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Dal femminismo alla cultura del corpo e della bellezza oggettivizzante della donna

Le ragazze amano essere gli oggetti sessuali dei loro uomini perché questi a loro volta le fanno sentire
importanti e desiderate fino a quando loro accettano questo ruolo. A loro volta le giovani donne da queste
attenzioni ricavano autostima e sicurezza e questo le rende felici. Questo circolo continua ad autoalimentarsi
fino a creare un sorta di dipendenza, perché se non sono come il maschio le vuole questo non le considera e
la loro autostima crolla rendendole insicure e infelici. Le ragazze basano, a toro o a ragione, la loro autostima
su quanto vengono apprezzate dai maschi perché hanno bisogno di sentirsi belle e desiderate, certo
potrebbero basarla sulla loro intelligenza e sui loro voti a scuola, ma no preferiscono piacere piuttosto che
essere, ecco perché oggi accettano più o meno tranquillamente il loro ruolo di donne oggetto nella società e
sono sempre più discinte e disinibite. Ma non è stato sempre così e un grosso contributo alla loro
oggettificazione si deve anche e soprattutto al femminismo. Sono le donne ad aver dato il via a questo
cambiamento epocale e proprio in nome della loro stessa autodeterminazione, solo che oggi molte di loro si
rifiutano di accettarlo e di guardare in faccia ciò che realmente sono, vivendo costantemente insoddisfatte
la loro condizione. Coloro che invece amano apparire ed essere oggetto di sguardi e apprezzamenti più o
meno diretti si sentono appagate e più felici. Andiamo quindi a vedere come sono cambiati i costumi, la
moda, e la morale per arrivare fino ad oggi.

L’inizio del ‘900: fra gli anni ’20 e ’30


Con l’avvento della società di massa si inizia a parlare di questione femminile, e le associazioni femminili, già
nate alla fine dell’800, fanno sentire maggiormente la propria voce. Nei primi anni del ’900, con la seconda
rivoluzione industriale, grazie a cui la donna esce dal contesto casalingo per inserirsi concretamente nel
mondo del lavoro, inizia una serie di cambiamenti della condizione femminile. Istruzione e radio creano un
nuovo prototipo di donna, conscia dei fatti del mondo nella loro reale essenza, e non più nella versione di
essi costruita da padri e mariti all’interno delle mura di casa. Si organizzano i primi veri movimenti femministi,
che animano la battaglia per il diritto al voto, come ad esempio il movimento delle suffragette nato in
Inghilterra ad opera di Miss Pankhurst.

Sono gli anni del post guerra, della ripresa dal primo grande conflitto, dell’incoscienza del secondo che di lì a
poco ne sarebbe seguito. Sono anni di sogni e speranze, di coraggio e genio artistico, di nuove consapevolezze
e di diritti tutti da conquistare.

Ma insieme alla conquista di nuovi spazi e libertà iniziano anche i primi


timidi tentativi di rottura con la morale, leggendo le pagine de “Il grande
Gatsby”, restiamo ammaliati dai grandi saloni che ospitano feste sfarzose
dove lustrini e paillettes brillano al ritmo del Jazz, dove le dita affusolate di
donne disinibite portano alle labbra bastoncini fumanti, fino ad allora
prerogativa del sesso forte.

Gli abiti divengono lo specchio delle idee, rivelando l’urgenza della libertà
di movimento. I corpi si fasciano ora di tessuti delicati e leggeri che gridano
femminilità, ora di piume e frange che gridano audacia. Ed è in questi anni
che per la prima volta due icone dello spettacolo sfidano apertamente i
costumi e la morale dell’epoca.

Nel 1925 Josephine Baker appena diciannovenne si esibisce a Parigi


indossando poco più di una collana di perle e un gonnellino di oscillanti
banane di gomma lasciando il pubblico esterrefatto, un successo
immediato, dovuto alla sua danza erotica e all’apparire praticamente nuda
sul palco.

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Fin dall’inizio della sua carriera, Josephine Baker porta in scena una forte componente erotica ed esotica che
avrebbe fatto la sua fortuna; così facendo ha oltrepassato i limiti della sua epoca e sfidato il suo pubblico. La
sua interpretazione, il suo personaggio, era qualcosa di nuovo di selvaggio e in una Parigi cosi avida di novità,
non poteva che causare scalpore e farla diventare una star.

Con l’arrivo degli anni ’30 (e con la crisi del ’29) la Femme Fatale, androgina ed emancipata degli anni ’20
viene sostituita da una figura meno aggressiva, con forme morbide e linee sinuose. Mentre da un lato i nuovi
tessuti stretch permettono abiti più aderenti che mettono in risalto il punto vita ed il seno dall’altro i prezzi
di capi come le calze di seta sono ora proibitivi tanto che molte donne usavano truccarsi le gambe con fard e
matita per limitare le spese.

Intanto dall’altra parte dell’oceano, una giovanissima Mae West, dotata


di un piccante senso dell'ironia e di curve sinuose dà scandalo per come
balla lo shimmy, ballo da lei inventato, con movenze sexy e mettendo in
bella mostra il generoso décolleté. Intrapresa la carriera di attrice Mae
(femminista e progressista sociale, che con successo sfidò il bigottismo
e la morale convenzionale) consapevole del suo seducente fascino, fa
del sex-appeal la sua arma e raggiunge il successo cinematografico
diventando il primo sex symbol del cinema, scandalizzando l’America
perbenista e puritana del suo tempo.

