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REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO


IL TRIBUNALE DI PALERMO
II SEZIONE PENALE

Riunito in camera di consiglio e composto dai sigg.ri:


1) Dott. Leonardo Guarnotta Presidente
2) Dott.ssa Gabriella Di Marco Giudice est.
3) Dott. Giuseppe Sgadari Giudice est.

alla pubblica udienza dell’11 dicembre 2004 ha pronunciato e pubblicato mediante


lettura del dispositivo la seguente

SENTENZA

nei confronti di:

1) DELL’UTRI MARCELLO, nato a Palermo l’11 settembre 1941,


residente in Milano, Segrate MI/2, Via fratelli Cervi, Residenza
xxx

LIBERO-ASSENTE

2) CINA’ GAETANO, nato a Palermo il 26 settembre 1930, ivi


residente in Via Gaetano xxx

LIBERO-CONTUMACE

IMPUTATI
DELL’UTRI MARCELLO

A) del delitto di cui agli artt. 110 e 416 commi 1, 4 e 5 c.p., per avere concorso nelle
attività della associazione di tipo mafioso denominata “Cosa Nostra”, nonché nel
perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima
associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del
mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della
sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla
espansione della associazione medesima.

1
E così ad esempio:
1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa
Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della
organizzazione;
2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere
tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali Bontate
Stefano, Teresi Girolamo, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Mangano Vittorio,
Cinà Gaetano, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele, Riina Salvatore;
3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione;
4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze
acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.
Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro,
determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della
responsabilità di esso DELL’UTRI a porre in essere (in varie forme e modi, anche
mediati) condotte volte ad influenzare – a vantaggio della associazione per delinquere
– individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario.
Con l’aggravante di cui all’articolo 416 comma quarto c.p., trattandosi di associazione
armata.
Con l’aggravante di cui all’articolo 416 comma quinto c.p., essendo il numero degli
associati superiore a 10.
Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo della
associazione per delinquere denominata Cosa Nostra), Milano ed altre località, da
epoca imprecisata sino al 28.9.1982

B) del delitto di cui agli artt. 110 e 416 bis commi 1, 4 e 6 c.p., per avere concorso nelle
attività della associazione di tipo mafioso denominata “Cosa Nostra”, nonché nel
perseguimento degli scopi della stessa, mettendo a disposizione della medesima
associazione l’influenza ed il potere derivanti dalla sua posizione di esponente del
mondo finanziario ed imprenditoriale, nonché dalle relazioni intessute nel corso della
sua attività, partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento ed alla
espansione della associazione medesima.
E così ad esempio:
1. partecipando personalmente ad incontri con esponenti anche di vertice di Cosa
Nostra, nel corso dei quali venivano discusse condotte funzionali agli interessi della
organizzazione;
2. intrattenendo, inoltre, rapporti continuativi con l’associazione per delinquere
tramite numerosi esponenti di rilievo di detto sodalizio criminale, tra i quali, Pullarà
Ignazio, Pullarà Giovanbattista, Di Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Ganci Raffaele,
Riina Salvatore, Graviano Giuseppe;
3. provvedendo a ricoverare latitanti appartenenti alla detta organizzazione;
4. ponendo a disposizione dei suddetti esponenti di Cosa Nostra le conoscenze
acquisite presso il sistema economico italiano e siciliano.
Così rafforzando la potenzialità criminale dell’organizzazione in quanto, tra l’altro,
determinava nei capi di Cosa Nostra ed in altri suoi aderenti la consapevolezza della

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responsabilità di esso DELL’UTRI a porre in essere (in varie forme e modi, anche
mediati) condotte volte ad influenzare – a vantaggio della associazione per delinquere
– individui operanti nel mondo istituzionale, imprenditoriale e finanziario.
Con le aggravanti di cui ai commi 4 e 6 dell’art. 416 bis c.p., trattandosi di
associazione armata e finalizzata ad assumere il controllo di attività economiche
finanziate, in tutto o in parte, con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti.
Reato commesso in Palermo (luogo di costituzione e centro operativo
dell’associazione per delinquere denominata Cosa Nostra), Milano ed altre località, dal
28.9.1982 ad oggi.

CINA’ GAETANO:

A) del delitto di cui all’art. 416 c.p. per avere – in concorso con
numerose altre persone ed, in particolare, Bontate Stefano, Teresi
Girolamo, Citarda Benedetto, Mangano Vittorio - fatto parte
dell’associazione mafiosa denominata “ Cosa Nostra” o per
risultare, comunque, stabilmente inserito nella detta associazione,
in numero superiore a 10 persone, e per essersi avvalso della forza
di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalla condizione
di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere reati contro la vita,
l’incolumità individuale, contro la libertà personale, contro il patrimonio, per realizzare
profitti o vantaggi ingiusti
Con l’aggravante di cui all’art. 416 comma quinto c.p., trattandosi
di associazione armata.
Con l’aggravante di cui all’art. 416 comma quinto c.p., essendo
il numero degli associati superiore a 10.
In Palermo, Milano ed altrove, sino all’entrata in vigore della
L.13/09/1982 n°646.

D) associazione per delinquere di tipo mafioso (artt. 112 nr.1 e 416 bis c.p.)
per avere, in concorso con numerose altre persone - tra cui Mangano Vittorio, Di
Napoli Giuseppe, Di Napoli Pietro, Cancemi Salvatore, Ganci Raffaele, Riina
Salvatore, Pullarà Ignazio, Pullarà Giovan Battista, Madonia Francesco - fatto parte
dell’associazione mafiosa denominata “ Cosa Nostra” o per risultare, comunque,
stabilmente inserito nella detta associazione, in numero superiore a 5 persone e per
essersi avvalso della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dalla
condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere reati contro la
vita, l’incolumità individuale, contro la libertà personale, contro il patrimonio e,
comunque, per realizzare profitti o vantaggi ingiusti nonché per intervenire sulle
istituzioni e sulla pubblica amministrazione.

Con l’aggravante di cui all’art. 416 bis comma quarto c.p., trattandosi di associazione
armata.

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Con l’aggravante di cui all’art. 416 bis comma sesto c.p., trattandosi di attività
economiche finanziate in parte con il prezzo, il prodotto ed il profitto di delitti.

In Palermo, Milano ed altre località in territorio italiano, dall’entrata in vigore della L.


13/9/1982 nr. 646 ad oggi.

Conclusioni delle parti

All’udienza dell’8 giugno 2004, il P.M. concludeva la sua requisitoria, iniziata il 5


aprile 2004, chiedendo l’affermazione della penale responsabilità dei due imputati in
ordine ai reati loro contestati e la condanna di Dell’Utri Marcello alla pena di anni
undici di reclusione e di Cinà Gaetano alla pena di anni nove di reclusione, di ciascuno
dei prevenuti alle pene accessorie, di entrambi al pagamento in solido delle spese
processuali e del Cinà anche al pagamento delle spese di mantenimento in carcere
durante la custodia cautelare e di entrambi in solido al risarcimento dei danni in favore
delle costituite parti civili.
All’udienza del 15 giugno 2004, i procuratori delle costituite parti civili, Provincia
Regionale di Palermo e Comune di Palermo, iniziavano e concludevano il loro
intervento chiedendo, affermata la penale responsabilità dei due imputati in ordine ai
reati loro ascritti, la condanna degli stessi alle pene di legge nonché al risarcimento dei
danni morali sofferti dalle parti assistite, quantificati in euro 5.000.000,00 con la
liquidazione di una provvisionale, immediatamente esecutiva, di euro 2.500.000,00.
All’udienza del 9 novembre 2004, la difesa dell’imputato Cinà Gaetano iniziava e
concludeva il suo intervento chiedendo l’assoluzione del suo assistito dalle imputazioni
ascrittegli con l’ampia formula liberatoria “perché i fatti non sussistono”.
All’udienza del 15 novembre 2004, la difesa dell’imputato Dell’Utri Marcello
concludeva la sua arringa, iniziata nel corso dell’udienza del 28 giugno 2004,
chiedendo l’assoluzione del suo assistito dalle imputazioni contestategli con l’ampia
formula liberatoria “perché i fatti non sussistono”.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con decreto del 19 maggio 1997 il G.U.P presso il Tribunale di Palermo disponeva il
rinvio a giudizio davanti questo Collegio degli imputati Dell’Utri Marcello, a piede
libero, e Cinà Gaetano, in stato di custodia cautelare in carcere, per rispondere dei reati
loro contestati come in rubrica.
All’udienza di comparizione del 5 novembre 1997, presente il prevenuto Dell’Utri
Marcello, veniva dichiarata la contumacia dell’altro imputato Cinà Gaetano, il quale
non compariva senza addurre alcun legittimo impedimento.
Si costituivano parti civili il Comune di Palermo e, respinta la richiesta di esclusione
avanzata dalle difese degli imputati, la Provincia Regionale di Palermo.
La difesa di Dell’Utri eccepiva la nullità del decreto che disponeva il giudizio e
sollevava questioni in ordine alla formazione del fascicolo per il dibattimento mentre il
P.M. chiedeva l’inserimento di alcuni documenti in detto fascicolo.

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Nel corso della udienza del 18 novembre 1997 il Collegio scioglieva la riserva
formulata sulle richieste della difesa dell’imputato Dell’Utri rigettando le stesse.
Alle udienze del 20 e 25 novembre 1997, il P.M. procedeva all’esposizione dei fatti
oggetto delle imputazioni e, al fine di fornirne la prova, chiedeva l’esame dei
collaboratori di giustizia, dei testi, degli inquirenti e degli indagati e imputati di reato
connesso o collegato indicati nella lista a suo tempo depositata e la produzione di
documenti (v. trascrizioni delle udienze del 20 e 25 novembre 1997).
Nel corso dell’udienza del 12 dicembre 1997, le difese dei due imputati proponevano
le loro richieste di prove testimoniali e documentali deducendo in ordine alle richieste
probatorie avanzate dal P.M.
All’udienza del 19 dicembre successivo, il Collegio emetteva ordinanza con la quale
provvedeva in ordine alle richieste probatorie del P.M. e dei difensori dei due imputati.
Con l’esame del collaboratore di giustizia Anzelmo Francesco Paolo aveva inizio, nel
corso dell’udienza dell’8 gennaio 1998, l’istruttoria dibattimentale che proseguiva, il 9,
19, 26 gennaio e 9 febbraio 1998, con gli esami, rispettivamente, di Ganci Calogero,
Galliano Antonino, Cancemi Salvatore, Marchese Giuseppe e Scrima Francesco, tutti
collaboratori di giustizia.
Il 10 febbraio 1998, venivano assunti in esame il magg. dei CC Bossone Davide ed i
m.lli dei CC Chilla Fernando, Modica Matteo e La Monica Claudio (questi ultimi in
sostituzione del magg. dei CC Ierfone Felice, originariamente inserito nella lista del
P.M.), i quali deponevano sull’attendibilità del collaborante Ganci Calogero.
Nel corso dell’udienza del 16 febbraio 1998, veniva sentito il collaboratore di
giustizia Di Carlo Francesco e la difesa dell’imputato Dell’Utri Marcello chiedeva
l’esame degli imputati di reato connesso Cirfeta Cosimo, Izzo Angelo, Pagano
Giuseppe e Guglielmini Giuseppe in merito alle sommarie informazioni dai predetti
rese al P.M. di Palermo nel periodo della loro comune detenzione con il Di Carlo ed in
ordine agli incontri tra quest’ultimo e l’altro collaboratore di giustizia Onorato
Francesco, inserito nella lista testimoniale del P.M.
Il Tribunale formulava riserva di provvedere su tale richiesta.
All’udienza del 17 febbraio 1998, il P.M. deduceva in ordine alla richiesta probatoria
avanzata dalla difesa di Marcello Dell’Utri ed articolava prova testimoniale sugli
stessi fatti oggetto della prova di contro-parte.
Il Collegio manteneva ferma la riserva formulata in precedenza.
Venivano, quindi, assunti in esame gli ispettori della P.S. Guglielmini Luciano e
D’Annunzio Roberto, i quali deponevano sulla attendibilità del collaborante Di Carlo
Francesco.
Il P.M. rinunciava, con il consenso delle altre parti, all’audizione dell’ispettrice della
P.S. Giuffrida Rosalba.
Nel corso delle udienze del 2 e 3 marzo 1998 si procedeva al contro-esame,
rispettivamente, dei collaboranti Di Carlo Francesco e Scrima Francesco da parte del
procuratore della costituita parte civile Provincia Regionale di Palermo e dei difensori
dei due imputati.
Non tenutesi le programmate udienze del 16 e 17 marzo 1998 per la proclamata
astensione dalle udienze dell’Unione delle Camere Penali Italiane, nel corso di quelle

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successive del 6, 7 e 14 aprile 1998 venivano assunti in esame, rispettivamente, i
collaboratori di giustizia Ferrante Giovan Battista, Onorato Francesco Paolo e Cucuzza
Salvatore.
Il 20 aprile 1998 si procedeva all’esame dei collaboranti Carra Pietro e Di Filippo
Pasquale ed il giorno dopo era il turno di Di Filippo Emanuele e Avitabile Antonino,
anch’essi collaboratori di giustizia, ad esse assunti in esame.
La difesa dell’imputato Dell’Utri Marcello avanzava richieste probatorie in relazione
alle dichiarazioni rese dall’Avitabile ed il Tribunale si riservava di provvedere.
Il 4 maggio 1998 deponeva il teste Cartotto Ezio ed il giorno dopo gli imputati di
reato connesso Imperatore Agostino e Tosonotti Enrico Carlo si avvalevano della
facoltà di non rendere interrogatorio.
La programmata udienza dell’11 maggio 1998 non veniva tenuta per l’astensione
dalle udienze proclamata dall’Unione delle Camere Penali Italiane.
Il 18 maggio successivo veniva esaminato il collaborante Mutolo Gaspare ed,
all’esito dell’atto istruttorio, venivano acquisiti alcuni verbali di interrogatori, utilizzati
per le contestazioni, resi dal Mutolo al P.M. di Palermo e nel corso dell’istruttoria
dibattimentale dei procedimenti penali a carico di Di Napoli Piero e del senatore
Andreotti Giulio.
Al termine dell’udienza, l’imputato Dell’Utri Marcello rendeva spontanee
dichiarazioni.
Non tenutasi l’udienza del 19 maggio 1998 per indisposizione fisica di un
componente del Collegio, nel corso di quella successiva del 1° giugno 1998 venivano
esaminati i collaboranti La Marca Francesco, Spataro Salvatore e D’Agostino
Giuseppe.
Il 2 giugno 1998 deponevano i testi Cocco Pietro, Lodato Nunzio, Inzaranto
Antonino, De Luca Gustavo, Adamo Calogero, Fauci Girolamo Maria.
Al termine dell’udienza, venivano acquisiti i verbali di sommarie informazioni
testimoniali rese dai testi Cocco, Lodato ed Inzaranto, utilizzati per le contestazioni, e
la difesa di Marcello Dell’Utri avanzava richiesta di procedere a confronto tra Cocco e
Ferrante Giovan Battista e tra Fauci e Di Carlo Francesco.
Il Collegio si riservava di provvedere.
Prima della chiusura dell’udienza, il P.M. chiedeva la sospensione del termine di
custodia cautelare dell’imputato Cinà Gaetano ex art. 304 c.p.p.
L’8 giugno 1998 si procedeva all’esame dei collaboranti Calvaruso Antonio e Ciulla
Salvatore ed il giorno dopo era la volta di Siino Angelo ad essere esaminato.
Con provvedimento del 12-15 giugno 1998 il Tribunale rigettava la richiesta,
avanzata dalla difesa di Cinà Gaetano, di revoca dell’ordinanza custodiale emessa nei
confronti del predetto e disponeva, ex art. 304 c.p.p., la sospensione del termine della
custodia cautelare relativo allo stesso Cinà.
Nel corso dell’udienza del 22 giugno 1998, veniva esaminato il collaborante
Calderone Antonino e venivano acquisiti i verbali utilizzati per le contestazioni.
Il 6 luglio si procedeva all’esame dei collaboranti Mancini Antonio e Pino Francesco
mentre, a quella successiva del 7 luglio, il collaborante Marino Mannoia Francesco si

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avvaleva della facoltà di non rendere interrogatorio e venivano acquisiti i verbali delle
dichiarazioni rese dallo stesso nel corso delle indagini preliminari.
In relazione a tale provvedimento. la difesa di Dell’Utri sollevava questione di
legittimità costituzionale che illustrava più compiutamente all’udienza del 13 luglio nel
cui corso venivano sentiti il collaborante Cozzolino Pietro e l’imputato di reato
connesso Mangano Vittorio, il quale, però, non concludeva il suo esame essendosi
avvalso, ad un certo punto, della facoltà di non rispondere.
Il 14 luglio 1998 veniva assunto in esame il collaborante Patti Antonino ed il
successivo 22 luglio saltava il previsto esame dell’imputato di reato connesso
Rapisarda Filippo a causa di una sua indisposizione fisica.
Dell’Utri Marcello rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 22 settembre 1998 il Collegio scioglieva la riserva formulata sulle questioni
proposte dalle parti nel corso delle udienze del 7 e 13 luglio 1998 ed aveva inizio
l’esame del Rapisarda Filippo che proseguiva il 2 ottobre successivo.
Dell’Utri rendeva spontanee dichiarazioni al termine dell’udienza.
Nel corso dell’udienza del 13 ottobre 1998 deponevano i testimoni Castagna
Carmela, Della Lucia Giorgio e Gamberale Antonio; veniva avanzata richiesta di
procedere a confronto tra il Della Lucia ed il Gamberale ed il prevenuto Dell’Utri
rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 20 ottobre 1998 deponevano il dott. Messina Francesco, gli ispettori della P.S.
Nardis Sergio, Dal Piva Claudio, Farris Livio, Faro Filippo, Pistone Antonio, i m.lli
della P.S. Marcus Franzoi, Merida Filippo, Merenda Rosario, Romeo Rosario e Tomeo
Carmelo.
Il P.M. rinunciava, con il consenso delle altre parti, all’audizione degli ispettori della
P.S. Cusimano, D’Agati, Pellizzaro, Camiolo, Armeri e Mancia, i quali avrebbero
dovuto deporre sulla attendibilità dei collaboratori di giustizia Calderone, Mutolo,
Scrima e Marchese.
Il 27 ottobre 1998 deponevano i testi dott.ssa Galetta Graziella, l’ispettore della P.S.
Tarlao Michele, i m.lli della P.S. Barbuti Domenico e Romeo Silvano, il commissario
della P.S. Armeni Luca ed il magg. della P.S. Azzarone Paolo.
Al termine dell’udienza, la difesa di Dell’Utri chiedeva l’audizione, ex art. 195
c.p.p., dei collaboranti D’Amico e Riccio.
Il Tribunale si riservava di provvedere.
Il 2 novembre 1998 veniva sentito il collaborante Avola Maurizio e veniva disposta
l’audizione ex art. 195 c.p.p., di D’Agata Marcello, Tuccio Salvatore ed Ercolano
Gaetano.
La programmata udienza del 10 novembre 1998 non veniva tenuta per l’astensione
dalle udienze proclamata dall’Unione delle Camere Penali Italiane.
Il 17 novembre 1998 l’imputato Dell’Utri Marcello rendeva spontanee dichiarazioni
a seguito delle quali il suo difensore chiedeva l’audizione della teste di riferimento Lo
Sicco Gabriella.
Sulla non opposizione del P.M., il Tribunale ammetteva l’audizione della teste.
Al termine dell’udienza, nella quale avrebbe dovuto avere luogo il contro-esame
dell’imputato di reato connesso Rapisarda Filippo (assente per indisposizione fisica,

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come da certificato medico fatto pervenire), il difensore di Dell’Utri depositava i
verbali delle dichiarazioni rese da Avola Maurizio nel corso delle indagini preliminari,
utilizzati per le contestazioni.
Il 24 novembre 1998 deponevano i testi Scicolone Maria, Lo Sicco Gabriella,
Matacena Amedeo, De Luca Demetrio, Rivelli Nicola.
Il Collegio pronunciava ordinanza con la quale scioglieva le riserve for
mulate sulle richieste delle parti nel corso delle udienze del 16 febbraio, 21 aprile, 2
giugno e 2 novembre 1998.
Al termine dell’udienza, Dell’Utri Marcello rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 14 e 15 dicembre 1998 aveva luogo il contro-esame dell’imputato di reato
connesso Rapisarda Filippo al cui esito il prevenuto Dell’Utri rendeva spontanee
dichiarazioni.
Nel corso dell’udienza dell’11 gennaio 1999 veniva assunto in esame il collaborante
Pulvirenti Giuseppe ed il successivo 18 gennaio deponevano i testi Mangano Alberto,
Rantuccio Carmelo e Riggio Vito.
La difesa di Dell’Utri avanzava richieste di prove in ordine alle quali il Collegio si
riservava di provvedere.
All’udienza del 25 gennaio 1999, deponevano i testi Mughini Giampiero, Di Napoli
Piero e Rossano Lorenzo.
Il Tribunale si riservava di decidere sull’acquisizione dei verbali delle dichiarazioni
rese in precedenza dal Rossano, utilizzati per le contestazioni.
Il 1° febbraio 1999 venivano esaminati i collaboranti Buscetta Tommaso e Romeo
Pietro.
Dell’Utri rendeva spontanee dichiarazioni.
L’8 febbraio successivo deponevano i testi Pulvirenti Antonino, Mosca Alfio e
Vallone Pietro; il P.M. chiedeva ammettersi l’audizione del teste De Gregorio, cui si
era riferito il collaborante Buscetta Tommaso ed il Collegio si riservava di provvedere.
Le successive udienze del 15 e 22 febbraio 1999 non venivano tenute, la prima, per
l’assenza dell’imputato Dell’Utri dovuta ad indisposizione fisica dello stesso e, la
seconda, per la proclamata astensione dalle udienze da parte dell’Unione delle Camere
Penali Italiane.
Il 1° marzo 1999 venivano assunti in esame Di Miceli Pietro, indagato dei reati di cui
agli artt. 110 e 416 bis c.p.. e il collaborante Malvagna Filippo.
Il P.M. chiedeva l’audizione del collaborante Pattarino Francesco ed il Tribunale si
riservava di provvedere.
L’udienza del 22 marzo non veniva tenuta per l’astensione proclamata dall’Unione
delle Camere Penali Italiane e, in quella successiva del 29 marzo, deponevano i testi
De Luca Antonio, funzionario della P.S., gli ispettori della P.S. Fornari Eligio, Piu
Carlo, Chessa Giovanni Maria ed il giornalista Sciambra Castrense.
Il prevenuto Dell’Utri Marcello rendeva spontanee dichiarazioni.
Nel corso dell’udienza del 19 aprile 1999 deponevano i testi Aula Guido, Fiori
Antonio, Nuccio Gaspare e Pacetti Anna.
Il Tribunale dava lettura dell’ordinanza con la quale scioglieva le riserve formulate
sulle richieste avanzate dalle parti nel corso delle udienze del 18 e 25 gennaio, 8

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febbraio e 1° marzo 1999.
Il 26 aprile ed il 3 maggio 1999 deponevano i testi Fratini Romualdo, Pizzetti
Edoardo, Mucci Giovanni, Angelini Aurelio, Pellicani Emilio e veniva esaminato
l’imputato di reato collegato Carboni Flavio.
Il Tribunale disponeva, a seguito di istanza della difesa di Dell’Utri, l’audizione dei
testi Lo Prete A. Giulio e Capra De Cario Attilio.
In entrambe le udienze l’imputato Dell’Utri rendeva spontanee dichiarazioni.
In data 29 maggio 1999 il Tribunale disponeva la scarcerazione dell’imputato Cinà
Gaetano per decorrenza del termine massimo di custodia cautelare sofferta.
Il 20 maggio 1999 l’indagine dibattimentale non aveva luogo in quanto alcuno dei
testi citati dal P.M. era presente.
Il 17 giugno successivo veniva sentito l’imputato di reato connesso Rappa Filippo
mentre Zummo Ignazio, indagato per il reato di favoreggiamento personale aggravato
dall’art. 7 D.L. 152/93, si avvaleva della facoltà di non rendere interrogatorio.
Venivano, quindi, acquisiti i verbali delle dichiarazioni rese il 18 febbraio e 8 marzo
1997.
Il 1° luglio 1999 veniva sentito Morgana Remo Rocco, indagato per il reato di
calunnia nei confronti di Rapisarda Filippo, e veniva acquisito il verbale delle
dichiarazioni rese dal Morgana il 27 luglio 1997, utilizzato per le contestazioni.
All’udienza del 24 settembre 1999, veniva esaminato Caristi Angelo, imputato di
reato connesso.
Dell’Utri rendeva spontanee dichiarazioni ed il Tribunale si riservava di provvedere
sulle richieste istruttorie avanzate dalle parti.
Non tenutasi l’udienza del 15 ottobre 1999 per indisposizione fisica di un
componente del collegio, il 22 successivo Cangemi Giovanni, indagato in ordine al
reato di cui all’art. 416 bis c.p., si avvaleva della facoltà di non rispondere.
Non si acquisiva il verbale delle dichiarazioni rese in precedenza perché non avvisato
della facoltà di non rispondere.
Il 5 novembre 1999, deponevano i testi Poli Roberto, Grossi Alessandro, Palazzolo
Salvatore e veniva acquisito il verbale delle dichiarazioni rese da Pellizzari Nicolò,
deceduto nelle more processuali.
Si procedeva anche all’esame del collaborante Pattarino Francesco ed alla
acquisizione dei verbali delle dichiarazioni rese in precedenza dallo stesso, utilizzati
per le contestazioni.
Il P.M. avanzava richieste istruttorie sulle quali il Collegio formulava riserva di
provvedere.
Il 19 novembre 1999 venivano escussi i testi Antolini Giovanni, Vencescai Mario,
Anzalone Salvatore, Parris Livio, Monerosso Ambra, Grassi Raffaele e Rotondi
Angelo, tutti ufficiali di p.g.
Nel corso delle udienze del 26 novembre, 3 e 10 dicembre 1999 deponevano gli
inquirenti Micalizio Filippo, Bossone Davide, Bruno Luigi, Obinu Mario, Gratteri
Francesco, Misiti Francesco, Montalbano Saverio, Giandinoto Franco, Dal Piva
Claudio, Chieppa Santina, Matranga Francesco, Di Giandomenico Pier Giorgio,

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Coglitore Innocenzo, Felici Giulio, Ciuro Giuseppe, Appella Antonio Marco,
Campagnolo Alessandro, Giuffrè Santi, Vino Michele e Romeo Silvano.
Il collaborante Izzo Angelo veniva escusso in qualità di teste.
Canevari Rosa, indagata per il reato di favoreggiamento personale, si avvaleva della
facoltà di non rispondere e si acquisivano i verbali delle dichiarazioni dalla stessa rese
in precedenza.
L’udienza del 14 gennaio 2000 non veniva tenuta per indisposizione fisica
dell’imputato Dell’Utri Marcello; quella successiva del 21 gennaio per indisposizione
fisica del collaborante Cannella Tullio; quella dell’11 febbraio 2000 per l’astensione
dalle udienze proclamata dall’Unione delle Camere Penali Italiane.
Nel corso delle udienze del 17 febbraio, 3 marzo e 6 aprile 2000 deponevano il
giornalista De Gregorio Sergio e gli inquirenti Brignoli Paolo, Rosato Francesco,
Peraci Silvio, cantarella Fortunato,Tiano Francesco, Pecorini Alberto, Fusco Antonio,
Carruolo Paolo, De Caprio Sergio, Montemagno Vincenzo, Valastro Benedetto, Oliveri
Francesco, Petruccelli Maurizio, Meco Livio, Melita Filippo, Caruana Giuseppe,
Passero Carmine, Bellone Ciro e Norda Gaetano.
Nel corso dell’udienza del 7 aprile 2000 si procedeva al confronto tra il teste Cocco
Pietro ed il collaborante Ferrante Giovan Battista mentre non avevano luogo quelli tra i
testi Della Lucia e Gamberale e tra il collaboratore Di Carlo Francesco ed il teste Fauci
Girolamo a causa della mancata presenza di quest’ultimo e del Gamberale.
Non tenuta l’udienza del 5 maggio 2000 per l’astensione proclamata dalla Unione
delle Camere Penali Italiane, quelle dell’11 maggio e del 2 giugno successivi, destinate
allo svolgimento dei confronti Di Carlo-Fauci e Della Lucia-Gamberale, andavano a
vuoto per la mancata comparizione del Di Carlo e del teste Gamberale.
L’8 ed il 16 giugno 2000 deponevano gli inquirenti Ferretti Mario, Azzarone Paolo,
Caldaresi Santo, Coglitore Innocenzo, Brancadoro Andrea, Aragno Roberto e Merenda
Rosario.
L’udienza del 6 luglio 2000 non vedeva l’espletamento di attività istruttoria in quanto
alcuno dei testi citati dal P.M. si presentava e quella del successivo 13 luglio non
veniva tenuta per il legittimo impedimento a comparire dell’imputato Dell’Utri, euro-
deputato, impegnato nei lavori del parlamento europeo.
Il 14 luglio 2000 aveva luogo il disposto confronto Di Carlo-Fauci.
Il 18 settembre 2000 deponevano il teste Cosco Giovanni ed il collaborante Pagano
Giuseppe.
Il 9 ottobre 2000 dponevano il collaboratore di giustizia Cukic Rade e gli inquirenti
Azzarone Paolo e Nasca Rosolino.
Nel corso dell’udienza del 30 ottobre 2000, andato a vuoto il previsto confronto
Della Lucia-Gamberale per impedimento a comparire di entrambi, il Collegio
disponeva la trascrizione delle conversazioni telefoniche intercettate nell’ambito del
c.d. “processo Bresciano”.
Il 6 novembre successivo il Collegio conferiva il relativo incarico al col. Sergio
Bonafiglia e, quindi, il P.M. procedeva all’escussione del teste Garraffa Vincenzo, il
quale veniva contro-esaminato dalle altre parti nel corso della successiva udienza del

10
13 novembre al cui esito l’imputato Dell’Utri Marcello rendeva spontanee
dichiarazioni.
Il 27 novembre ed il 4 dicembre 2000, deponevano il teste Barbera Ferruccio e gli
inquirenti Amico Luigi, Gatti Maurizio (anche in sostituzione del dott. Mazza), Licata
Alfio, Cicilese Francesco e Linares Giuseppe.
Alle udienze del 15 e 29 gennaio 2001 veniva esaminato il collaborante La Piana
Vincenzo mentre, in quella intermedia del 22 gennaio, deponevano Liotti Nicola,
Guastella Giuseppe, Di Giannantonio Egidio e Grimaldi Domenico.
Il 5 ,12 e 26 febbraio 2001, deponevano, rispettivamente, Messina Francesco e
Galetta Graziella, ufficiali di p.g., Renzi Valentino e Vento Giuseppe.
Il 26 marzo 2001 venivano sentiti il collaborante Canino Leonardo ed il teste Piccolo
Gianfranco.
Non tenuta l’udienza del 2 aprile 2001 per l’assenza, dovuta ad indisposizione fisica,
di un componente del Collegio, in quella del 9 aprile successivo il P.M. e la difesa
dell’imputato Dell’Utri avanzavano richieste istruttorie sulle quali il Collegio si
riservava di decidere.
L’indagato di reato collegato Storace Filippo si avvaleva della facoltà di non rendere
interrogatorio.
Dell’Utri rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 21 maggio 2001 veniva esaminato, in qualità di indagato del reato di falso in
bilancio, l’arch. Bressani Giorgio e deponevano, in qualità di testi, i collaboratori
Sparta Leonardi Carmelo e Sparta Leonardi Francesco.
Il 28 maggio successivo, Grutt Yvette, indagata del reato di favoreggiamento
personale, si avvaleva della facoltà di non rendere interrogatorio mentre la figlia,
Monterosso Brigitte, rendeva testimonianza.
Dichiarazioni spontanee dell’imputato Dell’Utri Marcello.
Il 4 giugno veniva assunto in esame l’imputato di reato connesso Jenna Giovanni ed
il successivo 18 giugno aveva luogo il contro-esame del collaborante La Piana
Vincenzo.
Le udienze del 9 e 16 luglio 2001 venivano destinate all’esame dei collaboranti
Cannella Tullio, Cocuzza Salvatore e Sinacori Vincenzo.
Il 17 settembre 2001 l’udienza andava deserta per il concomitante impegno di
dell’Utri, in qualità di imputato, davanti altro Collegio.
Il 24 settembre 2001 avevano luogo gli esami dei collaboranti Brusca Giovanni e
Cariolo Antonio; di quest’ultimo veniva acquisito il verbale delle dichiarazioni rese il
18 dicembre 1998, utilizzato per le contestazioni.
L’8 ottobre 2001 il Collegio comunicava alle parti che era pervenuta dal carcere di
Secondigliano la nota in risposta alle richieste formulate dalle stesse in precedenza.
L’udienza del successivo 15 ottobre, fissata per procedere al disposto confronto Della
Lucia-Gamberale, non aveva luogo per l’assenza del Gamberale.
Il 22 ottobre 2001 deponevano i testi Macrì Carlo e Matacena Amedeo (già sentito il
24 novembre 1998) e veniva disposta dal Collegio la trascrizione della conversazione
telefonica, intervenuta tra i due testi, registrata su audio-cassetta dal Macrì.

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Il 5 novembre 2001 venivano esaminati i collaboranti Samperi Severino Claudio e
Zerbo Giovanni.
Nel corso dell’udienza del 12 novembre successivo, il Collegio dava lettura
dell’ordinanza con la quale si era provveduto sulla rinuncia del P.M. all’audizione di
numerosi testi, alla quale le difese non avevano dato il loro assenso.
In esecuzione della suddetta ordinanza, il 19 e 26 novembre ed il 10 dicembre 2001
deponevano complessivamente 38 inquirenti, già indicati nella lista originaria del P.M.
mentre all’audizione di altri testi, alla quale aveva già rinunciato il rappresentante della
pubblica accusa ma non le difese, queste ultime rinunciavano a loro volta.
Il 17 dicembre 2001 deponevano Spataro Caterina, il col. Gebbia Nicolò, il ten.
Grillea Giovanni, il dott. Manganelli Antonio e la dott.ssa Pellizzari Maria Luisa.
Su concorde richiesta delle parti, il Collegio consentiva alla rinuncia all’audizione
del dott. De Gennaro, di Papa Matteo e di Di Gregorio (degli ultimi due venivano
acquisiti i verbali delle dichiarazioni rese, rispettivamente, il 21 gennaio 1990 e 1°
febbraio 1994).
Il 7 gennaio 2002 deponeva il teste Miccichè Giovanni, il quale si presentava
spontaneamente dopo che il Collegio ne aveva disposto l’accompagnamento coattivo
per non essere comparso, senza addurre alcun legittimo impedimento, all’udienza del
14 luglio 2000.
Nel corso dell’udienza del 21 gennaio 2002, tenutasi a Roma, deponevano i testi La
Malfa Maria Pia e Corona Armando, impossibilitati a raggiungere Palermo a causa
delle loro condizioni di salute.
Il 28 gennaio successivo deponevano i testi di riferimento Giuliano Giuseppe,
Marchese Saverio e Abbate Luigi, la cui audizione era stata chiesta dalla difesa di
Dell’Utri all’udienza del 21 aprile 1998 e veniva assunto in esame il dott. Genchi,
consulente del P.M., in ordine agli accertamenti condotti su contatti telefonici relativi
ad utenze riferibili al Dell’Utri.
La deposizione del dott. Genchi impegnava le udienze del 4 e 12 febbraio 2002 per
concludersi nel corso dell’udienza del 18 successivo, al cui esito l’imputato Dell’Utri
rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 26 febbraio 2002 il m.llo Ciuro Giuseppe iniziava il suo esame e lo proseguiva nel
corso delle udienze del 4, 18 e 25 marzo, (l’8 aprile 2002 l’udienza non è stata tenuta
per indisposizione fisica di un componente del Collegio), 15, 22, 29 aprile; nel corso
dell’udienza del 30 aprile il P.M. completava l’esame del m.llo Ciuro e la difesa
dell’imputato Dell’Utri Marcello procedeva al contro-esame del teste.
Il 6 e 7 maggio 2002 veniva esaminato il dott. Giuffrida, consulente del P.M., il quale
depositava il suo elaborato e tutta la documentazione visionata nel corso della sua
consulenza.
Il 13 e 21 maggio 2002 il dott. Giuffrida veniva contro-esaminato dai difensori di
Dell’Utri dopo che, nel corso delle udienze intermedie del 14 e 20 maggio, era stata
prodotta in originale la documentazione da esibire in visione al consulente durante il
contro-esame.
Il 27 maggio 2002 aveva inizio la deposizione del prof. Paolo Iovenitti, consulente
tecnico nominato dalla difesa dell’imputato Dell’Utri Marcello, proseguita nel corso

12
delle successive udienze del 28 maggio e 3 giugno 2002.
Nel corso dell’udienza del 10 giugno 2002, tenutasi presso il Tribunale di Roma,
veniva esaminato il collaboratore di giustizia Pennino Gioacchino e sentito, quale
testimone assistito, Guglielmini Giuseppe.
La programmata udienza del 18 giugno 2002 non veniva tenuta a causa
dell’astensione proclamata dall’Unione delle Camere Penali Italiane alla quale avevano
aderito i difensori dei due imputati.
La deposizione del prof. Iovenitti proseguiva nel corso delle udienze del 24 e 25
giugno 2002 (in quest’ultima, si avvaleva della facoltà di non rendere interrogatorio
Cantile Giulia, indagata in procedimento per reati collegati) e terminava il 1° luglio
2002.
Con ordinanza emessa all’udienza del 2 luglio 2002, il Collegio disponeva, su istanza
del P.M., l’ampliamento del capitolato di prova su cui era stato chiesto e disposto
l’esame dell’on.le Silvio Berlusconi, Presidente del Consiglio dei Ministri.
L’atto istruttorio, il cui espletamento era stato fissato per il g. 11 luglio 2002 presso
la sede istituzionale di Palazzo Chigi in Roma ( come richiesto dall’interessato), non
aveva luogo a causa di sopravvenuti ed indifferibili impegni di governo del premier.
Nel corso dell’udienza del 16 luglio 2000, il P.M. informava le altre parti
dell’espletamento di ulteriore attività integrativa di indagine e chiedeva l’audizione di
25 testi e la produzione di documenti.
Non tenutesi le programmate udienze del 16 e 17 settembre 2002 per l’astensione
proclamata dall’Unione delle Camere Penali Italiane, l’8 ottobre successivo il Collegio,
dopo avere acquisito il parere delle altre parti sulle richieste istruttorie avanzate dal
P.M. all’udienza del 16 luglio precedente, pronunciava ordinanza con la quale
accoglieva dette richieste sia pure non in toto (v. trascrizione del verbale di udienza
dell’8 ottobre 2002).
Il 14 e 21 ottobre 2002 deponeva il col. dei C.C. Riccio Michele e, nel corso
dell’udienza del 21 ottobre, veniva anche esaminato Pulci Calogero, indagato in
procedimento per reato collegato.
Il 22 ottobre successivo deponevano gli ufficiali di p.g. Cappuccio Giovanni e Sozzo
Giovanni; il 28 ottobre, l’avv.to Carlo Taormina e gli ufficiali di p.g. Antinoro Elio,
Caruana Giuseppe, Faloppa Maurizio, Azzarone Paolo e Buggiada Gaetano; il 4
novembre 2002, era la volta degli inquirenti Putgioni Gesuino e Quatra Silvano e del
dott. Genchi Gioacchino, il quale veniva esaminato dal P.M. e contro-esaminato dalle
altre parti nel corso della successiva udienza dell’11 novembre 2002.
Il 12 novembre 2002, il Collegio scioglieva la riserva formulata su alcune delle
richieste avanzate dalle parti decidendo di:
revocare l’ordinanza ammissiva dei testi di riferimento Lo Prete Anton Giulio, Attilio
Capra De Carrè, Di Pietro Antonio e Pacini Battaglia:
rigettare la richiesta, avanzata dal procuratore della costituita parte civile Provincia
Regionale di Palermo, di una nuova audizione del collaborante Cancemi Salvatore e la
richiesta, avanzata dalla difesa di Dell’Utri, di assumere in esame gli ufficiali di p.g.
che avevano effettuato appostamenti nei pressi dell’abitazione di Chiofalo Giuseppe e
di sentire in dibattimento il teste Pizzetti Edoardo:

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consentire alla rinuncia della difesa di Dell’Utri all’esame dei testi di riferimento Ganci
Raffaele e Ganci Domenico:
ammettere l’audizione ex art. 195 c.p.p. di Tuccio Salvatore, Ercolano Aldo e D’Agata
Marcello (v. trascrizione del verbale di udienza).
Il 18 novembre 2002, deponeva l’ufficiale di p.g. Carrieri Renzo e veniva sentito ex
art. 195 c.p.p D’Agata Marcello mentre Ercolano Aldo si avvaleva della facoltà di non
rispondere.
Nel corso dell’udienza del 19 novembre 2002, il Collegio scioglieva le riserve
formulate su tutte le altre richieste istruttorie avanzate dalle parti nel corso del
dibattimento (v. trascrizione del verbale di udienza).
Il 25 novembre 2002, veniva assunto in esame Tuccio Salvatore ex art. 195 c.p.p.
Il 26 novembre successivo, il Collegio si trasferiva a Roma per procedere all’esame,
nella sede istituzionale di Palazzo Chigi, del Presidente del Consiglio dei Ministri,
on.le Silvio Berlusconi, il quale, avvisato della facoltà di astenersi dal rendere
interrogatorio, in quanto già indagato in procedimento per reato connesso, dichiarava
di volersene avvalere.
Il 3 dicembre 2002, deponeva la teste di riferimento Paoletti Giuliana ed, il
successivo 9 dicembre, Cilona Alberto, altro teste sentito ex art. 195 c.p.p.
Nel corso dell’udienza del 16 dicembre 2002, con l’escussione degli ufficiali di p.g.
Tardo Maurizio e Del Francese Umberto aveva inizio l’audizione dei testi indotti dai
difensori dei due imputati, i quali avevano comunicato al Collegio che i loro assistiti
non intendevano essere esaminati.
Il 23 dicembre 2002, la difesa di Dell’Utri rinunciava, con il consenso del P.M.,
all’audizione degli inquirenti Caracciolo Carmelo e Gaglianone Francesco e,
sull’accordo delle parti, venivano acquisite agli atti le relazioni di servizio redatte dai
due ufficiali di p.g.
Il 7 e 20 gennaio 2003, veniva esaminato il collaboratore di giustizia Giuffrè
Antonino e, nel corso dell’udienza del 20 gennaio, si procedeva anche all’audizione dei
testi Micalizio Salvatore, Zagatti Francesco, Tumiatti Riccardo e Patrassi Roberto.
Dell’Utri rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 21 gennaio successivo, venivano esaminati Canale Carmelo e Spatola Rosario,
imputati in procedimenti per reato connesso.
Il P.M. comunicava che nella sua segreteria erano stati depositati alcuni verbali di
dichiarazioni rese da Lipari Giuseppe, trasmessi dal Procuratore della Repubblica in
sede, ma che non era sua intenzione chiedere al Collegio l’esame del Lipari.
Il 27 gennaio 2003, deponevano i testi Platania Nando ed Obinu Mario, colonnello
dei C.C. in servizio presso il R.O.S.
L’udienza prevista per il 28 gennaio 2003 non aveva luogo perché alcuno dei testi
della difesa di Dell’Utri era stato citato mentre quelle programmate per il 3 e 4 febbraio
successivi non venivano tenute a causa del contemporaneo impegno di un componente
del Collegio in altro procedimento penale, pendente davanti la stessa Sezione, a carico
di imputati detenuti i cui termini massimi di custodia cautelare erano prossimi a
scadere.

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Il 10 febbraio 2003, deponevano i testi Ravidà Nicola, Mele Salvatore e Mele
Riccardo, mentre il successivo 17 febbraio era la volta di Tramandino Marco e del dott.
Miliano Michele, magistrato in servizio presso la D.D.A della Procura della
Repubblica di Lecce.
L’udienza del 18 febbraio 2003 non venuta tenuta in segno di partecipazione al grave
lutto che aveva colpito l’avv.to Roberto Tricoli, titolare della difesa dell’imputato
Dell’Utri Marcello insieme all’avv.to Enzo Trantino, per l’improvvisa dipartita del
nipote, on.le Marzio Tricoli.
Il 3 marzo 2003, deponevano Fieramosca Domenico, Puccio Giuseppe, Poliziotto
Giovanna, Cinà Amelia, Cinà Giuseppe, tutti testi indotti dalla difesa di Cinà Gaetano
e veniva esaminato Alamia Francesco Paolo in qualità di teste assistito.
Il 17 marzo 2003, veniva esaminato il collaboratore di giustizia Cirfeta Cosimo, già
appartenente alla Sacra Corona Unita, associazione criminale operante in Puglia.
Il 18 marzo successivo, deponeva il teste Palazzo Renato.
Il 24 marzo 2003, si procedeva all’audizione del teste Consolazione Giovanni mentre
l’architetto Todaro Osvaldo, indagato in procedimento per reato collegato, si avvaleva
della facoltà di non rendere interrogatorio.
Il 31 marzo ed il 1° aprile 2003, presso l’aula Bunker 1 di Milano, il Collegio
procedeva all’audizione dei testi Bonandrini Caterina, Gonfalonieri Fedele, Paraboschi
Beatrice, Lacchini Luigi, Buriani Ruben, Galliani Adriano, Lattuada Ines, Alberi
Gabriella, Messina Francesco, Caronna Marcello, Fede Emilio, Liguori Paolo, Feltri
Vittorio, Pesce Daria, Staiti di Cuddia Tommaso, La Ferla Mario, Di Napoli Gianluigi,
Bagnasco Elida, Ferri Luciano e Nava Maria.
Il 14 aprile 2003 deponevano i testi Letta Gianni, Costanzo Maurizio, Ferrara
Giuliano, Pannella Mrco, Mentana Enrico, Biondi Alfredo, Patrono Francesco e
Capoccia Giuseppe.
Il 22 aprile 2002, venivano escussi i testi Stupino Piera ed l’ispettore della P.S.
Culcasi Giuseppe.
Il 28 aprile successivo, deponevano i testi Geronzi Cesare e Ottolenghi Vittorio: il 5
maggio 2003 era la volta di Tino Sinibaldo e Comincioli Romano ad essere escussi dai
difensori degli imputati e dal P.M. mentre l’ing. Dell’Utri Alberto, fratello
dell’imputato, si avvaleva della facoltà di non rispondere.
Nel corso dell’udienza del 12 maggio 2003, deponevano i testi Santoro Michele e
Berlusconi Paolo mentre Papalia Aldo, indagato in procedimento per reato collegato, si
avvaleva della facoltà di non rispondere.
Il 13 maggio 2003 il Collegio disponeva che i testi Pergola Pasquale, Cartotto Ezio e
Comotti Francesco fossero sentiti fuori sede perché impossibilitati a raggiungere
Palermo per le loro condizioni di salute e fissava a tal uopo le udienze del 26 e 27
maggio 2003 in quanto quelle programmate per il 19 e 20 maggio 2003 non si
sarebbero tenute per l’astensione dalle udienze proclamata dall’Unione delle Camere
Penali Italiane.
Il 26 maggio 2003, presso l’aula Bunker di Milano, deponevano i testi Comotti
Francesco e Cartotto Ezio: la difesa di Dell’Utri rinunciava all’audizione dei testi
Pergola, De Luca e Rivelli.

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Il sen.re Dell’Utri Marcello rendeva spontanee dichiarazioni.
Il 27 maggio 2003, il P.M. faceva riserva di ulteriore attività integrativa di indagine
ed il Collegio disponeva perizia medico-legale sulla persona del prof.re Traina
Francesco, teste indotto dalla difesa di Dell’Utri, al fine di accertare se lo stesso fosse
in grado di deporre al dibattimento.
Il 3 giugno successivo, il prof. Paolo Procaccianti, perito d’ufficio, relazionava sulle
condizioni di salute del prof. Traina assicurando che il predetto era in condizione di
deporre in dibattimento.
Il 9 giugno successivo, deponevano Montaperto Giuseppe ed il prof. Traina.
Nel corso dell’udienza del 16 giugno 2003, venivano escussi i testi Federico Orlando
e Resinelli Giuseppe.
Il 17 giugno successivo, i difensori dei due imputati avanzavano richieste istruttorie
ex art. 507 c.p.p.: il P.M. si opponeva al loro accoglimento ed il Collegio si riservava
di provvedere in merito.
Il 30 giugno 2003, veniva esaminato il collaboratore di giustizia Vara Ciro: il P.M e
la difesa di Dell’Utri avanzavano ulteriori richieste istruttorie.
Il 1° luglio successivo, il Collegio ammetteva l’esame del collaboratore di Giustizia
Contorno Salvatore, richiesto dalla difesa di Dell’Utri, ed il col. Sergio Bonafiglia,
perito nominato dal Tribunale, depositava le trascrizioni delle intercettazioni
telefoniche ed ambientali effettuate nell’ambito del proc. pen. a carico di Amato
Antonio.
Nel corso dell’udienza del 7 luglio 2003 aveva luogo l’esame di Contorno Salvatore.
All’udienza dell’8 luglio successivo, tutte le parti intervenivano esprimendo il loro
parere sulle richieste istruttorie dalle stesse avanzate ed il Collegio si riservava di
provvedere in merito.
La programmata udienza del 27 luglio non aveva luogo a causa di concomitanti
impegni parlamentari del sen.re Dell’Utri Marcello.
Il successivo 28 luglio, il Collegio emetteva ordinanza con la quale decideva sulle
richieste avanzate dalle parti e conferiva incarico al perito, sig.ra Lidia Cannatella, di
trascrivere le conversazioni telefoniche ed ambientali intercettate nell’ambito di altri
procedimenti penali ed acquisite agli atti nel corso del dibattimento.
Le programmate udienze del 16, 22, 23 settembre non avevano luogo in quanto il
perito trascrittore non aveva ancora adempiuto all’incombente commessogli
all’udienza del 28 luglio, avendo chiesto ed ottenuto una proroga sino al 28 settembre
2003.
Le udienze del 29 e 30 settembre 2003 non venivano tenute per l’assenza di un
componente del Collegio, impegnato in un corso a Roma indetto dal C.S.M., e quella
del 6 ottobre successivo non aveva luogo per l’assenza di altro componente del
Collegio, in congedo ordinario.
Nel corso dell’udienza del 7 ottobre 2003, il Tribunale informava le parti
dell’avvenuto deposito delle trascrizioni delle intercettazioni telefoniche ed ambientali
effettuate nell’ambito delle indagini preliminari del procedimento denominato
“Ghiaccio 2”.

16
Il P.M. chiedeva di produrre documentazione e le difese delle altre parti si
riservavano di esprimere il loro parere.
Le programmate udienze del 13 e 14 ottobre 2003 non venivano tenute per
l’astensione dalle stesse proclamata dalla Unione delle Camere Penali.
Nel corso dell’udienza del 20 ottobre 2003, la difesa del sen.re Dell’Utri eccepiva la
inutilizzabilità delle trascrizioni delle conversazioni ambientali acquisite nell’ambito
del procedimento c.d. “Ghiaccio 2” argomentando che non le era stato possibile
acquisire, presso il P.M. titolare di quella inchiesta, la trascrizione di tutte le altre
conversazioni ambientali intercettate in quanto coperte dal segreto istruttorio.
Nel corso delle udienze del 21 e 28 ottobre 2003, le difese esprimevano il loro parere
in ordine alla richiesta di produzione documentale avanzata dal P.M. il 7 ottobre
antecedente ed il Tribunale dava lettura della ordinanza con la quale decideva sulla
richiesta del P.M. e sulla eccezione formulata dalla difesa di Dell’Utri il 20 ottobre
precedente.
Le udienze del 3 e 10 novembre 2003 non venivano tenute per l’assenza
dell’imputato dell’imputato Dell’Utri Marcello, ricoverato in una struttura sanitaria di
Milano per accertamenti come da certificazione richiesta dal Tribunale e fatta
pervenire via fax dalla direzione sanitaria del luogo di cura.
Nel corso delle udienze del 17 e 24 novembre 2003, il P.M. e la difesa di Dell’Utri
avanzavano richieste istruttorie ed esprimevano il loro parere su quelle proposte dalla
controparte.
All’udienza del 25 novembre 2003, il Collegio dava lettura dell’ordinanza con la
quale provvedeva in ordine alle richieste formulate dalle parti il 17 e 24 novembre
antecedenti mentre manteneva ferma la riserva formulata in ordine ad una delle
richieste avanzata dalla difesa di Dell’Utri all’udienza dell’8 luglio 2003.
Si procedeva, quindi, all’audizione del teste Damiano Antonino.
Il 1° dicembre successivo veniva assunto in esame l’on.le Gianfranco Miccichè la cui
testimonianza era stata ammessa, a richiesta della difesa di Dell’Utri, quale prova a
discarico sui fatti costituenti oggetto della prova a carico costituita dal contenuto di
alcune conversazioni ambientali intercettate nel corso delle indagini preliminari del
procedimento c.d. “Ghiaccio 2”.
Nel corso della udienza del 9 dicembre 2003, il Tribunale pronunciava ordinanza
con la quale scioglieva le riserve formulate sulle richieste avanzate dalla difesa di
Dell’Utri alle udienze dell’8 luglio e del 1° dicembre 2003.
Il 15 dicembre successivo, il Tribunale emetteva ordinanza con la quale dichiarava
inutilizzabili i tabulati telefonici sequestrati nel corso delle indagini preliminari e
l’elaborato redatto dal consulente tecnico nominato dal P.M., dott. Gioacchino Genchi,
acquisito agli atti dopo la sua deposizione.
Nel corso dell’udienza del 22 dicembre 2003, il sen. Marcello Dell’Utri prestava il
suo consenso all’acquisizione agli atti del dibattimento dei tabulati telefonici e della
consulenza tecnica redatta dal dott. Genchi, oggetto della ordinanza emessa dal
Collegio all’udienza del 9 dicembre precedente; il P.M., preso atto del consenso
prestato dall’imputato, chiedeva, in via preliminare, la revoca dell’ordinanza emessa il
9 dicembre antecedente dal Collegio e, in via subordinata, sollevava l’eccezione di

17
incostituzionalità degli artt. 4, 6 e 7 della legge 20 giugno 2003 n. 14. per violazione
degli artt. 3, 24, 25, 68, 97, 101, 111 e 112 della Costituzione.
Il difensore della costituita parte civile Provincia Regionale di Palermo aderiva alla
richiesta formulata dal P.M. in via principale.
Il difensore dell’imputato Cinà Gaetano si rimetteva al Tribunale ed anche i difensori
del sen. Dell’Utri, condividendo in toto la richiesta del loro assistito, si affidavano al
giudizio del Collegio.
Al termine dell’udienza, i difensori dei due imputati avanzavano richieste istruttorie
ex artt. 493, 495 e 507 c.p.p. sulle quali il Collegio formulava riserva di provvedere in
attesa che il P.M., il quale aveva chiesto un termine per esaminare le richieste,
esprimesse il suo parere.
All’udienza del 12 gennaio 2004, il Tribunale pronunciava ordinanza con la quale,
revocando il provvedimento emesso il 9 dicembre 2003, dichiarava utilizzabili ai fini
della decisione i tabulati relativi a contatti telefonici di utenze comunque riferibili
all’imputato Marcello Dell’Utri e la deposizione del dott. Gioacchino Genchi,
consulente del P.M., nelle parti concernenti lo sviluppo dei tabulati stessi.
Il rappresentante della Pubblica Accusa esprimeva il suo parere in ordine alle
richieste istruttorie avanzate dalle parti nel corso delle udienze del 17 giugno e 22
dicembre 2003 ed il Collegio formulava riserva che scioglieva nel corso della
successiva udienza del 13 gennaio 2004 rigettando tutte le richieste avanzate dalle parti
ad eccezione della disposta audizione del giornalista francese Jean Claude Zagdoun e
del dirigente dell’Ufficio di Polizia di Frontiera dell’aeroporto di Catania in servizio
nell’anno 2000.
All’udienza del 19 gennaio 2004, il P.M. chiedeva l’esame del collaboratore di
giustizia Giusto Di Natale ex art. 517 c.p.p. ed il Tribunale, sentito il parere delle altre
parti nel corso dell’udienza del 26 gennaio successivo, disponeva in conformità alla
richiesta istruttoria del P.M. ed ammetteva altresì l’audizione dell’imputato di reato
connesso Aragona Salvatore richiesta ex art. 507 c.p.p. dalla difesa del sen.re
Dell’Utri.
Nel corso della stessa udienza il Tribunale revocava l’ordinanza con la quale era stata
ammessa l’audizione del giornalista francese Zagdoun per la impossibilità da parte
della difesa dell’imputato Dell’Utri di citarlo a comparire in udienza e disponeva che, a
cura della cancelleria, fosse citato il funzionario dell’Ufficio di Polizia di Frontiera
dell’aeroporto di Catania, non comparso all’udienza del 19 gennaio precedente perché
ammalato.
Il 2 febbraio 2004, non aveva luogo l’esame in video-conferenza del collaboratore di
giustizia Giusto Di Natale per indisposizione fisica dello stesso mentre veniva assunta
in esame la dott. ssa Lorefice, dirigente della Polizia di Frontiera dell’aeroporto di
Catania; all’esito della sua audizione, il Tribunale disponeva, su richiesta delle parti,
l’esame di due sottufficiali della Guardia di Finanza ai quali aveva fatto riferimento la
dott.ssa Lorefice.
Nel corso dell’udienza del 3 febbraio 2004 veniva assunto in esame il dott. Salvatore
Aragona, indagato del reato p. e p. dagli artt. 110 e 416 bis c.p. nel procedimento
penale denominato “Ghiaccio 2”.

18
Il 17 febbraio 2004, veniva assunto in esame il m.llo della Guardia di Finanza
Marino Giuseppe, in servizio presso l’aeroporto di Catania, e veniva disposta visita
medica del collaboratore di giustizia Di Natale Giusto al fine di accertare se le sue
attuali condizioni fisiche gli impedissero di essere esaminato in video-conferenza.
Nel corso dell’udienza del 23 febbraio 2004, testimoniava il m.llo della Guardia di
Finanza in pensione Iacono Antonino, in servizio presso l’aeroporto di Catania dal
1990 al 1994, e veniva disposto l’accompagnamento coattivo del collaboratore di
giustizia Di Natale Giusto per essere esaminato dalle parti, avendo il medico, che
l’aveva sottoposto a visita, constatato la sua capacità di deporre in udienza.
All’udienza del 1° marzo 2004, veniva assunto in esame ex art. 210 c.p.p. il Di
Natale e la difesa dell’imputato Marcello Dell’Utri avanzava richiesta istruttoria in
ordine alla quale, acquisito il parere delle altre parti, il Tribunale formulava riserva di
provvedere.
Il 2 marzo 2004, il Tribunale scioglieva la riserva rigettando la richiesta avanzata
dalla difesa di Marcello Dell’Utri e rinviava l’udienza a quella del 15 marzo successivo
nel cui corso, rigettate le ultime richieste istruttorie avanzate dalla difesa di Dell’Utri, il
Collegio dichiarava chiusa l’indagine dibattimentale indicando gli atti utilizzabili ai
fini della decisione e disponeva procedersi alla discussione finale.
All’udienza del 5 aprile 2004 aveva inizio la requisitoria del P.M. che proseguiva in
quelle del 6, 19, 20, 26 aprile, 3, 4, 10, 11, 17, 18, 24, 31 maggio, 1 e 7 giugno 2004;
nel corso della successiva udienza dell’8 giugno, il rappresentante della Pubblica
Accusa concludeva la sua requisitoria chiedendo l’affermazione della penale
responsabilità dei due imputati in ordine ai reati loro contestati e la condanna di
Dell’Utri Marcello alla pena di anni undici di reclusione e di Cinà Gaetano alla pena di
anni nove di reclusione nonché di entrambi in solido al pagamento delle spese
processuali, del Cinà anche a quelle del suo mantenimento in carcere durante la
custodia cautelare, di ciascuno dei due imputati alle pene accessorie ed al risarcimento
dei danni in favore delle costituite parti civili.
Nel corso dell’udienza del 15 giugno 2004, i procuratori delle costituite parti civili
Provincia Regionale di Palermo e Comune di Palermo adottavano le loro conclusioni
chiedendo l’affermazione della penale responsabilità dei due imputati in ordine ai reati
contestati e la loro condanna alla pena detentiva che sarebbe stata ritenuta equa dal
Tribunale ed al risarcimento dei danni ed alla rifusione delle spese di costituzione
come da comparsa contestualmente depositata.
Il 28 giugno aveva inizio l’arringa dei difensori dell’imputato Dell’Utri Marcello e
proseguiva nel corso delle udienze del 29 giugno, 5, 6, 12, 13 e 19 luglio 2004.
Dopo l’interruzione dovuta al periodo feriale, l’arringa difensiva proseguiva nel
corso delle udienze del 20, 21, 26 e 27 settembre, 11, 12, 18, 19 (mattina e
pomeriggio), 25, 26 (mattina e pomeriggio) ottobre, 2 e 8 novembre 2004; al termine di
quest’ultima udienza la difesa del sen.re Marcello Dell’Utri concludeva la sua arringa e
chiedeva di poter formulare le richieste definitive all’inizio dell’udienza programmata
per il 15 novembre successivo.
All’udienza del 9 novembre 2004, prendeva la parola il difensore del prevenuto
Gaetano Cinà e, al termine dell’arringa, concludeva il suo intervento chiedendo

19
l’assoluzione del suo assistito dalle imputazioni contestategli con l’ampia formula
liberatoria “perché i fatti non sussistono”.
All’inizio dell’udienza del 15 novembre 2004, la difesa del sen.re Marcello Dell’Utri
adottava le sue definitive conclusioni chiedendo che il Tribunale assolvesse il suo
assistito dalle imputazioni contestategli con la formula ampiamente liberatoria “perché
i fatti non sussistono”.
Il Collegio dava, quindi, lettura dell’ordinanza con la quale provvedeva sulle
richieste istruttorie avanzate dalla difesa di Marcello Dell’Utri e dal P.M. alle udienze
del 29 settembre e 12 ottobre 2004 (v. verbali di causa ed ordinanza allegata al verbale
del 15 novembre 2004).
Aveva, quindi, inizio la replica del P.M., che proseguiva nel corso dell’udienza del
16 novembre successivo.
Nel corso delle udienze del 22 e 29 novembre 2004 replicava la difesa dell’imputato
Marcello Dell’Utri, il quale prendeva la parola per ultimo nel corso della stessa
udienza del 29 novembre 2004.
Dichiarato chiuso il dibattimento, il Collegio si ritirava in camera di consiglio per
deliberare.
L’11 dicembre 2004 il Tribunale dava lettura del dispositivo della sentenza.

MOTIVI DELLA DECISIONE


Prima di procedere alla disamina ed alla valutazione degli elementi di prova acquisiti ad
iniziativa delle parti nel corso della lunga, complessa ed articolata indagine
dibattimentale, protrattasi per circa 300 udienze, appare opportuno ed anzi necessario,
ai fini di dare contezza dell’iter logico seguito dal Collegio e dei criteri interpretativi ai
quali si è attenuto per addivenire alla decisione finale, ripercorrere l’excursus
giurisprudenziale della Suprema Corte di Cassazione che, più volte chiamata a
pronunciarsi sugli elementi costitutivi dei reati contestati ai due imputati, ha emesso
numerose pronunce con le quali ha progressivamente delineato l’ambito di applicazione
delle due fattispecie delittuose ed, in particolare, di quella che sanziona il concorso
esterno nel reato di associazione per delinquere di tipo mafioso.
Inoltre, il Collegio ha ritenuto di attenersi, non ravvisando motivo alcuno per
discostarsene, all’ormai consolidato indirizzo giurisprudenziale della Suprema Corte in
ordine ai criteri di valutazione della prova ex art. 192 c.p.p.

20
IL REATO DI ASSOCIAZIONE PER DELINQUERE
(ART.416 C.P.)

La ragione fondamentale per cui il legislatore ha configurato, come autonomo titolo di


reato, il delitto di associazione per delinquere consiste nel pericolo per l’ordine pubblico
determinato dalla permanenza del vincolo associativo tra più persone legate da un
comune e condiviso fine criminoso.
I fondamentali elementi oggettivi del reato sono:
un vincolo associativo, “l’affectio societatis sceleris”, tendenzialmente permanente, o
comunque stabile, la cui esistenza può essere desunta anche da facta concludentia (quali
la continuità, la frequenza, l’intensità dei rapporti trai sodali, la predisposizione dei
mezzi finanziari), destinato a durare anche oltre la realizzazione dei delitti
concretamente programmati e caratterizzato dalla consapevolezza di ciascun associato
di far parte del sodalizio e di partecipare, con il proprio contributo causale, alla
realizzazione di un duraturo e condiviso programma criminale;
l’indeterminatezza del programma delittuoso, elemento che distingue tale reato
dall’accordo che sorregge il concorso di persone nel reato, che non viene meno per il
solo fatto che l’associazione sia finalizzata esclusivamente alla realizzazione di reati di
un medesimo tipo o natura, giacchè essa attiene al numero, alle modalità, ai tempi, agli
obiettivi dei delitti integranti eventualmente anche un’unica disposizione di legge, e non
necessariamente alla diversa qualificazione giuridico-penalista dei fatti programmati;
una struttura organizzativa, sia pur minima, ma idonea, e soprattutto adeguata a
realizzare gli obiettivi criminosi perseguiti, essendo sufficiente anche una semplice e
rudimentale predisposizione di mezzi, con apprestamento degli stessi anche nel corso
della permanenza del vincolo associativo, purchè capace di soddisfare le esigenze
richieste dalla esecuzione dei fatti criminosi programmati.
Il delitto de quo si configura certamente a “forma libera” nel senso che qualsiasi
azione, in qualunque modo eseguita (purchè dotata di efficacia causale rispetto
all’evento tipico), è costitutiva della materialità del fatto.
Ciò non toglie che nell’ambito della distribuzione dei compiti caratterizzante ogni
struttura associativa finalizzata ad uno scopo – ed integrante il quadro di riferimento
della condotta tipica – non si debba concretamente individuare e specificare la parte
svolta da ciascun compartecipe, cioè il contributo, anche minimo ma non insignificante,
apportato alla vita della struttura in vista del perseguimento del suo scopo.
Il numero minimo degli associati previsto dalla legge per la configurabilità del reato
(tre persone) deve essere valutato in senso oggettivo ossia come componente umana
effettiva ed esistente nel sodalizio e non con riferimento al numero degli imputati nel
processo: ne consegue che integra il reato de quo anche la partecipazione dei
compartecipi rimasti ignoti, giudicati a parte o deceduti.

21
Peraltro, l’esistenza di una realtà associativa, anche dal punto di vista numerico, dalle
attività svolte, perché da esse può emergere in concreto una distribuzione di compiti
necessariamente estesa a più di due persone.
Per quanto concerne l’elemento soggettivo del reato di cui all’art. 416 c.p., va
osservato che il dolo del delitto di partecipazione, semplice o qualificata, ad una
associazione per delinquere non consiste soltanto nella coscienza e volontà di apportare
quel contributo richiesto dalla norma incriminatrice, ma, trattandosi di un reato a
concorso necessario ed a dolo specifico, nella consapevolezza, anche, di partecipare e di
contribuire attivamente con esso alla vita di una associazione nella quale i singoli
partecipi, con pari coscienza e volontà, fanno convergere i loro contributi, come parte di
un tutto, alla realizzazione del programma comune.

IL REATO DI CUI ALL’ART. 416 BIS C. P.


Nel vigente diritto penale in tema di reati associativi si rileva che, nell’ambito di
ciascuna delle previsioni normative, sono distinte tre ipotesi diverse di reato.
Una concernente i promotori, gli organizzatori ed i fondatori del sodalizio criminoso,
che attiene a condotte ben determinate, le quali, però non presuppongono
necessariamente la qualità di socio.
La seconda, anch’essa di contenuto ben determinato, che riguarda la direzione
dell’associazione, cioè coloro che non possono non essere parte del consorzio criminoso
all’interno del quale assumono una posizione di preminenza, di capi.
Ed, infine, la condotta dei semplici soci.
Riferendosi al mero status di socio, il legislatore indica due comportamenti: il
“partecipare” o il “far parte”, con una prevalenza del primo rispetto a quello espresso
dalla locuzione verbale, che è utilizzata soltanto a proposito dell’associazione per
delinquere di tipo mafioso.
Scorrendo la giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione, sviluppatasi nella
interpretazione delle varie norme che concernono il fenomeno associativo criminoso, si
trova puntualizzata in maniera costantemente conforme la condotta di partecipazione,
intendendosi come tale la condotta di colui che entra in rapporto con l’associazione,
traendone giovamento o fornendo alla stessa un effettivo contributo, anche minimo o di
qualsiasi forma e contenuto, ma indispensabile al mantenimento in vita della struttura
ed al perseguimento degli scopi della stessa.
Si tratta di una lettura del dettato normativo conforme anche al significato letterale del
termine “partecipare”, che incorpora il verbo latino “capio-capis-ceptum-capere”, e che
esprime l’azione di colui che “prende” parte attiva alla vita del gruppo, condividendone
le utilità, i fini, le azioni, i risultati.
Quanto, invece, al “far parte”, il diverso contenuto di questa condotta emerge
chiaramente allorché la giurisprudenza si sofferma ad un raffronto tra l’associazione per
delinquere comune, nella cui previsione quanto agli associati è fatto riferimento al
“partecipare”, e l’associazione di tipo mafioso, che prende, invece, in considerazione il
“far parte” del soggetto associato.
“Nel caso di associazione di tipo mafioso, differenziandosi essa dalla comune
associazione per delinquere per la sua peculiare forza di intimidazione, derivante dai

22
metodi usati e dalla capacità di sopraffazione, a sua volta scaturente dal legame tra gli
associati, il detto contributo può essere costituito anche dalla dichiarata adesione alla
associazione da parte del singolo, il quale presti la sua disponibilità ad agire come
“uomo d’onore” ai fini anzidetti” (C. 24.6.1992, Alfano, G.P. II 265).
Analoga interpretazione si rinviene anche in più recenti arresti della Suprema Corte di
Cassazione, nei quali si ribadisce la rilevanza della assunzione della qualifica di “uomo
d’onore” quale dimostrazione della piena partecipazione al sodalizio criminoso, nel
senso che anche la mera adesione, per la totale soggezione a regole e comportamenti
che questa comporta, rappresenta un contributo causale, e, quindi, una partecipazione
alla esistenza e al rafforzamento del sodalizio criminoso (C. 30.9.1994, Di Martino,
CED 199946; C. 28.1.00, Oliveri, Diritto e Giustizia, 2000 f 2361).
La condotta indicata nell’art. 416 bis comma 1 c.p., con la locuzione verbale “chi fa
parte” riguarda il rapporto tra associato ed associazione criminosa, che rispecchia, per le
peculiarità proprie dell’associazione mafiosa, un tal grado di compenetrazione del
soggetto nell’organismo criminoso da non potere escludere la rilevanza penale della sua
adesione (C. 1.9.1994, Graci, Cass. Pen. 1995, 539; C. ss.uu. 5.10.1994, Dimitry, Cass.
Pen,,1995, 842).
Per provare questo “far parte” non vale porsi alla ricerca di formalismi di iniziazione,
che possono anche mancare in alcune associazioni mafiose e che rappresentano soltanto
note di colore interne al gruppo (ad esempio, la c.d. “punciuta”), prive di sicuro rilievo
probatorio, per la qual cosa nella pratica giudiziaria la dimostrazione della adesione
avviene attraverso la prova della partecipazione attiva nella quale ha trovato
estrinsecazione lo status di associato mafioso.
L’associazione di tipo mafioso, al pari dell’associazione per delinquere di cui all’art.
416 c.p., richiede l’esistenza di una pluralità di soggetti attivi, trattandosi di fattispecie
plurisoggettiva necessaria, una organizzazione che può avere una maggiore o minore
articolazione ed un programma volto alla realizzazione di uno dei fini, alternativamente
previsti e descrittivamente enunciati, nel tipo raffigurato dalla norma incriminatrice.
Le novità di maggior rilievo della figura delittuosa, secondo la previsione dell’art. 416
bis c.p., che la distingue dall’art. 416 c.p., sono essenzialmente due:
l’eterogeneità degli scopi perseguiti dall’associazione e, quindi, dell’oggetto del
programma criminoso;
il ricorso alla forza di intimidazione dell’associazione, per il conseguimento dei fini
propri della medesima.
Il requisito della forza di intimidazione del vincolo associativo, che costituisce l’ “in
sé” dell’associazione di tipo mafioso e delle altre a questa assimilabili, dalla quale
deriva, in forza del dato normativo, la condizione di assoggettamento e di omertà degli
stessi associati e dei terzi, non è una modalità della condotta associativa, ma un
elemento strumentale, come sottolineato dal significato del verbo “si avvalgono”, ma
non deve necessariamente essere utilizzata dai singoli associati, né deve
necessariamente estrinsecarsi, di volta in volta, in atti di violenza fisica o morale, per il
raggiungimento dei fini alternativamente previsti dalla disposizione incriminatrice.
Per l’integrazione del delitto di cui all’art. 416 bis c.p., che il legislatore ha
configurato quale reato di pericolo, è sufficiente che il gruppo criminale considerato sia

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potenzialmente capace di esercitare intimidazione, e come tale sia percepito all’esterno,
non essendo di contro necessario che sia stata effettivamente indotta una condizione di
assoggettamento ed omertà nei consociati attraverso il concreto esercizio di atti
intimidatori.
Questo perché ciò che caratterizza, sul piano descrittivo e su quello ontologico,
l’associazione di tipo mafioso, secondo il modello legale, è la condizione di
assoggettamento (che implica uno stato di soggezione, derivante dalla convinzione di
essere esposti ad un concreto ed ineluttabile pericolo di fronte alla forza
dell’associazione) e di omertà che consiste in una forma di solidarietà, che ostacola o
rende più difficoltosa l’opera di prevenzione e di repressione che dal vincolo
associativo deriva per il singolo, all’esterno, ma anche all’interno dell’associazione.
Tuttavia, si è anche opinato che, per l’integrazione del delitto di cui all’art. 416 bis
c.p. (configurato dal legislatore quale reato di pericolo), è sufficiente che il gruppo
criminale considerato sia potenzialmente capace di esercitare intimidazione, e come tale
sia percepito all’esterno, non essendo di contro necessario che sia stata effettivamente
indotta una condizione di assoggettamento ed omertà nei consociati attraverso il
concreto esercizio di atti intimidatori ( C. 25.6.2003, Di Donna, 2004).
La condotta di partecipazione all’associazione di tipo mafioso consiste, come si è
avuto già modo di evidenziare, nel “fare parte” dell’associazione, cioè nell’esserne
divenuto membro attraverso una adesione alle regole dell’accordo associativo ed un
inserimento, di qualunque genere, nell’organizzazione, con carattere di permanenza.
Inoltre, l’adesione deve trovare un riscontro da parte dell’associazione, nel senso che
questa a sua volta deve riconoscere la qualità di associato alla persona che ha
manifestato l’adesione.
Non occorrono atti formali o prove particolari dell’ingresso nell’associazione, che può
avvenire nei modi più diversi ed anche solo mediante una adesione di qualunque
genere ricevuta dal capo, ma occorre che un ingresso ci sia stato, che cioè una persona
sia divenuta “parte” dell’associazione, e non è sufficiente che con l’associazione essa
sia entrata in rapporti trovandone giovamento o fornendo un contributo fattivo ad alcuni
associati.
La condotta di partecipazione ad una associazione per delinquere, per essere punibile,
non può esaurirsi in una manifestazione positiva di volontà del singolo di aderire
all’associazione che si sia già formata, occorrendo invece la prestazione, da parte della
stesso, di un effettivo contributo, che può essere anche minimo e di qualsiasi forma e
contenuto, purchè destinato a fornire efficacia al mantenimento in vita della struttura o
al perseguimento degli scopi di essa.
Nel caso dell’associazione di tipo mafioso, differenziandosi questa dalla comune
associazione per delinquere per la sua peculiare forza di intimidazione, derivante dai
metodi usati e dalla capacità di sopraffazione, a sua volta scaturente dal legame che
unisce gli associati (ai quali si richiede di prestare, quando necessario, concreta attività
diretta a piegare la volontà dei terzi che vengano a trovarsi in contatto con
l’associazione e che ad essa eventualmente resistano), il detto contributo può essere
costituito anche dalla dichiarata adesione all’associazione da parte del singolo, il quale
presti la sua disponibilità ad agire come un “uomo d’onore” ai fini anzidetti.

24
In altri termini, è partecipe, nel senso richiesto dall’art. 416 bis c.p., chiunque,
all’interno della organizzazione e quindi non in modo occasionale, esplichi una
qualunque attività, anche di importanza secondaria, che ridondi a vantaggio
dell’associazione considerata nel suo complesso, con la consapevolezza e la volontà di
associarsi allo scopo di contribuire all’attuazione del programma dell’organizzazione,
senza, però, che sia necessario che tale fine egli persegua direttamente.
La mancanza di atti costitutivi o di formali iscrizioni tipica delle organizzazioni di
tipo mafioso, nonché la loro connaturata segretezza, comportano che alle stesse non
possano essere applicati rigidi schemi di identificazione e che le qualifiche assunte e le
funzioni svolte possano essere le più disparate, con compartimentazioni interne che non
consentono o addirittura escludano la conoscenza tra loro di tutti gli associati.
Pertanto, il ruolo di un partecipante o di più partecipanti può consistere anche e
soltanto nello svolgimento di una mera attività di intermediazione, potendo apparire
indispensabile, ai fini della realizzazione del comune e divisato programma delittuoso,
che si presentino come distinte ed autonome operazioni invece strettamente e
necessariamente collegate.

IL CONCORSO ESTERNO NEL REATO ASSOCIATIVO

A far data dal 1994 la Suprema Corte di Cassazione ha emesso le più significative
sentenze che affrontano il problema, al quale ha dato però risposte positive ma
modulate in maniera diversa, della ammissibilità del concorso esterno od eventuale in
associazione mafiosa al fine di stabilire sino a che punto sia possibile compartecipare
senza essere associato, o meglio, partecipare, conservando la posizione di estraneità
rispetto al gruppo criminoso.
Secondo una di tali pronunce, vi sarebbe spazio per configurare il concorso esterno
soltanto nei confronti dei soggetti diversi da quelli richiesti per numero minimo legale
(concorso necessario).
Ne deriva che è giuridicamente corretto contestare il concorso ex art. 110 c.p. a
coloro i quali nell’associazione per delinquere comune o di tipo particolare si
aggiungono ai concorrenti necessari per svolgere attività di cooperazione, istigazione,
aiuto e simili.
Attesa la concezione monistica del concorso di persone nel reato accolta dal nostro
ordinamento e non essendo, d’altra parte, consentito all’ermeneuta di violare il principio
di legalità di cui all’art. 1 c.p., è necessario, tuttavia, che le condotte dei concorrenti
eventuali risultino finalisticamente orientate verso l’evento tipico di ciascuna figura
criminosa, in quanto solo queste convergenze e coincidenze volitive permettono di
attribuire rilevanza penale a compartimenti i quali, avulsi dal contesto e singolarmente
considerati, esulerebbero dall’attività esecutiva del reato come descritta dalla norma
incriminatrice considerata, integrando eventualmente gli estremi di reati diversi.
Nell’associazione di tipo mafioso è, pertanto, necessario, sotto il profilo materiale,
che il concorrente eventuale abbia posto in essere una condotta indicativa o
dimostrativa, a seconda della fase processuale, della sua disponibilità a partecipare
all’associazione e coerente con le peculiari finalità della medesima; e, sotto il profilo

25
morale, che abbia agito con la coscienza e volontà di far parte del sodalizio (dolo
generico) e allo scopo di realizzare il particolare programma delinquenziale (dolo
specifico).
Pertanto, in difetto di tali condizioni e di specifiche previsioni legislative le attività di
semplice supporto, agevolazione, fiancheggiamento, compartecipazione nei singoli
reati-fine, non possono farsi rientrare, a titolo di concorso “esterno”, nello schema delle
norme incriminatici che prevedono reati di associazione (C. 23.8.94, Amato, CP 94,
2678).
In altra occasione la Suprema Corte si è orientata verso una ammissibilità del
concorso esterno limitato al concorso morale, precisando che “….l’ipotesi concorsuale
ai sensi dell’art. 110 c.p. non trova ingresso nello schema dell’art. 416 c.p. al di là del
concorso morale e limitatamente ai soli casi di determinazione od istigazione a
partecipare od a promuovere, costituire, organizzare l’associazione per delinquere.
Pertanto, una condotta che concretamente favorisce l’attività ed il perseguimento degli
scopi sociali posta in essere da un soggetto esterno al sodalizio, non potrà essere
ritenuta condotta di partecipazione al reato associativo ove non sia accompagnata, non
dalla mera connivenza, bensì dalla coscienza e volontà di raggiungere attraverso quegli
atti, anche di per sé leciti, pur i fini presi di mira dall’associazione e fatti propri,
trattandosi, in tal caso, non già di concorso nel reato associativo, bensì di attività che
realizza, perfezionandosi l’elemento soggettivo e quello oggettivo, il fatto tipico
previsto dalla norma istitutiva della fattispecie associativa (C. 18.3.1994, Mattina, 1994,
2685).
In altra decisione, che è poi quella alla quale si è fatto più spesso riferimento, la Corte
di Cassazione ha opinato nel senso che la condotta e l’atteggiamento psicologico del
partecipe non siano perfettamente sovrapponibili alla condotta ed all’atteggiamento
psicologico del concorrente eventuale, in quanto questi non pone in essere una condotta
tipica, ma una condotta atipica che contribuisce atipicamente alla realizzazione della
condotta tipica posta in essere da altri.
Nell’ambito di questo indirizzo, secondo il quale il contributo atipico del concorrente
potrebbe essere tanto morale che materiale, si afferma, sottolineando la diversità dei
ruoli tra il partecipe alla associazione ed il concorrente eventuale materiale, che, mentre
il primo “…è colui senza il cui apporto quotidiano o, comunque, assiduo l’associazione
non raggiunge i suoi scopi o non li raggiunge con la dovuta speditezza, il che apre la
strada ad una vasta gamma di possibili partecipi, che vanno da coloro che si sono
assunti o ai quali sono stati affidati compiti di maggiore responsabilità – i promotori, gli
organizzatori, i dirigenti – a quelli con responsabilità minori o minime, ma il cui
compito è o è pure necessario per le fortune dell’associazione…. il concorrente esterno
è, invece, per definizione, colui che non vuole fare parte dell’associazione e che
l’associazione non chiama a fare parte, ma al quale si rivolge sia, ad esempio, per
colmare vuoti temporanei in un determinato ruolo, sia soprattutto…nel momento in cui
la fisiologia dell’associazione entra in fibrillazione, attraversa una fase patologica, che,
per essere superata, esige il contributo temporaneo, limitato di un esterno (S.U.,
5.10.1994, Dimitry, 1995, 842).

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Quanto al dolo, la Suprema Corte di Cassazione ha osservato che”….ai fini della
configurabilità, sul piano soggettivo, del concorso esterno nel delitto associativo, non si
richiede, in capo al concorrente, il dolo specifico proprio del partecipe, dolo che
consiste nella consapevolezza di fare parte dell’associazione e della volontà di
contribuire a tenerla in vita e a farle raggiungere gli obiettivi che si è prefissa, bensì
quello generico, consistente nella coscienza e volontà di dare il proprio contributo al
conseguimento degli scopi dell’associazione (S.U., 27.9.1995, Mannino, 1996, 1087).
In altra e più recente decisione, la Suprema Corte regolatrice ha statuito che, in tema
di reati associativi, (nella specie, associazione di tipo mafioso), è configurabile il
concorso c.d. “esterno” nel reato in capo alla persona che, priva dell’affectio societatis e
non inserita nella struttura organizzativa del sodalizio, fornisce un contributo concreto,
specifico, consapevole e volontario, a carattere indifferentemente occasionale o
continuativo, purchè tale contributo abbia una effettiva rilevanza causale ai fini della
conservazione o del rafforzamento dell’associazione e l’agente se ne rappresenti, nella
forma del dolo diretto, l’utilità per la realizzazione, anche parziale, del programma
criminoso ( S.U. 30.10.2002, Carnevale, CED 224181).
Alla luce dell’evoluzione giurisprudenziale in materia, è di tutta evidenza che non vi
possono essere difficoltà né logiche né giuridiche per ammettere il concorso esterno,
morale o materiale, in quelle condotte che sono diverse od aggiuntive rispetto allo status
di socio, specificatamente indicate nell’organizzare, promuovere, costituire e dirigere.
Ed una recente sentenza della Corte regolatrice ha statuito che la partecipazione ad
associazione mafiosa e concorso esterno non rappresentano due ipotesi criminose
diverse, ma distinte modalità della partecipazione criminosa (C. 1-18.3.2005, n.10881).
In ultimo, va segnalata la recentissima pronuncia della Sez. VI della Corte di
Cassazione del 6 aprile-20 maggio 2005 n.19395, in tema di concorso esterno in
associazione di tipo mafioso, con la quale è stato ribadito quanto già affermato dalle
Sezioni Unite con la sentenza Carnevale del 30 ottobre 2002, alla quale il Collegio si è
richiamato in precedenza.
RAPPORTI TRA L’ART. 416 C. P. E L’ART. 416 BIS C. P.
SUCCESSIONE DI LEGGI

Si è avuto modo di rilevare che il metodo mafioso costituisce l’elemento specializzante


della fattispecie prevista e punita dall’art. 416 bis c.p., introdotta dalla legge Rognoni-
La Torre del 13 settembre 1982 n. 646, rispetto all’associazione per delinquere di tipo
comune di cui all’art. 416 c.p.
La condotta riferita a gruppo delinquenziale costituito ed operante da tempo, nella
quale la riscontrata adozione del metodo mafioso era penalmente indifferente prima
dell’entrata in vigore della richiamata norma (salvo che fossero stati commessi dagli
associati dei reati nei quali la minaccia o l’intimidazione fossero elementi costitutivi o
circostanze aggravanti), ha assunto rilievo specializzante a decorrere dalla suddetta
data, nel senso che l’accertato utilizzo del metodo mafioso determina la punibilità dei
sodali nei termini della nuova fattispecie delittuosa.
In tale ipotesi, l’effetto di assorbimento, in applicazione dell’art. 15 c.p., del reato
meno grave in quello più grave trova la sua ragion d’essere non nell’applicazione delle

27
norme sul reato progressivo – giacchè la progressione tra le due fattispecie penali di cui
agli artt. 416 e 416 bis c.p. è nella successione delle leggi e non nelle condotte
penalmente sanzionabili – bensì nella considerazione della loro comune natura
permanente e degli elementi comuni e specializzanti della più grave figura di reato
rispetto a quella relativamente meno grave.
L’applicabilità dell’art. 416 bis c.p. si estende anche alle condotte che, obiettivamente
inquadrabili nelle previsioni di detta norma, siano state poste in essere prima della sua
entrata in vigore e proseguite in epoca successiva, senza che ciò comporti violazione
dell’art. 2 c.p., non verificandosi in tal caso il fenomeno della retroattività, ma solo
quella naturale operatività della nuova specificante qualificazione di una medesima
condotta la quale, per la parte pregressa, rimarrebbe autonomamente sanzionabile, con
detrimento per l’imputato in base alla più generica norma incriminatrice preesistente
costituita dall’art. 416 c.p.

LA VALUTAZIONE DELLA PROVA


LA CHIAMATA DI CORREO EX ART. 192 C.P.P.

La decisione che il Tribunale ha adottato si è fondata anche su numerose dichiarazioni


di persone imputate in procedimenti connessi a norma dell’art. 12 e di persone imputate
di un reato collegato a quello per cui si è proceduto, nel caso previsto dall’art. 371,
comma 2, lettera b) c.p.p..
Pertanto, appare opportuno procedere ad un breve “excursus” in ordine alla
valutazione della c.d. “chiamata di correo”, alla luce dell’evoluzione della
giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione in questi ultimi anni.
L’art. 192 c.p.p. dispone, al terzo comma, che: “Le dichiarazioni rese dal coimputato
del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso a norma
dell’articolo 12 sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano
l’attendibilità”.
Detta norma ha così posto una forma di presunzione di inattendibilità delle persone
indicate nel comma 3° (come in quello successivo) che può essere superata solo con una
valutazione unitaria di tutti gli altri elementi probatori.
In considerazione della sua collocazione tra le disposizioni generali sulle “prove”, alla
dichiarazione del correo è stata riconosciuta, dunque, la natura di prova legale
rappresentativa, sulla cui base può essere emessa una sentenza di condanna purchè sia
stata valutata “unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano
l’attendibilità”.
Una completa ed esaustiva valutazione della chiamata richiede l’approfondita
disamina della credibilità soggettiva del dichiarante in ordine alla condotta tenuta
insieme all’accusato oppure soltanto da questi, eventualmente in concorso con altri
soggetti.

28
Si richiede, al riguardo, che la chiamata risponda a determinati requisiti indefettibili,
quali la coerenza, la precisione, la costanza e la spontaneità, e sia scevra da qualsiasi
“interesse” o “scopo” personale da perseguire.
In proposito, si potrebbe obiettare che tutti i collaboratori di giustizia nutrano un
qualche “interesse” accusando altri soggetti o per sottrarsi in parte alle pesanti
conseguenze penali dei delitti, anche gravissimi, commessi quando erano “in attività” o
per conseguire i benefici concessi da leggi premiali.
Dunque, le loro propalazioni, inquinate da basso tornaconto personale, non
dovrebbero essere presa nella ben che minima considerazione, secondo un “ritornello”
fatto proprio anche dalle difese dei due imputati in questo processo.
Ma l’intervenuta legislazione premiale, la quale ha previsto la concessione di tutta una
serie di benefici ai collaboratori di giustizia graduata sulla importanza del loro apporto
di conoscenze sulle associazioni per delinquere di appartenenza, non può far ritenere
che la sua approvazione ed entrata in vigore abbia dato vita ad una sorta di presunzione
di non credibilità sol perché esiste un potenziale “interesse” a beneficiarne.
Ed allora, sembra al Collegio che l’auspicato “disinteresse” non vada inteso come
mancanza di fini personali ma, invece, come “indifferenza” rispetto alla posizione
processuale del soggetto “chiamato” in correità o in “reità”.
Peraltro, nessuna disposizione di legge richiede il “pentimento” effettivo del
dichiarante, quasi fosse rimasto folgorato “sulla via di Damasco”, il quale può essersi
indotto a collaborare per i più svariati motivi, in quanto la concessione di benefici ai c.
d. “pentiti” è subordinata al conferimento di un concreto e riscontrato contributo alle
indagini.
In tal senso la Suprema Corte di Cassazione la quale, in un arresto giurisprudenziale,
ha statuito:
“ In tema di dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia, il c.d. “pentimento”,
collegato nella maggior parte dei casi a motivazioni utilitaristiche ed all’intento di
conseguire vantaggi di vario genere, non può essere assunto ad indice di una
metamorfosi morale del soggetto già dedito al crimine, capace di fondare un’intrinseca
attendibilità delle sue propalazioni.
Ne consegue che l’indagine sulla credibilità del c.d. “pentito” deve essere compiuta
dal giudice non tanto facendo leva sulle qualità morali della persona – e quindi sulla
genuinità del suo pentimento – bensì attraverso l’esame delle ragioni che possono
averlo indotto alla collaborazione e sulla valutazione dei suoi rapporti con i chiamati in
correità, nonché sulla precisione, coerenza, costanza e spontaneità delle
dichiarazioni”(C. 17 marzo 1997, Cipolletta, 1997, n. 6954).
Ed ancora, in tema di valutazione delle dichiarazioni accusatorie rese da collaboratori
di giustizia, altra sentenza della Suprema Corte di Cassazione ha statuito che è del tutto
inconferente la considerazione che costoro, essendo normalmente autori di reati di una
certa gravità, mirino alla fruizione di misure premiali in funzione della collaborazione
prestata, dovendo invece farsi riferimento, ai fini della verifica della loro attendibilità
soggettiva, ad altri parametri, quali la spontaneità delle dichiarazioni, la persistenza
delle medesime, la specifica puntualità nella descrizione dei vari fatti; elementi, questi,

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in presenza dei quali resta irrilevante anche il motivo, per il quale i collaboranti si sono
indotti a formulare le loro accuse (C. 6.5.1994, Siciliano, CED 198079).
Si è anche affermato che la credibilità delle dichiarazioni accusatorie rese da taluno
dei soggetti indicati nei commi 3 e 4 dell’art. 192 c.p.p. non è da considerarsi, di per sé,
necessariamente esclusa dal solo fatto che dette dichiarazioni siano state precedute dalla
conoscenza che il soggetto ha o può avere avuto di simili dichiarazioni già rese da altro
coimputato.
Ed ancora, è perfettamente legittima la valutazione frazionata delle dichiarazioni
accusatorie provenienti da taluno dei soggetti indicati ai commi 3 e 4 dell’art. 192
c.p.p., con attribuzione, quindi, di piena attendibilità e valenza probatoria a tutte e solo
quelle parti di esse che risultino suffragate da idonei elementi di riscontro esterni (C.
30.1.1992, Altadonna CP 93, 2585; C. 20.1.00, Ferrara, CP 01, 1877; C. 18.2.00,
Orofino, CP 01, 1454).
Conclusivamente, può ritenersi un indirizzo giurisprudenziale ormai consolidato
quello che, in tema di valutazione della prova, riconosce valore di prova diretta contro
l’accusato alla chiamata di correo che risponda a tre requisiti, che devono essere
accertati dal giudice, e che consistono:
nell’attendibilità del dichiarante (confidente ed accusatore), valutata in base a dati e
circostanze attinenti direttamente alla sua persona, quali il carattere, il temperamento, la
vita anteatta, i rapporti con l’accusato, la genesi e i motivi della chiamata di correo;
nell’attendibilità intrinseca della chiamata di correo, desunta da dati specifici e non
esterni ad essa, quali la spontaneità, la verosimiglianza, la precisione, la completezza
della narrazione dei fatti, la concordanza tra le dichiarazioni rese in tempi diversi, ed
altri dello stesso tenore;
nell’esistenza di riscontri esterni, ovvero di elementi di prova estrinseci, da valutare
congiuntamente alla chiamata di correo, per confermare l’attendibilità, al cui esame,
peraltro, non si può procedere se persistono dubbi sulla credibilità del dichiarante o
sulla attendibilità intrinseca delle sue dichiarazioni (C. 18.1.00, Orlando, CED 2160
47).
L’esame da parte del giudice dei richiamati requisiti della chiamata di correo deve
essere compiuto secondo l’indicato ordine logico perché non è consentito procedere ad
una valutazione unitaria della chiamata in correità e degli “altri elementi di prova che ne
confermano l’attendibilità” se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si
addensano sulla chiamata in sé, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad
essa (SU 21.10 92, Marino, CP 93, 1939).
I riscontri esterni, non predeterminati nella specie e qualità, possono essere, in via
generale, di qualsiasi tipo e natura, tratti sia da dati obiettivi, quali fatti e documenti, sia
da dichiarazioni di altri soggetti, purchè siano idonei a convalidare aliunde
l’attendibilità dell’accusa, tenuto anche presente, comunque, che oggetto della
valutazione di attendibilità da riscontrare è la complessiva dichiarazione concernente un
determinato fatto od episodio criminoso, nelle sue componenti oggettive e soggettive, e
non ciascuno dei particolari riferiti dal dichiarante (C. 1.3.94, Lai, CP 95, 335).
Ma l’elemento di riscontro non deve necessariamente consistere in una prova distinta
della colpevolezza del “chiamato”, perché altrimenti diverrebbe ultronea la

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testimonianza del correo; esso deve comunque consistere in un dato certo che, pur non
avendo la capacità di mostrare la verità del fatto, oggetto di dimostrazione, sia tuttavia
idoneo ad offrire garanzie obiettive e certe circa l’attendibilità di chi lo ha riferito.
Ne consegue che tale dato non deve necessariamente concernere il “thema
probandum”, in quanto esso deve valere solo a confermare “ab extrinseco”
l’attendibilità delle chiamate in correità, dopo che questa sia stata attentamente e
positivamente verificata nell’intrinseco quanto al dichiarato ed al dichiarante (C.
22.1.1997, Dominante, CP 99, 1573).
E se il riscontro è costituito, come spesso accade, da altra chiamata di correo, non è
necessario che questa, a sua volta, sia convalidata da ulteriori elementi esterni giacchè,
in tal caso, si sarebbe raggiunta la prova desiderata e non sarebbe necessaria altra
operazione di comparazione o verifica.
Diversamente opinando, sarebbe come pretendere l’autosufficienza probatoria del
riscontro e rendere ultronea la chiamata di correo.

PARTE PRIMA

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CAPITOLO 1°
MARCELLO DELL’UTRI NEGLI ANNI ‘60
Al fine di meglio delineare la persona dell’imputato Marcello Dell’Utri, appare
opportuno soffermarsi sul periodo che ha preceduto l’assunzione dello stesso alle
dipendenze dell’imprenditore Silvio Berlusconi nei primi anni ’70, sulla base delle
informazioni fornite dallo stesso imputato nel corso delle sue spontanee dichiarazioni e
in ultimo nel corso della udienza del 29/11/2004.
Marcello Dell’Utri, nel 1961, all’età di venti anni, lascia Palermo per andare a
studiare alla Statale di Milano dove conosce Silvio Berlusconi, con il quale fraternizza
fin dal primo giorno e insieme fondano una squadra di calcio, la Torrescalla, dal nome
del college universitario dell’Opus Dei nel quale Dell’Utri risiede.
Nel 1966 l’imputato è chiamato a dirigere un centro sportivo dell’Opus Dei e si
trasferisce a Roma, città che lascia nel 1970 quando fa rientro a Palermo, perché
richiamato dalla grave malattia di cui è afflitto il padre.
In quell’anno viene assunto alla Cassa di Risparmio delle Province Siciliane e dal 2
febbraio 1970 al 25 febbraio 1971 presta servizio a Catania, dove frequenta un corso di
preparazione ai servizi bancari per i nuovi assunti.
Il 25 febbraio 1971 l’imputato inizia a lavorare presso l’agenzia di Belmonte
Mezzagno, un piccolo comune in provincia di Palermo, e, il 14 maggio 1973, viene
trasferito alla Direzione Generale di Palermo, Servizio di Credito Agrario.
Non coincide con la ricostruzione fornita dall’imputato il dato fornito, nel corso
della udienza dibattimentale del 3 dicembre 1999, dal teste M.llo Ciuro, il quale,
riferendo in merito al questionario presentato dallo stesso Dell’Utri per l’assunzione
presso la CCRVE, ha richiamato l’indicazione di un precedente rapporto di lavoro
svolto negli anni ’64-’65 presso la Edilnord come segretario di Berlusconi .
E’ questa, però, una divergenza secondaria che non refluisce in alcun modo
sull’accertamento dei fatti per cui è processo.
Una volta rientrato a Palermo, Marcello Dell’Utri riprende i rapporti con la società
calcistica Bacigalupo, società che lui stesso (v. dichiarazioni spontanee del 29
novembre 2004), aveva contribuito a fondare già nell’anno 1957, all’età di 16 anni.

