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Titolo dell'edizione originale

Fricdrirb Nieizsrbe. Biograpbie


© 1978, Carl Hanser Verlag, Miìnchen-Wien

Edizione italiana
VITA DI NIETZSCHE

I. Il profeta della tragedia 1844-1879


II. Il filosofo della solitudine 1879-1889
III. I] genio della catastrofe 1889-1900

Curt Paul Janz

VITA DI NIETZSCHE

I. IL PROFETA DELLA TRAGEDIA


1844-1879

a cura di Mario Carpitella

Editori Latcrza 1980

Proprietà letteraria riservata


Gius. Latcrza 6L Figli Spa, Roma-Bari
CL 20-1663-X

Finito di stampare nel febbraio 1980


nullo stabilimento d'arti grafiche Gius. Latcrza 8c Figli. Bari

AVVERTENZA DEL CURATORE

Come risulta dal piano dell'opera, questa biografia documen-


taria di Friedrich Nietzsche è concepita in tre volumi. Il terzo
volume è corredato di un elenco delle fonti usate dall'autore, di
alcuni documenti relativi alla vita di Nietzsche e degli indici.
Anche in questa versione italiana l’elcnco delle fonti, cui si rife-
riscono i rinvii in numeri arabi nel testo, verrà stampato nel terzo
volume. Esso verrà aggiornato, per quanto attiene alle edizioni
di Nietzsche, allo stato attuale della grande edizione storico-critica
completa a cura di G. Colli e M. Montinari (Berlino, De Gruyter).
Le note esplicative, sia dell’autore, sia del curatore, sono invece
riportate nel testo a piè di pagina.

Questa biografia fa un largo uso dcll’epistolario di Nietzsche


e di citazioni dalle sue opere; per motivi di uniformità ci è parso
cipporttmo riportare tali citazioni secondo le traduzioni dell'edi-
zione italiana standard (curata dagli stessi editori dell’edizi0ne
tedesca suddetta), sia per le lettere (fino al 1869), sia per le
opere, con qualche lieve modifica solo in taluni casi. Ringraziamo
l'editore Adelphi per tale gentile concessione.

Un sentito ringraziamento va altresì al.l’autore Curt Paul Janz


per diversi chiarimenti relativi soprattutto a istituzioni e dettagli
della vita di Basilea al tempo di Nietzsche, e a Mazzino Montinari
per zxlctmc utili rettifiche di fatto.

Mario Carpitella

Roma, gennaio 1980

PREMESSA
Habent sua fata libelli“. Questo detto antico si attaglia se
non altro alla storia dell’opera presente. Quando nel 1934 uscì
il primo volume delle opere Z, nel 1938 il primo delle lettere‘
delflîdizione storico-critica completa delle opere e delle lettere
di Friedricb Nietzsche, finalmente anche nell’ambit0 degli studi
su Nietzsche venne applicato al suo lascito letterario un metodo
da gran tempo sperimentato: quello della filologia classica. Prima
conseguenza di ciò fu che il ritratto di Nietzsche delineato con
molta fantasia e pie deformazioni dalla sorella del filosofo, Eli-
sabeth Forster-Nietzsche, non reggeva più. È vero che proprio
in quel tempo la filosofia di Nietzsche veniva funestamente fal-
sificata a fini politici, che le veniva usata unînaudita violenza;
tuttavia l’0pera di ricerca continuò silenziosa e imperterrita.

Uno dei pilastri su cui poggiava questo tradizionale ritratto


di Nietzsche doveva essere considerata la biografia“ scritta dalla
sorella. E proprio qui Richard Blunck iniziò il suo lavoro di
ricerca. Egli verificò le vecchie fonti e ne rinvenne di nuove.
Questo lavoro era sostanzialmente terminato nel 1945, come
egli stesso afferma nella sua prefazione a una biografia nietzschiarta
completamente nuova. Ma nei tumultuosi ultimi giorni della
guerra l’opera, già stampata per intero, andò perduta. Ciò offrì
a Blunck la possibilità di un nuovo inizio. La mutata situazione
politica e la più facile accessibilità delle fonti erano motivi suffi-
cienti, ed egli approfittò dell’occasi0ne.

Blunck aveva impostato la sua biografia di Nietzsche in tre


volumi, il primo dei quali poté uscire nel 1953 *. Esso abbraccia
Padolescenza e gli anni di scuola del filosofo, fino al suo ingresso
nella professione. Blunck prometteva i volumi successivi a breve

“il * Presso Ernst Reinh-ardt, Nîunato-Basilea.

v1 l 1 Premessa

scatltsnzca. Ma ora culi prese ad esercitare una critica sempre più


severa nei confronti della sua opera. Era sua intenzione inclu-
dervi sempre nuovo e più ricco materiale. Nel 1958 entrammo
in corrispondenza. A Blunck tornava assai opportuno che io
risiedessi cosi vicino al fondo di manoscritti della Biblioteca
Universitaria di Basilea. E si proponeva di venire personalmente
a Basilea. Quando, nel 1959, mi recai la prima volta a Weimar
per la mia edizione delle opere musicali di Nietzsche m, mi affidò
anche in questa occasione diversi incarichi. Ciò mi portò anche a
contatto con gli abbozzi e i manoscritti delle lettere di Nietzsche,
che potevo liberamente esaminare nelPArchivio Goethe-Schiller
di Weimar, dove viene oggi conservato tutto il fondo mano-
scritti dellìmtico Archivio Nietzsche di Weimar.

Il secondo volume non uscì mai. Richard Blunck, che da anni


sofiriva di cuore, venne stroncato il 18 settembre 1962 da un
infarto cardiaco, all’età di 60 anni.

Karl Schlechta si adoperò subito, con decisione e avvedu-


tezza, perché per tale evento le fatiche di Blunck non andas-
sero perdute. Dagli esecutori testamentari di Blunck egli prese
in consegna i suoi manoscritti per continuare a utilizzarli.

Il grosso era rappresentato da 21 quaderni fittamente scritti S‘.


Tuttavia si scoprì con grande delusione che erano tutti scritti in
stenografia sistema Roller, oggi in disuso. Ma Karl Schlechta
trovò a Darmstadt uno specialista di sistemi rari, Hans Karpen-
stein, pronto a decifrare il sistema Roller e a curarne la trascri-
zione. A questo scopo Schlechta riuscì anche a devolvere il
piccolo capitale di una fondazione industriale. A questo punto
si diede a ricercare nell'ambito della germanistica e delle facoltà
filosofiche un docente giovane che avesse tempo e voglia di ela-
borare i lavori preliminari per il II e il III volume di Bluncl-z
in un manoscritto per la stampa. Dopo alcuni tentativi falliti,
concordammo che questo compito poteva essere da me svolto
contemporaneamente e congiuntamente alla mia edizione delle
opere musicali. Prevcdevamo un periodo di due anni. E ancora
una volta fu Karl Schlechta che riuscì a interessare il Consiglio
delle 1'.‘ "Ìlìe tedesco, ottenendo un contributo di ricerca. L’in-
carico venne afiìtlato all’Istitut0 di Filosofia del Politecnico di
Darmstadt, di cui Karl Schlechta in quel periodo era preside,
con l'intesa che sarebbe stato svolto da me. La formulazione

Premessa 1x

del compito era la seguente: elaborare i manoscritti di Blunck


c, ove necessario, integrarli.

La trascizione dei quaderni di Blunck in scrittura normale


fu un’altra grossa delusione: non contenevano altro che estratti
e rimandi bibliografici; nemmeno una riga di testo urile per i
successivi volumi II e III. Il lavoro vero e proprio doveva quindi
partire da zero. Gli estratti fornivano pochissimo materiale do-
cumentario inedito. Utili erano essenzialmente i rimandi biblio-
grafici.

Blunck era vissuto a Neumiinster, dove evidentemente non


aveva a disposizione una ricca biblioteca, ed aveva dovuto ricor-
rere a quella di Amburgo. E per avere i testi a portata di mano,
faceva numerosissimi estratti. I0 invece disponevo direttamente,
nell‘Archivio di Stato e nella Biblioteca Universitaria di Basilea
— anche nella sua Sezione Manoscritti — della maggior parte
delle fonti indicate da Blunck, oltre a molto altro materiale.
E questo fatto produsse ancora una delusione. La stenografia
Roller non riproduce i suoni con troppa esattezza. Il confronto
delle trascrizioni con gli originali a me accessibili portò alla luce
errori a volte assai gravi. naturale il sospetto che la cosa ri-
guardasse anche il primo volume già pubblicato, e una verifica lo
confermò: non c’era quasi citazione esente (la sviste, i nomi
errati, le date sbagliate, i rimandi alle fonti ora errati, ora man-
canti. Con ciò il lavoro faceva un altro passo indietro: bisognava
esercitare ora anche per il primo volume quella critica testuale
che l’incarico aveva previsto in effetti soltanto per il secondo e
il terzo.

Lo stato del primo volume offriva Popportunità per una so-


stanziale rielaborazione. Quando Blunck aveva scritto la biogra-
fia, quasi nulla si conosceva —— ed egli nulla poteva conoscere —
circa Yampiezza e il contenuto del lascito musicale di Nietzsche,
che gettava luce soprattutto sugli anni di Pforta e sull'anno di
Università a Bonn. Occorreva inserire le conoscenze acquisite in
questo campo. Quindi il volume pubblicato da Blunck sugli Armi
zlellîzdolexcenza e della scuola costituisce la parte I della nostra
biografia in questa forma ampliata, dove il testo di Richard Blunck
è rimasto pressoché immutato.

Per la continuazione occorreva un nuovo piano delPopera, un


nuovo metodo, senza perdere la connessione con Pinizio. Ciò fece

x Premessa

sorgere problemi particolari m. Per quanto concerne la struttura


formale, la cesura che Blunck aveva previsto dopo lo Zarathustra
(1883) venne abbandonata, e si scelse una suddivisione fondata
esclusivamente sui dati biografici, sulle cesure evidenti nella vita
(Ii Nietzsche: la parte II abbraccia i dieci anni di insegnamento
a Basilea, la parte III i dieci anni vissuti come filosofo indipen-
dente, la parte IV gli undici anni che vanno dalla morte intellet-
tuale a quella fisica di Nietzsche.

Dal punto di vista metodico, mentre si sfruttano le fonti più


estesamente, ampliando l'area di reperimento, si è mirato alla
massima indipendenza possibile dalle trattazioni esistenti. Soprat-
tutto, l’opera non doveva diventare una polemica con la grande
biografia scritta dalla sorella di Nietzsche. Ciò accade solo in ra-
rissimi casi, là dove era inevitabile. Un’altra limitazione andava
rigidamente osservata: quella nei confronti dell’interpretazi0ne 0
della valutazione filosofica dell’opera di Nietzsche. Non bisognava
trascendere la cornice di una biografia in senso stretto, e arrivare
ai suoi estremi confini solo nella misura in cui era possibile illu-
minare così i punti di contatto e i nessi per i quali si può pas-
sare in altri campi. In un cosi intenso studio di Nietzsche è na-
turalmente grande la tentazione di scivolare nella trattazione filo-
sofica. Se l'autore lo fa inavvertitamente, egli chiede venia e
spera che non gli si dia troppo peso. Resta pur sempre diflicile
distinguere se il tentativo di rappresentare l'opera rimanga puro
referto o se diventi già interpretazione, il che non è in linea di
principio intenzionale.

Nel campo più propriamente storico-biografico era da scon-


giurare il pericolo di far scadere la biografia di Nietzsche, soprat-
tutto a partire dagli anni '80, in una pura storia clinica. Si ofiriva
in cambio la possibilità di ampliare lo sguardo, portandolo sui
rapporti di Nietzsche con la sua epoca. Tutte le persone che
hanno una qualche importanza nella sua vita, sia sporadicamente,
sia per periodi più lunghi, non dovevano restare puri nomi, bensì
diventare agli occhi del lettore personalità vive e tangibili. Ciò
doveva esser reso possibile mediante excursus che vanno dalla
nota a piè di pagina fino a interi capitoli.

Anche le correnti spirituali e politiche dell'epoca, in quanto


siano importanti per intendere Nietzsche, dovevano venire in-
cluse nella visuale di questa biografia, come pure l'« ambiente »

Premerm x1

in senso lato (ad esempio nei capitoli su Basilea, su 'I'rihschen


ecc.).

Dove invece la biografia degli ultimi anni non può né deve


entrare, è nella storia delle opere dopo il 1889 — che è questione
che interessa le edizioni delle opere di Nietzsche — e la storia
dell'antico Archivio Nietzsche, che verrebbe toccata soltanto agli
inizi. Qui sarebbe auspicabile una trattazione separata dell'intero
corso di eventi.

Il lettore interessato ai particolari potrà usare quest’opera


— facilmente consultabile grazie all'indice dei nomi e al som-
mario — come un «lessico per la vita di Nietzsche». Chi si
proponga una lettura più rapida, o può fare a meno delle infor-
mazioni che vengono offerte, salterà questi passi.

Come fonti sono state utilizzate soprattutto le lettere. Quanto,


comunque, proprio nel caso di Nietzsche, sia a volte sospetto il
materiale pubblicato, è stato chiaramente sottolineato da Karl
Schlechta nella sua edizione di Nietzsche in tre volumi‘. Nel
corso dei miei lavori sulle opere musicali a Weimar scoprii altre
lacune nell'edizione delle Lettere c0mplete7 curata da Elisabeth
Fòrster-Nietzsche e dai suoi collaboratori. In conseguenza, ho
confrontato coi testi a stampa l'intero fondo di lettere manoscritte
dell'Archivio Goethe-Schiller di Weimar, redigendo un catalogo
delle indispensabili correzioni ed aggiunte m *. A questo faticoso
lavoro ha preso parte anche mia moglie, che mi ha fornito uno
schedario completo delle lettere, prezioso strumento di lavoro.

Ha inizio così la serie di persone cui sono particolarmente


obbligato per l'aiuto e la collaborazione fornitami.

In primo luogo voglio ricordare il professor dr. Karl Schlechta.


Egli ha vegliato instancabilmente sul mio lavoro, agevolandolo
notevolmente con critiche, incoraggiamenti, suggerimenti e mate-
riali. Senza di lui questa biografia non avrebbe visto la luce.

La mia opera è stata notevolmente facilitata dagli esecutori


lestmnclìtari di Richard Blunck, i quali mi hanno lasciato a titolo
di regalo le sue note manoscritte e i suoi schedari, come pure i
suoi Nielzrcbezma (edizioni delle opere e delle lettere e letteratura
secondaria).

* Sui risultati di quest'opera di critica delle fonti informa il mio libro


Dm Bric/e Friedricb Nietzsche-r; Textproblente und ibre Bedeulung fiir
liiqqraplaic nml Daxographic 111 («Le lettere di Fricdrich Nietzsche; pro-
l)ll'llìl icsttmli e loro importanza per la biografia e la dossografia »).

i I , Pie/netta

l.n parte relaitiva agli anni di Basilea è stata letta con atten-
zione tlnl nostro venerato grecista, il dr. Peter von der Miihll
(l i970). A lui debbo numerosi, preziosi suggerimenti, scaturiti
tlzlllzl ma immensa dottrina. Anche il direttore della Sezione
Manoscritti della Biblioteca Universitaria di Basilea, dr. Max
litircklwardt, ha tenuto a mia disposizione importanti documenti
appartenenti ai suoi fondi.

Specialmente per tutto quanto è connesso con « Lou», il


dottore honoris causa Ernst Pfeifier (Gottinga) ha seguito il mio
lavoro con amichevole interesse, collaborando con dati attinti al
suo fondo manoscritti (Lascito Lou Andteas-Salomé)”.

Col prof. dott. Mazzino Montinari, coeditore della «Ecli-


zione critica completa>>° e delle «Nietzsche-Studien», sono
rimasto in fecondo contatto durante tutti questi anni. Gli debbo
numerose informazioni e aiuto nel decifrare la calligrafia di
Nietzsche.

Questi manoscritti non mi sarebbero stati accessibili senza


la comprensione del prof. Helmuth I-Ioltzhauer (i), direttore
delle Nationale Forschungs- und Gedenkstiitten der klassischen
deutschen Literatur (Monumenti e luoghi di studio della lette-
ratura classica tedesca a Weimar), che ha sempre benevolmente
appoggiato le mie richieste di soggiorno,

del prof. dr. Karl-Heinz Hahn, direttore dell'Archivio Goethe-


Schiller di Weimar, che nel suo Istituto ha offerto ogni facili-
tazione al mio lavoro, e

della signora Anneliese Clauss, collaboratrice dell'Archivio


Goethe-Schiller, che conosce a fondo il lascito letterario e la
calligrafia di Nietzsche, e che mi è sempre stata prodiga di con-
sigli e di aiuto.
Al Consiglio Tedesco delle Ricerche (Bonn-Godesberg) va la
mia particolare riconoscenza per la comprensione dimostrata di
fronte alle sorprese di un lavoro assai più ampio, e soprattutto
più lungo di alcuni anni rispetto ai due previsti.

Fin dal principio era escluso poter prendere in considerazione


tutta l'enorme letteratura secondaria su Nietzsche. Ma la sele-
zione non poteva essere arbitraria. In primo luogo, sono state
escluse tutte le interpretazioni filosofiche. Ecco perché nell'Indice
mancano nomi famosi. In compenso, doveva esser messo a par-
tito ogni elemento rilevante ai fini biografici. Il protrarsi del
lavoro per tanti anni ha comportato almeno un vantaggio: che

Premessa x111

si è potuto tener conto dei preziosi diari di Cosima Wagner come


ultime testimonianze autentiche. In linea di principio, l'autenti-
cità delle testimonianze biografiche è rimasta il criterio supremo
della scelta. Molti semplici «ricordi», soprattutto a distanza
di decenni, sono stati da me considerati con un sospetto che
forse potrà apparire qua e là esagerato; è Patteggiamcnto critico
della scuola filologica di Basilea, dei miei venerati maestri, i pro-
fessori Karl Meuli, Peter von der Miihll, Bernliard Wyss, Felix
Heinimann, ai quali debbo numerosi incotaggiarnenti e alcuni
elementi fondamentali per questo lavoro.

Anche dal prof. dr. Karl jaspers ho potuto trarre alcuni


decisivi spunti, soprattutto per quanto concerne una significativa
utilizzazione biografica dei cosiddetti «biglietti della follia».

Un valido aiuto per la redazione finale del testo e dell’edi-


zione ho trovato nella comprensione e nei consigli dei collabo-
ratori della casa editrice Hanser. Ad esempio, abbiamo concor-
dato di riprodurre uniformemente tutte le citazioni nelle parti
biografiche nellbrtografia e interpunzione moderne, giacche’ qui
non si tratta di un'edizione documentaria. Per alleggerire il testo,
abbiamo rinviato tutti i documenti più lunghi alla sezione corri-
spondente della parte V. Questi vengono tuttavia riprodotti nel-
Portografia originale, perché si tratta per lo più di testi che,
almeno nel prossimo futuro, non saranno pubblicati altrove, o
che non sono più accessibili nell'edizione originale.

Si ‘e puntato a un ulteriore alleggerimento del testo per favo-


rime la leggibilità rinviando le indicazioni delle fonti, mediante
cifre piccole, all'elenco delle fonti invece di inserirle nel testo
o in note a piè di pagina. In luogo di una lista che rimanda in
generale alla bibliografia su Nietzsche, che sarà sempre incom-
pleta e per la quale esistono appositi repertori bibliografici m‘,
le fonti effettivamente usate sono state raccolte in un elenco.
Si è rinunciato altresì a un'appendice di note. Le note vengono
apposte al passo relativo, a piè di pagina.

L’Indice contiene in linea di principio solo nomi e lemmi.


Soltanto nel caso in cui nel testo questi nomi non siano accom-
pagnati (la altri elementi, l’Indice fornisce qualche integrazione
(ad esempio le date).

Pur nell’ampiezza dell'opera, una figura complessa come quella


di Nietzsche non potrà mai dirsi esaurita, nemmeno dal punto
(li vista biografico. Molte cose vanno intese a mo’ di semplice

x1 v Premesm

indicazione, come punti di partenza per altri studi dettagliati:


snrclmbc la miglior soddisfazione per Fautore se a questa biografia
tenessero dietro altre opere critiche in gran numero.

Curt Paul Janz

Multcnz presso Basilea, ottobre 1977

IL PROFETA DELLA TRAGEDIA


1844-1879

Parte prinza
INFANZIA E GIOVINEZZA

(di Rìcbard Blunck)

' PREFAZIONE

I grandi sistematici della filosofia occidentale contemporanea


ripongono la loro ambizione nel distaccate totalmente il pensiero
dalla persona, nello sbarazzarsi di ogni soggettività e nel proce-
dere verso una «conoscenza pura» con presunti metodi del
tutto oggettivi. Oggi noi sappiamo che tali tentativi non rap-
presentano che pii desideri, e che in ultima e definitiva analisi
sono condannati al fallimento. Giacché in primo luogo anche il
pensatore più indipendente è sottoposto alle condizioni storiche
della sua epoca, e in secondo, il suo pensiero è di necessità
legato a forze del suo stesso essere che sono più potenti della
mente e della Coscienza, alle quali imprimono una direzione e
nnîmpronta assai più vigorose di quanto quelle non siano dispo-
ste a riconoscere. Tuttavia, qualche volta l'apparenza di un pen-
siero realmente oggettivo viene raggiunta a tal punto che occorre
un orecchio molto fine ed esercitato per cogliere, ad esempio,
la soggettività nell’opera concettuale di Kant, per aHerrare in
carne ed ossa la personalità del suo creatore, con la quale anche
quest’opera vive e muore. Ma in lui la personalità, almeno nella
(Ìri/ica della ragion pura, è talmente soffocata e sottomessa alle
leggi dell'intelletto che scaturiscono autonome, in se stesse c da
se stesse, che è possibilissimo cogliere tutti i tratti essenziali
della filosofia kantiana, occuparsi del filosofo senza coitoscere
alcunché della sua vita e della sua persona.

Nel caso di Nietzsche le cose stanno assai diversamente. Il


suo pensiero non cerca mai, neanche per un momento, di svin-
colarsi dalla vita, di liberarsi dagli impulsi della propria perso-
nalità, bensì torna ad emergere, a levarsi sempre e soltanto dal
profondo di entrambe, non è che la loro espressione. L'« obiet-
Iìvità» per lui non è nemmeno auspicabile, perché svuota la

vita, che per lui e sempre più grande; e la « pura conoscenza»

6 Parte I. Infanzia e giovinezza

gli si rivela per una fallace illusione, uno svirilimento della per-
sonalità creatrice. Per lui la verità è la vita stessa, quindi non
può astratte da essa per pervenire alla conoscenza di un a vero
in sé ». Ma per Nietzsche la forma suprema di vita è la perso-
nalità creatrice. Ciò lo colloca nella tradizione di Platone, che
rivendicava al filosofo, come tipo relativamente più perfetto,
anche la guida dello Stato, ma la visione nietzschiana va notevol-
mente al di là di questa angusta delimitazione; vi viene incluso
con grande chiarezza anche l’artista creatore. Nietzsche era ben
conscio del suo duplice genio, della propria doppia essenza, di
artista e di filosofo, e la sua opera sorge in questa tensione,
in parte proprio da questa tensione. Il problema sempre ricor-
rente, se Nietzsche vada ascritto alla storia della filosofia in
modo sostanziale o solo di passaggio, ha in ultima analisi il suo
motivo reale in questa ambivalenza della sua personalità.

Per lui ogni conoscenza, ogni pensiero, ogni opera può ed è


in grado di essere soltanto espressione dellîntera personalità e
deve servire alla sua estensione ed elevazione, invece di vola-
tilizzarla e dissolverla nel regno delle idee. In questo sanguigno
senso vitale e nella sua soggettività, che corrisponde alla realtà
della nostra esistenza, a una veracità che scaturisce dal senso
totale dell'esistere, in modo assai più profondo di qualunque
obiettività astraente, che è sempre vera soltanto per se stessa,
ma di rado nei confronti della vita, risiede la forza e la novità,
il fascino dell‘opera di Nietzsche.

Chi per la prima volta, come noi quaranfianni or sono, si


imbatte in un libro di Nietzsche, avverte subito che qui si richiede
qualcosa di più dell’intelletto, che si tratta di ben altro che tener
dietro al pensiero di un uomo dalla premessa alle conseguenze
e da concetto a concetto, per pervenire a delle « verità », Si tro-
vera piuttosto nel bel mezzo di un immenso campo magnetico,
da cui emanano vibrazioni di natura troppo profonda per poterle
captare con la sola rete dellîntelletto. Si sentirà meno colpito
da opinioni o da cognizioni che dall'uomo che si cela dietro di
esse. Contro quelle opporrà sovente resistenza, se ha qualcosa
da difendere; ma all’uomo che le esprime e al campo magnetico
che egli rappresenta non potrà più sottrarsi completamente. Se
attende soltanto alle opinioni che lo confrontano in frasi impe-
riose, anzi talora lo assalgono in piena regola, avrà ben presto
la sensazione di trovarsi in un labirinto nelle cui molteplici dira-

Prefazione 7

mazioni appaiono alla vista inesaurihili ricchezze, ma anche il


volto minaccioso del Minotauro che reclama vittime umane. Cre-
derà di trovarsi di fronte alle verità più vere, che colgono l'es-
senza delle cose; ma nel libro successivo queste verissime verità
si annullano da sole, e si sentirà sospinto in un altro braccio del
labirinto. Ma non perderà mai, se ha natura sveglia e non una
semplice mente che procede a tentoni, la certezza di trovarsi
vicino alla vita e al suo vero volto più che in qualunque altro
pensatore. Ciò che gli si comunica, pur nella contraddittorietà
delle opinioni e dei punti di vista, è una forza spirituale più
sublime e profonda, che non è legata ai punti di vista e alle
verità, bensì li affronta e li sottopone al servizio di una veracità
che non conosce altra legge che se stessa e la vita che scorre
perpetua, in continue trasformazioni e nuove creazioni.

Ma una tale voracità non è una virtù della scienza compila-


loria o dellîntelletto ordinatore, per quanto indispensabili essi
le siano, bensì della personalità morale, della fortezza di cuore,
dello spirito impavido e instancabile. Essa dev’essere vissuta e
sofferta se deve acquistare nel pensiero quel peso che l'opera
di Nietzsche dimostra. E proprio perché essa, collegata alla mas-
sima apertura per tutte le possibilità dello spirito europeo e insieme
alla loro penetrazione critica, collegata altresì alla profonda intui-
zione dell'essenza dell’uomo e a una profetica chiaroveggenza
e lungimiranza, viene qui alla luce in una misura quale più non
si ritrova nella storia del pensiero occidentale, la vita e l’opera
(ll Nietzsche ci interessano così profondamente, una vita e una
opera che sono, sotto la sferza di questa veracità, una sola
incessante battaglia contro un'epoca che sempre più si abban-
dona a una menzogna senza speranza, contro la propria felicità,
contro la gloria e perfino la passione del cuore: è un’azione la
cui purezza e necessità non può venir turbata né annullata da
alcun suo efietto, per quanto equivoco o addirittura terrificante.

Questa vita, quest’azione ci proponiamo qui di descrivere.


Abbiamo seguito tutte le tracce note della vita di Nietzsche e
parecchie finora ignote, scendendo fino ai particolari più minuti e
irrilevanti, nella certezza che in questa vita non c'è assolutamente
nulla che non abbia rilievo. Abbiamo tentato di liberare la sua
immagine dai distorcimenti, dalle deformazioni e falsificazioni
(ll un culto e di una polemica estranei alla sua essenza. Questa
immagine ha attirato l’una e l’altra cosa in misura eccezionale, ed

H Pur/L‘ l. Infanzia e giovinezza

era {male che così accadesse, giacché una veracità cosi molteplice,
che distrusse cosi radicalmente tutte le menzogne e le « verità >>
della sua epoca, doveva fatalmente venir fraintesa dai semplici
e violentata dagli insinceri. Ci siamo sforzati di disegnate questa
vita nella sua autonomia, con reverenza eppure senza imbarazzo,
dalla distanza che a noi si conviene. Ecco il nostro scopo: riu-
nire in un’immagine tutto il « materiale» che su questa vita è
finora emerso qua e là, onde rendere visibile e sperimentabile
l'uomo quale crediamo che fosse, isolando così dall’opera ciò che
— per usare un termine di moda — ha carattere esistenziale.
Solo questo può essere ancora importante, può avere per più
d'un rispetto valore orientativo, se non presctittivo, per noi e
per il futuro. Esporre l’opera partitamente, nella sua intera, ine-
sauribile ricchezza, in tutta la sua iridescente molteplicità e stra-
tificazione, non è ne’ nelle nostre intenzioni né nelle nostre forze,
giacché avremmo dovuto risolverci a trascriverla volume per
volume. Ciò che crediamo di poter fornire è una chiave di que-
sflopera e un invito a leggerla, a leggerla di più e più profonda-
mente di quanto non si sia fatto finora. Lînllusso di Nietzsche
è appena agli inizi, con buona pace di molti. Là dove egli si
sofiermava presso una «verità» finché la sua veracità non la
superasse, i suoi imitatori gettavano le ancore; clove sperimen-
tava una possibilità, essi scrivevano ricette; dove si fermava per
prender lena a nuovi voli, essi sprofondavano nel sonno. Ma non
penetrarono fino alla sua essenza, al suo peculiare vigore, che è
invece nostro scopo restituire e mettere in luce.

In questa sede esprimiamwla nostra gratitudine al direttore


dell'Archivio Nietzsche di Weimar, signor Max Ochlcr. Grazie
a lui abbiamo avuto accesso per la prima volta a numerosi docu-
menti inediti delVArchivio, che ci hanno consentito di chiarire
molti.problemi ed episodi controversi della vita di Nietzsche.
Egli ci ha altresì disinteressatamente messo a disposizione i risul-
tati dei suoi studi sugli antenati di Nietzsche, ed ha aiutato il
nostro lavoro con preziose indicazioni e agevolazioni personali.
Parimenti ringraziamo il suo assistente. il signor Rolf Dempe,
per Pamichevole collaborazione durante il nostro lavoro nell‘Ar—
chivio, che poté esser terminato già nell’anno 1943. Il presente
primo volume della nostra biografia di Nietzsche, prevista in tre
volumi, era già stampato nella primavera del 1945. Durante le
incursioni aeree su Berlino e il crollo del regime nazista a Praga,

Pro/azione 9

l‘intera tiratura, con le bozze di stampa e le copie del mano-


scritto, andò distrutta, e si salvò solo il manoscritto stesso,
conservato nello Schleswig-Holstein, che qui sottoponiamo al
pubblico.
Si è conservato anche il materiale relativo ai due volumi
successivi, che quindi potranno uscire entro breve termine.

Richard Blunck (1953)

GLI ANTENATI

Dalle prime dichiarazioni giovanili fino agli ultimi giorni di


lucidità, Nietzsche dimostrò sempre un non comune, profondo
senso del vincolo che legava il suo essere agli antenati, senso
che corrisponde al suo sentimento della famiglia, in fondo indi-
struttibile malgrado tutti i conflitti.

Già in un saggio dell’anno 1862 su Libertà della volontà e


lato si legge’: « Ma Pattività dell’uomo non comincia solo con
la nascita, bensì già nell’embrione e forse — chi può mai stabi-
lirlo — già nei genitori e nei progenitori ». Anche il Nietzsche
maturo crede di dovere a loro una buona parte del suo talento,
cosa che ovviamente ci fa riflettere su quanto la gratitudine fosse
un’esigenza del suo animo, la gratitudine e il senso di sicurezza
dato dall’appartenere a una tradizione indistruttibile. Le radici,
il sostegno della tradizione familiare, realmente tangibile nella
continuità delle generazioni, in uomini vissuti per davvero: era
questa la « religio » di cui aveva acuta necessità dopo la precoce
perdita dei riferimenti metafisici. Nel 1861 aveva preso cono-
scenza delle opere di Ludwig Feuerbach; l’E.rsenza del Cristia-
nesimo e i Pensieri sulla morte e l'immortalità compaiono addi-
rittura nella lista dei regali da lui desiderati per il compleanno.
Nel 1859 era stata pubblicata l’opera di Darwin Sullbrigirte
delle specie, scatenando per ogni dove le polemiche più violente.
Sono evidenti gli effetti sui saggi giovanili di Nietzsche della
primavera del 1862, Fato e storia’ e- Liberrà della volontà e fato.
Seppure in un tono di giovanile ritegno, essi contengono la prima
presa di posizione scettica nei riguardi del cristianesimo — e il
deciso ricorso al consapevole senso degli antenati anche in campo
spirituale, a una «legge psicogenetica fondamentale» che ritro-

l (ili unrenuli 11

viamo continuamente, ad esempio nel 1881, in Aurora (afor.


5-10): «Che altro è il talento se non un nome per una parte
[UÎI antica d'apprendimento, d’esperienza, di tirocinio, d’appto-
priazione, di assimilazione, sia pure all'epoca dei nostri padri o
unmr prima! ». È vero che subito dopo, nella chiara coscienza
tlxillîtttllivflabillìLglel genjo,_ nella sua unicità e sostanzialità,
«umlinitu: «E d’altr0 canto, colui che apprende, dota se stesso

salvo il fatto che non è così facile apprendere e non è sol-


Iumo questione di buona volontà; si deve saper apprendere ».
ll presupposto di ciò e di ogni grande conquista è da lui visto
ui-mprc più risolutamente nel sangue (Al di là del bene e del
umlv, afor. 213): «Per ogni mondo elevato occorre esserci nati;
n, per dirla a più chiare note, occorre esservi allevati: un diritto
alla filosofia —— prendendo questa parola in senso lato — lo si
Im unicamente in virtù della propria origine, gli antenati, il
‘uzmgtte’ sono anche in questo caso decisivi. Molte generazioni
IiUVOlÌÙ aver cospirato in precedenza, con la loro opera, alla
nascita del filosofo; ognuna delle sue virtù deve esser stata indi-
Vlllllalllììfllìte acquisita, coltivata, trasmessa in eredità, assunta
un-lla propria carne». E in seguito (afor. 264): << È incancella-
lulv dall’anima di un uomo quello che i suoi antenati hanno
.nn.uo lare più di qualsiasi altra cosa e nel modo più costante:
'-I.I chc essi fossero, ad esempio, assidui risparmiatori, addetti
u una scrivania o a una cassaforte, moderati e borghesi nei loro
Il("ul(lt'l'l, moderati persino nelle loro virtù; sia che vivesseto
nulli‘ c sera abituati al comando, propensi a rozzi piaceri e
m r amo a questi, forse, a doveri e responsabilità ancora più rozzi;
*.I.I (llU avessero finito per sacrificare, a un certo momento, anti-
.In privilegi di nascita e di proprietà allo scopo di vivere inte-
Inmvnlc per la loro fede — per il loro ‘ Dio’ —, essendo indi-
«nlui dalla coscienza implacabile e delicata, che arrossisce di
upznl accumodamento. È del tutto impossibile che un uomo non
punti incarnare le qualità e le predilezioni dei suoi genitori e
.Ivu xllui avi: chccche’ possa dire in contrario l'apparenza ».

I". in particolare l‘ultimo Nietzsche è persuaso che ciò che è


tln-Ivriutitìanlr, le forze « morali», vengano tramandate col san-
“z « (Tè solo la nobiltà di nascita, solo la nobiltà del sangue.
(Non parlo qui della particella ‘ von ’ e clell’Almanacco di Gotha:
num pur gli asini.) Dove si parla di ‘ aristocratici dello spirito ’,
[mi lu più non mancano ragioni di nascondere qualcosa; è noto

pur‘

I2 Par/v l, Infanzia u giovinezza

che si tratta di una espressione preferita dagli ebrei ambiziosi.


Lo spirito soltanto infatti non nobilita; al contrario, ci vuole
qualche altra cosa che nobiliti lo spirito. Ma che cosa ci vuole
dunque? li sangue ».

Questo filosofo, che il più grossolano fraintendimento ha da


tempo trasformato nel profeta di un individualismo senza freni
e senza limiti, e che indubbiamente ha messo in luce come nes-
suno prima di lui la libertà creatrice dell'individuo, questo filo-
sofo afferma nell’ultimo anno della sua attività (Crepuscolo degli
idoli. Scorribande, afor. 33): « Il singolo, Yindividurn, come lo
ha inteso sino a oggi il popolo e il filosofo, è per l’appunt0 un
errore: costui non è nulla per sé, non è un atomo, un ‘anello
della catena ’, qualcosa di semplicemente ereditato da altri tem-
pi — egli è l’intera unica linea uomo prolungata fino a lui». E

’ il genio e per lui (ivi, afor. 47) «il risultato conclusivo del la-

voro accumulato di generazioni. [...] Le cose buone sono costose


oltre misura: ed è sempre valida la legge che chi le posried’ ‘e
diverso da chi le acquista. Ogni bene è eredità: quel che non è
ereditato, è incompiuto, è cominciamento». Qui per la verità
traspare anche un altro elemento: l‘antitesi a ogni costo, che
caratterizza il Crepuscolo degli idoli. Viene inconfondibilmente
parodiato il goethiano « Ciò che dai padri tu hai ereditato, acqui-
stalo, se vuoi possederlo » ‘m. È Partificio dialettico che Nietzsche
applica centinaia di volte, consistente nel capovolgere le citazioni
o nel parodiarle in qualche altro modo. In un altro passo si
legge “: «Di ciò che si è han pagato le spese gli antenati».
Dalla loro forza accumulata sorge alla fine il grande individuo "“:
«Ogni virtù e capacità nel corpo e nell’anima è stata conqui-
stata faticosamente e in piccolo, con molta diligenza, autocostri-
zione, limitazione a poche cose, con una ripetizione assai tenace
e fedele dei medesimi lavori, delle medesime rinunce; ma vi
sono uomini, che sono gli eredi e i padroni di questa ricchezza
molteplice di virtù e di capacità lentamente acquistata — per-
ché [...] le forze acquistate e accumulate in molte generazioni
non sono state dissipare e disperse, ma collegate da un saldo
anello e da una salda volontà. Infine, cioè, compare un uomo,
un prodigio di energie, che aspira a un compito prodigioso».

Basteranno questi saggi a dimostrare con quanta forza


Nietzsche si sentisse assai presto e con grande sicurezza agli
inizi della maturità, e poi con ardore pressoché religioso negli

I (ili antenati 13
anni più tardi dell’isolamento spirituale, determinato e condi-
zionato dalla sua lontana ascendenza, naturalmente solo deter-
minato e condizionato, ma non limitato: « L’individu0 è qual-
cosa di totalmente nuovo e innovatore, qualcosa di assoluto,
ogni azione è ma propria"». E nel momento in cui la forza
creatrice si trova davanti alla sua più vera missione, valgono
I detti dello Zarathustra (1883), capitolo <4 Della virtù che dona »,
.2: « pericoloso essere eredi»; e capitolo « Di antiche tavole
v nuove », 12: «La vostra nobiltà non deve guardare all’indie-
Ho, bensì in avanzi! Voi, dovete essere come degli scacciati da
tutte le terre dei padri e degli avi! La terra dei vostri figli voi
llUVCÎC amare ». Ma sempre tiene fermo alla certezza di portare
m se il patrimonio e il lavoro degli antenati, ed egli se ne pro-
rlntna riconoscente, anche quando — anzi proprio quando —
questo retaggio andrebbe avvertito come un pericolo, come con-
trustante con la sua posizione filosofica; ma quanto più estrema
l' qnesfiultima, quanto più egli ravvisa in se stesso un pioniere
iwlzlto, tanto più necessaria diventa per Nietzsche la fede nella
lumi della sua ascendenza, e le presunte informazioni da lui
Iticasc in mostra a questo proposito destano tanta più meraviglia
m tguanto Nietzsche stesso sapeva ben poco circa i suoi antenati.
N6 si preoccupo mai troppo di conoscere la storia della sua fami-
glia. Soltanto ad una leggenda familiare prestò una viva atten-
zione c una acritica fede, il che ebbe una conseguenza inattesa.
Il 5 novembre 1862 egli compose due pezzi per pianoforte m:
-- In memoria dei nostri antenati; due danze polacche: 1. Ma-
mrra, 2. Dalla czarda ». Già durante i mesi precedenti aveva
tnlltptìsto diversi pezzi per pianoforte « nello stile ungherese»,
tl|(' per Nietzsche adolescente faceva tutt'uno con quello slavo.
M4 a questa errata credenza, chiaramente tramandata nella
Iimxigliti, egli si richiamò con forza particolare quando Pavver-
nmnu per i tedeschi contemporanei toccò in lui un primo cul-
mmtr. La sorella dà notizia di una sua nota dell’anno 1883 “z
-« Mi è stato insegnato a ricondurre lÎorigine del mio nome e
«lvlla mia stirpe a nobili polacchi che si chiamavano Nietzky
r \ll(‘ più di cent’anni or sono dovettero abbandonare la patria
u Il casato, finendo con Farrendersi a insostenibili persecuzioni
Irligitusc: erano infatti protestanti. Non voglio negare che da
I.l}',.l/7(l provavo non poco orgoglio per.questa mia origine po-
luna; qllàllìfl) c'è in me di sangue tedesco proviene unicamente

14 Par/c 1. III/unziu o giovinezza

da mia madre, della famiglia Oehler, e dalla madre di mio padre,


della famiglia Krause, e mi sembrava proprio di essere rimasto
nonostante ciò polacco in ogni tratto essenziale. Che il mio
aspetto esteriore mostri fino ad oggi il tipo polacco mi è stato
confermato abbastanza spesso». E il 10 aprile 1888 scrive a
Brandes con ancor maggiore decisione 7: «I miei antenati erano
nobili polacchi (Nietzky); il tipo appare ben conservato, nono-
stante tre madri tedesche». La sorella aggiunge “z «La tradi-
zione di famiglia vuole che un nobiluomo Nicki (che si pronun-
cia come Nietzky, nella scrittura tedesca) si lcgassc particolar-
mente ad Augusto il Forte quand’era re di Polonia, ottenendo
da lui il titolo di conte. Quando in seguito divenne re il polacco
Stanislao Leszcinski, il nostro mitico antenato venne coinvolto
in una cospirazione in favore della Sassonia e del protestante-
simo. Egli venne condannato a morte, fuggì con la moglie che
aveva da poco partorito un figlio ed errò fuggiasco con lei per
due o tre anni per i principati di Germania, anni durante i quali
la tris-trisavola nutrì il figlioletto col proprio latte».

Questa tradizione romanzesca si è dimostrata del tutto inso-


stenibile grazie agli studi sugli antenati di Nietzsche condotti da
suo cugino Max Oehler, che noi qui seguiamo m. A prescin-
dere dal fatto che nel periodo in questione non ci fu in Polonia
alcuna cospirazione in favore della Sassonia e del protestante-
simo, il tris-trisavolo di Nietzsche vissuto all’incirca dal 1675 al
1739 non era un nobiluomo polacco, bensì il pubblico notaio
imperiale e ispettore generale delle gabelle delYElettorato Chri-
stoph Nietzsche, residente a Bibra (distretto di Ekkartsberga),
quindi un funzionario superiore delle imposte della Sassonia.
Anche suo padreflui pure di nome Christoph, è a noi noto:
era Colono c macellaio a Burkau, nella Lusazia superiore.

La sorella di Nietzsche segnala altresì un documento compi-


lato da un Nietzsche polacco a Genova o a Nizza nell'inverno
1883-84, che avrebbe avuto il titolo L'origine de la famille sei-
gneuriale de Nietz/ei l“. In questo caso Nietzsche dovette cader
vittima di una delle frequenti falsificazioni araldiche, giacche’ il
lessico nobiliare polacco in dieci volumi, Herbarz pois/ai, pub-
blicato a Lipsia da K. Niesiecki nel 1839-48, ignora affatto questo
nome nobiliare.

Per la verità è possibile che i Nietzsche (Niczen) emigrassero


dalla Boemia, e precisamente nel secolo XVI, ma nulla indica

I. Gli antenati 15

una commistione di sangue slavo; i più di duecento antenati


diretti di Nietzsche, alcuni dei quali risalgono al XVI secolo,
hanno tutti nomi tedeschi, anche nella linea di discendenza fem-
minile. Quanto al nome, esso ricorre nelle forme più varie:
Nietzsche, Nitsche, Nitzke, ecc., con straordinaria frequenza in
tntta la Germania centrale. I linguisti lo riconducono al nome
tli persona Nikolaus, Nick, pronunciato sotto l'influsso dello
slavo Nitz, Nitsch, ovvero all’antico alto tedesco nît = invidia,
in origine gelosia, odio.

Per quanto attiene alle citate dichiarazioni di Nietzsche, uno


studio delle occupazioni professionali dei suoi antenati produce
risultati notevoli: la maggior parte dei rami del suo albero
igenealogico passa dall'alta borghesia — vi troviamo pochi conta-
(lilli ——— alla professione di pastore protestante, alcuni già assai
anticamente, e da parte paterna complessivamente più ancora
(‘lìc da quella materna. Nietzsche proveniva dunque da quella
tradizione di case di pastori che si rafforzò mediante matrimoni
mn fanciulle di analoga discendenza e che, soprattutto nella
Svcvia e nella Sassonia-Turingia, produsse gran copia di geniali
talenti, di pensatori e di poeti o di entrambi.

ln particolare, questo passaggio dalla borghesia alla classe


ittlcllettuale umanistico-pastorale può essere esemplificato fra gli
ttntctiati di Nietzsche come segue:

l Nietzsche risiedettero per tre generazioni, all’incirca dal


i570 al 1650, a Burkau nella Lusazia superiore. Segue una gene-
razione, dal 1650 al 1706, di macellai e coloni nello stesso luogo;
It- successive due generazioni, dal 1660 al 1804, a Bibra, e qui
troviamo il già menzionato funzionario superiore delle imposte
tlt-lltt Sassonia. Suo figlio, il nonno di Nietzsche, Friedrich August
Lntlwig Nietzsche (1756-1826), passa poi alla condizione di
pastore e muore ad Eilenburg come sovrintendente. Suo figlio
Lntlwig, padre di Nietzsche, diventa pastore a sua volta e sposa
Frntiziska Oehler, figlia anch’essa di un pastore.

Da sei generazioni gli Oehler sono borghesi e macellai a


(in-ix (1600-1818). È il nonno materno di Nietzsche il primo
.I diventare ecclesiastico: è il pastore David Ernst Oehler a
Puhlcs, che incontreremo spesso. La nonna paterna di Nietzsche,
Ifnltntithc, che accompagnò un tratto della vita del nipote, era
ll.ll.‘l Krause. I Krause erano da quattro generazioni (1600-1740)
lmrghcsi e cappellai ad Eger e a Plauen, e il padre di Erdmuthe,

lo Par/c I. I rz/unzia c giovinezza

(lliristtiph Friedrich Krause (1740-1783), diventò a sua volta


ecclesiastico, tIYCÌclÌtICOHO a Reichcnbach (Vogtland).

La madre di suo marito, sovrintendente ad Eilenbttrg, pro-


veniva anch'essi‘ da una famiglia di pastori, essendo nata Herold.
Gli Ileroltl erano pastori da cinque generazioni (1600-1725).

La madre dclfarcidiacono Krause era nata Stauss. Suo padre


fu il primo pastore della famiglia, e le due generazioni prece-
denti (1626-1720) erano state di borghesi e falegnami a Rei-
chenbach nel Vogtland.

Questo breve panorama ci mostra come l'albero genealogico


di Nietzsche suffraghi chiaramente quanto Ernst Kretschmer
afferma circa la produzione di talenti, certo non programmatica
ma non per questo meno felice, nelle case di pastori tedeschi,
che egli così descrive m: « Dato che nei secoli passati la richiesta
di giuristi e medici con preparazione accademica era assai scarsa,
i teologi, che esercitavano anche l'insegnamento superiore, costi-
tuivano la massa numericamente di gran lunga più rilevante delle
professioni accademiche. [...] L'ammissione a questi studi veniva
regolata già nell'età scolaremediante una serie di prove assai
difIicili. Si effettuava una costante selezione dei talenti, che
riguardava sia i ragazzi della classe in questione, sia quelli che
provenivano da altre classi. E precisamente, questa selezione
avvenne per secoli quasi esclusivamente dal punto di vista uma-
nistico. Ossia, erano decisive soltanto le attitudini verbali e
logico-astrattive. [...] Le famiglie segnalatesi in questa selezione
umanistica si sposavano in grande prevalenza tra di loro nel-
l'ambito dellangusto territorio dei principati. [...] Non fa me-
raviglia che da questa selezione iniziata nel secolo XVI emer-
gesse nei secoli XVIII e XIX tutta una serie di nomi famosi,
di eccelsi talenti che recano pressoché esclusivamente questo
stampo unitario espressamente logico-verbale, che cioè entrano
nella storia spirituale della Germania come poeti o pensatori
o come un misto di entrambi». _

Anche la qui menzionata localizzazione di tali famiglie vale


per gli antenati di Nietzsche. Essi provengono, con pochissime
eccezioni, dallìtngusto territorio delimitato dalle Cittadine di
Langensalza, Sangerhausen, Eisleben, Eilenburg, Zwickau, Plauen,
Saalburg e Stadtilm. Vi si aggiunge Burkau nell'alta Lusazia,
situata 120 km a est.

Max Oehler, che noi qui seguiamo, come già detto, sotto-

l. Gli antenati 17
linea che la popolazione di questo territorio della Germania
centrale, che ha dato al mondo una straordinaria quantità di
personalità creative, costituisce una mescolanza di diverse stirpi
germaniche, alle quali si aggiunge una vena slava. « Questa con-
linua varietà di rapporti non ha mai fatto riposare il sangue del-
l‘uomo medio-tedesco. Vivacità e ardore, che degenera facil-
mente in eccesso di zelo, inquietudine e sete di novità, mobi-
liti‘: intellettuale e spirituale, esuberanza sentimentale e doti di
fantasia, eccessiva eccitabilità e tendenza alla sfrenatezza ne
conseguono come tratti distintivi della popolazione».

La brusca immediatezza con cui le « zone razziali» di questo


paesaggio passano l’una nell’altra fornisce da una parte il ter-
reno allo sviluppo particolarmente ricco del genio, dall’altra è
causa di tensioni individuali quanto mai violente in questi
uomini geniali, di un eccesso di pressione sentimentale, di un
equilibrio instabile, di una incessante irrequietezza cui corri-
sponde sul piano intellettuale, come Kretschmer espone, una
grande portata, versatilità e complicazione.

Anche di questa sua ricchezza così condizionata e della sua


pcrictìlosllà Nietzsche ha avuto coscienza, e l‘ha poi proiettata,
invero con un certo arbitrio, su figure storiche che gli erano
simpatiche (Al di làvvu, afor. 200): « Duomo di un'epoca di dis-
soluzione, sovvertitrice di razze, il quale incarnzf come tale l'ere-
tliià di una multiforme origine, cioè istinti e criteri di valore
nnlitetici e spesso non soltanto antitetici, in lotta tra loro e
raramente pacificati un siffatto uomo delle tarde civiltà e
ilcllc luci velate sarà in media un uomo piuttosto debole; il
suo più profondo desiderio è che abbia fine, una buona volta,
la gite-mi che lui stesso è. [...] Ma se in una tale indole il dis-
kltllfl e la guerra agiscono maggiormente come uno stimolo e un
lnrmicolio — e d’altr0-canto, in aggiunta ai suoi istinti possenti
n- inconciliabili, egli ha ereditato e coltivato una vera maestria
v finezza nel guerreggiare con se stesso, quindi la capacità di
«liumiiìarsi e raggirarsi: sorgono allora quegli esseri magicamente
itullerrabili e impenetrabili, quegli uomini enigmatici, predesti-
nnli ‘alla vittoria e alla seduzione, di cui le più belle espressioni
mm) Alcibiade e Cesare (a cui aggiungerei volentieri quel Fede-
iim II Hohenstaufen che a mio avviso è il primo europeo) e
tra pli artisti, forse, Leonardo da Vinci. Essi fanno la loro appa-
rizione proprio in quelle epoche in cui avanza sul proscenio il

18 Parla I. Infanzia e giovinezza

tipo più debole, con il suo desiderio di pace: i due tipi sono
intrinsecamente connessi e scaturiscono da identiche cause». Ma
assai più eloquente circa la sua stessa natura è la proposizione
seguente‘: «Le morali sono l'espressione di gerarchie, local-
mente delimitate, in questo molteplice mondo degli istinti; sic-
ché l'uomo non va in rovina per le loro contraddizioni. Dunque,
un istinto come padrone, il suo contrario indebolito, raffinato,
come impulso che fornisce lo stimolo per l'attività del1’istinto
principale. L'uomo superiore avrebbe la massima pluralità degli
istinti, e li avrebbe anche nell’intensità relativamente maggiore
che può essere sopportata. In realtà, dove la pianta uomo si
dimostra forte, si trovano potenti istinti contraddittori (per
esempio Shakespeare), ma repressi ». [.,.] «I più grandi hanno
forse anche grandi virtù, ma proprio in tal caso anche il loro
opposto. Io credo che il grande uomo, l'arca con la grande ten-
sione, sorga proprio dall'esistenza degli opposti e dal sentimento
dei medesimi » “E
Se nell'ambito del paesaggio conchiuso che abbiamo delineato
per gli antenati di Nietzsche confrontiamo l'albero genealogico
di altri uomini importanti, si giunge al sorprendente risultato
che un numero finora insospettato di personalità notevoli sono
consanguinee, che nelle loro linee di ascendenza compaiono sem-
pre le stesse famiglie, ovviamente con un salto in media di 200
anni, ossia di sei-sette generazioni all'indietro.

Gli studi di Oehler hanno accertato una parentela ancestrale


di Nietzsche con i seguenti uomini eminenti:

1. Con Ricbard Wagner; le madri erano consanguinee. L'an-


tenato comune è il borgomaflro di Saalburg a sud di Schleiz
Caspar Spòrel (Spòrl), vissuto dal 1530 al 1600 circa. Questo
dato finora poco noto aggiunge una nota caratteristica alla storia
dell'amicizia tra Nietzsche e Wagner e della loro rottura, che
ebbe tanta importanza per la vita di Nietzsche.

2. Col poeta Johann Elias Schlegel e i suoi nipoti, i proto-


romantici Augusr Wilhelm e Friedrich Schlegel, per parte di
padre da entrambi i lati. L'antenato comune è il pastore di
Dresda Martin Schlegel, vissuto dal 1581 al 1640.

3. Col feldmaresciallo Neithart von Gneisenau, per parte


di padre da entrambi i lati. L'antenato comune è Georg Schmid,
consigliere comunale di Schleiz, vissuto dal 1550 al 1606 circa.

4. Con lo storico e giusnaturalista Samuel von Pufendorf,

I. Gli an/enali 19

C
per parte di madre da entrambi i lati. L'antcnato comune è il
borghese e cimatore di panni Thomas Hickmann, vissuto dal
1570 al 1635 circa a Dippoldiswalde.

5. Col poeta e consigliere ecclesiastico Julius Sturm, la cui


madre, cosi come il padre di Nietzsche, discendeva dal pastore
Johannes Herold, vissuto dal 1644 al 1715 a Huteroda.

È quanto mai verosimile che ulteriori studi mettano in luce


un rapporto tra gli antenati di Nietzsche e quelli di Goethe.
L'eCcessivo zelo di simili ricerche indusse già ai tempi di Nietzsche
a divertenti conclusioni e identificazioni errate, come quando,
nel luglio 1887, l'Archivio Goethe d'improvviso identificò la
nonna di Nietzsche Erdmuthe, nata Krause, con la « Muthgen »
di Goethe. Ma la supposizione andò subito in frantumi, quando
si dimostrò che le due erano vissute in periodi distanti una gene-
razione circa. Lo stesso Nietzsche rise della mistificazione e ne
scrisse divertito agli amici Overbeck e Peter Gast.

Se tra gli antenati di Nietzsche cerchiamo talenti particolari,


non troviamo alcunché di rilievo. Un certo talento per la musica
è dimostrato dal padre, ed è riconoscibile anche nella famiglia
della madre. Letterariamente si distinse soltanto uno dei nonni,
il già menzionato Friedrich August Ludwig Nietzsche, inizial-
mente pastore a Wolmirstedt, poi dal 1803 sovrintendente ad
Èilenburg. Nel 1817 ricevette, grazie ai suoi scritti, il titolo di
dottore in teologia dall'Università di Koenigsberg. Mori il 16
marzo 1826. Quindi Nietzsche non lo conobbe, e probabilmente
nemmeno i suoi libri. Tuttavia gli dedichiamo qualche attenzione
perché i suoi scritti ci presentano un profilo spirituale relativa-
mente chiaro e ci ofirono la possibilità di verificare in qual mi-
sura si delinei in essi un'ascendenza intellettuale di Nietzsche,
c quanto una sua aflermazione del 1886 si attagli al suo stesso
caso‘: « Si è figli dei nostri quattro nonni assai più che dei
tmstri due genitori. Ciò dipende dal fatto che nel tempo in cui
vcitimmo generati i genitori per lo più non si sono ancora bene
osservati. I germi del tipo dei nonni maturano in noi, e nei
imsiri figli i germi dei nostri genitori».

'l'ra gli scritti di questo nonno, la cui nobiltà e dottrina


vii-ne particolarmente sottolineata dai contemporanei, sono note-
voli due: Conlrilmli alla promozione di un modo di pensare
rugimicivri/t‘ sulla religione, l'educazione, il dovere dei sudditi e
l'un/ori: del prossimo (Weimar 1804)” e Gamaliel o la perpe-

20 Pane I . In/unzm e giovinezza

luirà del Crirriuncriruo, per rervire da zarlzmaestramvrtto e placare


l'arma/e fermenla nel "ronda dei teologi (Lipsia 1796)“.

La seconda opera risente chiaramente l'influsso dell'illumi-


nismo contemporaneo, ma non nc supera i limiti. Quindi cal-
deggia la libera interpretazione del testo biblico e la critica
biblica, ma respinge ogni dubbio circa le verità fondamentali
del cristianesimo. Risaltano soltanto —— soprattutto in questa
epoca — lo stile immaginoso, il vigore verbale, l'acume e una
passione spirituale, una saldezza morale superiori alla media.
Così leggiamo: « Lo spirito umano non è un flemmatico che se
ne sta tutto il giorno sul suo divano imbottito, in pigra indo-
lenza, dormendo e sognando, e anche quando riceve dallesterno
una scossa abbastanza energica e spiacevole si ridesta soltanto
a metà, sbatte le palpebre, cerca una posizione più comoda, sba-
diglia e si riaddormenta. Piuttosto, lo spirito umano è sempre
attivo e operoso come Dio che è suo padre ed archetipo. Con—
tinua incessantemente a pensare, rielabora i concetti che già
possiede, modifica le sue idee, le sviluppa di quando in quando
sempre di più, aumenta la massa delle proprie cognizioni, agogna
una luce sempre più chiara e ristoratrice e infrange con sdegno,
con vigore e coraggio i ceppi vergognosi con i quali si vuole
trattenerlo e impedirlo nel suo progresso, nel suo anelito verso
la verità ».

Questo è puro spirito nietzschiana, anche se naturalmente


qui manca il coraggio di arrivare alle estreme conclusioni che
contraddistingue il nipote. È anche prefigurata la forza, la gioia
delimita-superamento del nipote: « Non si conviene a un uomo
di eletto sentire sospirare e piangere continuamente: piuttosto,
egli deve essere del tutto indifferente, non dare alcun peso al
suo dolore, mostrarsi più forte della sofferenza e anche sotto
i colpi più duri e dolorosi del fato, comportarsi come se non
gli fosse accaduto alcunché di spiacevole».

Di questa pasta erano gli uomini la cui eredità Nietzsche


sentiva di incarnare, anche se di loro non sapeva quasi nulla,
contrariamente agli altri tre nonni, che ritroveremo durante la
sua infanzia.

Tra gli altri antenati sono da ricordare ancora alcuni uomini


di intelligenza, intraprendenza e forza creativa superiori alla
media, ad esempio il successore di Herder a Weimar, il sovrin-
tendente generale Johann Friedrich Krause, ex professore alla

I. Gli uri/anali 21

Università di Kònigsberg, fratello della nonna Erdmuthe. Un


altro Krause di Plauen ci viene segnalato come «fondatore del
commercio dei ricami della Sassonia».

Tra gli Oehler, se ne distingue uno nella seconda metà del


'700, «consigliere delle finanze dellTjlettor-ato di Sassonia, si-
gnore, feudatario e giudice di Frankenhairsen e Schiedel», fon-
datore dellîndustria tessile a Crimmitschau.

Ma la casa del pastore evangelico fu quella che impresse il


suo marchio alfascendenza spirituale di Nietzsche. Essa deter-
mina e domina tutta la sua prima infanzia e gli inizi della sua
evoluzione.

II

LA CASA PATERNA
E I PRIMI ANNI DI SCUOLA

Karl Ludwig Nietzsche, padre del filosofo, era il figlio mi-


nore del già più volte menzionato sovrintendente di Eilenburg,
Friedrich August Ludwig Nietzsche e della sua seconda moglie
Erdmuthe, nata Krause. Quando nacque, il 10 ottobre 1813,
suo padre aveva già 57 anni, la madre invece solo 35. Il padre
morì a settant’anni, il 16 marzo 1826, quando Ludwig Nietzsche
non aveva ancora 13 anni. La madre Erdmuthe sopravvisse al
suo figlio più piccolo e fece in tempo a svolgere un ruolo impor-
tante nei primi dodici anni di vita di Friedrich Nietzsche l".

Karl Ludwig Nietzsche, il padre di Friedrich Nietzsche, aveva


studiato teologia a Halle. Si era distinto sia per l’« eccellente
profitto» sia per il suo « carattere devoto, serio, modesto », e
aveva stiperato a tempo debito i suoi esami. In seguito fu dap-
prima precettore presso un capitano di Altenburg, poi istitutore
alla corte ducale della stessa città. Le sue allieve, le tre princi-
passe: 'l'heresc, Elisaheth, in seguito granduchessa di Oldenburg,
e Alexandra, in seguito consorte del granduca Costantino di
Russia, conservatorio di lui un caro ricordo e dopo la sua morte
prematura aiutarono la vedova. Del servizio a corte egli con-
servò l’amore per i vestiti eleganti e la cortesia del tratto,
che trasmise al figlio Friedrich. I suoi sentimenti monarchici
vennero ulteriormente rinforzati quando, nel 1842, ottenne « per
augusto comando» del re di Prussia Friedrich Wilhelm IV, che
Io aveva conosciuto tramite la corte di Altenburg, il posto di
pastore del villaggio di Ròcken presso Liitzen, e poté metter su
casa insieme alla madre Erdmuthe e alle due sorelle Auguste
e Rosalie.

II. La casa palcma e i primi anni di scuola (184458) 23

Nelle sue visite di presentazione nelle case dei pastori vicini,


quest'uomo alto e snello, dagli occhi scuri, giunse anche a Pobles,
a un'ora di distanza da Rocken, dal suo collega David Ernst
Oehler. Qui il giovane pastore di Ròcken destò impressione per
i suoi << sopraffini vestiti di panno nero e lucido, di una qualità
che certo si porta soltanto a corte ». Tra gli undici figli di questa
tipica famiglia di pastore di campagna gli saltò subito agli occhi
la sesta, Franziska o Frànzchen, nata il 2 febbraio 1826, quindi
allora in età di diciassette anni. Da vecchia, essa scrisse con stile
vivace, disinvolto e naturale le sue memorie di quei tempi. «In
allegro conversare si bevve il cafiè, poi invitammo il signor
pastore, già a noi noto come pianista, a improvvisare, cosa che
quel giorno fece con particolare bravura. Dopo andammo in giar-
dino, dovc mi chiese di raccogliergli un mazzo di fiori, e anche
un gambo di finocchio, il cui profumo diceva di amare... ».
Così continuò quesfidillio Biedermeier, e dopo un appro-
priato periodo di fidanzamento, il 10 ottobre 1843, trentesimo
compleanno di Ludwig Nietzsche, le nozze vennero celebrate a
Ròcken. Il giovane sposo, di soiito assai misurato, anzi alquanto
solenne, diede prova in questa circostanza di un temperamento
focoso. Tenne « un discorso di ringraziamento ai convenuti, ma
volle che anche la Sposina gli fosse a fianco in quel momento nel
vano della porta, che era elevata di alcuni gradini. Perciò aprì
a forza l'altra metà della porta, che non veniva mai aperta e
che probabilmente era marcia, al che l'intero scomparto inferiore
andò in pezzi».

Dopo il viaggio di nozze dai congiunti di Ludwig Nietzsche


a Plauen, di cui il giovane pastore era il beniamino, essendo il
più piccolo di casa, ebbe inizio la vita quotidiana a Riicken, che
per Franzìska Nietzsche non era troppo facile. L'ambiente dome-
stico in cui era entrata si distingueva notevolmente, malgrado
tutte le somiglianze esteriori, dalla casa paterna di Pobles. Suo
padre David Oehler, il nonno materno di Friedrich Nietzsche,
era un ecclesiastico di tipo del tutto diverso dal nonno Nietzsche
di cui abbiamo già parlato. Figlio di un povero tessitore di Zeitz,
aveva avuto una giovinezza dura, finché non divenne pastore a
Pobles, posto che occupò fino alla morte, avvenuta nel suo set-
tantaduesimo anno. Poco dopo la sua nomina a pastore aveva
sposato un buon partito: Wilhelmine, figlia del feudatario Hahn
di Wahlitz, commissario delle finanze dell'Elettorato di Sas-

24- Pur/u I. {Ii/anzi}: e giovinezza

sonia, così ftICUlIUhO da dare alla figlia in dote equipaggio,


cocchiere e cuoca. Da questo matrimonio erano nati undici figli,
dei quali, come già detto, Franziska era la sesta. Gli Oehler
erano in generale una stirpe longeva e feconda, di grande vita-
lità. Ma c’erano anche delle eccezioni, segnalate già da P. J.
Mòbiusw: << [...] alcun.i fratelli della signora Nietzsche sareb-
bero stati psichicamente anormali; in particolare, una sorella si
sarebbe uccisa, urfialtra sarebbe impazzita. A ciò si aggiunge che
nell’esta1e del 1901 anche il fratello sessantottenne ebbe a sof-
frire di un disturbo mentale. La signora Nietzsche ebbe poi una
volta ad accennare che uno dei suoi fratelli era morto in una
‘ casa di cura per malattie nervose’. [...] La consorte del dott.
Fòrster ‘i [...] replicò che non sapeva nulla di malattie mentali,
che doveva esserci un errore. che una cosa sola era giusta, ossia
che alcuni dei fratelli Oehler avevano ‘ un che di originale ’, e
uno di essi tendeva alla melanconia ». La signora Fòrster tacque
qui quanto aveva soppresso anche nell'edizione delle lettere di
Nietzsche a sua madre. Per la morte dello zio, il pastore Theo-
bald Oehler, avvenuta nell’estate del 1881, le aveva scritto m:
« Era un uomo così mite e buono, il nostro Theobald, severo con
se stesso eppure non un fanatico; lo ritenevo il migliore degli
Oehler. Chissà che la causa principale dei suoi disturbi nervosi,
più che la sua teologia, non fossero i rimedi ciarlataneschi della
suocera.‘ Ha preferito la morte al manicomio, e probabilmente
ha fatto bene. Penseremo sempre a lui con commozione ». Per
questa lettera la madre lo rimproverò, e pochi giorni dopo (13
luglio 1881) egli cambiò espressioni '2": «Sì, suona più verosi-
mile così: il povero Theobald ha voluto prendere un bagno in
uno stato di eccitazione nervosa (per calmarsi), e nel far ciò un
colpo lo ha stroncato. È una cosa che accade ahimè troppo
spesso ».

E l’anno successivo si trova, nella lettera dell’l1 marzo 1882


a Paul Rée, perfino Vinrerpretazione”: «Pensi che l’estate
scorsa uno dei miei parenti più prossimi venne Colto da un
analogo attacco nel bagno, e poiché nessuno si trovava nelle
vicinanze, annegò ». Spiegare una penosa disgrazia familiare come
« colpo apoplettico >> o simili, rifarsi a questo precedente qual-

* Beninteso, la sorella di Nietzsche, Elisabeth [N.z1.C.].

II. La cura pulema e i primi armi di scuola (184458) 25

che anno più tardi nel caso di suo fratello, per la signora Fòrster
eta cosa più che ovvia!

La tenuta del pastore a Pobles, situata in disparte dal vil-


laggio sopra uifaltura, spaziava liberamente al di là dell’en0rme
frutteto verso i campi di battaglia di Lipsia, Liitzen e Grossgòr-
schen, e doveva essere più tardi la meta di molte settimane di
vacanze di Friedrich Nietzsche ragazzo. Con le sue stalle e i fie-
nili, i granai e il forno, assomigliava più a una masseria che a
una canonica. E il pastore di Pobles, pur con la sua sincera
devozione, non era un sedentario e tanto meno un bigotto pie-
tista come molti dell'epoca sua. Per sfamare la schiera dei figli
e poter soddisfare il suo piacere delle brigate, mandava avanti
personalmente con due cavalli, mucche e maiali la tenuta annessa
alla canonica, andava a caccia a cavallo seguito dallo staffiere
e non disdegnava nemmeno una partita con i proprietari vicini.
Il suo ritratto ci guarda fresco, virile, energico eppure intelli-
gente e non privo di umorismo. Oltre alla professione, aveva
i più vivi interessi intellettuali: suonava il pianoforte e coi figli
e gli ospiti faceva musica in casa, eseguendo perfino opere come
la Creazione di Haydn. Un accentuato impulso pedagogico, quale
dimostra fin dal principio anche Friedrich Nietzsche, si indiriz-
zava soprattutto alla numerosa figliolanza, che per lui, come per
la madre, aveva il massimo rispetto e li obbediva puntualmente.
La sua predilezione andava k1 una biblioteca insolitamente vasta
con opere validissime, per nulla limitate alla sola teologia. Qui
è possibile che lo scolato Friedrich Nietzsche, così avido di let-
ture, prendesse la prima volta un volume di Stifter dallo scaffale
per immedesimarvisi in qualche tranquillo angolo del frutteto,
fra lo stormire degli olmi che delimitavano la tenuta dalla parte
del villaggio.

Non stupisce che, dati i suoi molteplici interessi, David Ernst


Oehler non venisse considerato clai superiori un pastore modello
come il collega Nietzsche, anche se non era da sottoporre a una
seria censura. In una « nota personale» del suo sovrintendente
Fòrster dell’anno 1838 si legge: «Circa il suo carattere non
posso dire nulla di negativo. Come predicatore presume troppo
di sé; infatti improvvisa, per la verità non felicemente. Non ho
avuto occasione di verificare le sue cognizioni. Insieme ai suoi
ligli egli suole istruire anche altri ragazzi, e ciò prende gran

26 Par/e I. In/zmzia e giovinezza

parte del suo tempo. Non è freddo, ma potrebbe esser più calo-
roso. Talvolta ha mancato della giusta accortezza pastorale. Una
certa austerità sua propria respinge più che attrarre, eppure
quanti lo conoscono sanno che non è un segno di cattiveria. [...]
Sulla sua vita non si può obiettare nulla. La comunità non gli è
realmente aHezionata. E. di recente, durante un’ispezi0ne locale,
ho dovuto rimproverare ad alcuni che avevan preso la parola,
di aver rispolverato, cosi offendendolo, una spiacevole contro-
versia (provocata esclusivamente da dichiarazioni fatte incauta-
mente dal pulpito) venuta parecchi anni fa a conoscenza del
reverendissimo Concistoro ».
Sembra dunque che il pastore Oehler fosse un uomo di tem-
peramento, non sempre dotato della mite pacatezztt della sua
professione. Ma egli stesso doveva conoscere bene e combattere
questo suo carattere impetuoso. Ne è testimonianza una notizia
che traiamo dalle annotazioni di suo figlio Oskar Ulrich: «Se
mio padre era irritato per qualcosa, non ci spendeva parole,
bensì si metteva a scrivere; di solito sfogava tutta la collera,
tutta l’amarezza sui foglietti. E in questi Casi soleva dire: ‘La
carta è paziente, sopporta ogni cosa ’. Ma poi riponeva con molta
cura lo scritto in un posticino segreto della sua scrivania. Lì
esso riposava a lungo e non veniva spedito». Vedremo più tardi
che questi violenti imperi di collera e la stessa consuetudine di
farli sbollire si ripetono in suo nipote Friedrich Nietzsche, senza
che questi fosse a conoscenza dellîndole del nonno.

Se il pastore Oehler doveva domare gli scoppi del suo tem-


peramento focoso e del suo poco ecclesiastico spirito battagliero,
ciò si rendeva doppiamente necessario, perché sua moglie Wil-
helmine aveva una natura altrettanto passionale e sfogava libe-
ramente la propria focosità. « Qualche volta — scrive suo figlio —
assomigliava a una fiaschetta di polvere, facile a esplodere; ma
dopo Vesplosione si sentiva sollevata, e tutto tornava a posto ».
Tra i nipoti, quella che ereditò maggiormente questa qualità fu
la sorella di Nietzsche, Elisabeth, con la diiîerenza che era anche
difficile placarla. Per il resto, è possibile che tra i motivi del
carattere impetuoso di nonna Oehler vi fossero due difetti fisici
che la fecero certamente viziare nella casa paterna più di quanto
si usasse allora nelleducazione dei figli: fin dallînfanzia aveva
una gamba più corta in seguito a un incidente provocato dalla
negligenza della sua bambinaia, e aveva un occhio accecato dal

I I. La cura paterna e i primi anni di xcuola (1844-58) 27

vaiolo. Ma questi difetti non le impedirono affatto di mandare


avanti con la massima efficienza ed energia la sua casa di Pobles
e di allevare in piena salute tutti isuoi undici figli. Era instan-
cabile nel lavoro e nelle faccende domestiche; queste non le
lasciavano il tempo per le tenerezze nei confronti dei figli. Ma
vegliava su di loro con sano giudizio e sapeva comprendere le
peculiarità di ciascuno, così come doveva essere in generale una
donna intelligente, che sapeva osservare con sguardo acuto e
«descrivere quanto aveva osservato in un modo che era tutto
suo » —— dote che possedeva anche la figlia Franziska. Come suo
marito e i suoi fiorenti figlioli, non faceva alcun conto della
medicina, sicché un medico amico dei dintorni soleva dire: « Se
un dottore volesse guadagnarsi da vivere con voi, dovrebbe
arrivare fino a Bautzen con un carro trainato da cani», Se qual-
che volta si sentiva male qualcuno, veniva curato con acqua
gelata, impacchi e pezze fredde, anzi il pastore Oehler era con-
siderato in tutta la contrada l’uom0 dell’acqua, di cui si chiedeva
il consiglio nei casi in cui i medici disperavano di un ammalato.

Questa avversione dei genitori per tutta la medicina accade-


mica venne ereditata da Franziska, al pari dell'amore per la
natura, per le levate mattiniere e per gli esercizi fisici. Era
quindi ancora una vera creatura selvatica quando sposò non
ancora diciottenne il pastore Nietzsche di Ròcken. Era graziosa,
eccezion fatta per la fronte piuttosto vasta e angolosa, e aveva
grandi occhi castani, che guardavano ancora il mondo con molta
ingenuità infantile. La sua istruzione era lacunosa, come di regola
allora per le figlie nelle case dei pastori. Il suo tedesco molto
vivace e chiaro mancava di sicurezza grammaticale e ortografica,
di latino e di francese conosceva qualche parola, colta al volo
quasi per gioco; ma sapeva calcolare a mente, aveva giudizio
sano e incorrotto, senso pratico e buona memoria. Fin dai primi
anni il padre, il quale «sapeva porgere magistralmente e aveva
lo splendido dono di rappresentare fatti e persone con icastìca
plasticità», l'aveva educata alla poesia e a innocenti rappresen-
tazioni teatrali di ogni genere, ed essa recitava poesie con voce
armoniosa. Ma soprattutto le era stata inculcata Pobbedienza e
la modestia, oltre a una incrollabile religiosità, che insieme al
naturale spirito di adattamento la aiutò a superare ogni difficoltà
della vita.

Così, Franziska riuscì a inserirsi senza troppe difficoltà inte-

28 Par/e I. lit/inizia e giovinezza

riori ed esteriori nella casa del marito più vecchio di lei di più
di dodici anni, anche se in questa casa c'era un’atmosfera del
tutto diversa da quella di Pobles; e inizialmente il suo compito
precipuo fu per l'appunto quello di inserirsi, giacche’ la casa in
cui ‘arrivava aveva già una sua precisa struttura.

Ludwig Nietzsche aveva preso con sé sua madre Erdmuthe,


e la distinta vecchia signora, silenziosa e di salute alquanto mal-
ferma, dal piccolo volto fine e pallido, con i begli occhi scuri e
i capelli di un nero corvino, che non incanutirono fino alla più
tarda età, era la vera padrona di casa, ai cui desideri ciascuno
si confermava.

Del governo della casa si occupava, insieme alla vecchia


esperta domestica Mine, la sorellastra di Ludwig Nietzsche, la
«buonissima » Auguste, mentre la sorella Rosalie tendeva a col-
tivare interessi spirituali, occupandosi di questioni caritatevoli
ed ecclesiastiche e interessandosi di politica a tal punto da leg-
gere la «Vossische Zeitung » di Berlino — cosa inaudita per
le signore dell'epoca. Era sempre trialaticcia e molto irritabile.
Già all’epoca del fidanzamento aveva messo in imbarazzo la gio-
vane Franziska dicendole che per via dei suoi nervi non riusciva
a godere la bella vista dalla canonica. «La parola nervi — rac-
conta Franziska — non l’avevo mai sentita, e mi sembrò di
essere tanto stupida a ignorarne il significato. Ma quando i nostri
ospiti se ne furono andati, raccontai alla mamma la conversa-
zione avuta con la signorina Nietzsche e le chiesi che cosa mai
fossero questi ‘nervi’. Nemmeno la mamma seppe darmi sul
momento una risposta giusta e disse: ‘Credo che sia una debo-
lezza generale o qualcosa del genere ’ >>.

Ma Franziska, figlia della natura, si adattò con tatto a questa


atmosfera cittadina e alquanto malaticcia. Guardava con ammi-
razione le tre donne, anche se Rosalie con i suoi nervi irritabili
non le rendeva la vita facile. Se qualche volta si arrivava a di-
scussioni, nelle quali il suo temperamento le prendeva la mano
e affiorava la sua caparbietà, il marito, molto sensibile, ne risen-
tiva talmente da ritirarsi nel suo studio senza mangiare né bere.
Ciò bastava per ridurre al silenzio e alla pace la giovane moglie,
che lo amava e ammirava. Per il resto, essa era felice quando
il marito di tanto in tanto la strappava alla sua inattività e faceva
dei viaggi con lei, a Dresda o nella Svizzera tedesca o dai parenti.

I I . La ram paterna e i primi armi di scuola (1844-58) 29

Quando poi vennero i figli, anche la sua vita cominciò ad essere


piena.

Un anno dopo le nozze, il 15 ottobre 1844, la giovane donna


non ancora diciannovenne partorì, dopo una gravidanza normale,
un figlio sano. Il padre, oltremodo felice, diede al bimbo, che
era nato proprio nel giorno genetliaco del suo venerato sovrano,
il nome di questo, Friedrich Wilhclm. Caratteristica della sua
natura esuberante e del suo stile è la parte finale del suo discorso
per il battesimo “s: « O benedetto mese di ottobre, in cui sono
accaduti, in anni diversi, gli eventi più importanti della mia
vita, quello che io vivo oggi è però il ‘più grande e splendido:
debbo battezzare il mio figlioletto! O beato momento, o pre-
ziosa cerimonia, o compito indicibilmente sacro, io vi benedico
nel nome del Signore! Col cuore profondamente commosso io
pronuncio: orsù, portatemi il mio ‘caro figlio, perché lo consacri
al Signore. Figlio mio, Friedrich Wilhelm, cosi sarai chiamato
sulla terra, in memoria del mio reale benefattore, nel cui giorno
genetliaco tu sei nato».

Questo pathos, che egli amava anche in altre occasioni,


apparve « alquanto eccessivo» perfino al consigliere concistoriale
suo preposto, il quale però nella sua «nota personale » scriveva:
«Uomo amabile, entusiasta per il suo ministero, predicatore e
catecheta di talento. Condotta del suo ufficio: lodevole sotto
ogni rispetto. Attivo e capace. Di vita pia, generalmente amato
c stimato ».

Oltre alle incombenze del suo ministero, Coltivava la musica


con passione e sapeva improvvisare magistralmente al pianoforte.
Come l‘acceso paretismo, sembra che gli fosse propria anche una
tendenza al fanatismo. Così, subito dopo il matrimonio, egli
sposò con entusiasmo le idee di Hahnemann e i suoi metodi
curativi omeopatici. «Il mio Ludwig ora si è fatta venire una
larmacia omeopatica — scrive la moglie nel suo diario —, con
la quale adesso vuol curare tutto quanto sa di malattia; io però
mi sono esclusa dalle sue cure, dato che quando sto male ho
un sicuro rimedio ncll’acqua».

La benetlizitme dei figli sembrava voler continuare. Il 10


luglio i846 nacque gigli sposi una figlia, battezzata Elisabetb
da una delle principesse allieve del padre, e nel febbraio 1848
un secondo figlioletto. cui venne messo il nome di Joseph.

3t) Par/e I. lit/Milia e giovinezza

Ma la predilezione del padre andava al figlio maggiore, che


cresceva bene. Solo, non parlò al momento giusto, ma questa
facoltà comparve ben presto, quando Pesperto medico di fami-
glia, che veniva spesso per Rosalie, fece notare alla madre che
prestava troppa attenzione a ogni segno del figlioletto, toglien-
dogli così la necessità di aprir la bocca.

Il padre si occupava volentieri del suo primo nato durante


il tempo libero, appena fu in grado di parlare. Il figlio non lo
disturbava nel suo studio, quando stava a guardarlo lavorare
« muto e pensieroso », come scrive la madre. Ma il bimbo era
proprio rapito quando il padre sedeva a improvvisare al piano-
forte. Già a un anno il piccolo Fritz, come tutti lo chiamavano,
soleva alzarsi nella sua carrozzina in tali occasioni, ascoltare in
profondo silenzio e non perdere d’0cchio il padre. Ma per il
resto, nei suoi primi anni non fu sempre un bravo bambino.
Quando qualcosa non gli andava, si gettava a terra sulla schiena
e scalciava per il furore. Ma il padre dovette intervenire ener-
gicamente; giacché il bimbo rimase ancora per lungo tempo
caparbio e ribelle quando gli si negava qualcosa che desiderava,
ma smetteva di chiedere, si ritirava senza una parola in qualche
angolino o al gabinetto, dove smaltiva la sua rabbia da solo.
Tutte le testimonianze del Nietzsche maturo dimostrano che
in questi primi anni d’infanzia si creò un profondo legame spi-
rituale col padre che lo accompagnò per tutta la vita, un legame
che gli tornò sempre presente alla coscienza in ogni punto cri-
tico della sua evoluzione, e che era molto più forte e intimo del
vincolo più animale che lo legava alla madre. Fonclandosi su quel
legame e su quanto del padre aveva sentito dire più che appreso
direttamente, egli si crea in seguito un’immagine stilizzata, quale
è espressa ad esempio in una lettera a Overbeck del 14 settembre
1884, dove parla della compassione come del suo più grande
pericolo": «Forse è la brutta conseguenza della rlraordinaria
natura di mio padre, che tutti quanti lo conoscevano annovera-
vano più tra gli ‘angeli’ che tra gli ‘uomini’ ». E in forma
ancora accentuata nelYEcce boma 5: « Considero un grande pri-
vilegio aver avuto un tale padre: mi sembra addirittura che ciò
spieghi tutti gli altri privilegi che ho avuto —— eccetto la vita,
il mio grande sì alla vita. A lui debbo soprattutto la mia capa-
cità di entrare inavvertitamente in un mondo di cose alte e
delicate, senza bisogno di volerlo, ma semplicemente per aver

II. L: cara pn/ema e i primi anni di ram/a (1844-58) 31

saputo aspettare: in quel mondo io mi sento a casa, solamente


là si libera la mia passione più intima ».

Ne].l’anno 1848 l’idillio nella casa del pastore ebbe brusca-


mente fine. La rivoluzione aveva fatto sentire soltanto le sue
ultime ripercussioni nel villaggio isolato, di essa il bimbo di
quattro anni non aveva visto che qualche carro imbandierato
con giovani che cantavano, ma gli avvenimenti scossero profon-
damente il padre, sincero monarchico. Quando lesse sul giornale
che il re si era mostrato al popolo a Berlino con la coccarda della
rivoluzione sul cappello, scoppiò in lacrime e si ritirò per ore
nel suo studio. E in seguito proibì ai suoi di parlargli in futuro
della cosa. Tuttavia la vita continuò a Ròcken senza mutamenti,
finché il padre alla fine di agosto si ammalò e il 30 luglio del-
l’anno seguente, 1849, soggiacque al suo male.

Sulla natura di questa malattia si è molto favoleggiato e


discusso, soprattutto nella controversia sulle cause dell’ottene—
bramento spirituale di Nietzsche nel 1889. Quando, nel 1890,
Ola Hanson, basandosi su una comunicazione del professor
Heinze, affermò la prima volta che la malattia mentale di
Nietzsche era ereditaria e che suo padre ne era già morto, la
madre di Nietzsche si levò subito a contestare con vigore: suo
marito aveva preso il suo « male al cervello per una caduta da
una scala di pietra, ma non era Ima‘ stato folle » (a Carl Fuchs,
il 6-11-1890). Pochi giorni prima definisce a Gast questa malattia
un « rammollimento cerebrale». Uafîermazione che la causa del
male fosse una caduta dalla scala in pietra della casa è stata poi
sempre ripetuta da sua figlia Elisabeth in numerose pubblica-
zioni. Essa è indubbiamente vera nel senso che Ludwig Nietzsche
morì in effetti di un rammollimento cerebrale, che non è eredi-
tario, a prescindere dal fatto che la malattia, almeno nelle sue
manifestazioni, ebbe inizio solo quattro anni circa dopo la nascita
del figlio. Per la verità Mòbius riferisce che la madre dichiarò
al medico di famiglia Gutiahr che Ludwig Nietzsche aveva già
avuto «i suoi attacchi» prima di ammalarsi. Di quando in
quando si accasciava sulla poltrona, senza parlare, con lo sguardo
fisso davanti a sé, e in seguito non ricordava nulla dell’attacco.
Mòbius li interpreta come piccoli attacchi epiletticim’.

