bocca da ridere.--Ma ti piacerà poi da senno, il mio beato Masuolo?
Vieni sul ponte e sia come ti pare.--

Spinello non se lo fece dire due volte; salì sul ponte, osservò la
composizione e rimase a bocca aperta, com'era naturale che facesse, e
per la bontà intrinseca del dipinto e per il desiderio che aveva di
entrare nella grazia dell'artefice.

--Per caso,--gli disse mastro Jacopo a un tratto;--anche tu saresti


pittore.

--Mainò, messere;--rispose Spinello, chinando umilmente la fronte;--ma


sarei felice di diventarlo, sotto la vostra disciplina.

--Perchè no? Vediamo anzi tutto che cosa sai fare. Un O, come Giotto?
Una linea come Apelle?

--Ohimè, maestro, assai meno. Disegno alla meglio, o alla peggio, come
vi parrà meglio, senza ombra di studio.

--Bene! To' i pennelli e la sinopia;--gli disse mastro Jacopo.--Vai


là, al muro, dove non è ancora stata messa la calce fresca, e segna un
contorno.--

Spinello non domandava altro. Ma, per sicuro che fosse di non far
troppo male, non poteva difendersi da un certo rimescolamento, dovendo
operare così sotto gli occhi del maestro. Se gli fosse riuscito di far
bene alla prima, che fortuna! Basta, il giovinotto pensò a madonna
Fiordalisa, afferrò il pennello, lo intinse nel vaso e si mise
all'opera, tratteggiando sulla parete una mezza figura di San
Giovanni. L'aveva attaccata alla brava e la tirò via alla lesta, per
non aversi a pentire, e perchè il pennello non avesse a tremargli fra
le dita.
Mastro Jacopo stette zitto, sulle prime, a vederlo lavorare: poi, come
gli balzò davanti agli occhi la figura abbozzata, borbottò un cenno
d'approvazione.

Spinello si era dimostrato valente ed accorto. Valente, perchè il suo


disegno era buonino; accorto, perchè quella mezza figura era una copia
fatta a memoria, d'un San Giovanni che mastro Jacopo aveva dipinto
qualche mese innanzi in San Bartolomeo, nella cappella di Santa Maria
della Neve.

--Ah, ah!--disse mastro Jacopo, a cui si spianavano in fronte le


rughe, accumulate pur dianzi nella arcigna severità del suo
atteggiamento di giudice.--Tu studi l'arte nuova, giovinotto.

--Maisì, maestro. Ed è la buona, mi pare.

--Eh, sì e no. Bisognerebbe, ad esempio, saper scegliere un po' meglio


tra nuovi e nuovi. Giotto di Bondone è un gran maestro, e Taddeo Gaddi
gli si stringe ai panni. Ti consiglio d'imitare questi due. L'altro,
da cui t'è piaciuto di copiare, è un artista da dozzina, il quale non
si raccomanda che per un poco di buona volontà.

--Voi gli siete nemico, maestro;--rispose argutamente il giovine.--Lo


si vede dalle vostre parole. Ma io lo difenderò anche contro di voi.
Per esempio, quella sua storia di San Martino, nella cappella del
Vescovado....

--Ahimè, ragazzo, ahimè!--interruppe mastro Jacopo con un sorriso che


faceva contro alla mestizia della interiezione.--Bisogna essere stati
a Firenze e aver visto il _Convito di Erode_, che Giotto ha dipinto
nella cappella dei Peruzzi di Santa Croce; bisogna essere stati nella
cappella del Palagio del Podestà, e aver visto quel Dante Alighieri,
improntato di tanta dolcezza, che pare una cosa di cielo! Ma già, tu
non vuoi intender nulla, ragazzo mio. Come ti chiami?

--Spinello, di Luca Spinelli, messere.

--Ah, conosco tuo padre di nome, ed anche di veduta. È un uomo per


bene. E tu dunque, vuoi diventar pittore? Vediamo, che cos'hai fatto
finora?

--Poca cosa, maestro. Degli schizzi, dei tocchi in penna....

--Dal vero?

--Maisì, maestro, dal vero, ed anche ricordando le cose vedute.

--Già, come questo San Giovanni;--ripigliò mastro Jacopo, crollando la


lesta---Non copiar che dal vero, sai; oppure da Giotto, poichè non
vide meglio di lui chi vide il vero. Del resto, portami i tuoi occhi
in penna. Li vedrò volentieri.--

Mastro Jacopo, intanto, scendeva dal ponte per ritornarsene a casa.


Spinello Spinelli domandò in grazia di poterlo compagnare un tratto.
Tanto, era tutta strada per lui, essendo la sua abitazione da quella
medesima parte della città.
Come furono in via dell'Orto, poco lunge dal Duomo, il giovane disse a
mastro Jacopo:

--Ecco l'uscio di casa mia. Se permettete, maestro, dò un salto fin


lassù, prendo i miei disegni, che avete mostrato desiderio di vedere,
e vi raggiungo subito.

--Fa come ti piace;--rispose mastro Jacopo.

Spinello Spinelli andò via lesto come un capriolo, anzi come uno
scoiattolo; fece una manata delle sue carte, e, scendendo gli scalini
a quattro a quattro, ritornò sulla via. Mastro Jacopo quando egli lo
raggiunse, non era ancora giunto all'angolo del Duomo.