LA CONOSCENZA CON CINA’GAETANO e MANGANO VITTORIO

E’ proprio nell’ambito di quella società calcistica che, secondo quanto riferito


dall’imputato fin dalle sue prime dichiarazioni, avrebbe avuto origine la sua
conoscenza con Cinà Gaetano, l’altro imputato di questo procedimento, la cui figura e i
cui particolari legami, anche familiari, con esponenti di vertice di Cosa Nostra degli
anni ’70, come Mimmo Teresi e Bontate Stefano, verranno più ampiamente trattati in
prosieguo, oltre che con lo stesso Mangano Vittorio.
Nell’interrogatorio del 26/6/1996 (v.doc.13 del faldone 36), Marcello Dell’Utri
riferiva, infatti, di avere conosciuto proprio presso la Bacigalupo sia il Cinà, padre di
uno dei ragazzi che giocavano a calcio, sia Mangano Vittorio:

32
DELL’UTRI: “ Ho conosciuto anche lui ( il Mangano, n.d.r.)
nell’ambiente della Bacigalupo, perché assisteva alle partite, veniva talvolta con il
Cinà Gaetano, di cui era amico, talvolta da solo”
Lo stesso Cinà Gaetano, interrogato il 20/6/1996 e il 1/8/1996 (i relativi verbali
sono stati acquisiti agli atti del dibattimento ex art. 513 c.p.p.) ha confermato di avere
conosciuto Vittorio Mangano e di averlo incontrato per la prima volta sui campi della
Bacigalupo, tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70, nel periodo in cui
frequentava i campi di Resuttana ed il figlio era una promessa del calcio palermitano
(v. doc. 15 del faldone 36).
A sua volta, Mangano Vittorio, sentito all’udienza del 13 luglio 1998, ha
confermato di aver conosciuto Dell’Utri Marcello all’epoca in cui questi era Presidente
della Bacigalupo, proprio perché presentatogli da Cinà Gaetano
VITTORIO MANGANO:
Eh. Anzi tutto ci conoscevamo con Gaetano Cinà, che Gaetano
Cinà aveva un ragazzo, ha ancora un ragazzo, un... un figlio...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:
... Però che non gioca più a pallone. A quei tempi giocava bene
al pallone con la Bacigalupo, di cui il Presidente della Bacigalupi era il dottor
Dell’Utri.
PUBBLICOMINISTERO: Dottor
Dell’Utri Marcello o uno...
VITTORIO MANGANO:
Marcello.
PUBBLICO MINISTERO:
... Dei fratelli?
VITTORIO MANGANO:
Marcello, parliamo noi di Marcello. L’altro fratello se lo vedo neanche lo conosco
perché non l’ho visto mai. Parliamo di Marcello Dell’Utri, i miei contatti erano con
Lui. Allora aveva il campo. Una volta ci sono andato io anche perchè c’era una
squadra un po’... un po’ turbolenta della Noce e sempre vedeva... diciamo, dico: “E
vediamo...” Perchè allora dice: “Andiamoci quelli che sono più grandi di età, così li
facciamo stare... se no si mettono azzuffare nei campi e che cosa succede? E ci sono
andato. Quel giorno lì mi ha presentato il dottor Dell’Utri. Dice: “Questo è il dottor
Dell’Utri - dice...
PUBBLICO MINISTERO:
L’ha presentato Cinà?
VITTORIO MANGANO:-
... Cinà, Cinà Gaetano.
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:

33
... “Questo il dottor Dell’Utri”. “E sarebbe?” “Presidente della
Bacigalupo, dove gioca mio figlio” “Ed è una persona amica mia, diciamo, che Le
voglio tanto bene, la rispetto”. La cosa è finita lì.
PUBBLICO MINISTERO:
Questo lo disse Cinà? Cioè queste parole che Lei ricordava
sono le parole di Cinà?
VITTORIO MANGANO:
Cinà eh...
PUBBLICO MINISTERO:
No, per capirci. Si, Cinà, Cinà.
VITTORIO MANGANO:
Io... come io... io l’ho conosciuto per la prima volta che me l’ha
presentato. Dice: “Il dottor Dell’Utri”.
Sul punto Marcello Dell’Utri ritornerà nel corso delle spontanee dichiarazioni
all’udienza del 29/11/2004 quando, facendo riferimento al periodo in cui, rientrato a
Palermo, aveva ripreso contatti con la società Bacigalupo, ha anche lui ricollegato
l’origine della sua conoscenza con Mangano Vittorio alla necessità di tutelare
adeguatamente i giovani giocatori delle squadre, facenti capo alla società Bacigalupo,
quando giocavano in trasferta sui campi dei quartieri più degradati di Palermo, dove la
loro incolumità fisica poteva essere messa in pericolo dalla violenta “animosità” dei
tifosi sostenitori delle squadre avversarie, gente “meno raffinata”.
DELL’UTRI:
” Mi fermo un attimo alla Bacigalupo perché qui nascono anche molte
cose che possono interessare questo processo, però dico che sto ancora fino al 1973,
fino alla fine del 1973 al Credito Agrario e poi vado via e vi dico come.
La Bacigalupo, che era nata , come ho detto, nel ‘57, che lascio nel ‘61 e che
riprendo nel ’70, quando rientro in Sicilia per andare alla Cassa di Risparmio, era
una società , come ho detto, molto prestigiosa, costituita con la base dei ragazzi del
Gonzaga, quindi frequentata da ragazzi tutti di un certo livello sociale, insomma
c’erano i figli dell’allora ministro Restivo, dell’onorevole Vizzini, c’era Gianfranco e
Carlo, però Carlo non era granché e l’abbiamo scartato, mi ricordo che lui ancora
oggi me lo rimprovera, era un portiere di scarso livello, discreto , diciamo, ma noi
avevamo portieri molto più bravi , c’era invece Gianfranco che giocava benissimo;
c’erano i figli di Alessi , c’erano i Planeta, c’erano Stefano Riva di San Severino,
c’erano i figli del principe Lanza di Scalea, Blasco e Giuseppe, i nomi mi si affollano
alla mente, forse qualcuno per … me lo sono anche segnato, c’era Vilardo, c’era
Piero Grasso che oggi è il Procuratore qui a Palermo, che tra l’altro giocava bene,
usciva però sempre pulito dal campo, anche quando c’era fango, lui aveva … era
famoso perché non si schizzava mai , era sempre pulito e questo era un po’, così, poi
c’erano altri, c’erano anche figli della società, per così dire meno nobile palermitana,
perché si giocava a calcio, non solo frequentavamo tutti i campi della periferia, campo
“du zu Pè”, Settecannoli e quando si andava là bisogna già avere .. si andava vestiti e
non si andava negli spogliatoi perché si sapeva che finita la partita bisognava
scappare di corsa e andare in macchina, specialmente se si vinceva, quindi non ci

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andavamo neanche a spogliare nel campo “du zu Pè”; al campo di Malvagno,
all’Arenella, ai Settecannoli, al Papireto, tutti campi frequentati dalla società
palermitana di tutti i tipi ovviamente. Si presentavano questi ragazzi tutti puliti, tutti
graziosi, tutti … giocavano bene, vincevano pure e quindi avevamo spesso delle
scaramucce importanti .. ecco perché piano piano ci siamo attrezzati con gente anche
meno raffinata, ma che poteva rispondere eventualmente anche fisicamente, con
l’impostazione fisica, alle scaramucce , per così dire, che si facevano spesso in questi
campi.
Dico questo perché nasce un po’ qui il discorso Mangano/Cinà, che
voglio subito precisare.
Il Mangano non è mai stato un amico nel senso di frequentazione, un
conoscente, perché veniva lì come tanti tifosi e padri di ragazzi, venivano a seguire le
partite la domenica , addirittura li accompagnavano in macchina perché le trasferte si
facevano il mattino presto, certe partite alle 8:00 per dire, mentre invece per me il
Cinà è stato un amico, cioè una persona che ho conosciuto grazie alla Bacigalupo
perché ha portato il figliolo, Filippo, che era tra l’altro un talento, una promessa del
calcio palermitano, poi non si verificò fino in fondo, ma questo succede ed era il papà
entusiasta che seguiva il figliolo in tutte le partite, tutte … non ne perdeva una, pure
gli allenanamenti andava a vedere.”

L’ASSUNZIONE ALLE DIPENDENZE DI SILVIO BERLUSCONI

La cessazione del rapporto di lavoro con la CCRVE ed il suo allontanamento da


Palermo vengono descritti dallo stesso imputato sia nell’interrogatorio reso al P.M. nel
corso delle indagini preliminari che in sede di dichiarazioni spontanee rese nel
presente dibattimento.
In particolare, all’udienza del 29 novembre 2004, Marcello Dell’Utri ha dichiarato:
“Quando passa lui ( Silvio Berlusconi, n.d.r. ) da Palermo, nell’agosto
del 73, mi telefona e mi dice sono qui con la mia barca , mi farebbe piacere fartela
vedere; cosa fai? Era un sabato, io non avevo banca e ho detto: vengo subito, e sono
andato al porto.
Mi ha fatto vedere questa barca che aveva comprato, con la quale si
accingeva ad andare in crociera , passava da Palermo , ma andava sino a Lampedusa
e mi disse: ma perché non vieni con noi? Dai vieni, andiamo. Io sono in banca, come
faccio, domani … lunedì devo essere in banca, non è che posso” Ma no, ma cosa fai in
banca, vieni a Milano, io a Milano sto facendo grandi cose , sto costruendo una città
importante, Milano 2, la città dei numeri 1, mi ricordo che mi disse questo, e poi la
pubblicità diceva proprio “Milano 2, la città dei numeri 1”. Io ho bisogno di amici,
perché sai … ti conosco bene. Quanto guadagni? Insomma mi disse.. Io ho detto una

35
cifra, dice, va beh, insomma non è un problema, ti do la casa, ti do l’alloggio, vieni su.
Poi mi disse: facciamo la squadra di calcio, ci divertiamo”
Questa proposta veniva accolta di buon grado da Dell’Utri perché gli consentiva di
risolvere una condizione personale di insoddisfazione per l’attività lavorativa che stava
svolgendo:
DELL’UTRI:
“Io aspiravo certamente a fare qualcosa di diverso dalla banca , anche
se mi trovavo benissimo in banca, ed ero sicuramente apprezzato, però soffrivo un po’
di una condizione limitata e soffrivo anche quando in banca assistevo alle scene
pietose dello stipendio, quando arrivava questo stipendio, gli impiegati cosa
facevano? Sospendevano tutto, prendevano la distinta dello stipendio, guardavano
cifra per cfra e si commentava: La contingenza quant’è? A tia ta rettiru la
contingenza? A mia un ma rettiru”, cioè discorsi francamente deprimenti, che non mi
davano nessuna soddisfazione di continuare in questo senso la mia esistenza.
Per cui l’occasione di Berlusconi che mi dice “vieni a Milano, dove sto
facendo grandi cose, ho bisogno di circondarmi di amici, di persone che conosco, di
cui mi posso fidare” , mi parve una grande occasione da non rifiutare , tant’è vero che
io poco dopo andai in banca e presentai la lattera di dimissioni”.
Marcello Dell’Utri presentava formalmente le sue dimissioni con una lettera del 5
marzo 1974, con decorrenza dal mese di aprile di quello stesso anno e le sue dimissioni
venivano accolte dall’istituto di credito con delibera dell’8 aprile 1974.
Questa data costituisce indubbiamente l’ultimo momento oltre il quale non si può
collocare la permanenza dell’imputato in Sicilia.
Gli elementi di prova raccolti nel corso dell’istruzione dibattimentale confermano
con certezza questo dato e depongono nel senso di anticipare di qualche mese rispetto a
questa data l’inizio del rapporto lavorativo con Berlusconi.
In particolare, il teste Confalonieri Fedele (v. trascrizione dell’udienza del 31
marzo 2003), che non può certamente essere ritenuto ostile all’imputato, ha riferito,
infatti, di essere entrato nella Edilnord il 1° aprile 1973 ( una data che il teste ha
ricordato con precisione perché, proprio nel giorno in cui veniva sentito dal Tribunale,
ricorreva il trentennale della sua assunzione ) e che Dell’Utri era stato invece assunto
circa 5/6 mesi dopo (autunno dell’anno 1973 ).
AVV. TRANTINO - Allora concentriamoci sui rapporti di lavoro, credo
la sua prima attività di collaborazione sia stata prestata presso l'Edilnord; ci può dire
in che anno?
CONFALONIERI - Io sono entrato all’Edilnord esattamente trent'anni
domani, era il primo di aprile. Era un..., insomma, eravamo un centinaio di persone,
era un lavoro un po' generico e mi occupavo soprattutto della segreteria, un po' da
assistente suo. Quindi, anche un po' tante cose. Mi ricordo che di lì a sei mesi ho fatto
anche il capo del personale, relazioni istituzionali, pubbliche relazioni: cose del
genere.
AVV. TRANTINO - Lei ha detto si occupava della segreteria; ha
conosciuto dopo quanto tempo il Dottor Marcello Dell'Utri?

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CONFALONIERI - Credo qualche mese, credo che Marcello sia
entrato in Edilnord 5 o 6 mesi, mi pare...
AVV. TARANTINO - 5 o 6 mesi dopo?
CONFALONIERI - Credo, credo”.

Questa ultima conclusione, peraltro, collima con una considerazione di ordine logico,
essendo di tutta evidenza che l’abbandono da parte dell’imputato di un posto di lavoro
ritenuto “sicuro” nella Palermo degli anni ’70, a fronte della assunzione alle
dipendenze di un’azienda privata, poteva essere giustificato solo nella prospettiva di
una positiva valutazione della nuova sistemazione.
A Milano il compito che l’imputato è chiamato a svolgere (soccorrono nuovamente
le parole dello stesso Dell’Utri) è quello di segretario di Berlusconi:
DELL’UTRI: “ Abito in casa sua, lo seguo nelle riunioni, lo seguo nelle decisioni,
lo seguo a pranzo, lo seguo a cena, dalla famiglia, dappertutto, cioè divento
praticamente un membro della famiglia, non solo quello di casa, ma anche quella
dell’ufficio, per cui sono praticamente assorbito del tutto nella mia vita con
Berlusconi” (v. trascrizione dell’udienza del 29 novembre 2004).
In quello stesso periodo, tramite gli uffici dell’avv. Cesare Previti, legale della
famiglia Casati Stampa, Berlusconi acquistava la villa di Arcore e affidava
all’imputato l’incarico di curarne il restauro.
DELL’UTRI: “Berlusconi compra questa casa tramite i buoni uffici dell’avv.
Previti, allora avvocato della famiglia Casati, della Anna Casati, dell’Anna Maria,
figlia, Anna Maria Casati e quando compra la casa, la villa di Arcore, andiamo lì per
abitare in sostanza”
Mancano agli atti dati documentali utili per collocare nel tempo l’acquisto della
villa di Arcore da parte dell’imprenditore Silvio Berlusconi; a questo riguardo, oltre
alle dichiarazioni dell’imputato sopra richiamate, possono essere ricordate le
dichiarazioni del teste Confalonieri Fedele (v. pagg. 8-13 della trascrizione
dell’udienza del 31/3/2003), il quale, trattando delle mansioni che l’imputato era stato
chiamato a svolgere alle dipendenze di Berlusconi, ha collocato il trasferimento di
quest’ultimo ad Arcore intorno alla Pasqua del 1974.
AVV. TRANTINO - E con quali mansioni?
CONFALONIERI - Marcello si occupò..., più che altro vicino al Dottor
Berlusconi, si occupava direi forse più del fatto anche del suo ambiente casalingo
perché aveva appena acquistato la casa di Arcore e voleva naturalmente avere
un’assistenza per arredare, per..., insomma un po' tutto quanto e anche
particolarmente con relazioni, relazioni in generale.
AVV. TRANTINO - A proposito di quest’acquisto di Villa San Martino ad Arcore,
ricorda più o meno quando è avvenuto?
CONFALONIERI - Io ricordo quando andò Berlusconi a viverci, era - se non
ricordo male, ma non credo - sotto Pasqua del ‘74 perché aveva..., e l'acquisto lo
aveva fatto... Forse era in prova, andò per provarla e poi non si mosse più.
AVV. TRANTINO - Ecco, appunto a me interessa sapere se fra l'acquisto e il
trasferimento presso Villa San Martino trascorse molto tempo o, invece, fu proprio

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questione di giorni o di mesi?
CONFALONIERI - No no, non trascorse molto tempo, anzi – ripeto - mi pare che
andò in prova per vedere se si trovava bene e poi ci stette definitivamente. Quindi,
probabilmente, il contratto fu perfezionato in quell'epoca
AVV. TRANTINO - Lei sa chi occupò della ricerca di collaboratori, di personale
che doveva prestare qualunque mansione presso Villa San Martino?
CONFALONIERI - Marcello se ne occupò molto, si occupò per tante cose, per...,
ma si occupò anche per l'arredo: io mi ricordo che comprava quadri e..., insomma..”.
Secondo quanto riferito dall’imputato, l’incarico di gestire la villa di Arcore si
rivelò di una certa difficoltà:
DELL’UTRI :E’ una casa impegnativa, perché ha un milione di metri quadri di
terreno, una pista per cavalli, un galoppatoio, cani, insomma .. campi da calcio,
eccetera, una cosa molto impegnativa. Berlusconi praticamente mi incaricava , come
io dovevo fare al posto suo, di mettere a posto il personale, una parte si trova in villa,
una parte invece non c’era più perché ovviamente la villa era disabitata già da un
paio d’anni” .

L’ARRIVO DI VITTORIO MANGANO AD ARCORE

Costituisce un dato inconfutabile, alla stregua delle emergenze probatorie in atti, il


fatto che l’inizio del rapporto di lavoro di Dell’Utri, quale segretario personale di
Berlusconi, sia stato seguito dall’arrivo ad Arcore di Mangano Vittorio, assunto
proprio per l’intermediazione dello stesso Marcello Dell’Utri.
E’ questo un dato assolutamente non controverso, già rinvenibile in una
dichiarazione resa da Silvio Berlusconi al giudice istruttore di Milano il 26 giugno
1987.
BERLUSCONI “A.D.R.: Mi si chiede se e quali rapporti avesse Marcello
DELL’UTRI con MANGANO Vittorio e quali rapporti avesse il detto MANGANO
Vittorio con me, intendendo per rapporti rapporti di affari o di attività lavorativa o di
amicizia e rispondo che avendo io bisogno ad Arcore di un fattore, più precisamente
di un responsabile della manutenzione dei terreni e della cura degli animali, cioè
cavalli, avendo (in) animo di impostare una attività di allevamento di cavalli, attività
poi non realizzata.
Ciò che mi determinò a non portare avanti detta attività fu la difficoltà di reperire
uomini fidati specialmente dopo una per me preoccupante scoperta circa il fatto che
MANGANO Vittorio si fosse poi rivelato un pregiudicato.
Avendo bisogno di un responsabile per la cura della suddetta attività, dicevo,
chiesi a DELL’UTRI Marcello di interessarsi anch’egli a trovare una persona adatta
ed egli mi aveva appunto presentato il Sig. MANGANO come persona a lui conosciuta,
più precisamente conosciuta da un suo amico con cui si davano del tu, che da tempo
conosceva e che aveva conosciuto sui campi di calcio della squadra BACIGALUPO di
Palermo, squadra di dilettanti.
Il MANGANO si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore e cioè nella mia
villa, ex villa Casati, e ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella

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villa uno dei coinvitati Sig. Luigi D’ANGERIO era stato vittima di un sequestro di
persona, casualmente sventato dall’arrivo di una pattuglia dei Carabinieri.
Nell’ambito delle indagini seguite a questo sequestro emerse che il MANGANO
Vittorio era un pregiudicato.
Non ricordo come il rapporto lavorativo del MANGANO cessò se cioè per il
prelevamento delle Forze dell’Ordine o per suo spontaneo allontanamento.
Ricordo comunque che dopo qualche tempo fu tradotto in carcere.
Non conoscevo il MANGANO prima che (me) lo presentasse il Marcello
DELL’UTRI”.
Circostanza pacificamente confermata dallo stesso Marcello Dell’Utri nel corso del
suo interrogatorio reso al PM in data 26/6/1996.
DELL’UTRI:
“Mangano venne assunto alle dipendenze di Berlusconi su mia indicazione. Infatti
subito dopo il mio arrivo a Milano il Berlusconi aveva acquistato la villa Casati e mi
incaricò del reperimento del personale necessario per mandare avanti la villa stessa .
In particolare riguardo al fattore mi ricordai che il MANGANO si intendeva di
cavalli , cani ed anche di coltivazioni. Presentai quindi il Mangano al dr. Berlusconi
che approvò la scelta” (v. doc. n. 13 del faldone 36).
Ancora qualche anno prima, in una intervista al quotidiano “Corriere della Sera”
del 21/3/1994, Dell’Utri aveva dichiarato:
“L’ho conosciuto ( il Mangano n.d.r. ) nella Palermo anni ’60: ero allenatore
della Bacigalupo , squadra di calcio giovanile. Era una specie di tifoso. Commerciava
in cavalli.
Me ne ricordai nel 1975. Mi ero trasferito a Milano ( 1961) , ero diventato
assistente di Berlusconi ( 1973), già mio compagno di università. Mi incaricò di
cercare una persona esperta di conduzione agricola.
Così chiamai Mangano . Rimase ad Arcore due anni . E si comportò benissimo.
Trattava con i contadini, si occupava dei cavalli”
In realtà, sempre in sede di spontanee dichiarazioni, il 29 novembre 2004, l’imputato
ha sostanzialmente sminuito il dato, prima costantemente ribadito, di un Mangano
persona esperta nell’allevamento dei cavalli, dichiarando, anzi, di non essere stato a
conoscenza di questo particolare, e sottolineando, piuttosto, la particolare esperienza del
Mangano con i cani da guardia ( mastini napoletani, per l’esattezza ) e l’assoluta fiducia
che in lui era stata riposta, tanto da avere affidato il delicato incarico di accompagnare a
scuola i figli di Berlusconi che, nell’anno scolastico ‘74/’75, avevano iniziato a
frequentare la scuola elementare di Arcore.

DELL’UTRI:
“Per quanto riguarda il fattore, tra gli altri che gli ho presentato, io gli ho detto:
Guarda, qua ci vuole una persona che capisca di terreni, che capisca di cavalli, che
capisca di cani e non è facile trovarla” Quelli che abbiamo sperimentato qui in
Brianza non gli sono piaciuti, uno perché non si presentava bene, quell’altro perché
non so che.

39
Lui mi dice: Ma tu non conosci nessuno, anche giù a Palermo, in Sicilia? Lui
pensava che in Sicilia sono tutti contadini e allora …”io forse una persona , ma devo
vedere, la conosco, può essere adatta, so che si interessa di cani, peraltro”non sapevo
neanche di cavalli, perché era appassionato il Mangano di mastini napoletani che
allevava lui e siccome lì ci volevano cani da guardia importanti, io ho pensato anche a
questo.
………………
“E allora vengo a Palermo per incontrare .. e chiamo il Mangano Vittorio e gli
chiedo molto semplicemente : lei sarebbe disposto a venire a lavorare a Milano presso
un imprenditore importante , una cosa importante? ..In realtà, nel corso della
istruzione dibattimentale sono stati acquisiti numerosi elementi probatori che
dimostrano la stabile presenza di Mangano a Milano già prima della assunzione di
questi presso la villa di Arcore e ancor prima del trasferimento dello stesso imputato
Dell’Utri a Milano”.
Il teste PIU Carlo, ispettore della P.S., sentito all’udienza del 29 marzo 1999, ha
fatto riferimento all’arresto di Mangano Vittorio, avvenuto il 15 febbraio 1972, perché
destinatario di un ordine di cattura emesso della Procura della Repubblica di Milano
per il reato di tentata estorsione continuata.
Dal confronto con le risultanze anagrafiche è emerso ancora (v. deposizioni
dell’ispettore della P.S. Nardis Sergio, in servizio preso lo SCO di Roma, del m.llo
Franzoi Markus e del col. Antolini Giovanni, rese all’udienza del 20 ottobre 1998) che
il Mangano, a decorrere dal 6 marzo 1973, aveva trasferito la sua residenza anagrafica
a Milano, nella via Rubens n. 20 e, infine, dal 1 luglio 1974, ad Arcore, presso la villa
Casati.
In sede di dichiarazioni spontanee, all’udienza del 18 maggio 1998, l’imputato
Marcello Dell’Utri ha retrodatato, sia pure di poco, rispetto a queste risultanze
anagrafiche, l’inizio del rapporto di lavoro di Mangano presso la villa di Arcore,
dichiarando che il Mangano era già fattore della tenuta di Berlusconi dall’aprile 1974.

Si tratta però di un dato temporale che non è stato riferito sempre in modo costante
dall’imputato, il quale, in sede di spontanee dichiarazioni del 29 novembre 2004, ha
collocato l’arrivo di Mangano ad Arcore nel mese di luglio/agosto 1973, operando però
un riferimento erroneo e verosimilmente da interpretare con riguardo all’estate del
1974, essendo coerente con i riferimenti operati dallo stesso imputato ai tempi del suo
ritorno a Milano alle dipendenze di Silvio Berlusconi.
DELL’UTRI:
“La famiglia l’ha portata su ad Arcore , aveva la suocera , aveva due bambine, poi
ne ebbero una terza, intanto avreva due bambine che andavano già a scuola, in età
scolare, quindi là venne la moglie per mettersi d’accordo per iscriverle a scuola,
insomma fare un trasferimento ed il signor Mangano venne a lavorare lì, che io
ricordi tra il luglio e l’agosto del 73, perché noi eravamo ad Arcore
dall’aprile/maggio, quindi il tempo di cercare, fu questo, tra luglio ed agosto del 73”.
All’estate del 1974 aveva fatto riferimento anche Fedele Confalonieri, seppure con
molte incertezze e approssimazioni.

40
AVV. TRANTINO - Lei sa quand’è che arrivò il Mangano ad Arcore, ricorda
approssimativamente?
CONFALONIERI - Guardi, io penso che arrivò nell'estate del ’74, se Berlusconi
entrò in Arcore sotto Pasqua del ’74, questi sono i miei ricordi, posso anche
sbagliarmi, eh? Però non credo poi più di tanto.
AVV. TRANTINO - Quindi?
CONFALONIERI - Quindi in quel periodo, adesso con precisione non le so dire.
AVV. TRANTINO - Qualche tempo, breve comunque, dopo l'arrivo del Dottor
Berlusconi?
CONFALONIERI - Sì, del Dottor Berlusconi che vide che c'era la necessità di
coprire quest’attività, insomma.
AVV. TRANTINO - Sa se Mangano giunse da solo o con la sua famiglia?
CONFALONIERI - Questo so che..., però ormai è su tutti i giornali che stava con
la famiglia; non mi ricordo se arrivò prima da solo e poi fu seguito dai familiari in
seguito. Questo..” (v. trascrizione dell’udienza del 31 marzo 2003)
Nel corso della istruzione dibattimentale sono state acquisite anche le dichiarazioni
dello stesso Mangano Vittorio, il quale, sentito all’udienza del 13 luglio 1998, ha
fornito una serie di indicazioni sostanzialmente coerenti con le superiori emergenze
probatorie .
Pur senza collocare con precisione nel tempo il suo trasferimento ad Arcore (ha
parlato, infatti, di un periodo compreso tra il 1972 e il 1974 ), Mangano ha affermato di
essere stato contattato proprio dall’imputato Dell’Utri Marcello, il quale già prestava la
sua attività lavorativa alle dipendenze di Berlusconi, mostrando di ignorare del tutto il
precedente rapporto lavorativo di Dell’Utri come impiegato della Sicilcassa.
Richiesto di ricordare la data di inizio del rapporto lavorativo ad Arcore, il
Mangano ha dichiarato:
“….Quello che io posso ricordare è che si parla già da venti, venticinque anni
fa. Poi, dunque, il mio... il mio stato di salute... non credo che posso ricordare i
particolari. Comunque verso... io credo fra il... fine del ‘72/’73/’74... ‘72/’73/’74.
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito.
VITTORIO MANGANO:
E fui il primo ad arrivare.
PUBBLICO MINISTERO:
Il primo in che senso?
VITTORIO MANGANO:
Il primo nel senso che quando... oggi onorevole Berlusconi, si è comprata
questa villa, diciamo, sono stato il primo io, come operaio, ad arrivare lì per
mettere a posto alcune cose.
PUBBLICO MINISTERO:
Sta parlando di quella che viene chiamata “Villa Casati?”.
VITTORIO MANGANO:
E, si.
PUBBLICO MINISTERO:

41
- INCOMPRENSIBILE -
VITTORIO MANGANO:
La villa di Arcore, Villa San Martino 42, che era del... del marchese Casati
Stanca di Soncino. Che poi ne rimase Anna Maria Casati l’unica erede che, poi, si è
trasferita in Australia e questo spezzone di terreno l’ha venduto al dottor Berlusconi.
Ma che allora non c’era né il Fininvest, né Mediaset, né borsa, né televisione, era un
semplice costruttore, Berlusconi.
PUBBLICO MINISTERO:
C’era la - INCOMPRENSIBILE -
VITTORIO MANGANO:
Lui se ne andava a lavorare, la mattina e io me ne andavo nei campi a lavorare
con gli operai al - INCOMPRENSIBILE -
PUBBLICO MINISTERO:
Ritorniamo un attimo indietro...
VITTORIO MANGANO:
Ecco, questo per...
PUBBLICO MINISTERO:
... Signor Mangano. Lei diceva: “In un primo momento, quando sono arrivato,
ero da solo là”. Era da solo sempre in questa... in questa casa che Lei aveva
all’interno della...
VITTORIO MANGANO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
... Sita a San Mar... Via San Martino n.42, per capirci.
VITTORIO MANGANO:
Via San Marti... Ma, io intendo dire solo... solo come... cioè arrivai io lì solo
come, diciamo, come fattore ma già lì c’era il dottor Dell’Utri, che erano amici,
compagni del dottore Berlusconi, e così mi ha offerto questo im... impiego. Poi io lì ho
preso altri operai, sempre del... del rione, diciamo, della zona di Arcore. Ecco perché
Le dico: “Sono stato io come... arrivare per primo”.
PUBBLICO MINISTERO:
E arrivare per primo significa che la villa era ancora in ristrutturazione?
VITTORIO MANGANO:
La villa doveva essere in parte, quasi tutta restaurata. Specialmente il secondo
piano era tutto frantumato e le travi cadevano a pezzi. Difatti lui abitava al primo
piano, dopo averla restaurata, perché prima non abitava lì, ci abitavo solo io, lì. Lui
abitava in un appartamento a Milano, ma non... Gli hanno restaurato il primo piano,
si è trasferito lì, con la moglie e i figli.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, e Dell’Utri abitava già là oppure...
VITTORIO MANGANO:
Dell’Utri...
PUBBLICO MINISTERO:
... Abitava da qualche altra parte?

42
VITTORIO MANGANO:
... No, Dell’Utri da quando è arrivato ad Arcore aveva una stanzetta che lui
stava in quella stanzetta. La mattina andava al lavoro, con il dottor Berlusconi, la sera
rientrava, si faceva vedere per la cena e poi, in quella stanza, stava lì con migliaia di
…… (dischi) anche perché lì i libri lì non mancavano perché ce n’erano delle scorte
dei Casati, migliaia di libri. E lui leggeva sempre. E la mattina scendeva in macchina
sempre al... in Via... in Foro Bonaparte alla Edilnord, perché non esistevano altre
ditte, altre società, Canale 5, Fininvest e la... il film, non esisteva niente. Esistevano
solo i palazzi, imprenditori solo.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, quindi c’era solo Via... c’era solo Foro Bonaparte come …
VITTORIO MANGANO:
E l’ufficio era l’ Edilnord, Foro Bonaparte 24.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma Lei c’è stato qualche volta?
VITTORIO MANGANO:
Io ci sono stato lì. Perché, a volte, avevo bisogno di co... di parlare con lui e...
ed era molto difficile rintracciarlo anche per telefono da Arcore lì, perché non me lo
passavano le segretarie, perché aveva molto da fare. Allora, sapendo che lui andava a
fare lo spuntino assieme a dirigenti, ingegneri, anche il dottore Dell’Utri, anche il
dottore Confalonieri... Avevo un po' più, quel momento che, per esempio, partivo da
Arcore alla una e dieci e... e mentre che mangiavamo in una trattoria o un piccolo
ristorante lì vicino, quei dieci, venti minuti, gli dicevo che ho bisogno, per esempio dei
soldi perché erano arrivati due camion di fieno o dei cavalli, dovevo pagare mille
chili di biada, e Lui mi diceva di passare dell’ufficio e farmi dare i soldi. Tutto qui”.
Ancora Vittorio Mangano, alla stessa udienza dibattimentale del 13 luglio 1998,
circa le modalità con cui venne contattato prima di trasferirsi ad Arcore , si è così
espresso:
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, Lei sà se venne contattato... prima di tutto... no, ecco, Le chiedo co... Lei
come è stato contattato?
VITTORIO MANGANO:
Io, per ese... Contattato nel senso... Per arrivare lì...
PUBBLICO MINISTERO:
Certo...
VITTORIO MANGANO:
... Da Berlusconi...
PUBBLICO MINISTERO:
... Si, per arrivare lì.
VITTORIO MANGANO:
Eh. Anzi tutto ci conoscevamo con Gaetano Cinà, che Gaetano Cinà aveva un
ragazzo, ha ancora un ragazzo, un... un figlio...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.

43
(Si omette, in questa parte, di riportare quello stesso passo delle dichiarazioni del
Mangano richiamato a proposito dell’origine della sua conoscenza con l’imputato).
PUBBLICO MINISTERO:
E rispetto a quando poi vi in... rincontrerete, diciamo, quanto tempo di...
passa?
VITTORIO MANGANO:
Ecco. Dopo tempo, ci siamo visti di nuovo. Ma non so se ci siamo visti in un
bar, oppure in qualche altro posto, a prenderci un caffè. Ma forse al bar del Viale, a
prenderci un caffè... Però un giorno di questi, siccome avevo ultimato alcuni box dei
Vitelli, in una proprietà di mio cognato, fratello di mia moglie, avevo ultimato alcuni
box, c’è stato un operaio che mi dice: “Vittorio, ehm... che ci sono persone fuori al
cancello, che cercano a Lei”. Mi recai fuori al cancello perchè era recintato questa
piccola proprietà di mille metri, mille e duecento metri così, e ho visto il dottore
Dell’Utri. Con chi non lo vedo? Con Cinà Gaetano.
PUBBLICO MINISTERO:
Mi scusi, dove ci troviamo, a Palermo o a Milano?
VITTORIO MANGANO:
No, ci troviamo a Palermo.
PUBBLICO MINISTERO:
A Palermo.
VITTORIO MANGANO:
A Palermo. Stavo sistemando un box mio, di proprietà mio, però a Palermo,
diciamo che... mio? Di mio cognato, però... Li facevo io le cose che... ero io
dell’arte. E... e... mi cominciano a parlare dicendo: “Vittorio se sei... capace, no
capace, se ti interessa c’è questa cosa che c’è l’amico del dottor Dell’Utri che si stà
per comprare una proprietà e vorrebbe una persona di fiducia, una persona valida,
che abbia fatto già questo mestiere di fattore, che in Sicilia si dice il curatolo, il
soprastante...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:
... Per capirci meglio, in siciliano “u curatolu” “u sopra...”
PUBBLICO MINISTERO:
Lo sappiamo tutti.
VITTORIO MANGANO:
Ecco. Lì invece si dice il fattore, come quà si dice... comunque. Ehm...
PUBBLICO MINISTERO:
Mi scusi, signor Mangano. Lei dove lo aveva fatto già questo mestiere... Lei
diceva che aveva già esperienza.
VITTORIO MANGANO:
Ma, per conto mio, anche con...
PUBBLICO MINISTERO:
Ma pe...
VITTORIO MANGANO:

44
... I miei zii... i miei zii...
PUBBLICO MINISTERO:
... Le sue cose, diciamo, nella sue...
VITTORIO MANGANO:
... Queste sono cose...
PUBBLICO MINISTERO:
Suoi interessi, non per saperlo”.

Seguono una serie di riferimenti, riguardanti le mansioni che Mangano era


chiamato a svolgere ad Arcore.
VITTORIO MANGANO:
No, no, ma Lei si deve fare il conto che mio nonno, Totò Mazza, il padre di mia
madre, era gabelloto nella Villa Pasqualino. Venti salmi. Erano tutti venti salmi, quasi
dieci salmi tutto di aranci e dieci salmi tutto allevamento di bestiame. Queste cose li
abbiamo di riscendenza, di redità, diciamo, questa mania di allevare il bestiame. Nè
pecore, nè maiali ma solo bestiame, mucche e vitelli. Bestiame. Ora, certo
spiegandomi la cosa e dicendomi cosa dovevo fare io lì, che non è che dovevo andare
a prendere la zappa, anche perchè non ce la facevo perchè questa disgrazia che... un
incidente che ho avuto, sono tutto fratturato, quindi... potevo durare mezz’ora.
PUBBLICO MINISTERO:
Già allora lo aveva avuto questo incidente?
VITTORIO MANGANO:
Ne avevo avuto uno.
PUBBLICO MINISTERO:
Uno.
VITTORIO MANGANO:
Uno.
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:
Avevo avuto la frattura al bacino, che s’erano aperte le gambe così e ho avuto
la duplice frattura al bacino, duplice frattura. Ci ho detto: “Io non decido, non vorrei
decidere su due piedi. Datemi un po’ di tempo anche perchè sono delle cose che è
giusto che si dice anche alla famiglia. Non è perchè io ho il po... sono di quelli che,
vorrei dire, comando io in famiglia e ci dico a mia moglie ““Ah, fatti i valigi con i
bambini e ce ne andiamo a Arcore””. Ne devo parlare in famiglia. Se mia moglie è
d’accordo, se i bambini sono contenti, vediamo che dice mia moglie. Fra dieci giorni
Vi dò la risposta”. Io ho parlato con mia moglie, mia moglie mi ha detto: “Vittorio, se
tu riconosci che lì va a stare meglio o per lo meno non sò, fai tu, per me va bene,
anche per i bambini che c’è una bella aria lì, non è l’aria, diciamo, della Sicilia, ma è
un’altra aria la Sicilia”. Poi ho dato la risposta e son salito a Milano, al Foro
Bonaparte, per appuntamento. All’Edilnord. Ave... e io...
PUBBLICO MINISTERO:
L’appuntamento con chi?

45
VITTORIO MANGANO:
In ufficio c’ero io, il dottor Dell’Utri e il dottore Berlusconi che, il dottor
Dell’Utri me l’ha presentato per la prima volta. Dice: “Mangano è questo, questo -
dice - il dottor Berlusconi”. Dice: “Va bene”. Dice: “Per me da domani in poi, può
prestare servizio. Ora viene un autista e l’accompagna...” - io avevo le valigie -
“L’accompagna ad Arcore” Ci ho detto: “Ma guardi che io mi devo portare quì la
famiglia e le due bambine che adesso una dei due ha trentadue anni, perciò si figura.
Ha l’età di Marina, Marina di Berlusconi. E l’altra figlia mia ci ha l’età - Cinzia - di
Tutù Giam... Gia... Giampiero Silvio, che lo chiamalo come figlio di Berlusconi. Cioè
per dire l’età che ha tanto tempo... E io, dopo un mese, un mese e mezzo, è salito mia
moglie con i miei bambini. E così mi son messo a lavorare, a mettere a posto i -
INCOMPRENSIBILE - e tutto.
PUBBLICO MINISTERO:
Si. Senta, quindi, Dell’Utri già lavorava là?
VITTORIO MANGANO:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:
Quando Lei è salito, diceva, già Dell’Utri lavorava da Berlusconi?
VITTORIO MANGANO:
Era già lì in ufficio. I... io non sò era ufficiale che lavorava lì, oppure già
ancora... Però io lo vedevo lì in ufficio. Si ritirava la sera con Berlusconi e l’autista,
quindi penso che non lo faceva gratis, già lavorava che - INCOMPRENSIBILE -
PUBBLICO MINISTERO:
Lei lo sà che lavoro faceva precedentemente Dell’Utri?
VITTORIO MANGANO:
No.
PUBBLICO MINISTERO:
Non lo sapeva. Quindi, successivamente si trasferisce tutta la sua famiglia?
VITTORIO MANGANO:
Io.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei e poi tutta la Sua famiglia?
VITTORIO MANGANO:
Prima io...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:
Dopo mese sale mia moglie con i due bambini. Che, ripeto, una adesso ci ha
trentadue anni e una ha ventinove anni”.

Nel corso della sua arringa, la difesa di Marcello Dell’Utri ha eccepito la


inutilizzabilità delle dichiarazioni del Mangano in considerazione del fatto che lo
stesso, durante il suo esame dibattimentale, a fronte delle domande che gli venivano
rivolte dal PM relativamente al contenuto di alcune conversazioni telefoniche

46
intercettate nell’anno 1980 durante un periodo di permanenza dello stesso Mangano
presso l’Hotel Duca di York (sulle quali si tornerà ampiamente nel prosieguo), aveva
accusato un improvviso malore e si era avvalso della facoltà di non rispondere,
sottraendosi all’esame del Pubblico Ministero, ma anche al controesame della difesa,
che non aveva avuto modo di svolgersi.
Per questo motivo la difesa ha eccepito l’inutilizzabilità di tali dichiarazioni, ai
sensi del novellato art. 111 della Carta Costituzionale.
L’eccezione non è fondata.
A questo riguardo si deve infatti osservare che l’art. 26 della Legge 63/2001, nel
dettare la disciplina transitoria da applicare ai procedimenti in corso alla data della sua
entrata in vigore, ha fatto espressamente salve le “dichiarazioni acquisite al fascicolo
per il dibattimento” prima del febbraio 2000.
E’ di tutta evidenza che una tale disposizione non possa non trovare applicazione
anche alle dichiarazioni in questione, rese dal Mangano nel corso della udienza
dibattimentale svoltasi in data 13 luglio 1998, ferma restando la necessità che le stesse
siano confermate da altre emergenze processuali.
Ritiene, di conseguenza, il Tribunale che debba essere ribadita la utilizzabilità ai
fini della decisione di tali dichiarazioni, le quali, peraltro, non introducono alcun
sostanziale elemento di novità, ma si inseriscono in modo del tutto coerente con il resto
delle emergenze processuali già sopra richiamate.
Dalle parole di Mangano Vittorio e da quanto dichiarato da Silvio Berlusconi in
epoca non sospetta e cioè nell’anno 1987 ( BERLUSCONI : Avendo bisogno di un
responsabile per la cura della suddetta attività, dicevo, chiesi a DELL’UTRI Marcello
di interessarsi anch’egli a trovare una persona adatta ed egli mi aveva appunto
presentato il Sig. MANGANO come persona a lui conosciuta, più precisamente
conosciuta da un suo amico con cui si davano del tu, che da tempo conosceva e che
aveva conosciuto sui campi di calcio della squadra BACIGALUPO di Palermo,
squadra di dilettanti.), si delinea chiaramente il ruolo svolto in questa vicenda dal
coimputato Cinà Gaetano, ruolo al quale Dell’Utri Marcello non ha fatto mai
riferimento e che, anzi, è stato espressamente escluso dallo stesso Cinà, il quale pur
avendo anche lui dichiarato di avere conosciuto il Mangano sui campi della
Bacigalupo, ha fornito una sua personalissima versione dei fatti palesemente in
contrasto con il resto delle emergenze processuali.
Nel corso dell’interrogatorio del 1° agosto 1996, l’imputato ha dichiarato:
“ Con il Mangano però non vi erano altri rapporti oltre quelli ora detti relativi
alla comune frequentazione dell’ambiente calcistico, in particolare non ho avuto con
lui alcun’altra occasione di frequentazione, anzi non l’ho neppure più visto. Appresi
poi che lo stesso era stato assunto come addetto ai cavalli o stalliere, come dicono i
giornali, del Dell’Utri.
Preciso che fu quest’ultimo a comunicare tale notizia per telefono, dicendomi di
avere preso una persona, appunto il Mangano, in quanto esperto di cavalli e che egli
pure ricordava dai tempi della Bacigalupo.
Escludo di essere stato io a presentare il Mangano a Dell’Utri . Ed escludo altresì
di essere stato presente quando Dell’Utri propose a Mangano di andare a lavorare ad

47
Arcore “
Per quanto riguarda le mansioni che Mangano era stato chiamato a svolgere nella
villa di Arcore, un primo dato processuale, risalente nel tempo, è costituito dalle
dichiarazioni rese da Silvio Berlusconi al giudice istruttore di Milano nell’anno 1987 e
già sopra richiamate, nelle quali Mangano Vittorio era stato definito come “fattore,
responsabile della villa”.
E’ questa una espressione sintetica che si è arricchita di ulteriore contenuto alla
stregua delle emergenze acquisite nel presente dibattimento.
Gia’ dalle dichiarazioni dibattimentali sopra richiamate, rese da Mangano Vittorio
all’udienza del 13 luglio 1998, emerge chiaramente che
le mansioni a questi affidate certamente esorbitavano da quelle di un mero dipendente,
addetto all’allevamento dei cavalli, avvicinandosi piuttosto a quelle di preposto e
responsabile della amministrazione della villa, sia per il termine utilizzato
(“soprastante”), che per le mansioni concretamente svolte.
PUBBLICO MINISTERO:
Signor Mangano, per comprenderci. Lei ha detto poco fa di avere fatto il
fattore...
VITTORIO MANGANO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
... Se ho sentito bene. No, volevo capire. Siccome, diciamo così, nella -
INCOMPRENSIBILE - vulgata popolare Lei è lo stalliere di Arcore. Io volevo capire
di che cosa si occupava esattamente Lei?
VITTORIO MANGANO:
Io non mi offendo se mi chiamano stalliere...
PUBBLICO MINISTERO:
No, no, io se Le chiedo proprio la precisazione perché...
VITTORIO MANGANO:
O... o... o... o mi chiamano... o mi chiamano scopino, non mi offendo perché...
PUBBLICO MINISTERO:
... Quello che faceva Lei.
VITTORIO MANGANO:
... Perchè mi... perchè... io ho fatto sempre queste cose, anche in privato
quando ero proprietario io, quindi non è... Io ero il fattore, cioè come carica...
come carica ero fattore. Ero responsabile, diciamo, della villa. Gli operai che
uscivano ed entravano. Responsabile del parco, responsabile del restauro di tutta la
recinzione della pista dei cavalli e seguire bene i cavalli in allenamento. Tappare le
recinzioni che a volte i cacciatori facevano man bassa di lepri. E tutto questo.
Montare il... pr... i paletti dei limiti dov’era la proprietà perché qua non è che si
discute di mille metri quadrati, duemila metri quadrati, che con un colpo d’occhio...
io, con un cavallo buono, lì, in un giorno non riuscivo a girarlo tutto, per Lei darsi
una regolata”.
Esclusa qualsiasi competenza tecnica del Mangano, quale agrimensore per
l’accertamento dei confini come pure qualsiasi sua particolare conoscenza delle

48
maestranze e delle tecniche colturali proprie di una terra come la Brianza, così diversa
dall’isola dove il Mangano aveva fino ad allora vissuto, assumono particolare
significato i riferimenti che si ricavano al ruolo di responsabilità e di controllo che al
Mangano era stato affidato, sinteticamente espresso con il termine “soprastante”.
E’ questa una particolare figura che la tradizione ci ha consegnato e che ha spesso
caratterizzato la gestione dei vasti possedimenti terrieri in Sicilia fin dai secoli scorsi,
individuandosi proprio con il termine “soprastante” quella persona che, all’interno del
fondo, in diretto contatto con il proprietario, dirigeva in sua assenza l’azienda e
l’amministrava.
Questa conclusione appare coerente con quanto spontaneamente dichiarato dallo
stesso imputato Marcello Dell’Utri, il quale, nel corso della udienza del 29 novembre
2004, ha fornito una chiave di lettura del ruolo di assoluta responsabilità e fiducia che
era stato riconosciuto al Mangano, in netto ed insanabile contrasto con quei tentativi,
operati ancora a distanza di tempo in sede dibattimentale, di sminuirne l’importanza.
Si sono già richiamate le spontanee dichiarazioni dell’imputato all’udienza del
29/11/2004, quando, riferendo delle origini della sua conoscenza con Mangano
Vittorio sui campi di calcio della Bacigalupo, non aveva mancato di ricollegare la
persona del Mangano alle esigenze di protezione per i ragazzi che componevano la
squadra della Bacigalupo ( e che l’imputato ha descritto come un gruppo di ragazzi di
buona famiglia, appassionati di calcio, che giocavano nei campi anche dei quartieri più
violenti e degradati della città, con la conseguente necessità di assicurare loro adeguata
protezione dagli attacchi dei tifosi avversari più facinorosi ), e, nel ricordare le ragioni
che lo avevano indotto a pensare al Mangano come soggetto da indicare per l’incarico
di fattore nella villa di Arcore, non ha richiamato tanto la passione del Mangano per i
cavalli, che anzi l’imputato ha dichiarato di avere ignorato in quel momento (così
smentendo lui stesso la circostanza secondo la quale Mangano avrebbe dovuto
occuparsi delle scuderie ), ma piuttosto la passione dello stesso Mangano per i cani da
guardia.
E’ stato, inoltre, lo stesso Dell’Utri a ricordare in dibattimento che era il Mangano,
e non altri, ad accompagnare a scuola i figli di Silvio Berlusconi, ad implicita conferma
del ruolo di “garanzia” e “protezione” costentatamente svolto dal predetto e non già da
guardie private.
“ ……Era un uomo di fiducia assoluta, tant’è che Berlusconi faceva
accompagnare i bambini a scuola solo da lui, neanche dal suo autista, accompagnava
qualche volta addirittura la moglie in città, a Milano, quindi una persona che fu
rispettata”
Ha aggiunto l’imputato che, solo dopo l’allontanamento di Mangano da Arcore,
Berlusconi si sarebbe munito di un apposito servizio di sicurezza per i suoi familiari
ingaggiando un corpo di guardie private:
“….. Dopo Mangano Berlusconi si attrezzò con un corpo di guardia
considerevole, che è sempre aumentato, sino ad essere oggi un esercito…”.
Questo stesso riferimento temporale è stato poi ribadito, durante il suo esame, dal
teste Confalonieri il quale, parlando del periodo successivo all’allontanamento di
Mangano da Arcore, si è così espresso:

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“ … fu da lì che cominiciò ( Berlusconi n.d.r. ) a circondarsi di persone che
potessero difendere lui e i suoi familiari , e anche la sua proprietà …”
Una ennesima conferma della rilevanza del ruolo svolto da Vittorio Mangano ad
Arcore si può ricavare anche dal testo di una intervista del 1992 del giornalista
ZAGDOUN Jean Claude a Pepito Raigal Garcia, un soggetto che lo stesso
MANGANO aveva citato in precedenza come persona a lui vicina, interessata
all’allevamento dei cavalli ad Arcore.
Trattasi proprio di quella persona alla quale Mangano avrebbe affidato il cavallo
che poi avrebbe cercato di vendere a Silvio Berlusconi per il tramite di Dell’Utri e che
avrebbe costituito l’oggetto della conversazione telefonica del 14 febbraio 1980
intercettata su di una utenza dell’Hotel Duca di York dove era alloggiato il Mangano.

INTERVISTATORE 2: Tornando alle scuderie, c’era gente che custodiva i


cavalli, cioè gente di custodia ai cavalli?
JOSÉ: Adesso?
INTERVISTATORE: Prima.
JOSÉ: Sì, prima c’era un signore che è morto da poco, che ha lavorato nel
’60.
INTERVISTATORE: Chi era?
JOSÉ: Il primo.
INTERVISTATORE: Come si chiamava questo?
JOSÉ: Il primo... ma lui era già dentro lì quando ha acquistato
BERLUSCONI, lui lavorava con la contessa.
INTERVISTATORE: E poi BERLUSCONI ha assunto della gente o no?
JOSÉ: Per i cavalli?
INTERVISTATORE: Sì.
JOSÉ: No, il giardiniere... il giardiniere fa le pulizie.
INTERVISTATORE 3: Le jardinier qui s’occupait de tout (inc.) seulement
pour ça. Il n’y a pas...un amigo…
JOSÉ: Donde?
INTERVISTATORE 3: Un amigo siciliano de... con un caballero muin
bueno, este nombre signor MANGANO, come se chiama non lo so esattamente...
JOSÉ: C’era un amministratore quando io ho conosciuto BERLUSCONI.
INTERVISTATORE 3: Sì, il signor MANGANO...
JOSÉ: Quando io ho conosciuto BERLUSCONI...
INTERVISTATORE 3: (Inc.) MANGANO, MANGANO sta aquì?
INTERVISTATORE: Ma era l’amministratore di BERLUSCONI? Era?
JOSÉ: Io sono arrivato quando sono arrivato la prima volta, io ho
conosciuto questo signore, non BERLUSCONI.
INTERVISTATORE: Vittorio MANGANO era l’amministratore di?
JOSÉ: Silvio BERLUSCONI.
INTERVISTATORE: Di BERLUSCONI.
INTERVISTATORE 2: Amministratore di cosa? Della casa?
JOSÉ: Della casa credo, non so.

50
INTERVISTATORE: Ma per quanto tempo?
JOSÉ: Io l’ho visto una volta... una volta là.... Dai! E’ stata operata, allora
ha paura
INTERVISTATORE 3: Este signor MANGANO di donde (inc.)? De l’ha
conosciuto in Spagna o de Italia? De Italia?
INTERVISTATORE: Qui da BERLUSCONI.
INTERVISTATORE 3: In Espagna no?
JOSÉ: No.
INTERVISTATORE: Ed era l’amministratore MANGANO di
BERLUSCONI?
INTERVISTATORE 2: (inc) hombre ...come esté? MANGANO.
JOSÉ: Sì, gentile.
INTERVISTATORE 2: Gentile?
JOSÉ: Molto.
INTERVISTATORE: Si può parlare con MANGANO, sa dove trovarlo?
JOSÉ: So che è a Palermo..
INTERVISTATORE: Come?
JOSÉ: So che è a Palermo.
INTERVISTATORE: E’ a Palermo adesso?
JOSÉ: Sì, sono 12 anni che non lo vedo...
INTERVISTATORE: 12 anni che non lo vede?
JOSÉ: Forse 13.
INTERVISTATORE: No, perché magari potrebbe dire qualcosa di più di
BERLUSCONI, visto che è stato amministratore di BERLUSCONI ci potrebbe dire
qualcosa...
JOSÉ: So che (inc.) amministratore...
INTERVISTATORE: Come? Non ho capito.
JOSÉ: Io l’ho conosciuto lì quando ha cominciato BERLUSCONI ...ha
comprato lì...a fare i primi restauri e lì ho conosciuto il signor MANGANO, Vittorio
MANGANO... non è più qua, secondo me è a Palermo... non lo so...
INTERVISTATORE: Può essere a Palermo?
JOSÉ: Può essere chiaramente...non so...
INTERVISTATORE 2: E quando è andato via giù da Arcore MANGANO?
JOSÉ: 10, 15, 12 anni fa...
INTERVISTATORE: 80, 81, e lo vedeva spesso lì?
JOSÉ: Spesso no, perché andavo una volta la settimana.
INTERVISTATORE: C’era sempre quando andava diciamo? Una volta alla
settimana c’era?
JOSÉ: (Inc.) i lavori...
INTERVISTATORE: Della villa?
JOSÉ: (Inc.) allora andava in scuderia e... passava di lì, mi salutava.
INTERVISTATORE2: Era lui che si occupava dei restauri?
INTERVISTATORE: Lui era l’amministratore.
INTERVISTATORE2: Quindi con tutti gli operai...dava i soldi...

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JOSÉ: Parlavo... buongiorno, come sta...
INTERVISTATORE: Signor José, scusi, ma c’era anche BERLUSCONI
quando c’era MANGANO, cioè li ha visti insieme?
INTERVISTATORE 2: Li ha visti l’amministratore
INTERVISTATORE: No, no, parlo...chiedo se li ha visti insieme...
JOSÉ: (inc)
INTERVISTATORE: Sì.
JOSÉ: No.
INTERVISTATORE: Non li ha mai visti insieme?
JOSÉ: No.
INTERVISTATORE: Il signor BERLUSCONI e MANGANO lei non li ha
mai visti insieme?
JOSÉ: No, se il dottore non c’era, lui andava...
INTERVISTATORE: E altre persone lì in villa dei dirigenti ...
JOSÉ: Di dirigenti… dirigenti non… ho conosciuto l’amministratore.
INTERVISTATORE: Chi?
JOSÉ: MANGANO.
INTERVISTATORE: DELL’UTRI? DELL’UTRI?
JOSÉ: Il dottor DELL’UTRI? C’era assieme con lui.
INTERVISTATORE: Assieme a MANGANO.
JOSÉ: Sì (inc.) conosco operai, giardinieri, cose perché sono gente qui di
Arcore, (inc) sono giardinieri, non è che….
INTERVISTATORE: Certo, certo. MANGANO gestiva i cavalli?
INTERVISTATORE 2: Sì, gestiva i cavalli? Se ne intendeva di cavalli?
JOSÉ: Se se ne intendeva più o meno non lo so, che aveva passione sì.
INTERVISTATORE: Aveva passione di cavalli?
JOSÉ: Sì, se se ne intendeva più o meno non lo so”.

Alla stregua delle superiori emergenze, appare poco credibile Fedele


Confalonieri quando mostra, addirittura, di non ricordare neanche il nome di
battesimo di Mangano, indicandolo come “Silvano”.
Avv. TRANTINO: chi è che fu chiamato per accudire questi cavalli e per
occuparsi di questo tipo di mansioni ?
CONFALONIERI : Fu Silvano …, no Silvano, non mi ricordo il nome
adesso, Mangano.
Avv. TRANTINO: Vittorio?
CONFALONIERI: Vittorio Mangano, ecco, proprio per questo, perché aveva – si
diceva – esperienza a soprintendere questo genere di attività: cavalli, acquisire
cavalli, ma anche per accudire, presiedere, insomma chi accudiva .
In ultimo, strettamente connesso a quanto finora trattato, è un dato, anch’esso
obiettivo, che si ricava dagli elementi di prova relativi al sequestro del principe Luigi
D’Angerio, avvenuto alle porte della villa di Arcore la notte di Sant’Ambrogio del
1974, su cui si tornerà più approfonditamente nel prosieguo, e che testimonia la
presenza di Mangano a tavola in una sera di festa (cui partecipavano ospiti di

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riguardo), a riprova della considerazione con cui Mangano era tenuto durante la sua
permanenza nella villa.

CAPITOLO 2°
L’INCONTRO A MILANO CON I REFERENTI
DI “COSA NOSTRA”

Alla stregua delle emergenze probatorie finora richiamate, costituisce un dato


sostanzialmente non più contestabile (stante le sostanziali ammissioni provenienti dai
soggetti direttamente protagonisti della vicenda) l’arrivo di Mangano ad Arcore per
intermediazione dell’imputato Dell’Utri e del coimputato Cinà, come pure le
particolari mansioni che il Mangano medesimo era stato chiamato a svolgere in quella
tenuta.
Questi innegabili dati di fatto, considerata la particolare caratura criminale che in
quegli anni Mangano stava assumendo, per la fitta trama di rapporti con personaggi di
spicco all’interno della organizzazione mafiosa “cosa nostra” e operanti in quel periodo
nel milanese (si tratta, anche in questo caso, di acquisizioni probatorie in parte
definitivamente accertate anche in altri procedimenti e che sostanzialmente non
possono essere più messe in discussione, sulle quali ci si soffermerà in modo più
specifico in altra parte della sentenza), rimarrebbero privi di una ragionevole
spiegazione ove si trascurasse di tenere conto di un particolare “modus operandi”, negli
anni ’70, della criminalità organizzata di stanza a Milano.
Trattasi di numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione, posti in essere in quel
periodo, in relazione ai quali si deve univocamente intendere (come peraltro è dato
leggere tra le righe delle dichiarazioni dello stesso imputato, sopra richiamate), la
funzione di “garanzia e protezione “ che Mangano era chiamato a svolgere, a tutela
della sicurezza del suo datore di lavoro e dei suoi più stretti familiari, in un momento in
cui si era deciso il trasferimento di Berlusconi nella tenuta di Arcore, appena
acquistata, trasferimento che in sé comportava inevitabili ricadute in termini di
sicurezza anche per i familiari dell’imprenditore rispetto alla precedente sistemazione
milanese.
Il quadro finora esposto non può prescindere da una ulteriore considerazione, che
deve avere riguardo alla figura ed al ruolo di intermediazione svolto dal coimputato
Cinà Gaetano (ruolo, come si è già avuto modo di osservare, sempre taciuto
dall’imputato Dell’Utri, ed espressamente escluso dallo stesso Cinà).
E’ utile in questa parte ricordare brevemente (si avrà modo di ritornare
sull’argomento in altra parte della trattazione) i rapporti anche di natura familiare che
legavano Cinà Gaetano a una serie di soggetti che in quegli anni erano al vertice della
organizzazione mafiosa.
In particolare, giova ricordare che una sorella di Gaetano Cinà, a nome Caterina,
aveva sposato Benedetto Citarda, soggetto più volte nominato anche nel presente
procedimento come autorevole esponente della famiglia mafiosa di Malaspina, padre di
Giovanni Citarda, uomo d’onore di quella stessa consorteria.

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Una delle figlie del Citarda Benedetto aveva sposato Teresi Girolamo, importante
imprenditore palermitano e sottocapo della famiglia mafiosa di Santamaria di Gesù, e
particolarmente vicino a Bontate Stefano, capo di quella stessa famiglia; è risultato,
altresì, dalla compiuta istruzione dibattimentale che altre figlie del Benedetto Citarda si
erano unite in matrimonio con Giovanni Bontate, inteso l’ ”avvocato”, fratello di
Stefano, con Giuseppe Albanese, inteso “Pinuzzu”, uomo d’onore della famiglia
mafiosa di Malaspina, ucciso nel 1986 (qualche anno dopo la fine della c.d. seconda
guerra di mafia) e con Giuseppe Contorno, uomo d’onore della famiglia di Santa Maria
di Gesù, la stessa guidata da Bontate Stefano.
Al predetto Contorno Giuseppe, detto Pippo, ha fatto riferimento durante il suo
esame dibattimentale Contorno Salvatore, uomo d’onore della sua stessa “famiglia”
mafiosa:
CONTORNO SALVATORE:
Ah di mafioso, c'era mio padre mafioso.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei conosce un certo Giuseppe Contorno?
CONTORNO SALVATORE:
Si, e` uno della Guadagna che adesso si e` sposato con una della famiglia
mafiosa di Viale Lazio per il momento non mi viene il nome, si lo conosco signor
Pubblico Ministero, lo conosco.
PUBBLICO MINISTERO:
Si e` sposato, perche` io ho sentito si e` posato.
CONTORNO SALVATORE:
Si, si si e` sposato prima lavorava con i Pullara` a Milano in una cosa di
(incomprensibile) sono stati imputati per un sequestro (incomprensibile) quello
di Torino e dopo si e` preso a una del viale Lazio, per il momento non mi viene
la famiglia del Viale Lazio che e` morto il vecchio e` morto di questi mafiosi.
Va bene, per il momento non mi viene il nome...
PUBBLICO MINISTERO:
Come veniva chiamato questo Contorno se lo ricorda, come...
CONTORNO SALVATORE:
Pippo, Giuseppe.
PUBBLICO MINISTERO:
Giuseppe, senta questo Giuseppe Contorno, di cui abbiamo parlato adesso, se
le risulta, frequentava, ha frequentato Milano in questo periodo di cui lei ha
parlato?
CONTORNO SALVATORE:
Stava a Milano, stava a Milano.
PUBBLICO MINISTERO:
Stava a Milano ed era...
CONTORNO SALVATORE:
(incomprensibile) in Corso Ventidue Marzo, una traversa di Corso Ventidue
Marzo c'era un deposito di liquori all'ingrosso e ci lavorava lo zio di Pullara` e
lavorava pure Pippo Contorno la`.

54
Dopo in Corso Ventidue Marzo c'era un baretto che c'era soggiornato
Salvatore abbrucia muntagna, Presti Filippo che abitava in Corso Ventidue
Marzo abitava pure la` e tante altre persone, i nipoti di Presti Filippo...
PUBBLICO MINISTERO:
Senta questo Contorno di cui sta parlando io non ho capito se fosse o meno
uomo d'onore.
CONTORNO SALVATORE:
Si, uomo d'onore della nostra famiglia.
PUBBLICO MINISTERO:
Della famiglia quindi di?
CONTORNO SALVATORE:
Santa Maria di Gesu`.
PUBBLICO MINISTERO:
Santa Maria di Gesu`.
Senta lei poco fa ha detto che aveva acquisito una parentela, se ho capito
bene, importante all'interno di cosa nostra stiamo parlando.
CONTORNO SALVATORE:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei quindi sa di chi fosse cognato questo Contorno? Se lo ricorda?
CONTORNO SALVATORE:
Si so perche` il cognato prima aveva una frutta e verdura in viale Lazio, pero`
questo faceva dove Mimmo Teresi e Giovanni Pullara`... e Giovanni Bontade ha
preso pure una moglie lo stesso nome che ha preso questo Peppuccio Contorno
però non mi viene il nome per adesso, la famiglia di Viale Lazio.
Non mi viene per il momento e` una vecchia patriarca di famiglia...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
CONTORNO SALVATORE:
Era cognato di Pino Albanese era pure (incomprensibile) di questa famiglia.
PUBBLICO MINISTERO:
Si, se lei mi permette le faccio questa contestazione, il 15 marzo del 94 alla
Procura di Palermo lei ha detto, pagina due, va be "ha lavorato per il Teatro
Massimo di Palermo e` cognato di Giovanni Citarda che e` stato compare...
CONTORNO SALVATORE:
Si, la famiglia Citarda si.
VOCI SOVRAPPOSTE
CONTORNO SALVATORE:
La famiglia Citarda si.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi della famiglia Citarda.
CONTORNO SALVATORE:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:

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Quindi per comprendere qualcuno della sua famiglia... no lui aveva sposato una
Citarda.
Giusto?
CONTORNO SALVATORE:
Si, una Citarda si.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei sa a chi erano... ricorda almeno quali altre persone fossero sposate con
alcune sorelle Citarda?
CONTORNO SALVATORE:
C'era Mimmo Teresi, Giovanni Bontade, Pino Albanese, non ricordo altri.
Tutti questi eliminati questi che ho nominati io..
PUBBLICO MINISTERO:
Si, senta che lei ricordi lei ha detto appunto che questo Contorno, questo
Giuseppe Contorno frequentava Milano nello stesso periodo in cui vi era anche
lei.
CONTORNO SALVATORE:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda se ebbe dei problemi questo Contorno in relazione ad alcuni sequestri?
CONTORNO SALVATORE:
Il sequestro Monteleo.( n.d.r. Rossi di Montelera )
PUBBLICO MINISTERO:
Cioe` che successe?
CONTORNO SALVATORE:
Gli hanno trovato sequestrato una bottiglia di champagne importato dai
Pullara` su Milano.
Liquore, champagne che e` stato.
PUBBLICO MINISTERO:
E lui questo Contorno che rapporto aveva con...
CONTORNO SALVATORE:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:
Cioe` come potevano collegare questo Contorno con questa bottiglia, non lo
capisco.
CONTORNO SALVATORE:
Perche` lui lavorava in quella rivendita di liquori dove c'era il Pullara` Ignazio
e lo zio e questa bottiglia ce l'hanno trovato, siccome l'importazione la facevano
solo loro per Milano, avevano l'esclusivita` di questa champagne e ce l'hanno
trovato a quello al sequestrato la`.
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito.
CONTORNO SALVATORE:
(incomprensibile) non so come hanno fatto”.

56
La frequentazione tra Cinà Gaetano e Teresi Girolamo ha ricevuto una ulteriore
conferma, nel corso dell’indagine dibattimentale, nella deposizione del teste
Montaperto Giuseppe, sentito all’udienza del 9 giugno 2003.
Il teste, giornalista in pensione del quotidiano palermitano “Il Giornale di Sicilia”,
ha fatto riferimento ai suoi rapporti di amicizia con il Teresi, suo compare di nozze,
risalenti agli anni dell’immediato dopoguerra quando, ancora giovanissimo, il predetto
era stato mandato dai genitori a lavorare come apprendista in una farmacia ubicata nei
pressi della sede del quotidiano dove il teste aveva da poco iniziato la sua attività.
Il Montaperto, chiamato a riferire in dibattimento in ordine ai suoi rapporti con il Cinà,
ha dichiarato di avere conosciuto l’imputato proprio a casa del Teresi, con il quale aveva
intrattenuto un rapporto di abituale frequentazione, e di averlo incontrato in più
occasioni, sia nella abitazione palermitana di viale Lazio, sia nel villino di Punta Raisi,
continuando nel tempo un rapporto di amicizia.
Come il Teresi, appartenevano alla stessa “famiglia” di Santa Maria di Gesù diversi
uomini d’onore, operanti stabilmente a Milano, e i cui nominativi ricorreranno più volte
nel prosieguo della trattazione ( alla quale si fa rinvio ) proprio in relazione alla
posizione del Mangano ed ai suoi legami con la criminalità organizzata.
Tra questi uomini d’onore è opportuno ricordare, per quello che qui rileva, i fratelli
Grado Gaetano e Nino, Milano Nicola, uomo d’onore (ritualmente affiliato alla famiglia
di Porta Nuova, aggregata, in quegli anni, al mandamento di Santa Maria di Gesù) al
quale era stato affiancato Vittorio Mangano a Milano nel periodo di “praticantato” in
“cosa nostra”, e Contorno Giuseppe.
Quest’ultimo, omonimo del collaboratore Contorno Salvatore e appartenente alla
sua stessa “famiglia”, era nipote di Cinà Gaetano, perché aveva sposato, come sopra
ricordato, una figlia di Benedetto Citarda e di Caterina Cinà, sorella dell’imputato Cinà
Gaetano.
Su Contorno Giuseppe ha riferito, all’udienza del 26 novembre 2001, il m.llo
Monaldi Luigi, già in servizio presso la D.I.A. di Milano, ricordando che, sul luogo in
cui era rimasto segregato Luigi Rossi di Montelera (vittima di un sequestro di persona ad
opera di Pullarà Giuseppe, Pullarà Ignazio e Leggio Luciano), vennero rinvenute delle
bottiglie provenienti dall’enoteca Borrone di Milano, gestita da Pullarà Giuseppe, presso
la quale lavorava il Contorno Giuseppe.
In questa fitta trama di rapporti, costituenti il contesto generale nel quale si svolgono
i fatti finora illustrati, si inserisce un episodio cardine del procedimento, l’incontro di
Berlusconi con Stefano Bontate, organizzato proprio per l’interposizione degli odierni
imputati, sul quale ha riferito da Di Carlo Francesco nel periodo immediatamente successivo
al suo rientro in Italia e proprio all’inizio della sua collaborazione.
Fino a quella data, come risulta dal confronto con le dichiarazioni dell’imputato
Dell’Utri, quest’ultimo, pur confermando i suoi buoni rapporti con il coimputato Cinà,
oltre che la sua intermediazione per l’assunzione di Mangano ad Arcore, aveva
decisamente negato qualsiasi suo pregresso rapporto di conoscenza con Stefano Bontate
e Girolamo Teresi.
Nel corso del suo interrogatorio al PM del 26 giugno 1996 ( vedi doc. n.13 del faldone
36 ), l’imputato, al riguardo, aveva dichiarato:

57
PM Lei ha conosciuto Bontate Stefano, Teresi Girolamo, Cinà Gaetano, Martello
Ugo?
DELL’UTRI: Delle persone menzionate ho conosciuto soltanto Cinà Gaetano. Egli era
il papà di uno dei tanti ragazzi che negli anni ‘70 imparavano a giocare a calcio nella
scuola di calcio palermitana Bacigalupo di cui io ero istruttore. La Bacigalupo era
ubicata prima all’Arenella e poi a Resuttana ed era frequentata da moltissimi giovani
tra i quali i figli dei più vari ceti sociali, anche della media e alta borghesia. Con il Cinà
ho instaurato fin da allora un rapporto di amicizia, tant’è che nei primi anni 70 mi
adoperai per inserire il figlio del Cinà nel vivaio della squadra di calco del Varese.”
Questa totale negazione, oltre che apparire poco verosimile alla luce di quanto sopra
richiamato a proposito di Cinà Gaetano, veniva smentita dalle primissime dichiarazioni
del collaborante Di Carlo Francesco, il quale, nel riferire della sua pregressa conoscenza
con gli odierni imputati e dei rapporti di questi con i nominati Bontate e Teresi, aveva
fatto espresso riferimento all’incontro milanese, oggetto della presente trattazione, oltre
che alla partecipazione dello stesso Dell’Utri ad un matrimonio che si era celebrato a
Londra e al quale avevano preso parte entrambi gli imputati Dell’Utri e Cinà, oltre che
lo stesso Teresi Girolamo.
Il riferimento è al matrimonio di Jimmy Fauci, celebrato a Londra il 19 aprile del 1980,
al quale Marcello Dell’Utri ha confermato, in un secondo momento, di essere stato
presente (sia pure casualmente), come risulterà dal testo di una intervista dallo stesso
rilasciata al quotidiano “Corriere della Sera” nell’autunno del 1996.
Si tornerà nel prosieguo su questo particolare episodio, non tanto perché si intenda
attribuire allo stesso una precisa valenza illecita, ma perché, ad avviso del Tribunale,
costituisce una riprova della attendibilità intrinseca delle dichiarazioni del collaborante .

LE DICHIARAZIONI DI FRANCESCO DI CARLO

Di Carlo Francesco è stato esaminato nel corso delle udienze del 16 febbraio e 2 marzo
1998.
Uomo d’onore della famiglia di Altofonte, di cui ha fatto parte fin dagli anni ’60,
quando era stato ritualmente affiliato in una casa di sua proprietà in Altofonte, alla
presenza del rappresentante di allora, Salvatore La Barbera, oltre che di Ottavio Gioè,
suo cugino, e del sottocapo della famiglia, Girolamo Sollami (v. pagg.19e 20 della
trascrizione di udienza ).
Dopo un iniziale periodo in cui era stato tenuto in un certo qual modo “riservato”, a
causa dei problemi derivati alla organizzazione criminale dalla prima guerra di mafia,
dal 1970 in poi Di Carlo era stato presentato anche agli altri uomini d’onore e nel
1973/74 era stato fatto consigliere della sua famiglia ed in seguito sottocapo.
Tenuto in grande considerazione dal capo-famiglia La Barbera, anche per i rapporti
che lo legavano ai Badalamenti e a Stefano Bontate, con il quale aveva stretti legami di
amicizia risalenti nel tempo (v. pag. 29 ibidem ), il Di Carlo, per volontà di Salvatore
Riina e di Bernardo Provenzano, era stato posto, nel 1976, a capo della famiglia mafiosa
di Altofonte, carica che aveva continuato ad esercitare fino alla fine degli anni ’70
rimanendo poi a disposizione del capo mandamento, Bernardo Brusca.

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Il 6 febbraio 1980 Francesco Di Carlo veniva denunciato dai Carabinieri in stato di
irreperibilità per i reati di associazione per delinquere, concorso in sequestro di persona,
omicidio e traffico di stupefacenti, e il 23 febbraio 1980 veniva raggiunto dal mandato di
cattura n.55/80 del G.I. di Palermo; da questa data Di Carlo rimaneva latitante fino al 23
giugno 1985, quando veniva tratto in arresto in Inghilterra ( paese nel quale si era
definitivamente trasferito nel 1982, secondo quanto riferito in dibattimento dallo stesso
Di Carlo) perché accusato di avere gestito, con altri complici, un grosso traffico
internazionale di sostanze stupefacenti e condannato alla pena di 25 anni di reclusione
dall’autorità giudiziaria inglese (v. deposizione del m.llo Caruana Giuseppe all’udienza
del 6/4/2000).
Dopo un periodo ininterrotto di detenzione, il 13 giugno 1996 Di Carlo veniva
trasferito in Italia e faceva ingresso nel carcere di Rebibbia, N.C.1, iniziando a
collaborare con la giustizia .
L’importanza della posizione assunta dal collaborante all’interno del sodalizio mafioso
e la sua lunga militanza in esso costituiscono elementi che gli hanno consentito di entrare
in possesso di un vasto patrimonio di conoscenze circa i fatti criminali e le vicende
interne al sodalizio mafioso almeno fino agli anni precedenti al suo definitivo
trasferimento all’estero e al suo arresto in Inghilterra.
Rispondendo alle domande del PM (v. pag. 315 della trascrizione di udienza), il
collaborante ha fatto espressa menzione dei gravissimi omicidi “eccellenti” perpetrati da
“cosa nostra”, sui quali ha reso dichiarazioni in altri procedimenti (in particolare, il
riferimento è all’iniziale progetto di uccidere il giudice istruttore Cesare Terranova,
all’uccisione dei Procuratori della Repubblica Gaetano Costa e Pietro Scaglione, del
giornalista Mario Francese, di Giuseppe Impastato, del Presidente della Regione
Piersanti Mattarella, del cap. Emanuele Basile e del col. dei CC Giuseppe Russo, tutti
gravissimi fatti criminali che hanno segnato i momenti cruciali della strategia stragista di
“cosa nostra” nell’Isola ).
Risulta, inoltre, dallo stesso controesame della difesa (v. pag. 325 della trascrizione
dell’udienza del 2 giugno 1998 ), che, già nel primo verbale del 31 luglio 1996, il Di
Carlo aveva riferito anche sui rapporti con “cosa nostra” dell’on.le Giulio Andreotti ( il
relativo procedimento, in quegli anni pendente dinanzi al Tribunale di Palermo, si è
concluso solo di recente in Corte di Cassazione), arricchendo ulteriormente il contenuto
delle sue dichiarazioni nel corso di quel dibattimento (la difesa aveva anche chiesto, al
fine di dimostrare la circostanza, di depositare il verbale dell’udienza del 30/10/1996
tenuta in quel processo).
Nel corso del suo lungo esame dibattimentale Di Carlo Francesco,
confermando sostanzialmente quanto era stato oggetto delle sue prime dichiarazioni, ha
riferito dei buoni rapporti di amicizia intrattenuti nel tempo con l’imputato Gaetano Cinà.
In particolare, ha dichiarato al riguardo :
“ A Tanino Cinà l’ho conosciuto, come le dico, tantissimi anni, anche perché io
frequentavo la zona di Cruillas e dopo .. anche perché conoscevo a Benedetto
..Benedetto ..tutti questi nomi là ..Citarda, il vecchio Benedetto Citarda , ed era cognato
di Gaetano Cinà, aveva sposato una sorella, poi ho conosciuto il fratello come cosa
nostra, io andavo sempre, anche perché a volte mi è capitato molte volte nei primi anni

59
70 di andare in via Lazio dove questo Citarda aveva dei negozi, che lì dietro c’era una
specie di ufficio, e mi incontravo con Peppino Citarda, il capo mandamento, per
portarci qualche notizia o per qualche cosa che aveva chiesto o se c’erano riunioni a
volte glielo facevo sapere, incaricato io di qualcuno o di Bernardo Brusca, ma di
Michele Greco di più. E così frequentavo , ho conosciuto Totò Cinà come cosa nostra,
l’ho conosciuto , l’ho visto pure uscire di cosa nostra quando l’avevano messo fuori, ma
con Gaetano ci vedevamo, abbiamo preso più amicizia perché ci conoscevamo, ci siamo
frequentati, poi amici suoi erano diventati amici miei o che erano già amici anche di lui,
prima e dopo di me o prima di me e anche di lui, insomma, a Palermo conoscevo
tantissime persone e conosceva pure Tanino e così ci siamo frequentati molte volte “ .
Proprio per il tramite di Gaetano Cinà, Di Carlo aveva avuto modo di conoscere
l’imputato Dell’Utri Marcello, presentatogli amichevolmente dal Cinà nei primi anni ’70
in un bar vicino al negozio gestito dallo stesso Cinà ( il riferimento è al bar del Viale,
tradizionale punto di incontro nella città di Palermo negli anni cui ha fatto riferimento il
collaborante).
Indiretta conferma della frequentazione di quel locale da parte dell’imputato Cinà
( circostanza che appare ben verosimile per la vicinanza in linea d’aria sia con la la
lavanderia sia con il negozio di articoli sportivi di via Archimede, entrambi gestiti dal
Cinà), la si rinviene tra le righe della deposizione di Mangano Vittorio, il quale ha fatto
riferimento ad incontri con il Cinà proprio nel bar del Viale, dove erano soliti consumare
un caffè (v. interrogatorio del 13 luglio 1998).
In ordine alla conoscenza di Marcello Dell’Utri, Di Carlo ha reso queste dichiarazioni:
PUBBLICO MINISTERO:
… Senta,in questo procedimento oltre al CINA' e' imputato anche MARCELLO
DELL'UTRI, lei ha avuto modo di conoscerlo?
DI CARLO FRANCESCO:
Ho conosciuto DELL'UTRI, ho avuto modo di conoscerlo sia la prima volta e sia
molte volte che l'ho incontrato.
PUBBLICO MINISTERO:
Puo' specificare quando l'ha incontrato la prima volta?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma, nei primi anni '70.
PUBBLICO MINISTERO:
Nei primi anni '70, dove lo ha incontrato, chi glielo ha presentato?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma presentare cosi, perche' non e', almeno a me non mi risultava in quel periodo
che era cosa nostra, e poi l'avrei saputo. Presentato come amico, come si presenta
normale, me l'ha presentato Tanino CINA'.
PUBBLICO MINISTERO:
Dove?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma, eravamo in un bar, non so se era in un bar del... quale bar, ma mi sembra
quello che c'e' piu' sopra di dove aveva il negozio TANINO CINA', bar via
Liberta'...

60
PUBBLICO MINISTERO:
Quello che chiamavano il bar del viale, per capirci?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma forse questo era.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ha avuto poi modo di incontrare nuovamente DELL'UTRI MARCELLO?
DI CARLO FRANCESCO:
DELL'UTRI l'ho incontrato quella volta, qualche altre due volte sia nel negozio di
sportivi, la' davanti pero', c'erano altra gente di uomini d'onore, sempre in questa via
Archimede, come si chiama, sia poi l'ho incontrato a Londra, sia l'ho incontrato prima
di Londra mi sembra era stato, prima? Si, prima, da Stefano Bontate una sera, pero'
non abbiamo fatto mai amicizia, cosi' conoscente cosi, anche perche'... non lo so, non
siamo... anche che io ho un carattere aperto, e forse lui era questa che c'era una
contrarieta' che lui era un carattere chiuso, non siamo diventati mai amic”i.
Su questa circostanza il collaborante è tornato anche in sede di controesame, quando,
rispondendo alle domande della difesa di Marcello Dell’Utri ed, in particolare, a seguito
della contestazione di quanto dichiarato nel corso delle indagini preliminari (v. verbale
del 31 luglio 1996), alla domanda se, al momento della sua presentazione, Marcello
Dell’Utri abitasse a Palermo o a Milano, il collaborante ha ribadito:
AVV. TRICOLI : …..omissis … “Senta, però in ordine a questo incontro, in data 31
luglio 96 , a pag.34, al PM ha dichiarato che il Tanino Cinà in quell’occasione le disse
che si trovava a Milano che lavorava “non so definitivo cosa faceva “. Si ricorda di
avere detto , invece…
DI CARLO Sì, mi sembra… mi sembra che mi ha accennato che frequentava Milano,
che lavorava a Milano, che avrebbe lavorato … non lo so. Mi ha accennato qualcosa su
Milano”.
A breve distanza temporale dalla sua presentazione a Marcello Dell’Utri, il
collaborante aveva incontrato a Palermo il Cinà, mentre questi era in compagnia di
Stefano Bontate e di Mimmo Teresi.
Dovendo tutti recarsi a Milano nei giorni successivi, proposero di incontrarsi nella città
lombarda e si diedero appuntamento negli uffici che Ugo Martello aveva in via Larga,
nei pressi del Duomo di Milano, dove già in precedenza Di Carlo si era recato diverse
volte per incontrare altre persone di “cosa nostra”.
(Sulle acquisizioni probatorie relative a Martello Ugo ed ai frequentatori degli uffici di
Via Larga si tornerà nel prosieguo).
Dopo avere pranzato insieme in un ristorante, a Di Carlo venne proposto di
accompagnarli ad un incontro che avrebbero avuto di lì a poco con un industriale, tale
Silvio Berlusconi, il cui nome allora non gli diceva nulla di particolare, e con lo stesso
Dell’Utri, che aveva conosciuto a Palermo qualche tempo prima.
Si riporta il racconto di Di Carlo:
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ha incontrato DELL'UTRI anche a Milano?
DI CARLO FRANCESCO:

61
Va be', questo e' stato piu' all'inizio ancora, dopo quella volta che l'avevo visto in
via Liberta', era la prima volta...
PUBBLICO MINISTERO:
Mi puo' specificare come e' avvenuto questo secondo incontro?
DI CARLO FRANCESCO:
Non ho incontrato solo lui, c'erano altri, per quello che sono i miei ricordi. Ero... ero
andato a Milano, ma prima che partissi di Milano mi sono visto con... mi ero visto
anche con STEFANO BONTATE, TERESI e con CINA', sapendo che io stavo andando
pure a Milano, ci abbiamo dato un appuntamento l'indomani a Milano in un ufficio
che loro conoscevano e che io andavo sia la' e in altri posti vicino il Duomo di
Milano, mi sembra dovrebbe essere...si dovrebbe chiamare via Larga, una dei pochi
indirizzi che mi ricordo visto che ci andavo sempre a trovare persone di cosa nostra in
questo ufficio.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei sa di chi era questo ufficio?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma questo ufficio era una societa', a parte che c'erano tanti uffici in questo palazzo,
per quello che sono i miei ricordi, era una societa' non so che cosa importavano e
esportavano, comunque la' c'erano sempre signorine che giravano, segretarie, e mi
incontravo con UGO MARTELLO, che lo chiamavano TANINO che era latitante da
tanti anni, della famiglia di Bolognetta, Cosa Nostra, mi incontravo con qualcuno
dei BONO, PIPPO BONO, ALFREDO, e c'era un certo PERGOLA, pero' non era
cosa nostra PERGOLA, che era piu'... come dire, piu' addentrato in quel lavoro di
li' dentro perche lo vedevo che lui si muoveva come lavoro...gli altri si muovevano
per ragionare cose di Cosa Nostra in qualche altra stanza, o meno, comunque...
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, prima di proseguire, visto che ha parlato di PERGOLA, lei sa se questo
PERGOLA aveva rapporti con queste altre persone che lei vedeva all'interno di
questi locali? Lei ha citato UGO MARTELLO e se non ricordo male PIPPO BONO,
aveva...
DI CARLO FRANCESCO:
Si, certo che avevano rapporti, infatti, loro che muovevano tutto ma alle... alle
spalle c'era PIPPO BONO perche' era il capo famiglia.
PUBBLICO MINISTERO:
Puo' dire che ruolo aveva all'interno di cosa nostra PIPPO BONO?
DI CARLO FRANCESCO:
Mi sembra che l'ho detto, capo famiglia di...mi scusi, capofamiglia di Bolognetta,
pero' quasi tutta la famiglia l'aveva a Milano, aveva un sacco di giovani combinati.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei perche' doveva andare... doveva recarsi a Milano?
DI CARLO FRANCESCO:
A parte tutto che io Milano ogni tanto ci andavo per motivi di lavoro, mi sembra che
ho detto prima che avevo una societa' per azioni, avevo autotreni articolati, avevo un
ufficio anche a Genova e a volte capitava visitare qualche cliente o per portarci

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fatture per pagare o ... dovevo andare, ma molte volte ci andavo anche pure che mi
vedevo... specialmente prima che arrestassero LUCIANO LIGGIO ogni tanto ci
vedevamo.
PUBBLICO MINISTERO:
Si ricorda come si chiamava questa sua societa' di trasporti?
DI CARLO FRANCESCO:
La mia?
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
DI CARLO FRANCESCO:
Certo che mi ricordo, ci ho messo io il nome, TES, Trasporti Espressi Sicilia
societa' per azione, perche' c'era una TES che non era per azioni, a volte lo
confondevano, mentre quella mia era s.p.a.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, in questa occasione, quindi, poi vi siete incontrati con il BONTATE presso
questi uffici ...
DI CARLO FRANCESCO:
Poi si, ci siamo incontrati in questi uffici perche' STEFANO lo sapeva e c'era
stato in quello ufficio, e poi c'era uno che guidava la macchina che risiedeva mi
sembra a Milano, pure essendo cosa nostra a Palermo... a Palermo, da STEFANO, ed
erano molto ambientati a Milani e allora sapeva strade e tutto, c'e' venuto facile
a venirci a trovare con una macchina grande, e' venuto ... e' venuto STEFANO,
TERESI, TANINO e questo che guidava.
PUBBLICO MINISTERO:
TANINO lei intende chi?
DI CARLO FRANCESCO:
TANINO CINA'.
PUBBLICO MINISTERO:
TANINO CINA'.
DI CARLO FRANCESCO:
Si, MIMMO TERESI e STEFANO BONTATE.
PUBBLICO MINISTERO:
C'era anche TANINO MARTELLO, UGO MARTELLO?
DI CARLO FRANCESCO:
Nell'ufficio si, va bene, ci siamo salutati solo così e non mi ricordo se abbiamo
preso caffe' o siccome gia' si faceva l'orario di andare a mangiare abbiamo detto no,
non mi ricordo, o aperitivo, comunque, ci siamo salutati poi con TANINO mi
dovevo vedere la sera perche' molte volte andavo a dormire in casa di TANINO, lui
era latitante e non lo sapeva nessuno veramente dove abitava e molte volte mi ha
ospitato, cosa che non faceva con molti, eravamo pochissimi proprio quelli...
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, c'era anche NINO GRADO in quella occasione?
DI CARLO FRANCESCO:

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E questo era l'autista che guidava, chiamiamolo autista, per carita' in cosa
nostra non ci sono autisti, uno deve guidare, e' un offesa quando si dice
l'autista a un altro, deve guidare o perche' uno non puo' guidare che non ci ha
la patente o perche' uno deve guidare, ma non e' mai l'autista dell'altro, e' capo
mandamento o non e' capo mandamento, ed era NINO GRADO che guidava perche'
conosceva Milano bene.
PUBBLICO MINISTERO:
Quanto tempo siete stati in... nei locali di questa ditta di MARTELLO, di
UGO MARTELLO?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma non mi ricordo, ma non piu' di qualche ora. Poi ci siamo messi in
macchina... TANINO, che con TANINO... con gli altri eravamo intimi,
specialmente con STEFANO, ma con TANINO era piu' con me che scherzava
sempre, aveva battute di scherzo, mi chiamava... perche' mi diceva che ero
sempre gentile, ben vestito, mi chiamava il barone e scherzavamo sempre a sfotto' a
volte anche e ci siamo messi tutti in macchina, dice, andiamo a mangiare, vieni
con noi, e poi aveva un puntamento. Dopo mangiare siamo andati, nel pomeriggio,
un puntamento in un ufficio...
PUBBLICO MINISTERO:
Si, aspetti, prima di arrivare a questo punto, visto che lei diceva che siete stati
per un ora nell'ufficio di UGO MARTELLO, ricorda di che cosa avete parlato, che
cosa avete fatto in questa...?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, ma la' sicuramente non di cose cosi, cose superficiali, non e'.... perche' se
STEFANO deve andare a parlare con MARTELLO di qualche cosa seria deve andare a
parlare con PIPPO BONO, specialmente ancora siamo prima del '77 c'era molta
severita'. A parlare cosi', non di ...
PUBBLICO MINISTERO:
Come?
DI CARLO FRANCESCO:
Non mi ricordo, parlare di cose cosi' che si puo' parlare, di Milano, com'e' qua,
cose, poi se uno deve dire qualcosa riservata se lo chiama a parte a uno e ci dice...
Cosi', un'ora... un'oretta di qualcosa si puo' parlare.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ricorda qualche cosa relativamente proprio alle persone sia di TANINO
CINA' che di STEFANO BONTATE in quel momento, per esempio soprattutto in
relazione al vestiario delle stesse persone?
DI CARLO FRANCESCO:
Ah, va bene, questo era pure cose di TANINO CINA' con me che scherzava, dice:
guarda, guarda che sono elegante... e dove debbono... che debbono andare a
incontrare, di qua, di la'. C'era sempre questo sfotto', anche perche' poi capisco
perche' era lo sfotto' e cose quando arriviamo dopo mangiare, dopo avere
pranzato in un ristorante di Milano, che NINO GRADO mi sembra era
conosciuto li' dentro perche' l'hanno salutato il capo cameriere o la proprietaria,

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dopo avere mangiato siamo andati in un ufficio nel pomeriggio, ma non molto
lontano da dove abbiamo mangiato e comunque doveva essere Milano centro, una
citta' che non ho mai capito, Milano, specialmente che guidava e si andava
scherzando non ho potuto vedere quale strada ha fatto, comunque siamo andati
in questi uffici. Siamo andati in questo ufficio...
PUBBLICO MINISTERO:
Signor DI CARLO, prima di arrivare all'ufficio, lei come mai va pure lei a
questo appuntamento, le venne detto con chi era l'appuntamento?
DI CARLO FRANCESCO:
Per quello che sono i miei ricordi mi hanno detto di andare con loro perche' poi il
pomeriggio, anzi la sera volevano che stavo con loro, ma con STEFANO veramente
ci trattavamo bene anche... Poi mi hanno detto con chi si dovevano incontrare, ma a
me a quel tempo il nome non mi diceva niente, mi hanno detto che si dovevano
incontrare con un industriale un certo BERLUSCONI e con... ci sara', mi ha
detto, il DELL'UTRI, DELL'UTRI me lo ricordavo di quella volta che avevo
preso il caffe' con TANINO, pero' non mi dicevano niente ne' l'uno e ne' l'altro,
perche' conoscevo industriali per motivi di lavoro, o si sentivano, pero' proprio
quelli non e' che mi faceva impressione, poi forse perche' ero abituato a trattare
con vari industriali o con altre persone di una certa..., percio' non mi ero
impressionato, chiunque sia, magari per loro non lo so. Ma loro non erano, perche'
c'era TERESI che era un grosso costruttore a Palermo, c'era STEFANO BONTATE
che veniva di una famiglia agiata, di una famiglia che hanno trattato sempre con
politici e tutti e allora non penso che erano anche..., pero' a me non mi diceva
niente il nome, comunque siamo arrivati la', se lei vuole sapere.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi dico, ma le venne specificato per quale motivo BONTATE voleva che lei
fosse presente?
DI CARLO FRANCESCO:
No. No, no, il motivo non me l'hanno specificato prima, poi sono la' e ascolto,
va bene, perche' non... visto che non erano discorsi segreti, poi io ero cosa nostra, a
parte tutto c'era TANINO la' che non era cosa nostra e ha assistito perche' era il
piu' interessato direttamente con DELL'UTRI perche' capisco che TANINO aveva
portato questa amicizia di DELL'UTRI e BERLUSCONI a BONTATE e a TERESI,
percio' TANINO doveva essere pure presente, a parte tutto visto che c'e' anche il
DELL'UTRI che non e' cosa nostra e BERLUSCONI nemmeno e allora non c'e'
motivo, perche' avrei... sarei uscito io per non interessarmi di cose di cosa nostra
segrete con altri, ma la' era una cosa cosi. Una cosa normale a quei tempi, che
ognuno, un industriale o qualcuno che aveva bisogno si rivolgeva a cosa nostra o
per mettere un'azienda o per garantirsi o per quello che c'era la situazione”.
Per quanto riguarda la collocazione temporale di questo episodio, nel corso del suo
esame dibattimentale il collaborante ha così riferito:
PUBBLICO MINISTERO:
Poi le chiedero' a chi si riferisce in particolare, per adesso continuiamo su
questo specifico tema, volevo sapere se lei puo' collocare temporalmente questo

65
incontro di cui stiamo parlando, come anno intendo dire.
DI CARLO FRANCESCO:
Mi sembra che dovrebbe essere... non so se era primavera o autunno '74.
PUBBLICO MINISTERO:
Primavera o autunno '74. Com'e' che risale alla primavera o all'autunno, lo
puo'...?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma, risalgo perche' io ero... io ero col vestito, gli altri pure, una giacca, magari
io avevo la cravatta, c'era TANINO che aveva giacca e senza cravatta, NINO
aveva... NINO GRADO aveva, per quello che sono i miei ricordi, un giubottino di
antilope la' che aveva, non avevamo cappotti, per Milano non avere cappotto non
puo' essere inverno.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ricorda com'erano vestite anche le altre persone, per riuscirci... per
riuscire a farci capire anche qual'era il periodo di tempo in cui si e' svolto
l'incontro?
DI CARLO FRANCESCO:
No, non posso... avevano giacca e cravatta ma non erano estivi, altrimenti io
nemmeno avrei avuto la giacca,perche' non sopporto in estate giacche”.
Segue, quindi, la descrizione dell’incontro, assai dettagliata.
Secondo quanto ha riferito il collaborante, Marcello Dell’Utri li accolse all’arrivo in
questo ufficio, che aveva sede in un palazzo, e li condusse in una sala dove attesero
l’arrivo di Berlusconi, con il quale poi cominciarono a parlare di edilizia.
Dalla viva voce del collaborante:
PUBBLICO MINISTERO Senta, quindi siete arrivati in questo ufficio, ma ci può
descrivere di che cosa si … dove si trovava l’ufficio, era un palazzo o era una villa ?
DI CARLO FRANCESCO:
No, no, non era una villa, era un palazzo e le dico era un palazzo non moderno
come... e nemmeno antico antico, come dire, come potrei paragonare? Via
Roma vecchia qua da noialtri, sti palazzi possono avere non so 60 anni, 70
anni, questo tipo così.
PUBBLICO MINISTERO:
Per quello che era chiaramente la sua percezione?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, almeno per quelli che sono i miei ricordi, palazzi non lo so, all'inizio del
'900, non ho idea di quando piu' o meno, pero' non erano ne' moderni e
nemmeno antichi di quella costruzione antichissima.
PUBBLICO MINISTERO:
Antichissima... non erano antichissimi.
DI CARLO FRANCESCO:
Era un palazzo, siamo entrati, non mi ricordo se era primo piano e c'era un
ammezzato prima e c'era primo piano, o erano due piani, comunque non mi
viene, siamo entrati e a venirci incontro e' stato proprio il MARCELLO
DELL'UTRI che io conoscevo, l'avevo vista la prima volte, una persona bassina

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e ci ha salutati, una stretta di mano, con TANINO si e' baciato, con gli altri si e'
baciato, con me no.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei come e' stato presentato... no, lei era gia'... gia' lo conosceva DELL'UTRI?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, lo conoscevo, una stretta di mano, ma io ero... sono stato sempre un po' restio
a baciare e poi non essendo cosa nostra che magari con cosa nostra ero
obbligato a volte, si immagini.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei ha detto che si e' baciato con le persone che erano insieme a lei, con
tutte le persone? Cioe', anche...
DI CARLO FRANCESCO:
Si, si, ma con... anche con ...ho visto che con il GRADO che si conosceva bene
perche' hanno avuto battute di scherzo.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma si davano del lei o del tu?
DI CARLO FRANCESCO:
No, del tu. Con me si dava del lei.
PUBBLICO MINISTERO:
In particolare si e' baciato anche con STEFANO BONTATE?
DI CARLO FRANCESCO:
Si. Forse a STEFANO le dava del lei e STEFANO le dava del tu, perche'
STEFANO l'aveva queste grandezze.