Di fronte a queste vaghe indicazioni, noi qui ci atteniamo


a due testimonianze messe per iscritto subito dopo la morte di
Ludwig Nietzsche. La prima proviene da Friederike Dachsel,

32 Par/u l. In/auziu e giovinezza

una sorellastrzt di Ludwig Nietzsche, in una lettera da lei indi-


rizzata nell'agosto 1849 al figliastrt) August, l'altra è un verbale
del sovrintendente Wilke, superiore del defunto, datato 19 marzo
1849, dunque ancora durante la malattia. In quesfiultimo si
legge: a Sofire fin dallo scorso autunno di esaurimento nervoso
e di una affezione al cervello, sicché ha avuto bisogno prima
dell’aiuto, poi della totale sostituzione da parte dei confratelli.
Già in precedenza avrei dato debita comunicazione di ciò, se da
un canto nel primo periodo non ci si fosse attesa di settimana
in settimana una ripresa del malato, mentre nel secondo, quando
intervennero preoccupanti attacchi di convulsioni e il morbo pare
si sia trasformato in ratmnollinzctzlo cerebrale, si aspettava, stando
al giudizio dei medici, parimenti di settimana in settimana la
sua dipartita »; d'altro canto c'era ora di nuovo una tenue spe-
ranza di miglioramento.

Friederike Dîichsel scrive che la morte intervenne il 30 luglio


alle 3 e 49 di mattina. «Il cranio è stato aperto e si è confer-
mato che è morto di un rammollimento cerebrale, che aveva già
preso un quarto della testa ». « Rammollimento cerebrale» era
stata anche la diagnosi formulata dal medico curante Oppolzer,
di Lipsia. Il 30 luglio viene anche indicato come giorno del
decesso dal sovrintendente Wilke nella sua relazione finale del
3 agosto 1849.

Queste due relazioni ignorano una caduta dalla scala, e lo


stesso Friedrich Nietzsche non ne fa parola nelle sue prime
annotazioni autobiografiche del 1858 e del 1861. Scrive piut-
tosto, durante il periodo agosto-settembre 1858 “: «Nel set-
tembre 1848 il mio amato padre cadde improvvisamente malato
di mente», frase che sua sorella, nella prima pubblicazione di
questa annotazione, nel primo volume della sua grande biografia
di Nietzsche, uscito nel 1895 s‘, ha modificato come segue: « Nel
settembre 1848 il mio amato padre, in seguito a una caduta,
si ammalò di colpo gravemente». Davanti a una così disinvolta
falsificazione delle fonti saremmo tentati di credere che una
fuble convenire sulla morte del padre dovesse venire imposta
alle generazioni successive, e che un maggior peso sia da dare
alla notizia della madre sugli « attacchi» del marito prima della
malattia vera e propria e a quella di Wilke sull‘« esaurimento
nervoso e affezione al cervello» che precedettero il rammolli-
mento cerebrale.

H. La casa pur/ama e i primi armi di scuola (184458) 33

Secondo una comunicazione verbale di Max Oehler a Wei-


mar, la sezione del cranio dimostrò unîntumescenza del cervello;
poteva quindi trattarsi di un tumore cerebrale, che avrebbe pro-
vocato anche gli «attacchi» precedenti, in ogni caso di una
malattia organica, come aiîermò anche il medico di Pforta nella
cartella clinica di Nietzsche 5‘. Tutto ciò non esclude la caduta
dalla scala, che però avrebbe potuto essere già un sintomo, un
breve capogiro, e non la causa del morbo. Ma esiste ancora
un’altra possibilità: sei anni dopo la morte prematura di Ludwig
morì, nell'estate del 1855, sua sorella Auguste, più vecchia
di alcuni anni e sempre malaticcia, e otto mcsi dopo di lei la
nonna Erdmuthe, anche lei perpetuamente cagionevole; il 3 gen-
naio 1867, all’etz‘i di 55 anni, morì Rosalie di una grave malattia
polmonare; sembra che l’intera metà di un polmone fosse stata
divorata dal male. È possibile che Ludwig Nietzsche fosse la
prima vittima in famiglia di questo flagello «moderno», che
morisse di una tubercolosi cerebrale «che aveva già preso un
quarto della testa»? Ma sono tutte malattie non ereditarie;
partendo davquesto punto, dalla famiglia Nietzsche, non c’è
alcun nesso diretto con lbttenebramento spirituale di Nietzsche
del 1889.

La menzionata annotazione di pugno di Nietzsche è fondata


su unînformazione chiesta alla zia Rosalie. In un abbozzo di
autobiografia del maggio 1861, Nietzsche scrive poi di una
«infiammazione del cervello, straordinariamente affine nei suoi
sintomi al morbo del nostro defunto sovrano», ma poi, nella
versione definitiva di questa autobiografia, aflerma, certo dopo
essersi informato dalla madre: «L0 sguardo acuto del consi-
gliere aulico Opolcer riconobbe immediatamente i sintomi di
un rammollimento cerebrale » ‘. Il decorso della malattia fu
assai doloroso; alla fine il malato perse la vista, ma «sapeva
ogni rom (si legge nella suddetta lettera che la madre scrisse
4| anni più tardi a C. Fuchs), ma alla fine, come accade nel
rammollimento cerebrale, non riuscì più a connettere le parole,
ctl era felice quando indovinavo i suoi pensieri».

Pochi mesi dopo questa disgrazia, nel febbraio 1850, morì


anche il fratello minore di Nietzsche, Joseph, pochi giorni dopo
il SUO secondo compleanno, secondo la madre in uno spasmo
dovuto alla dentizione.

34 Pur/e I. In/anzia e giovinezza

Grazie a un recente restauro, sulla lapide a Ròcken è tornata


leggibile la seguente iscrizione:

Qui
riposa in Dio
Cnrl Ludwig
Nietzsche
Pastore di Ròcken
Michlitz e Bothfeld
nato l’11 ottobre 1813
morto il 30 lttglio 1849
Lo seguì nell'eternità
il suo figlio minore
Ludwig Joseph
Nietzsche
nato il 27 febbraio 1848
morto il 4 gennaio 1850
L'amore non verrà mai meno
1 Cor., 13.8

Nelle menzionate annotazioni autobiografiche il quattordi-


cenne Nietzsche narra un sogrio da lui avuto subito prima della
malattia del fratello‘: « Sognai una volta di udire in chiesa il
suono dellbrgano, come per una sepoltura. Mentre ne ricercavo
la causa, dîmprovviso vidi spalancarsi una tomba, dalla quale
uscì mio padre avvolto nel sudario. Egli corre in chiesa e poco
dopo ne ritorna con un bimbo in braccio. Il tumulo si apre,
mio padre vi rientra e il coperchio si richiude sul sepolcro. Tosto
il suono dell'organo cessa e io mi sveglio. — Il giorno dopo,
il piccolo Joseph si sente improvvisamente male, cade in preda
a convulsioni e muore poche ore dopo. Il nostro dolore fu
enorme. Il mio sogno si era completamente avveraio».

Poco dopo queste sventure terminò il soggiorno della fami-


glia Nietzsche a Ròcken. La canonica dovette essere lasciata al
successore e la nonna di Nietzsche decise di trasferire la casa a
.Naumburg, dove aveva una numerosa cerchia di parenti ed amici.

La giovane vedova del pastore doveva ora affidarsi quasi


esclusivamente alla famiglia. La sua pensione vedovile ammon-
tava in tutto a 30 talleri Fanno, cui si aggiungevano altri 8
talleri annuali per ogni figlio fino al quindicesimo anno. Queste

Il. La casa palermx e i primi anni di scuola (1844-58) 35

somme, oltre a un piccolo sussidio della corte di Altenburg,


rappresentavano tutto il suo reddito. Ma la famiglia Nietzsche
possedeva qualche bene, e quindi era naturale che all’inizio del-
l’aprile 1850 Franziska si trasferisse a Naumburg con la settan-
taduenne nonna Erdmuthe, con le due zie dei bambini, i bam-
bini e Mine.

Il piccolo Friedrich, che aveva cinque anni e mezzo, non


riuscì a dormire nell’ultima notte a Rocken, dopo il congedo
dai suoi compagni di giochi. Verso mezzanotte scese nella corte
e assistette al caricamento dei carri del trasloco alla luce fioca
delle lanterne. La malinconia di questa scena notturna lo per-
vase a lungo, e occorse parecchio tempo per farlo in certa mi-
sura ambientare nel trambusto cittadino di Naumburg, dove la
nonna con tutta la famiglia abitava all’angolo della Neugasse,
nella casa dello spedizioniere ferroviario Otto. Franziska con i
bambini, la cui educazione doveva da allora in poi occupare tutta
la sua vita, abitava alcune camere interne, delle quali venne
assegnata ai bambini quella più oscura, il che non fece bene ai
due, che ora cominciavano a leggere e a scrivere; entrambi ave-
vano infatti ereditato la miopia paterna come pure la tendenza
ai dolori emicranici. Nei primi tempi non si prese alcun prov-
vedimento. Quando, per iniziativa di nonna Oehler, gli occhi
di Friedrich vennero esaminati dal professor Schillbach di lena,
risultò che un occhio era più debole. Ma anche la madre aveva
pupille di insolite dimensioni e vedeva meno da un occhio; e
dato che ciò non aveva recato pregiudizio alla bellezza e alla
resistenza dei suoi occhi, sulle prime non ci si preoccupo neanche
per il figlio.

Ma per il resto, la giovane madre si adoperò con tutte le


Ione per la salute e il benessere spirituale dei figli. Dal punto
lll vista medico può darsi che essa, con la sua salute di ferro
lino alla più tarda età, trascurasse ogni tanto qualcosa, giacche’,
secondo la consuetudine della casa paterna, credeva di poter
rurure tutti i disturbi semplicemente con docce fredde, impacchi
l‘ passeggiate. Ma nell’alimentazione dei ragazzi dimostrò grande
pjutlizio, contrariamente alla sua epoca: molta verdura, frutta
(' dolci e meno carne, e né vino né birra, che allora erano usati
MIVCIHC per il loro presunto effetto fortificante. Oltre a ciò, fece
praticare al figlio fin da piccolo ogni genere di sport, come il

36 Pam- I. Infanzia e giovinezza

nuoto, il pattinaggio, la slitta. Nelheducazione in genere si mostrò


di polso fermo e non viziò i due figlioli. In ciò seguì in tutto
i sani princìpi della casa paterna.

Quanto a lei, si era rassegnata, adattandosi alla sua posizione


di dipendenza per il futuro dei figli. Lo fece senza mormorare
né lamentarsi, senza quel tormento'e quell’amarezza che pos-
sono rovinare tutta la vita a tanti figli di vedove prematurc.
Nella sua indomita vitalità, nessun colpo del destino poteva
piegarla, la sua indole vivace e serena era fortemente radicata
nella quotidianità e nei suoi doveri; dal punto di vista spiri-
tuale, viveva al riparo della propria fede infantile, che la avvol-
geva protettiva e impenetrabile. La sua maternità era di natura
animale e tale rimase, la vera vita del sentimento priva di am-
piezza e di profondità, in fondo fredda pur nella sua lacrimevole
disponibilità. La sua natura attivistica la spingeva a servire e a
curare, ma la sua mancanza di fantasia, la sua angustia spiri-
tuale le rendevano del tutto impossibile immedesimarsi nello
sviluppo di un giovane spirito, soprattutto di uno spirito come
quello del figlio, sicché fin dai primi barlumi di autocoscienza
egli non poté non distaccarsi da lei, per quanto non perdesse
mai il vincolo fisico che a lei lo legava.

Questo giudizio potrà apparire duro e ingiusto alla luce del-


l’atto quasi sovrumano di amore materno da lei compiuto negli
ultimi anni della sua vita, ma non è per questo meno vero, come
vedremo spesso nel seguito della nostra esposizione. Già l’infan-
zia di Nietzsche, per tacere della sua successiva solitudine spiri-
tuale, non è comprensibile senza questa verità, per quanto possa
contraddire alla concezione tradizionale. E come fa presto, in
un ragazzo dotato, ad affiorare la coscienza di sé, per quanto
non sia in grado di darsi forma e di interpretarsi! Questa auto-
coscienza si esprimerà all’esterno tanto più tardi quanto più
forte è il vincolo animale con la madre e più sviluppato lo spi-
rito di cavalleria del figlio, come era il caso di Nietzsche. Così,
nella sua vita spirituale egli dovrà staccarsi dalla madre com-
pletamente e per sempre, e la sua visione del mondo si com-
porrà totalmente senza di lei. Tale visione perde così una sal-
vaguardia essenziale: le radici nella maternità, nel calore sempre
risolutore del sentimento. Nella vita corporea, egli finirà col
ricadere nel suo grembo.

La giovane vedova, pur essendo graziosa ed entrando ben

ll. La casa [la/orna e i primi armi di tcrmlu (1844-58) 37

presto, in virtù dell’esteso parentado della nonna Nietzsche, in


una vasta cerchia di rapporti sociali, che peraltro, data la salute
cagionevole della nonna, si svolgevano per lo più in casa __soa,
non si risposò, cosa di cui il figlio, con la fanatica adorazione
che aveva conservato per il padre, le fu grato per tutta la vita.

Per il ragazzo insolitamente serio, coi lunghi capelli biondi


che cadevano sulle spalle e i grandi occhi scuri, alquanto fissi,
ebbe inizio ora l'epoca della scuola e dellîipprendimento.

Già da tempo la madre gli aveva insegnato a leggere e a


scrivere, quando a Pasqua dell‘anno 1850 venne iscritto alla
scuola civica maschile di Naumburg, quella che oggi chiame-
remmo scuola elementare. Infatti nonna Nietzsche pensava giu-
stamente che era bene che i figli delle famiglie distinte frequen-
tassero nei primi anni di scuola coetanei dei « ceti più bassi»,
per instillar loro il senso sociale; il tutore delwagazzo, suo zio
Diichsel, avvocato a Sangerhausen, era della stessa opinione. Ma
il tentativo fallì. Ciò che v'era da apprendere non creò certo
(lÌillCOlÌÈ al ragazzo, per quel tanto che già non sapesse. Ma_con-
trariamente alle aspettative, egli non entrò in un rapporto di
cameratismo con gli altri ragazzi. Nietzsche dava nell'occhio ai
compagni e rimase un estraneo tra di loro. Cresciuto fino ad
allora tra donne, era diventato troppo bravo e bene educato.
l.e sue « maniere solenni e cortesi» e il suo « modo di espri-
mersi pastorale», che, come scrive la sorella, gli rimase per
tutta Pinfanzia, «la solennità di un piccolo filisteo calzato e
vestito », come dice di sé lo stesso Nietzsche a diciannove anni,
klppîlrlVîlnfi comiche e spingevano i compagni a canzonare il
«piccolo pastore ». Anche se molti si meravigliavano che fosse
« capace di recitare detti biblici e canti spirituali con una tale
espressione da far venite voglia di piangere >> “3, questa ammi-
razione non era scevra da sconcerto. In questo ambiente Nietzsche
L'l‘il un bambino solitario, e tale doveva rimanere. Fin da allora
lo circondava Paura protettrice quanto pericolosa e dolorosa della
singolarità, che per tutta la vita lo tenne lontano da qualunque
lcpttme sociale. Ciò ovviamente non gli impedì di farsi degli
illlllCl. Ma si trattava di bravi ragazzi come lui, dalla vita altret-
tanto riparata.

In gioventù, la vecchia nonna Nietzsche era stata a lungo


tuspite a Naumburg, del fratello, il predicatore del duomo locale
c futuro sovrintendente generale Krause, successore di Herder

38 Parla I. Infanzia e giovinezza

a Weimar, ed era entrata in stretti rapporti con l’alta società di


Naumburg, rapporti che ora vennero assiduamente ripresi. In
quel tempo dominavano a Naumburg, i giuristi della corte d’ap-
pello e le loro consorti. Erano rigidamente clericali, conservatori
e leali al re. Né le idee rivoluzionarie dcll’epoca e tanto meno
il nascente socialismo penetravano nella città che allora era an-
cora cinta di mura, le cui cinque porte restavano chiuse dalle
dieci di sera alle cinque del mattino. Il livello di cultura degli
uomini di questa classe non era basso, anche se limitato alle
classiche creazioni della poesia e della musica tedesche, mentre
le donne erano per lo più assorbite dai ricevimenti per il cafiè,
dai pettegolezzi su parenti e conoscenti, dalle cure domestiche,
dallkducazione dei figli e da una accentuata religiosità. In que-
sta cerchia di funzionari a stipendio fisso, avvezzi a un tenore
di vita frugale anche se non privo di agi, non entravano vere
e proprie preoccupazioni finanziarie; dal punto di vista sociale
essi si chiudevano rigidamente nei confronti delle altre classi,
anche se ancora senza la boria venuta in auge dopo la fondazione
del Reich e soprattutto nella Germania guglielmina.

Una delle signore più in Vista della città era la moglie del
consigliere segreto Pinder, il cui figlio era consigliere della corte
d’appello e la cui figlia aveva sposato il consigliere segreto Krug,
anche lui della corte d’appello. La vecchia signora era un’amica
di gioventù della nonna Nietzsche, e si preoccupo di fare incon-
trare i rispettivi nipoti. Nacque così una precoce amicizia infan-
tile tra il piccolo Wilhelm Pinder, Gustav Krug e Friedrich
Nietzsche. Dato che ovviamente anche gli altri due ragazzi non
si trovavano a loro agio nella scuola civica, dopo meno di un
anno ne vennero tolti e iscritti all'istituto privato del candidato
Weber, che fungeva da scuola preparatoria per il ginnasio-liceo
del duomo. Qui Nietzsche rimase dalla primavera del 1851
all’autunno del 1854.

Dell'anno passato alla scuola civica è da ricordare però ancora


un aneddoto, quanto mai caratteristico di Nietzsche ragazzo. La
sorella racconta”: « La scuola civica maschile si trovava allora
sul Topimarkt, quindi non molto distante da noi. Un giorno,
proprio al termine delle lezioni, scoppiò un violento temporale;
noi cercavamo con lo sguardo il nostro Fritz lungo la Priester-
gasse. Tutti i ragazzi scappavano via come la schiera fantasma
—— alla fine compare anche il piccolo Fritz, che se ne cammina

II. La cara paterna e i primi anni di scuola (184458) 39

tranquillo, col berretto coperto dalla lavagna, su cui aveva disteso


un fazzolettìno. La mamma gli fece dei segni e gli gridò da lon-
nino: ‘ Su, corri! ’. La pioggia che scrosciava ci impedì di sen-
tire la sua risposta. Quando arrivò bagnato fradicio, la mamma
lo rimprovero, ma lui rispose serio: ‘ Ma mamma, nelle regole
scolastiche c’è scritto che i ragazzi lasciando la scuola non deb-
hono correre né saltare, bensì andare a casa composti e tran-
quilli ’ ».

La sorella aggiunge che questo incidente «diede la stura


a molti scherzi». Ma a noi sembra che l'episodio, per quanto
comico in sé, avrebbe potuto essere motivo di riflessione per
un educatore. Viene qui alla luce una fanatica soggezione alla
legge accettata, che ricerca le estreme conseguenze, anche contro
la natura, un dominio di sé piuttosto inquietante — e ciò in
un ragazzo passionale e caparbio — che doveva portare ad acu-
tissimi contrasti.

Nell’istituto del candidato Weber, dove ora i tre scolaretti


Pinder, Krug e Nietzsche erano a stretto contatto, ai ragazzi
non si richiedeva molto. Prevaleva l’istruzione religiosa; vi si
impartivano naturalmente anche i primi rudimenti del latino
e del greco, sicché i ragazzi nell‘autunn0 1854 poterono entrare
nella quinta classe del ginnasio del duomo. Per il resto, Weber
faceva fare ai suoi allievi numerose passeggiate, giocava con loro
a guardie e ladri e Mganizzava gare di tiro a segno con la balestra.

Sembra che si preoccupasse pochissimo dellînsegnamento del


tedesco; nei primi infantili tentativi poetici di Nietzsche, risa-
lenti all'ultimo anno presso Weber, c’è una gran quantità di
strafalcioni grammaticali e ortografici e di comiche espressioni
dialettali. Qui nulla poté nemmeno il ginnasio del duomo e
addirittura la stessa Pforta. Ancora a quindici anni, Nietzsche
scrive «Gedraite» per «Getreide», e lo scambio del dativo
110m e dell’accusativo den è ancora frequente a diciott’ann.i (e
ritorna dopo Pottenebramento spirituale, in un saluto a Over-
heckl), per quanto libero e inconsueto cominci in genere a dispie-
garsi il suo stile in quesfiepoca. Per il resto, il ragazzo abban-
donò ben presto il dialetto nativo, _e non lo usò più neanche
per scherzo, giacché lo trovava orribile. Il suo senso linguistico
era già dominato fin dai primissimi anni dai modelli classici,
cosi come per tutta la vita rimase dominato dalla letteratura,
senza attingere alle fonti del dialetto e della vita quotidiana.

40 Parte I. Infanzia e giovinezza

Il consigliere Pinder, padre dell’amico di Nietzsche, Wil-


helm, si occupava parecchio di poesia dell'età classica. In casa
sua il dodicenne Nietzsche ascoltò la prima volta qualcosa di
Goethe. Pinder lesse ai bambini la « novella dei leoni ». Altret-
tanto precoci furono le profonde impressioni musicali ricevute
in casa del consigliere privato Krug, dove non solo si faceva
dellbttima musica in famiglia, ma si incontravano anche tutti
i musicisti famosi che venivano a Naumburg, Anche la madre
si preoccupo dellîstruzione musicale del ragazzo, assecondando
la sua più forte inclinazione, così come spingeva i ragazzi a
comporre le loro poesiole per ogni festa. Compro un piano-
forte e prese addirittura lezioni di musica da un vecchio orga-
nista, per impartire personalmente al figlio i primi rudimenti
del pianoforte. Poi gli fece continuare le lezioni con la migliore
maestra di Naumburg, e faceva spesso musica con lui. Cosi rac-
conta suo nipote, Adalbert Oehler l“. Lo stesso Nietzsche scrive
il 18 settembre 1863: «In particolare germinò allora in mc
la passione per la musica, sebbene i suoi primi rudimenti pares-
sero fatti apposta per distruggerla sul itascere. Vale a dire che
il mio primo insegnante era un organista della chiesa, afflitto
da tutti gli amabili difetti di un organista, e per di più pensio-
nato senza meriti particolari » ‘.

Oltre a tutte queste cose, rimaneva molto tempo per i veri


giochi infantili, ai quali, oltre ai due amici, qualche volta veniva
ammessa anche Lisbeth, la sorella più giovane di due anni. Il
piccolo Fritz dimostrava qui una ricca inventiva e notevole spi-
rito sistematico. Su uno ‘scoiattolino di porcellana, « Re Scoiat-
tolo I», compone scene drammatiche, erige edifici con la sua
scatola delle costruzioni e dipinge una galleria di quadri —— l’unica
volta che vediamo Nietzsche prendere gusto al disegno. Interi
reggimenti composti di numerosi soldatini di piombo venivano
formati e fatti sfilare davanti al re di porcellana.

Ma la loro funzione questi soldatini la svolsero per intero


solo allo scoppio della guerra di Crimea nel 1853. I ragazzi
parteggiavano ardentemente per i russi, Fassedio di Sebastopoli
venne entusiasticamente seguito e ricostruito con i giochi di
costruzioni e i soldatini, anzi essi scavarono addirittura un ba-
cino seguendo esattamente la pianta del porto, dove inscena-
rono battaglie navali con navi di carta e palle di pece. Ma non
si accontentavano di questo. Così scrive Nietzsche a quattordici

Il. La casa pulema e i primi anni di xcuala (1844-58) 41

anni‘: «È vero che saccheggiavamo tutto quanto potevamo


trovare concernente l'arte militare, sicché m’ero fatto una certa
cultura in materia. Le nostre raccolte si arricchivano sia di les-
sici, sia di libri militari nuovissimi, e già progettavamo di scri-
vcre insieme un grande dizionario militare».

La tendenza alla precisione superava quindi i semplici giochi,


ma ben presto con l'apprendimento si destò anche l’impulso
alla produzione propria.

Quando nel 1855 cadde Sebastopoli, i sentimenti dei ragazzi


mutarono: etano indignati per la cattiva difesa della Torre Ma-
lukoli da parte dei russi. C01 trascorrere degli avvenimenti,
scomparve anche il gioco. Ma ancora un anno più tardi — nel
1856 —— la triste delusione si condensò in due poesie, sia pure
zoppicanti, sulla caduta della fortezza 2. Già da ragazzo, quindi,
Nietzsche tenta di dominare con la forma artistica le sue espe-
ricnze profonde, giacche’ nel frattempo aveva cominciato a poe-
tare, e invero pretendendo da se stesso più di quanto non fosse
richiesto dai versi d’occasione voluti dalla madre.

Il ginnasio del duomo, che Nietzsche frequentò dall’ottobre


I854 fino alla fine del settembre 1858, non lo mise in serie
dilficoltà, eccettuati i primi elementi del greco, anche se ora
doveva studiare di più per la scuola. Spesso restava sveglio d’in—
vcrno fino alle undici o a mezzanotte chino sui suoi quaderni
c già alle cinque doveva alzarsi. Inizialmente era timido e pau-
roso, m1 a poco a poco si trovò a suo agio, sebbene anche qui
non si abbandonasse alla vita degli scolari normali; ma era assai
licro della sua dignità di ginnasiale, che ostentava con partico-
lare piacere di fronte alla sorella.

Ma ciò che appagò interiormente questi anni non fu la


scuola, bensì la poesia e la musica, gli amici e le vacanze. Alla
poesia lo portava l’impulso alla produttività stimolato da tutto
quanto vedeva e leggeva, che agli inizi si esprimeva come pura
imitazione, come il «proposito di scrivere un libriccino e poi
(il leggermelo», come confessa Nietzsche quattordicenne‘: un
impulso alquanto autistico, direbbe la moderna psicologia. I
saggi drammatici e le poesie che Nietzsche produsse dai dieci
ai tiuattordici anni, e che lo fecero, come confessa egli stesso,
molto soiirire, giacche’ non padroneggiava ne’ la rima né la me-
trica, non dimostrano vero talento né originalità. Sono molto
mcno significativi per la sua evoluzione di ciò che ebbe a dirne

42 Parte I. Infanzia e giovinezza

egli stesso, e che ritroviamo in uno scritto dellfiagosto-settembre


1858, Ricordi della mia vita ‘, il primo di un’intera serie di note
autobiografiche, che rispondono a un‘esigenza puntualmente ricor-
rente in tutti i nodi della sua vita: Pesigenza di far continua-
mente luce su se stesso e sulla propria situazione contingente.

Già qui il quattordicenne Nietzsche suddivide le sue crea-


zioni poetiche in tre periodi. Le poesie del primo sono da lui
ripudiate completamente, perché << nessuna mostra una sola scin-
tilla di poesia». Nel secondo periodo «mi sforzai di esprimermi
in una lingua adorna e brillante. Ma Peleganza si trasformava in
affettazione e il linguaggio brillante in ornamento retorico. E
mancava pur sempre la cosa principale, i concetti. Per questo
motivo il primo periodo rimane senz'altro assai superiore al
secondo, ma da ciò si può vedere che, quando non abbiamo
ancora acquisito una solida base, noi andiamo da un estremo
all’altro, e solo nell'aurea via di mezzo riusciamo a trovar pace.

«Nel terzo periodo delle mie poesie tentai di conciliare il


primo col secondo, ossia di sposare il vigore alla grazia. In che
misura vi sia riuscito, non so determinare. Questo periodo ebbe
inizio il 2 febbraio 1858. Questo giorno è il compleanno della
mia cara mamma, e io di solito le offro una piccola raccolta di
poesie. Da quel momento mi proposi di esercitarmi un poco di
più nell'arte poetica, e se ci riuscivo, di scrivere possibilmente
una poesia per sera. Attuai questo proposito per due settimane
di seguito, e ogni volta mi dava grande gioia vedermi davanti
una nuova produzione spirituale. Una volta tentai anche di im-
piegare scrivendo la massima semplicità possibile, ma ben presto
desistetti. Giacché una composizione poetica, per essere perfetta,
deve sì essere la piùusemplice possibile, ma contenere vera poesia
in ogni parola. Una poesia priva di concetti ma ammantara di
frasi e di immagini assomiglia a una mela rossa di fuori, che
nell’interno ha il verme. Le frasi fatte debbono essere del tutto
assenti da una composizione poetica; giacché l'impiego frequente
di frasi fatte è segno di una testa che è incapace di creare qual-
cosa da sola. Nel comporre un’opera bisogna avere riguardo
soprattutto ai concetti; una trascuratezza nello stile si perdona
più facilmente di un’idea confusa. Esempio di ciò sono le poesie

goethiane con la splendida chiarezza e profondità del loro pen-

siero » ‘.

Che sorprendente penetrazione e, più ancora, che spietata

H. La ram palema e i primi armi di scuola (184458) 43

autocritica in un quattordicenne! Allo stimolo produttivo, che


si lascia andare senza pensieri, tiene subito dietro lîncorruttibile
intelletto, che lo analizza senza pietà e insieme lo sospinge
avanti, e un gusto di gran lunga più fine.

Se in questi primi tentativi poetici la partecipazione spiri-


tualc è assai scarsa, è a1l’opera Pambizione più che un’esigenza
interiore, le cose stanno assai diversamente per la produzione
musicale. Qui Nietzsche entra immediatamente nel mondo che è
più suo, sia pure con la stessa vigile autocritica. La musica è la
Sua passione innata: « Il giorno dell’Ascensione ——- [sicuramente
(lcll’anno 1854] — ero entrato nel duomo e avevo ascoltato il
sublime coro del Messia: P/llleluia! Mi sentivo spinto a unirmi
al canto, che mi sembrava il coro di giubilo degli angeli accom-
pagnanti con la loro voce l‘ascesa Cll Gesù Cristo in cielo. Presi
subito la ferma decisione di comporre qualcosa di simile. E al
ritorno dalla chiesa mi misi subito al lavoro, e a ogni nuovo
accordo che risuonava provavo una gioia infantile. Poiché con-
tinuai questo lavoro per anni, ne trassi notevole vantaggio, per-
che lo studio delle leggi dell’armonia mi insegnò anche a suonare
a prima vista » ‘.

E prende vigorosamente posizione: << Me ne derivò anche


un odio inestinguibile per tutta la musica moderna e per tutto
quanto non era classico. Mozart e Haydn, Schubert e Men-
tlelssohn, Beethoven e Bach: ecco le uniche colonne sulle quali
la musica tedesca e io ci fondavamo. In quel tempo ascoltai
anche parecchi oratorii. Il primo di essi fu il toccante Requiem
[certo quello di Mozart] [...]. Molto spesso mi recavo ad assi-
stere alle prove». Certo, quest'odio per i moderni non doveva
durare a lungo. Ma in questo momento egli monta in cattedra,
L- ostile verso la musica contemporanea. Essa è « peccaminosa e
nociva », perché viene usata troppo «a fini di svago o di esibi-
zione agli occhi degli uomini». Essa lascia «freddo un orecchio
sano >> con le sue volute oscurità, che forse potrebbero mandare
in visibilio il conoscitore. « Soprattutto questa cosiddetta musica
del futuro dl un Liszt, di un Berlioz, si studia di proporre i
brani più stravaganti possibili», così si legge in un trattatello
571/14 murica inserito nello sguardo retrospettivo sulla sua vita
composto nel 1858 ‘.

Ma si sente consacrato alla musica, che caldeggia e loda come


un piccolo fanatico loda dal pulpito il suo dio: « Tutti gli uomini

44- Parlu I. Inlarxzîa e giovinezza

che la disprezzano sono da considerare creature prive di spirito,


simili ad animali. Possa questo splendido dono di Dio accom-
pagnarci sempre lungo il cammino della vita; io mi considero
fortunato per averla presa ad amare. Cantiamo eterne lodi al
Signore, che ci offre questo bel godimento! », così termina il
trattatello ‘.

Dell’attività compositiva di questi anni ci sono effettivamente


rimaste notevoli testimonianze. I primi appunti potrebbero risa-
lire ancora all'epoca della scuola del candidato Weber: è un
frammento di melodia che si trova insieme ad alcuni disegni
infantili su un foglio di carta assorbente scritto a matita, in un
pentagramma tracciato da lui stesso. Vengono subito dopo eser-
cizi nelle chiavi, negli intervalli e negli accordi, quali rientra-
vano nelle lezioni di pianoforte iniziate anch'esse in quesFepoca
(1854), ma anche già piccoli saggi di composizione musicale,
« Introduzion » e « Marcia >> "5.

Nel pianoforte il ragazzo così dotato e certo anche studioso


dovette fare buoni progressi, giacche’ dopo ‘appena due anni
(1856) egli esegue le sonate op. 7, 26 e 49 di Beethoven; men-
ziona anche la II Sinfonia di Beethoven arrangiata per pianoforte
a quattro mani ‘.

Per una tragedia da lui iniziata, intitolata Or/eadal 2, com-


pose una «folle» ouverture (non conservata) per pianoforte a
quattro mani, nel novembre due « sonate» dedicate alla madre
per il suo compleanno (quindi per il 2 febbraio 1857). Sono due
brani ancora totalmente falliti dal punto di vista formale e tec-
nico-compositivo, ma recano già un segno che accomuna quasi
tutte le sue composizioni: la dedica. Egli compone quasi sempre
per una persona determinata, pensando e ispirandosi al vincolo
che lo unisce a un essere venerato. Quindi le sue composizioni
musicali acquistano quasi sempre il carattere di una lettera
sublime.

_ Seguono in questo periodo una « sinfonia per il compleanno »


per pianoforte e coro di violini, e poi fino al 1858, oltre a diversi
schizzi, un'ouverture in sol minore per orchestra d’archi, un
tempo a quattro voci Silente parsa un angelo, pezzi per piano-
forte a due e a quattro mani, un tempo di un quartetto per
archi e abbozzi di melodie corali. Tutto sommato, dunque, una
vivacissima produttività, anche se ancora assai inesperta ‘E.

L'amore di Nietzsche per la musica trovò, come già detto,

II. b: casa pulema e i primi armi di scuola (1844-58) 45

ricchissimo alimento in casa Krug, presso il padre musicofilo


del suo amico Gustav. Anche la musica era ciò che legava i due
amici oltre ai giochi comuni, e che cementò l'amicizia per anni,
così come la poesia fece per i rapporti con Wilhelm Pinder,
piuttosto cagionevole di salute e assai delicato. Entrambi erano,

come Nietzsche, eccellenti scolari c bravi figli, che — contra-


riamente a Nietzsche — seguirono la strada regolare dei loro
padri.

L’amicizia è per Nietzsche un’amicizia per gli ideali comuni,


un’amicizia culturale. Manca, pur nella sua saldezza, di ogni
caratteristica elementare e spontanea.

Già a quattordici anni, Nietzsche è in grado, malgrado l’af-


letto, di valutare e descrivere gli amici con freddezza. Cosi parla
di Gustav Krug ‘z «In ogni cosa era dotato di una notevole
perseveranza [...]. Dimostrava questa dote soprattutto nel copiar
musica e nellbrchestrare. È vero che a volte questa sua perse-
veranza era eccessiva; ne derivava che, abbracciata che avesse
unbpinione, non Pabbandonava più, sicché vane erano le fatiche
per convincerlo del suo torto. Appariva anche quasi superbo,
giacché sdegnava le Cose volgari. Tuttavia l’ho assai caro, ed
egli mi ha sempre ricambiato di pari amicizia ». E su Wilhelm
Pinder, col quale soprattutto soleva studiare e passeggiare, e che
chiaramente gli era più caro ‘z « Wilhelm era di carattere molto
più dolce di Gustav, anzi addirittura il suo opposto, e quindi
la frequentazione di entrambi era per me di grande giovamento
[...]. Come scolato era di una diligenza esemplare, e godette
sempre della buona opinione di tutti i maestri. Se talvolta non
sembrava dimostrare eccessivo entusiasmo per qualche inizia-
tiva, era una falsa impressione, dovuta al fatto che non mani-
festava il suo interessamento con altrettanta irruenza esteriore.
Ma la sua partecipazione interiore era forse ancor più profonda
che in Gustav. Il suo contegno affettuoso con me e con tutti
coloro che lo avvicinavano gli conquistava le simpatie di tutti,
c in fondo non era odiato da nessuno. In seguito, quando si
sviluppò il nostro interesse per la poesia, non potemmo più
lare a meno l’uno dell’altro, e allora non mancava mai la mate-
ria alle nostre conversazioni. Ciiscambiavamo le nostre opinioni
su poeti e scrittori, sulle opere che avevamo letto, sulle novità
nel campo della letteratura, facevamo progetti comuni, ci asse-
gnavamo dei compiti poetici e non ci davamo pace finché non

46 Par/e l. Infanzia e giovinezza

ci eravamo aperti tutto il nostro cuore. Questi erano i mici amici,


e l'amicizia non ha fatto che crescere ininterrottamente con rea.
Sì, possedere dei veri amici è una cosa nobile e sublime, e Dio
ha grandemente arricchito la nostra vita dandoci dei compagni
di viaggio che tendono verso la nostra stessa meta. Ed io in
particolare debbo ringraziare il Signore nel Cielo, perché senza
di loro forse non mi sarei mai ambientato a Naumburg, ».

Se si toglie a queste frasi il patetismo pastorale, il quattor-


dicenne, che si trova ancora a vivere questa amicizia, già dimo-
stra di essere amico in virtù dell’amicizia, di un ideale comune,
più che per semplice attrazione e aHetto; di non uscire dal cer-
chio fatato della sua solitudine interiore, e di saper guardare ai
propri sentimenti con quel distacco che più tardi determinerà
sempre, come «pathos della distanza», il suo pensiero e il suo
comportamento.

E gli amici erano consci di questa sua distanza. Fin dal prin-
cipio, Nietzsche fu per loro il superiore, il capo. Lo attestano
chiaramente le annotazioni sull’amicizia scritte da Wilhelm Pin-
der quando aveva quattordici anni come Nietzsche, e che ci ha
conservato la sorella di Nietzsche ‘s.

Egli chiama la conoscenza di Nietzsche «uno degli avveni-


menti più importanti della mia vita». «Questo ragazzo [...]
ha esercitato da allora un influsso importantissimo e quanto mai
benefico su tutta la mia vita, su tutte le mie occupazioni e il mio
carattere ». Passa poi a parlare della morte prematura del padre
e del fratello di Nietzsche e continua: « Quindi il tratto fonda-
mentale del suo carattere era una certa malinconia che si espri-
meva in tutta la sua natura. Fin dalla primissima infanzia amava
la solitudine per abbandonarsi ai propri pensieri, evitava in certo
modo la compagnia degli uomini e frequentava invece i paesaggi
che la natura ha dotato di sublime bellezza. Aveva animo molto
fervido e pio, e già da bambino rifletteva su cose delle quali
gli altri della sua età non si occupano. Il suo spirito si sviluppò
quindi assai presto [...]. Così, guidava tutti i nostri giochi, indi-
cava nuovi metodi per giocarli, rendendoli così attraenti e Variati;
nel complesso era un ragazzo altamente dotato sotto ogni rispetto.
Oltre a ciò, si applicava in modo molto regolare e lodevole. e
mi serviva da esempio anche in ciò, oltre che in tutto il resto.
Moltissime mie inclinazioni vennero destare e alimentate da lui
solo, soprattutto nel campo della musica e della letteratura [...].

Il. La cara palema e i primi anni di rato/u (184458) 47

Fin dalla prima giovinezza egli si preparava alla professione che


più tardi intendeva abbracciare, ossia il ministero del pastore.
Aveva sempre un fare molto serio eppure tenero e cordiale, e
finora è stato per me un amico molto caro e fedele [...]. Non
faceva mai nulla senza riflettere, e quando faceva qualcosa, aveva
sempre un motivo preciso e ben fondato. Ciò si dimostrava
soprattutto nei compiti che facevamo insieme, e quando scriveva
qualcosa ed io sulle prime non mi trovavo d’accordo, sapeva
sempre darmi una spiegazione chiara e comprensibile. Le sue
altre virtù principali erano la modestia e la gratitudine, che
venivano quanto mai chiaramente alla luce in tutte le occasioni.
Da questa modestia nasceva spesso una certa timidezza, e soprat-
tutto tra persone estranee egli si sentiva decisamente a disagio,
caratteristica che io condivido in pieno ».

Nietzsche dimostrò quindi assai presto le inclinazioni e le


doti del maestro nato: il non sottolineare la propria superiorità
e la capacità di spiegare le cose con chiarezza. La gratitudine
che qui Pinder mette in rilievo rimase sempre una delle sue più
belle qualità. Nell'amico, Pinder avvertì già anche la vocazione
alla solitudine, che peraltro egli interpreta ancora come un fatto
più esteriore di quanto non fosse realmente.

In realtà Pintroversione, l'ombrosa tendenza all‘isolamento


del carattere di Nietzsche ragazzo sono l'espressione di un gio-
vane dominato dalla sua singolare vocazione, anche se non ha
ancora alcuna idea della natura di questa e di dove essa lo por-
terà. È proprio tale singolarità di simili ragazzi che fa sempre
un efîetto singolare ai loro compagni; i più normali reagiscono
con le canzonature, perché a loro essa fa l'effetto di boria e pre-
sunzione, mentre i più fini avvertono l’aura dell’eletto, che però
li mette a disagio, ovvero la considerano con timida venerazione.
Per lo più accadono entrambe le cose. Gli spiriti si dividono già
assai presto di fronte agli uomini di questo tipo, evengono
anche presto, troppo presto riconosciuti da essi‘. In questo senso
potremmo intendere alcune notizie date dalla sorella ‘l’. Essa rife-
risce che un compagno di scuola di Nietzsche, il futuro professor
Pitzker, le attestò che l’alta opinione che i compagni avevano
di Nietzsche « arrivava alla divinizzazione », e un compagno più
anziano le avrebbe riferito che i più rozzi ammutolivano davanti
al suo sguardo e che Nietzsche appariva sempre a lui, più anziano,
come il dodicenne Gesù nel Tempio, mentre invece la sorella

48 Par/c I. Infanzia c giovinezza

stessa in un altro luogo parla di canzonature. Tutto ciò doveva


contribuire a far sì che Nietzsche si sentisse solitario fin da ra.
gazzo, ma che amasse anche fin da ragazzo questa solitudine.

Egli la gusrava soprattutto durante le vacanze. Andava a tro-


vare anche altri parenti, ad esempio i ricchi industriali di Plauen
col loro tenore di vita del tutto diverso, e faceva molti: gite
nella campagna della Turingia, ma meglio che altrove si trovava
a Pobles.

«La mia stanza preferita era lo studio del nonno, dove il


mio più grande passatempo era scartabellare tra i vecchi libri e
quaderni». Libri, sempre libri! Quando poteva ritirarsi con essi
sotto gli alberi del giardino, allora viveva veramente. E quando
una volta si trovava in vacanza a Schònefeld presso Lipsia, andò
tutti i giorni in città nelle librerie, quando non passeggiava per
le strade senza meta.

Ma non dobbiamo immaginarci il ragazzo come un semplice


sgobbone. A impedirlo pensava la madre. Egli imparò a nuotare,
e quando dînverno pattinava si sentiva felice, sottratto alla terra
mentre scivolava aereo; anche la slitta gli faceva godere le gioie
dell'inverno. Ma qui non viene alla luce alcuna giovanile esu-
beranza, alcun anelito alla libertà. Le sue gioie più grandi sono
le feste domestiche. Natale e i compleanni, e fino alla gioventù
la sua parola d'ordine era assai poco giovanile: la domestica cor-
dialità (Gemiillicbkeit), un concetto che non ritroviamo più nel-
l’uomo che lotta e che matura. Da ragazzo vi si rifugia con pia-
cere, perché la fiamma non è ancora divampata in lui, e nessuna
seria resistenza è venuta ancora a svegliarlo.

A casa c'erano solo donne e lo circondava una piacevole pace.


A scuola passava senza sforzo di classe in classe. Nessun rude
intervento maschile veniva a turbarlo. Egli sfuggiva al rumore
della strada. I suoi amici erano bravi ragazzi educati come lui,
e lo compiacevano in tutto. La sorellina lo idoleggirtva e lo accet-
tava di buon grado quando montava in cattedra. Qualche volta i
ragazzi sedevano accanto alla vecchissima nonna, per riguardo alla
quale, come pure alla zia sempre cagionevole, bisognava sempre
muoversi leggermente e parlare piano. La vecchia Etdmuthe amava
raccontar loro storie della sua gioventù, delle guerre di liberazione
e di Napoleone, storie di cui era stata testimone nelle vicinanze
dei campi di batmglia. Per quanto fosse buona patriota, venerava
Napoleone, e fu certo lei che llìStillÒ nell’animo ricettivo del

Il. La casa paterna e i prinri anni di scuola (1844-58) 49

ragazzo la prima, incancellabile impressione della grandezza di


Napoleone.

In questa tranquilla atmosfera domestica dominata dalle


donne poco cambiò quando nell'estate del 1855 la zia Auguste,
già da tempo soiîerente di stomaco, morì, a quanto sembra di
un’affezi0ne polmonare, e il 3 aprile del1’anno seguente le tenne
dietro la settantasettenne nonna Etdmuthe Nietzsche.

La madre di Nietzsche aveva ora Yardentc desiderio di metter


su casa propria. Adesso la cosa era finanziariamente possibile,
perché i suoi due figli avevano avuto miei-edita dalla nonna, i
cui frutti andavano per il momento a lei. Così si separò dalla
nervosa cognata Rosalie e nel maggio 1856 si trasferì in un’abi—
tazione propria presso una sua amica, la moglie del pastore
llarseim, dove’ aveva, lei campagnola, un giardino che divenne
ben presto il soggiorno preferito dei ragazzi.

Quanto più docilmente questa donna ormai trentenne si era


sottomessa alla suocera e alle cognate, tanto più liberamente c0-
minciò ora a respirare. Il suo temperamento vivace ed allegro,
che i ragazzi avevano potuto veramente conoscere in lei soltanto
a Pobles, poté ora espandersi senza ostacoli. «Noi vedevamo
sempre di più — scrive la figlia Elisabeth — nella nostra cara,
giovane mamma una amata sorella più anziana, anche se severa,
che era in grado di condividere le nostre emozioni giovanili e di
seguire da vicino tutte le nostre iniziative ».

Ben presto, col crescere dei figli, la nuova abitazione si di-


mostrò troppo piccola; nell’estate del 1858 ci fu un altro trasloco,
e precisamente nella casa situata al Weingarten n. 18, dove la
madre rimase fino alla fine dei suoi giorni (1897).

Quelbestate Nietzsche trascorse le vacanze di nuovo a Pobles.


Da questo luogo scrisse alla zia Rosalie verso la metà di agosto,
chiedendo notizie tra l'altro «sulla vita di papà», e quindi dal
18 agosto al 1 settembre scrisse la già più volte menzionata auto-
biografia. Quanto di essa abbiamo citato circa la morte del padre
sembra quindi provenire, come già detto, dalla zia Rosalie e non
dalla madre, da cui derivano certo le altre dichiarazioni successive
di Nietzsche. È chiaro che nella stesura di questo sguardo retro-
spettivo egli ancora ignorava che in quei giorni si chiudeva un
capitolo della sua vita. Giacche’ pochi giorni più tardi sua madre
ricevette dal rettore della scuola statale di Piorta una lettera in
cui si offriva un posto gratuito al figlio, le cui doti erano uni-

50 Parlo I. Infanzia e giovinezza

versalmente conosciute. Essa accettò volentieri Pofferta, ed ecco


venuta per Nietzsche la fine della prima infanzia, svoltasi al ri-
paro delle sole donne; egli faceva il suo ingresso in un mondo
notevolmente più rude.

Circa la sua salute fisica negli anni precedenti abbiamo scarse


informazioni. Dalla madre sappiamo soltanto, in una lettera a
Overbeck del 16 dicembre 1889 '9", che a nove anni fu_una volta
malato. Inizialmente la sorella nella grande biografia lo rappre-
senta « completamente sano» durante tutta la giovinezza, com-
presi gli anni di scuola, e circa la miopia e Panomalia oculare
riferisce soltanto ciò che abbiamo già riprodotto. Ma vedremo,
in base a testimonianze inoppugnabili, che questa affermazione
non corrisponde alla realtà, almeno per il successivo periodo di
Pforta. Nella successiva rielaborazione della sua biografia, la
stessa sorella mette già la debolezza visiva di Nietzsche durante
l’infanzìa in rapporto con i « dolori agli occhi comparsi la prima
volta dopo il faticoso inverno 1856-57» e « Considerati inizial-
mente dolori di testa», e aggiunge: «In seguito a ciò mio fra-
tello dovette prolungare di qualche settimana le vacanze estive “ ».
Lo stesso Nietzsche riferisce che «nell’ultimo semestre della
quarta — dunque nel1’estate del 1856 — non poté frequentare
la scuola a causa di dolori di testa ‘». Da ciò risulta che già in
questi anni egli doveva soffrire di dolori di testa, che tuttavia
potevan esser causati dallo sforzo della miopia non corretta o
corretta con occhiali insufficienti. Ma nel complesso era proba-
bilmente un ragazzo sano, dall’aspetto esteriore addirittura ro-
busto. Proprio nel giugno-luglio di quest'anno 1858 aveva im-
parato a nuotare ed era divenuto un nuotatore‘ assiduo e provetto.

Se ora —- per la prima volta — poté prendere congedo dal


troppo riparato ambiente domestico, ciò non rappresentò certo
unînterruzione prematura e tanto meno nociva del suo modo
di vita, tanto più che non doveva andare lontano, e che non si
interruppe il vivo contatto con la famiglia nella vicina Naumburg.

III

LA PORTA

Non dovette dunque andar troppo lontano da Naumburg.


Pforta è situata tra Naumburg c Koscn e si può raggiungere da
Naumburg in circa un'ora di cammino, e d’altr0nde tra gli abi-
tanti di Naumburg e Pforta erano reciprocamente intrecciati i più
vari rapporti personali e sociali.

La scuola reale di Pforta occupava tra le scuole superiori


della Germania una posizione particolare, che conservo a lungo
anche in seguito. Era considerata il primo centro di cultura spic-
catamente umanistica, e già all’epoca in cui la frequentò Nietzsche
poteva annoverare con orgoglio tra i suoi allievi i nomi più il-
lustri, soprattutto nel mondo degli studi. Sviluppatasi nel 1543
da un'abbazia cistercense, nella sua vasta estensione celava tra
le sue spesse mura conventuali quasi uno Stato nello Stato, e
precisamente uno Stato di netto tipo scolastico, con proprie leggi
e consuetudini severe e secolari, ufiamministrazione propria, una
sua bella chiesa antica, l'edificio scolastico con gli antichi chiostri
del convento, tutti gli ambienti per l'istruzione, l'alloggio, le
abluzioni, la ginnastica e i giochi degli studenti, e un enorme
giardino, oltre alle abitazioni dei dodici insegnanti, tra i quali
erano divisi gli allievi veri e propri dellînternato, limitato al
numero di 180, oltre ad altri venti convittori, i cosiddetti
« esterni ».

In una commemorazione scritta dal rettore Kirchner nell’anno


1843 si legge a proposito dei princìpi educativi di Pforta “z « È
un istituto di istruzione e di educazione, dove un numero deter-
minato di allievi viene preparato entro un periodo stabilito per
legge (6 anni) all‘attività scientifica superiore o alla vera e propria
professione di studioso. La caratteristica di Pforta è il suo co-

52 Parla I. Infanzia e giovinezza

stituire uno Stato scolastico in se’ conchiuso, in cui la vita dei


singoli si risolve completamente in tutti i suoi rapporti. l genitori
o chi ne fa le veci li aflidano all’alma mater non solo per l’istru—
zione, come in un liceo cittadino, bensì anche per la formazione
della loro moralità e del loro carattere, trasferendo tutti i diritti
dei genitori; essi qui trovano, nella totalità della loro educazione,
in certo senso qualcosa di più di una seconda casa paterna, dove
trascorrono gli anni più importanti per la loro formazione, ‘dal-
Yavanzata adolescenza fino al passaggio all’Università‘. Perciò
di regola tutti gli allievi di Pforta portano con sé dall’istituto
per tutta la vita il marchio distintivo di una certa qual solida
capacità, un marchio che non proviene da un’arbitraria intenzio-
nalità nella loro educazione, bensì procede quasi da sé, per intima
necessità, dallo spirito virile, severo e vigoroso della disciplina,
dalla vivace convivenza del corpo studentesco per un determinato
nobile fine, dalla serietà degli studi classici ed affini, isolata da
ogni contatto con le distrazioni cittadine, e dal metodo di questi
stessi studi; un marchio del quale vanno giustamente fieri, giac-
ché è stato conquistato a prezzo di lotte interiori e di grandi
sforzi. È quindi errato giudicare il valore di Pforta solo e princi-
palmente dalle sue prestazioni scientifiche. Il fatto che i suoi
allievi diventano uomini completi, che si avvezzano a ubbidire
alle leggi e ai voleri dell’autorità, al rigore e al puntuale adempi-
mento dei doveri, al dominio di sé, al duro lavoro, alla vivace,
autonoma attività, scelta liberamente e con amore, alla profondità
e al metodo negli studi, alla regolare divisione del tempo, al tatto
infallibile e a una consapevole fermezza nel frequentare i loro
simili — sono questi i frutti della discipnna e dell'educazione
qui impartite ».

Pforta aveva dunque una grande somiglianza con le accademie


dei cadetti prussiani, con la differenza che qui non venivano
preparati ufficiali per Pesercito, bensì ufliciali per la gxuid-a spi-
rituale del popolo. Ma lo spirito di Pforta non era puramente
prussizmo-ctìnservatore e militaristico come quello del corpo dei
cadetti, bensì totalmente nutrito degli idealli dellîimzlnesimo, quali
erano stati creati dai classici tedeschi ed elaborati dalla filologia
del XIX secolo. Si dava certo grande importanza alla lingua e alla
letteratura tedesca e si Coltivava in allievi e insegnanti il sogno
dell’unità tedesca, ma ci si occupava assai più intensamente dello
spirito dell’antichità classica. Gli scrittori antichi venivano letti,

III. La porla (1858-61) 5}

studiati e interpretati in misura tale che in questo campo un


maturando di Pforta aveva cognizioni e facoltà molto superiori
a quelle dei licenziandi di tutti gli altri licei tedeschi.

Dal punto di vista politico, il quattordicenne Nietzsche trovò


qui un'atmosfera del tutto diversa da quella di Naumburg, la città
dei funzionari. Certo, anche qui prevalevano ovviamente i senti-
menti clericali e monarchici, ma essi non dominavano la più
intima vita di Pforta. Questa si ispirava agli ideali dcllìtntichità
classica, ed era coscientemente apolitica, salvo per il fatto che
sotto la tradizionale fedeltà al re e il conservatorismo esteriore
si celavano un vago ideale di libertà e un rcpubblicanesimo nel
senso della polis ellenica e della Roma primitiva. Ma soprattutto
regnava qui lo spirito critico degli studi linguistici, che volgeva
completamente le spalle ai problemi del giorno e lasciava ben poco
spazio alle nascenti scienze naturali. Il tempo si era fermato in
queste aule conventuali, la realtà della Germania del 1858 non
penetrava oltre le spesse mura; la gioventù che qui cresceva
— una gioventù eletta — era totalmente assorbita dal mondo
dell’Ellade e di Roma e da quello di Goethe e di Schiller. Era
un mondo di libri, di letteratura, di cultura e di talenti eruditi
e di disciplina puramente intellettuale, dove i giovani spiriti avidi
di conoscere ricercavano le fonti della vita e della verità. Certo
non veniva trascurata nemmeno la cultura fisica, affidata al nuoto,
alla ginnastica ed ai giochi, ma essa era solo un mezzo per poter
impiegare tutte le energie al servizio dellcducazione intellettuale.
Lo stesso Nietzsche, nell'agosto 1859, descrisse in un diario la
giornata degli allievi di Pforta ": « Alle quattro del mattino il dor-
mitorio viene aperto e da quel momento ognuno ha la facoltà
di alzarsi. Ma alle cinque debbono alzarsi tutti quanti, suona
l’usuale campanella di scuola e gli ispettori del dormitorio lan-
ciano il loro monotono grido: ‘In piedi, in piedi, tutti fuori! ’,
punendo coloro che faticano a uscire dalle piume. Allora ognuno
si veste il più lestamente e sommariamente possibile e si precipita
nella sala da bagno per trovarvi posto prima che sia troppo
piena. Dieci minuti dopo il breve momento della levata e della
prima vestizione si rientra nelle camerate, dove ciascuno si riveste
di tutto punto. Cinque minuti prima della mezz'ora suona per
la prima volta la campana della preghiera; alla seconda campana
bisogna trovarsi tutti nell'oratorio. Qui, prima che arrivi l'inse-
gnante, gli ispettori mantengono l'ordine, intimano il silenzio e

54 Pur/c I. In/artziu c giovinezza

invitano a sedersi gli alunni di prima, che di solito arrivano molto


più tardi. Allora compare l'insegnante accompagnato dal suo fa-
mulo, e gli ispettori riferiscono se i loro banchi sono al completo.
Quindi risuona l'organo, e dopo un breve preludio intoniamo
un inno mattutino. Poi l'insegnante legge un passo del Nuovo
Testamento, talvolta anche un canto spirituale, recita il Padre-
nostro, e il versetto finale pone termine alPadunanza. Tutti tor-
nano nelle loro camerate, dove sono ad attenderci dei bricchi di
latte caldo e panini. Alle sei in punto la campana ci chiama in
classe. Ognuno prende i suoi libri, vi si reca e vi rimane fino
alle sette. Segue un’ora di studio o di ripetizione, c0m’è chia-
mata. Poi lezioni fino alle dieci, quindi un'altra ora di ripetizione
e infine in classe fino alle dodici [...]. Alle dodici in punto si
riportano in fretta i libri in camerata e si corre col tovagliolo
nel chiostro » [...]. « Nel chiostro ci si schiera per tavolate, così
che si sta in piedi in gruppi distribuiti su due file, e gli ispettori
intimano il silenzio. Giunto Pinsegnante nel refettorio, entra
per prima la quindicesima tavolata, seguita dalle altre. Tutti gli
assenti vengono segnalati. Poi uno degli ispettori recita la se-
guente preghiera: ‘ O Signore Iddio, Padre che sei nei cieli, be-
nedici noi e questi Tuoi doni, di cui la Tua bontà ci fa partecipi
per intercessione di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen ’. Qui
l’intera scolaresca intona l’antico cantico latino: (‘Îvloria tibi tri-
nitas / Aequalis una deitas / Et ante omne saeculum / Et nunc
et in perpetuum! Poi tutti si siedono e ha inizio il pasto».
Nietzsche trascrive poi il menu settimanale, evidentemente fisso.
Il pasto si chiude con un’altra lunga preghiera di ringraziamento,
cui segue il versetto di un inno.

« Subito dopo pranzo si riporta il pane e il tovagliolo del


capotavola in camera sua e poi si corre in giardino. Nessuno può
andare in camera prima dell’una e mezza; e gli ispettori setti-
manali puniscono severamente i trasgressori. Per prima cosa an-
diamo a vedere se c’è qualche pacco o una lettera portata dal
procaccia di Pforta, oppure, col nostro denaro per i piccoli piaceri,
ci comperiamo della frutta da una fruttivendola. Poi si gioca a
birilli nel giardino o si va a passeggio. D’cstate si gioca anche
molto a palla. All’una e tre quarti la campanella ci chiama in
classe e tutti debbono essere in aula entro cinque minuti. Le
lezioni durano fino alle quattro meno dieci. Poi si fa subito me-
renda, che consiste in panini col burro o con marmellata di pru-

ÎU. La porla (1858-61) 55

gne, lardo, frutta e simili. Quindi un alunno anziano (un allievo


di prima) tiene un'ora di lettura, durante la quale si fanno dei
compiti in classe di greco, latino o matematica. Alle cinque c'è
un breve intervallo, seguito da ore di ripetizione fino alle sette.
Poi è l'ora della cena, che assomiglia in ttttto al pranzo [...]. Poi
si può scendete di nuovo in giardino fino ‘alle otto e mezza. Segue
la preghiera della sera e alle nove si va a letto. Tutti gli allievi
anziani (: allievi di prima), che perdono un'ora per la lettura,
restano alzati fino alle dieci [...].

D'estate la domenica ha il seguente orario: sveglia al mattino


alle sei; preghiera alle sei e tre quarti. Poi libertà in giardino
fino alle otto. Quindi un'ora di ripetizione, il Cui termine è se-
gnato dalle campane della chiesa. Ci si raduna poi nel chiostro
e si passa nella chiesa, dove l'ispezione viene tenuta dall'ebdo-
madario. Poi ricreazione in giardino fino alle dodici, come pure
dopo il pranzo, che comprende minestra, fricassea, arrosto e insa-
lata, fino all'ora della preghiera, che ha inizio all'una e mezza.
Poi si studia di nuovo fino alle tre, dalle tre alle quattro si può
far ritorno in giardino, ma subito dopo merenda ha inizio la
tanto agognata ora del passeggio, fino alle sei. L'ora dalle sei
alle sette è dedicata allo studio. La giornata termina come al
solito con la cena, la ricreazione in giardino e la preghiera ».

«Questa costrizione livellatrice negli orari », che Nietzsche


ventiquattrenne ricorda ancora con orrore, sarebbe stata insop-
portabile a questo ragazzo assai svagato e introverso, con le sue
molteplici inclinazioni e passioni, se ogni settimana non avesse
offerto una pausa, la cosiddetta giornata di studio o di sonno.
In questa giornata gli allievi di Pforta potevano dormire un'ora
di più e poi non c'erano lezioni ne’ ore di studio, bensì soltanto
ore di ripetizione, nelle quali gli studenti potevano verificare la
solidità delle nozioni apprese fino ad allora e dedicarsi total-
mente a studi propri. Questi non erano gli unici intermezzi di
riposo, e la vita a Pforta non si svolgeva con la cadenza di un
orario di ferro, né così grigia come appare da queste rievoca-
zioni.

Allora generalmente si dava allo sport meno valore che non


oggi. Tanto più notevole è l'attività natatoria della scuola. Si
tenevano esami (Nietzsche lo superò il 12 agosto 1859) e giornate
natatorie con apparato festivo. Nei giorni di afa, quando la tem-
peratura saliva oltre i 24" (naturalmente Réaumur), le lezioni po-

56 Parte I. In/rmziu e giovinezza

meridiane si sospendevano e c'era la « guazza comune » 4. Veniva


assiduamente praticato anche il gioco dei birilli nel giardino della
scuola. D'inverno erano la slitta e i pattini a servire da fre-
quente compensazione sportiva. Per i musicalmente dotati, il
coro scolastico offriva distrazione, piacere e vantaggi in abbon-
danza. Nietzsche vi venne definitivamente accettato il 20 agosto
1859. « Da ieri faccio parte effettiva del coro, cosa che mi dà
gran gioia. Ora canto con gli altri in chiesa, posso partecipare
alla festa corale e godo tutti i vantaggi e gli svantaggi di un co-
rista », così leggiamo in una annotazione di diario del 21 agosto
1859 ‘. Egli parla continuamente delle belle esecuzioni che per
lui divenivano degli avvenimenti, e nelle quali ì pezzi forti del
programma erano Schumann, Mendelssohn e Mozart. Oltre a ciò,
il coro doveva naturalmente esibirsi in tutte le feste della scuola,
e così si ofiri a Nietzsche la possibilità di una partecipazione
particolarmente sentita a questi momenti più intensi della vita
scolastica. Impressa nella memoria gli rimase ad esempio la
celebrazione schilleriana del 10 novembre 1859.

Per il carnevale si tenevano regolarmente delle rappresenta-


zioni notevoli e frequentate soprattutto dai parenti degli allievi.
Si offrivano delle tecitazioni, ma per lo più piccoli spettacoli
teatrali, ai quali anche Nietzsche partecipò attivamente. Anche
più tardi egli fece visita a Pforta proprio in quelle giornate. In
tali occasioni la cordiale festosità arrivava fino ai trattenimenti
danzanti.

Ma Pforta manteneva un certo contatto anche con i grandi


della letteratura contemporanea. Nell'ottobre 1863 Hofîmann von
Fallersleben si trattenne qualche giorno in visita, e il coro vi si
preparò studiando dei lieder composti su testi del celebre poeta.

Non solo durante le grandi vacanze estive, ma anche nelle


pause rappresentate dalle giornate di festa gli allievi venivano
mandati a casa in permesso. Così Nietzsche si trovava in con-
tatto ininterrotto con la famiglia e i parenti e gli amici di
Naumburg, Pobles e Plauen. A ciò si aggiungevano le visite do-
menicali, giacché ci si incontrava nella vicina cittadina termale
di Kòsen e ad « Almrich ». In queste giornate e durante le va-
eanze il giovane Nietzsche rifioriva. Ce ne rendono conto lettere
e annotazioni di diario, poesie, riflessioni e composizioni. Sulla
prima vacanza natalizia — 1858 — la madre riferisce in una

III. La porta (1858-61) 57

lettera al fratello Edmund Oehler, pastore a Gorenzen '3': << Fritz


ha composto per me un piccolo mottetto natalizio e ha scelto lo
splendido testo: ‘Alte schiudctevi, o porte del mondo, perché
entri il re dell'onore...’ che Fritz e Lieschen hanno studiato a
dovere nella camera di Oscar [il fratello minore della madre, al-
lora a Naumburg] e han cantato per un'oretta dopo la distribu-
zione dei regali, sicché in noi tutti è entrata l'atmosfera natalizia.
Del resto Fritz raramente si è staccato dallo strumento ». Poco
tempo dopo egli musico questo testo in forma completamente
nuova, ma sempre a tre voci “S.

Il 5 ottobre 1858 Nietzsche entrò a Pforta. Aveva ottenuto


un posto gratuito dal municipio di Naumburg, sicché sua madre
venne alleviata per i sei anni successivi di tutte le spese per gli
studi. Dopo un esame venne assegnato alla terza inferiore, che
era generalmente la classe iniziale di Pforta, e perse cosi un
semestre, ma in questo modo, conformemente alle finalità di
Pforta, poté seguire fin dal principio il curriculum educativo della
scuola ‘i’.

In principio dovette sostenere una dura lotta con la nostalgia,


anche se quasi ogni domenica poteva far visita alla madre e alla
sorella a Naumburg ovvero incontrarlo a metà strada nel vil-
laggio di Altenburg, chiamato da quelli di Pforta «Almrich ».
Nei primi tempi scriveva tutte le mattine molto presto una lettera
alla madre. Notò subito, 9 ottobre 1858: « Per quanto riguarda
lo studio e la severità non si può paragonare Naumburg a Pforta,
e io dovrò far di tutto per abituarmici », « mi ero immaginato
Pforta assai meno piacevole di com'è; tuttavia non si può fare

“' Sarà utile riportare qui le date della carriera scolastica di Nietzsche,
che illustrano il sistema scolastico allora vigente in Germania, contenute
nel vol. I deIlTipiJ/alarin (Adelphi 1976): «Gli scolari iniziavano un anno
scolastico o per S. Michele o per Pasqua. Gli anni scolastici di Nietzsche
avevano inizio per l'ottava di S. Michele (6 ottobre), mentre il passaggio
nella classe superiore avveniva per il giorno di S. Michele (29 settembre).
Nietzsche dunque frequentò:

dal 6 ottobre 1858 al 29 settembre 1859 la terza inferiore;


dal 6 ottobre 1859 al 29 settembre 1860 1a terza superiore;
dal 6 ottobre 1860 a1 29 settembre 1861 la seconda inferiore;
dal 6 ottobre 1861 al 29 settembre 1862 la seconda superiore;
dal 6 ottobre 1862 al 29 settembre 1863 la prima inferiore;
dal 6 ottobre 1863 al 29 settembre 1864 la prima superiore»
[N.d.C.].

58 Pur/c I. Infanzia e giovinezza

un paragone tra lîltmosfera cordiale di Naumburg e quella di


Pforta ».

Già prcgusta le vacanze di Natale e non vede l’0ra di rive-


dere i vecchi amici di Naumburg,; di nuovi non riesce a trovarne
così presto. I suoi affetti sono tenaci. Così, sceglie a firma costante
delle sue lettere a Pinder — sembra che con Krug intervenisse
una certa freddezza fino al Natale del 1860 — il motto Slemper
noi-tra nzanet amici/ia!

A Pinder ancor più che alla madre confidava il suo vero


stato d'animo, ad esempio quando, nel febbraio del 1859, lo
assali una nostalgia particolarmente acuta. Gli inviò per lettera
una continuazione della sua biografia infantile, dove si legge:
« Allorché Pforta mi apparve di lontano, mi sembrò di scorgervi
più una prigione che unìzlma mater. Passai attraverso il por-
tone. Il mio cuore traboccava di sacri sentimenti; mi sentii innal-
zato verso Dio in silenziosa preghiera e una quiete profonda mi
scese nell’animo ». Dopo le vacanze estive del 1859 la nostalgia
tornò a farsi sentire acuta, ma Nietzsche la domò virilmente con
l’aiut0 del suo comprensivo precettore, un insegnante cui era
particolarmente affidato nelle questioni personali, il pastore e
professore Buddensieg.

Per quanto poco gli piacesse inizialmente la severa disciplina


di Pforta, tanto più essa soddisfaceva urfesìgenza fino ad allora
non manifestata del suo essere, il bisogno di durezza, di con-
trasti. È vero, gli mancava la libertà e la «cordialità» del gin-
nasio di Naumburg, ma già nel novembre 1858 scrive a Pinder:
« Ma c’era anche troppa libertà, devi ammetterlo. Per certi aspetti
sono persino felice d’essermene venuto via». Ben presto co-
minciò ad avvertire quanto fino ad allora gli fosse mancato il
polso di un uomo. La sua natura così ricca e fin dai primi anni
intrepida e inflessibile in ogni questione morale esigeva grandi
tensioni, stirnolava lo spirito di sacrificio pur riuscendo a pre-
servare le proprie più personali Caratteristiche. Così egli acqui»
stò nei primi tempi di Pforta un atteggiamento che più tardi, nel
1868, poco prima di una nuova svolta nella sua esistenza, rappre-
sentò in questo modo “z

«Gli aspetti più importanti della mia educazione rimasero


affidati a me stesso. Mio padre [...] morì troppo presto; mi venne
a mancare la guida severa e superiore di un intelletto virile.
Quando, fattomi ragazzo, andai a scuola a Pforta, conobbi sol-

III. La porla (1858-61) 59

tanto un surrogato dell’educazi0ne paterna, la disciplina unifor-


matrice di una scuola ben ordinata. Ma fu proprio quella costri-
zione quasi militaresca, la quale, dovendo agire sulla massa, tratta
Pindividuo con freddezza e superficialità, che mi ricondusse a
me stesso. Di fronte all’uniformità del regolamento misi in salvo
i mici talenti, le mie private aspirazioni, coltivai clandestina-
mente certe arti e mi sforzai, nell’entusiastica ricerca di un sapere
e di una fruizione universale, di spezzare la rigidità di un orario
e di un impiego del tempo governati dal regolamento. Non si
verificarono alcune circostanze casuali di carattere esteriore; altri-
menti mi sarei arrischiato allora a diventar musicista. Voglio dire
che fin dall'età di nove anni avevo sentito la più forte attrazione
per la musica; in quella felice condizione in cui non si conoscono
ancora i limiti delle proprie facoltà e si considera raggiungibile
tutto quanto si ama, avevo scritto innumerevoli composizioni, e
avevo approfondito in maniera più che [semplicementd] dilettan-
tesca la teoria musicale. Fu solo nell'ultimo periodo della mia vita
a Pforta che rinunciai, conoscendomi ormai a fondo, a qualunque
progetto di vita artistica; da allora in poi nel vuoto cosi creato
venne a inserirsi la filologia». La decisione venne quindi presa
tardi; ma fin dal principio egli fece di tutto per adempiere in
pieno ai suoi doveri scolastici e dar prova di sé nel profitto, senza
mai dimostrarsi uno sgobbone. Il ritratto di scolaro modello trac-
ciato dalla sorella vale per Nietzsche al massimo per i primi tre
anni del suo periodo a Pforta. Più tardi sia il suo profitto in
singole materie, sia soprattutto la sua condotta diedero più d’una
volta agli insegnanti motivo di lamentele, benché anche in que-
sto periodo risultasse più volte primo. Sui suoi veri e propri
studi scolastici, che palesemente tendeva sempre a condurre con
la mano sinistra, comunque sempre meglio dei suoi compagni,
non dimostrò mai l'orgoglio che invece si manifestava subito in
lui quando si trattava del proprio pensiero. Fin da allora gli
era ben chiara la meschinità del ragazzo modello, che nel 1887
lo spinse a dire a Meta von Salis m: « In media era stato il terzo
in classe sua, conformemente alla condizione naturale, secondo
cui in un'istituzione ordinata secondo i consueti princìpi morali
il più diligente può ottenere il primo posto. lo specchio di virtù
il secondo, l'essere eccezionale soltanto il terzo».

Nietzsche si distingueva tra i suoi compagni soprattutto per


i suoi componimenti tedeschi, che furono le prime cose in cui

60 Par/c I. Infanzia r.‘ giovinezza

poté esprimere qualcosa di originale; ma anche in tutte le altre


materie il suo profitto in principio fu eccellente. Dopo un anno
la sua pagella reca i seguenti voti: Latino II A, greco II A,
matematica II A, tedesco II A, ossia il secondo voto in tutte
le materie principali. Dunque anche in matematica non era sprov-
visto di talento, come invece si è affermato spesso; nel passaggio
alla seconda superiore nell’autunno 1861 riportò ancora il voto
II B. E perfino quando il suo interesse si era ormai distolto dalla
matematica, fino alla Pasqua del 1864 esso fu sufficiente a ripor-
tare un III; solo nell’ultimo semestre il suo profitto in mate-
matica peggiorò a tal punto che, col voto di IV, minacciava il
buon esito dcll‘esame. Per lui la matematica eta «troppo razio-
nale » e «troppo noiosa >> ‘. Ma può anche darsi che al mate-
matico della scuola, professor Buchbinder, come spesso ai ma-
tematici, non importasse gran che destare Yinteresse per la sua
scienza; giacché ancora in Aurora Nietzsche lamentava, in dichia-
razioni peraltro pervase di grande amarezza in generale contro
le scuole superiori, il tempo « quando ci costringevano con vio-
lenza alla matematica e alla fisica, invece di portarci prima alla
disperazione dell'ignoranza e a risolvere la nostra piccola vita
di tutti i giorni, le nostre faccende e tutto quel che succede
dalla mattina alla sera, a casa, nellbfficina, nel cielo, nel pae-
saggio, in migliaia di problemi, torturanti, sconcertanti, eccitanti
problemi — per mostrare poi alla nostra brama che abbiamo
innanzitutto neutri/a‘ di un sapere matematico e meccanico, e
per insegnarci allora il primo scientifico rapimento per l’assoluta
logicità di questo sapere! » (afor. 195).

L’intero spirito dell’educazione puramente umanistica per lui


è responsabile di questa mancanza: « Se ci avessero anche sol-
tanto insegnato la venerazione per queste scienze, se ci avessero
anche una sola volta, con la lotta e la sconfitta e la ripresa della
lotta nei grandi uomini, fatto tremare il cuore per quel martirio
che costituisce la storia della scienza rigorosa! Invece alitò su di
noi il soffio di un certo deprezzamento delle vere e proprie scienze,
a favore della storia, dell‘ ‘ educazione formale’ e della ‘ classi-
cità ’! E noi ci lasciammo così facilmente ingannare! ».

Ma, malgrado ogni spunto iniziale, nemmeno in seguito


Nietzsche penetrò mai seriamente nella matematica. Essa era
estranea al suo intelletto, che partiva sempre dall’intuizione e
verso Pintuizione sempre incalzava, come gli era estranea la pura

lll. La porla (1858-61) 61

concettualità della logica astratta. La ricchezza del suo senso


della realtà e della vita gli sbarrava Paccesso alla matematica
e glie la faceva apparire sostanzialmente futile: « L’intera infi-
nità si frappone sempre come realtà e ostacolo tra due punti » '.

Con particolare serietà, più seriamente che in altre scuole


superiori, etano coltivati a Pforta gli studi latini e greci. Non
solo nel curriculum scolastico regolare si leggevano e interpre-
tavano un numero inconsueto di classici, ma gli allievi venivano
anche avvezzati a rendersi il più possibile familiari gli autori
antichi nel tempo libero. La conoscenza verbale del latino veniva
portata fino all’us0 corrente, scritto e orale, della lingua, anche
se questo scopo non veniva raggiunto in pieno.

Già nel febbraio 1859 Nietzsche scriveva a Pinder: « Quando


non ho proprio altro da fare, mi annoto in latino ciò che mi è
capitato di udire o di leggere in qualche occasione, e così facendo
mi sforzo di pensare in latino (secondo i consigli del gatto Murr) *».
A lui, che fin dal principio era legato alla lingua tedesca da un
vincolo profondo, quesflimpresa non riuscì mai del tutto. I suoi
migliori lavori latini, pur con tutta la loro scioltezza, il loro
splendore retorico e il loro vigore epigrammarìco che a volte
sfiora quello dei romani, suonano sempre come tradotti dal tede-
sco, e probabilmente furono anche per lo più composti su brutte
copie o abbozzi in tedesco. Il vero gusto del latino, e insieme
la gioia di usarlo, gli si dischiusero la prima volta alla fine del
186], quando lesse uno scrittore il cui stile gli era congeniale.
Si trattava di Sallustio, «quo nemo gtavius et nervosius mihi
scripsisse videtur», come scrive nell’ottobre 1862 in un tema
latino su Livio 2. Lo attitavano dunque la pregnanza, la nervo-
sità, insomma la modernità dello stile di Sallustio, che ancora
nell’agosto 1864 egli chiama il più florido, «fiorentissimus»,
scrittore romano 2.
Al contatto con Sallustio egli attribuiva ancora nel 1888,
nel Crepuscolo degli idoli, unîmportanza che certo a noi appare
tanto esagerata quanto Yafiermazione di essere stato in prece-
denza il peggior latinista (Crepurcolo degli idoli, « Ciò che debbo
agli antichi », afot. 1): « Il mio senso dello stile, deIPepÌgramma
come stile si destò quasi in un attimo al mio contatto con Sal-
lustio. Non ho dimenticato lo stupore del mio venerato maestro

* È il noto personaggio di E. T. A. Hofîmann [N.d.C.].

62 Parte l. ln/anzia e giovinezza

Cotssen quando dovette dare il miglior voto al suo peggior


latinista, — ero maturato di colpo ».

Comunque negli autori greci e latini Nietzsche acquistò già


nei sei anni di Pforta un’erudizi0ne e un giudizio filologico che
lo prepararono per i successivi studi universitari in modo tale
che ben poco restava da integrare dal punto di vista dei conte-
nuti, e rimaneva da sviluppare soltanto la tecnica filologica. A
Pforta le lingue moderne non etano coltivate, e venivano lasciate
all’iniziativa più o meno spontanea degli allievi. Nel novembre
1861, nel pieno della sua sete di conoscere, Nietzsche scrive alla
sorella: << Inoltre il dr. Volkmann [...] è disposto a dare lezioni
private d’inglese. Si sono già prenotati in molti, ma io penso di
incominciare soltanto a Pasqua. Per il momento infatti sto stu-
diando privatamente Pitaliano; inoltre latino, greco, ebraico,
dove leggiamo il primo libro di Mosè; tedesco, dove leggiamo
il Canto dei Nibelzmgbi in lingua originale; francese, dove leg-
giamo in classe Carlo XII, e in gruppetto di tre, oltre a me,
Athalie; poi, italiano, in cui si legge in gruppetto Dante. Se
questo, per il momento, non è abbastanza, allora proprio non
saprei cosa si può fare di più, specialmente visto che in latino
leggiamo contemporaneamente Virgilio, Livio, Cicerone, Sallustio
e in greco Plliade, Lisia ed Erodoto».

Ma il programma non venne portato a termine.

Nietzsche iniziò debitamente l'ebraic0 come preparazione ai


suoi studi teologici, ai quali in questo periodo egli ostensibil-
mente teneva fermo come al più caro desiderio di sua madre.
Ma non andò molto avanti — anche questo è un segno di quanto
poco già allora ‘prendesse sul serio la teologia. Nel suo diploma
si legge circa la sua conoscenza dell'ebraico: « Data la sua imper-
fetta conoscenza della grammatica, appare per il momento ancora
immaturo ».

Né a Pforta ne’ in seguito conseguì mai una reale padronanza


delle lingue moderne. Per quanto leggesse con ardore Shakespeare
e ancora di più Byron, che in quesfepoca era il suo poeta pre-
ferito, lo faceva sempre in traduzione tedesca. Di inglese imparò
solo qualche parola. Nemmeno Pitaliano giunse mai a padroneg-
giare, per quanto in seguito vivesse a lungo in Italia, e nella
lettura di libri francesi, che in seguito lesse in gran numero, non
procedeva senza consultare spesso il dizionario, come ci ha rife-
rito Overbeck. Come la maggior parte degli uomini creativi nella

llI. La porta (1858-G!) 63

propria lingua, Nietzsche non era un « uomo delle lingue ».

Nella successiva lettera alla sorella, della fine del novembre


1861, comparve un nuovo interesse. Chiese la Storia degli anni
1816-56 di Menzel, dunque la storia della sua epoca l“, e la
storia della grande rivoluzione francese di Barrau “, scrivendo
in proposito: «Devi sapere infatti che ora mi interesso molto
di storia». Questo interesse rimase e crebbe, e segue già qui
sentieri che a Pforta non erano tracciati; vuol procurarsi cono-
scenze sui fondamenti della propria epoca, così come, nello stesso
periodo, aveva già acquisito queste conoscenze sull'intera storia
universale. Invece sembra che le vere e proprie lezioni di storia
lo attirassero poco: «Ha dimostrato interesse per la materia,
ma la sua preparazione tradisce qualche insicurezza. Sufficiente »,
si legge alla voce « Storia e geografia» nel diploma di maturità.
Queste materie venivano considerate sussidiarie nello stesso
senso delle scienze naturali, circa le quali leggiamo egualmente
un laconico « Sufficiente», e del disegno, che egli non praticava
più volentieri, in contrasto con i suoi trastulli infantili a Naum-
burg: « Ha frequentato solo per breve tempo il pubblico corso
di disegno e non ha dato prove soddisfacenti», dice a questo
proposito il diploma.

Con le arti figurative né il Nietzsche giovane né quello ma-


turo ebbe un rapporto naturale, come lo aveva fuor di dubbio
con la poesia e soprattutto con la musica. Era uomo d’orecchio
e assai meno uomo d'occhio. Anche a prescindere clall’impedi-
mento costituito dalla sua forte miopia e dalla debolezza degli
occhi — già entrando a Pforta portava occhiali per leggere e
lenti azzurre contro la luce troppo forte — non ci è tramandato
che lo splendido duomo di Naumburg, alla cui ombra trascorse
gli anni più impressionabili, la galleria di Dresda o gli antichi
chiostri di Pforta gli dicessero alcunché di sostanziale. Anche
più tardi, il paesaggio, la poesia e la musica del sud si aprirono
a lui come a pochi, ma davanti alle grandi opere dell‘arte figu-
rativa passava quasi senza notarle, a meno che non acquistassero
per lui un significato letterario o di pura atmosfera. Ma anche
questo caso era raro.

Il bagaglio culturale che Nietzsche acquistò a Pforta era


dunque di natura spiccatamente umanistico-letteraria. Conosceva
gli autori più importanti dell’antichità classica in misura non
comune e aveva imparato a leggerli e a interpretarli con tutta

64 Purlc I. [ÌI/(HÌZÎU e giovinezza

Pacribia filologica che era di casa a Pforta. Si aggiungeva l’entu-


siastica adesione alla poesia tedesca classica e a buona parte della
letteratura mondiale. soprattutto Shakespeare e Byron.

Nietzsche assolse i compiti che Pforta gli imponeva, e li


assolse, come già detto, meglio di quasi tutti i suoi compagni,
ma non vi si immerse completamente.

La sua vita vera correva parallela ad essi e si creava altri


spazi. Egli obbediva bensì alle leggi una volta che vi si era
assoggettato, ma non accettava di esserne prigioniero. Con la
sicurezza di un nottambulo, seguì tra i suoi vincoli la via della
propria libertà, e quando, 1’unica volta che mostrò ai suoi inse-
gnanti un tratto di questo suo cammino, non venne inteso, capì
che sarebbe stata una via solitaria, da tener separata da quella
del dovere, una via sulla quale tentò in seguito di portare sol-
tanto gli amici.

Il 19 ottobre 1861 scrisse un tema di tedesco su Hòldcrlin,


in forma di lettera a un amico, «in cui gli raccomando la lettura
del mio poeta preferito »‘.
Hòlderlin, che soltanto la generazione della prima guerra
mondiale doveva comprendere appieno, era allora pressoché sco-
nosciuto, e tra gli specialisti passava per un balbettante confu-
sionario, una semplice curiosità della storia della letteratura
tedesca.

