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Gli approfondimenti geografici di ICRIBIS nel 2017

La lavorazione dei cereali in Puglia


La lavorazione dei cereali (il frumento, il riso, il mais e l’orzo) riveste un ruolo centrale per
l’economia pugliese. In questa analisi cercheremo di conoscere più a fondo struttura e caratteristiche
di questo comparto, punto di riferimento del panorama produttivo nazionale.

Analizzando la distribuzione territoriale del settore, emerge come questo sia concentrato per circa il
40% nel Sud e nelle Isole. La Puglia con il 6,7% delle aziende è la terza regione dell’Italia
meridionale, subito dopo la Sicilia (12,1%) e la Campania (7,8%). Territorialmente le imprese
pugliesi del settore si trovano prevalentemente nella provincia di Bari (31,2%), dove è significativa
la percentuale nei comuni di Altamura e Corato (25%). Seguono le province di Lecce (27,5%), Foggia
(20%), Brindisi (15%) e Taranto (6,3%).
Il settore è composto per la metà da aziende che lavorano le granaglie (51,3%). L’altra metà è formata
per il 33,8% da imprese che si occupano della molitura del frumento (produzione di farina, semole,
semolini o agglomerati di frumento), per il 10% da imprese impegnate nella molitura di altri cereali
e per il restante 4,9% alle altre lavorazioni di semi e granaglie.
Il contesto organizzativo si caratterizza per la spiccata presenza di società di capitali (42,5%) e ditte
individuali (46,2%). Altra caratteristica che emerge dall’analisi è la dimensione aziendale: il 70%
delle realtà pugliesi del settore, infatti, sono micro imprese, ovvero con un fatturato annuo che non
supera i 2 milioni di euro e con meno di 10 dipendenti.
Nello specifico dal punto di vista occupazionale il 76,2% delle aziende regionali (contro il 70,9% a
livello nazionale) impiega meno di cinque persone, nella maggior parte dei casi quest’ultimi sono di
sesso maschile: nel 67,5% dei casi su dieci dipendenti nove sono uomini. Al contrario le imprese con
una presenza femminile forte, (ovvero quelle dove la percentuale rispetto al totale dipendenti è
superiore al 75%) rappresentano il 13,7% del totale contro il 18,1% delle industrie alimentari della
regione.
Se si rivolge lo sguardo al fatturato, il 10% delle imprese si attesta nella fascia 100.000 - 499.999 €,
il 31,2% nella fascia 500.000 – 999.999 €, il 22,5% nella fascia 1.000.000 – 4.999.999 €, il 3,7% nella
fascia 5.000.000 – 9.999.999 € e il 12,5% nella fascia 10.000.000 – 49.999.999 €. Significativa infine
la percentuale di chi dichiara un giro d’affari annuale superiore ai 50 milioni di euro (7,5%, di cui
circa due terzi tra i comuni di Corato e Altamura).

La produzione di articoli sportivi in Emilia Romagna


Nel 2017 l’Emilia-Romagna, insieme alla Lombardia, si è confermata come la prima regione italiana
per quanto riguarda la crescita economica. A giocare un ruolo cruciale in questa dinamica virtuosa
del manifatturiero regionale, uno dei più dinamici a livello europeo. In questo articolo
approfondiremo un comparto particolarmente interessante di questo settore, quello delle aziende
produttrici di articoli sportivi.