(omissis)
PUBBLICO MINISTERO:
Va bene, senta, ritorniamo... abbiamo fatto una digressione, ritorniamo di
nuovo all'incontro che e' avvenuto in questo palazzo antico, ma non antichissimo
diceva lei, vi e' venuto incontro DELL'UTRI MARCELLO, vi siete salutati e
poi siete andati dove?
DI CARLO FRANCESCO:
Me la rifa' la domanda, mi scusi dottore...
PUBBLICO MINISTERO:
Si, sto parlando dell'incontro con DELL'UTRI MARCELLO a cui sono
presenti lei diceva TANINO CINA', STEFANO BONTATE, MIMMO TERESI...
DI CARLO FRANCESCO:
A Milano, e' giusto?
PUBBLICO MINISTERO:
A Milano. Quindi, una volta che vi ha accolto poi dove siete andati?
DI CARLO FRANCESCO:
Siamo arrivati, siamo entrati c'era una sala, c'erano persone che a volte si
vedevano altre stanze, che andavano e venivano, siamo entrati in una grande
stanza e c'era scrivania, c'erano qualche... mi sembra qualche divano per
sedersi, sedie, ci siamo seduti la'. Dopo non so un quarto d'ora, non mi ricordo piu'

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bene, insomma dopo un po' di tempo, e' spuntato questo signore sui 30 anni, 30 e
rotti anni, e hanno presentato il dottore BERLUSCONI...
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei...
DI CARLO FRANCESCO:
... hanno presentato tutti...
PUBBLICO MINISTERO:
...Si, come...
DI CARLO FRANCESCO:
... hanno presentato me...Hanno presentato a tutti, ha presentato me...
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda chi faceva le presentazioni?
DI CARLO FRANCESCO:
DELL'UTRI. A TANINO lo conosceva pero'.
PUBBLICO MINISTERO:
Come venne presentato STEFANO BONTATE nella fattispecie, lo ricorda?
DI CARLO FRANCESCO:
Il signor BONTATE STEFANO, questo e' STEFANO BONTATE da Palermo,
va bene, era stato piu' giornalisticamente piu' conosciuto STEFANO, io fino
a quei tempi non c'ero stato mai, ero fortunato.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, nell'ambito delle presentazioni, lei non ho capito bene ha fatto un accenno
poco fa, ha compreso se qualcuno gia' si conosceva?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, con TANINO, per quello che sono i miei ricordi, e non posso affermare,
gia' conosceva a TANINO.
PUBBLICO MINISTERO:
Chi si conosceva con TANINO?
DI CARLO FRANCESCO:
Con BERLUSCONI.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei ha modo di individuare BERLUSCONI, chi? Perche' come sa ci
sono due fratelli BERLUSCONI.
DI CARLO FRANCESCO:
BERLUSCONI e' questo che oggi fa il politico, l'altro non lo conosco.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei e' sicuro di questa individuazione? Su che cosa si basa per ...?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma perche' dopo qualche anno poi l'ho visto... a parte che l'ho visto poi, e'
capitata un'occasione di vederlo subito dopo, ma a parte che poi, dopo qualche
anno, leggendo il giornale a volte e' cominciato a uscire in qualche giornale o
il nome, che comprava societa' o qualcosa e allora veniva piu'...poi ce ne ho sentito
parlare tanto in seguito e allora, a TANINO e a tutta la situazione e allora non ho
avuto dubbi che era quello che ho incontrato ed era quello, anche la' perche'

68
ho sentito parlare la' di Milano 2, ho sentito parlare di quello che aveva di
bisogno, poi veniva normale che io chiedevo a TANINO, anche perche' ci sono stati
i discorsi, in seguito a questo incontro, cos'era successo, poi cosa ci hanno chiesto
e cose e TANINO si confidava con me, perche' TANINO ricordiamoci non era
cosa nostra. Cioe', TANINO certe cose le faceva pensando a fin di bene, pero'...
comunque le dico una cosa, se io sarei stato al posto di TANINO me l'avrebbe...
me l'avrei tenuto per me BERLUSCONI e DELL'UTRI, tutto per me...
PUBBLICO MINISTERO:
Questo e' un altro discorso. Senta, lei ricorda, ritornando a questo incontro,
com'erano vestiti nella fattispecie, ci ha parlato di come erano vestiti TERESI,
BONTATE E CINA', com'era vestito il BERLUSCONI e come era vestito
DELL'UTRI?
DI CARLO FRANCESCO:
DELL'UTRI era con un vestito, non mi ricordo piu' il colore ma blu'... scuro,
BERLUSCONI e' venuto con un...
PUBBLICO MINISTERO:
Ma vestito blu' scuro come, giacca e cravatta?
DI CARLO FRANCESCO:
Si giacca e cravatta, si. Mentre mi ricordo questo dottore che e' venuto, dottore
BERLUSCONI, per come me l'hanno presentato, certo non era quello di adesso
senza capelli, aveva i capelli, era un castano chiaro, era un maglioncino a
girocollo, una camicia sotto e un maglioncino a girocollo e un jeans, no jeans
proprio, un pantalone jeans, sportivo era comunque.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda se ci fu qualche cosa, vi siete detti qualcosa con GAETANO
CINA' relativamente a questo abbigliamento del dottor BERLUSCONI?
DI CARLO FRANCESCO:
Dopo, quando siamo... dice: stamattina ci si... hanno fatto un'ora come le donne
a truccarsi, a pitturarsi...
PUBBLICO MINISTERO:
Ma chi?
DI CARLO FRANCESCO:
BONTATE, TERESI, dice che sembrava a chi dovevano incontrare e quello,
dice, e' venuto in jeans e un maglioncino. Battute, tanto per scherzare, questo
TERESI, questo BONTATE.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, andiamo al contenuto di questo incontro, prima di tutto lei ha detto che
ci sono stati 15 minuti circa in cui siete rimasti con il DELL'UTRI e ancora
BERLUSCONI non era arrivato, ricorda di che cosa avete discusso in questi primi
15 minuti? Se avete discusso di qualcosa, chiaramente.
DI CARLO FRANCESCO:
Ma no, con me... perche' sa, quando si e' di piu' di 4 o 5 chi parla una cosa,
parla di una cosa, passano quei 10-15 minuti...
PUBBLICO MINISTERO:

69
Quindi non c'era una discussione comune?
DI CARLO FRANCESCO:
Non c'e' un discorso serio di potere ricordarsi, si parla di tutto e di niente.
PUBBLICO MINISTERO:
E successivamente all'arrivo del BERLUSCONI di che cosa avete parlato?
DI CARLO FRANCESCO:
No, appena arrivo'... a parte tutto che poi e' arrivato anche il caffe', che hanno
fatto arrivare il caffe' e ci hanno offerto il caffe', e quando arriva il BERLUSCONI
poi cominciano a parlare di cose piu' serie. Piu' serie che cosa erano? Anzi,
parlando di lavoro, ognuno che attivita' faceva, piu' o meno, mi ricordo un
particolare su MIMMO TERESI, che MIMMO TERESI stava facendo due palazzi
in quel periodo a Palermo, e MIMMO TERESI non mi ricordo se ha detto:
certo, dice, lei dottore ne sta facendo una citta' intera, dice... E lui diceva:
ma guardi, amministrativamente non c'e' molta differenza, amministrare due,
se uno si deve organizzare...
PUBBLICO MINISTERO:
Signor DI CARLO non si sente bene, dovrebbe mettersi piu' vicino.
DI CARLO FRANCESCO:
Amministrativamente, guardi che non c'e' molta differenza, se uno deve
organizzare un'amministrazione e curarne due e curarne venti non c'e' differenza,
percio'...
PUBBLICO MINISTERO:
Questo ci lo diceva?
DI CARLO FRANCESCO:
Berlusconi. Comunque, ha fatto... pero', io lo dico in due parole, in sintesi, ma
ha fatto 10 minuti, 20 minuti di parlare e ci ha dato una lezione economica e
amministrativa, per quello che era la situazione di costruzione, perche' forse
aveva finito, o aveva finito o aveva in costruzione una citta' 2, come chiamavano
Milano 2, per quello che ho capito, perche' ancora non sapevo niente, e hanno
cominciato a parlare in questo modo…”.
Durante l’incontro venne affrontato anche il discorso della c.d. “garanzia” e Bontate
rassicurò il suo interlocutore valorizzando la presenza al suo fianco di Marcello Dell’Utri
e garantendo il prossimo invio di “qualcuno” :
DI CARLO:
“E poi hanno .. sono andati nel discorso di garanzia, perché era .. dice: eh, ma oggi è
preoccupante a Milano, perché forse … forse, io lo sapevo non forse, a Milano
succedevano un sacco di rapimenti, io ne sapevo parlare perché quando c’era Liggio
fuori quello aveva intenzione di portarsi tutti i soldi del nord a Corleone.”
PM:
“poi di questo parleremo specificamente , dei sequestri del nord, se lei..
DI CARLO:
Quindi, e allora..
PM:
Si parlò di sequestri?

70
DI CARLO:
… aveva ragione Berlusconi di essere preoccupato per quello che era la situazione.
PM:
Cosa disse lo ricorda ?
DI CARLO:
Dicendo che era preoccupato, di qua.. ci ha fatto raccontare la situazione, Stefano, ma
là la parola in quel minuto l’aveva Stefano, sia perché è un capo mandamento sia
perché era Stefano e poi era il diretto interessato, io ero completamente che nemmeno
avrei dovuto esserci ma c’ero perché .. per l’intimità e poi erano cose discutibili, che si
potevano discutere davanti chiunque sia, visto che c’erano gente che non erano Cosa
Nostra e anche ero là perché Stefano le piaceva camminare con persone che poteva fare
figura e nello stesso tempo presentare a Berlusconi che aveva … insomma cosa nostra
che non conosceva Berlusconi però capiva mafia e cose, garanzia, picchì quello aveva
giovani alle spalle e cosa poteva essere … in cosa nostra si fanno queste scene, show
dicono gli inglesi. Ed ero là, e hanno parlato che lui aveva dei bambini, dei familiari
che non stava tranquillo, avrebbe voluto una garanzia che qua Marcello m’ha detto che
lei è una persona che mi può garantire questo ed altro.
PM:
Chi glielo ha detto, mi scusi, questo?
Di Carlo:
Berlusconi
PM:
Berlusconi ha detto che Marcello Dell’Utri lo poteva garantire?
Di Carlo:
No, che Marcello Dell’Utri aveva detto che Stefano poteva garantire, dice: lei m’ha
detto … Marcello m’ha detto che lei è una persona che può garantirmi questo ed altro.
Allora Stefano, modesto, ha detto no, io sa … qua e là, sa come sono, però lei può stare
tranquillo se dico io può stare tranquillo deve dormire tranquillo, lei avrà persone molto
vicine che qualsiasi cosa lei chiede avrà fatto e lei … rassicurandolo. Poi ci ha un
Marcello qua vicino per qualsiasi cosa si rivolge a Marcello
PUBBLICO MINISTERO:
MARCELLO, chi?
DI CARLO FRANCESCO:
DELL'UTRI, e non c'erano altri MARCELLO la', dottore.
……………..
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, venne detto anche... Quindi, se ho capito bene gli disse che avrebbe
avuto qualcuno accanto.
DI CARLO: Sì , ci metteva Dell’Utri accanto e poi dice le mando qualcuno, se già non
ce l’ha, allora si sono guardati, perché non so se già ce l’avevano dato loro stesso, sia
Tanino che sia Marcello, qualcuno vicino, comunque si sono guardati, poi ne hanno
discusso quando sono usciti. L’ha rassicurato dicendoci ci metteva qualcuno vicino e
già poi, dice, ci ha la persona più … più intima mia – perché a questo punto cerca di
alzare un po’ il Dell’Utri nel senso di amicizia con Stefano dicendo – ci ha una persona

71
che può garantire perché Marcello è molto vicino a noialtri, Marcello è tutto, insomma,
le solite parole di circostanza quando una persona deve fare uno più importante di
quella che è di fronte agli altri.
PM:
Senta, una cosa le volevo chiedere, ma se Dell’Utri era così come lei sta dicendo
adesso, c’era bisogno di mandare quindi un’altra persona accanto al Berlusconi?
Di Carlo:
Va bè, ma Dell’Utri non è cosa nostra.
PM:
Quindi non era uomo d’onore.
Di Carlo:
ma siccome quello capisce che tramite Dell’Utri ci arrivano tutto a Stefano o agli
altri, direttamente a Stefano, dice, ci ha la persona io Dell’Utri qua e là, poi ci
mandiamo qualche persona vicino. Ma a livello di mandare deve essere cosa nostra.
PM:
Senta, lei ha detto che Berlusconi si è riferito in particolare a queste possibilità di
sequestri, ha riferito anche delle minacce specificamente
Di Carlo:
Là si è parlato che lui aveva avuto sentore, sintomi… una cosa così
PM :
Sentore.
Di Carlo:
L’impressione di che … però, se minacce, non mi ricordo specificamente, ma niente di
strano perché noi di cosa nostra prima minacciavamo e poi ci andavamo a fare la
garanzia, era una cosa normale in “cosa nostra”, altrimenti che bisogno ha uno di
chiedere.
PM:
Senta, venne detto comunque in ogni caso da dove proveniva, cioè chi temeva?
Di Carlo:
Temeva.. per quello che è, siciliano, meridionali, siciliani, temeva, ma era in quel
periodo, sapevo di Catania , visto che era molto abitato di cosa nostra, ma c’erano molti
anche emigrati catanesi che non è cosa nostra, messinesi, siracusani, calabresi.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma venne detto in quel caso specificamente di messinesi, catanesi?
DI CARLO FRANCESCO:
No, no, io per dire cosa c'era in quel periodo, allora tutti avevano
preoccupazione, ma cosa nostra stava con gli occhi aperti prima che facesse un
sequestro e anche questa gente stava pure con gli occhi aperti perche' cosa nostra li
ammazzava, ne sparivano tanti, ne strangolavano tanti a Milano, gente che non
era cosa nostra…”.
Il colloquio non si limitò a registrare una richiesta di protezione rivolta al Bontate,
avendo il Di Carlo fatto riferimento anche ad una proposta rivolta da quest’ultimo
all’indirizzo del Berlusconi a conferma delle aspettative che il capo di “cosa nostra”
riponeva in questo primo contatto.

72
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei ha detto fino ad ora, se ho capito bene, delle richieste che sono state
fatte dal BERLUSCONI al BONTATE, BONTATE fece delle richieste a
BERLUSCONI?
DI CARLO FRANCESCO:
BONTATE... BONTATE quando si ragionava la' ci ha detto, dice: ma perche' non
viene a costruire - visto che si parlava un po' prima del fattore del sequestro dei
figli, dei familiari, che poi figli proprio non ha detto, familiari per quello che
ricordi miei, si parlava di costruzione e cose e STEFANO ci ha detto alla fine: ma
perche' non viene a costruire a Palermo? In Sicilia?
PUBBLICO MINISTERO:
Questo lo disse STEFANO BONTATE?
DI CARLO FRANCESCO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Rivolto a... ?
DI CARLO FRANCESCO:
Al dottor BERLUSCONI.
PUBBLICO MINISTERO:
Al dottor BERLUSCONI. Che cosa venne risposto lo ricorda?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma, con una battuta, un sorriso sornione, ci ha detto: ma come, debbo venire
proprio in Sicilia? Ma come , qua i meridionali e i siciliani ho problemi qua e debbo
venire... E STEFANO ci ha detto: ma lei e' il padrone quando viene la', siamo a
disposizione per qualsiasi cosa. Cosi', e' stato... battute queste sono, sa com'e' il
discorso.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ricorda se BERLUSCONI disse altre cose al BONTATE?
DI CARLO FRANCESCO:
BERLUSCONI anche lui alla fine ci ha detto che era pure a disposizione per
qualsiasi cosa, lo dicevano a MARCELLO, di quello che poteva era a
disposizione. E "a disposizione" non so se i milanesi ce l'ha "a disposizione"
differente del siciliano, perche' a noialtri quando ci dicono "a disposizione" in
cosa nostra si deve essere a tutto.
PUBBLICO MINISTERO:
Significa? Non ho sentito.
DI CARLO FRANCESCO:
Significa che deve essere disponibile di tutto.
PM:
Voi avete avuto modo parlare con il Bontate di questa disponibilità che era stata
espressa , come era stata percepita dal Bontate?
DI CARLO:
Bontate, che aveva sempre un tantino da osservare, eh, aveva avuto una buonissima
impressione , aveva avuto una buonissima impressione e con battute che di solito … e

73
poi ci voleva arrivarci, dice: cosa nostra la dobbiamo cominciare a farla ingrandire, ci
sono, dice, persone che non sono nate in Sicilia – perché in cosa nostra si deve nascere
in Sicilia, o fino a Napoli era arrivata, napoletani però di un certo livello, come cosa
nostra, ma se non erano nati a Napoli, provincia, o in Sicilia non si può fare parte mai
di cosa nostra, e c’era stata una battuta, dice: un giorno cominciamo a combinare
gente fuori della Sicilia finalmente, perché ce n’è tanti che discutono meglio dei
siciliani. Questo. Però sono battute che si pensano così, però arrivarci ce ne vuole,
anche quando le dico, se poi ci dobbiamo arrivare in questo discorso, negli ultimi mesi,
negli ultimi anni di vita di Bontate, col fattore della massoneria ci voleva arrivare.”
omissis
Nel prosieguo, il collaborante ha avuto modo di precisare :
DI CARLO :
“Quel discorso l’abbiamo fatto dopo, dopo il discorso ha visto, ci aveva fatto una
buona impressione il Berlusconi, ci aveva fatto una buona impressione anche come si
esprimeva e tutto e ha commentato in questo modo , ma era una battuta come commento
che avrebbe voluto a cominciare a combinare industriali a Milano , perché non
dipendeva solo da Stefano Bontate, ci vuole la commissione, ci vogliono tutt….”.
Una volta usciti fuori dagli uffici, dove si erano intrattenuti ed avevano incontrato il
dottore Berlusconi, Cinà si era rivolto a Teresi e a Bontate e, facendo riferimento alla
persona che avrebbe potuto essere mandata ad Arcore, fece il nome di Mangano Vittorio,
conosciuto da Di Carlo come uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, in quegli anni
aggregata al mandamento di Stefano Bontate .
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, quindi siamo arrivati al punto in cui BONTATE replica a BERLUSCONI
dicendo che avrebbe mandato una persona fidata, ma successivamente come si e'
sviluppata la discussione, se c'e' stata un'ulteriore discussione.
DI CARLO:
Fuori, non mi ricordo, perché realmente, siccome non era una cosa che mi interessava
molto, capita … mi ricordo se già c’era andato Mangano, ho sentito parlare di
Mangano, ma visto che Stefano aveva detto ci mando una persona, sia Tanino sia
Dell’Utri, quando si sono guardati, poi fuori Cinà ha detto a Stefano e a Teresi, dice,
ma Vittorio … già c’è Vittorio, o avevamo pensato a Vittorio, perché questo Vittorio era
amico anche di Dell’Utri,. Dice va bene. Allora Stefano dice, tanto per quello che deve
fare, per quello che vale, perché in cosa nostra non è la presenza di uno di cosa nostra,
è tutto … ci potevano mandare pure a nessuno, ma c’è cosa nostra che protegge, basta
che si sa che è protetto di cosa nostra e ci viene difficile, o chi lo fa il sequestro ci viene
pure difficile a viverlo il sequestro. E allora dice va bene il Mangano per quello che
deve fare, per quello che deve essere, ma comunque in rapporti sempre con Dell’Utri.”
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, MANGANO, quindi in quel momento, VITTORIO MANGANO, e' uomo
d'onore?
DI CARLO FRANCESCO:
Fino che io l'ho visto no. Lo volevano combinare...
PUBBLICO MINISTERO:

74
No, non sto parlando di GAETANO CINA', comunque, sto parlando di
VITTORIO MANGANO, lei l'ha conosciuto VITTORIO MANGANO?
DI CARLO FRANCESCO:
Se lei mi dice... Che mi ha detto?
PUBBLICO MINISTERO:
VITTORIO MANGANO le ho detto.
DI CARLO FRANCESCO:
Ah, mi scusi, non so dove era la mia mente. VITTORIO MANGANO e' cosa
nostra e io l'ho avuto presentato nel '72 o '73.
PUBBLICO MINISTERO:
Chi glielo presento'? Lo ricorda?
DI CARLO FRANCESCO:
Eravamo dietro la villa... si chiamava la clinica Villa Serena? Dietro Villa
Serena c'era un capannone, c'era presente un certo... un capo decina di ...
della famiglia di Porta Nuova, si chiama GIOVANNI LIPARI...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
DI CARLO FRANCESCO:
... e c'era un altro della famiglia del Borgo Vecchio, TANINO... TANINO
CALISTI si dovrebbe chiamare. Non mi ricordo per quale motivo, per qualche cosa,
io ero andato la' e mi hanno presentato a MANGANO.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma, gliel'hanno presentato ritualmente, cioe' una presentazione...
DI CARLO FRANCESCO:
Si, si, come cosa nostra, perche' la'... quelli due erano cosa nostra e io li
conoscevo da tanto tempo e quando sono andato la' siccome a questo MANGANO
non lo conoscevo e l'avevano fatto da pochissimi mesi, io per questo non lo
conoscevo, mi hanno presentato questo MANGANO che era una persona alta,
capelli molto... castani molto chiari, ma sono stato tanto tempo poi a non vederlo
piu', poi forse l'ho visto un'altra volta, non ho avuto mai intimita' con questi di
cosa nostra.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, ritornando all'incontro, non ho capito se lei ha detto se il nome di
MANGANO venne fatto nel corso dell'incontro o successivamente all'incontro.
DI CARLO FRANCESCO:
Mi sembra all'uscita o se ne e' parlato anche all'ufficio un minuto, cosi, ci
lasciamo a VITTORIO o ci facciamo andare a VITTORIO, non mi ricordo dopo venti
e rotti anni, pero' si e' fatto il nome di MANGANO la'.
PUBBLICO MINISTERO:
Si e' fatto il nome di MANGANO.
DI CARLO FRANCESCO:
Perche' ho capito pure dopo che ci teneva sia TANINO che sia DELL'UTRI, ma
STEFANO non ci teneva molto a MANGANO, infatti... a parte tutto non aveva niente
in contrario e poi non poteva dire no perche' in quel periodo apparteneva al

75
suo mandamento MANGANO, ricordiamoci MANGANO e' a Porta Nuova, Porta
Nuova PIPPO CALO', a quel periodo ancora non c'era mandamento ed era da
STEFANO BONTATE, per essere chiari.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, quindi per terminare, perche' lei... io le avevo fatto una domanda poco fa,
lei mi ha detto quello che successe in pratica dopo la fine dell'incontro,
terminiamo questo incontro di cui abbiamo parlato, siamo arrivati al momento in
cui, come le dicevo, BONTATE replica dicendo che avrebbe mandato una persona
fidata, anzi lei ha detto una persona che deve essere cosa nostra, cioe' doveva
essere un uomo d'onore?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma certo.
PUBBLICO MINISTERO:
Detto questo, che cosa... come continuo' la discussione?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma ha continuato fuori, ma due parole proprio, perche' poi TANINO...
TANINO ci dice: Ma STEFANO, cosi' cosi - mi ricordo se gia' c'era oppure ne
avevano parlato a MANGANO, se gia' faceva servizio, dice: ma che fa ci lasciamo
a VITTORIO? E STEFANO dice: Ah, lasciateci a VITTORIO. Pero' i rapporti
erano di piu' con MARCELLO DELL'UTRI. Infatti, poi c'e' un discorso che me
lo porta TANINO questo discorso dopo pochi giorni, perche' ci ho chiesto com'e'
finita e mi ha chiesto TANINO i soldi che ci avevano fatto chiedere….”. Nel corso
dell’esame, è stato nuovamente affrontato il tema relativo alla presenza di Mangano ad
Arcore, e Di Carlo ha riferito che il Cinà, rispondendo a una sua domanda, gli avrebbe
detto:
“ … Tanino Cinà e mi ha detto che c’era Vittorio Mangano , ci avevano messo vicino
, non certamente come stalliere, perché non offendiamo il signor Mangano, perché cosa
nostra non ne pulisce stalle a nessuno, non fa il stalliere a nessuno, che cosa nostra ha
un potere enorme sta vita e miracoli, si suol dire, nelle mani di uno di cosa nostra, e
allora hanno messo là ad abitare là, a Milano trafficava e nello stesso tempo si faceva
la figura che Berlusconi aveva qualcuno vicino di cosa nostra e Stefano l’aveva vicino.
Basta questo in cosa nostra che chiunque sia sente dire, o un calabrese o un siciliano,
chiunque sia delinquente voglia fare qualche azione, si prendono subito provvedimenti,
Poi ho chiesto … TANINO mi ha raccontato, dice , sono imbarazzato, Perché ? Dice:
ma subito mi hanno chiesto di chiederci 100 milioni. Perché TANINO non è che
INCOMPRENSIBILE a queste cose, siamo sempre là, non essendo cosa nostra pensava
ci faceva pagare qualche cosa al mese così ….”.
Durante l’esame dibattimentale, è stato espressamente affrontato il tema della
collocazione all’interno di “cosa nostra” del Di Carlo, in relazione agli schieramenti che
già in quegli anni si stavano delineando in quel sodalizio mafioso e che vedevano il Di
Carlo vicino al suo capo-mandamento Bernardo Brusca e ai c.d. “corleonesi”, ma al
contempo in buoni rapporti anche con Stefano Bontate, risalenti nel tempo anche per
motivi di carattere familiare.
PUBBLICO MINISTERO:

76
Ho capito. Lei mi puo' specificare come mai, lei poco fa diceva che all'interno
della commissione, gia' nel '74-'75, c'erano due fazioni, anche piu' di due
fazioni...
DI CARLO FRANCESCO:
Si, ma non era...
PUBBLICO MINISTERO:
Lei a quele di queste fazioni ha partecipato... diciamo apparteneva, lo puo'
specificare?
DI CARLO FRANCESCO:
Io? Io ero amico con tutti.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei era amico con tutti, ma era...
DI CARLO FRANCESCO:
... e fedele solo a BERNARDO BRUSCA perche' era il mio capo mandamento,
perche' c'era fedele... amico con tutti e fedelta' e' un'altra cosa, mi sembra,
specialmente in cosa nostra. Poi le dico, fino al '77 cosa nostra non era tutta
questa... cosi frazionata, cosi... si piano piano perche' RIINA era come dire?
Come si chiama quell'animaletto che scava e non se ne accorge la'? Un tarlo,
va bene, sotto sotto, perche' io lo vedevo, lo sentivo, lo sentivo parlare per 7-8
ore quando viaggiavamo per andare a Napoli e l'ascoltavo e lo guardavo e
le dicevo ma tu hai allora solo un contrasto con questa gente perche' tutta questa
gente ci ha una dinastia di 300-400 anni di nonni, avi, che erano in cosa nostra e si
sono arricchiti e tu non ci hai prima di te nessuno, nemmeno suo padre, poveri
erano stati e avevano fatto galera poveri proprio, mi ricordo nei anni '60 che
hanno fatto una colletta e io ho uscito soldi per pagare l'avvocati, corleonesi,
famiglia corleonese...
PUBBLICO MINISTERO:
Va be' queste sono le motivazioni molto profonde dei contrasti che sono nati
all'interno di cosa nostra, io volevo sapere...
DI CARLO FRANCESCO:
Lui... lui dice...
PUBBLICO MINISTERO:
... come mai... No, mi scusi signor DI CARLO...
DI CARLO FRANCESCO:
Prego.
PUBBLICO MINISTERO:
... come mai lei che comunque era vicino a BRUSCA e tramite BRUSCA a RIINA,
anzi lei era vicono anche direttamente a RIINA SALVATORE, come mai
STEFANO BONTATE invita proprio lei a questo incontro?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma mi sembra che stiamo parlando all'inizio degli anni '70, a parte questo io
ero vicino con tutti, ma con STEFANO BONTATE eravamo amici prima di essere
cosa nostra, va bene, perche' siamo Villagrazia e Altofonte chi ci e' stato e
quasi sempre la', con mio nonno andavo a casa di don PAOLO e tutti, ci

77
conoscevamo, eravamo intimi. Io quante volte ho mangiato con STEFANO
BONTATE non si sa, sia fuori nei ristoranti e sia a casa sua, cioe' non c'era a
parte tutto non c'era questa distinguersi, questa situazione, e cioe' essere
presente la' non era... a parte tutto che eravamo a Milano, a parte tutto non era
una cosa segreta in un territorio... ognuno se aveva un amico industriale, se
poteva fare qualcosa fuori della Sicilia, s'intende, fuori che non c'e' una famiglia
che controlla quella zona, poteva fare quello che voleva.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei diceva anche che e' stato invitato, ricordo cosi vagamente quello
che dice, e' stato fatto una specie di scena, una specie di show, dice che si usa
all'interno di cosa nostra, cosa intende dire?
DI CARLO FRANCESCO:
Show? Show e' parola inglese...
PUBBLICO MINISTERO:
Si, no, questo lo so cosa significa show, no, volevo sapere cosa intendeva dire
in particolare in relazione a questo episodio.
DI CARLO FRANCESCO:
Voglio sentire dire, uno specialmente che va in un industriale che non e' abituato
in Sicilia, perche' in Sicilia basta che dicevano BONTATE e' BONTATE, o per
quelli che eravamo conosciuti nuatri, DI CARLO e' DI CARLO e allora la gente
piu' vicino lo sa e pure che ci vado solo sono sempre io. Ma in un industriale a
Milano, quello s'immagina questa mafia doveva essere... forse aveva visto in
televisione o non lo so in che cosa, allora ci ha voluto fare vedere che ha giovani
abbastanza puliti, eleganti, insomma che possono controllare e possono fare e
possono dire e non ci va a spiegare chi ero io e io chi sa' avrei... se lui avrebbe
voluto bisogno di me io dovevo dirlo al mio capo mandamento prima che andassi
la', pero' faceva la sua figura STEFANO, ci va con 4-5 giovani...
PUBBLICO MINISTERO:
Ecco, io questo le volevo chiedere...
DI CARLO FRANCESCO:
Non ci va a spiegare questo e' mio o questo e' di un altro mandamento e questo e'
di un altro posto.
PUBBLICO MINISTERO:
Certo... Va be', e' chiaro questo. No, le volevo chiedere un'altra cosa, quindi, lei
ha riferito comunque al suo capo mandamento, a BRUSCA BERNARDO o
anche allo stesso RIINA SALVATORE di questo incontro che ebbe a Milano?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma non c'e' motivo, non sono andato a fare un reato. Io non sono stato...
essendo la'... ho dovuto dire, che non c'e' bisogno dircelo, ma ero... mi sono visto a
Milano, eravamo la', siamo andati a mangiare cosi... se c'e' una cosa specifica o
se mi chiamano per fare qualcosa allora e' giusto dovere che io glielo vado a dire,
ma che glielo dice pure STEFANO, perche' un capo mandamento anche che e'
di un altro mandamento a me mi poteva chiamare se aveva bisogno per qualsiasi
cosa, pero' poi si deve mettere a posto. Mentre se mi chiamava un capo famiglia o

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un altro soldato io prima che faccio una cosa debbo dirlo al mio capo
mandamento. Percio' la' non c'era motivo, non c'era niente, ognuno e'... come io mi
sono... ho assistito a discorsi o presentati come amicizia cosi, no presentati
come cosa nostra, industriali che aveva PIPPO BONO, per me non c'era
differenza, per me non... Ognuno l'avevamo, specialmente se fuori della Sicilia, e
allora io dovevo dire tutti i industriali che incontravo per motivi di lavoro?
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei sa, ricorda chiaramente se anche RIINA ... lo stesso RIINA
SALVATORE e BRUSCA BERNARDO avessero rapporti con BONTATE e che
tipo di rapporti avessero in quel periodo?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma in cosa nostra i rapporti forzativamente dovevano essere buoni fino che non
si spararu tutti, va bene, perche' a vista lei fino il Natale dell'80, e pensate il Natale
dell'80 siamo il 23 dell'80, pensate che poi il 23 aprile STEFANO BONTATE
muore, quanto mesi ci sono? 4 mesi e la' ci baciavamo tutti, c'era riunione
siciliana propria di Catania, di Enna, di tutte... eravamo un centinaio che
abbiamo festeggiato e farci l'auguri di Natale e Capodanno, vediamo se uno di
fuori che non sapeva se poteva distinguere se c'era un odio che dopo 3 mesi, 4
mesi prendevano i scupetti, chiamiamoli scupetti.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma RIINA e BRUSCA erano o non erano...
DI CARLO FRANCESCO:
Erano la'? Certo che erano la' nella festa, se non c'erano loro non c'era...
PUBBLICO MINISTERO:
Si, e quindi i rapporti... che rapporti c'erano?
DI CARLO FRANCESCO:
Buoni, baci e cose, STEFANO di qua, STEFANO di la'...TOTUCCIO e'...
PUBBLICO MINISTERO:
Quando si deteriorano questi rapporti? Si deteriorano, e quando?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma erano gia' sotto sotto che camminavano, e STEFANO non ne poteva piu', ma
non erano i rapporti in se stesso che poteva essere che avevamo il discorso di
Milano... i rapporti era potere in Sicilia, potere a livello di cosa nostra perche'
quello era malato di onnipotenza, RIINA e compagni, e quelli che ci andavano
dietro, perche' gliel'ho spiegato prima, RIINA era fatto cosi, RIINA era invidioso e
geloso da impazzire, RIINA e' cominciato a fare finire GAETANO
BADALAMENTI per questo motivo, noialtri abbiamo saltato che la
commissione regionale e quando BADALAMENTI e tutto, va bene, c'e' tutta una
storia la'. Questo era RIINA. Pero' tutto questo contrasta con cosa nostra,
contrasta poi a livello di toccare cosa nostra a interessi di cosa nostra. RIINA
voleva fare il padrone nei mandamenti degli altri, c'e' chi acconsentiva,
come BERNARDO BRUSCA, perche' io da quando ho conosciuto BERNARDO
BRUSCA, fino che c'era ANTONIO SALAMONE no, ma quando ho conosciuto
BERNARDO BRUSCA che dirigeva il mandamento nostro non c'era differenza

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di BERNARDO BRUSCA e RIINA, perche' tutto quello che diceva RIINA nel
nostro mandamento era come lo diceva BERNARDO BRUSCA. Ma non solo da
noi, poi di quello che ha fatto di MADONIA...
PUBBLICO MINISTERO:
Va bene. Senta, un'altra domanda sempre relativamente a questa... a queste cose
che ci ha detto, all'incontro ha partecipato CINA' GAETANO, TANINO CINA', che
lei stesso ha detto non era uomo d'onore e ha gia' dato una spiegazione sulla sua
presenza, io vorrei che ribadisse per quale motivo era presente, ma le faccio una
domanda diciamo precedente, logicamente precedente, cioe' lei... e' accaduto
altre volte, lei ne ha conoscenza, che a circostanze di questo genere abbiano
partecipato soggetti che non erano uomini d'onore, cioe' e' normale? Accade in
cosa nostra?....”.
Respinta l’opposizione della difesa, motivata con riferimento alla genericità della
domanda, il collaborante ha riferito sulle regole vigenti all’interno di “cosa nostra” per
questo genere di incontri, specificando come mai fosse stato presente Gaetano Cinà, ed
indicando in Marcello Dell’Utri e nello stesso Cinà gli organizzatori dell’incontro:
DI CARLO FRANCESCO:
Infatti non eravamo tutti cosa nostra, c'erano soggetti che non erano cosa
nostra, allora non si andava a parlare di cosa nostra, di presentazioni, regole di
cosa nostra, di qua e la', si va a parlare di garanzia a un'altra persona che non e'
cosa nostra, e allora TANINO poteva ascoltare, a parte tutto in quella situazione, le
voglio ricordare, TANINO e' la persona che porta questo appuntamento, TANINO
e' visto dal DELL'UTRI come un grande uomo, perche' DELL'UTRI non e'
cosa nostra, non puo' sapere, TANINO vede amico con tutti, TANINO puo' andare
dovunque e ci risolve cose, perche' TANINO e' parente di cosa nostra, amico con
persone di cosa nostra, percio' uno che ha gli occhi chiusi, come diciamo in cosa
nostra, vede il CINA' lo vede come una personalita', se lo buttiamo fuori la', che
figura ci fa, allora non e' nessuno. A parte tutto la' c'e' il signor dottor
BERLUSCONI, c'e' DELL'UTRI, u chiamavano MARCELLO, puo' essere pure
dottore, dottore DELL'UTRI, non sono cosa nostra, allora puo' assistere,
possiamo assistere tutti, questo e' il discorso. E capita in tantissime occasioni,
pero' non si va a parlare di cosa nostra, nessuno si permette di parlare delle
regole o di cose di cosa nostra o di capi famiglia o di famiglie.
PUBBLICO MINISTERO:
Infatti io non le stavo chiedendo questo, le stavo dicendo, siccome chiaramente
quello che lei ci ha descritto e' una richiesta di intervento formulata nei
riguardi di persone che si pensava potessero intervenire, avessero il potere di
intervenire, mi pare chiaro insomma qual'era il motivo per cui si pensava che
potessero intervenire, io voglio capire come mai voi permettete che venga a
conoscenza di queste circostanze una persona che non e' di cosa nostra?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma perche' stavamo parlando con gente che non e' cosa nostra la', e poi
TANINO per loro, perche' a volte ce l'abbiamo tutti vicini persone che non sono
cosa nostra per un motivo o un altro non si combinano pero' si e' cosi vicino che

80
capiscono tutto, sanno tutto ma non sanno come sono le regole, ma ce n'e'
moltissime di questa gente che per un motivo o l'altro non vengono mai
affiliati, punciuti come si suol dire, va bene, pero' sanno, capiscono e sono i piu'
muti anzi, come si suol dire, perche' quello di cosa nostra poi si sente autorizzato a
mettere a parlare fra di loro.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei sa di rapporti tra industriali e cosa nostra che erano intrattenuti tramite
soggetti che non erano uomini d'onore?
(omissis)
DI CARLO FRANCESCO:
Ma ce n'e' tantissimi specialmente a Palermo.
PUBBLICO MINISTERO:
Se ci puo' indicare un esempio.
DI CARLO FRANCESCO:
Ma in questo minuto non ricordo, ma e' normale, specialmente c'e' quella
persona che ha stato sempre vicino a cosa nostra, ognuno che puo' pensare? Che
e' cosa nostra. E io pure, prima che mi combinassero guardavo delle
persone anche al mio paese, mi sembravano grandi uomini, mi sembravano che
comandava il paese, poi quando mi hanno aperto gli occhi, va bene, dice non non
fa parte della famiglia, una persona si atteggia qua e la', pero' lo teniamo in
considerazione, se abbiamo bisogno lo chiamiamo, e' una persona disponibile
e qua e ... pero' non e' cosa nostra. Allora, l'impressione si puo' avere, un
costruttore, un uomo di stato, l'istituzione come li chiama lei, possono vedere in
quella persona una potenza, chiamiamolo mafioso, va bene, pero' non e'.
PUBBLICO MINISTERO:
Va bene.
DI CARLO FRANCESCO:
Pero' ognuno ci va perche' anzi quello...perche' uno di cosa nostra... io
nel paese quando sono diventato poi cosa nostra cercavo di minimizzare di piu'
possibile, mentre quella gente che non capisce cosa esiste fanno i piu' grandi, a
volte ci capita di essere uccisi per fare questa grandezza, si prende un impegno e
non possono prendere, c'e' poi chi li uccide per invidia perche' dice: come, io
sono rappresentante e nessuno mi conosce e quello pensano che e' il capo del paese,
per invidia, invece e' una garanzia, perche' se guardano a lui come capo mafia
io risparmio confine e cose.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, un'altra cosa le volevo chiedere, sa chi aveva organizzato questo incontro?
DI CARLO FRANCESCO:
TANINO e DELL'UTRI. TANINO CINA' e DELL'UTRI. CINA' parla...
DELL'UTRI parla con TANINO e fanno questo incontro.

(omissis)
PUBBLICO MINISTERO:

81
Senta, lei ha detto chi aveva organizzato l'incontro di Milano, lei sa anche chi
aveva richiesto, se c'era qualcuno che aveva richiesto questo incontro?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma l'incontro come ho detto prima e' stato tra DELL'UTRI e TANINO, certo se
non lo voleva non sarebbe venuto all'appuntamento il dottore BERLUSCONI,
era tutto programmato, l'orario e tutto.
PUBBLICO MINISTERO:
Questa e' una sua deduzione, dico, lei sa, venne preso...
DI CARLO FRANCESCO:
Non e' deduzione, l'ho visto venire, avevano appuntamento con lui...
PUBBLICO MINISTERO:
No, lo so, e' il resto che e' una sua deduzione. Quindi lei si basa su questo
fatto per dire quello che dice?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma certo, e -INCOMPRENSIBILE- salire da Palermo…”.
Così sintetizzato il contenuto del lungo esame dibattimentale reso dal collaboratore di
giustizia Di Carlo Francesco, il Tribunale non può che metterne in rilievo, oltre che la
piena compatibilità con il resto delle emergenze processuali prima richiamate (relative
alla ragione della presenza di Mangano Vittorio nella villa di Arcore), la precisione e
nitidezza del ricordo, pur con i limiti imposti dal lungo tempo trascorso, sia dei momenti
fondamentali dell’incontro, ricostruiti nel loro svolgimento, sia dei partecipanti allo
stesso.
In primo luogo, colpisce il confronto tra la descrizione dell’edificio, dove Di Carlo
ebbe a recarsi per incontrare l’imprenditore Silvio Berlusconi, ed i rilievi fotografici
dell’immobile di via Foro Bonaparte n.24 dove ha sede la Edilnord, acquisiti agli atti,
rispetto ai quali si può tranquillamente escludere qualsiasi possibilità di inquinamento
probatorio, essendo stati eseguiti nel mese di marzo del 1998, quando l’esame del Di
Carlo si era già esaurito ( v. doc. n. 68 del faldone n. 6).
Il collaborante ha offerto una descrizione che, per quanto inevitabilmente generica,
contiene alcune puntuali indicazioni, come quella relativa al tipo di edificio e alla
presunta data di realizzazione dello stesso.
Al riguardo, Francesco Di Carlo ha fatto riferimento ad un palazzo di una zona centrale
di Milano, realizzato nei primi anni del secolo scorso, con una architettura analoga a
quella dei palazzi della via Roma a Palermo, ed ha ricordato che gli uffici, dove ebbero a
recarsi, erano ubicati su più piani di quell’edificio; peraltro, tali indicazioni sono state
ribadite anche a distanza di giorni, durante il controesame del 2 marzo 1998, quando,
rispondendo alle domande della difesa di Marcello Dell’Utri, il collaborante ha precisato
e ribadito:
“…Non ho parlato di villa, ho detto che era un palazzo, avvocato…”.
E ancora, rispondendo alla seguente domanda:
AVV. TRICOLI:
Sì, lo può descrivere? Già lei lo ha descritto dal punto di vista … come si può dire ..
che si trattava di un palazzo storico, antico … vecchio”,
Di Carlo ha precisato:

82
“Sì, no storico, perché palazzi ce n’è tanti come questi in tutte le città italiane …
posso dire un … sempre di quel periodo un palazzo che ho indicato con un grande
portone, … con una grande entrata…”,
La descrizione dell’immobile fornita dal collaborante, seppura generica, è comunque
oggettivamente riscontrabile e corrisponde a quella dell’edificio di via Foro Bonaparte
dove aveva da poco trasferito la sua sede la società Edilnord di Silvio Berlusconi (v.
contratti di locazione al doc. n. 69 del faldone 3) e dove, secondo quanto riferito in
dibattimento da Mangano Vittorio, questi era stato ricevuto personalmente da Silvio
Berlusconi al momento della sua assunzione.
Considerato il fatto che il collaborante non aveva avuto altro modo di conoscere la
sede della Edilnord, non avendo altrimenti frequentato quegli uffici, la coincidenza nella
descrizione dell’immobile costituisce ulteriore conferma dell’attendibilità della
narrazione.
Si deve ancora sottolineare la coerenza del racconto del Di Carlo con il quadro dei
rapporti e legami che univano i vari protagonisti delle vicende per cui è processo,
confermati da numerose altre risultanze processuali emerse in modo autonomo rispetto a
quelle provenienti dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia.
Il riferimento in questo caso non è solo ai buoni rapporti esistenti tra Cinà Gaetano e
Teresi Girolamo ma anche al dato riferito da Di Carlo circa i pregressi rapporti di
conoscenza tra Dell’Utri e Mangano, espressamente confermati dai diretti interessati.
Vi è ancora da rilevare che il collaborante, durante il suo esame dibattimentale, ha
offerto una spiegazione certamente ragionevole del suo ricordo, inserendolo in una serie
continua di rapporti con il Cinà con il quale è tornato ad incontrarsi anche in data
successiva all’episodio milanese e ponendolo anche in relazione con la diffusione delle
notizie sull’inizio del presente procedimento.
Al riguardo, il collaborante ha spiegato:
PM:
Ma dico c’è un motivo per cui lei ricorda questo incontro?
Di Carlo:
Ma c’è un motivo perché quando poi ne ho sentito parlare qua e là, visto che tutti
negano l’evidenza, negano qua e là, quasi negano l’amicizia, negano la conoscenza, no,
mettiamo i cosi a posto che sono queste le cose e c’è un motivo uno si ricorda.
PM:
Ma lei ne ha parlato più volte con CINA’
DI CARLO:
Certo, perché fino al ’78, come le dicevo, non so se è ’78, ’79, se ne parla ancora o
per le antenne, o per altre cose, o perché TANINO CINA’ andava a Milano, o perché
c’era il DELL’UTRI , o perché DELL’UTRI poi mi sembra che lo incontro nell’80 a
Londra nel matrimonio , si prende i … mi da il numero di telefono suo, io ero latitante,
va bene, c’è tutto questo discorso … “
Né i riferimenti alla diffusione giornalistica delle notizie sul presente procedimento
possono a loro volta refluire negativamente sull’attendibiità delle dichiarazioni de
collaborante, le cui propalazioni rivestono una indubbia portata di originalità che

83
certamente induce ad escludere che lo stesso abbia tratto dai giornali la fonte delle sue
informazioni.
E questo è tanto vero ove si consideri che il Di Carlo è stato il primo a riferire, in sede
di indagini preliminari, non solo l’incontro milanese tra Silvio Berlusconi e Stefano
Bontate (rispetto al quale gli imputati Cinà e Dell’Utri avrebbero svolto l’insostituibile
ruolo di intermediari), ma anche l’inedito particolare della comune partecipazione al
matrimonio Fauci, espressamente confermato da numerose altre risultanze processuali e
dalla viva voce dello stesso Marcello Dell’Utri ( come si vedrà in altra parte delle
sentenza dedicata a quell’episodio).
Il confronto tra il tenore letterale delle dichiarazioni dibattimentali del collaborante con
quelle rese durante le indagini preliminari, acquisite al fascicolo perché usate per le
contestazioni, conferma, oltre che la tempestività delle accuse, la loro sostanziale
costanza nel tempo, con la esclusione di alcuni particolari del tutto marginali, i quali non
incidono affatto sul tema centrale del racconto.
Tale è certamente la lieve difformità, evidenziata dalla difesa, relativa alla presenza di
Nino Grado all’incontro milanese, non riferita nelle dichiarazioni del 31 luglio 1996
(quando il collaborante aveva dichiarato che Grado li aveva solo accompagnati fin sotto
il palazzo dove si sarebbe dovuta svolgere la riunione), ed è stata menzionata dal
collaborante in dibattimento, limitandola però alla sola fase iniziale dell’incontro, avendo
il collaborante ricordato che Nino Grado si era allontanato subito dopo, per poi tornare e
riaccompagnarli al luogo di provenienza.
Infine, per quanto riguarda la tempestività delle accuse, non si può non rilevare che il
Di Carlo ha riferito di questo primo incontro milanese fin dalle dichiarazioni del 31
luglio 1996, le prime dopo il suo trasferimento in Italia del 13 giugno 1996, e dopo un
periodo in cui il collaborante aveva avuto, secondo quanto dallo stesso riferito nella sua
audizione dibattimentale, problemi di salute che non gli avevano garantito la serenità
necessaria.
Il 31 luglio 1996 Di Carlo ha riferito in modo compiuto le principali occasioni di
incontro con l’imputato Dell’Utri, focalizzando la sua attenzione sui tre momenti
principali della sua conoscenza con lo stesso: la sua presentazione, avvenuta in un bar
palermitano, da parte del coimputato Cinà, l’incontro a Milano prima descritto e, infine,
la comune partecipazione al matrimonio londinese di Gimmy Fauci, celebrato il 19 aprile
1980 (episodio su cui si avrà occasione di tornare nel prosieguo) e che ha trovato una
prima espressa conferma nelle stesse dichiarazioni dell’imputato ad un quotidiano, alla
fine del 1996.

LE CRITICHE ALL’ATTENDIBILITA’ DEL DI CARLO

La difesa di Marcello Dell’Utri ha adottato una strategia volta a delegittimare il Di Carlo,


cercando di minarne l’attendibilità intrinseca anche con il fare riferimento alle

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dichiarazioni rese nel presente dibattimento da Tommaso Buscetta, definito “storico”
collaboratore di giustizia, il quale, sentito in video-conferenza all’udienza del 1° febbraio
1999, ha affermato di non avere sentito parlare di Francesco Di Carlo se non per notizie
pubblicate sui giornali (v. pag. 41 della trascrizione di udienza).
Contestatogli dal P.M. che - sentito il 16 luglio 1984 dal dott. Giovanni Falcone
nell’ambito della formale istruzione del procedimento penale c.d. “maxi-uno” - aveva
parlato, sia pure in modo molto generico, dei fratelli Di Carlo come mafiosi di Altofonte,
il collaborante, il quale aveva già fatto presente, all’inizio dell’audizione in questo
dibattimento, di “non essere preparato a rispondere su quelle domande”, obiettava “…ma
non è che dò notizie certe neanche al dottore Falcone nel 1984…”.
In realtà, la figura di Di Carlo Francesco (di età molto più giovane di Buscetta) e il
ruolo di rilievo da questi assunto all’interno di “cosa nostra”, come capo della famiglia
mafiosa di Altofonte, costituisce un dato non contestabile e che ha formato oggetto di
accertamento anche nelle indagini svolte nel procedimento penale, c.d. “maxi uno”,
celebratosi a Palermo a carico del Gotha di “cosa nostra”, definito con la ormai famosa
sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992.
Pertanto, la circostanza che Tommaso Buscetta non sia stato in grado, sia il 16 luglio
1984 che il 1° febbraio 1999, di fornire notizie precise sul ruolo assunto da Di Carlo
all’interno della compagine mafiosa, non può contrastare e porre nel nulla questo
innegabile dato di fatto.
A questo riguardo, non può trascurarsi il dato, anch’esso obiettivo, della lontananza del
Buscetta dall’isola fin dai primi anni ‘60: il predetto, infatti, formalmente entrato in
“cosa nostra” nel 1947/1948, ha risieduto stabilmente in Sicilia solo fino al 1963, quando
si è trasferito in America, dove è stato detenuto dal 1972 al 1980.
Posto in regime di semilibertà, ben presto Tommaso Buscetta si sottraeva allo stesso e,
nel mese di luglio del 1980, faceva ritorno a Palermo, dove si fermava sino alla fine di
quell’anno per poi trasferirsi in Brasile.
Come era stato già osservato dai giudici della Corte di Assise nella sentenza che aveva
definito il primo maxi-processo a “cosa nostra” - originato in gran parte proprio dalle
propalazioni di Tommaso Buscetta e di Contorno Salvatore (seguiranno, nel secondo
grado del giudizio, quelle di Calderone Antonio e di Marino Mannoia Francesco) - le
vicende personali vissute dal collaborante avevano fatto sì che le sue conoscenze
potessero essere considerate personali e dirette solo fino ai primi anni ’60 (fino, cioè, al
suo definitivo trasferimento all’estero) e, per quanto riguarda il tempo trascorso in Italia
nella seconda metà del 1980, solo per quanto sommariamente appreso da Stefano
Bontate e dagli altri esponenti di “cosa nostra” con i quali aveva avuto contatti.
La conoscenza non diretta dei fatti e delle persone su cui Tommaso Buscetta era
chiamato a riferire, insieme alle precarie condizioni di salute in cui versava al momento
della sua audizione dibattimentale (il collaborante è deceduto qualche tempo dopo a
causa di una lunga e gravissima malattia), possono ben spiegare quella sua ritrosia a
rispondere in merito, qualora egli ne fosse stato realmente a conoscenza, alla figura ed al
ruolo in “cosa nostra” del Di Carlo, proprio per le implicazioni che questo avrebbe avuto
nel presente procedimento, rispetto a quanto da lui stesso dichiarato in precedenza,
soprattutto ove si ponga mente alle polemiche che erano sorte intorno alla persona del

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Buscetta solo pochi anni prima, in occasione della crociera fatta da quest’ultimo sulla
motonave Monterey nel 1995 e della intervista, rilasciata al giornalista Sergio De
Gregorio (teste sentito all’udienza dibattimentale del 3 marzo 2000) e pubblicata a
puntate sul settimanale “OGGI”.
Il teste ha dichiarato che Tommaso Buscetta, nel corso dei colloqui intrattenuti con lo
stesso, aveva sostenuto, con “furore” e con un “impeto quasi, quasi diciamo politico”,
parlando dell’impero imprenditoriale berlusconiano, che “dietro questo arricchimento,
questo grande patrimonio, c’era un arricchimento sospetto e, probabilmente, legato a
rapporti di mafia”.
E sul conto di Marcello Dell’Utri, Tommaso Buscetta si era espresso in questi termini:
“ Sa, poi, Berlusconi avvicina un palermitano, un siciliano, l’on.le Marcello Dell’utri,
quindi il patrimonio di FININVEST è un patrimonio mafioso” (v. trascrizione
dell’udienza del 3/3/2000).
Una sorta di teorema sulla “mafiosità”, frutto di una personalissima supposizione del
collaborante, sulla quale non mette conto soffermarsi. Nel corso della sua
audizione, Tommaso Buscetta, rispondendo ad una precisa domanda rivoltagli della
difesa di Marcello Dell’Utri (finalizzata a smentire l’attendibilità del Di Carlo), ha
risposto che, nel breve lasso di tempo in cui era stato ospite di Stefano Bontate alla fine
del 1980, questi non gli aveva riferito né di avere “mandato” Vittorio Mangano a Milano
per proteggere un importante imprenditore, né di avere egli stesso partecipato ad
“incontri a Milano”.
Sulla scorta di questa risposta la difesa ha argomentato che, se gli episodi riferiti al
riguardo da Di Carlo fossero realmente accaduti, Stefano Bontate ne avrebbe parlato
certamente con Buscetta, tenuto conto dei rapporti confidenziali ed amichevoli che
intercorrevano tra i due.
Osserva il collegio che il rilievo della difesa di Marcello Dell’Utri non è fondato per le
seguenti considerazioni:
l’incontro a Milano, riferito dal Di Carlo e ritenuto provato dal Tribunale, era avvenuto
ben sei anni prima e, per lo stesso Bontate, non doveva rivestire alcun particolare
carattere di novità o di originalità, tanto da doverne discutere anni dopo, trattandosi di
uno dei tanti incontri tra imprenditori e persone di “cosa nostra”, finalizzati alla
conclusione di affari di varia natura;
all’epoca, peraltro, il dott. Silvio Berlusconi era soltanto un giovane ed abile
imprenditore edile in ascesa e, certamente, non godeva, né all’epoca dell’incontro né nel
1980, dell’importanza e della notorietà raggiunte dopo la sua discesa in politica,
avvenuta molti anni dopo;
lo stesso Tommaso Buscetta ha tenuto a precisare: “….io non potevo essere il confessore
di Bontade, delle sue cose particolari, come…come umano, come è giusto dire. Se io
facevo una domanda a Calò o a Bontade, mi avrebbero risposto dicendomi
dell’argomento, ma non raccontandomi ….tutte le cose della loro vita, era una cosa
impossibile tra l’altro….”.
(v. pag. 68 della trascrizione dell’udienza del 1° febbraio 1999).
Proseguendo con le argomentazioni svolte dalla difesa dell’imputato Marcello Dell’Utri,
va rilevato che dalla stessa sono state, inoltre, mosse espresse critiche in merito alla

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attendibilità riconosciuta ai collaboratori di giustizia, sia per la loro pregressa storia
criminale (richiamando l’allegoria della ”natura” dello scorpione che, pur consapevole di
perdere in questo modo anche la propria vita, decide di uccidere la rana che lo sta
aiutando ad attraversare un corso d’acqua) ma anche per una comune “strategia” – non
necessariamente concordata - da parte degli stessi collaboratori di giustizia allo scopo di
ottenere vantaggi e benefici formulando false accuse nei confronti della FININVEST o
di autorevoli esponenti del suo management, “modellando ingannevolmente quanto
narrato a ciò che ritenevano potesse essere gradito ai PM”, competenti al rilascio dei
pareri necessari al rinnovo del programma di protezione.
Il Tribunale non ritiene di dovere replicare alle critiche mosse dalla difesa al complesso
di norme che regola l’ammissione al programma di protezione e riconosce valore
probatorio alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, trattandosi in questo caso di
una precisa scelta legislativa e di politica giudiziaria che scaturisce dalla constatazione
dell’indubitabile apporto finora fornito dai c.d. ”pentiti” alla individuazione dei
responsabili dei più importanti fenomeni criminali verificatisi nel paese; solo in via
marginale, per quanto più strettamente attiene all’ambito delle valutazioni rimesse a
questo Collegio, e che hanno riguardo alla attendibilità in generale dei c.d. “pentiti”, si
ritiene opportuno sottolineare che la pregressa storia criminale dei diversi soggetti,
chiamati di volta in volta a riferire dei gravi fatti delittuosi a loro conoscenza, se può
incidere negativamente sul loro profilo personologico, è proprio la ragione fondante della
utilità del contributo che questi possono apportare.
Ed invero, sono proprio la personale partecipazione al fatto delittuoso e la posizione di
vertice assunta all’interno del sodalizio criminale le fonti che giustificano il possesso e la
conoscenza diretta di informazioni utili all’accertamento dei fatti e alla individuazione
dei responsabili, facendo di tali soggetti un utile supporto al contrasto di realtà criminali,
basate sull’omertà e sul silenzio, che esercitano una soffocante sopraffazione su diverse
realtà territoriali nel nostro paese.
Per quanto riguarda, in particolare, la figura del collaboratore di giustizia Di Carlo
Francesco, rispetto al quale si è già detto del rilievo e del peso che aveva assunto
all’interno della organizzazione “cosa nostra” (ma il discorso vale anche in questo caso
in termini generali), non si può non osservare che un collaborante di questa levatura, in
possesso di informazioni utilizzate da diverse autorità giudiziarie in indagini di indubbio
rilievo (sono stati prima richiamati i gravi fatti omicidiari su cui il collaborante ha
riferito, come pure il tema dei rapporti tra “cosa nostra” e l’on.le Giulio Andreotti),
trovando in ogni caso positivo riscontro di attendibilità, non sarebbe stato “salutare”
riferire fatti non rispondenti alla realtà (nella piena consapevolezza della loro falsità)
rischiando di inimicarsi un partito politico, alla cui creazione ha dato il suo fattivo
contributo Marcello Dell’Utri (come si avrà modo di evidenziare in altra parte della
sentenza), così fortemente rappresentato nel paese potendo contare su un diffusissimo
consenso elettorale sull’intero territorio nazionale.
Tale circostanza, certamente conosciuta dal Di Carlo, avrebbe potuto, semmai,
consigliargli di evitare possibili e pericolosi “contraccolpi”.
Le considerazioni che precedono devono indurre chi è chiamato a valutare questo
particolare materiale probatorio a sfuggire da schemi preconcetti o da pregiudizi che

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portino a valutare in modo aprioristico le propalazioni dei cd “pentiti”.
L’unico criterio di valutazione, dettato dal legislatore e costantemente ribadito da
innumerevoli arresti giurisprudenziali della Corte di Cassazione, al quale quindi questo
Collegio intende attenersi rigorosamente, è quello che impone di verificare nel concreto
l’attendibilità delle singole dichiarazioni e chiamate in correità, facendole oggetto di
specifiche verifiche e obiettivi riscontri.
Ritornando alle dichiarazioni dibattimentali di Di Carlo Francesco, occorre fare
riferimento ad alcune circostanze che non erano contenute in quel primo verbale del 31
luglio 1996, più volte richiamato, ma che erano state riferite in un successivo verbale,
raccolto dal PM di Palermo il 14 febbraio 1997, relative ad altre sue occasioni di
incontro con l’imputato Dell’Utri Marcello.
A pagg. 218 e segg. della trascrizione dell’udienza del 16 febbraio 1998, Francesco Di
Carlo, descrivendo la villa di Stefano Bontate, ha riferito che, in occasione di una cena
organizzata, nel 1979 o in un periodo di poco anteriore, aveva avuto modo di incontrare
l’imputato Marcello Dell’Utri.
Queste le sue dichiarazioni al riguardo:
DI CARLO:
… una cantina .. ecco uno scantinato , ma non era uno scantinato .. perché di solito il
scantinato si pensa un garage, una cosa, è bellissimo l’ha fatto per ricevere amici di
cosa nostra o persone, infatti c’era un grandissimo tavolo, una cucina che era metà sala
di questa … questa Corte, potevano entrarci pure 100 persone, ed aveva questa, l’aveva
fatto per ospitare o per fare mangiate, come le chiamavano loro, riunione e cose, ma no
riunioni a livello di cosa nostra, perché le riunioni si facevano in altri posti, però aveva
fatto qua in questo modo, e una sera mi hanno invitato, ci sono stato più di una sera,
una volta eravamo pochissimi, mentre quella sera ho visto più di venti persone, venti o
qualcuno in più, e mi ricordo una cena che c’era MARCELLO DEL’UTRI.
PM:
Una cena, quante persone erano presenti, se ricorda se erano presenti altri uomini
d’onore?
DI CARLO:
Si, uomini d’onore ce n’erano tantissmi, ma c’era pure qualcuno che non era uomo
d’onore
PM:
Chi era presente tra gli uomini d’onore , che lei ricordi?
DI CARLO:
C’era i soliti Mimmo Teresi, c’era l’avvocato, chiamiamolo avvocato, fratello di
Stefano Bontate
PM:
Giovanni Bontate
DI CARLO:
C’era Totuccio Federico, non so se c’era Mannoia, non mi ricordo veramente, c’era
un altro dei Teresi, che era vicino, che abitava vicino da Stefano Bontate, c’era uno che
ci dicevano a ‘nciuria , ma forse si chiama Gambino, pure Giuseppe Gambino, della

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Guadagna della famiglia di Stefano, aveva a ‘nciuria che lo chiamavano sempre, il
cognome dopo l’ho saputo ..
PM:
Scusi non ho capito questo Gambino
DI CARLO:
Gambino Giuseppe
PM:
Della Guadagna ?
DI CARLO:
Dalla Guadagna .. abitava a Guadagna, però era della famiglia di Stefano Bontate
PM:
Quale ..
DI CARLO:
Glielo dico io qual è, è quello che ha preso una condanna dentro il carcere per
l’uccisione di Marchese .. Marchese, però il primo che è morto nell’82, non Marchese..
PM:
Senta, lei ha detto che questo incontro è avvenuto quando?
DI CARLO:
Ma verso il ’79, mi sembra .
PM:
Come?
DI CARLO:
Verso il ’79 , se non faccio sbaglio.
PM:
Ricorda in che periodo è avvenuto?
DI CARLO:
Ah, no, non mi ricordo. Non mi ricordo. Poi c’erano altre persone di cosa nostra e
altre persone che non conoscevo, c’era un certo Levantino che era direttore di banca o
impiegato di banca, che era cugino di Stefano, c’era un altro che lo chiamavano
avvocato o se ci doveva diventare, pure parente di Stefano, era là, questi non erano
ancora cosa nostra, poi se ci sono diventati non lo so, comunque c’erano gente di cosa
nostra e persone no.
PM:
Senta signor Di Carlo, nell’interrogatorio del 14 febbraio 97 lei specificamente ha
indicato che questa cena di cui sta parlando adesso, leggo:” avvenne all’incirca nel
1977, data che ricostruisco basandomi sulle circostanze di fatto che allora avevo già
conosciuto Gimmi Fauci e che tale conoscenza , come ho detto, era avvenbuta nel ’76.
DI CARLO:
No, più avanti è stato, ’77 … più avanti è stato … o fine ’78, fine, quando dico fine …
settembre o ’79, non è ’77.
PM:
Non è ’77?
DI CARLO:
No, no.

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PM:
Ma c’è stata un’altra ..
DI CARLO:
Ma può darsi che io ho … sì, ho mangiato tante volte, specialmente il ’77 era un
periodo che eravamo più intimi con Stefano.
PM:
Ma lei sa di altre cene … cene o pranzi..
DI CARLO:
Si, ci sono state pure altre cene che io non ci ho potuto andare , c’è andato Gimmi
Fauci..
PM:
Aspetti, mi faccia finire la domanda. Altre cene o altri pranzi cui abbia partecipato
Marcello Dell’Utri a casa di Stefano Bontate?
DI CARLO:
Ma una con Gimmi Fauci, sì, e Tanino Cinà perché me l’hanno detto loro che io non
coi ho potuto andare e poi Stefano mi fa : che fa … - ci siamo incontrati in via Ruggiero
Settimo da Battaglia, mi ha detto, proprio l’indomani o dopo due giorni, ci ho detto, non
ci ho fatto capire che mi aveva cercato Bernardo Brusca e non potevo andare, c’erano
altre cose, solo così potevo giustificare con un invito di Stefano…”.
Facendo poi riferimento ad altre occasioni di incontro avute con l’imputato, Di Carlo
aveva parlato di alcuni incontri con Salvatore Micalizzi, inteso “Totuccio” (sottocapo del
mandamento di Partanna Mondello), incontri avvenuti presso la lavanderia del Cinà
Gaetano, sita in via Archimede a Palermo (in dibattimento l’episodio è stato ricordato
alle pagg. 224 e segg. della trascrizione di udienza).
PM:
Senta, lei ha detto di avere incontrato, se non ricordo male proprio all’inizio di
questo esame, ha detto di avere incontrato altre.. circa due volte lei ha detto, di avere
incontrato altre due volte il Dell’Utri, può specificare in quale occasione può collocare
temporalmente anche questi ulteriori incontri con il Dell’Utri?
DI CARLO:
Ma poi io non so di quale ho parlato, già ne ho detto tanti incontri, non mi ricordo
più, però da Tanino, mi sembra ho detto, l’ho incontrato di più di una volta al
magazzino sportivo però questo di via .. via, via … come si chiama questa? Vicino via
Libertà , Archimede. E quando ho detto di più di una volta là ..
PM:
si riferiva a questa circostanza?
DI CARLO:
A questi incontri che ci sono stati là.
PM:
In particolare può dire in che periodo sono avvenuti questi incontri?
DI CARLO:
Ma sempre nel periodo sempre alla fine degli anni ‘70, se non è ’79, fine ’79, uno è
all’inizio del’80, così, mi ricordo perché avevo un puntamento da Tanino con Totuccio

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Micalizzi e l’ho dati ‘ne Tanino. Ma forse era nel principio dell’80, se non faccio un
errore.
PM:
Senta, eh, si.. non, le volevo chiedere qualche specificazione su questi incontri.
DI CARLO:
Ma ce n’era pure per casualità che sono venuti là
PM:
ecco..
DI CARLO:
perché c’erano altre persone che ..
PM:
ma lei perché si recava lì, in questo posto? Perché si recava a trovare Cinà,
insonmma in questo posto del Cinà?
DI CARLO:
Ma perché capitava che ci davamo puntamento, perché io avevo cose da sbrigare e
allora..
PM:
Ci davamo , chi?
DI CARLO:
Io con qualcuno che davo puntamento là, e adesso ci arrivo, e allora capitava, per
dire come è capitato in quella occasione con Totuccio Micalizzi, dice: dove ci vediamo?
Perché.. allora lui mi diceva : ci vediamo in via Ammiraglio Rizzo, che era una traversa
e ci aveva un bar, gli dicevo: no, io finisco di mangiare a quest’ora, senti, ci vediamo là
e poi di là vediamo dove andare a mangiare, e capitava di dare un punto di riferimento
da Tanino, come ha potuto capitare, però a volte capitava avere un puntamento da
perché ci dovevo chiedere qualcosa a Tanino, in quella occasione mi ricordo da Tanino
c’era Dell’Utri , c’ero io, mi ero fermato, e poi è arrivato Totuccio Micalizzi con due
giovani, con due persone, due ragazzi, ragazzi maschi, eh. Donne in cosa nostra non se
ne avvicinano in questi casi.
PM:
E ricorda i nomi di queste persone che accompagnavano Micalizzi e dovrebbe dire
chi è Micalizzi
DI CARLO:
Micalizzi è .. Totuccio Micalizzi che é sotto capo, era poveraccio, era sottocapo del
mandamento di Saro Riccobono, sottocapo di Saro Riccobono, era giovane ..
PM:
Quindi Partanna-Mondello
DI CARLO:
ci frequentavamo, ci conoscevamo da una vita, me lo ricordo che sembrava un
bambino quando l’hanno combinato , sia per la sua figura piccolina sia perché era
giovane, va bene, aveva 20 anni, era venuto là perché aveva puntamento con me ed era
accompagnato di quelli due. Poi, quando uno si trova in una strada così principale,
siccome Palermo persone di cosa nostra non ne mancano, capace appena vedono un
gruppo così, passa quello e si ferma e si prende pure il caffè con noialtri, ma questo

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avevamo puntamento là e c’era pure quello dell’Utri, Tanino, Totuccio Micalizzi, questi
due persone che era uno mi sembra un certo Cannella, che aveva un bar con Totuccio
Micalizzi e uno era un ragazzo alto alto, che era giovanissimo , ma ancora non mi
ricordo se era già cosa nostra, era Francesco Onorato”.
PM:
Lei conosceva…
DI CARLO:
.Poi ..
PM:
Si, scusi, prima che prosegue, poi proseguiamo nella..
DI CARLO:
POI c’era uno del territorio là.. figlio … io conoscevo il nonno, conoscevo ance i
figli di Cancilleri, di Borgo Vecchio, della famiglia di Borgo Vecchio, non so se era il
fratello di Nicola o il figlio, uno dei Cancilleri.
PM:
Ma lei Onorato lo conosceva già da prima?
DI CARLO:
Non era cosa nostra quando l’ho conosciuto io, era un ragazzo che camminava già..
però era all’inizio già di avvicinarlo, infatti Totuccio me ne parlava bene che già
l’avevano messo alla prova, l’avevano messo, come si suol dire in Cosa Nostra, a
lavorare.
Quindi, per comprendere, Onorato già lavorava, lavorava tra virgolette, per Micalizzi
già prima di diventare uomo d’onore?...”
Di Carlo ha risposto affermativamente richiamando la regola, invalsa in “cosa nostra”,
che consigliava di mettere alla prova il singolo affiliato prima della cerimonia di
iniziazione ed ha aggiunto di avere saputo da altri (forse dallo stesso Micalizzi) della
avvenuta “combinazione” dell’Onorato, da lui rivisto di recente solo in carcere, dopo
l’inizio della sua collaborazione con la giustizia :
PM:
Va bene, Ho capito. Senta, ma Onorato le è stato presentato ritualmente?
DI CARLO:
No, perché quando ho visto io Onorato non mi potevano presentare più, perché non
ci appartengo più ne io ne lui, perché ho incontrato Onorato per pochissimo tempo in
carcere in Italia…”.
Gli episodi ai quali ha fatto riferimento il collaborante, oggetto di contestazione da
parte della difesa di Marcello Dell’Utri, appaiono in realtà del tutto marginali e privi di
alcuna particolare connotazione di illiceità, utili a dimostrare la stabilità nel tempo dei
rapporti di Dell’Utri con Cinà Gaetano (continuazione dei rapporti mai messa in dubbio
dagli stessi imputati), ma che, per quanto riguarda gli altri soggetti presenti in occasione
delle riunioni conviviali nella villa di Bontate o presso la lavanderia del Cinà, non hanno
presentato aspetti diversi da quelli propri di un normale ed amichevole incontro tra
conoscenti.
PM:

92
“Senta, in questa occasione in cui vi siete incontrati quindi con il Micalizzi, con il
Cannella, con l’Onorato, con il Cinà e con il Dell’Utri, che cosa avete fatto?
DI CARLO :
Ma solo il caffè mi sembra che abbiamo preso”).
La difesa ha insistito sul secondo di questi episodi (quello relativo all’incontro tra Di
Carlo e Dell’Utri presso la lavanderia del Cinà), elevandolo a sospetto perché riferito dal
collaborante dopo solo due giorni che un analogo episodio era stato riferito durante un
interrogatorio dinanzi al PM di Palermo da Onorato Francesco, con il quale il Di Carlo si
trovava in quel periodo detenuto all’interno della stessa sezione del carcere di Rebibbia .
In effetti, il 12 febbraio 1997, Francesco Onorato era stato interrogato dal PM
nell’ambito delle indagini espletate in un diverso procedimento penale e, rispondendo a
domande sulla “famiglia” di Malaspina e in particolare, sul rappresentante della stessa,
Pierino Di Napoli, aveva fatto riferimento all’imputato Gaetano Cinà, vicino a quella
famiglia mafiosa, nonché ad alcuni incontri con altri uomini d’onore (tra i quali lo stesso
Di Carlo Francesco) presso la lavanderia del Cinà.

LE DICHIARAZIONI DI ONORATO FRANCESCO

Sentito il 7 aprile 1998, Onorato Francesco, premesso di essere entrato formalmente in


“cosa nostra” nel 1980, ritualmente affiliato nel mandamento di Partanna Mondello, con
a capo Rosario Riccobono e Salvatore Micalizzi, aveva ribadito la sua conoscenza con
l’imputato Gaetano Cinà, vicino alla “famiglia” di Malaspina (v. pag. 24 della
trascrizione di udienza) e aveva fatto riferimento ad alcune occasioni in cui, intorno al
1981 o 1982, aveva accompagnato Salvatore Micalizzi, al quale faceva da autista, presso
la lavanderia di via Isidiro Carini e nel negozio di articoli sportivi di via Archimede,
esercizi gestiti da Gaetano Cinà, dove aveva incontrato anche Francesco Di Carlo,
rappresentante della famiglia di Altofonte e in quel periodo latitante, con il quale
Micalizzi aveva interessi comuni.
In una occasione, nel negozio di articoli sportivi, il Micalizzi si sarebbe incontrato,
oltre che con Di Carlo, anche con Marcello Dell’Utri e con Mario Cancelliere,
allontanandosi con loro per andare a prendere un caffè.
Se da una parte è evidente l’analogia con quanto dichiarato da Di Carlo Francesco, sia
pure con alcune divergenze sulla datazione di questo incontro, al contempo non si può
non rilevare che, nel corso del suo lungo esame, il collaborante Onorato Francesco non
ha fatto alcun riferimento a quanto era stato oggetto delle prime propalazioni del Di
Carlo (costituenti il nucleo portante delle sue accuse), neanche de relato per averlo
eventualmente appreso in epoca successiva.
In proposito, non va dimenticato, lumeggiando la figura dell’Onorato, che questi era
stato prima particolarmente vicino al Micalizzi, come si è detto personaggio con ruolo di
rilievo all’interno di “cosa nostra”, sottocapo di Rosario Riccobono, ma, dopo la guerra
di mafia, era rimasto vicino all’ala corleonese ed aveva assunto egli stesso un ruolo di
vertice, essendo stato posto a capo della famiglia di Partanna Mondello.
E’ quindi di tutta evidenza che, se avesse voluto artatamente costruire un riscontro alle
propalazioni del Di Carlo, avrebbe dovuto necessariamente riferire qualcosa che trovasse

93
aggancio in quelle sue precedenti dichiarazioni .
A due giorni di distanza, il 14 febbraio 1997, i PM di Palermo sottoponevano Di Carlo
Francesco ad un ulteriore interrogatorio (v. doc. n. 31 del faldone 3) e il collaborante,
rispondendo alle domande che gli venivano rivolte, riferiva delle occasioni in cui aveva
incontrato l’imputato Dell’Utri ( diverse da quelle oggetto delle prime dichiarazioni ) e
faceva riferimento ad alcune cene nella villa di Stefano Bontate e ad alcuni incontri
presso la lavanderia del Cinà alla fine degli anni ’70.
L’interrogatorio del 14 febbraio 1997 si svolgeva quando il collaborante, dopo un
lungo periodo di isolamento, iniziato alla data del suo arrivo in Italia, era stato ammesso
a vita comune all’interno della struttura carceraria di Rebibbia; dalla documentazione in
atti viene confermata l’assidua sorveglianza cui il collaborante continuava ad essere
sottoposto anche dopo la fine del periodo di isolamento ed, in particolare, risulta che i
movimenti del Di Carlo ed i suoi incontri all’interno del carcere formavano oggetto di
annotazioni da parte del personale addetto alla sorveglianza, annotazioni che, soprattutto
nel primo periodo, sono frequentissime e particolarmente ravvicinate, anche in orari
notturni, ripetendosi alla distanza di 15 minuti l’una dall’altra (v. doc. 31 del faldone 2 e
doc. 6 del faldone 43).
Tra i detenuti ristretti a Rebibbia, che risultano avere incontrato il Di Carlo, vi è anche
Francesco Onorato.
La circostanza, risultante dalla documentazione sopra richiamata ma ancor prima
riferita dallo stesso Di Carlo, non è tale da incidere sulla attendibilità delle dichiarazioni
accusatorie del predetto collaborante, che sono state sostanzialmente tutte riferite in una
data ben anteriore al suo incontro con l’Onorato (anzi quando era ancora sottoposto -
come risulta anche dalla documentazione in atti - ad un regime di completo isolamento).
Osserva il Collegio che le particolari e rigorose restrizioni alle quali era sottoposta la
detenzione del Di Carlo e le modalità dell’assiduo controllo della sua attività giornaliera
(riferite dal collaborante e confermate anche dalla documentazione acquisita) appaiono
del tutto incompatibili con una concordata preordinazione delle accuse da parte dei due
collaboranti, e ciò non tanto perché i due non avessero avuto la possibilità di incontrarsi
(tale circostanza, invero, risulta dal relativo registro acquisito agli atti nel doc. n. 6 del
faldone 43), ma soprattutto perché la sospettata preordinazione, nel caso specifico, è
smentita anche dal contenuto delle dichiarazioni rese.
E valga il vero.
Da una parte, infatti, la scarsa rilevanza, sotto un profilo prettamente probatorio, delle
circostanze, oggetto del verbale del 14 febbraio 1997, ben giustifica il fatto che Di Carlo
avesse ritenuto di non riferirne espressamente nel corso del suo primo interrogatorio (ma
di averlo fatto solo in seguito, rispondendo alle mirate domande postegli dal PM che lo
interrogava), come pure le imprecisioni del ricordo .
Questa considerazione riguarda sia l’eventuale partecipazione dell’imputato Marcello
Dell’Utri alla cena nella villa di Bontate (è lo stesso collaborante che, parlando di questi
incontri, ha riferito espressamente che queste cene non erano riservate esclusivamente a
uomini di “cosa nostra”, ma erano delle riunioni conviviali “aperte” a personaggi della
più varia società palermitana) ma ancora di più gli incontri presso la lavanderia
dell’imputato Gaetano Cinà, incontri che, proprio per la loro assoluta casualità, appaiono

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privi di qualsiasi connotazione illecita nei confronti dell’imputato Dell’Utri e del tutto
slegati dagli altri, e ben più pregnanti, episodi riferiti dal collaborante (il riferimento, in
questi caso, è all’incontro milanese tra Bontate e Berlusconi, alla corresponsione di
somme a titolo di garanzia e per la posa delle antenne su cui si riferità in seguito).
Queste considerazioni, unite al fatto che il Di Carlo non poteva non essere consapevole
di avere già fornito alla pubblica accusa un argomento basato su dati certamente veritieri,
espressamente confermati dallo stesso imputato in una intervista giornalistica pubblicata
alla fine dell’anno 1996, che dimostrava la effettiva e personale conoscenza da parte del
Di Carlo di entrambi gli odierni imputati, rende assolutamente non credibile l’ipotesi che
il collaborante potesse avere riferito falsamente tale episodio allo scopo di accreditarsi
come fonte autorevole nei confronti dell’accusa.
Il Tribunale non si nasconde che tutte le considerazioni che precedono potrebbero far
nascere il dubbio di una non casuale coincidenza degli episodi riferiti dal Di Carlo con
quelli raccontati dall’Onorato, posto che i due avevano avuto modo e tempo di
frequentarsi nel periodo di comune detenzione.
Dubbio suggestivo ma che è possibile ragionevolmente fugare.
Rileva, infatti, il Tribunale che sono proprio le dichiarazioni dello stesso Di Carlo che
lasciano intravedere una realistica chiave di lettura.
Rispondendo alle domande del difensore, il quale chiedeva di precisare quali
argomenti avesse affrontato durante i suoi incontri con l’Onorato - Avv.to TRICOLI :
Parlavate di processo, oppure parlavate di altre cose amene, non lo so.. parlavate di
processi durante questi incontri?)- Di Carlo così ha dichiarato:
“….Avvocato lo conoscevo da ragazzo, parlavamo di cose di Palermo, di cosa si
poteva parlare , di cosa … c’era … anche di cose da mangiare o di posti che avevamo
frequentato che lui camminava con un intimo amico mio, che sarebbe Micalizzi
Salvatore, parlavamo di tutto, anche di donne, anche della bella vita o di mala vita o di
cose che si .. sofferenze di carceri o quello che io avevo passato per dodici anni in
Inghilterra, cosa aveva passato lui … Si parlava anche di cosa nostra per quello che era
la situazione, ma di processi specifici ognuno si tiene i suoi problemi che ci ha, mai se
ne parla, perché specialmente noi di cosa nostra, e Onorato era cosa nostra già
diventato da ragazzo, è molto difficile che facciamo dichiarazioni fuori con persone che
non entrano in quel processo proprio..”.
Dunque, il collaborante ha ammesso implicitamente di avere potuto fare cenno di
questi incontri, pur senza un preciso riferimento alle dichiarazioni rese all’autorità
giudiziaria., come è dato inequivocabilmente dedurre dalla constatata completa
divergenza, per il resto, delle loro propalazioni.
Ed è questo il motivo per cui il Collegio non terrà conto di queste circostanze nella
valutazione del materiale probatorio emerso a carico dell’imputato Marcello Dell’Utri.

LA COLLOCAZIONE TEMPORALE DELL’INCONTRO A MILANO

Un argomento sul quale le parti si sono soffermate, traendone conseguenze divergenti in


merito all’attendibilità del collaborante, riguarda la impossibilità da parte del di Carlo di

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collocare temporalmente con assoluta precisione l’incontro milanese con Silvio
Berlusconi.
Rileva a questo proposito il Tribunale che, a parte l’episodio del matrimonio londinese
(che il collaborante ha collocato con sufficiente precisione nel mese di aprile del 1980,
avendo, come sicuro parametro di riferimento temporale, l’appena iniziata latitanza a
Londra), Di Carlo non è stato altrettanto preciso nella collocazione temporale degli altri
episodi riferiti, anche se è stato in grado di indicarli nel loro succedersi cronologico.
In particolare, sentito in dibattimento in merito all’incontro milanese, il collaborante lo
aveva collocato nella primavera o nell’autunno del 1974.
Una contestazione, mossa dalla difesa dell’imputato Dell’Utri, ha evidenziato però una
difformità rispetto a quanto dichiarato da Di Carlo durante il primo interrogatorio.
Risulta dal verbale del 2 marzo 1998 (v. pagg. 51 e segg. della trascrizione) che il
collaborante, rispondendo alle contestazioni della difesa aventi ad oggetto le
dichiarazioni rese il 31/7/1996 (quando, sempre con molte incertezze, aveva collocato
temporalmente l’incontro milanese nell’anno 1975: “Non mi ricordo di preciso il
periodo, ma penso che era il ’75 “), aveva ribadito questa sua incertezza:
“ nemmeno dico adesso che proprio era ’74, era autunno o primavera, può darsi che
era autunno del ’74 o era primavera del ’75, che vuole che le dica…”.
Si tratta di lievi difformità, del tutto spiegabili con il notevole lasso di tempo trascorso
che ha inevitabilmente sbiadito il ricordo di un episodio che, all’epoca in cui è avvenuto,
mai e poi mai avrebbe neppure lontanamente sospettato di dovere, a distanza di oltre
vent’anni, riferire all’autorità giudiziaria e, per altro verso, indirettamente confermano
l’autenticità del ricordo e la mancata preordinazione delle accuse.
Al contempo, non si può non rilevare che, nel corso delle sue dichiarazioni, il
collaborante ha costantemente fatto riferimento, per storicizzare e contestualizzare
l’episodio, alla recentissima costituzione della commissione provinciale di “cosa nostra”,
di cui anche Stefano Bontate era chiamato a fare parte, che nasce proprio nei primissimi
mesi del ’74 (come ormai processualmente accertato), subentrando al c.d. triumvirato
(che aveva retto le sorti di “cosa nostra” appena ricostituitasi dopo la guerra di mafia dei
primi anni ’60 e di cui avevano fatto parte lo stesso Bontate, Badalamenti e Leggio,
quest’ultimo sostituito, dopo il suo arresto, da Salvatore Riina o Bernardo Provenzano),
porta a considerare erroneo il riferimento all’anno 1975 e a collocare questo episodio
nello stesso anno 1974.
Una indicazione temporale, costantemente ribadita dal Di Carlo, che porta a ritenere
che l’episodio sia avvenuto in una stagione intermedia dell’anno (primavera od autunno
del 74), avendo il collaborante conservato ancora oggi un vivido ricordo del tipo di abiti
che indossavano quel giorno (sono state prima richiamate le dichiarazioni rese a questo
proposito).
Su questa incertezza ha insistito la difesa per trarne argomento a sostegno della dedotta
inattendibilità del Di Carlo (il collaborante avrebbe volontariamente omesso ogni
riferimento a dati precisi, obiettivi e verificabili, per evitare di essere facilmente
smentito).
In realtà, osserva il Tribunale che proprio il raffronto con le dichiarazioni rese in
dibattimento da Francesco Di Carlo dimostra il contrario.

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Un primo riferimento in questo senso è stato trattato in precedenza, a proposito delle
indicazioni offerte dal collaborante circa il tipo di edificio dove aveva sede l’ufficio di
Silvio Berlusconi .
Un’altra indicazione, ricavabile dalle dichiarazioni di Di Carlo, consente di ancorare
l’episodio ad un preciso e ben databile arco di tempo, la primavera del 1974, e, con
sufficiente approssimazione, la seconda metà del mese di maggio di quello stesso anno.
Nel corso dell’udienza del 2 marzo 1998, traendo spunto verosimilmente da un passo
delle dichiarazioni pre-dibattimentali del collaborante, il difensore aveva chiesto al Di
Carlo di precisare i periodi di detenzione di Luciano Leggio, inteso Liggio, importante
uomo d’onore corleonese e già componente del c. d. triumvirato che ha retto le sorti di
“cosa nostra” sino ai primi del 1974 .
Il collaborante aveva allora ribadito di non conservare alcun preciso ricordo al
riguardo, se non quello che il Leggio era stato arrestato “pochissimo tempo” prima
rispetto all’incontro milanese.
AVV. TRICOLI:
al momento di questo incontro Luciano Liggio era libero o detenuto?
DI CARLO:
non mi ricordo, va bene?
AVV. TRICOLI:
Non si ricorda?
DI CARLO:
Ma mi sembra che era detenuto già, l’avevano arrestato da pochissimo tempo.
AVV. TRICOLI:
l’avevano arrestato ..?
DI CARLO:
Da pochissimo tempo, però mi sembra che era detenuto.
AVV. TRICOLI:
Ma non è certo.
Di CARLO:
No, non posso essere certo”.
In sede dibattimentale, Francesco Di Carlo non aveva fatto, invece, alcun spontaneo
riferimento ad una battuta scherzosa del Bontate, ricordata invece nel corso
dell’interrogatorio reso il 31 luglio 1996 al PM.
All’uscita dell’incontro con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, il Bontate avrebbe
commentato che dopo l’arresto, avvenuto qualche giorno prima, di Luciano Leggio (al
quale si addebitavano alcuni dei numerosi sequestri di persona a scopo di estorsione
commessi nel milanese: v. sentenza della Corte di Appello di Milano del 19 dicembre
1979), sarebbe stato più facile mantenere l’impegno di “garanzia” assunto con Silvio
Berlusconi ( “va beh, dice, ce lo possiamo permettere, tanto Luciano è in galera”).
Ordunque, il collaborante non ha ricordato nuovamente la considerazione fatta dal
Bontate (se fosse stata falsamente propinata al PM, sarebbe stata ribadita anche in sede
dibattimentale, al fine di conferire maggiore credibilità al suo racconto); al contempo,
rispondendo alla domanda del difensore, ha ricordato, sia pure senza essere certo al
riguardo, che Liggio era stato arrestato da “pochissimo tempo”.

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Dagli atti del processo penale Abbate Giovanni + 486, c.d. “maxi-uno”, definito con
sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, si ricava la notizia che Leggio
Luciano, condannato alla pena dell’ergastolo nel lontano 1969, dopo una lunga latitanza,
era stato nuovamente arrestato dalla Guardia di Finanza di Milano il 16 maggio 1974.
Dalla documentazione acquisita e relativa ai periodi di carcerazione di Stefano Bontate
risulta, inoltre, che questi venne tratto in arresto solo due settimane dopo (il 29 maggio
1974) rimanendo detenuto fino al mese di ottobre del 1974 (sarà nuovamente tratto in
arresto il 29 aprile 1975 rimanendo ristretto, questa volta, nel carcere di Firenze).
Nessun riferimento si ricava dalle dichiarazioni del Di Carlo a questo periodo di
detenzione e solo dopo ripetute sollecitazioni del ricordo, il collaborante ha riferito che,
nei primi tempi di operatività della commissione provinciale di “cosa nostra”, Stefano
Bontate era stato sostituito nelle riunioni da un suo sottocapo, Teresi Giovanni
(omonimo di Teresi Girolamo), senza però operare alcun collegamento certo tra questa
sostituzione ed il periodo di detenzione sofferto dal Bontate nel 1974.
Il fatto che Di Carlo non abbia conservato ricordo della carcerazione di Bontate non
inficia l’attendibilità intrinseca della sua narrazione: il collaborante, infatti, non ha
cercato di costruire delle ipotesi alternative che potessero consentire di salvarla ma
ammette di non ricordare affatto la circostanza.
Rimane il dato obiettivo, ricavabile dalla documentazione sopra richiamata, relativa ai
distinti periodi di carcerazione del Leggio e del Bontate.
Ed invero, se è certo che Leggio Luciano è stato arrestato il 16 maggio 1974 e che
Stefano Bontate è stato a sua volta arrestato il 29 maggio 1974, allora l’episodio
ricordato dal collaborante, avvenuto pochissimo tempo dopo l’arresto di Leggio, va
collocato temporalmente nella seconda metà del mese di maggio del 1974, cioè in
primavera avanzata.
Questo dato temporale, oltre ad essere perfettamente compatibile con la circostanza
indicata dal Di Carlo (il quale ha dichiarato che non indossava il cappotto sui vestiti), si
collega in modo diretto con l’arrivo di Mangano a Villa Arcore, da poco acquistata da
Berlusconi, collocandosi in un lasso di tempo immediatamente precedente o comunque
prossimo all’effettivo arrivo di Mangano ad Arcore (accertato, come si è già detto, sulla
scorta di una serie di emergenze processuali autonome rispetto al collaborante).
Così definiti gli ambiti temporali della vicenda, assume un rilievo certamente
marginale accertare se l’arrivo di Mangano ad Arcore abbia preceduto, sia pure di poco,
l’incontro di Berlusconi con Stefano Bontate o piuttosto che ne sia stato il primo
momento di attuazione posto che, come si è avuto modo di rilevare già in precedenza,
oggetto principale della discussione che si era svolta a Milano era la “garanzia” che era
stata chiesta al Bontate, come pure la valorizzazione del ruolo che avrebbe dovuto
continuare a svolgere Dell’Utri Marcello, mentre il particolare concernente la persona di
Mangano Vittorio non era stato oggetto espresso del colloquio con Berlusconi, ma venne
richiamato solo in un momento successivo, e solo dietro indicazione di Cinà Gaetano.
Questo suggerimento non poteva che trovare l’assenso di Stefano Bontate , stante la
appartenenza del Mangano alla famiglia mafiosa di Porta Nuova, rientrante in quegli
anni nel mandamento di Santa Maria di Gesù, comandato proprio da Stefano Bontate,

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prima che questo mandamento venisse smembrato e la famiglia di Porta Nuova venisse
elevata a mandamento con a capo Pippo Calò.

L’IMBARAZZO MANIFESTATO DA CINA’ GAETANO

Strettamente connesso con il tema della “garanzia”, affrontato nel corso dell’incontro
milanese, è il successivo riferimento da parte dello stesso Di Carlo all’avvenuta
erogazione di somme a questo titolo, circostanza che verrà riferita in modo del tutto
autonomo anche da altri collaboratori di giustizia sentiti nel presente dibattimento .
A pag. 166 della trascrizione dell’udienza 16 febbraio 1998, Di Carlo ha riferito che, in
seguito e in relazione a questo incontro milanese, Cinà gli aveva manifestato il suo
imbarazzo perché gli era stato detto di chiedere 100 milioni.
DI CARLO:
“ E così TANINO era … dice: mi pare malo qua e là, ci ho detto: ma tu chi ti ‘na fari,
tanto sono ricchi e poi ci hanno voluto. E così ho incoraggiato TANINO e … e poi mi ha
detto mi ha detto: si ce l’ho fatto avere questi 100 milioni: Poi non ho saputo tanto
perché interessarsi poi nelle cose degli altri, ho saputo questo perché lui si era
lamentato, poi era mortificato perché lui ci teneva o forse pensava di farci una cosa
gratuitamente a Dell’Utri specialmente, in particolare, che erano intimi, e poi a
BERLUSCONI che lui mi diceva che aveva intenzione di ingrandire per sport e tutte
queste cose, dice : sai forse conosco un industriale, posso avere agevolazioni,
rappresentanze di tutti queste cose di sport, case di sport e cose. Questo erano i discorsi
di GAETANO CINA’ , a fino a quel periodo non era cosa nostra, era un ingenuo perché
se era uno di cosa nostra se l’avrebbe tenuto più tirato perché …
PM:
Questo l’ha già detto.
DI CARLO:
Va bene.
PM:
Senta, lei ha parlato di 100 milioni, quindi venne data questa somma in un’unica
soluzione e poi nient’altro…
DI CARLO:
Che io sappia… che io sappia è questo di 100 milioni, ma poi conoscendo cosa nostra
e sapendo, eh, sono i primi 100 e poi hanno cominciato … “
Diverse e distinte rispetto alla circostanza della corresponsione di queste somme a
titolo di “garanzia”, sono quelle riferite dallo stesso Di Carlo e relative ai problemi che
Marcello Dell’Utri aveva prospettato a Tanino Cinà per l’impianto delle “antenne”.
Premesso che il tema verrà affrontato in modo specifico in altro capitolo della
sentenza, in questa parte appare opportuno richiamare quanto dichiarato dal
collaborante alle pagg. 168 e segg. della trascrizione dell’udienza del 16 febbraio
1998”.

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In un periodo successivo, che il collaborante colloca intorno al 1977- 1978, Tanino
Cinà aveva chiesto il suo interessamento in quanto Dell’Utri si era nuovamente rivolto a
lui per risolvere il problema relativo alla installazione delle antenne per la diffusione del
segnale televisivo (v. pagg. 168 e segg. della trascrizione).
PM :
Ma sa se vennero date poi delle altre somme ?
DI CARLO:
no, non lo so, va bene ( n.d.r. il collaborante stava riferendo del versamento dei cento
milioni di lire a titolo di garanzia subito dopo l’incontro milanese ).
PM:
Non in relazione a questo…non in relazione a questo incontro, signor Di Carlo.
DI CARLO:
no, no, all’inizio questo, poi non ho chiesto, non è ce non ho… non ho chiesto. Poi
un’altra volta sola ho avuto discorsi con Tanino al riguardo però siamo più avanti, non
so quanti anni sono passati che aveva il problema che ci hanno detto di mettere le
antenne là, cosa dovevano mettere, per la televisione aveva questo problema.
PM:
Chi aveva questo problema?
DI CARLO:
Gaetano Cinà
PM:
Eh, si, ma a chi … chi si era rivolto a Gaetano Cinà?
DI CARLO:
Di nuovo … Dell’Utri.
Anche in questo caso le somme corrisposte a “cosa nostra” erano a titolo di garanzia:
PM:
Senta, queste somme di denaro, sia i 100 milioni di cui abbiamo parlato, sia queste
eventuali di cui lei ha parlato adesso, a che titolo venivano date per quello che è a sua
conoscenza, non per deduzione chiaramente.
DI CARLO:
A conto per avere la garanzia di non essere sequestrate, non essere toccati e qualsiasi
cosa, non solo i sequestri ma qualsiasi cosa può succedere a un industriale.
PM:
Quindi per protezione, per che cosa? Non lo capisco, lo deve specificare meglio.
DI CARLO:
Cosa nostra non usa protezione, perché altrimenti specialmente in cosa nostra si
pensa, scusi la parola, alla prostituzione, protezione in cosa nostra era vietato.
PM:
E quindi per quale motivo, lo può specificare meglio, signor DI CARLO?
DI CARLO:
I motivi le posso specificare, garanzia, garanzia cosa nostra di tutto, garanzia di non
essere disturbato, chissà ci succede è cosa nostra che va a cercare a chi ha fatto la
situazione, chi l’ha disturbato, di non essere sequestrati, se sequestrano si va a cercare i
sequestratori per come è successo a Monreale, nel mio territorio, mio territorio diciamo

100
mio mandamento, con la Mandalari, se vi ricordate di questo sequetsro, che non era
stato fatto di cosa nostra, l’hanno fatto arbitrariamente e subito osa nostra si è messa in
giro , si è liberata quella donna e i sequestratori in parte sono morti , quasi tutti , perciò
cosa nostra da questa garanzia, ma il marito della Mandalari pagava e allora, ai
monrealesi, quando uno paga ha questa garanzia. Sì, a sequestaru, però subito è stata
liberata. E allora a BERLUSCONI non c’è successo, non l’hanno sequestrato, pagava..
però se ci avrebbero sequestrato, perché poteva succedere, vedeva STEFANO
BONTATE con tutti i suoi interessarsi e trovare.”
PM:
Questo l’ha già detto.
DI CARLO:
Va bene.
PM:
Senta, lei ha parlato di 100 milioni, quindi venne data questa somma in un’unica
soluzione e poi nient’altro…
DI CARLO:
Che io sappia… che io sappia è questo di 100 milioni, ma poi conoscendo cosa nostra
e sapendo, eh, sono i primi 100 e poi hanno cominciato … “.
L’argomento relativo alla corresponsione delle somme a “cosa nostra” a titolo di
garanzia, riferito in questa parte da Francesco Di Carlo, verrà ripreso nel prosieguo
trattando le dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, i quali hanno riferito analoghe
circostanze.