Il vecchio pittore diede una rapida occhiata a tutti quei fogli. Erano
studi dal vero, o reminiscenze, motivi buttati là, con un fare tra
l'accorto e l'ingenuo, che indicava una vera e fortunata indole
d'artista. Spesso non erano che quattro tocchi; ma in quei quattro
tocchi si vedeva la natura colta sul vivo.

Mentre egli così sfogliava i quaderni del giovine seguitando la sua


strada verso casa, gli venne veduta tra l'altre cose una figura di
donna. Era a mala pena accennata, ma il pittore non durò fatica a
riconoscere d'onde Spinello avesse tratto il suo tipo. E così, di
sbieco, mentre guardava la figura, gittò un'occhiata al suo giovine
compagno.

Spinello non vide lo sguardo del pittore, ma lo sentì, e si fece rosso


in volto. Maledetta furia! O non avrebbe potuto egli aspettare una
mezz'ora, e portare egli i disegni a casa del maestro? Per la smania
di far presto, come se temesse di perdere l'occasione, aveva preso
tutto alla rinfusa, e quei quattro segni, in cui egli aveva fissato il
ricordo di madonna Fiordalisa, cadevano contro sua voglia sotto gli
occhi del babbo.

--In verità,--diss'egli allora, tanto per isviar l'attenzione del


pittore,--son povere cose e certamente indegne di voi. Ma, che volete?
non so far altro.

--Che! che!--rispose mastro Jacopo.--La modestia è una bella cosa,


ragazzo mio; ma tu ora fai torto alla natura, che ha voluto indicarti
molto chiaramente la tua vocazione. Ho caro di averti conosciuto.
Cimabue si tenne fortunato di essersi imbattuto in un pastorello che
disegnava le pecore del suo armento sui lastroni di Vespignano. Io
avrò in quella vece posta la mano su d'un artista formato.--

E dentro di sè, mastro Jacopo, come rispondendo ad una osservazione


del suo spirito famigliare diceva:

--Dopo tutto che male c'è? Se un artista simile diventasse mio genero,
dovrei averne dicatti. Sarebbe il miglior modo per legarlo alla mia
scuola e farmene un aiuto.

Indi, ad alta voce, mastro Jacopo proseguì:

--Vieni a bottega quando ti piace, anche oggi, se tuo padre si


contenta, io mi contento e godo. Non metto che una condizione ad
averti con me.

--Quale? Io l'accetto fin d'ora;--disse Spinello, a cui brillavano gli


occhi dalla contentezza.

--Di tenere i tuoi tocchi in penna per me. Ci serviranno ad entrambi


per ricordo di ciò che eri, quando sei entrato a bottega da me.--

Spinello non capiva in sè dalla gioia. Un'ora dopo quella


conversazione, egli tornava dal pittore in compagnia dì suo padre.
Luca Spinelli e Jacopo di Casentino s'intesero facilmente, e il
giovine Spinello rimase a' servigi del maestro.

Quella sera, madonna Fiordalisa fu vista da lui nella luce modesta


delle pareti domestiche. Dio santo, com'era bella! Due cotanti più
bella delle altre volte, quando egli la vedeva in Duomo, agli uffizi
divini, con gli occhi bassi e la testa e il collo gelosamente
custoditi da un velo di seta bianca, assai largo, che le scendeva giù
per le spalle.

Vestita così semplicemente, d'una veste di ferrandina a larghe pieghe,


le quali scendevano in bei partiti dal fianco, senza fronzoli che
dissimulassero le curve gentili del busto con le maniche lisce e la
radice del collo a mala pena coperta da un baveretto bianco, madonna
Fiordalisa era un miracolo di eleganza e di grazia. La testa,
incoronata di capegli castagni, e il profilo del volto rosato,
mostravano una delicatezza di contorni e una soavità di espressione,
che a lui veramente parve di non aver vedute prima d'allora.

Fiordalisa riconobbe in quel giovine uno dei suoi cento curiosi


ammiratori del Duomo. Egli, per altro, era il più riguardoso di tutti.
Come mai aveva egli potuto essere il più ardito, tanto da penetrare
per il primo in sua casa?

Mentre questo pensiero si affacciava alla sua mente, mastro Jacopo le


disse:

--Ecco un nuovo scolaro. Sarà il primo di tutti, se continua come ha


cominciato, e sopra tutto se non mette il capo alle frascheria della
gioventù.--

A quella parole di suo padre, Fiordalisa, che si era posta da


principio in sul grave, divenne tosto più umana e salutò cortesemente
il nuovo venuto.

Egli, del resto, si contenne da uomo di garbo. Non aveva occhi che per
mastro Jacopo e pendeva dalle sue labbra. Chi vuol la figlia,
accarezzi la mamma, dice il proverbio. Ora la figlia di mastro Jacopo
da lungo tempo aveva perduta la mamma, non restava a Spinello che di
accarezzare il babbo. E i babbi s'accarezzano, stando a sentirli con
attenzione, senz'altra noia che di dover dir loro ad ogni tanto: _et
cum spiritu tuo_.