Nel 1936 appare nel film Go West Young Man vestita con un abito
attillato quasi completamente trasparente. Ma i tempi non sono ancora
maturi e la seconda guerra mondiale è ormai prossima rimandando tutto
il potenziale esplosivo di questi primi accenni di rivoluzione sessuale agli
anni ’50 e ’60.

Dallo stereotipo femminile degli anni ’50 alla liberazione sessuale degli anni ’70
Quando negli anni ’50, all'apice del maccartismo, Hugh Hefner ha fondato
Playboy per dar voce allo “stile di vita americano” i parametri della felicità
maschile erano estremamente chiari: un lavoro, una moglie, dei figli e un
cagnolino magari. Eppure Hefner ha proposto ai suoi lettori un ideale
diverso, quello dell'uomo single a cui piacciono le donne, la buona musica
e i whiskey d'annata.

Quello che oggi, a noi maschietti, sembra uno stereotipo elitario era negli
anni ’50 un grido di anticonformismo.

Nel 1953, anno di fondazione della rivista, le redini degli Stati Uniti erano
strette saldamente dalla popolazione W.A.S.P. (acronimo di White Anglo-
Saxon Protestant), che gestiva l’assetto politico ed economico, ma
determinava anche l’orientamento culturale del Paese.

La donna di quegli anni è sicuramente una figura in via di modernizzazione,


relegata però, in un sistema di regime patriarcale che vedrà una sua
attenuazione solo negli anni ’70. In quegli anni la morale era ancora molto
forte e le donne indossavano gonne lunghe e vestiti molto castigati, mentre
gli uomini dovevano sposarsi e contribuire alla crescita della società.

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Playboy era una rivista di nicchia, anticonformista e decisamente scandalosa, e questo le causò non pochi
problemi. Tuttavia già in quegli anni si iniziano a vedere i primi passi di un radicale cambiamento che porterà
la società verso la più completa libertà sessuale.

Per il primo numero della rivista la playmate prescelta, ovvero la donna


da copertina, fu una giovanissima Marilyn Monroe destinata poi a
diventare una delle icone più sensuali del novecento.

Già dal secondo numero però Hefner decise di cambiare l’idea che si
voleva dare della Palymate, che non doveva più essere per forza una
modella o una attrice, ma poteva essere anche una persona comune.
Questo fece sì che chiunque potesse diventare una ragazza copertina e
avere successo, a patto di avere gli standard per apparire su Playboy.
Hefner creò così da un lato una nuova idea della donna emancipata e di
successo grazie alla sua bellezza e non più per riflesso dell’uomo,
mentre dall’altra riuscì a dare al mondo l’idea della “Playmate” come
“La Donna della porta accanto” creando così un immaginario in cui
qualsiasi uomo potesse ambire a una donna così sensuale e disinibita.

Nel 1955 apparve sulle pagine di Playboy, nella sezione dedicata alle barzellette (Playboy’s Party Jokes), il
personaggio della Femlin.

Creata dall’illustratore e artista LeRoy Neiman su richiesta dell’editore,


la Femlin è un minuscolo essere di sesso femminile. Alta circa 30
centimetri, capelli neri lunghi e mossi, completamente nuda fatta
eccezione per un paio di calze autoreggenti nere, tacchi e guanti lunghi.
A volte con il pube al naturale, altre completamente depilata.

Il nome Femlin (che non è il nome proprio di un individuo, bensì quello


di un’intera specie) mette in luce anche la sua identità.

All’origine ci sono i termini female e gremlin che, perso il suo


precedente significato di spirito maligno dell’aria, ricorda più il
famiglio, il demone minore delle streghe. Ma, a differenza del ruolo di
servitore di queste, la Femlin è più un animale da compagnia
antropomorfo (per uomini), buffo e sexy, giocherellone e bisognoso di
cure.

Di fatto quello della Femlin, che inquadra la donna come animale da compagnia del maschio, è forse uno dei
primissimi esempi di oggettivizzazione del corpo femminile.

Negli anni la Femlin è diventata un elemento iconico di Playboy, magari


non quanto le conigliette con il papillon, ma senz’altro molto
riconoscibile, tanto da diventare oggetto di merchandising.

Solitamente è ritratta in situazioni divertenti, che ne rivelano il carattere


giocoso e malizioso, spesso alle prese con gli oggetti presenti
nell’appartamento di uno scapolo (il bachelor pad, tanto popolare negli
anni ’50 e ’60 da originare persino un genere musicale, la bachelor pad
music): cravatte, nécessaire da rasatura, posaceneri, giradischi, coppe da
martini e simili.

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Alla fine degli anni ’50 iniziarono ad aprire i primi Urban
Playboy Club in cui si poteva gustare dell’ottimo cibo,
ascoltare della buona musica, ed essere serviti da delle
cameriere con il costume da coniglio simbolo di Playboy;
è qui infatti che nasce il mito delle “conigliette” criticato
da alcuni ma molto amate da altri, soprattutto dalle
donne, perché chi indossava quei costumi aveva un certo
sex appeal, e poi l’idea di avere attorno uomini che
avevano attenzioni nei loro riguardi, l’essere truccate e
l’apparire belle, faceva gola a molte come testimonia la
stessa ex-coniglietta e ora giornalista Marilyn Cole.