I RISCONTRI ALLE DICHIARAZIONI DI DI CARLO

Venendo a trattare degli elementi di prova emersi a riscontro delle dichiarazioni


accusatorie di Di Carlo Francesco in merito all’incontro milanese tra Stefano Bontate e
Silvio Berlusconi per l’intermediazione degli imputati Dell’Utri e Cinà, occorre fare
riferimento in primo luogo ad un altro collaboratore di giustizia, Galliano Antonino
(sentito in dibattimento all’udienza del 19 gennaio 1998), le cui dichiarazioni hanno
rivestito un ruolo di indubbio rilievo nel presente procedimento, oltre che per i rapporti
privilegiati intrattenuti dallo stesso con esponenti di vertice di “cosa nostra” ( il
collaborante è nipote di Raffaele Ganci ed è stato vicino al di lui figlio, Mimmo Ganci ),
soprattutto per i suoi rapporti di conoscenza con l’imputato Cinà Gaetano, in virtù dei
quali è stato fatto destinatario di confidenze da lui poi riferite nel corso del presente
dibattimento.
A proposito del Galliano giova sottolineare, in primo luogo, l’assoluta autonomia del
collaborante rispetto alla persona di Di Carlo Francesco, sia per quanto riguarda la storia
criminale all’interno di “cosa nostra” sia per quanto concerne il personale percorso
collaborativo.
Galliano Antonino, infatti, è entrato a fare parte di “cosa nostra” nel mese di ottobre
del 1986 nella famiglia mafiosa della Noce (in un periodo di tempo in cui Di Carlo era

101
già definitivamente arrestato in Inghilterra e non avrebbe fatto più rientro nell’isola).
Inizialmente affiliato con la qualifica di uomo d’onore “riservato”, Galliano ha avuto
negli anni anche incarichi di rilievo all’interno della sua famiglia mafiosa, tanto da essere
chiamato a reggerla, per un certo periodo, insieme a Franco Spina.
Oltre ad essere formalmente affiliato alla “famiglia” della Noce, Galliano ha
intrattenuto rapporti anche con importanti esponenti della “famiglia” di Malaspina, i
fratelli Di Napoli, ai quali era molto vicino.
Non è un caso che la cerimonia di iniziazione, con la quale il Galliano venne
ritualmente affiliato, si svolse alla presenza dello zio Raffaele Ganci, capo mandamento
della Noce, di Anzelmo Francesco Paolo, sottocapo della stessa “famiglia”, e di Pippo Di
Napoli, rappresentante della “famiglia” di Malaspina, padrino del Galliano.
L’esistenza di rapporti del Galliano con l’imputato Cinà Gaetano ha trovato agli atti
obiettivo ed appagante riscontro nel contenuto di alcune intercettazioni ambientali,
acquisite agli atti del dibattimento, nelle quali si colgono inequivoci riferimenti
dell’imputato Cinà Gaetano proprio al collaborante.
Trattasi delle intercettazioni ambientali disposte nel procedimento penale a carico di
Amato Carmelo e sulle quali il Tribunale ritornerà in modo più approfondito nel
prosieguo della trattazione.
In questa sede vengono richiamate solo perché offrono la conferma della conoscenza e
dei rapporti tra Galliano e l’imputato Cinà Gaetano, il quale non a caso parla di Galliano
indicandolo come “suo nipote”, “parente di un parente”.
- Conversazione 21 agosto 1999 (v. doc. 6 del faldone 22).
Scarcerato il 19 maggio 1999 per decorrenza del termine massimo di custodia cautelare
sofferta nel presente procedimento penale, Gaetano Cinà riallaccia subito gli interrotti
rapporti con i suoi sodali e, parlando con Amato Carmelo del collaborante, dice:
CINA’:
ce l’ho nel processo pure io, Carmelo
AMATO:
A chi?
CINA’ :
A mio nipote. Perché il signor Galliano dice che io , prima avevo rapporti con lui…
avevo rapporti con lui che gli davo i soldi .
AMATO: MA ! Il signor Galliano dice questo? Il parente del parente nostro, è vero?
CINA’:
… parente del parente nostro!”
Nel corso delle sue dichiarazioni Galliano Antonino ha riferito dettagliatamente i suoi
rapporti con i fratelli Salvatore e Gaetano Cinà.
Quest’ultimo, odierno imputato, è stato da lui conosciuto intorno al 1985/86, in data
antecedente alla sua formale combinazione, in un periodo in cui frequentava Pippo Di
Napoli durante la sua latitanza.
E’ proprio dalla voce di Gaetano Cinà che Galliano è stato messo al corrente
dell’incontro milanese tra Berlusconi e Bontate .
Galliano ha riferito, infatti, di avere partecipato ad una riunione, svoltasi nel 1986 nella
villa di Citarda Giovanni (è il figlio di Citarda Benedetto e di Caterina Cinà, sorella

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dell’imputato, già in precedenza menzionato a proposito dei rapporti anche familiari del
Cinà con uomini di “cosa nostra”), riunione alla quale avevano partecipato Mimmo
Ganci (che allora sostituiva il padre Raffaele, arrestato, nella reggenza del mandamento
della Noce), Pippo Di Napoli, capo della “famiglia” di Malaspina, ricompresa anch’essa
nel mandamento della Noce, soggetto di riferimento del Cinà, e lo stesso Cinà Gaetano.
Come si avrà modo di rilevare in modo più approfondito nel prosieguo, l’occasione in
cui si svolge il colloquio è assolutamente peculiare avendo trovato un granitico riscontro
probatorio in un fatto processualmente accertato (il riferimento è all’attentato di via
Rovani del novembre 1986), che il collaborante non avrebbe avuto altro modo di
conoscere e che finisce per conferire autorevole crisma di attendibilità alle sue
dichiarazioni, unitamente agli accertati e stretti vicoli di conoscenza con il Cinà, che
avvalorano il Galliano come fonte di importanti conoscenze in merito ai fatti per cui è
processo .
Per quanto più strettamente interessa ai fini processuali, si deve rilevare che è stato
proprio nel corso di quell’incontro che Cinà ebbe a riferire al collaborante che, qualche
anno prima, Marcello Dell’Utri lo aveva fatto chiamare a Milano manifestandogli la
preoccupazione per le minacce di sequestro subite dal figlio di Berlusconi e provenienti,
secondo quello che era il “loro” convincimento, da famiglie mafiose catanesi.
Al suo ritorno, Cinà ne aveva parlato con i suoi parenti Citarda e questi a loro volta ne
avevano parlato con Stefano Bontate (si è già fatto cenno in precedenza agli stretti
legami di parentela tra i componenti di queste due famiglie, avendo Giovanni Bontate,
fratello di Stefano, sposato una figlia di Benedetto Citarda, nipote del Cinà Gaetano).
Era stato, quindi, organizzato un incontro al quale avevano partecipato Gaetano Cinà,
Stefano Bontate e Mimmo Teresi, i quali si erano recati a Milano da Berlusconi, lo
avevano rassicurato e a “garanzia” gli avevano mandato Vittorio Mangano.
PUBBLICO MINISTERO:
Invece, il Gaetano Cinà?
GALLIANO ANTONINO:
Il Gaetano Cinà, io lo...lo...diciamo, ho avuto modo di conoscerlo quando
frequentavo il Pippo Di Napoli, quando lui era latitante, perché il Tanino Cinà andava a
trovare il Pippo Di Napoli quando era latitante, perché giocavano a carte e per fargli
passare il tem...cioè passavano il tempo giocando a carte.
PUBBLICO MINISTERO:
Che periodo siamo?
GALLIANO ANTONINO:
Siamo nell’’85,’86...in questi anni.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi prima che lei venisse combinato?
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ha avuto modo di conoscere il Cinà..?
GALLIANO ANTONINO:
Si.

103
PUBBLICO MINISTERO:
Ma, quindi, allora....il Cinà Gaetano. E quindi il Cinà Gaetano frequentava o non
frequentava la macelleria di suo fratello?
GALLIANO ANTONINO:
No, poteva venire una, due volte all’anno quando veniva a fare gli auguri...era
comunque, cliente di mio fratello, cliente telefonico.

PUBBLICO MINISTERO:
Cliente telefonico della macelleria.
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ma lei… le risultano rapporti tra il Cinà Gaetano e la famiglie...famiglia del
suo mandamento, famiglia dei Malaspina, in particolare?
GALLIANO ANTONINO:
Si, mi ricordo, quando alla fine dell’’86, dopo che stato affiliato, Raffaele Ganci fu
arrestato e Pippo Di Napoli mandò a chiamare il....Mimmo Ganci che allora sostituiva
il padre nella conduzione del mandamento della Noce; accompagnai io Mimmo Ganci
da Pippo Di Napoli, in questa villa di Giovanni Citarda dove lui si trovava latitante e in
questa villa trovammo Pippo Di Napoli con il Tanino Cinà. Pippo Di Napoli disse a
Tanino Cinà di....di esternare le sue preoccupazioni. C’era... era molto arrabbiato,
perché..
PUBBLICO MINISTERO:
Chi era arrabbiato?

GALLIANO ANTONINO:
Il Gaetano Cinà, perché non voleva andare più a Milano a prendere i soldi; allora
il... Pippo Di Napoli gli disse, dice, spiegati meglio e spiega tutto fin dall’inizio. Disse
che molti anni addietro il Dell’Utri mandò a chiamare con una certa urgenza il Gaetano
Cinà. Dell’Utri precisò il nome di battesimo...
PUBBLICO MINISTERO:
Chi, Dell’Utri?
GALLIANO ANTONINO:
Marcello Dell’Utri, perché loro erano molto amici e si conoscevano dai tempi del
Bacicaluppo, per questioni che suo figlio giocava pure a pallone e cose varie. Lo mandò
a chiamare a Milano; Marcello Dell’Utri gli disse che era molto preoccupato di un fatto
che era avvenuto al signor Berlusconi, cioè che aveva, diciamo, subito delle minacce di
sequestro per uno dei suoi figli. Il Gaetano Cinà gli disse che se... queste minacce
provenivano dalla mafia catanese...
PUBBLICO MINISTERO:

104
Questo un attimo, mi scusi; lei sta riferendo la cronaca di questo colloquio
Dell’Utri - Cinà?

GALLIANO ANTONINO:
Si....INCOMPRENSIBILE.
PUBBLICO MINISTERO:
Scusi un attimo, per capire. Questa minaccia di sequestro....che questa minaccia di
sequestro provenisse dai catanesi lo dice Cinà a voi o Cinà lo ha detto a Dell’Utri?
GALLIANO ANTONINO:
No, no lo dice a noi.
PUBBLICO MINISTERO:
Lo dice a voi.
GALLIANO ANTONINO:
Sta parlando. Sta spiegando quello che era successo.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi era stato Dell’Utri a dire a Cinà che la minaccia di sequestro proveniva dai
catanesi?
GALLIANO ANTONINO:
Cioè....lui parla che Berlusconi aveva subito delle minacce e che probabilmente
queste minacce venivano dalla mafia catanese, cioè loro erano sicuri di questo.

PUBBLICO MINISTERO:
Va bene.
GALLIANO ANTONINO:
Allora il Cinà, tornando a Palermo, ne parla con i suoi parenti i Citarda; siccome i
Citarda sono anche imparentati con i Bontade e a quei tempi i Bontade era una persona
molto importante ne parlano..
PUBBLICO MINISTERO:
Bontade Stefano, è giusto?
GALLIANO ANTONINO:
Stefano Bontade.....e quindi, ne parlano con Stefano Bontade. Quindi con Stefano
Bontade fissano l’appuntamento a Milano e si... si recano a Milano il Tanino Cinà con
Stefano Bontade e con Mimmo Teresi. A questo appuntamento vanno a trovare il
Dell’Utri e il Berlusconi e mi dicono che c’erano anche altre persone; lo Stefano
Bontade aveva ascoltato, diciamo, il problema e li rassicurò che non sarebbe successo
più nulla e che per maggiore sicurezza avrebbe mandato un suo uomo nella.....diciamo,
per guardare le spalle alla famiglia Berlusconi, cioè nella villa di Arcore e gli manda,
dicevano, il Vittorio Mangano, che era un esperto, diciamo, molto pratico di animali.
Fece anche una precisazione il Tanino Cinà, disse che il signor Berlusconi rimase,
diciamo, affascinato dalla figura di Stefano Bontade, che non si immaginava di avere a

105
che fare con una persona così intelligente e così, diciamo, affascinevole, diciamo.
Cioè...s’immaginava di avere a che fare con un uomo rozzo, cioè un mafioso tipico che...
che si leggeva nei libri o si vedevano nei film a quei tempi. Quindi, quando poi, il
Mangano prende servizio alla villa di Arcore, dopo poco tempo, per, diciamo,
accattivarsi maggiormente la fiducia del Dottor Berlusconi, organizza un finto se,
diciamo....un finto furto di quadri all’interno della villa e lui fa finta di adoperarsi per il
recupero di questo maltolto.
PUBBLICO MINISTERO:
Cioè, Vittorio Mangano.
GALLIANO ANTONINO:
Vittorio Mangano, però quando gli restituiscono a....il Berlusconi, diciamo fiuta
che c’è l’inganno, cioè che....non era veritiero questo furto e fatto sapere allo Stefano
Bontade questo fatto, lo licenzia, quindi licenzia il Vittorio Mangano.
PUBBLICO MINISTERO:
In che senso non era veritiero? Non ho capito bene.
GALLIANO ANTONINO:
Il Berlusconi capisce che questo furto è un finto furto, diciamo è non è un furto
reale.
PUBBLICO MINISTERO:
.....il furto c’era stato o non c’era stato?

GALLIANO ANTONINO:
Il furto c’era stato, però...diciamo, il Mangano si attiva con... dice...ora li
recuperiamo, non si preoccupi...diciamo lo ha....lo ha rassicurato, e li restituisce dopo
poco tempo questi....questi quadri.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi il sospetto era che fosse stato Vittorio Mangano a commissionare il furto.
GALLIANO ANTONINO:
Esatto.
PUBBLICO MINISTERO:
E a che fine?
GALLIANO ANTONINO:
Per accattivarsi....diciamo la fiducia, maggiore fiducia da parte della famiglia
Berlusconi.
PUBBLICO MINISTERO:
Si, si.
GALLIANO ANTONINO:
Poi diciamo....il Berlusconi, diciamo....dice allo Stefano Bontade che vuole fare un
regalo...un regalo, diciamo, alla.....diciamo a loro. E per questo, diciamo, incarica lo
Stefano Bontade il Tanino Cinà. Il Tanino Cinà si reca, sin da quel momento, ogni...due
volte l’anno per ritirare dei soldi nello studio di Marcello Dell’Utri. A quei tempi questi
erano venticinque milioni a volta e quindi cinquanta milioni l’anno. Questi soldi poi lui,
diciamo, lo Stefano...il Tanino Cinà li faceva avere allo Stefano Bontade; però questi

106
soldi, quando succede la guerra di mafia e quindi lo Stefano Bontade viene ucciso,
questi soldi il Tanino Cinà li consegna a Pippo Di Napoli, che a sua volta li faceva
avere ad un uomo d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che è anche nipote di
Tanino Cinà, Pippo Contorno. Quindi, diciamo, quando succedono...
PUBBLICO MINISTERO:
Scusi un attimo se la interrompo, così ogni tanto facciamo il conto della situazione
delle sue dichiarazioni per chiarire meglio. Questa, perché lei, ha inserito, poi la
parentesi del furto dei quadri...Vittorio Mangano, eccetera. Questa decisione
del.....quello che lei ha definito regalo, della somma che doveva andare a Stefano
Bontade, quando viene assunta la decisione e viene comunicata a Bontade...quando
comincia questa situazione di denaro?
GALLIANO ANTONINO:
Sempre, diciamo...subito dopo, diciamo, l’incontro avuto Stefano Bontade, Mimmo
Teresi...
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi prima, prima....temporalmente avviene prima del furto...

GALLIANO ANTONINO:
Esatto si, si certo prima.
PUBBLICO MINISTERO:
.... relativamente alla cosa di Vittorio Mangano? Quindi questo viene deciso fin da
quell’incontro?
GALLIANO ANTONINO:
Si, sin dal primo incontro Berlusconi decide di fare questo regalo alla mafia
palermitana.
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito. Questa somma per quello che lei ha appreso dal Cinà, da Gaetano Cinà
veniva consegnata materialmente da chi a chi?
GALLIANO ANTONINO:
..cioè, veniva consegnata prima allo Stefano Bontade, poi dopo la guerra di mafia..
PUBBLICO MINISTERO:
Personalmente a Stefano Bontade?
GALLIANO ANTONINO:
Si, si. Perché loro sono imparentati, cioè sia i Bontade, i Citarda..
PUBBLICO MINISTERO:
Si, si aspetti...

GALLIANO ANTONINO:
Quindi c’è una....
PUBBLICO MINISTERO:
Scusi un attimo, cominciamo dall’inizio, qua siamo già arrivati a valle. Partiamo a
monte: lei...questi soldi dovevano essere regalati da Berlusconi, lei ha detto.

107
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Materialmente questi soldi venivano ritirati per conto di Cosa Nostra da chi?
GALLIANO ANTONINO:
Da Gaetano Cinà nello studio di Marcello Dell’Utri.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi era secondo quello che le disse Cinà, Marcello Dell’Utri a consegnarli
materialmente a Cinà Gaetano?
GALLIANO ANTONINO:
Si, si perché...ecco nasce la sua lamentela dal fatto che dopo la guerra di mafia, e
quindi l’uccisione di Stefano Bontade...

PUBBLICO MINISTERO:
Si, si un attimo, ora ci arriviamo. Innanzitutto quello che accade prima della
guerra di mafia, ci siamo? Quindi Dell’Utri, l’onorevole Dell’Utri Marcello, allora non
era onorevole, consegna queste somme di denaro al Cinà. Il Cinà...
GALLIANO ANTONINO:
A Gaetano Cinà.
PUBBLICO MINISTERO:
A Gaetano Cinà. Cinà Gaetano a Palermo a chi li consegna, poi?
GALLIANO ANTONINO:
A Stefano Bontade.
PUBBLICO MINISTERO:
Stefano Bontade di questo denaro che ne fa, poi?
GALLIANO ANTONINO:
Questi se li tiene per la sua famiglia.
PUBBLICO MINISTERO:
Per la sua famiglia, cioè quale?
GALLIANO ANTONINO:
Santa Maria di Gesù.
PUBBLICO MINISTERO: Santa Maria di Gesù. E si trattava ,lei ha detto, di
cinquanta milioni all’anno in due soluzioni.

GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Venticinque l’uno.
GALLIANO ANTONINO:
Esatto.
PUBBLICO MINISTERO:
Poi, quando.... guerra di mafia viene ucciso Stefano Bontade, e allora?

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GALLIANO ANTONINO:
Questi..
PUBBLICO MINISTERO:
Questa dazione continua, sempre Dell’Utri a Cinà..
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
e Cinà a chi li porta?
GALLIANO ANTONINO:
Li porta a Pippo Di Napoli, che a sua volta Pippo Di Napoli li girava ad un uomo
d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù, che li portava al....a quel periodo a
Pullarà al rappresentante della famiglia.

PUBBLICO MINISTERO:
Quel Pippo Contorno di cui lei ha detto prima.
GALLIANO ANTONINO:
Esatto.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi Cinà li portava a Di Napoli, Di Napoli a Pippo Contorno, Pippo
Contorno..?
GALLIANO ANTONINO:
Li portava al suo, diciamo, rappresentante che allora era il Pullarà.
PUBBLICO MINISTERO:
Pullarà di nome?
GALLIANO ANTONINO:
Se non sbaglio, Giovanbattista.
PUBBLICO MINISTERO:
C’è poi un’evoluzione in questa....in questo passaggio di denaro...cioè, cambiano
poi i soggetti? Che succede?”.
Con riguardo ai rapporti dell’imputato Cinà con la famiglia di Malaspina e
all’incontro milanese tra Bontate e Berlusconi , Galliano ha ancora riferito:

PUBBLICO MINISTERO:
Ehm… se lei può specificare i rapporti di Tanino Cinà con la famiglia di
Malaspina, come li può definire ? Ecco, sulla base di dati di fatto, chiaramente sempre.
GALLIANO ANTONINO:
Cioè, no… i fratelli Cinà erano imparentati con i Citarda. I Citarda, prima della
guerra di mafia, erano, diciamo, a capo della famiglia di Malaspina, perché Malaspina
faceva mandamento. Poi, dopo la guerra di mafia, il mandamento è stato rotto e la…
Malaspina fu ridotto a semplice famiglia e quindi annessa alla famiglia della Noce.
Comunque i fratelli Cinà erano molto amici dei fratelli Di Napoli, quindi c’è un

109
rapporto molto molto intimo, cioè è indipenden… cioè per il fatto che erano parenti
anche dei Citarda, e poi dall’amicizia che intercorreva tra i Di Napoli e i Cinà stesso.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei ha parlato di una villa di Citarda Giovanni…
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Prima di tutto, come veniva chiamato Citarda ? Lei lo sa il… ?

GALLIANO ANTONINO:
“Gioia mia”.
…….
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, sempre relativamente alla persona di Tanino Cinà, lei sa se Tanino Cinà
conosceva Ganci Raffaele ?
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Cioè, si è incontrato con Ganci Raffaele ?
GALLIANO ANTONINO:
A volte, quando cioè, come ho detto poco fa, il Tanino Cinà andava a trovare
spesso il Pippo Di Napoli in questa casa, diciamo, di suo nipote, perché giocavano a
carte, diciamo per, diciamo, tenere in compagnia il latitante e mol… spesso, diciamo,
accompagnatomi io Raffaele Ganci, diciamo, in questa villa dove, diciamo, c’erano
queste persone che giocavano.
PUBBLICO MINISTERO:
Si. Sempre relativamente alle dichiarazioni che lei ha già reso oggi, lei ha detto
che Cinà, in quell’occasione dell’incontro presso la villa di Citarda, ha parlato tra le
altre cose di un incontro avvenuto, lei ha detto, tempo addietro cui avrebbero
partecipato lo stesso Cinà Gaetano, Bontade Stefano, Mimmo Teresi e Dell’Utri
Marcello.
GALLIANO ANTONINO:
Dell’Utri e Berlusconi pure.
PUBBLICO MINISTERO:
Anche…
GALLIANO ANTONINO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
…Berlusconi ?
GALLIANO ANTONINO:
Si, perché lui portò… come poco fa ho detto, che il Berlusconi restò affascinato
della persona dl… del Bontade.
PUBBLICO MINISTERO:

110
Senta, lei aveva dichiarato prima questo fatto, relativo alla presenza di
Berlusconi ?
GALLIANO ANTONINO:
Cioè, non ricordo. Comunque io mi ricordo questo particolare che il Cinà disse
specificatamente che il Berlusconi era rimasto, diciamo, affascinato dalla figura di
quest’uomo, cioè credeva di avere a che fare con un uomo rozzo tipo, diciamo, un uomo
di campagna, invece si è ritrovato una persona che sembrava, insomma, un
professionista.

PUBBLICO MINISTERO:
Può collocare temporalmente questo incontro di cui stiamo parlando ?
GALLIANO ANTONINO:
Parlava di molti anni addietro, quindi presumo intorno agli… all’inizio degli
anni ’70”.
(v. trascrizione dell’udienza del 19 gennaio 1998).

Le dichiarazioni di Galliano confermano quanto riferito da Di Carlo Francesco sia


relativamente all’avvenuta organizzazione dell’incontro, come pure per quanto riguarda
le ragioni che erano alla base della assunzione di Mangano ad Arcore e ne costituiscono
autorevole riscontro, perché, pur essendo delle informazioni de relato (Galliano non ha
partecipato in prima persona a quell’incontro), sono state a lui riferite da uno dei
protagonisti della vicenda, Tanino Cinà, molto vicino, come si è visto, al collaborante e
che nessun interesse avrebbe avuto a fornire al Galliano una falsa versione dei fatti.
Da parte della difesa si è messa in dubbio l’autonomia delle dichiarazioni di Di Carlo
e di Galliano, facendo riferimento alla documentazione acquisita agli atti del processo,
dalla quale risultava un periodo di comune detenzione all’interno della struttura
carceraria di Pagliarelli nel periodo immediatamnete precedente al verbale contenente le
prime dichiarazioni del Galliano circa le confidenze ricevute da Cinà (riferite dal
collaborante per la prima volta il 14 ottobre 1996, come risulta dai riferimenti operati
dalle parti durante l’esame dibattimentale del collaborante).
Dalla deposizione del dr. Misiti Francesco (v. trascrizione dell’udienza del 3/12/1999)
risulta che Galliano Antonino era stato arrestato il 21/12/1995 perché coinvolto in una
rapina miliardaria alle Poste Centrali di Palermo e, in seguito, era rimasto coinvolto nelle
indagini successive alla strage di Capaci (dove erano morti il dott. Giovanni Falcone, la
moglie, dott.ssa Francesca Morvillo e tre agenti di scorta).
L’8 agosto 1996, Galliano Antonio iniziava a collaborare con la giustizia.
Poco prima di quella data, il 19/7/1996, il Galliano era stato trasferito al carcere di
Pagliarelli a Palermo dove si trovava ancora ristretto alla data della sua deposizione in
questo processo, il 19 gennaio 1998.
Risulta, inoltre, che, nello stesso carcere di Pagliarelli, il Di Carlo era stato trasferito
per pochi giorni (dal 12 al 29 settembre 1996), in data anteriore alle prime rivelazioni del
Galliano.
Muovendo da questo dato temporale, la difesa di Marcello Dell’Utri ha elevato il
sospetto di una preventiva concertazione delle accuse da parte dei due collaboranti.

111
Il rilievo deve essere tranquillamente disatteso: non solo manca la prova di effettivo
contatto tra i due, ma vi è agli atti la prova della assenza di ogni rapporto, precluso dalla
condizione di isolamento in cui si trovavano, e che, per il Di Carlo, era aggravata dalla
costante vigilanza che veniva su di lui esercitata e che è stata documentata agli atti.
Altro argomento sollevato dalla difesa per fare dubitare della attendibilità delle
dichiarazioni del Galliano è l’avvenuta pubblicazione, in data 9 ottobre 1996, delle
accuse del Di Carlo su alcuni quotidiani a tiratura nazionale.
A supporto di tale assunto, la difesa ha prodotto le fotocopie di alcuni quotidiani sui
quali erano state pubblicate notizie sul presente processo e sulle dichiarazioni del Di
Carlo.
Ebbene, proprio il confronto con la documentazione richiamata dimostra la
infondatezza della tesi difensiva perché, anzitutto, quelle notizie sono state pubblicate
dai quotidiani il Manifesto, l’Unità e il Corriere della Sera, i quali, per la mancanza di
pagine dedicate alla cronaca locale, sono certamente meno diffusi a Palermo di altri – “Il
Giornale di Sicilia” o “La Repubblica” - che quelle stesse notizie, invece, non avevano
riportato .
In secondo luogo, il Tribunale ha condotto una doverosa verifica ponendo a confronto
il contenuto degli articoli pubblicati su quei quotidiani con le dichiarazioni del
collaborante, confronto diretto a verificare la spontaneità di quelle propalazioni e
l’autonomia rispetto alle notizie riportate sulla stampa.
Una prima considerazione si impone con evidenza: dalle contestazioni mosse dalla
difesa in sede di controesame (v. pag. 55 della trascrizione dell’udienza) risulta che, in
seno al verbale del 14 ottobre 1997, menzionato ma non prodotto agli atti, da parte del
Galliano sarebbe mancato un espresso riferimento alla partecipazione diretta di
Berlusconi a quell’incontro.
Osserva, al riguardo, il Tribunale che, se l’intento del collaborante fosse stato quello di
costruie una falsa accusa per compiacere i suoi interlocutori utilizzando la falsariga di
quanto pubblicato dai quotidiani, avrebbe certamente fatto riferimento alla presenza di
Silvio Berlusconi, personaggio che i quotidiani avevano messo in risalto già nei titoli dei
servizi giornalistici: proprio la mancanza di questo riferimento conferma l’autonomia del
ricordo del collaborante rispetto alle notizie diffuse dalla stampa.
Tutto quanto finora esposto deve portare a considerare le ricordate dichiarazioni di
Galliano Antonino (più volte nel prosieguo si farà riferimento al detto collaborante,
testimone diretto di ulteriori e importanti aspetti della vicenda processuale che occupa, a
riprova della attendibilità ed autonomia dello stesso), quale autorevole riscontro alla
versione dei fatti offerta dal Di Carlo, sia per quanto riguarda l’incontro milanese con
Stefano Bontate, grazie all’intermediazione di Gaetano Cinà e Marcello Dell’Utri, sia
per quanto concerne la diretta corresponsione di somme di denaro in favore di “cosa
nostra”.
Strettamente connesse al tema probatorio finora trattato sono le dichiarazioni di un
altro collaboratore di elevata affidabilità, Cucuzza Salvatore, sentito all’udienza del 14
aprile 1998.
Cucuzza era entrato a fare parte di “cosa nostra” nel 1975, quando era stato
combinato alla presenza di Giuseppe Giacomo Gambino, uomo d’onore del mandamento

112
di San Lorenzo, e di altri mafiosi (Graziano e Di Vincenzo) appartenenti alla “famiglia”
del Borgo, della quale anche il Cucuzza era entrato a fare parte e che all’epoca faceva
capo al mandamento comandato da Saro Riccobono (solo in seguito, infatti, sarebbe
stato costituito un nuovo mandamento, affidato a Pippo Calò, comprendente, oltre alla
famiglia di Porta Nuova, anche la famiglia del Borgo).
Poco tempo dopo la sua formale affiliazione, già nel mese di luglio 1975, Cucuzza era
stato arrestato rimanendo detenuto fino al mese di luglio del 1979, tranne che un breve
periodo di latitanza tra il 1976 e il 1977, periodo nel quale il collaborante ebbe a
conosecere Vittorio Mangano.
Nuovamente arrestato nel settembre 1983, Cucuzza è rimasto in carcere fino al mese
di giugno del 1994 e, tornato libero, aveva affiancato, per un certo lasso di tempo, il
Mangano nella reggenza del mandamento di Porta Nuova sino a quando, tratto in arresto
il co-reggente, era rimasto da solo a capo di quella consorteria.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta in relazione alla sua posizione all’interno di "cosa nostra" quando lei esce dal
carcere nel natale del 1994 qual era la situazione del mandamento a cui faceva capo la
sua famiglia?
CUCUZZA SALVATORE
In quel momento trovai che si occupava del mandamento Mangano Vittorio e
Andronico Giuseppe.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi reggevano il mandamento.
CUCUZZA SALVATORE
Sì.
PUBBLICO MINISTERO:
Chi li aveva designati lo sa?
CUCUZZA SALVATORE
Per la verità per quanto riguarda Andronico era stato designato da Calò. Per quanto
riguarda invece Mangano era stato designato perché gli eventi così repentini dalla
consegna di Cancemi alle autorità si urgeva naturalmente una persona che conosceva
gli affari del mandamento e quindi Mangano poiché camminava con Cangemi e sapeva
dove prendere i soldi a chi darli e conosceva alcuni meccanismi automaticamente fu
messo e questo fu il primo colloquio fatto con Michelangelo La Barbera.
Michelangelo La Barbera disse a Mangano di occuparsi di tutto quello che era
inerente al mandamento in attesa di sapere di più, poi e con più precisione cosa
dovevano fare.
Poi successivamente Calò mandò a dire con me stesso perché io ero detenuto
all’Asinara con Rotolo Antonino.
Rotolo Antonino ogni tanto scendeva a Palermo o a Roma per dei processi e si
incontrava con Pippo Calò.
Rotolo Antonino sapeva che io dovevo uscire così nel giro di pochi mesi, e
incontrandosi con Pippo Calò mi mandò a dire con Rotolo che quando io uscivo dovevo
dire a quelli che in quel momento erano le persone più importanti in "cosa nostra" che
Mangano Vittorio non gli stava bene.

113
PUBBLICO MINISTERO:
Mi scusi può indicare i nominativi di queste che erano le persone più importanti a
"Cosa nostra" al momento …
CUCUZZA SALVATORE
Dovevo incontrarmi con Brusca e Bagarella.
PUBBLICO MINISTERO:
Brusca…
CUCUZZA SALVATORE
con queste persone, Brusca Giovanni e Leoluca Bagarella, parlare con queste persone
e dire la volontà di Pippo Calò, che mi era stata espressa attraverso Nino Rotolo.
Io avevo solo questo compito.
Quando uscii feci presente questa lamentela e Bagarella mi disse che la sapeva già
questa cosa e Pippo Calò aveva già mandato a dire che per quanto riguarda il Mangano
Vittorio non si assumeva la responsabilità.
Se invece loro volevano ancora tenersi Mangano Vittorio se ne assumevano le
responsabilità.
Quindi Bagarella mi disse che per Mangano Vittorio si assumevano le responsabilità,
perché in un momento di crisi era servito e quindi non potevano adesso scaricarlo.
Comunque successivamente si arrivò al compromesso perché attraverso i Madonia
Pippo Calò fece sapere che a questo punto se inserivano me accanto a Mangano
Vittorio la cosa gli stava bene”.
Cucuzza Salvatore è stato nuovamente tratto in arresto agli inizi di maggio del 1996,
dapprima perché coinvolto nelle indagini per la rapina miliardaria alle Poste Centrali di
Palermo (la stessa per cui, qualche mese prima, era stato tratto in arresto Galliano
Antonino), e, il 24 maggio 1996, ha iniziato un travagliato percorso di collaborazione,
segnato prima da una dissociazione (Cucuzza, pur ammettendo la sua partecipazione a
gravissimi fatti di sangue, come l’omicidio dell’on.le Pio La Torre e la strage di viale
Lazio, non aveva inizialmente coinvolto altri correi) e conclusosi, il 28 agosto 1996, con
la definitiva decisione di collaborare senza riserve con la giustizia, facendo il nome dei
complici nei delitti commessi.
Per quanto riguarda più strettamente le vicende in oggetto, è da rilevare che le notizie
offerte dal collaborante non sono state da lui apprese in via diretta, ma grazie alle
confidenze ricevute da Mangano Vittorio.
Si è già avuto modo di rilevare che Cucuzza aveva conosciuto Mangano Vittorio,
intorno al 1976, durante un periodo di latitanza, quando il Mangano gli era stato
presentato come uomo d’onore formalmente affiliato alla famiglia di Porta Nuova.
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito.
Senta quindi, visto che abbiamo parlato di Mangano Vittorio lei ci può dire quando ha
conosciuto Mangano Vittorio, e in che modo vi siete conosciuti e d in che modo vi siete
presentati ritualmente?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì conosco da tantissimo tempo Mangano Vittorio perché era un componente della
famiglia di Porta Nuova.

114
Io l’ho conosciuto a Mangano Vittorio dopo aver trascorso un breve latitanza con
Rosario Riccobono.
Io sono stato arrestato ho detto dal 75 al 79, però dal 75 al 79 c’è stata un
interruzione perché io, essendo all’ospedale civico di Palermo per alcuni accertamenti
mi sono dato alla latitanza, evasi dall’ospedale e per quasi, circa 8 mesi, credo dal 76
fino al 77 credo mese più mese meno, sono stato latitante con Rosario Riccobono.
Siccome l’evasione risale all’estate di quel periodo siamo andati in un posto al mare.
Quando invece è finita l’estate siamo andati in un posto ad Altarello dove io affittai
una casa in via Anabo, che è proprio ad Altarello.
Rosario Riccobono abitava in un piano sotto del palazzo di Mangano Vittorio, però il
giorno lo trascorrevamo nella stalla là di Mangano Vittorio e la sera ognuno rincasava
a casa propria.
Lì ho conosciuto Mangano Vittorio e molto probabilmente in termini di sicurezza non
lo posso dire ma comunque Rosario Riccobono o qualcuno della famiglia me lo ha
presentato”.
Cucuzza ebbe modo di incontrare nuovamente il Mangano fra il 1983 e il 1990, avendo
trascorso insieme un periodo di detenzione.
CUCUZZA SALVATORE :Poi ci siamo successivamente, dopo il mio arresto dell’83,
dopo il pentimento di Buscetta ci siamo ritrovati nel carcere per un lungo periodo,
Palermo, poi Trapani.
Ci sono stati periodi molto lunghi di carcerazione.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei in particolare in questo periodo perché incontrava il Mangano.
Lei ha detto ero particolarmente vicino al Mangano.
Se può specificare anche per quale motivo, può affermare un fatto di questo genere?
CUCUZZA SALVATORE
Non ho capito la domanda.

PUBBLICO MINISTERO:
volevo sapere se lei aveva un motivo anche diciamo così istituzionale , tra virgolette,
per stare vicino al Mangano, in questo periodo.
CUCUZZA SALVATORE:
ero latitante e quindi…
PUBBLICO MINISTERO:
Non sto parlando mi scusi signor Cucuzza, sto parlando dell’altro periodo quello che
va dall’83 al 90, quello in carcere, per capirci.
CUCUZZA SALVATORE:
No il motivo era perché intanto eravamo arrestati nello stesso periodo, nello stesso
carcere nella stessa sezione, un periodo addirittura ci ho fatto da piantone, perché lui
soffriva di circolazione sanguigna, quindi lo aiutavo io.
Ma anche senza di questa eravamo persone dello steso mandamento per cui c’era una
vicinanza, proprio.

115
Essendo una persona del mio stesso mandamento, ovviamente ero io vicino a lui e lui
vicino a me.
PUBBLICO MINISTERO::
Senta non ricordo se lei ha detto che ritornando al periodo, invece, quello precedente,
quello del 76-77, se quando vi incontravate con Riccobono Mangano le era stato
presentato ritualmente, come uomo d’onore.

CUCUZZA SALVATORE:
Sì.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei mi ha detto anche a quale famiglia apparteneva?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì, Porta Nuova”.
Nel corso della sua audizione dibattimentale, il collaborante ha riferito una serie di
circostanze relative al periodo trascorso dal Mangano a Milano nei primi anni ’70,
circostanze da lui apprese dalla viva voce del Mangano nel periodo in cui ebbero a
incontrarsi nuovamente in carcere, intorno al 1983.
Le dichiarazioni del Cucuzza, pur non contenendo un espresso riferimento
all’episodio dell’incontro milanese con Stefano Bontate (sul quale si sono intrattenuti il
Di Carlo ed il Galliano), offrono alcune importanti conferme della ricostruzione dei fatti
come riferita dai predetti due collaboranti, sia perché confermano il ruolo di “garante”
svolto da Mangano ad Arcore, come pure l’ntervento diretto a questo fine dell’imputato
Gaetano Cinà.
Cucuzza ha dichiarato (v. pag. 17 della trascrizione dell’udienza del 14 aprile 1998) di
avere saputo da Mangano Vittorio che questi si era recato a Milano nei primi anni ’70,
che era solito accompagnarsi ai fratelli Gaetano e Nino Grado, ai quali si univa talvolta
Contorno Salvatore, tutti uomini d’onore della famiglia di Santa Maria di Gesù,
comandata allora da Stefano Bontate, e che con loro aveva commesso numerosi reati, tra
i quali anche danneggiamenti.
A proposito del suo lavoro nella tenuta di Arcore, Mangano gli aveva riferito che,
insieme ai suoi compagni di allora, aveva collocato bombe a persone vicine a Berlusconi,
in modo che lo stesso prendesse qualcuno per garantirsi .
Grazie all’interessamento di Gaetano Cinà era riuscito nell’intento di lavorare in quella
tenuta, all’interno della quale si occupava di cavalli e lavorava come fattore (sarà lo
stesso Mangano, sentito nel corso dell’indagine dibattimentale, a spiegare cosa intendeva
con questo termine).
Inoltre, Cucuzza ha riferito, per averlo appreso da Mangano, della pregressa
conoscenza tra Cinà e Dell’Utri, mentre nulla ha saputo riferire circa un pregresso
rapporto di conoscenza tra Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano prima della
assunzione di quest’ultimo ad Arcore (rapporto che è stato accertato in dibattimento in
base a elementi di prova diversi rispetto alle dichiarazioni del collaborante).
PUBBLICO MINISTERO:

116
Quando in queste occasioni, quindi sto parlando sia 76-77, sia dall’83 in poi con il
Mangano avrete avuto modo di parlare del periodo che Mangano passò a Milano?

CUCUZZA SALVATORE:
Si queste erano discussioni ricorrenti del periodo di Milano del suo vivere a Milano in
generale, ne parlavamo spesso.
PUBBLICO MINISTERO:
Può specificare di cosa parlava in particolare, vorrei capire se gliel’ha detto,
ovviamente, in che anni arriva a Milano e quali erano le persone a cui era vicino, in
quel periodo.
CUCUZZA SALVATORE:
In quel periodo credo che erano i primi anni 70, non so, 72 o 73, comunque un po’
prima.
Lui era lì, si accompagnava in quel periodo ai Grado ai fratelli Grado, certe volte
c’era pure Contorno Salvatore, insomma vivevano un po’ di traffici, diciamo non
propriamente cose legali.
PUBBLICO MINISTERO:
Può specificare che tipo di traffici, e poi anche i nominativi dei Grado, se può
indicarli.
CUCUZZA SALVATORE
C’è Gaetano e Nino Grado, e Salvatore Contorno.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta a che famiglia appartenevano?
Erano uomini d’onore in primo luogo queste persone e se erano uomini d’onore a
quali famiglie appartenevano?
CUCUZZA SALVATORE:
I Grado e Totuccio Contorno appartenevano alla famiglia di Santa Maria di Gesù, a
quel tempo capeggiata da Stefano Bontà.(=Bontate, n.d.r.).
PUBBLICO MINISTERO:
Si perciò mi ha detto che si trovavano a Milano e facevano dei traffici…
CUCUZZA SALVATORE:
Cioè estorsioni, truffe qualsiasi cosa per guadagnare soldi, assieme ai Grado.
PUBBLICO MINISTERO:
Anche danneggiamenti effettuavano?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì anche danneggiamenti.
PUBBLICO MINISTERO:
può specificare in particolare se Mangano le parlò di alcune di queste circostanze
specificamente, cioè di alcuni di questi danneggiamenti, estorsioni?
CUCUZZA SALVATORE:
Ma Mangano mi spiegò il principio per cui poi successivamente andò a lavorare nella
villa di Arcore, o la tenuta che aveva ad Arcore Berlusconi, perché assieme a questi suoi
compagni di allora avevano messo delle bombe a persone comunque riconducibili a

117
Berlusconi o comunque a persone che Berlusconi avrebbe sentito sicuramente il rumore
di questi attentati e si sarebbe premunito a prendere qualcuno per garantirsi comunque
di non esser anche lui obbiettivo di queste bombe.
In quel periodo hanno messo diverse bombe, diceva lui e poi attraverso Gaetano Cinà,
che conosceva questi soggetti che gravitavano a Milano, riuscirono nell’intento di fare
lavorare Mangano Vittorio in questa proprietà.
Lui diceva di , comunque si occupava dei cavalli, come fattore.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei in particolare vorrei che mi specificasse in relazione al Mangano, quali erano i
rapporti che Mangano aveva con Calò e quali erano i rapporti che aveva con Bontade,
cioè poi le dico per quale motivo.
CUCUZZA SALVATORE:
Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontade e con Rosario
Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a "cosa nostra",
però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma diciamo che
Mangano essendo un tipo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste
persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con
Bontade, con Inzerillo, con Riccobono.

PUBBLICO MINISTERO:
sì torniamo un attimo indietro.
Lei ha parlato di Cinà Gaetano.
Vorrei che lei specificasse chi era Cinà Gaetano, e cosa sa lei su Cinà Gaetano.
CUCUZZA SALVATORE:
Cinà Gaetano in quel periodo che io sappia non era uomo d’onore, o almeno a me non
era stato mai presentato come tale, ma credo che non lo era, ma era una persona che
gravitava a Milano ed era un persona che conosceva i meccanismi di Palermo, quindi
sapeva dove mettere le mani.
Una persona non propriamente specchiata, cioè un persona che se ci capitava
qualcosa la faceva.
Nulla so di specifico, comunque conosceva i Grado conosceva Mangano Vittorio.
Quindi queste bombe avevano un disegno perché sicuramente sapevano che Cinà
aveva questo aggancio.
Lo stesso Cinà ha proposto a Mangano Vittorio di andare a lavorare in questa tenuta
di Berlusconi e si occupava dei cavalli.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta mi scusi lei ha detto adesso che…

CUCUZZA SALVATORE:
È andato ad abitare con tutta la famiglia là.
PUBBLICO MINISTERO:

118
Se può specificare esattamente quali furono le parole che le disse Mangano Vittorio in
relazione a queste circostanze o se le ha sapute da altre persone.
CUCUZZA SALVATORE:
No, questo non è che l’ho saputo, l’ho saputo da Mangano Vittorio ma mi pare
oltremodo impossibile diversamente.
Perché non è che si mette una bomba e si sa che Dell’Utri o Berlusconi o chiunque o
Cinà va nella persona giusta senza conoscerli.
A Palermo si potrebbe anche capire, si va si può arrivare ad una persona attraverso
altre persone perché il circuito è molto più oliato, ma a Milano quegli attentati avevano
un disegno che portava a Cinà e Cinà doveva indicare una persona per garanzia”.
Quindi Cinà conosceva queste persone a Milano e queste persone avevano fatto quegli
attentati per sensibilizzare Berlusconi a prendere una persona di fiducia per questo.
Questo era il racconto, ma nelle parole minuziose di Mangano questo era il racconto,
che poi se l’ha detto in una maniera o nell’altra, parlando con me Mangano non c’era
bisogno di specificare diciamo le virgole, perché era questo il progetto.
Quindi questo non era altra maniera.
PUBBLICO MINISTERO:
io volevo capire una cosa.
Come si arriva a Cinà Gaetano.
Cioè come mai viene investito e chi investe Cinà Gaetano di questa attività.
CUCUZZA SALVATORE:
Cinà Gaetano gravitava a Milano in quel periodo assieme a queste persone conosceva
queste persone di Palermo.
Quando cominciano a mettere le bombe sanno che Cinà ha dei rapporti con Dell’Utri
o con Berlusconi sicuramente, quindi sa che con le bombe Cinà cerca di garantire se
mettevano una persona di Palermo, una persona di un certo spessore, per evitare che
queste bombe arrivassero pure a lui.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi per riuscire a capire, Mangano le disse che Cinà conosceva Dell’Utri, se può
indicarci anche il nome, se lo sa di questo Dell’Utri.
PUBBLICO MINISTERO:
Le disse Mangano espressamente che Cinà conosceva Dell’Utri?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì.

PUBBLICO MINISTERO:
Le disse anche se lui lo conosceva in quel momento, cioè nel momento in cui poi viene
assunto, cioè prima di essere assunto il Mangano conosceva Dell’Utri?
CUCUZZA SALVATORE:
No, io non l’ho mai avuto specificato questo, io so che lui è andato a lavorare in
questa azienda tramite Cinà. Perché Cinà conosceva una persona che era Dell’Utri e lo
ha portato là.
PUBBLICO MINISTERO:

119
Senta un’alta cosa le volevo chiedere. lei ricorda, le è stato detto, comunque a che
periodo facciamo riferimento, quando parliamo dell’assunzione di Mangano, le venne
detto dal Mangano?
CUCUZZA SALVATORE:
Sono i primi anni 70, io precisamente non so, può essere 72 o 73, questo la
discussione non era nel precisare l’anno o il giorno, erano discorsi che facevamo nella
cella per passare il tempo e che lui rievocava questi periodi per lui particolari.
Ma niente diciamo, non è che me lo diceva perché mi doveva dire qualche cosa, me lo
doveva, erano discorsi per parlare.
Si parlava dei cavalli, si parlava dei rapporti con lui, ogni sera si andava al night, si
divertiva, questi erano i discorsi di tutti i giorni.
Non avevano un carattere proprio di "cosa nostra".
Era un discorso così, lui me ne parlava ma non aveva il dovere di parlarmene.
Non doveva precisare qualche cosa.
Cioè questo io ho appreso da lui e questo vengo a dire, non…
PUBBLICO MINISTERO:
P.M. Senta le volevo dire una cosa, volevo sapere se ci sono altre circostanze che lei
ricorda, altri casi, che lei ricordi, in cui un imprenditore, per arrivare diciamo ad un
imprenditore, per fare delle richieste sia stata utilizzata la stessa modalità di cui lei ha
parlato adesso in relazione a Berlusconi.
CUCUZZA SALVATORE:
Ma quando si vuole avvicinare un costruttore e si vuole farlo venire si dice proprio
questo al telefono:
“Cerchi una persona che ci può avvicinare e questa persona cerca”.
Certo a Palermo è molto più facile perché in un rione si conosce un persona che
magari ha avuto dei trascorsi criminali, o comunque ha passato dei processi con
imputazione magari di 416 bis o comunque di associazione ed allora è facile arrivare.
A Milano certamente è più difficile, perché in quegli anni erano gli anni in cui i
Palermitani andavano a Milano a cercare fortuna, attraverso naturalmente il crimine.
Questa era la prassi e questa è ancora la prassi.
Cioè un negozio, un imprenditore che ha le prime minacce, sia per telefono o in modo
cruento con le bombe o con la cosa, è un segnale di cercare una persona che può
avvicinarli e quando lui l’avvicina si prende un guardiano, per esempio, a Palermo. Io
so nelle costruzioni si mette un guardiano di "cosa nostra" per avere una garanzia.
Paga dei soldi per avere anche questa garanzia.
Così è e così è stato comunque a Palermo”.
((In questa parte delle sue dichiarazioni, il collaborante ha riferito, a titolo
esemplificativo, un episodio relativo ad un imprenditore palermitano, tale Scimone)

“….Insomma tutte le estorsioni di Palermo hanno in comune questo, la telefonata, e se


non rispondono alla telefonata succede la macchina bruciata o una bomba messa o ci
fanno trovare una testa di cane o, non so, ognuno per la fantasia che ha cerca di
sollecitare la paura.
(Omissis)

120
B) PUBBLICO MINISTERO:
Quindi adesso ritorniamo un attimo indietro a quello di cui stavamo parlando, lei ha
detto appunto abbiamo parlato di Berlusconi, Dell’Utri, vorrei specificato a questo
punto, se lei lo può dire, quale è stato esattamente il ruolo di tutte queste persone in
questa vicenda di cui lei ha parlato fino ad or, cioè il ruolo di Berlusconi, Dell’Utri,
Mangano, Cinà Gaetano e anche dei Grado.
C) PUBBLICO MINISTERO:
Di Mangano era quello di garantire che non gli succedesse niente a Milano in quel
periodo, per quanto riguarda i Grado per loro stava bene avere qualche cosa attraverso
le estorsioni che facevano, però hanno lasciato Mangano…, questa cosa gliel’hanno
lasciata a Mangano perché Mangano poi ad un certo punto ci viveva perché ha mandato
pure la famiglia la, si è trasferito la.
Per quelli come i Grado che a quel tempo erano uomini d’onore e avevano più
possibilità di muoversi non hanno voluto loro questo posto che comunque li avrebbe
visti fermi, erano persone che guadagnavano, facevano l’attività di "cosa nostra",
dovevano scendere a Palermo, erano a disposizione sempre di "cosa nostra", mentre in
quel periodo mi pare che Mangano era vicino a "cosa nostra", ma non era ritualmente
combinato. Non so poi di li a poco è stato poi combinato ufficialmente, quindi era più
libero.
D) PUBBLICO MINISTERO:
Lei sa quando venne combinato Mangano?
E)
F)
G) CUCUZZA SALVATORE:
No, dopo i primi anni ’70, ‘73-’74 questo io precisamente non lo posso dire, so che
quando l’ho conosciuto già era da diversi anni uomo d'onore, ma l’anno non lo posso
precisare, comunque era vicino in quel periodo a Nicola Milano ( è il soggetto già
prima richiamato tra gli uomini d’onore che gravitavano a Milano negli anni ’70 n,d.r. )
e quindi dipendeva da questa persona che lo istruiva per "cosa nostra".
H) PUBBLICO MINISTERO:
E gli faceva anche fare già delle cose?
I) CUCUZZA SALVATORE:
Quando occorreva sì, era a disposizione di "cosa nostra".
J) PUBBLICO MINISTERO:
Senta quindi lei ha parlato di Mangano e dei Grado, volevo capire quindi il ruolo di
Cinà e il ruolo di Dell’Utri in questa vicenda che lei ci ha fino ad ora raccontato.
K) CUCUZZA SALVATORE:
Il ruolo di Dell’Utri è stato semplicemente gioco forza perché Cinà ha prospettato che
c’erano dei pericoli e che bisognava prendere una persona per garantirsi e sicuramente
Cinà ha indicato una persona che già conosceva e che doveva indicare ed era quella di
Mangano. Quindi Dell’Utri niente ha seguito il consiglio di Cinà per premunirsi di
questa cosa e portare una persona a Berlusconi che lo garantisse, solo questo.

121
L) PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, per comprendere, secondo quello che le ha detto Mangano o per quello che lei
sa in altro modo, è stato Cinà a contattare Dell’Utri o è stato Dell’Utri a contattare
Cinà?
M) CUCUZZA SALVATORE:
Questo veramente io non lo posso dire come si è svolto il fatto, so solo che la
pressione di quegli attentati o è stato Cinà a dire qui urge questa cosa perché possono
arrivare anche qua oppure…
N) PUBBLICO MINISTERO:
No, se non lo sa…
O) CUCUZZA SALVATORE:
N, non lo so.
P) PUBBLICO MINISTERO:
Sa poi come si è sviluppato il rapporto del Mangano, il rapporto lavorativo dl
Mangano presso il Berlusconi?
Q) CUCUZZA SALVATORE:
Mangano là era libero, si occupava solo dei cavalli lui mi diceva, addirittura certe
volte siccome era un appassionato li allenava, andava a comprare i finimenti per gli
animali, aveva dei rapporti buoni con Berlusconi, ogni tanto si faceva fare dei piccoli
prestiti, ogni tanto faceva qualche cosa, mi disse pure che gli ha venduto un quadro che
l’avevano a Milano trovato assieme con i Grado un Brueghel credo che fosse, per 30
milioni, insomma avevano dei rapporti…
R) PUBBLICO MINISTERO:
Per 30 milioni un Brughel…
S) CUCUZZA SALVATORE:
(incomprensibile)
T) PUBBLICO MINISTERO:
Ma era un Brughel vero o un Brughel falso?
Scusi la domanda ma per 30 milioni per questo le faccio la domanda.
U) CUCUZZA SALVATORE:
Sì, ma loro…, no lui mi disse che non era una provenienza lecita, sull’autenticità
veramente ho avuto dei dubbi, ma comunque non ne ho parlato…, lo avevano trovato
illegale ma comunque non so se era un Brughel originale, io non l’ho mai visto il
quadro.
V) PUBBLICO MINISTERO:
Senta io voglio sapere da lei, se lo ricorda chiaramente, se Mangano le disse
chiaramente cioè lei ha detto poco fa che era stato assunto come fattore e se le disse che
svolgeva effettivamente questa mansione?
W) CUCUZZA SALVATORE:
Sì, era diciamo un paravento perché doveva essere scritto per qualche cosa, insomma
faceva il fattore ma non è che era…, se doveva andare a Milano, se doveva scendere a
Palermo lo faceva, cioè era semplicemente…, percepiva uno stipendio e quindi a titolo
di fattore, ma era li proprio perché ci piacevano i cavalli quindi lui faceva questa cosa,
mi dice che la faceva pure”.

122
Secondo quanto ha riferito Cucuzza Salvatore, Mangano si sarebbe allontanato da
Arcore dopo il sequestro del principe Luigi D’Angerio, avvenuto ai primi di dicembre
del 1974.
Malgrado questo allontanamento, Mangano non avrebbe conservato alcun astio nei
confronti di Silvio Berlusconi, il quale, pur avendo sospettato del suo coinvolgimento,
non lo aveva denunciato ed aveva consentito a che la famiglia del Mangano rimanesse ad
Arcore.
Il venir meno del rapporti di fiducia personale con il Mangano da parte di Berlusconi,
avrebbe giustificato, sempre per il tramite di Gaetano Cinà, il subentro di Teresi
Girolamo, personaggio ritenuto più “affidabile” e comunque in grado di meglio gestire i
rapporti con l’imprenditore Berlusconi nella piazza milanese.
Si tratta in questo caso di circostanze che il collaborante ha appreso in Cucuzza
apparteneva ad una famiglia mafiosa diversa da quella del Mangano e rientrante in
quegli anni in un diverso mandamento mafioso, quello di Partanna Mondello, facente
capo al Rosario Riccobono, tramite il quale aveva conosciuto, durante un periodo di
latitanza, Mangano Vittorio il quale era stata la sua unica fonte di informazioni per quel
periodo.

PUBBLICO MINISTERO:
Successivamente a questo episodio a questo sequestro o tentato sequestro ( riferimento
al sequestro D’Angerio n.d.r. ) lei ricorda che cosa accadde al di là del discorso che lei
ha già fatto di Mangano che se ne va, che cosa succede dopo che Mangano va via?
CUCUZZA SALVATORE:
Dopo io, molto tempo dopo seppi che, anche lui lo diceva che sempre Cinà aveva
contattato Mimmo Teresi che essendo allora mi pare il sottocapo della famiglia di Santa
Maria di Gesù, aveva contattato o Cinà aveva contatto Teresi per avere una garanzia
perché poi l’andata via di Mangano era scoperto da quel punto di vista di garanzia che
avevamo detto fino adesso, perché non sapevano Mangano come la prendesse questa
cosa, insomma se ci potevano essere ripercussioni. Comunque un referente molto più
affidabile dal momento che Mangano si era rivelato, cioè, non propriamente corretto
con Berlusconi.
PUBBLICO MINISTERO:
E quindi che cosa successe esattamente, prima di tutto lei ha detto poco fa anche lui lo
disse, vorrei capire chi è che l’ha detta questa circostanza, da chi l’ha saputa?
CUCUZZA SALVATORE:
Anche lui Mangano, Mangano seppe che ci fu questo avvicinamento a Teresi…
PUBBLICO MINISTERO:
E che il tramite era stato Cinà?
CUCUZZA SALVATORE:
Cinà, sì.
PUBBLICO MINISTERO:
Le disse anche altre cose circa le modalità un cui avvenne questo avvicinamento,
questo nuovo avvicinamento?
CUCUZZA SALVATORE:

123
No, non era un discorso che ci poteva interessare, seppi che poi i contatti li ha tenuti
Santa Maria di Gesù anche perché per arrivare a questo i Grado avevano avuto una
parte, quindi molto rilevante sia per le bombe, per le cose, avevano partecipato pure
loro quindi di conseguenza era un passaggio, praticamente ovvio, naturale che
dovevano contattare qualcuno di loro perché Cinà era una persona conosciuta dai
Grado, da Contorno, quindi quando si parlò di prendere una persona affidabile hanno
preferito Teresi che era un costruttore, una persona che sapeva parlare, una persona
all’altezza.

PUBBLICO MINISTERO:
Quindi per comprenderci il contatto dalla parte mafiosa è tramite Mimmo Teresi?
CUCUZZA SALVATORE:
Mimmo Teresi sì.
PUBBLICO MINISTERO:
Volevo sapere, sempre se le è stato detto, se vi fu o meno un incontro, c’è stato un
incontro specifico o è stato il Cinà che ha contattato il Teresi, come si svolto questo
avvicinamento?
CUCUZZA SALVATORE:
Cinà lo ha presentato a Dell’Utri ed era questa la nuova persona, il contatto con
Palermo, quindi una persona questa volta più affidabile.
Poi i contatti come si sono volti e come si svolgevano…, poi successivamente ho
saputo tramite uno della famiglia di Santa Maria di Gesù che questi contatti sono stati
garantiti fino alla morte di Mimmo Teresi…
PUBBLICO MINISTERO:
Mi scusi signor Cucuzza, sono stati garantiti in che senso, cioè sono continuati o sono
stati garantiti da qualcuno?

CUCUZZA SALVATORE:
Sono continuati fino alla morte di Teresi, Teresi garantiva questo rapporto.
PUBBLICO MINISTERO:
Non l’ho capito, quindi il rapporto era diretto o era sempre intermediato da Cinà?
CUCUZZA SALVATORE:
Cinà li ha solo presentati e poi i rapporti sono stati mantenuti da Teresi.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta lei sa se vi era anche il versamento di somme di denaro da parte di Dell’Utri o
Berlusconi?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì c’erano 50 milioni l’anno.
PUBBLICO MINISTERO:
Quando è cominciato questo versamento lei lo sa, questo versamento di soldi?
CUCUZZA SALVATORE:

124
Precisamente non lo so, ma alcuni versamenti li ha presi Mangano Vittorio, poi
successivamente li ha presi Santa Maria di Gesù.

PUBBLICO MINISTERO:
Senta lei, per riuscire a comprendere, come mai viene individuato giusto Cinà
Gaetano come mediatore visto che si tratta di un soggetto che, come lei diceva almeno
per quello che è a sua conoscenza, non era uomo d'onore?
CUCUZZA SALVATORE:
Ma era molto amico di queste persone che gravitavano a Milano e quindi si
muovevano assieme, Cinà aveva questa amicizia e quindi Cinà era una persona che
garantiva questo tipo di rapporto, non importa se era uomo d'onore, ma comunque era
la persona molto vicine a queste persone.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma lei ricorda altri casi in cui soggetti che non sono uomini d’onore venivano
utilizzati per circostanze di questo genere?
CUCUZZA SALVATORE:
Penso il 50% delle persone che ci avvicinano non sono uomini d’onore e per questo
certe volte rimangono come tramite perché un commerciante si rivolge ad un altro
commerciante che magari paga e quello gli indica la strada, cioè non è che per forza
deve essere uomo d'onore.

PUBBLICO MINISTERO:
Senta tornando invece un attimo al Mangano e poi passiamo ad un’altra circostanza,
quindi lei diceva il Mangano viene messo la, se ho capito bene quello che lei diceva, per
garantire, e mi spiega come mai questa persona che è messa la per garanzia organizza
un sequestro o quantomeno si presta all’organizzazione di un sequestro”
(Il riferimento è alla partecipazione del Mangano al sequestro del principe Luigi
D’Angerio – oggetto di separata trattazione – che, secondo quanto riferito dal
collaborante, avrebbe dato causa all’allontanamento di Mangano da Arcore).
CUCUZZA SALVATORE:
Veramente la garanzia che Mangano poteva dare in questo posto era una garanzia
supposta da Berlusconi, ma l’intento di Mangano era guadagnarci, arricchirsi in quel
momento perché non ci dimentichiamo che Mangano non faceva parte delle Orsoline,
diciamo è una persona che voleva arricchirsi. Allora a questo punto quando quegli
uomini d’onore ci prospettano un sequestro per svariati miliardi, perché Berlusconi è
una persona ricca, lui si lascia convincere anche perché la garanzia non era stata data
da "cosa nostra", cioè era Mangano Vittorio che in quella città si muoveva come voleva
perché sì era una persona che doveva garantire però non aveva un obbligo al 100%
come se fosse a Palermo, cioè Mangano Vittorio era a Milano.
Quando prospettò a persona vicine a lui di fare questa cosa a Milano Nicola di fare
questa cosa ed erano soldi che entravano in "cosa nostra", ha detto va bene fallo.
PUBBLICO MINISTERO:

125
io volevo sapere una cosa, lei ha parlato di alcune rate di questi 50 milioni che
vennero riscossi da Mangano, se la tratteneva Mangano o se la dava a qualcun altro se
lei lo sa chiaramente.
CUCUZZA SALVATORE:
No, un po’ di questi soldi li dava a quella persona che era il suo diretto…, quello che
l’aveva vicino a Nicola Milano che Nicola Milano la doveva dare in famiglia, però una
parte la teneva lui”.
Dalle dichiarazioni rese da Cucuzza Salvatore, da ritenersi fonte probatoria del tutto
autonoma rispetto a quelle finora esaminate, si ricavano importanti elementi di conferma,
oltre che del fattivo inserimento del Mangano in quella compagine mafiosa che negli
anni ’70 operava illecitamente nel milanese, ma soprattutto del ruolo di “garante” che lo
stesso Mangano era stato chiamato a svolgere presso la villa di Arcore; trova pure
specifica ed importante conferma la indicazione di Cinà Gaetano come tramite per
avvicinare il Mangano all’imprenditore Berlusconi, approfittando proprio dell’amicizia
di questo con Marcello Dell’Utri (v. pag. 44 della trascrizione di udienza).
Un altro dato che si ricava dalle dichiarazoni di Cucuzza Salvatore, anch’esso
strettamente connesso al ruolo di garante svolto dal Mangano ad Arcore, concerne il
riferimento alle periodiche somme di denaro (pari a 50 milioni l’anno) versate a “cosa
nostra” da Berlusconi e inizialmente “ritirate” da Vittorio Mangano, somme che non
erano strettamente connesse al rapporto di lavoro presso la villa di Arcore e che, per il
tramite di Milano Nicola, andavano al mandamento di Santa Maria di Gesù (v. pag. 244
della trascrizione di udienza).
Se da una parte Cucuzza Salvatore non è espressamente informato della riunione negli
uffici di Foro Bonaparte e dell’espresso avallo dato da Stefano Bontate, è lo stesso
collaborante che introduce una circostanza di fatto (qual è appunto la dazione di somme
per il tramite di Vittorio Mangano a Milano Nicola e alla organizzazione mafiosa) che
indirettamente lo conferma .
Così pure costituisce importante riscontro di ordine logico il riferimento operato dal
collaborante all’intervento di Cinà Gaetano e ad una precedente strategia intimidatoria
(pur essendo il solo a fare riferimento ad attentati e danneggiamenti posti in essere in
danno di soggetti vicini a Berlusconi, la circostanza, che pure non ha trovato espressa
conferma in specifici atti di indagine, appare coerente con la tipica dinamica di questi
rapporti), che porta ad inserire l’arrivo di Mangano ad Arcore – con il ruolo di garante,
non solo supposto, ma riconosciuto dallo stesso Mangano - come momento di un disegno
più generale che non aveva certo lo scopo di beneficiare Berlusconi, ma di sfruttarne le
potenzialità, anche economiche, secondo una logica chiaramente mafiosa.
L’importanza del contributo offerto dal Cucuzza all’accertamento dei fatti non è
certamente inficiato dal mancato riferimento da parte dello stesso alla riunione milanese
descritta da Di Carlo e da Galliano.
Le conoscenze che il collaborante è stato in grado di fornire in ordine a questo primo
periodo non sono, infatti, dirette e personali, ma derivano dalle confidenze ricevute dal
Mangano Vittorio.
Proprio il fatto che questi non figurasse tra i soggetti presenti alla riunione può
spiegare il motivo per cui lo stesso, riferendo di quei fatti ad anni di distanza, non abbia

126
fatto menzione di quell’incontro.
Invero, non è dato sapere quale fosse il grado di conoscenza del Mangano in ordine a
quello specifico episodio, essendo rilevante invece la sua consapevolezza del ruolo di
garante che gli veniva attribuito, del quale ruolo egli stesso riferisce al Cucuzza.
Il riferimento ad una iniziale percezione di somme da parte del Mangano si ricava
anche dalle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, sentiti nel corso del
dibattimento, i quali hanno deposto in ordine alle lamentele del Mangano dovute alla
mancata successiva percezione di queste somme.
E’ necessario, all’uopo, richiamare le dichiarazioni di Scrima Francesco, sentito
all’udienza del 9 febbraio 1998.
Il collaborante, cugino di Pippo Calò, ritualmente affiliato dal 1969/70 alla famiglia di
Porta Nuova, ha conosciuto Vittorio Mangano in carcere nel 1975, quando il Mangano
gli è stato ritualmente presentato come uomo d’onore e lo ha nuovamente incontrato
presso il carcere palermitano dell’Ucciardone, intorno al 1988-1989 e anche fuori dal
carcere, presso i fratelli Milano, titolari di un deposito di biancheria e anch’essi
appartenenti alla sua stessa famiglia mafiosa (anche in questo caso, sono numerosi i
riferirmenti agli stretti rapporti intrattenuti dal Mangano con i germani Milano e, in
particolare, con Milano Nicola, inteso “u ricciu”).
Nelle sue dichiarazioni lo Scrima riferisce anche dei buoni rapporti che Mangano
aveva con i Grado, della famiglia di Santa Maria di Gesù, i quali lo avevano inserito in
“cosa nostra”, avvicinandolo proprio a Milano Nicola.
Tutti questi fatti il collaborante li aveva appresi, in un secondo tempo, da Cancemi
Salvatore e Calò Giuseppe, perché in quel periodo si trovava ristretto in carcere.
Infatti, lo Scrima è stato ininterrottamente detenuto dal 1972, quando venne tratto in
arresto perché coinvolto nel sequestro dell’industriale Cassina, al 1978 e in quel periodo,
intorno al 1972/73, aveva conosciuto in carcere Matteo Citarda, suo compagno di cella
insieme a Stefano Bontate, Salamone Antonio, capo famiglia di San Giuseppe Jato,
Badalamenti Gaetano, capo mandamento di Cinisi, Mimmo Teresi, vice capo della
“famiglia” di Santa Maria di Gesù e genero di Citarda.
Conversando con Mangano Vittorio, questi gli aveva parlato della sua attività negli
anni ’70, quando era stato stalliere nella villa del dr. Silvio Berlusconi.
E proprio intorno al 1988/89 Mangano, in una occasione, si era lamentato con lui del
fatto che Pullarà Ignazio, allora reggente della famiglia di Santa Maria di Gesù, si era
impossessato dei soldi provenienti da Berlusconi, destinati invece a finire nelle sue
tasche in quanto gli “spettavano”.

PUBBLICO MINISTERO:
Ecco, le faccio domande piu' precise, lei... MANGANO le parlo' della sua
attivita' negli anni '70?
SCRIMA FRANCESCO:
Certo.
PUBBLICO MINISTERO:
Che cosa le disse, si ricorda?
SCRIMA FRANCESCO:

127
MANGANO faceva lo stalliere da ... dal dottor BERLUSCONI....
PUBBLICO MINISTERO:
E che cosa le racconto' di quel periodo?
SCRIMA FRANCESCO:
Me ne parlava anche perche' io diciamo da ragazzo mi piacevano... mi piaceva
seguire le corse di cavalli, anche se non stato mai in un ippodromo, li seguivo per
televisione, quindi mi piaceva ogni anno vedere l'Arco di Trionfo che si svolgeva a
Parigi, il gran premio d'Amerique, che si svolgeva anche a Parigi, conoscevo
qualche cavallo come Ribo', Tornese, Arco, diciamo e lui mi piaceva...
PUBBLICO MINISTERO:
E che cosa le racconto' di questo periodo in cui faceva lo stalliere?
SCRIMA FRANCESCO:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:
Che cosa le disse di questo periodo MANGANO?
SCRIMA FRANCESCO:
Mi disse che faceva lo stalliere, poi, una volta anzi mi ha detto che.... che
aspettava, aspettava, che un certo PULLARA' IGNAZIO si era preso dei soldi che, a
quanto diceva lui, spettavano a lui questi soldi che gli... mandati dal dottor
BERLUSCONI che lui non e' che mi ha detto il dottor BERLUSCONI, ha detto
BERLUSCONI solo cosi, diciamo.
PUBBLICO MINISTERO:
Chi e' PULLARA' IGNAZIO?
SCRIMA FRANCESCO:
PULLARA' IGNAZIO era il reggente della famiglia di Santa Maria di Gesu'.
PUBBLICO MINISTERO:
In che periodo?
SCRIMA FRANCESCO:
Appunto nel periodo in cui io ero carcerato e anche prima di... di... dell'88, pero'
non tanto... non tanto... non tanto prima, diciamo in quel periodo...
PUBBLICO MINISTERO:
Va bene, dico...

SCRIMA FRANCESCO:
Nell'88 e anche '89 e poi mentre ero in carcere, perche' lui si lamentava di
questo, vuol dire che ancora era ... era reggente della famiglia di Santa Maria di
Gesu'.
PUBBLICO MINISTERO:
Ecco, puo' dire...
SCRIMA FRANCESCO:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:

128
Dico, puo' dire in maniera piu' specifica possibile cosa le disse MANGANO a
proposito di questi soldi?
SCRIMA FRANCESCO:
Lui si lamentava appunto di questo... di IGNAZIO PULLARA' per... perche' si era
appropriato di soldi a quanto diceva lui spettavano a lui, e io ebbi a dire, siccome lui
aspettava che doveva uscire a causa di questa malattia che aveva agli arti
inferiori, allora gli ho detto io: appena esci vai a trovare a CANCEMI, che era il vice
capo della famiglia, e ti fai accompagnare da PULLARA' e vedi... e te la discuti
personalmente con lui questa facenda.
PUBBLICO MINISTERO:
E allora, MANGANO...
SCRIMA FRANCESCO:
Questo e' quello che io gli ho detto.
PUBBLICO MINISTERO:
Si, ma MANGANO le disse perche' BERLUSCONI dava questi soldi a PULLARA' e
che lui rivendicava? Il motivo di questi soldi qual'e'?
SCRIMA FRANCESCO:
A che titolo dice lei? A quale titolo?

PUBBLICO MINISTERO:
Si.
SCRIMA FRANCESCO:
Ma, a quale titolo, no, io non gliel'ho chiesto veramente.
PUBBLICO MINISTERO:
E lui lo disse, MANGANO?
SCRIMA FRANCESCO:
No, no, assolutamente.
PUBBLICO MINISTERO:
E le spiego' perche' questi soldi...
SCRIMA FRANCESCO:
No, mi spiego', cioe' da... da quello che detto lui, io ho capito che... che
solitamente era lui a prendere questi soldi.
PUBBLICO MINISTERO:
Ecco, cioe', le spiego' perche' lui aveva dei diritti su questi soldi?
SCRIMA FRANCESCO:
No, non me l'ha spiegato e manco io gli ho chiesto, pero' e' un discorso che ho avuto
reale diciamo..”.
Il lungo periodo di detenzione sofferto dal collaborante proprio negli anni in cui si
svolgono i fatti di cui si discute e la particolare vicinanza, anche per ragioni familiari,
dello Scrima alla persona di Pippo Calò, possono giustificare la lacunosità delle
confidenze ricevute dal Mangano.
Al riguardo, non va dimenticato che in “cosa nostra” e, per quel che riguarda il
Mangano in particolare, nella famiglia di Porta Nuova non era ben vista la vicinanza,
anche pregressa, ad uomini d’onore che in passato erano stati in buoni rapporti con i c.d.

129
“perdenti” Bontate e Teresi; questa diffidenza nei confronti del Mangano da parte, tra gli
altri, del Calò si ricava dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, i quali
hanno riferito che lo stesso Calò, non vedendo di buon occhio che la reggenza del
mandamento di Porta Nuova fosse affidata al solo Mangano, pretese ed ottenne che gli
fosse affiancato Cucuzza Salvatore.
Malgrado il non rilevante bagaglio di informazioni in suo possesso, lo Scrima ha
confermato la circostanza obiettiva della percezione di somme da parte di Mangano
Vittorio da destinare alla famiglia di Santa Maria di Gesù e non a se stesso a titolo di
corrispettivo della sua attività lavorativa a villa Arcore.
Nel corso dell’udienza del 1° giugno 1998, è stato assunto in esame il collaborante La
Marca Francesco, uomo d’onore ritualmente affiliato alla “famiglia” di Porta Nuova, la
stessa di cui faceva parte Mangano Vittorio, sin dal 1980.
La Marca ha riferito in dibattimento fatti dei cui era stato informato da Gianni Lipari,
sotto-capo della sua stessa “famiglia”, che, insieme a quella della Noce, di Palermo
Centro e del di Borgo Vecchio, era aggregata, in quel periodo, nell’omonimo
mandamento, con a capo Pippo Calò.
La Marca, infatti, conoscerà Vittorio Mangano solo nell’anno 1990 (data della
scarcerazione del Mangano) perché ritualmente presentatogli da Gianni Lipari o da
Cancemi Salvatore, e con lui entrerà in buoni rapporti.
In precedenza, nel periodo in cui era solo “avvicinato” alla famiglia di Porta Nuova
(1978-1979), il collaborante aveva conosciuto di vista il Mangano.
In seguito, dopo la loro formale presentazione, erano entrati in buoni rapporti e, in più
occasioni, il La Marca aveva frequentato l’abitazione del Mangano, sita in via
Perpignano a Palermo, dove era solito recarsi con il Cancemi o il Dainotti, altro uomo
d’onore della sua stessa “famiglia”.
Per averlo appreso da Gianni Lipari, La Marca era a conoscenza dei buoni rapporti
intrattenuti in passato dal Mangano con Stefano Bontate, per conto del quale si era recato
spesso a Milano, senza neanche avvertire il Lipari.
Costui non era stato neanche informato del coinvolgimento del Mangano nel traffico
di stupefacenti per cui era stato poi tratto in arresto.
In ultimo, è necessario fare riferimento ad altre ed importanti emergenze processuali,
costituite dalle dichiarazioni di Rapisarda Filippo Alberto, soggetto spesso richiamato
nel corso della istruttoria dibattimentale, legato per molti anni alla persona dell’imputato
Dell’Utri Marcello, il quale andrà a lavorare alla sua corte alla fine degli anni ’70 e
definirà il loro come un rapporto di amore-odio.
Malgrado l’innegabile patrimonio di conoscenze in possesso del Rapisarda, per la
lunga vicinanza all’imputato, le ripetute e rilevanti contraddizioni in cui è incorso nel suo
esame e le anomalie del suo comportamento, fanno sì che lo stesso non possa essere
ritenuto un teste totalmente affidabile.
Questo giudizio negativo non può, tuttavia, fare ritenere prive di ogni rilevanza quelle
sue dichiarazioni che hanno trovato indubitabili conferme nelle affermazioni di Marcello
Dell’Utri, come si avrà modo di evidenziare nel prosieguo.
Il 5 maggio 1987, Filippo Alberto Rapisarda veniva sentito dall’autorità giudiziaria
milanese nell’ambito delle indagini susseguenti al fallimento della società Bresciano (di

130
cui Marcello Dell’Utri era stato amministratore) e riferiva di avere assunto alle sue
dipendenze i fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri perché così gli era stato imposto da
Gaetano Cinà,, esponente del gruppo Bontate-Teresi, ed aggiungeva che lo stesso
Marcello Dell’Utri gli aveva confidato di avere mediato tra Berlusconi e il mafiosi.
“…..Marcello Dello’Utri poi mi disse che la sua conoscenza con tutti questi
personaggi mafiosi era dovuta al fatto che si era dovuto interessare per mediare tra
coloro che avevano fatto estorsioni e minacce al Berlusconi ed il Berlusconi stesso.
Mi precisò Dell’Utri Marcello che a seguito di tali minacce estorsive il Berlusconi
aveva fatto andare all’estero provvisoriamente la moglie e i figli . Il Dell’Utri mi disse
anche che la sua attivtà di mediazione era servita a ridurre le pretese di denaro dei
mafiosi”.
Orbene, lo stesso Dell’Utri ha confermato di avere confidato quanto sopra al Rapisarda
ma di averlo fatto per “mera vanteria” fornendo una giustificazione che, ad avviso del
Tribunale, non può che apparire risibile e sorprendente, stante il livello culturale
posseduto e la carica istituzionale ricoperta dall’imputato, perché non è dato
comprendere come ci si possa “vantare” di conoscere dei mafiosi.
Interrogato il 26 giugno 1996, così si è espresso l’imputato:
“…Ritornando alla domanda dell’Ufficio riguardante le minacce a Berlusconi e la
mia presunta mediazione presso mafiosi, debbo dire che io queste cose a Rapisarda le
dissi; dissi che avevo mediato tra gli autori delle minacce e Berlusconi ma lo dissi per
vanteria. Rapisarda si vantava di conoscere questo e quello, io feci la stessa cosa.
Rapisarda si vantava di essere amico dei Bono”.
Sull’argomento l’imputato è tornato anche nelle spontanee dichiarazioni rese
all’udienza del 29 novembre 2004.
In questa occasione, è ancora l’imputato a confermare di essersi vantato col Rapisarda
- definito come un soggetto fuori da ogni logica mafiosa perché privo, tra l’altro, di ogni
rispetto per l’amicizia - delle sue conoscenze con “pezzi grossi della mafia”.
In quelle spontanee dichiarazioni Dell’Utri ha anche fatto riferimento, per la prima
volta, al particolare atteggiamento tenuto dal Rapisarda nel corso di un primo colloquio
al quale aveva “casualmente” assistito anche l’amico Gaetano Cinà, la cui presenza non
avrebbe mancato di “impressionare” il Rapisarda.
L’imputato si è anche lasciato andare ad un commento critico su “Rapisarda mafioso”
osservando che l’ex amico non possedeva di certo le qualità proprie di un mafioso in
quanto non era riservato (ma anzi sparlava di tutto e di tutti) e non aveva il senso
dell’amicizia né portava rispetto agli amici.
In particolare, l’imputato ha dichiarato:
“…. siamo andati a trovarlo ed ho riscontrato che effettivamente si conoscevano ed il
Rapisarda è rimasto impressionato di vedere che era con me il Cinà.
In effetti rimase lì, non se l’aspettava e però non mi ha mai detto nulla di Cinà,
Rapisarda, non mi ha mai detto nulla, mi diceva soltanto, quando poi siamo entrati in
confidenza eccetera, non so per quale motivo e questo l’ho detto in un interrogatorio,
nel primo mio interrogatorio, mi diceva che lui conosceva a Palermo pezzi grossi della
mafia , “io consoco Tizio, Caio e Sempronio” ed io ho detto, visto che lui millantava,
per non sentirmi meno importante di lui, dicevo:” Anch’io conosco Tizio, Caio e

131
Sempronio”; ma questo è vero che io l’ho detto, ma ripeto solo per questa esclusiva
ragione.
Il discorso di Rapisarda mafioso fa ridere, perché se c’è uno che non può essere
mafioso è Rapisarda, in quanto proprio è uno che parla in maniera sconsiderata di tutto
e di tutti e credo che sia anche una persona che non ha nessun senso dell’amicizia ,
nessun rispetto dell’amicizia, cioè secondo me è completamente fuori da ogni logica
diciamo così di carattere semplicemente da questo punto di vista mafioso “
Ancora una volta, Marcello Dell’Utri ha reso dichiarazioni il cui contenuto non
conforta di certo il suo assunto difensivo ma va, invece, in segno decisamente contrario.
Ed invero, la “impressione” provata dal Rapisarda alla vista del Cinà, modesto gestore
di una lavanderia nella lontana Palermo, non può giustificarsi che con la effettiva
conoscenza da parte del Rapisarda dello spessore criminale della persona che
accompagnava Marcello Dell’Utri e con la piena percezione dell’implicito “significato”
della sua presenza all’incontro.
Ed ancora, l’imputato ha dato dimostrazione di conoscere bene le qualità “morali” che
deve possedere un “mafioso”, per averle evidentemente apprese dagli esempi fornitigli
da Cinà Gaetano e Mangano Vittorio, mafiosi con i quali ha intrattenuto intensi rapporti
pluriennali di frequentazione e di “affari”.
Tutte le considerazioni che precedono non lasciano residuare alcun dubbio circa la
“mediazione” concretamente svolta dagli odierni imputati i quali, costituendo uno
specifico canale di collegamento tra l’organizzazione mafiosa “cosa nostra” (nella
persona del suo più importante esponente dell’epoca, Stefano Bontate) e l’imprenditore
milanese Silvio Berlusconi (in evidente e rapida ascesa sulla scena economica di quella
ricca regione) hanno con ciò posto in essere una condotta idonea a costituire un
consapevole e valido apporto al consolidamento e rafforzamento del sodalizio mafioso,
sempre pronto a cercare nuovi canali attraverso i quali riciclare i (già allora) imponenti
introiti ricavati dalle attività illecite gestite ma anche, e più semplicemente, nuove fonti
di guadagno attraverso la imposizione di indebite esazioni, con la conseguente
configurabilità a carico di entrambi gli imputati del reato associativo in contestazione,
nei termini che verranno più adeguatamente tratteggiati nella parte della sentenza
riservata alle considerazioni conclusive.

CAPITOLO 3°
LA STAGIONE DEI SEQUESTRI NELLA MILANO DEGLI ANNI ‘70

Per meglio comprendere le ragioni dei timori di Berlusconi al momento del suo
trasferimento ad Arcore, manifestati anche nel corso dell’incontro milanese del 1974
con Bontate Stefano, Teresi Girolamo e Cina’ Gaetano (di cui si è già detto nel
precedente capitolo), è opportuno aprire una breve parentesi, utile a descrivere la
particolare situazione che si viveva a Milano negli anni ’70 per l’operare di pericolosi
gruppi criminali.
Parte della istruzione dibattimentale e delle acquisizioni documentali è stata
dedicata proprio a questo tema probatorio ed è consistita, come si vedrà anche in
seguito, nell’acquisizione di sentenze irrevocabili e nel contributo di diversi soggetti in

132
diverso modo collegati alle organizzazioni criminali operanti in quella realtà e divenuti
in seguito collaboratori di giustizia .
In altra parte della sentenza, quando si è fatto riferimento alla persona di Contorno
Giuseppe, genero di Benedetto Citarda e uomo d’onore della “famiglia” di Santa Maria
di Gesù o della Guadagna, è stata ricordata la presenza a Milano nei primi anni ’70 di
Leggio Luciano, uomo d’onore corleonese responsabile di numerosi sequestri di
persona commessi anche nel Nord Italia e componente, insieme a Badalamenti
Gaetano e Bontate Stefano, del c.d. “triumvirato” che aveva retto le sorti di “cosa
nostra” fino ai primi del 1974 (quando questo organismo era stato sostituito dalla
“commissione provinciale”).
Il nome di Leggio era emerso, in particolare, nel corso delle indagini per il
sequestro dell’industriale Rossi di Montelera nelle quali era rimasto coinvolto il
predetto Contorno Giuseppe.
Il riferimento (v. deposizione dell’ispettore della P.S. Dal Piva Claudio all’udienza
del 3 dicembre 1999), è al casuale rinvenimento, nel luogo dove era stato tenuto il
sequestrato, di una particolare marca di vino di cui era unica importatrice a Milano una
rivendita di liquori presso la quale lavorava il Contorno e che era di proprietà di Pullarà
Giuseppe, di Pullarà Ignazio e di un certo “zio Antonio”, poi identificato proprio in
Leggio Luciano.
Nel presente dibattimento, un riferimento all’attivo inserimento di uomini di “cosa
nostra” nella realizzazione di sequestri di persona a scopo di estorsione nelle ricche
regioni del nord Italia è stato fatto anche da Tommaso Buscetta il quale, sentito in
videoconferenza il 1° febbraio 1999, aveva spiegato la necessità di spostare al
settentrione d’Italia questa lucrosa attività criminale come conseguenza del divieto di
realizzare sequestri di persona in Sicilia, imposto dai vertici del sodalizio mafioso.
“Pubblico Ministero:
Senta, cosa nostra ha mai effettuato rapimenti, stiamo parlando negli anni 70,
chiaramente?
Buscetta Tommaso. In Sicilia c’era ordine di non fare rapimenti, quindi...,
l’interesse di cosa nostra andò verso il Nord e quindi.. fecero dei sequestri di persona
al Nord, a Roma, a Milano e...).
Dichiarazioni di segno analogo sono state rese in dibattimento da Di Carlo
Francesco.
Anche il predetto collaborante, nel corso della sua audizione dibattimentale, ha
fatto riferimento agli interessi illeciti di “cosa nostra” nei sequestri di persona a scopo
di estorsione, in relazione ai quali dalla fine degli anni ‘60 era stato introdotto il divieto
che gli stessi venissero realizzati nell’isola .
Tra i tanti incontri con altri esponenti di “cosa nostra” svoltisi a Milano in quegli
anni e ai quali aveva avuto modo di partecipare, Francesco Di Carlo ha fatto
riferimento (v. pagg. 269 e segg. delle trascrizioni dell’udienza del 16 febbraio 1998)
ad un incontro a Milano con Nicola Salamone, detto Cocò (fratello di Antonio, allora a
capo della “famiglia” di San Giuseppe Jato), Bernardo Brusca, Pippo Bono e Pippo
Calò, avente ad oggetto proprio la necessità di ripulire denari provenienti da sequestri
di persona.

133
Nelle sue dichiarazioni Di Carlo ha anche fatto riferimento ad un ormai consolidato
radicamento nella vita economica e finanziaria milanese di diversi soggetti
formalmente affiliati a “cosa nostra” e stabilmente residenti nel capoluogo lombardo.
Va rilevato, al riguardo, che le dichiarazioni del collaborante collimano con la
particolare situazione della criminalità organizzata a Milano in quegli anni, già oggetto
di specifici accertamenti giudiziari che verranno anche in seguito ripresi trattando la
figura ed il ruolo criminale di Mangano Vittorio a Milano.
In particolare, Di Carlo ha fatto riferimento alla sua frequentazione di un ufficio
avente sede in via Larga, nei pressi del Duomo di Milano, dove era solito incontrarsi
con Martello Ugo, detto “Tanino”, uomo d’onore della “famiglia” di Bolognetta, il
quale aveva in quel luogo la sede di società a lui riconducibili ed era profondamente
radicato nella realtà economica di quella città.
Negli stessi uffici di Via Larga Di Carlo aveva avuto modo di incontrarsi anche con
i fratelli Alfredo e Pippo Bono, uomini d’onore appartenenti rispettivamente alle
famiglie mafiose di San Giuseppe Jato e di Bolognetta (v. pag. 88 della trascrizione
dell’udienza del 16 febbraio 1998), nomi anche questi che ricorreranno nel prosieguo,
trattando dei legami di Mangano Vittorio con la malavita milanese.
Tra i collaboratori di giustizia, i quali hanno riferito in ordine all’operatività dei
gruppi di “cosa nostra” a Milano, vanno menzionati Marchese Giuseppe e Mutolo
Gaspare alle cui dichiarazioni occorre fare espresso riferimento.
Il primo (sentito all’udienza del 9 febbraio 1998) era entrato, ad appena 17 anni, in
“cosa nostra” già alla fine del 1980, ed era stato affiliato come uomo d’onore riservato
da Riina e a Bagarella nella famiglia di Corso dei Mille, a capo della quale era lo zio
Marchese Filippo.
I legami familiari del Marchese con esponenti di spicco dell’associazione mafiosa
non si fermano a questa sola parentela; il Marchese è, infatti, cognato di Bagarella
Leoluca, esponente di rilievo della famiglia di Corleone, il quale ne aveva sposato la
sorella Vincenza.
Detenuto dal 15 gennaio 1982, Marchese Giuseppe aveva iniziato a collaborare con
la giustizia il 1° settembre 1992, accusandosi di oltre 20 omicidi commessi dal
momento in cui era entrato a fare parte di “cosa nostra”, tra i quali anche quello di
Stefano Bontate; il suo contributo veniva subito particolarmente apprezzato sia perché
il Marchese era il primo degli esponenti di “cosa nostra” vicini ai “corleonesi” (e
quindi non appartenente all’area delle famiglie dei cd. “perdenti” della seconda guerra
di mafia, come erano stati i pentiti storici Buscetta, Contorno e Marino Mannoia) a
collaborare con la giustizia, sia perché, malgrado il lungo periodo di detenzione
(iniziato già fin dal 1982), il predetto aveva mantenuto saldi, anche in carcere, i suoi
rapporti con il sodalizio mafioso ed era in possesso di informazioni sulla operatività
della organizzazione criminale provenienti da soggetti che, all’interno di quel
sodalizio, avevano assunto un ruolo egemone.
È’ utile ricordare che, l’11 maggio 1989, Marchese Giuseppe si era reso
responsabile dell’omicidio di Puccio Vincenzo, capomandamento di Ciaculli,
anch’egli ristretto nel carcere palermitano dell’Ucciardone, omicidio che era
espressione di una preciso disegno egemonico perseguito da Riina Salvatore all’interno

134
della organizzazione criminale.
Nel corso della sua audizione dibattimentale, il collaborante ha riferito di numerosi
uomini d’onore che avevano la loro base operativa a Milano (tra i quali i fratelli
Fidanzati, Carollo Gaetano, i fratelli Martello Ugo e Biagio), come appreso dalla viva
voce di Leggio Luciano, di Bagarella Leoluoca e dei Ciulla, questi ultimi anch’essi
dimoranti a Milano e con lui detenuti in carcere per un certo periodo.
In particolare, per quanto riguarda più strettamente i fatti connessi alle vicende
oggetto del presente procedimento, Marchese Giuseppe ha riferito di avere appreso,
durante una conversazione in carcere svoltasi intorno al 1988 con Asaro Illuminato, un
catanese legato al clan Turatello, che il gruppo criminale, di cui l’Asaro faceva parte,
aveva progettato di sequestrare un familiare di Berlusconi, progetto che poi non era
stato concretamente eseguito a causa dell’intervento di “cosa nostra” palermitana.
MARCHESE GIUSEPPE:
Si, il discorso e' questo, allora nei vari carceri dov'e' che uno sta, si incontra con
diversi altri uomini d'onore o altre gente di altre famiglie e si parla del piu' e del
meno. Parlando con loro, ca c'era D'ANTONI, c'era anche mio fratello MARCHESE
ANTONINO, parlando del piu' e del meno, c'e' stato che ASARO ILLUMINATO se
ne usci' con questa frase dicendo che ... che noi palermitani un giorno eravamo
intervenuti per non fare sequestrare il figlio di BERLUSCONI perche' era una
cosa che interessava a noi... a noi paesani.
PUBBLICO MINISTERO:
Non ho capito, quindi ASARO ILLUMINATO che cosa le disse?
MARCHESE GIUSEPPE:
ASARO ILLUMINATO ha detto che loro... il suo gruppo, il loro gruppo...
PUBBLICO MINISTERO:
Cioe' il gruppo di GIMMI MIANO, come ha detto...
MARCHESE GIUSEPPE:
I catanesi, si, di GIMMI MIANO, avevano avuto, non lo so il periodo, non lo
so quando e' stato questa cosa che loro avevano progettato, pero' si parlava e si
parlava di vari argomenti, non c'e' un periodo fisso di quando si parlava, perche' si
parlava di cose vecchie anche quando erano a Catania, quando erano fuori
eccetera, e mi disse che praticamente loro, il loro gruppo avevano intenzione di
sequestrare il figlio di BERLUSCONI, ma che ci ha... c'e' stato un intervento di
paesani nostri, sarebbero i cosa nostra di... palermitani, che diceva che era una
persona che interessava a loro e non si poteva fare stu sequestro.
PUBBLICO MINISTERO:
E quindi praticamente questo sequestro, questo programmato sequestro non fu
piu' fatto per l'intervento dei paesani vostri, insomma?
MARCHESE GIUSEPPE:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma, che cosa volevano dire con la frase che BERLUSCONI interessava voi,
paesani vostri, e poi a chi si riferiva in particolare?
MARCHESE GIUSEPPE:

135
Ma, a chi si riferiva, si riferiva se lui parla di paesani nostri si riferiva a
livello cosa nostra di Palermo, i corleonesi, perche' se loro... prima che fanno
un sequestro prima vedono su per giu' in che citta' loro diciamo frequentano,
vedono su per giu' chi sono... chi potrebbero essere le persone che potrebbero
essere interessate perche'... ma in tutte le persone che ci hanno un certo... un certo
potere, un certo finanziamento, eccetera, si vede su per giu' chi potrebbero
essere le persone che potrebbero stare dietro a questa persona di copertura o che
magari potrebbe fare dei... potrebbero fare anche del torto ad altri uomini
d'onore che potrebbero essere anche amici loro.
PUBBLICO MINISTERO:
A parte quello che ci ha riferito adesso, le persone con cui ha parlato, quindi
Asaro Illuminato e gli altri, specificarono in che cosa consistevano i rapporti tra
Berlusconi e i palermitani? Le diedero qualche altra informazione, le dissero
qualcosa in piu'?
MARCHESE GIUSEPPE:
No, no, io quello che mi ricordo sono queste cose.
PUBBLICO MINISTERO:
Se lo vuol ripetere signor MARCHESE, quando e' avvenuta questa conversazione
in carcere con queste persone?
MARCHESE GIUSEPPE:
Io, di preciso io nel periodo che ci sono stato in carcere con loro e' stato nel
periodo dell'88, pero' di preciso quando e' avvenuto questa conversazione di preciso
non lo so.
PUBBLICO MINISTERO:
Ecco, ci vuole ripetere...