Affrettiamoci a dire che Spinello non si annoiava punto in


quell'ufficio modesto. Jacopo era un buon maestro e Spinello sentiva
una gran voglia d'imparare. Finalmente se aveva l'aria di badar poco a
madonna, questa non doveva apporglielo a negligenza. Si dicono tante
cose, tacendo! Egli a buon conto, non ne diceva che una. Quando gli
accadeva di muover la testa e di volgersi a lei, diventava del color
della fiamma.

Ora una donna, quando vede di simili cose, non ha mestieri di lunghi
discorsi, nè di lunghe contemplazioni. L'essenziale è che conosca il
valore delle tinte. Ma questo, come non conoscerlo, quando si ha per
babbo un pittore?

II

L'entrata di Spinello Spinelli ai servigi di mastro Jacopo da


Casentino fece chiasso nella scuola. Egli era caduto là come un sasso
in una pozzanghera, facendo schizzare acqua e fango d'ogni parte.
Sicuro, anche fango. Certe acque non appaiono pulite se non quando e
fino a tanto son chete. Provatevi a rimestarle!

Nella bottega di mastro Jacopo erano cinque garzoni. Di quei cinque,


soli due potevano passare, ed essere considerati come speranze per
l'arte. Gli altri non promettevano nulla, e mastro Jacopo li adoperava
a mesticare i colori, a macinare le terrene sulla pietra, a far le
imbasciate della bottega, a portargli la cartella dei disegni e la
scatola dei pennelli, quando andava a lavorare fuori via.

Quei cinque lasagnoni, com'egli spesso usava chiamarli, con


dimestichezza punto piacevole a loro, si domandavano, Tuccio di Credi,
Lippo del Calzaiuolo, Parri della Quercia, Cristoforo Granacci e
Angiolino Lorenzetti, soprannominato il Chiacchiera. Nessuno di
costoro salì in eccellenza nell'arte del dipingere, quantunque due,
come vi ho detto, lo avrebbero potuto, cioè Parri della Quercia e
Tuccio di Credi. Ma il povero Parri della Quercia morì giovane, non
lasciando raccomandato il suo nome che ad una tavola di Santa
Margherita, nella chiesa cattedrale di Cortona; e Tuccio di Credi....
Quanto a Tuccio di Credi, egli avrebbe fatto opera più degna, morendo
lui, in luogo di Parri della Quercia.

L'apparizione di Spinello Spinelli nella bottega di mastro Jacopo


aveva destato un vero baccano in mezzo a quei cinque fattori. In primo
luogo perchè nessuno sapeva che quel giovinottino elegante fosse un
pittore. Per esser riconosciuti pittori, a quel tempo, bisognava
essere entrati fanciulli ai servizi di un vecchio artista, aver
macinata per qualche anno la terra di Siena, aver fatto cuocere il
travertino, di cui si faceva il bianco per gli affreschi, e portata
magari la zuppa al principale, quando lavorava sui ponti, e non
ismetteva per tutta la giornata, temendo giustamente che gli avesse a
seccare l'intonaco.

Un'altra cagione di meraviglia tra i cinque scolari di mastro Jacopo


era questa, che il nuovo venuto si presentava con un quaderno di
tocchi in penna, che diceva di aver fatti lui, senza preparazione di
studi. Questo, a dir vero, non significava nulla. Ognuno, a cui
piaccia, può imbrattare un foglio di carta e credere d'aver fatto un
disegno. Ma il guaio era che mastro Jacopo aveva lodati i disegni del
nuovo venuto, proponendoli come esempio ai vecchi della scuola.

--Ecco qua,--aveva detto, mettendo il rotolo dei fogli sotto il naso


dei suoi fattori,--lasagnoni, imparate. Quando vi dico che bisogna
copiare dal vero! Voi altri, invece, perdete il vostro tempo a
grattarvi le ginocchia. Si intende, quando non giuocate a zara.--

Rimasti soli davanti ai disegni di quel famoso artista che era piovuto
dalle nuvole, i cinque scolari di mastro Jacopo avevano sfogliato il
quaderno e guardato curiosamente ciò che formava l'argomento delle sue
meraviglie. Si capisce alla bella prima che avevano trovato tutto
mediocre. Non c'era franchezza di tocco; i contorni erano duri; gli
atteggiamenti goffi; le pieghe così trite, che peggio non avrebbe
fatto Cimabue nei suoi primi tentativi. Che cosa aveva inteso il
maestro, proponendo loro ad esempio gli sgorbi di quel principiante?
Di canzonarli, forse?

In quella che stavano guardando e criticando alla libera, uno di essi


scappò fuori con un grido di stupore.

--Che cos'ha veduto, il Chiacchiera?--domandò Tuccio di Credi.--Forse


il basilisco?

--In fede mia,--ripigliò il Chiacchiera,--questo non lo ha veduto di


certo il maestro.

--Che cosa? Il basilisco?--disse ridendo il Granacci.

--Questo ritratto;--rispose il Chiacchiera, senza badare allo scherzo


dei compagni.--Perchè, infatti, è un ritratto. Vedete qua!--

E levato dal quaderno il foglio che aveva destata la sua attenzione,


lo pose sotto gli occhi della brigata.