Data la morale dell’epoca molti avrebbero voluto chiudere Playboy ma furono


proprio le donne, prestando i loro corpi, a sostenere e dare linfa vitale alla
rivista e a tutto l’impero che Hefner costruì intorno ad essa.

Nonostante le donne fossero ancora fortemente sottomesse all’uomo, prima


nella figura del padre e poi del marito, o forse proprio per questo, al popolo
femminile sembrava piacere quel mondo frivolo fatto di lusso e divertimento
che permetteva loro di autodeterminare il loro destino.

Tuttavia sarà solo negli anni '70 che la figura dello scapolo diventa socialmente
accettabile, e di conseguenza comprare Playboy smette di essere considerato
uno scandalo. È questo il decennio dell'industria del porno, della liberazione
sessuale, dell'arrivo di Playboy alle masse e della sua successiva tendenza
verso un immaginario stereotipato fatto di lusso e belle donne sempre meno
vestite.

Thekla Morgenroth, ricercatrice della University of Exeter specializzata in stereotipi di genere, riconosce a
Hefner, così come gran parte dell'opinione pubblica, il merito di aver contribuito al processo di liberazione
dei costumi sessuali, ma sottolinea contemporaneamente come tale liberazione fosse strettamente legata
alla figura maschile.

Bisogna precisare però che a differenza di quanto si possa


immaginare, la trasformazione delle donne da pudiche e
sottomesse al marito, a femmine vogliose ed esibizioniste, fino
al raggiungimento di una libertà sessuale senza pudori, che le
porta oggi ad auto definirsi come “troie” anche fra loro stesse,
non è opera di un solo uomo (anche se questo è Hugh Hefner)
né di tutto il genere maschile. Va invece ricercato proprio fra le
donne stesse.

Ai detrattori che sostengono che Playboy abbia promosso l'immagine della donna-oggetto, Hefner risponde:
“Dire che Playboy abbia trasformato la donna in oggetto sessuale è ridicolo. Le donne sono degli oggetti
sessuali (…) ecco perché si mettono il rossetto e le minigonne”.

Ma per arrivare a tutto ciò bisogna partire da un movimento di liberazione e presa di coscienza di se tutto al
femminile.

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Gli anni ’60 il Femminismo e l’emancipazione della donna
A partire dal secondo dopoguerra, sull’onda della diffusione della cultura di massa, si fa strada la tendenza a
portare a conoscenza dei media, giornalistici e televisivi, eventi intimi e domestici che fino a quel momento
non era pensabile potessero divenire di dominio pubblico.

Ma la vera discontinuità è legata al Sessantotto, e in particolar modo al movimento femminista, che teorizza
la rilevanza politica della sfera privata in tutti i suoi aspetti, aprendo spazi discorsivi nuovi, partendo da quello
che nel tempo si è rivelato uno dei risultati più significativi del movimento delle donne, vale a dire la pratica
dell’autocoscienza e del “partire da sé stesse”.

Nel 1963 usci il libro “La mistica della femminilità” di Betty Friedan (1921-2006)
considerata la Grande Madre del femminismo moderno. Il suo libro-inchiesta,
che ebbe un successo strepitoso (quaranta milioni di copie vendute nel mondo,
perennemente inserito nella lista dei dieci libri che hanno cambiato la vita nel
’900) smentì l'immagine stereotipata fornita dagli “esperti” di pubblicità, di
sociologia e di psicologia. La Friedan attacca e deride l'ideologia americana della
donna che sogna di realizzarsi nel matrimonio e nella cura del marito e dei figli
rinunciando ad ogni progetto professionale e di inserimento nel mondo
politico. Denunciato il ruolo coatto di sposa e di madre della donna americana,
la Friedan ritiene che essa debba procurarsi un lavoro e cercare di coniugare gli
impegni professionali con quelli domestici.

Per le femministe dell’epoca l'educazione alla bellezza era ritenuta uno dei fattori che, maggiormente,
avevano storicamente contribuito a tenere le donne in condizione di quasi servitù, disinteressate allo studio
e incapaci di riflettere, salvo poche eccezioni. Se volevano accedere al mondo del lavoro ed emanciparsi dai
loro mariti le donne avrebbero dovuto innanzitutto studiare e acquisire una professionalità, ma sino a che la
donna avesse accettato di abbellire e impreziosire il suo corpo, come le veniva insegnato a fare sin dalla più
tenera età, sarebbe sempre rimasta un oggetto di desiderio e soddisfacimento del maschio padrone,
perdendo così la propria capacità di svilupparsi come un soggetto pensante, libero e autonomo.