Le imprese regionali del comparto, che pesano sul totale nazionale per circa il 12,7%, si concentrano
in prevalenza tra le provincie di Bologna (31,4%), Modena (19,8%), Reggio nell’Emilia (15,1%) e
Forlì–Cesena (13,9%). Seguono, staccate di qualche punto percentuale le provincie di Rimini (7%),
Parma (5,8%), Ferrara (3,5%), Ravenna (2,3%) e Piacenza (1,2%). Circa sette aziende su dieci sono
microimprese, ovvero impiegano meno di 10 dipendenti e hanno un giro d’affari annuo inferiore ai 2
milioni di euro. In generale il tessuto imprenditoriale è formato in gran parte da ditte individuali
(39,5%) e società di capitali (39,5%), tra quest’ultime la stragrande maggioranza sono società a
responsabilità limitata (97%), mentre è residuale la percentuale delle società per azioni (3%).
Sul fronte occupazionale le imprese impiegano in media 13 dipendenti, nel 48,3% dei casi su dieci
dipendenti nove sono uomini. In un settore dove l’80% delle imprese sta investendo nella
digitalizzazione (Osservatorio nazionale digitale e sport), la maggioranza delle aziende della regione
ancora non presidia in maniera efficiente il web, canale che può significativamente porre rimedio al
fenomeno patologico della contraffazione. Infatti, meno della metà (il 44,2% del totale) possiede un
proprio sito internet, ma soprattutto ancora solo l’8,1% delle imprese vende on-line.
Le aziende, di cui si conosce il fatturato (circa il 77,9% del totale), si attestano, per il 5,8% nella fascia
inferiore ai 50.000 €, per il 3,5% nella fascia 50.000 – 99.999 €, per il 48,9% nella fascia 100.000 -
499.999 €, per il 3,5% nella fascia 500.000 - 999.999 €, per l’11,6% nella fascia 1.000.000 –
4.999.999 €, per il 2,3% nella fascia 5.000.000 – 9.999.999 € e per il 2,3% nella fascia di fatturato
superiore ai 10.000.000 €.

Frutticoltura in Trentino Alto-Adige


Contrariamente a quanto induca a pensare la prevalenza del territorio montuoso, quello agricolo è
uno dei settori più importanti dell’economia regionale. Tale conformazione, unita a condizioni
climatiche favorevoli, infatti, fanno del Trentino-Alto Adige uno dei più grandi “giardini” della
coltivazione frutticola in Europa. In questo approfondimento ci concentreremo sulle imprese
frutticoltrici, in particolare quelle contenute nel gruppo 01.2 della classificazione delle attività
economiche ATECO (coltivazione di colture permanenti).

Da un punto di vista numerico Il Trentino-Alto Adige con circa l’8% delle imprese del comparto è la
prima tra le regioni del settentrione e la quarta in Italia, immediatamente dietro a Sicilia (29,5%),
Calabria (13,3%) e Campania (9,5%). Le oltre 2200 attività del comparto si trovano per il 54,3% in
provincia di Trento e per 45,7% in quella di Bolzano.
L’attività di gran lunga prevalente è la coltivazione di pomacee e frutti a nocciolo come mele, mele
cotogne, albicocche, ciliegie, amarene, pere, prugne e susine (l’84,1%, di cui circa il 53,3% in
provincia di Trento). Segue col 15,7% la coltivazione di altri alberi da frutta, frutta in guscio e frutti
di bosco (come lamponi, more, mirtilli, ribes, fragole e fragoline), il restante 0,2% è composto in
egual misura da chi coltiva frutta tropicale e chi agrumi.
Se ci si concentra sull’anzianità aziendale, emerge un comparto giovane e dinamico nel quale oltre 8
aziende su 10 sono state fondate dopo il 2001 (82,3%), dato superiore di 7,6 punti percentuali rispetto
a quello nazionale. Interessante notare come tra quest’ultime il 23,4% si concentri tra il 2001 e il
2010, mentre il 58,9% tra il 2011 e oggi (percentuale che varia dal 57,9% della provincia di Bolzano
e il 59,8% della provincia d Trento).
Il tessuto imprenditoriale si distingue per la forma giuridica adottata e le dimensioni ridotte delle
aziende. Le imprese individuali rappresentano il 92,9% delle imprese totali, seguite dalle società di
persone (6,2%) e dalle società di capitali (0,9%). Il 98,6% delle imprese impiega meno di 5 persone,
nella maggior parte dei casi uomini: nel 77,3% dei casi su dieci dipendenti nove sono di sesso
maschile.

Le attività immobiliari nel Lazio


Il peso specifico dei servizi nella composizione del PIL del Lazio, risulta superiore a quanto si verifica
in media a livello nazionale: oltre i 3/4 del prodotto interno lordo regionale, infatti, sono prodotti dal
settore dei servizi e in buona parte dalle attività che operano nel mercato immobiliare.