Invece Nietzsche diciassettenne avvertì in questo «monaco


ellenico» un suo affine e ardì lodare la forza dei versi e del-
Telocuzione di Hòlderlin, difendendoli contro l‘opinione tradi-
zionale: «Questi versi [...] scaturiti dall’animo più puro e sen-
sibile, questi versi che nella loro autenticità e naturalezza oscu-
rano l'arte e l'eleganza formale di Platen, questi versi che ora
si librario nel più supplice slancio dellbde, ora sfumano nelle
più delicate note della melanconia»; e Yfimpedocle, « nei cui
toni melanconici è adombrato il futuro dellînfelice poeta, la
follia che doveva rinchiuderlo per anni come un sepolcro, ma
non, come pensi tu, con parole oscure, bensì nel più puro lin-
guaggio sofocleo e in una inesauribile ricchezza di profondi pen-
sieri »; e Piperione, «che con Parmonioso movimento della sua
prosa, con la sublimità e bellezza delle figure che vi compaiono
a me fa la stessa impressione dellbndeggiare del mare infuriato »
[ardita metafora di Nietzsche, che non era mai stato al marel].
Questo poeta « ci eleva alla più alta idealità, e noi sentiamo con

III. La porta (1858-61) 65

lui che era questo il suo elemento più familiare». E se dice ai


tedeschi «amare verità», queste «spesso ahimè sono anche
troppo giuste» e «si congiungono col più ardente amor di
patria, che Holderlin possedeva in sommo grado. Ma nel tedesco
egli odiava il puro mestierante, il filisteo ».

In quale misura Nietzsche qui parla già di se stesso, par-


lando del suo poeta! E, pur nelPentusiasmo, come resta equili-
brato! Egli ammette che « talora la profondità concettuale sembra
lottare con le tenebre imminenti della follia » e « se non contesto
gli appunti che tu gli fai per le sue contraddittorie vedute reli-
giose, lo devi imputare alla mia insufficìente conoscenza della
filosofia, che invece è in sommo grado necessaria per un esame
approfondito di questo aspetto ». Egli si augura soltanto che ci
si senta spinti «a conoscere e ad apprezzare senza pregiudizi
questo poeta, che la maggioranza dei suoi compatrioti conosce
a mala pena di nome ».

In calce a questo componimento, il correttore — è possibile


che fosse il prof. Koberstein —— scrisse, ancora pienamente
schiavo del pregiudizio, a noi quasi incomprensibile, di que-
st'epoca contro Hòlderlin: «Consiglierei amichevolmente l'au-
tore di attenersi a un poeta più sano, più chiaro, più tedesco »“”.
Del resto, gli diede il voto II-IIA. Ciò fu suflìciente a Nietzsche
per non dimostrare mai più ai suoi insegnanti ciò che lo toccava
realmente, e a prendere da loro quella distanza che sentiva. E
qui un alto segno del senso di giustizia che già si andava svilup-
pando in lui è il fatto che questo distacco avvenne senza odio
né disprezzo, anche se con occhio più acuto per le loro manche-
volezze. Si era semplicemente arricchito di una esperienza. Aveva
visto i loro limiti, e con ciò era divenuto più libero. Ma entro
questi limiti conservò la sua stima per loro, anzi a molti il suo
pensiero riandava ancora, assai più tardi, con sincera venera-
zione. Così, nel 1868 scrive 7: «Forse la freddezza e la rigidità
filologiche mi avrebbero respinto; ma come immagine di una
personalità universalmente animata e animante la propria spe-
cialità filologica, Steinhart "' per me fu importante. Corssen come
nemico naturale di ogni fiiisteismo eppure impegnato in una
vigorosa attività scientifica».

* Steinhart era il professore di greco di Nietzsche, col quale lesse la


prima volta Platone.

IV

IL PRIMO PASSO

La vita privata degli alunni di Pforta si svolgeva, eccettuate


le vacanze e i giorni di permesso, nelle camerate. Ciascuna di
queste camerate era occupata da dodici-sedici alunni, che a loro
volta venivano suddivisi in tre o quattro tavoli. A ogni tavolo
sedeva un alunno superiore o capotavola (allievo di prima), uno
medio (allievo di seconda) e due inferiori (allievi di terza). Il
capotavola sovrintendeva alla condotta e agli studi degli alunni
più giovani e presiedeva l'ora di lettura pomeridiana dalle quat-
tro alle cinque, dove si studiava la grammatica latina e quella
greca. Oltre a ciò, ogni alunno aveva come precettore un inse-
gnante cui poteva rivolgersi per qualsiasi dìfficoltà.

Il primo precettore di Nietzsche fu, come già detto, il teo-


logo pastore Buddensieg, « uno dei pochi, tanto pochi veri cri-
stiani dalla fede fanciullesca», come lo descrive un compagno
di studi di Nietzsche, Guido Meyer.

Nietzsche aveva chiaramente fiducia in lui. Presso di lui


trovava sollievo alla nostalgia; nelle malattie Buddensieg tran-
quillizzava la madre e i parenti col suo modo di fare pastorale
e patriarcale, e amministrava il denaro per i piccoli piaceri del
suo allievo. Nelle feste della scuola, come nelle cosiddette « gior-
nate della montagna», la madre e la sorella di Nietzsche erano
sue ospiti. Tutti gli alunni amavano quesfiuomo dal grande
cuore. Quando morì, ii 20 agosto 1861, Nietzsche lo pianse sin-
ceramente. Poi scelse al posto suo il nuovo insegnante dott. Max
Heinze, che più tardi doveva divenire per breve tempo suo collega
a Basilea e farsi un nome come storico della filosofia 7“. Anche
tra lui e Nietzsche si sviluppò un rapporto amichevole, nel quale
vennero coinvolte anche la madre e la sorella. Questo fu uno

IV. Il prima parto (185861) 67

dei pochi rapporti umani che resistettero per tutta la vita di


Nietzsche senza gravi turbamenti, certo anche perché non divenne
mai troppo intimo.

Per lungo tempo Nietzsche non riuscì a legare veramente


con i suoi compagni. La situazione era analoga a quella del gin-
nasio di Naumburg. I loro svaghi rozzi e chiassosi non lo attrae-
vano. Così, ad esempio, in una gita alla Schiìnburg salì da solo
sulla torre mentre tutti gli altri riempivano il calice in cantina,
e si sentì felice.

Lasciato tutto a mc stesso

cionchino pure laggiù nelle sale

fino a cader per terra.

Io esercito il mio ufficio di signore 2.

Certo non si tirava indietro nei parapiglia e si strappava con


loro i calzoni, quando nell’autunno il fantoccio di paglia degli
esami veniva bastonato dallîntero corpo studentesco e gettato
nella piccola Saale tra lo schiamazzo generale. Ma in genere si
teneva in disparte, e anche negli esercizi fisici non faceva grande
impressione agli altri.

È vero che ben presto diventò un buon nuotatore in possesso


di tutti i requisiti, ma nella ginnastica era ostacolato dalla miopia
e dalla tendenza del sangue ad affluire alla testa. I consueti saggi
ginnici durante le feste gli apparivano un «maltrattamento di
animali » e « terribilmente noiosi ».

Dato che nei primi anni, a parte queste cose, ottemperò con
grande bravura a tutte le regole e fu più volte primo, molti
rendevano a considerarlo uno sgobbone. Ma nessuno riusciva a
capirlo. Uarisrocratico riserbo dei suo modo di fare provocava
anche qui canzonature oppure sorpresa e soggezione. «La sua
indifferenza per i piccoli interessi dei compagni — scrive Deus-
scn” —, la sua mancanza di spirito di corpo, venivano inter-
pretate come mancanza di carattere, e ricordo che un giorno un
certo M. nel viale delle Muse del giardino scolastico estrasse tra
il gaudio dei presenti un fantoccio ricavato da una fotografia di
Nietzsche ritagliata. Per fortuna il mio amico non venne mai a
saperlo ». F. poi Nietzsche sbalordiva i suoi compagni con azioni
sorprendenti. Così, la sorella racconta un episodio del suo primo
anno di terza a Pforta, episodio che gettò nel terrore l'allora

68 Parla I. In/(mzia e giovinezza

anziano di Nietzsche, Krìimer “l. «I ragazzi più giovani parla-


vano di Muzio Scevola, e uno dei più paurosi dovette osservare
che era un orrore, una cosa quasi impossibile farsi bruciare così
placidamente la mano. ‘Perché? ', chiede Fritz tranquillamente,
prende un mazzetto di fiammiferi, li accende sul palmo della
mano e la tende senza tremare. I ragazzi rimasero paralizzati
dallo stupore e dall'ammirazione. D'improvviso l’anziano scopre
quanto accadeva e con un balzo gli getta via i fiammiferi dalla
mano, che aveva già riportato notevoli ustioni. L'episodio venne
messo a tacere, dato che l'anziano si sentiva in certo modo
responsabile verso il precettore e la madre, ma confido la storia
a me, dicendomi che dovevo pregare Fritz di non fare più delle
cose così terribili».

La sorella interpreta questo episodio come una condotta


« eroica », Podach vi scorge -<< attivo disprezzo della vita e accet-
tazione del dolore ». A noi pare che questo fatto stia nella stessa
linea dell'episodio già descritto dello scolaretto nel temporale.
L'eroismo fisico e il disprezzo del corpo celano un più forte
impulso, quello del dominio di sé, e la volontà di vivere fino
alle estreme conseguenze la legge accettata così come il proprio
ideale. Qui un istinto di veracità degno dell'antichità classica
trova la sua prima infantile forma espressiva, un istinto di vera-
cità che non sopporta che l'uomo oscilli indeciso tra l’ideale e
la prassi, un istinto che fin dal principio si situa in uno spazio
spirituale diverso, più inquietante, da quello del XIX secolo,
nello spazio di quella «sublime idealità » in cui due anni più
tardi, come abbiamo visto, egli trova immerso Hòlderlin come
«nel suo elemento familiare ».

Non stupisce che sulle prime Nietzsche non trovasse neanche


un amico tra i suoi compagni. Anche col primo che gli si avvi—
cinò, solo molto gradualmente i rapporti si fecero più stretti.
Era Paul Deussen, figlio anche lui di un pastore, proveniente
dalla Renania, uno dei migliori allievi dell'istituto. Si conobbero
nell'autunno del 1859.
« Non so più che cosa ci fece incontrare — riferisce Deus-
sen 7’ —; credo che fosse il comune amore per Anacreonte, le
cui poesie riempivano noi allievi di seconda inferiore di un
entusiasmo tanto più caldo quanto minori difficoltà quel greco
facile frapponeva alla comprensione. Recitavamo i suoi versicoli
nelle passeggiate comuni e stringemmo un patto d'amicizia, incon-

IV. Il prima purm (185861) 69

trandoci — fu nel dormitorio, dove nel baule sotto il mio letto


tenevo tra gli altri segreti un pacchetto di tabacco da fiuto — in
un'ora solenne, scambiando il lei che a Pforta è normale anche
tra studenti col tu riservato solo agli amici più stretti, e se
non brindando, almeno fiutando alla nostra amicizia ».

Ma al principio, come già detto, questo rapporto di amicizia


con Deussen non sfociò in una vera intimità. Era fondato più
che altro sul comune interesse per gli scrittori antichi e per la
filologia, sul comune proposito di studiare teologia, sull’inclina-
zione di entrambi a distaccarsi dal gregge e a prendere molto
sul serio le esperienze spirituali. Non c'è dubbio che in questa
amicizia Nietzsche si sentisse fin dal principio superiore, se non
per cultura, certo per penetrazione e intelligenza. E questo sen-
timento rimase anche quando l’amicizia si fece più intima.

I veri amici di Nietzsche rimasero fino alla prima classe Krug


e ancor di più Pinder. Erano quelli che più lo attraevano a
Naumburg quando si avvicinavano le vacanze; giacché, pur col
suo amore per la madre e la sorella, la sua distanza dal loro
mondo crebbe con Pampliarsi del suo orizzonte spirituale. Lo
squallore e Pottusità dei loro tè e ricevimenti serali con le loro
chiacchiere eternamente uguali lo nauseavano a tal punto che
già ne1l’estate del 1859 ne inserì all'improvviso una descrizione
satirica in un abbozzo di novella per altri versi insignificante’,
salvo poi a cancellarlo egli stesso come contrario alle sue inten-
zioni artistiche.

Durante le stesse vacanze estive Nietzsche fece un viaggio


a Jena da suo zio Emil Schenk, che era il borgomastro locale.
Qui nuotò nella Saale, quasi annegandovi, fece con lo zio lunghe
passeggiate sulle colline prospicienti la città o trascorse interi
pomeriggi a scartabellare nella biblioteca dello zio, dove conobbe
evidentemente la prima volta Novalis, «le cui idee filosofiche
mi interessarono», dice Nietzsche. Sulla Kunitzburg vagheggia
un ritratto romantico del cavaliere medievale, ma lo spirito cri-
tico dello storico nato gli fa subito aggiungere, in tono riflessivo:
« Ma è difficile recuperare l'angolo visuale del Medioevo, noi
ce ne rappresentiamo la vita sempre esagerando, o nel senso di
una romantica idealizzazione, ovvero come un fior fiore di soprusi,
atssassinii, rapine ».

Ma fu la vita studentesca che gli fece l'impressione più forte.


Suo zio era un anziano della «Teutonia », e quindi anche il

70 Parte I. lu/unzia e giovinezza

quindicenne Nietzsche venne accolto cordialmente come ospite


dall'associazione. Secondo quanto riferisce la sorella, ne rimase
entusiasta, ma è evidente che Nietzsche per conto suo tirò le
somme in maniera diversa: « Etri Pluto meus amicur eri‘, ossia,
benché abbia molta simpatia per la piccola città universitaria,
tamen verìtutem duccm sequor, tuttavia a Jena si corre un po’
troppo la cavallina, anche se in passato andava forse anche peg-
gio » “', cosi scriveva per proprio conto poco dopo queste vacanze,
i cui ultimi giorni aveva nuovamente trascorso con la madre e
la sorella a Pobles. Doveva essere l'ultima volta. La sorella rife—
risce un sogno di Nietzsche che è simile a quello fatto da ragazzo
prima della morte del fratello “a.

«Il 2 agosto 1859 celebrammo il settantadùesimo* com-


pleanno di nonno Oehler. Figli, generi e nuore e nipoti si erano
radunati in gran numero. Quando scesi al mattino, mi venne
incontro Fritz che era già in giardino e mi confidò che si era
svegliato prestissimo a causa di un sogno assai strano: l'intera
canonica di Pobles era in macerie, e la povera nonna era rimasta
sola tra le impalcature e le travi distrutte. A questo punto gli
venne una tale voglia di piangere che si svegliò e non riuscì più
a riaddormentarsi. Mammina ci proibì di raccontare questo sogno
in giro. Del resto il nonno era così vivace e arzillo che tutti gli
davano altri vent’anni. Ma verso la fine dell'estate si raffreddò
talmente che cadde gravemente malato; il nonno, che aveva
sempre ricevuto il medico come amico, mai come medico, dovette
ora ricorrere alle sue cure. La malattia venne diagnosticata come
influenza; e alla metà dell'inverno (17 dicembre 1859) morì il
nonno tanto amato ».

Sembra che nell'età matura Nietzsche non avesse più sogni


presaghi come questo e quello sopra menzionato, comunque non
ce ne vengono riferiti altri.

Le liete vacanze a Pobles ebbero così fine, giacche’ nonna


Oehler si trasferì a Merseburg da uno dei suoi figli, dove morì
a 82 anni di un colpo apoplettico.

Dopo la morte di nonno Oehler, che per lui era stato un


amico buono e comprensivo più che un nonno severo, Nietzsche
consolidò la sua amicizia con Pinder, l'amico coetaneo.

Nelle vacanze estive del 1860 i due fecero insieme un viag-

* Errore dell'autrice: David E. Oehler aveva 70 anni.

IV. Il prima parto (1858-dl) '71

gio a Gorenzen nel Harz, toccando Eisleben e Mansfeld; a Go-


renzen era pastore lo zio Edmund Oehler. Qui, durante una
passeggiata nei boschi, concepirono il progetto di uno scambio
culturale regolare. «Inizialmente il progetto riguardava soltanto
la poesia e la scienza. La musica era ancora esclusa » ‘Ì Di ritorno

a Naumburg, inclusero anche Gustav Krug — e con lui la mu-


sica — e si giunse così alla solenne fondazione di una regolare

Associazione dei Tre. Il 25 luglio 1860 fecero una passeggiata


sulla Schònburg e sulla torre giurarono lo statuto della loro
associazione, che chiamarono «Germania». Circa le finalità di
questa associazione, Nietzsche dirà più tardi (16 gennaio 1872)
come professore”: « Decidemmo allora di fondare una piccola
società, formata da pochi compagni, al fine di dare una solida
e vincolante organizzazione alle nostre tendenze produttive nel-
l'arte e nella letteratura. O per esprimermi più semplicemente,
ciascuno di noi doveva impegnarsi a mandare ogni mese tina
produzione propria, una poesia, o un saggio, o un progetto archi-
tettonico, o una composizione musicale: su tali produzioni, poi,
ciascuno degli altri aveva il diritto di pronunciare un giudizio,
con la franchezza senza riserve che si conviene a una critica ami-
chevole. In tal modo, sorvegliandoci a vicenda, noi pensavamo
di stimolare, e al tempo stesso di tenere a freno, i nostri impulsi
culturali ».

Data l'intensa predilezione di Nietzsche per Robert Schumann,


non è da escludere che i « Davidsbiindler » di Schumann (che
a loro volta sono fondati sui «Fratelli di Serapione » di E. T. A.
lloffmann) gli servissero più o meno consciamente da modello;
comunque la fondazione della « Germania» si inserisce in pieno
nel quadro complesso del romanticismo tedesco **. Tuttavia la
concezione di Nietzsche si distingue sostanzialmente in un punto
fondamentale da altre associazioni del genere. Mentre, ad esem-
pio, i « Davidsbîindler » di Schumann scendono in campo contro
una generale pratica superficiale dell’arte e propugnano la pro-
pria convinzione, il proprio orientamento, la «Germania» è
diretta contro l'incapacità propria, contro il pericolo dell'appiat-
timento spirituale dei membri stessi dell'associazione. I tre amici

"‘ Sii/l'avvenire delle nostre rcuale, l conferenza.


“' F. probabile che la « Germania >> prendesse a modello la società « Lit-
tcraria» di Naumburg, di cui facevano parte i padri dei due giovani amici

di Nietzsche [N,d.C.].

72 Pur/e I. ln/uuzia v giovinezza

rispettarono in linea di massima questo programmi per qualche


tempo, e quando gli altri due minacciavano di inliepidirsi, era
sempre Nietzsche che cercava di ricondurli all'ordine. [ì per due
anni la cosa andò avanti discretamente, ma nel terzo Nietzsche
era rimasto solo a giocare con pertinacia alla. «Germania», in-
viando le sue contribuzioni mensili. Nell’agosto del 1863 la (leci-
sione di sciogliere la società era ormai matura e inevitabile, dopo
che già una volta si era dovuta superare una strettoia anche
finanziaria e una crisi di fiducia. Nietzsche era del resto quello
dalla cui pCfSOIìalltà era nato l’intero progetto. Già nel febbraio
1859 aveva invitato Pinder a mandargli le sue poesie, aggiun-
gendo: « Possiamo recensirle a vicenda per corrispondenza, con
molla precisione, indirizzandoci biasimo e lode, secondo il me-
rito». In questo periodo Fimpulso produttivo e quello critico
erano in lui egualmente forti. Quando si entusiasmò del tema
di Prometeo, scrisse "', come confessa egli stesso a Pinder, «in
primo luogo un dramma mal riuscito [...] zeppo di innumerevoli
concetti errati su questo argomento; in secondo luogo, tre poesie,
sempre su questo tema, che ho stroncato in un terzo » [scritto],
ma poi tentò per così dire di organizzare se stesso e gli amici
per il tema che non lo lasciava in pace, e per la verità in un
modo addirittura metodico-pedantesco, che tradisce la scuola di
Pforta non meno di quegli schemi saccenti, eppure pervasi dal
più vivo senso del pericolo della dispersione, con l'aiuto dei quali
egli cerca in quesfianno di veder chiaro circa le proprie esigenze
spirituali: «Prometeo è diventato 0m per me un argomento
molto interessante e mi piacerebbe molto che noi due annotas-
simo le nostre idee in proposito. Anzitutto perciò, raccogli da
tutti i lessici e da altri libri, dalle mitologie, un quadro il più
possibile completo sia della sua vita sia dell’intero ciclo mito-
logico connesso a questa figura [...]. Annòtati poi tutte le idee che
ti vengono in mente a un esame più attento; io farò altrettanto
e poi ci suddivideremo Pargomento come segue: I. Titani.
II. Prometeo. III. Epìmeteo e Pandora. IV. Le ultime sorti
di Prometeo. V. Epimeteo e Prometeo, Pandora (rapporto reci>
proco). VI. La fine di Zeus (in rapporto alle saghe tedesche)».

Ciò che impressiona a prima vista e non sempre piacevol-

* Aprile/maggio 1859.
IV. Il primo passo (1858-61) 73

mente in simili espressioni è il tono professorale del quindicenne


Nietzsche. Ma si tratta soltanto del sacro fuoco trasmessogli in
retaggio dalla sua ascendenza di predicatori, insegnanti ed edu-
catori. In realtà è stordito dalla ricchezza del mondo dello
spirito, che lo avvolge all'esterno e che egli cela in se stesso,
e vuol trovare un punto dìippoggio e dominarlo. Le conoscenze
e le capacità conferitegli dalla scuola non possono bastargli. Il
suo ideale non è la dottrina, bensì la cultura universale, quale
gli si mostra già in un fuggevole contatto con l’opera di Alexan-
der von I-Iumboldt. Ma a questo scopo egli ha bisogno, nel-
l’oceano delle esperienze culturali, di collaboratori e amici che
seguano lo stesso impulso. Qui, come più tardi, riesce a trovarli
per un tratto del cammino, ma non per-tutta la sua strada, la
cui spietata consequenzialità nessuno del suo secolo poté né volle
accettare.

La « Germania » divenne per Nietzsche la prima tribuna dalla


quale parlare con la propria voce; qui potevano trovar libero
sfogo i suoi impulsi produttivi.

I tre amici conclucevano con cerimoniosa cortesia i loro


« sinodi » e « adunanze» durante le ferie, come pure il loro
carteggio, e si preoccupavano costantemente di una forma lette-
raria il più possibile idonea alla stampa. Con i loro contributi
finanziari si acquistavano giornali, spartiti e libri. I lavori men-
sili di ciascuno venivano inviati agli altri due, che li criticavano
spietatamente e senza traccia dell’usuale cortesia.

Con Pammissione di Gustav Krug la produzione musicale di


Nietzsche, che fino ad allora era rimasta piuttosto in ombra
rispetto alla poesia, prese un nuovo impulso. I suoi primi lavori
per la «Germania» erano stati dei pezzi per un oratorio di
Natale. Nel comporli seguì princìpi riformatori, che illustrò ai
due amici in una lunga lettera del 14 gennaio 1861: Foratorio
deve acquistare carattere unitario, tutte le contaminazioni pro-
fane vanno eliminare; si deve evitare per quanto possibile tutto
ciò che non è cantabile e, se non si può evitarlo, il recitativo
va sostituito da parole dette insieme alla musica di accompagna-
mento, quindi dal melologo (già realizzato da Schumann per il
suo Manfredi), o addirittura da interludi puramente strumentali,
« musica descrittiva»; e in effetti sia gli abbozzi della messa
(185859), sia quelli di questo Oratorio di Natale presentano

74 Parla I. In/anzia e giovinezza

pezzi puramente strumentali sproporzionatamente lunghi e nume-


rosi, e perfino i cori sono composti senza testo. L'idea musicale
si dimostra prevalente ‘E.

Nietzsche colloca in via assoluta l'oratorio davanti all'opera,


come genere artistico di natura superiore e più pura, il che tra
l'altro esclude ancora totalmente per questi anni ogni entusiasmo
per Wagner.

Al primo periodo di Pforta potrebbero risalire gli ampi


schizzi di una messa e forse anche di un requiem, per i quali
si fece ripetutamente mandare da casa grandi quantità di carta
da musica. Come la messa, anche un mottetto dal titolo O Gesù,
mia ferma xperanza, rimase un frammento. Con la data 4 luglio
1860 è conservata la bella copia di un « Miserere » per coro a
cappella a 5 voci. Nell'intervallo compose, per far musica con
la sorella nel Natale del 1859, una fantasia per pianoforte a
quattro mani. Ma soprattutto, a partire dall'agosto 1860, egli
si dedicò al suo Oratorio di Natale. Tra i contributi mensili alla
«Germania » dominano i brani in se’ conchiusi di quest’opera,
che tuttavia rimase anch'essa un torso, e di cui non è possibile
ricostruire il piano complessivo, nonostante le numerose parti
singole conservate. Il suo impianto doveva essere grandioso, ma
poco dopo la confermazione, il 10 marzo 1861, Nietzsche la
abbandonò e con essa i temi religiosi in genere. Tre pezzi stru-
mentali che ne facevano parte, e precisamente: Mondo pagano,
Attera delle stelle e La morte dei re, vennero da lui riuniti in
forma di fantasia per pianoforte a quattro mani e presentati
nell'agosto 1861 come contributo per la «Germania » col motto
«Il dolore è la nota fondamentale della natura » (da justinus
Kerner). Fin dal settembre lo tiene occupato un « poema sinfo-
nico» dal titolo Ermanarico musicalmente ispirato a Htmgaria
di Franz Liszt.

Ma assai più importante delle sue composizioni di questi


anni fu per lui Lm mutamento dei gusti musicali. Fu senza dub-
bio l'influsso di Gustav Krug a provocare questo mutamento.
Già alla fondazione della «Germania » venne stabilito di abbo-
nare l'associazione alla « Zeitschrift fiir Musik », che allora era
già scesa in campo in difesa di Wagner e della sua opera. Poi,
nel marzo 1861, Krug tenne ai suoi amici una conferenza su
« alcune scene di Tristano e Isotta», e già nelle stesse vacanze
pasquali dovette suonare a Nietzsche parti della riduzione per

IV. Il prima parto (1858-61) 75

pianoforte del Tristano, giacché scrive a Nietzsche nell’aprile*:


« Subito dopo le vacanze ho restituito il Tristano e Isotta, di cui
purtroppo tu hai sentito soltanto la metà circa. Proprio il secondo
e il terzo atto sono meravigliosi, anche se il secondo all’inizio
non è molto comprensibile ed è un po’ faticoso. Solo all’ascolt0
ripetuto se ne riconoscono le grandi bellezze, e si potrebbe dire
che il secondo atto rappresenta il punto culminante dell’opera.
Spero di sentire con te Tristano e Isotta a Weimar, credo al
convegno di musicisti che stando al più recente periodico musi-
cale avrà luogo a Weimar dal 3 all’8 agosto».

Di questo viaggio non si fece nulla, ma la propaganda di


Krug per Wagner divenne sempre più accesa‘ Parlò davanti agli
amici sulla scuola musicale tedesca moderna, sullbuvertute del
Faust di Wagner, sull‘Oro del Reno, e nell’aprile del 1862 acqui-
stò per la « Germania », infrangendo lo statuto, invece del libro
di turno, la riduzione per pianoforte del Tristano e Irotta, perché
credeva in questo modo di conquistarsi Nietzsche; ma per questa
infrazione sorse un grave conflitto. Dello stesso Nietzsche noi
abbiamo in quesfiepoca un solo giudizio sulla musica di Wagner,
in un frammento sull’essenza della musica 2. Nella prima parte
— perduta — doveva parlare della composizione contrappunti-
stica formalmente rigorosa, aggiungendo che vi sono persone
che anche questa musica colpisce e tocca nel sentimento, e con-
tinua: « Anche su di te e sulla tua intelligenza molti scuotono
il capo, quando te ne stai annichilito dal potere della musica
dinnanzi alle onde appassionate di Tristano e Isotta. Tutt’e due,
sia i contrappunti di Albrechtsberger *”, sia le scene d’amore di
Wagnet, sono musica: entrambi debbono avere qualcosa in co-
mune, Pessenza della musica. Il sentimento non è un criterio
di valutazione per la musica». Già qui delle sfere di espressione
musicale gli si condensano in personaggi che diventano simboli,
come accadrà più tardi con Fantitesi Wagner/Bizet, nella quale
si cristallizza il suo superamento del romanticismo e dellîdea-
lismo in favore del realismo.

Il citato Joh. Georg Albrechtsberger nel 1794 era stato inse-


gnante di teoria di Beethoven. Come compositore era assai con-

* Krug a Nietzsche, circa aprile 18613.

"‘""' johann Gcorg Albrechtsberger, 1736-1809, contemporaneo e quasi


(‘uclunuî di Haydn, dal 1772 organista di corte nella cattedrale di S. Ste-
Lmo a Vienna.

76 Par/u l. Iii/anzi}: e giovinezza

servatore agli occhi della sua stessa epoca e rimase pressoché


sconosciuto, ma le sue opere teoriche erano valide e il suo ma-
nuale rinîase a lungo una base della tecnica compositiva contrap-
puntisticai Su questo manuale anche Nietzsche aveva studiato da
autodidatta e le sue composizioni fino all’Oratori'o di Natale mo-
strano chiaramente, nella loro linearità spesso dura e senza com-
promessi, Yinfiusso di questa corrente artistica. Ora, nel Tristano
di Wagner gli si presenta —— superando d’un balzo tutto il clas-
sicismo musicale — l’estremo opposto; qui dominano non più
le strutture lineari (orizzontali) bensì quelle armoniche (verti-
cali); ed entrambi i generi sono musica, e come musica Nietzsche
li riconosce. Egli cerea un elemento comune, senza ancora tro-
varlo; ma da allora il problema per lui esiste e lo accompagna
per tutta la vita, e per tutta la Vita lo inquieta; ed è W/agncr
che sta al principio e alla fine di questa inquietudine, al principio
come superatore delle strutture pre-classiche, alla fine come
romanticismo superato.

Dunque Nietzsche lotta manifestamente fin dal 1862 con


l'esperienza Wagner, e la successiva reminiscenza in Ecce homo:
« Fin dal momento in cui esistette una riduzione per pianoforte
del Tristano — ì miei complimenti, signor von Biilow! — io
fui wagneriano», esagera forse un tantino Yeifettiva situazione.
Uatteggiamento di Nietzsche verso la musica in generale fino
alla conoscenza personale con Wagner ci fa parimenti conclu-
dere che Tentusiasmo per Wagner non dovette iniziare cosi im-
provvisamente e senza riserve. È vero che la sorella riferisce "1
« Mi ricordo che le vacanze autunnali del 1862 vennero trascorse
da mio fratello e dal suo amico Gustav a stionare da mane a
sera la riduzione per pianoforte. Dato che il padre di Gustav
era un acceso sostenitore della musica classica, queste ore wagne-
riane si celebravano da noi. Quando Fritz mi chiese ‘se non era
meraviglioso’, dovetti tristemente confessare che quella musica
non voleva entrarmi in capo. Del resto io dubito che il modo
di suonare dei due ragazzi potesse piacere allora a chicchessia,
nessuno dei due aveva ancora ascoltato l'opera e quindi non
sapevano mettere nel giusto rilievo la melodia fra quella marea
di note. I due facevano un incredibile fracasso, il canto delle
loro voci vigorose ricordava a volte un ululato».

Per quanto importante possa apparire a una visione retro-


spettiva questo precoce incontro col Tristano, esso non rappre-

1V. Il prima passo (1858-61) 77

senta un’esperienza spirituale decisiva e tanto meno la esperienza


decisiva degli anni di Pforta. Nella quarta domenica di Quare-
sima (10 marzo) 1861 Nietzsche venne confermato insieme a
Deussen, che ci narra 7’: «Ricordo benissimo la santa, estatica
spiritualità che ci pervase durante le settimane precedenti e
quelle successive alla conformazione. Saremmo stati pronti a
morire sull’istante per essere al fianco di Cristo, e ogni nostro
atto, ogni pensiero e sentimento era irradiato da una serenità
ultraterrena, che ovviamente, essendo una pizxnticella artificial-
mente coltivata, non poteva essere duratura e che prestissimo,
sotto le impressioni quotidiane dellîxpprendere e del vivere,
scomparve con la stessa rapidità con cui era venuta. Tuttavia
una certa fede resistette fino all’esame di maturità e oltre. Ma
venne impercettibilmente minata dall’eccellente metodo storico-
critico con cui a Pforta venivano trattati gli antichi e che poi
automaticamente si trasferiva agli studi biblici».

Qui Deussen dà al momento risolutivo un valore causale.


In realtà, per il giovane Nietzsche il cristianesimo non era
oggetto di intenso studio, almeno non più di altri fenomeni
storici, addirittura meno, anche se Yatmosfera solenne della
conformazione poteva commuoverlo.

Quali erano gli oggetti della sua riflessione e dei suoi impulsi
produttivi in quesfiepoca? Poesie, composizioni, Byron, una
poderosa figura della saga nordica (Ermanarico) e un grande
problema filosofico. Del cristianesimo, nulla. Esso rimase per lui
ancora per qualche tempo una veste consuetudinaria da indos-
sare, una legge ereditaria da seguire. Ma lbrientamento del suo
spirito non venne determinato dal cristianesimo. Abbiamo già
visto come Yabbandonasse in campo musicale pochi mesi dopo
la confermazione, nell’estate del 1861.

Solo quando, l’anno seguente, 1862, egli considerò il cri-


stianesimo dal punto di vista di un importante problema filo-
sofico, esso divenne oggetto della sua riflessione, che per la
verità fu subito piuttosto critica. Ma su ciò egli tacque, soprat-
tutto con la madre, e più che mai quando questa e la zia Rosalie,
incrollabile nella sua ortodossia, si scandalizzarono perché nel
novembre del 1861 aveva consigliato alla sorella la lettura della
storia della Chiesa e della Vita di Gesù di Hase, «il piùbril-
lante propugnatore del razionalismo ideale ».

Forse anche nella Pasqua del 1861 si ebbe per questioni

78 Par/c I , ln/anzia e giovinezza

simili un «disaccordo », una « incrinarura » con la madre, per


la quale nellìtprile egli le chiese perdono. In ogni caso, (la allora
in poi, fino alla sua decisione anche esteriore presa a Bonn, egli
tenne per sé e per i due amici della « Germania » i suoi pensieri
critici sul cristianesimo. Ormai la madre e la sorella rimasero
escluse dalla sua vera vita spirituale, così come gli ìnsegiìanti.

l.e poesie di quest'epoca hanno ancora poco rilievo, come


quelle degli anni infantili di Naumburg; ma poco prima e dopo
il viaggio estivo del 1861, che lo portò, attraverso Plauen e
Norimberga, fino alla foresta di Boemia, un argomento storico
prese a esercitare su di lui una forza d'attrazione così poderosa
da durare, con intervalli, fino all’agosto 1865. Era il ciclo di
saghe relative a Ermanarico re degli Ostrogoti, in cui si era
certo imbattuto la prima volta nelle lezioni di tedesco cli
Koberstein.

A torto si è sempre voluto sottolineare lo studio dedicato


da Nietzsche nell’ultimo periodo di Pforta al poeta gnomico greco
Teognide, certo sotto Pinflusso della sua successiva carriera filo
logica e per la somiglianza del suo ideale aristocratico con quello
di Teognide. In realtà Teognide era stato per lui un semplice
compito scolastico di natura puramente filologica, senza una
sostanziale partecipazione interiore.

Ma egli si sentì così preso dalla figura di Ermanarico e dal-


Peroico e sanguinoso mondo nordico da tentare di venirne a
capo non solo con gli strumenti dell’indagine storica, bensì anche
in un «poema sinfonico», in frammenti drammatici e poetici,
sebbene alla fine si accontentasse di una vasta esposizione critico-
letteraria, anche qui sempre « col sentimento di essermi talmente
sprofondato nell’antica saga che ora me ne distacco per un lungo
periodo quasi con dolore » 2.

Le violente passioni, le quali « per la saga popolare, finché


essa scorre ancora genuina e pura, sono forse oggetto di orrore
ma non di biasimo», anzi «la crudeltà non priva di una certa
dignità tragica », come egli cita da Wilhelm Grimm, lo attrae-
vano verso queste figure e verso il campo storico delle loro lotte
nella piana del Don.

Studiò con la massima cura le fonti, Giordane, Saxo Gram-


maticus, le cronache e l’Edda, e se ne sentì come annichilito 1:
« Quel crepuscolo degli dèi, quando il sole si fa nero, la terra
sprofonda nel mare e vortici di fiamma avvolgono l’albero del

IV. Il prima parto (1858-El) 79

mondo e la vampa lambisce il cielo, è la più grandiosa inven-


zione che il genio di un uomo abbia mai escogitata, insuperata
nella letteratura di tutti i tempi, infinitamente ardita e terribile,
eppure risolta in incantevoli armonie».

Ma quando tentò di dominare musicalmente questa materia,


riconobbe, con lo spirito autocritico che lo contraddistingue fin
dal principio: « I miei personaggi non sono dei goti, dei tedeschi,
bensì [...] figure ungheresi; l'argomento è trasposto dal mondo
germanico alle puszte d'Ungheria, alle ardenti anime magiare [...].
Senza dire che mancano ai personaggi i primitivi, possenti tratti
e lineamenti germanici, i sentimenti sono più scavati e moderni,
troppa riflessione e troppo poco vigore naturale ». Di fronte a
questa esperienza, a questo giudizio di Nietzsche sedicenne, a
chi non viene in mente il suo posteriore appassionato contatto
col mondo di Wagner e il suo distacco da esso!

Per ben quattro anni lo tenne incatenato la materia, e le


fasi del suo lavoro sono abbastanza interessanti.

Il 3 luglio 1861 compone un saggio, riferito ancora soltanto


a una sola fonte, 1’EddaZ. Già nel settembre (« per S. Michele »)
egli tenta di dominare musicalmente le figure e l'azione in un
«poema sinfonico» di ampio respiro, componendo per piano-
forte a quattro mani. La severa struttura di Albrechtsberger è
superata e il giovane compositore, sotto l'impressione di Liszt
e soprattutto del suo Hzmgaria, entra nel campo della musica
descrittiva. Ma anche in questo modo non si libera dell'emo-
zione che gli procura questo terna, e la composizione si riduce
verso la fine a uno schizzo '1'. Il 29 aprile 1862 tenta di racco-
gliere e di dominare la materia in una poesia, nel maggio è soprat-
tutto La morte di Ermamarico che viene espressa in forma poe-
tica come contributo per la « Germania » I. Di nuovo nel set-
tembre (S. Michele 1862) riprende la composizione musicale,
questa volta scrivendo per pianoforte a due mani, per cosi dire
come riduzione per pianoforte di una composizione pensata per
grande orchestra. È la sua prima opera musicale di grande respiro
che riesce a portare a termine. Formalmente la composizione è
determinata da un «programma» esteriore. Ma anche qui le
formulazioni musicali hanno la precedenza, giacche’ il «pro-
gramma» si trova soltanto in annotazioni del successivo mese
di ottobre 1862 ‘. La successione qui descritta, con le lettere di
riferimento A-O, corrisponde esattamente alle parti e alle indi-

80 Par/e I. Infanzia e giovinezza

cazioni della composizione del 1862, mentre non può concordare


con l'abbozzo del 1861, che però contiene già tutte lc formula-
zioni musicali.

Al novembre 1862 risaie un abbozzo di sceneggiatura e alcune


caratterizzazioni di personaggi, nasce il pensiero di una rielabo-
razione drammarica 1. Infine — nell'ottobre 1863 — seguono
estesi studi delle fonti, dai quali risulta nel novembre un saggio
erudito 2. E ancora una volta Nietzsche fa ritorno al progetto
di elaborazione artistica, nell'agosto 1865, con un canovaccio
per un'opera z. In questa evoluzione, in questo oscillare tra chia-
rificazione scientifica, storico-critica, filologica e dominio intui-
tivo, artistico-personale del problema, si manifesta per la prima
volta e già con grande nettezza ciò che costituisce così spesso il
fascino mutevole e contraddittorio di Nietzsche: la duplicità del
suo talento.

Proprio questi lavori dovevano procurargli la conoscenza di


un compagno di studi, dalla quale si sviluppò poi una lunga ami-
cizia, quella del giovane barone Carl von Gersdorfi.

L0 stesso Gersdorff scrive in proposito 40 anni più tardi, il


14 settembre 1900, dunque poco prima della morte di Nietzsche,
a Peter Gast: « I0 ero esterno presso il vecchio professore August
Koberstein, il noto storico della letteratura, che curava l'insegna-
mento della lingua tedesca anche nella seconda inferiore. Quando
era in questa classe, Nietzsche aveva composto un saggio storico-
critico ardito e originale sulla saga di Ermanarico e l'aveva pre-
sentato a Koberstein, Questi ne rimase molto contento e lodò
grandemente la dottrina, l'acume, il talento combinatorio e l'ele-
ganza stilistica del suo allievo. Poiché Koberstein, che a tavola
era in genere piuttosto taciturno, si era espresso davanti a me
con viva gioia, io trovai l’occasione per mettermi incontatto con
Nietzsche. Già al mio ingresso nella seconda inferiore avevo
subito avvertito che egli era spiritualmente assai superiore ai
suoi compagni, ed ebbi la sensazione che avrebbe fatto qualcosa
di grande. Ma egli attirava anche per il garbo disinvolto del suo
contegno, e metteva subito a tacere ogni nota di rozzezza e di
scostumatezza. Dato però che, dovendo frequentare altri esterni,
non potevo incontrare Nietzsche così spesso come avrei deside-
rato, trascorse un altro anno e mezzo prima che potessimo strin-
gere relazioni amichevoli [...]. A partire dalla prima il nostro rap-
porto si fece più intenso e affettuoso. A ciò contribuì non poco

IV. Il prima parte {1858-61) 81

la musica; tutte le sere dalle sette alle sette e mezzo ci incon-


travamo nella sala da musica. Non credo che Beethoven sapesse
improvvisare in modo più toccante di Nietzsche, ad esempio
quando c’era una tempesta in cielo».

Qui troviamo per la prima volta descritta la grande impres-


sione che Nietzsche faceva ai suoi ascoltatori quando improvvi-
sava al pianoforte. Quesflimpressione doveva ripetersi nelle per-
sone più semplici come in quelle di grande valore musicale fino
ai suoi ultimi giorni. E il potere liberatorio che i temporali eser-
citavano sul suo animo è testimoniato da uno schizzo in stile
diaristico‘: «Fa buio nella stanza; accendo una lucerna; ma
l’occhio del giorno mi spia dalle tende a metà calate. Oli, vor-
rebbe vedere più a fondo. nellîntimo del mio cuore, che è più
caldo della luce, più crepuscolare della sera, più animato delle
voci distanti e nel suo profondo trepida e vibra come una grande
campana suonata durante un temporale.

E io lo invoco, un temporale: il suono delle campane non


attira forse i fulmini? Allora vieni, tempesta, netta e purifica,
soflia un fresco sentore di pioggia nella mia fiacca natura, sii la
benvenuta, benvenuta finalmente! Guarda! Eccoti guizzare, prima
folgore, nel bel mezzo del mio cuore — e da esso si leva -in alto
un lungo nastro di pallida nebbia. La conosci, la tetra e maligna?
Già il mio sguardo si fa più sereno e tendo la mano verso di lei
per maledirla. E il tuono brontola; e una voce risuona: ‘Puri-
ficati ’.

Afa pesante: il mio cuore trabocca. Non trema una foglia.


Ma ecco un lieve alito, sulla terra l’erba rabbrividisce sii ben-
venuta, o pioggia, mitigatrice, redentrice! Qui tutto è desolato,
vuoto, morto: semina nuove piante!

Guarda: un‘altra folgore! Biforcuta e accecante nel bel mezzo


del cuore! E una voce risuona: ‘Spera! ’.

Un soave profumo sorge dalla terra, un vento prende ad


aleggìare, e gli tien dietro la tempesta che insegue ululando la
sua preda. Essa incalza davanti a se’ fiori spezzati. Dietro le
scroscia la pioggia gagliarda.

E mi trapassa il cuore. Pioggia e tempesta! Folgori e tuoni!


Nel bel mezzo del cuore! E una voce risuona: ‘ Rinnòvati! ’_».

È questo il sentimento vitale del ventenne Nietzsche, in cui


il fato e la missione si vanno destando ancora oscuri e ignoti.

Due anni dopo egli si riconosce ancor meglio nella tempesta.

82 Pur/c 1. infanzia e giovinezza

Il 7 aprile 1866 scrive proprio a Gersdorfl, che lo ha sentito


improvvisare al pianoforte durante un temporale quando era
alunno di prima, e che ora studia germanistìca: «Ieri c’era in
cielo un temporale impressionante, io mi afirettai verso un monte
vicino, chiamato ‘ Leusch’ (forse tu puoi spiegarmi questa pa-
rola), trovai lassù una capanna, un uomo che scannava due
capretti, e suo figlio. Il temporale scoppiò con inaudita violenza,
con bufera e grandine; io provai un entusiasmo ineguagliabile [...].
Cos’era mai l'uomo per me, con la sua volontà mai placata! Co-
s’era per me l’eterno ‘ tu devi ' e ‘ tu non devi’! Quanto diversi
il lampo, la bufera, la grandine, forze libere, senza etica! Come
sono felici, come sono forti — volontà pura, non inquinata dal-
Pintelletto! ».

Al temporale si sente affine, nel temporale si rivela la sua


natura, ora come in seguito. « Nell’oscura tempesta voglio scom-
parire: e per i miei ultimi momenti voglio essere nello stesso
tempo uomo e folgore», scrive al culmine della sua attività
creativa, all’epoca dello Zarathustra, nel suo quaderno‘. E l’im-
pressione di un temporale, ma soiîuso della tranquilla luce della
riflessione, fa il primo scritto filosofico in senso proprio che
Nietzsche compose a 17 anni e mezzo, nel marzo 1862, per la
sua «Germania», e che lesse nell’aprile ai suoi amici, dopo
aver scelto già alcuni mesi prima il tema «Fato e storia» e
« Libertà della volontà e fato »’.

Questa prima esplosione della sua natura spirituale, anche


se smorzata e repressa dalla viva consapevolezza che si tratta di
un inizio, di qualcosa di assai imperfetto, è come un programma
di tutta la sua vita, di tutto il suo pensiero. Quasi tutti i suoi
temi importanti vengono qui già toccati, e d’ora in poi egli non
farà che tornai-vi da circoli sempre più ampi e da sempre più
lontani viaggi di esplorazione, con sempre maggior passione e
con un carico sempre più ricco di idee.

Bisogna tener presenti i vincoli dell'eredità e dell’educazione


per valutare Parditezza di queste prime riflessioni; ma d’altra
parte proprio a tale eredità andrà non piccolo merito se questa
arditezza non trascende mai nell’arroganza della gioventù geniale,
bensì è ancora di un’incantevole contenutezza d’espressione là
dove la sua coscienza segreta si conosce già per assai più originale.

«Se potessimo guardare con occhio libero e spregiudicato


alla dottrina cristiana e alla storia della Chiesa, non potremmo

IV. Il prima parto (1858-61) 83

non enunciate certe opinioni contrarie alle idee generali. Ma così,


costretti come siamo fin dai primi giorni della nostra vita nel
giogo dell'abitudine e dei pregiudizi, impediti nello sviluppo
naturale del nostro spirito e determinati nella formazione del
nostro temperamento dalle impressioni dell'infanzia, crediamo di
dover considerare quasi un delitto 1a scelta di un più libero
punto di vista, che potrebbe permetterci di pronunciare un giu-
dizio imparziale e adeguato ai tempi sulla religione e sul cri-
stianesimo.

Un tentativo del genere non è l'opera di qualche settimana


bensì di una vita ». Soltanto la storia e la scienza debbono essere
i suoi fondamenti per non perdersi «in sterili speculazioni».
«Quante volte tutta la nostra filosofia passata mi è sembrata
una torre di Babele; attingere al cielo è la meta di tiutte le grandi
aspirazioni; il regno dei cieli in terra significa quasi la stessa cosa.

Una sconfinata confusione intellettuale nel popolo è il deso-


lante risultato: grandi sconvolgimenti sono imminenti, una volta
che la massa abbia capito che l’inter0 cristianesimo si fonda su
ipotesi; l'esistenza di Dio, l'immortalità, l'autorità della Bibbia,
l'ispirazione e altre cose ancora rimarranno sempre problemati-
che. Io ho cercato di negare tutto: ahimè, abbattere è facile,
ma costruire! E persino Vabbattere sembra più facile di quanto
non sia; noi siamo talmente determinati nel nostro intimo dalle
impressioni dell'infanzia, dagli influssi dei genitori, dall'educa—
zione, che quei pregiudizi così profondamente radicati non si
lasciano facilmente estirpare con argomenti razionali o con la
mera volontà. La forza dell'abitudine, il bisogno di qualcosa di
superiore, la rottura con tutto l'esistente, la dissoluzione di
tutte le forme della società, il dubbio che l'umanità per duemila
anni si sia lasciata indurre in errore da una chimera, il senso
della propria presunzione e temerarietà: tutto ciò determina un
conflitto senza esito, finché da ultimo esperienze dolorose e tristi
eventi riconducono il cuor nostro all'antica fede dell'infanzia.
Tuttavia per ognuno deve essere un contributo alla storia della
propria cultura Posservare l’impressione che questi dubbi susci-
tano nell'anima. Non si può fare a meno di pensare che del
resto rimanga un qualche risultato di quell’attività speculativa,
qualcosa che non sempre sarà un sapere, bensì anche una fede,
anzi addirittura susciti talora o reprima un sentimento morale.
Allo stesso modo che i costumi sussistono come risultato di

84 Pur/u I. Infanzia e giovinezza

un'epoca, di un popolo, di una corrente di pensiero, cosi la


morale è il risultato dello sviluppo generale dell'umanità. Essa
è la somma di tutte le verità per il nostro mondo; è possibile
che nel mondo infinito essa non significhi niente di più che il
risultato di una corrente di pensiero nel nostro: è possibile che
dalle verità risultanti dai singoli mondi si sviluppi a stia volta
una verità dell'universo!

Infatti non sappiamo affatto se l'umanità stessa non sia altro


che un gradino, un periodo neIFuniversale, nel divenire, se essa
non sia una manifestazione arbitraria di Dio. E forse l'uomo
non è altro che lo sviluppo della pietra fino all'animale, attra-
verso il termine medio della pianta? Forse già qui è stato rag-
giunto il suo compimento e anche qui è storia? Non ha fine
questo divenire eterno? Quali sono le molle di questa immensa
orologeria? Esse sono celate, ma sono le stesse che nel grande
orologio che noi chiamiamo storia. Il quadrante sono gli eventi.
Di ora in ora procede la lancetta, per ricominciare da capo, dopo
le dodici, il suo corso; un nuovo periodo del mondo ha inizio».

[...] «Tutto si muove in circoli immensi che si allargano


sempre più l'uno attorno all'altro; l'uomo è unc- dei circoli che
si trovano più all'interno. Se vuole cogliere e misurare le vibra-
zioni dei circoli esterni, deve astrarre da se stesso e dai circoli
più ampi ma prossimi fino a giungere a quelli più esterni e più
vasti. I circoli più ampi ma prossimi sono la storia dei popoli,
della società e dell'umanità. Cercare il centro comune di tutte
le vibrazioni, il circolo infinitamente piccolo è compito della
scienza; a questo punto, in cui l'uomo cerca quel centro dentro
di sé e per se’, riconosciamo l'importanza unica che per noi deb-
bono avere la storia e la scienza.

Ma, essendo l'uomo coinvolto e trascinato nei circoli della


storia universale, nasce quel conflitto della volontà individuale
con la volontà complessiva; qui troviamo accennato quel pro-
blema infinitamente importante, la questione cioè della giustifi-
cazione dell'individuo rispetto al popolo, del popolo rispetto
all'umanità, dell'umanità rispetto al mondo; anche qui il rap-
porto fondamentale tra fato e storia.

Per l'uomo è impossibile giungere alla suprema concezione


della storia universale; ma il grande storico diventa, come il
grande filosofo, profeta; perché ambedue astraggono da circoli
interni verso quelli esterni».

IV. II prima parso (1858-SI) 85

Ma che ne è del fato?

« Non ci si fa incontro tutto nello specchio della nostra per-


sonalità? E gli eventi non danno forse per così dire solo la tona-
lità della nostra sorte, mentre Fintensità e la debolezza con cui
essa ci colpisce dipende semplicemente dal nostro temperamento?
[...] Che cosa abbassa con tanta forza l'anima di tante persone
alle cose triviali e impedisce talmente un più elevato volo delle
idee? La conformazione, determinata dal fato, del cranio e della
spina dorsale, il ceto e la natura dei genitori, la quotidianità dei
loro rapporti, la volgarità del loro ambiente, persino la mono-
tonia della loro patria. Noi siamo stati influenzati, senza recare
dentro di noi la forza di una reazione opposta, persino senza
sapere che siamo influenzati. È un sentimento doloroso quello di
avete rinunciato alla propria indipendenza con l’ipotesi inconscia
di impressioni esterne, di avere schiacciato facoltà dell’anima con
1a forza delPabitudine e di avere involontariamente gettato nel-
l’anima i germi di errori e deviazioni.

Tutto ciò lo ritroviamo in scala più grande nella storia dei


popoli. Molti popoli, colpiti dagli stessi eventi, sono stati influen-
zati nel modo più diverso.

Perciò è segno di ristrettezza mentale voler imporre a tutta


quanta l'umanità una forma specifica di Stato o di società, ricor-
rendo per così dire a degli stereotipi; tutte le idee sociali e comu-
nistiche soffrono di questo errore. Perché l’uomo non è mai
più lo stesso; ma, appena fosse possibile rovesciare con una forte
volontà tutto quanto il passato del mondo, entreremmo nella
schiera degli dei indipendenti, e la storia del mondo non sarebbe
per noi altro che oblio e distacco da se stessi nel sogno; cala il
sipario, e l’uomo ritrova se stesso come un bambino che alla luce
del mattino si risveglia e ridendo cancella dalla fronte i sogni
paurosi.

La volontà libera appare come ciò che non conosce catene,


che è arbitrario: è Pinfinitamente libero, avventuroso, lo spirito.
Ma il fato è una necessità, a meno che non crediamo che la
storia del mondo sia un errate nel sogno, le sofferenze indicibili
dell'umanità pure immaginazioni, e noi stessi nient’altro che gli
zimbelli delle nostre fantasie. Il fato è la forza infinita della
resistenza contro la libera volontà; una volontà libera senza fato
è tanto impensabile quanto lo spirito senza la realtà, il bene senza
il male. Perché a fare una qualità occorre Popposto [...].

86 Par/e I. ln/anzia e giovinezza

Forse, allo stesso modo che lo spirito non può essere altro che
la sostanza infinitamente più piccola c il bene l'evoluzione più
sottile del male stesso, la volontà libera non è nient'altro che
il potenziamento supremo del fato».

[...] « In quanto il fato appare all'uomo nello specchio della


personalità sua propria, la libertà individuale della volontà e il
fato individuale sono avversari di pari valore», perciò la « ras-
segnazione alla volontà divina » e l’« umiltà spesso non sono al-
tro che pretesti per mascherare il vile timore di far fronte con
risolutezza alla sorte. Ma se il fato ci appare ancora più potente
della volontà libera nel determinare i confini, non dobbiamo
tuttavia dimenticare due cose: prima di tutto che fato è soltanto
un concetto astratto, una energia senza materia, che per l'indi-
viduo esiste solo un fato individuale, che il fato altro non è che
una catena di eventi, che l'uomo, nel momento stesso in cui
agisce e crea in tal modo i suoi propri eventi, determina il pro-
prio fato >>, e la sua attività non comincia solo con la nascita,
bensì già nei genitori e nei progenitori.

« La volontà libera è anch'essa un’astrazione e significa la


capacità di agire coscientemente, mentre con fato noi intendiamo
il principio che ci guida nell’agire inconscio », dove è pur sempre
in gioco «una direzione della volontà», «che non necessaria-
mente viene colta dal nostro occhio come oggetto ». « Se dunque
non prendiamo il concetto dell'agire inconscio semplicemente
come un lasciarsi guidare da impressioni anteriori, scompare per
noi la rigorosa differenza tra fato e volontà libera e i due concetti
si confondono nell’idea dcllîndividualità.
Quanto più le cose si allontanano dalla sfera dellînorganìco
e quanto più si amplia la formazione intellettuale, tanto più ac-
quisterà rilievo Pindividualità e tanto più varie risulteranno le
sue qualità. Una forza interna autonoma e le impressioni esterne,
le leve del suo sviluppo, che cosa sono queste se non la libertà
della volontà e il fato?

Nella libertà della volontà si trova per l'individuo il principio


della separazione, del distacco dalla totalità, della assoluta illi-
mitatezza; ma il fato rimette l'uomo in collegamento organico
complessivo, e lo costringe, in quanto cerca di dominarlo, ad un
libero sviluppo di energia che si oppone al fato; la libertà asso-
luta della volontà senza il fato farebbe dell'uomo Dio, il principio
fatalistico lo ridurrebbe a un automa ».

IV. Il prima passo (1858-G!) 87

Riproduciamo così estesamente questo lavoro giovanile di


Nietzsche, come non faremo con alcun'altra opera successiva,
perché esso ci mostra già tutti gli impulsi del suo pensiero e
s'impernia su tutti i problemi fondamentali, certo senza darne
le poderose soluzioni che troverà più tardi. Chi legga con atten-
zione troverà qui già prefigurata ogni cosa: Pimmanenza del pen-
siero nietzschiano, dove l'uomo è sempre al centro, anche se non
è la meta, e l'abbandono della fede in Dio e dell'umiltà. Qui
egli attacca già il cristianesimo, anche se lo difende ancora come
«erroneamente inteso», in un punto tanto importante quanto
quello preso di mira in una annotazione contemporanea’ (27
aprile 1862), dove, pur accettando il cristianesimo come un « fatto
di cuore ». si scaglia contro tutte le concezioni oltremondane: «, Il
fatto che Dio è diventato uomo non fa che ricordarci che l'uomo
non deve ricercare la sua beatitudine nell'infinito, bensì deve
fondare sulla terra il suo paradiso; l'illusione di un mondo ultra-
terreno aveva indotto l'intelletto umano a un atteggiamento er-
rato nei riguardi del mondo terreno: essa era il prodotto di una
età infantile dei popoli [...]. L'umanità acquista la sua virilità
attraverso gravi perplessità e ardue battaglie: essa riconosce in
sé l'inizio, il centro e la fine della religione ».

Trovano qui la loro prefigurazione, sia pure come semplice


tentativo e tentazione, Yateismo, la trasvalutazione di tutti i
valori di due millenni, l'intuizione della relatività delle morali,
la filosofia del divenire e dell'innocenza del divenire; oltre al
concetto che l'uomo è un qualcosa da superare: quel superuomo
che Nietzsche aveva scorto nelFEdda, nelle figure semi-mitiche
della saga di Ermanarico e che riconosceva nel poeta, Byron —— la
parola ricorre per la prima volta in Nietzsche in una conferenza
su Byron 2. E inoltre l'idea dell'eterno ritorno e del filosofo e
dello storico come profeta e legislatore, che capovolge l'intera
storia passata del mondo. È già prefigurato quel concetto del-
l'amor fati che doveva trovare più tardi uno sviluppo così gran-
dioso, oltre alle idee «positivistiche» del cosiddetto secondo
periodo di Nietzsche, nel concetto della « conformazione, deter-
minata dal fato, del cranio e della spina dorsale ». Prefigurata è
già la critica della coscienza e dello spirito e la problematica del-
l’individuo nella società e nella storia. E già chiaramente espresso
è l'odio, che durò per tutta la sua vita, contro l'idea dell'egua-
glianza degli uomini, che egli considera alla base del comunismo

88 Pur/c I. ln/anziu e giovinezza

e del socialismo. Il tutto è poi già pervaso dal sentimento di chi


si trova su un ponte che collega due età, e ora inorridito, ora
con un « sl » senza riserve nell'anima, vede sorgere una nuova
epoca, un'ulteriore fase evolutiva, in cui l'umanità, pienamente
consapevole della propria forza e della propria missione, diventerà
« virile ».

LA FINE DEGLI ANNI DI SCUOLA

Non è da stupire che a un giovane di diciassette anni ani-


mato da tali pensieri e già in grado di dar loro simile forma,
non potessero bastare Pangustìa della pia casa materna né la
scuola né i due amici avuti fino allora a Naumburg, per tacere
del fatto che non potevano offrirgli quello spazio spirituale in
cui la sua natura così singolarmente chiusa, quasi autistica eppure
così espansiva, avrebbe potuto davvero comunicare e confron-
tarsi con forze pari alle sue.

Certo la madrcvera fiera del figlio, ma molto più del bravo


studente che del pensatore in formazione. Ciò che andava acca-
dendo in quest'ultimo le sfuggiva completamente. Qui lo lasciò
a se stesso, senza preoccuparsi di seguirlo. Il suo spirito tutto
orientato in senso pratico lo curava in ogni cosa relativa al
benessere fisico e reprimeva ogni sgarbatezza; non lo viziò. Ma
per lui non aveva alcun peso spirituale. Le sue critiche non
mirarono mai alla natura di lui e ai suoi veri pericoli, bensì sol-
tanto alla sua condotta e alla sua carriera. Lo ammirava eppure
spesso temeva per lui. A suo padre disse una volta con gioia
che secondo un parente del ragazzo dodicenne, questi assomi-
gliava a Lutero e sarebbe diventato un altro Lutero. Ma in se-
guito consigliò ripetutamente al figlio di «non fare sempre cose
diverse dagli altri ».

Essa viveva in un mondo spirituale del tutto diverso. La sua


fede semplice e alquanto ingenua non conosceva perplessità —— e
proprio questo fatto doveva, nel duro destino che la colpì in
seguito, darle la forza per il più grande sacrificio materno —
e non si faceva sfiorare da alcun dubbio proveniente dall'esterno,
nemmeno dallìtmato figlio. Questi la rispettava, ma spiritual-

90 Parla I. In/anzia e giovinezza

mente si allontanò del tutto da lei, per quanto dal punto di vista
fisico le restasse legato, allora come per tutta la vita, e non si
inducesse mai, pur tormentandosi ogni tanto per la sua incom-
prensione, che più tardi non rifuggì nemmeno da brutali intro-
missioni nella sua vita, a separarsi da lei anche materialmente
per lunghi periodi.

Caratteristico del rapporto tra madre e figlio in quest'epoca


è un episodio avvenuto nel 1862 a Pforta, quando Nietzsche era
appena entrato in prima. Egli stesso scrisse in proposito alla
madre e alla sorella il 10 novembre: « Cara gente! [...] Ogni
settimana un alunno della prima ha il compito di eseguire l'ispe-
zione settimanale dell'edificio scolastico: deve cioè annotare tutto
ciò che necessita di riparazione nelle stanze, negli armadi, nelle
aule eccetera, e consegnare all'uificio di ispezione un biglietto
con tutte queste annotazioni. La settimana scorsa questa man-
sione toccava a me: ora mi venne in mente di rendere più di-
vertente questa faccenda, piuttosto monotona, ricorrendo a un
po’ di umorismo, e compilai così un biglietto in cui tutte le
annotazioni erano scritte in chiave comica. I severi insegnanti
rimasero molto stupiti che si potesse mescolare dello spirito in
una faccenda così seria, e mi invitarono a presentarmi sabato
davanti al sinodo dove mi assegnarono, come punizione, non
meno di tre ore di carcere e la perdita di alcune passeggiate. Se
avessi da rimproverarmi una colpa diversa dallîmprevidenza,
sarei molto arrabbiato; ma, stando cosi le cose, non me ne sono
preoccupato minimamente e mi limito a ricavarne la lezione a
stare più attento con gli scherzi un'altra volta». Tra l'altro,
Nietzsche aveva scritto in questo importantissimo rapporto “l:
«Nella tale e tale aula le luci sono così fioche che gli scolari
sono tentati di ricorrere ai propri lumi [...]. Nella seconda su-
periore i banchi sono stati verniciati da poco e dimostrano un
indesiderabile attaccamento a coloro che li posseggono». Gli
venne allora inflitta la pena suddetta, e venne inoltre dichiarata
«in pericolo la sua posizione di primo ».

Chiaramente questa storia non diverti nemmeno la madre,


che così scrisse al figlio "z « Grazie a Dio non è una mascalzonata,
ma parlando con sincerità, mio caro Fritz, da te mi sarei aspet-
tata maggior discrezione. Sarai stato di nuovo accusato di vanità,
di voler fare sempre qualcosa di diverso dagli altri, e io trovo la
punizione giustissima, giacché sembra una presunzione terribile

V. La fine degli anni di scuola (186264) 91

permettersi una cosa simile nei confronti degli insegnanti. Quindi


ti prego, sii più prudente nel tuo modo di pensare e di agire,
segui sempre la voce migliore che ti sta dentro, e sarai al riparo
da ogni inquietudine e dai conflitti che ora si fanno maggiormente
sentire in te e da te hanno origine. Scrivimi presto, mio caro
figlio, ma non cominciare con ‘ cara gente '. Puoi sentire tu stesso
che non si conviene rivolgersi così alla madre».

Sembra che la madre, al di là di queste ammonizioni, con-


tinuasse a parlare a lungo della cosa ed esprimesse il timore che
il figlio fosse caduto sotto un cattivo influsso, giacché Nietzsche
tornò ancora sull’argomento il 19 novembre: «Ora ho sempre
una mole sbalorditiva di lavoro, però sono in condizioni migliori
di sempre, sia fisiche che mentali. Sono sempre di umore gaio
e lavoro con molto entusiasmo. Non riesco a capire come tu
possa ancora preoccuparti, anche per un solo istante, per le con-
seguenze di quella faccenda, visto che tu l'hai interpretata in
maniera esatta e me ne hai fatto le relative rimostranze nella
lettera. Certamente io mi guarderò bene dal commettere altre
leggerezze, ma non pensare assolutamente che il mio malumore
per questa cosa sia durato tanto. Heinze e altri possono vederci
quello che vogliono: io s0 qual è Yesatta portata della cosa e
su questo non ho il minimo dubbio. Come ho già detto, rara-
mente il mio stato d’animo è stato migliore di adesso, i miei
studi procedono bene, ho una cerchia di conoscenze varia e pia-
cevole e poi non v'è motivo di pensare che io subisca lînfluenza
di qualcuno, giacché dovrei prima di tutto trovare le persone
che sento superiori a me. Persino con questo freddo mi trovo
a mio agio — insomma, sto benissimo e non serbo rancore a
nessuno, nemmeno agli insegnanti. Forse, come insegnanti, non
potevano prendere la cosa diversamente».

Si può provare unîmpressione di sbalordimento e di fred-


dezza davanti alla sicumera con cui qui il diciottenne Nietzsche
respinge e corregge la madre, e al grande senso di superiorità
— che è certamente anche un senso di solitudine che si
esprime fin d’ora così apertamente, quando la vocazione è ancora
oscura e opera in lui solo in forma di inquietudine. Ma lo si
comprenderà meglio leggendo una confessione scritta per se’ negli
stessi giorni e chiaramente sotto Peffetto di questa esperienza 2:
« Niente di più errato di qualunque pentimento per cose passate,
le si prenda come sono, se ne traggano insegnamenti, ma si con»

92 Purle I. ‘Il/HHZÎH e giouirtezzu

tinui a vivere tranquillamente, considerandosi un fenomeno, i


cui singoli tratti compongono un tutto. Verso gli altri si sia
indulgenti, al massimo li si compianga, non ci si arrabbi mai
per causa loro, non ci si entusiasmi mai per qualcuno, tutti esi-
stono soltanto per noi, per servire ai nostri fini. Chi meglio [sa]
dominare, sarà anche sempre il miglior conoscitore dîiomini.
Ogni atto di necessità è giustificato, necessario è ogni atto che
è utile. Immorale è ogni azione che fa del male al prossimo senza
necessità; noi stessi siamo assai dipendenti dallbpinione pubblica
non appena proviamo pentimento e disperiamo di noi stessi.
Quando un’azione immorale è necessaria, essa è morale per noi ».

Con quanta forza egli già avverte Yaspetto fatale ed assoluto


della sua natura, come gli riesce insopportabile il pensiero di
dipendere da un’opinione pubblica, con quanta decisione sente la
sua morale distaccata da quella corrente! ,

Anche dai suoi amici Wilhelm Pinder e Gustav Krug egli si


distaccò in quesflepoca con lo scioglimento della « Germania»,
nell’estate del 1863. Le attese erano troppo elevate, le condizioni
troppo dure e la critica di Nietzsche era divenuta troppo aspra,
troppo sicura di sé. Già in questi primi anni si manifesta nei
confronti degli amici quel rigorismo che è così sgradevole nel
Nietzsche maturo e quelYironia offensiva nei criticare che dovran
servire poi ai commentatori superficiali come sintomi della ma-
lartia.

Il motivo occasionale furono le comunicazioni alla « Germa-


nia » di Wilhelm Pinder, che Nietzsche in qualità di « cronista »
aveva il compito di criticare. A proposito di una traduzione di
due poesie medio alto-tedesche dell’aprile 1862 il cronista os-
serva 2: « [...] chiaramente un lavoro molto superficiale, nel
quale è da lodare soltanto 1’arte calligrafica dell'autore, che si
distacca dalle successive prestazioni ».

Circa una poesia su Prometeo leggiamo: « Quali idee si celino


sotto questa confusione concettuale davvero babilonica per me è
un enigma, così come il significato della poesia successiva». De-
molisce in malo modo le « Nove poesie >> inviate nel giugno 1862.
Dopo parecchie osservazioni particolari apertamente offensive,
così riassume: « Secondo me il tutto è un esercizio di scrittura
e di rima. Limitazione di un sentimento non provato per dav-
vero, e di un sentimento nobile come Pamore, prima o poi si
paga. Vi si trova una certa maggiore abilità formale, ma impie-

V. La fine degli armi di scuola (1862-64) 93

gando metri così sciatti e rime così inconsuete tutto dovrebbe


essere più preciso». E: «In generale, non è riconoscibile alcun
progresso, né nella forma poetica, né nel pensiero. Il difetto di
Wilhelm Pinder, che gli impedisce di riuscire in una produzione
puramente lirica, è una certa aridità sentimentale, una scarsa
fluidità della fantasia e unînsuificiente elaborazione formale, per
la quale non gli raccomanderò mai abbastanza i poeti più recenti.
Solo una assidua lettura di questi e i propri esercizi possono gra-
datamente conferire quell’istint0 e quella sicurezza che sono
necessari per evitare la frase fatta e rivestire unîdea attraente di
un panneggio morbido, con belle pieghe e bene ordinato ».

Non fa dunque meraviglia che Pinteresse degli amici, da tempo


ormai già di per sé scemato, in seguito a ciò venisse meno del
tutto. Fin dalPestate del 1862 era cessato anche i’invio delle
comunicazioni. Abbiamo già detto che nondimeno Nietzsche
tenne in piedi completamente da solo per un anno intero la fin-
zione delhassociazione e fino al giugno del 1863 rimase ligio alle
debite comunicazioni mensili. Fratranto la crisi della pubertà pren-
de a sconvolgere il suo sentimento vitale nel modo più violento
e lo fa vacillare tra Fadorazione e la ribellione, tra la più orgo-
gliosa autocoscienza e la più profonda nausea di se stesso. Il me-
desimo giovane che attingendo alla forza più profonda del suo
essere verga con sicurezza da sonnambulo quei pensieri su Fato
e storia, è nello stesso tempo ossessionato da sogni angosciosi, e
soffre non solo per Fangustia della scuola e della routine quoti-
diana, davanti alle quali, come confida alla sorella, vorrebbe fug-
gire nella foresta vergine o diventare taglialegna, non sa che fare
delle sue giornate, e il mondo gli appare guasto:

Non so che cosa amare,


non c’è più pace in me,
non so che cosa credere,
perché vivo? Perché?

L’assurdità della vita lo tormenta e gli strappa toni alla Heine:

Che bello, il mondo avvincere


nella stretta universale

e poi sul suo perimetro


scriverci su un giornale.

94 Parte I. Infanzia e giovinezza

L'uomo non e di Dio


l'immagine più degna
Ogni dì più scorbutico
sul carattere mio
m'immagino anche Iddio”

Egli adora le figure di Byron e di Shakespeare, viste più


grandi del naturale, ma si strugge talora nella malinconia, nella
nostalgia della morte, nello scherno per se stesso. In questo
stato di inquietudine, estende avidamente le sue letture al di là
del programma scolastico di Pforta. All’inizio del 1862 è il Prin-
cipe di Machiavelli, cui segue poi l’americano Emerson, che do-
veva diventare particolarmente importante per lui: egli continuò
sempre, anche dopo diversi anni, a far riferimento a questo pen-
satore, che lo attirava profondamente. Si comprò anche i volu-
metti economici della << Edizione dei classici moderni » (Hofmann
e Comp., Berlino), grazie ai quali conobbe Puskin, Lermontov e
Petòfi in traduzione tedesca. Klaus Groth, Emanuel Geibel,
Friedrich Riickert, Adalberr von Chamisso, Hoffmann von Fallers-
leben e Theodor Storm gli ispirano dei lieder sui loro testi. Ma
Byron in particolare torna sempre a suggestionarlo, e sono pari-
menti conservati abbozzi di composizioni ispirate alle sue Melodie
ebraiche e al Porcari m. I risultati letterari di questo periodo di
crisi vennero certo in gran parte distrutti da lui e dalla sorella, ma
un brano molto caratteristico ci è stato conservato da un suo
compagno di scuola, il futuro medico Granier: è un frammento
di novella intitolato Euforione, forse d’intenzione parodistica,
modellato sulla figura goethiana di Euforione nel secondo Faust,
che allude a Byronz: «Il rosso del mattino si riverbera in un
gioco multicolore nel cielo, fuoco d’artificio scontato, che mi an-
noia. I miei occhi scintillano ben altrimenti, temo che il loro
fuoco perforerebbe il cielo. Sento di essere ormai fuori dalla cri-
salide. Mi conosco a fondo, mi manca solo di trovare la testa del
mio sosia, per sezionarne il cervello o la mia stessa testa di fan-
ciullo dai riccioli d’oro... ah... vent’anni fa... bambino... bam-
bino... come mi suona estranea questa parola. Sono stato anche

* Poesie del luglio 1862.

V. La fine degli anni di scuola (1862-M) 95

io un bambino, fabbricato dal meccanismo decrepito e logoro del


mondo? e ora come un ronzino legato al verricello — trascino
straccamente la fune che si chiama fato, finché sarò marcito e il
becchino mi avrà seppellito, e solo un paio di mosconi mi assicu-
reranno ancora un po’ di immortalità?

A questo pensiero mi viene quasi voglia di ridere — tuttavia


un’altra idea mi disturba: forse dalle mie ossa nasceranno anche
dei fiorellini, magari delle violette o addirittura — se il becchino
farà i suoi bisogni sulla_ mia tomba — un nontiscordardimé. Al-
lora verranno gli innamorati... schifo! schifo! Questo è marciume!
Sebbene io goda di pensare in questo modo al futuro — mi sem-
bra infatti più piacevole marcire nella terra umida che vegetare
sotto l'azzurro cielo, strisciare come un grasso verme che essere
un uomo, cioè un punto interrogativo ambulante, mi tranquillizza
sempre il veder passare la gente della strada, tutte persone vestite
nei colori più vari, azzimate, leggiadre, allegre! Che cosa sono?
Sepolcri imbiancati sono, come ha detto tanto tempo fa un
certo cbreuccio.

Nella mia stanza è un silenzio di morte... Davanti a me un


calamaio per annegarci il mio negro cuore, forbici per assuefarmi
a sgozzare la gente, manoscritti per nettarmi e un vaso da notte.

Di fronte a me abita una suora, cui di tanto in tanto faccio


visita per godere della sua pudicizia. La conosco palmo a palmo,
dalla testa ai piedi, meglio ancora di me stesso. In passato è
stata suora, sottile e gracile: io ero dottore e ho fatto in modo
che diventasse presto grassa. Con lei abita suo fratello in matri-
monio terreno: quello era troppo grasso e florido per me, cosi
l’ho fatto magro, come un cadavere. In questi giorni morirà: ciò
mi fa piacere, perché lo sezionerò. Ma prima voglio scrivere la
storia della mia vita; infatti, oltre che interessante, essa è anche
istruttiva per rendere vecchi al più presto i giovani in ciò sono
maestro. Chi deve leggerla? I miei sosia, molti dei quali ancora
camminano in questa valle di lacrime.

A questo punto Euforione si tirò un po’ indietro, gemendo,


soffriva infatti di tabe dorsale... ».

Nietzsche inviò questo frammento il 28 luglio 1862 da Go-


rcuzen, dove trascorreva le vacanze estive leggendo l’Emili0 di
Rousseau, componendo musica, poetando e occupandosi della con-
futazione del materialismo, al suo compagno Granier, che gli era

96 Par/t" I 4 12:/anzi}: u giovinezza

manifestamente simpatico, perché ricercava nel cinismo la libe-


razione dagli stessi travagli interni. Nietzsche gli scrisse anche
una lettera in quel tono forzatamente spiritoso e disinvolto che
si incontra di solito negli adolescenti più dotati, ma che non
ritroviamo altrove in Nietzsche, una lettera in cui si preannuncia
già il superamento di questa fase: « Lo schema per la mia no-
vella ripugnante [...] lo gettai in mare per il disgusto, appena ebbi
scritto il primo capitolo. Le invio il manoscritto mostruoso per
usarlo... ebbene, come Lei preferisce. Quando l’ebbi scritto, scop-
piai in una risata diabolica. — Difficilmente Lei avrà voglia di
leggere il seguito».

Presrissimo egli sa che questi fantasmi usciti dagli incubi della


pubertà non lo terranno legato. Ma quanto al resto, è ancora ben
lungi dal vedere la sua strada. È in preda allînquietudine, e a
volte è come se le mani più diverse, nessuna delle quali è la sua,
facessero risuonare lo strumento del suo cuore e del suo spirito.
I pensieri di Fato e storia ci fanno Perfetto iniziale di un'esplo-
sione isolata, poi tornano a placarsi. Ma nella stessa lettera che
comunica all’amico Granier i cinici eccessi deIYEu/orione, gli
invia due poesie, «la prima è un saggio dei miei inni sacri, un
genere che difficilmente Lei avrà supposto che io coltivi; l’altra
è un piccolo brano di vita vissuta, se Lei vuol crederlo, sul quale,
grazie al Suo gusto innato, farà la Sua bella risata ».

La prima composizione spira tutta l’atm0sfera della devota


casa paterna z:

1. Chiamasti, ed io
m'affretto
e aspetto
ai piedi del Tuo trono, o Dio.

infiammato d'amore

mi brilla ardente

e dolente

il Tuo sguardo nel cuor: vengo, o Signore.

2. Ero traviato,
cbbro, travolto,
sepolto,
alle pene d'inferno destinato.

V. La fine degli anni di scuola (186264) 97

Da lungi, il guardo

Tuo inesprimibile,

irresistibile,

sì spesso mi colpì: più non m‘attardo.

La seconda e un canto di vagabondaggio. nello spirito di


Eichendoriî, dove la malinconia e il dolore cosmico si sciolgono
nella visione della natura — non è che Fefiusionc lirica di un
bravo alunno di prima, mentre la prima poesia reca addirittura
tutti i segni di una fattura scadente e frigida.

Hirrequietezza di questo periodo era tanta da non potersi


celare nemmeno esteriormente, per quanto Nietzsche sapesse do-
minarsi. Ora odiava la sua stessa bravura e quella degli altri.
Era divenuto beffardo e non sempre faceva mistero della sua cri-
tica, come abbiamo già visto dall’episodio accaduto durante la
stia settimana come ispettore. Così, si alienò le simpatie del
dottor Zimmermann, medico dellîstituto, chiamandolo a portata
dbrecchio «un vecchio fanfarone». Cercava la solidarietà dei
compagni che meno accettavano la costrizione scolastica e disprez-
lavano particolarmente ogni sgobboneria. Così Deussen, che
chiaramente non si faceva indurre in simili tentazioni, racconta 7’:
« Una domenica pomeriggio avevamo un‘ora di studio dalle due
alle tre... Stavo leggendo in Livio il passaggio delle Alpi di Anni-
bale, e quella lettura mi avvinceva a tal punto che quando suonò
l'ora (lella ricreazione e gli altri corsero all'aperto, continuai a
leggere ancora un poco. A questo punto entra Nietzsche per ve-
nirmi a prendere, mi sorprende su Livio e mi fa una lavata di
capo: ‘ È così dunque che fai, sono questi i mezzi che adoperi per
'\lì\’!".'|S[fll'C i tuoi compagni e acquistare il favore degli insegnanti!
lit-h, gli altri te lo diranno ancor più chiaramente ‘. Vergognoso,
confessa la mia colpa e fui tanto debole da pregare Nietzsche di
tacere con gli altri sull’accaduto, cosa che promise e anche man-
HÎIÌIÌC ì).

ln qucsfiepoca Nietzsche si legò particolarmente a un com-


pugno dal talento artistico, Guido Meyer, per il quale giunse per-
iinn n railreddarsi con Deussen per un certo periodo. Come dice
In stesso Deussen 7’, Meyer era «bello. amabile e spiritoso, oltre
.ul essere un eccellente caricaturista, ma in eterno conflitto con
}',ll imcgnanti e col regolamento scolastico... Dovette lasciare la
P-rlllìlil quando era ancora nella seconda superiore ». Il giorno in

98 Par/c I, Ifl/dflZÌd c giovinezza

cui gli venne inflitta Pespulsione viene definito da Nietzsche in


una lettera del 1 marzo 1863 alla madre e alla sorella «il giorno
più triste che ho passato a Pforta ». Rimaneva fino a notte fonda
a conversare con Stòckert, che più tardi andò con lui a Bonn,
circa il rapporto tra arte e morale, o beveva il ponce col già
menzionato Granier e con altri, e al mattino non aveva voglia
di studiare. Si scambiavano anche riflessioni su «questioni di
cuore ».

Dopo Pespulsione di Meyer accadde una cosa che così viene


registrata nel libro delle punizioni di Pforta in data 14 aprile
1863: «Domenica Nietzsche e Richter bevono alla stazione di
Kòsen quattro boccali di birra per uno. Nietzsche si è ubriacato,
e ancor più evidentemente Richter ». Il professor Kern li aveva
incontrati entrambi sulla via del ritorno. Nietzsche perse la sua
posizione di primo e venne dichiarato terzo della sua gerarchia.
Inoltre gli venne tolta un’orn della passeggiata domenicale.

Questa volta si sentiva molto colpevole di fronte alla madre


quando il 16 aprile le riferì l'accaduto: « [...] non ho altra giusti-
ficazione se non quella che io non so quanto riesco a sopportare
e che, proprio quel pomeriggio, ero unpo’ agitato [...]. Puoi ben
immaginare come io sia avvilito e di cattivo umore, soprattutto
perché ti procuro un tale dispiacere con una storia cosi sconve-
niente, quale non mi era mai capitata in vita mia [...]. Sono
anche totalmente furibondo con me stesso, che non riesco asso-
lutamente ad andare avanti con i miei studi e non so aflatto
darmi pace [...]. Non è necessario che ti assicuri ulteriormente
che mi conterrò al massimo, perché ora molto dipenderà da que-
sto. Ero ridiventato anche troppo sicuro di me, e ora eccomi
strappato a questa mia sicurezza, in un modo, invero, terribil-
mente spiacevole ».

Da allora effettivamente si riprese e assolse fino alla fine bril-


lantcmente, eccettuata la matematica, i suoi doveri scolastici. Il
lato « ignobile » di questa storia, la perdita dell’autocontrollo nel-
Pebbrezza alcolica, gli ispirò da allora in poi il terrore dell’alcol,
che in seguito evitò quasi del tutto. Certo egli sopravvaluta i pic-
coli eccesi di Pforta quando scrive nell'Ecce homo 5: « È abba-
stanza strano, ma con piccole dosi molto diluite di alcol mi viene
un pessimo umore, mentre con dosi [orti divento quasi un ma-
rinaio. Era la mia prodezza anche da ragazzo. Scrivere in una
sola notte una lunga dissertazione in latino e poi anche ricopiarla,

V. La fine degli anni di scuola ( 1862-64) 99

mettendo nella penna l'ambizione di imitare il rigore e la den-


sità del mio modello Sallustîo, e bagnare con un po’ del grog di
maggior calibro il mio latino, quand’ero alunno della veneranda
scuola di Pforta, non era affatto in contrasto con la mia fisiologia,
e forse neppure con quella di Sallustio — però certo con la
veneranda scuola di Pforta... Più tardi, verso la metà della mia
vita, mi decisi con sempre maggior rigore a essere contrario a
qualunque specie di bevanda ‘ spiritosa’ ».

Dopo Fincidente vergognoso la vera e propria crisi della


pubertà scomparve esteriormente del tutto, e anche nel suo
intimo continuò ogni tanto a farsi sentire solo in alcune poesie
che ce lo mostrano profondamente dibattuto tra il tradizionale
Dio del cristianesimo e la disperazione di giungere mai ad alcuna
verità, sicché egli è ormai pervaso soltanto dalla grande nostalgia
di morte che caratterizza cosi spesso il genio tedesco nel suo
risveglio:

Il mio cuor palpitante abbandonai

al riposo

sopra gettandovi guadagno, voluttà,


scienza, dolore, un carico gravoso.

Che si opprima o si strazi o si disperi —


quando si sfrena

scaglia lontano, incenerito, in fiamme,


ciò che Pincatena.

Restava al foglio, quando vi scrivevo


a neri e grandi tratti,

per poco la scrittura, ma in caratteri


come il sangue Scarlatti,

quella scrittura che sul fondo bianco


un dio tracciava:

quel dio ero io, e questo fondo bianco


se stesso e me ingannava.

Oh se stanco del mondo io potessi


via dileguarmi,

come rondine in volo verso il sud


alla tomba apprcssarmi.
‘tutt'intorno la calda sera estiva
ml aurei fili,

tra le croci l’olezzo delle rose

v flillL‘ voci infantili.


100 Pum- l. In/ranziu e giuuiiurzzn

În questi versi dell'aprile 1865 si sente l'influsso, fin nella


scelta dei vocaboli, del poeta ungherese Pctiifi, del quale Nietzsche
musicò un anno più tardi alcune poesie m.

Ma ciò che lo mantenne legato alla vita quotidiana fu da una


parte Yintenso studio del1’ultimo anno di scuola, dalFaltra i pro-
getti per il futuro. Per un certo periodo accarezzo l’idea di dedi-
carsi tutto al1’amata musica: «Tutto mi sembra morto quando
non ascolto musica », scrive alla madre il 27 aprile dalYinfermeria.