Negli anni ’60 però prende vita anche il movimento hippy ed è da


questo movimento, più che da ogni altro, che è venuta la
rivoluzione sessuale. Gli Hippy professavano l’amore libero,
avevano il senso di una liberazione sconfinata, non solo dai
legami ma dalle responsabilità della vita. Si erano liberati dal
peso dell'ingresso nell'età adulta: un taglio netto
dall'oppressione della società che costringeva i giovani, dopo la
breve parentesi degli anni universitari, a perdere le energie
migliori per tuffarsi in matrimoni tediosi, lavori tristi e marmocchi
piangenti. Non si voleva la responsabilità, l'impegno, la fatica
fisica, gli obblighi sociali, le pappe e i pannolini. Quella
generazione guardava con commiserazione il mondo dei suoi
genitori, così privo di eros e di spontaneità e immaginava un
futuro nuovo, libero ed esaltante.

L' incontro fra il messaggio colto della Friedan e la vita concreta degli hippy ebbe un effetto esplosivo che
influenzò lo stesso movimento femminista. Chiuse nelle loro villette suburbane le giovani donne americane
che spesso avevano studiato al college morivano di noia, mentre nel frattempo le loro compagne “più libere”
si scrollavano di dosso matrimonio, famiglie, e lavoro per vivere liberamente il sesso, la musica e la droga.

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Cosi con il passare del tempo (poco per la verità) l’atteggiamento
iniziale, che vedeva nella cura dell’aspetto fisico uno dei fattori
principali della condizione di sottomissione della donna, è stato
abbandonato e la bellezza e la valorizzazione del proprio corpo è stata
vista come un mezzo di emancipazione sul maschio. La tradizionale
contrapposizione fra bellezza e intelligenza è del tutto caduta, per
lasciare il posto a una finta sicurezza in cui l’una non esclude l’altra.

A partire dal 1965 la moda impazzì portando un cambiamento nel


campo dell'abbigliamento, del costume, e dello svago, con una serie di
nuovi stili che enfatizzavano la sessualità delle donne. Vi fu la nascita
della minigonna, che rivelava gambe, cosce e talvolta altro, la
comparsa nei vestiti di profonde scollature, i top trasparenti e il rifiuto
del reggiseno, dando alle donne il potere di manifestare la loro latente
femminilità e sessualità.

Jane Birkin è forse l’icona più estrema di questo periodo, con le sue
mise che ancora oggi darebbero scandalo in alcuni luoghi.

Soffermiamoci allora un minuto sui cambiamenti che realmente questi capi di abbigliamento hanno portato
nella cultura e nell’emancipazione femminile.

La minigonna
Negli anni ’60 le donne hanno cominciato a reclamare nuove libertà partendo dal voler portare i pantaloni e
finendo per accorciare i tessuti delle gonne.
Prima degli anni ’20 le gonne erano infatti diffuse perlopiù con
lunghezze sotto il ginocchio: e quindi che fastidio, che inibizione del
movimento, che controllo esterno delle armi di seduzione
femminile, che oppressione di quelle gambe che invece misurano
desideri, promesse e che per la prima volta dopo lo sdoganamento
della minigonna, non subivano il processo di conquista ma
provavano a controllarlo in maniera più esplicita grazie alla moda.
Nel 1965 la stilista Mary Quant ha il coraggio di provarci per prima,
e sarà Twiggy Lawson a esibire la minigonna con orgoglio, in quella
“Swinging London” piena di sgarbi alla tradizione da tanti punti di
vista.

Sono proprio le ragazze a voler accorciare le loro gonne cosi come


riportato dalla stessa Mary Quant “Sono state le ragazze che si
vedevano per strada, sulla King’Road, ad aver inventato la mini. Io
facevo semplici vestiti in cui ci si poteva muovere, con cui potevi
correre e saltare, e li facevo della lunghezza che voleva la cliente.
Erano già corte, ma loro mi dicevano Più corte! più corte!”

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La minigonna nasce come indumento di rottura. In parte per
massimizzare una sorta di spirito di ribellione, dovuto al poter
mostrare liberamente ciò che era considerato scandaloso e
volgare, in parte per i dettami di alcuni stilisti che puntavano
molto all’effetto pubblicitario di questi scandali, le minigonne in
breve si accorciarono drasticamente fino ad arrivare, in alcuni
modelli, a soli pochi centimetri dalla biancheria intima che
copriva i genitali, diventando anche un simbolo della conquistata
libertà sessuale femminile.

Mostrare centimetri di pelle doveva servire a liberare le donne da


un’immagine della seduzione legata a gusti e abitudini più
conservatrici. Tuttavia è stato un atto che è servito soprattutto a
portare avanti una nuova visione della donna, più sensuale ma
soprattutto più disinibita.

Tuttavia ci fu anche chi denunciava la minigonna come un passo


indietro nella lotta per la parità dei diritti delle donne, essendo
un qualcosa che le rendeva solo un oggetto di attrazione
sessuale.

Negli anni ’70 la minigonna tornerà ad allungarsi senza però mai ritornare sotto al ginocchio, un po’ perché
aveva raggiunto i limiti imposti da quell’epoca, e un po’ sotto la spinta delle proteste dei movimenti
femministi.