MARCHESE GIUSEPPE:
Perche' si stava tutti i giorni... quasi tutti i giorni assieme, va', non mi ricordo di
preciso quando...
PUBBLICO MINISTERO:
Ecco, come periodo nell'88 ha indicato?
MARCHESE GIUSEPPE:
Nell'88 in poi siamo stati sempre nel carcere di Voghera a parte qualche
processo e ci si allontanava per qualche processo.
PUBBLICO MINISTERO:
A queste conversazioni in particolare, se lo ricorda, a questa conversazione di
cui ci ha riferito il contenuto, chi e' presente, se lo vuole ripetere?
MARCHESE GIUSEPPE:
MARCHESE ANTONINO mio fratello e ASARO ILLUMINATO e
D'ANTONIO”.
La circostanza relativa al periodo di comune detenzione, sofferto da Marchese
Antonino e Asaro Illuminato nell’anno 1988 nel carcere di Voghera, è stata
espressamente confermata dal m.llo Romeo Silvano, il quale, sentito all’udienza del

136
20/10/1998, ha riferito di pregressi periodi di carcerazione in quella struttura
carceraria di Marchese Antonino, D’Orazio Antonio ed Asaro Illuminato dal 26/2/88 al
15/4/88, dal 23/6/88 al 6/10/88 e, infine, dal 26/12/88 al 21/1/89 .
In merito poi alla particolare caratura criminale e ai rapporti tra i nominati
D’Orazio e Asaro e le organizzazioni mafiose operanti nel milanese ha riferito in
dibattimento, tra gli altri, la d.ssa Galetta Graziella (v. udienza del 27/10/1998).
A riscontro di quanto dichiarato dal collaborante Marchese Giuseppe, la teste ha
fatto riferimento a due personaggi rimasti tristemente famosi nella storia criminale
lombarda, quali Turatello Francesco, detto Francis, e Renato Vallanzasca, i quali
avevano dominato la scena criminale a Milano negli anni 70, spartendosi gli affari
illeciti connessi sia al traffico di stupefacenti che al gioco d’azzardo, ma anche alle
rapine e ai sequestri di persona a scopo di estorsione .
L’Asaro Illuminato e il D’Orazio Antonio erano appunto due catanesi, legati al
clan Turatello i quali, anche dopo l’arresto di quest’ultimo, avvenuto nel 1977,
avevano proseguito la loro carriera criminale in quella banda, che aveva continuato ad
imperversare nel milanese, guidata da Angelo Epaminonda, di cui Jimmy Miano era
stato amico fraterno e complice nel settore degli stupefacenti e delle bische clandestine.
Le dichiarazioni di Marchese Giuseppe in merito ad un progetto per sequestrare un
familiare di Berlusconi, riferite per la prima volta dal collaborante il 3 marzo del 1994
e ribadite in udienza, non sono rimaste isolate.
Si deve ricordare, infatti, che una tale circostanza era stata indicata proprio da
Galliano Antonino per spiegare i prodromi dell’incontro milanese di Silvio Berlusconi
con Stefano Bontate.
Si riportano, per comodità espositiva, le dichiarazioni rese da Galliano in merito a
quanto appreso da Gaetano Cinà nel corso della riunione svoltasi alla fine del 1986 con
lo stesso Cinà:
GALLIANO ANTONINO:
“Marcello Dell’Utri, perché loro erano molto amici e si conoscevano dai tempi
del Bacicalupo, per questioni che suo figlio giocava pure a pallone e cose varie. Lo
mandò a chiamare a Milano; Marcello Dell’Utri gli disse che era molto preoccupato
di un fatto che era avvenuto al signor Berlusconi, cioè che aveva, diciamo, subito delle
minacce di sequestro per uno dei suoi figli. Il Gaetano Cinà gli disse che se... queste
minacce provenivano dalla mafia catanese...
PUBBLICO MINISTERO:
Questo un attimo, mi scusi; lei sta riferendo la cronaca di questo colloquio
Dell’Utri - Cinà?
GALLIANO ANTONINO:
Si....INCOMPRENSIBILE.
PUBBLICO MINISTERO:
Scusi un attimo, per capire. Questa minaccia di sequestro....che questa minaccia
di sequestro provenisse dai catanesi lo dice Cinà a voi o Cinà lo ha detto a Dell’Utri?
GALLIANO ANTONINO:
No, no lo dice a noi.
PUBBLICO MINISTERO:

137
Lo dice a voi.
GALLIANO ANTONINO:
Sta parlando. Sta spiegando quello che era successo.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi era stato Dell’Utri a dire a Cinà che la minaccia di sequestro proveniva
dai catanesi?
GALLIANO ANTONINO:
Cioè....lui parla che Berlusconi aveva subito delle minacce e che probabilmente
queste minacce venivano dalla mafia catanese, cioè loro erano sicuri di questo…”.
Nulla autorizza a ritenere che Galliano e Marchese stessero facendo riferimento
allo stesso episodio: Marchese Giuseppe, malgrado la precisione del ricordo circa il
momento in cui ebbe a ricevere una tale confidenza e l’autorevolezza della fonte delle
sue informazioni (essendo l’Asaro attivamente inserito nel contesto criminale che
aveva ideato il progetto delittuoso su cui ha riferito) è stato in grado di riferire solo in
ordine ai responsabili di un tale progetto, senza riuscire a collocarlo nel tempo.
A sua volta, Galliano Antonino si è limitato a dichiarare che la individuazione dei
“catanesi”, come autori di queste minacce, era in realtà frutto di un convincimento che
era stato palesato da Marcello Dell’Utri al Cinà ( (“loro” erano sicuri di questo ),
senza esprimere alcuna certezza in merito alla paternità delle minacce.
Tuttavia, entrambi i collaboratori hanno univocamente descritto una particolare
attenzione delle organizzazioni criminali operanti in quel territorio nei confronti di
Silvio Berlusconi, circostanza, peraltro, ben verosimile, trattandosi di un imprenditore
che proprio in quegli anni era prepotentemente emerso nella realtà economica milanese
grazie alla realizzazione da parte della Edilnord del complesso edilizio Milano 2 alla
quale seguirà quella di Milano 3.
Analogamente, Di Carlo Francesco, nel riferire in merito all’incontro milanese con
Stefano Bontate (al quale aveva lui stesso casualmente partecipato), ha indicato proprio
nel timore per il possibile sequestro di uno dei familiari il motivo dell’incontro,
facendo riferimento a quello che era il tipico “modus operandi” dell’organizzazione
mafiosa in questo tipo di rapporti.
PM.
“Senta, lei ha detto che Berlusconi si è riferito in particolare a queste possibilità di
sequestri, ha riferito anche delle minacce specificamente
Di Carlo:
Là si è parlato che lui aveva avuto sentore, sintomi… una cosa così
PM :
Sentore.
Di Carlo:
L’impressione di che … però, se minacce, non mi ricordo specificamente, ma
niente di strano perché noi di cosa nostra prima minacciavamo e poi ci andavamo a
fare la garanzia, era una cosa normale in cosa nostra, altrimenti che bisogno ha uno
di chiedere.
PM:
Senta, venne detto comunque in ogni caso da dove proveniva, cioè chi temeva?

138
Di Carlo:
Temeva.. per quello che è, siciliano, meridionali, siciliani, temeva, ma era in quel
periodo, sapevo di Catania , visto che era molto abitato di cosa nostra, ma c’erano
molti anche emigrati catanesi che non è cosa nostra, messinesi, siracusani, calabresi.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma venne detto in quel caso specificamente di messinesi, catanesi?
DI CARLO FRANCESCO:
No, no, io per dire cosa c'era in quel periodo, allora tutti avevano
preoccupazione, ma cosa nostra stava con gli occhi aperti prima che facesse
un sequestro e anche questa gente stava pure con gli occhi aperti perche' cosa
nostra li ammazzava, ne sparivano tanti, ne strangolavano tanti a Milano,
gente che non era cosa nostra…”.
Un particolare interesse da parte degli uomini di “cosa nostra” operanti nel
milanese nei confronti dell’imprenditore Berlusconi e, quindi, la conseguente necessità
di procurarsi una “garanzia”, erano stata indicati da Salvatore Cocuzza tra le ragioni
della assunzione di Mangano ad Arcore.
PUBBLICO MINISTERO:
“Può specificare in particolare se Mangano le parlò di alcune di queste
circostanze specificamente, cioè di alcuni di questi danneggiamenti, estorsioni?
CUCUZZA SALVATORE:
Ma Mangano mi spiegò il principio per cui poi successivamente andò a lavorare
nella villa di Arcore, o la tenuta che aveva ad Arcore Berlusconi, perché assieme a
questi suoi compagni di allora avevano messo delle bombe a persone comunque
riconducibili a Berlusconi o comunque a persone che Berlusconi avrebbe sentito
sicuramente il rumore di questi attentati e si sarebbe premunito a prendere qualcuno
per garantirsi comunque di non esser anche lui obbiettivo di queste bombe.
In quel periodo hanno messo diverse bombe, diceva lui e poi attraverso Gaetano
Cinà, che conosceva questi soggetti che gravitavano a Milano, riuscirono nell’intento
di fare lavorare Mangano Vittorio in questa proprietà.
Lui diceva di , comunque si occupava dei cavalli, come fattore…”.
Ancora, sul tema relativo al progettato sequestro di persona in danno di un
familiare di Berlusconi ha riferito in dibattimento il collaboratore di giustizia Mutolo
Gaspare, sentito dal Tribunale all’udienza del 18 maggio 1998.
Mutolo Gaspare, uomo d’onore della “famiglia” di Partanna Mondello (insieme a
quelle di Tommaso Natale, di S. Lorenzo, di Resuttana e di Arenella, la “famiglia2 di
Partanna Mondello faceva capo al mandamento di Rosario Riccobono), era già stato
condannato ad una grave pena detentiva con la sentenza del c.d. maxi-processo per
avere fatto parte di “cosa nostra” nonché per il reato di associazione finalizzata al
traffico di sostanze stupefacenti e aveva iniziato a collaborare con la giustizia il 1°
luglio 1992; il suo contributo si era rivelato fin dall’inizio importante proprio perché
proveniente da un esponente di rilievo di “cosa nostra”, personalmente coinvolto in
traffici internazionali di stupefacenti e particolarmente vicino a Rosario Riccobono,
capo mandamento e componente della commissione di “cosa nostra”, ucciso il 30
novembre 1982 nel corso della c.d. seconda guerra di mafia.

139
Sentito in dibattimento, Mutolo ha riferito della sua assidua presenza nelle città
del nord Italia per il compimento di attività illecite nei primi anni ’70.
In particolare, a Milano, fino al 1976 (anno in cui era stato tratto in arresto),
Mutolo aveva frequentato diversi uomini d’onore ritualmente affiliati a “famiglie”
palermitane, tra i quali, in particolare, i già ricordati Martello Ugo e Pippo Bono, della
famiglia di Bolognetta, Alfredo Bono e Martello Gino, entrambi uomini d’onore della
“famiglia” di San Giuseppe Jato.
Si tornerà più ampiamente sul tema nel prosieguo, quando si farà riferimento ad
acquisizioni processuali, ampiamente confermative del quadro illustrato dal
collaborante sulla organizzazione criminale operante nel milanese, nel quale lo stesso
Mutolo aveva attivamente operato.
Sui punti delega riguardanti l’attività investigativa svolta a riscontro delle
dichiarazioni di Mutolo, ha riferito in dibattimento il dott. Messina Francesco (sentito
nel corso dell’udienza del 20 ottobre 1998 ), vice-questore aggiunto della Polizia di
Stato in servizio presso la Squadra Mobile di Milano, il quale, consultando gli atti
conservati negli archivi del suo ufficio, è stato in grado di confermare la presenza a
Milano di diversi soggetti riconducibili alla criminalità organizzata siciliana, in
particolare palermitana.
A titolo esemplificativo, si è constatata la presenza a Milano sin dagli anni ‘80,
presso una abitazione ubicata al civico 28 di Via Monviso, di Bono Alfredo, in rapporti
con altri soggetti già all’epoca segnalati presso gli archivi di Polizia, come
Badalamenti Gaetano, Scaglione Francesco e Gerlandi Alberto.
Oltre a quella del Bono, era stata accertata la presenza in Milano, a partire dal
1964, del fratello Bono Giuseppe, inteso Pippo, in relazione al quale erano state
rilevate le stesse frequentazioni del germano.
Il dr. Messina ha fatto anche riferimento alla presenza a Milano di Martello Ugo,
che aveva trascorso in quella città oltre 17 anni di latitanza, e del fratello Biagio, detto
Gino, i quali, pur non essendo anagraficamente residenti in Milano, ne avevano
frequentato stabilmente l’ambiente .
Su questi personaggi si avrà modo di tornare anche nel prosieguo trattando delle
complesse indagini sfociate nel processo cd. “Pizza connection” in merito al quale
hanno riferito in dibattimento i redattori del rapporto e in particolare il dr. Antonino De
Luca, attualmente direttore della Polizia Ferroviaria, ma in precedenza in servizio
presso la Criminalpol di Milano, gruppo antisequestri (v. udienza del 29/1/1999),
l’ispettore Furnari (sentito alla stessa udienza), nonché l’ispettore Tiano Francesco
(udienza del 3 marzo 2000).
Sentito nel corso del presente dibattimento, Gaspare Mutolo ha riferito della
progettazione di un sequestro ai danni di un familiare di Berlusconi, progetto in cui era
personalmente coinvolto Grado Antonino (uomo d’onore della “famiglia” di Santa
Maria di Gesù, più volte menzionato), ed erano interessati Bontate Stefano, Gaetano
Badalamenti e Masino Scaduto, quest’ultimo appartenente alla “famiglia” di Bagheria,
già indicato ed inserito dallo stesso Mutolo tra gli uomini d’onore che facevano la
spola tra Milano e la Sicilia.
PUBBLICO MINISTERO :

140
Senta lei ha sentito parlare, sempre ritornando al discorso dei sequestri, di un
progetto di sequestro che riguardava in particolare Berlusconi o qualcuno dei suoi
familiari?
MUTOLO GASPARE :
Guardi, di questo progetto ero interessato anche io, insomma io ne ho sentito
parlare direttamente perchè io ero anche là, a Milano, per sequestrare a questa
persona; però io allora non è che mi ricordo che si chiamava Berlusconi, dopo io ho
collegato che era diciamo Berlusconi...
PUBBLICO MINISTERO :
In che periodo siamo?
MUTOLO GASPARE :
Perchè? Perchè era, diciamo, l’uomo che aveva fatto la MILANO DUE... va
bene... ed eravamo pronti diciamo... già c’era un gruppo di persone pronte per
sequestrarlo. Non è che sono state parole così... eravamo là a Milano perchè eramo
pronti di un momento all’altro che davano il via per sequestrare questa persona, che
dopo io ho capito che era Berlusconi perchè molto spesso la sera andava negli uffici
che ci sono nella MILANO DUE e questi battuti li aveva preso un certo Antonino
Grado, un «uomo d’onore» della famiglia di Stefano Bontade, una persona che
abitava là a Milano. Tutta assieme non se ne fece più niente, ma addirittura siamo
rientrati tutti e mi ricordo che io non ho partito più per alcuni sequestri e dopo ho
saputo così, insomma, che quell’impresario che aveva fatto la MILANO DUE era
Silvio Berlusconi, che era entrato in contatto con alcuni personaggi importanti in cui i
mafiosi avevano il compito che investivano e questo Berlusconi era tranquillo,
pacifico che non veniva più nè minacciato e nè.... cioè che non correva più la minaccia
che potesse essere sequestrato o lui o qualcuno dei suoi familiari.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta a questo progetto di sequestro chi era interessato oltre a Gaetano
Fidanzati, credo che lei abbia detto....
MUTOLO GASPARE :
Gaetano Fidanzati sicuramente io non l’ho nominato, diciamo...
PUBBLICO MINISTERO :
No, no...
MUTOLO GASPARE :
Al progetto era interessato Gaetano Badalamenti, non Gaetano Fidanzati,
Stefano Bontade, Inzerillo, Riccobono, diciamo «i capoccioni» che c’erano allora, e
Scaglione.. e Tommaso Scaduto che era della «famiglia» di Antonio Mineo di
Bagheria. Cioè questi erano i personaggi che avevano già pronti degli uomini messi là
a Milano che di un giorno all’altro si doveva sequestrare.
PUBBLICO MINISTERO :
Quali erano questi...
MUTOLO GASPARE :
Dopo...
PUBBLICO MINISTERO :

141
Mi scusi signor Mutolo, quali erano questi uomini che erano a Milano, quelli
che ci lavoravano sopra, diciamo così?
MUTOLO GASPARE :
Allora, quelli fissi che avevano il compito di controllare tutte le mosse erano
diciamo Antonino Grado... va bene... ma lui era insieme sempre con un certo Nicola
Milano, un mafioso della «famiglia» di Pippo Calò, insomma era sempre là a Milano.
Poi c’erano i fratelli Guzzardi, c’era Gaetano Carollo, c’erano altre persone che
salivano e scendevano come, che so... Pietro Vernengo, Franco Mafara detto «il
checco», Tommaso Scaduto. Qualche volta io ho visto pure a Salvatore Contorno, ma
io non lo so se lui era là per queste cose, però ruotava sempre in un giro vizioso che
andavano a fare qualche rapina o qualche cosa, lo so senz’altro e dopo c’era anche
io, c’era Micalizzi Salvatore, c’era Francesco Di Trapani della «famiglia» di Cinisi,
c’era Salvatore Di Maio che all’ultimo momento hanno arrestato a Milano, che questo
ha stato sempre a Milano, con un cugino suo un certo Salvino Di Maio... insomma
erano tanti persone e c’era un interesso forte diciamo per sequestrare o questa
persona che aveva fatto la MILANO DUE oppure un certo Monti che.... non quel
Monti che dico io di Milano, ma un altro Monti perchè avevano saputo che questo
aveva comprato la IP oppure... Cioè delle pompe di benzina e aveva firmato una
tratta, un assegno di trecentocinquanta miliardi, allora; quindi tutti dell’AGIP passò
alla IP insomma... o qualche cosa del genere. E quindi noi avevamo a disposizione che
se qualcuno portava bene informazioni, sia di questa persona della MILANO DUE
oppure di questo Monti che aveva comprato tutte queste pompe di benzina, cioè si
poteva dare anche un miliardo, che si poteva offrire un miliardo per le informazioni
precise, perchè si parlava che minimo allora se si prendeva a questo o a quello erano
venti/trenta miliardi che entravano nelle casse mafiose.”
Prima di proseguire nella disamina dell’interrogatorio del Mutolo, va sottolineato
che il dott. Messina Francesco (udienza del 20 ottobre 1998), a riscontro delle
dichiarazioni del collaborante, ha confermato la presenza a Milano di Di Maio
Salvatore, emigrato nel milanese nel 1972, come pure di un altro pregiudicato di
origini palermitane, Ciulla Salvatore Giuseppe, trasferito nel 1965 a Trezzano sul
Naviglio, legato a soggetti di origine palermitana dediti alla perpetrazione di sequestri
di persona e implicato nelle indagini per i sequestri di Torielli Pietro e di Rossi di
Montelera.
A Milano era stata poi rilevata la presenza di Carollo Gaetano, legato anche lui al
Ciulla, nonché di Fidanzati Gaetano, stabilitosi a Milano sin dal 1968, in via Romilli,
una zona abbastanza centrale della città.
Le dichiarazioni di Gaspare Mutolo sono così proseguite:
PUBBLICO MINISTERO :
Si. Volevo sapere una cosa, lei ha detto che quindi ad un certo punto questo
progetto non viene più perseguito, lei sa chi è che prese la decisione di non
perseguirlo più, le venne detto?
MUTOLO GASPARE :
Guardi, no. Guardi però queste decisioni certamente non potevano nascere nè
da Gaetano Badalamenti, nè da Riccobono, nè da Stefano Bontade perchè erano cose

142
importantissime; ripeto siamo intorno al ‘75, principi ‘76... ma credo più che altro nel
‘75, ancora c’è una forte influenza del «triumvirato», che il «triumvirato» è
comandato da Luciano Liggio, da Stefano Bontade e da Gaetano Badalamenti. In quel
periodo c’è anche Luciano Liggio sempre a Milano, che fa la spola tra Milano e
Napoli, infatti viene arrestato diciamo a Milano anche per sequestri di persona. Però
questo discorso che... perchè dopo entrò... Diciamo di questo personaggio così
importante, dopo se ne è sentito tanto parlare che certamente non è che poteva entrare
soltanto una persona e dire: «Non lo tocchiamo perchè è amico mio.» Certamente c’è
stato il volere e il consenso di tutti «i capoccioni» e ci sarà stato quella contropartita
a dire: «Va beh, non lo tocchiamo, evitiamo di guadagnare i dieci/venti miliardi, però
avremmo altre.... altro modo come guadagnarli.»
PUBBLICO MINISTERO :
No, signor Mutolo queste sono sue considerazioni”.
In merito alle dichiarazioni di Mutolo finora richiamate, si deve osservare che le
stesse riguardano circostanze conosciute dal collaborante come frutto della sua
esperienza personale, avendo il Mutolo dichiarato di avere partecipato in prima
persona ai preparativi per la realizzazione del sequestro.
Queste dichiarazioni, inoltre, si inseriscono in un contesto pienamente riscontrato,
costituito dal complesso delle propalazioni dello stesso collaborante relative alle
attività illecite di “cosa nostra” a Milano e al sequestro ai danni del principe Luigi
D’Angerio, sul quale si tornerà tra breve.
Nel racconto del Mutolo, relativo al progettato sequestro in danno di un familiare
di Berlusconi, colpisce il riferimento temporale assolutamente spontaneo operato dal
collaboratore, il quale ha parlato di un periodo in cui Luciano Liggio era ancora in
libertà (prima quindi del 16 maggio 1974, data dell’arresto del Liggio) ed esercitava
ancora la “sua influenza” all’interno di “cosa nostra” il c.d. triumvirato (che, come si è
già detto, venne sostituito dalla c.d. commissione nei primi mesi del 1974), in un lasso
temporale, quindi, a ridosso del momento in cui il Tribunale ha ritenuto di collocare
temporalmente l’incontro milanese con Stefano Bontate.
Dalle contestazioni mosse durante il dibattimento, è risultato che, in sede di
indagini preliminari, la circostanza relativa al progettato sequestro ai danni di
Berlusconi era stata riferita per la prima volta dal collaborante nel corso di un esame
svoltosi il 30 marzo 1994 e Mutolo allora, pur avendo fatto riferimento al progetto di
sequestrare l’imprenditore di Milano 2, aveva mancato di specificarne il nome.
Al riguardo il Tribunale ritiene di condividere le argomentazioni del Pubblico
Ministero; ed infatti, proprio la vicinanza alle elezioni politiche del 27 e 28 marzo 1994
può ben giustificare la reticenza del collaborante nel fare espressamente il nome di
Silvio Berlusconi, l’industriale che stava costruendo Milano 2 ma che era anche a capo
dello schieramento politico che era uscito vincitore dalla tornata elettorale.
Nel corso del dibattimento, Mutolo, dopo una breve premessa sugli interessi di
“cosa nostra” nel settore dei sequestri di persona e sulla necessità di portare avanti la
realizzazione di questi delitti fuori dalla Sicilia per il divieto introdotto da “cosa
nostra” (dichiarazioni coerenti con quanto era stato riferito in dibattimento da Di Carlo
e Buscetta, prima richiamati), ha riferito anche della organizzazione del sequestro di un

143
nobile, realizzato qualche tempo dopo il progettato sequestro a Berlusconi, ad opera di
soggetti facenti capo a Calò e a Bontate, sequestro (di cui Mangano era il “basista”)
non portato a termine a causa di un incidente stradale e nel quale era rimasto coinvolto
solo Pietro Vernengo, al quale gli inquirenti erano risaliti perché sul posto era stata
rinvenuta una patente di guida con la sua fotografia.
PUBBLICO MINISTERO :
Lei ha personalmente partecipato a sequestri di persona nel milanese?
MUTOLO GASPARE :
Guardi, io nel milanese ho partecipato a due sequestri di persone, uno che è
stato fatto diciamo a Lodi, che era un proprietario terriero e un altro a Milano centro,
che era un rappresentante di macchine, un concessionario di macchine grosso,
importante.
PUBBLICO MINISTERO :
Si. Sa quale persone ordinariamente partecipavano a questi sequestri? Sa se vi
era una distinzione tra quelli che poi verranno denominati poi, diciamo così, «i
corleonesi» e quelli invece vicini... i soggetti vicini a Bontade?
MUTOLO GASPARE :
Guardi, innanzi tutto diciamo che noi abbiamo sentito il bisogno di spostarci
dalla Sicilia al continente perchè in Sicilia avevano messo una legge che non si
dovevano fare sequestri di persona, quindi tutti questi grossi personaggi che erano
ricchi, e ce ne sono tantissimi a Palermo, siccome erano tutti, sia per un verso sia per
l’altro, amici dei... dei mafiosi, quindi si è voluto evitare questo profilarsi di fare i
sequestri in Sicilia. Anche perchè i «corleonesi», sempre i «corleonesi», avevano fatto
alcuni sequestri di persona a Palermo, sia a Monreale che a Palermo, qualcuno venne
anche ucciso ai leoni, un certo Traina, un giovane che stava scappando e ci hanno
sparato, e quindi hanno messo questa legge che in Sicilia non si dovevano fare
sequestri di persone. Quindi tutti d’accordo e i «corleonesi», diciamo a malincuore,
accettarono questo discorso; allora noi dell’ala di Stefano Bontade e di Gaetano
Badalamenti e Riccobono ed altri insomma... Totò Scaglione, Inzerillo, diciamo che
c’eravamo illusi che.... avevamo capito che ogni sequestro che si faceva nel Nord
Italia i soldi venivano quasi tutti divisi in varie «famiglie», insomma per come era con
le sigarette che si poteva fare con i sequestri di persona. Invece ben presto capimmo
che i «corleonesi» facevano dei sequestri a parte, si è avuto la conferma del sequestro
Bulgari, in cui i Pippo Calò insomma preoccupandosi che questo Cinà era andato a
Roma a visitare un ferito...va bene... il Pippo Calò offrì ogni famiglia cinque milioni a
testa allora; quindi sono nati dei malumori, però erano successi altri sequestri a
Milano, però insomma da quel momento ognuno fece a conto proprio cioè.... Però il...
come si dice... l’andamento fu una regola che si immaginavano che andando a fare i
sequestri a Roma, a Milano, in Toscana, in Sicilia non si dovevano fare più sequestri;
invece anche dopo questo fatto, diciamo, i «corleonesi» facevano sempre qualche...
qualche punto di forza e sequestravano sempre di tanto in tanto qualche persona,
anche se non facevano sapere niente, però si sapeva che erano sempre loro che
rompevano le regole.
PUBBLICO MINISTERO :

144
Senta, lei ha detto che c’erano stati dei malumori a seguito del sequestro
Bulgari, malumori nei confronti di Pippo Calò?
MUTOLO GASPARE :
Si, perchè fino a quel momento il... il Stefano Bontade era convinto che il
Pippo Calò era della parte di Stefano Bontade, tanto che diciamo c’era uno scambio
di uomini quando si facevano degli omicidi e quando si facevano dei traffici. Dopo
invece, quando è successo il sequestro di Bulgari, il Pippo Calò invece si tradì e ci
sono state delle persone che si sono lamentate con Stefano Bontade a dire: «Vedi che
quello è corleonese, che si mette sempre con quel viso buono a tipo che è amico tuo»...
però insomma si sapeva che sotto sotto era anche lui soggiogato di Salvatore Riina,
perchè insomma il discorso è sempre là, insomma....
PUBBLICO MINISTERO :
Senta e Calò cercò di rimediare in qualche modo nei riguardi del «gruppo»
Bontade, chiamiamolo così?
MUTOLO GASPARE :
Rimediò nel senso che dopo io ho saputo che uomini della «famiglia» di
Stefano Bontade e uomini della famiglia di Pippo Calò avevano sequestrato a un
nobile, a una persona molta facoltosa a Milano, però non riuscirono a portarlo via
perchè hanno sbattuto con la macchina e quindi hanno scappato tutti, anche il
sequestrato scappò tanto che questo tentativo di sequestro lo pagò soltanto un certo
Pietro Vernengo, un mafioso della «famiglia» di Stefano Bontade, perchè nella
confusione ha perso la patente e c’era il nome fasullo e a fotografia che era sua. Però
allora si prendeva poco per questi sequestri di persona, io mi ricordo che il massimo
della pena allora era otto anni e siccome il Pietro Vernengo era soltanto un tentativo,
mi sembra che aveva preso quattro anni e mezzo o cinque anni, insomma qualche
cosa del genere.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta sa per quale motivo, se lo ricorda ovviamente, se le venne detto... poi
dovrebbe specificare anche chi le disse queste cose, per quale motivo la macchina era
andata a sbattere?

MUTOLO GASPARE :
Ma la macchina andò a sbattere perchè c’era la nebbia che quella sera non si
vedeva niente, quindi io so che hanno sbattuto in un guardrail, quindi la macchina
completamente si è... era in condizioni di non camminare e quindi ognuno andò a
conto suo. Io ne parlai insomma con Vittorio Mangano, anche se dopo io ho avuto
modo di parlare anche con Pietro Vernengo perchè una volta che aveva il patentino
là, ma con Vittorio Mangano un «uomo d’onore» della «famiglia» di Pippo Calò, che
siamo scesi nei particolari, in cui quello diciamo che era un nobile in quella villa dove
fu prelevato erano... una villa dove si riunivano a volte tanti personaggi importanti,
che questo Mangano era là a tipo un guardiano, ma più che un guardiano lui era un...

145
un esperto di cavalli e si interessava per diverse persone a comprare, a valutare i
cavalli insomma...
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, Mangano le disse se in questo tentativo, come lei lo ha definito, di
sequestro del nobile lui aveva avuto un qualche ruolo? E quali erano gli altri «uomini
d’onore» eventualmente che vi avevano avuto un ruolo, oltre Pietro Vernengo?
MUTOLO GASPARE :
Guardi, io mi ricordo che lui mi disse che lui era il basante, perchè lui portò la
battuta, perchè lui abitava diciamo... aveva questi grossi personaggi, questi
proprietari terrieri avevano le fattorie in cui ne dedicavano una distaccata del podere
dove loro abitavano per i guardiani, per questi personaggi. Quindi diciamo che
l’organizzatore fu il Mangano, altri personaggi che mi ricordo era questo Pietro
Vernengo, Pietro Mafara della «famiglia» di Ciaculli... no di Ciaculli, ma comunque
che vi -INCOMPRENSIBILE- ora sono i fratelli Graviano e c’era anche Nino Grado,
erano famigli... «uomini d’onore» della «famiglia» di Stefano Bontade e di Pippo
Calò”.
Come si vedrà tra breve, i particolari offerti dalla descrizione che precede
consentono di riferire con certezza le dichiarazioni del Mutolo al sequestro del principe
D’Angerio, compiuto al termine di una cena in cui era stato ospite nella villa di
Berlusconi la notte di Sant’Ambrogio del 1974 e collimano sostanzialmente con il
resto delle emergenze probatorie relative a questo particolare episodio, a conferma
della esattezza del ricordo del collaborante .
Ha riferito di un progetto di sequestrare Berlusconi anche Giuffrè Antonino, uomo
d’onore al vertice di “cosa nostra” nella zona di Caccamo e particolarmente vicino a
Bernardo Provenzano.
Giuffrè, arrestato il 16 aprile 2002, dopo otto anni di latitanza, aveva iniziato a
collaborare con la giustizia il successivo 19 giugno 2002, trovando positivo riscontro
da parte di diversi organi giurisdizionali, sia in sede di riesame che in sede
dibattimentale.
Sentito nel presente dibattimento all’udienza del 7 gennaio 2003, ha fatto anche lui
riferimento ad un progetto di sequestrare Berlusconi risalente agli anni ’70, del quale
aveva appreso in un secondo tempo all’interno di “cosa nostra”, avendone sentito
parlare da Michele Greco, il “papa”, nella sua tenuta di Favarella.
Si tratta, come appare evidente, di circostanze che il collaborante non conosce per
averle personalmente vissute, ma per averle apprese da altri e in merito alle quali non è
stato in grado di fornire specifici riferimenti, ma che costituiscono corollario di quel
generale quadro probatorio finora delineato, perfettamente compatibile con l’accertato
ruolo di “garante” assunto dal Mangano durante la sua permanenza ad Arcore.
PUBBLICO MINISTERO:
“Senta lei ha parlato di Mangano Vittorio, le volevo fare una domanda ulteriore,
lei ha detto, appunto, anche che prestava servizio presso la villa di Arcore.
Volevo sapere se lei ha mai saputo, chiaramente non dai giornali, in che modo e`
nato questo rapporto di lavoro.
GIUFFRE` ANTONINO:

146
Io (incomprensibile) signor Procuratore mi viene difficile andare a collocare
perche' e` un discorso... che va... addirittura agli anni '70... cioe`... alla meta` degli
anni '70 eh... era il periodo questo, in cui nella zona di Milano eh... vengono fatti
molti sequestri...
Si, signor Presidente, vado un pochino a stento, perche' sono discorsi molto vecchi
e se ricordo bene, addirittura di questi discorsi ne ha parlato Michele Greco, cioe`
come le dicevo siamo nella meta` degli anni '70 e a Milano e nei dintorni vengono fatti
molti sequestri da parte della mafia siciliana ed uno degli obiettivi cioe`... ed
appositamente il signor Berlusconi..
Cioe` era, a essere sottoposto, cioe`... era... molto preoccupato che potesse essere
eh... lui o qualche suo familiare, forse in modo particolare suo padre, sequestrato.
Eh.. veda, questa, avendo un lontano ricordo dove... eh... in quel tempo gia`
l'onorevole Dell'Utri era in contatto con il signor Berlusconi e (incomprensibile)
appositamente a causa, signor Procuratore, di questa paura, cioe`.. il Dell'Utri stesso
lo aveva, si era interessato, cioe` ah.... farle conoscere a Vittorio Mangano.
Diciamo che questa e` una conoscenza, e` un discorso un pochino superficiale,
successivamente ci sara`, succedera` un fatto, se vado bene con la memoria, che
lascera` il segno nel signor Berlusconi”.
Anche Giuffrè ha fatto poi riferimento all’episodio relativo al sequestro in danno
di Luigi D’Angerio, sul quale si avrà modo di soffermarsi nel prosieguo :
“……Cioe` dietro il suo cancello avverra` un sequestro, cioe` c'era una persona,
un suo amico, che era andato a trovare... Berlusconi e che all'uscita del cancello era
stato sequestrato.
Eh...
GIUFFRE` ANTONINO:
Tutto questo, se ricordo bene, era stato creato un pochino artigianalmente, cioe`
come una messa in scena, appositamente per intimorire il signor Berlusconi, per farlo
mettere, diciamo, (incomprensibile) un pochino qualcuno a piu` stretto contatto con il
signor Mangano.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma a lei chi le dice queste cose o lei ha avuto di saperle in altro modo?
GIUFFRE` ANTONINO:
(incomprensibile) mi sta ritornando in mente, appositamente, sempre con, sono
discorsi molto vecchi, come delle indiscrezioni che allora circolavano all'inizio degli
anni '80, e che, ripeto, mi stanno, se ricordo bene, e` un discorso che cosi` parlando
eh... e` stato detto da Michele Greco stesso.
PUBBLICO MINISTERO:
Da Michele Greco”.

IL SEQUESTRO D’ANGERIO

Alcune delle dichiarazioni gia’ richiamate hanno avuto riguardo al sequestro in danno

147
del principe Luigi D’Angerio, commesso la notte tra il 6 ed il 7 dicembre 1974 al
termine di una cena che Berlusconi aveva tenuto nella villa di Arcore, dove si era
trasferito da pochi mesi e alla quale avevano partecipato diversi falcoltosi ed
importanti personaggi.
Le avverse condizioni climatiche di quella notte e la velocità di chi conduceva
l’auto, nel cui abitacolo il sequestrato era stato costretto a salire, avevano provocato un
incidente grazie al quale il principe era riuscito a fuggire.
Anche i sequestratori si erano dati alla fuga e l’unico a rimanere personalmente
coinvolto era stato Vernengo Pietro, la cui patente era stata rinvenuta sul luogo del
tentato sequestro.
Nel corso della istruttoria dibattimentale sono stati acquisiti gli atti di indagine
svolti nella immediatezza in merito ai quali è stata assunta anche la deposizione
dell’ispettore della P.S. Dal Piva Claudio, il quale ha riferito dettagliatamente in merito
a questo specifico episodio delittuoso (udienza del 3/12/1999).
E’ risultato che l’auto sulla quale viaggiava il D’Angerio, al suo rientro a casa dopo
la cena nella villa di Arcore, era stata speronata e bloccata da più autovetture, su una
delle quali il principe era stato costretto a viva forza a salire.
Durante la fuga, l’auto dei sequestratori era uscita di strada, e il D’Angerio era
riuscito a fuggire.
Gli accertamenti successivi, svolti da personale della Squadra Mobile della
Questura di Milano sul luogo dell’incidente, avevano consentito di procedere al
sequestro delle armi usate dai malviventi e al ritrovamento della patente di guida di
Vernengo Pietro, allora latitante, il quale, condannato in via definitiva a cinque anni di
reclusione, poi in parte condonati, era stato arrestato a Palermo l’8 novembre 1978
(v.deposizione del m.llo Romeo Silvano nel corso dell’udienza del 20/10/1998).
L’episodio del sequestro ai danni di Luigi D’Angerio appare significativo ai fini
che riguardano il presente procedimento perché offre uno spaccato autentico della vita
all’interno della villa di Arcore nel periodo in cui vi risiedeva il Mangano.
In particolare, dal complesso degli elementi di valutazione relativi a questo
episodio viene confermata la presenza a tavola dello stesso Mangano, ammesso tra gli
invitati di rango della villa ( viene ricordata più volte la presenza di Marcello Dell’Utri
e di Fedele Confalonieri, entrambi amici e collaboratori del padrone di casa, di un
industriale nel campo delle piastrelle ed anche di una nobildonna imparentata con i
Savoia ).
L’accertata presenza del Mangano a quella cena consente di qualificare, una volta
per tutte, il particolare rapporto che si era venuto a instaurare tra Dell’Utri e Berlusconi
ed il Mangano e di individuare il ruolo che allo stesso era stato riconosciuto, non già
quello di un semplice dipendente, addetto ai cavalli, ma di una persona di rispetto,
trattata alla pari degli altri invitati, quale non poteva non essere “il rappresentante di
cosa nostra” ad Arcore.
La circostanza relativa alla presenza di Mangano a tavola era stata da questi riferita
nel corso del suo esame dibattimentale:
PUBBLICO MINISTERO:

148
Senta, per riuscire a comprendere anche proprio esattamente qual’è il periodo
di tempo rispetto al... Non sò se Lei lo ricorda, Le chiedo prima di tutto questo, se lei
ricorda questo sequestro che avvenne, quello D’Angerio, a... Le dico solo questo
perchè, poi, anche sulla data magari per Lei... ha qualche ricordo particolare.
VITTORIO MANGANO:
Che è stato nel periodo che io ero ufficialmente impiegato lì.
PUBBLICO MINISTERO:
Eh, ma da quanto tempo Lei era lì? Se lo ricorda, se lo può ricostruire.
VITTORIO MANGANO:
Ma, in... non glielo sò dire...
PUBBLICO MINISTERO:
Non lo sò dire.
VITTORIO MANGANO:
... Sarà stato da mesi, sarà stato non lo sò, non glielo sò dire.
PUBBLICO MINISTERO:
Non lo sà specificare.
VITTORIO MANGANO:
Sarà stato un due mesi, tre mesi, un mese e mezzo. Le dico una bugia.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, in relazione proprio a questo... a questo sequestro...
VITTORIO MANGANO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
... Lei ricorda che cosa avvenne quella... Cosa ricorda di quella sera, in
particolare?
VITTORIO MANGANO:
Io, in quella sera, ricordo che sono andati via tutti gli invitati.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma lei era pure lì?
VITTORIO MANGANO:
E, io ero presente lì.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei era presente alla cena?
VITTORIO MANGANO:
Certo. Io ero nel... ero sempre lì con loro, con tutti.
PUBBLICO MINISTERO:
Cenava insieme allora.
VITTORIO MANGANO:
Si, si. Anche mia moglie cenava insieme.
PUBBLICO MINISTERO:
Certo. No, no, io Le stò chiedendo, non ho nessuna...
VITTORIO MANGANO:
I miei figli”.

149
Questo particolare ha trovato poi conferma nella registrazione delle dichiarazioni
rese da Luigi D’Angerio la mattina successiva ai fatti, registrazione di cui è stata
disposta la trascrizione affidando l’incarico ad un perito e che costituisce un dato
probatorio obiettivo e inconfutabile, certamente non inquinato dal trascorrere degli
anni (v. doc. 65 del faldone 6 e doc. 2 del faldone 41).
A fronte delle domande che gli venivano rivolte in merito alle persone che erano
presenti quella sera a cena, il D’Angerio, non mancando di dare prova di uno spirito
sagace malgrado la brutta esperienza da poco vissuta,, rispondeva con prontezza e
anche con ironia (soprattutto facendo riferimento alla non floride condizioni
economiche che non gli avrebbero consentito di pagare un adeguato riscatto), mentre si
dimostrava molto meno preciso quando gli veniva chiesto di elencare le persone
presenti alla cena, tanto da costringere gli investigatori a ripetere più volte la stessa
domanda e ritornando ripetutamente sulla medesima questione.
All’ennesima domanda, D’Angerio Luigi così rispondeva (si riportano le
trascrizioni eseguite dal perito):
AGENTE DI P.G. :
Ma ieri sera li con voi c’era un signore che aveva una pelliccia.
D’ANGERIO LUIGI :
Non lo conosco.
AGENTE DI P.G. :
C’era.
D’ANGERIO LUIGI :
Uno alto?
AGENTE DI P.G. :
C’era.
D’ANGERIO LUIGI :
Si, si… (incomp...)
AGENTE DI P.G. :
.. un signore con la pelliccia. Ma è stato a cena anche lui?
D’ANGERIO LUIGI :
Si, è amico del dottore.
AGENTE DI P.G. :
Eh! Ma perché mi ha detto che non c’era nessun altro?
D’ANGERIO LUIGI:
(incomp...) io ho detto che c’era presente anche un altro giovanotto che
stava li, che era il fattore.
AGENTE DI P.G. :
No. Lei mi ha detto… io ho domandato: “chi c’era a cena?” Lei mi ha
detto: “C’era quello, c’era quell’altro i due segretari e basta.”
D’ANGERIO LUIGI - Si, non c’era più nessuno. Confalonieri… Il dottor
Berlusconi…
AGENTE DI P.G. :
Berlusconi è il proprietario di casa?
D’ANGERIO LUIGI :

150
Si.
AGENTE DI P.G. :
Giusto?
VOCE :
Confalonieri che è il segretario.
D’ANGERIO LUIGI :
..poi c’era Confalonieri… poi c’era l’avvocato.
AGENTE DI P.G. :
- ..poi c’era un altro che lei non sa il nome, l’altro segretario avvocato,
giovane. E poi mi ha detto che non c’era più nessuno.
D’ANGERIO LUIGI :
E poi c’era un altro.
AGENTE DI P.G. :
Invece c’era un altro?
VOCE :
E poi sua moglie e suo figlio?
D’ANGERIO LUIGI :
Mio figlio e mia moglie.
VOCE :
Oh! Il signore con la pelliccia…
AGENTE DI P.G. :
Chi era questo signore?
D’ANGERIO LUIGI :
Non so come si chiama.
AGENTE DI P.G. :
C’era però?
D’ANGERIO LUIGI :
Si. Ma non so neanche come si chiama.
AGENTE DI P.G. :
Anche il segretario avvocato non sapeva come si chiamava, però me l’ha
detto.
D’ANGERIO LUIGI :
Eh, va bè...
VOCE :
Se lei non ci dice tutto è difficile… Senta quello con gli occhiali chi era?
Il signore con gli occhiali, che poi è rimasto (incomp...) un signore distinto…
D’ANGERIO LUIGI :
Gonfalonieri”.
Il confronto tra quanto registrato ( oggetto di ascolto diretto da parte del Collegio )
e la trascrizione del perito, ha portato ad evidenziare una parziale omissione, perché
nella frase “ … io ho detto che c’era presente anche un altro giovanotto che stava lì,
che era il fattore” non viene riportata la espressione “per esempio”.
La frase di conseguenza risulta la seguente: “… io ho detto che c’era presente per
esempio anche un altro giovanotto che stava lì, che era il fattore “.

151
Questo dato, se da una parte rende meno certa la identificazione del fattore come
l’uomo con la pelliccia di cui si era prima fatto cenno, non cambia in alcun modo il
senso della frase e conferma l’indicazione del Mangano tra le persone presenti alla
cena (la domanda, infatti, alla quale il D’Angerio era sollecitato a rispondere
riguardava appunto la elencazione delle persone presenti alla cena che aveva preceduto
il suo sequestro).
Rimane, quindi, contraddetta la decisa negazione di questa circostanza da parte del
teste Confalonieri Fedele nel corso della udienza del 31 marzo 2003.
Riferendosi della cena che aveva preceduto il tentato sequestro, il teste aveva
elencato con sufficiente approssimazione, malgrado il tempo trascorso, i facoltosi
ospiti presenti, dimostrando di conservare un buon ricordo di quell’episodio ed aveva
così dichiarato:
CONFALONIERI :
I miei ricordi sono che ci fu un rapimento nel ‘74 in dicembre, ci fu un'indagine
per cui Mangano andò in prigione che credo durante l'inverno, fra il ‘74 e il ‘75 e poi
se ne andò ( il Mangano n.d.r. ) perché non voleva mettere in difficoltà la famiglia.
AVV. TARANTINO :
Procedendo per gradi, Lei ha parlato di un rapimento, ricorda se fosse il
sequestro del Principe D’Angerio (?)
CONFALONIERI :
Sì sì, lo ricordo benissimo. Non so se era la vigilia o il giorno di Sant’Ambrogio.
AVV. TARANTINO :
Infatti, credo fosse il 5 dicembre ’74.
CONFALONIERI :
Ecco, era intorno a Sant'Ambrogio.
**************
AVV. TARANTINO :
In occasione di questo sequestro del Principe D’Angerio, ha ricordo di chi fosse
presente ad Arcore? Credo vi fosse sta una cena?
CONFALONIERI :
Sì, c'era una cena. C’era..., dunque, c'era il principe con sua moglie e con suo
figlio, poi c'era un industriale credo di piastrelle o qualcosa del genere con la moglie,
una bella donna ricordo anche, sì.
AVV. TARANTINO :
E...
CONFALONIERI :
E c'era anche..., aspetti, c'era anche una signora che era accompagnata da una
persona di cui non ricordo il nome adesso e che diceva di essere parente della moglie
di Vittorio Emanuele, del principe. No del principe, quello che ... (pp.ii., pronuncia
non chiara).
AVV. TARANTINO :
Questo industriale che lavorava nel campo delle piastrelle, si chiamava Attilio
Capra?
CONFALONIERI :

152
No, Attilio Capra doveva essere l'altra persona.
AVV. TARANTINO :
L'altra persona? Sì, ha ragione Lei. Uno dei presenti era anche una persona
presentatale come sorella di Marina Doria?
CONFALONIERI :
Ecco, la sorella dice? Forse la sorella, sì, pensavo una parente di...
*****************
P.M. :
Io vorrei tornare ad uno dei temi che è stato trattato dalla Difesa, cioè la cena
precedente al sequestro D’Angerio. Lei ha riferito di una serie di partecipanti a questa
cena, se io ho annotato bene ha parlato di un principe che dovrebbe essere proprio
D’Angerio?
CONFALONIERI :
Il Principe D’Angerio.
P.M. :
Un industriale con moglie e figli.
CONFALONIERI :
Principe D’Angerio con moglie e figlio.
P.M. :
Un industriale delle piastrelle, una parente, la sorella di Marina Doria e poi ha
parlato di Attilio Capra che non so chi sia, cioè se rientrasse...?
CONFALONIERI :
Era con la..., credo che era con questa parente dei Savoia.
P.M. :
Questo per quanto riguarda..., poi era presente Lei chiaramente, presumo fosse
presente Berlusconi?
CONFALONIERI :
Berlusconi e la moglie.
P.M. :
Dell’Edilnord o comunque delle persone vicine a Berlusconi e comunque
impiegate dal Presidente Berlusconi, era presente qualcun altro a questa cena?
CONFALONIERI :
No.
P.M. :
Il Dottore Dell'Utri era presente?
CONFALONIERI :
Il Dottor Dell'Utri sì.
P.M. :
Lei è certo che Vittorio Mangano non fosse presente alla cena?
CONFALONIERI :
Assolutamente.
P.M. :
Le spiego perché le faccio questa domanda. Noi abbiamo avuto, non so come
siamo riusciti sinceramente, abbiamo trovato la registrazione dell'interrogatorio che

153
allora fu fatto nei confronti..., “interrogatorio”, dell’esame di D’Angerio subito dopo
il sequestro e secondo quello che dice D'Angerio - è stata acquisita agli atti questa
trascrizione - era presente anche Mangano, lui parla del “fattore” specificamente?
CONFALONIERI :
Assolutamente no, di questo sono sicuro.
AVV. TRICOLI :
Non mi pare esatto il ricordo del Pubblico Ministero.
P.M. :
Posso leggere, Presidente?
PRESIDENTE :
Sì.
AVV. TRICOLI :
Perché non ha fatto riferimento nominativamente a Mangano.
PRESIDENTE :
Infatti parlava di “fattore” il Pubblico Ministero, non ha detto “Mangano”.
P.M. :
Ho detto “il fattore”. Infatti, a pagina 35 della trascrizione c'è scritto
specificamente: “C'era presente anche un altro giovanotto che stava lì che era il
fattore”, e ci è stato detto poco fa che l'unica persona che si occupava dei cavalli, il
fattore, era Mangano.
CONFALONIERI :
Assolutamente no, voglio essere tassativo.
P.M. :
Mangano ha detto di essere stato presente, che io ricordi, comunque...
CONFALONIERI :
No ma anche perché, guardi, io l'altro giorno ho visto questo documentario, se
posso fare un piccolo excursus e ho visto il PM Ingroia dire: “Mangano stava a
tavola”. Io allora andavo ad Arcore almeno tre giorni alla settimana, non ho mai visto
il Signor Mangano a tavola con Berlusconi. Su questo, sono tassativo su questo.
PRESIDENTE :
Ma c'era un altro fattore che non fosse Mangano?
CONFALONIERI :
Mah, fattori? C'erano altre...
PRESIDENTE :
No, dico a tavola.
CONFALONIERI :
Ma non è che Berlusconi tenesse a tavola...
PRESIDENTE :
... (pp.ii., sovrapporsi di voci)?
CONFALONIERI :
No, no, assolutamente no. Il povero D'Angerio era stato rapito, si era spaccato
una gamba... Credo che io ho visto poi tutti ‘sti interrogatori subito il post rapimento:
siamo venuti a Milano, c'era Berlusconi, abbiamo tirato mattina, è stata una cosa
rocambolesca, è andata a finire su tutti i giornali.

154
P.M. :
Certo, mi rendo conto, è durata anche...
CONFALONIERI :
Io tassativamente dico...
P.M. :
È accaduta, credo, in un orario molto tardi?
CONFALONIERI :
È accaduta verso l’una di notte o giù di lì.
P.M. :
L’una di notte?
CONFALONIERI :
C'era nebbia, c'era...
PRESIDENTE :
Comunque, per concludere non c'era nessun fattore?
CONFALONIERI :
Non c'era nessun fattore a tavola quella sera.
PRESIDENTE :
Che fosse Mangano o altro nome, quella sera, ecco.
P.M. :
Quando Lei parla e dice appunto che non ha mai mangiato, cosa che a me può
sembrare attendibile, che non ha mai mangiato a tavola con Berlusconi o con
Dell'Utri o con chi altri era nella villa, Lei si riferisce a quanta frequentazione, cioè
quanta frequentazione aveva Lei della Villa di Arcore, per riuscire a comprendere?
CONFALONIERI :
Io andavo...
P.M. :
Scusi, Avvocato, non l’ho sentita. Non ho nessun interesse a trattenerlo di più,
quindi.

155
CONFALONIERI :
Andavo anche tre volte alla settimana, tre o quattro volte alla settimana: allora si
lavorava molto insieme e si tirava anche tardi.
P.M. :
Invece, per quanto riguarda il Senatore Dell'Utri quante volte, se Lei lo sa
chiaramente?
CONFALONIERI :
Dell'Utri dormiva ad Arcore.
P.M. :
Quindi, risiedeva là?
CONFALONIERI :
Risiedeva ad Arcore”.
La rilevanza del ruolo svolto dal Mangano ad Arcore (già evidenziata in
precedenza, quando si è fatto riferimento alle particolari responsabilità che lo stesso si
assumeva, come quella di accompagnare a scuola da solo i figli di Berlusconi) risulta,
inoltre, dal testo di una intervista, acquisita agli atti, del giornalista Zagdoun Jean
Claude a Pepito Raigal Garcia, soggetto che lo stesso imputato Marcello Dell’Utri (v.
interrogatorio del 26 giugno 1996) ha ricordato come persona vicina a Mangano
Vittorio e proprietaria delle scuderie ubicate nei pressi della villa di Arcore, cui il
Mangano avrebbe affidato la custodia del cavallo menzionato nella conversazione
intercettata nel mese di febbraio 1980 su di una utenza telefonica installata nell’Hotel
Duca di York, come si avrà modo di constatare di quì a breve.
Il Garcia, sentito nel 1992, ha fatto riferimento, per indicare il soggetto incaricato
di accudire i cavalli nella scuderia della villa di Arcore, ad una persona certamente
diversa dal Mangano, il quale veniva da lui invece identificato come
l’”amministratore” della villa:
INTERVISTATORE 2: Tornando alle scuderie, c’era gente che custodiva i
cavalli, cioè gente di custodia ai cavalli?
JOSÉ:
Adesso?
INTERVISTATORE:
Prima.
JOSÉ:
Sì, prima c’era un signore che è morto da poco, che ha lavorato nel ’60.
INTERVISTATORE:
Chi era?
JOSÉ:
Il primo.
INTERVISTATORE:
Come si chiamava questo?

156
JOSÉ:
Il primo... ma lui era già dentro lì quando ha acquistato BERLUSCONI, lui
lavorava con la contessa.
INTERVISTATORE:
E poi BERLUSCONI ha assunto della gente o no?
JOSÉ:
Per i cavalli?
INTERVISTATORE:
Sì.
JOSÉ:
No, il giardiniere... il giardiniere fa le pulizie.
INTERVISTATORE 3:
Le jardinier qui s’occupait de tout (inc.) seulement pour ça. Il n’y a pas...un
amigo…
JOSÉ:
Donde?
INTERVISTATORE 3:
Un amigo siciliano de... con un caballero muin bueno, este nombre signor
MANGANO, come se chiama non lo so esattamente...
JOSÉ:
C’era un amministratore quando io ho conosciuto BERLUSCONI.
INTERVISTATORE 3:
Sì, il signor MANGANO...
JOSÉ:
Quando io ho conosciuto BERLUSCONI...
INTERVISTATORE 3:
(Inc.) MANGANO, MANGANO sta aquì?
INTERVISTATORE:
Ma era l’amministratore di BERLUSCONI? Era?
JOSÉ:
Io sono arrivato quando sono arrivato la prima volta, io ho conosciuto questo
signore, non BERLUSCONI.
INTERVISTATORE:
Vittorio MANGANO era l’amministratore di?
JOSÉ:
Silvio BERLUSCONI.
INTERVISTATORE:
Di BERLUSCONI.
INTERVISTATORE 2:
Amministratore di cosa? Della casa?
JOSÉ:
Della casa credo, non so.
INTERVISTATORE:
Ma per quanto tempo?

157
JOSÉ:
Io l’ho visto una volta... una volta là.... Dai! E’ stata operata, allora ha paura
INTERVISTATORE 3:
Este signor MANGANO di donde (inc.)? De l’ha conosciuto in Spagna o de
Italia? De Italia?
INTERVISTATORE:
Qui da BERLUSCONI.
INTERVISTATORE 3:
In Espagna no?
JOSÉ:
No.
INTERVISTATORE:
Ed era l’amministratore MANGANO di BERLUSCONI?
INTERVISTATORE 2:
(inc) hombre ...come esté? MANGANO.
JOSÉ:
Sì, gentile.
INTERVISTATORE 2:
Gentile?
JOSÉ:
Molto.
INTERVISTATORE:
Si può parlare con MANGANO, sa dove trovarlo?
JOSÉ:
So che è a Palermo..
INTERVISTATORE:
Come?
JOSÉ:
So che è a Palermo.
INTERVISTATORE:
E’ a Palermo adesso?
JOSÉ:
Sì, sono 12 anni che non lo vedo...
INTERVISTATORE:
12 anni che non lo vede?
JOSÉ:
Forse 13.
INTERVISTATORE:
No, perché magari potrebbe dire qualcosa di più di BERLUSCONI, visto che è
stato amministratore di BERLUSCONI ci potrebbe dire qualcosa...
JOSÉ:
So che (inc.) amministratore...
INTERVISTATORE:
Come? Non ho capito.

158
JOSÉ:
Io l’ho conosciuto lì quando ha cominciato BERLUSCONI ...ha comprato lì...a
fare i primi restauri e lì ho conosciuto il signor MANGANO, Vittorio MANGANO...
non è più qua, secondo me è a Palermo... non lo so...
INTERVISTATORE:
Può essere a Palermo?
JOSÉ:
Può essere chiaramente...non so...
INTERVISTATORE 2:
E quando è andato via giù da Arcore MANGANO?
JOSÉ:
10, 15, 12 anni fa...
INTERVISTATORE:
80, 81, e lo vedeva spesso lì?
JOSÉ:
Spesso no, perché andavo una volta la settimana.
INTERVISTATORE:
C’era sempre quando andava diciamo? Una volta alla settimana c’era?
JOSÉ:
(Inc.) i lavori...
INTERVISTATORE:
Della villa?
JOSÉ:
(Inc.) allora andava in scuderia e... passava di lì, mi salutava.
INTERVISTATORE2:
Era lui che si occupava dei restauri?
INTERVISTATORE:
Lui era l’amministratore.
INTERVISTATORE2:
Quindi con tutti gli operai...dava i soldi...
JOSÉ:
Parlavo... buongiorno, come sta...
INTERVISTATORE:
Signor José, scusi, ma c’era anche BERLUSCONI quando c’era MANGANO,
cioè li ha visti insieme?
INTERVISTATORE 2:
Li ha visti l’amministratore
INTERVISTATORE:
No, no, parlo...chiedo se li ha visti insieme...
JOSÉ:

INTERVISTATORE:
Sì.
JOSÉ:

159
No.
INTERVISTATORE:
Non li ha mai visti insieme?
JOSÉ:
No.
INTERVISTATORE:
Il signor BERLUSCONI e MANGANO lei non li ha mai visti insieme?
JOSÉ:
No, se il dottore non c’era, lui andava...
INTERVISTATORE:
E altre persone lì in villa dei dirigenti ...
JOSÉ:
Di dirigenti… dirigenti non… ho conosciuto l’amministratore.
INTERVISTATORE:
Chi?
JOSÉ:
MANGANO.
INTERVISTATORE:
DELL’UTRI? DELL’UTRI?
JOSÉ:
Il dottor DELL’UTRI? C’era assieme con lui.
INTERVISTATORE:
Assieme a MANGANO.
JOSÉ:
Sì (inc.) conosco operai, giardinieri, cose perché sono gente qui di Arcore,
(inc) sono giardinieri, non è che….
INTERVISTATORE:
Certo, certo. MANGANO gestiva i cavalli?
INTERVISTATORE 2:
Sì, gestiva i cavalli? Se ne intendeva di cavalli?
JOSÉ:
Se se ne intendeva più o meno non lo so, che aveva passione sì.
INTERVISTATORE:
Aveva passione di cavalli?
JOSÉ:
Sì, se se ne intendeva più o meno non lo so”.
Ancora una volta si conferma la posizione di responsabilità assunta dal Mangano
nella villa di Arcore, tanto da essere qualificato come amministratore della stessa.
Gli elementi acquisiti nel corso della istruzione dibattimentale, relativi al sequestro
D’Angerio, hanno poi univocamente messo in rilievo il ruolo attivo svolto dal
Mangano Vittorio nell’organizzazione del sequestro.
Si è già fatto cenno, in precedenza, alle dichiarazioni di Mutolo Gaspare il quale ha
riferito, proprio per averlo appreso dallo stesso Mangano, del ruolo attivo da questi
svolto nella vicenda (MUTOLO: “Quindi diciamo che l’organizzatore fu il Mangano,

160
altri personaggi che mi ricordo era questo Pietro Vernengo, Pietro Mafara della
«famiglia» di Ciaculli... no di Ciaculli, ma comunque che vi -INCOMPRENSIBILE-
ora sono i fratelli Graviano e c’era anche Nino Grado, erano famigli... «uomini
d’onore» della «famiglia» di Stefano Bontade e di Pippo Calò. “)
Analoga è stata la ricostruzione del fatto offerta in dibattimento da Cucuzza
Salvatore, anche lui per averla appresa dallo stesso Mangano Vittorio.
Dopo essersi soffermato sul periodo trascorso da Vittorio Mangano a villa Arcore
(riguardo al quale il collaborante ha chiarito che l’incarico di “fattore” a lui attribuito
era solo apparente, avendolo definito “un paravento”), Cucuzza ha fatto riferimento
all’organizzazione da parte dello stesso Mangano di un sequestro le cui modalità, come
risulta evidente dal confronto con le dichiarazioni del collaborante, collimano con
quelle del sequestro ai danni di Luigi D’Angerio.
Secondo quanto riferito da Cucuzza in dibattimento, era stato proprio il Mangano a
confidargli di avere progettato, insieme ai Grado, a Contorno e a Vernengo Pietro, il
sequestro del padre di Berlusconi .
Per una serie di imprevisti, che il collaborante non è stato in grado di precisare ma
che ha ritenuto di attribuire alle difficoltà originate dalla nebbia che quella sera gravava
nella zona, si sarebbe deciso poi di ripiegare sul sequestro un’altra persona:
PUBBLICO MINISTERO:
Senta io voglio sapere da lei, se lo ricorda chiaramente, se Mangano le disse
chiaramente cioè lei ha detto poco fa che era stato assunto come fattore e se le disse
che svolgeva effettivamente questa mansione?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì, era diciamo un paravento perché doveva essere scritto per qualche cosa,
insomma faceva il fattore ma non è che era…, se doveva andare a Milano, se doveva
scendere a Palermo lo faceva, cioè era semplicemente…, percepiva uno stipendio e
quindi a titolo di fattore, ma era li proprio perché ci piacevano i cavalli quindi lui
faceva questa cosa, mi dice che la faceva pure.
PUBBLICO MINISTERO:
Mangano le ha riferito altre circostanze relativamente al suo rapporto di lavoro e
in particolare se le ha riferito di un sequestro di persona?
CUCUZZA SALVATORE:
Sì, qui mi disse pure una…, perché le discussioni che avevamo noi certe volte
anche noi facevamo qualche piccola domanda a dire, ma come mai non ti sei
arricchito con Berlusconi, insomma perché ci facevi queste cose dei 20-30 milioni,
perché non hai pensato più in grande?
Effettivamente noi assieme con Grado, con Contorno e con Vernengo Pietro
avevano progettato di sequestrare il padre di Berlusconi.
Quello che è il mio ricordo di quel tempo era che non so per quale motivo non si
fece il sequestro del padre, quel giorno mi raccontava che c’era nebbia, ci furono
investimenti, è andato a sbattere con la macchina in un albero, comunque si ripiegò
per prendere un’altra persona, comunque questo è dimostrabile anche perché sono
finiti tutti nella Caserma dei Carabinieri perché il fatto era…, cioè finì alla giustizia”.

161
Sempre secondo quanto riferitogli da Mangano, in seguito a questo episodio i
rapporti con Berlusconi si erano incrinati perché quest’ultimo aveva capito che il
regista del sequestro era stato proprio il Mangano.
Nonostante ciò, Silvio Berlusconi non aveva denunciato Mangano agli inquirenti,
ma si era limitato a fargli intendere che aveva compreso il ruolo da lui avuto nella
vicenda ed era stato poi lo stesso Mangano a decidere di andarsene:
CUCUZZA:
Lui mi raccontava che il rapporto con Berlusconi si era incrinato perché
Berlusconi, a sentire Mangano, capì che la regia era Mangano e nonostante questo
dice non ha denunciato ai Carabinieri quando ha deposto, lo ha in qualche modo
scagionato, però Mangano dice che non gliel’ha detto espressamente ma secondo me
gli ha chiesto in qualche modo di andarsene.
PUBBLICO MINISTERO:
Secondo lei o glielo disse Mangano?
CUCUZZA SALVATORE:
No, Mangano ha detto, mi fece capire che la cosa non gli è piaciuta, mi fece capire
che l’aveva capito che io entravo in questa situazione del sequestro e nonostante mi ha
aiutato però mi ha fatto capire che era meglio se me ne andavo.
PUBBLICO MINISTERO:
le disse Mangano se era stato licenziato o se se n’era andato volontariamente, cioè
che cosa le disse, le parole che ha utilizzato.
CUCUZZA SALVATORE:
Mangano mi ha detto che Berlusconi lo aveva aiutato però gli aveva fatto capire
che la cosa l’aveva capita, Berlusconi aveva capito che lo zampino di quel sequestro
c’era Mangano Vittorio.
Quindi Mangano Vittorio a me dice che lui se n’è andato, certamente Berlusconi
gli ha fatto capire che già lo sapeva, lo ha capito, insomma non era uno sprovveduto.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta le disse anche in che occasione fu tentato questo sequestro, c’era una
occasione particolare?
CUCUZZA SALVATORE:
Mi pare che c’era una festa nella Villa di Berlusconi, quindi questa cosa io…, cioè
fu un racconto, cioè per dire quando se n’è andato e perché se n’è andato, non mi
interessavano i particolari, io non li so come sono andati.
PUBBLICO MINISTERO:
lei ha parlato della nebbia e del fatto che ci fu un incidente.
CUCUZZA SALVATORE:
Sì, loro mi raccontavano che ci fu per una questione di…, guidava Contorno e
siccome guidava come un pazzo si sono schiantati contro un albero, una cosa del
genere.
Ci fu un contrattempo e non hanno preso il padre di Berlusconi.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma io voglio capire, secondo sempre quello che lei ricorda le venne detto da
Mangano, questo contrattempo avvenne prima del sequestro o dopo il sequestro?

162
CUCUZZA SALVATORE:
Dottore io credo, almeno il ricordo mio era quello che è successo prima, ma poi è
un fatto diventato giudiziario quindi si può…, io adesso ricordo prima, ho sempre
ricordato prima che ci u un contrattempo, hanno preso un albero e quindi si è rotto il
radiatore, ci fu un investimento questo lo ricordo; se fu prima o dopo questo non lo
posso dire. Credo prima, nel ricordo mio.
PUBBLICO MINISTERO:
Mangano le parlò mai di un certo D’Angerio, Principe D’Angerio?
CUCUZZA SALVATORE:
D’Angerio, no non ricordo”.

Nelle menzionate dichiarazioni del Cucuzza sono numerosi i riferimenti ad una


serie di elementi specifici, che il collaborante riferisce di avere appreso direttamente
dal Mangano e che confermano ancora una volta la sua attendibilità.
A questo riguardo, è assolutamente specifico sia il riferimento al sinistro stradale in
cui venne coinvolta l’auto dei sequestratori, che all’occasione (una festa) in cui venne
eseguito il sequestro, come pure il riferimento al fatto che la scelta della persona da
sequestrare era stata solo un ripiego.
Proprio quest’ultima circostanza trova indirettamente conferma nelle dichiarazioni
rese nella immediatezza del fatto dallo stesso D’Angerio, il quale aveva rappresentato
in modo colorito agli investigatori la impossibilità di fare fronte a eventuali richieste di
riscatto (per le quali i sequestratori avrebbero potuto rivolgersi al suo ospite, Silvio
Berlusconi), a riprova del fatto che la scelta del sequestrato non era stata preceduta da
una adeguata “istruttoria” sulle condizioni economiche della vittima.
Ancora, viene confermata dalla viva voce dei diretti protagonisti la circostanza,
riferita dal Cucuzza, secondo cui il Mangano, dopo il sequestro del D’Angerio, non
venne affatto allontanato in via autoritativa dalla villa di Arcore, ma andò via di sua
volontà.

Ad un volontario allontanamento del Mangano da Arcore ha fatto riferimento lo


stesso Mangano Vittorio, con riguardo al periodo immediatamente successivo alla sua
scarcerazione del gennaio 1975 e alla sua decisione di andare via da Arcore, seguita
alla diffusione delle notizie di stampa secondo cui era stato assunto in quanto mafioso,
per fare da guardaspalle a Berlusconi :
MANGANO :
E allora, Confalonieri mi chiama e dice: “Che Vittorio?” Ci ho detto: “Ho
pensato di ritornarmene a Palermo, sà forse l’aria non ci giova ai miei figli, li vedo un
po’ palliducci” Dice: “Ma Lei si preoccupa dei giornali che attaccano...” Scusando...
Dice: “Se ne fotte” Dice: “per noi non ci sono problemi”. Ci dissi: “Dottore io lo
ringrazio delle sue bontà e di quello che mi stà dicendo, però io per guardarci la
faccia, l’immagine e la dignità a Berlusconi, che lo voglio bene fin’ora, fino a oggi, io
me ne vado. Così i giornali ci danno un taglio”. Ho preso quattro cose, perchè i
mobili e i co... erano tutti di... dell’onorevole Berlusconi, io non è che avevo niente.

163
Abbiamo preso le forchette e i bicchieri, i salvietti e ce ne siamo andati e i vestiti. E
me ne sono andato io. Nessuno mi ha mandato via. Solo per questo motivo. Questa è la
verità, a livello Vangelo, quello che ho detto ora, io oggi.”
Non è diversa la ricostruzione offerta in dibattimento dal teste Fedele
Confalonieri:
“… i miei ricordi sono che ci fu un rapimento nel ’74 in dicembre, ci fu un indagine
per cui Mangano andò in prigione che credo durante l’inverno , fra

il ‘74 e il ’75 e poi se ne andò perché non voleva mettere in difficoltà la famiglia”.

In tempi meno recenti, sentito dal giudice istruttore di Milano in data 26 giugno
1987, lo stesso Silvio Berlusconi, riferendosi all’allontanamento di Mangano da
Arcore, lo aveva attribuito o a un prelevamento delle forze dell’ordine o a una sua
spontanea decisione e, quindi, escludendo l’ipotesi che fosse stato forzatamente
allontanato.
“…. Il MANGANO si era sistemato con la sua famiglia ad Arcore e cioè nella mia
villa, ex villa Casati, e ricordo che poco tempo dopo, dopo un pranzo avvenuto nella
villa uno dei coinvitati Sig. Luigi D’ANGERIO era stato vittima di un sequestro di
persona, casualmente sventato dall’arrivo di una pattuglia dei Carabinieri.
Nell’ambito delle indagini seguite a questo sequestro emerse che il MANGANO
Vittorio era un pregiudicato.
Non ricordo come il rapporto lavorativo del MANGANO cessò se cioè per il
prelevamento delle Forze dell’Ordine o per suo spontaneo allontanamento”.
Non ha trovato invece conferma quanto riferito dal collaborante in merito alla
presenza sul luogo del sequestro di Contorno Salvatore, il quale in quella occasione
avrebbe addirittura guidato l’auto dei sequestratori.
Contorno, sentito in dibattimento (udienza del 7/7/2003) a richiesta della difesa di
Marcello Dell’Utri, ha negato la circostanza ed ha escluso di avere, durante la sua
latitanza, frequentato la villa di Arcore.
La protesta di innocenza di Totuccio Contorno non incide però in modo
significativo sulla attendibilità del Cocuzza, il quale non ha partecipato in prima
persona al fatto, ma ne ha riferito solo per le confidenze ricevute dal Mangano Vittorio
il quale, a sua volta, avendo svolto il ruolo di basista, era rimasto all’interno della villa
nel momento in cui si compiva il fatto delittuoso.
Al contempo, rileva il Tribunale che, non avendo il Cucuzza alcun interesse ad
inserire nel suo racconto un particolare certamente secondario, ma anche
eventualmente controllabile, come la presenza del Contorno al fatto, essendo notoria la
sua ultradecennale collaborazione con la giustizia, si deve piuttosto ritenere che, ove
una tale informazione non sia stata data realmente dal Mangano al Cucuzza, sia
piuttosto da attribuire ad un falso ricordo del collaborante.
In realtà, dall’esame dibattimentale del Contorno emerge una circostanza che può
ben spiegare il riferimento del Cucuzza: Contorno, infatti, dopo avere confermato il
diretto coinvolgimento dei cugini Grado – come già riferito concordemente dal

164
Mutolo e dal Cucuzza – ha introdotto un particolare del tutto inedito, dichiarando che,
quella stessa sera, anche lui era presente a Milano nella casa dei Grado e aveva
appreso dalla loro viva voce il resoconto del loro fallimento .
PUBBLICO MINISTERO:
Senta in relazione proprio a questo fatto dell'avere perso un documento lei
ricorda altri episodi avvenuti per altri uomini d'onore ed altri soggetti diciamo
legati a cosa nostra, in cui erano stati persi dei documenti in relazione proprio
alla commissione di alcuni reati?
CONTORNO SALVATORE:
Va be i documenti e` stato (incomprensibile) quando ha fatto il sequestro, ha
tentato un sequestro su Milano lui, c'era Mangano, c'era suo cugino Pippo
Sarda, Vernengo Giuseppe, c'era Nino Vernengo, mio cugino Nino, Grado
Antonino.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei diceva che c'era chi? Mi deve scusare io ho capito tutti i nomi tranne
Pippo, il secondo nome il cognato non l'ho capito.
CONTORNO SALVATORE:
Pippo Sarda detto di soprannome Vernengo.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi diciamo queste persone c'erano, lei che cosa intende dire che presero
parte a questa...
CONTORNO SALVATORE:
Hanno preso parte a questo sequestro dopo c'era la nebbia, hanno
incidentato cose, quello e` scappato e quello ha fatto la denuncia dei documenti
Vernengo Pietro.
PUBBLICO MINISTERO:
Pietro Vernengo, quindi c'era anche Pietro Vernengo tra questi che fecero...
CONTORNO SALVATORE:
Si, si.
C'era proprio smarrimento di documenti se a voi vi risulta che li aveva persi
e aveva fatto una denuncia di smarrimento.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta ma lei come fa a sapere queste cose?
CONTORNO SALVATORE:
Tramite mio cugino Nino, Grado Antonino.
PUBBLICO MINISTERO:
E che cosa le disse suo cugino Grado Antonino?
CONTORNO SALVATORE:
Che avevano... avevano provato questo sequestro con Vittorio Mangano era
il basante, stavano facendo questo sequestro.
E` andata male e ha pagato solo Vernengo con un po' di anni.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ha detto quindi, se ho capito bene, lei ha detto basante cioe` era la base
Mangano quello che...

165
CONTORNO SALVATORE:
(incomprensibile)
PUBBLICO MINISTERO:
Come?
CONTORNO SALVATORE:
Abitava li` dentro vedeva tutta la gente che andava da Berlusconi no, dal
proprietario.
PUBBLICO MINISTERO:
E perche` cioe` chi era l'oggetto di questa... chi volevano?
CONTORNO SALVATORE:
Non ce lo so dire, non ce lo so dire, era uno che andava a mangiare di la` e
lo dovevano pigliare...
PUBBLICO MINISTERO:
Le venne detto qualche altra cosa in relazione a quella serata, per esempio
con Mangano ne ha mai parlato di questa cosa?
CONTORNO SALVATORE:
Ma con Mangano era pure di casa, io a Mangano c'ho venduto pure un GT
1300 bianco ai tempi di GT dell'Alfa Romeo, aveva un G7 1300 e l'avevo
venduto a lui parlo del 73 - 74 che e` stato, 75.
Si conversava dopo gli è finita bene, male gli e` andata male da una parte, quello
ha perso i documenti gli è andato bene, ai fini c'e` andato a tutti bene, non sono andati
a finire in galera.

PRESIDENTE:
Ora noi abbiamo delle risultanze istruttorie gia` acquisite, in base alla quale
lei avrebbe partecipato, alla guida dell'autovettura, a questo sequestro
D’Angerio, sequestro che e` andato male per causa di nebbia, la macchina e`
andata a sbattere, e` vero questo fatto o no?
CONTORNO SALVATORE:
Signor Presidente io in questo sequestro non ci sono partecipato, non ci sono
andato, l'ho saputo al ritorno che hanno fatto il sequestro.
Siccome precedentemente c'era Salvatore Cangemi che diceva che io ero
andato nella villa di Arcore, ma non ci sono mai andato, pero` dichiarazioni di
Cangemi dice che c'aveva detto Vittorio Mangano, ma io non ci sono mai stato
in questa villa e neanche nel sequestro questa e` la storia.
PRESIDENTE:
Quindi lei non ha partecipato a questo sequestro?
CONTORNO SALVATORE:
No, no non ci sono mai andato.
PRESIDENTE:
Lei poi da chi ha saputo...
(…)
PRESIDENTE:

166
Senta poi da chi ha saputo di questo sequestro fallito, subito dopo lo
(incomprensibile)...
CONTORNO SALVATORE:
Quando e` tornato mio cugino, quando è ritornato mio cugino
(incomprensibile) insieme al quartiere Zingone avevamo un appartamento la` e
lui veniva a dormire la` e ci ha raccontato che hanno avuto i guai e hanno avuto
un incidente.
PRESIDENTE:
Quindi lei in quel momento era a Milano.
CONTORNO SALVATORE:
Si, si, ero a Milano, ero a Milano.
PRESIDENTE:
E lei gia` sapeva di questo sequestro.
CONTORNO SALVATORE:
No, no, non e` che hanno fatto bandiera che dovevano fare il sequestro, gli
e` andata male l'ho saputo...
PRESIDENTE:
L'ha saputo dopo.
CONTORNO SALVATORE:
(incomprensibile) loro chiudevano e il discorso finiva la”`.
Per il resto, proprio la vicinanza del Contorno ai fratelli Grado, con i quali, ancor
prima di essere fatto uomo d’onore (Contorno Salvatore è stato ritualmente affiliato
alla “famiglia” di Santa Maria di Gesù nell’anno 1975), aveva attivamente operato nel
milanese fin dai primissimi anni 70, ha fatto sì che lo stesso, nel corso del suo esame
dibattimentale, facesse riferimento anche alle attività illecite poste in essere nel
milanese dai suoi congiunti, oltre che ai loro rapporti con il più volte nominato
Mangano Vittorio :
AVVOCATO TRANTINO:
…..”Lei aveva dei cugini a nome Grado?
CONTORNO SALVATORE:
Si, c'ho attualmente ancora dei cugini Grado si.
AVVOCATO TRANTINO:
Puo` dirci i nomi di battesimo?
CONTORNO SALVATORE:
Ce ne era uno Antonino, uno Gaetano, uno Salvatore, uno Vincenzo ed uno
Giacomo.
AVVOCATO TRANTINO:
Negli anni 70 lei ha mai frequentato Milano?
CONTORNO SALVATORE:
Si, ho frequentato Milano per un po' di anni.
AVVOCATO TRANTINO:
Ci puo` dire per favore suoi periodi di latitanza, se ce ne sono stati,
neglianni 70?
CONTORNO SALVATORE:

167
Senta con precisione latitanza io ero latitante e stavo a Milano no? Dal 70
fino al 73 sono stato a Milano...
AVVOCATO TRANTINO:
Si.
CONTORNO SALVATORE:
Dopo sono sceso a Palermo e stavo a Palermo.
AVVOCATO TRANTINO:
Quindi dal...
CONTORNO SALVATORE:
Dopo mi hanno mandato...
Si prego.
AVVOCATO TRANTINO:
Dal 70 al 73 lei e` stato a Milano latitante, successivamente e` tornato a
Milano mentre era latitante?
CONTORNO SALVATORE:
Si, ogni tanto ci andavo.
AVVOCATO TRANTINO:
Ora in questi anni lei, mentre era latitante ed andava a Milano, frequentava
i suoi cugini i fratelli Grado...
CONTORNO SALVATORE:
Si .
AVVOCATO TRANTINO:
Oppure Vittorio Mangano?
CONTORNO SALVATORE:
Si.
Tutti insieme erano.
AVVOCATO TRANTINO:
Tutti insieme.
CONTORNO SALVATORE:
Eravamo tutti insieme si.
AVVOCATO TRANTINO:
Dove vi incontravate?
CONTORNO SALVATORE:
Ma c'era un bar pizzeria in via Washigton, dopo c'era nel lungo Tevere c'era
un ristorante dove mangiavamo e dopo dormivamo in zone vicine.
AVVOCATO TRANTINO:
Quali erano queste zone vicine?
CONTORNO SALVATORE:
Lorenteggio.
AVVOCATO TRANTINO:
Mi scusi.
CONTORNO SALVATORE:
Dormivamo al Lorenteggio.
AVVOCATO TRANTINO:

168
Lorenteggio.
CONTORNO SALVATORE:
Si.
Piazza Napoli (incomprensibile) pure.
AVVOCATO TRANTINO:
Lei ha mai conosciuto una persona a nome Marcello Dell'Utri?
CONTORNO SALVATORE:
No, questo Marcello Dell'Utri ne ho sentito parlare, ma non lo conosco di
persona.
AVVOCATO TRANTINO:
Che significa ne ha sentito parlare?
CONTORNO SALVATORE:
Ne sentivo parlare perche` c'era Vittorio Mangano che abitava a Villa
Arcore, ci faceva lo stalliere a Berlusconi, a Silvio Berlusconi ci faceva lo
stalliere, uomo di fiducia della fattoria.
AVVOCATO TRANTINO:
E di questo quando ne ha sentito parlare?
CONTORNO SALVATORE:
Ma gia` ne sentivo parlare pure ai tempi che era a Milano perche` questo
Vittorio Mangano abitava di la`, noi tutti i giorni ci vedevamo con Vittorio
Mangano perche` era u compari di mio cugino Nino Grado, tutti i giorni ci
vedevamo quando io ero di la` e sapevamo questo particolare.
AVVOCATO TRANTINO:
E quindi in quale periodo di tempo.
CONTORNO SALVATORE:
Ma io parlo di anni del 70 - 71 - 72 fino al 73, se non erro.
AVVOCATO TRANTINO:
Quindi fino al 73 lei sentiva Vittorio Mangano parlare di Arcore del fatto
che era ad Arcore?
CONTORNO SALVATORE:
Eh stava la`, lavorava la` lui, aveva la famiglia pure la`.
In quell'epoca aveva la moglie con due figli, dopo ha avuto una terza figlia e
ce ne ha avute tre figlie femmine.
AVVOCATO TRANTINO:
Perfetto fino al 73 questo.
Giusto? Fino al 73 le ho chiesto.
CONTORNO SALVATORE:
Si”.
A proposito delle dichiarazioni dibattimentali rese da Salvatore Contorno in merito
a Dell’Utri Marcello, la difesa ha contestato il contenuto di un precedente verbale del 7
marzo 1994, reso davanti la d.ssa Boccassini, pubblico ministero in servizio presso la
Procura della Repubblica di Milano, in seno al quale Contorno si era limitato a negare
di avere mai conosciuto Dell’Utri e di averne sentito parlare all’interno dell’ambiente
criminale nel quale gravitava insieme ai suoi cugini Grado.

169
AVVOCATO TRANTINO:
Senta io le ho rivolto tutte queste domande relativamente alla perdita del
programma di protezione, alla sua collaborazione leale con la giustizia perche`
lei e` stato sentito il 07 marzo 94 davanti alla dottoressa Boccassini proprio su
questo tema.
CONTORNO SALVATORE:
Si.
AVVOCATO TRANTINO:
E alla dottoressa Boccassini che le chiedeva "lei conosce Marcello
Dell'Utri" ha risposto "no, non lo conosco"”.
La difformità non appare rilevante (avendo il Contorno anche nel presente
dibattimento continuato a negare di avere conosciuto personalmente il Dell’Utri e di
avere mai frequentato la tenuta di Arcore) e sicuramente non incide sulla credibilità del
riferimento operato dal dichiarante durante la sua audizione dibattimentale,
perfettamente coerente con il resto delle emergenze probatorie relative agli stretti
rapporti che Mangano Vittorio aveva in quegli anni, da una parte, con i fratelli Grado
(ai quali era molto vicino, tanto che uno di essi aveva battezzato la figlia del Mangano
e i due erano quindi divenuti “compari”, legame che in alcuni ambienti palermitani è
considerato quasi una parentela) e, dall’altra, con Dell’Utri Marcello e Cinà Gaetano,
grazie ai quali si era stabilito nella villa di Arcore.
Conseguentemente, non appare verosimile che Contorno non avesse sentito parlare
di Dell’Utri negli anni in cui Mangano risiedeva ad Arcore.
In riferimento al sequestro D’Angerio, la difesa di Marcello Dell’Utri ha rimarcato
la irragionevolezza della ricostruzione offerta dalla Pubblica Accusa, rilevando che un
tale comportamento, in contrasto con il presunto ruolo di garante che Mangano avrebbe
dovuto svolgere nella villa, non può che contraddire la tesi che vorrebbe accreditare
allo stesso il ruolo di “rappresentante di cosa nostra” per espresso incarico dei vertici di
quel sodalizio.
Una tale considerazione però non tiene affatto conto dalle particolari connotazioni
criminali e delle peculiarità di “cosa nostra” (certamente diverse da quelle di una ditta
addetta alla sicurezza) e che anzi fanno sì che l’episodio si inquadri perfettamente nella
logica di questa organizzazione criminale che pone in essere una strategia fatta di
minacce ed intimidazioni proprio per far sì che l’imprenditore, entrato nel suo mirino,
si leghi ancora di più all’organizzazione stessa; nel caso di specie, infatti, è facile
immaginare come il Mangano sarebbe “cresciuto” di importanza agli occhi di Silvio
Berlusconi e quali vantaggi avrebbe potuto trarne (e, con lui, l’intera organizzazione
criminale “cosa nostra”) nel caso in cui il sequestro fosse andato a buon fine e lo stesso
Mangano avesse potuto gestirlo garantendo in prima persona la salvezza dell’ostaggio
e il buon esito delle trattative per il riscatto.
Sono quindi del tutto coerenti con questa ricostruzione i riferimenti ricavabili dalle
dichiarazioni di quei collaboratori di giustizia, i quali hanno fatto riferimento ad un
diretto coinvolgimento, nella organizzazione del sequestro, di uomini d’onore facenti
capo, a vario titolo, alle “famiglie” di Stefano Bontate e Pippo Calò, a riprova della

170
particolare attenzione che l’organizzazione mafiosa aveva posto ai rapporti con
l’imprenditore Silvio Berlusconi.
In conclusione, se l’attivo coinvolgimento del Mangano nella organizzazione del
sequestro D’Angerio poteva costituire agli occhi di Berlusconi violazione di quel
mandato di garante assunto all’atto del suo trasferimento ad Arcore (tanto da indurlo,
secondo quanto riferito da Cocuzza, ad un irrigidimento dei suoi rapporti col
Mangano), il complesso delle emergenze probatorie finora richiamate lascia
chiaramente intendere che questo episodio, in realtà, era destinato ad inserirsi in una
più complessa strategia destinata ad avvicinare e legare maggiormente l’imprenditore
Berlusconi alla organizzazione criminale, secondo un disegno al quale non appaiono
affatto estranei i vertici di quel sodalizio, ed in particolare lo stesso Stefano Bontate,
come viene confermato dalla attiva partecipazione al sequestro dei Grado e dello stesso
Vernengo Pietro, tutti uomini d’onore della “famiglia” di Santa Maria di Gesù a capo
della quale era appunto il Bontate.
Per quanto riguarda il periodo immediatamente successivo al sequestro D’Angerio,
è certo che Mangano rimase nella villa di Arcore almeno fino al 27 dicembre 1974,
data in cui venne tratto in arresto per scontare una pena di mesi dieci e giorni 15 di
reclusione (alla quale era stato condannato per il reato di truffa) e in quel luogo fece
ritorno quando venne scarcerato il 22 gennaio 1975.
Gli elementi che si ricavano dalle emergenze processuali non sono invece univoci
nel dimostrare il successivo periodo di permanenza del Mangano nella villa di Arcore
e non consentono di datare con certezza il suo allontanamento.
Da una parte è certo che ad Arcore rimase, per tutto il 1975, la famiglia del
Mangano, il quale conservò ivi la sua residenza anagrafica ancora fino al mese di
ottobre del 1976 .
Risulta ancora che, in data 1° dicembre 1975, Mangano, tratto nuovamente in
arresto perché trovato in possesso di un coltello di genere vietato, dichiarò di essere
residente ad Arcore e il 6 dicembre 1975, al momento in cui uscì dal carcere, elesse
domicilio in via San Martino n. 42, dove è ubicata la villa di Arcore.
E’ questo un dato certamente significativo, per le implicazioni non meramente
formali che sono connesse ad una di elezione di domicilio e che presuppongono il
mantenimento di un effettivo legame con il luogo dichiarato.
E che la permanenza ad Arcore del Mangano e della sua famiglia (composta da
moglie e figlie) si sia protratta per circa due anni è emerso da alcuni riferimenti che si
ricavano dalle dichiarazioni dei diretti interessati.
Lo stesso Marcello Dell’Utri, in una intervista pubblicata dal quotidiano “Corriere
della Sera” del 21 marzo 1994, ha indicato in due anni il tempo di permanenza di
Mangano ad Arcore.
Si legge nell’articolo:
“L’ho conosciuto ( il riferimento è a Mangano ) nella Palermo degli anni ’60: ero
allenatore della Bacigalupo, squadra di calcio giovanile. Era una specie di tifoso.
Commerciava in cavalli.
Me ne ricordai nel 1975. Mi ero trasferito a Milano ( 1961 ), ero divenuto
assisente di Berlusconi ( 1973 ), già mio compagno di università. Mi incaricò di

171
cercare una persona esperta di conduzione agricola.
Così chiamai Mangano. Rimase ad Arcore due anni. E si comportò benissimo.”
Anche Mangano Vittorio, durante il suo esame dibattimentale, pur collocando il
suo allontanamento da Arcore in un tempo immediatamente successivo al sequestro
D’Angerio, ha fatto riferimento ad un periodo di due anni.
Prima di avvalersi della facoltà di non rendere interrogatorio a fronte delle
domande sempre più incalzanti del P.M., Vittorio Mangano aveva, tra l’altro,
dichiarato:
VITTORIO MANGANO: ... E sono il fattore del dottore Berlusconi.
Andavo a fare la spesa con mia moglie e mi ritiravo poi ci andavano pure le
cameriere. E’ successo un fatto clamoroso. Clamoroso che mi ha indotto ad andare
via e Le spiego poi perchè. Perché io ero già rsidente li, ad Arcore, da circa due anni,
Al Municipio, le carte d’identità, nella patente, trapasso nella patente, pagavo le tasse,
tutto. Quindi, i magistrati lo sapevano che io era ad Arcore, in Villa San Martino 42,
alle dipendenze di questo titolare. Un giorno mi manda a chiama il maresciallo dei
Carabinieri di Arcore. Dice: “Mangano”, dice: ”E’ venuto”, dice: “Mi dispiace, lo
devo arrestare”. “Perchè?” Dice: “Lei ci ha una condanna definitiva da due mesi,
esecutiva, da due mesi e giorni”.
In contrasto con tali emergenze, il dato ricavabile dalla relazione del personale
della Stazione dei CC di Arcore del 28 gennaio 1976 (nota con la quale si informava la
Questura di Milano che il Mangano, giunto ad Arcore il 1° luglio 1974 proveniente da
Milano, aveva lavorato presso la Villa Casati “per alcuni mesi”), porta a dubitare della
effettiva permanenza del Mangano presso la villa di Arcore per un tempo
corrispondente a quello della sua residenza anagrafica.
In ogni caso, la circostanza non assume significativo rilievo ai fini che qui
importano: pur volendo ritenere provato l’assunto difensivo che colloca
l’allontanamento di Mangano da Arcore nei primi mesi del 1975 (in contrasto
inconciliabile con le risultanze documentali prima richiamate), è certo che
l’allontanamento avvenne in modo indolore per decisione (autonoma o suggerita da
Marcello Dell’Utri) presa da Silvio Berlusconi, il quale continuò ad ospitare presso la
propria villa la famiglia del Mangano e non risulta che abbia in alcun modo indirizzato
i sospetti degli investigatori sul suo “fattore”, conservando ancora a distanza di molti
anni le grate parole del Mangano.
Peraltro, è bene non dimenticare che il dato concernente l’allontanamento di
Mangano da Arcore non riguarda la posizione dell’imputato Dell’Utri, il quale non ha
mai interrotto i suoi rapporti con il Mangano, pur essendo ben consapevole, alla luce
delle sue stesse ammissioni, della caratura criminale del personaggio .

L’ATTENTATO ALLA VILLA DI VIA ROVANI

Tornando ad una stretta cronologia degli avvenimenti presi in esame nel corso della
istruttoria dibattimentale, è necessario adesso prendere in considerazione il grave
attentato commesso ai danni della villa di via Rovani il 26 maggio del 1975.

172
Quel giorno una bomba era stata collocata nella villa, allora in fase di restauro,
provocando ingenti danni con lo sfondamento dei muri perimetrali e il crollo del
pianerottolo del primo piano.
L’attentato venne denunciato personalmente da tale Donati Walter (v. doc. 36 del
faldone 40).
Solo indagini successive consentirono di ricondurre l’attentato in questione alla
persona di Silvio Berlusconi.
La d.ssa Galetta Graziella, sentita all’udienza del 27 ottobre 1998, riferendo in
merito ad alcune risultanze desumibili da atti in possesso della DIGOS, ha richiamato
le indagini condotte a metà degli anni ’70 a seguito della notizia riferita da fonte
confidenziale circa una richiesta estorsiva ricevuta da Berlusconi e accompagnata dalla
minaccia di sequestro del figlio, collegata temporalmente all’attentato del 26/5/1975.
GALETTA:
………… che è stato accertato successivamente appartenere a Berlusconi ….
“è stato appurato successivamente in altre indagini, ma non in questa, perché in
questa circostanza la denuncia che aveva prodotto danni ingenti al muro di cinta della
scala e quindi era in fase di ristrutturazione, fu denunciato da tale Donati Walter, che
altri non era che il socio della Società Generale Attrezzature, o qualcosa del genere,
che era l’intestatario della ditta. Quindi solo successivamente è stata ricondotta la
villa a Berlusconi, ma non in quella circostanza e quindi a parte questa cosa qui non è
stata fatta una denuncia da parte di Berlusconi; quindi Donati Walter ha fatto
l’intervento in Questura e quindi lui ha detto che c’erano questi danni e ha anche
attestato , se non ricordo male, che non c’erano state minacce e nessuna denuncia di
nessun genere”.
Le indagini espletate non evidenziarono concreti elementi che consentissero di
individuare i responsabili di quel grave attentato; è risultato, invece, dal contenuto di
conversazioni telefoniche intercettate circa 11 anni dopo, in occasione di un secondo
attentato commesso in data 28 novembre 1986 ancora ai danni della stessa villa di via
Rovani, che da parte di Silvio Berlusconi e di Marcello Dell’utri non vi fossero dubbi
in merito alla riconducibilità dell’attentato del 1975 proprio alla persona del Mangano.
Queste intercettazioni saranno esaminate più approfonditamente nel prosieguo,
perché strettamente attinenti alle dichiarazioni di Galliano Antonino in merito
all’incontro del 1986 con Cinà Gaetano.
E’ utile, adesso, fare riferimento all’intercettazione della telefonata, registrata alle
ore 00,12 del 29 novembre 1986 (qualche ora dopo lo scoppio della bomba), nella
quale Silvio Berlusconi, dopo avere chiamato Dell’Utri, gli rappresentava che, da una
serie di deduzioni e per “il rispetto che si deve all’intelligenza”, l’autore dell’attentato
era da identificarsi nella persona di Mangano Vittorio, responsabile, secondo i due
interlocutori, anche dell’attentato di undici anni prima.
Nel corso della stessa telefonata, il medesimo convincimento veniva espresso
anche da Fedele Confalonieri in modo ironico, alludendo alla medesima “tecnica”
usata senza “fantasia” dal Mangano nei due attentati attribuitigli dagli interlocutori:
CONFALONIERI: non è un uomo di fantasia

173
E ancora dopo:
CONFALONIERI :
… come la lettera ( o simile ) con la croce nera, come l’altra volta, ti ricordi?
Si riporta integralmente il testo della telefonata intercettata:
“DELL’UTRI.:
Pronto?
VOCE FEMMINILE:
Pronto?
DELL’UTRI.:
Si?
VOCE FEMMINILE:
Buonasera, sono Marinella, glielo passo!
DELL’UTRI:
Ecco, grazie!
Attesa
BERLUSCONI:
Pronto?
DELL’UTRI:
Pronto!
BERLUSCONI:
Marcello!
D.:
eccomi!
B.:
Allora, è Vittorio Mangano…
D:
Eh! ,…Che succede?
B.:
… che ha messo la bomba!
D:
Non mi dire!
B:
Si.
D:
E come si sa?
B:
Eh, … da una serie di deduzioni, per il rispetto che si deve all’intelligenza.
D:
Ah!…
B:
…E’ fuori…
D:
Ah, è fuori?
B:

174
Sì, è fuori.
D:
Ah, non lo sapevo neanche!
B:
E questa cosa qui, da come l’ho vista fatta, con un chilo di polvere nera..
D:
…ah!…
B:
… ma fatta con molto rispetto, quasi con affetto..
D:
… ah!..
B:
Ecco, secondo me, è come una rich…un altro manderebbe una lettera o farebbe
una telefonata: lui ha messo la bomba!
D:
Perché… perché non si spiega, proprio!
B:
Eh?
D:
Cioè, non si spiega se non c’è un … se…
B:
Io purtroppo , stasera sono stato interrogato dai carabinieri, mi hanno portato
loro.. quello di Monza, no?..
D:
..sì!..
B:
.. sul fatto di Vittorio Mangano…
D:
…sì!…
B:
.. e io ho dovuto avvisare, insomma! Cioè, ho dovuto dire : “Sì, è vero, era là…”,
gli ho raccontato la storia che loro sapevano benissimo, peraltro!
D:
Eh, si capisce!
B:
Loro c’erano arrivati prima di me!
D:
Sì, sì, la sanno benissimo, sì, sì.
B:
Ecco.
D:
Tra l’altro, appunto…
B:
Io … io penso che sia lui!

175
D:
Sì, sì, sì.
B:
Perché , scusami, tu spiegami perché uno debba mettere una bomba!..
D:
… no!..
B:
… ti dirò, eh!
D:
Io non lo so..
B:
Sì, poi la bomba fatta proprio rudimentale…
D:
… sì, sì!..
B:
… con un chilo di polvere nera!
D:
Quindi, proprio..
B:
…Proprio … sì, sì, col sistema proprio…
D:
… per dire: faccio un botto!
B:
…faccio, faccio un botto!
D:
… sì!
B:
Ma poi con molto rispetto, perché mi ha incrinato soltanto la parte inferiore della
cancellata.
D:
Ah!
B:
Una cosa, un danno da duecentomila lire.
D:
sì, sì, sì.
B:
Quindi, una cosa anche … rispettosa ed affettuosa.
D:
…sì ( ride)
B:
Eh?
D:
( ridendo ) Pazzesco! Sì, sì, sì.
B:

176
Va bè, io ritengo che sia così! Quindi adesso aspettiamo che poi ..
D:
Certo, sentiamo, sì. Comunque.. pare starno però, eh! Perché… sì, tu dici
giustamente che lui …
B:
Ah, non c’è altra spiegazione!
D:
Sì, sì, sì.
B:
E’ la stessa via Rovani come allora…
D:
Sì, sì…
B:
… e lui fuori di prigione.
D:
Sì, sì. Però, sentiamo, adesso.
B:
Adesso vediamo!
D:
Sì, sì. Io, tra l’altro, avevo parlato … mi ha chiamato quello della DIGOS…
B:
… sì!…
D:
.. mi ha detto se c’era bisogno , qualsiasi cosa, perché loro …
B:
..sì, sì…
D:
… ho detto:” maH, guardi, ci sentiamo domani per qualsiasi cosa!”
B: qual è, quello che tu…
D:
… sì, sì…
B:
… sei andato a parlargli( incomprensibile)?
D:
Esatto, esatto!… sì, sì!… il quale mi ha detto anche lui …
B:
Io ho fatto un summit con tutti i carabinieri di Milano e di Monza, stasera.
D:
Ah, ecco!
B:
Quello di Monza aveva la sua tesi…
D:
Sì, sì.
B:

177
…e… credo che sia così!
D:
Sì, sì, sì. Eh, quindi , bene, va bene. Insomma, comunque credo anch’io che non ci
sono altre richieste ( o simile). Anche perché non ci sono, voglio dire! Si sarebbero
fatti sentore, insomma, no? Eh! Sì, sì, bè! E insomma!…
B:
Va bè… niente, stiamo a vedere..
D:
Va bene!
B:
…cosa succede!
D:
Okay!”
Segue una parte in cui i due interlocutori fanno riferimento ad alcuni argomenti che
nulla hanno a che vedere con il subito attentato, per poi riprendere il discorso su
Mangano nei termini che seguono:
“B:
Altre cose? Pensaci un po’ anche tu: per me l’unica cosa è quella lì!
D:
Sì, sì, ma io non ci ho fatto ancora tante riflessioni , ti dirò. Però, sono… anch’io
condivido.
B:
Arcore…
D:
Sì, sì, sì.
B:
… bè, voglio dire, via Rovani, via Rovani..
D:
Sì, sì, no, ma poi , voglio dire, non c’è neanche , vedi…chi…chi…
B:
Cioè, questo qui… mi hanno aperto un po’ gli occhi i carabinieri, quando mi
hanno detto:”Questo qui è un chiaro segnale estrsivo!”
D:
Sì, sì.
B:
Non c’è altra spiegazione! Perché , se fosse un fatto terroristico…
D:
Io…classico avvertimento di un qualcosa che …
B
: …Estorsivo!
D:
… che vuole arrivare.
B:
…un segnale di un’estorsione!