Nella sua attività di compositore, dall'epoca dei grandiosi


progetti dellbratorio e del poema sinfonico, era intervenuto in
lui un radicale mutamento in favore della forma lirica ridotta,
che ora doveva dominare gli anni successivi. Così, negli anni di
Pforta a partire dalFautLrnno del 1861, nacquero gli Schizzi

1m hereri er ianoforte, dei uali ci sono conservati Lamento


q

d’er0e, Marcia ungherese, Danza lzigana, Edes tito/e («Dolce


segreto»), Al cbiar di luna nella purzla; inoltre In memoria
dei norlri avi‘: due danze polacche e — ispirato a una poesia
di Klaus Groth — Ridi, ruvvia. Sempre ispirandosi a Klaus Groth,
Scorre un rurcello, scrisse un foglio d’album per pianoforte, come
pure una versione per lied. Il liezl comincia d’a1tronde a domi-
nare. La serie ha inizio con Il mio porlo davanli alla porta (K1.
Groth), cui seguono Memorie di gioventù (Fr. Riickert), Oh,
campane nella notte d'inverno (non conservato) e Come i tralci
{innalzano (Hoffmann von Fallersleben); vi si inserisce L'anel-
lino rpezzato (Eichendorff), concepito in forma di foglio d’album
e di melologo. Ancora nel1’apri1e 1863 dà inizio a una «grande
sonata» per pianoforte e progetta di complctarla durante le
vacanze estive; ma proprio ora interviene 1a prima grande pausa
ne11’attività compositiva. Solo per il capodanno 1863-64 vede la
luce un pezzo di una certa lunghezza, e soltanto nel tardo autunno
del 1864 Nietzsche si ridesta come musicista in una vera e pro-
pria «primavera di canti del giovinetto »"5. Ma nel 1863 pre-
vale soprattutto 1a tendenza allo studio scientifico, alla compren-
sione razionale, anche nella musica, come attesta lo studio in
due parti Sul demoniaco Italia musica, della Pasqua 1863. Pur-
troppo questo studio non ci è stato conservato per intero né in
forma sicura; i frammenti Sullìmrcnza della musica’ sono con
ogni probabilità connessi, ma non coincidono con 10 studio stesso.

Anche i dogmi cristiani, i testi evangelici, vengono sotto-


posti a un esame storico-critico. Oltre a Emerson e alla storia

V. La fim- degli anni di scuola (186264) 101

letteraria di Bernhardy, Nietzsche studia anche opere su Shake-


speare, su Eschilo e una Tecnica del dramma (sicuramente di
(itistav Freytag), quindi anche il « mestiere » letterario, insieme
n questioni fondamentali di estetica, ad esempio le definizioni
del «Bello». Ma con simili interessi universali, quale doveva
essere la sua scelta definitiva? Nella stessa lettera del 27 aprile
1865 leggiamo: «Talvolta, più spesso del solito, rifletto sul
mio futuro: motivi di carattere esteriore e interiore me lo ren-
dono incerto e poco chiaro. Forse potrei studiare ogni tipo di
materia, se avessi la forza di respingere da me tutte le altre cose
che mi interessano. Scrivimi un po‘ le tue opinioni in propo-
sito; sul fatto che studierò molto non ho quasi dubbi, ma se
almeno non ci chiedessero da ogni parte che cosa studieremo per
campare! ». E nella lettera successiva (2 maggio): « Com’è facile
poi lasciarsi trascinare da una preferenza momentanea, o da una
antica tradizione familiare, o da particolari aspirazioni: in questo
modo la scelta della professione appare davvero come un gioco
ul lutto, con molti delusi e pochissimi vincitori. Ora io mi trovo
m-llu situazione particolarmente difficile di avere veramente tutta
mm gamma di interessi che spaziano tra le più disparate materie:
nuthlìslurli tutti farebbe di me un uomo dotto, ma difficilmente
mm specialista. Sono convinto perciò che debbo abbandonare
nlruni interessi, e anche che debbo coltivarne di nuovi. Ma quali
autunno quelli cosi disgraziati da essere buttati alle ortiche?
lini-su.- proprio i miei preferiti? ».

Per il momento la questione restò aperta, ma già nel set-


Ic-nnhre 1863 aveva compreso il bene che gli aveva fatto Pforta,
|lll' lo aveva costretto « a dedicarmi per sei anni a concentrare
Iv mie forze e a dirigerle verso traguardi precisi. Questi sei anni
non sono ancora alle mie spalle; ma posso considerare già ma-
IIIII l Irutti di questo periodo, giacché ne sento gli eiietti in tutto
||IIIII|IIÌ intraprende oggi.

l'osso tguindi riandare con grato sguardo a quasi tutto ciò


nlw mi i‘ accaduto, nella gioia e nel dolore; finora gli avveni-
mmili mi lmnno guidato come un bimbo. Forse è venuto il mo-
nu-unu (il prendere in mano le redini degli eventi e di uscire
Inumtm ulln vita »‘.

Il uensn di sicurezza della prima infamia, come i turbamenti


ulrll‘tulnlrncvriza, sono ormai scomparsi: « Cosi l’uomo si libera
uu-nrc-nulu di tutto quanto lo teneva un tempo avvinto; no;

102 Par/u I. Infanzia e giovinezza

occorre che spezzi i ceppi, questi cadono da soli, inaspettatamente,


quando un dio lo comanda; e dov'è il cerchio che alla fine lo
stringerà? È il mondo? È Dio? »"*.

Queste e consimili riflessioni critiche su se stesso si trovano


continuamente nel giovane Nietzsche, e soprattutto il capodanno
era unbccasione sempre ricorrente per guardare indietro e me.
ditare, il che si accompagnava ogni volta a grande e profonda
emozione. Una volta, in occasione del capodanno 1863-64, espresse
musicalmente questi sentimenti in una grandiosa fantasia per
violino e pianoforte intitolata Noi/e di san Sîlvestro ‘E, che mise
in prova col suo amico musicista Krug durante le vacanze di
Natale, ossia ai primi di gennaio del 1864, un giorno che si
trovava a Naumburg solo in casa. Un anno dopo (dicembre 1864)
scriveva in proposito alla madre e alla sorella: «Fu bello a
Gorenzen: la casa e il paese sotto la neve, le funzioni serali,
la ricchezza di melodie nella mia testa, lo zio Oskar, la pelliccia
di zibetto, il matrimonio, io in veste da camera, il freddo e tante
cose divertenti e tante serie. Tutte queste cose insieme creano
un’atmosfera piacevole. Quando suono la mia Nane di san Sil-
vcstro, riattingo dalle note quell‘atm0sfera ».

Nei versi di quest’epoca le forze delle tenebre si affacciano


ancora talvolta in immagini stridenti e in visioni pressoché bla-
sfeme, ma nel complesso negli ultimi anni di Pforta Nietzsche
è dominato da una disponibilità, da un’apertura quasi serena.
Incomincia a fidare nella propria personalità, nella sua strada,
sia pure ancora del tutto ignaro dei modi e delle mete. Può darsi
che proprio la lettura del filosofo americano Emerson contri-
buisse a questa serenità. Così, durante l'estate del 1864 siede
a casa sua a Naumburg e medita con la penna in mano << stigli
stati d'animo »‘. Egli ascolta il proprio io e gli par dîntendere:
«Tutto ciò che Panìma non può riflettere, non la tocca; ma
poiché la volontà fa o non fa riflettere l’anima a suo talento, essa
viene toccata soltanto da ciò che vuole. E ciò a molti appare
contraddittorio; giacché ricordano quale resistenza oppongono a
certe sensazioni. Ma c0s‘è che in ultima analisi determina la
volontà? E quante volte la volontà dorme e vegliano soltanto
gli istinti e le inclinazioni? E una delle più forti inclinazioni
dell’anima è una certa curiosità, una predilezione per Pinconsueto,

* La mia pila, 18 settembre 1863.

V, La fine degli anni di scuola (1862-64) 103

c ciò spiega perché sovente ci lasciamo indurre in stati d’animo


spiacevoli ».

Qui gli appaiono allo sguardo tratti fondamentali del proprio


carattere: la forza di volontà così grande, lo spirito vigile, che
vede come questa stessa volontà apparentemente indomabile
«spesso dorma e lasci vegliare soltanto gli istinti e le inclina-
zioni », come leggiamo qui. Questo antagonismo lo animerà
anche più tardi e lo indutrà a formulazioni completamente
diverse.

Soltanto la lotta contro questi impulsi porterà Pappagamento:


a La guerra è Palimento costante dell’anima, che da essa sa tra-
scegliere per sé quanto le basta di dolcezza e di bellezza».

È sicuro che il divenire porterà con sé Pelevazione: «Ciò


che ora è forse tutta la tua felicità o tutto il tuo cruccio, pro-
luthilmente tra breve non sarà che l'involucro di un sentimento
lIIICOY più profondo e quindi si perderà in se stesso al sopravve-
nirc di un qualcosa di superiore».

i’. così egli si felicita con se stesso per i suoi nervi eccitabili,
pt-r tutte le avventure spirituali, per le metamorfosi della sua
personalità: « Vi saluto, o stati d’animo, mirabili alternanze di
untùnnima impetuosa, vari come la natura ma di essa più grandi,
perché vi superate di continuo, guardate sempre in alto; mentre
la pianta profuma oggi come profumava nel giorno della crea-
Iiunc. lo non amo più come amavo qualche settimana fa; in
qllvslt) momento non sono più dello stesso umore di quando ho
im-ominciato a scrivere >>.

Fitlando in tal modo nella propria intima forza evolutiva,


u palrlifc dalPagosto 1864 impiegò tutte le energie fisiche per
ntlpcrnrc l'esame di maturità. Ma nemmeno qui si liberò dei
hllul « stati d'animo» quel tanto che occorreva per puntare allo
uIz-uso successo in tutte le materie. Ora trascurò la matematica,
tlll‘ lo annoiava, a tal punto che Pinsuflìciente riportato in questa
umu-rin stava quasi per costargli la maturità, se non si fosse
mgmilun» con un voto straordinario in greco, la materia della
mm passione. Ma nel frattempo gli era divenuta chiara la sua
vmuzinvte. Cinque anni più tardi, nella primavera del 1869, scri-
wvu in proposito‘: «Fu solo nell’ultirno periodo della mia vita
n Plnna che rinunciai, conoscendomi ormai a fondo, a qualunque
mupynu di vita artistica; da allora in poi nel vuoto così creato
mum- u inserirsi la filologia.

104 Par/c l. Infanzia r‘ giovinezza

Voglio dire che ricercavo un contrappeso alle inquiete e mu-


tevoli inclinazioni che mi avevano dominato fino allora, una
scienza che potesse venir coltivata con fredda riflessione, con
logico distacco e con operosità uniforme, senza toccar subito il
cuore con i suoi risultati. Tutto ciò io credevo di trovarlo allora
nella filologia... Se allora avessi avuto dei maestri quali si tro-
vano talvolta nei licei, gretri micrologi dal sangue di ranocchi,
che della scienza non conoscono altro che la polvere erudita,
avrei respinto lungi da me il pensiero di appartener mai a una
scienza che conta simili lazzaroni per sacerdoti. Invece io mi
trovavo davanti agli occhi filologi dello stampo di Steinhart, Keil,
Corssen, Peter, uomini dallo sguardo aperto e dai freschi slanci,
alcuni dei quali mi concessero anche la loro simpatia ».

Dobbiamo soffermarci ancora un momento su questa dichia-


razione. Certo, il tono freddo e addirittura critico con cui Nietz-
sche parla della propria scelta professionale è in parte da ricon-
durre al senso di crescente insoddisfazione che egli provava già
forte dopo cinque anni di studio universitario e prima ancora
di esercitare questa professione. È certo che Nietzsche non ab-
bracciò il mestiere del filologo per un’inclinazionc naturale; que-
sta professione colmava semplicemente una «lacuna» e rappre-
sentava il tentativo di autolimitarsi, che certo era nel contempo
un ritrarsi davanti a qualcosa che, come avvertiva oscuramente,
gli avrebbe «toccato il cuore», e naturalmente anche un modo
per guadagnarsi il pane — non molto di più, fin dal principio.
Ma nella scelta di questa professione un sentimento era in lui
del tutto genuino: l’amore per Yantichìtà classica. E a questa
egli rimase fedele tutta la vita. Già nell’estate del 1864, nello
schizzo autobiografico già più volte citato ‘l, egli scriveva che
questa inclinazione si era sviluppata contemporaneamente al desi-
derio di limitarsi in campo scientifico: «Ricordo con grande
piacere il mio primo contatto con Sofocle, con Eschilo, con Pla-
tone, specialmente il Platone della mia opera preferita, il Sim-
posio, e poi coi lirici greci ». Qui egli aveva incontrato un mondo
a lui intimamente affine, e Pforta aveva vigorosamente fecondato
e alimentato l’amore per questo mondo. Ma Nietzsche lo vedeva
non già con gli occhi del filologo, sebbene a Pforta avesse ap-
preso a fondo anche questa tecnica, bensì, ancora in prima, vi
andava cercando se stesso, e fin dal principio cercò di renderlo

V. La fine degli unni di scuola (1862-64) - 105

fecondo per la cultura propria e per quella del suo tempo. Per
lui la filologia non poteva mai essere fine a se stessa ne’ mai lo
fu, anche se per certi periodi, allora e in seguito, egli trasse pia-
cere dalla sua tecnica e dall’acutezza dei suoi metodi. Così divenne
un artista della filologia, che però non lo appagava ne’ lo soddi-
sfaceva, e con la filologia come scienza egli ebbe fin dal principio
un rapporto tanto spurio quanto era vivo, immediato, addirit-
tura passionale quello che lo legava all’antichità classica.

In prima aveva scritto un commento al primo coro delldîdîpo


rc di Sofocle, dove già indagava l'origine della tragedia 2: « Men-
tre il dramma dei Germani si è sviluppato dall'epos, dalla nar-
razione epica di argomenti religiosi, il dramma greco prese ori-
ginc dalla lirica, congiunta a elementi musicali». Presso i Greci
l'effetto tragico era prodotto « dalle grandi scene di pathos, vaste
effusioni di sentimenti, per massima parte musicali, dove fazione
cra scarsa e per contro il sentimento lirico era tutto [...]. Il coro
e le scene patetiche costituiscono dunque uno dei momenti più
importanti e decisivi per il successo del dramma, la musica nella
tragedia». Ma che cosa avran detto i suoi professori di ciò che
vien dopo, ossia che i raffinati Greci non avrebbero mai potuto
dcgradarsi fino all‘idiozia «in cui versa la nostra opera fino a
oggi — fatta eccezione per i geniali progetti di riforma e le
creazioni di Richard Wagner —, degradarsi fino al rapporto mo-
struosamente errato che intercorre tra musica e testo, tra suono
e sentimento », e poi nella conclusione; << Da tutto quanto osser-
vato si riconosce un pregio che è caratteristico dei tragici: essi
erano non solo poeti ma anche compositori e, quel che più im-
porta, lo erano in modo tale che le due facoltà si davano la mano,
e se vi aggiungiamo il fatto che secondo le testimonianze antiche
dimostravano una grande maestria anche nelle scene d'insieme
e nella loro successione, nellbrchestrazione, nell’arte scenica, che
anzi erano essi stessi attori e di una certa importanza... così
possiamo dire di possedere nei loro capolavori ciò che la più
recente scuola musicale indica come l’ideale dell"opera d'arte
«lcl futuro ’, opere in cui le arti più nobili si uniscono in armo-
nica congiunzione». Così Nietzsche allievo di prima formulava
in sua esperienza della tragedia classica. Il suo studio filologico
(‘H1 per lui soltanto un mezzo per trarla alla viva luce del giorno.
I concetti qui elaborati continuarono a operare in lui per anni,

106 Parte I, Infanzia e giovinezza

finché, dopo la conoscenza personale con Richard Wagner, non


costituirono tutta la ricchezza del suo primo libro, La nascita
della tragedia dalla spirito della musica.

Quando si presentò il problema del tema che Nietzsche do-


veva scegliere per il cosiddetto grande lavoro di congedo, con-
suetudine di Pforta, il «lavoro d’addi0 », il giovane professore
dr. Volkmann gli consigliò uno studio in latino sul poeta arcaico
Teognide di Megara. Nietzsche accolse con piacere questa pro-
posta perché gli offriva Popportunità di applicare il suo acume
filologico e il suo talento combinatorio, per risalire dal giudizio
dato su Teognide dalla storia letteraria alla sua originaria impor-
tanza. Il 12 giugno 1864 scriveva a Krug e a Pinder: « Mi sono
lasciato nuovamente andare a una quantità di supposizioni e
fantasie, ma penso di portare a termine il lavoro dandogli un
vero fondamento filologico e in maniera il più possibile scien-
tifica ». Era questo il suo scopo, cioè produrre in certo modo
il suo saggio d’apprendistato filologico. Senza dubbio l’interesse
personale di Nietzsche per la figura di Teognide è stato soprav-
valutato. In un abbozzo di prefazione’ leggiamo: « Mi attirava
la confusione dei frammenti. Non Paspetto etico. Ma la natura
problematica dei frammenti. L’esatto giudizio di Welcker sul-
Pimportanza del poeta per la storia e per Velica. Kuniv; Iîrfltîìîvs.
Critica dellînsieme. Raggruppamento delle parti omogenee».

L’8 luglio 1864, nelle vacanze estive a Naumburg, portò a


termine il lavoro e così scrisse in proposito a Deussen: « Lunedì
mattina cominciai il mio lavoro con animo dubbioso e nello
stesso giorno scrissi 7 lunghe colonne; la sera del secondo giorno
ne avevo scritte 16, il terzo giorno 27. Non c’è una bella pro-
gressione tra questi numeri: 1><7, 2X8, 3X9? Giovedì e oggi
ho scritto il resto: sono 42 pagine lunghe e fitte che, una volta ri-
copiare, diventeranno sicuramente 60 e forse più [...]. Se ne sono
soddisfatto? No, no. Però non avrei potuto dire nulla di meglio
anche se avessi sgobbato di più. Alcune parti sono noiose. Al-
trove il linguaggio è inadeguato. Qua e là c'è qualcosa di for-
zato, per esempio un confronto tra Teognide e il Marchese di
Posa! Ho riportato per intero la maggior parte delle mie osser-
vazioni su Teognide da me scritte in precedenza. Una cosa che
mi irrita è l'aver dovuto ricopiare molto spesso dei passi. Ho
fatto così frequenti citazioni di Teognide, che penso senz’altro
di aver citato la maggior parte dei frammenti».
V. La fine degli anni di razzola (1862-64) 107

In seguito si è spesso affermato che Nietzsche avrebbe visto


nelFai-istocratico Teognide, paladino della nobiltà dorica, una
natura alfine, anzi che la successiva trasvalutazione di tutti i
valori compiuta da Nietzsche avrebbe qui la sua prima prefigu-
razione. In questo lavoro di Pforta non si può assolutamente
parlare di alcunché del genere. Nietzsche accenna solo al fatto’
che Teognide è uno strenuo difensore del partito aristocratico
in opposizione a quello popolare. Egli chiama i nobili « i buoni »,
uri-n «ìvufiofic, i soli detentori di ogni vera religiosità, giustizia e
virtù, e il popolo «i malvagi », roùg zar-mi; o fitti-ove, afilìtti da
ogni corruzione morale, empietà e criminalità. E Nietzsche mo-
livn questo fatto con la posizione storica e personale di Teo-
gnide. Ma non si identifica affatto con lui, né accetta la sua equi-
parazione di bene e male a nobile e plebeo o a ricco e povero,
come dice egli stesso 2. Anzi caratterizza Teognide nel modo
seguente’: « Teognide appare uno iun/eer colto e decaduto, con
iuissioni da junker, quali amava la sua epoca, pieno di odio per
il popolo che preme dal basso, incalzato da un triste destino,
che sovente smussa i suoi spigoli e lo ingentilisce: un ritratto
lll quell’antica nobiltà del sangue, intelligente, alquanto corrotta
l‘ non più troppo salda, posto ai confini tra un’epoca vecchia e
iiiiii nuova, una testa di Giano deformata, giacché il passato gli
iippure così bello e invidiabile e il futuro, che di per se’ ha gli
nli-ssi diritti, brutto e ripugnante, una testa tipica di tutte quelle
ligure aristocratiche che rappresentano la nobiltà di fronte a una
involuzione popolare che minaccia per sempre i suoi privilegi e
lv lil combattere e lottare con la stessa passione per l’esistenza
clvlla loro classe e per la propria ».

All'esame di maturità, Nietzsche non poté venir esentato


«l.ill«.i prova orale malgrado i suoi eccellenti risultati in tre materie
[Il mcipali, a causa dellînsufficiente riportato in matematica; anzi la
‘illlUllii riferisce addirittura che Corssen riuscì a mettere a tacere
Il professore di matematica, Buchbinder, soltanto con le parole:
-- Vlltllc forse che bocciamo l’allievo più dotato che Pforta abbia
ilVlIlU ila quando ci sono io? ».

Il 4 settembre 1864 Nietzsche giunse comunque a Naum-


Inug come felice matricola. Il 7 settembre, secondo l'antica
IIHIHWH (li Pforta, ringraziò con scelte parole in un congedo
muli-mie Dio, il re, Pforta, i suoi venerati insegnanti, i suoi cari
uunpziigiii, e ricevette il suo diploma di maturità, per continuare

[08 Pane I. Infanzia e giovinezza

gli studi a Bonn. Per se stesso scriveva in questi giorni i versi


seguenti 7:

Prima di proseguire, e con 10 sguardo


tendere verso spazi più lontani,

io levo solitario le mie mani

in alto a Te, che sei il mio baluardo,


a cui nel cuore del mio cuore

altari consacrai solennemente,

perché per sempre

la voce Sua torni a chiamarmi ancora.


A lettere profonde v'è tracciata

la scritta ardente: al Dio sconosciuto;


suo son io, benché sia vissuto

fino ad ora in sacrilega brigata!

Suo son io — e mi par di sentire

i lacci che nella lotta giù mi spingono


e mi costringono

a servirlo, benché voglia fuggire.

Voglio conoscerti, o ignoto Dio,


che l’anima fino in fondo mi trapassi
e come turbine la mia vita squassi,
inafferrabile, parente mio!

Voglio conoscerti, servirti perfino.

Ciò che Pforta significò per Nietzsche è del massimo rilievo


per l’inter0 suo sviluppo. Qui vennero gettare le basi eccezio-
nalmente solide della sua conoscenza dell'antichità classica, che
ormai doveva determinare in prima linea la direzione del suo
sguardo per molti anni. Qui egli imparò a concentrare il suo
spirito, che tendeva a spaziare, sul più scrupoloso lavoro scienti-
fico. Qui acquistò disciplina e dominio di sé, che per la verità
gli riuscivano gravosi, ma che pure erano necessari e giusti per
la sua natura. Certo qui, negli anni decisivi, Pinflusso quotidiano
delle donne gli era tanto mancato quanto in precedenza, in casa
della madre, era stato eccessivo. In questi anni si segnala un
unico amore romantico: quello per Anna Redtel, sorella di un
compagno di scuola abitante nella vicinissima cittadina termale
di K6sen. Nel settembre 1863 Nietzsche le dona un volume con
sue composizioni che ha fatto trascrivere in bella calligrafia da

l". La fine degli anni di scuola (1862-64) 109

un copista, e che nella sua elegante rilegatura in cartone nero


con vignetta dorata sulla copertina, reca di pugno di Nietzsche
soltanto il titolo e la dedica “S: « Poesie rapsodicbe per la signo-
rina Anna Redlel, reltembre dellhmzo 1863. Eccone il conte-
nuto: 1. Ricordi di gioventù (Lied); 2. Al cbiar di luna sulla
[mxzm (pianoforte); 3. Eder Iìtok (pianoforte); 4. Marcia d’ar-
rullo dalflîrmanarico (pianoforte; più precisamente la Marcia
nuziale dal poema sinfonico); 5. Dalla czarda (pianoforte); 6. Scorre
IIII rurcello (pianoforte con testo); 7. Foglio (l'album (versione
per pianoforte del melologo Uanellino rpezzato). Nietzsche doveva
aver spesso fatto musica con la ragazza, e a lei deve riferirsi la
domanda dell'amico Wilhelm Pinder, il 13 ottobre 1863 ‘i:
« (Îome si chiamava la signorina con cui suoni il pianoforte? ».

Già il 29 agosto Nietzsche aveva scritto alla madre e alla


sorella: «Giovedì pomeriggio c’è stata la giornata della mon-
tagna, con il tempo più bello che si possa immaginare. Peccato
clic non ci foste anche voi, è stata una cosa molto carina e diver-
lclìtc. Ilo danzato anche un bel po’. La moglie del consigliere
Rcdtel era presente con le sue figliole. Le farò visita abbastanza
spesso, visto che mi ha invitato e sono persone tanto gentili».

Ancora nell’ottobre del 1864 scrive da Bonn: « Cara Lisbeth,


w la signorina Anna Redtel dovesse trovarsi ancora a Kòsen,
ti prego di volerla salutare e di dirle che ogniqualvolta bevo il
«alle all’hotel Kley, in vista dello splendido Siebengebirge, le
IIIIIHLlO il mio saluto».

Non ci è nota invece alcuna amicizia associata. a teneri sen-


Illnclìtl per un compagno di scuola, quali erano comuni nei con-
villi tli quell’epoca; le sue inclinazioni sentimentali andavano
HUIIIPFC a donne delicate, artisticamente dotate, che facevano
Appello al suo senso di cavalleria.

l-Ìgli stesso, come abbiamo visto, non si trovò sempre a suo


agio a Pforta. Ancora in uno sguardo retrospettivo di quattro
anni tlopo i vediamo prevalere la critica: «Quando, dopo avervi
Imscorso sei anni, ebbi dato l’addi0 a Pforta come a una maestra
urvt-ra ma giovevole, andai a Bonn. Qui mi resi conto con stu-
pult‘ (li quanta istruzione e quanto poca educazione accompa-
panino all’Università l'allievo di un simile collegio reale. Egli ha
pclhzllt) parecchio per conto suo, e ora gli manca la capacità di
vnpIllllCfC questi pensieri. Non ha ancora sperimentato Pinflusso
luuualorc delle donne; crede di conoscere la vita dai libri e dai

110 Parte I. 12:/inizia e giovinezza

racconti altrui, e invece ogni cosa gli fa ora tmîmpressione


spiacevole ed estranea».

Ma quanto più egli capiva se stesso, quanto più compren-


deva e adempiva la sua vocazione, tanto più forte diventava il
suo senso di gratitudine per Pforta “z «Non riesco assoluta-
mente a vedere come uno possa riparare al fatto di aver man-
cato a tempo debito di mettersi a una buona rcuola. Una persona
siffatta non conosce se stessa; essa attraversa la vita senza aver
imparato a camminare; la mollezza nei muscoli si tradisce a ogni
passo [...]. La cosa più desiderabile resta in tutte le circostanze una
dura disciplina al tempo giusto, cioè in quell’età ancora in cui
si è fieri di vedersi chiedere molto. Giacché ciò distingue la
scuola dura come scuola buona da ogni altra: che si chiede
molto; che si chiede con severità; che si chiede il buono e anche
l'eccellente come cosa normale; che la lode è rara, che l'indul-
genza manca; che il biasimo viene espresso con forza, oggetti-
vamente, senza riguardo per il talento e l’origine. Di una tale
scuola si ha bisogno sotto ogni aspetto; ciò vale delle cose più
materiali come di quelle più spirituali. Sarebbe disastroso star
qui a distinguere! La stessa disciplina rende valenti il militare
e lo studioso; e visto da vicino, non c’è studioso di valore che
non abbia in sé gli istinti di un militare di valore [...]. Stare in
riga, ma essere capaci ogni volta di passare in testa; preferire
il pericolo allo star bene; non pesare sulla bilancia del riven-
dugliolo il lecito e l’illecito; essere più nemico della meschinità,
della furberia, del parassitismo, che della cattiveria. Che cosa
si impara in una scuola dura? A ubbidire e a comandare».

Quando, all'età di vent'anni, Nietzsche lasciò Pforta, aveva


un aspetto sano, anzi vigoroso. Anche il medico definisce la sua
costituzione robusta. Ma quando la sorella afferma che egli fu
sempre un ragazzo sanissimo, così come del tutto sana sarebbe
stata la famiglia da cui proveniva, la cosa non corrisponde affatto
alla realtà, come s'è già detto.

Data Pimportanza che la malattia aveva e sempre più acqui-


stò nella vita e nel pensiero di Nietzsche, oggi è necessario get-
tare su questo argomento anche per gli anni di Pforta la mas-
sima luce possibile. A tale scopo, quel che riferisce la sorella
attenuando la realtà è meno utile delle notizie che ci dà lo stesso
Nietzsche e soprattutto delle annotazioni del medico nel registro
sanitario di Pforta. Circa le notizie fornite dallo stesso Nietzsche

V. La fine degli anni di scuola (186264) 111

va osservato che in questi anni egli non rifletteva ancora sulle


sue malattie. In generale lottava contro di esse come ogni ragazzo
sano e le sentiva come semplici disturbi e impedimenti, forse
con una sola eccezione, come vedremo.

Le sue dichiarazioni di quel tempo sono riservate e non


annettono grande importanza alle condizioni fisiche, conforme-
mente alla virile consuetudine di Pforta. Inoltre, non gli man-
cava certo l'opportunità di informare verbalmente la madre e la
sorella, che vedeva tanto spesso, circa la sua salute, sicché anche
per questo motivo non stupisce che esistano poche testimonianze
dirette. Possediamo una sola sua osservazione circa il suo stato
di salute negli anni di Pforta, risalente ad epoca posteriore, e
precisamente al periodo del suo ottenebramento. Nella cartella
clinica di lena, alla data 5 settembre 1889 si trova la seguente
annotazione m: « Aiîerma di aver solîerto fino al 17" anno di
(trisi epilettiche senza perdita della coscienza ». È vero che, il
giorno che precedette questa annotazione clinica, si legge: «Di
quando in quando chiara coscienza della malattia », ma natural-
mente dobbiamo difiidare di questa dichiarazione di Nietzsche
alienato, tanto più in quanto le annotazioni dei medici nel regi-
slro sanitario di Pforta ignorano completamente tali crisi, né
possediamo altre testimonianze tonlemporanee di altro generis.

Tuttavia, il registro sanitario di Pforta‘ segnala un numero


di indisposizioni assai maggiore di quello che supporremmo
stando a quanto riferisce la sorella. Ciò ha tanto maggior peso
in nyuanto bisogna riflettere che a Pforta regnava una disciplina
tlCl tutto impietosa, anzi spartana, e un alunno doveva essere
decisamente malato prima di venir mandato dal medico in infer-
mcri-a. Noi riportiamo da questo registro sanitario di Pforta tutte
lv indicazioni circa il genere di malattia e i dati seguendo fedel-
Incntc il testo; tralasciamo i numeri di registrazione, le indica-
Aouì (iell’età come pure quelle relative alla costituzione fisica,
klll‘ viene invariabilmente definita robusta:

[H59 Reumatismo 15-20 III; Catarro 2-9 XI.

IHM) Catarro (30 XII 1859) 5-16 I; Reumatismo (4 XII) 12-26‘VI.

lKhl Raffreddore (18) 19-27 I; Mal di testa e mal di gola reuma-


tici a partire dal 30 I, il 17 II torna per la convalescenza
n casa (Naumburg); Catarro 28-30 X; Mal di testa reumatico
4-16 XI.

112 Pur/c I. Infanzia e giovinezza

1862 Congestioni alla testa 7-11 I; Mal di testa 4-13 II; catarro
24-29 III; Catarro 17-24 V1; Congestioni alla testa 16-25 VIII.
(Osservazione): Nietzsche è stato mandato a casa per ulteriori
cure. È un giovane robusto, tarchiato, con uno sguardo che
colpisce per la sua fissità, miope e spesso afllitto da mal di
testa intermittenti. Suo padre morì giovane per rammollimento
cerebrale ed eta figlio di anziano; il figlio nacque quando il
padre era già malato. Non sono ancora visibili sintomi gravi,
ma è indispensabile aver riguardo agli antecedenti.
Reumatismo 24-28 XI,

1863 Catarro 2-5 II; Cutarro 24 IV-5 V; Infiammazione dell'orec-


chio, del processus mastoidcus ossis petrosi 7-20 V; Diarrea
12-16 XII.

1864 Catarro 11-13 II; Congestioni alla testa 3-5 V.

Nel caso dei catarri si trattava quasi sempre di fenomeni di


raffreddamento, collegati a rafireddori, raucedine, mal di gola e
mal di testa. Oltre ai già nominati, derano abbastanza spesso
anche disturbi più lievi che non venivano trattati dai medici, e
inoltre non vengono citate qui le indisposizioni durante i periodi
di ferie, delle quali lo stesso Nietzsche scrive di tanto in tanto.
In questi anni il mal di testa era un compagno continuo di
Nietzsche.

Colpiscono anche i frequenti attacchi reumatici. Circa uno


di questi egli scrive a metà di giugno del 1860 alla madre: « Il
dolore è diminuito ben poco, e quando sto seduto o in piedi si
riacutizza immediatamente. Perciò rimango per lo più sdraiato
sul letto. Oggi mi metteranno un impiastro di senape sul piede ».
E poco dopo: «Ieri mi hanno applicato un vescicante, è stata
una cosa assai dolorosa ».

Il dottor Zimmermann, medico dellîstituto, trattava dunque


i dolori reumatici con le coppette e le sanguisughe. Nietzsche
ebbe particolarmente a solIrire verso la metà di gennaio del
1861: «In questi giorni sto assai male — scrive alla madre —
ma non so da che cosa derivi. Ho incessanti emicranie, che mi
prendono tutta la testa, inoltre mi duole il collo a ogni movi-
mento, e così pure la gola quando respiro. Per due notti intere
non ho dormito af-Iatto, anzi mi si alternavano brividi di freddo
e sudore. Non riesco affatto a concentrarmi, e tutto mi pare un
sogno». Ma affronta bravamente la sua condizione e continua:
«Però penso che, anche se non prendo alcun rimedio, tutto

V. La fine degli anni di scuola (1862-64) 113

passerà al più presto ». Ma poi deve andare in infermeria, « per-


ché di là non riesco a fare nulla, né a studiare». Zimmermann
gli prescrisse innanzitutto riposo, ma il 30 gennaio egli scrive
di nuovo: «H0 di nuovo dei dolori di testa così violenti che
non posso assolutamente studiare. Mi fa male di nuovo anche
il collo e ho nuovamente il dolore alla laringe. Queste notti non
sono riuscito a dormire per il dolore. Sono terribilmente triste ».

Il suo precettore Buddensieg allega per conto suo a questa


lettera un rapporto medico: la madre non deve preoccuparsi, è
soltanto urfinfreddatura che non vuole seguire il suo corso.
«Perciò il dottor Zimmermann ha ordinato inflessibilmente al
plctorico Fritz quattro coppette sulla nuca». La cura produce
qualche miglioramento, ma i dolori alla testa continuano a tor-
nare «abbastanza violenti». Il 16 febbraio Nietzsche scrive alla
madre: « Il minimo sforzo di testa mi provoca dolori. Di questo
passo, poi, perdo una quantità di lezioni, senza riuscire a recu-
perare nulla. Oggi mi hanno applicato di nuovo dietro a ciascun
orecchio un vescicante, ma non credo proprio che mi giovetà.
Se almeno potessi passeggiare a lungo ogni giorno! Altrimenti
non so come farò a guarire. IIo già pensato se non sarebbe meglio
che trascorressi un paio di settimane a Naumburg, e mi curassi
15| con le passeggiate. Ti prego, vieni dunque domani (dome-
nica) [...] ». Il giorno dopo venne la madre per portarlo a casa.
(jni egli fa la vita che desidera, e ritorna a Pforta alla fine di
lvlìlìrtllo, anche se non va ancora bene e i dolori alla testa
riprendono. Ma ora si rassegna: «Dovrò abituarmici a poco
n poco ».
l raffreddori non cessatono in quell'anno 1861. Il 28 ottobre
dovette andare di nuovo in infermeria: « Ho un polso straordi-
nariilntente veloce, il collo gonfio e dolori alla nuca. Inoltre bri-
vidi spaventosi. Mi sento tutto intontito. In generale ho davvero
yli stessi sintomi che ebbi l'anno scorso quando mi comincia-
mnn i dolori di testa ». Questa volta il malessere passò in pochi
iaiuini.

Tutte queste malattie dimostrano una certa predisposizione


uI-‘l giowine Nietzsche alle infiammazioni infettive della gola, con
lrlilari e concomitanti dolori di testa; tali «influenze» si ripe-
Iu-mnno poi durante gli anni trascorsi come professore a Basilea
u- NpHPÌSCOHO negli anni più tardi quasi totalmente, benché nelle
l1l'llllL' carriere che soleva abitare in Italia si esponesse alle infred-

114 Parte I. Infanzia e giovinezza

dature in misura ancor maggiore. È certo che questi disturbi


non possono essere messi in relazione con la grave malattia degli
ultimi anni.

Disastroso fu Panno 1862, come ci mostra un semplice


sguardo all’estratto di cui sopra, un anno che, come abbiamo
visto, fu anche Panno di una grave crisi interiore *. Nell’agosto
del 1862 i dolori di testa furono di nuovo cosi violenti che
dovette andare in infermeria. Il 25 agosto scriveva alla madre,
partita per Merseburg: «Oggi il dottore mi ha consigliato e
permesso di partire per Naumburg e di intraprendere là la mia
cura a base di bagni e passeggiate». L'osservazione sopra ripor»
tata di Zimmermann nel registro sanitario indica che il dottore
era seriamente preoccupato in vista di una possibile malattia
cerebrale. «Oggi, lunedì, vado a Naumburg, a mezzogiorno, e
alloggerò nel nostro appartamento per farvi una vita assoluta-
mente tranquilla, senza musica o altre cose che possono agitarmi.
Il dottore mi ha prescritto anche la dieta necessaria, perciò tu
non devi in alcun modo preoccuparti per me né, tantomeno,
venire via da Merseburg, dove la tua presenza è certamente
necessaria. Forse la cosa migliore per me è proprio vivere tutto
solo. Ti prego dunque, non angustiarti, cara mamma: se io evito
tutto quello che mi può agitare, i dolori di testa scompariranno.
Questa volta però penso di stare via un po’ più a lungo, per
vedere di sradicarli completamente [...]. Delle mie abitudini si
occuperà la zia Rosalie: bevo anche acqua amara e una polvere
rinfrescante. La cosa più spiacevole per me è lo stato di agita-
zione in cui cado spesso». Questa malattia durò fino a S. Mi-
chele, Purtroppo sul suo decorso non sappiamo altro al di là di
quanto ci viene comunicanti) qui. Un elemento nuovo in essa è la
«frequente eccitazione» che lo preoccupa. Sarà stato forse il
suo ricordo che spinse nell’anno 1889 Nietzsche ottenebrato a
parlare di crisi epilettiche giovanili senza perdita della coscienza?
È singolare che qui egli trovò da solo un rimedio — chiaramente
insistette su di esso con Zimmermann come l’anno prima aveva
fatto con la madre —: ossia l'astinenza dall’amata musica, sosti-
tuita dalla solitudine e dalle passeggiate. Il distacco dalla « mu-
sica cbe logora i nervi» viene indicato più tardi come motivo

* Passaggio dall'Omtorio di Natale allîîrmanarico; il frammento del-


I'Eu/0rione!

V. La fine degli anni di scuola (1862-64) 115

dell’all0ntanamento da Wagner, e nei suoi anni più fecondi egli


imposto l'intera sua esistenza sulla solitudine e sulle passeggiate.
Certo i mal di testa e l'insonnia ritornarono, come pure i
catarri, ma nel complesso fino alla maturità gli vennero rispar-
miate altre malattie gravi. Che i dolori alla testa di Nietzsche
fossero sostanzialmente delle emicranie è un'ipotesi successiva,
anche se esatta, di Mòbius ‘m, che la sorella, che sofiriva anch'essa
di questo disturbo ereditato dal padre, fece sua.

VI

IL FRANCONE DI BONN

Dopo la partenza da Pforta, il 7 settembre 1864, Nietzsche


trascorse i suoi primi giorni di matricola con l'amico Paul Deus-
sen presso la madre e la sorella a Naumburg, La scelta dell'Uni-
versità di Bonn era stata già decisa in precedenza, e Nietzsche
aveva esaudito l'ardente desiderio della madre, facendosi iscri-
vere a Bonn alla facoltà teologica. Madre e sorella erano orgo-
gliose e felici, e trasformarono per le due matricole queste due
settimane a Naumburg, in un'unica, allegra festa.

Prima di trasferirsi a Bonn, i due amici fecero un viaggio


sul Reno che li portò a Oberdreis dai genitori di Deussen. Prima
del 25 settembre fecero una tappa iniziale a Elberfeld, dove
trascorsero alcuni giorni presso parenti e amici di Deussen; il
28 ripresero il viaggio per Oberdreis. A Elberfeld si uni a loro
un cugino di Deussen, il giovane commerciante Ernst Schnabel,
«spiritoso, intelligente, vivace fino all'eccesso», come scrive
Deussen", «ma anche spensierato fino alla cima dei capelli,
così Ernst Schnahel si uni alla nostra comitiva e seppe trasci-
narci a fare diverse pa‘ ' ie. Tutti e tre arrivammo a Kiinigswinter
e. inebriati dal vino c dalhamicizia, ci lasciammo convincere,
malgrado i nostri mezzi limitati, ad affittare dei cavalli e a caval-
care sul Drachenfels. Questa è l’unica volta che vidi Nietzsche
a cavallo. Era in uno stato d'animo in cui non si interessava
tanto della bellezza del paesaggio quanto delle orecchie del suo
cavallo. Continuava a misurarle e dichiarava di non riuscire a
capire se cavalcava un cavallo o un asino. Ancora di più ci sfre-
nammo a tarda sera. Tutti e tre percorremmo le strade della
cittadina per fare ovazioni alle ragazze che supponevamo dietro
le finestre. Nietzsche canticchiava e rubava: mio dolce amore,

VI. Il Fra/icone ili Bonn (186465) 117

mio dolce amore, Schnabel farneticava di un povero ragazzo


rcnano che cercava ricovero per la notte, io me ne stavo tra loro
e non mi raccapezzavo in questa nuova situazione, quand'ecco
precipitarsi fuori della porta un uomo che con insulti e minacce
ci cacciò via. Come per espiare questo incidente, peraltro iso-
lato, accadde che il giorno dopo, nella sala del pianoforte del
‘Berliner Hof ', ordinammo una bottiglia di vino e purificammo
le nostre anime con le mirabili improvvisazioni di Nietzsche.
Finalmente giungemmo tutti e tre in casa dei miei genitori a
()berdreis, e qui ci godemmo ancora per settimane l'innocente
esistenza nella pura aria montana del Westerwald, frequentando
i genitori e i fratelli, gli amici e le amiche che andavano e veni-
vano, animando Pospitale canonica di campagna. Il 15 ottobre
celebrammo il compleanno di mia madre, che è anche quello
di Nietzsche. e poi scendemmo dalla montagna del Westerwald
a Neuwied nella valle del Reno, da dove il vaporetto ci portò
in poche ore a Bonn ».

Nietzsche, che si era proposto da allora in poi di dedicarsi


con maggiore attenzione alle cose della vita reale, comunicò alla
sorella e alla madre in alcune lettere osservazioni di ogni genere
su questo viaggio. Nelle donne di Elberfeld notò soprattutto
«una particolare tendenza ad assumere un atteggiamento bi-
gotto », il che non impediva alle giovani di vestirsi « con molta
eleganza, con mantellette dalla vita stretta». Riscosse molto
successo con le sue improvvisazioni al piano, In proposito scrive
il 27 settembre 1864 ai suoi: « [...] fui solennemente festeg-
giato con un brindisi in mio onore. Ernst ne è assolutamente
incantato, come direbbe Lisbeth; dovunque io mi trovi, debbo
suonare e vengo applaudito: è ridicolo. Ieri, nel pomeriggio,
ci recammo a Schwelm, una stazione balneare dei dintorni, visi-
Iammo le Montagne Rosse, una località nota dell'antica Vema,
c ci fermammo a bere un po’ dovunque. La sera, in un risto-
rante, suonai, senza saperlo, alla presenza di un rinomato diret-
torc d'orchestra, il quale rimase a bocca aperta e mi fece ogni
sorta di complimenti, scongiurandomi di far parte, la seta, della
sua società corale. Tuttavia non accettai >>.

Le impressioni di Nietzsche furono «intense e quanto mai


varie». A Oberdreis gli piacque soprattutto la madre di Deus-
sen, «una donna di una educazione tale e di una tale finezza
ali sentimenti e di parole, di una tale operosità, quale è raro

118 Par/c I. Infanzia e giovinezza

trovare [...]. Al suo confronto il pastore Deussen appare molto al


di sotto: è un brav'uomo, grande e buono, tuttavia non sempre
coerente». E poi Marie, la sorella sedicenne di Deussen, che gli
ricordava la sorella Lisbeth « e appunto per questo non posso
negarle la mia particolare simpatia », come scrive alla sorella e
alla madre l'8 ottobre. Uesaltazione prodotta da quest'episodio
risveglio in lui il compositore. Nel novembre e al principio di
dicembre compose dodici lieder, nove dei quali ci sono stati
conservati perché trasformati in regalo '25: un volumetto son-
tuosamente rilegato con quattro lieder venne da lui inviato a
Marie Deussen, e in una lettera del 9 dicembre alla madre e
alla sorella egli osserva: « A Marie Deussen, in occasione del
suo compleanno, che cade domani, ho inviato alcuni miei lieder,
trovo questo molto carino da parte mia, ed è la cosa migliore
che potevo fare per dimostrare la mia riconoscenza ». Per il resto
gli piacque della casa dei Deussen, cui erano attigui una grande
locanda e un pensionato per fanciulle, « una associazione di gio-
vani donne, non belle, di buoni sentimenti, che sembrano però,
tutte, molto diligenti», il «raro miscuglio di semplicità e di
lusso». Si sentiva appagato: «Le mie conoscenze sulla vita e
sui costumi del popolo si arricchiscono ogni giorno. La mia
attenzione è rivolta a ogni cosa, alle caratteristiche dei cibi,
delle attività, dell'economia agricola, ecc. ». Assistette al batte-
simo di un figlio di contadini, dove vennero servite patate col
cafîè. « La gente qui vive essenzialmente di questo ».

Questi suoi tentativi di liberarsi dei libri e dello scrittoio


e di entrare in contatto con la vita continuarono a Bonn, dove
arrivò il 16 ottobre insieme a Deussen.

Dopo aver visto una dozzina di camere mobiliate per stu-


denti, presero alloggio l’uno accanto all'altro presso il tornìtore
Oldag nella casa d'angolo tra la Bonner Gasse e la Gudenauer
Gasse 518, dove prendevano anche il pasto di mezzogiorno; a
proposito del suo alloggio, Nietzsche vanta anche la sua vici-
nanza alla casa natale di Beethoven.

Dopo i sei anni di severa disciplina di Pforta, Nietzsche


aveva ora soprattutto bisogno di libertà d'azione e della vera
vita di universitario, della quale tuttavia aveva unîmmagine
molto confusa e troppo idealizzata. Non aveva tanto l'ambizione
di affrontare risolutamente gli studi di teologia o almeno di
filologia, quanto piuttosto si sentiva ai propri occhi uno «stu-

VI. II Franrane di Bonn (1864-65) 119

diorus liberalium arlium (tra le quali io, ingenuamente, anno-


veravo anche la teologia, madornale errore di calcolol), guar-
davo, pieno di speranze, a un futuro incerto, ed ero troppo ine-
sperto, ohimè, per volgere a mio personale e particolare godi-
mento e profitto la vita di Bonn » *. Ricercava la vita e l’arte
più che i libri e le aule.

Già a Naumburg aveva convenuto con la madre e il tutore


che sarebbe stato consigliabile entrare in una corporazione stu-
dentesca, e quindi già il 23 ottobre 1864 Nietzsche divenne ma-
tricola dell’associazione goliardica («Burschenschaft») « Fran-
conia », insieme a Deussen e a un intero gruppo di (ix alunni
di Pforta. Aveva scelto la « Franconia » non soltanto perché vi
erano entrati tanti altri alunni di Pforta, ma perché, contraria-
mente alle altre associazioni di Bonn, ad essa apparteneva un
gruppo particolarmente numeroso di filologi, e sperava quindi di
poter contare anche su una comunanza di interessi spirituali,
tanto più in quanto la maggior parte dei «Franconi» erano
amanti della musica. Un antico allievo di Pforta, Bruno Haus-
halter, filologo anche lui, divenne il suo anziano.

Inizialmente egli parve tutto assorbito dalla vita dell'asso-


ciazione. Ma quando ne parla con entusiasmo, non riusciamo a
liberarci dell’impressione che faccia continuamente violenza a se
stesso. Come afferma il suo compagno d’associazione, il futuro
professor Hersing, Nietzsche non era un << allegro goliardo e non
ntostrò mai il bisogno di correre la cavallina ». Con tutto ciò,
si sforzava per quanto possibile di uscire dal suo naturale riserbo.
I’. almeno all’inizi0 era tutt’altro che impopolare presso i suoi
compagni (l'associazione. Il suo talento satirico ne faceva un buon
collaboratore del giornale umoristico e gli dettava burle poetico-
musicali di ogni tipo, come Pofîenbachiade I Franconi in Para-
«Iisn 2. Le sue improvvisazioni al pianoforte piacevano anche qui.
i suoi compagni d'associazione gli diedero il soprannome goliar-
dico (li « Cavalier Gluck », che lo caratterizza abbastanza bene.
Mal talvolta lo trovavano un po’ troppo mordace, senza notare
nllaitto, come egli stesso scrive alla madre e alla sorella il 18
Ichhraio 1865, « che spesso sono infelice, sono troppo lunatico
o mi piace tormentate un poco il prossimo e non solo me stesso ».

* Due anni più tardi, il 10 ottobre 1866, in una lettera al compagno


lll studi Mushacke a Berlino.

lZ() Pur/e I . In/unzia e giovinezza

Molto presto ciò che entusiasmava in senso vero e proprio i suoi


compagni, le allegre bevute conviviali di birra, lo disgustarono
profondamente; e non condivideva neanche i loro amori. Se la
poesia che gli dedicarono nell’arnbit0 della corporazione («Na-
tionalvers ») afferma il contrario, si tratta di una semplice can-
zonatura, ovvero della supposizione — del tutto infondata —
che fosse un uomo particolarmente misterioso:

Tragedie e romanze

che a lui sono si grate


Gluck molte ne ha composte
ed anche musicale.
Lo bacia rossa bocca

al rincasar la sera;

per i dolciumi e il tè
andrà in miseria nera.

Già allora, come in maggior misura più tardi, preferiva il


tè e i dolciumi al vino e perfino alla birra, e la « rossa bocca »
potrebbe essere una allusione al lied da lui composto in forma
di infuocata ballata sulla poesia di Chamisso Cern und gerner,
dove leggiamo:

più grato in ora triste m'è scaldarmi


al sole delle tue pupille,

più grato dalla dolce, rossa bocca


sugger calde faville”?

Circa le esperienze amorose di Nietzsche non ci è tramandata,


nemmeno per questi anni di Bonn, la minima notizia; anche i
suoi amici e commilitoni lo ritenevano — nella misura in cui
si pronunciarono — «del tutto indifferente alla donna».

«Ma per quel che riguarda il citato baciar la rossa bocca


— scrive Deussen 7’ —, non ho mai notato che Nietzsche avesse
una simile tendenza. Debbo qui comunicare, alquanto controvo-
glia, una storia che, come contributo per la conoscenza della
mentalità di Nietzsche, merita di essere strappata all’ob1io. Un
giorno del febbraio 1865 Nietzsche era andato da solo a Colonia,
dove si era fatto accompagnare da un fattorino nella visita delle
cose più notevoli e infine gli aveva chiesto di condurlo in un risto-
rante. Ma quello lo portò in una casa di malaffare. ‘Io mi vidi

VI. Il Fnmame di Bonn (1864-65) 121

— così mi narrò Nietzsche il giorno dopo — improvvisamente


circondato da una mezza dozzina di figure in tulle e lustrini, che
mi guardavano speranzose. Per un po’ rimasi senza parola. Poi
istintivamente mi buttai su un pianoforte come l’unico oggetto
animato di quella compagnia e accennai alcuni accordi. Questi
sciolsero il mio torpore e io guadagnai l’aria aperta’. Da questo
fatto e da tutto quanto io so di Nietzsche, renderei a credere che
a lui si adattano le parole: mulierem numquam attigit ».

Questo episodio ha fornito Pappiglio a ipotesi di ogni genere.


Ad esempio, si è creduto che si tratti di un errore di memoria
di Deussen, e che la scena non sia potuta avvenire in questo
modo. Ma chi, come noi, ha fatto in tempo a conoscere bene
Deussen, non può concordare. Vent’anni dopo aver descritto que-
sfepisodio, Deussen conservava una memoria pressoché infalli-
bile, di straordinaria ampiezza, e il suo carattere fa apparire del
tutto esclusa l’ipotesi che abbia inventato lo storia in questione.
invece possibile che la riconosciuta penosità del fatto lo abbia
spinto a conferirgli una forma marcatamente aneddotica. Da altre
parti si è voluto trovare nel canto dello Zarathustra Il dexerlo
creta- delle reminiscenze di questa scena di bordello e si è con-
cluso che essa abbia avuto un forte influsso sulla sessualità di
Nietzsche. O si è addirittura pensato che quanto è qui narrato
non sia che il ricordo assai attenuato di una reale visita a un
bordello di Colonia. Si è richiamato il fatto che, mentre per la
città di Bonn vera e propria nell’associazione « Franconia >> do-
minava il principio di castità, i goliardi erano soliti recarsi a Co-
lonia a soddisfare i propri bisogni sessuali. Tutti questi «pro-
blemi » sono affiorati grazie ai biografi più recenti a caccia del-
l'origine di unînfezione luetica come base della paralisi insorta
in Nietzsche a cavallo tra il 1888 e il 1889. Purtroppo anche un
'l'ltotnas Mann si è lasciato indurre dalla sua fantasia artistica
a dimostrarsi su questo punto più informato di quanto sia obiet-
tivamente possibile e giovevole alla questione W’.

'l'uttc le testimonianze a noi note del periodo di Bonn non


forniscono comunque alcun motivo per mettere in dubbio o per
tllnpliilrc il racconto di Deussen. Certo l'esperienza con le signore
llL'l bordello di Colonia avrà operato nella fantasia di Nietzsche
e avrà contribuito ad aprire quelle barriere che reprimevano la
sua sessualità, sicché questa si sfogò nei semestri di Lipsia, e qui
«gli si prese quella malattia che, in forza di un’assurda moralità

122 Par/r: I, Infanzia e giovinezza

sessuale borghese e per Pimpotenza della medicina, riuscì fatale


a migliaia di studenti tedeschi.

Queste questioni potranno riguardare più da vicino il medico;


a noi interessano solo in quanto abbiano potuto avere per Nietz-
sche un valore di esperienza vitale e spirituale. Ma questo ruolo
non è svolto dall'elemento erotico e tanto meno da quello vol-
garmente sessuale né per questi anni di Bonn né per molti anni
successivi. Questa mi sembra peraltro una tipica querelle allentan-
de, per usare un termine francese: se cioè Nietzsche, giovane stu-
dente tedesco degli anni '60, con la loro arcigna moralità sessuale,
studente dal temperamento erotico indubbiamente scarsissima,
abbia mai visitato in qualche luogo un bordello, vuoi per sem-
plice curiosità psicologica — cosa che sarebbe da lui —, vuoi
perché lo facevano quasi tutti i suoi compagni, vuoi per stimolo
sessuale, per il quale la morale borghese ancora più di 50 anni
dopo non sapeva offrire ai giovani universitari altro rimedio che
il bordello, e se ciò facendo abbia contratto una lue che solo più
di 23 anni dopo degenerò in una paralisi psichica. Anche questa
posteriore malattia psichica di Nietzsche ci interessa soltanto
nella misura in cui influì sul suo pensare e operare. E ciò ebbe
inizio in maniera avvertibile solo nell'anno 1888, quando essa
cominciò a sconvolgere e poi distrusse la sua personalità. Ciò che
di insolito dimostrano la sua vita e il suo pensiero negli anni
precedenti è sempre commisurato a questa personalità, una per-
sonalità indubbiamente di stampo così particolare, dal così pecu-
liare destino e di tale portata spirituale, che a chi è meno aperto
e meno ricco essa può apparire morbosa anche là dove invece
tocca i suoi confini naturali e sani.

Come già detto, nei suoi primi semestri Nietzsche partecipò


col massimo impegno alla vita dell’associazione. Non mancò un
giro di bevute, un banchetto studentesco. Nel bere era pari agli
altri, ma soltanto nei limiti prescritti dall’uso. Era fiero della
sua fascia color bianco-rosso-oro e delle celebrità che apparte-
nevano alla « Franconia », come lo storico Treitschke e il poeta
Spielhagen. Frequentava con ardore la sala di scherma e, benché
la corporazione non prescrivesse l'obbligo della « Mensur », an-
che lui smaniava per sostenere un incontro. Durante un giro di
bevute sulla piazza del mercato incontrò l’alemanno Wilhelm De-
lius, che gli riuscì simpatico. Gli si fece incontro con Patteggia-
mento più amabile e lo sfidò a «battersi » con lui, proprio perché

VI. Il Francone di Bonn (186465) 123

gli era simpatico. L’incontro ebbe luogo. Delius ricevette un


vigoroso «colpo a sangue» sulla fronte e Nietzsche un fondente
di sghembo attraverso il dorso del naso. Ne conservò una piccola
cicatrice, che non gli stava male.

Ma tra i suoi compagni di associazione non trovò nessuno


cui affezionarsi realmente. È vero, la sera passeggiava lungo il
Reno col suo anziano Haushalter quando sui monti brillavano i
falò della vendemmia. Ma continuava ad essere sempre più at-
tratto dalle tombe di Schumann, di A. W. Schlegel e di Arndt,
e su quella di Schumann — il cui mondo musicale allora lo as-
sorbiva tutto — depose una corona in compagnia della sua pa-
drona di casa e della nipote di lei. Ovvero passava lunghe serate
a prendere il tè con Deussen e a leggere una tragedia greca, ma
anche ciò senza il giusto entusiasmo.

La vita dell'associazione lo soddisfaceva sempre di meno, e


spiritualmente si sentiva vuoto. E per di più era sempre a corto
di denaro. Non c’era lettera a casa che non contenesse continue
richieste finanziarie. Bonn era un’Università cara, e Nietzsche
non sapeva maneggiare il denaro. Non era particolarmente scon-
siderato, ma le esigenze della vita associativa erano notevoli, e
come studiosa: Iiberalìum arlium egli non voleva farsi sfuggire
nulla di quanto Bonn e Colonia avevano da oflrire in fatto di
godimenti artistici. Gli era altresì indispensabile prendere un
pianoforte a nolo, e rinunciarvi nel semestre estivo per mancanza
di denaro rappresentò per lui qualcosa di più che un sacrificio,
fu come un’espiazi0ne! Perciò fin dal principio i 30 talleri * asse-
gnatigli dalla madre e dal tutore non gli furono suH-icienti. E
anche quando glie ne vennero concessi 40, somma assai notevole
per uno studente dell’ep0ca, non riuscì ad andare avanti. Alla
iinc del primo semestre aveva debiti ammontanti a più della metà
della somma concessagli. Sebbene richiedesse senza tanti riguardi
ciò di cui credeva aver bisogno, lo opprimeva la consapevolezza
(li vivere al di sopra dei propri mezzi e di dare su questo punto
preoccupazioni alla madre, che da parte sua non lesinava le am-
monizioni. E questo senso di oppressione era tanto più forte in
quanto egli non scorgeva alcuna possibilità di guadagno nelle
sllc condizioni di allora. D’altro canto non poca irritazione e
slìiiìcoltà gli causò l'evidente malaccortezza con cui da casa ve-

* 1 tallero : circa 5 marchi attuali.

124 Pur/e I. In/anzia e giovinezza

nivano trattate certe cose della vita pratica. Per l'immatricola-


zione aveva assoluto bisogno di un «certificato di povertà»;
benché lo avesse sollecitato più volte, esso arrivò soltanto alla
metà di novembre, sicché dovette scrivere: «Il certificato di
povertà è arrivato esattamente con tre settimane di ritardo».
Anche il denaro non sempre arriva puntuale, ovvero senza qual-
che intoppo. Ancora nel maggio 1865 c’è qualche irregolarità,
ed egli è costretto a scrivere: « E poi, questa volta, mandami
la cifra destinata con assoluta puntualità, perché debbo rispettare
la data di scadenza, ossia il 31 maggio o, al più tardi, il primo
giugno. Soprattutto però spediscimi il denaro in banconote prus-
siane. Non puoi immaginare quanti fastidi ebbi con l'ultimo
denaro: anzitutto mancava un tallero, poi nessuno voleva accet-
tare quel tipo di moneta e, quasi quasi, stavo per pagare una
multa per averlo spacciato». Torneremo a incontrare anche in
seguito analoghe difficoltà per via di indirizzi inesatti o di pacchi
con indicazioni imprecise, ecc.; era una continua fonte di con-
trarietà.

Frattanto i suoi studi gli dicevano poco, li Coltivava con in-


dolenza. È vero che verso la metà del novembre 1864, in una
lettera alla madre, preoccupata anche per questo, dice con una
certa indignazione di essere molto stupito per il dubbio di lei
che egli non frequenti le lezioni con sufliciente zelo: « Frequento
naturalmente con grande interesse i corsi, tra i quali uno in par-
ticolare merita d'esser menzionato: quello di politica del prof.
von Sybel; è frequentato da 200-300 persone, in una delle aule
più grandi, e tuttavia ve n'è sempre un certo numero costretto
a rimanere in piedi. Naturalmente Pcsposizione strettamente
scientifica di Sybel è condita qua e là con qualche allusione po-
litica. Il fatto che uomini come Ritschl, il quale mi tenne un
discorso sulla filologia e la teologia, come Otto Jahn, che, come
me, si occupa di filologia e di musica — dedicandosi a entrambe
con pari intensità — esercitino su di me un grande influsso, è
facilmente ìmmaginabile, per chi conosca questi eroi della scienza.
Il professor Schaarschmidt, un vecchio scolaro di Pforta, ci ha
riservato una gentilezza tutta speciale e, anzitutto, si è dichiarato
nostro compagno di studi e amico. Di ciò debbo essere grato
al prof. Steinhart, per le sue calde raccomandazioni [...]. Il prof.
Krafft, del quale frequento le lezioni di storia della Chiesa, mi
ha invitato a un tè e a una cena, di lunedì, con conversazione

VI. II Franume di Bonn (186465) 125

su argomenti teologici. La cosa che mi procura maggior piacere


è di essere venuto in un più stretto contatto con il prof. Springer;
infatti sono membro del seminario di studi di storia dell’arte.
Springer è un uomo giovane, bello, estremamente geniale e con
un animo d’artista, e le sue lezioni sono tra quelle maggiormente
frequentate ».

Che cosa attirasse Nietzsche a Bonn non è più accettabile in


maniera conclusiva. Notevole importanza ebbe sicuramente la cer-
tezza di trovarsi insieme all’amico Deussen, se non fu addirittura
il fattore decisivo; un anno dopo, la decisione di passare a Lipsia
fu analogamente provocata da un altro amico: e in entrambi i
casi egli spiega ai suoi che a spingerlo è il livello degli studi
filologici nell’Università in questione. A Bonn si fece perfino
iscrivere, per far contenta la madre e come estremo tentativo,
anzi a dimostrazione dellînconciliabilità di questo studio col suo
pensiero, come studente di teologia, ma, come scrive al termine
del periodo di Lipsia, «della teologia presi nota soltanto nel-
l’esatta misura in cui mi attirava il lato filologico della critica
evangelica e dello studio delle fonti neotestamentarie [...]. Vale a
dire, in quel tempo mi illudcvo ancora che la storia e il suo studio
fossero in grado di fornire una risposta diretta a certi problemi
religiosi e filosofici ». Assistette inoltre alle lezioni di Schlottmann
sul Vangelo di Giovanni e a quelle di Kraflt, come già detto,
sulla storia della Chiesa. Entrò anche a far parte del circolo ac-
cademico « Gustavo Adolfo », e verso la fine del semestre (marzo
1865) si indusse alla sua brava conferenza, alquanto lunga e del
lutto impersonale, sulle « Condizioni religiose dei tedeschi nel-
l'America del Nord » z, e descrisse una volta alla zia Rosalie, che
era interessata, la situazione confessionale di Bonn. Ma quando,
alla fine di gennaio del 1865, annunciò alla madre: «Ancora
una cosa: sono collaboratore del locale circolo ‘ Gustavo Adolfo ’.
Nei prossimi giorni vi terrò una conferenza», aggiunse di se-
guito: « E ancora. La mia decisione di passare a filologia è ferma.
Studiare entrambe le cose significa studiarle solo a metà ».

Non poco avrà contribuito a questa decisione anche il citato


(llSCOTSO di Ritschl al giovane Nietzsche. Per il resto, nel primo
semestre e in genere per tutto l‘anno di Bonn, non si avvicinò
ancora personalmente a Ritschl. E non entrò a far parte del se-
Ininario filologico. Al principio lo attirava di più Otto Jahn, che
era non solo filologo, bensì si era contemporaneamente fatto un

126 Parte I, Infanzia e giovinezza

nome come biografo di Mozart. È vero che già alla fine del pe-
riodo di Pforta, Nietzsche era deciso a fare della filologia la sua
professione; ma soltanto a Bonn, dove compose parecchia musica,
comprese chiaramente che la musica, alla quale, da studiosa: lì-
beralium artium, dedicava sempre la massima attenzione, non po-
teva essere la sua materia principale, per quanto ad essa andasse,
allora e in seguito, il suo amore. L’amore per le arti e per le
nature artistiche lo attirò anche verso Springer, per quanto non
si registri alcun influsso duraturo di quest'ultimo, come del testo
di questo breve periodo di studi di storia dell’arte, che non
proseguì a Lipsia. Né lasciò traccia il corso di Sybel sulla politica.
Ciò sarà dipeso in non piccola parte dalle scialbe concezioni di
Sybel, a proposito delle quali Bismarck ebbe a dire una volta
che, in contrasto con quella specie di storici che, come Taine,
rendono chiara l’acqua del passato, Sybel apparteneva alla se-
conda specie, che la intorbida.

Nel complesso, durante il suo primo semestre Nietzsche non


frequentò alcun corso per intero, almeno non prese appunti
neanche approssimativamente completi, così come non posse-
diamo dell'intero suo periodo di studi alcun quaderno d'appunti
completo, il che naturalmente non dice nulla circa Fintensità
dei suoi studi. Nietzsche trascorse il Natale del 1864 per la
prima volta lontano dalla madre e dalla sorella, ora con i suoi
confratelli nelle bettole, ora a casa col suo compagno Gassmann,
che era tra i Franconi quello che più gli piaceva, perché aveva
natura d’artista. Cantavano insieme e suonavano il Manfredi di
Schumann, che Nietzsche aveva ricevuto in dono dalla zia Ro-
salie, il regalo più gradito in quel momento. In genere i reci-
proci regali documentano un rapporto di particolare intesa con
i fratelli e le sorelle del padre. Già per il compleanno le zie
Friederike Daechsel e Rosalie Nietzsche gli avevano mandato il
ritratto della nonna (Erdmuthe Nietzsche). Nel dicembre egli le
ringrazia e aggiunge: «Il ritratto del nonno buon’anima è ap-
peso sopra al mio piccolo pianoforte, sotto a una stampa a
colori, che rappresenta la deposizione dalla croce».

Per il capodanno avrebbe voluto mandare, come in passato,


un augurio in versi alla madre e alla sorella, ma non riuscì più,
« sia perché le mie esigenze in fatto di poesia sono aumentate,
sia perché io sono diventato, in un certo grado, più prosaico
— più pratico, cosa, questa, che non nuocerebbe affatto — sia

VI. Il Francone di Bonn (186465) 127

infine perché Pinfernale dolore ai denti, che mi tormenta, scaccia


via ogni entusiasmo ». Comunque aveva loro inviato per Natale
otto dei suoi lieder più recenti, tre dei quali aveva già mandato
a Marie Deussen, e con la stessa sontuosa rilegatura, con la sua
fotografia all’inrerno della copertina '15. Ma lo angustiano anche
le tlifficoltà finanziarie: «Non riuscirò a stare qui più di un
armo, e proprio a causa del denaro. Sono deciso a trasferirmi,
in seguito, a Halle e fare là il militare ». L’idea dell’Università
di Halle doveva predominare ancora a lungo. La sera di san
Silvestro rimane solo in casa. Nella lettera della fine di dicembre
alla madre e alla sorella medita su questo fatto: «Amo le notti
di San Silvestro e i compleanni. Essi infatti ci regalano ore,
quali certamente potremmo crearci noi stessi spesso, ma rara-
mente lo facciamo; ore nelle quali Fanimo se ne sta quieto e ha
modo di osservare tutto un periodo del proprio sviluppo. In tali
momenti si formulario proponimenti decisivi. In quei momenti
sono solito prendere i manoscritti e le lettere dell’anno trascorso
e annotarmi alcune cose. Per qualche ora ci si sente come ele-
vati al di sopra del tempo, ed è quasi come se si uscisse fuori
dal nostro proprio sviluppo. Si assicura e si autentica il proprio
passato, e si riceve coraggio e decisione per proseguire nella
propria strada». E in un appunto diaristico dello stesso periodo,
intitolato «Sogno di una notte di San Silvestro» ‘, leggiamo:
« Sono le ore che precedono immediatamente la mezzanotte; ho
frugare finora tra le mie lettere e i miei manoscritti, ho bevuto
ponce caldo e poi suonato il requiem del Manfredi di Schumann.
Adesso ho voglia di abbandonare ogni interesse estraneo e di
pensare soltanto a me stesso». Comincia a sognare e a parlare
con le ombre dell’anno, e benedice e maledice quell'anno con
pari veemenza. Ma poi sente una voce: « O pazzi e zimbelli del
tempo, che non esiste se non nelle vostre teste! Io vi domando,
che cosa avete fatto? Se volete essere, se volete avere ciò che
sperare, ciò che aspettate, fate quel che gli dèi vi hanno imposto
come prova prima del guiderdone. Il frutto cadrà quando sarete
Innturi, non prima! ». Non è progredito rispetto all’anno prece-
dente, quando pronuncia analoghe parole, ma ritroviamo in lui
la stessa pazienza con cui attende se stesso.

Frattanto si gettò a capofitto in tutti i godimenti artistici


che gli capitavano, senza riguardo alle costanti difficoltà finan-
ziaric. Ai suoi giustificava così, alla fine di febbraio, questo modo

128 Parlo I. In/unziu c giovinezza

di vita: «Infine le mie passioni per la musica e per il teatro


sono alquanto costose, mentre ho speso assai meno di altri in
pranzi e bevute ». Frequenta una quantità di concerti, fra i quali
quelli di Clara Schumann e di Adelina Patti. Ascoltò la Biirde-
Ney nel Fidelio e negli Ugonotti, e goclette numerose altre rap-
presentazioni operistiche. A teatro vide la Niemann-Seebach nei
Nibelungbi di Hebbel, e si entusiasmò per Friederike Gossmann
nella Birbelìca domata e in molte altre insignificanti commedie
moderne. «Naturalmente eravamo tutti quanti innamorati di
lei — scrive a casa il 2 febbraio 1865 -—, nel ritrovo cantammo
a squarciagola le canzoni che lei aveva cantato e facemmo un
brindisi alla sua salute ». Già alla fine di dicembre aveva scritto:
« Sono rimasto molto in casa e ho tratto diletto dal Manfredi.
Il terzo giorno di festa andai all’opera e ascoltai il Franco Cac-
ciatore, che nellînsieme, così come l’Ober0n, non mi piacque.
La scena della gola infernale mi sembrò ridicola». Nei gusti
musicali non è ancora nemmeno vicino al predecessore di Wagner,
Weber!

Egli stesso aveva recentemente composto 12 lieder su testi


di Puskin, Petòfi, Chamisso e su una poesia propria. Sono tra
le cose migliori di Nietzsche compositore, sia dal punto di vista
formale la forma è condizionata dal testo poetico, e quella
del lied è per lo più strofica — sia da quello musicale, con la
loro lirica interiorità e il loro piglio di ballata. Con Deussen
discute spesso e vivacemente su Wagner, ma quest’ultimo, come
scrive Deussen, « appariva, quanto a importanza, assai proble-
matìco » 7’.

Un avvenimento cui, con grande stupore dei suoi confratelli,


non partecipò, fu il carnevale di Colonia. Alla fine del febbraio
1865 scrive alla madre e alla sorella: «Ho preferito andare dai
Deussen, ove ho trovato proprio ciò che mi è mancato per tutto
un semestre, ossia la vita di famiglia». Quando tornò a casa
per le vacanze di Pasqua del 1865, appariva cambiato in certi
tratti essenziali. Non era solo che la consuetudine della birra
lo aveva fatto alquanto ingrassare, e che il suo modo di espri-
mersi, di solito così ricercato, aveva ceduto il passo a un tono
goliardico: ora non sopportava più le cortesi dissimulazioni.
Perciò non solo espresse Yirrevocabile decisione di abbandonare
del tutto la teologia, ma si scagliò nella maniera più cruda con-
tro il cristianesimo di fronte alla madre e si rifiutò di fare la

VI. II Fnmcone di Bonn {1864-65) 129

comunione con lei e la sorella a Pasqua. La Vita di Gerù di


David Friedrich Strauss gli aveva fatto raggiungere la suprema
illuminazione.

Per la madre fu il crollo di un mondo. Tutte le sue speranze


di vedere il figlio percorrere la strada paterna erano scomparse.
Si ebbe, certo per la prima volta, una scena violenta tra i due,
dove Nietzsche, nel suo impulso di veracità, dimenticò del tutto
quella delicatezza, quel riguardo che la madre era solita trovare
in lui, e certo anche la madre, altrettanto focosa di tempera-
mento e incrollabile nella sua persuasione, perse il controllo.
Solo la zia Rosalie riuscì, come riferisce la sorella, a calmare la
mamma piangente. Ricorrendo alle sue nozioni di storia della
Chiesa, le spiegò che tutti i grandi uomini di Dio avevano do-
vuto attraversare dei periodi di dubbio. In tali momenti biso-
gnava lasciarli stare ed evitare qualunque discussione. Nel suo
saldissimo amore per il figlio, la madre si lasciò tranquillizzare,
soprattutto perché comprendeva pienamente i suoi motivi, anche
se restava inaccessibile alle sue ragioni. Così, scrisse al fratello
lìdmund: « ll mio buon vecchio Fritz, malgrado le nostre diver-
genze dbpinione, è un uomo nobile, che interpreta in senso
vero la vita o meglio l’epoca e ha interesse soltanto per quanto
c'è di più elevato e valido e disprezza ogni volgarità, eppure
spesso sono in ansia per questo mio amato figliolo. Ma Iddio
vede nei cuori».

Essa rimase salda nella rocca della sua religione, senza occu-
parsi di alcuna filosofia. Soleva dire piuttosto: «Secondo me la
filosofia in genere non ‘e cosa da donne, ci sfugge il terreno sotto
i piedi ». Conservo il suo affetto inalterato per il figlio, che da
allora sarebbe sempre rimasto la pupilla dei suoi occhi —— in
IHÎSLIYJ non minore lo fu più tardi anche la figlia Elisabeth —
ma fece un patto: da allora in poi non si doveva più parlare in
sua presenza di dubbi sulla fede. Per il resto, piena di dedizione
e cosciente dellîrrevocabilc decisione del figlio, lo lasciò andare
per la sua strada. Entrambi si sforzarono sinceramente di rispet-
tare quel patto di reciproca tolleranza e di evitare le discussioni.
Il fatto che sia per Nietzsche sia per la madre — entrambi
impetuosi e di temperamento impulsivo —— la convivenza da
nllorai in poi avrebbe richiesto un autocontrollo continuo e,
stipraittutto in Nietzsche, spesso addirittura l’arte della dissimu-
lazione, rendeva tutt’altro che semplice la futura vita in comune

130 Par/e I. Infanzia e giovinezza

e inevitabili gli scontri, soprattutto nelle decisioni più fonda-


mentali.

Diverso fu l'atteggiamento della sorella Elisabeth, che allora


aveva quasi 19 anni. Adalberth Oehler ha richiamato l’atten—
zione sul fatto che Nietzsche non divenne mai il dio della madre,
per quanto lo amasse, che il suo dio rimaneva per lei sempre
al di sopra di entrambi. Invece Elisabeth divinizzò letteralmente
il fratello. Fin da bambina e in seguito, durante il collegio a
Dresda, si era fatta di buon grado tiranneggiare e correggere
pedantescamente da lui. Ciò che lui diceva e scriveva era per
lei una rivelazione; già allora conservava ogni foglio di suo pugno.
Ora, è vero, inorridì per la sua miscredenza e tentò di «farsi
rinsaldare nella fede» da due dei suoi devoti zii pastori, ma
finì solo per soggiacere alla forza dell'eloquenza del fratello,
per quanto poco lo comprendesse esistenzialmente e sotto tutti
i rapporti spirituali — per tutta la vita essa rimase intellettual-
mente la tipica figlia di pastore protestante —, e parteggiò istin-
tivamente per lui contro la madre. E perciò non tenne in gran
conto l'ingiunzione materna ai figli di rinunciare a ogni futura
discussione religiosa, a voce o per iscritto. Ma da allora in poi,
con tutta Paccortezza che le era propria, col suo talento di paci-
ficatrice, di « appianatrice di contrasti», come diceva lo stesso
Nietzsche, con la maniera abile e spesso alquanto priva di scru-
poli con cui sapeva prendere e trattare le persone, essa cercò di
fare tutto il possibile per impedire gli scontri tra madre e figlio.

Così fin da allora, e per sempre in seguito, si venne a creare


una intesa segreta permanente tra i due fratelli per tenere celate
determinate cose alla madre e imporle per il resto la volontà
dei figli. Ciò facendo, Nietzsche non perse quasi mai il suo
tenero amore filiale e il suo innato spirito di cavalleria, invece
Lisbeth, pur con il suo conclamato affetto, era spesso assai più
priva di riguardi. Ma da allora in poi tutti e due furono uniti
nel loro impulso d'indipendenza, che però in Lisbeth, fino a
un'ora decisiva, si piegava completamente al volere e al pen-
siero del fratello, sebbene non Condividesse con lui alcuna ten-
denza, nemmeno quelle spirituali. Ma fin dai primi anni essa
fu per il solitario, che doveva necessariamente diventarlo sempre
di più, l'eco sempre pronta, la discepola devota, la collaboratrice
pratica in tutte le difficoltà materiali e la donna che egli credeva
lo comprendesse, o almeno sembrasse comprenderlo, grazie alla

VI. Il Francone di Bmm (186465) 131

voce del sangue, e che era sempre disponibile per lui. Tanto più
grave fu la delusione che egli provò anche per causa sua.

Non è raro il caso di sorelle che attingono tutti i loro ideali


a un fratello maggiore particolarmente dotato, anche quando
questi ideali sono estranei alla loro natura; non è raro che tutta
la loro forza d’animo e di cuore si dedichi al servizio di questo
fratello, e che perfino i loro sogni erotici vengano dominati in
notevole misura dallîmmagine del fratello, a tal punto da farle
intristire nella loro vita personale. E ciò non è senza rischi
anche per il fratello oggetto del loro amore; giacche’ una tale
dedizione impone nello stesso tempo, anche se spesso del tutto
inconsciamente, le sue condizioni. Essa è diretta a un'immagine
del fratello di propria fattura, che la sorella può elaborare solo
a misura delle proprie forze. Su questa immagine essa veglia
gelosamente, con la gelosia che solo una donna può nutrire.
Guai a chi glie la distrugge, guai addirittura allo stesso fratello,
se è lui a distruggerla!

Questo rapporto della sorella col fratello ha esercitato sulla‘

vita di Nietzsche e soprattutto, al di là di essa, sulla figura e


sull'interpretazione della sua opera un influsso assai maggiore
di quanto non si sia riconosciuto finora.

Nel rapporto di Nietzsche con la sorella si aggiungeva anche


il fatto che, del tutto inesperto fin da bambino della vita pra-
tica, e sempre di più col crescere delle sue sofferenze fisiche,
egli venne a dipendere in misura sempre maggiore dall’abilità
pratica veramente straordinaria della sorella. Come abbiamo già
detto, la sua tensione erotica era fin dagli inizi modesta, tanto
modesta quanto era grande quella spirituale. È proprio la sua
mancanza di eros elementare — certo non gli mancava quello
stiblime! — che conferisce peraltro alla sua visione del mondo
la sua imperturbata chiarezza, la sua cristallina trasparenza. Que-
sia mancanza fece anche si che il suo legame con la sorella fosse
c restasse non meno forte di quello che vincolava lei a lui, pur
nella fondamentale diversità spirituale, anche nell'epoca in cui
egli, divenuto pienamente padrone di se stesso, lottò con tutti
i mezzi contro questo legame.

Cosi avvenne che Pimmagine nietzschiana della donna venisse


modellata in tutti i suoi tratti essenziali, nel bene come nel
male, su quella della sorella, se non era già stata determinata
da quella della madre. Perfino fisicamente la sorella gli appariva

132 Par/e 1. In/anzia e giovinezza

il suo tipo ideale. Era piccola, fine, ben proporzionata, con belle
mani e bei piedi, carnagione rosea e un viso alquanto capriccioso
ma non brutto. Imparò ben presto a nascondere la fronte un po’
troppo ampia e spigolosa sotto qualche ricciolo creato a bella
posta. Non era priva di avvenenza, e fino a tarda età posscdette
quell’innata civetteria che molto spesso caratterizza proprio le
donne poco sensuali e che, collegata all’appatente fragilità e vul-
nerabilità delle donne piccole, non manca di fare il suo effetto
sulla maggior parte degli uomini, sicché sono proprio queste
donne che sanno meglio affermarsi in campo maschile, soprat-
tutto quando sanno abilmente celare sotto la maschera della
malizia e dell’altruistica dedizione la loro ferrea volontà e la
loro mancanza di scrupoli nella scelta dei mezzi per realizzare
le loro ambizioni, cosa in cui Elisabeth Nietzsche, almeno nei
tempi successivi, era maestra consumata.

Per il fratello, Elisabeth era o sembrava il miglior possibile


oggetto del suo indomabile istinto pedagogico e della sua ten-
denza a tiranneggiare, assai più degli stessi amici come Pinder
o, in quest'epoca, Deussen. Lisbeth, come la chiamavano in fami-
glia, si eta già fatta docilmente ammaéstrare da Nietzsche ragazzo.
Quando entrò in un pensionato di Dresda, il fratello scrisse alla
madre verso la fine del febbraio 1862: « Speriamo almeno che
sia alloggiata in una pensione davvero signorile! [...]. Se almeno
imparasse a scrivete un po’ meglio! Anche quando parla, tutti
quegli ‘ ah! ’, ‘oh! ’, ‘ non puoi credere com’era stupendo, mera-
viglioso, fantastico’ eccetera, deve evitarli»; e Lisbeth aveva
ubbidientemente risposto: «Mi muovo in tutto e per tutto
secondo il tuo desiderio, solo nella haute-volée. E per questo
non dico e non scrivo più gli ‘ah! ’ e gli ‘oh! ’ ma preferisco
fare un cbangement de: pieds, naturalmente non nello scrivere...
E poi ora, spero, posso suonare le tue belle cose, soprattutto il
pezzo a quattro mani, perché mi applico molto. Poi ora so anche
ballare magnificamente i lancieri e la francaise, e spero per il
prossimo San Michele di divertirmi parecchio al vostro ballo
di Pforta. Pensa che prendo lezioni di danza da una certa con-
tessa Ross, che è molto, molto cordiale con la tua sorellina. Ti
saresti mai immaginato che io potessi frequentare tranquilla-
mente certi gran signori? Anche a me pare una cosa proprio
bizzarra » 3. Nietzsche aveva un atteggiamento molto critico verso
la « pupattola », come la chiamava talvolta, ma la impressionava

VI. Il Francone di Bonn (1864-65) 133


talmente che essa gli obbediva in tutto, anche quando si trattava
di andare contro la tradizione della casa paterna e delle sue cer-
chie naumburghesi, con le quali per il resto si identificava total-
mente e cui rimase per tutta la vita intimamente legata. L'unico
tratto spirituale che aveva in comune col fratello era un senso
(l'indipendenza straordinariamente sviluppato, con la sola diffa-
renza che in lei esso tendeva all’ambi2ione e all’afferma2ione
personale invece che alla verità, come nel fratello.

Già da bambini il fratello, sulla scorta del Libro della natura


di Schoedler, le aveva dato il soprannome «il lama», come
scrive essa stessa, giacché in quel libro si dice: « ‘ Il lama è un
animale singolare; porta spontaneamente i carichi più pesanti,
ma quando lo si vuol costringere o lo si maltratta, rifiuta di
prendere il cibo e si sdraia a morire per terra’. Mio fratello
trovava questa descrizione così adatta a me, ogni volta così
appropriata, che, soprattutto nei casi difficili, dove aveva bisogno
del mio aiuto, usava sempre. questo nome. Nessun altro mi ha
mai chiamata così ». Essa dimentica di aggiungere che lo Schoedler
continua a descrivere il lama nel modo seguente: «È curioso
che il lama, a mo’ di difesa, sputa contro Pavversario la saliva
e il foraggio digerito a metà». In seguito essa dimostrò a suffi-
cienza che questa parte della descrizione le si attagliava non
meno di quella da lei citata. E certo il fratello la tenne presente
quando le diede questo soprannome. Ma egli comprendeva ap-
pieno e, quando non si arrivava a estremi spiacevoli, sopportava
con l’indispensabile buonumore la sua irruenza e la violenza dei
suoi accessi di collera, contro i quali dovette lottare non poco
egli stesso.