Infatti se in un primo tempo le gonne e la possibilità di vestirsi in maniera sexy (oltre a poter vivere più
liberamente le proprie esperienze sessuali) erano sembrate delle novità da indicare come un’evoluzione
positiva nella condizione delle donne, col tempo questo
abbigliamento rischiava (nell’ottica di alcuni gruppi femministi) di
farle considerare solo come degli oggetti sessuali. In pochi anni la
minigonna era passata da simbolo delle nuove libertà e della
conquistata indipendenza (anche economica) delle donne, a capo
di vestiario da boicottare perché legato alla figura della donna-
oggetto.

A sostituire le minigonne, messe un poco in disparte, in questo


periodo si diffonde la moda degli short e degli hot pants. Entrambi
scoprivano le gambe come, se non più, delle minigonne, ma
risultavano più pratici in quanto permettevano una maggiore
libertà di movimento, oltre a proteggere e coprire maggiormente
la zona intima.

Così le donne sono passate da un capo all’altro, promuovendone


di nuovi e demonizzando ciò che, da alcune femministe, veniva
considerato oltraggioso ma sempre puntando a mantenere vivo il
desiderio sessuale in chi le osservava, alimentando i sogni erotici
dei maschi per trarne una rinnovata autodeterminazione e
sicurezza.

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I tacchi
La storia delle scarpe con il tacco va di pari passo con quella delle
donne. Caterina de’ Medici le indossò per stupire la corte francese
durante il suo matrimonio con il duca d’Orleans. Le femministe le
bandirono perché simbolo di controllo e oppressione.
Negli anni 20, la nuova generazione femminile, le cosiddette
flappers, dalle lunghe gambe lasciate in vista dalle calze
trasparenti, dalle sfacciate labbra rosse, dalle ammiccanti ciglia
nere, rese folte dal mascara, amava esibirsi, flirtare e ballare fino a
tarda notte sulle note del jazz. Le gonne e gli abiti corti mettevano
in risalto gambe e caviglie e i tacchi erano rigorosamente alti. Si
diffusero così calzature con l’allacciatura pratica, come le Mary
Jane, fermate da un cinturino sul collo del piede. Per i conservatori
quelle scarpe erano il simbolo dell’impudicizia così come per le
flappers rappresentavano una libertà mai sperimentata prima.
Poi dopo la crisi del 1929, che diede vita a un’epoca di
conservatorismo, e con l’inizio della Seconda Guerra Mondiale lo
spazio per le cose futili e sofisticate era finito.
Ma negli anni ’50 il tacco torna prepotentemente, alto e sottile:
nasce lo stiletto, il tacco a spillo creato da Christian Dior e Roger
Vivier, e menzionato per la prima volta dal Telegraph nel 1953.
Lo stiletto ebbe però vita breve e dovette eclissarsi davanti alla nascita
del movimento femminista per cui le scarpe alte rappresentavano una
vera e propria “disgrazia contro le donne”, un oggetto creato a favore
del maschio, che spingeva a una femminilità forzata. Ma come
abbiamo già visto per la minigonna le mode cambiano velocemente e
negli anni ’80 tornano in voga calzature con tacchi altissimi e zeppe
che slanciano la figura femminile e ne valorizzano le gambe.
Oggi abbiamo a disposizione una gamma pressoché infinita di modelli
di scarpe con il tacco. Queste, però, non sono solo un accessorio di
moda o un simbolo: indossarle modifica concretamente la postura del
corpo, il modo in cui ci muoviamo e, di conseguenza, anche il nostro
atteggiamento, costringendo chi le porta ad avere un’andatura più
ancheggiante, rendendo la figura femminile oltre che molto più
slanciata e sensuale anche provocante, con quel modo di camminare
che sembra come ammiccare a chi la guarda.

Le donne vogliono sentirsi sensuali e ammirate in ogni circostanza,


nasce così, a un secolo di distanza, addirittura una scuola che insegna
alle ragazze come adottare la postura giusta per camminare e stare
sui tacchi non trascurando il portamento, perché “camminare sui
tacchi con eleganza e senza pena è un diritto universale di ogni donna che lo desideri”.

Il Bikini
Il bikini è stato il capo di abbigliamento che più di qualunque altro ha cambiato i costumi occidentali. Il 5
luglio 1946 viene presentato per la prima volta dal sarto francese Louis Réard ispirato da un prototipo,

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l'Atome, ideato dal designer francese Jacques Reim qualche mese prima e dall'immagine di una bagnante a
St. Tropez vista ad arrotolare le estremità del costume per abbronzarsi meglio.
Il bikini nacque da una constatazione: le donne sollevavano il loro
costume per abbronzarsi meglio.
Viene pubblicizzato come “Il costume più piccolo al mondo” ed è
destinato a fare la storia della moda e del costume. Louis Réard lo sa,
tanto che lo chiama come un atollo sperduto del Pacifico dove
venivano condotti test nucleari e dà il compito a Micheline Bernardini,
diciannovenne spogliarellista di Parigi, di indossarlo la prima volta.
Il bikini era la “nuova bomba an-atomica” e ad esplodere erano i corpi
femminili, mostrati quasi completamente da quel due pezzi ancora
castigato rispetto ai modelli succinti di oggi.
Questa volta è dunque un uomo che dà il potere alle donne di essere
per la prima volta davvero padrone del proprio corpo, sicure del
proprio status, libere di mostrare lembi di pelle per diletto e non
necessariamente per seduzione.