C'erano parecchie figure disegnate su quel foglio; ma il Chiacchiera


ne indicava una tra tante, che si vedeva nel mezzo, tirata giù alla
brava, come una impressione momentanea. Avete già indovinato che era
una figura di donna. Con due tratti di penna era segnata la veste,
lunga, a larghe pieghe, accennate, anzichè delineate, da qualche
zaffardata d'inchiostro. Le braccia, che escivano di sotto ai lembi
frastagliati del manto, si raccoglievano sul taglio della vita, e la
mano destra, sovrapposta all'avambraccio sinistro, sosteneva un
piccolo uffiziuolo. Sulla testa era gittato un velo che scendeva fino
agli òmeri e si confondeva col manto. I contorni della figura e i
pochi segni con cui era accennato il viso, apparivan di persona viva,
colta da una mano maestra, sull'atto di recarsi alla chiesa.

--Eh, che vi pare?--continuò il Chiacchiera.--Non la riconoscete?

--La figlia del maestro!--gridò Lippo del Calzaiuolo.

--To', è vero;--soggiunse Cristofano Granacci.--È madonna Fiordalisa.

--Infatti,--disse a sua volta Parri della Quercia,--è proprio lei, o


una che le somiglia di molto. Ma perchè dicevi tu dianzi che il
maestro non ha veduto questo disegno! È impossibile che non abbia
riconosciuta la sua figliuola.

--Eh,--rispose il Chiacchiera, stringendosi nelle spalle,--in questo


caso bisognerà dire che si è innamorato dello scolaro in grazia del
ritratto che questi ha fatto della sua Fiordalisa. Già, l'ama tanto!

--Se non c'è bisogno d'altro, per entrar nelle grazie di mastro
Jacopo,--esclamò Cristofano Granacci,--glielo facciamo tutti, il
ritratto a madonna Fiordalisa.

--Credete che sia così facile?--entrò a dire Parri della Quercia.

--Perchè no? Che cosa c'è egli di tanto difficile?--ribattè il


Granacci.

--Tutto;--rispose Parri.---Non avete osservato come ella si muta ad


ogni momento?

--Già,--disse il Chiacchiera,--donna e luna, oggi serena e doman


bruna.

--Non parlo dell'umore, parlo del tipo;--ripigliò Parri della


Quercia.--È un tipo assai delicato, con una certa espressione, che non
è sempre la stessa a tutte le ore del giorno.

--È vero, quel che dice Parri;--notò Lippo del Calzaiuolo.--Ci son de'
momenti che non sembra più lei.--

Tuccio di Credi torse le labbra e diede un'alzata di spalle.

--Baie!--diss'egli---I contorni non si mutano mica così facilmente!


Sarà quistione delle parti mobili, le labbra e gli occhi.

--Già, le labbra e gli occhi;--rispose Parri della Quercia.--E ti par


poco! Ora, se un moto delle labbra, o un diverso grado di forza nello
sguardo, basta a cangiarti l'espressione del volto, mi pare che la
immobilità dei contorni non ci abbia nulla a vedere. Piuttosto è da
chiarire quale delle due parti mobili ha maggiore virtù nel
cangiamento del tipo.

--Dev'esser la bocca;--osservò Lippo del Calzaiuolo.

--Infatti,--disse il Chiacchiera,--quando madonna Fiordalisa sorride,


vi apparisce due tanti più bella.

--Non si tratta di sapere quando apparisca più bella, poichè lo è


sempre moltissimo;--replicò Parri della Quercia.--Io ho detto soltanto
che ella vi muta espressione, e sembra avere un'altr'aria da quella di
prima. È sempre lei, per chi la conosce, e tuttavia è un'altra
bellezza. Il pittore che la ritraesse in uno di quei punti, crederebbe
di non averla resa con verità, se la vedesse in un altro.

--Pure,--notò il Chiacchiera,--questo Spinello, che non è un pittore,


e neanche un principiante, con due tratti di penna ce l'ha fatta
ravvisare alla prima.

--Bella forza!--esclamò Tuccio di Credi.--È una somiglianza ottenuta


nel complesso; buon per lui che non è andato ai particolari. La sua
parsimonia gli ha fatto buon giuoco. Vedete qua; con due tratti di
penna vi ha data un'aria di madonna Fiordalisa. Se ne avesse aggiunti
altri due, gli sarebbe andato a male ogni cosa.

--Che diamine gli è saltato, di fare il ritratto alla figlia del


maestro?--chiese Cristofano Granacci.

--Oh bella!--esclamò il Chiacchiera.--E stenti tanto a capirla? Ne


sarà innamorato. È così naturale che un giovanotto s'innamori d'una
bella ragazza! Domandane a Tuccio di Credi: egli ti risponderà....

--Che sei uno scimunito;--interruppe Tuccio di Credi, dando al


Chiacchiera una guardataccia, che pareva volesse mangiarselo.

Ma il Chiacchiera non si spaventava per così poco.