Ora che, dopo il suo primo semestre a Bonn, Nietzsche tornò


a casa, la situazione restava identica a quella da lei stessa de-
scritta a proposito della loro infanzia: «Non ho mai ardito
ribellarmi alla sua autorità, al contrario — tutto quanto diceva
era per me Vangelo e al di sopra di ogni dubbio ». Perciò anche
allora le pie sentenze dei suoi due zii contro i discorsi sediziosì
del fratello non valsero a nulla, specialmente quando, in una
lettera dell’ll giugno 1865, egli le ebbe mostrato con caustica
chiarezza che cosa gli stava a cuore: « Per prima cosa però debbo
toccare un passo della tua lettera, nel quale il tono pastorale si
accompagna ad altrettanta affettuosità degna del Lama. Non cruc-
ciarti, cara Lisbeth. Se, come scrivi, sei armata di si buona e

134 Par/e I. Infanzia e giovinezza

risoluta volontà, i cari zii non dovranno durare troppa fatica.


Quanto alla tua massima, secondo cui la verità sta sempre dal
lato della cosa più difficile, sono d’accordo in parte. Tuttavia è
difficile capire che due per due non fa quattro, ma forse che
è più vero per questo? D'altro canto, è davvero tanto diflìcile
accettare semplicemente tutto ciò in cui siamo stati allevati e
che poco alla volta ha messo in noi radici profonde, ciò che nel-
l'ambito dei parenti e di tante brave persone vale come verità,
e che oltretutto veramente consola ed eleva l’uomo: accettare
semplicemente tutto ciò è più difficile che il percorrere nuove
vie, in lotta con le consuetudini, nellîncertezza del procedete
autonomo, tra le frequenti esitazioni dell’animo, anzi della co-
scienza, spesso senza conforto alcuno, sempre però con la meta
fissa del vero, del bello, del buono? Se si tratta di giungere
all’idea di Dio, del mondo e dell’espiazione che più ci accomoda,
non è addirittura indifferente, per colui che ricerca genuinamente,
il risultato della sua ricerca? Nel nostro indagare cerchiamo forse
la tranquillità, la pace, la felicità? No, soltanto la verità, fosse
anche quella più spaventosa e odiosa.

Un’ultima domanda ancora: se fino dalla nostra giovinezza


avessimo creduto che ogni salvezza dell’anima promani da un
altro che non sia Gesù, da Maometto per esempio, non è certo,
forse, che ci sarebbero toccate le stesse benedizioni? Certamente,
la fede da sola benedice, non il dato obiettivo che le sta dietro.
Questo te lo scrivo, cara Lisbeth, soltanto per prevenire la prova
più comunemente addotta dai credenti, i quali fanno riferimento
alle loro esperienze interiori e ne deducono Finfallibilità della
loro fede. Ogni fede genuina è infallibile, te lo concedo: essa
procura ciò che il relativo credente spera di trovare in lei, ma
non offre il minimo supporto per provare una verità oggettiva.

A questo punto si separano le vie dell'umanità: se vuoi rag-


giungere la pace dell’anima e la felicità, abbi pur fede, ma se
vuoi essere un discepolo della verità, allora indaga ».

Torna qui ad esprimersi con particolare nettezza un fonda-


mentale impulso nietzschiano. Con Lessing —— forse grazie a
lui — egli è persuaso che non tanto la verità gli importa, quanto
la sua ricerca. Arde in lui un insaziabile istinto di ricercatore,
che non si arresterà davanti ad alcuna verità trovata e soprat-
tutto non si appagherà di alcuna felicità. La frase di Zarathustra,
«Se miro alla felicità, miro alla mia opera», è già fin d’ora

VI. Il Francone di Bonn (1864-65) 135

l’ardu0 motivo conduttore dellbpera sua. Qui per lui non esi-
stono mezze misure. Ogni fede, ogni verità debbono venire inces-
santemente sottoposte al tribunale della veracità. Questa impie-
tosa veracità, quella che più tardi egli chiamerà onestà intellet-
tuale 0 coscienza intellettuale — è a lei che d’0ra innanzi egli
si è votato. Essa è il cuore della sua personalità.

Frattanto aveva fatto ritorno a Bonn, agli studi e alla corpo-


razione studentesca, ora come rtud. pbil. e non più stud. I/Jeol.
Nel semestre estivo del 1865 frequentò le lezioni di Schaar—
schmidt sulla storia universale della filosofia, quelle di archeo-
logia di Jahn, di grammatica latina di Ritschl e di storia della
letteratura tedesca del secolo XVIII di Springer. Inoltre parte-
cipò alle esercitazioni dei seminari: quello filologico con Ritschl,
quello archeologico con Jahn e quello di storia dell’atte con
Springer. Il risultato filologico di questo semestre fu soltanto
un piccolo studio critico sul Lamento di Dame di Simonide, ma
ora che la sua posizione era chiarita, egli aveva acquistato « ap-
pena da ieri [...] una vera coscienza filologica » (lettera ai suoi
del 3 maggio 1865).

Ma il 10 maggio scriveva alla madre e alla sorella: «Al mio


progetto di entrare nell’esercito a Berlino, per san Michele, ho
rinunciato senflaltro. Ma sono altrettanto deciso a lasciare Bonn
per san Michele, giacché non posso e non voglio restare nel-
lìtssociazione per più di un anno. Tempo e denaro me lo con-
sigliano. Debbo confessare che sono indeciso sulla prossima
Università. Due cose debbo considerare determinanti, a prescin-
dere dalla qualità della facoltà. Vorrei conoscere la vita della
Germania meridionale, oppure frequentare un’Università stra-
niera. Poi mi sceglierei una località dove non avessi troppe
conoscenze, dalle quali si viene immediatamente attirati in de-
terminate cerchie. Di visitare Berlino, quando non si tratti di
prestarvi il servizio militare, non ho assolutamente voglia».

Ma appena pochi giorni dopo la decisione venne propiziata


«In un avvenimento esterno.

Il suo amico di Pforta Carl von Gersdorff si era maturato


nella Pasqua del 1865; inizialmente intendeva recarsi a studiare
n Lipsia, ma il suo fratello maggiore lo indusse ad andare a
(ìnitinga per studiarvi diritto come studente appartenente a
nifassociazione. Ma ben presto entrambe le cose gli vennero a
noia: la facoltà e soprattutto la vita dell’associazi0ne, col suo

136 Parla I. Infanzia e giovinezza

insensato cioncare. Avrebbe voluto abbandonare subito, ma suo


fratello lo esortò a portare a termine il semestre in quell’am-
biente per mettere alla prova la sua forza di carattere. Egli si
lasciò convincere e comunicò il tutto a Nietzsche con una let-
tera del 17 maggio "z prospettava la possibilità di trasferirsi
a Lipsia per il successivo semestre invernale cambiando facoltà
e diventando germanista. In questa lettera non si trova ancora
alcuna decisione contro l’ulteriore appartenenza alla « Saxonia ».

Nietzsche si sentì toccato assai da vicino. Anche lui si sen-


tiva insoddisfatto della sua facoltà, ma almeno la teologia era
stata abbandonata. D’altr0 canto lo attirava la musica. Nella
filologia doveva ancora prendere un’energica decisione pro o con-
tro, cui la polemica fra i due grandi di Bonn, Ritschl e jahn,
fornì lo sfondo adeguato: umanamente Nietzsche era più vicino
al musicale Jahn, il biografo di Mozart, e in questa disputa
amministrativa tendeva a parteggiare per lui. Ma con Ritschl si
effettuò la sua definitiva conversione alla filologia rigorosa.

Ma fondamentale divenne per lui l’accenno di GersdorPf a


Lipsia: lo intese come una decisione già presa e vi si associò.
Quando poi anche Ritschl accettò una chiamata a Lipsia, si sentì
pienamente giustificato. Ma si era deciso per Lipsia — attrattovi
dall'amico — un mese prima che la nomina di Ritschl divenisse
realtà; è certo che ne discuteva già in maggio. Dunque non
« seguì» Ritschl, come è stato più volte ripetuto a partire dal-
Pattacco di Wilamowitz contro il presunto nepotismo di Ritschl.

All’amico Gersdorlî scrive il 25 maggio 1865: «Se dunque


condividi ora, riguardo alla vita della corporazione, Popinjone
del tuo egregio fratello, non mi rimane che ammirare la forza
morale con la quale tu, per imparare a nuotare in mezzo alle
correnti della vita, ti getti in acque quasi melmose e torbide,
e ivi ti eserciti [...].

Tuttavia a ciò si deve aggiungere un’altra importante consi-


derazione. Chi, da studente, vuole conoscere il suo tempo e il
suo popolo, deve farsi membro di una associazione studentesca;
le associazioni e le loro tendenze rappresentano per lo più, nel
modo più netto, il tipo d'uomo della generazione successiva.
Inoltre i problemi di una riorganizzazione delle condizioni degli
studenti sono troppo scottanti per non spingere il singolo a
prendere coscienza da un punto di vista personale di tali con-
dizioni, e a giudicarle.

VI. Il Franconi: di Bonn (1864-65) 137

Certamente dobbiamo guardarci dal venire noi stessi troppo


influenzati. L’assuefazione ha una forza enorme. Si è perduto già
moltissimo, quando si perde lo sdegno morale al cospetto delle
brutte cose che giornalmente accadono nel nostro ambiente. Ciò
vale, ad esempio, per il bere e Pubriachezza, ma anche per il
disprezzo e lo scherno verso altre persone e altre opinioni.
Ben volentieri ti confesso [...] che l'espressione della socie-
volezza, caratteristica delle bicchierate, spesso mi spiacque in
sommo grado, e che a mala pena riuscivo a sopportare taluni
individui a causa del loro materialismo birraiolo; e che, con mio
sommo sdegno, uomini e idee venissero giudicati così, en masse,
con arroganza inaudita. Tuttavia di buon animo sopportai di
vivere nella ‘ Franconia ’, giacché in tal modo apprendevo molte
cose e, in generale, dovevo pur riconoscervi una certa vita intel-
lettuale. Non v’è dubbio che un rapporto abbastanza stretto con
uno o due amici rappresenta per me una necessità; se si hanno
questi si accettano anche gli altri come una specie di compana-
tico, gli uni come pepe e sale, gli altri come zucchero, e altri
ancora come nulla».

Giunge poi alla conclusione che Lipsia, con l’acquisto di


Ritschl, avrebbe avuto la più importante facoltà filosofica della
Germania. «Ed ecco ora qualcosa di piacevole. Non appena mi
scrivesti che avevi intenzione di andare a Lipsia, mi decisi an-
Chlio a farlo. Così ci ritroveremo. Avevo appena preso questa
decisione, quando seppi della partenza di Ritschl, e ciò mi con-
vinse ancor di più. A Lipsia voglio entrare, non appena possi-
bile, nel seminario di filologia e devo lavorare di gran lena. Di
musica e teatro ne avremo in abbondanza. Naturalmente rimarrò
‘cammello’» [espressione studentesca per designare un «iso-
lato », che non appartiene a nessuna associazione].

Il 4 agosto scrive nuovamente a Gersdorfi che spera di tro-


varlo senz’altro a Lipsia: Ritschl avrebbe trascinato con sé laggiù
una piccola colonia di Bonn. Circa il progetto della madre e della
sorella che intendevano trasferirsi a Lipsia con lui per un anno,
egli si dice in una lettera a loro indirizzata il giorno seguente
« sorpreso nel modo più piacevole». Ma non se ne fece nulla.

Ai primi di giugno Nietzsche fece in tempo a godersi il


grande festival musicale di Colonia, che si svolse in tre giornate
sotto la direzione di Ferdinand Hiller. Quale membro della So-
cietà Corale municipale di Bonn, fece parte dell’enorme com-

138 Parte I. ln/anzia e giovinezza

plesso di 600 coristi e coriste. « Molte delle signore si distin-


guevano per gioventù e bellezza. Nei tre concerti principali esse
si presentarono tutte in bianco, con spalline blu e fiori veri o
finti nei capelli. Ognuna con un bel bouquet in mano. Noi
uomini tutti in frac e panciotto bianco. La prima sera ci tratte-
nemmo insieme fino a notte inoltrata e infine dormii a casa di
un vecchio Francone su una poltrona, si che al mattino ero tutto
ripiegato come un temperino. Per di più, detto tra parentesi,
dalle ultime vacanze soffro di un violento reumatismo al braccio
sinistro [...]. Alla domenica ci fu il primo grande concerto,
Israele in Egitto di Handel. Presi da impareggiabile entusiasmo
cantammo alla temperatura di 50“ Réatimur». La sera non si
trovavano posti in albergo. Dopo lunghe, vane ricerche, Nietzsche
dormi soltanto un‘ora e mezza verso il mattino sopra una panca
nella sala da pranzo dell’Hòtel du Dòme. Ma poi il facchino
cacciò fuori lui e i suoi compagni. Era così spossato che il mat-
tino dopo si addormentò alle prove, «con trombe e timpani
obbligati», Ma la sera era di nuovo pieno di vivacità al con-
certo: « qui c'erano i miei pezzi preferiti, la musica del Faurl
di Schumann e la sinfonia in do maggiore di Beethoven. Alla
sera desideravo ardentemente un giaciglio e vagai per circa tre-
dici alberghi tutti pieni e strapieni. Alla fine, nel quattordice-
simo, alfalbergatore che mi aveva assicurato che tutte le stanze
erano occupate dichiarai senza batter ciglio che non mi sarei
mosso di lì e che mi procurasse un letto. E cosi fu: in una sala
da pranzo vennero aperti letti da campo al costo di venti soldi
per notte. Il terzo giorno ebbe finalmente luogo l’ultimo con-
certo [...]. Il momento più bello fu l’esecuzione della Sinfonia di
Hiller, dal motto ‘verrà bene primavera’; gli orchestrali furono
presi da un insolito entusiasmo, data Fammirazione sconfinata
di noi tutti per Hiller [...]. Il suo podio venne ricoperto di corone
e di bouquels, uno degli orchestrali gli impose la corona di
alloro, l'orchestra intonò una triplice fanfara e il vecchio si coprì
il volto e pianse. Cosa questa che commosse le signore a non
finire [...].

L’ultima notte, per totale mancanza di nervus rerum, la tra-


scorsi di nuovo a casa del vecchio Francone e precisamente per
terra, cosa non proprio meravigliosa. La mattina dopo feci ritorno
a Bonn. ‘Era una vera vita d'artista’, come ebbe a dirmi una

VI. Il Francone di Bonn (1864-65) 139

signora. Con autentica ironia ci si riaccosta ai propri libri, alla


critica testuale e altre faccende » *'.

Ciò che colpisce in questo racconto è quanto poco il gio-


vane Nietzsche si discosti in fatto di musica dal generale entu-
siasmo e in particolare dalle forme di questo entusiasmo che
erano tipiche della sua epoca. Un'eco tardiva di questo frenetico
godimento musicale di Colonia è forse il suo ultimo lied — che
rimase per gran tempo la sua ultima composizione — musicato
l’11 luglio su un proprio testo poetico e intitolato Giovane
pescarrice, opera diseguale e priva di stile, che dedicò in seguito
alla sorella per il suo compleanno.

Nel suo racconto non si avverte ancora alcuna traccia del


successivo aspro critico di Wagner — e in genere della musica
e della prassi musicale del romanticismo. Nietzsche si lascia
sedurre dalla musica di un Ferdinand Hiller, un compositore
come ce ne sono sempre stati e sempre ce ne saranno, ma che
conferiscono un marchio particolare proprio a questo periodo
della storia della musica. Essi sono capaci di suscitare un’ondata
di entusiasmo per breve tempo e soprattutto nei luoghi dove
operano; per il loro ambiente sono più importanti dei veramente
grandi, ma la loro opera li segue subito nella tomba e nell’oblio.

Anche in seguito Nietzsche si fece più volte conquistare da


tali mediocrità musicali, per certi periodi o, come nel caso di
Peter Gast, per tutta la vita. Se fosse stato «wagneriano»,
sarebbe stato relativamente protetto. Ma per l’appunto non era
wagneriano, né allora né, come musicista, in seguito. Lo divenne
in via particolare, in una analoga momentanea ebbrezza d'entu-
siasmo, solo grazie al fascino della personalità di Wagner e della
snn casa di Tribschen. Ma i suoi istinti puramente musicali rima-
scro fedeli alla tradizione, cosi come anche nel comporre non
diventò mai un epigono wagneriano.

In occasione di questo festival sembra, a giudicare da una


nota del luglio-agosto 1865 z, che tornasse ad accarezzare l'inten-
7i0ne, dovuta anche all’impressione fattagli da Otto Jahn, di
svolgere, oltre all'attività filologica, anche quella di «recensore
c storico della musica», e dunque di spostarsi nel campo della

* I/intera vivace descrizione del viaggio e del concerto nella lettera


tlcll’ll giugno 1865 alla sorella.
140 Parra I. Infanzia e giovinezza

« belletristica », cosa tanto temuta dalla madre e dagli amici di


Naumburg; quest’intenzione non venne del tutto repressa nem-
meno a Lipsia e scomparve defihitivamente soltanto con l'assun-
zione della cattedra a Basilea. E anche allora tornò ad affacciarsi
nella polemica ìn favore di Wagner. La tendenza al giornalismo
culturale, non nella sostanza ma nello stile, nelTaspetto artistico,
gli rimase sempre. Ancora nel 1888 Avenarius glie la rinfaccia
in rapporto al « Caso Wagner » “Ì

Frattanto crescevano i contrasti con la sua corporazione. Nelle


adunanze settimanali dei Franconi di questo semestre estivo del
1865 si discuteva assai vivacemente. Alcuni goliardi più anziani,
giunti a Bonn da altre corporazioni, trovarono da obiettare ai
colori bianco-rosso-oro dei Franconi e proposero di cambiarli in
nero-rosso-oro. Secondo Scheuer erano dell’opinione che la cor»
porazione, in quanto « associazione democratica, doveva portare
anche colori democratici». Questa tesi venne accolta anche da
tutti gli ex allievi di Pforta; soltanto Nietzsche si sarebbe oppo-
sto, per «spirito aristocratico», come suppone Scheuer. Egli
avrebbe obiettato soprattutto a un paragrafo dello statuto della
« Lega goliardica di Eisenach », di cui facevano parte i Franconi,
secondo il quale i membri dovevano battersi per l'unificazione
della Germania, da conseguirsi su bare popolare.

Circa le opinioni politiche di Nietzsche in quest’epoca non


sappiamo praticamente nulla. Purtroppo una conferenza da lui
tenuta nella sua associazione sui poeti politici tedeschi del XIX
secolo è andata anch’essa perduta. Ma è certo che era contrario
alle tendenze democratiche della «Franconia». In una lettera
del 29 maggio scrive alla madre: « Abbiamo cambiato i colori
dei nostri berretti, contro la mia volontà. Ora portiamo grandi
berretti rossi»; e il 30 agosto 1865 a Mushacke: «Non sono
afiatto un incondizionato partigiano della ‘ Franconia ’ [...]. Ri-
tengo la loro capacità di giudizio in politica molto limitata, e
patrimonio di alcuni pochi».

Sarebbe tuttavia errato ritenere che in questo periodo egli


fosse un risoluto monarchico o un fautore di Bismarck. Quando,
alla metà di giugno del 1865, il re venne con i suoi ministri a
Colonia per celebrare il cinquantenario dell'annessione della Re—
nania alla Prussia, Nietzsche scrisse subito dopo alla madre: «I
giornali parlano del giubilo e dcll’entusiasmo popolare. Anch’ìo
ero a Colonia e ho potuto giudicare questo giubilo. Ero quasi

VI. Il Francone di Bonn (186465) 141

stupito di una tale indifferenza delle masse. Del resto, non capi-
sco davvero da dove debba scaturire addirittura l’entusiasmo per
il re e i ministri». Tuttavia, non si potrebbe «escogitare un
effetto teatrale più bello» di questa cerimonia. « La gioventù
di Colonia accresceva Pentusiasmo cantando la ‘Marcia di Dup-
pel ’, la folla esultava davanti a tutte queste belle cose, e il re
era contento».

In realtà Nietzsche in quesflepoca aveva scarsissimi interessi


politici; ma quel che lo irritava era la presunzione e la legge-
rezza dei suoi compagni di associazione. Nella stessa lettera così
continua: «Recentemente noi, ossia quelli della ‘ Franconia’,
insieme ad altre due associazioni, la ‘Helvetia’ e la ‘ Marchia ’,
abbiamo celebrato un raduno conviviale. Urrah! Che felicità!
Urrah! Non rappresentiamo forse il futuro della Germania, il
vivaio della Classe politica tedesca? Riesce talvolta difiicile, dice
Giovenale, non scrivere satire».

Sotto la loro libertà goliardica si celava per lui ben poco;


vi avvertiva il vuoto. « Eppure quanto delude la libertà! L’uomo
deve esserne anzitutto privo, per poterla poi gustare nei pochi
sorsi che può rubare all’attimo. Noi viviamo, con la nostra buona
libertà, una sorta di fiacco rapporto matrimoniale; quale mera-
viglia allora se, talvolta, essa ci appare un p0’ insipida e tediosa.
Per voi questa buona signora è ancora un’amante appassionata ».
Così scrive alla fine di giugno del 1865 al suo compagno di
Pforta Oskar Wunderlich, come se rimpiangesse Pforta. Con lo
zelo pedagogico che gli era proprio, tentò di introdurre delle
riforme nell’associazione. Il 6 luglio scriveva in proposito a
Pinder: « Noi di Pforta siamo riusciti ad imporre un indirizzo
scientifico e gli abbiamo sacrificato una serata di bevute [...].
La nostra meta è questa: combattere tutti gli anacronismi nel-
Passociazione. Abbiamo già eliminato, in questo modo, qualun-
que consuetudine cantinesca ». È evidente che iniziative siifatte
gli alienarono le simpatie della maggior parte dei compagni di
associazione; i loro sforzi intellettuali non andavano oltre le
esigenze della sistemazione professionale, e il loro istinto di
libertà si esauriva nella giovialità birraiola da lui tanto aborrita.

Tuttavia resistette per tutto il semestre senza conflitti aperti,


e il 5 agosto 1865 poté scrivere alla madre e alla sorella che
«dalla Franconia mi è stata rilasciata una licenza onorevole, con
il suo nastrino», il che però non può essere del tutto vero.

142 Parte I. Infanzia e giovinezza

Deussen ricorda 7’: «Nietzsche lasciò Bonn nell’agosto del 1865


senza nemmeno avvertirne l‘Associazione né restituire i distin-
tivi. Per questo fatto venne espulso, sorte che sopporto con la
massima calma ». A queste due testimonianze che si contraddi-
cono così gravemente si contrappone una lettera di Nietzsche
nella quale, il 20 ottobre 1865, egli comunica da Lipsia alla
«Franconia» in tono brusco il suo ritiro e restituisce il suo
nastrino.

Gli ultimi giorni di Bonn gli vennero amareggiati da cre-


scenti dolori fisici. Abbiamo visto come già all’epoca del festival
musicale di Colonia lamentasse dei reumatismi, di cui soffriva
fin dalle vacanze di Pasqua. Il 10 luglio leggiamo di nuovo:
« Soffro atrocemente di reumatismi », e nella lettera del 4 agosto
1865 a Gersdorff: «Nelle ultime settimane sono stato sempre
ammalato e ho trascorso molto tempo a letto [...]. Il mio male
è un violento reumatismo che serpeggia dalle braccia fino al collo,
di qui nelle guance e nei denti e attualmente mi provoca, ogni
giorno, dolorosissime fitte alla testa. Sono molto fiaccato da que-
sti continui dolori e assolutamente apatico verso tutto ciò che
mi sta intorno». Soltanto a Ems ha trovato qualche giorno di
requie. E interrompe bruscamente la lettera con le parole: « Per-
donami, caro amico, questa lettera poco simpatica, ma le vio-
lente fitte alla testa impediscono ogni concentrazione». E il
giorno dopo alla madre e alla sorella: «In questo periodo ho
così tanti e frequenti dolori che, nonostante la dieta più severa
e-la massima cautela, sto peggio che mai. Una festa di quel
genere mi agita troppo e comporta strappi alla dieta [...]. Dispo-
nete tutto, per piacere, in modo che io possa vivere in un primo
tempo del tutto appartato in Casa vostra senza venire infastidito
da compagnie indesiderate. Avremo abbastanza da raccontarci
l’un l’altro. E non prendetevene a male se io dovessi essere un
poco di cattivo umore. In verità, in questo stato, è facile diven-
tare irritabili e pungenti».
Un fatto si ripete: in una fase di grave crisi spirituale,
com’era già accaduto in precedenza a Pforta e accadrà ancora
spesso in seguito, insorge la malattia, che porta con sé un periodo
di riflessione e di assestamento interiore. Ma colpisce che già
in quest’epoca Peccitazione e gli strappi alla dieta siano visti
come cause, e tali rimarranno per tutti gli anni successivi.

Quando, il 9 agosto 1865, Nietzsche lasciò Bonn, aveva bensì

VI. Il Francone di Bonn (1864-65) 143

trovato nel suo compagno Hermann Mushacke un nuovo amico,


che doveva peraltro scomparire ben presto dalla sua vita, mentre
invece si lasciava indietro con sentimenti incerti il vecchio amico
Deussen. Questi scrive 7": «Quando, una sera dell‘agost0 1865,
accompagnai Nietzsche al vaporetto della notte, su cui doveva
partire, mi colse un doloroso sentimento di solitudine. Ma nello
stesso tempo tirai un sospiro di sollievo, come uno liberato da
un grosso peso. La personalità di Nietzsche aveva esercitato un
forte influsso su di me durante i primi sei anni della nostra con-
vivenza. Aveva sempre dedicato un sincero interesse alla mia
situazione, ma dimostrava una incessante tendenza a correggermi,
a fare il precettore e talvolta a tormentarmi al massimo grado,
come risultò forse ancor più chiaramente nella nostra successiva
corrispondenza ».

Lo stesso Nietzsche descrisse questo commiato, poco più di


due anni dopo, in uno Sguardo retrospeI/ivo ai miei due anni
a Lipsia ‘z «Da Bonn ero partito come un fuggiasco. Quando,
a mezzanotte, l’amico Mushacke mi accompagnò alla sponda del
Reno, dove attendevamo il vapore proveniente da Colonia [qui
Deussen gli è scomparso dalla memoria, ovvero questi sbagliava
nella reminiscenza sopra citata, come del resto gli accadde altre
volte, oppure Nietzsche confonde nel ricordo Mushacke con
Deussen], non c'era in me alcun senso di melanconia per aver
dovuto lasciare un luogo cosi bello e una campagna così fiorente
e congedarmi da una schiera di giovani compagni. Anzi, erano
proprio costoro che mi avevano spinto ad andarmene. Oggi non
voglio, retrospettivamente, essere ingiusto con quelle brave per-
sone, come lo sono stato spesso in passato. Ma tra di loro la
mia natura non trovava appagamento; mi ero ritirato troppo
timidamente in me stesso e non avevo la forza di far la mia
parte nell’attività di laggiù. Facevo tutto a forza, e non ero
capace di dominare quanto mi circondava. Nel primo periodo
mi ero sforzato di adattarmi alle regole e di diventate quel che
si chiama un allegro Compagnone. Ma poiché ciò mi riusciva
sempre peggio, e l’alone di poesia che sembra circonfondere
tutte queste attività per me era svanito e la rozza mentalità
filistea saltava fuori nel bel mezzo di quegli eccessi nel bere,
schiamazzare e far debiti, dentro di me cominciò a farsi sentire
un lieve brontolio: mi sottraevo sempre più volentieri a quei
divertimenti inani, per andare alla ricerca dei tranquilli godi-

144 Parla I. Infanzia e giovinezza

menti naturali o di studi artistici. in comune; mi sentivo sempre


più estraneo a quelle cerchie cui tuttavia non era possibile sfug-
gire. Mi vennero poi degli incessanti dolori reumatici, e non
meno mi opprimeva il pensiero di non aver guadagnato niente
per la scienza e ben poco per la vita, ma debiti in abbondanza.
Tutto ciò mi faceva sentire un fuggiasco in quel momento in
cui, nell’umida notte piovosa, ero salito a bordo del vaporetto
e guardavo lentamente sparire le poche luci che contrassegnavano
Bonn sulla- riva del fiume».

Dal 9 agosto all‘1 ottobre Nietzsche rimase a Naumburg,


nella sospirata tranquillità familiare insieme ai suoi, interrotta
soltanto da un breve viaggio a Gorenzen e alla Goldene Aue.
Qui guarì lentamente del suo reumatismo, ma gli occorse ancora
parecchio tempo per superare Pesperienza dell’anno di Bonn.
Caratteristica del suo stato d’animo è una lettera del 30 agosto
al nuovo amico Hermann Mushacke: «Spero infatti che un
giorno, con animo sereno, e guardandolo con gli occhi del ricordo,
potrò registrare anche quest'anno come un momento necessario
del mio sviluppo». Questo bisogno di riconciliarsi con le pro-
prie esperienze, che si era già manifestato a Pforta, è la più
antica forma del suo amor fati. Nella vita come nel pensiero egli
non tollerava che alcunché fosse privo di senso. Così continua:
«Attualmente non mi è possibile; ho ancora Pimpressione di
aver sprecato quesflanno, sbagliando in taluni riguardi. La mia
permanenza nella ‘Butschenschaft’ mi appare, per dirlo aperta-
mente, come un laux par, in particolare in quest’ultimo semestre
estivo. In questo, non ho rispettato il mio principio di non
abbandonarmi agli uomini e alle cose più di quanto sia neces-
sario per conoscerli. Cose di questo genere trovano in se stesse
la loro punizione. Io sono irritato con me stesso. Questa sensa-
zione mi ha un po’ sciupato l’estate, turbando anche il mio giu-
dizio obiettivo sull'associazione! ». Anche qui affiora senza veli
un tratto della sua natura: il suo appetito intellettuale, l’impulso
del ricercatore è più forte dell'abitudine e di quel meschino
attaccamento di cui la maggior parte degli uomini va così fiera.
Ma la sua critica penetra ancora più a fondo: «In fondo non
posso dirmi soddisfatto nemmeno dei miei studi [...]. Non posso
guardare senza ironia ai miei lavori compiuti nel periodo di
Bonn, e cioè un saggio per il circolo ‘ Gustav Adolf ’, uno per
la serata dell’associazione e uno per il seminario. Orribili! Mi

VI. Il Francone di Bonn (1864-65) 145

vergogno quando penso a questa roba. Qualsiasi mio lavoro di


scuola era migliore.

Fatta eccezione per alcuni argomenti isolati, non ho appreso


niente dalle lezioni. A Springer debbo qualche diletto, a Ritschl
potrei essere grato se lo avessi frequentato assiduamente. Per
questa ragione, in generale non sono del tutto insoddisfatto. Io
tengo molto a uno sviluppo autonomo — e guarda con quanta
facilità si può venire influenzati da uomini come Ritschl, e tra-
scinati addirittura su binari lontani dalla propria natura. Il fatto
che io abbia appreso molto, ai fini della conoscenza di me stesso,
lo considero come il maggior profitto di quest'anno. E non meno
prezioso considero quello di aver conquistato un amico sincera-
mente affezionato. Queste cose, per me, sono necessariamente
legare tra loro. L'aver potuto io, con le mie numerose contrad-
dizioni interiori, con il mio modo di giudicare sprezzante e spesso
frivolo, attrarre a me un uomo così caro, da un certo punto di
vista mi stupisce, ma per lo stesso motivo sono portato a spe-
rare; e soltanto nei momenti in cui lo spirito propende a tutto
negare, io mi chiedo se il mio caro amico Mushacke non mi
conosca forse troppo poco ».

Dunque in quell’anno aveva più evitato che ricercato Ritschl,


perché voleva sottrarsi all’influsso della personalità che poteva
attirarlo verso una materia che nel suo intimo non aveva ancora
abbracciato.

Il progetto di Elisabeth, di trasferirsi nell’autunno a Lipsia


con la madre e il fratello, venne messo da parte durante le
vacanze. A quanto riferisce la sorella, la madre aveva paura del
trasloco ed era dell’0pinione, quanto mai fondata — stranamente
lei e non lo stesso Nietzsche! — che sarebbe stato meglio per
il figlio abituarsi a essere indipendente.

Nella seconda metà di settembre Nietzsche aveva definitiva-


mente visto chiaro in se stesso circa il suo rapporto con Passo-
ciazione. Scrisse a Granier, che dopo un anno di separazione gli
aveva inviato una lettera cordiale e spiritosa, dettata da un senso
di solitudine simile al suo: «Sembra che la nostra gioventù
pensi davvero troppo poco. La vita della ‘ Burschenschaft ’ corre
continuamente il pericolo di naufragare sugli scogli delle este«
riorità, delle formalità e della povertà di idee in ogni campo.
L"intimità’ di questo tipo è, per me, un ricordo insopporta-
bile; le opinioni politiche erano presenti soltanto in poche teste,

146 Par/e I. Infanzia e giovinezza

cui corrispondeva il sentimento corporativo nella maggior parte


degli individui, i quali credevano di godere il loro bel tempo
di giovinezza sbronzandosi, facendo baccano e smargiassate. Non
voglio addentrarmi in particolari sui costumi morali, essi erano
in condizioni già sufficientemente pietose.

Alberga, in questa massa, un seme di inaudito filisteismo [...].


Questa mancanza di entusiasmo, questa balordaggine convinta,
questa volgarità e banalità di opinioni, questa aridissima sag-
gezza, che ha la sua manifestazione più disgustosa nell’ubria-
chezza — oh Dio, quanto sono felice di essere sfuggito a quel
deserto urlante, a quella vuota gonfiezza, a quella gioventù
cadente di vecchiaia!

Mio caro Granier, tu hai perfettamente ragione, gli uomini


che noi possiamo amare e rispettare, anzi, gli uomini che ci com-
prendono, sono un numero irrisorio. Ma siamo noi ad averne
colpa, noi che siamo venuti al mondo con 20 o 30 anni di ritardo.
Oppure è un’illusione anche quella che ci fa brillare di chiara
luce quell’epoca ricca di fermenti spirituali. Poiché noi poveri
uomini ci inganniamo sempre, ogni volta che troviamo bella
qualche cosa del passato. La nostra felicità è illusione e i più
felici sono coloro che si illudono più profondamente.

Più volte già mi sono chiesto se la felicità sia davvero l'og-


getto più degno degli sforzi c delle aspirazioni; allora lo stupido
sarebbe il più bel rappresentante dell’umanità e i nostri eroi
dello spirito, ‘ quanto è vero che il pensiero è angoscia ’ ‘, sareb-
bero almeno dei pazzi, scimmie degenerare o semidei, e que-
st'ultima sarebbe davvero la sorte peggiore. I nostri scienziati
tendono di preferenza a farci discendere dalle scimmie e rinne-
gano tutto ciò che è sovranimale, come illogico. E, per Giove,
meglio scimmia che illogico. Osserva qualsiasi indirizzo scienti-
fico o artistico: ovunque la scimmia vi compare nel nostro tempo
in tutta evidenza, ma dov‘è il dio? ».

Dunque andava lentamente recuperando la sua vivacità di


spirito. Ma non si era ancora liberato del sentimento di una
certa mancanza di finalità e del senso di colpa per avere sciupato
un anno.

Per parecchi studenti universitari il primo semestre o il


primo anno è perduto ai fini dello studio professionale, ma tanto

* Byron, «Manfred», I, 1, 9, «Sorrow is Knowlcdge» [N.d.C.].


VI. Il Francone di Bonn (186465) 147

più utile per lo sviluppo della loro personalità. Molti che pure
sanno con precisione quel che vogliono: « voglio diventare me-
dico», «voglio essere un uomo di legge», frequentano con
grande entusiasmo troppe lezioni e non riescono più a dominare
la materia; hanno sentito molte cose ma non hanno imparato
né assimilato nulla. Altri non hanno ancora deciso la facoltà.
Si lasciano attrarre dalle molte cose interessanti che un’accade—
mia ha da offrire, ascoltano l’una o l’altra lezione e cominciano
a dubitare di quella che credevano la loro meta. Molti cambiano
facoltà, altri tornano indietro tanto più risoluti. Finalmente
hanno fatto la loro scelta per davvero, hanno preso una deci-
sione. Pur col diploma di maturità in tasca, dovevano ancora
maturare. La scuola aveva il proprio programma, ideato e svi-
luppato da generazioni, lo scolato ha da assolvere il suo « penso »,
ossia la sua « quantità pesata di lavoro ». Senza preparazione né
transizione, ora viene abbandonato alla «libertà accademica», e
dovrebbe essere in grado di determinare da solo il proprio
« penso». Ma per far ciò gli servono una maturità e un’espe-
rienza che non possiede. Se le acquista in questo primo seme-
stre o anche nel secondo, avrà guadagnato per la vita di più che
se gli studi universitari fossero stati una prosecuzione ininter-
rotta e scevra di dubbi della scuola.

Proprio questa fase dovette attraversare Nietzsche già ven-


tenne ed ex allievo di Pforta a Bonn. Non era dunque un genio
precoce, quali ci sono noti dalla storia della musica. La sua ma-
turazione, la sua riflessione sulla propria vocazione sono parti-
colarmente lente e tardive, si compiono fra indicibili difficoltà
e inibizioni, in dipendenza dalla casualità più estrema, e non
vengono decise ne’ terminate dallo studio universitario né dal-
Pinsegnamento. Come studente dei primi semestri aveva frequen-
tato le lezioni di questo o quel professore, e soltanto una deci-
sione negativa fu presa per tempo: quella di non diventare teo-
logo. Ma anche a Lipsia aveva portato con sé il dubbio se lo
attraesse di più la filologia o la musica, e nemmeno la ripresa
dei suoi studi teognidei lo aiutò a uscire dalla paralisi dell'incer-
rezza. Così. il 20 settembre 1865 descrive a Mushacke la sua
esistenza di allora: « Godo la quiete e il ritiro di una città di
provincia, e fisso attentamente il limpido azzurro dell’aria e il
mio Teognide straordinariamente insulso. Alllora del caffè mangio
un po’ di filosofia hegeliana e, se l’appetito è scarso, prendo

148 Parte I. In/anzia e giovinezza

qualche pillola di Strauss, come Gli interi e i mezzi. Talvolta


desidero fare qualche sciocchezza, e allora vado a Pforta e porto
Corssen con me ad Almrich, dove beviamo birra e pizzichiamo
Ritschl, beninteso con dita spirituali. In generale, in questa vita
vegetativa e priva di avvenimenti, l’anima si interiorizza talmente
che Berlino dovrà esercitare su di me urfazione assai energica.
Ieri l’altro andai in un teatro di filodrammatici di Naumburg.
Un avvenimento enorme. Il ruolo principale era sostenuto dalla
moglie di un rilegatore di libri, c’cra poi un apprendista calzo-
laio nelle vesti di un consigliere di Stato e un vecchio allievo
della scuola del duomo di Naumburg nelle vesti di un pari di
Francia, o meglio, come si pronuncia in Turingia, di un ‘Bar ’.

Spesso mi figuro di essere come uno di quei pomeriggi di


autunno, pervasi da una calma uniforme, ma anche — per
Zeus! — noiosi, e tuttavia di una beatitudine assoluta». E così
continua a chiacchierare ironicamente sui filistei di Naumburg,
sul loro vino acido, sull’agitazione per le manovre e su se stesso,
e si firma « Teognide, antico provinciale fuori servizio ».

Dall’1 al 17 ottobre Nietzsche andò a Berlino a trovare


Mushacke, il cui padre, un maestro benemerito, lo aveva invi-
tato. Era la sua prima visita a Berlino, cui dovevano tener dietro
alcune altre brevissime.

Per la verità il 22 ottobre scrisse alla madre a proposito di


questo viaggio: « A Berlino ho trovato una straordinaria cortesia
e una vita assai piacevole. Il vecchio Mushacke è l’uomo più
amabile che io abbia mai conosciuto. Ci diamo del tu. Nel giorno
del mio compleanno abbiamo bevuto champagne alla vostra sa-
lute». Ma in realtà anche in questo periodo era di pessimo
umore, come ebbe a scrivere due anni più tardi nel già citato
Sguardo retrospettiva‘: «A Berlino recitavo allora la parte
dello scontento [...] sicché con i miei continui lamenti venni
sicuramente a noia al mio amico. Naturalmente non mancavo
cli generalizzare quell’impressione prodotta in me dalla vita stu-
dentesca di Bonn, e di prender di mira l’intera goliardia tedesca.
Dovermi incontrare proprio con gente di questo stampo in un
concerto di Liebig fu una cosa per me estremamente spiacevole;
e fui tanto scortese da starmene seduto al loro fianco, dopo gli
inevitabili convenevoli, senza aprir bocca per un'intera serata.
Quando, nonostante ciò, uno di loro mi invitò per obbligo di
cortesia nella loro taverna, per amor del mio Mushacke andai

VI. Il Francone di Bonn (186465) 149

anche là, ma rimasi muto e inaccessibile come al primo incontro,


e avrò dato adito a giudizi assai poco lusinghieri circa le mie
doti e il mio modo di vivere, soprattutto perché bevevo poca
birra e non fumavo affatto. — Quanto a Berlino, visitarla e
apprezzarla senza prevenzioni non era certo cosa di cui fossi
capace in quel tempo, mentre si accorda con la mia irrequieta
scontentezza di allora il grande effetto che mi fecero Sanssouci
e i dintorni di Potsdam nella loro pittoresca livrea autunnale
[...]. Anche i nostri svaghi davano alimento al mio cattivo
umore; furono i sarcasmi dell’eccellente Mushacke, i suoi pene-
tranti giudizi sull’alta amministrazione scolastica, la collera che
gli suscitava la Berlino ebraica, i suoi ricordi dell’epoca dei neo-
hegeliani, in breve tutto l’animo pessimista di un uomo che ha
frugato con lo sguardo dietro le quinte a dare nuovo alimento
al mio stato d’animo. Imparai allora il piacere di veder nero,
dato che la sorte, senza mia colpa a quanto credevo, era stata
nera con me ».

Il suo incontro anche qui con studenti delle associazioni


goliardiche fu certo il motivo che, onde evitare in futuro ana-
loghe costrizioni, spinse Nietzsche il 20 ottobre 1865, appena
iniziato il suo primo semestre di Lipsia, a rassegnare in forma
tanto brusca quanto maldestra le sue dimissioni dalla « Fran-
conia »: «Intendo rendere noto al consiglio della ‘ Franconia’
che, con l’invio del mio nastro, dichiaro il mio ritiro. Con questo
non cesso di stimare altamente l’idea della ‘Burschenschaft ’.
Desidero confessare apertamente soltanto questo: che il suo
aspetto attuale non è di mio gusto. Ciò può dipendere in parte
da me. È stato difficile per me resistere un anno nella ‘Fran-
conia’. Ma ho ritenuto un mio dovere conoscerla. Ora nessun
particolare legame mi trattiene più a lei. Perciò le dico addio.
Possa la ‘Franconia’ superare al più presto lo stadio di svi-
luppo nel quale si trova attualmente. Possa essa annoverare,
sempre e soltanto, membri di valido ingegno e di buoni costumi >>.
I Franconi furono indignati per la «presunzione e pedan-
tesca arroganza» di questa lettera di dimissioni e il consiglio,
su proposta del suo antico studente anziano, gli ritirò il nastro
e lo espulse dall’associazione. D’altroncle, quanto fosse sincera
la sua affermazione circa la sua alta stima della «Burschen-
schaft >>, lo dimostrò quando, professore a Basilea, tenne nella
primavera del 1872 le sue conferenze Sulfavvenire delle nostre

150 Par/e I. Infanzia e giovinezza

scuole, dove alla primitiva «Burschenschaft» del 1815, detta


la più bella espressione della virtù tedesca, « un rinnovamento
interiore e uno stimolo delle forze morali» dopo le guerre di
liberazione, è dedicata una commemorazione che anche a detta
di Scheuer, che per il resto non è molto tenero con Nietzsche
studente, « non venne mai tenuta né prima né in seguito».
Queste conferenze contengono anche la definitiva decanta-
zione del periodo di Bonn. Nietzsche chiama quest’anno* «un
anno che per Passenza di ogni progetto e dì ogni scopo, e per
la libertà da ogni proposito sul futuro, si presenta all'odierno
mio modo di sentite quasi come un sogno, delimitato prima c
dopo da due periodi di veglia. Noi due rimanemmo impertur-
bari, pur vivendo in compagnia di gente che in fondo aveva
altri interessi c altre aspirazioni; [...]. Ma persino questo gioco
con elementi contrastanti ha ancora oggi, quando lo richiamo
alla memoria, un carattere simile a quello degli ostacoli di ogni
sorta che si incontrano nei sogni, ad esempio quando si crede
di poter volare, ma ci si sente trattenuti da ostacoli inspiegabili ».
Tutto il travaglio interiore e lo smarrimento di questo primo
anno di Università, che d’altronde caratterizza ancora oggi, dopo
un secolo, gli studenti più dotati, viene ora da lui ricondotto
a motivazioni più profonde, ossia al fatto che sovente i profes-
sori universitari non sono le guide spirituali del giovane nella
sua ricerca, tali da potergli illuminare il senso dei suoi studi
attingendo a una vera cultura. Egli lancia unîiccusa in nome di
questo giovane “z << Voi dovreste intendere il linguaggio segreto
con cui questo innocente resosi colpevole parla a se stesso: in
tal caso voi Comprendereste altresì l’essenza intima di quella
autonomia che viene così volentieri messa in mostra. Nessuno
dei giovani più nobilmente dotati è rimasto estraneo a quel
bisogno incessante, logorante, imbarazzante e snervante di cul-
tura: nel tempo in cui è apparentemente l‘unica persona libera
in una realtà di impiegati e di servitori, egli paga quella gran-
diosa illusione della libertà con tormenti e dubbi che si rinno-
vano continuamente. Egli sente di non poter guidare se stesso,
di non potere aiutare se stesso: si affaccia allora senza speranze

* I conferenza, 16 gennaio 1872.


** Il conferenza, 23 marzo 1872.

VI. Il Francone di Bonn (186465) 151

nel mondo quotidiano c nel lavoro quotidiano. La più banale


operosità lo circonda e le sue membra si afflosciano fiaccamente.
Ma d’un tratto si riscuote nuovamente: sente ancora intatta
quella forza che aveva saputo tenerlo a galla. Orgogliose e nobili
decisioni si formano e si potenziano in lui. Lo terrorizza il pen—
siero di precipitare così presto in una ristretta e misera specia-
lizzazione, e cerca ora di afierrarsi a colonne e a punti di appog-
gio, per non venir trascinato su quella strada. Invano. Questi
appoggi vengono meno, poiché i suoi appigli erano falsi, ed egli
aveva afferrato fragili canne. Con l’anim0 vuoto e sconsolato,
egli vede sfumare i suoi piani. La sua situazione è spaventosa
e indegna: egli oscilla fra unìlttivitîn frenetica e un melanconico
rilassamento. In quest’ultimo caso è pigro, stanco, timoroso del
lavoro, spaventato da tutto ciò che è grande, pieno di odio per
se stesso. Egli analizza le proprie capacità e crede di scorgere
spazi vuoti o caoticamente riempiti. In seguito, dall'altezza di
unîmmaginaria conoscenza di sé precipita di nuovo in un ironico
scetticismo [...]. In tal modo la sua perplessità c la mancanza di
una guida verso la cultura lo spingono da una forma di esistenza
a un’altra: dubbi, slanci, bisogni della vita, speranze, dispera-
zioni, tutto quanto lo spinge qua e là, a significare che al di
sopra di lui si sono spente tutte le stelle, sotto la cui guida egli
potrebbe indirizzare la sua nave. Tale è Vimmagine di quella
famosa autonomia, di quella libertà accademica, rispecchiata nelle
anime migliori e veramente bisognose di cultura: di fronte a
esse non hanno alcuna importanza quelle nature più grossolane
e spregiudicate, che si rallegrano in modo barbarico della loro
libertà. Queste ultime infatti, con il loro benessere di bassa lega
e con la loro limitatezza opportunistìca, adatta per un piccolo
campo, dimostrano che proprio questo elemento è ciò che fa
per loro: non c’è nulla da dire in contrario. Il loro benessere
tuttavia non costituisce un vero compenso, di fronte al dolore
di un solo giovane che sia portato verso la cultura, che abbia
bisogno di una guida, e che infine lasci cadere le redini scorag-
giato e cominci a disprezzare se stesso. Tale è Finnocente senza
colpa: in effetti, chi gli ba imposto il peso insostenibile di stare
da solo? Chi lo ha istigato all'autonomia in un’età in cui i bisogni
naturali e immediati consistono di solito nell’abbandonarsi a
grandi guide e nel seguire entusiasticamente la strada del mae-

152 Parte I. Infanzia e giovinezza

stro? ». Le conseguenze sono ahimè troppo spesso «uomini di


cultura degenerati e sviati, spinti da un’intima disperazione a
una furia ostile nei confronti della cultura, il cui accesso nessuno
aveva voluto mostrar loro. Non sono i peggiori e i più scadenti
quelli che ritroviamo allora, dopo la metamorfosi della dispera-
zione, in veste di giornalisti e di gazzettieri », di quel lettera-
tume del genere della « Giovane Germania », con « tutti i suoi
epigoni propagatisi sino ad oggi».

Nietzsche era adesso di fronte a un problema: scoprire la


guida 0 le guide cui il suo spirito insaziabile, il suo cuore di
giovinetto irrequieto e incline alla venerazione potessero affidarsi,
per trovare col loro aiuto se stesso e la propria vocazione. Il suo
istinto e il suo destino glie le fecero trovare al momento giusto,
quando era profondamente consapevole di vivere un’ora decisiva.

« Come voi sapete — scrive poco dopo l’inizi0 del suo primo
semestre a Lipsia alle sue zie* — nel corso di ogni sette anni
l'uomo si riveste di un corpo completamente nuovo e diverso.
E perciò il settimo, il quattordicesimo e il ventunesimo anno
sono così importanti. Perciò io comincio ora, per la quarta volta,
a entrare in un corpo nuovo. E cosa accade della nostra anima?
Si è cambiata anch’essa completamente già tre volte? E le nostre
qualità, le nostre capacità hanno così poca durata, da scomparire
anch’esse ogni sette anni per far posto a delle nuove? No, noi
non sottostiamo a un simile ciclo dell'anima, ma certamente essa
si amplia e si arricchisce di forze, mentre le sue componenti prin-
cipali permangono le stesse, eternamente le stesse. Non si è forse
conservato immutato l'affetto che abbiamo tra noi, mie care zie?

Che cosa mi accadrà dunque in questo quarto ciclo di sette


anni? Tutto deve decidersi entro questo tempo; quando sarà
trascorso, l'uomo dovrà essere pronto, tutta la sua struttura dovrà
presentarsi impeccabile; noi potremo apportarvi ancora solo qual-
che abbellimento, ma non potremo più cambiarla ».

Quest'ultima affermazione si adattava sicuramente al suo caso,


più di quanto non si sia finora voluto ammettere per via della
superficiale concezione delle sue «metamorfosi». Ma egli risolve
anche per proprio conto l‘antico problema delfidentità, dell’es-

* A Friederike Daechsel e Rosalie Nietzsche, fine ottobre/inizio no-


vembre del 1865.

VI. Il Francone di Bonn (1864-65) 153

senza nel flusso dei fenomeni, del nucleo della personalità, ed è


da tener per fermo che, a prova della continuità ininterrotta,
egli adduce Paffetto che sopravvive a ogni cosa — quell’afietto
unificatore nel quale gli altri dovevano deluderlo così profonda-
mente.

VII

I PRIMI DUE ANNI DI LIPSIA

Il 17 ottobre Nietzsche arrivò a Lipsia da Berlino insieme col


suo amico Mushacke. Qui egli trascorse fino alla primavera del
1869, con interruzioni dovute al servizio militare, gli anni cru-
ciali dei suoi studi universitari ed ebbe i decisivi incontri spiri-
tuali, tramite i quali e per il cui impulso trovò se stesso e la
propria vocazione.

Cominciò il suo terzo semestre come chi dia inizio a una


nuova vita. Per prima cosa, come abbiamo già visto, con la lettera
di dimissioni ai Franconi, si liberò di tutte quelle obbligazioni,
che altrimenti, come dovette subito accorgersi nei primi giorni di
Lipsia, gli sarebbero state inevitabilmente imposte dalla sua ap-
partenenza all’associazione.

Lo stato d’animo depresso e lîrrequietezza spirituale che an-


dava fino alla disperazione, che lo avevano accompagnato nella
sua «fuga » da Bonn, continuavano a opprimerlo. Ma era ferma-
mente deciso a reagire con tutte le sue forze. La dura scuola di
Pforta gli impedì di correre seriamente, foss’anche per un attimo,
il pericolo di sprofondare nell‘inattività o nella sterile vita del
bohémieir, come tanti giovani talenti cui l‘Università non era in
grado di offrire alimento per la loro farne spirituale. L’attività e
lo studio erano e rimasero per lui elementi vitali. E ora credeva
di aver trovato anche il giusto punto di partenza per la sua
attività. Aveva scelto la filologia come sua professione, anche se
già allora gli era chiaro che per lui questa poteva essere soltanto
un mezzo, non il fine ultimo. Ma la affrontò come se lo fosse.
Nemmeno nei primi due anni di Lipsia egli scorgeva ancora la
sua vera meta. Le energie filosofiche della sua natura giacevano
sopite in questo periodo, come se si raccogliessero in attesa di

VII. I primi due anni di Lipsia (186567) 155

prendere lo slancio. Se e quando lo incalzavano, trovava uno


sfogo nell’opera di un altro che seppe guadagnarsi tutta la sua
capacità di venerazione e divenne lo strumento sul quale Nietzsche
cercò inizialmente di suonare le melodie della sua vita. Il fatto che
questo strumento gli capitò in mano al momento giusto, conferì
a questi anni il loro equilibrio e la loro direzione.

La filologia gli offriva soltanto immagini di un mondo glo-


rioso ma irrecuperabilmente perduto; era un campo adatto alla
sua ambizione intellettuale e gli offriva come nessun’altra scienza
Popportunità di esprimere il suo istinto pedagogico, la sua indo-
mabile volontà educativa. Ma senza il sostegno della filosofia di
Schopenhauer non Pavrebbe accettata tanto a lungo come conte-
nuto della sua vita, così come per lui essa doveva tramontare una
volta che la sua forza produttiva originale ebbe spezzata la cor-
nice schopenhaueriana. È vero che alla fine degli anni di Lipsia
si aggiunse un’altra esperienza che poté dare al filologo Nietzsche
la persuasione che il glorioso mondo della classicità, questo mondo
tanto amato, non fosse scomparso per sempre, ma che avrebbe
vissuto la propria rinascita nell’arte tedesca: Pesperienza di
Wagner.

L'entusiasmo filologico di Nietzsche, che già andava decli-


nando, ricevette un nuovo poderoso impulso, che durò per anni,
dallo spirito della musica, forse l'impulso più forte che la filo-
logia tedesca dell'era post-classica abbia da registrare, un impulso
che bastò a far sì che essa spezzasse i suoi limiti, ampliandosi
col suo vigore interpretativo e normativo in visione del mondo,
anche qui sempre al servizio di una concezione superiore, e scom-
parendo quando non poté più essere utile a quella visione, a
quella concezione che si andava allargando.

La filologia costò a Nietzsche come studente e come insegnante


gran parte della sua vita. Fino al 1879 le rimase fedele come alla
sua professione. La sua vita e il suo pensiero sono inconccpibili
senza di essa. Nella tradizione letteraria delbantichità classica, essa
gli forni la materia cui attinse numerose sue immagini-guida e
alcuni problemi del suo successivo filosofare. Egli inoltre apprez-
zava e abbracciò di buon grado l’esattezza del pensiero e della
ricerca filologica, ma più come addestramento e disciplina del
senso di verità che come fine in se stesso; la sua fantasia, la sua
forza dîmmaginazione evocatrice oltrepassò sempre senza timore
i limiti che la filologia rigorosa si era posta e continuava a porsi.

156 Parte I. In/zmzia e giovinezza

Egli si accostò sempre ai problemi filologgici, (512360 {infiam-


mava, con occhi d’artista. Certo si impadronì assai presto del
mestiere come pochi dei suoi colleghi — e 10 apprezzava anche —;
ma ogni volta che nei suoi lavori filologici rimaneva entro i limiti
di questo mestiere, come nella continuazione del suo studio su
Teognide, restava profondamente insoddisfatto. L’umìle e minuto
lavoro filologico non bastava al suo istinto produttivo. Già le
congetture con le quali si era cimentato l’alunno di seconda a
Pforta erano intese secondo Deussen 7’ « a correggere non solo
la tradizione, ma anche lo stesso autore », sicché già allora Deus-
sen, filologo genuino e alquanto pedantesco, nato puro erudito,
poté contestargli diversi errori. Anche in seguito la filologia rap-
presentò qualcosa per Nietzsche solo in quanto era in grado di
rivelargli dietro le tradizioni letterarie il portatore di queste tra-
dizioni, l’uomo dellantichità, cui a suo modo egli si sentiva affine
come probabilmente nessun altro del XIX secolo.

In una parola, per Nietzsche la filologia, oltre a palestra delle


ambizioni giovanili e poi mezzo per guadagnarsi il pane e reale
professione, era uno strumento per conoscere l’uomo dell’anti-
chità, che per lui era l’uomo di una grande civiltà chiusa, del-
l'unica civiltà perfetta, e a sua volta l'immagine di quesfiuomo
era uno strumento per conoscere se stesso e criticare la civiltà
del suo tempo. Ciò che, fuori di questo quadro, la filologia esigeva
da lui, gli divenne assai presto un grave peso, un impedimento,
che un giorno doveva scrollarsi di dosso.
Ma all’inizi0 la situazione era tutflaltra. Al contrario, aveva
bisogno di zavorra perché la sua nave non cadesse in balia dei
venti, capovolgendosi. Aveva bisogno di lavoro, che facesse con-
centrare il suo spirito irrequieto restituendogli il senso della
sicurezza di sé e della produttività, che a Bonn era andato in
così notevole misura perduto.

Così, riprese i suoi studi filologici con pieno e incondizionato


ardore, gli studi per i quali possedeva le migliori premesse, grazie
al retaggio dei suoi antenati umanisti e alla scuola di Pforta.
Ma non dobbiamo dimenticare che questi studi gli stavano a cuore
soltanto nella misura sopra indicata. Di conseguenza essi ebbero
importanza per la sua vita e per la sua opera soltanto in quella
misura. E per questo qui ci interessano meno di quanto ci farebbe
supporre a prima vista Pestensione degli studi filologici e dell’atti-
vità didattica nella vita di Nietzsche.

VII. I primi due anni di Lipsia (186567) 157

Se si esamina l’opera di Nietzsche nel suo complesso, è anche


impossibile non riconoscere che la filologia, per quanto abbia
arricchito la sua concezione del mondo e della cultura, nello stesso
tempo ha limitato le possibilità del suo impulso alla conoscenza.
Quando si trovava al culmine del suo vigore creativo ebbe spesso
a lamentare che essa non gli aveva lasciato il tempo di coltivare
gli studi scientifici con l'intensità che non aveva mai cessato di
desiderare per lo sviluppo delle sue idee.

La portata spirituale di Nietzsche era straordinaria: quanto


intimamente affine si sentiva all’antichìtà classica, tanto era figlio
della sua età scientifica, come apparirà più tardi con la massima
chiarezza. Ma questo aspetto della sua natura non ricevette il
nutrimento necessario nel periodo più ricettivo, in cosi ampia
misura occupato dalla filologia, e in seguito, privo com’era di
quel grandioso fondo di conoscenze, di cui Nietzsche poteva in-
vece disporre come filologo, si trovò a dover lottare come nel
vuoto. Certo, questa non è l’ultima ragione per cui proprio quella
lotta acquistò una grandiosità che travalica di molto =il secolo
delle scienze. L’avvio dall’antichità classica collega l’opera di
Nietzsche al grande periodo classico del pensiero tedesco, che
soprattutto nella sua concezione della cultura essa continua in
misura assai maggiore di quanto oggi si sia disposti ad ammettere.
L’avvio dall'antichità classica protegge anche quest’opera contro
l'isolamento, contro Pestraniamento dall’esistenza degli uomini e
dalla sua continuità storica in cui si è arenato il tecnico e scien-
tifico XIX secolo.

Ma in principio, negli anni di Lipsia, questi problemi non


sono ancora avvertibili: Nietzsche è filologo con tutto il suo ar-
dore e la sua energia.

Insieme a Mushacke, dopo una lunga ricerca tra le camere


ammobiliate particolarmente misere degli studenti di Lipsia, trovò
alloggio in una via della periferia, la Blumengasse (oggi Scherl-
strasse), e precisamente al numero 4, presso un antiquario di
nome Rohn «il quale, purtroppo, oltre ai libri ha anche bambini
piccoli, che fanno un certo chiasso. L’aria è tersa, tutto attorno
vi sono giardini fioriti, regna una quiete solenne e soltanto una
fabbrica di casseforti fa un certo frastuono, e i suddetti bambini »,
scrive due giorni dopo l’arrivo a Mushacke padre, e aggiunge:
« Or sono cent’anni, venne qui immatricolato lo studente Wolf-
gang Goethe ». Non proprio con questa data, ma con l'avveni-

15b‘ Parla I. Infanzia e giovine za


mento citato concorda la sua memoria scritta due anni dopo ‘z
«Eta il 17 ottobre 1865 quando arrivai con Yamìco Mushacke
a Lipsia, al Berliner Bahnhof [...]. Il giorno dopo mi prcsentai
al Consiglio universitario; era per l‘appunto una giornata che
l'Università celebrava con un saggio commemorativo e con le
nomine a dottore; il giorno in cui, un secolo prima, Goethe si
era iscritto all’albo. Non so dire quanto questo fatto casuale mi
rianimasse; era di sicuro un buon auspicio per i miei anni di
Lipsia, e il futuro ha fatto sì che si dimostrasse davvero tale.
L'allora rettoreKahnis cercò di chiarire a noi, immatricolandi tutti
in gruppo [...] che il genio percorre sentieri a lui propri, e che
quindi il periodo universitario di Goethe non doveva assoluta-
mente servirci di esempio. All'allocuzione di quell’ometto vivace
e rotondo come una palla rispondemmo con un sorriso sotto i
baffi, dopo di che lo salutammo con l’usuale stretta di mano, men-
tre tutto il gruppo si accalcava per passare davanti a quella mac-
chia nera. Più tardi ricevemmo i nostri certificati».

La sua immatricolazione ebbe luogo dunque il 18 0 il 19 otto-


bre 1865, e nella lettera a Mushacke padre egli aggiunge l’umo-
ristico commento: « Nutriamo l'umile speranza che tra altri cento
anni venga ricordata anche la nostra immatricolazione».

Il 25 ottobre Ritschl tenne la sua prolusione inaugurale, che


Nietzsche descrive nei suoi ricordi sopra citati: « Il primo evento
lieto fu per me la prima comparsa di Ritschl, che era sbarcato
felicemente sul suo nuovo lido. Secondo l'usanza accademica, gli
correva Pobbligo di tenere pubblicamente la sua prolusione inau-
gurale nell’aula magna. Ovunque era viva l’attesa per Papparizione
dellîromo famoso, la cui condotta durante i fatti di Bonn aveva
portato il suo nome sui giornali e sulla bocca di tutti. Perciò il
corpo accademico era radunato al gran completo, ma nelle ultime
file c'erano anche numerosi non studenti. Ed eccolo arrivare con
una scivolata nell'aula, con le sue grandi scarpe di feltro "‘, ma
per il resto vestito impeccabilmente da cerimonia, con la fascia
bianca. Cordiale e sereno, diede uno sguardo intorno a quel
mondo nuovo, dove ben presto scoprì dei volti che non gli erano
sconosciuti. Mentre si aggirava in fondo alla sala, esclamò d’im-
provviso ‘ Ehi, c’è anche il signor Nietzsche’ e mi fece un vivace
cenno con la mano. Ben presto intorno a lui si era radunata

“i Ritschl soffriva di mal di piedi.

VII. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 159

un'intera cerchia di studenti di Bonn, coi quali chiacchierava cor-


dialmente, mentre l'aula si andava sempre più afiollando e i
dignitari accademici avevano fatto la loro comparsa. Al veder
ciò, salì con ilare disinvoltura sulla cattedra e pronunciò la sua
bella orazione latina sul valore e l'utilità della filologia. Il suo
sguardo impavido, l'energia giovanile della sua parola, il vivace
fuoco della sua mimica destavano aperta meraviglia. ‘Veh, che
fuoco ha il vecchio ', sentii in seguito da un vecchio Sassone
gioviale. Anche alla prima lezione nell'aula numero 1 c'era una
calca soffocante. Egli diede inizio alla sua lezione sui Sette a
Tebe di Eschilo, la cui parte più importante ho ascoltato e
trascritto ».

Ritschl era l'insegnante ideale per Nietzsche. Era animato da


un indomito entusiasmo per la sua materia, e sapeva comuni-
carlo in maniera eloquente e personale anche ai suoi allievi.
Della mera sgobboneria non faceva alcun conto, ma dai suoi
allievi, che ammetteva, quand’erano dotati, nella sua cerchia più
intima, esigeva un lavoro indefesso e l'acuto talento combina-
torio che gli era proprio. Scopo finale degli studi universitari
non era per lui il semplice accumulo di nozioni, bensì lo svi-
luppo dello spirito critico e dell'autonomia attività produttiva.

Nietzsche frequentò le sue lezioni, come pure quelle del suo


allievo e collega più giovane Georg Curtius: epigrafia latina,
storia della tragedia greca, enciclopedia della filologia classica,
Miles gloriosa: di Plauto e grammatica latina. Ma non completò
neanche un quaderno di appunti. Ciò che lo interessava era
qualcos'altro.

«Questa mia irregolarità mi dava a volte preoccupazioni e


inquietudine, ma infine anche qui trovai la formula della sal-
vezza. Vale a dire, nella maggior parte dei corsi ciò che in fondo
mi attraeva non era aHatto la materia, bensì solo la forma in
cui l'insegnante accademico impartiva il suo sapere agli udìtori.
Era il metodo che mi interessava di più; vedevo anche troppo
bene quanto poco in fatto di contenuti si impara nelle Univer-
sìtà, e quanto nondimeno simili studi vengano generalmente sti-
mati. Mi divenne chiaro allora che Pesemplarità del metodo, della
trattazione di un testo ecc., è il punto da cui parte l'effetto tra-
sformatore. Perciò mi limitai a osservare come si insegna, come
si trasmette il metodo di una scienza allo spirito dei giovani. Mi
mettevo sempre nella posizione di un docente universitario, e da

160 Parte I. In/anzia e giovinezza

questo punto di vista davo il mio assenso o la mia condanna


alle fatiche di noti professori. Mi sono quindi industriato di
imparare come si fa Pinsegnante, a preferenza di tutte le altre
cose che si insegnano nelle Università. In ciò ero sostenuto dalla
certezza che un giorno non mi sarebbero mancate le cognizioni
che si esigono da un accademico, e fidavo per questo nella par-
ticolarità della mia natura, che per autonomo impulso e secondo
un sistema tutto suo si sarebbe impadronita di tutto quanto
valeva la pena di sapere. E l'esperienza ha finora confermato
questa mia fiducia. La meta che ho davanti agli occhi ‘e quella
di diventare un vero maestro militante, e soprattutto di far
nascere nei giovani quel giudizio e quella riflessione critica che
sono indispensabili per non perdere mai di vista le cause, gli
oggetti e i modi della loro scienza »".

Queste frasi vennero scritte durante l'anno del servizio mili-


tare, dunque due anni dopo l'inizio degli studi a Lipsia, quando
evidentemente Nietzsche aveva già preso la decisione di diven-
tare docente accademico. Esse dimostrano tuttavia che uno degli
stimoli principali nell'abbracciare lo studio della filologia era già
inizialmente di natura pedagogica. Se si ha l'impressione che fin
dal principio egli si sentisse un futuro insegnante più che un
discente, trascurando così i contenuti, la cosa è vera solo fino
a un certo punto. In primo luogo la sua eccellente preparazione
di Pforta gli aveva già fornito una cultura eccezionale, che non
doveva essere di molto inferiore a quella di un filologo di medio
valore al termine dei suoi studi universitari; d'altro canto, i suoi
lavori di questo e degli anni successivi dimostrano che in realtà
era molto bravo a «impadronirsi di tutto quanto valeva la pena
di sapere» nei suoi studi particolari.

È vero, il talento filologico di Nietzsche andava, ora e in


seguito, più in profondità che in ampiezza; così come, già da
studente e altrettanto in seguito da professore, studiò una sezione
relativamente limitata della letteratura classica, ma con una pene-
trazione critica e un vigore fantastico senza pari.
La sua frequenza alle lezioni si fece sempre più insignificante
e occasionale. Tanto più alacremente egli studiava a casa e nelle
più ristrette cerchie di studiosi raccolti intorno a Ritschl, che
anche a Lipsia dimostrò uno straordinario talento di caposcuola.

Ma prima di dedicarsi con tutte le sue forze alla vocazione


filologica che si era recentemente scoperta, Nietzsche fece un'espe-

VII. I primi due armi di Liprizx (1865-67) 161

rienza spirituale che doveva esercitare su di lui un influsso quanto


mai duraturo.

Egli stesso scrive in proposito, ricordando la delusione di


Bonn nella nota sopra citata‘: «Io in quel tempo, proprio a
causa di certe dolorose esperienze e delusioni, mi trovavo sospeso,
solo e privo d'aiuto, senza basi teoriche, senza speranze né
ricordi graditi. La mia preoccupazione incessante era quella di
costruirmi una vita su misura; per far ciò abbattei l'ultimo ponte
che mi legava ai tempi trascorsi a Bonn [...]. Nel felice isola-
mento della mia abitazione trovai il raccoglimento; e quando
vedevo degli amici, erano per l'appunto Mushacke e von Gers-
dorff, animati per parte loro da analoghi propositi. — Si imma-
gini ora quale effetto in simili circostanze mi dovesse produrre
la lettura dell'opera principale di Schopenhauer. Un giorno avevo
trovato nella bottega del vecchio antiquario Rohn un libro che
non conoscevo affatto: lo presi in mano e lo sfogliai. Non so
quale demone mi sussurrasse: ‘Portati a casa questo libro’. La
cosa comunque accadde contrariamente alla mia abitudine, che
era di non esser mai precipitoso nell'acquisto di libri. A casa
mi gettai su un angolo del sofà col mio nuovo tesoro e cominciai
a sottopormi all’influsso di quel genio cupo ed energico. Qui era
ogni riga a proclamare la rinuncia, la negazione, la rassegnazione;
in quello specchio vedevo riflessi in dimensioni terrificanti il
mondo, la vita e il mio proprio animo. Da quelle pagine mi fis-
sava l'occhio solare e totalmente disinteressato dell’arte, qui io
scorgevo il morboie la guarigione, l'esilio e il rifugio, il cielo
e l'inferno. Il bisogno di conoscermi, anzi di dilaniarmi, mi prese
con violenza; testimonianze di quella rivoluzione spirituale sono
ancor oggi per me le inquiete e melanconiche pagine di diario
di quel tempo, piene di vane autoaccuse e della disperata attesa
di una santificazione e trasformazione dell'intera sostanza del-
l'uomo. Trascinando tutte le mie qualità e le mie aspirazioni
davanti al tribunale di un cupo autodisprezzo, ero amaro, ingiu-
sto e sfrenato nell'odio contro me stesso. Né mancavano le puni-
zioni corporali. Così, per quattordici giorni di seguito, mi forzai
ad andare a letto non prima delle due di notte, e a lasciarlo
alle sei in punto. Caddi in preda a una violenta agitazione ner-
vosa, e chissà fino a che punto di follia sarei arrivato, se non
avessero operato in senso contrario gli allettamenti della vita
e della vanità e l'obbligo degli studi regolari».

162 Par/e I. Infanzia e giovinezza

Questa prima lettura del Mondo come volontà e rapprexen-


tazioare di Schopenhauer dovette avvenire tra la fine dell’ottobre
e l’inizi0 del novembre 1865; infatti una lettera alla madre e
alla sorella del 5 novembre mostra già il suo influsso, e per
Natale dello stesso anno Nietzsche chiede in regalo i Parerga
und Paralipazncna, come pure il recente libro di Haym su Scho-
penhauer e la sua filosofia.

Questa rievocazione a distanza di due anni dà già a vedere


un certo distacco rispetto all’esperienza originaria, ma ce ne
mostra ancora tutta la forza. Il libro di Schopenhauer corrispon-
deva perfettamente allo stato d’animo da cui Nietzsche era domi-
nato alla fine del 1865, e quindi esercitò su di lui un effetto
principalmente morale: come specchio del suo ioie della sua
situazione. Il disprezzo per Yumanirà, il vangelo della negazione
e della rinuncia predicato da Schopenhauer, come il vangelo della
redenzione tramite l’arte « disinteressata », la cui forma più pura
è ravvisata da Schopenhauer proprio nella musica da Nietzsche
tanto amata, destano in lui un’eco possente. È Yinsensarezza
dell’esistenza quella che con maggior forza egli sente proclamare
da queste pagine, e, impetuoso com'è e risoluto a trarre le logi-
che conscguenze, egli comincia a infuriare contro se stesso con
spietata autoanalisi e col gusto di tormentarsi. E scorge l’unica
soluzione per sé nell’ascesi, l’ascesi nella sua rigida forma cor-
porale.

Purtroppo le pagine di diario di questo periodo, da lui stesso


menzionate, il «libro delle meditazioni», non sono conservate,
ma la citata lettera del 5 novembre ci dà unîmmediata impres-
sione del suo stato d’animo di quei giorni. Non riesce a capire
come la madre e la sorella sopportino così facilmente «tutta
questa esistenza piena di contraddizioni, dove l’unica cosa chiara
è che la medesima chiara non è ». « ‘ Fa il tuo dovere! ’. Bene,
mie Carissime, lo faccio o mi ingegno a farlo, ma dove finisce?
Come posso sapere tutto ciò che è mio dovere portare a com-
pimento? Poniamo il caso che la mia vita sia sufficientemente
dedita al dovere: è migliore dell’u0mo Minimale da soma, se
questo esegue con maggiore esattezza ciò che si esige da lui?
Si è fatto abbastanza per la propria umanità, quando si sono
soddisfatte tutte le esigenze posteci dalla situazione nella quale
la nascita ci ha introdotto? Chi ci ordina dunque di lasciarci

VII. I primi due anni di Lipsia (186567) 163

determinare da una situazione? Ma se noi non volessimo ciò,


se fossimo decisi a badare soltanto a noi stessi e a costringere
gli uomini ad accettarci per quelli che siamo, che accadrebbe
allora? Che cosa vogliamo infine? Dobbiamo fabbricarci un’esi-
stenza il più possibile sopportabile? Ci sono due vie, mie care:
o ci si sforza e ci si abitua a essere il più possibile limitati, e si
cerca di abbassare il più possibile la fiammella dello spirito, e
allora si va in cerca di ricchezza e si vive con i piaceri del mondo.
Oppure si sa che la vita è miserabile, si sa che siamo gli schiavi
della vita quanto più vogliamo goderla; ci si priva insomma dei
beni della vita, ci si esercita nell'astinenza, si è avari con se
stessi e amorevoli con gli altri — per il fatto che siamo com-
passionevoli verso i nostri compagni di miseria ——— in breve, si
vive secondo i severi dettami del cristianesimo originario, non
di quello attuale, edulcorato, sbiadito. Il cristianesimo non per-
mette di essere ‘ vissuto a metà ’, così en passant, oppure perché
è di moda.

E la vita allora è sopportabile? Certamente, giacche’ il suo


peso diventa sempre più lieve, e nessun legame ci tiene stretti
a lei. Essa è sopportabile, perché possiamo liberarcene senza
provare dolore ».

La madre gli rispose che « preferiva di gran lunga una bella


chiacchieratina epistolare a simili idee e disquisizioni». Non
faceva che preoccuparsi per lui e doveva dedurne un « conflitto,
un malcontento interiore ». Doveva abbandonare il suo cuore a
Dio, davanti al quale tutta la saggezza mondana contenuta nei
più spessi volumi fa naufragio. Il suo compito nella vita era
quello di essere un valido sostegno per lei e più tardi anche per
la sorella. Pensi a questo dovere. Egli quindi le tacque i suoi
stati d’animo e le rispose, come dice egli stesso, con « l’inten-
zione di intrattenerla con un ragù delle mie vicende», cose
senza importanza eccettuata la notizia che nelle prossime domeni-
che eglì avrebbe assistito a 10 matinéer, nelle quali sarebbe stata
eseguita soltanto « musica del futuro », Wagner, Liszt e Berlioz.

Ma la sua disposizione ascetica e rinunciataria pare non


durasse a lungo. Gli intatti istinti vitali opposero immediata-
mente resistenza, tanto più che aveva cominciato ad acquistare
sicurezza nella filologia. Quando andò a casa per Natale e la
sorella, che anche in questo caso si era appropriata dei pensieri

164 Parte I. Infanzia e giovinezza

del fratello fino alla caricatura, si mostrò in balia di una tragica


cupezza, egli le significò che avrebbe preferito cento volte che
rimanesse com’era. Il suo riso era per lui una distensione.

Ben presto comprese che ciò che più gli era congeniale nella
dottrina di Schopenhauer non era Pelemento rinunciatario e
ascetico, bensì la personalità del filosofo e la sua morale crea-
tiva. In misura sempre crescente Schopenhauer divenne per lui,
secondo la sua formulazione di nove anni più tardi *, l’educatore
tale «che potesse strappare un uomo all'insoddisfazione dovuta
all'epoca e gli insegnasse di nuovo ad essere, nel pensiero e
nella vita, semplice e schietto, quindi inattuale nel senso più
profondo della parola; infatti gli uomini oggi sono diventati
cosi molteplici e complicati che debbono diventare insinceri
tutte le volte che parlano, sostengono delle opinioni e secondo
esse vogliono agire». Non già le tesi di Schopenhauer esercita-
rono su Nietzsche/il loro fascino irresistibile, bensì la sua lotta
senza compromessi e senza paura per la verità. L’istinto della
veracità proprio di Nietzsche trovava in Schopenhauer il grande
modello eroico, che più tardi tanto amava vedere incarnato nel
Cavaliere, la morle e il diavolo di Diìrer. Era questo che ancora
nove anni più tardi poté fargli dichiarare: « Io sono uno di quei
lettori di Schopenhauer che, dopo averne letta la primaipagina,
sanno con certezza che le leggeranno tutte e ascolteranno ogni
parola che egli abbia mai detto. La mia fiducia in lui fu imme-
diata, ed oggi è la stessa di nove anni fa. Lo intesi come se avesse
scritto per me: per esprimermi in modo comprensibile, ma immo-
desto e folle» (loc. cit.).

Con tutta la passione della sua natura, Nietzsche abbracciò


il pessimismo di Schopenhauer, che per primo gli rivelò filoso-
ficamente il contenuto tragico della vita, un contenuto la cui
intera potenza gli veniva dischiusa con sempre maggiore ampiezza
dalla tragedia classica con i mezzi dell’arte e nella tradizione
deUa sua scienza. Ora la sua personalità si inarcò nella grande,
perigliosa tensione tra i due poli della conoscenza tragica e del
«però» di un incondizionato sì alla vita, una tensione da cui
sono scaturite tutte le maggiori conquiste dell’uomo moderno.

Certo non bisogna credere che questo cammino fosse cosi


liscio e senza intoppi quale appare agli occhi di chi lo ripercorre.

* 1874: «Schopenhauer come educatore», S 2.

VII. I primi due anni di Lipsia {1865-67) 165

Quando in seguito Nietzsche lottò continuamente con tutta la


sua energia vitale contro l’ottenebratnento del suo secolo, cono-
sceva ciò che combatteva. Nell’ultimo periodo di Bonn e in
questi primi giorni di Lipsia egli lo visse e lo superò, con un
primo superamento cui dovevano seguirne molti altri.

Al principio era egli stesso poco consapevole di questi pro-


cessi interiori e ne prese coscienza solo gradualmente, ma ora
aveva trovato in Schopenhauer quel sostegno spirituale per il
suo animo desideroso di venerazione, senza il quale non avrebbe
potuto vivere, da quando aveva perduto il Dio dei suoi padri
e della sua infanzia. Aveva riacquistare la fiducia negli uomini
e anche quella in se stesso. Il fatto che dal punto di vista gno-
seologico egli in tal modo cadesse in preda a un temporaneo,
sconfinato pessimismo non minò la sua energia vitale né la sua
capacità produttiva. È davvero un mistero della vita che tutti
i giovani dotati di istinto creativo debbano attraversare questo
stadio di negazione e che la medaglia che reca impressa Peffigie
della grandezza rechi sempre sull’altra faccia il pessimismo.

Il 4 dicembre 1865 Ritschl invitò a un ricevimento serale


quattro suoi studenti che conosceva dai tempi di Bonn. Si trat-
tava di Richard Arnold, Wilhelm Roscher, Wilhelm Wisser e
Friedrich Nietzsche. Dopo discorsi generali che vertevano anche
sulla musica e su Wagner, cui Nietzsche partecipò con partico-
lare ardore, Ritschl propose ai suoi ospiti la fondazione di una
Associazione Filologica dove ciascuno avesse la facoltà di appro-
fondire determinati campi di studio indipendentemente dalle
lezioni e dai seminari, di comunicare a beneficio dei compagni
i propri risultati sottoponendoli a una critica competitiva. Una
tale idea corrispondeva in pieno all'ambizione di Nietzsche e al
suo modo particolare di coltivare gli studi universitari, e quindi
egli la accettò con grande entusiasmo insieme agli altri tre pre-
senti. Ben presto si riuscì a guadagnare alla Associazione altri
valenti filologi, e appena otto giorni dopo si poté tenere la prima
«adunanza regolare». Inizialmente si trattava ancora di una
associazione informale, ma il 15 maggio dell’anno seguente essa
ricevette regole fisse e sanzione ufficiale grazie allìpprovazione
dei suoi statuti da parte del magistrato universitario.

Già la seconda conferenza venne affidata a Nietzsche, il 18


gennaio 1866. Egli parlò nel ristorante di Lòwe nella Nikolai-
strasse sull'Ullima redazione della rilloge teognidea. A questo

166 Par/e I. Inlanzia e giovinezza

scopo aveva ripreso in mano il suo lavoro di congedo da Pforta


su Teognide, estendendo le sue indagini alla storia del testo
e allbrdinamento delle raccolte tramandate. Il successo fu stu-
pefacente.

« Qui, sotto gli ampi soffitti a volta, superata la prima timi-


dezza, potei esprimermi con vigore ed efficacia, ed ebbi anche
la soddisfazione di sentire i miei amici dichiarare tutto il loro
rispetto per quanto avevano udito. Galvanizzato oltre ogni dire,
tornai a casa a notte fonda e mi sederti al mio scrittoio per
vergare amare parole nel libro delle meditazioni e tentar di can-
cellare per quanto potevo sulla tavola della mia coscienza la
vanità di cui avevo goduto » ‘. Il successo nella Associazione
gli diede il coraggio di sottoporre il manoscritto anche a Ritschl.
«Qualche giorno dopo mi invitò a casa sua ". Mi guardò dub-
bioso e mi disse di sedermi. ‘ A quale scopo — mi chiese ——
lei ha destinato questo lavoro? ’. Risposi la cosa più ovvia, che
il lavoro, che era stato usato come base per una conferenza della
nostra associazione, aveva già assolto il suo scopo. Chiese allora
la mia età, la mia anzianità universitaria, ecc., e quando gli
ebbi dato tutte le risposte, dichiarò di non aver mai visto un
tale rigore metodico, una simile sicurezza combinatoria nel lavoro
di uno studente del terzo semestre. Poi mi invitò con calore
a rielaborare la conferenza in forma di opuscolo e mi promise
il suo aiuto per procurarmi alcune collazioni. Dopo questa scena
il mio orgoglio salì alle stelle. Nel pomeriggio feci con gli amici
una passeggiata fino a Gohlis; faceva bel tempo e c’era il sole,
e la felicità mi aleggiava sulle labbra. Alla fine nella locanda,
davanti al cafiè e ai krapfen, non seppi più tenermi e raccontai
quanto m’era accaduto agli amici, che caddero in preda a uno
stupore scevro d’invidia. Per qualche tempo andai in giro come
stordito; furono quelli i giorni in cui nacqui come filologo e
sentii lo stimolo della fama che c’era da raccogliere per quella
via ».

A partire da allora Nietzsche entrò in un più stretto rap-


porto con Ritschl, del quale aveva già scritto il 15 gennaio allo
zio Edmund Oehler quanto lo avvincesse la sua rilevante perso-
nalità, e come avesse acutamente riconosciuto il suo talento,
accogliendolo e incoraggiandolo. «Quasi ogni settimana gli fa-

* Il 24 febbraio 1866.

VII. l primi due armi di Lipsia (1865-G?) 167

cevo un paio di visite a1l’ora di pranzo, e lo trovavo sempre


disposto a un colloquio serio o allegro »". In queste conversa-
zioni Ritschl si mostrava molto alla mano e non risparmiava con
la sua critica ogni sorta di questioni interne dellhmministtazione
universitaria, ma scherzava anche su se stesso e sapeva inîorag-
giare il suo giovane allievo nei suoi studi. In lui Nietzsche ammi-
rava il fatto che non era «legato ad alcun credo scientifico; e in
particolare lo irritava l'accettazione incondizionata e acritica dei
risultati da lui stesso conseguiti». Ma ben presto osservò anche
i suoi limiti, con essi il pericolo per il loro rapporto. «Ten-
deva senza du io a sopravvalutare la propria disciplina, ed era
quindi contrari a che i filologi si occupassero troppo intensa-
mente di filosofia. Per contro, cercava di far sì che i suoi allievi
divenissero utili alla scienza il più presto possibile; per questa
ragione soleva sollecitare forse un po’ troppo la vena produttiva
di ciascuno». Così Nietzsche oscillava tra Yammirazione e la
critica, afiascinato, quasi soggiogato dall’uomo importante per la
sua franca simpatia e cura paterna, quella cura che a Nietzsche
mancava, cosa di cui sofiriva gravemente in segreto. Tuttavia
tentò più volte di liberarsi, ma non gli bastava la forza. Così,
la lettera del 15 gennaio a Edmund Oehler contiene già un passo
sorprendente: «Fino a san Michele rimarrò qui; tu non puoi
credere infatti con quanta forza ci incateni qui la significativa
personalità di Ritschl e come sarà difiicile, anzi insopportabile,
separarci da lui. In seguito andrò in una Università prussiana,
non a Berlino, perché vi sono alcuni sciocchi avversari di Ritschl,
non a Halle, dove la facoltà di filologia non gode della migliore
fama, né a Bonn, per motivi ben comprensibili, e nemmeno a
Greifswald, perché ci sono cinque filologi; perciò andrò in una
delle rimanenti. Infine, tra uno o due anni, sarà giunto il tempo
del ‘frac’*, con lînevitabile seguito del dottorato, nel caso
dovessi nutrire anche quest’ultima ambizione».