Nonostante i numerosi ostacoli e provvedimenti censori di cui fu vittima


(compreso il fatto che per anni alcune leggi vietarono di indossarlo e
che il Vaticano lo considera indecente e peccaminoso) il bikini riesce ad
imporsi come icona della moda quando nel 1962 Ursula Andress, la
Bond Girl di “Agente 007 - Licenza di uccidere”, esce dall’acqua con un
bikini color panna. “Si tratta di una scena mitica perché fa cadere il
codice della censura negli Stati Uniti, e perché offre una nuova
immagine della donna”. Infatti per la prima volta, il bikini non è
indossato da una pin-up, in un concorso di miss, o da una starlette che
promuove un prodotto, ma da una donna indipendente e sportiva. In
questo film, Ursula Andress ha un mestiere, è etnologa. Non è più un
mero strumento per mettere in valore l’uomo.

Ancora una volta, come per la minigonna, anche il bikini diventa


portavoce dell'autodeterminazione dell'io femminile e femminista
per poi arrivare alle sperimentazioni degli anni ’70 e ’80, con bikini
sempre più mini per mostrare il proprio corpo in ogni dettaglio
usando quella poca stoffa per evidenziare anziché coprire.
Ma il bikini non era ancora sufficiente a colmare la differenza con gli
uomini, che potevano stare comodamente a torso nudo, tanto che
per le femministe degli anni ’60 il reggiseno diventò un simbolo di
discriminazione. Quando nel 1969 il seno nudo spopolò al Festival di
Woodstock il topless divenne il nuovo simbolo della lotta femminista.
In realtà fino al 1700 in Europa il seno nudo non destava particolare
scandalo, anzi, era comune nelle classi più elevate, ma con l’inizio
dell’epoca vittoriana ci fu una svolta puritana che ha profondamente
cambiato i costumi dell’epoca con la stessa forza con cui oggi si sta
andando in direzione opposta verso la più completa liberalizzazione.

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Il primo costume senza top per signore fu il monokini di Rudi Gernreich
indossato da Peggy Moffit nel 1964. Gernreich vendette, solo nella
prima stagione circa 3000 costumi, la novità del design aveva catturato
l’attenzione di molte persone, che lo avevano acquistato anche se non
lo avrebbero poi mai indossato, perché negli Stati Uniti esporre il seno
nudo era proibito. Diversa la situazione in Europa, e soprattutto in
Francia, dove Brigitte Bardot lanciò la moda di prendere il sole senza il
reggiseno del costume, in un Hotel di Saint Tropez.
In Occidente il topless veniva impiegato come forma di intrattenimento
per soli adulti, soprattutto nei locali di striptease, e a partire dalla fine
del XX secolo, molte figure femminili in topless appaiono normalmente
sulle riviste di gossip o sui calendari sexy.
Tutto rimase così fino all’azione di protesta condotta da sette ragazze di
Rochester, che si presentarono in topless in un parco nel 1986
guadagnando così, per tutte le donne (o almeno per quelle occidentali),
il diritto di poter mostrare il loro seno in pubblico.
Le donne amano essere oggetto di sguardi più o meno
indiscreti e la spiaggia da quando il bikini è stato creato è
diventata un palcoscenico su cui esibire le proprie forme
e la propria sensualità. Con l’arrivo del topless sulle
spiagge (e non solo) oggi possiamo assistere ad una vera
e propria sfilata espositiva in cui ognuna si esibisce, più o
meno esplicitamente, per diventare la reginetta della
spiaggia, oggetto di sguardi e fonte del desiderio di
maschi e femmine.

Il nuovo millennio: l’essere “troie” o “non essere”


Il nuovo millennio ha portato un’ulteriore rivoluzione culturale. Con la diffusione dei social media e l’imporsi
della cultura dell’immagine le donne hanno iniziato a voler essere riconosciute come attraenti e desiderabili
non più solo dai loro mariti, fidanzati, o compagni ma da tutto il genere maschile e femminile.
“Slut” cioè troia oggi è una specie di complimento che si
fa a una donna di bell’aspetto che sa esprimere la propria
femminilità e sensualità. Le donne si “sessualizzano”,
nelle parole come nelle foto, per attirare l’attenzione di
maschi e femmine. I commenti sui social mostrano il
gradimento, i “like” aumentano, e loro si sentono
affermate, e ricompensate.
Le ragazze hanno iniziato a chiamarsi “troiette” fra di loro,
e questo molto spesso è diventato il modo in cui ci si
saluta fra amiche, come a voler evidenziare un’intimità ed
una affinità che spesso fra donne è sempre mancata.
Le donne si danno reciprocamente delle puttane, per
affermare la propria femminilità, ma dietro l’apparenza
amichevole, vi è una grandissima competizione.
Conquistare lo status di “grande puttana” dipende innanzitutto dal giudizio delle altre donne, sono loro che
hanno più peso nell’arena. Più dei maschi. Questa reputazione ha senso all’interno di una comunità i cui