--Oh, ecco,--gridò egli, ghignando,--ecco una riprova di ciò che ha


detto Parri poc'anzi, sulla varietà delle espressioni. Guardate Tuccio
di Credi, se non sembra tutt'altri. O Tuccio, chi ti facesse il
ritratto in questo momento, in fede mia, non ti renderebbe un
servizio.--

Tuccio di Credi, veduto così sottosopra, cioè computando l'una cosa


per l'altra, poteva anche passare per un bel giovinotto. La
carnagione, è vero, traeva all'olivastro; ma non è detto che
l'olivastro sia un brutto colore, e ci son molti a cui simili impasti
di giallo e di verde non dispiacciono punto. E poi, s'accordavano bene
con quella tinta scura i capegli e le sopracciglia nerissime; di guisa
che sotto quella vigoria di toni fuligginosi, l'olivastro delle carni
poteva acquistare l'apparenza di un amabile pallore. Ma anche Tuccio
di Credi aveva un tipo mobilissimo, che giustificava pienamente
l'osservazione beffarda del Chiacchiera. Incominciamo a dire che nel
suo volto si notavano due parti distinte, la superiore virilmente
modellata, a contorni risentiti e gagliardi, l'inferiore timidamente
condotta, quasi appena accennata. Si sarebbe detto che la natura,
facendo quella testa, si fosse annoiata a metà dell'opera sua. Il
naso, ad esempio, non era in proporzione con l'ampiezza della fronte;
le labbra sottili e smorte mancavano di fermezza; il mento sfuggiva
senz'altro. In quella faccia, fluita di mala voglia, c'era alcun che
di stonato, che i pochi peli vani delle labbra e del mento non
bastavano a dissimulare, e che la barba più folta non avrebbe potuto
correggere. Anche gli occhi, neri, ma senza luce, dipinti di nerofumo,
lasciavano qualche cosa a desiderare. Per solito, li vedevate poco;
sfuggivano ad ogni esame. Quando Tuccio di Credi parlava con voi,
quegli occhi guardavano sempre in basso e da un lato; poi, tutto ad un
tratto, vi passavano dall'altro, senza che li aveste veduti fermarsi
sui legacci del vostro giustacore. Osservando il rapido trapasso di
quei due lumi spenti, pensavate involontariamente alla lucciola, che
nel fosco della notte vi brilla trasvolando da destra, indi vi
apparisce a sinistra, dopo esservi passata davanti alla chetichella,
rattenendo il palpito della sua luce fosforica.

Mastro Jacopo, una volta aveva detto di lui:

--Tuccio di Credi non sarà mai un valente disegnatore. Un uomo che non
guarda mai davanti a sè, può egli vedere quel che si faccia?
Alle beffe dal Chiacchiera. Tuccio di Credi aveva aggrottate le ciglia
e si era morso le labbra. Indi, facendo spallucce, aveva risposto:

--Che grullerie! Basta che il primo venuto dica una cosa per chiasso,
perchè tu ci fabbrichi subito un ragionamento. Già, non l'hanno
battezzato il Chiacchiera per nulla. Oggi tu hai visto l'innamorato in
una figurina di donna, e questo è anche peggio della trovata di Parri
della Quercia. O che? Non si può egli vedere una bella ragazza per
via, e sentire il desiderio di segnarne il profilo sulla carta, come
si segna il profilo d'un frate che va alla cerca, o d'un cane che
s'accosta al muro? L'uomo che vuole avanzare nell'eccellenza
dell'arte, studia tutto quello che vede. E se gli capita di vedere
qualche bella figura di donna, vuoi tu che chiuda gli occhi e dica:
_Domine salvum fac_, come un santo eremita, esposto alle tentazioni
del diavolo?

--Se almeno ce ne fossero due, qua dentro, di donne!--ribattè il


Chiacchiera, che non voleva darsi per vinto.--Ma, a farlo a posta, non
c'è che questa, non c'è.

--Non prova nulla.

--Prova moltissimo. Che non ci sian più belle donne, in Arezzo? O che
abbiano presa l'abitudine di tapparsi in casa, quando passa il Giotto
redivivo?

--Ah sì, Giotto ridivivo! Ben detto!--esclamò Lippo del


Calzaiuolo.--Se ti sente mastro Jacopo, ti abbraccia e ti bacia sulle
gote.

--Chi parla di mastro Jacopo?--gridò una voce, che mise lo scompiglio


nella brigata.--E chi ho da baciar sulle gote, se è lecito?

--Maestro!--dissero i garzoni, tirandosi indietro mogi e confusi.

Il maestro si avanzò in mezzo al crocchio e vide il quaderno dei


disegni di Spinello Spinelli.

--Ah!--riprese egli, con accento mutato.--Studiavate? Ammiravate anche


voi quel che sa fare questo bravo giovinetto? Avanti, su, si faccia
avanti quello che ho da baciar sulle gote, e mi dica cosa pensa di
Spinello Spinelli.

--Maestro,--scappò fuori il Chiacchiera,--io non so se mi bacerete


sulle gote, o se piuttosto non mi allungherete una pedata; ma dico,
con vostra licenza, che questo Spinello ha voluto fare un ritratto, in
questo piccolo schizzo.

--Orbene,--disse mastro Jacopo, rabbruscandosi;--e se avesse proprio


voluto fare un ritratto, che ci vedreste di male voi altri?