Nietzsche non aveva alcuna intenzione di dedicarsi tutto alla


filologia e — come voleva Ritschl — rinunciare alla filosofia.
L’esperienza di Schopenhauer era stata troppo forte. Con lo
stesso entusiasmo con cui si dedicò alla filologia e alla sua Asso-
ciazione Filologica, faceva contemporaneamente propaganda per
Schopenhauer fra tutti i suoi amici. Proprio nelle giornate del-
* Esami in cui era di rigore il frac.

168 Parte I. In/anzia e giovinezza

l’entusiasm0 per il suo successo con Teognide, il 31 gennaio


1866, scrive alla madre: «Con Gersdortî abbiamo fissato una
sera per settimana, in cui faremo insieme letture greche; con lui
e con Mushacke poi abbiamo fissato un giorno ogni quindici da
dedicare a Schopenhauer. Questo filosofo occupa un posto molto
importante nei miei pensieri e nei miei studi, e la mia conside-
razione per lui aumenta in modo incomparabile. Faccio anche
della propaganda in suo favore e oriento verso di lui talune
persone, trascinandovele anche per il naso, come è il caso per
il cugino ».

Una curiosità in mezzo a questa attività filologica e filosofica


deve sembrare il dono che egli ofirì alla madre in occasione del
suo compleanno, il 2 febbraio 1866: una composizione musicale,
e precisamente un Kyrie per soli, coro e orchestra; ancora una
volta però l’0rchestra —- come in passato per l’Orat0ri0 di Na-
tale — soltanto nella parte per pianoforte. Circa l’estensione e
la forma della composizione possediamo scarse notizie, dato che
purtroppo ci sono pervenuti soltanto il frontespizio e la prima
pagina della partitura '25. Ma poiché Nietzsche lo suonò alla
madre sulla partitura, doveva esistere come opera completa. Ma
ancor più problematico diventa questo intermezzo di composi-
zione musicale alla luce di una frase contenuta nella lettera di
auguri e di accompagnamento inviata alla madre il 31 gennaio
1866: «In questo senso il Kyrie di oggi è anche una rarità,
poiché è ormai un anno che non compongo più, ed è solo in
vista del tuo compleanno che mi sono dedicato nuovamente a
questa attività quasi abbandonata ».

Ne1l'intera esistenza di Nietzsche si infiltra qui un sorpren-


dente tratto di insincerità: comporre un Kyrie dopo la già avve-
nuta rottura col cristianesimo era quanto meno fuor di luogo,
una semplice manovra per ingannare la madre sulla sua vera posi-
zione, e la sua affermazione circa Peccezionalità della composi-
zione non è esatta: 1’ultimo lied, Giovane pescatrice, risale ad
appena sei mesi prima, e i più recenti tentativi, abbozzi di com-
posizioni sulle Melodie ebraiche di Byron (Sole dellîtzranne c
Oh, piangele per lei) addirittura a un mese soltanto! m. Anche
brillare come genuino filologo davanti al maestro e ai compagni,
quando la filologia fin d’ora non è per lui altro che una via alla
filosofia, rientra nello stesso tipo di duplicità esistenziale. Quando,
nelle vacanze di Pasqua, egli si getta con tutta la passione a

VILI primi due anni di Lipsia (186567) 169

lavorare su Teognide come Ritschl desiderava, aveva tuttavia già


confessato l’8 aprile a Gersdorff: «Del resto non posso nem-
meno negare che non riesco a capire perché mai mi sono addos-
sato questa preoccupazione, che mi allontana da me stesso (e
inoltre da Schopenhauer, che spesso è la stessa c099), che con
le sue conseguenze mi espone al giudizio della gente ‘e, se possi-
bile, mi costringe addirittura a indossare la maschera di una
erudizione che io non posseggo».

È la prima lagnanza sulla filologia che lo distoglie da ciò


che per lui è essenziale, una lagnanza che risale già al primo e
più felice periodo della sua attività filologica. Essa tornerà a
ripete i finché si occuperà di filologia.
Tu tavia continuò imperterrito il suo lavoro su Teognide, il
cui fine ultimo era quello di pubblicare una nuova edizione del
poeta greco. La conclusione di questo libro venne impedita dalla
notizia che già due eruditi stavano lavorando a un’edizione cri-
tica di Teognide, e quindi Ritschl consigliò al giovane amico
di pubblicare i suoi risultati, che occuparono anche il semestre
estivo del 1866, nel « Rheinisches Museum fiir Philologie» da
lui diretto, col titolo Per la storia della silloge teognidea, il che
accadde nell’annata 1867.

Il lavoro su Teognide fece conoscere a Nietzsche la bizantina


Suda, lessico tardo-bizantino del secolo X d. C., che allora (e da
alcuni ancora oggi) veniva attribuito a un tal lessicografo Suida.
La sua seconda conferenza nell’Associazione, tenuta il 1° giugno
1866, verteva sulle fonti letterarie di questo autore, dove giun-
geva a una conclusione da lui definita un << paradoxon »: << Suida
è incontestabilmente la più importante fonte per l'età classica
della letteratura greca, sebbene la superi di un millennio e
mezzo » i‘.

Il Teognide era pronto per la pubblicazione nel « Rheinisches


Museum» nell’agosto del 1866. Ma Nietzsche non era molto
soddisfatto di questo suo primo lavoro, «Non ho mai scritto
tanto di malavoglia», scrive alla fine di agosto a Gersdorfi,
«alla fine ho dipanato l’argomento nella forma più semplice ».
Quando ricevette le bozze di stampa dalla tipografia, scrisse il

. * La Suda è detta da Albin Lesky 15': per noi l’ultimo serbatoio, per
più rispetti problematico ma indispensabile, dell'antica letteratura compila-
toria.

170 Parla I, Infanzia e giovinezza

10 ottobre a Mushacke: « Talvolta però mi preoccupano grave-


mente certe lacune, certi difetti, talune incertezze ». Il successo
non mitigò la sua autocritica, anzi la acuì, allora come sempre.
All'inizio del semestre invernale 1866-1867 Nietzsche entrò
anche a far parte della Societa: pbilologica, dove Ritschl, a dif-
ferenza della Associazione Filologica, che operava indipendente-
mente da lui, controllava completamente i suoi studenti, i quali
peraltro erano anche membri dell'Associazione.

Nell’agosto del 1866 Ritschl propose a Nietzsche di compi-


lare dietro lauto compenso un lessico eschileo in base allo stato
della filologia di allora, e precisamente per Wilhelm Dindorf,
collega di Ritschl. «Ho riflettuto che con questo lavoro posso
imparare molto, che posso acquistare una profonda conoscenza
di Eschilo [...] che ho l'occasione propizia, anzi la costrizione, di
preparare per un futuro corso di lezioni un’opera come, per
esempio, le Coe/ore. Dopo tutte queste riflessioni, ho accettato »,
scrive Nietzsche alla fine di agosto a Gersdorfi. Cominciò anche
ad elaborare alcuni fogli di stampa, soprattutto durante le va-
canze, ma poi, dato che la personalità di Dindorf era particolar-
mente antipatica a Nietzsche, non si fece più nulla di questo
lavoro, che, ridotto dopo una nuova conversazione con Dindorf
alle dimensioni di un semplice indice, sarebbe stato un’opera di
erudizione più che un autonomo lavoro filologico. Certo, in
quest'occasione Nietzsche si procurò una conoscenza particolar-
mente profonda di Eschilo, che ebbe grande importanza per la
sua successiva concezione della tragedia greca e soprattutto del
ruolo che in essa svolse Eschilo; e il progetto già allora accarez-
zato di una conferenza sulle Coefore venne da lui tradotto in
realtà più tardi a Basilea. L’idea di dedicarsi alla carriera uni-
versitaria era dunque già saldamente radicata in Nietzsche fin
dall’estate del 1866 *.

Antipatica quanto Dindorf, ma dal punto di vista psicolo-


gico incomparabilmente più interessante era la ‘invii îttìmîln
(= anima multiforme) del teologo e paleografo Tischendorf.
Questi lo indusse a uno studio più accurato delle antiche stampe
e manoscritti e addirittura alla decifrazione autonoma di palin-
sesti della Biblioteca di Lipsia.

. * Tuttavia ciò non è certissimo, stando almeno alle lettere scritte da


Nietzsche in questo torno di tempo [N.d.C.].

VII. I primi due armi di Lipsia (1865-67) 171

Nietzsche sperimentò la particolare benevolenza di Ritschl


ancora una volta nel novembre del 1866. Nelle sue ricerche
sulla Suda si era imbattuto anche nei dieci libri composti da
Diogene Laerzio 77, erudito vissuto dopo il 200 d.C., sulla vita
e la dottrina dei filosofi greci, una delle noftre fonti più impor-
tanti per la filosofia greca dalle leggende dei Sette Sapienti alle
scuole post-platoniche della Stoa, del Peripato e di Epicuro,
testi che in parte si trovano in un irreparabile disordine o pre-
sentano altri problemi, che lo attiravano particolarmente nel
quadro dei suoi lavori filologici. Del suo interesse per questo
autore aveva anche parlato più volte con Ritschl. Tanto più
gradevolmente venne sorpreso dal tema scelto dall'Università per
il suo prossimo concorso per una dissertazione: « De fontibus
Diogenis Laertii »; argomento che allora era pressoché inesplo-
rato e quanto mai importante: per quali tradizioni, tramite quali
interpretazioni erano pervenute al diligente compilatore Diogene
le dottrine dei filosofi vissuti mezzo millennio e anche più prima
di lui? Ritschl aveva quindi scelto il tema del concorso su mi-
sura per i lavori preliminari e i progetti di Nietzsche. Questi
si gettò subito a capofitto sul lavoro, soprattutto perché lo met-
teva in contatto con l’intero complesso della filosofia greca e
poteva quindi apparirgli una via per una meta più grande; infatti,
già il 20 febbraio 1867 scrive a Gersdorlf: « A distanza si pro-
fila un progetto per una storia critica della letteratura greca».

Ma il lavoro procedeva lentamente. Il 20 aprile 1867 si


lamenta con Hermann Mushacke; « L'ostacolo più frequente, al
quale prima non avevo mai badato, è il seguente: non ho asso-
lutamente uno stile tedesco, sebbene sia mio vivo desiderio pos-
sederne uno. Ora, poiché mi sono proposto di scrivere il mio
saggio su Laerzio in un primo tempo in tedesco e con ogni cura,
e poi di farne il compendio in latino, sono costretto a risolvere
questi problemi stilistici. Quando si è al liceo si scrive senza
stile alcuno, com’è noto. Da studenti non si ha mai l’0pp0rtu-
nità di esercitarsi: tutto ciò che si scrive sono lettere e pertanto
sfoghi individuali che non richiedono una forma artistica. Arriva
però il momento in cui ci rendiamo conto di essere una tabula
rara in fatto di bello stile: è appunto ciò che mi sta accadendo
ora e che mi costringe a procedere molto lentamente nel mio
lavoro ».

È ora desto in lui lo scrittore: «Ora mi cadono le bende

172 Parla I. In/anzia e giovinezza

dagli occhi: fin troppo ho vissuto in una specie di innocenza


stilistica. Dimperativo categorico ‘tu hai il dovere e la neces-
sità di scrivere ’ mi ha svegliato; mi sono messo a cercare quello
che non avevo mai cercato prima, tranne che al liceo: di scri-
vere bene e, improvvisamente, non sono stato più capace di
scrivere ».

Tutti i possibili precetti stilistici: quelli di Lessing, di Lich-


tenberg e naturalmente di Schopenhauer non fanno che confon-
derlo. Ma le stesse autorevoli fonti gli danno la consolante cer-
tezza che uno stile è possibile acquistarselo. « Non vorrei dav-
vero più scrivere in quel modo arido e legnoso, rigorosamente
aderente al filo logico, come ho fatto, per esempio, nel mio
saggio su Teognide, alla cui culla non si sono certo accostate le
Grazie [...]. Soprattutto il mio stile ha bisogno di venir mosso
da un po’ di brio e di vivacità: debbo imparare a Lsarlo com
una tastiera, non suonandovi soltanto pezzi imparati, ma impro
visandovi anche liberamente, il più liberamente possibile, senza
tuttavia perdere in bellezza e logicità » *.

Dunque ora la sua ambizione è quella di piantare nell’arid0


terreno della filologia i fiori dello stile giornalistico, i cui abba-
glianti artifici lo sedussero spesso anche in seguito, quando il
suo stile aveva già da parecchio acquistato quella lucidità e musi-
calità che sono tutte sue.

Per quanto grande fosse lo slancio con cui Nietzsche affrontò


inizialmente i problemi, Pelaborazione procedette assai lenta-
mente, e infine, ossessionato dalla scadenza del termine, dovette
impiegare anche le notti per poter terminare il suo manoscritto
all’ultima ora, il 31 luglio 1867. Vi prefisse il motto pindarico
che fu per lungo tempo anche il motto della sua vita e poi
anche quello dello Zarathustra: Yfivm’ (ilo; Énoi’ («Diventa quello
che sei ») ** e all’atto del cambio del rettore, nel 1867, ottenne
ìl premio contro un concorrente, con le più lusinghiere attesta-
zioni di lode da parte di Ritschl. Ma quanto a lui, l'opinione che
aveva del suo lavoro era un po’ diversa: « Caro amico, tant de
bruit pour une Omelette, vero? Ma siamo fatti così, ci prendiamo
gioco di un elogio simile e sappiamo anche troppo bene che

* A _Gersdorfi, 6 aprile 1867.


** Pindarol“, Pitica II, v. 73, ma il brano citato nella sua forma com-
pleta suona: yévut’ 0109 ètnrì ynffiîn‘ (diventa come sei per esperienza).

VII. I primi due anni di Lipxia (186567) 173

cosa significhi e che cosa nasconda, e tuttavia non riusciamo a


evitare una smorfia di autocompiacimento. In questo il nostro
vecchio Ritschl è un ruffiano: his laudibus splendidîssìmis Cerca
di trattenerci al laccio della signora filologia » (a Erwin Rohde,
1-3 febbraio 1868). Quando scrisse ueste righe all‘amico Rohde,
Nietzsche era già soldato a Naumbuflg; e quando lo studio venne
pubblicato nel « Rheinisches Museum », lo disgustò come a suo
tempo il Teognide. << Ah, come mi disgusta tutto questo lavoro!...
Tante cose sono addirittura errate, anzi spudoratamente abboz-
zate, e il_ tutto poi è espresso con un linguaggio infantile»
(8 ottobre 1868 a Erwin Rohde).

Sapeva che con la filologia non poteva diventare quel che era.
Ma essa gli fece trovare ciò di cui aveva bisogno. « Cos‘è per
noi Diogene Laerzio? Non c’è chi sprecherebbe una sola parola
sulla meschina fisionomia di questo scrittore se non fosse per
caso il balordo guardiano che custodisce dei tesori senza cono-
scerne il valore. È il guardiano notturno della storia della filo-
sofia greca, non si può penetrare in essa senza ottenere da lui
la chiave » ‘i

L0 studio delle fonti della filosofia antica formò l’oggetto


anche della terza conferenza di Nietzsche alla Associazione Filo-
logica nel gennaio del 1867 z, sui Hîvfluvc, i cataloghi tramandati
degli scritti di Aristotele, collegandosi al libro su Aristotele di
Valentin Rose, un libro che malgrado la sua forma ostica gli
suggerì vari spunti di natura filologica, tra l’altro per vasti studi
su Democrito, che in quel tempo, e ancor di più in seguito, si
dimostrarono fecondi per la sua filosofia. Dal libro di Rose egli
trasse anche il motto « sibi quisque scribit », che in seguito usò
spesso, nella forma « mihi ipsi scripsi », a mo’ di emblema pre-
messo ai suoi pensieri.

Nella primavera e nell’estate del 1867 Pinteresse filologico


di Nietzsche si era rivolto a un altro campo del tutto partico-
lare, la questione omerica. Per qualche tempo essa lo tenne occu-
pato a tal punto che ne venne notevolmente ritardata la conclu-
sione della dissertazione su Diogene Laerzio. Egli si accostò a
questo studio con cautela e non affrontò immediatamente il pro-
blema della personalità di Omero, bensì cominciò studiando la

* In ulteriori appunti e riflessioni sulle fonti di Diogene Laerzio, del»


Pinvemo 1868/691.

174 Parte I. 1):/anzi}: e giovinezza

cronologia dei poeti epici più antichi, e qui lo intercssarono,


oltre a Omero e a Esiodo, anche Orfeo e Musco come « rappre-
sentanti di una nuova corrente, di quella per così dire pessimi-
stica nella grecità » (Mette). Del resto anche Gersdorlf gli aveva
già segnalato questa corrente in una lettera del 31 marzo 1866,
sotto l’influsso dei comuni studi schopenhaueriani“: «Se hai
finito il tuo Teognide, incomincia, ti prego, a scrivere sul pessi-
mismo nell‘antichità; ha un’aria diversa dalla nostalgica anticipa-
zione di Cristo dei filosofi e poeti della Grecia e di Roma ».
Grazie a queste impressioni Nietzsche acquistò già alcune delle
idee che più tardi trovarono la loro grandiosa espressione nella
Nascita della tragedia dallo rpiri/o della musica.

Gli studi omerici diedero un risultato provvisorio nell’ultima


conferenza di Nietzsche alla Associazione Filologica nel luglio
1867, .S'ull'agane degli aedi nelFEubea. In essa studiava uno
scritto dell’epoca dell'imperatore Adriano sulla presunta gara tra
Omero ed Esiodo, in cui egli scopre una tradizione pre-peripa-
tetica. Nietzsche giunge al risultato che Omero è ilfiarimo poeta
d’arte dei Greci, il creatore dell’epos artistico, che era stato
preceduto dal canto eroico e da quello popolare. E ancora:
«Omero ed Esiodo come cantori di inni e insieme Esiodo
come poeta degli “Eow sarebbero dunque attestati; e precisamente
come contemporanei»? Ancor più notevole in questa confe-
renza è il fatto che Nietzsche contesta con passione l’idea che
Vagone tra Omero ed Esiodo sia un semplice simbolo di due
diverse correnti artistiche. Egli ravvisa piuttosto ncllîìvtîrv, nella
gara, un tratto fondamentale dei Greci. In contrasto con la
concezione dominante, giunge alla conclusione «che lo sfondo
storico dell’<ì‘i'<îlv è bene attestato, ma lììwilv stesso è un elemento
operante fin dai tempi più antichi della storiografia greca» 2.
Nellìzgòn, nella gara, Nietzsche ravvisava fin da allora uno dei
tratti decisivi di quel quadro della civiltà greca che aveva deli-
neato e che risultò così determinante per la sua visione del
mondo. Sul metodo di lavoro da lui impiegato in questi intensi
studi filologici Nietzsche scrive il 4 aprile 1867 a Deussen:
«Raccogliere il materiale da elaborare è un lavoro simpatico,
sebbene abbia spesso qualcosa di artigianale. Ma è Faspettativa
del miracolo che si svelerà alla fine, che ci sostiene. Il lavoro
di stesura è il più uggioso ed è qui che mi scappa spesso la
pazienza». Ma nel suo lavoro egli scopre un senso ancor più
VII. I primi due anni di Lipria (1865-67) 175

profondo e universale: « Ogni lavoro un po’ più importante [...]


influisce sulla sfera etica. Lo sforzo di esporre in sintesi e in
modo armonico un certo argomento, agisce come una pietra che
cade nella nostra vita spirituale: dal primo cerchio ristretto se
ne formano altri più ampi». E manifesta anche quanto gli stia
a cuore una costruzione armonica: « Giudicherai ridicolo lo zelo
che metto nel macinar colîri e, in generale, nello sforzarmi a
scrivc1'e in uno stile passi ile. Dopo essermi tanto trascurato,
lo trovo però necessario. Inoltre evito con la massima cura di
cadere nello sfoggio di erudizione, che sia superfluo. Anche que-
sto però richiede non poco dominio di sé. Si tratta infatti di
tagliare via proprio qualche superflua»: che magari ti piace mol-
tissimo. Una rigorosa presentazione delle prove, esposte in modo
facile e piacevole, evitando possibilmente tutta quella serietà
opprimente e quello sfoggio pedantesco di citazioni così a buon
mercato: è a questo che aspiro. La cosa più difficile, sempre,
è riuscire a vedere come si collegano tra loro i punti fondamen-
tali, trovare cioè la pianta della costruzione. Questo è un lavoro
che, a pensarci a letto o nelle passeggiate [!], sembra sempre
più facile che a tavolino». Quel che gli interessa dunque non
è soltanto raccogliere nozioni, ma un’attività produttiva: «La
cosa che mi piacerebbe di più sarebbe scoprire un nuovo punto
di vista, e più d’uno, e raccogliere materiale in funzione di que-
sti. Il mio stomaco cerebrale si irrita per ogni sovraccarico. Leg-
gere molto ottunde la mente in maniera terribile. La maggior
parte dei nostri dotti sarebbero più validi come studiosi, se non
fossero troppo dotti. Non fare pasti troppo sostanziosi». Ancor
più chiaramente rivela il suo fine in una lettera a Gersdoriî del
6 aprile 1867: « Non vorremo negare, infatti, che alla maggior
parte dei filologi manca quella esaltante visione complessiva del-
Pantichità, poiché essi si pongono troppo vicino al quadro e
indagano su una macchiolina d'olio, invece di ammirare i tratti
grandiosi e audaci dell'intero dipinto e, cosa ancor più impor-
tante, di goderne [...] il nostro modo di studiare è spaventoso.
I cento volumi, qui sul tavolo davanti a me, sono altrettante
tenaglie roventi che inceneriscono la sostanza del pensiero auto-
nomo ». Egli si inalbera contro « quelle inevitabili forme di ma-
lattia, generate sia dall’eccesso di lavoro intellettuale, sia dall’esa-
gerato prevalere dell’attività fisica, che sono proprie le prime
dello studioso, le seconde del Villano, con la sola differenza che

176 Parte I. Infanzia e giovinezza

nell’uno queste malattie si manifestano in modo diverso che nel-


l’altro. I Greci non erano degli eruditi, però non erano nem-
meno dei ginnasti senza spirito. Non possiamo dunque sottrarci
alla scelta tra l’una o l’altra cosa? Si è forse prodotta anche qui,
attraverso il ‘cristianesimo’, una spaccatura nella natura umana,
che il popolo dell’armonia non conosceva’ E non dovrebbe
provar vergogna ogni erudito, di fronte all'immagine di un
Sofocle che, pur cosi elegante nella danza e nel gioco della palla,
mise in mostra purtuttavia certe eccellenze spirituali? ».

Nel campo più propriamente filosofico Nietzsche non fu pro-


duttivo in questi primi due anni di Lipsia. Si sprofondò, come
abbiamo già veduto, in Schopenhauer, e oltre a ciò si sforzò di
acquisire nozioni generali di storia della filosofia. Ma qui non
percorse la via più ovvia, quella di ascoltare le lezioni della sua
Università: la violenza con cui Schopenhauer si era scagliato
contro i filosofi cattedratici e la conoscenza personale di Schaar-
schmidt fatta a Bonn, dove Nietzsche e Deussen, come questi rife-
risce, si erano guardati stupiti: « E questo sarebbe un filosofo? »,
gli avevano reso indubbiamente odiosi i docenti ufficiali di filo-
sofia, e perciò si limitò ai libri.

I suoi punti di partenza erano stati in origine: il confronto


con la teologia e Pilluminazione dell’essenza dell’arte, soprattutto
della musica.

Giacché all’epoca di Bonn, nella Pasqua del 1865, aveva


letto con la sorella David Friedrich Strauss e ne aveva discusso;
parallelamente aveva già letto Eduard Hanslick, il musicologo
viennese accanito avversario di Wagner. Nel periodo tra Bonn
e Lipsia ebbe un passeggero contatto con Hegel, che in seguito
venne totalmente soppiantato da Schopenhauer; continuò a leg-
gere Emerson. Nell'agosto del 1866 fece una nuova, importante
scoperta: Friedrich Albert Lange, la Storia del materialismo m,
grazie alla quale Democrito acquistò per lui una particolare
attualità. E viene così decisa la vocazione della sua vita. Gli
studi su Diogene Laerzio a partire dallbttobre 1866 lo spingono
tutto verso la tematica filosofica. Uestensione delle letture a
Kant e a Diihring avviene solo durante il periodo del servizio
militare, nell'inverno 1867-68.

Verso il cristianesimo egli acquistò in questo periodo un


atteggiamento di distacco freddo e tollerante, appunto sotto
l'influsso di Schopenhauer, ma anche per riguardo all’amic0

VII. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 177

Deussen, che come persona stimava moltissimo, tanto che, pur


ritenendo che coi suoi studi di teologia a Gottinga egli avesse
intrapreso una via sbagliata, non se n’era avuto a male. Ma
anche con Gersdorif discute queste questioni per lettera, ad
esempio il 7 aprile 1866, quando racconta: « Ho ascoltato oggi
una predica brillante di Wenkel sul cristianesimo, ‘la fede che
ha trionfato sul mondo’, insopportabilmente arrogante verso
tutti i popoli che non sono cristiani, e tuttavia molto scaltra.
A ogni momento infatti egli sostituiva alla parola cristianesimo
qualche cosa di diverso, che aveva sempre un senso calzante
anche per il nostro punto di vista. Se alla frase ‘ il cristiane-
simo ha trionfato sul mondo’ sostituiamo l’altra: ‘il sentimento
del peccato, in breve un’esigenza metafisica, ha trionfato sul
mondo’, questa non ha per noi alcunché di urtante; si tratta
soltanto di essere coerenti e di dire: ‘i veri indiani sono cri-
stiani ', o anche: ‘i veri cristiani sono indiani’ ». Più tardi que-
sta concezione venne costantemente propugnata dall’amico Deus-
sen, che allora fu quello che più a lungo si chiuse a Schopen-
hauer, per diventarne poi il profeta per tutta la vita. Per Deussen
le dottrine di Platone, di Cristo e delle Upanisad avevano lo
stesso contenuto ultimo, che avrebbe trovato la sua forma defi-
nitiva in Kant e in Schopenhauer. Ma Nietzsche così continua:
« Nella sostanza tuttavia la sostituzione di questi termini e con-
cetti, che sono fissati una volta per tutte, non si può dire pro-
priamente onesta; infatti nei poveri di spirito si crea una pro-
fonda confusione. Se cristianesimo significa ‘fede in un evento
storico o in un personaggio storico ', allora non ho nulla a che
fare con questo cristianesimo. Ma se esso significa semplicemente
necessità di redenzione, io sono pronto ad apprezzarlo al mas-
simo grado».

Fin dal principio ciò che attirava Nietzscheverso Schopen-


hauer non era il suo sistema dogmatico, bensì, come già detto,
la sua personalità etica. Della sua dottrina non assimilò inizial-
mente altro che il pessimismo, ma subito lo attivò con logica
necessità per se stesso. Già in una lettera dell’11 luglio 1866
a Hermann Mushacke si legge: «Da quando Schopenhauer ci
ha tolto dagli occhi le bende dell’ottimismo, lo sguardo si è
fatto più acuto. La vita è più interessante, sebbene più brutta ».
Nietzsche psicologo venne afirancato da Schopenhauer. La nega-
zione della volontà come esigenza etica da parte di Schopenhauer

178 Parte I. Infanzia e giovinezza

era proprio ciò che attirava il giovane Nietzsche, scosso da im-


pennate della volontà che erano bensì potenti, ma ancora incon-
sapevoli della loro meta. Nello stesso tempo, quando, come
abbiamo visto, durante una passeggiata sul Leusch riconobbe nel
temporale la volontà pura, non distorta da alcuna etica, da
alcun turbamento intellettuale, si esercitò nelle'« ore di quella
tranquilla contemplazione in cui, divisi tra gioia e tristezza,
dominiamo dall’alto la nostra vita, a somiglianza di quei bei
giorni d’estate, che dolcemente si allargano fino oltre le colline,
come Emerson descrive così squisitamente: la natura allora si
fa perfetta, come egli dice, e noi? Noi allora siamo liberi dal
magico potere di una volontà sempre desta, allora siamo puxa-
mente occhi, occhi per contemplare, senza interesse» (a Gers-
dorff, 7 aprile 1866). E l’opera di Schopenhauer gli induceva
«quello stato d'animo melanconico eppure felice che ci coglie
anche all'ascolto di musica sublime». Sì, è questo il vero, il
primo effetto di Schopenhauer su Nietzsche: la musica che leni-
sce ogni affanno, uno stato d’animo, una consolazione. Questo
effetto consolatorio era per lui così determinante che il 16 gen-
naio 1867 scrisse a Gersdorff, il cui fratello era morto per una
ferita di guerra, che se Schopenhauer non avesse indotto questo
stato d'animo nell’amico colpito dal lutto, anche lui non avrebbe
più voluto avere a che fare con quella filosofia. E fu felice quando
Gersdorff gli confermò che anche a lui Schopenhauer offriva
questo conforto. Nei primi due anni l'esperienza Schopenhauer
rimase una gioia incontaminata, e soltanto a partire dall'autunno
del 1867 egli prese ad esaminare con critica consapevolezza
questa gioia, il suo motivo e il suo significato, cominciando in
tal modo, come vedremo, a liberarsi di quell’esperienza.

A ciò contribuì non poco un libro che per l’evoluzione del


pensiero filosofico di Nietzsche ebbe unîmportanza pari, se non
maggiore, a quella avuta da Schopenhauer un anno prima, anche
se quest'ultimo esercitò un influsso incomparabilmente più grande
come forza liberatrice. Si tratta della Storia del materialirnzo di
Friedrich Albert Lange, che Nietzsche conobbe nell’estate del
1866, appena pubblicata.

Uimpressione prodottagli da questo libro fu così grande che


nel novembre del 1866, in un’appendice a una lunghissima let-
tera a Hermann Mushacke, scriveva: « L‘opera filosofica più im-
portante che sia apparsa negli ultimi decenni è senza dubbio la

VII. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 179

Storia del materialismo di Lange, della quale potrei scrivere un


elogio di pagine e pagine. Kant, Schopenhauer e questo libro —
tanto mi basta».

L‘opera di Lange "9 è ancora oggi tra i migliori libri di storia


della filosofia. Lange non era uno del mestiere, un filosofo cat-
tedratico. Figlio di un teologo, nato nel 1828, soltanto nel 1870
diventò professore di filosofia a Zurigo, e nel 1872 a Marburg,
dove morì nel 1875. All’epoca della composizione della sua opera
era insegnante di liceo e scrittore della sinistra borghese, appar-
tenente a quei democratici tedeschi a torto dimenticati i quali,
come Johann Jacoby ed altri, riconobbero i mutamenti sociali
dell’epoca e misero in maniera non dogmatica il loro spirito indi-
pendente e le loro vaste conoscenze, unite a una viva coscienza
sociale, al servizio di finalità sociopolitiche che spesso li porta-
rono a stretto contatto col nascente movimento operaio, finché
la sua dirigenza socialdemocratico-marxista non ne soppiantò le
attività.

Lange prendeva le mosse da un kantismo assai libero, e rap-


presentava non soltanto il mondo concettuale degli antichi e
nuovi pensatori con una scepsi meditata e scevra di ogni dogma-
tismo, bensì anche i problemi della vita moderna quali erano
sorti col darwinismo, col capitalismo, col «liberalismo superfi-
ciale ». Tutta la sua trattazione è sorretta da un’alta serietà mo-
rale, che dovette piacere molto a Nietzsche, ad esempio quando
Lange respinge indignato la tesi che «possa esserci un certo
ambito della vita per l'agire secondo gli interessi e un altro per
l'esercizio della virtù».

Ciò che Nietzsche derivò dall’opera di Lange è assai più di


un semplice orientamento sulla storia della filosofia e sulle « con-
cettualità tradizionali», come ritiene Jaspersm’. Egli vi scoprì
anche un pensatore privo di pregiudizi e onesto, il cui realismo
positivistico corrispondeva a parecchi suoi istinti e le cui espo-
sizioni imparziali gli offrivano gran copia di spunti e di con-
ferme. Qui inoltre le questioni contemporanee venivano inserite
in un grande contesto spirituale, e ciò conferiva all’esposizione
di Lange quella vivacità e attualità tanto desiderate dal giovane
Nietzsche, col suo sistema nervoso e il suo spirito così sensibili
a tutti i problemi del presente. Qui egli trovò la prima volta
nozioni più precise sul darwinismo e sulle correnti economiche
e politiche dell‘epoca, non meno che un impulso per i suoi studi

180 Parte I. In/anzia e giovinezza

su Democrito, che era un particolare beniamino di Lange. È


probabile anche che qui acquistasse la prima volta unîdea del-
l'opera di Kant, che poi completò con la lettura del libro su
Kant in due volumi di Kuno Fischer e con lo studio della Cri-
tica del giudizio (estetica!) alla fine del 1867 c nel gennaio del
1868. Qui conobbe anche i positivisti inglesi, che ebbero per
lui una grande importanza durante il suo cosiddetto periodo
positivistico. Non fu Rée il primo, come spesso si è creduto,
a trasmettergliene la conoscenza, bensì Lange.

Ma in Lange trovò anche decisive conferme di uno dei suoi


fondamentali istinti filosofici: Lange traccia una netta, fonda-
mentale linea di demarcazione tra lmconoscenza sperimentale in
quanto verità scientifica e ogni sorta di metafisica come fanta-
sticheria concettuale, e rifiuta ogni equiparazione di essere e pen-
siero quale è tentata da Platone e da Hegel. Quesfiatteggiamento
gnoseologico di Lange rafîorzò un’intima convinzione che era già
di Nietzsche giovane, ossia che tra Yinfinità della vita c la sua
realtà concreta da una parte e la limitatezza dellîntelletto dal-
l'altra sussiste una discrepanza incolmabile, che la vita e il mondo
sono per loro essenza alogici e si sottraggono di necessità a ogni
tentativo di afîerrarli e di dominarli col puro intelletto. L’inter-
pretazione del reale come semplice alogicità e irrazionalità lo
aveva colpito già in Schopenhauer come una rivelazione. Nel-
Yatmosfera più fredda di Lange la trovò confermata.

Così, egli trasse dalla prima lettura di Lange la seguente


conclusione, in una lettera a Gersdorfi della fine dell’agosto 1866:
« 1) Il mondo dei sensi è il prodotto della nostra organiz-
zazione.

2) I nostri organi visibili (corporei), così come tutte le altre


parti del mondo dell’apparenza, sono soltanto immagini di un
oggetto sconosciuto.

3) La nostra organizzazione vera e propria rimane quindi


per noi sconosciuta, così come gli oggetti reali al di fuori di
noi. Noi abbiamo davanti, sempre e unicamente, il prodotto di
entrambi.

Dunque non soltanto la vera essenza delle cose, la cosa in


se’, ci è sconosciuta, bensì anche il concetto di questa è né più
né meno che l’ultimo prodotto di un principio opposto — con-
dizionato dalla nostra organizzazione — del quale non sappiamo

VII. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 181

se abbia un qualche significato al di fuori della nostra esperienza.


Di conseguenza, pensa Lange, si lascino liberi i filosofi, pre-
messo che questi d’ora innanzi ci elevino. L’arte è libera, anche
nella sfera dei concetti. Chi vorrebbe confutare una frase di
Beethoven, e chi vorrebbe rimproverare qualche errore nella
madonna di Raffaello?

Come vedi, persino attenendoci a questo rigidissimo prin-


cipio critico ci rimane sempre il nostro Schopenhauer, anzi egli
diventa per noi quasi qualcosa di più».

Qui troviamo dunque il primo incontro con la « cosa in sé »


di Kant, che d'ora in poi occuperà intensamente le riflessioni
gnoseologiche di Nietzsche e che nel pensatore maturo produrrà
soluzioni che ancora oggi non sono state appieno valutate. Ma
qui si dimostra anche quanta poca importanza abbia per lui
Pelemento concettuale in filosofia. L’esperienza Schopenhauer non
è per lui di natura intellettuale e concettuale, bensì Pesperienza
di una totalità, di un’opera d’arte davanti alla quale ogni con-
cettualità è irrilevante. Così può anche perdersi tutto in questa
esperienza, finché il suo senso vitale non coinciderà più con
quello di Schopenhauer.

Nietzsche continuò a immergersi sempre più profondamente


nel libro di Lange. Il 16 febbraio 1868 scriveva di nuovo a
Gersdorfi: «Se hai voglia di documentarti a fondo sul movi-
mento materialista dei giorni nostri, sulle scienze naturali e le
loro teorie darwiniane, i loro sistemi cosmici, la loro‘ camera
obscum animata ecc., ma anche sul materialismo etico, sulla
teoria di Manchester ecc., non ho nulla di più insigne da con-
sigliatti se non la Storia del materialismo di Friedrich Albert
Lange (Iserlohn 1868): è un libro che dà infinitamente di più
di quanto prometta nel titolo e che non ci si stanca di riguar-
dare e di consultare, come un vero tesoro. Dato l'indirizzo dei
tuoi studi, non saprei nominarne uno più adatto. Mi sono fer-
mamente proposto di fare la conoscenza di quest’uomo e, in
segno della mia gratitudine, voglio inviargli il mio saggio su
Democrito ».

Ma questo proposito non approdò a nulla, e nemmeno l’invio


del saggio; quando per due anni (1870-72) i due uomini furono
così vicini — Nietzsche a Basilea, Lange a Zurigo — non si
ebbe un contatto personale. Ma ancora nel 1887 Nietzsche si
182 Par/e I. In/anzia e giovinezza

procurò la nuova edizione del libro e la rilesse tutta, trovando


però — proprio al vertice del suo immoralismo -— il pensiero
di Lange troppo moralistico-religioso‘.

Ad onta della vastità e intensità di questi studi, negli anni


di Lipsia fu tutt’altro che un topo di biblioteca e uno studioso
solitario. Al contrario: in nessun altro periodo della sua vita,
nemmeno nei primi anni di Basilea, egli si mostrò così aperto
a tutte le correnti e gli avvenimenti del giorno, alla politica e
all’arte, né fu così socievole, né frequentò cerchie tanto vaste.

Una testimonianza particolare di serena e briosa giovialità è


una composizione musicale, Giorni di sole dìzutzumom, su una
poesia di Emanuel Geibel, per quartetto di voci miste con accom-
pagnamento di pianoforte. Una annotazione d'archivio reca in
proposito: « Musicato da Friedrich Nietzsche il secondo giorno
di Pasqua del 1867 (22 aprile) in casa di sua cugina Mathilde
Schorn nata Nietzsche, a Weimar». Di questa cugina non ab-
biamo altre notizie, né troviamo menzionata altrove una sua gita
a Weimar durante le vacanze semestrali trascorse nell’aprile a
Naumburg. Il pezzo, col suo semplice, facile romanticismo, è
composto direttamente per il canto a prima vista, per una com-
pagnia allegra se non proprio sfrenata.

Ora visse una vera. libera vita da studente come gli dettava
il cuore. Come negli anni di scuola, e anche in seguito, conti-
nuava ad alzarsi molto presto, lavorava tutto il mattino per lo
più per conto suo, pranzava a mezzogiorno con amici e compagni
da Mahn nei pressi deIFAltes Theater, e in seguito andava con
loro al caffè Kintschy, dove leggeva i giornali e discuteva, per
andare poi alle lezioni o in biblioteca. Le serate che non dedi-
cava al teatro e ai concerti — dove si recava spesso — le tra—
scorreva sovente nella taverna di Simmer, sempre discutendo;
allora non disdegnava nemmeno il vino, senza prenderlo troppo
sul serio; soltanto il fumo gli ripugnava, sicché preferiva a tutti
gli altri locali il caiîè Kintschy, dove era proibito fumare.

Forse questa avversione per il fumo era motivata anche da


una proibizione dei medici. Sembra infatti accertato che in que-
st‘epoca a Lipsia egli si sottoponesse a cure mediche per una
infezione sifilitica. Non è chiaro se questa infezione venisse da
Iui contratta in questa città o già l’anno prima a Bonn. A lui
stesso è certamente da attribuire l'indicazione nella cartella cli-
nica di Iena del gennaio 1889 m: 1866 infezione sifilitica. Benda ‘s

VII. I primi due armi di Lipria (1865-67) 183

si riferisce alla lettera del 4 agosto 1863 a Gersdorfi, da noi già


citata, e nei sintomi colà menzionati, «violento reumatismo che
serpeggia dalle braccia fino al collo, di qui nelle guance e nei denti
[...] dolorosissime fitte alla testa [...] molto fiaccato da questi
dolori continui e assolutamente apatico [...] », vuole ravvisare
i sintomi di una meningite luetica precoce, di un'infiammazione
acuta, non purulenta delle meningi. Con lui concorda Lange-
Eichbaum 15°. Tuttavia questi afferma poco prima — contraddi-
cendo quanto detto sopra —: « Un noto neurologo berlinese mi
ha comunicato che Nietzsche da studente si infetti) di lue in un
bordello di Lipsia, e che due medici di Lipsia lo avevano sotto-
posto a trattamento antisifilitico. I nomi di questi medici erano
noti. Anche Mobius, che viveva a Lipsia, possedeva lettere di
questi medici. Queste lettere però vennero in seguito distrutte.
Inoltre, un ben noto esperto di patologia scrisse nel 1930 alla
‘ Deutsche Medizinische Wochenschrift’ di aver avuto la con-
ferma dal fratello di Mòbius e dal figlio di uno dei due medici ».

Anche se dunque il momento preciso dell'infezione resta in-


determinato, tuttavia non possiamo dubitare della testimonianza
di uno psichiatra così serio come Lange-Eichbaum. Che la susse-
guente paralisi di Nietzsche possa risalire soltanto a una sifilide,
è da ritenersi sicuro allo stato attuale degli studi di medicina,
come pure, sulla base di questa comunicazione di Lange-Eich-
baum, il fatto che Nietzsche venne curato a Lipsia della sifilide.
Ma è ovvio ritenere che i medici curanti non informassero Nietz-
sche del carattere maligno della sua malattia e delle sue conse-
guenze future; altrimenti non si spiegherebbe il fatto che fino
al 1889 egli non ne faccia parola, a meno che nell'Archivio
Nietzsche ogni traccia non sia stata cancellata e distrutta o che
un giorno non debba venire alla luce.

Questa cura a Lipsia non dovette scuoterlo troppo. Egli l'avrà


considerata e accettata, così come spesso accadeva data l'ipocrisia
borghese e l'insufficienza delle conoscenze mediche, come un
episodio privo d'importanza e senza ulteriori conseguenze, dato
specialmente che nel periodo immediatamente successivo non
ebbe a soffrire seri disturbi fisici o mentali, peraltro con una
sola eccezione, sulla quale ritorneremo.

La vita di società di Nietzsche si svolgeva soprattutto in casa


di Ritschl, dove Yintelligente signora Ritschl apprezzava parti-
colarmente quello studente tanto dotato e dai molteplici interessi.

184 Parte I. Infanzia e giovinezza

Qui e grazie al contatto personale con altri luminari della facoltà


come Dindorf e Tischendorf, e soprattutto alla schiettezza di
Ritschl, egli riuscì a guardare dietro le quinte della vita univer-
sitaria e a vedere gli aspetti umani, troppo umani dell'Olimpo
accademico, uno sguardo che contribuì non poco a togliergli molte
illusioni sul tipo dell’erudito tedesco, dato soprattutto che sotto
l’influsso di Schopenhauer il suo occhio andava facendosi sempre
più acuto. Ma del tutto imperturbata rimase la sua venerazione
per Ritschl, anche se aveva scoperto già molto presto che cosa
nella concezione fondamentale della sua professione lo distin-
guesse dal puro filologo Ritschl, avverso a ogni commistione filo-
sofica. Ancora il 4 aprile 1867 scrive a Deussen: «Non puoi
credere come mi sento strettamente legato a Ritschl, a tal punto
che non posso né voglio staccarmene. Per di più ho sempre il
triste presentimento che non gli sia concesso di vivere ancora
molto [...]. Non puoi immaginare in che misura quest'uomo
pensi, provveda e lavori per ognuno che gli è caro; come sappia
esaudire i miei desideri che spesso io non oso neppure manife-
stare; e come, d'altra parte, il suo modo di fare sia scevro di
quell’alterigia codina e di quel riserbo circospetto proprio di
tanti dotti [...]. È l'unica persona da cui mi piaccia venir criticato:
tutti i suoi giudizi infatti sono così sani e incisivi, e così rispet-
tosi della verità, che egli rappresenta per me una sorta di co-
scienza scientifica». Ancora per anni doveva durare questa ve-
nerazione personale, anche quando l'itinerario spirituale di Nietz-
sche prese a divergere da quello di Ritschl.

La Cerchia di amici di Nietzsche si era limitata in principio


ai soli Gersdorff e Mushacke, finché nel luglio del 1866 Gersdorff
non dovette partire per la guerra. Essi furono « i primi sui quali
diressi ora tutta la corrente di una batteria schopenhaueriana,
giacché potei giudicare che erano sensibili a idee del genere. Tutti
e tre ci sentimmo da allora entusiasticamente legati dal Sortilegio
di quell‘unico nome. Cercammo anche attivamente altre nature
da attirare nella stessa rete. Tra costoro è da ricordare un certo
Romundt, proveniente da Stade nello Hannover. Sulle prime re-
spingeva la gente con la sua voce sgradevolmente acuta, e lo stesso
effetto fece anche a me, finché non mi abituai a superare que-
st’impressione auditiva esteriore. La sua condizione era infelice.
Aveva natura assai dotata che però non fissava alle sue aspira-
zioni un traguardo ben definito. In lui erano disperatamente

VII. I primi due anni di Lipria (1865-67) 185

mescolati i tratti di studioso, poeta e filosofo, sicché si arrovel-


lava in una perpetua insoddisfazione. Che anche i suoi occhi
venissero stregati dal nome di Schopenhauer va da se’ »‘.

L'amicizia con Heinrich Romundt durò per parecchi anni, non


ultimo perché Romundt vide fin dal principio in Nietzsche un
uomo a lui superiore e pienamente sicuro di se’, mentre Nietzsche
ebbe sempre a soffrire e ad irritarsi per l'indecisione e la vaghezza
spirituale di Romundt.

Del suo ultimo compagno di scuola, Deussen, Nietzsche aveva


sperato che lo avrebbe ben presto seguito a Lipsia. Invece Deus-
sen si fece indurre dalla madre, una donna energica e dalle forti
convinzioni religiose, a seguire gli studi di teologia a Tubinga,
sebbene tutte le sue inclinazioni lo portassero alla filologia. Nietz-
sche tentò con parecchi validi motivi di dissuaderlo dalla sua
decisione, giacché credeva di veder chiaramente che il vero ta-
lento di Deussen rientrava nel campo della filologia e in special
modo della linguistica comparata. E quanto Nietzsche avesse ra-
gione, lo dimostrò in seguito Deussen con la sua carriera di
sanscritista. « Non è davvero cosa di poco conto — gli scriveva
Nietzsche nel settembre del 1866 — il fatto che, all'età di ven-
t’anni, non si abbiano le idee chiare a proposito della propria
professione. Noi uomini abbiamo solo pochi anni veramente pro-
duttivi, e questi ci sfuggono inevitabilmente insieme a quell'età.
Le idee originali, che la nostra vita successiva ha il compito di
attuare, di dimostrare e convalidare con esempi ed esperienze,
vengono generate in quegli anni; tuttavia, poiché la nostra pro-
fessione ci accompagna lungo tutta la nostra esistenza, è neces-
sario che le nostre idee e le nostre conoscenze vengano trovate
nel 5110 ambito ». E nella scelta di questa professione non doveva
lasciarsi influenzare da nessuno.

In simili lettere Deussen avvertiva soltanto il pedagogo, come


scrive egli stesso. Per quanto timore avesse della superiorità di
Nietzsche, non riusciva però a liberarsene. Così si limitava a
scrivergli tante lettere prolisse e tortuose, che prendevano forma,
e anche questa è una sua confessione, solo dopo numerosi ab-
bozzi, ma si guardò bene dal seguire Nietzsche a Lipsia, anche
quando ebbe abbandonato gli studi di teologia. Dal canto suo,
Nietzsche mal sopportava la mancanza di vivacità e di slancio
spirituale del compagno di gioventù, e rispondeva soltanto con i
suoi atteggiamenti da precettore. Solo quando «papà» Deussen

186 Parla 1. Infanzia e giovinezza

— così lo chiamavano già i suoi compagni di Pforta, col nome


che gli davamo anche noi, suoi allievi, ancora 50 anni più tardi —
ebbe gradualmente trovata la sua vera vocazione di studioso,
tornò a riaccendersi Paffctto di Nietzsche per lui. Degli altri
coetanei frequentati da Nietzsche durante gli anni di Lipsia, non
rimasero tracce durature nella sua vita, eccezion fatta per Rohde,
sul quale torneremo. Per un certo periodo venne ad abitare nei
pressi della casa di Nietzsche il fratello di suo zio Moritz Schen-
kel, Rudolf Schenkel, che studiava diritto. I cugini, così si chia-
mavano, si incontrarono spesso, ma Nietzsche non aveva una
grande stima di Schenkel. Quando anche con lui si mise a far pro-
paganda schopenhaueriana, dovette rendersi conto che sarebbe
valso a poco; «infatti — scriveva alla madre il 31 gennaio
1866 — per un Sassone autentico è sempre valido il motto pri-
mum vivere, deinde pbiloropbari, ‘prima vivere e poi filoso-
fare ' >>.

All'Associazione Filologica e la sera al caffè si trovava vo-


lentieri con Windisch, che più tardi si fece un nome come orien-
talista, con Roscher, figlio del noto economista politico, con
Rudolf Kleinpaul e alcuni altri, che alla fine di questo periodo
egli ritrae con psicologia alquanto caustica, che tradisce il gusto
della rappresentazione artistica. Così, a proposito di Gottfried
Kinkel, figlio del poeta rivoluzionario del 1848, leggiamo:
«Debbo dire qualche cosa di questo singolare originale: un
ometto piccolo e gracile con un viso da vecchio, senza barba.
Ma possedeva una scioltezza di movimenti che faceva pensare a
un’assidua frequentazione delle donne, e una britannica indiffe-
renza e apatia per le cose che non voleva notare. Ma ciò che più
d'ogni altra cosa faceva stupire era che, sebbene vivesse in mo-
deste circostanze, e anche come filologo non si occupasse che di
studi semimeccanici, tuttavia vedeva ogni cosa intorno a sé con
la lente dîngrandimento, specialmente i suoi amici. Quando pren-
deva a descrivere uno di noi, ridevamo al vederci trasformati in
esseri iperbolici [...]. È probabile che egli si scaldasse placida-
mente ai raggi dei soli di sua stessa creazione. Ci invitavamo
spesso a vicenda, facevamo musica insieme e ci perdevamo in
discussioni circa i fini della filologia. Lui, che aveva sempre da-
vanti agli occhi i princìpi politici di suo padre, lui che a volte
teneva conferenze ad associazioni operaie, voleva a ogni costo
che nello sfondo ci fossero sempre i fini politici, mentre io pro-

VU. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 187

pugnavo secondo la mia natura la disinteressata dignità della


scienza. Una volta cambiò opinione d'improvviso, si alzò, mi
afferrò la destra e giurò di vivere da allora in poi secondo i miei
princìpi. I nostri rapporti con lui erano improntati a un com-
plesso di rispetto, compassione e stupore [...]. Io so che scriveva
anche poesie, e spesso avrà avuto voglia di sottopormi i suoi parti,
senonché io mi ero pronunciato con grande decisione contro tutte
queste farneticazioni poetiche giovanili; ero solito datare l’inizi0
dell’autocoscienza in un giovane dal momento in cui aveva get-
tato nel fuoco le sue poesie, cosa che feci io stesso a Lipsia
conformemente a quest'opinione. Pace anche a queste ceneri! ».

In questa affermazione è da notare, oltre alla divertente ca-


ratterizzazione, anche il totale ripudio da parte di Nietzsche dei
numerosi sfoghi lirici della sua prima giovinezza.

Nello stesso luogo caratterizza con grande acutezza anche altri


compagni dell'Associazione Filologica di quel tempo, ad esempio
il settentrionale Wilhelrn Wisser, che tentò vanamente di tra-
sformare in schopenhaueriano: «Di lui mi colpiva soprattutto
unînstancabile ambizione [...]. Tuttavia aveva un’amabile ten-
denza a frequentare i bambini e i vecchi, mentre gli ambienti
semplici e Campagnoli, dove poteva farsi valere, erano quelli in
cui si sentiva più a suo agio». Certo anche Wisser riconobbe
più tardi la giustezza di questa descrizione; alla sua capacità di
frequentare il popolino noi dobbiamo un tesoro che ancora oggi
non è esaurito, la sua enorme raccolta di fiabe popolari basso-
tedesche.

Altro compagno di discussioni di Nietzsche in quei giorni


era il grasso, biondo, disinvolto e pungente filologo moderno
Franz Hueffer: «Uomo di talento, cui la natura aveva negato
anche la semplice idea di una cintola, praticava le belle atti, spe-
cialmente la musica, con entusiasmo, traduceva scioltamente dal
francese e, dato che era assai facoltoso, nuotava contro la corrente
del letteratume osservandola con placido sguardo. Ci accapiglia-
vamo continuamente su argomenti musicali, soprattutto circa
Timportanza di Wagner la voce e la bile non ci venivano mai
meno. Oggi, retrospettivamente, gli devo concedere che la sua
sensibilità e i suoi giudizi musicali erano più fini e soprattutto
più sani e maturi dei miei. Ma allora non riuscivo a rendermene
conto e sovente il suo contraddirmi senza complimenti mi dava
dolore». Huefier era un appassionato wagneriano, mentre in

188 Parte I. Infanzia e giovinezza

quesflepoca Nietzsche aveva ancora un atteggiamento critico nei


confronti di Wagner.

Fu certo tramite Huefier, o forse Wisser, che Nietzsche fece


la conoscenza di un giovane compagno che doveva diventare
l’arnico della sua vita: Erwin Rohde.

Rohde aveva studiato a Bonn contemporaneamente a Nietzsche


e aveva seguito Ritschl a Lipsia, quindi era stato allievo di Ritschl
fin dallînizio. A Lipsia entrò subito, prima ancora di Nietzsche,
a far parte della Socielat di Ritschl, ma è chiaro che solo nel-
l'estate del 1866 divenne membro dell’Associazione Filologica,
dove dominava Nietzsche. Nel giugno si incontrò già con Nietz-
sche dopo teatro da Mahn, e da allora la loro frequentazione si
fece più intensa, come dimostrano il diario di Wisser e la lettera
del 12 luglio 1866 di Nietzsche a Mushacke. Ma ancora alla fine
dell’agosto 1866 Nietzsche si limita a scrivere a Gersdorff che
Rohde è diventato anche membro ordinario dell‘Associazione
Filologica, «una mente avveduta, ma testarda e capricciosa».

Solo il 20 febbraio 1867 Nietzsche annunciò a Gersdorfi:


«Ogni giorno mi ritrovo da Kintschy, con Kohl e Rohde che
rappresentano ora i miei più intimi». Nell’estate dello stesso
anno si sviluppò in pieno Yamicizia tra i due. Il pomeriggio dalle
4 alle 5 prendevano insieme lezioni di equitazione dal capostal-
liete Bieler, e si esercitavano anche insieme al tiro con la pistola.
Quando, meravigliosamente rinfrescati dopo una simile cavalcata,
arrivavano col frustino ancora in mano al corso di grammatica
latina di Ritschl, brillavano tra gli altri filologi, per lo più studiosi
sedentari che secondo la moda del tempo portavano quasi tutti
la barba a poco più di vent’anni, tanto quanto si distinguevano
per il loro talento filologico.

Erwin Rohde, figlio di un medico, era nato il 9 ottobre 1845


ad Amburgo, era quindi di un anno più giovane di Nietzsche.
Ragazzo assai sensibile, difficile da trattare e pieno di tempera-
mento, dal 1852 al 1859 era stato affidato dai genitori per l’edu-
cazione elementare allo Stoysches Institut di Jena, dove, come
dice egli stesso, venne « più esercitato militarmente che educato ».
Qui egli diventò uno spirito solitario, molto chiuso e scontroso.
Soltanto al johanneum di Amburgo, che frequentò in seguito
fino alla licenza liceale, poté seguire la propria evoluzione con
maggiore libertà. Qui aveva già acquistato una chiara coscienza
della sua vocazione filologica. Aveva preso ad amare assai presto
VII. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 189

la musica, senza approfondirla tecnicamente oltre a qualche ele-


mento di canto, che praticava con la sua voce armoniosa. Inoltre,
come Nietzsche, ma certo senza conoscerlo, da Bonn si recò al
grande festival musicale di Colonia.

Ciò che in principio pote’ attirare Nietzsche verso Rohde, non


fu lo straordinario talento filologico, cui si aggiungeva anche una
non comune facilità per le lingue —— leggeva correntemente i.l
francese, Pitaliano e lo spagnolo e Coltivava con particolare entu-
siasmo l’inglese, e inoltre sapeva imitare magistralmente i dia-
letti, soprattutto il sassone —; Nietzsche amava in lui la grande
apertura e Pirrequietezza spirituale, che tendeva perennemente
a valicare gli angusti limiti della pura filologia. Nell’intima frat-
tura del proprio essere, Rohde era un vero romantico, oscillante
tra Pentusiastica passione per ogni cosa bella e grande, e un’in-
telligenza ironica, anzi sarcastica, che lo faceva dibattere tra
la «testardaggine prepotente», che impressionò spiacevolmente
Gersdorff, e la tormentosa disperazione. La sua ricchezza di
sentimenti si cclava sotto una corazza esterna di rudezza. Una
passionalità estrema poteva spingerlo al di là di ogni misura con-
sueta; era straordinariamente vulnerabile, e nell'anima aveva una
tenerezza, un bisogno d’amore quasi femminili. Pur avendo una
grande facoltà di immedesimazione artistica, si rese conto assai
presto della propria improduttività, e ne soffriva. Quanto accu-
sava il peso della vita, altrettanto traboccava talvolta di esube-
ranza giovanile.

Non fa meraviglia che anche lui scoprisse molto presto Scho-


penhauer, conquistandosi così il cuore di Nietzsche, che soltanto
con lui tra tutti i suoi amici non assunse mai un tono di supe-
riorità, bensì si attendeva da lui il massimo, come da se stesso.
Nietzsche dimostrò con Rohde tutta la sua capacità di amicizia.
F. nel chiedere come nel dare era un. amico appassionato. La feli-
cità dell’amicizia fu forse l’unica che Nietzsche abbia mai ri-
cercato. I documenti di questo rapporto, quali sono fissati nella
corrispondenza dei due, appartengono ancora tutti a quell’èra
classica di venerazione dell'amicizia, che noi posteri ormai diffi-
cilmente possiamo comprendere.

Nell'estate del 1867, quando da ultimo abitarono nella stessa


casa, i due godettero pienamente la gioia di quesfiamicizia. Il 29
novembre 1867 Erwin Rohde, ancora sotto questa impressione,
scriveva a Wilhelm Wisser: « Quest’ultima estate in particolare

l‘)() Par/e l. In/artzia e giovinezza

mi ha portato tanto di quel bene che retrospettivamente la consi-


dero uno dei periodi più felici della mia esistenza. Un grande dono
mi ha fatto soprattutto con Famicizia di Nietzsche. Certo tu non
gli sei mai stato molto vicino, ma sicuramente avrai riconosciuto
l’alto valore della sua natura, e quindi non so abbastanza felici-
tarmi e stupirmi della fortuna di aver trovato un amico in que-
st’uomo dall’anim0 così tenero e profondo: e il nome d'amico
io l'ho sempre usato con molta parsimonia. Per tutta l'estate ab—
biamo vissuto una vita meravigliosa, come in un cerchio magico
ambulante, senza chiuderci poco socievolmente verso Yestcrno,
eppure frequentando quasi esclusivamente l'un l’altro. Mezze,
quasi intere giornate abbiamo trascorso in beata indolenza, e io
almeno ho tratto il più ricco guadagno da questo dolce far niente
a due voci, molto più ricco di quanto avrebbe potuto darmi qua-
lunque sgobbata filologica. Certo, fu soprattutto Schopenhauer
che ci fece unire, ma in primo luogo una vena di simpatia che
si incontrò in noi e che rese possibile un accordo veramente pro-
fondo. Forse conosco troppo bene i miei intimi difetti e ancor
più le mancanze delle mie manifestazioni esteriori, che occultano
i miei lati migliori, per non essere stupefatto e commosso dentro
di me per Pamicizia di Nietzsche, come per qualcosa del tutto
immeritato e a me pressoché inspiegabile».

Alla fine del giugno 1867 Nietzsche concepì l’idea di trasferirsi


a Berlino per il semestre successivo e di trascorrere colà, se ne-
cessario, anche il suo anno cli servizio militare. Aveva già scritto
a Mushacke che intendeva fondare con lui a Berlino un’associa-
zione filologica e continuare a praticare Pequitazione. Poi però
decise di fare nelle vacanze, ad agosto, un viaggio con Rohde nella
Selva Boema.

Dopo parecchi banchetti d’addi0 a Lipsia, dove nessuno dei


due intendeva ritornare, l'8 agosto si misero in viaggio. Su que-
sto viaggio, che fecero in gran parte a piedi, Nietzsche ci riferisce
pochissimo. Nei suoi quaderni si trovano soltanto indicazioni di
luogo, appunti su edizioni, versi tratti da album per gli ospiti e
il disegno scurrile di un emblema di Regensburg, che del resto
tradisce una mano tutt’altro che inesperta e la stessa sensibilità
grafica della sua calligrafia e dei begli abbozzi per i titoli dei suoi
libri. Durante questo viaggio non scrisse neanche una lettera.
Invece Rohde un anno dopo fissò per iscritto, diffusamente e con
molte considerazioni poetiche, le impressioni dei primi giorni.

VII. I primi due anni di Lipsia (1865-67) 191

Certo è un’eco delle sue conversazioni con Nietzsche in questa


gita tra i boschi ciò che leggiamo in queste note 2: « Ma comiè
rimarchevole il fatto che nella favola mai e in nessun luogo affiori
l’idea di un Dio oltremondano; rimarchevole non soltanto perché
risulta con evidenza che proprio la più profonda fusione di na-
tura animata e inanimata, il popolo creatore di favole, che con
istinto incorrotto porge l’orecchio alle misteriose rivelazioni del
campo, del bosco e del ruscello, nulla sa di una distinzione delle
cose in categorie inconciliabili secondo le idee di un creatore on-
nipotente, quale ci viene narrata dallo stupido errore giudaico,
nella sua rozza insensibilità alle tenere voci che ci parlano dalla
natura e ci ammoniscono, in tono forte abbastanza per gli ini-
ziati: tat twam asi’ » (= « Questo tu sei»; certo quesflespres-
sione venne in uso nella cerchia di amici grazie a Deussen, che
introduazse significativamente il motto indiano già nella lettera
del 29 giugno 1866 a Nietzsche).

Al termine del viaggio visitarono Meiningen. «Vi si svol-


geva, per quattro giorni, — scrive Nietzsche il 1 dicembre 1867
a Gersdorfi — una grande manifestazione musicale, organizzata
dai seguaci della musica dell’avvenire, i quali celebravano così le
loro stravaganti orge musicali, sotto la direzione dell’abate Liszt.
Questa scuola si è buttata ora d'impeto su Schopenhauer. Un
poema sinfonico di Hans von Biilow, Nirvana, aveva come pro-
gramma una raccolta di massime schopenhaueriane, ma la musica
era orribile. Liszt invece, in alcune sue composizioni sacre, era
riuscito a cogliere alla perfezione il carattere di quel Nirvana
indiano, soprattutto nelle sue Beatitudini, ‘ beati sunt qui ’ ecc. ».
Nietzsche dunque non schivava gli esponenti della musica nuova,
che in precedenza aveva respinto. Lo studioso che era in lui
cercava di penetrarli. Non poteva immaginarsi che un giorno sa-
rebbe accaduto a lui ciò che qui scoprì con un certo divertimento:
il tentativo di Biilow con le massime di Schopenhauer lo osò più
tardi Richard Strauss col suo poema sinfonico Zarathustra, na-
turalmente con talento musicale alquanto superiore.
Da Meiningen i due amici andarono il 28 agosto al festival
di Wartburg, dove Liszt dirigeva la sua Santa Elirabetta. Quindi
si separarono ad Eìsenach. Nelle ferie Nietzsche rimase inizial-
mente a Naumburg, Rohde procedette per Amburgo, per conti-
nuare gli studi universitari a Kiel nel semestre successivo.

Come questo viaggio terminò con un godimento artistico che

192 Palle I. Infanzia e giovinezza

per Nietzsche non dovette restare certo incontaminato, così al


termine dei due anni di Lipsia egli poté dire di aver preso parte
alla vita artistica locale, eccezion fatta per le arti figurative. Aveva
cantato nel coro di Riedel e frequentato spesso i concerti e il
teatro, gustando per la verità abbastanza acriticamente quanto
gli veniva offerto; solo a proposito delF/lfricana di Meyerbeer,
il grande successo della stagione 1866, scrisse il 29 maggio 1866
alla madre e alla sorella: « La musica è penosamente scadente,
le persone sono brutte da vedere, e al termine dello spettacolo
si è portati fortemente a credere alla discendenza dell’uomo dalla
scimmia ». Che vedesse anche l’unica opera di Wagner allora rap-
presentata, il Tannbfiuser, è probabile stando a un suo appunto *,
ma non accertato; Rohde la ascoltò di sicuro, probabilmente con
Franz Betz nella parte di Wolfram, e da allora conservò indele-
bile nella memoria il canto alla stella della sera. Nietzsche vide
per il resto il Flauto Magico, Le allegre cornari, la Bella Elena
di Offenbach, Theodor Wachtel nel Trova/are e nel Tell di Ros-
sini. Aveva pregato insistentemente la sorella e la madre di venire
a Lipsia per l’esecuzione della Passione secondo Giovanni di
Bach, ma senza successo. Ma era un frequentatore particolarmente
assiduo del teatro, dove tra gli altri vide Emil Devrient interpre-
tare Amleto e il conte Wetter von Strahl (nella Kàtbcben di
Heilbronn); durante le giornate di Kòniggrarz partecipò ai deli-
ranti entusiasmi scatenati da Hedwig Raabe, dopo che già Marie
Niemann-Seebach lo aveva commosso «come non mai» nelle
vesti di Margherita, di Giulietta e di Maria Stuarda.

Particolarmente incantato fu da Hedwig Raabe nellînnocente


commedia di Miiller von Kònigswinter, Ella ha scoperto il suo
cuore. Ma non si curò di conoscere l’« angelo biondo », benché
essa abitasse presso certi suoi parenti, i Nietzsche, nel castelletto
di Gohlis. Invece nel giugno si mise a tavolino per scriverle una
lettera, che non sappiamo se le spedì. È la prima lettera a noi
conservata indirizzata da Nietzsche a una donna al di fuori della
sua famiglia.

«Il mio primo desiderio — così le scrive — è che Lei non


si dispiaccia per la dedica insignificante di queste insignificanti
composizioni. Nel dedicarle a Lei, nulla è più lungi dalle mie inten-
zioni, che voler attrarre la Sua attenzione sulla mia persona. Se

* In Afusi/ealircbe mignonner 3.

VII. I primi due anni di Lipsia (186567) 193

altri manifestano il loro entusiasmo in teatro, con le mani e le


parole, io lo faccio con un paio di lieder; altri possono intendersi
anche meglio attraverso le poesie. Tutti però sono mossi da uno
stesso sentimento: dimostrarLe come essi siano stati felici per
un breve tratto della loro esistenza, e con quanto amore essi
custodiscano in sé il ricordo di questi luminosi squarci di una
vita completa.
Lei non deve pensare che questi omaggi siano rivolti alla
Sua natura, certamente nobilissima e amabile. In sostanza io,
e come me sicuramente tutti gli altri, tendo onore alle Sue in-
terpretazioni: con la stessa dolcezza e melanconia con cui la mia
infanzia si presenta alla mia anima come qualcosa di perduto,
eppure di esistito una volta, io penso anche ai Suoi personaggi,
così originali e pur sempre reali e di una bontà genuina. Anche
se nel corso della mia vita ben raramente potrò incontrare per-
sonaggi come questi — or non è molto, io non credevo più alla
loro reale esistenza — ora, tuttavia, credo nuovamente e pro-
fondamente in loro. Di questo io debbo esserLe veramente grato.
Dopo questa confessione, Lei mi perdonerà anche la libertà di
questa lettera. Che importanza possono avere per Lei i successi
momentanei, gli applausi fragorosi di una folla esaltata? Sapere
lIì\L‘xL' che molti, tra questa folla, porteranno via con se’ un
lluìltlfl benefico; che molti, ai quali gli uomini e la vita si mo-
strarono sotto una luce sin troppo fosca, procederanno d'ora in
poi con uno sguardo più sereno e con speranze più liete: questo
dovessero un sentimento apportatore della massima felicità.

Il mio desiderio è infine questo, che Ella possa sentire, anche


attraverso la melodia dei lieder qui acclusi, l'andare e la gratilu-
dine di questi renlimenti ».

Resta ignoto se Nietzsche abbia preso i lieder qui dedicati


a Hedwig Raabe dal fondo delle composizioni dedicate nel 1864
a Marie Deussen e alla sorella curandone nuove trascrizioni,
ovvero se trasfondesse la sua gratitudine, che egli dice così pro-
fonda, in nuove composizioni, che dobbiamo considerare perdute.
Anche se la sorella ritiene che suo fratello fosse «onestamente
innamorato » di Hedwig Raabe, questa lettera non dice certo
molto in proposito. Se nutriva un sentimento elementare per
l'artista, esso comunque rimane praticamente invisibile in queste
tortuose riflessioni sul carattere «benefico» delle sue presta-
zioni di attrice. Si sarà trattato di una di quelle artificiali infa-

194 Par/e I. Infanzia e giovinezza

tuazioni per un'attrice famosa vissute da ogni studente. Essa si


ripeté al comparire della prima amorosa Susanne Klemm, che
Nietzsche vide più volte con Rohde nei suoi ruoli di giovinetta,
e della quale i due amici si comprarono addirittura una foto-
grafia formato cartolina, di quelle che allora usavano, per appen-
derla in camera loro. Anche questa passione per il Y7»‘"‘*l5|0\'
(= civettina), come la chiamavano tra di loro i due filologi,
svanì senza lasciar traccia davanti a nuove esperienze, anche se
più tardi Nietzsche giunse a conoscere Susanne Klemm perso-
nalmente.

Caratteristico di Lipsia in questo periodo fu il fatto che la


guerra tedesca del 1866 non turbò sensibilmente il corso nor-
male della vita, salvo nelle zone immediatamente colpite da
essa. L’entusiasmo per Hedwig Raabe toccò il suo vertice il
5 luglio, quando giunse a Lipsia la notizia di Kòniggriîtz. Quel
giorno Nietzsche era in teatro e Hedwig Raabe interpretava
la parte di Jane Eyre neIPOrfana di Lowood, commedia lacri-
mosa della Birch-Pfeifier, mentre Emil Devrient sosteneva il
ruolo di Lord Rochester.

Le opinioni espresse da Nietzsche circa gli eventi politici e


militari di quesflanno ci mostrano uno spettatore attento e inte-
ressato, ma che solo lentamente si appassiona, piuttosto che un
giovane prussiano pronto a intervenire attivamente. Gli avveni-
menti gli tennero occupata la mente, non gli sconvolsero il cuore.
Ancora il 29 maggio 1866, quando era già terminata la mobi-
litazione prussiana, scriveva alla madre e alla sorella: «Tutte
le nostre speranze sono riposte in un parlamento tedesco ». Cre-
deva dunque ancora che le nubi potessero venir dissipare con
mezzi parlamentari. Certo, respingeva ogni ingerenza straniera:
<4 Al congresso di Parigi auguro una felice evacuazione >>. Quando
poi, a partire dal 16 giugno, i Prussiani ebbero occupato lo Han-
nover, la Sassonia e l’Assia Elettorale e le truppe prussiane
entrarono a Lipsia, mentre il re Johann era fuggito in Boemia,
nutriva ancora dei dubbi sulla vittoria finale della Prussia e sulla
giustificazione della politica di Bismarck. Ma aveva già preso
partito per la causa della Prussia. Ai primi di luglio così scrive
alla madre e alla sorella: « Enorme è il pericolo in cui versa la
Prussia: che essa, con una piena vittoria, sia in grado di attuare
il suo programma, è assolutamente impossibile. Fondare lo Stato

unitario tedesco, in questo modo rivoluzionario, e un colpo

VII. I primi due anni di Lipria (1865-67) 195

ardito di Bismarck; coraggio e coerenza senza scrupoli non gli


mancano certo, tuttavia egli sottovaluta le forze morali che
sono nel popolo. In ogni caso, le ultime mosse sono eccellenti:
soprattutto egli ha saputo rovesciare sulYAustria una gran parte,
se non la maggior parte, della responsabilità.

La nostra posizione è molto chiara. Quando una casa brucia,


per prima cosa non ci si chiede chi è colpevole dellîncendio,
bensì lo si spegne. La Prussia è in fiamme. Ora si tratta di sal-
varla. Questo è il sentimento comune.

Nello stesso momento in cui cominciò la guerra, ogni con-


siderazione secondaria venne messa in disparte. Io sono un
ardente Prussiano, così come il cugino *, per esempio, è un Sas-
sone [...]. In fondo questo modo prussiano di disfarsi dei prin-
cipi ‘e il più comodo del mondo. È addirittura una fortuna che
in llannover e l’Assia Elettorale non si siano uniti alla Prussia;
altrimenti non saremmo mai riusciti, per tutta Peternità, a libe-
rarci di questi principi.

Noi viviamo dunque a Lipsia, città prussiana. Oggi lo stato


di guerra è stato dichiarato in tutta la Sassonia. Pian piano si
vive come su un'isola, in quanto le notizie telegrafiche, le comu-
nicazioni postali e le ferrovie subiscono continue interruzioni [...]

[I intanto le lezioni continuano indisturbare [...]

‘Futtavia sono sempre consapevole che si sta approssimando


il giorno in cui verrò richiamato. D’altra parte, con il passare
tlci giorni, diventa una cosa disonesta restarsene a casa, mentre
In patria sta entrando in guerra per la vita o per la morte.

Informatevi un po’, con molta precisione, presso l'ufficio


regionale, quando avverrà il richiamo dei volontari per un anno,
c CnmuHlCatCmClO presto». In utfappendice respinge la pre-
plnicra della madre perché trascorra con lei a Naumburg, i giorni
(‘riliciz a Ora rimango qui e, di questi tempi, non vorrei dav-
vero starmene rintanato in un nido sonnacchìoso, privo di gior-
nali czl esalante i vapori della ‘Kreuzzeitung ’ ».

Ma, benché i suoi amici Gersdoriî e Krug fossero corsi alle


armi e il suo antico studente anziano Krèimer fosse caduto a
Kiiniggriitz, non si presentò volontario, bensì scrisse il 5 luglio
u W. Pinder: « Qualche volta ho l'impressione che ancora non
venga avvertita la mancanza delle tue e delle mie energie; [...]

" Rudolf Schenkel.

196 Parte I. Infanzia e giovinezza

ma se le sorti della guerra dovessero rovesciarsi, difficilmente


noi due saremmo in grado di sorreggerle. Inoltre noi serviamo
la patria anche con i nostri studi; essa esige dai suoi or questo,
or quello, prestazioni fisiche oppure intellettuali. Ognuno tut-
tavia dia il meglio di se’: ‘giacché con l’amore — dice Holder-
lin_— l’essere mortale dà il suo meglio ‘. Ergo, non arrabbia-
moci perché stiamo rintanati in casa, mentre la gioventù abile
alla milizia si acquista decorazioni macchiare di sangue.

Nel complesso, far da spettatori a un simile spettacolo è cosa


già abbastanza interessante, specialmente dopo che la prima fase
di gravi preoccupazioni è ormai passata, e la guerra ha ricevuto
delle spinte e avanza ora con ‘celerità scimmiesca’, come dice
la stampa viennese. La mia vita a Lipsia, città prussiana, ofire
argomento per molte osservazioni psicologiche. I Sassoni più
istruiti sono quasi più insopportabili del popolino. I primi infatti
sono troppo viglîacchi per prender partito secondo le loro sim-
patie. Ben volentieri si pongono dal punto di vista prussiano,
ben volentieri dimostrano una certa mentalità illuminata, in
quanto considerano i Prussiani come gli inevitabili futuri padroni
deHa Sassonia; questa necessità infatti è capita da tutti. Ma tanto
più il loro spirito meschino li spinge a guardare con persistente
rancore i nostri successi, a fare piccole insinuazioni e denigra-
zioni ». « La gente qui non è capace né di un odio profondo né
di una simpatia intensa. In ogni circostanza essa si mostra tut-
tavia cordiale e pronta ad adattarsi», così caratterizza gli abi-
tanti di Lipsia il 12 luglio a Gersdorfi. Ma personalmente è ora
del tutto d’accordo con la condotta della Prussia e di Bismarck,
anche se gli rimane un residuo del vecchio stato d’animo qua-
rantottesco, ereditato a Pforta: « Per contro, noi Prussiani che
viviamo a Lipsia abbiamo sentito con gioia sincera che i passi
del nostro governo, nelle ultime sei settimane circa, hanno la
nostra incondizionata approvazione. Molto dobbiamo rammari-
carci, invece, che questo ministro, così dotato e così energico,
sia fin troppo legato al suo passato: e questo è appunto un pas-
sato immorale. Di questo nessuno dubita ormai più. Non si può
arrivare alla soluzione migliore usando cattivi mezzi. La verità
è stata detta dai giornali francesi, che lo definiscono un rivo-
luzionario.

In questi tempi si possono imparare moltissime cose. Quel


terreno che sembrava solido e incrollabile vacilla; dai volti

VII. I primi due anni di Lipria (186567) 197

cadono le maschere. Gli interessi egoistici mostrano apertamente


il loro odioso volto. Soprattutto però si può osservare come sia
debole la forza del pensiero» (a W. Pinder nella «prussiana
Naumburg», il 5 luglio 1866).

La guerra aveva dunque fatto d-i Nietzsche un «ardente


Prussiano», ma il futuro immoralista conservava nei confronti
di Bismarck degli scrupoli moralistici, tanto più quanto avver-
tiva la sua grandezza. Ora che per la prima volta lo sfiorò il
soliio demoniaco della volontà di potenza, egli si ritrasse indietro
iraibbrividendo con tutto il suo passato moralistico cristiano, anche
se ormai riconosceva chiaramente « quanto esigua sia la forza del
pensiero » là dove affiorano forze vitali più profonde. « Non si
ha forse la strana sensazione che un terremoto renda insicuro
quel terreno creduto incrollabile, e che la storia, dopo essersi
arrestata per anni, si sia rimessa d’un tratto in movimento e
abbzuizi, con il suo peso, innumerevoli situazioni? E sarebbe
stata soltanto la testa di un singolo uomo, per quanto impor-
tante, quella che ha messo in movimento il meccanismo [...]. Sono
piuttosto edifici putrescenti che crollano con fragore, non appena
un bambino ne scuote un pilastro. In ogni caso, bisogna guar-
darsi dal perire noi stessi in questo crollo ». E questo non lo
vuole, perché il suo istinto gli dice che le sue decisioni riguar-
dano un altro campo, e qui egli può essere soltanto spettatore.
(Iusi continua: «Potremmo avvertire tutto ciò con maggiore
pnrczzri, se non fossimo costretti dall’interesse personale, ossia
patriottico, ad assistere anche, con una tensione che toglie il
liuto, al presente spettacolo. Come siamo fortunati noi, che
abbiamo potuto sino a questo momento osannare e applaudire!
Non sono nemmeno sicuro tuttavia che questo dramma non si
truslormerà per noi in una tragedia. Anche noi due potremmo
venir invitati ad assumere la parte cli'una delle innumerevoli
roinparse » (a H. Mushacke l’1l luglio 1866).

l suoi studi gli appaiono al confronto piuttosto ridicoli, ma


lìCII presto torneranno ad assorbirlo.

Nella lettera seguente, che indirizzò il 12 luglio a Gersdorfi,


iunkei- prussiano e sottotenente al campo, il suo atteggiamento
iurnssirino viene vieppiù accentuato, ma da questa guerra egli
ltnc già conclusioni politiche: « Dobbiamo essere fieri di avere
un simile esercito, anzi, addirittura — horrìbile ditta —— un tale
ignvernrì, che non fa i suoi programmi soltanto sulla carta, ma

198 Par/e I. In/anzia e gioyinezza

li rispetta con la massima energia, con enorme dispendio di


denaro e di sangue, di fronte persino al grande tentatore fran-
cese, Louir le dìable. Ogni partito che approva queste mete poli-
tiche è in sostanza un partito liberale, e anche nella considere-
vole massa di conservatori della Camera dei deputati riesco a
vedere perciò soltanto una nuova sfumatura del liberalismo».
Egli coglie già tutta Pinsensatezza delle finzioni partitiche nelle
questioni politiche elementari, e fa suo il machiavellismo di ogni
grande politica, che poco prima aveva aborrito in Bismarck:
« Tuttavia non è di alcun pregiudizio, se il nome ‘ conservatore’
viene mantenuto per la nostra forma di governo. Per le persone
intelligenti questo è solo un nome, per quelle prudenti un riparo,
e infine, per il nostro eccellente sovrano, una specie di mantello
invisibile, che gli copre anche gli occhi e che gli permette di
procedere tranquillamente nelle sue direttive liberali e incredi-
bilmente audaci ».

Ma vede chiaramente quali saranno le successive conseguenze


politiche della lotta: « In ogni caso, soltanto ora che i paesi
stranieri cominciano a intromettersi in maniera preoccupante si
apre il grande periodo della verifica, la prova del fuoco per la
serietà del programma nazionale. È ora che si vedrà chiaramente
in quale misura gli interessi puramente dinastici si celino dietro
questa etichetta. Una guerra contro la Francia deve risvegliare,
in Germania, una unità di sentimenti: e quando i popoli sono
uniti, il signor von Beust ", con tutti i suoi principi di secon-
dbrdine, può anche farsi imbalsamare. Hanno fatto ormai il
loro tempo.

Mai, da cinquant'anni a questa parte, siamo stati così vicini


all‘avverarsi delle nostre speranze di tedeschi. Poco alla volta,
comincio a capire che non c’era veramente altro mezzo, più mite,
se non quello terribile di una guerra di sterminio». L’Austria
tuttavia è ancora sostenuta dalla tesi dell’equilibrio di Napoleone
III, il cui centro deve rimanere a Parigi. «E fintanto che il cen-
tro rimane a Parigi, in Europa non vi sarà in generale alcun
mutamento. Alle nostre aspirazioni nazionali non verrà rispar-

* Friedrich Ferdinand conte von Beust (1809-96), statista austriaco,


propugnatore di una «terza forza» rappresentata dai piccoli Stati tedeschi
onde spezzare il dualismo Austria-Prussia dominante in quel tempo [N.d.C.].

VII. I primi due anni di Lipria (1865-G?) 199

miato il compito di sovvertire lo stato di cose in Europa o, in


ogni caso, di tentare di sovvertirlo ». E all'amico junker aggiunge:
« Se questo fallisce, noi due possiamo sempre sperare che ci
tocchi Fortore di cadere sul campo di battaglia, colpiti da una
pallottola francese».

Quando poi, il 5 agosto 1866, il re Guglielmo tenne il di-


scorso della corona annunciando la proposta di indennizzo del
governo, Nietzsche scrisse alla fine di agosto a Gersdorll: « Mai
un atto del nostro sovrano mi rese così felice [...]. Anche per
me, a essere sinceri, sentirmi una volta tanto in perfetto accordo
con l‘attualc governo rappresenta un piacere raro e assolutamente
nuovo. È vero che dobbiamo lasciare in pace alcuni morti, è
vero che dobbiamo renderci conto che il gioco di Bismarck era
oltremodo audace e che una politica, la quale abbia il coraggio
di gridare va banque, può venire o maledetta o adorata, a seconda
dei risultati. Questa volta però il successo c’è: ciò che è stato
raggiunto è gran cosa. Talvolta cerco, per qualche istante, di
astrarmi dalla coscienza del tempo, dalla simpatia soggettiva e
spontanea per la Prussia: allora mi trovo davanti allo spettacolo
di un grande affare di Stato, di grande importanza, della stessa
sostanza di cui è fatta in fondo la storia; non morale, per amor
del Cielo, ma bello ed edificante per chi l’osserva ». Ora è anche
in favore di una « incondizionta annessione » della Sassonia alla
Prussia.

Sulla scia della guerra, nel gennaio del 1867 Nietzsche par-
tecipò ad alcune assemblee, e nell’elezione e nel ballottaggio
pur il Reichstag della Germania settentrionale, nel febbraio del
i867, si schierò in favore del vice-borgomastro di Lipsia, il
itawittnal-liberale Stephani, che peraltro venne sconfitto, contro il
[Iglrlltolflrlsmo sassone. Ma in generale il mondo della politica
tot-m‘: per lui ad eclissarsi. Non era il suo mondo, non doveva
diventarlo ancora per lungo tempo. Le sue decisioni riguarda-
vano per allora un altro campo. Solo qualche occasionale osser-
vazione rivolta a Gersdorff, di cui conosceva gli interessi poli-
tiri, itiostrtt una partecipazione di passaggio alle cose pubbliche,
tlcllc qllflll pure riconosce Pimportanza. Rimane Pinteresse per
l'attività di certi uomini e una trasformazione del suo atteggia-
tttcttlt) verso Bismarck. Egli abbandona i suoi pregiudizi mora-
listici contro di lui e-da allora ne gode esteticamente, come di
un letiometir) della natura.