178
D:
Sì, sì, sì.
B:
E, quindi, il segnale di un’estorsione, ripensi…che a undici anni fa…
D: Uh, uh…sì, sì, sì. Sì, ma non non vedo neanch’io altro…pensandoci ben, hai
ragione! …da dove può arrivare, insomma?
B: No, quando poi mi hanno detto che era uscito da poco!..
D: Ma e questo io non lo sapevo proprio! Perché non ci avevo proprio fatto
riferimento. Infatti, mi è venuto… mi è passato, ma dico:”mah, non può essere lui!”.
In effetti, però, se è fuori…non avrei dei dubbi netti,va! Va bè, tu sei sicuro che è fuori,
sì?

B:
Sì, sì, me l’han detto loro!
D:
Te l’han detto loro?
B:
Ma loro han fatto tutto. Quando uno ti dice…mah!…E’ venuta da..
D:
Sì, sì, guarda, se è fuori, allora possiamo dire certezza , non sospetto!
B:
Ti passo Fedele.
D:
Okay.
B:
Ciao.
D:
Ciao.
B:
Ciao.
CONFALONIERI :
Marcello!
D
: Allora?
C:
Come va?
D:
Eh!…
C.:
Sei d’accordo anche tu, no?
DELL’UTRI:
Sì, sì, guarda, non sapevo che è fuori!
C.:
…sì…

179
D.:
.. ma se è fuori, non ci sono dubbi, direi!
C.:
..sì, sì..
D.:
…perché non c’è… a parte che non … non c’è..voglio dire..
C.:
Non è un uomo di fantasia!
D.:
Non è un …Esatto! Proprio è… si ripete..
C.:
( ridendo) Ha cominciato a dieci anni a fare così…
D.:
…sì, sì!…
C.:
… ha quarantasei anni adesso!
D.:
Sì, e poi , anche con un attentato timido, in effetti!
C.:
sì, sì.
D.:
… solo per dire:”sono qui”( ride).
C.: ( ridendo) E già!
D.:
…”sono qui!”, ma , dico, no, perché va bè…
C.:
… come la lettera ( o simile ) con la croce nera, come l’altra volta, ti ricordi?”
La conversazione poi prosegue ancora, ma le frasi finora riportate dimostrano
adeguatamente come nessuno dei tre interlocutori nutrisse alcun dubbio nel ricondurre
alla persona di Mangano Vittorio la responsabilità dell’attentato commesso ai danni
della villa di via Rovani undici anni prima (il riferimento è quindi all’attentato del 26
maggio 1975).
Malgrado non si nutrissero dubbi in merito al responsabile, nessuna utile
indicazione all’epoca dei fatti era stata offerta agli investigatori ma, al contrario, si era
deciso addirittura di non denunciare direttamente l’attentato.
In questa sede, il teste Fedele Confalonieri, pur confermando le minacce di
sequestro ricevute non più tardi del 1976 (“….quindi, secondo me, dovrebbe essere
verso il 75, e ci furono, anzi ci … , io ricordo una lettera , però avrebbero potuto
essere due , io ricordo una lettera con dei ritagli … delle lettere dei ritagli di giornale
e una croce in fondo …”) e malgrado il tenore letterale della conversazione
intercettata, ha negato che fossero state fatte ipotesi sui possibili responsabili (“…
.venne fatta qualche ipotesi? Si fece l’ipotesi di scappare”), giungendo finanche a
negare, nel prosieguo del controesame, il verificarsi di un precedente analogo attentato
dinamitardo.

180
Al PM che contestava al teste il brano della conversazione intercettata alla fine del
1986 e chiedeva:“Lei ricorda se nel 1975 si fece analoga ipotesi?” Confalonieri
rispondeva: “….Perché c’era stata un’altra bomba? Questo no…” (v. pag. 40 della
trascrizione di udienza), malgrado fosse stato proprio l’attentato del 1975 ad avere
prodotto le conseguenze più devastanti rispetto a quello del 1986, che venne
ironicamente definito da Dell’Utri e Berlusconi come “….una cosa anche, rispettosa ed
affettuosa….”.
Secondo la ricostruzione offerta in dibattimento dal teste Confalonieri, sarà proprio
in concomitanza con queste minacce, subito dopo l’allontanamento di Mangano da
Arcore, che Berlusconi, dopo essersi rifugiato all’estero per alcuni mesi con la sua
famiglia, al suo ritorno si era premunito con un adeguato sistema di difesa privata.
Quanto sopra dimostra, ancora una volta, che, prima di quel momento, Silvio
Berlusconi aveva ritenuto che la protezione della sua famiglia potesse essere
adeguatamente garantita ed assicurata dalla sola presenza di Mangano a villa Arcore.
AVV. TARANTINO
- Torniamo un attimo indietro, al periodo cioè in cui Mangano si allontana, il
periodo in cui nasce il rapporto con Dottor Marcello Dell'Utri, in cui si trasferisce ad
Arcore. Ecco in quegli anni là, diciamo metà anni ’70, sa se il Dottor Silvio
Berlusconi ha mai ricevuto delle minacce di sequestro di persona ai suoi danni o ai
danni dei suoi familiari?
CONFALONIERI
- Beh, adesso di preciso non glielo saprei dire ma sicuramente non va più tardi
del ’76.
AVV. TARANTINO
- Quindi, l'ha subìto?
CONFALONIERI
– Quindi, secondo me, dovrebbe essere verso il ‘75 e ci furono, anzi ci..., io
ricordo una lettera, però avrebbero potuto essere due, io ricordo una lettera scritta
con dei ritagli... delle lettere dei ritagli di giornale e con una croce in fondo e
naturalmente c'erano minacce nei confronti dei figlioli, dei bambini. Proprio a causa
di quelle minacce, Berlusconi prese la sua famiglia e la portò prima in Svizzera; io mi
ricordo che andammo anche a accompagnarlo con Marcello Dell'Utri a Nyon, che è
vicino a Ginevra. Credo che poi stettero lì un paio di settimane o tre settimane e poi
andarono nel sud della Spagna, a Marbella e stettero lì qualche mese - io so - che...
AVV. TARANTINO
- Qualche mese addirittura? E come cautele poi al rientro in Italia, che cosa
affrontaste? Sa se il Dottor Berlusconi...?
CONFALONIERI
- Berlusconi si circondò di personale, di guardie.
AVV. TARANTINO
- Di guardie private?
CONFALONIERI
- Di guardie private, adesso non ricordo bene quante e altro ma fu da lì che
comincio a circondarsi di persone che potessero difendere lui e suoi familiari, e anche

181
la sua proprietà.

AVV. TARANTINO
- Queste guardie private, erano a tutela del Dottor Berlusconi solo in alcune
ore della giornata oppure per tutte le 24 ore?
CONFALONIERI
- Io ricordo che i bambini avevano la tutela sempre e anche la villa c'era gente,
c'era...
AVV. TARANTINO
- Lei ricorda chi fosse il chiamiamolo “coordinatore” di queste guardie private?
CONFALONIERI
- Mah, io ricordo un certo Tiraboschi.
AVV. TARANTINO
- Ricorda un nome, Quartarone?
CONFALONIERI
- Quartarone è diverso. Quartarone è una persona..., un ex agente di Polizia
andato in pensione che venne più in ufficio, era più per la sorveglianza in ufficio,
quando eravamo in Via Rovani, così, che presso la famiglia.
AVV. TARANTINO
- Ha detto che era un ex?
CONFALONIERI
- Agente di Polizia.
AVV. TARANTINO
- Quindi c'erano le guardie private del Dottor Berlusconi, più c'era questo
Quartarone, ex agente di Polizia, che?
CONFALONIERI
- Che era un ufficio, era sempre in ufficio”.
La stessa indicazione temporale in ordine al periodo in cui Silvio Berlusconi ebbe
ad organizzare un servizio di guardie private per la sua protezione personale (a riprova
ulteriore del fatto che, in epoca antecedente, lo stesso servizio veniva assicurato
diversamente), viene fornita dallo stesso imputato Marcello Dell’Utri, il quale,
all’udienza del 29 novembre 2004, così dichiarava spontaneamente :
DELL’UTRI:
“… Berlusconi aveva fatto fare un pullman blindato per fare Roma/Milano,
quell’epoca, dopo il 1974, i sequestri erano all’ordine del giorno, Berlusconi si
attrezzò, non ho detto anche questo; dopo Mangano , Berlusconi si attrezzò con un
corpo di guardia considerevole, che è sempre aumentato , sino ad essere un
esercito…”.
Lo stesso riferimento temporale si ricava, sia pure con delle imprecisioni, dalle
dichiarazioni del teste Ezio Cartotto, sentito in dibattimento all’udienza del 4 maggio
1998.
Si tornerà nel prosieguo sulle ulteriori dichiarazioni del teste, avendo il Cartotto
fatto riferimento alla conoscenza con Marcello Dell’Utri (tramite Silvio Berlusconi), al
passaggio dell’imputato alla corte del Rapisarda, ed alle vicende, direttamente vissute,

182
precedenti la nascita del partito Forza Italia e concomitanti alla stessa.
Nella parte che qui interessa, è utile ed opportuno rilevare che il Cartotto aveva
conosciuto Silvio Berlusconi nel periodo in cui questi stava costruendo Milano 2 e tale
conoscenza era stata occasionata proprio dagli interessi imprenditoriali di Berlusconi
nel settore edilizio e dai problemi incontrati con la nuova amministrazione regionale
lombarda.
Il teste, attivo nella DC lombarda, nel cui interno aveva ricoperto vari incarichi, ed
operante in quegli anni proprio nel settore “territorio”, ebbe modo di incontrare
l’imprenditore Silvio Berlusconi, il quale stava cercando dei contatti con
l’amministrazione regionale lombarda per concordare le modalità di prosecuzione dei
suoi progetti.
Fu proprio tramite Berlusconi che Cartotto conobbe Marcello Dell’Utri, in quel
periodo ancora in modo superficiale.
Durante il suo esame dibattimentale, il teste ha ricordato con precisione l’attentato
di via Rovani del 1975, collocando nello stesso lasso di tempo (in un periodo in cui,
secondo il ricordo del teste, Dell’Utri non era più al fianco di Berlusconi) le
preoccupazioni manifestategli da quest’ultimo circa la sicurezza dei suoi familiari a
fronte delle quali il Cartotto lo avrebbe indirizzato al dirigente della sezione politica, il
dr. Allegra, il quale avrebbe indicato a sua volta un poliziotto prossimo al
pensionamento, tale Quartarone.
Mai in precedenza Silvio Berlusconi gli aveva manifestato alcuna preoccupazione
per la sua sicurezza e quella dei suoi familiari.
PUBBLICO MINISTERO :
E poi ha avuto di conoscere, quindi diceva, anche il dottore Dell’Utri, se può
precisare quando.
CARTOTTO EZIO :
Diciamo che nello stesso periodo in cui ho conosciuto Berlusconi, ho
conosciuto anche, sfuggevolmente per la verità, il dottor Dell’Utri perchè era lì,
collaborava col dottor Berlusconi ed i nostri incontri erano abbastanza occasionali e
non erano assolutamente approfonditi. Io ho visto che aveva un ottimo rapporto con il
dottor Berlusconi, poi a un certo punto col passare del tempo ho visto che invece il
dottor Dell’Utri si era allontanato dal dottor Berlusconi, non l’ho più rivisto lì.
Omissis
PUBBLICO MINISTERO :
Senta lei, nell’ambito di questo rapporto che ha definito di amicizia con il
dottore Berlusconi, ricorda se il dottore Berlusconi le manifestò mai preoccupazioni
circa pericoli di sequestri di persona o comunque rapimenti di propri familiari?
CARTOTTO EZIO :
Si, lo manifestò nel periodo ‘73/’74, cominciò ad avere delle preoccupazioni di
questo genere perchè evidentemente non mi ha spiegato esattamente le circostanze,
ma aveva avuto dei segnali di pericolo e mi chiese anzi se io avevo da suggerirgli
qualche persona che potesse aiutarlo a difendere se stesso e la sua famiglia da un
problema del genere.
PUBBLICO MINISTERO :

183
E lei si interessò in qualche modo?
CARTOTTO EZIO :
Si, mi interessai con l’allora capo della squadra politica di Milano, dottore
Allegra, il quale... al quale chiesi... mi segnalò una persona di una certa età che
probabilmente da lì a non molto tempo doveva lasciare la Polizia, come una persona
di fiducia che poteva interessarsi di aiutare il dottor Berlusconi a trovare degli uomini
giusti per difendere lui e la sua famiglia. Lui era molto preoccupato, per fino di
possibili rapimenti di familiare in mare addirittura, perchè aveva una villa a Portofino
e temeva che potesse esserci un rapimento anche lì.
PUBBLICO MINISTERO :
E questa persona... Ricorda il nome di questa persona?
CARTOTTO EZIO :
Mi pare che fosse Quartarone.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, ma lei ha dato un indicazione di tempo grossomodo, rispetto al periodo
in cui il dottor Dell’Utri non lavorava più con il gruppo Berlusconi e lavorava con
Rapisarda, lei colloca queste confidenze... queste preoccupazioni del dottor Berlusconi
in qualche modo prima, dopo, durante?
CARTOTTO EZIO :
Guardi queste preoccupazioni furono manifestate verso il ‘73/’74, la
cessazione mi pare di questa prima fase di rapporti col dottor Dell’Utri credo che
risalga pressappoco allo stesso periodo, però insomma... intorno al ‘74 credo, a
memoria mia.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi per quello che è il suo ricordo, è nel periodo in cui il dottore Dell’Utri
non era più...
CARTOTTO EZIO :
Non era più...
PUBBLICO MINISTERO :
...con Silvio Berlusconi. E in precedenza il dottor Berlusconi quindi non aveva
mai manifestato questo tipo di preoccupazioni?
CARTOTTO EZIO :
No”.
Ed è significativo, ad avviso del Tribunale, che la difesa di Marcello Dell’Utri
abbia rinunciato ad esaminare i numerosi testi (ben nove), originariamente inseriti
nella lista depositata il 7 ottobre 1997 (v. pag. 15), per riferire su questa circostanza.

LA CONTINUITA’ DEI RAPPORTI TRA DELL’UTRI E MANGANO

Per quanto riguarda i rapporti tra Dell’Utri Marcello e Mangano Vittorio anche dopo
l’allontanamento di questi da Arcore, un primo riferimento si ricava dalle dichiarazioni
dibattimentali di Calderone Antonino.
Uomo d’onore della “famiglia” di Catania fin dai primi anni ’60, fratello di Giuseppe
Calderone, segretario della c.d. “Regione” (organismo formato dalle sei provincie

184
mafiose di “cosa nostra”), Calderone Antonino è stato tra i collaboratori di giustizia
che possono oggi definirsi “storici”
Le sue dichiarazioni sono state oggetto di approfondito vaglio di attendibilità e le
sentenze, che si sono basano sulle sue propalazioni e che hanno condannato i soggetti
chiamati dallo stesso in reità o correità, sono oggi divenute irrevocabili.
Dalle sue dichiarazioni dibattimentali, rese in videoconferenza all’udienza del 22
giugno 1998, emerge una serie di spunti utili all’accertamento dei rapporti tra Marcello
Dell’Utri e Vittorio Mangano, perfettamente in sintonia con il resto delle emergenze
processuali finora esaminate.
Calderone ha riferito, infatti, di essersi recato più volte a Milano negli anni ‘70,
anche per motivi strettamente connessi alla sua attività all’interno del sodalizio
mafioso.
In particolare, ha ricordato di essersi recato per la prima volta nel capoluogo
lombardo in viaggio di nozze nel 1970 e di esservi ritornato nell’anno 1975, dopo la
creazione della “Regione”, insieme al fratello Giuseppe per incontrare Pippo Bono e
concordare con lui l’eventuale formazione di una famiglia mafiosa milanese, proposta
che era stata respinta dal Bono a causa di alcuni contrasti esistenti con la malavita
milanese non facente capo a “cosa nostra”.
Calderone ha ricordato di avere incontrato Pippo Bono in un piccolo ufficio che
fungeva da copertura delle loro attività illecite e che, in quella occasione, gli erano stati
presentati anche i fratelli Martello, uno dei Fidanzati, a nome Carlo, e uno dei fratelli
Enea.
Calderone aveva incontrato, sempre a Milano, anche Salvatore Ercolano, cugino di
Nitto Santapaola, il quale gestiva ivi un piccolo bar ed un giro di bische clandestine.
Insieme all’Ercolano erano presenti a Milano anche alcuni suoi parenti, tra i quali
Aldo Ercolano, figlio di una sorella di Santapaola e uomo d’onore della “famiglia” di
Catania, nonché Salvatore Tuccio, capo-decina di quella stessa “famiglia” ( inteso
“Turi di l’ova”)), tutti soggetti ai quali si farà riferimento anche nel prosieguo della
trattazione.
Tornando alle dichiarazioni rese da Calderone Antonino, questi ha ricordato di
avere effettuato nel 1976 un terzo viaggio a Milano, su incarico del fratello e di Nitto
Santapaola, allo scopo di individuare eventuali uomini da eliminare nel contesto di una
guerra di mafia che si stava consumando a Catania .
Ha precisato di avere dormito, in quella occasione, in un piccolo appartamento del
centro di Milano che Mimmo Teresi gli aveva detto essere stato messo loro a
disposizione da tale Monti.
A Milano gli era stato affiancato Nino Grado, uomo d’onore della “famiglia” di
Santa Maria di Gesù, e, proprio tramite il predetto, aveva avuto modo di incontrare più
volte anche Vittorio Mangano, conosciuto qualche tempo prima e subito presentatogli
come uomo d’onore.
In una occasione conviviale con Nino Grado e Mangano Vittorio, il collaborante
aveva avuto modo di incontrare Marcello Dell’Utri, presentatogli dal Mangano come il
suo “principale”.

185
Calderone non ha avuto alcuna incertezza nell’indicare giorno, mese ed anno di
quell’incontro perché avvenuto il 24 ottobre 1976, in occasione del suo
quarantunesimo compleanno.

PUBBLICO MINISTERO:
Senta, poi lei ha riferito poco fa, anche di un terzo viaggio che avete fatto, in
cui lei si sarebbe recato a Milano insieme a MIMMO TERESI, può specificare in
primo luogo chi era MIMMO TERESI?, e a parlato anche di BONTATE STEFANO,
chi erano queste persone?
CALDERONE ANTONINO:
MIMMO TERESI, era un consigliere…, no, un capo decina della famiglia di
STEFANO BONTATE, vi ci mandarono mio fratello e NITTO SANTAPAOLA, per
vedere se c'erano uomini catanesi, individuarli, perché noi altri avevamo una guerra a
Catania, con la malavita catanese. Per individuare se c’erano uomini che dovevamo
eliminarli, ma, solo per individuarli, caso mai, telefonare e fare salire delle persone
per fare il servizio.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, se ho capito bene, questo era un obiettivo di tutta Cosa Nostra,
cioè della Regione, quella che dirigeva suo fratello, per comprenderci?
CALDERONE ANTONINO:
No, era l’obbiettivo della famiglia di Catania, ma quando in una Città ci sono
uomini d’onore, anche di altre famiglie o di altre provincie, si mettono a disposizione
per aiutare questi uomini d’onore che vengono da altra città.

PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito, quindi vi erano dei rapporti tra i catanesi e i palermitani, anche a
Milano?
CALDERONE ANTONINO:
Certo, in qualsiasi punto del mondo, dove ci vediamo e se si è uomini d’onore,
quelli che risiedono in quella città, si mettono a disposizione.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, relativamente a questo terzo viaggio di cui lei ha riferito, dove avete
dormito?, si ricorda questo particolare?
CALDERONE ANTONINO:
Ho dormito in un piccolo appartamento, nel centro di Milano, nel vecchio
Milano, era un piccolo appartamento che MIMMO TERESI mi disse che mi era stato
messo a disposizione di un certo MONTI, c’era…
PUBBLICO MINISTERO:
Scusi, può ripetere il nome?
CALDERONE ANTONINO:
MONTI
PUBBLICO MINISTERO:
MONTI?, sì

186
CALDERONE ANTONINO:
Sì. c’era una portineria e mi diceva, fai in modo che non ti vede il portiere
quando sali e quando scendi.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ricorda esattamente in che zona di Milano si trovava?, non dico proprio
la strada esatta, ma, la zona quanto meno?
CALDERONE ANTONINO:
Guardi, la zona era il centro di Milano, c’era una piazzetta dove c’era un
cinema, ma non glielo so dire preciso dov’è la zona, la vicino c’era un albergo, dove
mi dicevano che c’era stato tanto tempo -INCOMPRENSIBILE- e non molto lontano
c’era anche un ristorante, Le Colline Pistoiesi, dove andavamo a mangiare molto
spesso con NINO GRADO.
PUBBLICO MINISTERO:
Era nei pressi di questo ristorante?, Le Colline Pistoiesi?
CALDERONE ANTONINO:
Ma, era non tanto vicino, non glielo so dire di preciso Signor Giudice.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, per comprendere anche dove è il luogo, eventualmente per ritrovarlo, se
lei ricorda, se i palazzi, sia questo di cui lei sta parlando, sia quelli che vi erano
attorno, erano dei palazzi nuovi, diciamo, di recente costruzione o dei palazzi…?
CALDERONE ANTONINO:
No, no, le dico, era un quartiere molto vecchio, quei palazzi erano tutti antichi.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, vi era anche un cinematografo in questa piazzetta?
CALDERONE ANTONINO:
Nella piazzetta c’era un cinematografo
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, le venne detto qualche cosa relativamente a questo MONTI di cui lei ha
parlato?, cioè, che cosa faceva, che lavoro faceva?
CALDERONE ANTONINO:
No, non lo so, non lo so.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei sa se era imprenditore?
CALDERONE ANTONINO:
Non glielo so dire.
PUBBLICO MINISTERO:
In questo periodo, sempre nel 1976, credo che lei lo abbia già detto, ma lei ha
avuto modo di presentare VITTORIO MANGANO, giusto? Se ho sentito bene.
CALDERONE ANTONINO:
Sì, perché sempre per questo motivo, VITTORIO MANGANO…, ci vedevamo
non le dico tutti i giorni, ma, molto spesso, ma, con NINO GRADO, ci vedevamo tutti i
giorni, lui mi veniva a prendere e andavamo in giro. Con MANGNO ci siamo visti

187
parecchissime volte, anzi, come le dicevo, siamo stati a mangiare insieme per il mio
compleanno.
PUBBLICO MINISTERO:
Si, e cioè?, quando è il suo compleanno?
CALDERONE ANTONINO:
Il 24 ottobre del ’35 io sono.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei è sicuro che sia stata questa la data?
CALDERONE ANTONINO:
Ma, penso che sia stata questa, non ne posso essere sicuro, sicuro, ma, che un
giorno mi hanno festeggiato il mio compleanno, me lo hanno festeggiato, non ne posso
essere sicuro, perché le dico, tutti i giorni andavamo a mangiare in questi ristorante.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, quindi, in questo ristorante, ricorda chi eravate?
CALDERONE ANTONINO:
Ma, delle volte ci veniva TANINO GRADO, una volta siamo stati io, NINO
GRADO e poi sono venuti VITTORIO MANGANO e un certo DELL’UTRI
MARCELLO, me l’hanno presentato, ma, non ho fatto caso, perché lui mi diceva che
era il suo principale, prima aveva detto che il suo principale era intento a fare la
costruzione di Milano 2, poi in questa occasione me lo ha presentato come il su
principale…
PUBBLICO MINISTERO:
Mi scusi signor CALDERONE, glielo presento chi?, come suo principale?
CALDERONE ANTONINO:
MANGANO, VITTORIO MANGANO, lavorava per loro, per questo signore,
dice che aveva una bella villa e lui ci faceva un po’ lo stalliere, perché avevano dei
cavalli e mi ricordo benissimo che quando si sono incontrati VITTORIO MANGANO
con MIMMO TERESI, MIMMO TERESI gli ha chiesto, dice, che dice DELL’UTRI?,
come sta?, e anche un’altra volta a Gela, nel ’77, che lui, VITTORIO MANGANO,
doveva domare una cavalla che era di proprietà di STEFANO BONTATE, STEFANO
BONTATE gli ha chiesto a VITTORIO MANGANO, “che dice DELL’UTRI, come
sta?” ma erano cose che non mi interessavano, non mi approfondivano, non mettevo
ascolto a quello che…
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, per comprendere, loro hanno continuato a parlarne e lei non ha
sentito?, oppure non hanno detto nient’altro oltre quello che lei sta riferendo?
CALDERONE ANTONINO:
No, no, non glielo so dire, so che ha chiesto notizie di questo DELL’UTRI, ma
non…
PUBBLICO MINISTERO:
Senta , lei ha parlato di questo ristorante, quindi, siamo sempre nel ristorante,
questo…, Le Colline Pistoiesi, di cui lei aveva detto
CALDERONE ANTONINO:
Sissignore

188
PUBBLICO MINISTERO:
Ma lei può indicarci qualche particolare relativamente a questo ristorante, chi
era il proprietario? Sempre che se lo ricordi?
CALDERONE ANTONINO:
Il proprietario era il fratello di un giocatore di serie A, non le so dire, un
giovane sulle…, trentacinque, quarant’anni, alto, ma non le so dire come si chiamano,
era un nome conosciuto, questo giocatore, ma non mi viene in mente, non me lo
ricordo.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, può descriverci esattamente che cosa avvenne durante questo
incontro che lei ha riferito? Prima di tutto se questo incontro di cui lei ha riferito, in
cui partecipò anche DELL’UTRI MARCELLO, avvenne a pranzo o a cena, cioè, o in
altro orario della giornata?

CALDERONE ANTONINO:
Non glielo so dire, se è stato alla cena o il pranzo, non lo so, le dico, ci
andavamo spesso, perciò, non so collegare se è stata un’ora di pranzo o un’ora di
cena, so solo che io e NINO GRADO, eravamo li al ristorante e sono entrati
VITTORIO MANGANO e questo signore, era vestito molto elegante, con ricercatezza,
mi ricordo benissimo che ha messo il suo trange nell’attacca panni e NINO GRADO si
è alzato per andarlo a salutare, si è avvicinato e poi me lo hanno presentato.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi esattamente come si comportò GRADO ANTONINO? Cioè, se lo può
ribadire, perché non l’ho compreso.
CALDERONE ANTONINO:
Ma, con molta riverenza nei confronti di questo signore.
PUBBLICO MINISTERO:
E DELL’UTRI, che cosa fece? Sempre se lo ricorda
CALDERONE ANTONINO:
Si sono salutati e si sono messi a sedere
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda, come si sono salutati?
CALDERONE ANTONINO:
Ma, con una stretta di mano, ma, molto calorosamente
PUBBLICO MINISTERO:
Lei credo l’abbia già riferito, però volevo sapere se MANGANO vi presentò,
cioè, presentò, lei a DELL’UTRI?
CALDERONE ANTONINO:
Sì, ci ha presentati
PUBBLICO MINISTERO:
Ma vi ha presentato in che modo, cioè, disse il suo nome?
CALDERONE ANTONINO:

189
Non come uomini d’onore, perché non era uomo d’onore, perlomeno a me non
me lo hanno presentato…
PUBBLICO MINISTERO:
Ma, disse il suo nome e cognome effettivo o disse un nome di copertura?
CALDERONE ANTONINO:
No, no, ha detto il mio nome, io non camminavo con nomi di copertura, ha
detto il mio nome, signor CALDERONE, da Catania, e non mi ricordo se mi abbia
detto DELL’UTRI, ma…
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, per quanto a sua conoscenza, GRADO e DELL’UTRI, già si
conoscevano? Per quello che lei ha potuto comprendere?
DIFESA:
No, no, un attimo, mi scusi, mi oppongo alla domanda Presidente
CALDERONE ANTONINO:
Il Grado si è alzato per andarlo a ossequiare
DIFESA:
Scusi Presidente
PUBBLICO MINISTERO:
Presidente, non ho chiesto un’impressione, per quanto era a sua conoscenza e
su che cosa basava eventualmente la risposta che doveva dare, quindi, io chiedo dei
fatti, in ogni caso, dico, se fosse soltanto un’impressione non sarebbe utilizzabile
PRESIDENTE:
Se era un’impressione, non ne terrà conto, può rispondere signor
CALDERONE, può rispondere signor CALDERONE
PUBBLICO MINISTERO:
Può rispondere
CALDERONE ANTONINO:
Sulla domanda se si conoscessero?, si conoscevano, perché il GRADO, si è
alzato ed è andato all’incontro del DELL’UTRI per salutarlo, poi si sono avvicinati
nel tavolo e il MANGANO me lo ha presentato
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ma, volevo sapere da lei, dico, accadeva spesso, che degli imprenditori
cenassero insieme a voi, cioè, non vi siete, in qualche modo, sorpresi, della presenza
di DELL’UTRI, ne avete parlato, poi, successivamente
CALDERONE ANTONINO:
No, no, per niente, perché era una cosa normale per noi altri, non è che…,
mangiavamo con Deputati, con uomini imprenditori, io con l’impresa COSTANZO,
mangiavamo molto spesso, non c’era nessuna novità nel mangiare con un grosso
imprenditore
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei poi, successivamente, ha riconosciuto DELL’UTRI, in qualche modo,
cioè, ha avuto modo di …
CALDERONE ANTONINO:

190
Ma guardi io l’ho riconosciuto in fotografia nel giornale, leggendo il nome, mi
sono ricordato di questo signore
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda in che occasione lesse il suo nome sul giornale, certamente se se lo
ricorda?
CALDERONE ANTONINO:
Ma è un tre, quattro anni, tre anni che l’ho visto nel giornale, non mi ricordo
in quale occasione, ma mi ricordo di averlo visto nel giornale”.
Queste dichiarazioni sono state, in primo luogo, riscontrate da tutta una serie di
elementi, acquisiti dagli inquirenti, i quali hanno confermato il contesto anche
temporale nel quale ebbe a svolgersi la trasferta milanese del Calderone .
L’ispettore Sergio Nardis, all’udienza del 20 ottobre 1998, ha riferito in merito alla
individuazione dell’appartamento, occupato dal Calderone durante il suo soggiorno
milanese del 1976, sito nei pressi del ristorante “Le Colline Pistoiesi”, ubicato nel
centro di Milano fin dal 1938 e gestito da un familiare di un giocatore di calcio, tale
Gori, che, nel campionato 1975/76, aveva militato nella squadra della Juventus.
Il teste ha riferito anche che, nel mese di ottobre ed in parte di quello di novembre
del 1976, Calderone non era rintracciabile presso la sua abitazione a Catania, proprio
nello stesso torno di tempo in cui il collaborante ha dichiarato di avere soggiornato a
Milano.
L’ispettore Faro Filippo, all’udienza del 20 ottobre 1998, ha poi riferito in merito
alla rivolta, avvenuta nel carcere di Catania il 5 ottobre 1976, della quale erano stati
protagonisti uomini del clan Mazzei e del clan Calderone e nel cui corso erano rimasti
uccisi tali Guarneri Salvatore e Finocchiaro Antonino.
I due detenuti appartenevano al gruppo facente capo a Calderone Giuseppe e
vennero ritrovati colpiti da numerosi colpi di arma da taglio e con dei limoni conficcati
in bocca.
L’episodio riferito dal Calderone (di indubbio rilievo per il riferimento al rapporto
di conoscenza tra Nino Grado e Marcello Dell’Utri) ha trovato espressa conferma nelle
dichiarazioni rese dallo stesso imputato Dell’Utri, il quale, nel corso dell’interrogatorio
del 26 giugno 1996, si è espresso nei seguenti termini:
“L’episodio riferito dal CALDERONE è vero.
Il ristorante di cui lui parla esiste, si chiama esattamente le “Colline pistoiesi”,
era gestito da un tale GORI, il quale aveva un fratello calciatore, proprio cosi’ come
riferisce il CALDERONE.
Io frequentavo abitualmente questo ristorante, ed ho avuto talvolta occasione di
pranzare con il MANGANO in periodo successivo all’allontanamento di quest’ultimo
dalla villa di Arcore.
Invero, come ho già spiegato, proprio perchè mi ero reso conto della personalità
del MANGANO, pur dopo il suo allontanamento da Arcore, avevo un certo timore nei
suoi confronti, e quando lo incontravo non lo respingevo, ma accettavo la sua
compagnia.
E’ chiaro che nella circostanza ricordata dal CALDERONE io ho pranzato con il
MANGANO e con queste altre persone, che egli come al solito mi avrà presentato

191
come amici, senza farmene i nomi.
Infatti non conosco nè il CALDERONE, nè alcuno dei fratelli GRADO”.
A proposito delle richiamate dichiarazioni di Calderone, il Tribunale deve
osservare che, anche nel corso del presente dibattimento, il collaborante non ha inteso
attribuire una particolare ed autonoma valenza illecita alle occasioni che lo avevano
portato a conoscere l’imputato Dell’Utri, come pure (per quanto a sua conoscenza) ai
rapporti tra il predetto e Mangano Vittorio, a differenza di quanto dallo stesso riferito
in ordine ad altri imprenditori.
Non può incidere, pertanto, sull’attendibilità delle odierne dichiarazioni del
Calderone il fatto che, in quelle rese nel 1987 al dott. Giovanni Falcone (in sede di
formale istruzione), manchi qualsiasi riferimento alla persona dell’odierno imputato
Dell’Utri Marcello, il quale, agli occhi del collaborante, non era altro che una delle
numerose persone, anche dell’ambiente imprenditoriale o manageriale, che avevano
avuto rapporti con uomini di “cosa nostra”, rapporti non necessariamente di natura
illecita.
Peraltro, all’epoca di quegli interrogatori, Marcello Dell’Utri non era stato ancora
menzionato da alcun collaborante e, pertanto, non era oggetto di indagini da parte
dell’autorità giudiziaria che raccoglieva le dichiarazioni del Calderone.
Inoltre, appare smentita dallo stesso comportamento dell’imputato la tesi difensiva
che vorrebbe attribuire solo ad un atteggiamento di timore la prosecuzione dei suoi
rapporti con Mangano Vittorio.
Questa tesi, infatti, trova una prima e puntuale smentita nelle stesse dichiarazioni
extra-dibattimentali di Marcello Dell’Utri (a proposito di una intervista resa dallo
stesso, poco prima dell’interrogatorio del 1° luglio 1996, contenuta nelle cassette
audioregistrate e nelle videocassette allegate agli atti del fascicolo del dibattimento).
Si riporta la trascrizione delle dichiarazioni rese da Marcello Dell’Utri il 1° luglio
1996 ed andate in onda sul TGR alle ore 19,30.
“Berlusconi lo ha assunto ( il Mangano, n.d.r.) , gliel’ho presentato io, è verissimo,
tra tante altre persone che erano in concorso per quella posizione, ed ai quali
Berlusconi addiittura ha affidato la casa, ed il signor Mangano accompagnava anche i
figli di Berlusconi a scuola. Non vedo niente di strano nel fatto che io abbia
frequentato in questa maniera il signor Mangano , e lo frequenterei ancora adesso…
“.
All’udienza del 5 novembre 1999, è stato anche sentito il teste Palazzolo
Salvatore, un giornalista che, nel mese di luglio 1996, lavorava per la testata
palermitana “Il Mediterraneo “, il quale, insieme a numerosi altri colleghi, il 1° luglio
1996 aveva raccolto le dichiarazioni di Marcello Dell’Utri, incontrato nei pressi del
Tribunale, in attesa che venisse interrogato dal P.M quella stessa mattina.
A proposito della breve intervista, nella quale l’imputato aveva fatto riferimento ai
suoi rapporti con Mangano Vttorio e alle ragioni della loro conoscenza, il teste ha reso
le seguenti dichiarazioni:
PM: Ecco. Può riferire esattamente… mentre stava, in particolare, se lei ricorda,
cosa disse Dell’Utri in relazione alla figura di Mangano Vittorio , comunque, alla
persona di Mangano Vittorio? Comunque, se lei può riferire il contenuto dell’articolo.

192
PALAZZOLO: sì. E …con ,innanzi tutto ci fu – ricordo- una battuta perché la
precedente volta, appunto, disse il Dell’Utri si giustificò dicendo che non aveva potuto
rispondere alle domande dei giornalisti perché aveva fretta e quindi ci intrattenemmo
a parlare su… su quei temi che in quei giorni erano oggetto e… d inetresse sui
giornali. In particolare, sui rapporti col Mangano Vittorio. Lui, con tono abbastanza,
appunto, così sereno come erano i nostri rapporti, come erano i suoi rapporti con la
stampa, e… specificò che non aveva, anzi diciamo che tracciò la genesi dei rapporti
col Mangano, specificando che…dunque, cerco di essere anche specifico nel ricordo,
aveva presentato lui al Berlusconi, il Mangano per una questione, appunto, di lavoro,
che c’erano stati col Mangano, quindi, soltanto rapporti di lavoro, e.. che il Mangano
aveva anche prestato servizio per circa un anno a Milano, che poi era stato, appunto,
arrestato, che successivamente, appunt, uscito dal carcere era andato a incontrarlo
chiedendogli del dottore, ricordo questa cosa, con riferimento al Berlusconi, almeno
fu questa la interpretazione dei giornali. E…poi specificava che non vedeva niente di
strano nelle frequentazioni col Mangano. In quella occasione …
DIFESA :
chiedo scusa se la interrompo. Presidente sottoponiamo al Tribunale , valga
oppure no, il divieto di cui all’aticolo 62. Ritiene il Tribunale che non ..
PRESIDENTE
no avvocato, non in questo caso.
DIFESA:
va bene.
PRESIDENTE
prego.
PALAZZOLO
e dunque ,che non vedeva , appunto, niente di strano nelle frequantazioni, in
qull’occasione, col Mangano, visto che c’erano stati soltanto rapporti lavoro. E…e…
precisava che era una battuta, ricordo che disse, poi magari nel pezzo non fu
specificata la espressione col quale fu detto, ma ricordo come una espressione, così,
… con il sorriso sulle labbra, cioè che… che anche in …cioè specificò che anche
adesso se usciva dal carcere e … non avrebbe visto nulla di strano a frequentarlo, e
c’era una battuta di spirito con riferimento al prendere un caffè. Perché non, appunto,
negargli un caffè. Era questa un po’ la battuta, ricordo, di spirito”.
Appare evidente da questa intervista che le motivazioni (timore di eventuali
ritorsioni), addotte dall’imputato per giustificare il mantenimento dei rapporti con il
Mangano, costituiscono un mero espediente difensivo da addurre solo all’interno delle
aule giudiziarie, ma non da manifestare all’esterno.
Dal canto suo, sentito in dibattimento sul pranzo al ristorante “Le Colline
Pistoiesi”, Mangano Vittorio ha decisamente negato l’episodio (verosimilmente
perché, altrimenti, egli avrebbe dovuto ammettere la pregressa conoscenza con
Antonino Calderone), pur facendo riferimento ad altre occasioni conviviali nelle quali
aveva avuto modo di incontrare Marcello dell’Utri anche dopo il suo allontanamento
da Acore.
VITTORIO MANGANO:

193
... No a volte, anche spesso mangiava da me. Io lo invitavo “Ai Quattro
Mori”...
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:
... A piazza Castello, perchè mi trovavo bene in quel ristorante...
PUBBLICO MINISTERO:
No, questo è un altro ristorante...
VITTORIO MANGANO:
... Ma sempre di giorno, però, sempre di giorno...
PUBBLICO MINISTERO:
... Questo è un altro ristorante.
VITTORIO MANGANO:
... Non ce n’erano cene.
PUBBLICO MINISTERO:
Signor Mangano, questo è un altro ristorante, si chiama “Le colline pistoiesi”
e glielo chiedo anche perchè lo stesso Dell’Utri ha ammesso di avere partecipato a
questa cena, pranzo, quello che è.
VITTORIO MANGANO:
Se Lui l’ha ammesso, io non ne sò niente. Io non c’ero, quindi... Io non
c’ero.
DIFESA:
Lo sò, signor Mangano. Signor Presidente, le domande credo che mostrano la
sincerità della risposta, posto che il dottor Dell’Utri non ha mai ammesso di aver
partecipato a questo pranzo, ma con Calderone.
PUBBLICO MINISTERO:
Presidente, possiamo... possiamo rileggere...
DIFESA:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
... La parte...
DIFESA:
Possiamo rileggerla perchè...
PUBBLICO MINISTERO:
... Eventualmente...
DIFESA:
... Se mi fà finire do... dottore Gozzo, il dottore Dell’Utri ha ammesso di avere
pranzato qualche volta con il signor Mangano e una volta c’erano altri due
commensali. Ma non ha saputo indicare chi fossero. Quindi, non ha mai ammesso di
avere partecipato a quel pranzo.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, io ero presente all’atto, me lo ricordo perfettamente cosa disse il
dottor Dell’Utri. Comunque, non ha importanza. Presidente, io ho fatto, mi sembra
correttamente, e mi sembra che mi si debba dare atto di questo, ho fatto,

194
precedentemente, tutte le domande e, solo alla fine, ho detto che Dell’Utri aveva
ammesso questo fatto. Quindi, non mi sembra che ci sia nulla che possa nuocere... già
la risposta era stata data.

CAPITOLO 4°

LA “MAFIOSITA’” DI VITTORIO MANGANO

Una questione strettamente connessa al tema probatorio finora trattato riguarda i


rapporti di Mangano Vittorio con la criminalità organizzata operante sia in Sicilia che,
come si avrà modo di approfondire nel prosieguo, nel milanese e in particolare con
“cosa nostra”, di cui il Mangano è stato esponente di rilievo, come il suo attivo
coinvolgimento in un importante traffico di stupefacenti operato negli anni
immediatamente successivi al suo allontanamento da Arcore .
Per quanto riguarda il periodo precedente, è utile il richiamo alla deposizione,
resa all’udienza del 29 marzo 1999, dall’ispettore della P.S. Piu Carlo, redattore di una
nota della Questura di Milano del 29 ottobre 1984 avente ad oggetto i rapporti di
Mangano con esponenti di “cosa nostra” accertati anche prima del 1974; in particolare
il teste ha riferito che, il 16 agosto 1972, Mangano Vittorio era stato fermato in
compagnia di Mafara Gioacchino e, il successivo 23 agosto 1972, era stato sorpreso,
all’ingresso dell’autostrada PA-CT, in compagnia di La Rosa Antonino e Vernengo
Antonino, quest’ultimo imputato nel procedimento penale a carico di Abbate Giovanni
+ 486 (il c.d. maxi-uno) ed indicato da Contorno Salvatore come esperto nella
trasformazione della morfina base in eroina e per questo inteso “u dutturi”.
L’ispettore Piu ha fatto riferimento anche all’arresto del Mangano, avvenuto il
15 febbraio 1972, a seguito della emissione di un ordine di cattura della Procura della
Repubblica di Milano per il reato di tentata estorsione, ad ulteriore dimostrazione della
presenza di Mangano in quella città ben prima del suo trasferimento nella villa di
Arcore, registrato all’anagrafe di quel Comune il 1° luglio 1974.
Segue di alcuni mesi, il 27 dicembre 1974, l’arresto di Mangano da parte dei
Carabinieri in esecuzione di un ordine di carcerazione emesso in data 23/11/1974 dalla
Pretura di S. Caterina Villermosa per scontare la pena di mesi dieci e giorni 15 di
reclusione per il reato di truffa.
E’ questo l’arresto cui si è fatto riferimento in precedenza, avendo seguito di
pochi giorni il sequestro del principe D’Angerio .
Dopo soli ventisei giorni, il 22 gennaio 1975, a causa di un difetto di notifica del
titolo esecutivo, Mangano veniva scarcerato dalla Casa Circondariale di Termini
Imerese e faceva rientro ad Arcore .
Successivamente, il 1° dicembre 1975, veniva nuovamente arrestato dalla

195
Squadra Mobile di Palermo per detenzione e porto di coltello di genere proibito,
mentre si trovava in compagnia della moglie, ed entrambi dichiaravano in quella
occasione di risiedere ad Arcore, presso la villa San Martino.
Il 6/12/1975 Mangano veniva scarcerato per fine pena in relazione alla condanna
di cui sopra e dichiarava di eleggere domicilio in Arcore, via Villa San Martino n.42,
indirizzo che corrisponde alla villa Casati .
Nel periodo successivo, Mangano veniva raggiunto da una serie di
provvedimenti giudiziari e misure restrittive fino a che, nel mese di maggio 1980,
veniva tratto in arresto ad Arcore, su segnalazione della Questura di Palermo,
nell’ambito di una vasta operazione che vedeva coinvolti numerosi importati
personaggi inseriti in “cosa nostra” palermitana; da questa indagine scaturiva il
processo a carico di Spatola Rosario + altri, uno dei primi importanti processi contro la
criminalità organizzata di tipo mafioso istruito dal dr. Giovanni Falcone, giudice
istruttore del Tribunale di Palermo, avente ad oggetto un vastissimo traffico
internazionale di eroina e morfina base, trasformata nei laboratori clandestini che il
gruppo mafioso, capeggiato da Salvatore Inzerillo, controllava nel palermitano, droga
che veniva poi smerciata anche all’estero grazie ad una fitta rete di trafficanti .
Sono state acquisite agli atti le sentenze di merito emesse nell’ambito di quel
procedimento (v. docc. 3c e 4c del faldone 19) nelle quali è messo in luce il ruolo di
primo piano rivestito da Mangano quale insostituibile tramite di collegamento tra
Milano e Palermo.
Importati elementi di prova erano emersi in quel processo dal tenore delle
intercettazioni telefoniche sulle utenze intestate ad alcuni esercizi commerciali
riconducibili agli Inzerillo e su quelle dell’Hotel “Duca di York” di Milano, ove
alloggiava a quel tempo il Mangano durante i suoi soggiorni milanesi, intercettazioni
che consentivano di acquisire elementi comprovanti un importante traffico di
stupefacenti tra Milano e Palermo nel quale era proprio il Mangano a fungere “da
intermediario, sulla piazza di Milano, di partite di stupefacenti dirette a e provenienti
da Palermo” (v. pag. 442 della sentenza del 5 maggio 1983).
Esaminando il contenuto delle intercettazioni, il Tribunale di Palermo metteva in
rilievo il fatto come, in tutte le conversazioni, gli imputati, nell’intento di rendere
incomprensibile l’oggetto dei loro accordi, avessero adottato quella terminologia
criptica e convenzionale che risultava loro congeniale perché tipica e propria
dell’attività commerciale svolta da ciascuno di essi.
In particolare, Vittorio Mangano aveva ritenuto di potere camuffare i traffici
illeciti usando espressioni riferibili al commercio di cavalli da lui “in realtà – così
rilevava il Tribunale - solo saltuariamente nel passato esercitato” mentre Inzerillo
Rosario usava espressioni riferibili alla sua attività di gestore di un esercizio di vendita
al pubblico di articoli di rubinetteria e simili, laddove il vero oggetto delle
conversazioni risultava, invece, di trasparente chiarezza, come dimostrato dall’ascolto
delle singole conversazioni intercettate.
Ancora a proposito di Mangano Vittorio, il quale, nell’ambito di quel gruppo,
svolgeva il compito di curare la compra-vendita di sostanze stupefacenti nella piazza di
Milano, il Tribunale osservava che lo stesso – astrazione facendo naturalmente dalle

196
effettive attività illecite esercitate – appariva, in realtà, soltanto un appassionato di
cavalli e di ippica, essendo rimasto smentita la giustificazione offerta in quel
procedimento dal Mangano circa un asserito commercio di cavalli che lui stesso, dopo
avere acquistato i quadrupedi a Milano, avrebbe custodito nelle scuderie di un
maneggio di Boccadifalco, un quartiere palermitano, giustificazione che non aveva
trovato riscontro nella deposizione del testimone che gestiva quel maneggio.
Nel corso della disposta intercettazione dell’utenza telefonica in uso al Mangano
presso l’Hotel Duca di York, emergeva una serie di contatti con talune società ubicate
nella via Larga nr. 13 di Milano, i cui amministratori risultavano a loro volta avere
rapporti con tale “Tanino” (poi identificato nel noto latitante Martello Ugo), e la
indicazione di quell’indirizzo come luogo di abituale incontro tra esponenti di “cosa
nostra” operanti nel milanese.
In particolare, nella ricordata sentenza si faceva riferimento, oltre allo stesso
Vittorio Mangano, ai fratelli Fidanzati, ad Alfredo Bono, a Gaetano Carollo e ai
fratelli Enea.
Il Tribunale concludeva questa disamina ritenendo che la sede di questi uffici
fosse divenuta un vero e proprio covo e cioè un luogo di ritrovo di personaggi di
notevole statura mafiosa.
Un riferimento a quelle indagini si rinviene nella intervista rilasciata il 21 maggio
1992 dal dr. Paolo Borsellino ai giornalisti Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo.
In dibattimento il Pubblico Ministero ha prodotto la cassetta contenente la
registrazione originale di quella intervista che, nelle precedenti versioni, aveva subito,
invece, evidenti manipolazioni ed era stata trasmessa a diversi anni di distanza dal
momento in cui era stata resa, malgrado l’indubbio rilievo di un simile documento.

L’INTERVISTA DEL DOTT. PAOLO BORSELLINO

Trattatasi dell’ultima intervista concessa dal magistrato prima di essere ucciso, il 19


luglio 1992, insieme a cinque uomini della sua scorta.
In questa intervista (v. doc. 63 del faldone 6), la cui trascrizione è stata affidata ad
un perito, il magistrato si soffermava sulla “personalità” di Vittorio Mangano, uomo
d’onore della famiglia di Pippo Calò, e faceva espresso riferimento alle conversazioni
telefoniche, intercettate dagli inquirenti, nelle quali il Mangano parlava di “cavalli”:
Giornalista:
Va bene, ripartiamo con la domanda, dunque, tra queste centinaia di imputati
c’è uno che ci interessa, è un tale Vittorio Mangano, lei l’ha conosciuto?
Giudice Borsellino:
Si Vittorio Mangano l’ho conosciuto in epoca addirittura antecedente al maxi
processo perché tra il ’74 e il ’75 Vittorio Mangano restò coinvolto in un’altra
indagine che riguardava talune estorsioni fatte in danno di talune cliniche private
palermitane che presentavano una caratteristica particolare, ai titolari di queste
cliniche venivano inviati dei cartoni con all’interno una testa di cane mozzata.
L’indagine fu particolarmente fortunata perché, attraverso la marca dei cartoni e
attraverso dei numeri che sui cartoni usava mettere la casa produttrice, si poté

197
rapidamente individuare chi li aveva acquistati e attraverso un’ispezione fatta in un
giardino di una salumeria, un negozio di vendita di salumi che risultava avere
acquistato questi cartoni, si scoprirono all’interno, sepolti in questo giardino i cani
con la testa mozzata. Vittorio Mangano restò coinvolto in questa inchiesta perché
venne accertata la sua presenza in quel periodo come ospite o qualcosa del genere,
ora i miei ricordi sono un po’ affievoliti, di questa famiglia credo che si chiamasse
Guddo, che era stata autrice materiale delle estorsioni, fu processato, non ricordo
quale sia stato l’esito del procedimento però fu questo il primo incontro processuale
che io ebbi con Vittorio Mangano, che poi ho ritrovato nel maxi processo perché
Vittorio Mangano fu indicato sia da Buscetta che da Contorno come uomo d’onore
appartenente a Cosa Nostra
Giornalista:
Uomo d’onore di che famiglia?
Giudice Borsellino:
Uomo d’onore della famiglia di Pippo Calò, cioè di quel personaggio capo
della famiglia di Porta Nuova, famiglia alla quale originariamente faceva parte lo
stesso Buscetta. Si accertò che Vittorio Mangano, ma questo già risultava dal
procedimento precedente che avevo istruito io, e risultava altresì da un procedimento,
cosiddetto procedimento Spatola, che Falcone aveva istruito negli anni
immediatamente precedenti al maxi processo, che Vittorio Mangano risiedeva
abitualmente a Milano, città da dove, come risultò da numerose intercettazioni
telefoniche, costituiva un terminale di traffici di droga che conducevano le famiglie
palermitane.
Giornalista:
E questo Mangano Vittorio faceva traffico di droga a Milano?
Giudice Borsellino:
Vittorio Mangano, se ci vogliamo limitare a quelle che furono le emergenze
probatorie più importanti, risulta l’interlocutore di una telefonata intercorsa fra
Milano e Palermo nel corso della quale lui, conversando con altro personaggio delle
famiglie mafiose palermitane, preannuncia o tratta l’arrivo di una partita di eroina
chiamata alternativamente, secondo il linguaggio convenzionale che si usa nelle
intercettazioni telefoniche, come magliette o cavalli. Mangano è stato poi sottoposto al
processo dibattimentale ed è stato condannato proprio per questo traffico di droga,
credo che non venne condannato per associazione mafiosa bensì per associazione
semplice ( n.d.r. l’arresto di Mangano era avvenuto nel 1980, due anni prima che
entrasse in vigore la legge che introduceva il reato di associazione per delinquere di
tipo mafioso ) e riportò in primo grado una pena di tredici anni e quattro mesi di
reclusione
Giornalista:
In che anno era?
Giudice Borsellino:
In che anno riportò questa condanna? Riportò questa condanna in primo
grado all’inizio del 1988, ne aveva già scontato un buon numero di questa condanna e
in appello, per le notizie che io ho, la pena è stata sensibilmente ridotta

198
Giornalista:
Dunque, quando Mangano al telefono parlava di droga diceva cavalli
Giudice Borsellino:
Diceva cavalli e diceva magliette, talvolta”
Nel prosieguo della intervista, il giornalista fa poi riferimento ad una telefonata
diversa, intercorsa tra Mangano Vittorio e Marcello Dell’Utri.
Giornalista:
Perché c’è, se ricordo bene, nell’inchiesta del San Valentino,
un’intercettazione tra lui e Marcello Dell’Utri in cui si parla di cavalli
Giudice Borsellino:
Si, comunque non è la prima volta che viene utilizzata, probabilmente non so
se si tratti della stessa intercettazione, se mi consente di consultare … no questa
intercettazione in cui si parla di cavalli è un’intercettazione che avviene fra lui e uno
della famiglia degli Inzerillo
Giornalista:
Ma ce n’è un’altra nella San Valentino con lui e Dell’Utri
Giudice Borsellino:
Si il processo di San Valentino, sebbene io l’abbia gestito per qualche mese,
poiché mi fu assegnato a Palermo allorché i giudici romani si dichiararono
incompetenti, lo trasmisero a Palermo, io mi limitai a sollevare, a mia volta, un
conflitto di competenza davanti la Cassazione, conflitto di competenza che fu accolto,
quindi il processo ritornò a Roma o a Milano, ora in questo momento non lo ricordo,
conseguentemente non è un processo che io conosca bene in tutti i suoi dettagli
perché, appunto, non l’ho istruito, mi sono dichiarato incompetente
Giornalista:
Comunque lei, in quanto esperto, lei può dire che quando Mangano parla di
cavalli al telefono, vuol dire droga
Giudice Borsellino:
Si, tra l’altro questa tesi dei cavalli che vogliono dire droga è una tesi
che fu asseverata nella nostra ordinanza istruttoria e che poi fu accolta a dibattimento
tant’è che Mangano fu condannato al dibattimento del maxi processo per traffico di
droga, fu condannato esattamente a tredici anni e quattro mesi di reclusione più
settanta milioni di multa e la sentenza di Corte d’Appello confermò queste decisioni
del primo grado sebbene, da quanto io rilevo dalle carte, vi sia stata una sensibile
riduzione della pena”
Il procedimento penale, cui il dr. Borsellino faceva riferimento nel corso della
sua intervista e nel quale era rimasto coinvolto il Mangano, era stato istruito dalla
Procura della Repubblica di Milano in quello stesso arco temporale (i primi anni ’80).
Si era trattato di una vasta indagine seguita da un pool composto da diverse
Forze di Polizia a diretto contatto con la Procura della Repubblica milanese.
Di quel gruppo investigativo aveva fatto parte, tra gli altri, il dr. De Luca
Antonio, in atto direttore della Polizia Ferroviaria, il quale è stato sentito nel corso del
presente dibattimento all’udienza del 29 marzo 1999.

199
IL BLITZ DI SAN VALENTINO

Richiamando sommariamente quelle indagini, il teste ha riferito che, una volta


trasferitosi alla Criminalpol di Milano, si era subito interessato dei mafiosi residenti e
trasferiti in quella città.
Esaminando trascrizioni di intercettazioni telefoniche e risultati di indagini
concernenti quei soggetti, rivisitati alla luce della specifica esperienza maturata nel
periodo in cui aveva prestato servizio a Palermo, si era imbattuto in alcuni personaggi,
già incontrati nel corso di precedenti indagini (il riferimento del teste è alle indagini
seguite all’omicidio del cap. Basile), tra i quali in particolare il teste ha ricordato il
nome di Mangano Vittorio.
Nel corso delle indagini svolte a Milano erano emersi importanti contatti anche con i
fratelli Fidanzati e con due personaggi, Virgilio Antonio e Monti Luigi, il primo
proprietario di un grosso albergo milanese (il Plaza) e il secondo importante industriale
e commerciante, titolare di numerose attività e società ubicate al centro di Milano,
entrambi risultati legati al Mangano come pure ai fratelli Enea, già conosciuti dal teste
a Palermo.
Altri soggetti legati a questi traffici erano Bono Giuseppe e tale “Tanino”, poi
identificato nel latitante Martello Ugo.
L’esito di queste complesse indagini era stato rassegnato dalla Criminalpol lombarda
con il rapporto n.0500/CAS/Criminalpol del 13/4/1981 con il quale Mangano Vittorio
era stato denunciato alla Procura della Repubblica di Milano, unitamente ad altre
cento persone, in ordine al reato di associazione per delinquere.
Con il suddetto rapporto gli inquirenti mettevano in luce il pericoloso inserimento di
questa associazione per delinquere, composta anche da mafiosi, nel tessuto economico-
finanziario della città lombarda.
Alla stessa udienza dibattimentale del 29 marzo 1999, veniva assunto in esame
l’ispettore superiore della P.S. Furnari Riggio, appartenente, come il dr. De Luca
Antonio, allo stesso gruppo antisequestri in qualità di addetto alle intercettazioni
telefoniche.
Riferendo in merito alle stesse indagini, il teste ha chiarito che erano finalizzate ad
individuare una organizzazione criminale che stava predisponendo un sequestro di
persona nel milanese.
Nel corso di una indagine per traffico di stupefacenti, condotta dall’autorità
giudiziaria bolognese, era stata sottoposta ad intercettazione telefonica una utenza della
rete di Palermo e, dal casuale ascolto di una conversazione, era emerso che un gruppo
di persone stava organizzando un sequestro.
Le successive indagini, condotte dal gruppo antisequestri costituito presso la
Criminalpol di Milano (del quale facevano parte il dr. De Luca e l’ispettore Furnari),
consentivano di evidenziare una serie di contatti con Mangano Vittorio, spesso
presente a Milano all’Hotel Duca di York.
Le intercettazioni venivano estese anche a questa utenza telefonica e venivano
accertati numerosi contatti dello stesso Mangano con diversi imprenditori, ed in

200
particolare, con una società di import-export facente capo a tale Ingrassia.
Tra queste telefonate, richiamate nel citato rapporto 0500/Cass dell’aprile 1981, si
inserisce quella del 14 Febbraio 1980 tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri,
telefonata sulla quale si tornerà nel prosieguo.
Le indagini portavano ad una serie di arresti eseguiti contestualmente la notte del 15
febbraio 1983 (da qui la denominazione di “blitz di San Valentino” data a quella
importante operazione di polizia) ed erano caratterizzate da tutta una serie di vicende
processuali particolarmente tarvagliate, tra le quali una eccezione di incompetenza per
territorio dell’autorità giudiziaria procedente
Dal rapporto 0500/CAS del 13 aprile 1981 e dalle indagini che erano scaturite dallo
stesso veniva instaurato un altro procedimento penale, nel quale rimaneva coinvolto il
Mangano, a carico di Agostoni Ernesto + 28, definito dall’autorità giudiziaria milanese
(v. sentenza di 1° grado del 23 maggio 1986 e quelle dei gradi successivi in documenti
1, 2 e 3 del faldone 27), la quale si era occupata di una associazione di tipo mafioso
finalizzata anche al riciclaggio di denaro e di una serie di reati di estorsione e traffico
di sostanze stupefacenti.
Anche in quest’altro procedimento emergevano elementi probatori della
frequentazione da parte del Mangano degli uffici di via Larga a Milano, sede delle
aziende riconducibili a Martello Ugo, i cui usuali frequentatori erano stati individuati
nelle persone di Monti Virgilio, Bono Alfredo, Bono Giuseppe, Enea Antonino, Enea
Salvatore, Martello Biagio, i fratelli Fidanzati e Alberti Gerlando, inteso “u paccarè”.
L’intreccio e la vastità degli affari illeciti, nei quali questi soggetti erano coinvolti,
aveva fatto ritenere fondatamente al Tribunale che quella associazione per delinquere
milanese fosse “collegata” o “federata” con plurime altre associazioni per delinquere di
tipo mafioso, le quali tutte facevano parte di un più vasto ambiente criminale,
caratterizzato da uguali o consimili connotazioni e dedito a plurime attività illecite, fra
le quali, nell’epoca in cui si riferivano i fatti da giudicare, il traffico di sostanze
stupefacenti.
IL NE BIS IN IDEM
Rimane connessa al tema probatorio, concernente le indagini milanesi nelle quali era
rimasto coinvolto il Mangano, l’eccezione di improcedibilità per ostacolo di precedente
giudicato, sollevata dalla difesa dell’imputato Marcello Dell’Utri, in conseguenza della
sentenza emessa il 24 maggio 1990 dal giudice istruttore di Milano, dr. Giorgio Della
Lucia, nell’ambito di un procedimento che costituiva stralcio delle indagini scaturite
dal soprarichiamato rapporto n. 0/500/CAS (v. doc. 4 del faldone 3).
Oggetto di contestazione in quel procedimento era “il delitto di cui agli artt. 416 e
416 bis c.p. per essersi associato con Mangano Vittorio ed altri soggetti (non meglio
precisati correi, n.d.r.) al fine di commettere una serie indeterminata di delitti contro il
patrimonio e contro la persona ed acquisire in modo diretto od indiretto (attraverso
società di fiducia e società commerciali) la gestione ed il controllo di attività
economiche quali imprese industriali, commerciali, immobiliari e finanziarie,
avvalendosi a tal fine della forza di intimidazione del vincolo associativo e della
condizione di assoggettamento che ne deriva.
Reato commesso nella città di Milano, nonché all’estero fino al 29 settembre 1982”.

201
La difesa ha rilevato che, dovendosi equiparare un tale provvedimento ad una
sentenza di non luogo a procedere, ai sensi dell’art. 232 disp. att. c.p.p., in mancanza di
un espresso provvedimento di revoca, oggi di competenza del GIP, rimaneva preclusa
la possibilità di sottoporre nuovamente a giudizio l’imputato Marcello Dell’Utri in
ordine ai medesimi fatti.
Il rilievo, ad avviso di questo Tribunale, non è fondato.
Premesso che una simile preclusione non riguarderebbe affatto le gravi condotte poste
in essere dall’imputato (sulle quali ci si soffermerà nel prosieguo della trattazione)
dalla data successiva al 29 settembre 1982, ritiene il Tribunale che, nel caso in esame,
non ricorrono le condizioni per l’operatività di tale meccanismo processuale perché,
malgrado la identità degli articoli di legge richiamati nella rubrica di entrambi i
procedimenti penali (l’art. 416 e 416 bis c.p.), non sussiste l’indefettibile presupposto
costituito dal “medesimo fatto”.
Per una migliore chiarezza, è opportuno ricordare che, secondo quanto viene
riassunto nella prima parte del provvedimento del dott. Dalla Lucia, quel procedimento
era stato instaurato a seguito di comunicazione giudiziaria per il reato di cui all’art. 416
c.p., notificata a Marcello Dell’Utri contestualmente ad un decreto di perquisizione
emesso dalla Procura della Repubblica di Milano il 2 dicembre 1981 a seguito della
telefonata sopra richiamata tra lo stesso Dell’Utri (originaraiamente non inserito nel
rapporto n. 0500/Cass dell’aprile 1981) e Mangano Vittorio, intercettata il 14 febbraio
1980 sull’utenza dell’Hotel Duca di York.
La posizione processuale di Dell’Utri era rimasta pendente fino al mese di ottobre
1987 quando il dr. Isnardi, giudice istruttore del processo, ne aveva disposto la
separazione; il relativo fascicolo era stato quindi trasmesso al dr. Dalla Lucia per
l’unione agli atti del procedimento per bancarotta fraudolenta allora pendente a carico
dello stesso Dell’Utri (poi definito dallo stesso dr. Dalla Lucia con sentenza del 27
luglio 1989).
In quel procedimento il magistrato procedente, valutato il contenuto della telefonata
sopra richiamata e preso atto del mero rapporto di conoscenza tra Mangano Vittorio e
Dell’Utri Marcello, della loro comune origine palermitana, e della interessenza in affari
che non risultavano essere di natura illecita, aveva ritenuto del tutto insussistente la
prova dell’inserimento dell’odierno imputato in quel particolare sodalizio operante nel
territorio milanese (nel provvedimento si parla di “deserto probatorio “) e che vedeva
tra i suoi protagonisti, come si è già avuto modo di constatare, diversi personaggi
riconducibili alle organizzazioni mafiose siciliane.
Ciò premesso, rileva il Tribunale che, al di là della macroscopica ed evidente
diversità delle condotte prese in esame nel presente procedimento rispetto a quelle che
erano state oggetto di valutazione da parte del dott. Dalla Lucia, si deve escludere che
tra le contestazioni mosse nei due procedimenti possa ravvisarsi quella medesimezza
del fatto, ostativa alla procedibilità dell’azione penale.
Ritiene, in particolare, il Collegio che non possa ravvisarsi una sostanziale
coincidenza tra il reato contestato in quel procedimento e quello per cui si procede in
questa sede, nella quale si contesta all’imputato Marcello Dell’Utri la partecipazione, a
titolo di concorso esterno, a quella particolare organizzazione mafiosa denominata

202
“cosa nostra”, associazione per delinquere di tipo mafioso del tutto diversa dal
sodalizio criminale oggetto della indagine milanese, malgrado alcuni esponenti di
“cosa nostra” fossero ricompresi tra i soggetti allora sottoposti ad attenzione
investigativa.
Queste stesse considerazioni erano state già espresse dal Tribunale di Milano, nella
già menzionata sentenza del 23 maggio 1986, chiamato a pronunciarsi in una analoga
fattispecie.
In quel caso, il Tribunale, trattando di una posizione sostanzialmente inversa a quella
in esame (un soggetto, tale Ingrassia Giovanni, che era stato imputato e prosciolto dal
giudice istruttore di Palermo in ordine al reato associativo contestatogli nel processo
Spatola, gli era stato nuovamente contestato tale reato nel processo a carico di
Agostani +28), aveva ritenuto la sostanziale distinzione tra le due associazioni (quella
milanese e quella facente capo a Palermo, denominata “cosa nostra”).
Argomentava, infatti, il Tribunale di Milano che la circostanza che all’Ingrassia fosse
stato contestato, nell’ambito del processo Spatola, il reato di associazione per
delinquere proprio per le relazioni con Vittorio Mangano e con Ugo Martello, e che
dalla suddetta imputazione fosse stato prosciolto, non precludeva l’esercizio
dell’azione penale nei suoi confronti in ordine alla partecipazione all’associazione
operante a Milano, oggetto di quel processo “…..data la distinzione e rispettiva
autonomia della associazione accertata nel processo Spatola e quella accertata a
Milano, di là da possibili collegamenti e commistioni”.
Per le considerazioni tutte che precedono, va respinta l’eccezione sollevata dalla
difesa dell’imputato Marcello Dell’Utri.
Tornando a Vittorio Mangano, osserva il Collegio che altre risultanze sono emerse
sul suo conto.
LE
RISULTANZE DEL “MAXI-UNO” E LE DICHIARAZIONI DI
ALCUNI COLLABORATORI SUL CONTO DEL MANGANO

Il Mangano è stato imputato nel procedimento penale a carico di Abbate Giovanni ed


altri, definito con la sentenza della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992, essendo
stato chiamato in correità sia da Buscetta Tommaso, che lo aveva indicato come
componente della “famiglia” di Porta Nuova, sia da Contorno Salvatore, il quale aveva
riferito di averlo avuto presentato come uomo d’onore proprio a casa di Stefano
Bontate.
La Corte d’Assise di Palermo aveva dichiarato il Mangano colpevole del reato di
associazione per delinquere e traffico di stupefacenti, assolvendolo, invece,
dall’imputazione di associazione per delinquere di tipo mafioso, sulla base della
considerazione che, essendo stato il Mangano detenuto, alla data di entrata in vigore
dell’articolo 416 bis c.p., nell’ambito del processo c.d. Spatola, non vi era prova della
permanenza del vincolo associativo a partire da quella data.
Terminato il primo grado del giudizio, altri collaboratori di giustizia confermavano il
ruolo criminale del Mangano e la sua qualità di uomo d’onore della “famiglia di Porta
Nuova”.

203
In particolare, Francesco Marino Mannoia, riferendo quanto a sua conoscenza in
ordine a quella “famiglia”, dichiarava, nel corso dell’interrogatorio del 2.11.1989 (il
cui verbale è stato acquisito agli atti), che:
“Capo del Mandamento e rappresentante della Famiglia e’ CALO’ Pippo. Il
sottocapo e’ attualmente CANCEMI Salvatore; .... quali uomini d’onore conosco, fra
gli altri, MANGANO Vittorio, CILLARI Gioacchino, LO PRESTI Gaetano, MILANO
Nicola , inteso “il riccio”, ed i suoi figli MILANO Nunzio e MILANO Salvatore ....
LIPARI Giovanni ..... omissis”.
La posizione processuale del Mangano si concludeva definitivamente con la sentenza
della Corte di Cassazione del 30 gennaio 1992 che annullava senza rinvio la condanna
dell’imputato in ordine al reato associativo, in considerazione del precedente giudicato
formatosi nel processo Spatola.
Alla persona di Mangano Vittorio e al suo attivo inserimento nella organizzazione
criminale “cosa nostra” hanno fatto riferimento numerosi collaboratori di giustizia,
sentiti anche nel corso del presente dibattimento, i quali hanno reso dichiarazioni anche
sulla sua collocazione all’interno degli ambienti mafiosi allora operanti a Milano.
Sono state già richiamate le dichiarazioni di quei collaboratori di giustizia, i quali
hanno fatto espresso riferimento alla “iniziazione” del Mangano da parte di Nicola
Milano, uomo d’onore della “famiglia” di Santa Maria di Gesù, vicino ai Grado, ed
anch’egli presente a Milano in quegli anni.
Ancora, sulla figura del Mangano Vittorio, quale delineata dagli investigatori e dai
collaboratori di giustizia, certamente ben diversa rispetto a quella di un uomo malato e
sofferente presentatosi al cospetto del Tribunale, e sul suo spessore criminale, appare
utile e conducente il richiamo alla intervista del dr. Paolo Borsellino, già richiamata.
Giornalista:
E uno come Mangano può essere l’elemento di connessione tra questi due
mondi? ( facendo riferimento al mondo di “cosa nostra” palermitano e a quello
economico e finanziario milanese n.d.r. )
Giudice Borsellino:
Be’ guardi Mangano era una persona che già in epoca ormai databile
abbondantemente di due decenni almeno, era una persona che già operava a Milano,
era inserita in qualche modo in un’attività commerciale, è chiaro che era una delle
persone, vorrei dire anche
Giornalista:
Lui si occupava anche di traffico di droga, l’abbiamo visto, ma anche di
sequestro di persona
Giudice Borsellino:
Ma tutti quei mafiosi che in quegli anni, siamo probabilmente alla fine degli
anni ’60 inizio degli anni ’70, che approdarono a Milano e fra questi non
dimentichiamo che c’è pure Luciano Liggio, cercarono di procurarsi quei capitali che
poi investirono nel traffico delle sostanze stupefacenti anche con i sequestri di
persona. Lo stesso Luciano Liggio fu coinvolto in alcuni clamorosi processi che
riguardavano sequestri di persona, ora non ricordo se si trattasse ad esempio di
quello di Rossi di Montelera ma probabilmente fu proprio uno di questi, e diversi

204
personaggi che ancora ritroviamo come protagonisti di vicende mafiose a Milano si
dedicarono a questo tipo di attività che invece, salvo alcuni fatti clamorosi che
costituiscono comunque l’eccezione, sequestri di persona che invece a un certo punto
Cosa Nostra si diede come regola di non gestire mai in Sicilia
Giornalista:
Mangano è più o meno un pesce pilota, non so come si dice, un avanguardia
Giudice Borsellino:
Si guardi, le posso dire che era uno di quei personaggi che ecco erano i ponti,
le teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia, ce n’erano parecchi ma
non moltissimi almeno fra quelli individuati; altro personaggio che risiedeva
stabilmente a Milano è uno dei Bono, credo che Alfredo Bono che nonostante fosse
capo della famiglia di Bolognetta che è un paese vicino Palermo risiedeva
abitualmente a Milano”.
Riservando ad altra parte della sentenza la disamina dell’attività del Mangano e dei
suoi rapporti con l’imputato Dell’Utri Marcello nel periodo successivo alla sua
scarcerazione, avvenuta nel 1990, si richiamano qui brevemente le dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia, i quali hanno fatto riferimento all’inserimento di Mangano in
“cosa nostra” fin dagli anni 70, dalle quali si coglie con evidenza anche lo stretto
legame esistente in quel periodo tra lo stesso Mangano e Stefano Bontate e il gruppo
dei c.d. “perdenti”.
Sentito all’udienza del 9 febbraio 1998, Scrima Francesco, uomo d’onore della stessa
“famiglia” del Mangano fin dal 1969/70, ha dichiarato di avere avuto presentato
ritualmente in carcere il Mangano proprio da Stefano Bontate e da Pippo Galeazzo,
appartenente alla stessa famiglia di Porta Nuova, in occasione di una comune
detenzione all’Ucciardone, dove lo Scrima era ristretto sin dal 1972.
Si riportano di seguito le dichiarazioni rese dallo Scrima al riguardo, senza mancare
di sottolineare la precisione delle indicazioni fornite dal collaborante sul momento in
cui avvenne la presentazione, in un periodo in cui anche il Mangano si trovava
detenuto al carcere Ucciardone :
“ un giorno è salito sopra perché diciamo io ero in una cella del secondo
piano, come Buscetta, con lui assieme, e con questo Pippo Galeazzo, e allora mi è
stato detto: sa abbiamo conosciuto un nostro fratello, fresco fresco, anzi mi hanno
detto. Allora gli ho detto: e chi è? E mi hanno fatto il nome di Mangano. Poi in
un’altra occasione, in un’altra occasione me l’hanno presentato personalmente giù
nell’infermeria dell’Ucciardone perché mi trovavo giù e quindi è venuto questo
Mangano per una visita medica e così l’ho conosciuto , me l’hanno presentato loro
stessi.
PM :
E questo , questa presentazione diciamo personale quando è avvenuta?
SCRIMA FRANCESCO:
Ma è avvenuta sempre in quel periodo, credo nel ’75, diciamo, dopo un paio
di giorni, anche perché lui, il Mangano, è stato in prigione, in carcere, in quel periodo
pochi giorni, perché doveva rispondere di un coltellino, un coltello, una cosa irrisoria,
e quindi tanto è vero che il Buscetta gli aveva detto se voleva dalla sezione, da una

205
delle … dalla sezione in cui si trovava se voleva passare all’infermeria , no… e lui
dice: no, sto uscendo. E quindi manco è venuto perché doveva uscire da un giorno
all’altro, difatti ha fatto o 3 o 5 o 7 giorni di prigione, una cosa di questo”
Il riferimento appare evidente al periodo di detenzione sofferto dal Mangano, per soli
cinque giorni nel mese di dicembre 1975, per una condanna subita per porto di coltello
di genere vietato e, pertanto, è possibile escludere con certezza la possibilità di datare
la rituale affiliazione del Mangano ad un periodo successivo a questa data.
Al contempo, il fatto che lo Scrima non avesse avuto presentato il Mangano prima
del suo arresto ( avvenuto, come si è detto, nell’anno 1972) porta ragionevolmente ad
escludere che tale affiliazione possa essere retrodatata ad un periodo anteriore, essendo
verosimile che, in questo caso, il Mangano sarebbe stato certamente presentato agli
altri componenti della sua stessa famiglia mafiosa, tra cui lo Scrima Francesco, già
uomo d’onore di quel sodalizio.
Nel corso della sua audizione dibattimentale, il predetto collaborante ha inoltre
riferito (v. pagg. 203 e segg. della trascrizione di udienza), per averlo appreso sia da
Pippo Calò che dal Cancemi, che Mangano era molto vicino anche a soggetti
appartenenti alla famiglia di Santa Maria di Gesù, e in particolare, ai fratelli Grado,
quelli che lo avevano avvicinato a “cosa Nostra”, nel senso che lo avevano”portato”da
Nicola Milano, il quale aveva poi insistito affinché fosse “affiliato” all’associazione.
Sulla vicinanza di Mangano alla “famiglia” di Santa Maria di Gesù, il collaborante ha
ricorda anche un episodio, relativo al dono di una pistola a Stefano Bontate durante la
c.d. seconda guerra di mafia (1981-1983), del quale aveva appreso all’interno della sua
“famiglia”, e forse dallo stesso Pippo Calò.
Già in precedenza sono state richiamate le dichiarazioni di Cucuzza Salvatore a
proposito dei suoi rapporti con Mangano Vittorio.
Per completezza, in questa sede è opportuno ricordare che il predetto collaboratore di
giustizia, sentito in udienza il 14 aprile 1998, dopo avere riferito dei fatti
immediatamente successivi alla sua scarcerazine nel dicembre 1994 (in particolare alla
reggenza del mandamento di Porta Nuova da parte dello stesso Mangano e di
Andronico Giuseppe, all’opposizione di Pippo Calò e alla successiva investitura dello
stesso Cucuzza accanto al Mangano), rendeva le seguenti dichiarazioni:
P.M. “… Senta quindi, visto che abbiamo parlato di Mangano Vittorio lei ci
può dire quando ha conosciuto Mangano Vittorio e in che modo vi siete conosciuti ed
in che modo vi siete presentati ritualmente?”,
“Sì conosco da tantissimo tempo Mangano Vittorio perhé era un componente
della famiglia di Porta Nuova.
Il l’ho conosciuto a Mangano Vittorio dopo avere trascorso un breve latitanza con
Rosario Riccobono.
Io sono stato arrestato ho detto dal ‘75 al’ 79 , però dal’ 75 al’ 79 c’è stata
una interruzione perché io, essedo all’ospedale civico di Palermo per alcuni
accertamenti mi dono dato alla latitanza, evasi dall’ospedale e per quasi, circa 8 mesi,
credo dal ‘76 fino al ‘77 credo mese più mese meno, sono stato latitante con Rosario
Riccobono.

206
Siccome l’evasione risale all’estate di quel percorso siamo andati in un posto
al mare.
Quando invece è finita l’estate siamo andati in un posto ad Altarello dove io
affittai una casa in via Anapo, ce è proprio ad Altarello.
Rosario Riccobono abitava in un piano sotto del palazzo di Mangano Vittorio,
però il giorno lo trascorrevamo nella stato (stalla ) là di Mangano Vittorio e la sera
ognuno rincasava a casa propria.
Lì ho conosciuto Mangano Vittorio e molto probabilmente in termini di
sicurezza non lo posso dire ma comunque Rosario Riccobono o qualcuno della
famiglia me lo ha presentato.
Poi ci siamo successivamente, dopo il mio arresto dell’83, dopo il pentimento
di Buscetta ci siamo ritrovati nel carcere per un lungo periodo, Palermo, poi Trapani.
Ci sono stati periodi molto lunghi di carcerazione.”
PM: Senta non ricordo se ha detto che ritornando al periodo, invece, quello
precedente , quello del ‘76-‘77, se quando vi incontravate con Riccobono Mangano le
era stato presentato ritualmente, come uomo d’onore.
CUCUZZA :

PM:
Lei mi ha detto anche a quale famiglia apparteneva?
CUCUZZA:
Sì Porta Nuova.
PM:
Quando in queste occasioni, quindi sto parlando sia ‘76-‘77, sia dal’83 in poi
con il Mangano avrete avuto modo di parlare del periodo che Mangano passò a
Milano?
CUCUZZA:
Sì queste erano discussioni ricorrenti del periodo di Milano del suo vivere a
Milano in generale, ne parlavamo spesso.
PM:
Può specificare di che cosa parlava in particolare, vorrei capire se gliel’ha detto ,
ovviamente, in che anni arriva a Milano e quali erano le persone cui era vicino, in
quel periodo.
CUCUZZA:
In quel periodo che erano i primi anni ’70, non so, ‘72 o ‘73, comunque un po’
prima.
Lui era lì, si accompagnava in quel periodo ai Grado ai fratelli Grado, certe volte
pure c’era Contorno Salvatore, insomma vivevano un po’ di traffci, diciamo non
propriamente cose legali.
PM:
Può specificare che tipo di traffici, e poi anche i nominativi dei Grado, se può
indicarli.
CUCUZZA:
C’è Gaetano e Nino Grado, e Salvatore Contorno.

207
PM:
Senta a che famiglia appartenevcano?
Erano uomini d’onore in primo luogo queste persone e se erano uomini d’onore a
quali famiglie appartenevano?
CUCUZZA:
I Grado e Totuccio Contorno appartenevano alla famiglia di Santa Maria di
Gesù, a quel tempo capeggiata da Stefano Bontà”
(Il riferimento è senza dubbio a Bontate, essendo frequente la distorsione di
questo cognome da parte dei palermitani in quello più comune di Bontà).
CUCUZZA:
Mangano Vittorio aveva rapporti molto intimi con Stefano Bontate e con
Rosario Riccobono che in quel periodo diciamo che erano molto in auge interno a
cosa nostra , però il suo diretto capo era Pippo Calò. Avevano un rapporto buono, ma
diciamo che Mangano essendo un po’ egocentrico preferiva l’amicizia anche di queste
persone che andavano alla grande in quel periodo, quindi erano molto intimi con
Bontate, con Inzerillo, con Riccobono.
PM:
Lei sa quando venne combinato Mangano?
CUCUZZA:
No, dopo i primi anni ‘70, ‘73-‘74 questo io precisamente non lo posso dire, so
che quando l’ho conosciuto già era da diversi anni uomo d’onore, ma l’anno non lo
posso precisare, comunque era vicino in quel periodo a Nicola Milano e quindi
dipendeva da questa persona che lo istruiva per cosa nostra”.
A Mangano Vittorio e alla sua formale affiliazione a “cosa nostra” ha fatto
riferimento il collaboratore di giustizia Cancemi Salvatore, sentito in dibattimento
all’udienza del 26 gennaio 1998.
Il Tribunale ha ritenuto di non utilizzare in toto le dichiarazioni rese dal predetto
collaborante perché l’evidente progressione accusatoria delle sue affermazioni
dibattimentali (rispetto a quanto dallo stesso dichiarato in sede di indagini preliminari)
non rassicura sulla sua intrinseca attendibilità.
In questo caso, però, le dichiarazioni, che verranno di seguito riportate, riguardano
una questione del tutto diversa, qual è la rituale affiliazione in “cosa nostra” dello
stesso Cancemi, il quale ha riferito che, quando lui era stato combinato (e cioè nel 1976
circa), era stato proprio Mangano Vittorio a fargli da “padrino”, circostanza dalla
quale si ricava con evidenza il fatto che il Mangano, all’epoca, fosse già uomo d’onore:
PUBBLICO MINISTERO:
Puo' dirci da quando e come e' stato affiliato?
CANCEMI SALVATORE:
Io sono entrato a fare parte nel 1976, sono stato combinato, il rito, quello che
ho spiegato piu' volte che c'e' la santina e da...il mio padrino VITTORIO
MANGANO,in presenza di PIPPO CALO', TOMMASO SPADARO, LIPARI
GIOVANNI, questi sono tutti componenti della famiglia di Porta Nuova, e NICOLA
MILANO e qualche altro c'era presente allora.
omissis

208
PUBBLICO MINISTERO:
Lei aveva un rapporto particolare con VITTORIO MANGANO?
omissis

CANCEMI SALVATORE:
Rapporti buoni, rapporti intimi, rapporti di grande amicizia, rapporti a tipo
familiari, familiari no di cosa nostra, familiari quelli di stato di famiglia.”
A proposito di Mangano Vttorio devono essere richiamate anche le dichiarazioni
dibattimentali di un altro collaboratore di giustizia al quale si è già fatto in precedenza
riferimento; trattasi di Mutolo Gaspare, sentito all’udienza del 18 maggio 1998, il
quale ha riferito, per avervi preso parte in prima persona, della “comunità” degli
associati mafiosi che risiedevano a Milano, al centro della quale era proprio lo stesso
Mangano, come pure degli stretti rapporti che questi aveva con Stefano Bontate, pur
facendo parte della famiglia del Calo’:

MUTOLO GASPARE :
Guardi questo io non lo so, però Mangano è un uomo della «famiglia»
di Pippo Calò, era molto legato allora con Stefano Bontade, con Nino Rotolo; io mi
ricordo che spesso ci vedevamo al baglio di Stefano Bontade, ma una volta addirittura
mi raccontarono che il Mangano aveva partecipato pure al tentativo di uccidere a
Francis Turatello con... con Girlando Alberti, «ù paccarè».... mentre era il Turatello
insieme a Salvatore... un catanese trapiantato a Torino, ma che era molto amico di
questo Francis Turatello, insomma... E questi lo avevano scambiato per Poliziotti e
Francis Turatello scappò in mutande perchè si immaginava che lo dovevano
arrestare, invece erano altri personaggi che lui nemmeno si immaginava.
Omissis

PUBBLICO MINISTERO :
Si. Ma io volevo sapere da lei quando lei parla con Mangano, in queste
due occasioni, lei ha detto ne parla una volta alla fine degli anni ‘70, è giusto?
MUTOLO GASPARE :
Si.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, lei è a conoscenza se vi erano rapporti tra Vittorio Mangano e
Bontade, Stefano Bontade?
MUTOLO GASPARE :
Con Bontade io poc’anzi ho detto che, molto spesso io, il Mangano
Vittorio, il Nino Rotolo, però in compagnia di altri personaggi per esempio io
accompagnavo a molti... a Riccobono, Rotolo accompagnava un certo Motisi che
allora era il «capo famiglia» di Pagliarelli, il Mangano Vittorio era intimo amico di
Stefano Bontade e non so... se è perchè ogni tanto ci regalava qualche cosa.. insomma
io spesso a Vittorio Mangano lo vedevo nel baglio, dietro il villino di Bontade e si
parlava insomma... erano molto intimi con Stefano Boutade”.
Anche Calderone Antonino– le cui dichiarazioni sono già state prese in

209
considerazione – ha fatto riferimento al suo incontro a Milano nei primi anni ’70 con
Pippo Bono, con il fratello Alfredo, con i Drago, con Mimmo Teresi e Stefano Bontate
e con lo stesso Vittorio Mangano.
Si tratta, in questo caso, di dichiarazioni già richiamate trattando dei viaggi a Milano
del collaborante, in occasione dei quali ebbe ad incontrare diversi uomini d’onore tra i
quali Mngano Vittorio.
CALDERONE ANTONINO:
“…..C’era: PIPPO BONO suo fratello, poi tanti altri uomini d’onore, c’erano
uomini d’onore della famiglia di STEFANO BONTATE, i DRAGO, c’era VITTORIO
MANGANO che mi ha sostenuto nel 1976, perché lì cercavo dei nostri nemici…
omissis
“ Cercavamo, sapevamo che a Milano ce ne erano di questi uomini, io sono
andato lì per individuare, casomai fossero…, li avremmo trovati e mi sono recato con
MIMMO TERESI, su ordine di STEFANO BONTATE, MIMMO TERESI mi ha
accompagnato, mi ha messo a disposizione ANTONINO GRADO e lì ho incontrato
pure VITTORIO MANGANO.

.PUBBLICO MINISTERO:
“ Lei ha detto di avere visto in quell’occasione (viaggio del 1975
n.d.r. ) insieme a suo fratello, PIPPO BONO, si ricorda dove lo avete visto?
CALDERONE ANTONINO:
L’abbiamo visto in un piccolo ufficietto, che era come copertura, un
ufficietto di copertura era e c’erano parecchi uomini d’onore della famiglia di PIPPO
BONO.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda i nominativi di queste persone ?
CALDERONE ANTONINO:
C’erano i fratelli MARTELLO, MARIO e UGO MARTELLO, inteso
TANINO ed altri mi pare…, no mi pare, c’era uno dei FIDANZATI.
PUBBLICO MINISTERO:
Si ricorda quale FIDANZATI?
CALDERONE ANTONINO:
CARLO mi pare, CARLO FIDANZATI
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, ha conosciuto in quella occasione o comunque ha visto in
quell’occasione anche i fratelli ENEA?
CALDERONE ANTONINO:
Sì, c’era uno dei fratelli ENEA e c’era un altro giovane, molto elegante,
che ora no saprei dirle il nome…
PUBBLICO MINISTERO:
Sempre di una famiglia palermitana comunque
CALDERONE ANTONINO:
Sempre della famiglia di PIPPO BONO
omissis

210
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, può specificare se è a sua conoscenza, se apprese proprio
nell’occasione che lei diceva, appunto, da voi stessi era stata proposta la formazione
di una famiglia di Milano, ma per quale motivo, tutte queste persone appartenenti a
Cosa Nostra si trovavano a Milano?, c’erano motivi leciti, c’erano dei traffici?
CALDERONE ANTONINO:
Ma, guardi, il BONO lavorava con la droga, erano gente che si
spostavano a Milano per avere anche un piede su Milano, sempre si lavorava nel
sottobosco, non erano attività lecite quelle che si facevano”.
Ad una presentazione rituale del Mangano nei primi anni 70 aveva fatto riferimento
anche Di Carlo Francesco:
“…. Vittorio Mangano è cosa nostra e io l’ho avuto presentato nel ’72 o ’73.
PM: Chi glielo presentò? Lo ricorda ?
DI CARLO
Eravamo dietro la villa … si chiamava la clinica villa Serena ? Dietro villa
Serena c’era un capannone , c’era presente un certo … un capo decina di …della
famiglia di Porta Nuova, si chiama Giovanni Lipari…
PM
Si.
DI CARLO:
… e c’era un altro della famiglia di Borgo Vecchio, Tanino … Tanino Calisti
si dovrebbe chiamare. Non mi ricordo per quale motivo, per qualche cosa, io ero
andato là e mi hanno presentato a Mangano .
PM:
Ma, gliel’hanno presentato ritualmente, cioè una presentazione …
DI CARLO:
Sì, sì, come cosa nostra, perché là…quelli due erano cosa nostra e io li conoscevo da
tanto tempo e quando sono andato là siccome a questo Mangano non lo conoscevo e
l’avevano fatto da pochissimi mesi , io per questo non lo conoscevo , mi hanno
presentato questo Mangano che era una persona alta, capelli molto … castani molto
chiari, ma sono stato poi tanto tempo a non vederlo più, poi forse l’ho visto un’altra
volta , non ho avuto mai intimità con questi di cosa nostra”.
Pur con qualche inevitabile incertezza circa la data in cui collocare la formale
presentazione del Mangano, ben giustificabile in considerazione del lungo lasso di
tempo trascorso e con la occasionalità della sua conoscenza con il Mangano, è utile
sottolineare in questo caso come il ricordo del Di Carlo sia invece preciso nel riferire il
luogo in cui questa presentazione sarebbe avvenuta, e cioè proprio il capannone dietro
villa Serena cui anche il dr. Borsellino aveva fatto cenno nella sua intervista come
luogo frequentato dal Mangano negli anni ’70.
Quello finora descritto è un quadro probatorio univoco che, a conferma di quanto già
altre autorità giudiziarie hanno affermato in sentenze irrevocabili, conferma l’attivo
inserimento di Mangano in “cosa nostra” e la sua formale affiliazione in un periodo
quantomeno contemporaneo alla sua permanenza ad Arcore .

211
Un ultimo doveroso riferimento deve essere fatto alle dichiarazioni di La Piana
Vincenzo (sentito all’udienza del 15 gennaio 2001), trattandosi di un personaggio che
ritonerà nel prosieguo della trattazione e che per ora è necessario richiamare per fare
riferimento alle origini della sua conoscenza con Mangano Vittorio.
Sposato con Alberti Maria, nipote di Gerlando Alberti, (detto “u paccarè”),
personaggio di assoluto rilievo all’interno di “cosa nostra”, posto ai vertici, in
particolare, della famiglia mafiosa di Porta Nuova, La Piana non è stato ritualmente
inserito nell’organizzazione come “uomo d’onore”, ma è stato coinvolto, per un lungo
periodo di tempo (dai primi anni ‘70 fino all’inizio della sua collaborazione nel maggio
1997), nelle attività delittuose poste in essere dal sodalizio mafioso, proprio per gli
stretti rapporti intrattenuti con Gerlando Alberti anche nel periodo di detenzione di
quest’ultimo ed ha avuto modo di conoscere ed intrattenere rapporti personali con
numerosi esponenti di rilievo di “cosa nostra”, tra cui i fratelli Fidanzati, Francesco
Marino Mannoia, Salvatore Contorno, Tommaso Buscetta, i fratelli Bono, Pippo Calò
ed altri, nonché di partecipare attivamente ad alcuni dei più importanti traffici illeciti di
sostanze stupefacenti organizzati e realizzati dall’associazione mafiosa (tra cui quello
posto in essere, alla fine degli anni ‘70, anche attraverso l’utilizzazione di una
raffineria di eroina impiantata in Trabia).
Lo stabile inserimento del La Piana nell’ambiente criminale di “cosa nostra” ed, in
particolare, nel contesto delle attività illecite aventi ad oggetto traffici di sostanze
stupefacenti, risulta inequivocabilmente dimostrato dai suoi precedenti giudiziari e di
polizia.
Appare opportuno, a tal proposito, sottolineare che, in data 16.7.1982, il La Piana è
stato arrestato a Milano in quanto colpito dal mandato di cattura n. 313/80 emesso il
23.7.1981 dal G.I. presso il Tribunale di Palermo nell’ambito delle indagini nei
confronti di Alberti Gerlando ed altri per associazione finalizzata alla produzione ed al
traffico di sostanze stupefacenti (fatti per cui aveva riportato condanna definitiva a
pena detentiva) e che, già nel 1985, in considerazione dei suoi trascorsi penali e degli
accertamenti investigativi operati sul suo conto, il suo nominativo era stato inserito
nell’elenco dei mafiosi operanti nella provincia di Palermo.
Anche in tempi recenti (dopo essere stato definitivamente scarcerato in data
8.7.1994), il La Piana ha mantenuto rapporti con i reggenti del mandamento di Porta
Nuova, Mangano Vittorio e Cucuzza Salvatore (anche questo tema sarà trattato nel
prosieguo, riguardando un lasso di tempo successivo di diversi anni).
Tali vicissitudini gli avevano consentito, peraltro, di acquisire un consistente
patrimonio di informazioni sugli appartenenti all’associazione mafiosa e sulle attività
illecite da loro poste in essere; come emergeva, con tutta evidenza, sin dall’inizio della
sua collaborazione con la giustizia.
P.M.
………………… ecco io volevo sapere lei ha frequentato Milano ha detto negli
anni '70.
LA PIANA
Si.
P.M.

212
Ha incontrato perso…, siciliani appartenenti a cosa nostra se lei lo sapeva o
comunque soggetti provenienti dalla Sicilia in quegli anni.
LA PIANA
Si perchè io non praticavo solo io, ero io sempre con Gerla…, Gerlando
ALBERTI junior eravamo a Milano a bazzicavamo proprio via Washington,
in via Washington in un bar dove che c'erano i, i fratelli cugini di di
CONTORNO, adesso mi ricordo lo dico, dove che ho, c'era Vittorio
MANGANO c'era Enzo SORDI insomma e tantissima altra gente sempre
siciliani tutti uomini d'onore.
P.M.
Senta anche per ricordo, nel verbale del 3 dicembre del '97 lei ha riferito una
serie, lei ricorda altri nomi prima le faccio questa domanda.
LA PIANA
Si ce ne erano altri adesso, erano i cugini di, di Totuccio CONTORNO che
erano li, dopo, allora si, si conosceva io facevo anche con noi, facevamo
contrabbando di sigarette che c'era un, un calabrese uno che insomma una
persona molto molto forte nella, nella ndrangheta calabrese che si chiama
Pepè ONORATO e dopo ci sono tantissimi altri nomi che io a Milano a
quell'epoca avevo conosciuto.
P.M.
Si e allora pagina sei della trascrizione chiaramente del 3 dicembre, lei ha
detto qui a Milano ho conosciuto tantissimi, tantissimi, tante persone come
questo che è morto Masino SCADUTO, e poi come quello c'era SORDI,
questo lo ha detto ho conosciuto i fratelli BONO Alfredo e Giuseppe.
LA PIANA
Si e il fratello Giuseppe l'ho visto solo una volta, Alfredo lo vedevo sempre e
andavamo a mangiare sempre pure assieme.
P.M.
Dei FIDANZATI ha parlato, ha parlato e poi ha detto gli ENEA i fratelli
ENEA Tanino e suo fratello che adesso dice sta male comunque Robertino noi
lo chiamavamo.
LA PIANA
Si ma con Robertino, con, con suo fratello ci siamo solo
conosciuti in carcere non ho avuto che si chiama Tonino suo fratello.
P.M.
Si, poi, poi ha parlato anche di, sempre nella stessa pagina ha parlato di
BUSCETTA e noi abbiamo chiesto BUSCETTA l'ha conosciuto qua a Milano,
BUSCETTA l'ho conosciuto a Milano.
LA PIANA
Si BUSCETTA l'ho conosciuto a Milano ma si parla negli anni '60 con un
certo Catalano di, di Ciminna, un CATALANO di Ciminna che era in America
che l'hanno ammazzato questo è morto che suo fratello si chiama Onofrio,
sono personaggi di spicco della mafia anche li in America era molto legato a
Gerlando ALBERTI, e con BUSCETTA l'ho conoscevo di prima e dopo

213
quando c'è stato la raffineria lui dormiva nel, nel mio villino BUSCETTA con
sua moglie e il bambino, Cristina si chiamava sua moglie l'ultima delle sue
mogli diciamo.
P.M.
Senta sempre la stessa contestazione di poco fa però siamo a
pagina 10 dello steso del verbale del 3 dicembre, lei ha parlato anche sempre
in relazione a questo bar via Washington dice c'era sia SCADUTO, prima
SORDI sia i fratelli GRADO.
LA PIANA
Ecco quelli non mi ricordavo io che sono i cugini di CONTORNO.
PRESIDENTE
E parla sia pure che veniva Totuccio CONTORNO.
LA PIANA
Si.
P.M.
Quindi queste persone le ha viste anche la in questo periodo.
LA PIANA
Si si nel '72 se era questi anni '73 no, non ricordo di preciso l'anno siccome
andavo spesso e ci vedevamo spesso io andavo stavo 15 20 giorni a Milano.
omissis
P.M.
Ho capito, senta lei ha parlato tra gli altri soggetti che ha incontrat0o a
Milano anche di Vittorio MANGANO, lei lo conosceva personalmente.
LA PIANA
Si io lo conoscevo a Vittorio MANGANO anche in merito di quando che è
stato prima o dopo, comunque Vittorio MANGANO lo conoscevo, non ricordo
adesso perché la casa l'ha venduta dopo nel '76 '77.
P.M.
Cosa c'entra questa casa perché lei segue i suoi pensieri però
noi non, il tribunale soprattutto, noi la possiamo seguire ma il tribunale non
la può seguire, che c'entra questa casa.
LA PIANA
No perché dopo ci siamo visti qui a Palermo ma questo è stato
dopo cioè nel mi ricordo '77 lui aveva una casa in via, in via Anapo, e gliel'ha
venduto a Gerlando ALBERTI, a Gerlando A LBERTI junior.
P.M.
Personalmente a Gerlando ALBERTI junior.
LA PIANA
Intestata alla mamma.
P.M.
Alla mamma che si chiama lo sa.
LA PIANA
Si VITALE Anna si gliel'ha venduta in mia presenza.
P.M.