--Niente, Dio guardi; niente nell'intenzione. Ma quanto all'esito del


tentativo.... Vedete qua Tuccio di Credi, il quale sostiene che la
somiglianza è tutta dovuta alla parsimonia dei tratti. Il vostro
protetto ha trovata l'aria della figura, e nient'altro. Se dovesse
fare un ritratto, si troverebbe molto impicciato.--
Mastro Jacopo crollò sdegnosamente le spalle.

--Eh via, lasagnoni! Quello è un giovane che, se vorrà fare un


ritratto, anche da pittore novellino qual è, lo farà, in barba a tutti
voi, quando avrete messo su barba.

--Parri della Quercia non è di questa opinione.

--Ah, Parri?... sentiamo qual è l'opinione di messer Parri della


Quercia.--

Parri, così tirato in ballo dalla imprudenza del Chiacchiera, si fece


modestamente a rispondere:

--Io, veramente, maestro, non intendevo di togliere i meriti al vostro


nuovo scolaro. Non lo conosco ancora di persona, ma lo stimo già assai
per questi tocchi di penna, che voi ci avete proposti ad esempio.
Dicevo solamente che madonna Fiordalisa....--

Jacopo di Casentino diede un balzo e guardò il migliore de' suoi


discepoli con aria tra maravigliata e scontrosa.

--Che c'entra madonna Fiordalisa?--diss'egli interrompendolo.

--Eh, c'entra in questo modo,--rispose Parri della Quercia,--che nei


quattro tocchi di cui parlavamo dianzi, quando voi siete capitato....
Eccoli qua, del resto; non ci vedete il ritratto di madonna
Fiordalisa? Almeno almeno, si può dire che arieggiano la sua figura.

---Sia pure;--disse mastro Jacopo, col piglio di chi non vuol negare
nè ammettere una cosa.--E che cosa dicevi tu dunque?

--Dicevo che madonna può riconoscersi in questi contorni, ma che


questo non può dirsi un vero ritratto. Un ritratto della vostra
figliuola io l'ho per la cosa più difficile del mondo, se non per
avventura impossibile. Madonna Fiordalisa ha un'aria così mutevole!

--Aria mutevole! aria mutevole!--borbottò mastro Jacopo.--Non so che


cosa intendiate di dire, con quest'aria mutevole. I vecchi pittori non
le conoscevano, queste novità del vostro gergo.

--Maestro,--entrò a dire il Chiacchiera, vedendo che Parri della


Quercia era rimasto mutolo,--sono le parti mobili del viso, che fanno
di questi scherzi. Il viso ha le sue parti mobili; è l'opinione di
Tuccio di Credi.--

Mastro Jacopo andava di meraviglia in meraviglia.

--Ah sì! Anche Tuccio di Credi ha un'opinione?--chiese egli, con


accento sarcastico.

Tuccio di Credi fu toccato sul vivo da quelle parole, ma più dal tono
canzonatorio con cui erano profferite.

--Che male ci sarebbe, maestro?--disse egli.--E che ci vedreste di


strano?
--Niente, in verità; niente strano in voi altri. E non ci sarebbe
neanche ombra di male, se almeno voleste prendervi il fastidio di
lavorare. Siete lasagnoni, buoni a nulla.... Cioè, mi correggo; siete
buoni a far chiacchiere; tanto che uno di voi ci ha buscato il
soprannome. Ragionare di principii, far trattati, inventar dottrine,
ecco il fatto vostro. Lavoro, vuol essere, lavoro, e poi sempre
lavoro. Le ragioni dell'arte son qui, nel braccio e nella schiena; il
resto non vale più che tanto. Fatemi la grazia di lasciare le ragioni
dell'arte, i principii, i trattati, a coloro che sono invecchiati
nell'operare. Anche voi, un giorno, quando sarete giunti a compieta,
potrete dire ai giovani: così va fatto e così non va fatto. In nome di
che? In nome della vostra esperienza. Senza di questa non ci son
dottrine che tengano.

--Maestro,--osò dire il Chiacchiera,--voi restringete il campo


dell'arte.

--Che campo m'andate voi sfringuellando? Il campo dell'arte! Ecco


un'altra invenzione dei pittori parolai. Dovevate vederlo che cos'era
il campo dell'arte, quando vivevano i grandi maestri. Non le si
conoscevano mica, queste cianciafruscole ai bei tempi di Taddeo Gaddi
e di Giotto!

--Giotto fu un rinnovatore dell'arte;--ribattè il Chiacchiera.--E noi


dobbiam mirar tutti a fare del nuovo.

--Ah sì? E credete che sia possibile, far sempre del nuovo? Badate,
lasagnoni, che le vostre novità non siano ritorni alle mosse. L'unica
novità, che io possa raccomandarvi è questa: fate, fate, non vi
stancate di fare. E per intanto smettete le ciance, che il fistolo vi
colga!--

Ciò detto, maestro Jacopo si allontanò dal crocchio dando una poderosa
alzata di spalle. Al quale atto il Chiacchiera rispose per tutti,
facendo le boccacce. Poco stante si affacciava un giovinotto
sull'uscio della bottega.

--È qui mastro Jacopo di Casentino?--chiese egli con aria peritosa.

--È qui;--rispose il Chiacchiera.--Che cosa volete da lui?--

Mastro Jacopo aveva udito la voce del nuovo visitatore, ed era subito
escito sul limitare della sua camera.