Nonostante il Lazio sia il secondo mercato immobiliare per dimensione dopo la sola Lombardia, a
livello di numerosità delle attività la regione si piazza sesta con l’8,8% delle imprese del settore,
dietro alla Lombardia (26,2%), il Veneto (11,8%), il Piemonte (11,8%), l’Emilia-Romagna (10,8%)
e la Toscana (9%). Territorialmente le imprese si concentrano per circa 84,5% in provincia di Roma,
il 6,2% in provincia di Latina, il 4,7% nel frusinate, il 3,6% nel viterbese e il restante 1% in provincia
di Rieti.
Le oltre 21mila imprese sono per il 38,4% mediatori immobiliari, per il 28,1% soggetti che danno in
locazione beni propri o in leasing, per il 19% attività di compravendita di beni immobili propri, per
il 7,1% amministratori di condomini e gestori di beni immobiliari per conto terzi e per il 4,8% imprese
che affittano e gestiscono immobili di proprietà o in leasing (edifici e alloggi residenziali,
appartamenti, case, magazzini, camere per soggiorni di lunga durata ed edifici non residenziali). Tra
le restanti attività in particolare è interessante notare la percentuale di soggetti che si gestiscono
strutture di sistemazione non residenziale o di breve durata come residence, campeggi, case vacanze,
alberghi e aree per roulotte (1,2%).
Le attività del settore, che a livello nazionale lo scorso anno ha fatto registrare un giro d’affari di circa
114 miliardi di euro, si attestano prevalentemente nelle fasce di fatturato medio-basso: il 32,8% nella
fascia 100.000 – 499.999 €, il 19,2% nella fascia 50.000 – 99.999 €, il 27,6% nella fascia 10.000 –
49.999 € e il 7,9% nella fascia di fatturato inferiore ai 10.000 €. Poco numerose, invece, le attività
che si attestano nelle fasce medio alte, tra queste il 5,6% dichiara un fatturato compreso tra 500.000
e i 999.999 €, il 5,3% che dichiara tra 1.000.000 e 4.999.999 € e solo l’1,6% che fattura oltre i
5.000.000 €.

La produzione di strumenti musicali nelle Marche


Il legame storico e culturale che unisce l’Italia e la musica ha radici lontane nel tempo. Il nostro Paese,
oltre per la produzione musicale, è particolarmente apprezzato a livello mondiale per l’elevato valore
del made in Italy nella fabbricazione degli strumenti musicali. In particolare le Marche in questo
comparto manifatturiero possono vantare una tradizione e un “know-how” con pochi eguali nel
panorama nazionale.

Territorialmente le imprese marchigiane impegnate nella fabbricazione di strumenti musicali (circa


il 12,3% del totale nazionale) si concentrano tra le province di Ancona (60,9%), Macerata (24,6%),
Pesaro e Urbino (8,2 %), Ascoli Piceno (3,6%) e Fermo (2,7%). In particolare tra l’anconetano e il
maceratese si estende il distretto industriale di Castelfidardo – Loreto – Recanati, dove si trovano
oltre i tre quarti (circa il 76,4%) delle aziende del comparto regionale.
Il tessuto imprenditoriale è caratterizzato dall’elevata presenza di microimprese (il 75,5% del totale),
per la maggior parte ditte individuali (40,9%), con una media dipendenti di circa 8,2 unità, nella gran
parte uomini: le donne, infatti, nel 66,4% dei casi non arrivano al 10% del totale degli addetti.
Recanati) esporta i propri prodotti all’estero, dove i principali mercati di sbocco sono l’Europa
(Germania e Inghilterra) e il Nord- America (Stati Uniti e Canada).
Le aziende di cui si conosce il fatturato (circa il 79,1% del totale) si attestano per il 3,6% nella fascia
10.000 - 49.999 €, per lo 0,9% nella fascia 50.000 – 99.999 €, per il 47,3% nella fascia 100.000 -
499.999 €, per il 6,4% nella fascia 500.000 - 999.999 € e per il 18,2% nella fascia 1.000.000 -
4.999.999 €. Pochissime, al contrario, le aziende che hanno un fatturato elevato e compreso tra i 10 e
i 30 milioni di euro (2,7%).
La cultura enologica in Sicilia
La Sicilia è una terra irripetibile, ricca di storia, arte e cultura, ma anche una regione con una radicata
tradizione enologica, affermatasi di recente come la nuova frontiera del vino di qualità Made in Italy.
Con una superficie vitata di oltre 100.000 ettari (la più estesa del nostro Paese), una produzione media
negli ultimi cinque anni di circa 5,5 milioni di ettolitri di vino e la presenza sul proprio territorio del
12,6% delle aziende produttrici del Belpaese, la Sicilia si pone tra le principali realtà del settore
enologico italiano.