214
Ho capito, e quindi questo lo sta facendo, e qui, in questo caso che conosce
MANGANO.
LA PIANA
No no già lo conoscevo a Milano io, però non mi ricordo se siccome qui ha lo
stallone c'aveva lo stallone a a Maronna i tuttu u munnu.
P.M.
Che cos'è a Maronna i tuttu u munnu.
LA PIANA
E' un quartiere qui a Palermo in via salendo via Perpignano, per cui lo
conoscevo diciamo da questi, da questi posto qui, però allora non avevamo
un'amicizia, cioè una cosa forte cioè si conosce quando uno conosce un'altra
persona superficialmente, a Milano ci siamo conosciuti si è rafforzata la
conoscenza diciamo, non tanto l'amicizia perché sapendo che io appartenevo
a Gerlando ALBERTI mi rispettavano tutti ed ero rispettato da tutti, io non ho
avuto mai niente con nessuno.
P.M.
Senta e in particolare a Milano lei dice ha iniziato un'amicizia ma un'amicizia
di che tipo cioè parlavate vi diceva che lavoro svolgeva la a Milano.
LA PIANA
Si perché si, siccome lui era un tipo molto scherzoso non era, si scherzava e
lui in quel periodo abitava in un albergo chiamato "Il Duca" che dormiva li e
tante volte gli appuntamenti ce li facevamo li per parlare sempre, perché
allora loro facevano già il traffico di cocaina, diciamo però noi ancora non è,
cioè facevamo solo le sigarette con.
P.M.
Questo fatto dell'albergo lo sa datare cronologicamente quando siamo, in che
anni siamo.
LA PIANA
Si '73 '72 insomma questo periodo negli anni '70 cioè può essere un anno più
un anno meno questo è, che risulta a suo nome.
P.M.
E la sua conoscenza per riuscire a datarlo perché la data in cui risiedeva il
Duca di York è, è sicura quella di MANGANO, lei l'ha conosciuto in
quell'anno, in quegli anni o lo conosceva precedentemente.
LA PIANA
No io ripeto lo conoscevo precedentemente solo che in quel periodo c'è stata
un rafforzamento della conoscenza cioè qualcosa di, quando uno conosce una
persona e si vede saltuariamente è una cosa, quando uno ha più rapporti che
si vede tutti i giorni quel rapporto specialmente che c'è qualcosa, come si
lavorava per le sigarette qualcosa di più forte c'è, perché c'erano, mi ricordo
che c'erano anche i fratelli, erano tre fratelli di Genova, i SACCA', Eugenio
c'era Davide.
P.M.
Di Genova in che senso originari o che risiedevano a Genova.

215
LA PIANA
No no originari di Genova e c'avevano la villa, abitavano a Genova, genovesi
e c'era Davide, Eugenio e un altro fratello, comunque sono quattro i fratelli io
tre ne conoscevo e due li conoscevo perché proprio li avevo incontrati in via
Washington, e dopo ci siamo incontrati più volte sempre per le sigarette alla
clinica a Milano.
P.M. Ma che c'entrano questi fratelli SACCA'.
LA PIANA No perché.
P.M.
Piano piano perché qua poi svicoliamo dal discorso.
LA PIANA
I fratelli SACCA' C'entrano perché li conoscevo ed erano amici anche con,
con Vittorio MANGANO.
Omissis
P.M.
Senta prima di, di passare all'altro tema le volevo fare due domande, visto che
ha parlato dei Fidanzati, lei poco fa ne ha parlato in relazione a un bar di via
Sila.
LA PIANA
Si.
P.M.
Lei c'è andato mai in questo bar di via Sila.
LA PIANA
Si, lo conosco molto bene fino a quando non hanno arrestato a tutti.
P.M.
Si e quando, in che periodo ci andava lei.
LA PIANA
Io ci andavo nel periodo settanta, '76 '75 '77 insomma fino negli anni, fino
nell'80 perché ci, siccome Tanino FIDANZATI, Tanino con tutti gli altri, gli
altri dico gli altri palermitani che era pieno pieno di mafiosi li, ed ero io ero
sempre li ci andavo tutti i giorni in via Sila.
P.M.
Senta che lei sappia questo bar è mai stato frequentato da DELL'UTRI
Marcello.
LA PIANA
Ma io per quanto riferimento ho sentito che l'aspettavano e che doveva
passare, però io non l'ho mai visto.
P.M.
Da chi l'ha sentito se ci può riferire l'occasione in cui l'ha sentito.
LA PIANA
Ma io l'ho sentito da, sia da Gaetano FIDANZATI e sia, comunque siccome
qui ci incontravamo pure con Vittorio MANGANO in questo, in questo bar
però quello che l'aspettava non so per che cosa doveva passare o era passato
si erano informatiche se dice è passato il dottore, dice è passato DELL'UTRI

216
che c'era uno che aveva la confidenza con lui che lo chiamava proprio
nemmeno DELL'UTRI un altro nome diciamo un vezzeggiativo.
P.M.
Si, non ha importanza il vezzeggiativo signor LA PIANA non si perda in
particolari.
LA PIANA
No no ho capito che lei vuole sapere chi sono le persone che aspettavano e
che chiedevano di lui.
P.M.
Lei c'è andato con qualcuno in questo bar di via Sila, in questo.
LA PIANA
Si io ci andavo spesse volte sia con Vittorio MANGANO sia con altri, con
tanti con tante persone.
P.M.
Ho capito diverse volte ma in questa occasione in cui sente parlare di
DELL'UTRI c'è andato con MANGANO o con altre persone.
LA PIANA
Io ci sono andato con MANGANO perché penso che sono andato con lui
perché sono andato, però io in quel periodo ci andavo con tante persone,
magari quattro anni fa, o tre anni fa che ho fatto delle dichiarazioni avevo la
mente più, più, ora sono passati tanto tempo, lei sa dottore che non è una
scusante però io ho fatto tante altre dichiarazioni i altri.
P.M.
Qui di lei non lo ricorda in questo momento.
P.M.
E' pagina 377 della trascrizione chiaramente del verbale del 13 marzo del '98.
E allora ha parlato con uno dei Fidanzati, questo era Vittorio MANGANO,
dice ha parlato con uno dei FIDANZATI, mi sembra con uno dei FIDANZATI,
no si interessava voleva vedere a Vittorio MANGANO, anzi ho sbagliato io
no, DELL'UTRI è andato in via Sila a Milano, poi prosegue quindi
praticamente sembra di comprendere, DELL'UTRI è andato in via Sila, e i
FIDANZATI riferivano a Vittorio MANGANO che lo voleva vedere questo è.
LA PIANA
Si lo confermo perché è così cioè mi ricordo, io lo dico di un altro modo però
penso che sia.
P.M.
Lo conferma questo.
LA PIANA
Si si.
Omissis
P.M.
Senta lei ha parlato di ALBE…, di Gerlando ALBERTI posato.
LA PIANA
Si.

217
P.M.
Può specificare in che periodo che cosa intende con questo termine.
LA PIANA
Ma, nel 1983 quando c'è stato che c'hanno fatto l'attentato al carcere di
l'Ucciardone in un certo, no in un certo modo, era stato posato, posato perché
una persona che si tenta di ammazzarla, si, si posa cioè ci tolgono il comando
dalle mani cioè non ha più il comando che lui aveva, aveva prima e si dice
almeno nel gergo del, di cosa nostra si dice una persona viene postata perché
viene tolto il comando e viene posata cioè non comanda più fino al nuovo
ordine o quando è ripreso.
P.M.
Lei sa per quale motivo poi cioè, lei sa se è stato tentato nuovamente di uccidere ad
ALBERTI.
LA PIANA
No nuovamente no, cioè è stato l'hanno attentato per due o tre volte li che lo
volevano fare fuori qui all'Ucciardone però dopo basta non, lui si è, si è
saputo chiarire delle cose con, con Pippo CALO' dico questo perché lo so
personalmente perché ero io personalmente con Pippo CALO' che mi, parlava
con Salvatore CANGEMI a dire che noi non ci doveva toccare che erano
delle persone che appartenevano a lui la sua stessa persona.
P.M.
Questo lo ha detto chi. Questo lo ha detto chi.
LA PIANA
L'ha detto Pippo CALO'.
P.M.
E quando lo ha detto Pippo CALO' lei lo ricorda rispetto al suo arresto
quando lo ha detto.
LA PIANA
No lo ha detto nell'84, '84 nei primi dell'85 mi sembra o fine '84 quando io
sono uscito per scadenza dei termini nel'84 che c'avevo dato un appuntamento
ai (Incomprensibile), noi eravamo a Messina, siamo scesi a Palermo io e
Gerlando ALBERTI junior che era latitante Gerlando ALBERTI junior,
siamo venuti qui a Palermo ai (Incomprensibile) in una.
P.M.
(Voce fuori campo).
LA PIANA
Si in una, in un magazzino, in un magazzino di falegnameria che c'è che il
proprietario è Salvatore LO PRESTI non
quello che ho citato poco fa di un altro Salvatore LO PRESTI
che abita ai (Incomprensibile) e siamo sta.
P.M.
E qua avete incontrato CALO' e CANGEMI.
LA PIANA
Quando.

218
P.M.
In questo posto avete incontrato CALO' e CANGEMI.
LA PIANA
Si l'appuntamento era qui, siamo entrati lì e lui ha fatto questo discorso che
ho detto poco fa.
P.M.
Va bene si no io invece volevo sapere e volevo capire un'altra cosa per quale
motivo era stato posato Gerlando ALBERTI.
LA PIANA
Gerlando ALBERTI era sta…, per quanto ne sappia io e di quello che ho
sentito di quello che mi ha detto non tanto Gerlando ALBERTI il grande ma
Gerlando ALBERTI junior che il fattore sia perché era compare di
BUSCETTA e perché Gerlando ALBERTI non aderiva a quello che faceva
Totò RIINA per cui era contro i suoi principi che queste cose non me li
diceva però me li ha fatti capire lui Gerlando ALBERTI il grande me li
faceva capire, ma Gerlando ALBERTI junior me li, me li diceva perché era.
P.M.
Questo nell'83 '84 e dopo successivamente lei sa niente dei rapporti di
Gerlando ALBERTI con altri uomini d'onore.
LA PIANA
MA dopo lui si è.
P.M.
Al di la di quello che ha detto dopo il '94 dico.
LA PIANA
Quindi nel periodo '83 '84 '94.
LA PIANA
Lui si, si è diciamo, ha chiarito le cose e ha fatto diciamo una, una pace
diciamo come si dice momentanea ma quella che effettivamente la cosa più
importante è stato Vittorio MANGANO che si è interessato affinché Gerlando
ALBERTI potesse venire a Palermo meglio di come era prima, cioè ha parlato
lui con i paesani e mi ha riferito a me Vittorio MANGANO di dire a Gerlando
ALBERTI che lui poteva venire qui a Palermo meglio di prima perché
avevano bisogno uomini come, come lui e dopo c'è stato un altro episodio che
io sono andato in un altro posto a, a parlare in merito a queste cose qui, ma
quella persona che si interessava di più era Vittorio MANGANO ecco perché
io avevo questa fiducia grande.
P.M.
Si ho capito, senta Vittorio MANGANO al di la di quella questione che lei ha
detto quella sui rapporti con DELL'UTRI ecc. che rapporti aveva con i
Corleonesi con Totò RIINA.
LA PIANA
No, avevano rapporti buoni, avevano rapporti molto insomma, almeno lui un
pochettino dopo li sparlava con me o perché io sapeva che andavo a parlare
con Gerlando ALBERTI però non penso che era, non penso che era n uomo

219
che facesse il doppio gioco con me, però quello che lui mi, mi diceva che i
paesani hanno a finire cioè finisce u tempo che comandano sti, sti viddani, la
parola detta così.
P.M.
Senta e prima dell'arresto di MANGANO quello del 1980 lei, visto che lo
conosceva da prima sa se MANGANO oltre che con quelli che poi hanno vinto
aveva rapporto anche con quelli che sono stati chiamati i perdenti,
BONTADE.
LA PIANA
Si si.
P.M.
Che tipo di rapporti aveva.
LA PIANA
Lui aveva rapporti buoni con quelli, però dopo lui è passato con quelli
vincenti cioè con i Corleonesi ma con quelli perdenti lui aveva dei rapporti
buoni prima, dopo a parte che io ripeto ero in carcere o, ero un pò come,
diciamo non allo scuro, però sapevo che lui faceva insomma era un po’ amico
di tutti ecco”.

CAPITOLO 5°
LA TELEFONATA DALL’HOTEL DUCA DI YORK

Nel capitolo che precede si è fatto riferimento alle indagini condotte dal gruppo
antisequestri costituito presso la Criminalpol di Milano (rapporto 0500/CAS dell’aprile
1981) nel corso delle quali era stata sottoposta ad intercettazione l’utenza telefonica
dell’Hotel Duca di York di Milano in uso a Mangano Vittorio.
Tra le telefonate intercettate (il cui tenore aveva consentito di disvelare i loschi
traffici ai quali il Mangano si era dedicato in quegli anni) si inserisce quella del 14
febbraio 1980 intercorsa tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri.
E’ opportuno chiarire subito che questa conversazione, pur avendo ad oggetto il
riferimento a “cavalli”, termine criptico usato dal Mangano nelle conversazioni
telefoniche per riferirsi agli stupefacenti che trafficava, non presenta un significato
chiaramente afferente ai traffici illeciti nei quali il Mangano era in quel periodo
coinvolto e costituisce il solo contatto evidenziato, nel corso di quelle indagini, tra
Marcello Dell’Utri e i diversi personaggi attenzionati dagli investigatori.
Ne ha dato conferma, all’udienza del 19 aprile 1999, il dott. Fiori Antonio, già
dirigente della Criminalpol Lombardia, il quale aveva contribuito alla redazione del
rapporto 0500/Cass a cavallo tra il ‘79 e l’80, insieme ai suoi collaboratori, tutti
sottuficiali facenti parte di uno speciale gruppo antisequestri.
Quella conversazione viene richiamata nel presente procedimento perché, in un

220
ideale collegamento temporale con l’episodio prima descritto dell’incontro con
Calderone Antonino al ristorante “Le Colline Pistoiesi”, dimostra in modo
inequivocabile la circostanza che i rapporti tra Mangano Vittorio e Marcello Dell’Utri
non si sono mai interrotti ed anzi sono continuati anche dopo l’allontanamento del
primo da Arcore, trovando un periodo di sospensione dovuto alla carcerazione del
Mangano per riprendere, come si avrà modo di approfondire nel prosieguo, dopo il
ritorno in libertà dello stesso negli anni ’90.
La conversazione telefonica registrata interviene tra Mangano Vittorio, che si trovava
allora alloggiato presso l’Hotel Duca di York di Milano, e Marcello Dell’Utri, il quale
aveva in uso l’utenza 02-8054136, intestata a Fava Sergio, Via Chiaravalle 7.
E’ stata acquisita agli atti del presente dibattimento la trascrizione utilizzata nel
giudizio che ebbe origine dalle indagini prima citate (v. doc. n. 61 del faldone 40).
Per comodità nella lettura, vengono indicati i nomi dei due interlocutori.
Intercettazione del 14 febbraio 1980 ore 15.44
Interlocutore che risponde (DELL’UTRI)
-Pronto?
Utente (MANGANO)
- Buonasera, il dottor DEL LUPI?
DELL’UTRI
-Oh, caro Mister!
MANGANO
-Minchia! Sempre occupato stò telefono!
DELL’UTRI
-Si, e per forza. Perché senza ufficio, questa è diventata casa, ufficio, tutte cose.
MANGANO
-Ah, l’appartamento, lì è?
DELL’UTRI
-Si, a casa.
MANGANO
-Perbacco, allora mi dispiace averlo disturbato!
DELL’UTRI
-Chi mi disturba? Io stavo lavorando qua, per cui … Dov’è, dov’è?

MANGANO
-Sono in albergo. Ha telefonato Tony Tarantino?
DELL’UTRI
-Mah, ieri c’ho parlato. Avevo telefonato io, però.
MANGANO
-Oggi doveva telefonatre per darci l’appuntamento per me.
DELL’UTRI
-Esatto, mi disse che alle quattro mi chiamava.
MANGANO
-Alle 4. Io invece, siccome forse lui deve andare fuori, comunque …
DELL’UTRI

221
-Eh, eh
MANGANO
-Eh, ci dobbiamo vedere?
DELL’UTRI
-Come no? Con tanto piacere!
MANGANO
-Perché io le devo parlare di una cosa …
DELL’UTRI
- Benissimo
MANGANO
- Anzitutto un affare.
DELL’UTRI
-Eh beh, questi sono bei discorsi.
MANGANO
-Il secondo affare che ho trovato per il suo cavallo …
DELL’UTRI
-Davvero? Ma per questo dobbiamo trovare i soldi ( ma i piccioli chi ce li ha?).
MANGANO
-Eh va bè, questo è niente.
DELL’UTRI
-No, questo è importante
MANGANO
-Perché? Non ce ne hai?
DELL’UTRI
-Senza soldi ( piccioli) non se ne canta messa.
MANGANO
-Ne hai tanti di soldi. Non buttatevi indietro.
DELL’UTRI
-No, no, non scherzo! Sono veramente in condizioni di estremo bisogno.
MANGANO
-Vada dal suo principale! Silvio!

DELL’UTRI
-Quello non sgancia( n’sura), manco se
MANGANO
-Non sgancia( n’sura). Ma parola d’onore!
DELL’UTRI
-E veramente … no, le dico tutto. Ho dovuto pagare per mio fratello soltanto otto
milioni solo per la perizia contabile, sto uscendo pazzo, poi ho bisogno di soldi per
me per gli avvocati perché sono nei guai … perché sempre per il discorso del pazzo
là. Ci dico veramente, io me la prendo a ridere, perché insomma ad un certo punto

MANGANO
-Ah, va bè, si che si può fare?

222
DELL’UTRI
-Anche perché uno … la salute, guarda, è veramente la cosa più importante, per cui
dico … sono miliardiario perché c’ho la salute! Purtroppo bisognerà affrontare
anche le situazioni …
MANGANO
- E lui dov’è, sempre lì a Torino?
DELL’UTRI
-Alberto, mio fratello. Si, a Torino. Si,si, a Torino.
MANGANO
-A Torino.
DELL’UTRI
-Adesso spero che entro un mese ci levano ‘sta camurria …
MANGANO
-E rientra
DELL’UTRI
-E rientra, insomma si può muovere, comincerà a lavorare … sa, eh ….
MANGANO
-E l’ufficio?
DELL’UTRI
-L’ufficio non c’è più, l’ho levato. Dov’ero prima io, lei ci venne.
MANGANO
-Ho capito …
DELL’UTRI
-La società fallita, è venuto il Tribunale, curatori sigilli, eccetera, ed hanno chiuso,
tutto … e quindi sono in mezzo ad una strada.
MANGANO
- E Tonino l’ha inteso?
DELL’UTRI
-Si, l’ho sentito.
MANGANO
-E le ha detto qualcosa di me?

DELL’UTRI
-No, niente. Mi ha detto che deve venire lui, a fine mese – inizio di Marzo. Si, m’ha
detto che lei doveva venire, anche lui dice se vi sentite perché deve venire. Tutto
qua, non mi ha detto altro.
MANGANO
-Va bene. A che ora ci vediamo?
DELL’UTRI
-Quando dice lei.
MANGANO
-No, va bene.
DELL’UTRI
-Dov’è lei. Al solito in Via Moneta?

223
MANGANO
-Eh, si.
DELL’UTRI
-Si?
MANGANO
-Si.
DELL’UTRI
-E allora si telefona a Tonino? Se mi telefona, aspettava la sua telefonata,
oppure…?

MANGANO
-No, perché lui mi pare che alle 4 telefona.
DELL’UTRI
-Allora che fa? L’aspetto o non l’aspetto.
MANGANO
-Si. Meglio è.
DELL’UTRI
-Allora aspetto la telefonata di Tonino e ci dico alle 4 e mezza da lei. E’ giusto
l’orario?
MANGANO
-Magari …
DELL’UTRI
-Magari 5?
MANGANO
-Ma lo sa lei che può fare, dottore?
DELL’UTRI
-Eh?
MANGANO
-Può venire qua e lo lascia detto al ragazzo.
DELL’UTRI
-No, perché sono solo. Non c’è nessuno. Qui non c’è nessuno.

MANGANO
-Perché lui passa qua alle 4.
DELL’UTRI
-Ah, passa lui?
MANGANO
-Perciò può venire direttamente qua e chiamarlo.
DELL’UTRI
-E allora lo fermasse e ci dici che sto arrivando.
MANGANO
-Eh, allora aspetto qua.
DELL’UTRI
-E’ logico.

224
MANGANO
-E’ ora che la sborgliamo ‘sta cosa.
DELL’UTRI
-Va bene.
MANGANO
-Va bene.
DELL’UTRI
-OK
MANGANO
-Arrivederci”.
Il tenore del colloquio sopra riportato - non contestato dall’imputato, il quale, nelle
sue dichiarazioni, su cui ci si soffermerà tra breve, ha fornito una sua chiave di lettura,
non coincidente affatto con il significato letterale delle frasi utilizzate dai due
interlocutori - rende evidenti alcune considerazioni: anzitutto è chiaro che questa
telefonata non costituisce un episodio isolato, ma è solo una delle occasioni di incontro
tra Mangano Vittorio e Dell’Utri Marcello, inserite in una rete di contatti che li
accomuna, come si ricava dal chiaro ed inequivocabile ad una persona nota ad
entrambi gli interlocutori, tale Tarantino, mai identificato, o dalla conoscenza da parte
del Mangano dell’ubicazione degli uffici di via Chiaravalle, dove si sarebbe già in
precedenza recato, ovvero dal prossimo appuntamento con tale “Tonino” in albergo da
Mangano (Hotel Duca di York) dove insieme cercheranno di “sbrogliare una
situazione”.
A proposito di quest’ultima indicazione, è opportuno rilevare che, sulla scorta delle
intercettazioni effettuate durante le indagini milanesi, i primi investigatori avevano
ritenuto di individuare quel personaggio in Martello Ugo, il quale, come è stato
ripetuto in più occasioni, si faceva chiamare “Tanino”.
Nel corso del suo interrogatorio, che verrà richiamato in seguito, l’imputato
Marcello Dell’Utri ha identificato il ”Tanino” nell’amico Gaetano Cinà, a suo dire in
buoni rapporti con il Mangano.
Non vi sono elementi di segno contrario che possano smentire questa versione, se
non le affermazioni dello stesso coimputato Cinà, il quale ha, invece, asseverato di non
avere più incontrato il Mangano dopo i tempi della Bacigalupo e di avere appreso, solo
telefonicamente ed in un momento successivo, da Marcello Dell’Utri dell’assunzione
di Mangano ad Arcore.
Nel corso dell’interrogatorio del 1° agosto 1996, acquisito ex art. 513 c.p.p., dopo
avere fatto riferimento alla sua conoscenza con Mangano Vittorio proprio sui campi
della Bacigalupo, Cinà Gaetano così aveva dichiarato:
“Con il Mangano però non vi erano altri rapporti oltre quelli ora detti relativi
alla comune frequentazione dell’ambiente calcistico, in particolare non ho avuto con
lui alcun’altra occasione di frequentazione, anzi non l’ho neppure più visto. Appresi
poi che lo stesso era stato assunto come addetto ai cavalli o stalliere, come dicono i
giornali, del Dell’Utri.
Preciso che fu quest’ultimo a comunicare tale notizia per telefono, dicendomi
di avere preso una persona, appunto il Mangano, in quanto esperto di cavalli e che

225
egli pure ricordava dai tempi della Bacigalupo.
Escludo di essere stato io a presentare il Mangano a Dell’Utri . Ed escludo
altresì di essere stato presente quando Dell’Utri propose a Mangano di andare a
lavorare ad Arcore “
Per quanto riguarda poi l’argomento oggetto della conversazione telefonica del
14 febbraio 1980, appare chiaro che l’ “affare” di cui si trattava, in relazione al quale
non veniva chiesto alcun chiarimento, segno evidente che entrambi ben sapevano di
cosa si trattasse, era proposto direttamente da Mangano a Dell’Utri, il quale, infatti, pur
dimostrandosi ben disponibile, dichiarava di non potere accettare per mancanza di
denaro e rispondeva immediatamente “ per questo dobbiamo trovare i soldi”, “sono
veramente in condizioni di estremo bisogno”.
Quindi, il riferimento alla persona del “principale” di Dell’Utri, cioè Silvio
Berlusoni (malgrado in quel periodo l’imputato non avesse con lo stesso rapporti di
tipo lavorativo e malgrado non abitasse più ad Arcore), è fatto solo per indicare una
persona che avrebbe potuto favorirlo.
I due interlocutori terminano la conversazione fissando un appuntamento presso il
Mangano ad un indirizzo che Dell’Utri già conosce bene, tanto da non avere bisogno di
ulteriori indicazioni ( “al solito, in via Moneta).
Il significato da attribuire alle espressioni utilizzate dai due interlocutori rende
ininfluente la produzione documentale offerta dalla difesa dell’imputato, costituita da
una scrittura privata, apparentemente risalente al 1974 (priva, però, di qualsiasi data
certa) e asseritamente ritrovata solo di recente nella biblioteca di villa Casati,
concernente l’acquisto da parte del Mangano di una cavalla purosangue da potere di tal
Pepito Garcia.
Ma tale circostanza non è stata riferita né da quest’ultimo, nel corso dell’intervista
già in precedenza richiamata, né tanto meno dallo stesso Mangano, il quale fornisce,
come si vedrà, una ulteriore versione affermando che la cavalla in questione, pur
trovandosi ad Arcore, non era custodita in una stalla della villa di Berlusconi, bensì nel
vicino maneggio del Pepito Garcia.
INTERVISTATORE:
Certo, certo. MANGANO gestiva i cavalli?
INTERVISTATORE 2:
Sì, gestiva i cavalli? Se ne intendeva di cavalli?
JOSÉ:
Se se ne intendeva più o meno non lo so, che aveva passione sì.
INTERVISTATORE:
Aveva passione di cavalli?
JOSÉ:
Sì, se se ne intendeva più o meno non lo so.

LE SPIEGAZIONI FORNITE DA MANGANO E DA DELL’UTRI

Il 26 giugno 1996, nel corso del suo interrogatorio pre-dibattimentale, Marcello


Dell’Utri, spiegava (v. doc. 13 del faldone 36) spontaneamente il significato della

226
telefonata facendo riferimento ad un cavallo, Epoca, che Mangano voleva vendere a
Berlusconi e sottolineando anche in questa occasione che, in quel periodo, si trovava
in ristrettezze economiche essendo senza lavoro.
“Il significato della telefonata è quello che ho riferito_. Vorrei risentirla per ricordare
meglio l’episodio. MANGANO voleva vendere il cavallo a BERLUSCONI, non voleva
venderlo a me anche perchè io in quel periodo ero sostanzialmente senza lavoro.
MANGANO si rivolgeva a me perchè facessi da intermediario con BERLUSCONI.
Se nella telefonata ho adoperato un tono amichevole, cio’ è stato sol perchè in quel
periodo MANGANO faceva paura, ero cosciente della sua personalità criminale.
Per quanto riguarda il Tony TARANTINO questi era uno che faceva affari di vario
tipo, di piccolo cabotaggio, ma leciti, ma non ricordo il motivo per cui il MANGANO
voleva parlare con lui.
Infine il “Tonino” con il quale io ed il MANGANO concordiamo un appuntamento che
doveva svolgersi “in albergo da MANGANO” deve essere Gateano CINA’, nostro
comune amico.
La trascrizione del nome è inesatta, secondo me il nome da noi indicato non e’
“Tonino” bensi’ “Tanino”, e cioè appunto Gaetano CINA’.
Domanda:
Come mai lei nel 1980 continuava ad intrattenere questo tipo di rapporto con il
MANGANO? E qual’era l’oggetto dell’appuntamento tra lei, il MANGANO ed il
CINA’?
Risposta:
Il MANGANO
mi telefonava di tanto in tanto e io - data la sua personalità - non potevo non
rispondergli. Non ricordo quale fosse l’oggetto dell’appuntamento tra me il
MANGANO ed il CINA’” .
Analoghe sono state le giustificazioni offerte dall’imputato nel corso
delle sue spontanee dichiarazioni all’udienza del 29 novembre 2004:
“….. Viene fuori una storia su una telefonata di Mangano verso di me, lui
intercettato.
Io intanto lascio Berlusconi nel ’78, alla fine del ’77, ma di fatto nel ’78,
questo episodio Mangano avviene nel ’74, io sto naturalmente da
Berlusconi ancora.
Nel ’78 vado a lavorare da questo Rapisarda, capitolo a se stante, vado a
lavorare da Rapisarda.
Nell’80 mi pare avviene la telefonata di Mangano; questa telefonata nella
quale lui mi chiede di dire a Berlusconi se poteva comprare la cavalla,
Epoca, che era di sua proprietà e che aveva lasciato lì in attesa di venirla
a ritirare e non veniva mai, però Berlusconi la teneva volentieri perché
c’era il suo box, non dava fastidio e poteva stare a figurare con gli altri
cavalli della villa.
Io rispondo, nota telefonata, che Berlusconi non ha interesse e intenzione
di comprarla perché era una cavalla molto vivace, era un tre quarti di
_

227
sangue, un po’ bizzarro, non voleva che i figli cavalcassero questa Epoca
perché aveva paura che facesse qualche infortunio, quindi aveva detto:
“no, non mi interessa questa cavalla, digli che non mi interessa” ed io così
ho risposto: “non interessa a Berlusconi”.
Lui insisteva ed io ho detto: “ma guardi, Berlusconi non è santo che
sura”, rispondendogli in siciliano per farglielo capire, devo parlare il
linguaggio suo e quindi per questo ho parlato in siciliano con Mangano,
perché poteva capire, “unn’è santu chi sura”, può essere che questo
finalmente lo capisca e forse l’aveva capito. Così è stato.
Il discorso di Mangano per me era finito lì.
L’intercettazione telefonica fatta per fatti di Mangano, naturalmente
coinvolge anche me, per cui mi fanno una perquisizione in casa, proprio
qualche giorno dopo, allora abitavo in via Chiaravalle, nello stesso
palazzo di Rapisarda e ricevo anche lì un avviso di garanzia o qualcosa.
Vado a parlare con il Giudice Isnardi a Milano, al quale spiego come
sono avvenute le cose, spiego il contenuto della telefonata, chiarissimo,
non avevo… mi porto anche, mi pare, il certificato della cavalla Epoca,
cioè era proprio tutto talmente chiaro, per cui il Giudice Isnardi archivia
questo provvedimento senza che ci siano problemi di sorta, come non
potevano essercene.
Quindi da quella cosa io esco già assolutamente, completamente fuori.
La vita di Mangano è una cosa, la mia vita è un’altra cosa, non ha niente
a che fare con la vita di Mangano; non lo dico per prendere le distanze da
nessuno perché non voglio giudicare nessuno, ma è così.
La vita con Cinà è diversa, perché con Cinà, quando io arrivo a Milano, lui mi
dice: “mi piacerebbe… mio figlio è bravo, la Baciga Lupo… vendiamolo…”. Tra
l’altro la “Baciga Lupo” vendeva i giocatori per vivere, perché senza vendere i
giocatori non poteva spendere per fare ancora attività.”
Una diversa versione della conversazione telefonica del 14 febbraio 1980 veniva
fornita in dibattimento.
E’ quella ammannita da Mangano Vittorio nel corso del suo interrogatorio
dibattimentale.
PUBBLICO MINISTERO:
omissis Senta, quindi al di là del millenovecen... Quindi, questo incontro, di cui
abbiamo parlato adesso, sarebbe avvenuto nel 1976. Successivamente, nel 1980, vi è
un’intercettazione telefonica in cui Lei parla direttamente con il signor Dell’Utri. Io
volevo sapere, quindi, a questo punto tra Lei e Dell’Utri, dal ‘75 fino al 1980, che tipo
di rapporti vi erano stati.
VITTORIO MANGANO:
Avevo saputo che era andato via, forse per pochi anni, dal dottor Berlusconi, e
era andato a lavorare un certo Rapisarda, un truffaldo, tanto per dirne una. E così ho
saputo... e sono andato a salutarlo, e io stesso lo...
PUBBLICO MINISTERO:
E Le disse come mai era andato da questo truffaldo?

228
VITTORIO MANGANO:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:
Come mai il signor Dell’Utri va da questo truffaldo? Glielo ha specificato
come è entrato...
VITTORIO MANGANO:
No, io non...

PUBBLICO MINISTERO:
- INCOMPRENSIBILE -
VITTORIO MANGANO:
... Io non gli ho detto niente, me lo so... ho tenuto per me. Perchè non è che lo
sò solo io, lo sà...
PUBBLICO MINISTERO:
Un errore?
VITTORIO MANGANO:
... Lo sà tutto Palermo.
PUBBLICO MINISTERO:
Cosa? Cosa sà?
VITTORIO MANGANO:
Che il signor Rapisarda è truffaldo.
PUBBLICO MINISTERO:
Eh, lo sò. E quindi lo sapeva anche il signor Dell’Utri, a questo punto?
VITTORIO MANGANO:
Ma io non lo sò se lo sapeva. Se Lei mi dice: “Non ce lo ha detto al dottor
Dell’Utri?”, no non ce l’ho detto...
PUBBLICO MINISTERO:
Non glielo ha detto.

VITTORIO MANGANO:
... Non ce l’ho voluto dire, perchè io non sò...
PUBBLICO MINISTERO:
Non ha voluto calcare la mano.
VITTORIO MANGANO:
Si, non ho voluto proprio mettere la benzina sul fuoco.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma quando Lei parla di queste cose con Dell’Utri, già il fratello è stato
arrestato o si tratta di un periodo precedente?
VITTORIO MANGANO:
No, io non lo sò. Non sò.
PUBBLICO MINISTERO:
Ha avuto modo di parlare, per esempio, con Cinà Gaetano di questo discorso,
di questo cambio di datore di lavoro da parte di Dell’Utri?
VITTORIO MANGANO:

229
No.
PUBBLICO MINISTERO:
No. Senta, io Le riferivo poco fà, di questa telefonata. Lei ricorda il... questa
telefonata, oltre tutto, è stata oggetto anche di un dibattimento cui Lei ha... ha
partecipato, se non ricordo male, in cui Lei era imputato. Ricorda il contenuto di
questa telefonata?

VITTORIO MANGANO:
Quale telefonata?
PUBBLICO MINISTERO:
E allora. Se vuole io posso gliene posso dare lettura.
VITTORIO MANGANO:
Ma, se è per il processo Spatola, se è una telefonata del processo Spatola...
PUBBLICO MINISTERO:
Certamente, si.
VITTORIO MANGANO:
... Quelle bobine, diciamo, sono stati falsificati. Adb... al dibattimento...
PUBBLICO MINISTERO:
- INCOMPRENSIBILE -
VITTORIO MANGANO:
... Al dibattimento, il dot... il... l’avvo... il professore Campo, glielo ha
dimostrato al Presidente come erano falsificate quelle bobine con le trascrizioni.
PUBBLICO MINISTERO:
Addirittura. Senta, Lei conosce un certo Tony Tarantino?
VITTORIO MANGANO:
Tony?
PUBBLICO MINISTERO:
Tarantino.
VITTORIO MANGANO:
Si, l’ho conosciuto.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma chi è questo Tony Tarantino?
VITTORIO MANGANO:
E’... è una persona che io ho conosciuto a Palermo, così, che sò che stava a
Milano e di tanto in tanto mi accompagnava alla clinica Sant’Ambrogio per farmi
l’esame doppler, l’eco-doppler, alle carotidi e i problemi femorali delle vene che ci
ho.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma è un siciliano?
VITTORIO MANGANO:
Che Lui...
PUBBLICO MINISTERO:
E’ un siciliano, dico? Dal nome mi sembra.
VITTORIO MANGANO:

230
Ma è morto.
PUBBLICO MINISTERO:
E’ morto.

VITTORIO MANGANO:
- INCOMPRENSIBILE -
PUBBLICO MINISTERO:
Era una persona che conosceva Dell’Utri?
VITTORIO MANGANO:
Come?
PUBBLICO MINISTERO:
E’ una persona che Dell’Utri conosceva?
VITTORIO MANGANO:
No, non c’entra niente proprio.
PUBBLICO MINISTERO:
Non c’entra niente. Perchè da questa telefonata invece voi...: “Mangano parla
con il dottor Dell’Utri. Dopo averlo cordialmente salutato gli chiede se ha telefonato
Tony Tarantino”.
AVVOCATO TARANTINO:
Chie... chiedo scusa. Chiedo scusa, signor Mangano. Io non sò il Tribunale
come si muova nel caso di domande poste su telefonate delle quali ancora non è stato,
o meglio, è stato disposto la trascrizione, ma non è stata materialmente eseguita. Per
altro bisogna anche... o... ora non sò il... a cosa si riferisse prima il signor Mangano
quando ha detto che è stato a smontare, dal professore Campo in un altro processo, il
genuino... la genuina riproduzione di queste conversazioni telefoniche.
PUBBLICO MINISTERO:
E’ tanto smontata che c’è stata una sentenza di condanna sulla base...
AVVOCATO TARANTINO:
Chiedo scusa, ma...
PUBBLICO MINISTERO:
... Di questa intercettazione telefonica...
AVVOCATO TARANTINO:
Chiedo scusa, non... io stò in... tanto è vero che io, con molta serenità...
PUBBLICO MINISTERO:
... Definitiva in Cassazione
AVVOCATO TARANTINO:
... E, quindi, non sò nè se è stata po... fondata su quella telefonata questa
sentenza di condanna. Non conosco, insomma, qual’esito abbia avuto questa
conversazione telefonica, sotto il profilo della corretta assunzione nel processo.
Quindi, io sottopongo al Tribunale l’opportunità di porre domande con riferimento ad
una conversazione telefonica ancora, potete... formalmente non acquisita perchè non
trascritta.
PRESIDENTE:
Va bene, ma ci sarà un brogliaccio che è sta... è stato depositato...

231
AVVOCATO TARANTINO:
Si ma il pro...
PUBBLICO MINISTERO:
Proprio...
PRESIDENTE:
... Che porta a conoscenza di questa telefonata.
PUBBLICO MINISTERO:
... Proprio di questo, si...
PRESIDENTE:
- INCOMPRENSIBILE -
PUBBLICO MINISTERO:
... Ma pa... tra parentesi, gli è stato contestato in un dibattimento.
PRESIDENTE:
Si.
AVVOCATO TARANTINO:
Presidente, chiedo scusa, mi permetto dire che se i brogliacci facessero fede, il
codice non... non prevederebbe la trascrizione.
PRESIDENTE:
Il Tribunale consente, in questo momento, la domanda, e poi valuteremo, se...

PUBBLICO MINISTERO:
Io...
PRESIDENTE:
... O tenerne conto o meno.
PUBBLICO MINISTERO:
...Cercavo semplicemente di comprendere se i dati che sono inseriti nel
brogliaccio sono comunque dei dati rispondenti, in qualche modo, al vero. Cioè, se
esisteva un Toni Tarantino. Cioè, questo volevo capire, semplicemente. Lei, poi, ha
parlato... parla, nel corso di questa telefonata, di un cavallo. Di un cavallo. Lei
ricorda, in particolare, un cavallo che si chiamava E... Epoca?
VITTORIO MANGANO:
Si, ma è nel... nel processo Spatola. Un processo passato... passato in
giudicato già o, s... come ha detto Lei. Fui condannato a dieci anni, poi in appello
sette anni e ho fatto tutti e sette anni, più altre condanne, ho fatto undici anni di
galera.
PUBBLICO MINISTERO:
Se può rispondere alla mia domanda, Le sono grato.
VITTORIO MANGANO:
Il cavallo era Epoca, esisteva. Forse.. forse ci ho ancora il pedigree. E’ un
puro sangue.

PUBBLICO MINISTERO:
Io non dico che non esisteva. Voglio sapere: Era Epoca questo cavallo?

232
VITTORIO MANGANO:
Era Epoca e non era droga.
PUBBLICO MINISTERO:
E non era droga.
VITTORIO MANGANO:
Era... era Epoca...
Omissis
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ricorda se questo cavallo Epoca è stato do... tenuto ad Arcore? E’
continuato... cioè è ri... è rimasto ad Arcore anche quando Lei se n’è andato?
VITTORIO MANGANO:
Il cavallo Epoca era una femmina, un puro sangue da sette anni. Era della
scuderia di Pepito Garcia. di mia proprietà questo cavallo. Un giorno, quando si è
fatto il wagon per scendere i cavalli, è sceso anche Epoca a Palermo. Questa Epoca ci
cavalcai qualche volta... ci cavalcò qualche volta mia figlia e poi l’ho venduta.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, fino a quando rimase?
VITTORIO MANGANO:
E’ rimasta a Palermo fino a quando è morta, secondo me.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, diciamo, Lei va via da Arcore, per riuscire a capire, porta via la
cavalla con sè, o la cavalla rimane ad Arcore?
VITTORIO MANGANO:
No, ma forse non mi sono spiegato. Il fatto di andare via di Arcore è una cosa,
ma mi porto i cavalli, è perchè che sono mie, sono dell’ono... del... del...
dell’onorevole Berlusconi.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi, queste...
VITTORIO MANGANO:
Questi sono altri cavalli di appoggio in una scuderia a parte.
PUBBLICO MINISTERO:
E questo Epoca era del - INCOMPRENSIBILE -
VITTORIO MANGANO:
Era appoggiato a una scude... No, era appoggiato in una scuderia a parte, ad
Arcore.
PUBBLICO MINISTERO:
Ed era Suo?
VITTORIO MANGANO:
A Misurato. Era mio, no solo questo, venti cavalli.
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
VITTORIO MANGANO:
Venti puledri tutti puro sangue che andavamo in -
INCOMPRENSIBILE - Quando fui arrestato li ho fatti vendere tutti, perchè già forse

233
lo prevedevo che mancavo undici anni.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, nel corso della telefonata di cui Le parlavo poco fà, Voi parlate anche di
un certo Tonino. Ricorda di chi si tratta? Lei conosce un Tonino?
AVVOCATO TRICOLI:
Posso? Perchè quà tutti abbiamo la memoria storica, qualcuno ci ha la
memoria storia allorquando si fà riferimento a questa telefonata, che si riferisce al
processo Spatola. Io gradirei che il Pubblico Ministero, al fine di fare conoscere
perfettamente come e quando si sono esplicitate queste due telefonate, che
sembrerebbe quasi una dalla domanda del Pubblico Ministero...
PUBBLICO MINISTERO:
No, no, una sola.

AVVOCATO TRICOLI:
A quale telefonata si riferisce? A quella intercettata nel processo Spatola e, se
ha il brogliaccio, leggere il contenuto di questa telefonata even... e l’eventuale
interpretazione da parte del signor Mangano...
PUBBLICO MINISTERO:
Non ho problemi...
AVVOCATO TRICOLI:
... E poi la successiva, di quella del 1980 ritengo, che si riferisce alla telefonata
che intercorre tra il signor Mangano e il dottore Berlusconi. Nell’ambito delle Sue
domande, francamente, io che conosco, diciamo, la cronaca o la storia di questi
avvenimenti, riesco a... a rapportarli, però, se avessero tre domande, francamente...
PUBBLICO MINISTERO:
Presidente, io non ho bloccato perchè, sull’eccezione...
AVVOCATO TRICOLI:
... Sempre quasi incomprensibile.
PUBBLICO MINISTERO:
... Dell’altro difensore, perchè altrimenti l’avrei le... l’avrei letta
integralmente.
AVVOCATO TRICOLI:
Vuole essere più chiaro?

PUBBLICO MINISTERO:
Comunque, si tratta...
AVVOCATO TRICOLI:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
... Della telefonata numero 100, nel brogliaccio, da giri 0,75 a 0,82, ore 15,44,
dovrebbe essere del 5 Febbraio del 1980, box 75, telefonata in partenza numero... al

234
numero 8054136, in utenza a Fava Sergio, Via Chiaravalle n.7/9. Mangano parla con
il dottor Dell’Utri. Questo. Se io posso, io...
DIFESA:
Leggiamola.
PUBBLICO MINISTERO:
La leggo integralmente, dico... per s... fugare qualsiasi dubbio.
PRESIDENTE:
Si, prego.
PUBBLICO MINISTERO:
E allora. Mangano parla con il dottor Dell’Utri e, dopo avere cordialmente
salutato, gli chiede se ha telefonato Toni Tarantino. Dell’Utri risponde che gli ha
telefonato e ha detto che lo avrebbe chiamato in albergo alle 16,00. Mangano riferisce
al Dell’Utri che è un affare, ha un affare da proporgli. Correggo alcuni errori
sintattici, Presidente. E che ha anche il cavallo che fà per Lui. Dell’Utri sorride - così
c’è scritto eh? - e risponde che per il cavallo ci voglio i “piccioli” e Lui non ne ha.
Mangano non ci crede. Dell’Utri spiega, allora, che ha avuto dei problemi. Mangano
con tono scherzoso gli dice di farseli dare dal suo amico principale, Silvio. Dell’Utri
risponde che quello lì “nun sura” e le... gli spiega che ha dovuto pagare, per via di
suo fratello, otto milioni solo per perizie contabili. Nello stesso tempo Lui ha
bisogno di soldi per gli avvocati perchè è nei guai, sempre per via di “du pazzu dà”.
Continua dicendo che Lui prende come viene, ma bisogna anche affrontare le
situazioni. Mangano chiede allora se suo fratello è sempre a Torino. Dell’Utri
risponde che suo fratello Alberto è sempre a Torino e che spera che gli venga tolta la
“camurria”, così potrà muoversi e lavorare. Mangano chiede notizie dell’ufficio.
Dell’Utri risponde che quello dove era stato anche Mangano ha chiuso perchè la
società è fallita, è intervenuto il Tribunale e ha messo i sigilli a tutto e, quindi, Lui
adesso è in mezzo a una strada. Mangano chiede, quindi, se ha sentito Tonino.
Dell’Utri risponde di si. Mangano gli chiede se ha detto qualche cosa di lui. Dell’Utri
risponde di no. La conversazione si chiude con Mangano e Dell’Utri che fissano un
appuntamento da Mangano, a cui parteciperà anche Tonino e cercheranno di
sbrogliare una cosa.
FUORI MICROFONO

PUBBLICO MINISTERO:
Questo è il contenuto.
FUORI MICROFONO
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda questa telefonata?
VITTORIO MANGANO:
No.
PUBBLICO MINISTERO:
No. - FUORI MICROFONO -
PRESIDENTE:
Deve parlare al microfono.

235
FUORI MICROFONO
VITTORIO MANGANO:
Dico... no, questa telefonata non la ricordo. E siccome io adesso stò male, non
ricordo più niente di niente. Si...
PRESIDENTE:
Deve dire...
VITTORIO MANGANO:
... Se mi fà la cortesia...

PRESIDENTE:
... Signor Mangano vuol dire... no, non è... tanto è vero che deve fare la
cortesia. Lei deve dire soltanto se può continuare a rispondere o, se non vuole...
VITTORIO MANGANO:
... Non posso più...
PRESIDENTE:
... Rispondere da questo momento in poi.
VITTORIO MANGANO:
... Non posso più continuare a rispondere. Stò male.
PRESIDENTE:
Eh. Non vuole più, benissimo.
VITTORIO MANGANO:

Non voglio più rispondere.


PRESIDENTE:
Va bene. Allora possiamo porre termine...
PUBBLICO MINISTERO:
Attenda un attimo, Presidente.
PRESIDENTE:
... All’esame dell’imputato.

AVVOCATO TARANTINO:
Posso, Presidente?
PRESIDENTE:
Prego.
PUBBLICO MINISTERO:
Chiedo, Presidente, la produzione di tutti i verbali precedentemente resi da
Mangano Vittorio ed acquisiti al procedimento e cioè il verbale del 4 Aprile e dell’8
Aprile del 1995 e il verbale del 29 Giugno 1996.
PRESIDENTE:
Va bene. Ora, per completezza...
FUORI MICROFONO
PRESIDENTE:

236
Scusi, Pubblico Ministero, per completezza... Scusate un attimo. Avvocato
Tarantino, per favore. Dico, signor Mangano Lei deve dire chiaramente al Tribunale
se non è in condizioni più di rispondere a causa delle Sue lesioni fisiche o se non vuole
più rispondere e in questo momento si avvale della facoltà di non rispondere.
VITTORIO MANGANO:
Mi avvalgo...
PRESIDENTE:
- FUORI MICROFONO -
VITTORIO MANGANO:... Della facoltà di non rispondere”.

CAPITOLO 6
IL MATRIMONIO LONDINESE DI JIMMY FAUCI

Il 19 aprile 1980 Fauci Girolamo Maria, detto “Jimmy”, impalmava a Londra la


cittadina inglese Shanon Green alla presenza di numerosi invitati tra i quali si
annoveravano i coniugi Adamo Calogero e Spataro Caterina, il dott. De Luca Gustavo,
Teresi Girolamo, detto “Mimmo”, esponente di spicco della “famiglia” mafiosa
palermitana di Santa Maria di Gesù o della Guadagna, gli imputati Dell’Utri Marcello e
Cinà Gaetano, l’architetto Molfettini Vittorio, Monteleone Filippo e Lucani Antonio.
In ordine a queste nozze ha riferito il collaboratore di giustizia Di Carlo Francesco,
la cui attendibilità intrinseca ed estrinseca il Collegio ha già positivamente valutato
quando ha preso in esame le sue dichiarazioni relative ad altri fatti oggetto dell’indagine
dibattimentale.
Peraltro, sulla vicenda in esame le conoscenze del Di Carlo sono di prima mano in
quanto il collaborante ha partecipato a quelle nozze e, durante la latitanza trascorsa a
Londra, è stato dipendente, sia pure pro forma, della ditta “Fauci Continental Imports”
gestita dal Fauci nella capitale inglese.

Il “compare di anello” Francesco Di Carlo

All’udienza del 16 febbraio 1998 è stato assunto in esame il Di Carlo, il quale si è


dapprima soffermato sugli illeciti “affari”gestiti dal Fauci in società con Bontate
Stefano, Teresi Girolamo, Cinà Gaetano e Santo Inzerillo, fratello di Salvatore, capo
della “famiglia” mafiosa di Uditore, e poi ha riferito quanto a sua diretta conoscenza
sulle nozze del Fauci con la cittadina inglese Shanon Green.
Queste le sue dichiarazioni rese al riguardo:
PUBBLICO MINISTERO:
Senta lei, relativamente, tornando un attimo a GIMMI FAUCI, di cui lei ha
gia' parlato come soggetto che trafficava anche con gli stupefacenti, ricorda
altre circostanze in cui vi siete incontrati, parlo chiaramente di circostanze di
un certo rilievo, penso che vi sarete incontrati molte altre volte, visto che lei

237
lavorava formalmente per la ditta del FAUCI, in particolare mi riferisco al suo
matrimonio.
DI CARLO FRANCESCO:
Si, se non faccio errori si e' sposato nella primavera di... dell'80, 1980 in
primavera.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma con chi si sposava il FAUCI?
DI CARLO FRANCESCO:
Con una donna inglese.
PUBBLICO MINISTERO:
Con una donna inglese, ricorda il nome di questa donna?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, Shannon GREEN.
PUBBLICO MINISTERO:
Dove si e' svolto il matrinmonio se lo ricorda, e il ricevimento successivo?
DI CARLO FRANCESCO:
Certo, perche' siamo gia' nell'80 e io avevo frequentato di piu' Londra e
cominciavo a conoscere le zone e cose, e si e' sposata nella zona vicino dove
avevano loro i magazzini e l'ufficio, zona Lambert...
PUBBLICO MINISTERO:
Lambert.
DI CARLO FRANCESCO:
E' sud est di Londra.
PUBBLICO MINISTERO:
E invece il ricevimento dove e' stato dato?
DI CARLO FRANCESCO:
Il ricevimento mentre poi e' stato fatto, chi e' andato a Londra mi sembra che
facilmente individua, e' la piazza di Piccadilly all'angolo che si fa via Rengent
Street, c'e' gran caffe' mi sembra, credo che sia -INCOMPRENSIBILE- ci sono
i bandiere italiane percio' si nota sempre, perche' e' di un italiano, il proprietario.
PUBBLICO MINISTERO:
Come mai ci sono le bandiere italiane?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma non lo so, anche perche' le origini sue, di questo famoso italo-inglese, perche'
ci hanno dato la cittadinanza...
PUBBLICO MINISTERO:
Come si chiama questa persona, forse non lo abbiamo sentito.
DI CARLO FRANCESCO:
Ford (Forte? N.d.r.), si dovrebbe chiamare, conosciutissimi in Inghilterra, e' l'unico
che la regina ha fatto un italiano Sir.

PUBBLICO MINISTERO:

238
Senta lei, quindi, ha partecipato anche al, oltre che al matrimonio, anche al
successivo...
DI CARLO FRANCESCO:
Al banchetto.
PUBBLICO MINISTERO:
Al banchetto?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, chiamalo banchetto. Abbiamo mangiato da...
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda chi era presente? Ricorda chi era presente a questo banchetto?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma sia al banchetto e sia in chiesa c'erano le stesse persone, a parte tutto io sono
stato testimone di anello per lo sposo, mentre TERESI era testimone d'anello per la
sposa, percio' ero la'.
PUBBLICO MINISTERO:
TERESI sempre GIROLAMO, TERESI... MIMMO TERESI?
DI CARLO FRANCESCO:
Non ho sentito...
PRESIDENTE:
Chiedeva se era MIMMO TERESI questo...
PUBBLICO MINISTERO:
MIMMO TERESI?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, si, MIMMO TERESI, GIROLAMO TERESI. E dalla chiesa, anche prima che
entrassero in chiesa, che siamo andati la' ad aspettare che arrivasse la sposa,
c'era MIMMO TERESI, io, LILLO ADAMO, questo della concessionaria di
Palermo che io conoscevo cosi pero', con la moglie, MIMMO TERESI con la
moglie, TANINO CINA' ma senza moglie, un certo architetto MOFFOLETTO, una cosa
cosi' si dovrebbe chiamare, MOFFETTINO o MOFFOLETTO...
PUBBLICO MINISTERO:
Puo' essere MOLFETTINI?
DI CARLO FRANCESCO:
MOLFETTINI. Siccome la' a volte capita negli amici stessi che ci modificano
il nome, specialmente che non e' cosa nostra che ci scherzavano e lo sfottevano
anche, a volte uno che non lo conosce tanto non sa come si chiama realmente.
Questo architetto con la moglie, questo sto parlando quelli che poi si sono seduti
nel mio tavolo, perche' poi palermitani ce n'erano tantissimi che io
conoscevo che erano parenti dello sposo, sorella, fratello, cugini, nipoti, tutti.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi al suo tavolo chi era seduto?
DI CARLO FRANCESCO:
E c'era davanti la chiesa c'era anche MARCELLO DELL'UTRI che ci siamo
risalutati con una stretta di mano, poi con MIMMO TERESI, io MIMMO
TERESI e DELL'UTRI ci siamo appartati un po' e MIMMO TERESI parlando

239
ci ha detto, dice: tu lo sai che FRANCO - perche' io avevo da 3 mesi che ero
latitante ufficialmente, poi il latitante cercavo di farlo sempre per passare
inosservato, visto il mestiere - ha detto, tu lo sai che e' latitante - lui mi ricordo ha
detto... si, si, perche' non ha un'espressione abbastanza facile il dottore
DELL'UTRI, almeno per me, quello che... e dice: chi sa viene a Milano, chi sa
FRANCO si trova a passare a Milano, mettiti a disposizione. Dice: si. M'ha dato
il numero di telefono, l'ho scritto in maniera che non... pero'... sia di un ufficio e
sia di casa, proprio, MIMMO mi ha detto: ci ha abitazione, ci ha tutto, ne ha
fatto dormire tanti, non ti preoccupare se... Poi non l'ho usato mai, non ci sono
stato mai, anche se andavo a Milano sapevo dove andare, non andavo da
loro, a dormire andavo 'ni quelli che mi sentivo sicuro, anche perche' siamo
nell'80 e si comincia sotto sotto, che c'era il tarlo che abbiamo detto che era
RIINA a camminare e allora uno stava attento con chi si riuniva, che faceva e
tutto.
PUBBLICO MINISTERO:
Comunque le diede il suo numero telefonico, se ho capito bene.
DI CARLO FRANCESCO:
Due telefoni.
PUBBLICO MINISTERO:
Si. Lei come li ha annotati questi telefoni, lo ricorda? Li ha annotati in
qualche agenda in particolare?
DI CARLO FRANCESCO:
In quel modo... io avevo sempre una particolarita' di scrivere i numeri, a
volte i primi 2 numeri li mettevo in coda, percio'... a volte passando del tempo non
capivo nemmeno io piu' -INCOMPRENSIBILE- e poi non mi interessava molto,
infatti nella mia agenda e' venuto difficile quando me l'hanno sequestrato a Londra,
per capire di dov'erano i numeri.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi li scriveva in modo che non potessero essere compresi dagli altri?
DI CARLO FRANCESCO:
Certo.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei ha detto, ha gia' fatto riferimento alle persone che... a un certo
numero di persone dicendo che erano sedute al suo tavolo.
DI CARLO FRANCESCO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda in particolare, io le faccio la domanda per MARCELLO DELL'UTRI
e per TANINO CINA' che sono imputati in questo procedimento, dove gli
stessi fossero all'interno della chiesa, dove fossero posizionati, se chiaramente
si tratta di un posto particolare?
DI CARLO FRANCESCO:
In chiesa?
PUBBLICO MINISTERO:

240
Si.
DI CARLO FRANCESCO:
In chiesa non l'ho visto perche' io davo le spalle, ero all'altare visto che ho fatto
il testimone e la' era una cerimonia un po' differente, perche' era fra cattoliche e
una protestante, non lo so che cosa hanno combinato la', e hanno fatto un
pochettino differente dell'Italia.
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito, quindi in chiesa non sa dire, e invece...
DI CARLO FRANCESCO:
No, io davo le spalle, perche' ero accanto lo sposo, come testimone e cose, e
anche TERESI, e non l'ho visto in chiesa, mentre a mangiare si l'ho visto, anche
perche' erano nel tavolo con me.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, invece al ricevimento lei ha detto, se ho capito bene, mi corregga
eventualmente, che al suo tavolo erano seduti TANINO CINA', MIMMO TERESI
e la moglie, MARCELLO DELL'UTRI, LILLO ADAMO...
DI CARLO FRANCESCO:
LILLO ADAMO...
PUBBLICO MINISTERO:
... e la moglie...
DI CARLO FRANCESCO:
... e la moglie ...
PUBBLICO MINISTERO:
...l'architetto MOLFETTINI e la moglie, credo. C'era qualcun altro oltre
queste persone?
DI CARLO FRANCESCO:
No, in questo tavolo c'eravamo solo questi.
PUBBLICO MINISTERO:
FILIPPO MONTELEONE dov'era seduto?
DI CARLO FRANCESCO:
No, FILIPPO MONTELEONE, siccome faceva di autista, non mi ricordo se era
seduto pure la', pero' si muoveva sempre perche' sia LUCIANI, sia
MONTELEONE, che lavoravano con GIMMI FAUCI e avevano le due macchine
che guidavano per portare e spostare qualche famiglia, erano sempre in
movimento, non lo so, qualcuno ritardava o non ci capevano in macchina, per dire,
e facevano due viaggia, non posso essere sicuro se era seduto accanto a me.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, chi altri che lei conosce era presente a questo ... a questo matrimonio,
in particolare volevo sapere da lei se era presente un certo dottor DE LUCA.
DI CARLO FRANCESCO:
Si, GUSTAVO DE LUCA, medico.
PUBBLICO MINISTERO:
Era anche al vostro tavolo o era in un altro tavolo?
DI CARLO FRANCESCO:

241
Non mi ricordo preciso, ma di solito GUSTAVO DE LUCA, specialmente che
non era con la moglie e io non ero con la moglie, perche' con GUSTAVO DE
LUCA siamo stati molto amici, era un ragazzo bravo, era... capaci che non mi
ha lasciato mai, non so se era seduto con me.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, io a questo punto le do lettura di quello che lei ha detto il 7 marzo del '97,
perche' specificamente lei ha detto: "ricordo che a un tavolo c'ero io,
GAETANO CINA', la moglie di MIMMO TERESI, MARCELLO DELL'UTRI, lo
stesso TERESI, la moglie di LILLO ADAMO, lo stesso ADAMO, la moglie
dell'architetto MOLFETTINI, il MOLFETTINI e FILIPPO MONTELEONE". E
questa e' la prima delle due cose. La seconda cosa, contemporaneamente:
"Al nostro tavolo c'era pure il dottor GUSTAVO DE LUCA, palermitano" e
poi dice tutta una serie di cose su DE LUCA che io adesso le chiedero'. Ricorda di
avere reso queste dichiarazioni il 7 marzo del 1997?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, si, ricordo, va bene.
PUBBLICO MINISTERO:
Le conferma?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, certo che le confermo, va bene, pero' fattore FILIPPO mi ricordo si alzava, si
muoveva, appunto che aveva il compito di guidare la macchina e andare a
prendere queste persone.
(…)
PUBBLICO MINISTERO:
Signor DI CARLO, mi scusi se la interrompo, mi faccia capire, quindi DE LUCA
era invitato a questo matrimonio?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, certo che era invitato.
PUBBLICO MINISTERO:
No, siccome lui ha sostenuto di essere capitato li' per caso, lei e' sicuro del
fatto che fosse invitato?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma guardi che Londra e' 14 milioni di persone, per caso mi sembra un po'
difficile trovarci a Londra, io ci sono stato latitante e stavo come un pascia'.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei sa...
DI CARLO FRANCESCO:
Stavo latitante la' e vivevo come un pascia' perche' nessuno mi poteva trovare.
E come si trova una persona a Londra in mezzo a 14 milioni di persone?
Come un ago nel pagliaio. Senta...

DI CARLO FRANCESCO:
Il DE LUCA ha dormito anche in casa di FAUCI, DE LUCA, va bene, ha dormito in
una stanza vicina a quella mia, perche' lui ha affittato una casetta per ospitare gli

242
ospiti.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, DE LUCA lei sa se... con chi e' sposato, altre... se conosceva altri uomini
d'onore?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma certo che io conosco DE LUCA con chi e' sposato, perche' ancora nemmeno era
sposato, io conosco la famiglia del professore, prima padre e poi i figli, uno e'
FERDINANDO, LATTERI, va bene, conosco tutta la famiglia LATTERI, medici,
persone educatissime e persone bene, poi DE LUCA si e' sposato con una figlia del
professore LATTERI, fratello di ADELFIO... sorella di ADELFIO, sorella di
FERDINANDO.
PUBBLICO MINISTERO:
E dove lavora, dove lavorava, quanto meno?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma prima lavorava al policlinico alle dipendenze del professore BOSIO in ...in clinica
vascolare, anche nel periodo che poi c'e' stato MANGANO mi sembra ricoverato la',
piu' di una volta e mi portava i saluti proprio...
PUBBLICO MINISTERO:
Chi le portava i saluti?
DI CARLO FRANCESCO:
GUSTAVO.
PUBBLICO MINISTERO:
Ah, DE LUCA le portava i saluti di chi?
DI CARLO FRANCESCO:
Di MANGANO.

PUBBLICO MINISTERO:
Di MANGANO VITTORIO?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, mi portava i saluti cosi, perche' lui ci parlava FRANCO DI CARLO e' mio compare,
perche' voleva cresimato un bambino il dottore DE LUCA da me, era cosi, ma era un
buono GUSTAVO, una persona le piaceva essere in mezzo cosi pero' senza nessuno
scopo e senza nessuna cosa. Ma DE LUCA era la' al matrimonio di GIMMI perche' si
conoscevano, perche' erano amici e perche' me l'ha fatto conoscere a me.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, relativamente alle altre persone che lei ha detto essere al suo tavolo e per
adesso le chiedo specificamente di LILLO ADAMO e della moglie, lei sa se queste
persone erano state invitate o erano li' per caso e se ci puo' indicare su quali fatti
eventualmente basa la sua risposta?
DI CARLO FRANCESCO:
Erano stati invitati e ADAMO e' andato anche perche' era intimo con TERESI,
MIMMO TERESI, perche' le mogli si conoscevano, perche' erano intimi, erano stati
invitati, per caso nessuno c'era la'.
PUBBLICO MINISTERO:

243
Questo lei lo sa in che modo, cioe' come lo ha appreso?

DI CARLO FRANCESCO:
Ma perche'? Perche' ho visto chi c'era la' erano tutti invitati di GIMMI, e sapevo prima
chi ci dovevano andare, perche' visto che ci doveva andare uno latitante che due mesi
prima il giornale e la televiosone ne aveva parlato, GIMMI i dice a me, specialmente la
situazione, dice: vedi che ci sono tizio, tizio, tizio e tizio che ti conoscono. Mi mette al
corrente, ecco perche' io so che non erano stati di passaggio, perche' di passaggio
GIMMI non avrebbe fatto andare a nessuno.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi anche l'architetto MOLFETTINI e la moglie erano invitati?
DI CARLO FRANCESCO:
Si che erano invitati.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei che cosa mi sa dire di questo architetto MOLFETTINI?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma siccome appena mi ha detto MOLFETTINI, e sapevo che erano in societa' la' al
Foro Italico non so che ci avevano con persone di cosa nostra, MIMMO poi... mi ha
detto MIMMO TERESI dice: No, e' una persona di nostri, poi era stato poveraccio in
galera, infatti mi sembra nei miei ricordi che nel passaggio alla frontiera di Fiumicino
hanno avuto problemi perche' questo doveva ancora esisteva nelle carte che doveva
scontare 3 mesi mentre se l'aveva fatto e non l'avevano cancellato, ci avevano avuto dei
problemi, ritardo, perdita di aerei e tutto.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, e per finire quindi, l'imputato MARCELLO DELL'UTRI, per quello quindi che le
disse o il FAUCI o per quello che lei e' venuto a conoscenza direttamente al
matrimonio, era invitato al matrimonio o era capitato li' per caso?
DI CARLO FRANCESCO:
Ma certo che era invitato, ma a parte tutto che le dico che GIMMI, lo ripeto, mi aveva
detto chi c'erano, va bene, e questo erano nomi che mi potevano vedere, non erano
persone che ci sa avrebbero cominciato a parlare l'abbiamo visto la' o non l'abbiamo
visto la' oppure che avrebbe fatto lo sbirro, come si suol dire. Tutte persone che... ah,
poi con DELL'UTRI anche c'eravamo visti prima, come le dicevo, da TANINO e non mi
ricordo se dopo mi ha visto anche un'altra volta di latitante, percio' non mi ricordo,
pero' non erano di passaggio, passaggio non siamo in Svizzera. In Inghilterra si ci va
apposta, dopo...
PUBBLICO MINISTERO:
Signor DI CARLO, questa pero' e' una deduzione, io voglio sapere se lei ha dei fatti,
cioe' si puo' basare... le venne detto da GIMMI FAUCI oppure le venne detto dallo
stesso DELL'UTRI...

DI CARLO FRANCESCO:

244
Mi e' stato detto perche' c'era il motivo particolare, perche' se non ero latitante magari
lui non mi avrebbe detto niente, ci sono la' e non mi interessa, ma giusto che mesi
prima, perche' io sono stato latitante ufficialmente e' uscito in televisione il 6 febbraio ,
quella me la ricordo la data, 6 febbraio, poi lui si sposa mi sembra in aprile percio' c'e'
nemmeno 2 mesi che so...
PUBBLICO MINISTERO:
Ho capito, quindi le venne detto...
DI CARLO FRANCESCO:
La memoria la possono avere fresca le persone che hanno visto in televisione, che se ne
parlava tanto.
PUBBLICO MINISTERO:
Si. Signor DI CARLO, quindi le e' stato detto da GIMMI FAUCI questo fatto?
DI CARLO FRANCESCO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO:
Che era invitato?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, si.

PUBBLICO MINISTERO:
E le venne detto quanto tempo prima rispetto al matrimonio? O allo stesso matrimonio,
non ho capito?
DI CARLO FRANCESCO:
No, no nello stesso matrimonio, prima che io andassi la', con GIMMI ci eravamo visti
qualche due settimane prima, anche tre settimane prima. Ci ho detto: chi c'e' in questo
matrimonio? Anzi ci doveva andare anche l'avvocato, sarebbe fratello di STEFANO
BONTATE, lo chiamavamo l'avvocato, che poi era avvocato mi sembra, procuratore
legale.
PUBBLICO MINISTERO:
GIOVANNI...
DI CARLO FRANCESCO:
GIOVANNI BONTATE con la moglie doveva andare e non c'e' potuto andare
all'ultimo minuto.
PUBBLICO MINISTERO:
E come mai STEFANO BONTATE non era presente?
DI CARLO FRANCESCO:
STEFANO?
PUBBLICO MINISTERO:
Si.
DI CARLO FRANCESCO:
Ma non lo so, ma era stato invitato pure.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda in particolare di discorsi che vennero fatti in quella circostanza? Discorsi
chiaramente che siano rilevanti per questo dibattimento, perche' di chiacchiere non ci

245
interessa, discorsi che possono rilevare in questo processo.
DI CARLO FRANCESCO:
Discorsi dove, al ristorante?
PUBBLICO MINISTERO:
Al ristorante o immediatamente prima, o immediatamente dopo, comunque in quella
occasione.
DI CARLO FRANCESCO:
Ma nel ristorante posso parlare solo... in un altro ristorante, non in ...
PUBBLICO MINISTERO:
Come, signor DI CARLO?
DI CARLO FRANCESCO:
Ho sentito un'altra voce che si... In un altro ristorante, poi io ho cenato con le stesse
persone in un altro ristorante, ma dopo che si era sposato o prima non mi ricordo se
c'e' stato un'altra cena in una -INCOMPRENSIBILE-, chi conosce Londra sono...
-INCOMPRENSIBILE-, vicino quella piazza che ho indicato prima, in un ristorante
italiano di origine, pero' una bettola, veramente, una taverna, e ho trovato... sono
andato la', io avevo un puntamento, a che ero la' vicino l'ho salutati tutti e l'ho trovati
seduti in questa trattoria e c'erano le stesse persone, se vuole di nuovo le menziono
tutti.
PUBBLICO MINISTERO:
No, le menzioni tutte perche' di questo episodio non aveva parlato prima, e' una
novita'.
DI CARLO FRANCESCO:
E c'era LILLO ADAMO con sua moglie, MIMMO TERESI con sua moglie, c'era
GIMMI FAUCI con sua moglie, o gia' veniva moglie o... tanto non c'e' differenza,
avevano convissuto assieme per tanti anni, comunque o era prima o era dopo,
FILIPPO MONTELEONE, non so se c'era pure LUCIANI con la moglie, ANTONIO
LUCIANI con sua moglie, TANINO CINA' e come si chiama non c'era, DELL'UTRI,
allora era dopo per non ci essere, comunque non c'era, e mi sono seduto la'
assaggiando qualcosa perche' io dovevo andare a cena, infatti vengono persone e poi
io me ne vado dopo un'ora. Mi ricordo i discorsi che c'era ADAMO, parlando di
STEFANO BONTATE, apprezzamenti e cose, che era un principe di qua, aristocratico,
insomma si parlava e io lo sfottevo dicendoci ma chi e', un campagnolo, un
raccoglitore di arance e mandarini. Insomma si scherzava questo. Questi erano i
discorsi, percio' LILLO ADAMO era legatissimo a BONTATE e a MIMMO TERESI e a
tutti quelli che frequentavamo.

PUBBLICO MINISTERO:
Si, e che cosa le venne detto in quella circostanza? Le venne fatto un discorso in
particolare che riguardava il DELL'UTRI?
DI CARLO FRANCESCO:
Ah, ma no, quello e' stato... c'e' un discorso che ho saltato prima, quando mi sono dati i
numeri di telefono, dopo io parlo con TERESI, pero' da solo, perche' ecco quando

246
vengono discorsi di cosa nostra si fanno da soli, dopo di avermi dati in numeri di
telefono, non e' in questo ristorante, dottore GOZZO, non so io se ho potuto fare
confusione...
PUBBLICO MINISTERO:
Lei stava parlando sempre del matrimonio?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, del matrimonio, stiamo parlando ancora... siamo mi sembra davanti alla chiesa,
quando mi vengono dati i numeri di telefono e poi siamo un po' soli, ci prepariamo per
andare all'altare con TERESI, comunque e siamo appartati, mi dice: un bonu picciottu.
In gergo cosa nostra si capisce un bonu picciottu e' che -INCOMPRENSIBILE- a
disposizione una persona di qua, me ne parla bene, dice noi con STEFANO abbiamo
intenzione di combinare a DELL'UTRI, e allora io... tu che ne pensi, tu che l'hai
conosciuto? Chi ci' puteva diri? Ma io vedo che una parola non la spiccica mai o
simpatia non me ne fa? Non lo so. Ci ho detto: ma voialtri lo conoscete meglio di me,
ma poi, ci ho detto, combinarlo voialtri, questo dove e' nato, gli ho detto? Dice: No, a
Palermo, sai per Palermo non c'e' bisogno, lo combiniamo da STEFANO. Ho detto: ma
se e' intimo con TANINO CINA' e questo a TANINO CINA' come un grande uomo, non
so da quanto si conoscono, se combinate a DELL'UTRI e a TANINO no, so che a
TANINO non lo potete combinare, a meno che lo combinano a Cruillas, che fate? Poi
quello ci perde d'immagine, ci perde di tutto. Allora o i combinate tutti e due o niente,
poi siete voialtri, vedete. Poi mi hanno detto che non l'hanno combinato, almeno in
quella occasione. E mi ripete, dice: ma tu lo sai che cosa ci e' successo a TANINO,
dice, c'e' il fratello messo fuori famiglia percio' viene piu' difficile ancora combinarlo
in questo momento. Questi sono stati i discorsi, dottore GOZZO.
PUBBLICO MINISTERO:
Senta lei sa se successivamente TANINO CINA' e' stato combinato?
DI CARLO FRANCESCO:
Veda, a me non mi sento di parlare di cose che non l'ho avuto diretto o presentato
diretto, cose per sentito non mi e' piaciuto mai, per delicatezza , voglio essere molto
delicato su questo, perche' non mi piace che chi sa la gente dice parla per cose sentite
dire, io ho parlato sempre proprio nella situazione cose dirette.
PUBBLICO MINISTERO:
Si, signor DI CARLO, io capisco perfettamente quello che dice lei, io non so che deve
dire, ma se lei ha comunque saputo delle cose anche de relato come si dice in gergo
giuridico, lei deve comunque riferirla, o si avvale della facolta' di non rispondere.
DI CARLO FRANCESCO:
Io telefonavo di la' e di quelli piu' intimi chiedevo, c'e' stato qualche altra cosa che
avevo bisogno di TANINO, ho fatto chiedere e mi ha risposto in un modo che io come
cosa nostra... pero' poi l'avvocati dicono ma come ha capito? In cosa nostra si capisce
tutto e si fa tutto, volendo, dovrei dire si l'hanno combinato, pero' e' una mia capire, e
m'ha fatto capire per telefono che io dico telefonavo di la'.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ci dica in che modo l'ha capito.
DI CARLO FRANCESCO:

247
Pero' non lo posso dire perche' non l'ho avuto mai presentato.
PUBBLICO MINISTERO:
Certo, quindi non e' una cosa che lei ha avuto sotto la sua personale percezione, questo
l'abbiamo capito, dico, ma esattamente che cosa le venne detto e da chi, perche' non ci
ha detto da chi le venne detto.
DI CARLO FRANCESCO:
E questa e' la cosa piu' principale, che non mi piace fare il nome di chi ha ... perche'
non voglio mettere a repentaglio la vita degli altri.
PUBBLICO MINISTERO:
Signor DI CARLO, io glielo devo chiedere, chi le fece questo nome?
DI CARLO FRANCESCO:
Il nome?
PUBBLICO MINISTERO:
Chi le fece... chi le disse queste cose?
DI CARLO FRANCESCO:
Dottore GOZZO, mi avvalgo su questo, veramente non voglio toccare una persona mi
e' troppo intima.
PUBBLICO MINISTERO:
Quindi e' inutile anche chiedere il resto, non sapendo...
PRESIDENTE:
Cioe' si avvale della facolta' di non rispondere a questa domanda, signor DI CARLO?
DI CARLO FRANCESCO:
Si, la persona e' troppo intima e non vorrei che ci succeda qualcosa, perche' sono cose
che si conservano in cosa nostra, che ascolta...
PRESIDENTE:
E appunto, e' una sua facolta' non rispondere”.
Dalla viva voce del collaborante si è appreso, quindi, che:
durante il ricevimento successivo alla cerimonia religiosa, al suo stesso tavolo erano
seduti, oltre a Marcello Dell’Utri, gli invitati palermitani Adamo Calogero, Teresi
Girolamo, Molfettini Vittorio, De Luca Gustavo, accompagnati dalle rispettive consorti,
e Monteleone Filippo, dipendente del Fauci;
tutte queste persone erano state invitate dallo sposo, circostanza di cui il collaborante è
certissimo perché, essendo stata data notizia della sua latitanza dai mezzi di
informazione televisivi, si era fatto dire dal Fauci quali persone avesse invitato e ciò
allo scopo di evitare spiacevoli “inconvenienti”;
non erano tra i presenti, sebbene invitati, i fratelli Bontate Stefano e Giovanni, inteso
l’“avvocato”, perché impossibilitati ad intervenire.

LA TESTIMONIANZA DELLO SPOSO

All’udienza del 2 giugno 1998 è stato assunto in esame Fauci Girolamo Maria, il quale
ha reso le seguenti dichiarazioni:
P.M.

248
Signor FAUCI, siamo arrivati a lei che sembra il responsabile di tutta questa
situazione. Lei ricorda, quando si è sposato, con SHANON GREEN? Con la sua ex
moglie?
FAUCI GIROLAMO
Aprile ‘80
P.M.
aprile dell’80, la data esatta non la ricorda?
FAUCI GIROLAMO
Il 19
P.M.
Il 19
FAUCI GIROLAMO
dopo che lei mi chiese allora, andai a verificare, il 19
P.M.
E’ andato a verificare. lei, come mai ha conosciuto sua moglie? Come mai si
trovava LONDRA, essenzialmente?
FAUCI GIROLAMO
ma io avevo conosciuto mia moglie qui a Palermo, pure essendo inglese l’avevo
conosciuta a Palermo, poi mi sono trasferito in INGHILTERRA, ho trovato lavoro in
INGHILTERRA e sono rimasto là.
P.M.
Che cosa.. che lavoro svolgeva in INGHILTERRA? In particolare?
FAUCI GIROLAMO
All’inizio ero rappresentante di una ditta per prodotti alimentari e vini, dopo
circa un anno, mi sono messo per conto mio
P.M.
Senta, nella sua ditta lei... allora, le faccio prima una domanda: lei conosce
Francesco DI CARLO?

FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
Aveva Francesco DI CARLO, come dipendente in una di queste ditte di cui ha
parlato?
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
In particolare, qual era il nome di questa ditta?
FAUCI GIROLAMO
FAUCI CONTINENTAL IMPORTS
P.M.
Di che cosa si occupava DI CARLO, in particolare?
FAUCI GIROLAMO
Mah, DI CARLO diciamo che ufficialmente non si occupava di niente

249
P.M.
Non si occupava di niente, ci conferma quello che dice DI CARLO. Quindi lei
perché lo aveva assunto, DI CARLO?
FAUCI GIROLAMO
mah, lo avevo assunto per una questione amministrativa burocratica, perché
voleva rimanere in INGHILTERRA e, per avere un permesso di lavoro... per avere un
permesso di soggiorno, aveva bisogno del lavoro
P.M.
Ho capito. senta, lei ha conosciuto o conosceva Stefano BONTADE?
FAUCI GIROLAMO
Si: ho conosciuto
P.M.
Dove lo ha conosciuto? Lo può dire al Tribunale?
FAUCI GIROLAMO
Ho conosciuto praticamente Stefano BONTADE a LONDRA, una volta che si
trovava in aeroporto assieme ad altri, che avevano qualcuno che li doveva andare a
prendere, questo signore o questi signori non si presentarono e un altro mio amico che
era con loro, mi ha telefonato di sera sono andato in aeroporto e ho incontrato delle
persone di cui uno era amico mio e c’erano altre persone di cui uno era lo Stefano
BONTADE e provvidi a sistemarli in albergo..
P.M.
Può dire i nominativi di tutte queste persone? se le ricorda? Questo amico suo,
per esempio?
FAUCI GIROLAMO
Gliene posso dire tre: quello l’amico mio, che era un certo TERESI.,..
P.M.
TERESI come?

FAUCI GIROLAMO
TERSI, detto Mimmo, il vero nome non... non so se..
P.M.
faceva il costruttore?
FAUCI GIROLAMO
... se è Girolamo, CALOGERO... non lo so, Mimmo. BONTADE Stefano e un
certo INZERILLO, ma ce n’erano altri che poi si divisero
P.M.
Ho capito. Questo avviene all’incirca in che anno? Non so se l’ha detto
FAUCI GIROLAMO
Credo il ‘78
P.M.
‘78, quindi prima del suo matrimonio
FAUCI GIROLAMO
Si, si
P.M.

250
lei conosceva CINA’ gaetano?
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
Come lo aveva conosciuto? se ci può dire...
FAUCI GIROLAMO
La conoscenza con CINA’ Gaetano è duplice, nel senso che, più di 30 anni fa, io
vendevo prodotti per lavanderia, i solventi e i prodotti chimici per... e quindi girando
per lavanderie, avevo conosciuto il CINA’ Gaetano e questo è un motivo, secondo
motivo, per coincidenza poi scoprivo che era conoscente di mio fratello, essendo
coetaneo, avendo quasi la stessa età, perché con i CINA’ Gaetano c’è una discreta
differenza di età: io ne ho 52 e lui ne avrà, non lo so, 68... 67, qualcosa del genere
P.M.
senta, quindi il CINA’, per comprendere, è stato invitato da lei al matrimonio o è
stato invitato da suo fratello?
FAUCI GIROLAMO
Il CINA’ è stato invitato da mio fratello, con il mio pieno assenso, gradimento e
tutto
P.M.
Ma c’era un motivo, in particolare? perché capisce, fare venire una persona da
Palermo, fino a LONDRA...
FAUCI GIROLAMO
No, il motivo... il motivo è che mio fratello e il CINA’ avevano una vecchia,
proprio vecchia conoscenza di tantissimi anni.
P.M.
Lei conosceva anche Benedetto CITARDA?
FAUCI GIROLAMO
Ma mi pare, non sono certo al 100%, ma mi pare di avere conosciuto un
CITARDA anziano parente del CINA’
P.M.
Parente del...
FAUCI GIROLAMO
Ma parliamo di oltre 30 anni fa, comunque
P.M.
lei ricorda, al di là della Chiesa, anche poi il successivo ricevimento, chi fosse
presente? Chi non fosse presente?
FAUCI GIROLAMO
Si, se lei mi... potrei... se lei mi fa delle domande più specifiche, io sono qui
pronto...
P.M.
Si, io volevo sapere quindi, TERESI era presente a quello che ho capito, l’ha già
detto
FAUCI GIROLAMO
Si

251
P.M.
Mimmo TERESI. Era presente anche Lillo ADAMO?
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
ma lei lo conosceva Lillo ADAMO?
FAUCI GIROLAMO
No
P.M.
Come mai venne? Come mai venne?
FAUCI GIROLAMO
Portato o dal CINA’ o dal TERESI
P.M.
Conosceva... lei conosceva DI CARLO e quindi DI CARLO era presente?
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
DI CARLO Francesco. certo architetto MOLFETTINI?
FAUCI GIROLAMO
si, non invitato
P.M.
Non invitato. E CINA’ Gaetano, invece, invitato, se ho capito bene
FAUCI GIROLAMO
Si

P.M.
Era presente anche DELL’UTRI Marcello?
FAUCI GIROLAMO
Si, non invitato e non conosciuto
P.M.
Non invitato e non conosciuto, ma tutte queste persone non invitate, lei poi ha
fatto una contabilità di quante persone non invitate vi fossero al suo matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
Ma guardi che... è difficile, è un fatto difficile da spiegare.. io avevo alcune
conoscenze, ognuno ha creduto bene , ha creduto bene di approfittare del mio
matrimonio per non so, o per millantare credito di avere il grande amico a LONDRA o
per... ma sta di fatto che molte persone non sono state invitate e sono venute, persone
che io non ho visto, non conoscevo prima e che poi non ho più neanche visto
P.M.
Ricorda altri nominativi, oltre questi di persone non invitate e venute?
FAUCI GIROLAMO
Non saprei dirle, dottore, se mi fa una domanda più specifica, o un nome
specifico io, se è, rispondo...

252
P.M.
No, no, io volevo sapere se lei ne ricordava delle altre. Lei, vennero fatte, venne
fatto un servizio fotografico, di questo...
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
Lei è più in possesso di queste fotografie?
FAUCI GIROLAMO
No, non sono più in possesso, ma non da ora, già da tanto tempo non sono più in
possesso del servizio fotografico
P.M.
Perché lo ha distrutto? Perché lo ha lasciato...
FAUCI GIROLAMO
Io, con questo matrimonio, tanto decantato e pubblicizzato dappertutto, è stato
per me una tragedia, perché poi mi sono anche divorziato e ho perduto servizio
fotografico e tutti i regali
P.M.
anche tutti i regali
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
quindi il servizio fotografico è rimasto in INGHILTERRA
FAUCI GIROLAMO
No, il servizio fotografico l’ho strappato io per la rabbia
P.M.
ah, lo ha strappato lei per la rabbia. senta, ma qua è un dato di fatto, diciamo, fra
parentesi c’è anche il verbale agli atti, il verbale di perquisizione, noi non abbiamo
trovato assolutamente alcuna fotografia presso la sua abitazione, cioè lei non ha
fotografie?
FAUCI GIROLAMO
No, non è stato guardato bene
P.M.
Non è stato guardato bene
FAUCI GIROLAMO
No, perchè c’è n’è una grande grande appesa
P.M.
ah, una!
FAUCI GIROLAMO
Una!
P.M.
del matrimonio
FAUCI GIROLAMO
Del matrimonio

253
P.M.
E come mai si è tenuta questa...
FAUCI GIROLAMO
E non è stato guardato bene, se vuole gliela porto, dottore, non ho problemi...
P.M.
Va bene
FAUCI GIROLAMO
Glielo sto dicendo che ce n’è una
P.M.
- INCOMPRENSIBILE - ma è una fotografia con sua moglie? o una fotografia...
FAUCI GIROLAMO
Io, mia moglie, mia sorella e mio fratello
P.M.
Ho capito. va bene, allora gliela lascio, come ricordo
FAUCI GIROLAMO
E’ grande, con cornice
P.M.
Non so se la difesa abbia interesse
- FUORI MICROFONO INCOMPRENSIBILE -

P.M.
Non è questo il discorso, non è per le fotografie del matrimonio, mi pare normale
che non ci siano fotografie di un matrimonio che poi è andato male, ma di tutto il resto
della vita, mi pare un pochettino...
FAUCI GIROLAMO
E ne ho conservata una, quella più importante, cioè i miei affetti più importanti,
io non ho i genitori, quindi sono mio fratello e mia sorella e sono... hanno venti anni in
più di me, io e la mia ex moglie, questa è rimasta incorniciata messa lì
P.M.
Senta, signor FAUCI, lei DI CARLO quindi lo conosce bene, no?
FAUCI GIROLAMO
Lo conosco
P.M.
IO le volevo dare lettura di alcune dichiarazioni che DI CARLO ha reso a questo
dibattimento, perché riguardano proprio lei...
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
E riguardano, in particolare, il fatto che lei ha detto che alcune di queste persone
non erano invitate, invece DI CARLO, al dibattimento, ci ha detto che lei stesso gli
disse, se ricordo bene, adesso volevo leggerlo, che erano state tutte invitate queste
persone. C’era anche un’altra cosa che volevo chiederle, anzi scusi, prima le voglio
fare una domanda..

254
FAUCI GIROLAMO
Prego
P.M.
Perché altrimenti le do lettura prima di cosa le voglio chiedere. Prima del
matrimonio o subito dopo il matrimonio, è stata organizzata anche una cena a cui
hanno partecipato le stese o comunque molte delle persone che parteciparono poi al
matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
Probabilmente, probabilmente si, ma se lei mi chiede luoghi, circostanze , date o
nomi, io non le saprei rispondere
P.M.
ha completamente...
FAUCI GIROLAMO
tenga presente che c’è...
P.M.
Ma lei c’era?
FAUCI GIROLAMO
Tenga presente che c’è pure la parentela... la parentela acquista inglese...

P.M.
si, dico, ma...
FAUCI GIROLAMO
Per cui io non saprei spiegarle... ma non perché non glielo voglio spiegare.
proprio perché non glielo posso spiegare
P.M.
Si, si, signor FAUCI, ma lei, in queste circostanze conviviali, diciamo così, legate
al suo matrimonio, era sempre presente...
FAUCI GIROLAMO
Ah, sicuramente...
P.M.
O ce ne sono state...
FAUCI GIROLAMO
Sicuramente, si
P.M.
Sicuramente si
FAUCI GIROLAMO
Non penso che ci sia una cerimonia conviviale per il mio matrimonio e io....

P.M.
Perché, se mi ricordo bene, ora il dottore DE LUCA, non so se lei lo ricorda tra i
partecipanti anche al matrimonio, ci diceva che lei era presente a questa cena, il
giorno precedente

255
FAUCI GIROLAMO
E io le.,.. e io le confermo che, probabilmente, si, però non le saprei essere
preciso, a distanza di venti anni, neanche il ristorante, il luogo dove... del banchetto,
posso dare più dettagli sul banchetto del matrimonio, nel senso so...
P.M.
Quindi, diciamo, se io le chiedo se era presente Lillo ADAMO, per esempio, lei
non mi sa dire niente? Non lo ricorda?
FAUCI GIROLAMO
Oltre tutto...
P.M.
- INCOMPRENSIBILE -
FAUCI GIROLAMO
Mi scusi, io farei un torto, oltre tutto al signor ADAMO, nel senso che io non mi
ricordo se c’era o se non c’era al banchetto precedente o successivo
P.M.
mentre il dottore DE LUCA c’era comunque. lei lo ricorda?
FAUCI GIROLAMO
Si, il dottore ...
P.M.
Era invitato il dottore DE LUCA?
FAUCI GIROLAMO
il Il dottore DE LUCA era invitato
P.M.
Era invitato , era un suo amico?
FAUCI GIROLAMO
Eh.. da vecchia data
P.M.
Da vecchia data, quindi c’era il dottore DE LUCA. Ecco, qua: Lillo ADAMO e la
moglie, lei sa per queste persone se erano state invitate o erano lì per caso? E se ci può
indicare su quali fatti eventualmente basa la sua risposta, questa è la mia domanda. DI
CARLO risponde: “Erano stati invitati , ADAMO è andato perché era intimo con
TERESI, Mimmo TERESI, perché le mogli si conoscevano , perché erano intimi, erano
stati invitati, per caso nessuno c’era là”. Questo lei lo sa in che modo? Cioè come lo
ha appreso?, “Ma perché? Perché ho visto chi c’era là erano tutti invitati di JIMMY e
sapevo prima chi ci doveva andare, perché visto che ci doveva andare un latitante, che
due mesi prima il giornale e la televisione ne aveva parlato”, è lui latitante, “JIMMY
mi dice a me, specialmente la situazione, dice <vedi che ci sono TIZIO, TIZIO, TIZIO,
e TIZIO, che ti conoscono>, mi mette al corrente, ecco perché io so che non erano
stati di passaggio, perché di passaggio JIMMY non avrebbe fatto andare nessuno”.
Questa è la prima dichiarazione., che ha reso...
FAUCI GIROLAMO
Il mio commento...
P.M.
Questo...

256
FAUCI GIROLAMO
Io riconfermo... riconfermo sulla mia, come si dice, sulla mia responsabilità piena
di una dichiarazione che faccio in Tribunale, che io non conoscevo il signor ADAMO,
il signor MOLFETTINI e il signor DELL’UTRI.
P.M.
Va bene, PRESIDENTE, io non ho altre domande, termino semplicemente
chiedendo il confronto tra il collaboratore DI CARLO Francesco e il signor FAUCI.
PRESIDENTE
va bene. La difesa?
DIFESA
Signor FAUCI, quando si è trasferito a LONDRA?

FAUCI GIROLAMO
‘74
DIFESA
E DI CARLO, invece, quando la raggiunse?
FAUCI GIROLAMO
Ma, DI CARLO, credo 3 o 4 anni dopo, non le saprei essere preciso...
DIFESA
Signor DI CARLO, invece in che anno ha divorziato?
FAUCI GIROLAMO
Chi?
DIFESA
Lei
FAUCI GIROLAMO
In che anno ho divorziato io?
DIFESA
Si
FAUCI GIROLAMO
No, il divorzio è poi successivo, è nell’85-’86
DIFESA
Dal momento del divorzio in poi, si è più sentito con sua moglie?

FAUCI GIROLAMO
ma, forse per qualche augurio di Natale o qualche augurio di compleanno
reciproco, ma non tutti gli anni

DIFESA
Gliela pongo in altro modo: la signora GREEN, ha mai saputo che il vostro
matrimonio è stato, vostro malgrado, oggetto di interesse per questo procedimento?
FAUCI GIROLAMO
Ma io penso di no
DIFESA

257
No. Lei conosce l’indirizzo della signora Sharon GREEN?
FAUCI GIROLAMO
Attualmente no
DIFESA
No. Il numero di telefono? Un recapito?
FAUCI GIROLAMO
No, niente, niente
DIFESA
Niente. Lei ha detto già che non conosceva il dottore DELL’UTRI...

FAUCI GIROLAMO
Mi scusi se la interrompo: non lo conosco perché si è risposata e quindi non...
non mio viene spontaneo cercare, vedere...
DIFESA
Lei però è a conoscenza se la signora GREEN fosse in possesso di copie sue di
fotografie? Di un film del matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
No, credo proprio di no.
DIFESA
Crede proprio di no. Scusi, dalla relazione, sono nati figli?
FAUCI GIROLAMO
No
DIFESA
Lei ha detto già che non conosceva prima del matrimonio, il dottor DELL’UTRI,..
FAUCI GIROLAMO
Si
DIFESA
Ma poi le fu presentato?
FAUCI GIROLAMO
Si

DIFESA
In che momento? Lei ricorda se le fu presentato al momento della cerimonia in
Chiesa? Oppure al ristorante?
FAUCI GIROLAMO
No, mi è stato presentato, era presenta al matrimonio, ma non avrei dettagli
particolari della presentazione
DIFESA
Allora era presente al matrimonio, lei cosa intende? Era presenta anche in
Chiesa, oppure...
FAUCI GIROLAMO
No, era presente al matrimonio, intendo era presente in Chiesa , al... o in chiesa
o al banchetto o in tutte e due, non riesco a quantificare.

258
DIFESA
Quindi non sa, non ricorda se è arrivato alla fine invece del banchetto?
FAUCI GIROLAMO
No, no
DIFESA
LEI provvide ad alloggiare gli invitati presso qualche struttura alberghiera?
Certo, consigliai, con le dovute differenze naturalmente, c’era qualche parente mio, me
ne sono fatto carico direttamente, a qualcun altro ho consigliato qualche nome di
albergo
DIFESA
Ho capito. Per quanto riguarda il trattenimento, a questo CAFFE’ ROYAL,
vicino PICCADILLY, credo fosse su REGENT STREEET, i posti erano preassegnati
agli invitati?
FAUCI GIROLAMO
Mah, non posso ricordare, ma mi pare... mi pare di no
DIFESA
Ma comunque era una... un servizio al buffet? oppure al tavolo?
FAUCI GIROLAMO
C’era il tavolo grande imbandito dove c’era tutto il... il cibo presentato e poi mi
pare che c’era il servizio al tavolo, perché c’erano i tavoli.
DIFESA
Si, c’erano i tavoli, lei è sicuro sul fatto che ci fosse il servizio al tavolo? Oppure
ci poteva essere il buffet? nel senso, le persone che si recavano nei vari -
INCOMPRENSIBILE - per andare a prendere il cibo?
FAUCI GIROLAMO
Il servizio al tavolo, propenderei di più per il servizio al tavolo
DIFESA
Perfetto, lei propenderebbe di più per questo. Esisteva una lista di invitati?

FAUCI GIROLAMO
No, credo di no
DIFESA
Cioè a dire, lei ha mai..
FAUCI GIROLAMO
Una lista scritta di tutti gli invitati? No!
DIFESA
Lei l’aveva... non dico io al ristorante, ma comunque lei aveva una lista di
invitati... lei e la signora GREEN, tenevate ...
FAUCI GIROLAMO
No, io... penso, ritengo, sono passati venti anni, avvocato, non riesco a ricordare
i dettagli, credo la lista scritta sicuramente no, ma penso, potrei pensare che abbiamo
fatto il conto di quanti invitati c’erano e abbiamo ordinato il banchetto di conseguenza
DIFESA

259
No, glielo chiedo perché siccome il DI CARLO dice che gli fu letto i nomi di tutti
gli invitati, quindi per questa ragione glielo sto chiedendo..
FAUCI GIROLAMO
No, una lista scritta no, ma se ho capito bene cosa mi ha detto il dottore GOZZO,
sembra che io gli abbia detto solo di alcuni nominativi, non di tutti nominativi.