200 Par/e I. I n/anziu e giovinezza

Così dopo un anno, il I6 febbraio 1868, scrive a Gcrsdorff,


dopo avergli parlato delle sue scoperte filosofiche, soprattutto
di Lange: «Tu mi dirai però che non sono tempi questi per
fare della filosofia. Hai ragione. È la politica, ora, l’organo di
tutto il pensiero. Gli avvenimenti mi lasciano stupefatto, e rie-
sco a vederci più chiaro soltanto se isolo dalbandamento gene-
rale l’operato di determinati uomini e lo esamino separatamente.
Bismarck mi diletta enormemente: leggere i suoi discorsi è per
me come bere un vino forte, e cerco di non bere troppo in fretta
per assaporarne a lungo il gusto ». Ma se si pensa a quanto poco
Nietzsche apprezzasse il vino forte, non si valuterà gran che il
contenuto vitale di questa immagine.

In questi due primi anni di Lipsia la salute di Nietzsche fu


eccezionalmente buona, migliore che in ogni altro periodo della
sua vita, a parte l'episodio già menzionato. Solo nella primavera
del 1866 dovette lamentare una «violenta tosse» e una rauce-
dine che quasi gli impediva di parlare. E non poteva lavorare
come voleva « perché ho la testa così oppressa ». Questo stato
durò quattro settimane, con condizioni generali alterne. Per il
resto, soltanto nel giugno del 1866 fu malato per tre giorni,
e alla fine del gennaio 1867 la sua conferenza alP/Xssociazione
Filologica dovette esser rinviata di una settimana per via di un
catarro allo stomaco e alla gola. Non sappiamo di altri disturbi
durante questi due anni.

Al colera, che in seguito alla guerra scoppiò nel pieno del-


Testate del 1866 e toccò anche Naumburg, dove Nietzsche tra-
scorreva le vacanze estive sin dalla fine di agosto, egli si sor-
trasse trasferendosi con la madre a Kòsen, che rimase immune
dall’epidemia. Qui restò dal 15 settembre al 15 ottobre, mentre
la sorella era andata da parenti nel Vogtland. A Naumburg nem-
meno la casa della madre si era salvata dal colera; il fabbricante
di pettini Lurgenstein, abitante al pianoterra, ne era morto.
Forse è questa l‘origine di un aneddoto riportato dalla sorella,
che d’altronde in questo periodo non viveva col fratello “z « Mio
fratello ha conservato del colera un ricordo terribile: affermava
di essere stato affetto due volte da questo morbo, e di essere
guarito dagli accessi soltanto bevendo continuamente acqua calda
e sudando. Una notte trascorsa nella stessa casa con un morto
di colera gli aveva lasciato un ricordo particolarmente lugubre».

VII. 1 primi due anni di Lìpxiu (186567) 201

L0 stesso Nietzsche non ci ha lasciato cenno di ciò né nelle Ict-


tere né altrove. Ma sicuramente lo impressionò la notizia della
morte di due docenti di filosofia dell'Università di Lipsia, che
doveva conoscere, il professor C. H. Weisse il 21 settembre e
il professor L. F. Flath il 4 ottobre.

VIII

IL SERVIZIO MILITARE
E L’ULTIMO PERIODO UNIVERSITARIO

Fin dai primi anni e per tutta la sua vita, Nietzsche provava
un particolare piacere a fare progetti, sia pure con la chiara
coscienza che difficilmente avrebbero approdato a qualcosa. Così,
già il 4 aprile 1867, quando il suo entusiasmo filologico e il suo
attaccamento a Ritschl erano al loro culmine, aveva ideato un
programma per i suoi prossimi anni, circa il quale scriveva a
Deussen: « Le mie previsioni per il futuro non sono chiare e
perciò abbastanza buone: soltanto la certezza infatti terrorizza.
Ciò cui aspiro è arrivare a guadagnare, in modo onorevole e
senza sacrificare troppo del rnio tempo, un paio di centinaia
di talleri alPanno, sì da garantirmi un'esistenza libera per una
serie di anni. All'inizio dell‘anno prossimo, ad esempio, mi pia-
cerebbe andare a Parigi e lavorare là un anno nella biblioteca ».
Ma già poche settimane dopo —« nella Pasqua del 1867 — scri-
veva a Mushacke: «Ho ancora una tale quantità di progetti
fantastici, che buona parte di questi dovranno per forza andare
in fumo ».

Nel giugno del 1867 prese la ferma decisione di trasferirsi


a Berlino per il prossimo semestre invernale, e precisamente alla
fine di agosto. Preparo Mushacke e Deussen alla sua venuta,
rallegrandosi al pensiero di fondare con loro un'associazione filo-
logica e di riprendere a cavalcare. Qui entrava però anche in
gioco la considerazione che avrebbe preferito fare il servizio
militare come volontario per un anno a Berlino, dove aveva la
possibilità di rimanere in contatto con la vita universitaria.

In origine Nietzsche non aveva respinto l'idea di diventare


soldato. Già il 6 dicembre 1863 aveva scritto da Pforta alla

VIII, Il rervizio militare (1867-69) 203

madre: « Sarà difficile che mi riesca di esonerarmi, e neppure


lo voglio », e il 13 marzo dell’anno seguente, sul suo documento
militare: «Vi si cita la debolezza dei miei occhi; per il resto
sono dichiarato sano e forte, e quindi abile per il servizio mili-
tare». Ma subito dopo essersi licenziato da Pforta non aveva
voluto fare il militare. «Prima Pforta — e poi i sottufficiali!
No, ‘ la fiera del deserto ama la libertà! '* ». Nella lettera della
fine di febbraio del 1865 indirizzata da Bonn alla madre, dove
rievocava questo stato d’animo, aveva espresso la decisione di
recarsi a Berlino nell'autunno di quell’anno per farvi il servizio
militare, perché a Berlino costava meno e i sottufficiali erano
più umani che a Halle. Ma aveva ben presto abbandonato que-
sflintenzione in favore del trasferimento a Lipsia.

Durante la guerra austro-prussiana del 1866 era più lieto,


come abbiamo visto, di non esser stato chiamato che di esser
corso alle armi, anche se ancora il 7 aprile aveva scritto a Gers-
rlorfi: « Dal punto di vista più strettamente individuale, mi ero
assuefatto ormai all’idea del servizio militare. Più volte mi augu-
ravo di venire strappato alle mie monotone occupazioni, ero bra-
moso del contrario, di momenti esaltanti, di una vita impetuosa
ed eccitante, di entusiasmi», e il 22 aprile 1866 alla madre e
alla sorella:

Le conoscenze mie
saluto volentier;
dite alle vecchie zic
che sono andato via,
prussiano granatier.

Che pronto e alla battaglia.

Quando la guerra fu finita senza che avesse dovuto parteci-


parvi, cercò almeno temporaneamente di evitare il servizio mili-
lare. Il 6 agosto 1867 scriveva alla madre: « Se trovassimo al-
meno un modo per risolvere favorevolmente la faccenda del ser-
vizio militare: per il momento non ne ho neppure il tempo».

Il 26 settembre dovette passare un’altra visita di leva e di


nuovo venne fatto abile. Quando, il 30 settembre, stava partendo
«la! Naumburg per recarsi al convegno filologico di Halle, incontrò
alla stazione il comandante del reparto del reggimento di arti-
Citazione da La [alla eleurina di Schiller [N.d.C.].

204 Parte I. Infanzia e giovinezza

glieria da campagna n. 4, di guarnigione a Naumburg. Questi


lo avvertì di prevedere la sua coscrizione per il 9 ottobre. Quando
Nietzsche gli replicò che in quel caso avrebbe desiderato fare
il militare a Berlino, il comandante gli promise di rilasciargli un
certificato a questo scopo, col quale, dopo il suo ritorno da Halle,
poteva presentarsi a uno dei reggimenti della guardia di Ber-
lino per tentare di prestare colà il suo anno di servizio. Nietzsche
partecipò quindi dall’1 al 3 ottobre al 25“ convegno dei filologi
e insegnanti tedeschi a Halle, dove formò un allegro gruppetto
insieme a buona parte dei suoi amici di Lipsia, e poi il 5 ottobre
proseguì per Berlino. Qui però apprese con disappunto che i
reggimenti della guardia non accettavano più volontari per un
anno. Cosi, il 9 ottobre 1867 dovette entrare in forza alla II
batteria del reparto a cavallo del reggimento di artiglieria da
campagna n. 4, per « abbracciare i cannoni locali con più rabbia
che tenerezza », come aveva scritto a Mushacke il 4 ottobre.
Tuttavia, con la determinazione che gli era naturale e che,
rafforzata dalla disciplina di Pforta, lo spingeva ad accettare le
cose inevitabili e a portarle a termine senza lagnarsì ne’ mormo-
rare, si adattò al servizio militare, assai inconsueto e non certo
leggero. E riuscì molto bene. Anche le fatiche fisiche ben presto
si attenuarono, giacché secondo l’uso di allora i volontari per
un anno dovevano curare personalmente il cavallo solo per le
prime sei settimane, e poi potevano tenersi un attendente che
faceva per loro tutto il lavoro più ingrato. E dato che svolgeva
il servizio di buon grado e con entusiasmo, non ebbe molto a
soffrire dai sottufficiali. Ma noi dubitiamo che la sorella, che non
era troppo esperta della « naia » prussiana, renda esattamente le
intenzioni dei sottufiiciali quando scrive “z « Fritz oflriva sempre
loro la colazione, il che li rabboniva parecchio e spesso li spin-
geva a dire qualcosa di carino al signor volontario, qualche volta
in maniera proprio bizzarra. Quando ad esempio uno di loro
spiegò per l'ennesima volta un dispositivo del cannone a un
cannoniere che aveva già due anni di servizio, concluse con que-
ste parole: ‘ Schulze, lei è stupido, perfino il volontario Nietzsche
l’ha già capito ’. Ma dato che il sottufficiale si risparmio l’ag-
giunta: ‘ al quale l'ho spiegato solo una volta’, quello che era
inteso come un complimento suonò piuttosto strano ».
Nietzsche si gettò a capofitto e non senza umorismo nel ser-
vizio militare, canticchiava le melodie della Bella Elena di Offen-

VIII. Il servizio ÌIIIIÌIHFC‘ (1867-69) 205

bach, che lo aveva entusiasmato a Lipsia come tutti allora, e il


cavalcare col suo «infuocato Balduin pieno di slancio» gli dava
addirittura piacere, anche se dovette disimparare molto presto
tutto quanto aveva praticato al maneggio di Lipsia. Dovette addi-
rittura far passare quasi due mesi prima di trovare il tempo di
rispondere alla bella prima lettera che l’amico Rohde gli aveva
inviato il 10 settembre. Rohde, per solito cosi scontroso, gli
aveva mandato un ritratto di Schopenhauer, « alle cui dottrine
dobbiamo soprattutto il fatto che in ogni cosa importante era-
vamo in così perfetta armonia», attestandogli cosi la sua gra-
titudine « per la cordiale simpatia che hai dimostrato verso di
me, individuo bisbetico e scostante, e che io avverto con tanta
maggior profondità e calore, in quanto so troppo bene quanto
poco il mio carattere inviti alla simpatia. L’ultimo semestre, in
cui a dire il vero noi, come su una specie di sgabello isolante,
abbiamo frequentato quasi esclusivamente l’un l’altro, è stato
per me il più felice e produttivo di tutto il mio periodo univer-
sitario fino ad oggi, con le sue serate al tiro a segno e gli eser-
cizi di equitazione e i godimenti del teatro e i tanti piacevoli col-
loqui su tutto quanto interessa un uomo come si deve; e soprat-
Iutto ripenso con gioia a quando tu suonavi il piano per me
itellbscurità: io sentivo la distanza tra una natura creativa e un
velleitario, impotente mezzostregone come me, ma l'anima mi
si apriva lo stesso sotto le note e procedeva con passo somewhat
più elastico D7.

Rohde si sentì dunque fin dal principio il beneficato, l’infe-


I'l0l'C; e Pinferiorità che sentiva era quella più difficile da sop-
portare, quella della sterilità di fronte alla creatività. È vero
clic, data la sua nobiltà di carattere, essa non diede luogo ad
alcuna invidia. Ma non per questo era più facile da sopportare,
anzi dovette farsi sempre più diificile, giacché Rohde era abba-
stanza indipendente da non saper servire.

Quando infine Nietzsche trovò il tempo, gli rispose, il 3


novembre 1867, con una lunga lettera, in cui gli dava notizie
quanto mai dettagliate sugli amici di Lipsia, informandolo anche
che il suo studio su Diogene Laerzio aveva ottenuto il premio

l'aveva saputo pochi giorni prima, il 31 ottobre — e poi sul


convegno filologico di Halle, sui suoi lavori filologici e infine,
ttnn umorismo alquanto legnoso e sforzato, anche sul suo ser-
vizio militare, per concludere rappresentando, in modo molto

206 Pur/e I , Infanzia e giovinezza

affettuoso ma troppo consapevole e riflesso, i suoi sentimenti


per l’amico: «Ti assicuro [...] che ora ho modo di utilizzare
la mia filosofia nella pratica; non mi sono mai sentito umiliato,
neppure per un attimo, anzi spesso ho sorriso, come se mi tro-
vassi davanti a qualcosa di irreale. Qualche volta, nascosto sotto
la pancia del cavallo, mormoro ‘ Schopenhauer, aiutami ’*; quan-
do arrivo a casa sfinito e grondante, basta uno sguardo al ritratto
sulla scrivania per rincuorarmi; oppure sfoglio i Parerga che ora,
insieme a Byron, trovo più attraenti che mai [...]. Mio caro
amico, ora sai il motivo per cui la mia lettera ha subito un sì
vergognoso ritardo: non ho avuto, nel vero senso della parola,
un attimo di tempo e spesso nemmeno l’umore adatto. Le let-
tere agli amici diletti, quale tu sei per me, non si scrivono in
un momento qualsiasi, ne’ si può buttar giù nei ritagli di tempo
una riga oggi e un’altra domani: si desidera di poter disporre
di un’ora bella piena e dello stato d’animo adatto ». Poi rievoca
i giorni di Lipsia: « Allora era una vita in cui potevo disporre
di me con assoluta libertà, in un godimento epicureo di scienze
e arti, in una cerchia di persone con le stesse aspirazioni e vicino
a un maestro premuroso; inoltre, e questa rimane per me la
Cosa più bella ch’io possa dire di quei giorni di Lipsia, in con-
tinuo contatto con un amico che non è soltanto un compagno
di studi, né è legato a me unicamente da comuni esperienze,
bensì affronta la vita con la stessa gravità che vi sento io, valuta
le cose e le persone quasi secondo le mie stesse leggi, e infine
esercita su di me, con tutto il suo essere, un’azione corroborante
e temprante. Ora perciò null’altro rimpiango più della sua com-
pagnia; e oso addirittura pensare che, qualora fossimo condannati
a camminare insieme sotto lo stesso giogo, porteremmo il nostro
peso con animo più sereno e con maggiore dignità, mentre ora
la mia unica fonte di consolazione sono i ricordi. In un primo
tempo mi stupivo quasi di non vederti al mio fianco come com-
pagno della mia sorte, e talvolta ancora, cavalcando, se mi volto
verso l’altro volontario, mi pare di vedere te su quel cavallo ».
A Naumburg si sente solo e si perde nei ricordi, come quello
della festa d’addìo con gli amici a Lipsia, o quello del «nostro
monumento sulle rive di quel fiume di Lipsia, monumento che
noi battezzammo Nirvana e che, per conto mio, merita quelle

* Forse parafrasi del Franco cacciatore, «Samiel, aiutami! ».

VIII. II servizio militare (1867-69) 207

solenni parole che si sono dimostrate vittoriose: YÉ-Vm’ trio; €005.

Se ora, per finire, rivolgo quelle parole a te, amico diletto,


intendo che esse racchiudano tutto quanto ho di meglio in Cuore
per te. Chissà quando il destino capriccioso riunirà le nostre
strade: possa accadere presto! Tuttavia, in qualsiasi momento
ciò accada, guarderò con gioia e orgoglio a quel tempo in cui
mi conquistai un amico mio; inni.

Friedrich Nietzsche».

Qui dobbiamo soffermarci per un momento su Nietzsche


epistolografo. Il corso ulteriore della sua amicizia con Rohde
dimostra quanto genuini e profondi fossero i sentimenti di cui
parla questa lettera. Ma in che modo poco naturale vi vengono
espressi! Non si ha piuttosto Fimpressionc che in ogni istante
egli sia anche al di sopra di essi? Come li espone all’amic0 in
un certo modo definitivo, si direbbe corretti e pronti per la
stampa, come se la loro formulazione, la loro consapevole regi-
strazione fosse per lui più importante dei sentimenti stessi. Il
sentimento non parla mai immediatamente, senza esser passato
per il cervello e la mano ordinatrice. Non è un caso, c noi ce ne
accorgiamo, che Nietzsche scrivesse quasi tutte le sue lettere in
brutta copia per poi vergarle nella sua calligrafia eccezionalmente
bella, senza cancellature né cambiamenti, benché avesse un tem-
peramento assai impulsivo. E perfino qui, quando si tratta del-
l'amico della sua vita, col quale meno che mai cercò cli atteg-
ginrsi a pedagogo, non può fare a meno di mostrargli che il suo
nlletto è esigente. Il più alto invito che fa a se stesso: diventa
come scii, egli lo fa anche all’amico, che pure ama così c0m’è.
Ii che cosa ama in lui: « affronta la vita con la stessa gravità
che vi sento io, valuta le cose e le persone quasi secondo le mie
stesse leggi, e infine esercita su di me, con tutto il suo essere,
un'azione corroborante e temprante ». Dunque nell’amico non
Lllllxl che se stesso e la propria convalida. Ciò che in Rohde è
«Iìvctso, sconosciuto, non lo tocca. Non lo vede o lo trascura.
Iigli cerca il compagno di strada ed esce dalla solitudine per
ritirare nel rapporto a due, ma il suo essere non è modificato
m‘ ampliato dallesperienza dell'altro, da quella dell’amico non
IHCHO che della donna, bensì si rispecchia in essi e si consolida.
In (llllîsffl come in tutte le amicizie della sua vita egli ha il van-
taggio della maggiore apertura spirituale e della meta più alta.
li anche superiore nella capacità di variazioni sulla tastiera dei

208 Parte I. Infanzia e giovinezza

sentimenti. Comprende sempre. Ma a questa comprensione manca


la calda e semplice commozione non riflessa che forma la sostanza
della vita tra l’io e il tu, così come esclude la perfezione nello
spirito. La necessaria e fatale solitudine di Nietzsche, che più
tardi doveva essere per lui croce e delizia ad un tempo, per noi
è già scontata in questo primo tentativo di apertura del suo
essere al «tu >>, all'amicizia come sua unica possibilità di convi-
venza con gli uomini. Essa poteva soltanto aumentare, per quanto
si tentasse di spezzarla, e alla luce di una tale fondamentale
situazione spirituale si perde completamente di vista Pessenziale
quando, nell’ulteriore sviluppo dei rapporti umani di Nietzsche,
si va alla ricerca della colpa dell‘uno o dell’altro. Questi rap-
porti sono tanto èinnocentemente» fatali da sottrarsi alla mi-
croscopia dell'analisi dei dati di fatto individuali, così come le
interpretazioni moralistiche degli osservatori limitati e superfi-
ciali come la sorella.

Col tempo Nietzsche cominciò a prendere gusto al servizio


militare. L'I-B febbraio 1868 poteva già raccontare a Rohde con
orgoglio che era considerato il miglior cavaliere fra 30 reclute
e che godeva delle simpatie di tutti, «dal capitano al canno-
niere». Nella vita del soldato, per quanto lo distogliesse dai
suoi veri interessi, egli scorgeva « un continuo appello all’energia
di un individuo, efficace ‘specialmente come ÙWÉÙMUV contro quello
scetticismo paralizzante, di cui abbiamo analizzato insieme più
volte gli efîetti ». E a Mushacke il 13 febbraio scrive che con-
sidera Panno di ‘servizio militare « un drastico contravveleno a
un tipo di erudizione tetra, pedantesca, inconsistente, contro la
quale mi batto costantemente, ovunque mi capiti di trovarla ».
Ai filologi augura un po’ più di esercitazioni militari anche per
il loro lavoro. Ma anche in quel periodo i suoi veri interessi
andavano ai suoi problemi filologici, che però si stavano spo-
stando sempre di più verso la filosofia. Ciò appare con partico-
lare chiarezza nell’evoluzione dei suoi studi su Democrito. Prima
del servizio militare li aveva condotti dal punto di vista esclu-
sivamente filologico, esaminando Pautenticità delle circa 300
opere che venivano attribuite a Democrito. Ora invece, nelle
ore libere dal servizio, si sentiva assai più attratto dalla perso-
nalità stessa di Democrito, Riprese in mano il libro di Lange,
dove Democrito, «l’Humboldt del mondo antico», come lo

VIII. Il servizio riti/ilare (1867-69) 209

chiama una volta lo stesso Nietzsche, viene trattato in modo


particolarmente diffuso, e poi si diede a studiare. tutte le tracce
di Democrito e del suo pensiero, avendo in mente ‘unìtmbizione
maggiore: « Ho una voglia pazza — scrive a Rohde nella lettera
dell'1 febbraio —— di dire un mucchio di amare verità ai filologi,
nel mio prossimo articolo in honoren: Ritrcbelz‘ [sull’attività let-
teraria di Democrito]. Per ora sono molto ottimista circa questo
lavoro: è andato acquistando uno sfondo filosofico, cosa che non
ero mai riuscito a fare in nessuno dei miei lavori. Inoltre — non
che io lo voglia, ma proprio perciò la cosa mi diverte — i miei
lavori prendono tutti una certa direzione e indicano tutti, come
tanti pali del telegrafo, una meta dei miei studi, che ora non
voglio più perdere di vista. Tale meta è una storia degli studi
letterari nell'antichità e nell’epoca moderna. Per il momento non
mi interessano molto i dettagli; quello che ora mi attrae è l’ele-
mento universalmente umano, è vedere come nasce l'esigenza di
un'indagine storico-letteraria e come questa prenda forma tra le
mani plasmatrici del filosofo. ll fatto che tutti i concetti chia-
rificatori, nella storia letteraria, noi li abbiamo ricevuti da quei
pochi uomini di genio che vivono nelle parole dei dotti; che
tutti i lavori buoni e proficui, in questo campo, non sono stati
altro che applicazioni pratiche di quelle idee tipiche; che in tal
modo l'elemento creativo, nell'indagine letteraria, è proprio di
coloro che personalmente non si dedicarono affatto, o si dedi-
carono limitatamente, a questo genere di studi; e che, al con-
trario, le opere famose in questo campo vennero scritte da coloro
che erano privi della scintilla creativa: tutte queste considera-
ritmi fortemente pessimistiche, che comportano un nuovo culto
del genio, persistono nella mia mente e mi invogliano a fare
una verifica storica alla luce delle medesime. Riguardo a me
stesso la prova torna: ho l'impressione infatti che tu, leggendo
queste righe, debba sentirci lo zampino di Schopenhauer ».

Lo scritto su Democrito qui menzionato, destinato da Ritschl


.n far parte di una strenna della « Scuola di Lipsia », non venne
lei-minato, dato che la maggior parte degli altri collaboratori
venne meno e l'intero progetto fu abbandonato nell’estate del
M66, ma ci sono conservati una serie di lavori preliminari risa-
lellll al periodo ottobre 1867 -marzo 1868, che mostrano chia-
ramente il nuovo orientamento di Nietzsche, da lui stesso segna-

210 Parte I. In/artzîa e giovinezza

lato. In questa svolta affiorano nel contempo dei punti di vista


che conservano tutta la loro importanza anche per il Nietzsche
futuro.

Così, contro i filologi dei tempi suoi: «I filologi sono per


la maggior parte operai al servizio della scienza. È finita la ten-
denza ad abbracciare un tutto più vasto o a introdurre nel mondo
punti di vista nuovi. Invece i più lavorano con fervida perse-
veranza su una viterella [...]. Lo sforzo della prossima genera-
zione di filologi dovrà essere quello di pronunciare la parola
‘fine’ e di entrare in possesso del grande retaggio del passato [...].
Si avvicini la scienza alle fatiche degli uomini d’oggi, non si torni
a tirar fuori quel che è in soffitta. Si deve smettere di ruminare
[...] i nostri filologi debbono imparare a giudicare più in grande,
per scambiare i mercanteggiamenti su singoli passi con le grandi
speculazioni della filosofia. Bisogna saper porre nuovi interrogativi
se si vogliono avere nuove risposte » z.

Poi si scaglia con grande vigore contro lostoricismo corrente


fra i tedeschi e dà così inizio a una battaglia che continuerà anche
in seguito. « Ma soprattutto si riconduca entro i suoi limiti l’os-
sessione della storia, che imperversa senza freni. L'umanità ha
cose più importanti da fare che occuparsi di storia. Ma se lo fa,
ricerchi i punti che han valore formativo. Non si deve studiare
nulla soltanto perché è stato, bensì perché era migliore di adesso
e quindi funge da modello [...]. Lo storico ‘ organico ’ dev'essere
poeta; quando non è poeta, c'è comunque un danno».

Quanto agli studi storico-letterari, egli giunge poi alla con-


clusione seguente: «Il simile conosce il simile. Occorre dimo-
strare come ogni grande idea letteraria risalga a sua volta ai
grandi ingegni afiini; il che produrrebbe una bella dimostrazione
della miseria dellîntelletto comune. Esso non può creare grandi
opere; anzi non sa nemmeno riconoscerle tra le altre [...]. Le
teste mediocri hanno bisogno di una spaventosa quantità di ma-
teriale per ‘comprendere’ i loro poeti, perché vogliono, e in
realtà possono soltanto comprendere il contenuto materiale [...].
Sono inclini alle conoscenze ‘ storiche’, ossia allineano le grandi
menti in una lunga serie, che è formata da menti del loro calibro.
Non vogliono riconoscere alcuna difierenza assoluta, soltanto una
differenza di grado. Poi cercano di dimostrare Pesistenza della
grande mente ‘necessaria’, ossia non soltanto spiegabile col
tempo e con l'ambiente, bensì risultante di necessità da essi;

VIII. Il IEHJÎZÎO mililare (1867-69) 211

e ciò facendo piegano Fingegno a un’odiosa costrizione. Infine,


vogliono il più possibile riconoscere i lati deboli, caduchi e nega-
tivi del grande individuo; anche, come essi dicono, per com-
prenderlo completamente, ma in realtà per avvicinarlo a se
stessi ».
Qui prende forma per la prima volta con tutta chiarezza
Yaristocratica visione spirituale e il culto del genio di Nietzsche,
che doveva dominarlo per anni. Al « lavoro di fabbrica» filo-
logico ed al «cattivo gusto che si impegola nello studio di par-
ticolari staccati» egli contrappone il suo metodo, che rimarrà
valido per tutta la vita del Nietzsche filologo e osservatore della
storia: « Il mio metodo è: rafireddarsi per un fatto singolo non
appena si amplii lbrizzonte [...]. Il risultato di una ricerca stimola
il nostro intelletto, ma la sostanza del nostro essere rimane
fredda. Ma alla fine ci si imbatte una buona volta in concezioni,
analogie ecc., che ci mettono vigorosamente in movimento. Non
va diversamente nella ricerca scientifica. Ciò che dà l'impulso
sono sempre quegli ignoti, remoti campi in cui vediamo i risul-
tati dello studio armonizzarsi con quelli della vita ».

Tra queste frasi si trova un detto che potrebbe valere come


motto di tutta la vita, tutto il pensiero di Nietzsche: «Così la
nostra fatica è un viaggio nellîgnoto, con la vacillante speranza
di trovare un giorno una meta dove riposare »’.

E già si preannuncia la critica dell'intelletto che doveva pari-


menti rimanere un tema di tutta la vita di Nietzsche: « A poco
a poco [...] si è sviluppato un metodo critico che si presenta
alla nostra mente come un prodotto del comune buon senso. Si
crede di possedere in esso qualcosa di consistente, di permanente
in ogni epoca, sicché ad esempio dei giudizi dati dall'età di Pericle
e da quella di Bismarck, purché siano derivati da questa radice
comune, dovrebbero necessariamente concordare. Un grande er-
rore, che è contraddetto dalla storia di tutte le scienze! Piutto-
sto, quel cosiddetto comune buon senso è un perpcluum mobile,
un oggetto inafferrabile, una specie di indice delle capacità logiche
di un periodo, di un popolo, di una scienza, di un uomo. Il
tedesco e il francese, Vindustriale e l'erudito, lo scienziato e il
filologo, l'uomo e la donna, usano tutti questa sola parola e tut-
tavia intendono ciascuno una cosa diversa » 2. Da lungo tempo
ha cominciato a dubitare dellîntelletto in genere: « Caro amico

—— scrive a Rohde il 3 aprile 1868 — hai scritto una cosa che

212 Parte I. Infanzia e giovinezza

pare proprio dettata e uscita dal mio cuore: l’istinto è il meglio


dellfiiittelletto ».

Mentre Pinfatuazione filologica dei primi due anni di Lipsia


tornava in Nietzsche a dissolversi e riprendevano a farsi luce i
suoi istinti filosofici, lo colpì un incidente che parve avere le
conseguenze più preoccupanti per la sua salute, ma che nello
stesso tempo lo liberò dalla costrizione militare e diede al suo
nuovo orientamento spirituale Popportunità di far sentire i suoi
effetti. Per la prima volta la malattia compare nella vita di
Nietzsche come elemento perturbatore e nello stesso tempo
risolutore.

Al principio del marzo 1868, durante una cavalcata di ser-


vizio, fallì un salto sul suo cavallo. Batté pesantemente il petto
contro l'arco anteriore della sella e sentì un forte dolore. Con-
tinuò a cavalcare egualmente, inflessibile com’era verso se stesso,
e non badò al dolore, che pure aumentava. Ma la sera svenne
due volte durante l’ora di istruzione e dovette mettersi a letto.
«I dieci giorni successivi li ho trascorsi senza muovermi dal
letto, nel peggiore senso della parola, ossia in forzata immobi-
lità, e come teso e legato con lacci, tra dolori spaventosi, con-
tinua febbre. senza pace giorno e notte, e con impacchi di ghiac-
cio » -— scriveva a Rohde il 3 aprile 1868. « Per colmo di sven-
tura, a tutto ciò si è accompagnata una gastrite ostinata».

Qui abbiamo per la prima volta notizia di un disturbo allo


stomaco di Nietzsche, disturbo che doveva tanto aflliggerlo in
seguito. Che cosa fosse il « malessere» durato più giorni, che
stando a una sua lettera a Ritschl lo aveva già confinato alla sua
camera nel febbraio, ci è ignoto. Anche se la gastrite sembra
passasse senza conseguenze, essa attesta comunque una certa
debolezza di stomaco già prima della malattia contratta nella
guerra del 1870.

Più gravi furono le conseguenze dell'incidente. Nella lettera


citata Nietzsche continua: «Infine, trascorsi questi dieci giorni,
mi furono praticate delle incisioni nel petto e, da allora, ho il
piacere filottetico di una violenta suppurazione: con lo strappo *,
infatti, all‘interno del petto si è diffuso molto sangue che è andato
in suppurazione: da quella ferita sono uscite, a dire poco, già

* Il medico aveva accertato lo strappo di due muscoli pettorali, ma


gli era sfuggita la lesione allo sterno.

VIII. Il servizio mililare (186769) 213

quattro o cinque tazze di pus. Da allora mi sono alzato, ma le


mie condizioni lasciano a desiderare: sono fiacco come una mosca,
sciupato come una vecchia zitella e magro come una cicogna.

Inoltre, quando voglio alzarmi, ho bisogno di qualcuno che


mi aiuti: mi sento tutto il petto come stretto da lacci, e tutti
i legamenti, i muscoli e i tendini sono doloranti. L'altro ieri sono
uscito un po’ all’aperto, ma mi trascinavo sulle gambe come un
invalido e dopo un quarto d’ora ero già stanco». Durante il
periodo dei primi dolori, i più forti, Nietzsche prese «tutte le
sere la morfina », ancora all’inizi0 di aprile scrivere una lettera
lo affaticava talmente che doveva rimettersi a letto. Era preso
ad ogni istante da crampi dolorosi, e la ferita continuava a sup-
purare. E poca consolazione gli dava il fatto che il 1" aprile lo
avevano promosso appuntato. « Ah, maledizione, se fossi almeno
‘ esonerato ’! * ».

Le sue condizioni generali ben presto migliorarono, ma la


ferita in suppurazione non voleva rimarginarsi, evidentemente
perché, oltre allo strappo muscolare, era stato leso anche lo
sterno. «La suppurazione —— scriveva a Ritschl il 26 maggio —
ha cominciato a penetrare anche nell’osso, si che pochi giorni
or sono, con mio grande stupore, è venuto fuori un pezzo del
mio scheletro, un ossicino. Ora bombardo con molta cura la
cavità interna dell’infezione con infuso di camomilla e soluzione
di nitrato d‘argento, e tre volte alla settimana faccio un bagno
caldo». E questo ancora due mesi e mezzo dopo Pincidente!

Il 6 giugno egli teme (scrivendo a Rohde) «che il peggio


[orse deve ancora venire. La suppurazione continua, lo sterno
‘c colpito e oggi persino il medico mi ha prospettato, come quasi
sicura, una prossima operazione. Si tratta di asportare un intero
tratto di osso, per cui bisognerà incidere le parti molli e poi
‘ ridurre ’, come diceva il medico, scilicet ‘ segare ' l’osso colpito,
lo sterno appunto. Ma una volta che sei sotto i ferri e la sega
dei chirurghi, allora ti accorgi a quale filo sottile è legata quella
tal cosa che si chiama vita». Ma per il momento non si fece
tiulla, finché il 22 giugno egli comunica la sua decisione a Deus-
sen: «Un ossicino dopo l'altro fuoriesce insieme al pus, a dimo-
strare che lo sterno è seriamente colpito. Giovedì prossimo voglio
" In Nietzsche c’è un intraducibile gioco di parole tra « Gefreiter x» =
appuntato e « Befreiter» = liberato, esonerato [N.d.C.].

214 Parto I. Infanzia e giovinezza

consultare a Halle il famoso chirurgo Volkmann e speriamo dav-


vero che mi dia un responso soddisfacente».

Il 25 giugno si fece quindi visitare a Halle da Volkmann,


il famoso chirurgo, autore con lo pseudomino di << Leander » di
un libro letto ancora oggi, le Fantarlicberie (Iavanti a caminetti
francesi. Questi lo mandò alla stazione termale di Wittekind,
dove doveva prendere dei bagni di acqua salina.

Prima di recarvisi, Nietzsche fece visita dal 25 al 29 giugno


ai suoi vecchi amici di Lipsia, passò tre serate a teatro, andò
tre volte al corso di Ritschl, che lo invitò a pranzo la domenica,
e trascorse una notte nella camera di Roscher, da dove però lo
cacciarono le cimici, sicché per le due notti successive si trasferì
in albergo, mentre le ultime due dormi dal « bizzarro originale »
Romundt, il quale voleva conquistare la scena di Lipsia con la
tragedia llfarianna ed Erode, che però Nietzsche dovette demo-
lirgli; giacché scrive a Rohde il 6 agosto: « La scintilla poetica
del nostro amico, pur non cosi forte da uccidere un bue, è però
più che sufficiente per stordire una persona: e perciò l'ho cal-
damente pregato di smettere con quella sua pericolosa mania di
giocare con il fuoco. In primo luogo, dunque, ha ripreso a fare
il filologo».

Sulle prime nemmeno la cura nella stazione termale di Witte-


kind sembrò, secondo l’opinione di Volkmann, risparmiargli una
operazione. Ma a questo punto la sua robusta costituzione prese
il sopravvento e la suppurazione diminui. Pennellate giornaliere
di iodio nella clinica di Volkmann a Halle, peraltro assai dolo-
rose, fcccro il resto. Dal 19 al 25 luglio Nietzsche, di nuovo
sereno, poté prendere parte al convegno musicale di Altenburg,
e quando, dopo il suo ritorno passando per Lipsia si ripresentò
a Volkmann a Halle, questi lo dichiarò guarito. Il 2 agosto,
dopo cinque mesi di malattia, fece ritorno ristabilito a Naumburg.

In generale dovette prendere il soggiorno di cura a Wittekind


con umorismo, trascorrendolo serenamente. Già il terzo giorno,
2 luglio, scrisse alla sua «materna amica», la signora Ritschl,
moglie del suo professore: «L’altro ieri a mezzogiorno sono
giunto in questo paesello che si pretende termale e che si chiama
Wittekind: pioveva forte e le bandiere, innalzare per la festa
delle fontane, pendevano giù sporche e flosce. Ualbergatore, chia-
ramente un ladro e con certi impenetrabili occhiali blu, mi venne
incontro e mi accompagnò nella stanza, fissata già sei giorni

VIII. Il servizio militare (186769) 215

prima, la quale, fatta eccezione per un Sofà tutto ammulfito, era


nuda come una prigione. Ben presto mi resi conto anche che
questo albergatore, per due case piene di clienti, cioè per circa
venti o quaranta persone, teneva una sola donna di servizio.
Un’ora dopo avevo già una visita, ma così poco gradita che non
mi rimase se non liberarmene con cortese fermezza. In breve,
tutta l'atmosfera in cui venni a trovarmi era gelida, piovosa,
indisponente.

Ieri ho cercato di conoscere un po’ i luoghi e le persone di


qui: a tavola mi ‘e toccata la fortuna di sedere vicino a un
signore sordomuto e a certe figure femminili dalle forme sor-
prendenti. Il luogo non mi sembra brutto ma, per la pioggia e
Fumidità, è impossibile muoversi e vedere a un passo di distan-
za». E a Rohde scrive il 6 agosto, ricordando quesfepisodio:
«Ho composto di nuovo: influssi femminili», e « Cura e corte
termale a Wittekind ».

L’8 agosto comunica a Gersdorff: « È chiaro che ora non


posso riprendere il servizio militare: in un primo tempo verrò
dichiarato ‘momentaneamente inabile’; anzi, dal momento che
ormai mi è impossibile diventare ufficiale della milizia territo-
riale, desidero addirittura scomparire, un po’ alla volta, dalle
liste dei soggetti al servizio militare».

Quando, ai primi di ottobre, il capitano di Nietzsche attcstò


nel suo certificato la sua idoneità a sottotenente della milizia
territoriale, purché prestasse un altro mese di servizio in feb-
braio, onde acquisire le nozioni necessarie per le esercitazioni
ai pezzi, egli inizialmente ritenne la cosa degna di considerazione,
visto che la guerra era inevitabile, ma la lasciò cadere, soprat-
tutto perché intervenne la sua chiamata a Basilea. In ogni caso
cra felice quando, il 15 ottobre, suo compleanno, poté final-
mente, «non più costretto nell’uniforme, respirare la libertà»
(a Dietrich Volkmann in Pforta, il l4 ottobre 1868). Già il
giorno seguente fece ritorno a Lipsia.

I cinque mesi di malattia testé superati, che noi abbiamo


descritto dettagliatamente, il più possibile con le parole stesse
(li Nietzsche, non da ultimo perché questi scritti forniscono al
lettore una singolare impressione del modo in cui lo stesso
Nietzsche intese la stia malattia —— questa malattia si era certo
sviluppata da un puro incidente; ma fu sempre tipico di Nietz-
sche intendere anche il caso, o quello che tale appariva, come

216 Parlc I. IrI/anzia e giovinezza

destino, e anche renderlo fecondo in rapporto a se stesso, non


meno che se stesso in rapporto al caso. Così anche qui, come
assai di più in seguito, egli entrò in una particolare relazione
con la malattia. Per quanto questa sembrasse intralciarlo, anzi
per certi periodi paralizzarlo, seppe però sempre strapparle per
il suo pensiero e la sua vita quel dolce miele che chi è normal-
mente sano non riesce mai a gustare. Da qui proviene buona
parte della sua straordinaria chiaroveggenza psicologica. Grosso-
lani psicologi hanno parlato addirittura di una « fuga nella ma-
lattia» di Nietzsche, quando voleva sottrarsi a qualche condi-
zione insopportabile. Effettivamente è rinìarchevole che in tutte
le svolte cruciali della sua vita e del suo pensiero compaia la
malattia, talvolta anche come Salvatrice da situazioni nelle quali
il poco battagliero Nietzsche difficilmente avrebbe potuto cavar-
sela. Ma quando si vuole interpretare questo fatto come una
consapevole fuga nella malattia, non si riflette che, sicuramente
a partire dal 1870 e con ogni probabilità già fin dalla prima
giovinezza, la malattia fu, come abbiamo visto e vedremo più
tardi, una costante accompagnatrice, anzi in assoluto una parte
integrante della sua vita. E che lo fosse, Nietzsche lo comprese
assai presto, facendola fruttare senza perciò rifugiarsi in essa
ne’ crogiolarvisi. La sfruttò invece per ampliare la sua apertura
spirituale ed elevare il suo sentimento vitale. E riuscì a domi-
narla meglio di quanto non facciano i sani con la loro salute.
Ma comprese anche la voce della malattia, che è pur sempre
una voce di riflessione e un appello a una più elevata sanità,
meglio di coloro per i quali essa rappresenta soltanto perturba-
zione e pericolo. Così collaborò anch’egli a quella misteriosa
interazione tra malattia e destino che contraddistingue in così
elevata misura la sua vita e senza la quale la sua opera spiri-
tuale non avrebbe conseguito la sua piena altezza e profondità.
Benché partita da un’altra sponda, e avviata sul mare della cono-
scenza per scopi del tutto diversi, anche la sua navicella reca il
motto di Meìster Ekkehart: «Il più veloce animale che vi porta
alla perfezione è il dolore».

Quando Nietzsche, nel marzo del 1868, si ammalò per mesi


a causa di un incidente di cavallo, soltanto uno sguardo molto
miope avrebbe potuto vedere in ciò una fuga dal servizio mili-
tare nella malattia; certo il servizio era sovente noioso per
Nietzsche, ma per nulla insopportabile. Egli si sottopose addi-

VIII. Il rervizio utili/are (186769) 217

rittura con gioia alle fatiche fisiche, soprattutto a quelle del


cavalcare, ed aveva molta più ambizione e disposizione a dive-
nire ufficiale della milizia territoriale che a suo tempo per la
vita goliardica di Bonn. Coraggio e resistenza fisica non gli face-
vano certo difetto. Il mutamento che accompagnò la sua malattia
concerneva piuttosto il suo interesse principale, il rapporto tra
filologia e filosofia, e il problema della sua professione futura.

La sua produttività filosofica era languita per quasi quattro


anni, se si prescinde dai suoi intensi studi su Schopenhauer e su
Lange. In questo periodo si era aiddcnirzito quasi esclusivamente,
anche se con dubbi e una certa filosofica inquietudine, fra le trame
della filologia rigorosa. Ma ora la vena filosofica repressa tornava
a reclamare i suoi diritti. Già dagli appunti e dagli studi demo-
critei del periodo militare che precedette Yincidente noi vediamo
che stava incominciando a imporre alla filologia una più elevata
finalità politico-culturale e filosofica.

Era ormai sicuro di dominare la filologia così com'era colti-


vata ai suoi tempi e di esservisi consolidato ben al di là di quanto
sia solito farlo uno studente universitario. Era collaboratore del
« Rheinisches Museum », una delle principali riviste specializzate,
e nella primavera del 1868 Friedrich Zarncke lo invitò a colla-
borare a un’altra, il « Literarisches Centralblatt ». Così rispose,
il 15 aprile, alla sua lettera « di una gentilezza lusinghiera »: « Il
campo nel quale credo di avere una discreta preparazione riguarda
lo studio sulle fonti e la metodologia della storia della letteratura
greca; per farLe alcuni nomi. Le dirò che quelli che più mi inte-
ressano sono, oltre a Esiodo, Platone, Teognide e i poeti elegiaci,
Democrito, Epicuro, Diogene Laerzio, Stobeo, Suida, Ateneo ».
E gli mandò una recensione del libro di Schomann sulla « Teogonia
di Esiodo», che uscì già il 25 aprile e alla quale tennero dietro
altre sette recensioni nell’annata 1868-69 della rivista. Poteva
dunque considerare chiuso il suo periodo di studi universitari. Si
trattava ora di coglierne i frutti.

All’inizio dell’aprile del 1868 Nietzsche comunicò a Rohde


il suo progetto di andare a Parigi Panno successivo. Rohde fu
entusiasta dell’idea di andarvi con Nietzsche, preferibilmente già
il prossimo inverno. Ma Nietzsche non poteva così presto. Il 3
aprile scriveva a Rohde che, per quanto sicuro fosse il suo pro-
getto, non se ne poteva far nulla prima dell’estate dell’anno suc-
cessivo; oltre ad altri lavori in corso, doveva anche preparare

218 Parla I. Infanzia e giovinezza

la sua dissertazione dottorale. Tema di questa era, come comu-


nicò a Gersdorfi il 16 febbraio 1868, uno studio sulla contem-
poraneità di Omero ed Esiodo. Ma poi tornò a sprofondarsi negli
studi filosofici, soprattutto nel Kant di Kuno Fischer e nel già
menzionato libro di Lange. Verso la fine di aprile-principio di
maggio scrisse a Deussen sotto l’influsso di questa lettura, che
aveva straordinariamente stimolato i suoi istinti antimetafisici:
« Chi tenga presente il corso delle ricerche in questo campo, so-
prattutto quelle fisiologiche, da Kant in poi, non avrà dubbi sul
fatto che quei limiti sono stati accertati con tale sicurezza e in-
fallibilità che, tranne i teologi, alcuni professori di filosofia e il
vulgur, nessuno più può farsi illusioni in merito. Il regno della
metafisica, e con esso l‘area della verità « assoluta » è stato inne-
gabilmente inserito in un'unica categoria insieme con la religione
e la poesia. Chi vuole conoscere qualcosa, si limita ora a una
conoscenza della cui relatività egli stesso è consapevole, come per
esempio tutti i famosi studiosi di scienze naturali. Per alcuni
la metafisica appartiene dunque alla sfera dei bisogni dell’animo,
è essenzialmente edificazione. Per altro verso essa è arte, quella
cioè della poesia concettuale. Una cosa è certa però: la metafisica,
sia come religione che come arte non ha nulla a che vedere con
il cosiddetto ‘ vero o essere in se’. ‘.

Tra l’altro, quando alla fine di quest’anno riceverai la mia


dissertazione di dottorato, ti accorgerai che il problema dei limiti
della conoscenza èillustrato in parecchi punti. Il mio tema è ‘il
concetto organico da Kant in poi ‘, a metà strada tra il filosofico
e lo scientifico. Il lavoro preliminare è quasi pronto ».

In queste righe e nell’accennato tema della dissertazione tro-


viamo già impostata la critica gnoseologica e la critica della
scienza. Ma un altro brano della stessa lettera illumina altresì il
rapporto con l’amico Deussen, che ormai non è più privo di
tensioni: « Quello che mi èpiaciuto di più nella tua missiva è il
tono gaio e soddisfatto, che contrasta molto positivamente con
i toni assai cupi dei tuoi sfoghi al tempo di Bonn e di Tubinga.
Va scomparendo il ‘ carattere senile’ e al suo posto c’è ora il
tuo modo di esprimerti, che è molto particolare. Altri direbbero
che è ‘il carattere giovanile che scompare‘. Ma non discutiamo
su questo.

In merito a questo tono gaio, mi permetto soltanto di fare


una proposta. Non dovremmo averne finalmente abbastanza di

VIII. Il servizio militare (186769) 219

tutti questi garbugli filosofici a cui han fatto finora da scenario


le nostre lettere? Un accordo finora non c'è stato: perché dob-
biamo continuare a battere i soliti tasti dissonanti? ». Più e più
volte Nietzsche tenta di lasciar sussistere i rapporti umani in sé
e per se’, anche là, 0 proprio là dove le opinioni contrastano su
questioni di principio, di tenerli separati dalle semplici divergenze
d’opinione. Questo tentativo doveva tragicamente fallirgli nel caso
di Wagner, mentre la comprensiva bontà di una Malwida von
Meysenburg vi si mostrò disponibile.

Già pochi giorni dopo Nietzsche si accorse che questo tema


kantiano, per quanto toccasse i suoi « inter‘ ssi principali», pro-
prio per questo non si adattava alla sua dissertazione dottorale,
« a meno che non si voglia lavorare con eccessiva superficialità»,
come scrive a Rohde il 3 o 4 maggio. Egli si propone quindi « una
questione filologica più limitata », ossia la questione se i « padri »
che gli storici di letteratura greca attribuivano ai poeti e ai filosofi
fossero padri fittizi o genuini. Preparo lavori preliminari di ogni
genere in questo senso, ma nemmeno la dissertazione su questo
tema giunse a buon fine.
Ma a Rohde nella stessa lettera comunicò le sue idee più
recenti, stimolate da fatti esterni, sulla sua carriera immediata
con le seguenti istruttive parole: « Una volta Ritschl ebbe a dirmi
che c’è penuria di docenti di filologia. Che ciò sia vero basterebbero
a dimostrarlo le rapide promozioni di Reiiîerscheid, per esempio,
e recentemente di Riese a Heidelberg. Noi, comunque, afîrontiamo
entrambi questo futuro accademico senza speranze eccessive; ciò
nondimeno ritengo che la posizione di professore consenta c ga-
rantisca anzitutto di dedicarsi con agio ai propri studi, inoltre di
avere una sfera di azione assai utile c, infine, una posizione abba—
stanza indipendente dal punto di vista sia politico che sociale. Di
quest'ultimo vantaggio possiamo godere in questa più che in
qualsiasi altra carriera statale, sia di giurista che di maestro.

E del resto, che bisogno abbiamo di fare il cosiddetto e tanto


famigerato esame di Stato? Rabbrividisco di paura quando penso
a questo spreco di memoria, di energia produttiva, di autonomia
di crescita; a questo meccanismo di una direttiva governativa sor-
passata e livellatrice. Sono convinto anzi che non potrò fare que-
sto esame proprio perché non vorrò mai poterlo fare. Cancellia-
molo perciò dal nostro programma di sogni per l'avvenire: del

c .

resto non e neppure necessario per la nostra carriera accademica

220 Par/e I. Infanzia e giovinezza

[...]. Ho toccato così tutti i punti cui mi spingeva la lettera di


Windisch (che ti allego)».

Ernst Windisch“, al quale Nietzsche dava del tu fino dai


tempi di Lipsia, senza che però dal loro rapporto nascesse un’ami—
cizia intima come quella con Rohde, ebbe nella vita di Nietzsche
in questi anni 1868-6‘) unîmportanza assai maggiore di quanto
fosse noto finora. Era stato ‘ui a spingere Zarncke a invitare
Nietzsche alla collaborazione al « Literarisches Centralblatt »; ora
provocò la decisione di Nietzsche di diventare professore, e fu
anche colui che fece conoscere Nietzsche e Wagner. Eventi deci-
sivi della vita di Nietzsche sono dunque da ricondurre al suo
impulso o alla sua mediazione. Naturalmente, dal punto di vista
umano egli aveva con Nietzsche soltanto il rapporto del giovane
scienziato con un bravo compagno di studi. Nemmeno una sua
visita al compagno malato a Naumburg la domenica di Pentecoste
del 1868, nella quale Windisch consigliò caldamente a Nietzsche
di abilitarsi, e precisamente a Lipsia, li fece avvicinare ulterior-
mente, sebbene Windisch piacesse molto a Nietzsche come « una
di quelle nature che si sviluppano appieno e in estensione, con-
servano straordinariamente intatte e senza incrinature le loro
aspirazioni e che, a guardarle, procurano lo stesso piacere di un
giovane albero rigoglioso » (a Rohde il 6 giugno 1868). Il tem-
peramento assai attivo di Windisch stimolò Nietzsche in questo
periodo, almeno esteriormente, più della stessa amicizia con
Rohde.

Il 2 maggio 1868 Windisch comunicò a Nietzsche la sua ferma


decisione di abilitarsi entro breve tempo a Lipsia. E gli diede
anche varie informazioni sui progetti di abilitazione di altri com—
pagni di studi i. Lo stesso giorno in cui ricevette questa lettera,
Nietzsche scrisse a Rohde che le attribuiva « un’importanza deci-
siva per i nostri progetti per l'avvenire », anche se Windisch non
lo sospettava neppure. Nietzsche non può che credere che lui e
Rohde prenderanno la stessa decisione. Così scrive all’amico:
« Ti prego poi sinceramente, amico mio, di rivolgere tutta la tua
attenzione a una carriera accademica da intraprendere un giorno:
questa è comunque una decisione che (levi prendere una buona
volta. Non è il caso qui di fare un esame preoccupato di se stessi:

* 1844-1918, importante indologo, sanscritista e professore a Lipsia.

VIII. Il rerzrizio fllÌ/Ìldîc (1867-69) 221

dobbiamo e basta, e perché non possiamo fare diversamente. e


perché non ci si prospetta altra carriera più adatta; perché ci
siamo semplicemente sbarrati la strada verso sistemazioni più
vantaggiose, e perché non abbiamo alcun altro mezzo per mettere
a profitto del prossimo la nostra costellazione di energie e di
idee, se non appunto la strada accennata. In fondo non ‘e lecito
vivere per noi stessi.

Adoperiamoci per parte nostra affinché i giovani filologi, ar-


mati del necessario scetticismo e liberi dallo spirito pedantescoa
e da un‘eccessiva considerazione per la loro disciplina, si presen-
tino come veri promotori degli studi umanistici. Soyonr de nolre
riècle, come dicono i Francesi: un’opinione, questa, che nessuno
dimentica tanto facilmente come il filologo di mestiere ». Debbono
procurarsi un po‘ di pubblicità, poi all’incirca in un anno e mezzo
abilitarsi a Berlino 0 da qualche altra parte e aiîermarsi come
liberi docenti finché non vengano promossi, per la qual cosa ci
sono in quel tempo secondo Ritschl buone prospettive. Nietzsche
peraltro non vede ancora la necessità di tradurre questa decisione
in pratica nel prossimo futuro. E continua: « Ora nulla desidero
di più che vedere tradotti nella realtà i bei sogni di vita in
comune a Parigi ».

In questa lettera all'amico più intimo è già preavvertita ed


espressa tutta la problematica che doveva investirlo quando poi
intraprese la carriera del docente accademico tanto più presto di
quanto pensasse allora. La decisione di Nietzsche di diventare
professore recò fin dal principio tutti i segni di un compromesso
di vita, un compromesso consapevole, dal quale dovevano neces-
sariamente scaturire in uno spirito così indomito i conflitti più
tormentosi. Tutta la sua argomentazione in favore di questa pro-
fessione prende le mosse dalla rassegnazione: egli sente di essersi
arenato per via degli studi universitari e ora vuol trarne il mas-
simo vantaggio. Arde sotterranea Paspirazione verso qualcosa di
più libero e grande, ma «in fin dei conti non possiamo vivere
per noi stessi ». E deve pensare anche alla sua sussistenza mate-
riale. Il patrimonio ereditato è troppo piccolo per renderlo indi-
pendente. Sì, se la zia Rosalie, morta il 3 gennaio 1867, non gli
avesse lasciato quanto gli bastava per avviarsi senza angustie
finanziarie alla ormai decisa carriera di libero docente, avrebbe
dovuto sostenere il più presto possibile l’odiato esame di Stato e

222 Parte I. Infanzia c giovinezza

diventare maestro di scuola. Almeno come professore universi-


tario avrebbe avuto una posizione più indipendente e stimata e
forse avrebbe avuto il tempo per i suoi interessi più veri.

Questi non riguardavano più la filologia. Nel momento in


cui scelse la filologia come professione per la vita, questa non gli
era già più sufficiente. ed egli era già deciso a educare i suoi
studenti « col necessario scetticismo » e «liberi da un’eccessiva
considerazione per la loro disciplina », Tutti i suoi istinti lo spin-
gevano a infrangere il guscio d’uovo della filologia e a gettare
uno sguardo al di là, sulla natura e la cultura dell’epoca nel suo
insieme. Così, continuò ad accarezzare il progetto dell’anno di
studi da trascorrere a Parigi con Rohde, e nella lettera dell’8
agosto 1866 cercò di guadagnare all'iniziativa anche Gersdorff:
« fare i tuoi studi, per un periodo abbastanza lungo, in quell’alta
scuola di vita ».

Ma per il resto in quesflepoca non soltanto era già fermamente


deciso ad abbracciare la professione di insegnante accademico,
bensì anche ad abilitarsi a Lipsia, e anzi progettava già dei corsi,
ad esempio sulle Coefore di Eschilo, sul problema omerico, sulle
fonti della storia della letteratura greca, su Teognide, un’introdu-
zione a Platone e un corso sul pessimismo nellìrntichità. Su que-
sto tema, «importante per la storia dei filosofi e del teatro »,
come leggiamo in un appunto, forse già tra la primavera e l’au-
tunno del 1868 lo tennero occupato dei pensieri che lo portavano
sempre più vicino alle grandi concezioni della Nascita della Ira-
gedia.

Dunque in questi mesi di malattia il suo rapporto con la filo-


logia divenne tanto meno stretto quanto più era ripresa a scor-
rere la vena filosofica. Ormai aveva accettato l’insegnamento
professionale della filologia come un destino non più evitabile,
ma cercò di imporgli una struttura filosofica, in modo da trarne
frutti personali. Per far ciò aveva bisogno anche di un più ampio
orientamento sull'intero campo delle concezioni filosofiche, che si
procurò mediante una rinnovata e più attenta lettura di Lange
e del Kant di Kuno Fischer.

Ma ancor di più aveva bisogno di chiarire il suo rapporto


con Schopenhauer. Ora Nietzsche era conscio che il momento
liberatore rappresentato per lui da Schopenhauer non consisteva
nei suoi dogmi, bensì nel suo carattere spirituale: la sua veracità,

VIII. Il servizio Irlili/arc (186769) 223

il suo ardite di pensatore, la sua superiore apertura e la forza


artistica del suo stile.

Circa l’opera principale di Schopenhauer, Nietzsche annotòz:


<< Un tentativo di interpretare il mondo dal punto di vista di un
fattore presunto. La cosa in sé acquista una delle sue forme pos-
sibili. Il tentativo è fallito». Schopenhauer pone <4 in luogo del-
l'x kantiano (la cosa in sé) la volontà, generata soltanto con
l'aiuto di unîntuizione poetica ». E le attribuisce «per un qual-
cosa affatto impensabile troppi predicati determinati». Il mondo
non si lascia inserire così comodamente nel sistema. « Schopen-
hauer voleva trovare l'x di unequazione: e dal suo calcolo risulta
che è uguale a x, ossia che non l’ha trovato >)4

Ma un tale rifiuto del dogma principale di Schopenhauer non


significa andare contro il filosofo: « Nulla può essere più lontano
dalla mia mente del dare addosso a Schopenhauer con una tale
critica». Malgrado ciò, e proprio per questo, egli rimane il gran-
d'uom0 che era; giacché << gli errori dei grandi uomini sono degni
di venerazione, perché più fecondi delle verità dei piccoli». Ciò
che Nietzsche venerava in Schopenhauer e considerava in assoluto
la quintessenza del filosofo è dicharato conclusivamente nel 1874
in un appunto per la terza Considerazione inattuale‘: « Prima
crediamo a un filosofo. Poi diciamo: quand’anche abbia torto per
il modo in cui dimostra le sue proposizioni, queste sono vere.
Ma infine, è indifferente il tenore di queste proposizioni, è la
natura dell‘uomo che vale per noi cento sistemi. Nci suoi inse-
gnamenti può avere cento volte torto: ma la sua essenza è nel
giusto, e a questa noi vogliamo attenerci. Un filosofo contiene
qualcosa che non potrà mai esserci in una filosofia: vale a dire la
causa di molte filosofie, il grand’u0m0 ».

E Nietzsche vedeva in Schopenhauer la più vigorosa espres-


sione dell‘epoca 2: «Questa è l'epoca di Schopenhauer; un sano
pessimismo, che ha per sfondo Pideale, una virile austerità, un’av-
versione per tutto ciò che è falso e privo di sostanza e una pro-
pensione per il sano e il semplice. In contrasto con Kant, Scho-
penhauer ‘e poeta, in contrasto con Goethe è filosofo. ln confronto
a Kant è ingenuo e classico [...]. E soprattutto ha uno stile,
mentre la maggior parte dei filosofi ne è priva [...]. Schopenhauer
è il filosofo di una ridesra classicità, di una grecità germanica.
Schopenhauer è il filosofo di una Germania rigenerata [...]. È il

224 Parte I. Infanzia e giovinezza

filosofo più vero [...] per Schopenhauer la filosofia è un impulso


irrefrenabile ».

Sono frasi scritte da Nietzsche durante l'ultimo periodo degli


studi universitari. Più tardi espresse la sua gratitudine per il
suo grande predecessore nello scritto Schopenhauer come educa-
tore (terza Ifld/lllflle), che rimase per tutta la sua vita uno dei suoi
lavori preferiti, anche quando ebbe riconosciuto che in esso aveva
parlato assai più di se stesso che di Schopenhauer. Si attaglia
molto di più a lui il dire che il suo ideale è una grecità germanica
— tutti i suoi anni immediatamente successivi non saranno che
una lotta per questo ideale. Il suo destino parla prcsago nelle
frasi che affermano che il grandhomo è la quintessenza della fi-
losofia. E mille volte più adatto a Nietzsche che a Schopenhauer
è dire che la filosofia era per lui un impulso irrefrenabile, l’irre-
frenabile impulso di una veracità che lo sferzava sempre più
avanti là dove Schopenhauer aveva da gran tempo gettato l’am-
C0171.

Fin dal principio Nietzsche lesse in Schopenhauer soltanto


ciò che gli era affine. Per il suo rapporto con Schopenhauer vale
esattamente la frase da lui coniata in questo periodo per Kant:
«A Kant riesce molto difficile collocarsi nei filosofemi altrui:
il che è assai caratteristico di un pensatore originale ».

Quando, il 16 ottobre 1868, Nietzsche tornò a Lipsia com-


pletamente guarito, non si considerava più uno studente univer-
sitario. L’8 ottobre aveva scritto a Rohde: «In una inserzione
sul ‘ Tageblatt’ si cerca un alloggio ‘ signorile’ per uno studioso
scapolo. I nostri cari conoscenti di là hanno dato già tutti la
scalata al successo: io, povero homo litteralur, devo pensare al
più presto a provvedermi di un titolo accademico, per non venire
annoverato nel pecus dei ‘letterati’. Per il resto mi propongo
di fare più vita di società: in particolare ho messo gli occhi su una
donna di cui mi si dicono cose straordinarie, la moglie del pro-
fessor Brockhaus, sorella di Richard Wagner. L’amico Windisch
(che è venuto a trovarmi) ha una vastissima opinione delle sue
doti [...]. I Ritschl frequentano quasi esclusivamente la famiglia
Brockhaus ».

Lo attira dunque l'ambiente di Wagner a Lipsia. Frattanto,


dopo che già nellbttobre del 1866 aveva suonato la riduzione
per pianoforte della Valcbiria con « sensazioni assai miste» e
trovando che « a grandi bellezze e virtu/or fanno da contrappeso

VIII. Il rervizio nIiIi/are (1867-69) 225


altrettanto grandi bruttezze e difetti. Secondo Riese e Buchbinder,
però. +a + (——a) fa 0 » (11 ottobre 1866 a Gersdorff), aveva
assunto una personale posizione spirituale nei confronti di Wag-
ner, non da ultimo sotto l’influss0 della lettura di Schopenhauer,
posizione che così precisa a Rohde 1’8 ottobre 1868: « Di recente
ho letto anche (e precisamente primum) i saggi di Jahn sulla
musica e anche quelli su Wagner; per poter valutare adeguata-
mente un uomo simile occorre un certo entusiasmo, mentre Jahn
nutre verso di lui un’antipatia istintiva e lo ascolta solo a metà.
Tuttavia in molte cose gli do ragione, specialmente là dove egli
considera Wagner come il rappresentante di una forma moderna
di dilettantismo, che assorbe e digerisce tutti gli interessi artistici:
ma è proprio in considerazione di ciò che non ci stupiremo mai
abbastanza di come ogni dote artistica sia rilevante in quesfiuomo,
quale energia inesauribile si accompagni in lui a un talento ar-
tistico multiforme; mentre la ‘cultura’, quanto più è ampia e
variopinta, si presenta di solito miope, gracile e fiacca.

Wagner inoltre spazia in una sfera di sentimenti che O. Jahn


non è in grado di cogliere; Jahn rimane appunto un eroe da
Granzbolen *, un individuo sano, alla cui comprensione sono pre-
cluse la saga del Tannbàurer e l’atmosfera del Lo/Jengrin. A me
piace in Wagner ciò che mi piace in Schopenhauer: il soffio
etico, il profumo faustiano, la croce, la morte, la tomba eccetera ».

Verso Wagner artista e in particolare verso la sua «opera


d’arte dell'avvenire >> Nietzsche ha ancora un atteggiamento assai
critico, ma ammira la sua energia e vitalità, e la sfera sentimen-
tale di opere come il Trirtano, Lobengrin e Tamzhàurer lo attira
potentemente, e non ultimo anche qualcosa che il suo intelletto
ha già superato: la croce, la morte, la tomba, cui il suo cuore di
musicista bramoso di redenzione rimane ancora attaccato.

Su consiglio di Windisch, a Lipsia andò a pensione dal pro-


fessor Biedermann nella Lessingstrasse, sottraendosi così alla
gramn vita delle camerette da studente e dei pasti nelle bettole.
Biedermann, ex parlamentare, era collaboratore della « Deutsche
Allgemeine Zeitung » e vivamente interessato a ogni questione
politica e artistica. La sua casa era frequentata dalla maggior
parte degli artisti della città. Così. qui Nietzsche rivide la cor-
teggiatissima Susanne Klemm, il YMrv-îòluv o civettina, e conobbe

* Periodico moderato di Lipsia [N.d.C.].

226 Parte I. Irz/anzia e giovinezza

sicuramente anche Hcinrich Laubc, recentemente nominato di-


rettore teatrale a Lipsia. Ma la sua commedia Il conte di Esrex,
che Nietzsche vide il 5 novembre insieme a Romundt, non gli
piacque afiatto. Talvolta poté recarsi a concerti e a conferenze
come rappresentante, ossia critico della <4 Deutsche Allgemeine »;
gli venne perfino arfidata la critica operistica. Tanto era il pre-
stigio di cui godeva nei circoli accademici per la sua competenza
musicale. l

Soprattutto un concerto il 27 ottobre alla «Euterpe» lo


riempì di entusiasmo per la musica di Wagner. Qui ascoltò il pre-
ludio del Tristano e l'ouverture dei Maestri cantori. « Mi riesce
impossibile — scrive lo stesso giorno a Rohde — mantenermi
freddamente critico a contatto con questa musica: ogni fibra, ogni
nervo vibra in me, e da tempo nulla mi aveva cosi lungamente
rapito in estasi come la suddetta ouverture». I Maestri cantori
dovevano fornire anche l’occasione per la conoscenza personale
di Wagner.

Il 6 novembre Nietzsche tenne nella sua Associazione Filo-


logica la conferenza d’apertura del semestre invernale 1868-69
sulle satire di Varrone e il cinico Menippo. In quest'occasione
parlò molto liberamente, col solo aiuto di un foglietto, e aveva
incaricato Romundt « di stare sempre ben attento per potermi
dire se l’aspetto teatrale, ossia il modo di porgere, la voce, lo
stile e l’ordine del discorso erano riusciti, e quale ne era stato
Yelietto. Parlai, improvvisando e aiutandomi soltanto con un fo-
gliettino di appunti, delle satire di Varrone e del cinico Menippo,
ed ecco, tutto fu udì?! Àùw. Me la caverò senz'altro nella carriera
accademica! », scrive il 9 novembre a Rohde.

Giunto a casa da questa conferenza, trovò un biglietto di


Wìndisch: « Se vuoi conoscere Richard Wagner, vieni alle quat-
tro meno un quarto al Café théàtre ». Wagner si trovava in stretto
incognito in visita alla sorella Ottilie, che aveva sposato l'orien-
talista Hermann Brockhaus, col quale Windisch stava preparando
la sua abilitazione. La vecchia benefattrice di Nietzsche, la signora
Ritschl, era amica della signora Brockhaus. Quando Wagner suonò
per lei e per sua sorella la canzone dei maestri dai Maestri €/m-
tari, la signora Ritschl gli disse che la conosceva bene, e precisa-
mente grazie a un giovane filologo e allievo di suo marito, Frie-
drich Nietzsche, dotato di grande talento musicale. Al che Wagnet

VIII. Il servizio militare (1867-69) 227

manifestò il desiderio di conoscere questo giovane. E così si venne


al biglietto di Windisch e, dopo qualche incertezza, al primo
incontro di Nietzsche con Wagner in casa del professor Brockhaus
la sera dell’8 novembre 1868. Lo stesso Nietzsche raccontò a
Rohde il giorno seguente, ancora tutto eccitato: « Pensando che
si sarebbe trattato di un ricevimento in grande, decisi di met-
termi in gran tenuta, ed ero contento che il mio sarto mi avesse
promesso di terminal-mi proprio per quella domenica un vestito
da ballo. Era una giornata terribile, pioggia e neve, venivano i
brividi all'idea di uscire; perciò fui ben felice quando, nel po-
meriggio, venne a trovarmi Roscher, che mi parlò un p0’ degli
Eleati e del concetto di Dio nella filosofia [...]. — Cominciava a
far buio, il sarto non arrivava e Roscher se ne andò. Lo accom-
pagnai, mi recai personalmente dal sarto e trovai i suoi schiavi
tutti indafîarati intorno al mio vestito: mi promisero di conse-
gnarmelo entro tre quarti d'ora. Me ne andai tutto soddisfatto,
passai da Kintschy, lessi il Kladderadatscb, ove mi diverti il tra—
filetto secondo cui Wagner si trovava in Svizzera, mentre a Mo-
naco si stava costruendo per lui una bella casa. Invece io sapevo
che lo avrei visto quella sera stessa, e che il giorno precedente
gli era giunta una lettera del piccolo re [Ludwig II di Baviera],
indirizzata ‘ al grande compositore tedesco Richard Wagner ’.

A casa però non v’era traccia del sarto. Mi lessi ancora con
tutta calma la dissertazione su Eudocia, e solo di tanto in tanto
giungeva a disturbarmi un suono acuto ma lontano di campanello.
Alla fine mi resi conto con certezza, che doveva esserci qualcuno
fuori dell’antìquato cancello di ferro, e che questo era sbarrato
così come la porta di casa. Gridai all'uomo, al di là del giardino,
di entrare dal Naundorichen, ma era impossibile farsi capire con
quel frastuono della pioggia. Tutta la casa entrò in agitazione,
iìnalittente venne aperto e un vecchietto con un pacco venne da
me. Erano le sei e mezzo, l'ora di vestirmi e far toilette, dato
che abito molto distante. Tutto bene: l’uomo ha portato la mia
roba, me Ja provo, mi sta bene. Dannazione: questi mi presenta
il conto. Lo accetto educatamente. L’uomo vuole essere pagato,
subiti) alla consegna. Sono meravigliato, gli spiego che non sono
obbligato a trattare con lui, lavorante del mio sarto, ma soltanto
con il sarto in persona, al quale ho fatto Pordinazione. L'uomo
si la più insistente, il tempo più incalzante: aHerro la mia roba

228 Parte I. In/unzia e giovinezza

e comincio a indossarla, ma l’uomo Faiferra a sua volta e me lo


impedisce. Io faccioviolenza e lui pure! Una scenata. Lotto in
camicia, perché voglio indossare i calzoni nuovi.

Infine sfoggio la mia dignità, passo alle minacce solenni, im-


preco contro il sarto e il suo tirapiedi, giuro vendetta, e intanto
1’ometto sparisce con la mia roba. Fine del secondo atto; seduto
in maniche di camicia sul sofà, esamino un vestito nero, chie-
dendomi se sia bello abbastanza per Richard.

— Fuori piove a dirotto —.

Le sette e un quarto: alle sette e mezzo ho fissato con Win-


disch di incontrarci nel T/Jeatercafé. Mi precipito fuori nella notte
buia e piovosa, un ometto nero ancifio, senza frac ma in uno
stato di romanzesca esaltazione. La fortuna mi assiste, persino
la scenata con il sarto ha qualcosa di portentosamente inconsueto.
Entriamo nel salotto assai accogliente dei Brockhaus: tranne i
parenti stretti, Richard e noi due, non c’è nessun altro. Vengo
presentato a Richard e gli rivolgo alcune parole di ammirazione;
egli vuole sapere esattamente come mi sono accostato alla sua
musica, inveisce violentemente contro tutte le esecuzioni delle
sue opere, fatta eccezione per quelle famose di Monaco, prende
in giro i direttori, i quali si raccomandano allbrchestra: ‘cari si-
gnori,’ ora con passione! ", ‘ miei carissimi, un pochino più appas-
sionato! ’. A Wagner piace molto imitare il dialetto di Lipsia.

Ora ti dirò in breve che cosa ci riservò quella serata: emo-


zioni talmente piacevoli e di u.n sapore così particolare che a
tutt’oggi ne sono ancora preso, e non riesco a fare nul.la di meglio
che parlare con te, amico diletto, e annunciare la ‘ straordinaria
novella’. Wagner suonò prima e dopo pranzo, e proprio tutti i
passaggi importanti dei Maestri cantori, imitando tutte le voci e
abbandonandovisi tutto. È un carattere incredibilmente vivace e
focoso, parla in gran fretta, è molto spiritoso e riesce a tenere
allegrissima una cerchia di intimi com’era quella. Frattanto ebbi
motlo di parlare a lungo con lui di Schopenhauer: oh, tu puoi
ben immaginare quale piacere fu per me sentirlo parlare di lui
con un calore indicibile, della gratitudine che egli prova verso
di lui, e come questi sia jjunico filosofo che abbia compreso l'es-
senza della musica. Poi. volle informarsi sull'attuale posizione dei
professori verso, di lui, burlò assai del congresso dei filosofi a
Praga e parlò di ‘_fattorini filosofici". Lesse poi un brano del-
l'autobiografia che sta scrivendo, una scena talmente spassosa della

VIII, Il servizio militari: (1867-69) 229

sua vita di studente a Lipsia, che tuttora non riesco a pensarci


senza scoppiare a ridere; tra l'altro ha uno stile straordinaria-
mente agile e brillante. Alla fine, mentre noi due stavamo per
accomiatarci, mi strinse la mano con molto calore e mi invitò
molto cordialmente a visitarlo, per fare un po’ di musica e di filo-
sofia; mi incarico anche di far conoscere la sua musica alla sorella
e ai parenti, cosa che ho accettato solennemente ».

Wagner, grande ammaliatore anche nei rapporti umani, aveva


subito conquistato il tanto più giovane Nietzsche. Gli uomini
di talento che finora Nietzsche aveva conosciuto erano eruditi e
letterati. In Wagner si trovò la prima volta di fronte un artista
creativo in grande stile, che ridestò in lui tutti i sogni nascosti,
tutti i desideri segreti. Non ‘fu tanto la gloria della fama che
circonfondeva Wagner ad accecare Nietzsche, quanto la forza di
una personalità realmente indipendente, che il figlio del pastore
vedeva qui personificata in tutta libertà; un uomo il cui entu-
siasmo, la cui appassionata volontà si era imposta a un’età inerte
e creativamente povera, e la cui musica, la cui personalità comu-
nicavano uno stato di ebbrezza che doveva scuotere fin nell’intimo
lìlnimo e i nervi sensibili del giovane filologo, che si era sforzato
di soffocare i suoi irrequieti istinti musicali in favore del vigile
ÌlÌlCllCttO. E qucsfluomo aveva lo stesso suo dio: Schopenhauer,
e lo stesso disprezzo per i poteri dominanti nel regno dello spi-
rito, i « fattorini filosofici». Oltre alla forza della sua musica
(‘gli aveva anche una grande finalità spirituale: il rinnovamento
della cultura tedesca, che ardeva anche nell'animo di Nietzsche.
I-'. come seppe il vecchio ammaliatore crearsi subito un alleato
nel giovane entusiasta! Non c’era qui la stessa cosa che aveva
trovato nella lettura di Schopenhauer: il grande uomo? Una nuova
guida?

Ora la meschinità che lo circondava gli dava il disgusto, rna


il suo nuovo modello lo sollevò al di sopra di essa.

Quando Rohde si sentì offeso a nome di Ritschl, Nietzsche


pii scrisse il 20 novembre: «Ora che rivedo da vicino quella
lu-ulicainte genia di filologi dei giorni nostri; ora, che mi tocca
routciuplare ogni giorno tutto questo affaccendarsi da talpe, con
Iv cavità mascellari rigonfie e lo sguardo cieco, contente di essersi
.|('(';l|\'.ll'l"rlîc un verme, e indifierenti verso i veri, urgenti pro-
blemi della vita; [...] ora, dunque, mi sembra sempre più ovvio
tllt‘ noi due, nel caso che volessimo rimanere sempre fedeli al

230 Parte I. In/anziu e giovinezza

nostro ‘genio, non potremo evitare lungo la nostra via intoppi


e complicazioni di ogni genere. Se il filologo non si identifica
con l’uomo, la suddetta genia grida dapprima al miracolo, DOÎ
si irrita e infine graffia, abbaia e morde [...]. Io nutro la fondata
speranza che presto tocchi finalmente anche a me un assaggio
di ciò che mi aspetta ancora in questa atmosfera infernale. Ma,
caro amico, cosa hanno a che fare, con le opere tue e mie, i giu-
dizi di altri sulle nostre persone? Pensiamo» a Schopenhauer e a
Richard Wagner, alla inesauribile energia che ha sempre soste-
nuto la loro fede in se stessi, in mezzo al chiasso della gente
‘ colta ’ ».

Ora Nietzsche lesse con passione anche le poesie di Wagner


e i suoi scritti di estetica degli anni 1849-51, soprattutto la II
edizione appena pubblicata di Opera e dramma, che lo spinse a
credere sempre di più in un rinnovamento della cultura. Non
vedeva l’ora di raggiungere un perfetto accordo con l’amìco
Rohde su tutte queste cose, tanto più che lo rese felice il fatto
che entrambi indipendentemente si occupavano in qucsflepoca
dei romantici, nei quali Nietzsche avvertiva «un'aura familiare
e afiine», mentre per Rohde essi rimasero l’amore di tutta la
vita. Rohde comprese anche fin d’ora «che nelle dottrine di
Schopenhauer si riconosce effettivamente una cristallizzazione,
pura e liberata da quarzi preteschi, delle aspirazioni di questa
sua età giovanile». Rohde aveva anche dato subito inizio alla
lettura di Opera e dramma e giunto a metà aveva già riportato
« la più felice impressione » della « natura d'artista, intatta, indo-
mitamente creativa» di Wagner, e definito l’« idea di un’arte
che rappresenta in immagine purificata per così dire il mondo
intero, la volontà e Fintelletto, una concezione grandiosa, e per
di più tutt’altro che una mera, inarrivabile elucubrazione cere-
brale >> 7.

Così Nietzsche acquistò la salda fiducia « che noi ci trove-


remo del tutto concordi su di un genio, che mi si presentava
come un problema insolubile e che, di anno in anno, ho sempre
tentato e ritentaro di capire: questo genio è Richard Wagner.
Questo è dunque il secondo esempio di come noi innalziamo i
nostri propri idoli, quasi incuranti dell'opinione dominante che
si afierma proprio tra le persone colte. E la. seconda volta si
compie questo passo con maggiore sicurezza e fiducia in se stessi.

Wagner, come lo conosco ora, nella sua musica, nelle sue

VIII. Il aervizio militare (1867-69) 231

poesie, nella sua estetica e, non per ultimo, in quei felici mo-
menti trascorsi con lui, è Pesemplificazione più viva di ciò che
Schopenhauer chiama un genio: anzi, la somiglianza di ogni sin-
golo tratto balza agli occhi. Come vorrei trascorrere una serata
tranquilla a raccontarti tutti quei piccoli particolari che so di
lui, per lo più attraverso sua sorella; come vorrei che potessimo
leggere insieme le poesie (Romundt le apprezza a tal punto che
vede in Richard Wagner il poeta di gran lunga più grande di
questa generazione; anche Schopenhauer, come ebbe a dirmi
Wagner, le ha giudicate molto bene); che potessimo seguire il
procedere ardito e vertiginoso della sua estetica, che abbatte e
riedifica; che potessimo infine lasciarci rapire dall’impeto emo-
tivo della sua musica, da questo mare di suoni schopenhaueriani,
di cui avverto anche Fonda più segreta, tanto che l'ascolto della
musica wagneriana è per mc un’intuizione esultante, anzi un
attonito ritrovare me stesso » [9 dicembre 1868 a Erwin Rohde].

Un nuovo senso vitale lo pervade, rendendolo felice. Già il


20 novembre si sentiva « giunto a metà » della sua vita e ardeva
dal desiderio di <4 saggiare successivamente con le nostre antenne
tutte le cose e le situazioni, gli uomini, gli Stati, gli studi, la
storia universale, le religioni, le scuole eccetera» con l'amico
Rohde e di scuotersi di dosso la polvere della filologia di Lipsia
nella scuola della vita. E proprio nel momento in cui questa
filologia lo colse e lo inchiodò.

Egli aveva appena compreso con grande chiarezza che la filo-


logia gli sbarrava Faccesso ai problemi decisivi della sua epoca,
e si accingeva ad aprirsi un varco in questa sfera, quando essa
tornò a chiudersi di nuovo, pressoché insormontabile.

Già da giovane Nietzsche aveva riconosciuto la pericolosa


nnilnteralità della sua cultura umanistica. Il suo spirito vigile e
l.l sensibilità dei suoi nervi a tutte le correnti dell’ep0ca gli
lcttcro riconoscere chiaramente l'importanza delle scienze. Ed ora
scnli Firrefrenabile impulso di addentrarsi nel loro mondo. Il
m gennaio 1869 aveva confessato a Rohde: «Non più tardi
(irllil settimana scorsa volevo scriverti per proporti di studiare
itisicme chimica, e di gettare la filologia tra gli utensili dome-
hlltl dei nostri progenitori, dove è il suo posto ». Ma il 10 gen-
naio aveva ricevuto una notizia così sconvolgente che lo stesso
mutuo non riuscì a scrivere a Rohde altro che «sto tremando
lullu c non riesco a liberarmi da questo peso neppure confi-

232 Parla I. In/arxzia e giovinezza


dandomi con te. Abrit diabolusl ». Aveva infatti dovuto promet-
tere a Ritschl il silenzio assoluto.

All’inizio del dicembre 1868 si era liberata la cattedra di


lingua e letteratura greca alPUniversità di Basilea per la partenza
del professor Adolf Kiessling, che aveva accettato una cattedra
al Iohanneum di Amburgo. Per poter proporre un degno suc-
cessore, Kiessling si rivolse a Ritschl, che era stato suo profes-
sore a Bonn, chiedendogli informazioni su Nietzsche, i cui lavori
nel « Rheinisches Museum » avevano richiamato la sua attenzione.

« Per quante giovani forze io abbia visto svilupparsi sotto


i miei occhi ormai da 39 anni, non ho mai conosciuto o cercato
secondo le mie facoltà di instradare nella mia disciplina un gio-
vane che sia maturato così precocemente e in età così fresca
come questo Nietzsche [...]. Se avrà, come Iddio voglia, lunga
vita, io predìco che un giorno egli sarà ai primissimi posti della
filologia tedesca. Oggi ha 24 anni: robusto, forte, sano, ardito di
corpo e di carattere, fatto apposta per imporsi alle nature affini.
Egli possiede inoltre Pinvidiabile talento del porgere pacato,
elegante e perspicuo nel parlare allìmpronta. È l’idolo e (senza
volerlo) il capo di tutto l’ambiente filologico giovanile qui a
Lipsia che (abbastanza numeroso) non vede Fora di ascoltarlo
come docente » m.

Kiessling trasmise quesfinformazione di Ritschl al consigliere


per Feducazione della città di Basilea, prof. dr. Wilhelm Vischer-
Bilfinger, che aveva scritto a sei celebri studiosi tedeschi con la
preghiera di segnalargli giovani filologi idonei, tra gli altri a
Usener a Bonn e a Ritschl a Lipsia.

Anche Usener scrisse il 19 gennaio a Vischer: « Fra la nuo-


vissima generazione fa spicco Friedrich Nietzsche, i cui studi
nel ‘ Rheinisches Museum’ sorprendono per freschezza giovanile
e acutezza di sguardo».

Vischer, che conosceva anche lui i lavori di Nietzsche per


averli visti sul « Rheinisches Museum », cominciò a prendere in
considerazione la chiamata di Nietzsche, ma prima indirizzò altre
richieste di informazioni a Ritschl. Questi gli rispose il giorno
successivo a quello in cui aveva fatto a Nietzsche la prima comu-
nicazione già menzionata, dunque il 10 gennaio 1869:

« Nietzsche non è privo di mezzi (il che a mio avviso è assai


opportuno per Basilea), e si proponeva in realtà di intrapren-
dere a partire dalla prossima Pasqua dei viaggi di studio à Parigi

VIII. Il rervizio militare (1867-69) 233

e in Italia [...]. Nietzsche non è una natura specificamente politica,


ha si simpatie in generale, nel complesso, per la crescente gran-
dezza della Germania, ma non ha — al pari di me — alcun
debole particolare per il prussianesimo: invece nutre viva preoc-
cupazione per la libera evoluzione civile e culturale H“.