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membri si conformano a una serie di regole. Posti una foto, ti poni sessualmente, le altre ti riconoscono, ed
ecco che si conquista lo status di sessualmente attraenti. Siccome però “troia” o “puttana” possono anche
essere sinonimi di vergognosa, stronza e sfascia famiglie allora il saluto sottintende anche “Ti tengo d’occhio,
ti monitoro”.
Oggi le donne vivono per esibirsi in questi teatri del web. Non sanno
se in quel momento qualcuno le sta guardando, e quindi si
comportano come se l’occhio dell’altro fosse sempre puntato su di
loro. Sanno che la loro immagine è importante perché può essere
ripresa sempre e dovunque, con o senza consenso. E’ l’immagine che
danno di se stesse a definire chi sono, e le donne si percepiscono
come oggetti sessuali che devono risultare gradevoli ai maschi. Lo
sono fin da piccole e in ogni momento della loro vita, tanto che non
sono più oggetti sessuali, ma soggetti sessuali. Decidono di proporsi
come esseri consapevoli del proprio corpo. La femminilità si
conquista, è una disciplina che impone delle pratiche per creare un
corpo, una forma, una taglia e le donne lo scelgono ancora una volta
come forma di liberazione e di auto determinazione.

Anche le “femministe” di oggi si sono adeguate a questa


nuova mentalità e invece dei soliti cartelloni di protesta
usano i loro copri, mostrandosi a seno nudo, per portare
avanti la loro lotta di liberazione e autodeterminazione
che ormai somiglia sempre più a uno show in cui tutto è
lecito pur di apparire.
Anche loro infondo sono donne e come ogni altra donna
vogliono essere ammirate e desiderate. Vogliono dare
scandalo per far parlare di loro stesse ed essere
protagoniste, e quale migliore opportunità che sfilare
nelle piazze mostrando il loro corpo coperto di slogan attirando così l’attenzione dei media per mostrarsi al
mondo intero.

Lo sdoganamento del sesso e della sottomissione sessuale


L’ultimo passo verso la completa “emancipazione” le donne lo hanno fatto nell’autodeterminazione ultima,
quella che permette loro finalmente di poter dire “si io voglio un maschio dominante”, uno che sia un “vero”
uomo (che poi chissà che vuol dire).
Riconoscere il loro diritto a non dover fare le super donne ma a potersi
lasciare andare ai loro istinti primordiali che le vedono insicure e indifese,
sempre alla ricerca di un maschio “alpha” che le protegga e le faccia
sentire importanti.
Ed ecco allora, dopo i tentativi più o meno riusciti di opere come Histore
d’O (1975) e Secretary (2002), apparire sulle scena le “50 sfumature di …”
in cui la protagonista Anastasia Steele, giovane donna insicura ed
impacciata, trova il suo grande amore in un uomo di successo, ricco e
amante della dominazione.

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Il successo è immediato, e folle di donne lo rendono da
subito la trilogia di riferimento per i desideri e le
aspettative femminili, perché le donne non sopportano più
le frustrazioni quotidiane dovute alle debolezze di un
genere maschile sempre più simile alla figura femminile.
Sono stanche dei maschi insicuri, allergici all'impegno,
impauriti, che si rifugiano in scuse e sotterfugi fatti di “non
sono pronto”, “non è il momento”, e via dicendo.
Nell’immaginario femminile si fa strada la figura del
maschio che sa comandare e decidere, e solleva la donna
dall'onere di dover essere lei a scegliere sempre.
Quell’ideologia femminista, che negli anni ’60 e ’70 le ha
condotte verso un obbligo forzoso a dover “essere come
gli uomini” mentre loro hanno sempre solo desiderato di
essere tenute in considerazione, guardate, desiderate, amate per quello che sono: “femmine”, è ormai
superata da una nuova comprensione di se non più obbligata ad essere forte ma liberata dai cliché che la
vedono uguale all’uomo per riacquistare la sua natura di femmina e compagna del maschio.
Oggi le donne sognano qualcuno che le faccia regali importanti, che le sappia stupire, che le renda delle
“regine” ma al quale loro non siano obbligate a ricambiare nulla. Uno con il quale non sia importante la parità
e l’uguaglianza ma che le sappia far sentire donne, e sono disposte a essere le troie di questi uomini anzi
spesso vogliono esserlo, lo bramano per riacquistare la loro identità di femmine vogliose e sensuali, per poter
essere ciò che intimamente sono senza più dover recitare la parte di quelle forti e indipendenti.

Le donne sono soggetti sessuali


Donne e uomini sono molto diversi fra loro, ovviamente non per
capacità intellettuali ma certamente per evidenti differenze fisiche
e muscolari, e soprattutto per un differente approccio emotivo
verso ogni aspetto della vita. Fin dagli inizi del ’900 (ma anche in
epoche passate, basti pensare a donne come Cleopatra o
Messalina o in epoche più recenti a Lucrezia Borgia o Mata Hari) le
donne hanno usato il loro corpo e la loro bellezza per raggiugere il
successo, per ottenere favori e per esercitare un influenza più o
meno diretta sui temi a loro cari.
Non solo, ma è anche evidente come le donne vogliano essere
guardate e desiderate, vogliano apparire e far parlare di loro stesse
per essere ammirate, e questo tutte le donne anche quelle che non
lo ammetteranno mai.
Provate a dire ad una donna che non vi interessa, fatele capire
esplicitamente che per voi il suo aspetto fisico è indifferente e
vedrete che se ne risentirà. Provate a chiamarla “signora” o a fare
vagamente riferimento al fatto che non sia più giovanissima, e
certamente vi farà notare che è ancora bella e desiderabile. Questo
perché le donne desiderano “apparire” piuttosto che “essere” per
godere di tutti quei privilegi che spettano a chi è bella e desiderata.