Le imprese isolane si concentrano per circa il 35,1% in provincia di Trapani (di cui il 15,8% si trovano
nel solo Marsalese). Significativa anche la percentuale d’aziende presenti in provincia di Palermo
(16,3%), Messina (11,5%), Catania (11,5%), Agrigento (8,1%) e Caltanissetta (7,7%); mentre è
notevolmente minore la presenza nel ragusano (3,4%), in provincia di Siracusa (3,4%) ed Enna (3%).
Il panorama imprenditoriale è composto in maggioranza da micro-imprese, nella gran parte dei casi
società di capitali o assimilabili (57,3%) che impiegano meno di dieci dipendenti (91%). Le aziende
del settore sono impegnate per il 63,3% nella produzione di vini da tavola e vini di qualità prodotti in
regione determinata, per il 25,6% nella produzione di vini da uve e per il restante 11,1% nella
produzione di vini spumanti, vini liquorosi e vini prodotti da mosto d’uva concentrato.
In un settore che a livello nazionale genera quasi 9,5 miliardi di fatturato (fonte Coldiretti), le aziende
siciliane si attestano per il 35,9% nella fascia 100.000 - 499.999 €, per il 13,7% nella fascia 500.000
- 999.999 €, per il 15,8% nella fascia 1.000.000 - 4.999.999 €, per il 1,7% nella fascia 5.000.000 -
9.999.999 € e per il 1,3% nella fascia 10.000.000 - 49.999.999 €.
Infine in un contesto settoriale a livello nazionale, dove la penetrazione del canale e-commerce è pari
allo 0,2%, di gran lunga inferiore a un valore medio mondiale che si aggira intorno all’1.8% (fonte
Tannico), solo il 3,8% delle imprese siciliane del settore si avvale di una soluzione di e-commerce,
mentre appena tre aziende su dieci possiedono un proprio sito internet istituzionale.
La tabacchicoltura in Campania
La coltivazione del tabacco, in Italia, vanta origini lontane nel tempo che risalgono alla seconda metà
del XVI secolo. Il nostro Paese, seppure nell’ambito di un trend negativo che perdura da diversi anni,
rappresenta ancora oggi una delle principali realtà in termini di produzione e d’esportazione nel
panorama europeo.

La tabacchicoltura italiana è localizzata in aree geografiche specifiche della penisola. In sole cinque
regioni – Campania, Umbria, Toscana, Veneto e Puglia – si concentra ben oltre il 96% delle aziende
coltivatrici presenti sul suolo nazionale. In questo scenario il comparto campano, che incide per circa
il 75% sulla numerosità di quello nazionale e per il 6,3% sul quello agricolo regionale, provvede
autonomamente a poco meno della metà del tabacco prodotto in Italia.
È nelle province di Caserta e Benevento, che si concentra la maggior parte della coltivazione. Nelle
due province si trovano, infatti, rispettivamente il 44,5% e il 38,4% delle aziende coltivatrici della
regione. Distaccata di vari punti percentuali troviamo la provincia di Avellino (13,4%), mentre sono
relativamente poche le aziende presenti nel salernitano (2,4%) e in provincia di Napoli (1,3%).
Il contesto produttivo regionale si contraddistingue per l’elevata polverizzazione aziendale: molti
piccoli produttori, il 98% imprese individuali, che impiegano una media di 3,3 dipendenti.
Complessivamente le imprese si caratterizzano per una moderata presenza femminile: le aziende con
una percentuale femminile superiore al 75% sono il 42,6%, mentre quelle nelle quali l’esponente
principale (presidente, amministratore o titolare) è una donna sono il 42,9% del totale.
Il settore ittico made in Veneto
La pesca e l’acquacoltura (l’allevamento di specie animali e vegetali in ambiente acquatico) rivestono
un ruolo rimarchevole per l’economia veneta. In questo approfondimento cercheremo di capire un
po’ più a fondo struttura e peculiarità di un settore che, nonostante la crisi degli ultimi anni, rimane
uno dei punti di riferimento nazionali.