--Oh, bravo, ragazzo mio, fatti avanti!--gridò egli.--Ti aspettavo.


Eccoti in casa tua. Questi sono i tuoi compagni di lavoro; Tuccio di
Credi, Parri della Quercia, Cristofano Granacci, Lippo del Calzaiolo,
il Chiacchiera... cioè, diciamo prima il nome che ha avuto a
battesimo, Angiolino Lorenzetti, e poi diremo quello che gli hanno
appioppato le persone intendenti.--

Il giovane a cui erano presentati in quella forma gli scolari di


mastro Jacopo, li salutò con un cenno grazioso del capo, indi
soggiunse:

--Saremo amici, io spero.


--A voi, lasagnoni,--ripigliò maestro Jacopo,--salutate Spinello
Spinelli, l'autore dei tocchi in penna che avete veduti poco fa. È un
ragazzo che, se non si svia per cammino, farà parlare di sè.--

Gli scolari di mastro Jacopo s'inchinarono davanti a Spinello. Parri


della Quercia gli stese la mano, dicendogli:

--Amico e fratello, se vi piace.--

Ma gli altri non si fecero così avanti, non si buttarono via come
Parri della Quercia.

--Saremo amici, io spero!--ripeteva sommesso il Chiacchiera, rifacendo


il verso del nuovo venuto.--Vedete che degnazione! O che si
crederebbe, per caso, d'essere il duca Namo di Baviera?

--O il Saladino;--soggiunse Lippo del Calzaiolo.

--Sarà poi Calandrino, e nulla più;--conchiuse Cristofano Granacci.

Tuccio di Credi non disse nulla; ma dentro di sè pensava:

--Amico tuo! Sei sciocco, affè mia, se lo speri!--

III.

Abbiano la mala pasqua i pessimisti, gli scettici, ed altri filosofi


di tal fatta, i quali sostengono che l'uomo sia un animale invidioso
per natura, e che le nostre buone qualità sieno solamente effetto di
paziente educazione, come a dire di strofinamento e di verniciatura.

Grazie al cielo, e con licenza dei filosofi sullodatì, ci sono ancora


delle anime intimamente buone, la cui virtù è frutto di generazione
spontanea, non già conseguenza d'innesto sapiente, o d'arte
giudiziosamente educatrice. E ci sono altresì degli uomini che non
soffrono il male dell'invidia, neanche (e questo è meritorio da parte
loro) quando vedono che Tizio o Caio ha ingegno o attitudine da
superarli di gran lunga, in questa o in quella disciplina.

Vedete, ad esempio, il nostro bravo messer Jacopo di Casentino. Il


vecchio scolaro di Taddeo Gaddi, il degno continuatore della
tradizione di Giotto, indovinava facilmente che quel giovinottino da
lui preso a bottega, quando avesse fatto un tantino di pratica nel
maneggio dei pennelli, sarebbe diventato di schianto un artista
insigne, un maestro, da lasciarsi addietro i migliori del suo tempo. E
per lui, per quell'aquilotto che metteva appena i bordoni, mastro
Jacopo aveva smosso il suo piglio burbero; per lui trovava le parole
amorevoli, la placida assiduità degli insegnamenti, la ineffabile
tenerezza dei conforti paterni.

Due sentimenti diversi lo persuadevano a ciò. Il primo era quello


dell'ambizione. Esser maestro ad un discepolo che non aveva punto
mestieri di rimproveri e così poco di incitamenti a far meglio, poter
raccomandare il suo nome ad un nuovo argomento di gloria, eccovi
l'ambizione di mastro Jacopo; ambizione legittima, e, quel che più
monta, di effetto sicuro, si sarebbe detto un giorno: Spinello
Spinelli, il famoso pittore d'Arezzo, era scolaro di Jacopo da
Casentino. Degno del maestro il discepolo! E se pure si fosse dovuto
dire: migliore del maestro la gran pezza, sarebbe stato poi un gran
male? Avere indovinato un ingegno potente, averlo tratto
dall'oscurità, avergli per così dire adattate le ali agli omeri, non è
forse una gloria, un titolo di merito al cospetto dei posteri, specie
quando un simil titolo si può metter di costa ad altri parecchi?

Ora, che mastro Jacopo di Casentino non s'ingannasse in questi suoi


sogni ambiziosi, la storia dell'arte italiana lo ha dimostrato. La
fama di Spinello Aretino ha confermata, se non per avventura
accresciuta, la fama del suo vecchio maestro.

L'altro sentimento era d'indole affatto domestica. Gli dò mia


figlia;--diceva tra sè mastro Jacopo.--Bello lui, come essa è bella:
ha ingegno, salirà presto in eccellenza d'arte; avrò in lui un aiuto
maraviglioso; prospererà la mia scuola; Arezzo contenderà la palma a
Firenze....--

E qui mastro Spinello....Ma via, non precipitiamo nulla, raccontiamo


le cose per filo e per segno, non mettiamo il carro avanti ai buoi.