DIFESA
Lei ricorda se le fu detto che il dottor DELL’UTRI si trovava già a LONDRA o se
invece sarebbe venuto apposta per questo matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
Ma non poteva venire apposta per il mio matrimonio! Non c’era nessuna...
nessun motivo, anche perché, nel corso del tempo, conoscendo chi è DELL’UTRI, e
sapendo io per me stesso, chi sono io, il DELL’UTRI non ha motivo di venire al mio
matrimonio, di partirsi dall’ITALIA, per venire al mio matrimonio, senza conoscermi,
se non invitato da qualcuno
DIFESA
Ho capito. Io mi rendo conto che lei aveva ben altre cose da fare e a cui pensare,
al momento della cerimonia in chiesa, ma ricorda se al momento del suo arrivo, e in
altra occasione, uscendo dalla chiesa, notò DI CARLO parlare con TERESI?
FAUCI GIROLAMO
No
DIFESA
No. Ricorda se notò...
FAUCI GIROLAMO
No, non significa che non parlavano, non lo so, non...

DIFESA
Capisco. Ricorda se il dottore DELL’UTRI si fermò a parlare con qualcuno in
particolare?
FAUCI GIROLAMO
No, no
DIFESA
Gliel’ho posto come dato per premessa, ma effettivamente non abbiamo
conoscenza... comunque fu ripreso il matrimonio con qualche video camera? da parte
di...
FAUCI GIROLAMO
No, video camera, credo di no
DIFESA
Solo servizio fotografico?
FAUCI GIROLAMO
Si
DIFESA
Il matrimonio a che ora terminò, lo ricorda, più o meno?

260
FAUCI GIROLAMO
la chiesa o il, banchetto?
DIFESA
No, no, il banchetto

FAUCI GIROLAMO
Il banchetto è stato diciamo ad ora di pranzo, quindi... non sarà finito di sera,
sarà finito, non lo so, alle cinque del pomeriggio, alle quattro, alle sei... ma non di sera
tardi, comunque
DIFESA
Ecco, in INGHILTERRA i banchetti sono veloci? Oppure ci sono quelli, dei
banchetti come da noi in Italia, che...
FAUCI GIROLAMO
No, per sicuro non elefantiaci come qui
DIFESA
Ho capito. va bene, grazie.
PRESIDENTE
Ci sono altre domande, AVVOCATO TRICOLI?
AVVOCATO TRICOLI
Sl qualche domanda: signor FAUCI, lei dell’intenzione del signor CINA’ di
portare con sé il dottore DELL’UTRI al suo matrimonio, lo seppe lo stesso giorno del
matrimonio? Oppure qualche giorno prima?
FAUCI GIROLAMO
No, per sicuro non l’ho saputo prima
AVVOCATO TRICOLI
per caso, il signor CINA’, mi dicono i colleghi: “Cosa intende per <non l’ho
saputo di sicuro prima>?”
FAUCI GIROLAMO
Non l’ho saputo di sicuro prima, può essere che l’ho saputo la mattina del fatto,
perché ognuno mio diceva, per dire, io ho i signor ADAMO, per esempio, ho il signor
MOLFETTINO, per menzionare i nomi che abbiamo fatto in quest’aula, quindi può
essere che l’ho saputo la sera prima, che l’ho saputo la mattina del matrimonio, ma
sicuramente non due-tre giorni prima come mi aveva posto la domanda lei
AVVOCATO TRICOLI
E il signor CINA’ cosa le disse per caso, perché si trovava il dottor DELL’UTRI
A LONDRA? per quale motivo? Non le disse... Non lo specificò?
FAUCI GIROLAMO
Non lo specificò, io non ricordo cosa mi disse il signor CINA’
AVVOCATO TRICOLI
Senta, lei ha avuto mai modo di incontrare successivamente al suo matrimonio, il
dottore DELL’UTRI?
FAUCI GIROLAMO
Io non ho mai incontrato il dottore DELL’UTRI, nè prima e neanche dopo.
AVVOCATO TRICOLI

261
senta, si ricorda se il dottore DELL’UTRI, si trattenne per tutta la durata del
pranzo? Oppure andò via prima?
FAUCI GIROLAMO
No, non ricordo
AVVOCATO TRICOLI
senta, lei ha mai riferito al DI CARLO, di avere partecipato ad una cena a casa
BONTADE? la premessa è: lei ha partecipato a qualche cena in casa BONTADE?
FAUCI GIROLAMO
Sicuramente no
AVVOCATO TRICOLI
E allora la seconda domanda successiva, è assolutamente inutile porla. Come ha
conosciuto lei il signor DI CARLO?
FAUCI GIROLAMO
Il signor DI CARLO faccia... faccia conosciuta da sempre... discoteche, LIFE,
CASTELLO, queste cose di qua, poi rincontrato per la posizione amministrativa a
LONDRA
AVVOCATO TRICOLI
va bene, la ringrazio.
PRESIDENTE
AVVOCATO GALFANO?
AVVOCATO GALFANO
Si. Signor FAUCI, prendo spunto da quest’ultima domanda: quand’è, che
conobbe DI CARLO? Su per giù se lo ricorda in che anno?
FAUCI GIROLAMO
Mah. il periodo preciso, non glielo saprei dire, ripeto, frequentando locali...
locali, in particolar modo LIFE e CASTELLO e ci possiamo riferire agli anni...
AVVOCATO GALFANO
Quanto tempo prima del suo matrimonio, ad esempio?
FAUCI GIROLAMO
Prego
AVVOCATO GALFANO
Quanto tempo prima del suo matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
Ma io potrei ritornare indietro al ‘71-’72
AVVOCATO GALFANO
Quindi inizio anni ‘ 70. Senta, invece, Gaetano CINA’ da quanto tempo lo
conosce?
FAUCI GIROLAMO
Gaetano CINA’ lo conosco da... sicuramente più di 30 anni o circa 30 anni
AVVOCATO GALFANO
Circa 30 anni. Lei frequentava, quando era qua a Palermo, il negozio di
Gaetano CINA’?

FAUCI GIROLAMO

262
io ho sempre frequentato il negozio del signor CINA’ per motivi di lavanderia,
prima, quando facevo il rappresentante per motivi di lavoro, in seguito, per motivo di
cliente, per portare i panni sporchi. Premetto però che tutte le volte che il signor CINA’
era lì o nel negozietto che era accanto, mi fermavo piacevolmente alcuni minuti : 3
minuti, 5 minuti, il tempo che era, di convenevoli, 3 minuti di convenevoli, perché era
sempre una persona espansiva, una persona amichevole
AVVOCATO GALFANO
lei frequentava sia la lavanderia che il negozio di articoli sportivi?
FAUCI GIROLAMO
ma principalmente la lavanderia
AVVOCATO GALFANO
principalmente la lavanderia. Senta, ha mai incontrato il signor DI CARLO
presso il negozio di CINA’?
FAUCI GIROLAMO
Non potrei essere sicuro, nè dire di si, nè dire di no, non...
AVVOCATO GALFANO
Non si ricorda
FAUCI GIROLAMO
No

AVVOCATO GALFANO
Comunque, quindi non è stato CINA’ a presentarle DI CARLO?
FAUCI GIROLAMO
Ma io conoscevo il DI CARLO già da tempo, non c’è nessuna connessione fra ...
della mia conoscenza del DI CARLO, col CINA’’
AVVOCATO GALFANO
Ho capito. senta, lei oltre alla circostanza del suo matrimonio, ha incontrato altre
volte in INGHILTERRA CINA’?
FAUCI GIROLAMO
Ma io credo di no
AVVOCATO GALFANO
No! lei ha mai ricevuto la visita di... in INGHILTERRA, oltre quella di cui ha
parlato poco fa, di Stefano BONTADE? Mimmo TERESI, tale Santo INZERILLO,
unitamente a Gaetano CINA’?
FAUCI GIROLAMO
No, l’unica circostanza in cui io ho incontrato queste persone in Inghilterra, mi
riferisco al BONTADE e all’INZERILLO, è stata la volta dell’aeroporto che ho
descritto prima, poi ho rivisto il TERESI in Inghilterra la seconda volta per il mio
matrimonio, non posso collegare il CINA’ gaetano a queste persone, in Inghilterra
assieme a me

AVVOCATO GALFANO

263
Ho capito. senta, tornando un attimino al suo matrimonio, lei si ricorda chi ha
invitato TERESI?
FAUCI GIROLAMO
TERESI?
AVVOCATO GALFANO
Eh!
FAUCI GIROLAMO
Io!
AVVOCATO GALFANO
lei personalmente
FAUCI GIROLAMO
Io!
AVVOCATO GALFANO
E... si ricorda su per giù, quanti invitati c’erano al suo matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
Non glielo saprei dire ... mettiamo una cifra x: 100!
AVVOCATO GALFANO
Un centinaio, lei ha si è intrattenuto con gaetano CINA’ durante il matrimonio?
Durante il ricevimento?
FAUCI GIROLAMO
Non me lo ricordo, ma presumo di si
AVVOCATO GALFANO
Ha visto, in particolare, con chi gaetano CINA’ si intrattenesse?
FAUCI GIROLAMO
No
AVVOCATO GALFANO
No
FAUCI GIROLAMO
No, che non l’ho visto, l’ho visto ma non me lo ricordo, a distanza di venti anni,
come faccio a sapere con chi si intratteneva?
AVVOCATO GALFANO
Ha mai notato CINA’, TERESI, DI CARLO, DELL’UTRI, appartarsi fra di loro?
FAUCI GIROLAMO
Non posso rispondere a questa domanda proprio materialmente dopo tanto
tempo, non saprei dire...
AVVOCATO GALFANO
Si, senta, lei ha conosciuto il fratello di Gaetano CINA’? Totò CINA’?
FAUCI GIROLAMO
Si
AVVOCATO GALFANO
Si. Sa se una sua figlia, in passato, ha instaurato una relazione con un poliziotto?
FAUCI GIROLAMO
Io conosco il fratello di CINA’ Gaetano, sempre per motivi di lavanderia,
ricollegandomi a circa 30 anni fa, perché anche questo signor CINA’ era titolare di

264
una lavanderia, non conosco la composizione familiare del signor CINA’ da lei
menzionato
AVVOCATO GALFANO
quindi i suoi rapporti con Totò CINA’ sono questi che lei ha detto e basta
FAUCI GIROLAMO
I miei rapporti con questo signor CINA’, sono stati sempre molto superficiali, al
momento non so quanti decenni sono che non lo vedo e ripeto non conosco la
scomposizione familiare di questo signore
AVVOCATO GALFANO
Quindi nè Totò CINA’ nè gaetano CINA’, nè Francesco DI CARLO, nè qualsiasi
altra persona, le hanno mai confidato che a causa di una relazione instaurata dalla
figlia di Totò CINA’ con un poliziotto, il signor Totò CINA’ aveva avuto delle
discordanze familiari?
FAUCI GIROLAMO
No, completamente, sconosco questa storia.
AVVOCATO GALFANO
Si ricorda quante persone c’erano alla cena chiamiamola di addio al celibato che
lei ha organizzato prima del matrimonio? Su per giù?
FAUCI GIROLAMO
Io non mi ricordo assolutamente, però potrei gettare una cifra lì, che so 15, 20...
AVVOCATO GALFANO
Per me può bastare
DIFESA
Nella nostra lista c’è ... è citata pure la signora SHARON GREEN, Non sappiamo
se poi rinunceremo oppure no, per avere qualche informazione su dove la stessa ossa
essere rintracciata, posso chiedere al signor FAUCI, se almeno sa in quale città sta?
Con chi è sposata?
PRESIDENTE
se è in condizione di rispondere...
DIFESA
Ci può dare qualche indicazione, attraverso cui individuare l’indirizzo di sua.,.
della signora GREEN?
FAUCI GIROLAMO
RIPETO, da sei- sette anni, si è risposata, per cui non mi è più interessato
neanche fare gli auguri o meno, sta a LONDRA, ma come si fa a trovarla a LONDRA?
DIFESA
sa...
FAUCI GIROLAMO
Non saprei proprio come...
DIFESA
Non sa neanche con chi è sposata?
FAUCI GIROLAMO
No
PRESIDENTE

265
Il Pubblico Ministero deve porre nuove domande?
P.M.
Si, PRESIDENTE
PRESIDENTE
Prego
P.M.
Mi scusi, poco fa lei ha detto, io le ho petto le dichiarazioni di DI CARLO che
dicevano che lui era latitante, cioè era il discorso da cui partiva per dire tutte le altre
cose. Lei sapeva che DI CARLO era latitante? Questo non gliel’ho chiesto poco fa
FAUCI GIROLAMO
Io sapevo che DI CARLO aveva grossi problemi, ma il dettaglio della latitanza o
del perché avesse problemi o perché fosse latitante, io ero all’oscuro di tutto

266
P.M.
Io non ho capito se lei ha detto se alle domande della difesa se CINA’ e DI
CARLO si conoscevano
FAUCI GIROLAMO
La domanda a cui ho risposto io ...
P.M.
Era parzialmente diversa, io le sto facendo una domanda diversa
FAUCI GIROLAMO
Una domanda specifica
P.M.
Si; si conoscevano DI CARLO...
FAUCI GIROLAMO
Ma io penso che, arrivati a un certo punto, se non si conoscevano prima, arrivati
a un certo punto, poi io penso che si saranno dovuti conoscere
P.M.
no, non le chiedo delle considerazioni, io volevo sapere se lei sapeva se si
conoscevano
FAUCI GIROLAMO
Io penso di si, però non le saprei dire dove è iniziata e quindi non sapendo come è
iniziata, non potrei dire una risposta precisasi o no netta

267
P.M.
e allora, parto dalla sua risposta: lei pensa di si, basandosi su che cosa? Su fatti?
Oppure...
FAUCI GIROLAMO
Basandosi anche sul fatto del mio matrimonio, di una certa mescolanza, di una
certa mescolanza di amicizie o di conoscenze che sono derivate da questo punto di
riferimento che potevo essere io in Inghilterra
P.M.
Senta, CINA’ Gaetano è stato sentito da noi la prima volta nel giugno del...
- FUORI MICROFONO INCOMPRENSIBILE -
P.M.
No, CINA’ Gaetano è stato sentito da noi, per la prima volta, il 20 giugno del
1996, io volevo sapere se, successivamente a questo fatto, CINA’ Gaetano sin è recato
da lei, ne avete parlato di questo discorso che era stato sentito dalla Procura di
Palermo?
FAUCI GIROLAMO
No, sicuramente no
P.M.
Ma è venuto da lei? Lei lo ricorda?

268
FAUCI GIROLAMO
E io non me lo... da me... penso di no, perché... no, perché penso che lui non... le
posso dare una risposta certa, perché lui non è mai venuto a casa mia e non mi ha mai
cercato...
P.M.
E’ andato lei... mi scusi, è andato lei dal CINA’?
FAUCI GIROLAMO
Ma io, come ho detto poco fa, sono andato sempre dal CINA’
P.M.
Quindi ha continuato anche dopo questo...
FAUCI GIROLAMO
Ho continuato anche dopo, anche adesso i, anche se lui non c’è, io porto i miei
panni nella sua lavanderia.
P.M.
Va bene, quindi... lei, mi scusi questo è il mio...la mia ultima domanda: lei nel
1982 è stato fermato al valico di BRUGEDA con della sostanza stupefacente?
FAUCI GIROLAMO
Si
- FUORI MICROFONO INCOMPRENSIBILE -
P.M.
Può dire...
DIFESA
Sono risposte auto indizianti, PRESIDENTE, quindi le domande non si
potrebbero...
P.M.
Auto indizianti, PRESIDENTE...
PRESIDENTE
Ha subito il procedimento penale, già?
P.M.
Eh?
PRESIDENTE
Ha subito un procedimento penale per questi fatti?
P.M.
Si, ha subito un procedimento penale
PRESIDENTE
E’ definito?
FAUCI GIROLAMO
Si
PRESIDENTE
Con sentenza passata in giudicato?
FAUCI GIROLAMO
Si

269
PRESIDENTE
Allora, può rispondere
P.M.
E’ stato fermato al valico di BRUGERA...
FAUCI GIROLAMO
Si
P.M.
Va bene, no a me... a me serviva soltanto... soltanto questo fatto
FAUCI GIROLAMO
Mi scusi, sono passato anche attraverso lei, dottore GUARNOTTA
PRESIDENTE
si, mi ricordo
FAUCI GIROLAMO
per qualche atto...
P.M.
Solo la sostanza stupefacente volevo...
PRESIDENTE
Soltanto che la mia conoscenza non può fare testo
FAUCI GIROLAMO
certo
P.M.
se lo ricorda, che tipo di sostanza stupefacente...
FAUCI GIROLAMO
Hashish
P.M.
Hashish. Non ho altre domande, PRESIDENTE.
PRESIDENTE
Signor FAUCI, soltanto una domanda da parte del Tribunale
FAUCI GIROLAMO
Si
PRESIDENTE
Ma alla fine, lei ha compreso chi dei suoi invitati, visto che non l’ha fatto lei, ha
invitato il dottore DELL’UTRI al suo matrimonio?
FAUCI GIROLAMO
Il dottore DELL’UTRI sarà stato invitato dal signor CINA’
PRESIDENTE
Gliel’ha detto il signor CINA’? Lo deduce lei? In base a dei fatti?
FAUCI GIROLAMO
No, ma lo deduco io da tante cose e poi mi sentirei di affermare che è stato
invitato dal signor CINA’ Gaetano
PRESIDENTE
Ma non è in grado di riferire al Tribunale in base a quali fatti? Quali
circostanze?

270
FAUCI GIROLAMO
La circostanza precisa io non ce l’ho, io sicuramente l’avrò avuta a quell’epoca
essendo passato tutto questo tempo, io non ho più i dettaglio, di cosa mi abbia potuto
dire il signor CINA’ o di come io sia stato presentato al dottore DELL’UTRI o di che
cosa ci siamo potuti dire nella presentazione, per quelli che sono i miei ricordi, il
dottore DELL’UTRI è stato invitato dal signor CINA’.
PRESIDENTE
Non c’erano altre possibilità che fossero altre persone ad invitarlo?
FAUCI GIROLAMO
No, no, no...”.
Le dichiarazioni di Jimmy Fauci hanno fornito un obiettivo ed importante riscontro a
quelle rese dal collaborante Di Carlo se è vero che il teste:
ha confermato la presenza al suo matrimonio delle stesse persone indicate dal Di Carlo
anche se ha tenuto precisare che l’Adamo ed il Molfettini non erano stati da lui invitati
come, del resto, Marcello Dell’Utri, che non conosceva, ma che non poteva essere stato
invitato alle sue sue nozze da altra persona all’infuori di Cinà Gaetano:
ha confermato che Di Carlo Francesco è stato dipendente della sua agenzia ma solo a
“fini burocratici” cioè per consentire il suo soggiorno a Londra;
ha confermato la conoscenza di Bontate Stefano e la presenza di questi a Londra
nell’occasione ricordata dal collaborante:
ha sostenuto che molte persone presenti alle sue nozze non erano state invitate ma,
richiesto di farne i nomi, ha ricordato soltanto quelli di Adamo, di Molfettini e, guarda
caso, di Marcello Dell’Utri.
Sulle persone presenti alle nozze Fauci-Green sono stati sentiti anche i coniugi Adamo
Calogero e Spataro Caterina nonché il dott. De Luca Gustavo.
GLI INVITATI PALERMITANI ALLE NOZZE

All’udienza del 2 giugno 1998, è stato assunto in esame Adamo Calogero, soggetto
molto noto a Palermo perché titolare della “Sicilauto”, concessionaria delle autovetture
Alfa Romeo e Ferrari, sul conto del quale ha riferito il collaborante Siino Angelo
ricordando gli stretti rapporti intrattenuti dall’Adamo con Bontate Stefano al punto da
far ritenere che i due fossero soci nella gestione della “Sicilauto”(v. trascrizione del
verbale di udienza del 9 giugno 1998).
Queste le dichiarazioni rese da Adamo Calogero:
P.M.
Sia dell’uno che dell’altro. Senta, io vado direttamente al punto: lei è stato, in
particolare ad un matrimonio a LONDRA, nel 1980? Il matrimonio di JIMMY FAUCI?
ADAMO CALOGERO
Io sono stato a LONDRA e mi sono incontrato sull’aereo con persone che mi
dissero, dice “Stiamo andando ad un matrimonio” e mi fu detto “Perché non viene?”,
dico “Io mi occupo di altre cose, perché a LONDRA ci vado per i miei hobbies...
P.M.
Può dire chi era questa persona con cui si è incontrato in aereo?
ADAMO CALOGERO

271
Mah, era... ricordo che era CINA’
P.M.
CINA’?
ADAMO CALOGERO
Si, era mio cliente e noi siamo clienti da tantissimo anni, di... che hanno
lavanderia... ed altro, vestiti... tutta questa roba qua
P.M.
Senta, è una contestazione questa: il 14 aprile del ‘97, lei ha dichiarato così “In
una di queste occasioni, mentre ci trovavamo” lei e sua moglie, si riferisce...
ADAMO CALOGERO
Si
P.M.
“... in aereo verso LONDRA, incontrammo Mimmo TERESI,...”
ADAMO CALOGERO
Può essere che c’era anche... si, c’era anche Mimmo TERESI, ora mi sto
ricordando
P.M.
“... che io chiamo mio amico, in quanto era uno dei miei migliori clienti..”
ADAMO CALOGERO
Si
P.M.
“... infatti gli avevo venduto varie autovetture, così come a BONTADE Stefano”,
è qua il punto. “Tornando a quell’incontro sull’aereo, il TERESI mi chiese di restare a
LONDRA e mi invitò ad un matrimonio cui lui stava andando”
ADAMO CALOGERO
Si
P.M.
Ricorda questo fatto?
ADAMO CALOGERO
Si
P.M.
senta, visto che stiamo parlando di questo, ricorda se Mimmo TERESI lo invitò...
la invitò anche ad una cena la sera precedente il matrimonio?
ADAMO CALOGERO
Ma non credo che noi siamo andati, perché noi....io ero andato perché avevo
degli appuntamenti al mercato delle pulci, va bene, ero interessato per queste cose, ma
non credo che siamo andati alla sera. L’indomani, per curiosare, siamo andati a
vedere con mia moglie, già a cosa inoltrata, questo matrimonio, per vedere queste
chiese di LONDRA, così, per una curiosità, siccome il signor FAUCI non lo conoscevo,
non conoscevo nessuno..
P.M.
Quindi lei è stato anche in Chiesa, oltre che al ricevimento?
ADAMO CALOGERO

272
Può darsi, non mi ricordo, è cosa di venti anni fa, insomma, non è che è una cosa
vicinissima
P.M.
No, io glielo chiedo perché lei adesso sta parlando di Chiese e quindi.. mi corre
l’obbligo di chiederglielo. lei è stato anche in Chiesa, oltre che al ricevimento?
ADAMO CALOGERO
Io ricordo che siamo andati... abbiamo preso un taxi e ci siamo fatti
accompagnare - INCOMPRENSIBILE - siamo andati al ricevimento, ma non credo che
siamo andati al ricevimento la sera mai, di giorno può darsi che poi verso l’una...
P.M.
No, ribadisco, io gliel’ho chiesto perché lei ha detto che voleva vedere le chiese
di LONDRA
ADAMO CALOGERO
Come?
P.M.
E’ stato lei a dire, a riferirsi alle chiese, non sono stato io
ADAMO CALOGERO
Solo per una curiosità, perché per conoscere qualche Chiesa, perché noi non
conoscevamo...
P.M.
Per conoscere qualche chiesa. quindi lei era lì perché aveva un appuntamento
con chi?
ADAMO CALOGERO
Con - INCOMPRENSIBILE - rigattieri!
P.M.
Ricorda il nome di questo rigattiere?
ADAMO CALOGERO
Che vuole, LONDRA...
P.M.
Il luogo in cui si trovano?
ADAMO CALOGERO
E’... se ci vado a LONDRA posso orientarmi e andarci, va bene, ma dirci dov’è...
si chiama mercato delle pulci
P.M.
Il mercato delle pulci
ADAMO CALOGERO
E va bene, io dicevo al taxista “mercato delle pulci” e mi portavano là. Poi c’era
un pian terreno, scendevamo fuori, c’erano 2000 baracchine, baracche... io sono
collezionista di cose vecchie, per cui ho comprato porta sigarette, porta fiammiferi...
cose d’argento... va bene, ho comprato... poi non parliamo di stufe, di queste cose qua
antiche, bilance antiche, che poi mi sono fatto spedire tramite alcuni camionisti che
portavano le primizie da GELA a LONDRA e ho scoperto che c’era questa cosa qua e
me le portarono fino al bivio di CALTANISSETTA-ENNA, io ho mandato il mio furgone
con l’autista e ho preso questa roba qua, perché era molto pesante e non la potevo

273
portare con me sull’aereo. Poi io non ho visto nessuno più perché noi ci siamo dedicati
al nostro giro che avevamo nell’intenzione di fare, eco
P.M.
Senta, lei mi vuole spiegare, lei ha detto TERESI e poi oggi ha ricordato anche
CINA’
ADAMO CALOGERO
Si
P.M.
La invitarono a questo matrimonio di JIMMY FAUCI, lei per quale motivo..
ADAMO CALOGERO
Prego?
P.M.
Se lo ricorda, per quale motivo accettò l’invito? come mai poi vi siete recati a
questo matrimonio? C’erano persone che conoscevate secondo quello che diceva
TERESI?
ADAMO CALOGERO
No, no: conoscevo a queste persone dell’aereo, non conoscevo nessun’altra
persona del matrimonio, della Chiesa... neanche il signor FAUCI, perché non l’ho mai
visto, l’ho visto...
P.M.
Quanto tempo siete stati a LONDRA?
ADAMO CALOGERO
O tre giorni... siamo stati diciamo un Giovedì, un Venerdì, un Sabato e il Lunedì
siamo rientrati verso l’una.
P.M.
Mi scusi, lei...il TERESI le pose la questione in modo tale da farla sentire in
obbligo di andare a questa cena?
ADAMO CALOGERO
No, no, no, no!
P.M.
No!
Omissis
P.M.
certo! E’ chiaro! lei ricorda qualche altro cliente che le mandò Mimmo TERESI?
ADAMO CALOGERO
Eh, ma c’era un altro cliente importante che era Stefano BONTADE
P.M.
Stefano BONTADE
ADAMO CALOGERO
Un personaggio veramente... forse unico, per la sua bontà, per la sua squisitezza!
per la sua... tutti e due per la eleganza: i migliori sarti di Palermo erano frequentati da
loro e io, mi creda, mi sono andato a fare le camicie e i vestiti dove andavano loro,
perché io non ero... veramente, non li conoscevo neanche!
P.M.

274
Lei ricorda anche che tipo di macchina vendette... non tutte chiaramente, dico, si
trattava di alcune FERRARI?
ADAMO CALOGERO
Mah, FERRARI, guardi... nè l’uno nè l’altro ne ha mai comprato, perché dice
“Non sono macchine per me, perché sono scomode, io ho sempre operai, ho sempre
ingegneri , architetti, devo andare presso uffici, abbiamo bisogno di macchine...”, la
macchina più grossa che gli ho venduto è stata una 2600 coupé, ma dopo che l’ha
avuta, mi disse “Ma queste che macchine sono? Oè! Non è macchina per noi! “ dice
“Cerca di - INCOMPRENSIBILE -” perché non la voglio. E si pigliò un GT 2000, per
farmi un favore, allora. E così io mi sono dedicato a vendermi quella macchina queste
cose qua, perché,. siccome era una macchina che io avevo avuto, non due, tre, quattro
macchine da vendere, per cui è stato facile venderla, perché era una macchina nuova,
una macchina che naturalmente si presentava al pubblico e a Palermo insomma
eravamo in due prima le concessionarie: la BAZAN & FERRUZZA e io , poi siamo
diventati 5 e poi siamo rimasti in due sempre., per dire, ecco.
P.M.
Senta, lei ricorda se , tra i soggetti che acquistarono autovetture presso il suo
esercizio, vi era anche CINA’ Gaetano? Non so se l’ha già detto
ADAMO CALOGERO
Si, si, si!
P.M.
Si
ADAMO CALOGERO
Era un cliente, mi ricordo che ci ho venduto una GIULIETTA usata, la prima
GIULIETTA che ci vendetti
P.M.
E poi, dopo? Che cosa...
ADAMO CALOGERO
E poi s’ha pigliato un’altra 1750 usata, se la cambiò, io avevo il compratore e ci
dissi “perché non se la cambia? Guardi CINA’ c’è questo cliente che si prenderebbe la
GIULIETTA, lei si piglia questa macchina...”, che era una macchina molto buona,
allora mi ricordo, e così ci fu questo rapporto e io...
P.M.
Ricorda anche...
ADAMO CALOGERO
Lui era un mio cliente e io ero un cliente suo!
P.M.
Ah, lei era un cliente suo
ADAMO CALOGERO
Perché naturalmente ci vesti... ci portava vestiti, tutta la biancheria... facevamo
tutte queste cose qua
P.M.
Senta, ricorda se ha venduto al CINA’ anche una 164?
ADAMO CALOGERO

275
Forse... ma non lo ricordo, per la verità, non mi ricordo, ma 164 io a lui non
gliene abbia venduto
P.M.
E allora, mi scusi, il 14 aprile del 1997, è una contestazione chiaramente, lei ha
detto così: “ Mi ricordo di avere lì incontrato CINA’ Gaetano, titolare di una
lavanderia in via CARINI, che poi diventò mio cliente, acquistando presso la mia
rivendita, un’ALFETTA e una 164, quindi i contrasti in realtà, sono due, perché prima
di tutto, perché qua lei dice di avere incontrato CINA’ Gaetano là a LONDRA, oggi ha
detto una cosa diversa e secondo contrasto è questo, che lei ... che questo , nel corso di
questo verbale di sommarie informazioni, lei ha detto di avere venduto a CINA’
Gaetano un’ALFETTA e una 164, appunto. Ricorda...
ADAMO CALOGERO
Sarà stata una macchina usata, mi è sfuggita magari, sarà stata...
P.M.
sarà stata una macchina...
ADAMO CALOGERO

P.M.
Una 164 usata
ADAMO CALOGERO
Ma non ne comprava perché non era nelle sue mai volontà di comprare macchine
nuove, mai! Anche se ...
P.M.
Dico, ma non ricorda adesso oppure rimane nelle dichiarazioni...
ADAMO CALOGERO
Può darsi, io non è che posso dire... può darsi che è una macchina usata,
possibilmente è una macchina nostra di dimostrazione, può essere anche, va bene? Che
noi le adoperiamo e, dopo sei, sette... un anno, le vendiamo, le rivendiamo
P.M.
Senta, a questo matrimonio a cui voi siete andati, quindi, oggi lei ha detto invitati
da TERESI e CINA’ Gaetano, ricorda chi altri era presente? Vi siete seduti in un
tavolo? Chi c’era con voi?
ADAMO CALOGERO
Guardi, mi dovete credere, sinceramente, per noi è stata una cosa urgente, non
ricordo chi c’era e chi non c’era, come faccio, io...
P.M.
E infatti allora non le chiedo i nomi chiaramente, le chiedo magari se ricorda
delle discussioni che vennero fatte, se ci possono fare risalire a quale fosse la
professione, per esempio, di queste persone, che erano sedute insieme a voi?
ADAMO CALOGERO
Mah, diciamo, mia moglie già era un pochettino seccata di essere stato... perché
noi lontano di questo... di questo nostro pensiero di andare a un matrimonio a
LONDRA, che ci andavamo a fare? Avevamo i nostri... i nostri già programmi fatti,
era seccata proiorio!

276
P.M.
Eh, e infatti io devo dire, concordo con sua moglie, sinceramente non riesco a
comprendere, sulla base del suo racconto, perché siete andati a questo matrimonio
ADAMO CALOGERO
Perché c’è stato questo ... forzatamente ... ci dissi “Andiamoci, tanto per vedere
una Chiesa di LONDRA vedere un matrimonio”, che poi non siamo neanche entrati in
Chiesa, mi creda, abbiamo visto così, di fuori, perché siccome c’era molta gente fuori,
dentro, che. assemblava e poi ce ne siamo andati subito, abbiamo preso il taxi e ce ne
siamo andati a fare le nostre compere! Poi mi disse “Talè vieni, così e così, ti dò
l’indirizzo e vieni a mangiare con... non devi andare a mangiare al ristorante? Vieni a
mangiare là”. Forse siamo andati a man... siamo andati a questo pranzo, forse, non lo
ricordo bene
P.M.
senta, lei ha conosciuto, ha mai conosciuto DI CARLO Francesco?
ADAMO CALOGERO
Mai!
Omissis
P.M.
senta, lei sa se... lei ha mai conosciuto, quando era a Palermo, quando
DELL’UTRI era a Palermo, Marcello DELL’UTRI? O anche successivamente?
ADAMO CALOGERO
Lo conosco, come so che è FININVEST, i giornali ne parlano, televisione, è.. so
che è un onorevole, tutte queste cose qua e...
P.M.
Lei ricorda se fosse presente a quella cena di cui stiamo parlando?
ADAMO CALOGERO
No, guardi, non mi dica, io... che troppi pochi minuti, per potere dire “Era
presente... era...” Non posso assolutamente, veramente le dico, non ho... non ho nessun
ricordo, nessuna, anche... un particolare, una cosa, non ricordo, non c’è una cosa che
mi ha colpito, che possa ricordarmi queste persone, questi nominativi
P.M.
senta, a questo punto, io volevo farle presente alcune dichiarazioni che sono state
rese proprio da DI CARLO Francesco in questo dibattimento, se la difesa non si
oppone, io le riassumerei perché è veramente difficile legggerle, in realtà diciamo i
punti di contrasto con quello che lei ha detto oggi, sono essenzialmente questi: prima di
tutto DI CARLO ha riferito che lei era al suo stesso tavolo e che a questo tavolo c’era
anche MARCELLO DELL’UTRI, ha riferito anche che aveva saputo lei, aveva già
saputo da prima e anche lo stesso DI CARLO lo aveva saputo, che lei era stato
invitato, cioè che non era quindi un fatto... un fatto estemporaneo...
DIFESA
PRESIDENTE...
P.M.
...non solo, ha detto anche che lei, insieme a sua moglie, avreste partecipato ad
un’altra cena, la sera precedente o la sera successiva, ha detto DI CARLO a quella del

277
matrimonio. C’era un altro contrasto che è stato superato oggi., perché DI CARLO ha
detto che lei era presente in Chiesa, mi pare che oggi lei lo abbia... lo abbia
quantomeno ammesso. Quindi io volevo sapere, rispetto a queste dichiarazioni, io non
so, devo darne lettura?
- FUORI MICROFONO INCOMPRENSIBILE -
P.M.
Va bene così? perfetto. E allora, rispetto a queste dichiarazioni rese da DI
CARLO, lei ha qualcosa da... conferma quanto detto precedentemente?
ADAMO CALOGERO
Ma io DI CARLO non lo conosco, come faccio a confermare una persona che non
conosco, magari lui mi avrà conosciuto che mi chiamo LILLO ADAMO e vendo ALFA
ROMEO e io non lo conosco a questo DI CARLO, mai visto!
P.M.
Si ma io non le sto chiedendo più nulla su DI CARLO, le sto chiedendo se le
affermazioni che ha reso DI CARLO rispondono al vero, il fatto che lei conosca o non
conosca DI CARLO, in questo caso è assolutamente ininfluente
ADAMO CALOGERO
E l’informazione chi è che l’ha data? Questo...
P.M.
E allora, lo ribadisco: DI CARLO era presente a questo matrimonio, dico lei non
lo conosceva, però era presente, quindi l’ha vista probabilmente lui conosceva lei...
ADAMO CALOGERO
No, no, no!
P.M.
... ma lei non conosceva lui...
ADAMO CALOGERO
Chi è che non riconosce a me?
P.M.
A me questo non interessa. DI CARLO ha detto che lei era allo stesso tavolo con
lo stesso DI CARLO e con DELL’UTRI, ha dettato che aveva saputo già da prima DI
CARLO, che lei era stato invitato e lei già lo sapeva da prima insomma,
essenzialmente, e che...
ADAMO CALOGERO
No guardi...
P.M.
... lei, insieme a sua moglie, aveva partecipato, e questa è la comprova di quello
che ha detto prima, ad una cena con lo stesso DI CARLO e con questo JIMMY FAUCI,
organizzata o la sera prima o la sera dopo il matrimonio
ADAMO CALOGERO
Nè all’uno, nè all’altro ho mai conosciuto, tranne dopo successivamente, quando
si sono verificati questi fatti, neanche quando ci fu questo matrimonio, io non ho avuto
neanche il piacere, dico, non ero stato invitato da nessuno, io ero stato invitato da
MIMMO TERESI e da... invitato... cioè dice “Perché non vieni? Dai, sei a LONDRA,

278
vieni a vedere un matrimonio...”, discorso... cioè discorso generico, stiamo attenti, io
non conosco nè all’uno, nè all’altro!
Nel corso dell’udienza del 17 dicembre 2001, Spataro Caterina ha fatto eco alle
dichiarazioni del marito nel rispondere così alle domande delle parti:
PUBBLICO MINISTERO:
Senta, lei, con suo marito, si recava a Londra..., stiamo parlando di una ventina di anni
fa’?
TESTE SPATARO:
Si, mi sono recata a Londra.
PUBBLICO MINISTERO:
Per quale motivo vi recavate a Londra?
TESTE SPATARO:
Perché mio marito..., innanzitutto, per conoscerla, poi, mio marito è appassionato di
cose antiche e siamo andati, un fine settimana, appunto, per andare a Portobello, dove
si vendono argenti e cose varie.
PUBBLICO MINISTERO:
In questa occasione, ricorda se avete incontrato qualcuno, in occasione della tratta
aerea, cioè per andare da Palermo o, non so, da Roma a Londra?
TESTE SPATARO:
Si, abbiamo incontrato un conoscente di mio marito.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda il nome?
TESTE SPATARO:
Si, signor Teresi.
PUBBLICO MINISTERO:
Si ricorda, anche, che mestiere faceva questa persona?
TESTE SPATARO:
Il costruttore.
PUBBLICO MINISTERO:
Poi, che è successo, cioè a Londra lo avete rivisto?
TESTE SPATARO:
Si, lo abbiamo visto perché, praticamente, essendo gli italiani all’estero, sa come si fa,
che fate, che si dice, di qua, di là, dice, noi andiamo ad un matrimonio.
Non so se era la stessa sera, l’indomani, così, dice, volete venire?
Siccome era una ragazza inglese che si sposava, così, per conoscenza, per vedere le
abitudini di un’altra nazione, ci siamo andati.
Dopo di ciò, basta.
Siamo andati in un posto che non conoscevamo nessuno.
PUBBLICO MINISTERO:
Lei ricorda con chi siete andati, a questo matrimonio?
TESTE SPATARO:
No.
PUBBLICO MINISTERO:
Chi ha incontrato in questo matrimonio?

279
TESTE SPATARO:
No, assolutamente, perché era tutta gente che non conoscevo.
PUBBLICO MINISTERO:
Ricorda con chi si sposava questa ragazza inglese?
TESTE SPATARO:
No.
PUBBLICO MINISTERO:
Ma era un inglese?
TESTE SPATARO:
Lui no, lui era amico di questo signor Teresi.
PUBBLICO MINISTERO:
Io non ho altre domande, Presidente.
PUBBLICO MINISTERO INGROIA:
Solo una domanda.
Lei ha detto che non conosceva nessuno a questo ricevimento, a parte questo signor
Teresi che era presente.
TESTE SPATARO:
Si.
PUBBLICO MINISTERO INGROIA:
Per il resto, c’erano inglesi o c’erano anche italiani, siciliani, se lei ricorda?
TESTE SPATARO:
Non glielo posso dire.
In un matrimonio c’è sempre tanta gente, tante volte, in un matrimonio..., anche qua,
da noi, che si va da amici, non è che si conosce tutti.
Quindi, sul posto è facile conoscere ma, in un posto straniero...
Noi siamo andati proprio al livello di passare una serata, quindi..., io manco mi
ricordo lei, come è fatta, la ragazza che si sposava, mi ricordo che era bruttina e basta.
PUBBLICO MINISTERO INGROIA:
Nessun altra domanda, grazie.
PRESIDENTE:
Prego Avvocato Bertolotta.
AVVOCATO BERTOLOTTA:
Una precisazione.
Come mai suo marito conosceva il signor Teresi?
TESTE SPATARO:
Perché mio marito è Adamo Automobili, vende macchine, vendeva Ferrari, Alfa
Romeo, per cui, logicamente, ha a che fare...
AVVOCATO BERTOLOTTA:
Era un cliente di suo marito?
TESTE SPATARO:
Si, quindi, mio marito conosce molta gente e si può trovare a conoscere chiunque,
infatti mi stranizza che chiamate me perché, io, non li conosco...
AVVOCATO BERTOLOTTA:
Già, suo marito, è stato sentito.

280
Quindi, voi, di questo matrimonio, ne avete avuto conoscenza soltanto quando eravate
sull’aereo, per il fatto che...
TESTE SPATARO:
Si, gliel’ho detto, gli italiani, all’estero, si incontrano, che facciamo, che fate...
AVVOCATO BERTOLOTTA:
Non era stata invitata prima, quando...
TESTE SPATARO:
No, assolutamente.
AVVOCATO BERTOLOTTA:
Solo questo mi serviva sapere.
TESTE SPATARO:
Le dico, non conosciamo nessuno.
AVVOCATO TARANTINO:
Signora, lei andò anche alla funzione religiosa, se ve ne fu una?
TESTE SPATARO:
No.
AVVOCATO TARANTINO:
Andò direttamente alla sala in cui c’era il trattenimento.
TESTE SPATARO:
Si, alla sera, si.
AVVOCATO TARANTINO:
Avevate i posti preassegnati, a tavola, oppure era con un buffet, senza posto?
TESTE SPATARO:
No, non credo che c’erano..., questo, esattamente, non me lo..., però, non credo perché,
allora, non c’era questa usanza.
AVVOCATO TARANTINO:
Quale usanza?
TESTE SPATARO:
Di assegnare i posti nei tavoli, è un’usanza che è venuta dopo.
Io, per la prima volta, un’usanza del genere, me l’hanno fatto conoscere degli amici a
Parigi, proprio che c’erano i posti assegnati.
Ora è venuta pure qua da noi, questa usanza, prima non c’era.
AVVOCATO TARANTINO:
Signora, fu un matrimonio alla siciliana, per intenderci, con tempi molto lunghi,
oppure fu una cosa abbastanza veloce, se lo ricorda?
TESTE SPATARO:
Di solito, i trattenimenti non sono mai brevissimi perché il tempo di mangiare...,
quindi, non glielo so dire.
Poi, non credo che avevamo, noi altri, tanta voglia di stare a lungo, non conoscendo le
persone.
AVVOCATO TARANTINO:
Ora, a prescindere dal fatto che lei non ricorda adesso chi vi fosse, le fu presentato,
all’epoca, qualcuno..., non so, le faccio dei nomi, Architetto Molfettini?
TESTE SPATARO:

281
No.
AVVOCATO TARANTINO:
Non le fu presentato nessuno.
Andaste solo al matrimonio oppure, anche, ad un’altra festa, la sera prima o la sera
dopo il matrimonio?
TESTE SPATARO:
Assolutamente no.
Dal complesso delle dichiarazioni rese dai coniugi Adamo-Spataro, a volte reticenti e
a volte precipitati in sospetti vuoti mnemonici, sono tuttavia emersi alcuni ulteriori
elementi di riscontro alle circostanze riferite da Di Carlo Francesco.
In particolare, l’Adamo non ha avuto difficoltà ad ammettere l’intima conoscenza non
solo di Mimmo Teresi, dal quale era stato invitato alle nozze del Fauci (analogo invito
gli era stato rivolto da Cinà Gaetano), ma anche di Stefano Bontate, nei cui confronti si
è lasciato andare a lodi sperticate; ha ammesso di essere stato tra gli invitati che
avevano assistito alla cerimonia religiosa ed ha ricordato che, forse, aveva preso parte
ad un altro evento precedente al banchetto nuziale.
Da parte sua, Spataro Caterina ha tenuto un comportamento del tutto reticente
sostenendo che l’invito al matrimonio del Fauci non era stato loro rivolto dal Fauci ma
da Mimmo Teresi, cliente ed amico del marito, casualmente incontrato a Londra e che
non avevano assistito alla cerimonia religiosa né avevano preso parte ad un incontro
precedente, rendendo così dichiarazioni non attendibili perché smentite non solo da
quelle rese dagli altri testi ma anche dallo stesso coniuge.
All’udienza del 2 giugno 1998 è stato assunto in esame un altro invitato alle nozze
Fauci-Green, il dott. De Luca Gustavo, medico in servizio presso il reparto di chirurgia
vascolare dell’Ospedale Civico di Palermo, il quale ha reso le seguenti dichiarazioni:
P.M.
Ora si sente, si. Dottore DE LUCA, io volevo sapere, le chiedevo in che anno,
perché dobbiamo risalire ad una quindicina di anni fa e cioè a un matrimonio: il
matrimonio di JIMMY FAUCI, lei conosceva JIMMY FAUCI?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Come lo ha conosciuto, in che periodo...
DE LUCA GUSTAVO
L’ho conosciuto al GONZAGA e poi l’ho continuato sempre a... ci siamo persi di
vista per un po’ di tempo, poi ci siamo rivisti dopo, comunque eravamo insieme al
GONZAGA.
P.M.
Quindi lui frequentava il GONZAGA, FAUCI?
DE LUCA GUSTAVO
Si, alle elementari
P.M.
Lei poi aveva saputo che FAUCI si era recato a Londra per lavoro?
DE LUCA GUSTAVO

282
Si, si
P.M.
Che tipo di lavoro faceva a Londra, lo sapeva?
DE LUCA GUSTAVO
No, no
P.M.
No, non...
DE LUCA GUSTAVO
Aveva,... poi dopo, quando poi sono andato là, ho saputo che era... si occupava di
alimentari, aveva un deposito di alimentari
P.M.
Un deposito di alimentari. senta, lei ha avuto... lei si recava a Londra in... si è
recato a Londra per un certo periodo?
DE LUCA GUSTAVO
Si ero... quando .. il periodo del matrimonio ero in comando ospedaliero, sono
stato tre mesi là
P.M.
Non ho sentito, dov’era?
DE LUCA GUSTAVO
In comando ospedaliero, per tre mesi al SAN BARTHOLOMEUS HOSPITAL di
Londra
P.M.
Comando ospedaliero, cosa significa? Quindi mandato all’ospedale...
DE LUCA GUSTAVO
Mandato all’ospedale, si, si
P.M.
E quanto è perdurato questo comando?
DE LUCA GUSTAVO
Tre mesi circa
P.M.
quindi ce lo può dire esattamente qual è il periodo di comando?
DE LUCA GUSTAVO
Se mi dice quando è stato il matrimonio, potrei ricostruire, perché la data non me
la ricordo
P.M.
Il matrimonio dovrebbe essere avvenuto nell’aprile dell’80
DE LUCA GUSTAVO
E allora sarà stato aprile, maggio e giugno
P.M.
Quindi diciamo che questo comando cominciava nel periodo in cui c’è stato il
matrimonio, era cominciato da poco
P.M.
Si, grosso modo, si, ora non è che mi ricordi esattamente, comunque grosso
modo, si

283
P.M.
In questo periodo, lei è ritornato a Palermo? O è sempre stato a LONDRA?
DE LUCA GUSTAVO
No, sono tornato una volta a Palermo, per prendermi l’automobile
P.M.
E poi è tornato in automobile?
DE LUCA GUSTAVO
Si
P.M.
Lei come mai si trova... quindi si trovava a Londra per questo motivo, ma come
mai venne... è stato invitato in primo luogo? E come mai?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si, mi ha invitato il signor FAUCI
P.M.
Quindi si era rincontrato con il FAUCI a LONDRA
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Ma subito era stato un incontro occasionale?
DE LUCA GUSTAVO
No, no, non è stato un incontro occasionale, l’ho cercato io...
P.M.
Quindi...
DE LUCA GUSTAVO
... perché, così, lo conoscevo...
P.M.
Perché sapeva che era...
DE LUCA GUSTAVO
Si, si, sapevo che era là
P.M.
... che stava là. Sapeva anche che stava per sposarsi?
DE LUCA GUSTAVO
Per?
P.M.
Per sposarsi?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Si, quindi lo ha cercato probabilmente anche per questo motivo. Poi lei è andato
al matrimonio?
DE LUCA GUSTAVO
Certo!
P.M.
E’ andato sia alla funzione che poi al banchetto?

284
DE LUCA GUSTAVO
Si, si: sia alla funzione che al... al trattenimento poi...
P.M.
Ricorda la funzione dove si svolse?
DE LUCA GUSTAVO
No... in una Chiesa molto grande, ma non... il nome della Chiesa, sicuramente no
P.M.
Non ricorda neanche la zona di LONDRA in cui?
DE LUCA GUSTAVO
No! Non è che la... non la conosco
P.M.
e invece, per quanto riguarda il banchetto, ricorda...
DE LUCA GUSTAVO
Si: al CAFFE’ ROYAL... una cosa simile, che era nella zona centrale di LONDRA
P.M.
REGENT STREET, per caso?
DE LUCA GUSTAVO
Come?
P.M.
REGENT STREET?
DE LUCA GUSTAVO
Può essere
P.M.
Quella circolare
DE LUCA GUSTAVO
Si, si, si!
P.M.
- INCOMPRENSIBILE -
DE LUCA GUSTAVO
E poi è un grande edificio, è molto grande, credo che si chiami CAFFE’ ROYAL,
ma...ù
P.M.
Signor DE LUCA, una cosa volevo sapere: lei ricorda, per esempio, che regalo
fece al FAUCI?
DE LUCA GUSTAVO
No, assolutamente
P.M.
Ma comunque fece un regalo?
DE LUCA GUSTAVO
Si, sicuramente, non... probabilmente, non lo so... non me lo ricordo proprio

P.M.
Sempre per quello che ricorda, ricorda come era organizzato questo ricevimento?
Questa...

285
DE LUCA GUSTAVO
Si: c’era un grande salone con tanti tavoli e... e poi c’erano dei tavoli lunghi dove
c’erano tutte le... le pietanze da potere prendere
P.M.
Senta, lei è stato seduto, quando, dopo avere preso le pietanze, chiaramente, è
stato seduto anche in tavoli con Francesco DI CARLO?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Lei lo conosceva a Francesco DI CARLO?
DE LUCA GUSTAVO
Si, certo che lo conoscevo
P.M.
Come mai lo conosceva?
DE LUCA GUSTAVO
Ma... come lo conoscevo? Ma l’avrò conosciuto...
P.M.
Cioè, qual è l’origine della vostra conoscenza?
DE LUCA GUSTAVO
L’origine della conoscenza.. qualcuno me lo deve avere mandato per un
problema medico, però non mi ricordo chi
P.M.
DI CARLO
DE LUCA GUSTAVO
Ma, credo così, non... non me lo ricordo così, al momento...
P.M.
Per quale motivo lo conosceva
DE LUCA GUSTAVO
Qualcuno me lo avrà mandato in ospedale e poi... così, ci siamo visti qualche
volta...
P.M.
In questa occasione, che lei ricordi... no, prima di tutto le faccio la domanda: lei
conosce Gaetano CINA’?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
omissis
P.M.
Si. Come lo aveva conosciuto? Questo lo ricorda?
DE LUCA GUSTAVO
Perché sono andato al suo negozio, in via ARCHIMEDE, credo che sia via
ARCHIMEDE, per comprare delle cose là, ma credo che me lo abbia presentato
FAUCI
P.M.
FAUCI...

286
DE LUCA GUSTAVO
Ci sono andato la prima volta con lui perché... per comprare delle cose là
P.M.
Dal CINA’. Il CINA’ era presente che lei ricordi, a questo matrimonio?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Era presente. Ricorda se era anche al tavolo in cui siete stati insieme a
Francesco DI CARLO?
DE LUCA GUSTAVO
E’ difficile...
P.M.
No, no, per quanto lei ricordi
DE LUCA GUSTAVO
Potrebbe... no... non è che abbia focalizzato la mia attenzione su di lui! Dico, può
anche darsi, perché là tutti giravano, una volta ci si sedeva da una parte, una volta
dall’altra, potrebbe anche essere successo che, in un determinato momento è stato
seduto là, però dico, non ho una... un ricordo preciso di questo.
P.M.
Senta, lei sa se a questo matrimonio era presente anche Marcello DELL’UTRI?
DE LUCA GUSTAVO
Ma, qua la cosa è più complessa, io...
P.M.
Lei la riferisca nella sua complessità
DE LUCA GUSTAVO
Dunque... quando io sono stato... ero lì presente, qualcuno mi disse che c’era un
imprenditore, un costruttore, ora non mi ricordo bene che cosa, di Milano, però io non
ho nè focalizzato l’immagine di questa persona, nè tantomeno mi ricordo il nome, però
successivamente, per una situazione legata alla.. a un articolo sul giornale, sulla
VENCHI UNICA, io ho ricollegato che quella persona doveva essere, potesse essere il
DELL’UTRI in oggetto, se si dice in oggetto
P.M.
Cioè, leggendo il giornale, lei ricordò il nome di DELL’UTRI?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si. Ma per l’acquisizione della VENCHI UNICA, quindi io lì devo avere sentito
qualche cosa che riguardasse questo
P.M.
Lei a Palermo, non lo aveva conosciuto DELL’UTRI?
DE LUCA GUSTAVO
No, no, non l’ho mai nè visto, nè conosciuto, tranne per televisione, giornali,
fisicamente non l’ho mai incontrato
P.M.
senta, lei ricorda se, tra le persone che erano presenti sempre a questo
trattenimento, vi era anche Lillo ADAMO? Se lei lo conosce chiaramente

287
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Lo conosce Lillo ADAMO?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si, c’era, c’era!
P.M.
Lillo ADAMO come lo conosceva? Cioè come lo aveva conosciuto?
DE LUCA GUSTAVO
No, da sempre per - INCOMPRENSIBILE - di automobili, così... persona molto
nota a Palermo
P.M.
Certo, difatti... e quindi lei conosceva Lillo ADAMO e lo ha visto, era presente
anche la moglie di Lillo ADAMO?
DE LUCA GUSTAVO
Probabilmente si, perché c’erano delle signore, però... siccome non la conoscevo,
probabilmente si, perché... sicuramente in questo tavolo, dove io sono stato seduto, ci
sono state.. c’erano due o tre signore, però....
P.M.
quindi c’era anche, secondo quello che lei ha detto adesso, mi pare di capire che
c’era anche Lillo ADAMO a questo tavolo?
DE LUCA GUSTAVO
Probabilmente si
P.M.
probabilmente, lei non lo ricorda
DE LUCA GUSTAVO
Ma forse, si, perché... anzi pro.. no, dico.. credo di si, credo che ci fosse
P.M.
Crede che ci fosse
DE LUCA GUSTAVO
Cioè se dovessi optare più per il si o per il no, opterei per il si
P.M.
Lei conosceva, ha conosciuto Mimmo TERESI?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Come lo conosceva?
DE LUCA GUSTAVO
Perché avevo avuto in cura sua suocera che aveva una... una complicanza ad un
tumore dell’utero, che aveva fatto gonfiare la gamba era un fatto vascolare e poi morì,
non per il fatto vascolare, morì per il cancro
P.M.
Senta, Mimmo TERESI era pure presente, in questa occasione?
DE LUCA GUSTAVO

288
Come?
P.M.
Era presente anche Mimmo TERESI
DE LUCA GUSTAVO
Si, si
P.M.
Lei ricorda... sempre le faccio la stessa domanda, se eravate allo stesso tavolo?
DE LUCA GUSTAVO
A questo tavolo lui c’era sicuro
P.M.
Mimmo TERESI c’era sicuramente
DE LUCA GUSTAVO
Eravamo... TERESI, si, perché ho ricordo
P.M.
se lo ricorda. Lei ha presente, cioè FAUCI le disse, successivamente al
matrimonio, si lamentò con lei
del fatto che alcune persone non erano state invitate?
DE LUCA GUSTAVO
No, no...
Omissis
PRESIDENTE
Il Pubblico Ministero intende concludere il suo esame?
P.M.
si, PRESIDENTE, tre domande soltanto. Prima di tutto lei ha detto adesso alla...
alla difesa, che lei era presente, se ho capito bene, comunque ha saputo che c’è stata
una cena la sera prima...
DE LUCA GUSTAVO
No, ero presente!
P.M.
Lei era presente, non si capiva da quello che aveva dato...
DE LUCA GUSTAVO
Difatti ho fatto la confusione del tavolo lungo e... lungo, con quello tondo, perché
quello del matrimonio era rotondo, questo qui della cena era un tavolo... cioè un
tavolo, saranno stati forse più tavoli uniti, perché c’erano parecchie persone
P.M.
Ho capito. senta, ricorda chi altri era presente? Cioè ora, rispetto alle persone
che lei ha detto, per esempio Lillo ADAMO era presente?
DE LUCA GUSTAVO
No, non me lo ricordo assolutamente
P.M.
Allora facciamo una domanda precedente: lei ricorda chi era presente?
DE LUCA GUSTAVO
Sicuramente DI CARLO... TERESI, credo
P.M.

289
TERESI era presente
DE LUCA GUSTAVO
Mi pare di si e poi anche delle altre persone di Palermo, che però non ricordo, no
non ricordo, non so chi fossero, saranno state... se lei mi dice dei nomi di altri invitati...
può anche darsi che io...
P.M.
per esempio LUCIANI, Antonio LUCIANI, era presente?
DE LUCA GUSTAVO
LUCIANI si, c’era sicuro
P.M.
Filippo MONTELEONE era presente?
DE LUCA GUSTAVO
Si, si, c’era
P.M.
Tanino CINA’?
DE LUCA GUSTAVO
Si, ho già detto di si
P.M.
Va bene. Un’altra cosa le volevo chiedere: su questo discorso dell’industriale
milanese che le venne fatto, lei ha detto di non riuscire a ricordare chi fosse la
persona...
DE LUCA GUSTAVO
Si, fisicamente, dico...
P.M.
No, chi fosse la persona che le avesse fatto questo...
DE LUCA GUSTAVO
Ah!
P.M.
le avesse resa nota questa circostanza
DE LUCA GUSTAVO
Potrebbe essere stato, dico, così per...
P.M.
E’ tra i commensali, comunque, in quel caso? Cioè con le persone con cui lei ha
parlato, in quella circostanza? Cioè la...
DE LUCA GUSTAVO
Durante il matrimonio, dico per esclusione, dico, potrebbe essere stato o DI
CARLO... perché, dico... penso che potrebbe essere stato DI CARLO a dirlo
P.M.
DI CARLO, probabilmente”
Dalle dichiarazioni del dott. De Luca, compagno di scuola del Fauci alle elementari
frequentate presso l’istituto Gonzaga a Palermo, emergono ulteriori riscontri a quelle
rese dal collaborante Di Carlo Francesco, avendo il teste riferito che: durante il
banchetto di nozze, tenuto al Cafè Royal di Regent Street, in pieno centro di Londra, era
seduto allo stesso tavolo con Di Carlo Francesco, Teresi Domenico (entrambi

290
conosciuti a Palermo per motivi professionali) e Cinà Gaetano (presso il cui negozio di
Palermo si era recato in compagnia del Fauci, che glielo aveva presentato); era quasi
sicuro che, allo stesso tavolo, avesse preso posto anche Adamo Calogero;
ha escluso che il Fauci si fosse lamentato con lui della presenza alle sue nozze di molte
persone che non erano state invitate;
ha ricordato che, la sera prima del matrimonio, c’era stata la cena di addio al celibato
cui avevano sicuramente partecipato il Di Carlo, il Teresi ed il Cinà e forse altri invitati
palermitani;
durante il matrimonio apprese da qualcuno, forse dallo stesso Di Carlo, della presenza
di un imprenditore milanese che, successivamente, identificò in Marcello Dell’Utri per
la vicenda, pubblicata dalla stampa, della Venchi Unica.

LE SPONTANEE DICHIARAZIONI DI MARCELLO DELL’UTRI


L’INTERVISTA AL SETTIMANALE “PANORAMA”

Si è già detto che Marcello dell’Utri non ha inteso rendere interrogatorio nel corso della
istruttoria dibattimentale ma ha palesato la sua versione di alcuni fatti, oggetto di prova
in questo giudizio, rendendo spontanee dichiarazioni in dibattimento oppure
manifestando il suo pensiero in sede extra-giudiziale mediante interviste rese alla
stampa oppure partecipando a programmi televisivi.
Così è accaduto in relazione alla vicenda in esame sulla quale Marcello Dell’Utri è
intervenuto, dopo che erano state rese note le dichiarazioni rese al riguardo da Di Carlo
Francesco, facendo pubblicare sul settimanale “Panorama” del 12 dicembre 1996 la
seguente intervista resa al giornalista Gian Piero Mughini:

Domanda:
A proposito di CINA’, c’è un altro pentito che sostiene di essere stato con voi due al
matrimonio di un altro presunto mafioso, un matrimonio che si è svolto addirittura a
Londra.
Risposta:
Per essere precisi, il mafioso di cui lei parla accusa anzitutto me e BERLUSCONI di
avere incontrato il capomafia Stefano BONTATE a Milano, questo per evitare il
sequestro del figlio di BERLUSCONI, un incontro mai avvenuto.
La storia del matrimonio inglese è questa. CINA’ mi aveva detto che un tal giorno
sarebbe stato a Londra dove un amico siciliano avrebbe sposato una giovane
londinese. Il caso voleva che anch’io, quel giorno, sarei stato a Londra, dove volevo
visitare una grande mostra dedicata ai Vichinghi. Perciò andai al matrimonio, che si
svolse in un grande locale a Piccadilly Circus, e dov’era quella strana mescolanza di
facce siciliane e buona società londinese”.
Sul contenuto dell’intervista è stato assunto in esame, all’udienza del 25 gennaio
1999, il giornalista Mughini Gian Piero.

291
Queste le sue dichiarazioni:
Pubblico Ministero.
Se lei può ricordare quale fu la risposta che venne data.., quali furono le... la o le
risposte che vennero date a questa domanda da parte di Marcello Dell’Utri?
Mughini Giampiero.
Si.. eh.. nel mio ricordo c’era questo... che il dottor Dell’Utri si trovava a
Londra perché interessato ad una mostra sui Vichinghi. In quell’occasione qualcuno, e
questo veramente non ricordo chi fosse, ehe.. lo invitò ad un matrimonio (ride) al
quale, mi ricordo, Dell’Utri mi disse d’aver visto delle facce che non erano proprio
quanto di più..., come posso dire... (ride) Questo io ricordo di questa domanda, che
credo sia, per altro, la .. la risposta pubblicata.
Pubblico Ministero.
Si, e io le dico, siccome lei non ricorda il nome, nel.. nell’articolo è citato il
nome proprio di Cinà.
Mughini Giampiero.
Si.
Pubblico Ministero.
Quindi, lei conferma, è questo (Incomprensibile)
Mughini Giampiero.
Ah.. beh.. si, naturalmente, se io l’ho scritto non c’è dubbio alcuno.
Pubblico Ministero.
Poi c’è un’altra cosa nel suo articolo, in particolare, ehe.. in cui viene riportato
specificamente... “sarebbe stato a Lon...” quello che ha detto lei... “Sarebbe stato a
Londra dove un amico siciliano avrebbe sposato una giovane londinese.” Cioè, le disse
espressamente Dell’Utri... quindi, che il soggetto che si sposava era amico anche suo,
anche di Dell’Utri?
Mughini Giampiero.
Dunque, l’espressione... “Un amico siciliano” per come lei me la sta riferendo e per
come io la ricordo voleva dire, piuttosto, amico di quello che faceva da.. da tramite, io
me la ricordo così. Sa... lei capisce, son passati due anni e quindi, però nel mio ricordo
è assolutamente così..
Pubblico Ministero.
Per quello che lei ricorda.
Mughini Giampiero.
Che quello che ha fatto da tramite lo invita, anzi sono sicuro, ad un matrimonio il cui
matrimoniando, invece, non mi pare fosse amico di Dell’Utri.

292
Pubblico Ministero.
Senta, avete parlato nell’ambito di questo incontro, di questi incontri, ehe.. anche di
Mangano, di Vittorio Mangano in particolare?
Mughini Giampiero.
Si, mi pare che ci siano un paio di risposte che riguardano lo stalliere
Mangano, e anzi, mi pare che in una di queste occasioni Dell’Utri mi corresse
dicendomi che il termine “stalliere” non era presente, però quello che ci siam detti è...
è messo lì, perché io le devo dire con tutta franchezza che non essendo, come ho già
detto, uno specialista del processo Dell’Utri, né di altri processi di questa Procura
ehe.. fuori dalla.. dalla intervista abbiamo parlato di tutt’altri argomenti, di libri, di
Sciascia, di Berlusconi in politica e di calcio, dove Dell’Utri si... si ritiene un
grandissimo esperto.
omissis
Pubblico Ministero.
Ehe.. io volevo soltanto da lei una... ehe.. una precisazione... si, se, in particolare, le
venne detto, perché qua c’è un particolare che... ehe... uhm.. vorrei spiegato, se le
venne detto in che modo aveva conosciuto Mangano Vittorio? Cioè, volevo una
spiegazione di quello che è contenuto nell’intervista.
Mughini Giampiero.
Dunque, se ricordo bene, il Mangano Vittorio era stato conosciuto a un tempo in cui
Dell’Utri si interessava di una squadra giovanile di calcio, lì a Palermo... E mi pare di
ricordare che il Mangano.. o gli avesse portato un figlio da.. da, diciamo così, valutare,
qualcosa del genere, ma è esattamente quello che è scritto nell’intervista. Io ripeto,
purtroppo, come ho già detto in istruttoria, non è che quell’intervista sia la punta di un
au... di un iceberg, di una chissà quale grande conversazione, dialogo in mio incalzare,
perché, tengo a precisarlo per l’ennesima volta, io non sono specialista di argomento,
tengo a precisarlo perché di solito io scrivo di argomenti di cui sono un altro
specialista.
Pubblico Ministero.
Le facevo questa domanda perché lei riporta, appunto, in questo senso... “venivano
anche i padri dei ragazzi, uno di questi era Mangano.”
Mughini Giampiero.
Si, ecco.
Pubblico Ministero.
Siccome Mangano ha soltanto figlie femmine, dico.. era soltanto per questo
motivo. (Ride)
Mughini Giampiero.
Si, come Mangano?

293
Pubblico Ministero.
Volevo capire se.. se c’era stata.. proprio un riferimento specifico a aha... a qualcuno,
un nipote...non so?
Mughini Giampiero.
No, questo... uhm.. sa, potrebbe esserci stato, ma io questo non lo.. non lo ricordo.
Ricordo la situazione, la situazione, la squadra giovanile di calcio, Mangano che fa
parte di quell’ambiente, diciamo, e dove ci sono questi bam.. questi ragazzini che
imparano a giocare e Mangano, mi sembra che facesse, per l’appunto, da protettore
oh.. o da padre o da zio, insomma, di uno di questi ragazzini.
Pubblico Ministero.
Senta, nel corso dell’intervista, quindi, Dell’Utri mostrava, per quello che lei ha potuto
vedere, quindi da fatti oggettivi che sono venuti alla sua conoscenza, della ostilità ehe..
nei confronti del Mangano Vittorio?
Mughini Giampiero. No, no... no, assolutamente, non manifestava ostilità né nei
confronti di Mangano Vittorio né tampoco della Procura di Palermo, se posso dire...
(ride), se posso dire la mia personale impressione.
Pubblico Ministero.
Senta, lei ha detto poco fa che per quanto riguarda questa... questo avvenimento di
Londra... questa... aha..
Mughini Giampiero.
Si.
Pubblico Ministero.
Questo matrimonio... Dell’Utri si rese conte che nella sala c’era... uhm.. non è stato
più specifico, se può specificare cosa disse esattamente?
Mughini Giampiero.
Beh.. ricordo che mi disse che, insomma, che i.. ehe.. i volti, stavo per dire i figuri ma è
termine eccessivo, dei presenti non erano esattamente raccomandabili, insomma, che
lui ebbe un qualche disagio nell’entrare in un ambiente in cui, diciamo, gli attori, come
dire, i protagonisti, i personaggi, non erano esattamente una galleria di poeti
dell’accademia, mi pare di aver capito.(ride)
Pubblico Ministero.
Perfetto, io non ho altre domande, Presidente.
Si è appreso, dunque, da dichiarazioni extra-giudiziali rese da Marcello
Dell’Utri che la sua partecipazione, o meglio, l’asserita fugace “apparizione” alle nozze
Fauci-Green è stata del tutto casuale perché dovuta alla pura e semplice coincidenza
della contestuale sua presenza a Londra per visitare una mostra sui Vichinghi, che era in
corso nella capitale inglese.

294
Ma casuale o concordata che fosse stata la sua presenza a Londra il giorno delle
nozze, è rimasto incontrovertibilmente accertato che Marcello Dell’Utri ha accettato
l’invito rivoltogli dal coimputato, sodale ed amico di sempre, Cinà Gaetano, il quale,
pur essendo necessariamente a conoscenza della “personalità” di alcuni degli invitati
palermitani e dello stesso sposo, non si fece scrupolo alcuno di fare intervenire
Dell’Utri alla cerimonia in chiesa ed al trattenimento successivo perché, evidentemente,
era ben consapevole che alcune di quelle facce, “che non erano proprio quanto di più…
.come posso dire..”(espressione che, secondo il giornalista Mughini, aveva usato
Dell’Utri per descrivere negativamente alcuni degli invitati siciliani), erano le facce di
Di Carlo Francesco e Teresi Girolamo, soggetti ben conosciuti dallo stesso Dell’Utri
perchè incontrati in precedenti occasioni, come si è avuto modo di constatare in altra
parte della sentenza.
Si ricorderà, infatti, che il Cinà è stato l’organizzatore dell’incontro a Milano,
avvenuto nel 1974, tra Dell’Utri e Silvio Berlusconi con il Bontate, il Teresi e lo stesso
Cinà, al quale aveva partecipato anche il Di Carlo.
Conclusivamente, è rimasto accertato che Marcello Dell’Utri ha preso parte al
matrimonio del Fauci, trafficante di sostanze stupefacenti, al quale erano presenti anche
Luciani Antonio e Monteleone Filippo, coinvolti nella stessa vicenda giudiziaria del
Fauci, nonché l’architetto Molfettini Vittorio sul cui conto ha riferito il teste Passaro
Carmine, m.llo in servizio presso la D.I.A., ricordando che il professionista aveva,
molto probabilmente, progettato le ville di Teresi Girolamo e di Micalizzi Salvatore e
Michele, uomini d’onore della “famiglia” di Partanna Mondello (v. trascrizione
dell’udienza del 6 aprile 2000 e decreto della Corte di Appello di Palermo del 14 marzo
1994 in faldone 33, doc 2).
Infine, un ultima considerazione.
Il collaborante Di Carlo Francesco ha dichiarato di avere preso informazioni dal Fauci
sul conto delle persone invitate al matrimonio al fine di non correre rischi in ordine alla
sua condizione di latitante.
Orbene, la presenza di Marcello Dell’Utri, sicuramente comunicatagli dal Fauci o,
quanto meno notata al matrimonio, non solo non gli creò alcuna preoccupazione ma fu
occasione per intrattenersi con Dell’Utri prima della cerimonia religiosa e, poi, sedersi
al suo stesso tavolo durante il banchetto.
La notoria, pluriennale amicizia del Cinà con Marcello dell’Utri ed i rapporti tra i due
ed il Teresi, ben conosciuti dal Di Carlo, tranquillizzavano quest’ultimo sul fatto che la
sua latitanza a Londra non sarebbe mai stata segnalata da alcuno dei predetti, tanto
meno da Marcello Dell’Utri che sapeva vicino ad esponenti prestigiosi e potenti di
“cosa nostra”.

CAPITOLO 7°
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA

Trattando ancora del periodo che ha preceduto gli anni ’80, è necessario
richiamare brevemente le risultanze acquisite nel corso della istruzione

295
dibattimentale relative ai rapporti intrattenuti dall’imputato Dell’Utri Marcello
con Filippo Alberto Rapisarda
Si è già avuto modo di constatare, richiamando le dichiarazioni del teste
Cartotto Ezio, che, nel periodo successivo all’allontanamento di Mangano da
Arcore, anche Dell’Utri aveva interrotto il suo rapporto di collaborazione con
Silvio Berlusconi.
Al riguardo, Cartotto ha ricordato:
“…..Diciamo che nello stesso periodo in cui ho conosciuto Berlusconi ho
conosciuto anche, sfuggevolmente per la verità, il dottor Dell’Utri perché era lì,
collaborava col dottor Berlusconi ed i nostri incontri erano abbastanza
occasionali e non erano assolutamente approfonditi. Io ho visto che aveva un
ottimo rapporto con il dottor Berlusconi, poi a un certo punto col passare del
tempo ho visto che invece il dottore Dell’Utri si era allontanato dal dottor
Berlusconi, non l’ho rivisto più lì.
…Il dottor Berlusconi ha avuto, come tutte le persone che lavoravano nel
settore immobiliare, dei grossi problemi finanziari a metà degli anni ’70, perché
ci fu una crisi dovuta all’ascesa fortissima del costo del denaro, chi aveva
costruito immobili doveva piazzarli e aveva dei grossi problemi. Quindi il dottor
Berlusconi aveva certamente difficoltà finanziarie, lo sapevo, ne parlò più volte
e anche in relazione a qualche conoscenza nel mondo bancario che io avevo e
poteva essergli almeno utile per fini di credito o cose del genere, anche se non è
il mio mestiere. Il dottor Dell’Utri, vioceversa, parlandomi della sua …
delll’iniziativa imprenditoriale che lui seguiva in quel momento, nelle
circostanze in cui l’ho visto, sembrava prima che tutto andasse nel modo
migliore, che tutto andasse direi trionfalmente, poi dopo ebbi conoscenza che
invece le cose non andavano per niente bene , lui mi disse che andavano
malissimo, che c’era un fallimento, una crisi, un qualcosa che stava
verificandosi nelle società con le quali lui lavorava in via Chiaravalle.
PM:
Sa qual è la realtà imprenditoriale a cui lei faceva prima riferimento?
CARTOTTO :
Sì, era il gruppo del … che faceva capo al Rapisarda, il gruppo INIM,
Venchi Unica, questo gruppo qui”.
Costituisce, infatti, una circostanza non contestata che, alla fine del 1977,
Marcello Dell’Utri lasciò l’incarico di segretario personale di Silvio Berlusconi
ed iniziò a collaborare con l’imprenditore Filippo Alberto Rapisarda, in quegli
anni assurto al vertice del terzo gruppo immobiliare italiano, cui facevano capo
diverse società, aventi sede per lo più in corso Concordia n.1 e in via Chiaravalle
n.9 a Milano, tra loro diversamente collegate.
Tra le principali si annoveravano la BRESCIANO s.p.a., impresa di
costruzioni con sede in via Chiaravalle (di cui Marcello Dell’Utri fu nominato
presidente e consigliere delegato), la COFIRE, Compagnia Fiduciaria di
Consulenze e Revisione s.p.a., con sede in via Chiaravalle (di cui Marcello
Dell’Utri è stato consigliere), la INIM s.p.a Internazionale Immobiliare, con sede

296
in Corso Turati a Torino e sede secondaria a Milano in via Chiaravalle n.9,
società costituta dopo l’assunzione del concordato fallimentare della Facchin e
Gianni, di cui Rapisarda era socio al 60% insieme ad Alamia Francesco Paolo e a
Caristi Angelo, e tra i cui consiglieri vi erano entrambi i fratelli Alberto e
Marcello Dell’Utri.
Rapisarda Filippo Alberto, personaggio certamente complesso, i cui rapporti
con diversi soggetti vicini alla criminalità organizzata - più volte emersi anche
nel corso del presente dibattimento - non appaiono sufficientemente chiariti, è
stato lungamente sentito dal Tribunale nel corso delle udienze del 22 settembre,
del 2 ottobre, del 14 e del 15 dicembre 1998, lanciandosi in tutta una serie di
pesanti dichiarazioni accusatorie nei confronti di Marcello Dell’Utri.
Malgrado gli innegabili e stretti rapporti di collaborazione intrattenuti dal
Rapisarda con l’imputato, continuati, con alterne vicende, fino agli anni ‘90,
rapporti che avrebbero potuto farlo ritenere una importante fonte di conoscenze
in merito ai fatti per cui è processo ( come si avrà modo di apprezzare anche nel
prosieguo), già in altra parte della sentenza il Tribunale ha ritenuto di esprimere
un giudizio di sostanziale inattendibilità intrinseca dello stesso Rapisarda.
Pertanto, le sue dichiarazioni, rese nel presente dibattimento, sono state prese
in considerazione solo quando le stesse hanno trovato autonoma conferma e
riscontro in altre fonti di prova .

LA COLLABORAZIONE RAPISARDA-DELL’UTRI

Per quanto riguarda l’inizio della collaborazione dell’imputato Marcello


Dell’Utri con il Rapisarda, possono essere richiamate le dichiarazioni rese dal
predetto nell’ambito del procedimento penale instaurato a seguito al fallimento
della società Bresciano.
Filippo Alberto Rapisarda, sentito il 5 maggio 1987 dal dr. Giorgio Dalla
Lucia, giudice istruttore di Milano, sui possibili autori delle minacce ricevute nei
giorni precedenti, indicava in primo luogo i fratelli Bono e Virgilio Antonio
(personaggi più volte citati e tra i protagonisti di quel particolare connubio tra
criminalità organizzata ed economia che si era venuto a realizzare a Milano negli
anni ‘70), e il gruppo Berlusconi, a cagione, in questo caso, delle accuse da lui in
precedenza mosse nei confronti dei fratelli Marcello e Alberto Dell’Utri.
In questo ambito riferiva le circostanze in cui aveva conosciuto Marcello
Dell’Utri e come gli fosse stata richiesta la sua assunzione da parte del Cinà
Gaetano, da lui conosciuto a Palermo insieme a Mimmo Teresi e a Stefano
Bontate e al quale non si era sentito di negare il “favore” richiestogli.
Rapisarda :
“….Alberto ( Dell’Utri ) e Marcello Caronna nel 1976 … vennero da me
negli uffici di via Chiaravalle per propormi la costituzione di una società di
condizionamento d’aria. Ricordo che non avevo tempo per riceverli e pregai
l’architetto Lucio Barbieri di riceverli ed ascoltare cosa volevano.

297
I predetti Dell’Utri Alberto e Caronna Marcello mi erano stati
raccomandati da Gaetano Cinà di Palermo, che io conoscevo da tanti anni.
Dopo qualche mese di presentò da me Dell’Utri Marcello, accompagnato da
Cinà Gaetano, ed in quella occasione il Cinà mi pregò di far lavorare da me i
fratelli Dell’Utri, Alberto e Marcello.
E’ vero che il Dell’Utri Marcello già lavorava per il gruppo Berlusconi ,
senonché il Dell’Utri Marcello ed il Cinà mi dissero che il Berlusconi in quel
momento era in cattive acque , non aveva soldi e pagava poco il Dell’Utri.
Conoscevo Cinà da anni, fin dagli anni Cinquanta, avendolo conosciuto insieme
a Mimmo Teresi e Stefano Bontate.
Effettivamente ho assunto Marcello Dell’Utri nel mio gruppo societario
perché era difficilissimo poter dire di no a Cinà Gaetano dal momento che il
Cinà non rappresentava solo se stesso, bensì il gruppo in odore di mafia facente
capo a Bontate e Teresi Marchese Filippo”.
Analoghe dichiarazioni sono state ribadite anche in dibattimento dal Rapisarda
il quale, il 22 settembre 1998, ha dichiarato di avere assunto i fratelli Alberto e
Marcello Dell’Utri a seguito delle “pressioni” di Cinà Gaetano , di cui ben
conosceva le frequentazioni con ambienti mafiosi .
“PUBBLICO MINISTERO :
Senta, lei quand’è che ha conosciuto Marcello Dell’Utri?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
A Dell’Utri? Io l’avevo conosciuto prima a Dell’Utri, l’avevo conosciuto
qualche anno prima perchè nel periodo in cui stavo per arrivare alla FACCHINI
e GIANNI, mi aveva portato da lui la signora Delitala, la cognata di quel
famoso giurista Delitala.... perchè anche lei si interessava di intermediazioni
immobiliari e aveva qualcosa che voleva vendere alla EDILNORD e per questo
andai con lei all’EDILNORD a Milano.
PUBBLICO MINISTERO :
E perchè non se ne interessò lei stesso in quel caso di acquistare....
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Perchè erano delle operazioni fuori delle.... e poi in quel minuto io stavo
seguendo quell’affare della FACCHINI e GIANNI, che per me era molto più
importante.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi l’ha conosciuto.... questo in che data lo collochiamo questo primo
incontro con la signora Dell’Itala?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E guardi.... che le devo dire... sarà stato tra il ‘75 e il ‘76, no..non... non
avevo ancora la FACCHINI e GIANNI, quindi era prima.
PUBBLICO MINISTERO :
Dove siete andati a trovare Dell’Utri o è venuto lui a trovarvi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
No, io sono andato... sono andato io a trovarlo la prima volta
all’EDILNORD.

298
PUBBLICO MINISTERO :
Cioè esattamente dove, dov’è la sede?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Vicino a Piazza Castello, non mi ricordo più come si chiama la strada...
Tra via Lanza e Piazza Castello, dove c’era EDILNORD.
PUBBLICO MINISTERO :
Foro Buonaparte, è possibile?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, Foro Buonaparte, si. Credo che le case fossero della CARIPLO, non
mi ricordo più.
PUBBLICO MINISTERO :
....Successivamente quando vi siete rincontrati con Marcello Dell’Utri?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma poi, in quel periodo, ci siamo rincontrati parecchio, altre due volte,
tre volte. Poi un giorno venne da me Tanino Cinà con Alberto Dell’Utri e
Marcello Caronna, mi dissero che non avevano lavoro, che dovevano fare
qualche cosa, volevano fare una società di impianti di aria condizionata e
niente... si parlò così... Dopo qualche giorno venne con Marcello Dell’Utri.
PUBBLICO MINISTERO :
Venne, chi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Cinà.
PUBBLICO MINISTERO :
Cinà. E allora...
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Portò Marcello Dell’Utri e mi disse che lui doveva lavorare perchè da
Berlusconi in questo momento va tutto male, non prendono soldi e Berlusconi
sta per... non ha possibilità. Questa era... e per questo passò subito da me.
PUBBLICO MINISTERO :
E allora, chi è Cinà Gaetano, prima di proseguire?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Cinà Gaetano io l’ho conosciuto a Palermo negli anni in cui....
omissis
Lo avevo conosciuto, se non ricordo male, con Mimmo Teresi e l’avevo
conosciuto sempre per questioni di lavoro, di cose... così, mi era stato
presentato, sa a Palermo.....
omissis
PUBBLICO MINISTERO :
Chi è Mimmo Teresi, com’è che lei ha conosciuto Mimmo Teresi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Mimmo Teresi faceva il costruttore, era molto... per quello che mi risulta,
poi sa... io a Palermo, le ripeto, andavo e venivo... so che faceva... lui mi diceva
che faceva il costruttore, io non sono stato mai nei suoi cantieri, non ho mai
visto una cosa, non ho mai visto niente.

299
PUBBLICO MINISTERO :
Non sa neanche dove costruiva, in particolare?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
No, non lo sapevo, lui mi aveva detto che faceva il costruttore ed io non
mi sono mai interessato perchè era un ambiente in cui io non ci volevo entrare e
non volevo sapere completamente niente; cioè quando io in un ambiente non ci
voglio entrare non andavo neanche a vedere le cose.
PUBBLICO MINISTERO :
Signor Rapisarda, lei ha conosciuto Stefano Bontade?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Certo che l’ho conosciuto.
PUBBLICO MINISTERO :
Quando l’ha conosciuto e perchè lo ha conosciuto?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
In quegli anni stessi, in quegli anni.
PUBBLICO MINISTERO :
Può specificare a questo punto in quali anni? Perchè se ho capito bene è
dopo che lei va via da Palermo, perchè dice che andava avanti e indietro.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, si, in questo...
PUBBLICO MINISTERO :
Ma quando però?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma le voglio dire.... eravamo giovanissimi perchè.... credo che la cosa
che ci ha fatto incontrare è stato conoscere.... mentre Teresi me lo hanno
presentato, il... lo Stefano Bontade l’ho conosciuto perchè mi ricordo che
facevamo la corte tutti e due ad una ragazza; per questo fatto, non l’ho
conosciuto per cose di affari, poi da lì è nato questo incontro, questa amicizia....
questa conoscenza.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, che lei ricordi il Bontade conosceva Cinà Gaetano?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Certo che lo conosceva.
PUBBLICO MINISTERO :
Può specificare perchè «certo»?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Perchè poi, in susseguo, io lo incontrai quando sono venuto a Palermo
parecchie volte, poi loro sono venuti a trovarmi a Milano e sono venuti assieme,
quindi evidentemente si conoscevano.
PUBBLICO MINISTERO :
Ho capito.
PRESIDENTE :
Se vogliamo precisare l’epoca di questi incontri, i primi incontri?
PUBBLICO MINISTERO :

300
Si, l’epoca signor Rapisarda.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma gli incontri.... guardi, Presidente, mi viene molto difficile,
sicuramente negli anni che li ho conosciuti saranno gli anni ‘60, che poi li ho
rivisti saranno gli anni del ‘75/’76/’77, cioè quando già ero a Milano.
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, io ricordo, adesso devo trovarle, delle sue dichiarazioni,
eventualmente la difesa mi darà su la voce, in cui lei dichiarava di avere
conosciuto il Cinà insieme a Mimmo Teresi alla fine degli ‘50, credo.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E appunto...
PUBBLICO MINISTERO :
Insieme a Mimmo Teresi e a Bontade Stefano.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, no, no... li ho conosciuti.... forse li ho conosciuti insieme. Mimmo
Teresi e Cinà sicuramente insieme, Bontade non mi ricordo se l’ho conosciuto
subito dopo o insieme, cioè sono passati trenta anni.
PUBBLICO MINISTERO :
Bene, allora abbiamo specificato chi è Cinà Gaetano, a questo punto io
volevo sapere se Cinà Gaetano, che lei sappia.... lei sa chi erano.... lei ha detto
che Mimmo Teresi era un costruttore, sa anche che Mimmo Teresi aveva
rapporti con l’associazione mafiosa, anzi era un associato mafioso egli stesso?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Guardi, queste cose a Palermo, io penso che si sentano nell’aria, io
sapevo che quell’ambiente era un ambiente, diciamo, «mafioso» e non ho voluto
mai averci a che fare.
PUBBLICO MINISTERO :
E Stefano Bontade sapeva che....

301
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, certo, Stefano Bontade era di dominio pubblico, infatti parecchie volte
lui mi disse se volevo fare delle cose e.... e gli ho detto mai.
PUBBLICO MINISTERO :
Allora, a questo punto, mi dovrebbe specificare questo: siccome anche lei
ha incontrato queste persone, Cinà Gaetano, come lei, non faceva parte di
quest’ambiente o Cinà Gaetano faceva parte dell’ambiente di cui facevano parte
Stefano Bontade e Mimmo Teresi?
FILIPPO.ALBERTO.RAPISARDA: Per me facevano parte tutti, perchè
erano tutti tra di loro.
PUBBLICO MINISTERO :
Dico... lei lo basa su che cosa? Deve essere più specifico, così è
generico.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma io non è che posso... io so che loro erano sempre assieme, li ho visti
assieme, sono venuti a trovarmi assieme, che le posso dire poi, i rapporti loro
quali erano non lo so.

302
PUBBLICO MINISTERO :
Senta, quando Cinà viene prima con Alberto Dell’Utri e successivamente
con Marcello dell’Utri, come ha dichiarato poco fa, che cosa le dice e in che
termini soprattutto?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Mi ha detto che questi ragazzi dovevano lavorare perchè non... erano
disoccupati.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi la invitò ad assumerli?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si. Anzi la prima volta non ci parlai io, la prima volta io siccome avevo
da fare incaricai un architetto mio... dirgli: «Guardi, li riceva lei....» e
compagnia bella. Poi fu la seconda volta che sono stato costretto a parlargli io,
a riceverlo e lui mi ha detto che questi ragazzi dovevano lavorare e non si
discuteva e io ho detto: va bene se....
PRESIDENTE :
Lui, chi? E questi ragazzi, chi?
PUBBLICO MINISTERO :
Sta parlando di Cinà Gaetano e....

303
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Sto parlando di Alberto Dell’Utri, Marcello Dell’Utri e Caronna.
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi io volevo sapere da lei se lei aveva percepito e per quale motivo,
eventualmente, come minacciosa questa richiesta da parte di Cinà Gaetano.
omissis
Cioè, questa richiesta che le fece Cinà Gaetano, lei si sentì obbligato ad
assumerli oppure li ha assunti in piena....
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Non me la sono sentita di dirgli di no.
PUBBLICO MINISTERO :
E perchè?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E perchè avevo del timore.
PUBBLICO MINISTERO :
Perchè?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
E cosa vuole, un ambiente di quel genere lì, lei gli dice no e diventa
un’offesa, io memore.... ricordo di Palermo che appena uno diceva no a uno di
questi diventava un’offesa.

304
PUBBLICO MINISTERO :
Quindi perchè lei attribuiva a Cinà le influenze di Bontade e Teresi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si.
X) Omissis
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Guardi, allora le dico che Stefano... Tanino Cinà fa parte della
«famiglia» di Stefano Bontade, perciò è inutile che....
DIFESA :
Oh.... e questo volevo...
PRESIDENTE :
Per favore, avvocato, non commentiamo a voce alta.
PUBBLICO MINISTERO :
Che cosa intende per «famiglia» di Stefano Bontade, se può essere più
specifico.
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Le «famiglie» sono le «famiglie» mafiose.
PUBBLICO MINISTERO :
E lei sa di quale «famiglia» faceva parte Stefano Bontade?

305
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma tra loro penso che erano parenti, perchè parlavano in un modo...
erano veramente parenti oltre la «famiglia».
PUBBLICO MINISTERO :
Chi era parente?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Non lo so, dicono che Tanino Cinà era parente di Stefano Bontade, poi
non lo so se è vero.
PUBBLICO MINISTERO :
Lei sa se era parente di Teresi?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
No, io guardi... io le posso dire solo questo, erano tutti una cosa... tutti
appartenenti a una cosa, quando venivano a Milano erano sempre insieme e
quindi non...
PUBBLICO MINISTERO :
Questo incontro in cui, diciamo... le viene suggerito una proposta che lei
non poteva rifiutare di assumere Marcello Dell’Utri e Alberto Dell’Utri, quando
avviene? Lo può specificamente collocare temporalmente?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Era nel 1977.
PUBBLICO MINISTERO :
Nel 1977. Inizio, fine del ‘77?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Ma credo... tra maggio e settembre.... aprile... marzo... da quelle parti lì.
PUBBLICO MINISTERO :
Primavera, estate?
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, primavera.... credo
PUBBLICO MINISTERO :
Primavera del 1977. E subito c’è questo trasferimento di Marcello
Dell’Utri dalla EDILNORD alla sua....
FILIPPO ALBERTO RAPISARDA :
Si, qualche mese dopo, perchè io poi... dopo qualche mese io poi rilevo la
BRESCIANO e la BRESCIANO è del ‘77, del luglio ‘77. Quindi deve essere
primavera, perchè lui ne diventa poi l’amministratore e direttore generale, per
cui basta vedere la data di carica e si vede subito il periodo, era lì da un mese....
due mesi”.
Una prima parziale conferma a quanto dichiarato dal Rapisarda proviene
proprio dalle dichiarazioni dello stesso imputato Marcello Dell’Utri.
Questi, sentito dal dott. Dalla Lucia il 20 maggio 1987, aveva confermato
di avere iniziato a lavorare nel gruppo Rapisarda nel mese di ottobre del 1977,
malgrado non avesse avuto in precedenza alcuna esperienza nel settore in cui
lavorava la società Bresciano, essendosi fino ad allora dedicato esclusivamente

306
alla attività di segretario personale di Berlusconi, attività che lo aveva assorbito
completamente.
A.D.R.:
Mi si domanda di precisare quando cominciai a lavorare nel gruppo
societario RAPISARDA, cioè negli uffici di via Chiaravalle e chi erano i
collaboratori più stretti del RAPISARDA che io ebbi a trovare andando in via
Chiaravalle.
E rispondo che l’ultimo stipendio che presi dalla EDIL NORD fu
nell’ottobre 1977 e come stipendio prendevo circa 900 mila lire al mese più
l’abitazione da BERLUSCONI; mentre in ottobre cominciai a lavorare negli
uffici di via Chiaravalle con il RAPISARDA.
E negli uffici di via Chiaravalle trovai persone che già lavoravano come
assidui collaboratori del RAPISARDA, in particolare anzi prevalentemente,
CARISTI Angelo, che fungeva da responsabile dell’INIM ed aveva rapporti
molto stretti con il RAPISARDA; tra l’altro notai che vi erano anche Gaetano
DELLA PUPPA, che fungeva da contabile e ragioniere, e inoltre vi era GRUT
Yvette, segretaria del RAPISARDA, vi erano poi i coniugi BRESCIANO, che
abitavano in via Chiaravalle e tornavano a casa loro a Mondovì a fine settimana
e ciò perchè la BRESCIANO aveva trasferito la sua sede amministrativa a
Milano negli stessi uffici di via Chiaravalle, che mi davano la sensazione di una
comune.
A.D.R.:
Mi si domanda cosa determinò il mio abbandono dell’EDIL NORD per
entrare a lavorare nel “gruppo RAPISARDA” e rispondo che oltre al fatto
economico, in quanto praticamente ho raddoppiato il mio compenso lavorativo,
ci fu anche il fatto di una maggiore libertà personale in quanto, mentre da
BERLUSCONI ero impegnato 24 ore su 24 senza avere praticamente spazio per
la mia vita privata, dal RAPISARDA ritenevo di avere maggiore autonomia,
maggiore spazio nella mia vita privata, e anche nell’attività lavorativa, intesa
come possibilità di carriera manageriale.
Infatti, mentre da BERLUSCONI mi dedicavo alle sue attività personali, a
mò di segretario particolare concretantesi nel curare la gestione della giornata
lavorativa di BERLUSCONI, nel senso di prendergli gli appuntamenti
ricordarglieli senza peraltro avere alcun potere decisionale nè alcuna direzione
o cura del settore immobiliare o edilizio in genere.
Quindi la mia attività era quella di assistere BERLUSCONI nella sua
sfera privata e di rapporti con terzi.
Preciso che il BERLUSCONI lo conoscevo dall’Università e cominciai a
lavorare con lui sin dal 1973-1974, ma sempre svolgendo un’attività tipo
“segretario particolare” di BERLUSCONI, inteso come suo uomo di fiducia che
curava tutte le cose che BERLUSCONI non aveva tempo di fare da sè, ma
sempre nei settori di assistenza alle incombenze di carattere personale e privato,
mai con una attività dirigenziale o di qualsiasi livello nel campo edilizio.
A.D.R.:

307
Non svolsi mai l’attività di acquisto o vendita o comunque di attività
professionale nel settore edilizio e immobiliare nè per la costruzione di MILANO
2, nè per altre attività della EDIL NORD o del gruppo BERLUSCONI.
L’unica attività, pur sempre rientrante però nella sfera degli interessi
privati di BERLUSCONI, ma che riguardava la cura di un cantiere nel senso di
prendere i contatti con le maestranze fu in occasione della ristrutturazione della
villa di Arcore di BERLUSCONI.
Anche prima di lavorare per BERLUSCONI io non avevo mai avuto
esperienza nel campo immobiliare ed edilizio in genere, infatti lavoravo alla
Cassa di Risparmio per le province siciliane a Palermo.
Fu così che, quando il RAPISARDA mi chiese di andare a lavorare con
lui, mi sembrò una ottima occasione per svolgere una vera attività manageriale
con un maggiore spazio di iniziativa di quanto non avessi avuto da
BERLUSCONI.
Ripeto che, mentre il lavoro presso BERLUSCONI era diventato
pressocchè totalmente assorbente e insoddisfacente per me dal punto di vista
professionale, dal RAPISARDA mi si prospettava per bocca dello stesso
RAPISARDA, la possibilità di cimentarmi in una attività nuova di carattere
edilizio ed immobiliare, anzi di carattere di edilizia pubblica, in quanto appunto
la BRESCIANO faceva appalti pubblici nel settore strade e ponti.
Ricordo che di questa mia intenzione di passare alle dipendenze del
Rapisarda ne parlai a Berlusconi, il quale mi manifestò mota perplessità
sullemie capacità manageriali.
In realtà la società BRESCIANO era già “segnata”, nel senso che era
destinata a fallire, ed anzi lo era già da prima in pratica, e me ne accorsi già
circa dopo due mesi che vi lavoravo.
A.D.R.:
Mi si domanda se, anche prima di entrare a lavorare negli uffici di via
Chiaravalle io frequentassi il RAPISARDA, nel senso di andarlo a trovare o
uscire con lui e rispondo che, riallacciandomi a quanto detto nella mia
deposizione, avevo rivisto il RAPISARDA dopo un lungo periodo che l’avevo
perso di vista, forse prima dell’estate del 1977, mi sembra nel suo ufficio in
Milano via Chiaravalle, allorchè il CARONNA mi aveva appunto messo in
contatto con il RAPISARDA, come ho già spiegato nella mia precedente
deposizione; e poi mi sembra un’altra volta a pranzo fuori, sempre prima
dell’estate 77; ma soltanto nel settembre 1977 ci incontrammo io e il
RAPISARDA, e ricordo che mi decantò l’acquisto che aveva fatto della
BRESCIANO s.a.s.
Mi disse che aveva bisogno di uomini per creare uno staff dirigenziale
all’altezza dell’impresa che stava intraprendendo.
Ricordo che il RAPISARDA era praticamente “infatuato” dell’acquisto
della BRESCIANO, tant’è che mi disse che gliela avevano rappresentata come
una società di grande potenziale tecnico-imprenditoriale, nel senso che aveva
notevoli possibilità di acquisire i contratti di appalto pubblici.

308
Mi parlò anche del cantiere siriano ed era convinto che si trattasse di un
ottimo affare.
Solo due o tre mesi dopo, verso gennaio 1978, RAPISARDA si rese conto
della BRESCIANO non poteva lavorare, perchè mancavano i finanziamenti.
La società non lavorava perchè mancavano i soldi e il RAPISARDA non
aveva più la voglia e la possibilità di mettere dentro denaro nella
BRESCIANO, essendo impegnato su molti fronti.
Il RAPISARDA mi disse che c’erano dei debiti sopravvenienti che la
banca non aveva dichiarato al momento della cessione dell’azienda”.

LA “RACCOMANDAZIONE” DI GAETANO CINA’

Interrogato nel corso delle indagini preliminari di questo procedimento, il 26


giugno 1996, Dell’Utri confermava, inoltre, di essere andato dal Rapisarda
insieme al coimputato Gaetano Cinà (fornendo quindi ancora una volta un sicuro
riscontro al suo “accusatore