Analizzando la distribuzione territoriale del settore ittico italiano, emerge come questo sia concentrato
per circa il 44,5% nel Nord-Est e il 23,9% proprio in Veneto prima regione in Italia, seguita da Emilia-
Romagna (16,6%), Sicilia (14,4%) e Marche (6,2%). Territorialmente le imprese venete del settore
si concentrano per il 64,9% nella provincia di Rovigo (sede dell’omonimo distretto ittico), il 29,7%
in provincia di Venezia, il 2% in quella di Verona, l’1,1% nel trevigiano, l’1,1 in provincia di Padova
e il restante 1,2% tra le province di Vicenza (0,9%) e Belluno (0,3%).
Il settore è composto per la quasi totalità da aziende impegnate nella produzione primaria (98,1%). Il
restante 1,9% è dedito alla lavorazione e alla conservazione del pescato (pesce, crostacei e molluschi).
Le imprese “a monte” della filiera, si occupano prevalentemente di pesca (47,6%) e acquacoltura
(50,5%). Nello specifico le due principali province si distinguano ognuna per una particolare
specializzazione: il rodigino per l’acquacoltura e Venezia per la pesca in acqua marina salmastra o
lagunare, con il 54,7% e il 67,1% delle rispettive aziende ittiche.
Benché alcune imprese siano state fondate nel corso degli anni ottanta, lo sviluppo vero e proprio del
settore si è verificato nel nuovo millennio: il 70,6% delle aziende, infatti, è nato dopo il 2001. La
realtà imprenditoriale regionale è composta prevalentemente da piccole imprese, nella maggior parte
ditte individuali (79,1%), che danno lavoro a meno di cinque dipendenti (94,1%) e con una scarsa
presenza di lavoratrici (nel 69,2% queste sono meno del 10%).
L’industria farmaceutica in Lombardia
Il contesto industriale farmaceutico lombardo si contraddistingue per un’intensa attività innovativa,
una base produttiva solida e un elevato numero di imprese, che pesano per il 35,7% sul totale delle
aziende del settore operanti in Italia. Le imprese farmaceutiche lombarde sono localizzate per il
64,5% in provincia di Milano, per l’8,5% in provincia di Monza e Brianza, per il 5,3% nel bergamasco
e in provincia di Como, per il 4% in provincia di Varese e per il restante 12,4% tra le province di
Pavia (3,2%), Brescia (2,8%), Lodi (2,4%), Cremona (1,6%), Lecco (1,2%), Sondrio (0,8%) e
Mantova (0,4%).

A livello d’attività è significativa la percentuale (46,4%) delle aziende produttrici di medicinali ed


altri preparati farmaceutici (sieri immuni, vaccini, medicinali vari, preparati omeopatici,
anticoncezionali, preparati medici diagnostici, bende, garze, ovatte e cerotti contenenti sostanze
farmaceutiche) e quella (35,1%) delle aziende che realizzano prodotti farmaceutici di base (vitamine,
antibiotici, acidi salicilici e acetilsalicilici, zuccheri chimicamente puri ed emoderivati per uso
farmaceutico).
Il tessuto imprenditoriale si contraddistingue per la presenza massiccia di piccole imprese (il 62% del
totale), per la preponderanza di capitali (58%) e per l’accentuata presenza di dipendenti di sesso
maschile: le donne, infatti, nel 54,7% dei casi non arrivano al 10% del totale degli addetti.
Interessante il dato riguardante l’anzianità aziendale con Milano che si segnala come la provincia
“storica” del farmaceutico lombardo (il 70,6% delle aziende della provincia, infatti, sono state fondate
prima del 1950). Al contrario i territori che hanno vissuto uno sviluppo più recente sono Cremona e
Sondrio, province dove la metà delle aziende hanno iniziato la loro produzione solo dopo il 2001.
Altrettanto interessante il dato riguardante l’on-line. Le aziende del settore fanno registrare, infatti,
una performance positiva per quanto riguarda la presenza in Rete, con il 66,1% delle aziende in
possesso di un proprio sito istituzionale (il 55,6% di queste produce medicinali ed altri preparati
farmaceutici). Inoltre il 3,8% che si avvale di una soluzione di e-commerce (dato migliorabile ma
comunque migliore dell’1,4% delle attività manifatturiere).
La lavorazione del sughero in Sardegna
Per decenni l’economia Sarda si è basata in maniera decisa sull’estrazione mineraria (Furtei), il
petrolchimico (Porto Torres e Sarroch) e il metallurgico (Portovesme). Per decenni si è scelto di
puntare su produzioni non sostenibili che, una volta esaurito il loro ciclo vitale, hanno lasciato in
eredità disoccupazione, inquinamento ambientale e un urgente necessità di bonifica. Si è preferito
puntare sul greggio, il PVC e l’alluminio, ignorando completamente un materiale ecologico che
rappresenta uno dei tesori dell’isola: il sughero.