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Il femminismo ha giocato un ruolo importante nell’emancipazione della donna ma soprattutto nello
sdoganamento di certi comportamenti sessuali che prima le donne non potevano ostentare perché
sconvenienti per loro.
Le lotte “femministe” combattute per il diritto alla minigonna, per poter mostrare il proprio corpo e per poter
fare sesso con chi volevano, come gli uomini, hanno permesso loro di guadagnarsi il diritto ad indossare ciò
che vogliono per poter piacere, per potersi fare guardare, per sedurre gli uomini ed essere come loro le
vogliono: troie, schiave, concubine, geishe.
Perché questo è ciò che le donne vogliono, non è un caso che alla
fine tutte le proteste e le rivendicazioni femministe abbiano
portato le donne ad essere si più libere, ma fondamentalmente più
libere di mostrare il proprio corpo, più libere di essere disinibite e
vivere la propria sessualità con maggiore disinvoltura (proprio
come fanno gli uomini). Ma a differenza degli uomini che non si
preoccupano di dover piacere a tutti i costi o di dover essere
ammirati per il loro aspetto fisico le donne si sentono gratificate
dal piacere fisicamente agli uomini, ecco perché la loro libertà
passa per la loro voglia di apparire piuttosto che essere. Ed ecco
perché, come a voler dare dimostrazione di ciò, le femministe di
oggi (ma anche quelle di ieri) si spogliano per rivendicare i propri
diritti.

In conclusione quindi possiamo affermare che Hefner aveva ragione nel dire che “Le donne sono (s)oggetti
sessuali ecco perché si mettono il rossetto e le minigonne” non perché qualcuno le abbia costrette ad esserlo,
ma perché loro sono realmente così e si realizzano nell’essere “troie” e disinibite per piacere ai maschi,
ricavandone così a loro volta piacere, e questo non sarebbe stato possibile senza il femminismo.

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Bibliografia

Tra nostalgia ed incanto: la luce degli anni venti


https://historianewsblog.wordpress.com/2016/03/22/tra-nostalgia-e-incanto-la-luce-degli-anni-venti/

Joséphine Baker
https://it.wikipedia.org/wiki/Joséphine_Baker
https://www.dejavuteam.com/la-rocambolesca-vita-di-josephine-baker/

Women of ’30 Il ritorno alle forme


https://www.swingfever.it/mondo-swing/abbigliamento/stile-anni-30/women-of-30s/

Mae West
https://it.wikipedia.org/wiki/Mae_West
http://www.robbiedoesblogging.net/2017/12/donne-libere-e-scandalose-1920/

La storia di Playboy
http://www.andreaiuorio54.altervista.org/LastoriadiPlayboy.html

Le pubblicità di playboy dicono un bel po' di cose sul maschilismo


https://i-d.vice.com/it/article/j5vagx/playboy-hugh-hefner-immagini-maschiliste

La Femlin di Playboy: la donna come animale da compagnia


https://www.burlesque.it/2017/10/la-femlin-di-playboy-la-donna-come-animale-da-compagnia/

Così gli hippy e il femminismo hanno cambiato anche il sesso


http://www.ilgiornale.it/news/spettacoli/cos-hippy-e-femminismo-hanno-cambiato-anche-sesso-1557052.html

Minigonna – La sua storia dal 13 Marzo 1965


http://curiosando708090.altervista.org/minigonna-la-sua-storia-dagli-anni-60/

Un simbolo della moda: La minigonna dagli anni ’60 ad oggi


https://appuntidimoda.it/storia-minigonna/

La minigonna, l’assorbente, i tacchi. Breve storia di tre oggetti simbolo


http://www.the-newsroom.it/tns1218-la-minigonna-lassorbente-tacchi-breve-storia-tre-oggetti-simbolo/

Perché il bikini è il primo vero manifesto femminista


https://www.elle.com/it/moda/g2931/bikini-storia-costume/

Settant'anni di bikini, la "bomba an-atomica" che sconvolse i benpensanti


https://www.ilfoglio.it/cultura/2016/07/05/news/settant-anni-di-bikini-la-bomba-an-atomica-che-sconvolse-i-benpensanti-98011/

La storia del topless


http://d-art.it/news/la-storia-del-topless/6472

L’importanza di chiamarsi "slut" nell'era digitale


https://www.dagospia.com/rubrica-2/media_e_tv/importanza-chiamarsi-slut-nell-era-digitale-termine-puttana-94160.htm

50 sfumature rivelatrici: amiamo il dominatore perché il maschio è una sòla


https://www.linkiesta.it/it/article/2017/02/09/50-sfumature-rivelatrici-amiamo-il-dominatore-perche-il-maschio-e-una-/33205/

Sei donne celebri passate alla storia (anche) per la loro lussuria
https://www.wonews.it/post/donne-lussuriose-passate-alla-storia

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