Madonna Fiordalisa, ve l'ho già detto, si dimostrava umana col nuovo


discepolo dì suo padre. Più volte nel corso della settimana, o con un
pretesto o con l'altro, Spinello Spinelli era invitato a desinare dal
maestro; onore che toccava di rado agli altri compagni suoi di
bottega. Qualche volta anche lei discendeva al pian terreno; e
certamente più spesso che non le accadesse da prima; ora per avvertire
il babbo che si dava in tavola, ora per chiedergli il suo parere su
questo o su quel particolare d'economia domestica, ed anche, perchè
bisogna dir tutto, anche senza una ragione sufficiente per scendere.
Ma già deve trovarla sempre, e per ogni cosa, la ragione sufficiente?
I filosofi, che hanno voluto metterla come fondamento dei loro
sistemi, si sono trovati anch'essi il più delle volte impacciati.

E Spinello ardeva; e l'interno ardore gli traluceva dagli occhi. Voi


lo sapete, lettori, perchè di lì ci sarete passati un giorno anche
voi; l'amore e la tosse si nascondono male. Anche madonna Fiordalisa
nascondeva male il senso che faceva su lei l'amore di Spinello
Spinelli; anzi, non lo nascondeva affatto. Perchè avrebbe dovuto
nasconderlo? Non era nato, quell'affetto, e non cresceva forse
liberamente sotto lo sguardo benevolo di suo padre? Era da principio
un po' timida; poi, nel ravvisare la stato del proprio cuore, si era
fatta contegnosa. Ma queste deboli difese, pari alle fortificazioni
improvvisate lì per lì da un esercito in aperta campagna, durano
appena quel tanto che basti ad una semplice ricognizione. E madonna
Fiordalisa non aveva durato fatica a riconoscere che quel gentile e
modesto innamorato non era altrimenti un ingannatore. Si sentì
raffidata e gli diede senza contrasto il suo cuore. Dolce abbandono,
che non è turbato da nessun sospetto, da nessuna paura!

Mentre faceva quei progressi nel cuore di lei, e forse per la stessa
ragione che li faceva, il nostro Spinello avanzava rapidamente nella
disciplina che aveva con tanto ardore abbracciata. Imparava facilmente
quel che oggi si chiama il meccanismo dell'arte. Sapeva come si
dovessero unire i colori, a fresco e a tempera, o come si avessero a
dipingere le carni e i panni, per modo che ne venisse rilievo e forza
alle figure, mostrando l'opera chiara ed aperta; conosceva quali
colori si dovessero usare nel dipingere a fresco, cioè tutti di terra
e non di miniere; con che risolutezza di mano si avesse a condurre il
lavoro, prima che l'intonaco del muro potesse disseccarsi, e qual
forza dovesse dare al colore, perchè le tinte, mentre che il muro è
molle, mostrano una cosa in un modo, che poi, secco il muro, non è più
quella di prima. Ed altre cose aveva prontamente imparate, con potenza
di desiderio, anzichè per pratica; del dipingere a tempera, cioè col
rosso dell'uovo e col latte del fico mescolati nei colori; del
dipingere a chiaroscuro, contraffacendo le cose di bronzo: e
finalmente del fare gli sgraffiti sulle mura, per modo che reggessero
all'acqua piovana.

E tutto ciò senza rifarsi pure una volta ai principii. Tirato dalla
sua inclinazione a schizzare dal vivo, od altrimenti dal naturale,
Spinello Spinelli era già andato molto innanzi nel disegno, esprimendo
col lapis rosso di Lamagna, o col nero di Francia, figure,
atteggiamenti, partiti di pieghe, od altro che gli toccasse l'animo.
Così lavorando, aveva acquistato una maravigliosa destrezza a fare con
la penna i dintorni delle cose vedute, dando le velature e le ombre
con una tinta dolce, che otteneva dall'inchiostro stemperato
nell'acqua. E da ultimo, come abbiamo veduto dai disegni suoi, che
erano andati sotto gli occhi di mastro Jacopo, faceva ogni cosa a
tratti di penna, lasciando che i lumi delle figure fossero resi dal
bianco della carta.

Del resto, in quei cominciamenti della pittura mancavano i grandi


esemplari da proporre ai discepoli, e ognuno ritraeva dal vero,
portando nell'opera quei medesimi difetti e qualità, che erano
nell'occhio di ciascheduno, e nel suo modo particolare di veder la
natura. Che se a voi, lettori discreti, paresse strano il caso di
tanti pittori i quali vedevano la figura umana più smilza del
naturale, di guisa che nei dipinti di quel secolo non si scorge ombra
di quella pienezza di forme che è tanto comune in natura, io vi
pregherò di ricordare che quei bravi rinnovatori dell'arte escivano
allora dagli stecchi della pittura bisantina, e, per vedere tutto il
vero nel vero, dovette mancar loro il coraggio. _Natura non facit
saltum_, si è detto; anche l'arte ha dovuto andare per gradi.

Per contro, se i pittori della scuola di Giotto davano ancora troppo


nello smilzo, avevano già la cura lodevole del finito; laonde se i
corpi delle loro figure, asciutti come sono, accusano la povertà degli
studi anatomici, la espressione dei volti e diligenza nel disegnare le
estremità, ci appalesano quel sentimento profondo della verità, che
doveva rifare di sana pianta le arti figurative e non far rimpiangere
al mondo la perdita dei capolavori di Apelle e di Zeusi.