Con circa 12 mila tonnellate estratte annualmente (80% del totale estratto in Italia) e con oltre la metà
delle aziende presenti sul territorio nazionale (52,9%), la Sardegna è la prima regione italiana sia per
quanto riguarda la produzione, sia per quanto riguarda le manifatture che lavorano e trasformano il
sughero.
Le aziende per la lavorazione e la trasformazione del sughero si trovano prevalentemente nella parte
Nord dell’isola, con l’84,3% che si trova tra le ex province di Olbia-Tempio (78%) e Sassari (6,3%).
In particolare, in queste zone è di fondamentale importanza il distretto industriale di Tempio
Pausania-Calangianus dove si concentrano circa il 58,3% delle aziende del settore presenti sull’isola.
Il tessuto imprenditoriale si caratterizza per la forte presenza di micro imprese. L’89% delle aziende,
infatti, impiega meno di dieci dipendenti ed ha un fatturato annuo che non supera il milione di euro
(83,7%). Dal punto di vista societario la forma legale scelta dal 40,9% delle aziende è l’impresa
individuale, quella del 37,8% è la società di capitali, mentre il restante 21,3% ha optato per una società
di persone.
A fronte di un fatturato stimato che si aggira intorno ai 150 milioni di euro le aziende, di cui si conosce
il fatturato (circa il 81,1% del totale), si attestano per il 68% nella fascia 100.000 - 499.999 €, per
l’12,6% nella fascia 500.000 - 999.999 €, per il 2,9% nella fascia 50.000 - 99.999 € e solo il 3,9%
dichiara un fatturato superiore ai 5 milioni di euro. Quest’ultime, le aziende più grandi, si concentrano
tutte nella Gallura tra Tempio Pausania (75%) e “la capitale del sughero” Calangianus (25%).
L’industria automobilistica in Piemonte

Il Piemonte, con il 19,5% delle imprese operanti nel settore, è la prima regione per quanto riguarda
la produzione industriale Automotive in Italia. Quest’ultime si concentrano in prevalenza in provincia
di Torino (68,9%), per il 12,7% nel cuneese, per il 7,6% in provincia di Asti, per il 4,2% in provincia
di Alessandria, per il 3,5% nel novarese e per il restante 3,1% tra le province di Verbano-Cusio-
Ossola, Vercelli e Biella.

A livello settoriale circa un’azienda su due (51,7%) fabbrica parti e accessori per autoveicoli e loro
motori (freni, cambi, ammortizzatori, ruote, assi, radiatori, silenziatori, tubi di scappamento,
catalizzatori, frizioni, volanti, filtri, cinture, portiere, paraurti e airbag). Significativa la percentuale
(10,1%) delle aziende specializzate nella produzione di apparecchiature elettriche per autoveicoli
(candele, generatori, alternatori, bobine d’accensione, tergicristalli, lunotti termici, dispositivi
antiappannanti, strumentazioni da pannello e sistemi elettrici per finestrini e portiere), di quelle
fabbricatrici di carrozzerie per autoveicoli, rimorchi e semirimorchi (18,6%) e infine di quelle che
producono autovetture per il trasporto di persone o merci (8%).
Le imprese dell’industria automobilistica piemontese si caratterizzano per le dimensioni contenute (il
53,5% delle aziende impiega meno di cinque dipendenti, mentre solo il 5,4% ne impiega più di
duecento), per la relativa giovane età (il 44,1% è stato fondato dopo il 2001) e per la scelta di una
forma legale strutturata in grado di intercettare nuovi capitali (il 56,9% sono società di capitali o
forme assimilabili).
Infine secondo gli ultimi dati le aziende piemontesi, di cui si conosce il fatturato (circa l’80,2% del
totale), si attestano, per il 2,9% nella fascia inferiore ai 100.000 €, per il 27,6% nella fascia 100.000
- 499.999 €, per il 11,5% nella fascia 500.000 - 999.999 €, per il 18,9% nella fascia 1.000.000 –
4.999.999 €, per l’5,1% nella fascia 5.000.000 – 9.999.999 €, per l’8,5% nella fascia 10.000.000 –
49.999.999 €, per l’1,7% nella fascia 50.000.000 – 99.999.999 € e per il restante 4% nella fascia
superiore ai 100.000.000 €.