Da questa dichiarazione di Ritschl risulta che Nietzsche, dopo


il suo «ardente prussianesimo» dell’anno 1866, ha compiuto
una svolta politica verso il nazional-liberalismo: l’idea dell’impero
era diventata più forte, quella prussiana più debole. Ma per il
resto rimaneva ancora una << natura non specificamente politica ».
A Ritschl avrà parlato ben poco del suo ideale di rinnovamento
politico—culturale della Germania. Ritschl continua: «Che cos’al-
tro debbo dire? — Oggetto centrale dei suoi studi è stata finora
la storia della letteratura greca (compresa naturalmente la trat-
tazione critica ed esegctica degli autori), con particolare rilievo
dato, a quel che mi sembra, alla storia della filosofia greca. Ma
non ho dubbi che, se interverrà un’esigenza pratica, col suo
grande talento riuscirà a impadronirsi anche di altri campi. Sarà
in grado di fare esattamente ciò che vuole.

Se Ella dovesse in qualche modo parlate con lui personal-


mente, La prego di non lasciarsi influenzare dalla prima impres-
sione. Ha, come Odisseo, un che di profondamente riflessivo
prima di cominciare a parlare, ma poi, grazie alla sua parola
vigorosa, persuade, convince, conquista. Se non vado errato, sarà
anche un eccellente insegnante liceale ». Alla cattedra di Basilea
era collegato anche l’obbligo di insegnamento del greco nella
prima classe del locale liceo (Padagogium).

Ritschl aveva già precedentemente informato Vischer che


Nietzsche non si era ancora laureato né abilitato. Oltre alla rac-
comandazione’ di Ritschl, così eccezionalmente favorevole, Vischer
aveva anche ricevuto entusiastiche informazioni su Nietzsche dal
giovane basileese Bovet, che era studente a Lipsia e che inoltre
aveva fatto un sondaggio tra altri studenti.

Il 16 gennaio la cosa era già a tal punto che Nietzsche poteva


scrivere a Rohde: « Ho la prospettiva probabile, anzi sicura, di
venire chiamato prestissimo all’Università di Basilea: debbo pre-
pararmi a fare Pinsegnante accademico da Pasqua in poi.

Dapprima avrò il titolo di professore straordinario, e l’ono-


rario sarà di tremila franchi svizzeri; la mia posizione mi obbli-
glicrà a fare sei ore settimanali di lezione nell’ultima classe del

234 Parte I. Infanzia e giovinezza

locale liceo. Ora che questa nomina è ormai messa in scena,


sarebbe un capriccio imperdonabile inalberarsi di nuovo».

Com'è comprensibile, sulle prime Nietzsche fu pieno d'orgo-


glio per questa chiamata, ma ben presto a questo orgoglio venne
a mescolarsi il rammarico per il viaggio a Parigi ormai perduto
e l'impressione che la sua giovinezza fosse passata: «Mi sento
oppresso — leggiamo nella stessa lettera a Rohde —, ho la
stessa sensazione di quando si approssima l'estate ».

Ma una cosa lo consolava: sarebbe stato vicino a Richard


Wagner. « Recentemente Richard Wagner mi ha mandato i suoi
saluti per lettera. Ormai Lucerna non mi è più irraggiungibile.
Alla fine di questo mese andrò a Dresda per ascoltare i Maestri
cantori ».

Questa prima esecuzione avvenne il 21 gennaio. Essa risultò


per lui «la più grandiosa orgia d'arte che mi abbia regalato
l'inverno. Lo sa Dio, certo in me deve esserci una buona dose
di musicista: per tutto il tempo infatti avevo la sensazione vivis-
sima di trovarmi improvvisamente a casa, e di starci a mio agio,
mentre tutte le altre mie faccende mi apparivano come una neb-
bia lontana di cui mi fossi liberato. Ora vedo di nuovo davanti
a me una nebbia così, fitta egreve >> (a Rohde il 28 febbraio 1869).

Il 1" febbraio Nietzsche si dichiarò’ in una lettera a Vischer


pronto ad accettare un'eventuale nomina a Basilea. Come corso
propose: « Lezioni private sugli ERGA di Esiodo e lezioni pub-
bliche sulle fonti della storia della letteratura greca». Il 13 feb-
braio annunciò poi definitivamente: « Pubbliche, due ore: ‘ Sulle
fonti della storia della letteratura greca’; Private, quattro ore:
‘ Frammenti dei lirici greci’ ». In effetti nel suo primo semestre,
quello estivo del 1869, tenne un corso trisettimanale sulle Coe-
fore di Eschilo e un altro trisettimanale sui lirici greci.

Il 2 febbraio era a Naumburg per il compleanno della madre,


ma continuò a tacere sulla nomina, dato che mancava l'ultima
conferma. Il 29 gennaio Vischer fece approvare la proposta dalla
Curatela dell'Università, che la riferì al Collegio dell'Istruzione.
Questo deliberò la nomina il 29 gennaio, riferendola al Piccolo
Consiglio (il governo cantonale) per la convalida. Il Piccolo Con-
siglio prese atto della relazione e della proposta il 6 febbraio
e deliberò la nomina il 10 febbraio 1869. Questa venne inviata
a Nietzsche il 12 o il 13 febbraio, e giunse quindi nelle sue mani
il 13 o il 14 febbraio. Lo stesso giorno egli mandò alla madre

VIII. Il rervizio militare (1867-69) 235

un nuovo biglietto da visita da diffondere: « Friedrich Nietzsche,


professore straordinario di filologia classica (con stipendio di 800
talleri) all'Università di Basilea».

La felicità della madre e dei parenti fu enorme. E in effetti,


la nomina del ventiquattrenne, che non era ancora nemmeno
laureato, e tanto meno libero docente, era un fatto sensazionale,
che non trova molti precedenti nella storia dell’Università tede-
sca moderna.

Come abbiamo già visto, personalmente Nietzsche venne assai


poco contagiato dall'entusiasmo generale. Oltre all'errore rice-
vuto, egli avvertiva con troppa chiarezza il vincolo che per il
momento mandava a monte tutti i suoi progetti di formazione
personale, e il grave carico di lavoro di cui il «demonio de-
stino » ora lo investiva: non solo doveva laurearsi al più presto,
ma preparare anche i corsi. E oltre a ciò lo attendevano le sei
ore di insegnamento settimanale al liceo e la direzione del serni-
nario filologico dell'Università di Basilea. Così, smorzò l'incon-
tenibile entusiasmo dei suoi parenti, che gli dava fastidio: « L'en-
tusiasmo delle vostre lettere mi ha messo realmente un po’ di
paura: in fondo si tratta soltanto di un professore di più al
mondo, e questo non cambia proprio nulla. Temo che a Naum-
burg ci si faccia un po‘ beffe del vostro entusiasmo [...]. In che
consiste questa straordinaria felicità, questa novità che vi manda
in estasi? Cosa c'è dunque dietro questo can barbone tanto esal-
tato? * Sudore e fatica » (seconda metà di febbraio alla madre e
alla sorella). Sebbene respingesse gli esagerati inni di lode, nono-
stante la sua chiara percezione degli aspetti meno piacevoli di
quell’onore, nel giovane professore non troviamo però traccia di
falsa modestia. Era pienamente consapevole del proprio valore
e della propria capacità di lavoro, e non vacillò nemmeno per
un istante davanti al nuovo compito. Manifesto subito una certa
inclinazione per un tenore di vita elegante e rappresentativo,
che conservò ancora per parecchio tempo. Così, nella lettera sopra
citata, pregò la madre e la sorella di procurargli un domestico,
che intendeva prendere con sé: «Non deve essere troppo gio-
vane, e deve essere incline alla pulizia e all'onestà. Sarebbe bene
che avesse fatto il soldato. Detesto il dialetto di Naumburg.
Iltfeccessiva stupidità non sarebbe di mio gradimento. Costui

* Allusione a Goethe, Faurl I, 1323 [N.a'.C.].

236 Parte I. Infanzia e giovinezza

può svolgere contemporaneamente un mestiere, purché pulito


e non maleodorante». Sua madre, che non amava affatto simili
stravaganze, lo avrà dissuaso da questo capriccio già nella sua
prima visita a Naumburg. Ma purtroppo non riuscì a impedire
che rompesse con Deussen in maniera fastidiosamente pomposa.
Come si sentisse Nietzsche in questo periodo ce lo mostra
nel modo migliore una lettera a Rohde, cominciata il 22 feb-
braio,. genetliaco di Schopenhauer. Rohde gli aveva fatto i suoi
auguri il 15 febbraio nel modo più afiettuoso e comprensivo:
«Consentimi —— gli aveva scritto ——, in questa dies fetta, di
lodarti un poco davanti ai tuoi stessi occhi, ma nessuno può
essere più sinceramente convinto di me che tu ricoprirai il tuo
nuovo posto in maniera tale che la universitas Basileensis bene-
dirà la sua fortuna. Non so forse, per mia propria esperienza,
che la tua vicinanza è apportatrice di benefici e di fortuna? E
così, a Basilea e ovunque, tu darai alla gioventù non soltanto
ragione e abilità filologica, ma con tutta la tua natura lascerai
un ‘aculeo nella loro anima’. Ciò è dovuto al fatto che in te
l'uomo vale di più del filologo [...]. Giunti a questo trivium sulle
strade della nostra vita, lascia che ti dica ancora che nessuno
nella mia vita mi ha fatto più bene di te, e ‘che lo sento con
tutte le fibre del mio essere [...]. I nostri interessi divergeranno
per più rispetti; ma in tutto quanto abbiamo di meglio, nella
nostra natura più vera, vogliamo saperci uniti come prima ».
Nietzsche così rispose il 22 febbraio: «Oggi, anniversario
della nascita di Schopenhauer, non ho nessuno con cui parlare
in confidenza come con te. Qui infatti vivo in una nube cinerea
di solitudine, e questo proprio mentre vengo accolto ovunque
a braccia aperte e mi sottomette, quasi ogni sera, al triste dovere
degli inviti. Immerso nel vocio di questi ritrovi, non riesco mai
a essere con me stesso: comì‘: mai possibile sopportare questo
ronzio? O forse mi disturba soltanto perché ho le orecchie di
Calliope. Ma gli è che quel rumore ricorda la zanzara, e tu sai
che la zanzara è il mostro musicale mi’ Èîflxîiv: due zanzare in-
sieme infatti cantano sempre nella seconda minore. Non ho nes-
suno qui con cui sentirmi all’unis0no o i cui discorsi si alternino
ai miei, crescendo o calando come delle belle terze. Persino l’ot-
timo Romundt che, me ne accorgo, desidera sinceramente essere
per me qualcosa di più che un buon conoscente, rimane, non s0
perché, molto distante dai miei sentimenti. Insomma, non dovrò

VIII. Il rervizio utilitarie (1867-69) 237

aspettare di essere a Basilea per sapere che cos’è la solitudine».

Poi, il 28 febbraio, continua raccontando di aver ricevuto


come ricordo del genetliaco di Schopenhauer da un commerciante
in vini e ardente ammiratore del filosofo, Wiesikc, una foto-
grafia di Schopenhauer. Questo genetliaco eta stato celebrato
nella tenuta di Wiesike a Plaue presso Brandenburgo. Era pre-
sente anche Gersdorff, e si era brindato alla salute di Nietzsche,
schopenhaueriano divenuto professore. « Non ti fa pensare tutto
questo alle prime comunità di cristiani e al loro inebriarsi con
il dolce vino? ». Il motivo delle prime comunità cristiane tor-
nerà ancora ripetutamente nel mondo d’immagini di Nietzsche.
E così continua la lettera a Rohde: « Anche la giornata odierna
è dedicata alle celebrazioni in onore di un maestro. Infatti sono
invitato a una cena tra intimi alPHòtel de Pologne, per fare
conoscenza con Franz Liszt. Recentemente ho espresso alcuni
miei punti di vista sulla musica del futuro, e ora i seguaci di
questa cercano insistentemente di cavarmi fuori qualcosa: vor-
rebbero cioè che io lavorassi per loro letterariamente, mentre io,
per quanto mi riguarda, non ho la minima voglia di mettermi
subito a schiamazzare in pubblico come una gallina. Senza con-
siderare poi che i miei signori fratelli ‘in Wagnero ’ sono per
la maggior parte terribilmente stupidi e scrivono in modo disgu-
stoso. Il fatto è che tra loro e quel genio non esiste alcuna
sostanziale affinità, e il loro sguardo non va in profondità, ma
si ferma soltanto alla superficie. Di qui la cosa vergognosa: que-
sia scuola si illude che il progresso nella musica consista addi-
rittura in quegli effetti che Wagner, per la sua singolarissima
tintura, fa spuntare qua e la come bolle d'aria. Nessuno di questi
individui è abbastanza maturo per il libro Opera e dramma».

Quanto era ora affascinato dalla personalità di Wagner ed


anche entusiasta delle sue creazioni, altrettanto nettamente si
staccò subito dai wagneriani. Si sentiva legato a Wagner da un
vincolo troppo profondo, da finalità troppo alte, per poter sop-
portare il piatto fanatismo settario dei suoi seguaci, ora come
in seguito.

Poi parla del suo nuovo lavoro. Teme soprattutto una cosa:
«soprattutto la solitudine, la solitudine 54"10; 611.110€! Intanto
vivo distrattamente, anzi assetato di piaceri, un carnevale dispe-
rato, prima della grande quaresima della professione, del fili-
slcismo. Ciò mi rattrista, ma nessuno dei miei conoscenti qui

238 Parte I. Infanzia e giouinrzza

se ne accorge. Il titolo di professore di filologia li abbaglia e mi


ritengono l’uomo più felice sulla faccia della terra.

Diletto amico, mi amareggia sempre profondamente pensare


che non possiamo vivere vicini. Noi due siamo i virtuosi di uno
strumento che altri non vogliono ne’ sanno ascoltare, e che a noi
invece procura il più profondo incanto: e ora, eccoci confinati
ognuno su una proda solitaria, tu al nord K, io al sud, infelici
entrambi perché privati dell’accordo dei nostri strumenti e tor-
mentati da questo desiderio ».

Per l'uomo Nietzsche non c'era nulla in questo periodo di


più importante dell’amicizia — e con Rohde egli la sentiva in
pieno.

In casa del professor Biedermann aveva conosciuto una tran-


quilla vita familiare, ma si era limitato a osservare: «Non vi
vedo nulla che sia paragonabile alla nobiltà, all'unicità dell’ami-
cizia. Il sentimento in pantofole, le cose più banali e triviali
rischiarate da questo sentimento che si irradia gradevolmente:
questa è la felicità della famiglia, troppo frequente per essere
preziosa. Ma le amicizie! Vi sono persone che dubitano della
loro esistenza. Certo, è una ghiottoneria raffinata che tocca solo
a pochi, a quegli esausti viandanti per i quali la vita è soltanto
un andare attraverso il deserto: abbandonati sulla sabbia, un
demone benefico li consola, inumidisce loro le labbra inaridite
con il divino nettare dell’amicizia. Ma questi pochi, nelle caverne
e tra gli abissi — dove, lungi dal frastuono del mondo, cele-
brano sacrifici ai loro dèi — innalzano nobili inni all’amicizia,
mentre il vecchio sacerdote Schopenhauer brucia l’incenso della
sua filosofia >> ( 10 gennaio a E. Rohde).

L’amicizia era per lui la cosa più sacra, ma anche una mis-
sione, e la sua amicizia era esigente e severa. Non tollerava alcun
lasciarsi andare, alcun difetto di forma, e meno che mai gli accessi
di quellînvidia della vita che in seguito doveva attaccare ineso-
rabilmente sotto Fetichetta del rancore.

Quando Deussen, che in questo periodo, essendo professore


di liceo, conduceva una dura battaglia per disimpegnarsi onde
intraprendere la carriera dello studioso, alla nomina di Nietzsche
non poté reprimere un sentimento di invidia, un senso di diffi-
cile superamento, Nietzsche ruppe i rapporti con lui nel modo

* Rohde voleva laurearsi e abilitarsi a Kicl.

VIII. Il rrrzrizio utili/are (1867-69) 239

più brusco. Già da tempo si era spazientito per il suo modo di


ragionare, che gli pareva « estremamente banale e grossolano»;
ora dovette constatare che « a una simile piattezza del pensiero,
a una mancanza — tanto antifilosofica — di serietà della vita
vuole accompagnarsi anche la superbia, quella ridicola superbia
da contadino che si rifiuta di riconoscere chi gli è superiore».
Così rinunciò a ogni discussione, non spedì un abbozzo conte-
nente lc suddette osservazioni e si limitò, alla fine di febbraio,
a un brusco biglietto da visita: «Caro amico, se la tua ultima
lettera non è Pelfetto di qualche fortuito disturbo mentale, debbo
pregarti di considerare chiusi con ciò i nostri rapporti. Friedrich
Nietzsche ».

Quando però Deussen, che gli voleva bene, pur senza com-
prendere mai la sua vera natura, spaventato si scuso, l‘11 aprile
1869, il giorno prima della partenza per Basilea, Nietzsche tornò
conciliante, senza tuttavia rinunciare in nulla al suo punto di
vista: « Non prendiamola in tono troppo tragico, non mi sembra
che ce ne sia motivo. Nel tuo caso però ha ragione il vecchio
Euripide: ‘za penna scrive e il cuore di Deussen * non ne sa
nulla’. Questa piccola dannata penna infatti ha una tendenza
alle chiacchiere e la vanità di raccontare più cose, su questo
cuore, di quante ne sappia e ne possa giustificare. Si tratta evi-
dentemente di una penna d’0ca: io ne taglierei via un bel pezzo,
oppure la gcttetei via senz’altro e mi adatterei a un’altra... ».
Ma lo venne a trovare a Basilea. Nietzsche ricorda con piacere
le belle, lunghe giornate che li videro crescere insieme. « Supe-
rcrcmo insieme anche questo momento, purché tu però non mi
allerrisca e mi disorienti con impmmplur simili a quest’ultimo ».
li conclude: «Come un tempo e sempre, il tuo vecchio com-
pugno ».

Torna a onore di Deussen il fatto che non si ofiendesse e


the non intendesse Palterigia così espressa soltanto nel banale
senso moderno, bensì in quello originario di un animo altero,
di un'alta serenità di spirito.

Frattanto il tempo stringeva. Prima di cominciare le lezioni,


Nietzsche intendeva ambientarsi e quindi volle recarsi a Basilea
già alla metà di aprile, e qui Kiessling e Vischer si resero utili
nella ricerca di un alloggio. Ma prima voleva laurearsi a Lipsia

" Parafrasi di Euripide, Ippolito, 607 [N.z1.C.].

240 Parte I. Infanzia e giovinezza

e a tale scopo aveva destinato le sue nuove ricerche su Diogene


‘Laerzio. Ma la facoltà di Lipsia lo esonerò da questbbbligo, e
dichiarò unanimemente che i lavori di Nietzsche pubblicati sul
« Rheinisches Museum » erano perfettamente sufficienti a confe-
rirgli la laurea, il che accadde il 23 marzo senza esame ne’
discussione.

Così, oltre alla preparazione dei suoi corsi per Basilea, rimase
da sbrigare soltanto un lavoro assai fastidioso, che aveva assunto
per mediazione di Ritschl, ossia la compilazione di un indice
delle 24 annate fino allora uscite del <4 Rheinisches Museum ».
Con l'aiuto della sorella sbrigò anche quesflincombenza. Prima
di assumere la sua cattedra in Svizzera, doveva ancora risolvere
un problema di coscienza: come funzionario della città di Basi-
lea, doveva rimanere cittadino prussiano? È evidente che le
autorità svizzere avevano chiesto una decisione in merito. Giac-
ché Nietzsche scrisse il 7 marzo 1869 a Vischer: « C’è un’altra
questione, cui Lei accenna e sulla quale ho riflettuto a lungo:
alla fine dovrò rinunciare alla mia cittadinanza prussiana. Infatti,
supposto anche che, nel caso di una chiamata alle armi in tempo
di pace, io riesca sempre a farmi esonerare, resta il fatto che
contro Yeventualirà spiacevole di una guerra non esiste rimedio,
e io verrei immediatamente arruolato nell’artiglieria a cavallo.
Date queste circostanze, ritengo sia mio dovere, nei confronti
deIPUniversità di Basilea, fare in modo che la mia attività presso
la medesima non dipenda dalla pace e dalla guerra».

Chiese quindi alle autorità prussiane il permesso di espatrio


e il 17 aprile 1869 ricevette dall’ufficio di Merseburg un docu-
mento in cui si legge: «Il sottosegnaro governo reale attesta
col presente che al professore di filologia dr. Friedrich Wilhelm
Nietzsche, di Naumburg sulla Saale, è stato concesso, dietro sua
richiesta, e al fine del suo trasferimento in Svizzera, il rilascio
dalla comunità dei sudditi prussiani ». Da quel giorno Nietzsche
non era dunque più cittadino prussiana ne’ tedesco, bensì, dato
che a Basilea non rimase mai registrato abbastanza a lungo da
ottenere la cittadinanza svizzera, apolide o, come suonava allora
il termine in Svizzera, senza patria, il che gli si attagliava par-
ticolarmente, e tale Nietzsche rimase, giacché dopo la sua par-
tenza da Basilea non richiese mai la cittadinanza tedesca, e dopo
Pottenebramenro spirituale del 1889 non era più in grado di
chiederla. Egli diventò e rimase un europea“.

VIII. Il rcrvizio militare (1867-69) 241

Negli stessi giorni del marzo 1869, Nietzsche vergò un altro


breve curriculum vilae per le autorità basileesi che lo avevano
impiegato *, insieme ad alcune riflessioni per se stesso, dove
cercava di far luce_sul suo rapporto con la filologia‘.

«Mi è sempre parso interessante osservare quali siano le


strade diverse per le quali un individuo perviene oggigiorno pro-
prio alla filologia classica: giacché credo di dir cosa notoria affer-
mando che certe altre scienze, nella loro fiorente giovinezza e
stupefacente forza produttiva, hanno miglior diritto al fresco
vigore di entusiastici talenti che non la nostra filologia, la quale,
è vero, procede ancora gagliarda, ma qua e là tradisce i linea-
menti avvizziti della vecchiaia. Prescindo da quelle nature che
vengono sospinte su questa strada dalla volgare ricerca del pane;
e di per se’ hanno scarse attrattive anche quelle altre nature che
per mano di educatori filologi vengono addestrare senza oppor
resistenza alla medesima professione. Molti sono spinti da un
innato talento di insegnanti; ma anche per costoro la scienza
non è che un efficace strumento di lavoro, non la meta severa
di tutta una vita, cui mirare con occhi innamorati. Esiste uno
sparuto gruppetto che si delizia con occhio d’artisti del mondo
di forme dei Greci, e un altro ancor più esiguo per il quale i
pensatori dell’antichità non sono stati ancora completamente
ripensati né hanno finito di pensare. Io non ho il diritto di
annoverarmi esclusivamente in una di queste categorie; giacché
la strada che mi ha condotto alla filologia è egualmente distante
dalla saggezza pratica, dal basso egoismo e dal sentiero lungo
il quale porta la sua fiaccola Fentusiastico amore per Yantichità.
Quest'ultima affermazione non è facile da fare, ma è sincera.
Forse io non appartengo ai filologi specifici, sulla cui fronte
la natura incide con stile di bronzo: ‘ questo è un filologo ’. e
che procedono con perfetta integrità, con Pingenuità di un bimbo,-
pcr il cammino loro prescritto. In tali semidei della filologia noi
cîtnbartiamo ogni tanto, e allora ci accorgiamo di quanto tutto
ciò che è creato dall'istinto e dalla forza della natura sia pro-
fondamente diverso da ciò che viene prodotto dall’educa7.ione,
dalla riflessione, forse addirittura dalla rassegnazione.

Non voglio affermare di appartenere in tutto e per tutto a

* Si tratta ovviamente del più volte menzionato «Piccolo Consiglio,


(mia del governo cantonale, competente per tutte le assunzioni [N.d.C.].

242 Parte I. In/anzia g giovinezza

questi filologi per rassegnazione; ma quando mi volgo a consi-


derare come sono passato clall’arte alla filosofia, dalla filosofia
alla scienza, e in quesflàmbito a interessi sempre più ristretti:
la cosa ha quasi l'aria di una consapevole rinuncia». E nelle
righe seguenti risuona come unlgrande timore di aver trascu-
rato qualcosa di fondamentale: «Tenderei a pensare che un
uomo a ventiquattfanni ha già dietro le spalle la parte più im-
portante dell’esistenza, anche se solo più tardi metterà in luce
ciò che, rende la sua vita degna d’esser vissuta. Voglio dire che
grosso modo fino a quesfletà Panimo giovanile astrae ancora il
tipico da tutti gli avvenimenti e le esperienze che fa, vivendo
come pensando: e da questo mondo tipico non uscirà mai più.
Quando in seguito lo sguardo idealizzatore si spegne, noi restiamo
in balia di quel mondo tipico che riceviamo a mo‘ di retaggio
dalla nostra giovinezza ».

Con tale vigile attenzione per tutte le voci del suo intimo
eppure assumendosi con alacre coraggio i suoi obblighi, piena-
mente consapevole di una ricchezza maggiore di quella che essi
gli avrebbero richiesto, e come rabbrividendo per il senso del
maturare di un singolare destino, Nietzsche si trovava di fronte
alla sua professione.

‘i « Robusto, forte, sano, ardito di corpo e di carattere », così


Ritschl aveva definito Nietzsche. Anche la sorella non si stanca

.di vantare la sua eccellente salute in quegli anni. E in effetti in

quest'ultimo periodo lipsiense, se si eccettua la malattia provo-


cata dallîncidente di cavallo, finora non sono emersi disturbi
gravi di Nietzsche. Soltanto la grande edizione storica delle opere
contiene nel V volume a pagina 205 una «annotazione auto-
biografica » che appare, come osservano gli editori, « scritta in-
dubbiamente in stato di grandissima agitazione». Essa suona
letteralmente: «Ciò ch’io temo non è Porrenda figura dietro
la mia sedia, ma la sua voce; e nemmeno le parole, bensì il tono
terribilmente inarticolato e disumano di questa figura. Sì, se
parlasse almeno come parlano gli uomini! » ‘.

Che significa questa annotazione, che gli editori collocano nel


periodo che va dall’autunno del 1868 alla primavera del 1869?

In nessuna lettera, in nessun’altra dichiarazione di Nietzsche


in questo periodo, in nessuna notizia della cerchia di persone
con cui venne in contatto, troviamo alcun accenno ai disturbi

VIII. Il servizio mililare (1867-69) 243


psichici che dovevano evidentemente essere alla base di questa
annotazione.

Siamo dunque costretti a supporre che si tratta qui di un


accesso allucinatorio, di un incubo del tutto isolato? Ma la nostra
mente va agli accessi di forte agitazione che già si osservavano
ncll’allievo di Pforta, e dobbiamo ancora pensare alle successive
dichiarazioni di Nietzsche alienato, secondo cui in gioventù aveva
sofferto di attacchi epilettici senza perdita di coscienza. Certo
nemmeno a questo proposito vogliamo annettere troppa impor-
tanza a questa dichiarazione dell’infermo. Ma non siamo nem-
meno sicuri che la sorella, la cui mancanza di scrupoli a riguardo
dei documenti sulla malattia del padre abbiamo già conosciuto,
non abbia distrutto, o sottratto in qualche altro modo all’Ar-
chivio Nietzsche, altre note come quella qui riprodotta, che si
trova come sperduta in un quaderno (P I, 11, p. 231) tra anno-
tazioni filologiche, sulla penultima pagina, e che certamente le
sfuggì. Rimane comunque la possibilità che Nietzsche intorno
al ventiquattresimo anno abbia sofferto, e non solo questa volta,
che è attestata da lui stesso, di allucinazioni che lo scossero fin
nel profondo e lo riempirono di spavento. Questa volta, per lo
meno, la sua vigile chiarezza viene sopraiîatta da un’allucina-
zione, dalla visione di una figura che sta dietro la sua sedia e
gli parla con una voce orribilmente inarticolata e disumana, come
un messaggero di quel regno in cui doveva entrare vent’anni dopo.

Ma questa voce egli riuscì a reprimerla. Nessuno seppe del


dialogo con essa. La luce del giorno la fece dileguare.

Noi non sappiamo quante volte il demone degli abissi più


profondi o delle vette più vertiginose comparisse dietro la sedia
del ventiquattrenne sprofondato nel lavoro e nella meditazione;
non sappiamo che cosa gli sussurrasse con quella voce orribil-
mente inarticolata e disumana, che lo scuoteva fin nelle più
intime fibre; non sappiamo quanto profondamente questo demone
lo tocclasse, e in quale misura egli lo avvertisse sotterraneo anche
in pieno giorno; ma sappiamo che lottò con lui, sappiamo che
lo sconfisse e che lo tenne incatenato per vent’anni. Ma può
darsi che in tutto questo lungo tempo non lo perdesse mai di
vista e che poi, quando lo ebbe pienamente riconosciuto, si unisse
a lui come al più intimo e segreto «tu ad

Quando, il 12 aprile 1869, lo stesso vetturino che nel lon-


tano 1843 aveva portato suo padre e sua madre a sposarsi in

244 Par/e I. Infanzia e giovinezza

chiesa, lo accompagnò con la carrozza alla stazione, egli appa-


riva alla madre e alla sorella più sano che mai.

Fece il viaggio senza fretta. Il primo giorno arrivò soltanto


fino n Colonia. La sera del giorno dopo si trasferì a Bonn e vi
trascorse il giorno seguente, «andando alla ricerca di antiche
memorie di luoghi e trovando nuovi conoscenti», come scrisse
il 20 aprile alla madre. Da Bonn prese un vaporetto del Reno
fino a Bieberich e di qui con la ferrovia arrivò a Wiesbaden.
Il giorno dopo da Wiesbaden giunse a Heìdelberg «e la sera
vidi, con le luci più belle, in un fiorente paesaggio, il celebre
rudere del castello. Qui incontrai alcune conoscenze di Lipsia.
Vi trascorsi la domenica, in una locanda semplice ma conforte-
vole, e lavorai alla mia prolusione inaugurale. Domenica avevo
in animo di proseguire direttamente per Basilea. Ma quando fui
a un quarto d’ora da Karlsruhe, cambiai idea. Salirono nel mio
scompartimento dei giovani che andavano a sentire i Maestri
cantori a Karlsruhe. A questa tentazione non seppi resistere:
discesi, feci convalidare il mio biglietto anche per il giorno dopo,
e la sera mi deliziai con una eccellente esecuzione di questa che
è la mia opera favorita ».

Così lasciò la Germania: con un viaggio sul Reno, col roman-


ticismo di Heidelberg e con i Maestri cantori,

Ma frattanto, in un albergo di Heidelberg, aveva scritto la


sua prolusione su Omero e la filologia classica ‘, che poi doveva
tenere il 28 maggio a Basilea.

In questa dissertazione egli prese spunto dalla questione


omerica per sviluppare la sua concezione del senso della filologia
e rendere una testimonianza personale in merito alla sua posi-
zione nei suoi confronti.

« Là dove l’uomo moderno si prostra in beata ammirazione


di se stesso, dove la grecità viene considerata un punto di vista
superato e quindi del tutto indifferente [...] noi filologi dob-
biamo sempre contare sull’appoggio degli artisti e delle nature
artisticamente dotate, che sono le sole a poter comprendere
come la spada della barbarie stia sospesa sul capo di ogni indi-
viduo che perda di vista l’indicibile semplicità e la nobile dignità
del mondo ellenico ». Già come scienza, la filologia non è un
tutto unitario, bensì è Costituita da parecchi ingredienti e si
trova altresì in un indissolubile, reciproco rapporto e collega-
mento con l’arte. « La vita è degna di esser vissuta, dice l'arte,

VIII. Il servizio militare (1867-69) 245

la più bella seduttrice; la vita è degna di esser conosciuta, dice


la scienza. Da questa contrapposizione discende l’intima contrad-
ditorietà, che sovente si manifesta in modo così straziante, del
CUHCGHO di filologia classica e quindi delPattività guidata da
tale concetto». Se il filologo procede in modo puramente scien-
tifico, potrà trovare dei tesori, « ma noi perderemo pur sempre
la mirabile efficacia formatrice, anzi il vero e proprio profumo
dell'atmosfera classica, dimenticheremo quellîmpulso appassio-
nato che, auriga leggiadro, ha guidato verso i Greci con la forza
dell’istinto i nostri pensieri e le nostre gioie». La filologia è un
centauro, e «l’intero movimento artistico-scientifico di questo
singolare centauro tende con enorme potenza, ma ciclopica len-
tezza, a superare quell'abisso che separa Fantichità ideale — che
forse non è che la più bella fioritura dell‘amoroso slancio ger-
manico verso il sud -— da quella reale; in tal modo. la filologia
classica non aspira a null'altro se non al compimento definitivo
della sua più intima essenza, alla perfetta fusione e unificazione
degli impulsi fondamentali inizialmente ostili e raccolti insieme
solo con la violenza».

Porre tale obiettivo potrà sembrare utopistico e illogica, ma


in questo modo si è arrivati alle più importanti conquiste della
filologia classica. Un esempio è la questione omerica, che Fried-
rich August Wolf riprese esattamente dal punto in cui l'aveva
lasciata cadere Fantichità stessa.

Per un certo tempo si credette che il concetto di poesia


popolare aiutasse a superare il misterioso problema della perso-
nalità di Omero: «Sarebbe stata qui all’opera una forza più
originaria e profonda di quella di qualsivoglia individuo crea-
tivo, il popolo più felice nel suo più felice periodo, nella suprema
attività della fantasia e del più poetico vigore plastico, avrebbe
prodotto questi poemi senza pari [...]. [Ma] nelfestetica mo-
derna non esiste antitesi più pericolosa di quella tra poesia
popolare e poesia individuale o, come si suol dire, poesia d’arte.
li la ripercussione o, se si vuole, la superstizione che portò con
sé la scoperta più ricca di conseguenze della scienza storico-
filtilogica, la scoperta e la rivalutazione dell'anima popolare. Solo
con essa, infatti, vennero gettate le basi per una considerazione
approssimativamente scientifica della storia, che fino ad allora,
e in numerose forme ancora oggi, era una semplice compilazione
di fatti [...]. Si comprese allora per la prima volta la forza,

246 Parla I. Infanzia e giovinezza

a lungo avvertita, di individualità e manifestazioni della volontà


superiori allînfinitesimale entità del singolo; si riconobbe allora
che tutto quanto è veramente grande e di vasta portata. nel
regno della volontà non può aflondare le sue radici nella cosi
effimera e poco vigorosa forma singola della volontà; ora final-
mente si percepirono chiaramente i grandi istinti delle masse,
gli inconsci impulsi dei popoli come gli autentici portatori, le
autentiche leve della cosiddetta storia universale. Ma la fiamma
che aveva testé preso a divampare proiettava anche la sua ombra:
e questa è per Pappunto la summenzionata superstizione, che
contrappone la poesia popolare a quella individuale [...]. Ora,
non esiste in realtà un siffatto contrasto di poesia popolare e
poesia individuale; piuttosto, ogni poesia, e naturalmente anche
la poesia popolare, ha bisogno della mediazione di un singolo
individuo. Questa contrapposizione, indebita un tempo, ha un
senso solo quando per poesia individuale si intende una poesia
che non è cresciuta sul terreno della sensibilità popolaresca,
bensì risale a un creatore non popolaresco ed è maturata in una
atmosfera non popolaresca, ad esempio nello studio del dotto [...].
Risulta così che con la teoria delFanima popolare creatrice di
poesia non guadagniamo nulla, che in ogni circostanza siamo
rimandati allîndividuo poetico. Nasce dunque il compito di
cogliere l’elemento individuale e distinguerlo nettamente da ciò
che in certo senso è stato depositato dalle acque della tradizione
orale — una parte ritenuta assai rilevante dei poemi omerici ».

Dall'esame delle saghe popolari omeriche e dell'antica favola


dell'agone di Omero ed Esiodo Nietzsche giunge poi alla con-
clusione: « Omero come poeta dell’Iliade e dcll’Odissea non è
una tradizione storica, bensì un giudizio estetico [...]. Ma con
ciò non è ancora detto, contro l’autore dei suddetti poemi epici,
che sia anch’egli un prodotto dell'immaginazione, che sia in verità
urfiimpossibilità estetica ». L’element0 originario dei due poemi
è quello individuale. In seguito si ebbe la dilatazione tramite
la tradizione orale, e solo allora Pinsieme venne completato
secondo un disegno. La conclusione che Nietzsche trae è la
seguente: «Noi crediamo in un solo grande poeta dellîliade
e delPOdissea — ma non che questo poeta sia Omero.

La decisione in proposito è già stata fornita. Quell’età che


inventò le innumerevoli favole omeriche, che creò il mito della
contesa tra Omero ed Esiodo, che riteneva omerici tutti i poemi

VUI. Il rcrviziz) nzili/arc (1867-69) 247

del Ciclo, avvertiva una singolarità non già estetica bensì mate-
riale quando pronunciava il nome di ‘ Omero ’. Per questa età,
Omero appartiene alla serie di nomi d’artisti come Orfeo, Eu-
molpo, Dedalo, Olimpo, alla serie dei mitici scopritori di un
nuovo ramo dell’arte, ai quali perciò venivano dedicati in segno
di gratitudine tutti i frutti posteriori cresciuti sul nuovo ramo.
E anche quel mirabile genio cui dobbiamo Flliade e l’Odis-
sea fa parte di questi posteri riconoscenti: anche lui sacrificò il
suo nome sull'altare delY-antichissimo padre della poesia epica
eroica, sull'altare di Omero».

Fin qui Nietzsche intende toccare la questione omerica, ma


solo nelle grandi linee. Tuttavia essa per lui non è che un mezzo
per dimostrare come la filologia, con l’opera di quasi un secolo,
non abbia impietosamente distrutto una grande concezione, bensì
abbia finalmente dato forma viva e convincente a un colosso
informe. Ciò è stato possibile solamente grazie al fatto «che
i filologi sono vissuti per quasi un secolo con i poeti, i pensa-
tori e gli artisti». Così come non bisogna dimenticare in gene-
rale, proprio quando ci si sente più ricchi e fortunati grazie agli
immortali capolavori dello spirito ellenico, «che quesflintero
magico mondo giaceva un tempo sepolto, sotterrato da mon-
tagne di pregiudizi [...] che sono stati necessari sangue e sudore
e il più faticoso lavoro intellettuale [...] per far risorgere quel
mondo dalla sua sepoltura».

Ma poi conclude — alquanto bruscamente — con una con-


fessione del tutto personale: « Basta così. Eppure mi resta da
dire qualche parola, per di più di natura personalissima. Ma
l’occasione di questo discorso mi giustificherà.

Anche a un filologo è certo lecito racchiudere la meta delle


sue aspirazioni e la strada che ve lo conduce nella breve for-
mula di una professione di fede: cosi voglio fare ora, rove-
sciando in questo modo una massima di Seneca:

‘ philosophia {acta est quae philologia fuit ’.

Con ciò si vuole affermare che ogni attività filologica deve


essere racchiusa e confinata entro una visione filosofica del mondo,
in cui ogni particolare isolato svanisce come cosa spregevole, e
rimane soltanto Paspetto totale e unitario. Fatemi dunque sperare
che con questo indirizzo io non sarò uno straniero tra voi [...] ».

Nello scrivere queste righe, il discorso con cui doveva pre-


sentarsi a Basilea, probabilmente presentiva, mentre si conge-

248 Par/e I. Infanzia e giovinezza

dava dalla Germania, oppure già sapeva, conoscendo i suoi col-


leghi filologi, quanto presto e inevitabilmente egli sarebbe dive-
nuto straniero tra di loro.

Filosofia doveva diventare, dalla filosofia doveva farsi sovrap-


porre e in essa sboccare quanto fino ad allora era bastato a se
stesso come filologia! Presago egli aveva già scritto a Rohde
dello scandalo che avrebbe con ciò inevitabilmente suscitato in
tutti gli addetti ai lavori, e il suo venerato maestro Ritschl non
aveva sempre respinto proprio una simile concezione della sua
missione? Lo avrebbe così caldamente raccomandato a quelli di
Basilea, se avesse potuto supporre in Nietzsche un cosi deciso
ripudio della pura e autosufficiente filologia?

Certo, Nietzsche era risoluto, con tutto il senso del dovere


e la lealtà verso il compito che si era assunto, ad assolvere il
suo ufficio al meglio delle sue forze. Ma il suo periodo di appren-
distato era passato, e ruminare non era nella sua natura. Egli
si sentiva spinto oltre i confini della scienza specialistica non
solo dal suo originario spirito riformatore, protestante, ma anche
dalla coscienza di uno stato di crisi e di una missione irrecusa-
bile. In lui viveva e ai suoi occhi si offriva, sia pure ancora in
contorni poco chiari, il quadro di una cultura per la quale occor-
reva lottare. Qui egli può sembrare affine al suo contemporaneo
Karl Marx. Comune a entrambi è l’aver compreso che la situa-
zione culturale durata fino ad allora si era esaurita, e che la loro
era un’epoca di capovolgimento, di ribaltamento dei valori e delle
forze dominanti. Anche jacob Burckhardt entra in questo quadro
in qualità di osservatore, quando parla di un’« età rivoluziona-
ria >> come di un dato di fatto. Ma Marx e Nietzsche contrastano
quanto al punto di partenza e alla via da percorrere.

Per Marx tutto ha il suo fondamento nel materiale, la situa-


zione culturale è il risultato o lo specchio dei rapporti econo-
mici: perciò egli vuole prima modificarli per operare un rinno-
vamento culturale generale. Invece Nietzsche proprio in questa
prolusione omerica — e da queste idee non si discosterà più —
dimostra come occorra in primo luogo una forza spirituale, un
genio, per dare la sua impronta alle condizioni culturali, e poi
<4 gli impulsi inconsci dei popoli», dunque potenze spirituali, in
quanto «portatori e leve della cosiddetta storia universale».
Nietzsche vuole risvegliare queste potenze spirituali, attivarlo,
rivoluzionare le condizioni culturali, dalle quali discenderebbe

VIII. Il servizio militare (186769) 249

poi il nuovo assetto dei rapporti economici. In questo senso ad


esempio la cosiddetta « questione operaia » è e rimane per lui
un problema non immediato.

Per questa sua rivoluzione egli vedeva ancora le pietre di


base nell’opera di Schopenhauer e in particolar modo in quella
di Richard Wagner, nelle profondità dell'anima tedesca e dello
spirito germanico Peterno fondamento, nel suo mondo ellenico
1’etern0 modello. Si sentiva sostenuto da una missione in cui
credeva di non essere solo. Eppure una più profonda consape-
volezza gli diceva già che sarebbe rimasto solo, isolato come era
sempre stato, e che la sua missione, che ancora riposava oscu-
ramente in lui, ma che agitava in permanenza i suoi nervi e il
suo sangue, lo avrebbe reclamato corpo e anima.

Quando, il 19 aprile 1869, alle 2 del pomeriggio, arrivò a


Basilea, la giovinezza gli stava alle spalle, e Popera cominciava
a mostrare la sua testa di Medusa.

Parte seconda
I DIECI ANNI DI BASILEA

19 APRILE 1869-2 MAGGIO 1879

IL NUOVO AMBIENTE

Con l’arrivo a Basilea Nietzsche viene a trovarsi in un clima


completamente nuovo — soprattutto dal punto di vista spiri-
tuale — che ha le più forti ripercussioni sulla sua evoluzione.
Ma ha così inizio anche il soggiorno più lungo della sua vita:
dieci interi anni. Dovevano essergli suificienti, prima per dispie-
gare e superare il proprio bagaglio spirituale, poi per trovare in
questo nuovo ambiente la via di se stesso. La sua posizione, la
sua vita a Basilea gli oflrivano quell'esatta mescolanza di solitu-
dine, di abbandono a se stesso e di sostegno ambientale di cui
Nietzsche aveva bisogno in quell'epoca. Il fatto che la precoce
assunzione della cattedra di filologia, malaugurata conseguenza
di una doppiezza esistenziale spontaneamente scelta fin dall’epoca
del primo semestre di Bonn, doveva dopo dieci anni ripercuo-
tersi in un primo totale crollo fisico, non ha nulla a che fare
con Basilea: l’esito fatale era già contenuto nell’errata missione
in se stessa. Non è da escludere che in un altro luogo, in condi-
zioni ancora più dure, il logoramento delle sue energie fisiche
sarebbe avvenuto ancor più rapidamente e il conflitto tra pro-
fessione e vocazione si sarebbe acuito più presto e con maggior
violenza.

1,0 origini.

Nietzsche era cresciuto in circostanze che avevano sempre un


vertice gerarchico. Il padre aveva ottenuto il suo posto a Ròcken
per grazia del re Friedrich Wilhelm — e in segno di gratitudine
il figlio aveva dovuto portare il nome del re. Il regime donnesco

254 Parte II. I dieci anni di Basilea

della casa di Naumburg era chiaramente sottoposto alla guida


matronale della nonna, Etdmuthe Nietzsche. Dopo un breve
periodo di relativa libertà in casa della madre, Nietzsche subì
per sei anni, come allievo della scuola di Pforta, la rigida disci-
plina dellîstituto sotto la guida di un rettore, e qui gli veniva
continuamente ricordata la grazia e la bontà del sovrano, che gli
aveva concesso il vantaggio di questa educazione indubbiamente
valida. Dopo un altro breve intermezzo di relativa libertà
— Fanno di Bonn — si sottomise alla guida di un insegnante
di superiore levatura, la cui personalità rappresentava il vero e
proprio vertice della facoltà di Lipsia. E sopra ogni cosa domi-
nava Vautorità di un organismo politico che aveva nei sovrani
degli Stati, e col tempo sempre più nel « cancelliere di ferro»,
il principe Bismarck, il suo vertice fondato parte sulla tradizione,
parte sulla personalità. Perfino Porganizzazione religiosa, la Chiesa
evangelica tedesca, ha un vescovo regionale come sommo pastore.

Basilea prima del 1875.

Di tutto ciò, Nietzsche non trovò a Basilea nemmeno una


traccia. Non c'era un castello con parco come centro architetto-
nico della città — qui nessun principe aveva regnato né mani-
festato la sua sovranità negli edifici. Non c’era nemmeno una
vita di corte come centro d’attrazione sociale, nessuna brillante
parata come segno 0 pretesa di manifestazione esteriore del
potere. La cattedrale sull’elevato Pfalz e l’Università erano da
secoli i centri, i luoghi di raccolta e i nuclei irradiatori archi-
tettonici e sociali. Nulla avveniva per grazia dei principi, una
grazia che si poteva acquistare o perdere. Tutto era nelle mani
dei cittadini. A capo dell‘Università stava un rettore che veniva
scelto in turni brevi tra il collegio dei professori. Il numero
delle cattedre e la loro dotazione venivano determinati dal par-
lamento cittadino — eletto da cittadini tra cittadini. In tal modo
Pinsegnamento e la ricerca non subivano mai imposizioni poli-
tiche, ma non erano nemmeno isolati dalla comunità politica,
Yaccademico non diventava un solitario nella società. Piuttosto,
dall’Università vigorosi impulsi si trasmettevano alla vita della
comunità, e non pochi dei docenti locali si mettevano sempre
al servizio del bene comune nelle cariche, negli uffici e nelle

I. Il nuovo ambienlc 255

istituzioni private. Un’autorità statale «dall'alto» non esisteva.


Nel contempo, i rappresentanti del cantone cittadino di Basilea
si trovavano in una continua, aspra concorrenza con gli altri
cantoni (« Orte ») del paese, anch'essi in vigorosa ascesa, e abba-
stanza spesso in opposizione alle autorità federali, giacché qui
veniva alla luce un vero conflitto politico tra liberalismo e radi-
calismo. Nemmeno la Chiesa nazionale svizzera conosce una
gerarchia ecclesiastica. All'epoca di Nietzsche il pastore princi-
pale della cattedrale aveva il titolo di « antistes » e nient'altro.
Comunque, avevano primaria importanza i teologi più in vista
delle Università.

Nietzsche veniva da un clima politico in cui prosperavano


i grandi Stati nazionali. Nel 1870-71 Bismarck era finalmente
riuscito a forgiare col ferro e col fuoco l’impero, e anche l'Italia,
a prezzo di gravi e sanguinosi sacrifici, si era unificata in uno
Stato popolare. Invece la variopinta famiglia di popoli sotto la
corona della monarchia danubiana vide gradualmente scomparire
le basi della propria esistenza, fino alla catastrofe del 1918, col
conseguente smembramento in piccoli Stati nazionali.

Nietzsche rese omaggio ancora per breve tempo allo spirito


dell'epoca con la sua ebbrezza per la guerra del 1870 e col suo
entusiasmo per il programma politico-culturale di Richard Wagner,
quale avrebbe dovuto realizzarsi nell'idea del festival di Bayreuth.
Ma nei dieci anni di Basilea egli subì una fondamentale trasfor-
mazione proprio da questo punto di vista e divenne uno dei
primi europei di stampo moderno. È da chiedersi in tutta serietà
se questa trasformazione sarebbe avvenuta, e nella stessa dire-
zione, se fosse diventato professore ad esempio a Lipsia (dove
era assai probabile che lo diventasse, dato il suo prestigio nel
locale ambiente filologico). A Basilea egli conobbe l'esatto oppo-
sto come possibile esistenza, e nessuna esperienza passò mai su
di lui senza lasciar traccia.

L0 574m federale svizzero dopo il 1848.

Una lega di piccoli Stati (cantoni) che fondeva abitanti di


origine germanica e latina, si era trasformata sotto la spinta delle
circostanze in uno Stato federale al cui potete centrale era con-
Ccssn solo quel tanto che era strettamente indispensabile per

256 Pur/e II. I dieci anni di Bezrilea

difendere l'indipendenza politica ed economica della comunità


intera. In questo processo si applicarono con orgoglio i risultati
progressivi dei sommovimenti rivoluzionari europei del 18_30 e
del 1848, che per allora non erano giunti a realizzarsi in nes-
sun altro paese. Di contro ai grandi Stati nazionali vicini, fon-
dati sul sentimento popolare, stava qui un organismo puramente
politico, basato su un fondamento razionale. Nel 1869, 21 anni
dopo la costituzione di questo nuovo organismo statale, erano
già state superate anche le più gravi malattie infantili che non
avevano risparmiato la giovane confederazione. Uomini politici
estremisti avevano osato giocare tiazzardo e spingere lo Stato
fino all'avventura di guerre contro le grandi potenze. La « que-
stione di Neuchfitcl» con la Prussia nel 1858 e l'avventura di
Savoia nel 1860 (per liberare Ginevra dalla sua strozzatura geo-
grafica) presentarono caratteristiche ambigue "5.

Una cosa rimase incomprensibile per le grandi potenze, con-


servatrici e coinvolte in pure lotte dinastiche di potere: il corag-
gio col quale qui si osava l'impossibile per amore dei princìpi
politici. Già da lungo tempo per i gabinetti di Vienna, Berlino
e Parigi la politica della Svizzera circa l'asilo politico era motivo
di grave irritazione. Anche a Wagner, che allora Nietzsche vene-
rava, essa aveva offerto protezione. Il paese veniva denunciato
come un covo di elementi rivoluzionari. Soprattutto l'agitazione
esercitata da qui nella Lombardia, che era ancora sotto il domi-
nio austriaco (e Nietzsche conobbe personalmente il suo promo-
tore più importante e temuto, Mazzini), doveva spingere un
generale Radetzki a progettare un attacco diretto di rappresaglia.
Se la cosa non si verificò, la Svizzera lo dovette all'atmosfera di
sempre più pesante sospetto e al dissidio che covava sotterraneo
tra le grandi potenze, oltre alla mano protettrice della politica
inglese, che era interessata a mantenere uno stato di agitazione
all'interno dell'Europa.

Questi motivi palesi e occulti non erano noti a Nietzsche


quando giunse a Basilea, ma egli gustò i frutti di questo fiero,
noncurante superamento della vecchia Europa. È vero, Basilea
offriva un quadro assai più tranquillo di quanto non presentasse
l'estremistica politica confederale, ma anche qui l'atmosfera fon-
damentale della vita pubblica eta improntata alla orgogliosa con-
sapevolezza di aver superato felicemente un grave pericolo, in
cui la città aveva dato prova di sé.

l. Il nuovo ambiente 257

Così si incontrarono lo spirito della nuova patria d’elezione


e la personale tendenza di Nietzsche al pensiero rivoluzionario;
qui egli poteva coltivare pensieri « alla dinamite », un ambiente
tollerante gli offriva riparo. Ma lo favorì anche un’altra compo-
nente del tutto diversa, anche questa senza che egli se ne ren-
desse pienamente conto.

Le dificoltà di Basilea con la sua Univerrità.

Basilea aveva il suo problema particolare: i tumulti degli


anni ’30 avevano suscitato in ogni luogo, anche nell’antica con-
federazione, un'ondata di radicalismo politico contro l’antico re-
gime dei consigli municipali. Ovunque essa venne attutita e smor-
zata, ma solo nel caso di Basilea i deputati confederali lasciarono
che accadesse la catastrofe. Nel 1833 il cantone venne diviso nei
semi-cantoni di Basilea-città e Basilea-campagna (con sede del
governo a Liestal), e ciò facendo il confine venne fatto passare
così vicino alle porte della città, che la comunità cittadina ne
rimase quasi soffocata. E ancora: il patrimonio dello Stato venne
diviso a sfavore della città, nel rapporto di 64 a 36. Anche il
meraviglioso tesoro della cattedrale venne diviso e i pezzi più
preziosi, dato che il nuovo cantone contadino non sapeva che
farsene, finirono sparsi per il mondo a prezzi di svendita. È
anche vero che la città si lasciò sfuggire l’occasione di ricom-
prarli a condizioni favorevoli. Ma il nuovo governo di Liestal,
ostile alla città, mise le mani anche sul patrimonio dell’Um'ver-
sità. Qui le collezioni, grazie a enormi sacrifici personali di alcuni
cittadini, vennero salvate dalla distruzione e dallo smembramento,
ma la venerabile Università, fondata nel 1460, una delle più anti-
che in assoluto, era materialmente sull’orlo della rovina. E non
bastava: i cantoni liberal-radicali di Berna e Zurigo fondarono
Università proprie, sottraendo così a Basilea gran parte del flusso
di studenti dai cantoni vicini. E inoltre per decenni si ventilò
il progetto di una Università centrale svizzera nel paese, al che
sorse subito il problema della sua collocazione. Alla fine, di
questo progetto rimase soltanto il Politecnico svizzero fondato
nel 1855, che venne poi domiciliato anch'esso a Zurigo, cosa
che fece capire ai basileesi tanto più chiaramente che cosa doves-
sero aspettarsi nel caso di una Università confederale“.

258 Parte II. I dieci anni di Barilea

Territorialmente limitata, soffocata commercialmente, decimata


nelle sue riserve economiche, la città, ridotta alle sole sue risorse,
durò fatica a mantenere in vita se stessa, tanto meno un’Uni-
versità. La un tempo così famosa Università di dottorato poteva
ormai a mala pena tenere dei corsi propedeutici, e alcune facoltà,
come medicina e giurisprudenza, di tanto in tanto venivano chiuse
perché nemmeno le poche cattedre potevano venir ricoperte. Ma
la forzata limitazione all’ambito dello Stato cittadino offriva
anche dei vantaggi, come doveva apparire chiaro assai presto.
L'antico governo del Consiglio municipale durò fino al 1875, ma
era nelle mani di cittadini dotati di alta cultura, di spirito di
abnegazione e di grande apertura mentale. Questa élite politica
era nello stesso tempo una élite culturale costituita da accade-
mici, da industriali (fabbricazione dei nastri di seta) e di grossi
commercianti, le cui navi solcavano tutti i mari del mondo.

Nel corso dei secoli, grazie allîmparentamento di alcune fami-


glie, si venne qui a costituire un senso di attaccamento al paese,
un orgoglio locale e una spiritualità quali possono presentarsi
soltanto nella piena urbanità di una simile polìr, di una sifiarta
città-Stato. Nel consigliere professor Vischer-Bilfinger Nietzsche
trovò un tipico esponente di queste famiglie dominanti, un col-
lega, un superiore, un protettore. E basti per il momento accen-
nare all’importanza per Nietzsche del vecchio basilecse Jacob
Burclchardt.

Questo era l’aspetto spirituale del fatto «Basilea», che sicu-


ramente si accordava con Pimmagwine ideale che aveva in mente
Yadoratore della grecità. Ma la situazione aveva anche i suoi
lati pratici.

La stretta economica aveva imposto anche restrizioni nel-


l'amministrazione statale. Ovviamente in questo quadro venne
posta anche la questione se si dovesse mantenere l’Università.
È sempre un bene quando in periodi critici occorre dare una
soluzione a simili problemi, perché in questi casi si va alllessenza
delle cose. Nel 1835 tutti gli oratori al Gran Consiglio (il parla-
mento cittadino) si pronunciarono con unanimità e convinzione
per la conservazione della venerabile istituzione, anche se con
un esercizio molto ridotto e adeguato alla situazione finanziaria
della comunità. Ben presto i consiglieri e professori Andreas
Heusler, Christoph Burckhardt, il rettore La Roche e Peter
Merian costituirono la «Società Accademica Volontaria», che

I. Il nuovo ambiente 259

con i suoi contributi, sempre crescenti nel tempo, resero possi-


bile all’Università di istituire cattedre non previste dalla legge,
assumere custodi per le raccolte, arricchite le raccolte stesse,
finanziare stipendi e pensioni (ad esempio anche a Nietzsche
nel 1879), organizzare conferenze. Jacob Burckhardt parlò spesso
in questi cicli di conferenze della « Società Accademica Volon-
taria», e anche le conferenze di Nietzsche Sullìzvvenire delle
nortre rcuole dovevano esser rese possibili in questo quadro. Ma
era anche importante il fatto che grazie al numero sempre cre-
scente di membri, si diffuse nei più vasti strati della popolazione
Pattaccamento all'Università e la sollecitudine per la sua prospe-
rità, radicando così saldamente 1’Università nella coscienza popo-
lare e nellbrgoglio civico.

D'altro canto la nuova legge universitaria del 1866 (come


già quelle del 1818 e del 1835) obbligava i docenti della facoltà
filosofica all'insegnamento nelle classi superiori del liceo classico
(che allora aveva ancora il nome di «Pàdagogiumw. Questo
doppio incarico era inteso a coltivare i legami tra accademia e
cittadinanza anche dal punto di vista accademico. «Professori
stranieri, che avevano insegnato in luoghi diversi, riconobbero
di non essere mai stati, come a Basilea, inseriti nella vita della
città, uscendo dall’angustia dello studio specialistico e de1l’inse-
gnamento » 5‘. Solo una piccola parte degli allievi del Piidago-
gium si dedicava poi allo studio accademico, ma parecchi dei
futuri industriali e grossi commercianti compivano i loro studi
in questa scuola, terminando col diploma di maturità. E tutti
avevano beneficiato dellînsegnamento dei professori dell'Univer-
sità, rimanendo spesso riconoscenti e attaccati ad essi. Proprio
da (presti ambienti derivano parecchie preziose testimonianze su
Burckhardt e anche su Nietzsche.

Quando, nel 1850, sotto la pressione del progetto confede-


rale, venne nuovamente posta la questione della sopravvivenza
dcll’Università cittadina, la cosa poté risolversi senza grossi peri-
coli. Il 3 febbraio 1851 il Gran Consiglio si pronunciò di nuovo,
con 81 voti contro 27, per Yaccademia cantonale. «E infine
l’Università dev'essere un centro d’impulsi spirituali per l’intera
cittadinanza », così suonava la delibera. Gli amici più stretti del-
l'Università attinsero da questa nuova attestazione di fede nuovo
vigore. E si adoperarono per far superare all’Università il livello
di un semplice istituto propedeutico c per riportarla agli antichi

260 Parte II. I dieci anni di Basilea

vertici o ancora più in alto. Uno dei più attivi promotori di


questi sforzi nella curatela, nel Consiglio dell'Istruzione e nel
« Piccolo Consiglio » (governo del cantone cittadino) era il greci-
sta Wilhelm Vischer-Bilfinger, professore e consigliere. Egli diede
anche vita per la sua facoltà al primo seminario dell’Università
di Basilea: nel semestre invernale 1861-62 venne istituito il
«Seminario filologico-pedagogico »m. La nuova legge universi-
taria del 1866 aprì poi al nuovo organismo possibilità ancora
più ampie.

Una delle preoccupazioni (e difficoltà) principali rimase però


per lungo tempo l’assunzione di bravi insegnanti. Nella concor-
renza internazionale il prestigio dellîstituzione aveva sofferto
dopo quanto era avvenuto, e doveva venir restaurato. La sfera
d’influenza che si poteva offrire a un docente era men che mode-
sta: ancora nel 1870, ad esempio, gli studenti delle quattro fa-
coltà erano tutti insieme 116, in maggioranza teologi. Perfino a
professori rinomati poteva capitare di non poter tenere le eser-
citazioni per mancanza di studenti. Anche il famoso giurista
Andreas Heusler dovette lamentare lo scarso interesse degli stu-
denti, e la storia dell'Università tramanda che il professore Wil-
helm Arnold, insegnante di diritto germanico, «non riuscendo
ad attuare sempre dei corsi per le materie connesse col diritto
germanico, di propria iniziativa, per prendere parte attiva alla
vita delPUniversità, si era assunto anche la disciplina del diritto
canonico >> 5“.

Così, si potevano per lo più interessare solo giovani docenti,


che "si servivano di Basilea unicamente come trampolino di lancio
e che, dopo aver fatto qui una certa esperienza di insegnamento,
ripartivano dopo breve tempo. Erano soprattutto le Università
di Giessen, Gottinga, Rostock e Kònigsberg che facevano in
certo senso far pratica ai loro futuri docenti a Basilea. Con tutto
ciò, in questi decenni fino al volger del secolo troviamo in tutte
le facoltà parecchi nomi che dovevano in seguito acquistare rino-
manza mondiale. Questo continuo, rapido ricambio impediva natu-
ralmente contatti umani più stretti nel collegio dei professori.
Rimaneva stabile un ristretto nucleo, più ridotto ma in com-
penso tanto più compatto, formato per lo più da professori
locali. Anche questo fatto trovava piena rispondenzarnel carat-
tere di Nietzsche. Egli non era capace di essere Noi-fitti“); (amico
di molti, ossia amico sotto ogni aspetto). Poteva ambientarsi in

I. Il nuovo antbicnle 261

una ristretta cerchia di amici, cercava di avvicinarsi alla singola


personalità di maggior spicco, che non perdeva mai più di vista,
nemmeno quando doveva intervenire un raffreddamento esteriore
o addirittura una rottura. Fin dai primi tempi vale per lui la
frase che doveva scrivere al vecchio compagno Erwin Rohde l’11
novembre 1887 all’epoca della suprema separazione: « Nella mia
vecchiaia e nella mia solitudine, i0 almeno non perderò quel paio
di persone verso cui una volta ho avuto fiducia ». Coi suoi dieci
anni di appartenenza al corpo insegnante, Nietzsche‘ figurava tra
gli «anziani», e in qualità di docente immigrato costituiva un
caso eccezionale di fedeltà.

La precoce nomina di Nietzsche.

Molto scalpore fece —— e fa ancora oggi —— il modo in cui


Nietzsche venne nominato, in considerazione della sua giovane età.

L’intraprendente Università cercava in generale forze nuove.


Dato il continuo bisogno di ricambi, le autorità cercavano conti-
nuamente tra le fila dei liberi docenti abilitati di fresco, ai quali
si offriva così a Basilea la possibilità di un salto nella carriera
accademica superiore. Cosi, colui che doveva diventare tanto
lmnoso come linguista, Jacob Wacketnagel, ad appena 23 anni,
nel 1876, si era abilitato come libero docente accanto a Nietzsche
c a 26 anni, nel 1879, divenne il suo successore sulla cattedra
(il filologia classica.

La facoltà di medicina nominò nel 1850 un ventottenne,


Karl Bruck, in qualità di professore di anatomia; la facoltà di
giurisprudenza nominò nel 1857 Hermann Fitting, di 27 anni,
I|L'l 1864 il ventinovenne Gustav Hartmann. La giovane età non
cm quindi un ostacolo, anzi il contrario. E dal punto di vista
professionale non si fecero cattive esperienze, se si prescinde dal
mm che i giovani docenti non rimanevano. Come giustificazione
della chiamata serviva soprattutto alle autorità accademiche da
un canto la raccomandazione personale da parte di autorità rico-
nnxcitllc, (lall’altro la qualità, accertata da esperti, delle pubbli-
unioni scientifiche dei Candidati.

In nomina di Nietzsche, dal punto di vista di Basilea,


non uvcvn quindi nulla di sensazionale. Il candidato aveva 1’età
quanto meno dell’abilitazione, la raccomandazione personale del-

262 Parte II. I dieci anni di Basilea

Fautorevole Ritschl era più che brillante e venne corroborata


da ulteriori sondaggi m, e le pubblicazioni nel «Rheinisches
Museum» erano contributi assai notevoli per la loro epoca al
complesso di problemi ancora apertissimi relativi alla critica
delle fonti di Diogene Laerzio, anche se questa prese poi rapi-
damente l'avvio e doveva superare i risultati di Nietzsche. Ma
al momento della chiamata, non c’era nulla di meglio da opporre
alle pubblicazioni di Nietzsche. Quindi Basilea offrì anche a lui,
come a tanti prima e dopo di lui, Popportunità di una nomina
precoce. Il fatto che poi non soggiacesse all'istinto migratorio
dei suoi colleghi tedeschi non ha certo altra spiegazione se non
che a Basilea egli trovò un clima spirituale che in certa misura
gli si confaceva, malgrado tutte le sue lagnanze sul suo « spossa-
mento » nella professione. È vero che cercò di passare alla cat-
tedra di filosofia, ma tentò questo cambiamento sempre nell'am-
bito dell'Università di Basilea. Non cercò mai una cattedra filo-
sofica altrove, e non accettò unbfferta proveniente da Greifswald
all'inizio del 1872. Anche la vita studentesca di Basilea doveva
adattarsi al carattere di Nietzsche meglio delle associazioni goliar-
diche tedesche '. E inoltre questa repubblica cittadina possedeva
anche altri tratti familiari.

Basilea era una piccola città che allora non raggiungeva i

* E. Bonjour così descrive la differenza nella sua storia dell'Univer-


sità 55: «Lo studente universitario di Basilea non godette mai della posi-
zione eccezionale popolarmente concessagli nella romantica Germania. Non
dava eccessiva importanza al suo stato accademico [...] bensì mirava piut-
tosto a inserirsi come membro attivo nella comunità cittadina [.. ]. In mag-
gioranza studiavano quindi i figli della media e piccola borghesia; figli di
pastori, impiegati, insegnanti, artigiani. L’educazionc universitaria a Basilea
non era affatto un privilegio degli strati economicamente e socialmente più
elevati [...]. Il figlio delle Muse di Basilea aveva preso, è vero, dal goliardo
tedesco la ginnastica e l'amato vagabondare, ma in forma più moderata.
Il fanatismo politico-nazionalistico di quello trovava a Basilea un'eco piut-
tosto debolc [...]. Così come non si costituì una classe professorale di for-
mazione politica. Per questo anche l'Università di Basilea non divenne
affatto un centro di rinnovamento nazionale [...]. Secondo il codice penale
di Basilea il duello era proibito; la maggior parte delle corporazioni locali
respingeva il duello anche in linea di principio e lo aveva abolito. Perciò
i non troppo numerosi studenti appartenenti a corporazioni usavano battersi
soprattutto con gli studenti della vicina Friburgo, a Friburgo i. Br. ovvero
[...] nelle campagne di Basilea, dove correvano minor pericolo di venir
scoperti. Era raro che un caso venisse portato in tribunale, e negli anni '70
non se ne ebbe nessuno ».

I, Il nuovo ambiente 263

30.000 abitanti, rimasta per molto, troppo tempo una città me-
dievale con mura e fossato (come Naumburgl), vigilata da mae-
stose porte turrite, che la sera venivano accuratamente serrate
di buon’ora. Solo nel 1868, l'anno dell’arrivo di Nietzsche, cad-
dero gli ultimi bastioni medievali m. Regnava ancora parecchio
lilisteismo con tutte le sue sgradevoli meschinità, e la stampa
divenuta da poco importante alimentava i pettegolezzi e indul-
gcva all’insolenza. Può darsi che qui Nietzsche acquistasse una
buona dose della sua avversione per una certa << democratizza-
zione »; aveva avuto una sufficiente dimostrazione pratica del-
Vinferiorità spirituale del suo risvolto. Ma lui, da dove veniva?
Per quanto pieni di astio fossero in seguito i suoi sfoghi contro
lo spirito provinciale di Naumburg, contro la « virtù di Naum-
burg »: pure, anche lui, nel suo comportamento personale, era
rimasto per buona parte provinciale. Nel «gran mondo» non
si sentì mai a casa propria. Soltanto nell'agreste isolamento di
Tribschen presso Lucerna egli si azzardò a « fiutarlo », là dove
Richard Wagner giocava al «gran mondo». Ma anche questo
« {iutare il gran mondo» faceva parte della Basilea di allora.

Uavvia a zm’« era nuova» in contrasto col conservatorismo.

Col collegamento alla ferrovia francese, effettuato nel 1844


«la Strasburgo attraverso l'Alsazia, si ebbe il primo collegamento
lCYFOVlZIFlO della Svizzera. Però si dovette consentire una breccia
nelle mura cittadine e costruire per di più una «porta della fer-
mvia ». « Ancora negli anni ’50 le sette porte antiche e la nuova
pnrltt della ferrovia venivano chiuse tutte le sere. Durante la
notte il traflico stradale cessava del tutto; il cittadino poteva
dormire il sonno del giusto indisturbato da rumori »”°.

Fino ad allora la Svizzera non aveva svolto alcuna attiva


[Iulilicd ferroviaria. Fino alla fondazione dello Stato federale nel
i848, ogni progetto di costruzioni ferroviarie si era arenato nei
umllitti di competenza e nei diritti di sovranità dei cantoni. Era
possibile solo in certa misura la navigazione sui laghi con i vapo-
n-Iti a pale. E poi il giovane Stato federale non disponeva dei
Inv77l finanziari sufficienti, e doveva lasciare tutto all’iniziativa
jllivàlltl — o agli stranieri, come nel caso della ferrovia del S.

264 Par/c II. I dicci armi di Basilea

Gottardo —, e per di più da ogni parte si incontravano tenaci


opposizioni. Era un periodo di sovvertimento di tutti i princìpi
economici, sociali e spirituali.

Tra molte esitazioni, il municipio di Basilea concesse un altro


collegamento ferroviario sulla sponda destra del Reno: la ferro
via di Baden venne continuata fino al territorio cittadino di
Basilea. Il 19 febbraio 1855 pote’ venire solennemente inaugu-
rata la stazione di Baden, dopo che già nel 1852 era stato fissato
in trattati statali lo ‘stato giuridico degli impianti. C’erano ora
su suolo svizzero una ferrovia francese e un’altra di Baden: dal
punto di vista del diritto internazionale questa era una novità
assoluta, che venne regolata nel modo più moderno, tanto che
dura ancor oggi. Ma per il momento la città veniva chiusa la
notte anche a questo accesso mediante una cancellata medievale.
Così, in queste installazioni l'ardito superamento dei confini
grazie a moderni accordi internazionali si incrociava con la con-
servazione di vecchie forme ormai superate.

Infine si realizzò anche una linea ferroviaria svizzera fino a


Berna passando per Olten, come tronco principale della cosid-
detta « Società ferroviaria centrale». La stazione, inaugurata il
4 giugno 1860, venne però ancora costruita fuori città. Quindi
sì dovette praticare una nuova via nella cinta muraria per dare
accesso alla stazione, e anche qui il municipio richiese che essa
venisse sbarrata da una porta a palizzata e sorvegliata dalla
polizia *.

Lo smantellamento delle fortificazioni di Basilea, esigenza


maturata da lungo tempo, venne avviato soltanto il 27 giugno
1859 con la « Legge sullìtmpliamento della città ». Si era ben
consci dello scarsissimo valore delle opere di difesa. Inoltre le
mura erano in cattivo stato di manutenzione, i fossati a tratti
già così colmi da non meritare più questo nome, e Yefficacia
difensiva non era nemmeno più un’illusi0ne, alla luce dei pro-
gressi della tecnica bellica. Ma l'antico artigianato della città e
il piccolo commercio temevano che aprendo la città potesse
afiluirvi una quantità incontrollabile di merce a buon mercato
esente da dogana, rovinando Pindustria locale. Alla fine la nuova

* Perciò ancora oggi la stazione e in periferia, anche se l'ampliamento


urbanistico l'ha da tempo incorporata. La nuova uscita dalla città era acces-
sibile dalla parte della Elisabethenstrasse.

I. Il nuovo ambienle 265

concezione liberale superò queste perplessità. Ma la lunga esita-


zione aveva un motivo più serio: la minaccia di richieste finan-
ziarie da parte del cantone di Basilea-campagna: vale a dire, se
con lo smantellamento delle mura e dei fossati si fosse prodotto
del «patrimonio statale », ossia terreno utilizzabile, ai sensi del
trattato di spartizione del 1833 i due terzi del ricavato avreb-
bero dovuto essere rimessi a Liestal. E in effetti il governo di
Liestal, il 16 novembre 1859 — 26 anni dopo la soluzione della
contesa e la divisione del cantone —— fece valere le sue pretese
in piena forma, allungando nuovamente la mano sul bilancio
cittadino, risanatosi nel frattempo. Dopo un processo lungo e
aspro, in cui i docenti dell’Università si scontrarono di nuovo
in prima linea, il 29 ottobre 1862 la città venne dispensata da
questa richiesta; tuttavia il 31 maggio 1863 essa pagò la somma,
per allora considerevole, di franchi 120.000 come soddisfazione
definitiva di eventuali rivendicazioni non ancora emerse. Ora la
città era libera di svilupparsi. Ben presto caddero le mura, le
opere in pietra grezza dei fossati furono fatte saltare e vennero
conservate soltanto tre porte come monumenti cittadini. Uno
degli ultimi bastioni cadde soltanto nel 1868, il « Bastione delle
rane» sulla «Lyss», presso lo Spalentor, e nello stesso anno
|’Università ricevette il «Bastione Alto» situato nelle vicinanze,
presso il Petersplatz, perché la Società Accademica Volontaria
potesse costruirvi il « Bernouillianum », così chiamato dalla
lzitnosa famiglia di matematici.

I rl mmud abitazione di Nietzsche.

Qui, in una strada venutasi a creare in seguito al riempi-


Inclltt) dei fossati, a pochi passi dallîmponente Spalentor 17°‘

«I'm lc porte di Basilea, lo Spalentor occupa un posto del tutto


upt-iinlc. Nessuna delle numerose opere di difesa della città è stata così
Iimunt-ntc ornata di opere d'arte come Paccesso che si apriva a chi pro-
\'l‘Hl\‘.l dal Sundgau. Ma anche nella sua struttura architettonica è cosi ori-
jjllhllt‘ che ù difficile trovate nell'Europa centrale un esempio più imponente
llI 1|||t‘i.l di difesa [...]. Indubbiamente l'alta torre ricevette in questo
pe-
Inuln lussia al principio del sec. XV) la ricca ornamentazione scultorea sul
l.llu (‘NIPHÌO [...]. Maria col bambino e i profeti sono opere che appaiono
wllrlhllllulllu ailini a quelle della scuola dei Parler a Praga. Intorno al 1400
\‘l'lllll'ltb probabilmente aggiunte alla torre del portale. Anche le due

266 Parte II. I dieci anni di Barile-a

e da questo più recente ampliamento dell'Università, si stabilì


Nietzsche, inizialmente al numero 2 dello Spalentorweg e poi al
45 dello Schiitzengraben (secondo l’odierna numerazione, al 47),
in una delle casette in serie a un piano, allora eleganti, rispon-
denti allo spirito dell'epoca.

La posizione ai margini della città era splendida: giardini


e campi spaziosi nelle immediate vicinanze, lo sguardo spaziava
liberamente fino alla Selva Nera e ai Vosgi, dunque una posi-
zione simile a quella di Naumburg nel «Vigneto ».

Per arrivare all'edificio sede delle lezioni universitarie sul


Rheinsprung, come al liceo situato nel Mentelinshof sulla piazza
del Duomo, un buon camminatore impiega dieci minuti, attra-
versando dapprima la conca in cui scorre un fiumiciattolo, il
Birsig, poi risalendo l'altro lato per strette viuzze fino alla cosid-
detta collina del castello, che ha in vetta non già un castello
bensì la cattedrale gotica, così come il gotico imprime in genere
il suo stile a tutto il centro della città vecchia. Gli edifici roma-
nici vennero spazzati via dal terremoto del 1356, e il barocco
non poté mai insinuarsi nell’arciprotestante Basilea, eccezion fatta
per pochi edifici civili, imponenti ma austeri e contenuti.
Questo era l'aspetto in cui il nuovo ambiente si presentava
a Nietzsche all'atto della sua entrata in carica nel 1869.

torri rotonde laterali, che conferiscono al bastione d'ingresso il suo carat-


tere particolare [...]. Il portale anteriore è riccamente ornato di sculture
nei merli e nelle mensole, in netto contrasto con la sua destinazione di
fortificazione [...]. Chi entrava in città [...] doveva in primo luogo farsi
un'idea della ricchezza della comunità basileese ».

II

L'« ISOLA DEI BEATI »

Nella lettera del 9 novembre 1868 all’amico Erwin Rohde,


nella quale gli racconta, ancora nell‘agitazione del grandissimo
avvenimento, la sua prima conoscenza personale con Richard
Wagner in casa del professor Brockhaus a Lipsia, Nietzsche
scrive: «Alla fine, mentre noi due stavamo per accomiatarci,
mi strinse la mano con molto calore e mi invitò molto cordial-
mente a visitarlo, per fare un po’ di musica e di filosofia».

Quanto era serio questo invito di Wagnet, quanto poteva


esser serio? Che cosa poteva intendete per «visitare », che cosa
poteva aspettarsi da queste visite per il futuro, per il sua futuro?

Richard Wagner era già nel cinquantaseiesimo anno di età.


Aveva alle spalle una vira drammatica, piena di conquiste ma
ancor più di umiliazioni. Appena quattro anni prima il favore
c la benevolenza del giovane, entusiasta re di Baviera, Ludwig II,
lo avevano salvato da una profonda, disperata miseria. Era uno
degli uomini più venerati e insieme più odiati delhepoca sua,
creatore di unbpera tanto poderosa quanto rivoluzionaria e quindi
(liscussal, una personalità demoniaca, magica, non priva di un
involucro esteriore di ciarlataneria. Il turbine degli eventi aveva
reso necessario per lui ritirarsi dalle luci della ribalta della me-
Irnpoli culturale di Monaco; egli trovò un idìlliaco rifugio a
‘lì-ihschcn presso Lucerna, sul Lago dei Quattro Cantoni. Al-
lHHlo della sua conoscenza con Nietzsche a Lipsia, era impe-
gnato in un’aspra lotta per la futura compagna della sua vita

(Ìosima — che allora era ancora la legittima sposa (cattolica!)


xlvl suo amico c paladino, il direttore dbrchestra Hans von Biì-
lnw. ll corso dei suoi affari privati poteva ancora prendere
(jllzllhlilxl piega, anche quella a lui più sfavorevole. Proprio in

268 Par/e II. I dieci anni di Barilea

quel momento incalzavano da presso decisioni quanto mai im-


portanti e gravide di futuro. La signora Cosima si trattencva
a Monaco per risolvere le complicazioni create da lei e da Wagner.

Senza Cosima, la sua Tribschen gli pareva desolata e deserta.


e per questo aveva intrapreso quel viaggio: per vincere il suo
acuto nervosismo. Se « Tribschen » sarebbe stato un bel sogno
o una futura realtà, in quel momento era ancora una questione
aperta. Che cosa, in tali circostanze, poteva significare il suo
invito? Dove doveva vcnirlo a trovare il giovane e povero stu-
dente di filologia classica di Lipsia, per Yappunto Pappena venti-
quattrenne Friedrich Nietzsche?

Che solo pochi mesi più tardi il giovane accademico, non


ancora laureato e tanto meno abilitato, avrebbe avuto una no-
mina a professore di filologia classica, nel novembre del 1868
nessuno poteva prevederlo, e meno che mai che questa nomina
lo portasse a Basilea, dunque nelle vicinanze di Tribschen. Più
di una visita isolata e occasionale, nel corso di un viziggio di
studio o di vacanza, che eventualmente poteva protrarsi anche
per qualche giorno nellbspitale casa di Tribschen, Wagner non
poteva aspettarsi. Fin qui il cortese invito da lui fatto a quel
giovane che aveva più di 31 anni meno di lui, dotato di straor-
dinaria intelligenza e capace di grandi entusiasmi, maniaco della
musica, sarà stato sincero. Wagner era sempre alla ricerca —— e
aveva bisogno — di nuovi contatti, e li cercava volentieri anche
nella nuova generazione.

Ma per Nietzsche quest’invito era qualcosa di più. Egli si


sentì toccato fin nell’intimo, chiamato dal fato — con la fede
che aveva e continuò a nutrire nel destino! Quando, due mesi
dopo, ebbero inizio i primi colloqui col suo maestro Ritschl
sulla possibile chiamata a Basilea, può darsi che quesflinvito,
la seduzione della vicina Tribschen, avessero un grosso peso
nelle sue riflessioni e ancor più nei suoi sentimenti. I piani
amorosamente accarezzati di un soggiorno di studio a Parigi
insieme all’amico Rohde, l'esigenza di ampliare le sue nozioni
ed esperienze mediante studi scientifici, per trovare da questo
punto di vista un ulteriore accesso alla vocazione della sua vita,
alla filosofia: tutto ciò egli lo rimosse. Malgrado comprendesse
chiaramente che per lui era troppo presto, si assunse tutto il
peso di questa cattedra filologica per guadagnarsi con ciò il
contatto, l’« amicizia >> col primo uomo eccezionale che aveva

II. L’«ix0lu dei bea/i» 269

incontrato. Perfino l’intesa con l’amico che in quel tempo era


più vicino al suo cuore, Erwin Rohde, che pure costituiva già
un vincolo, a nulla valse sull’altro piatto della bilancia. E Nietz-
sche non aveva ancora nessuna idea del carattere esaltante che
Yesperienza di Tribschen doveva acquistare grazie al fascino
sprigionare dalla donna più importante e «più venerata» che
doveva conoscere, dalla signora Cosima la quale, più vecchia di
lui di soli 7 anni, aveva un’età più vicina alla sua che a quella
del suo amico Wagner.

Nietzsche era arrivato a Basilea il 19 aprile 1869. Sulle


prime naturalmente fu tutto preso dall'esigenza di orizzontarsi
in qualche modo nell’ambiente totalmente nuovo. Nei primi
giorni di maggio ebbe inizio anche il semestre all’Università e
Pinsegnamento al liceo. Dall’epoca della nomina in febbraio,
non gli era stato lasciato in verità troppo tempo per prepararsi
al gravoso programma di otto ore settimanali come docente uni-
versitario e sei ore di lezione all’ultima classe del liceo. Eppure,
pressato com’era dal lavoro e dalla mancanza di tempo, seguì
il richiamo di quell’invito formulato cosi vagamente, tentò il
destino e già il 15 maggio, il sabato prima della Pentecoste del
1869, si recò a Lucerna e partì in pellegrinaggio per Tribschen,
per arrischiarvi una visita senza preavviso.

La prima visita a Tribschen.

Pare del resto che lo stesso Nietzsche non fosse del tutto
convinto del valore obbligante di un invito fatto sei mesi prima
e nella lontana Lipsia in una serata. Non puntò orgoglioso e con
passo sicuro verso la meta Tribschen. Con alcuni conoscenti
aveva combinato una gita alla «Tellsplatte» sul cosiddetto
« lago di Uri», il braccio meridionale del Lago dei Quattro
(Ìuntoni, che continua la vallata superiore del Reuss. Allora la
lerrovia portava solo fino a Lucerna, e qui era inevitabile pas-
52111‘ a bordo del vaporetto. E fu solo qui, nellîmmediato campo
nmgnetico della calamita Tribschen, che egli si decise finalmente
a percorrere, sia pure con passo esitante, tra i prati e i canneti
alt-Ila riva ancora incolta del lago, la mezz’0ra di cammino che
nluveval portarlo allo sperone collinoso di «Tribschen»; gita
gravida di conseguenze!

270 Par/e H. I dieci anni di Basilea

Era ancora mattino. Wagner era solito lavorare fino alle due
del pomeriggio. Dal l" marzo lavorava allo schizzo del III atto
del Sig/rida, che doveva portare a termine il 14 giugno. Nes-
suno poteva disturbarlo mentre lavorava, nemmeno la « signora
baronessa» (: Cosima) (che nel frattempo, dopo aver sbrigato
con successo i suoi affari a Monaco, aveva fatto definitivamente
ritorno a Tribschen). Proprio lei vegliava come un Cerbero sul-
lînviolabilità della pace necessaria al Maestro per lavorare. Viene
spesso citato il racconto secondo cui Nietzsche consegna al do-
mestico (doveva essere Jakob Stocker) il suo biglietto da visita
e, dopo breve attesa, viene invitato al pranzo che si teneva ad
ora tarda, ovvero per il prossimo lunedì dopo la Pentecoste,
dando a Wagner l'opportunità di informarsi se quel professor
Nietzsche che stava davanti a casa sua era lo stesso signor Nietz-
sche che una volta, sei mesi prima, aveva conosciuto ancora
studente in casa di suo cognato a Lipsia.

Per quanto piacevole suoni questa storia, e quand'anche


fosse fondata su un racconto di Nietzsche, che cosa avvenisse
realmente in quella casa e chi abbia formulato l’invito, è ormai
impossibile accettarlo con sicurezza. Che lo abbia fatto lo stesso
Wagner, è da considerarsi problematico. Né Stocker né Cosima
avranno osato disturbare il Maestro al lavoro per la piccolezza
di un visitatore ignoto, non annunciato e personalmente scono-
sciuto a tutti e due. Ma Tribschen era una casa ospitale, e la
signora Cosima teneva corte imbandita, soprattutto quando si
trattava di portare al Maestro ammiratori nuovi e giovani. Così,
anche in questo caso può darsi che fosse lei a prendere la deci-
sione che doveva trasformarsi in un fatto storico della massima
portata. '

Il diario di Cosima” non fa menzione di querla visita. E


in quel giorno ella fu anche temporaneamente assente per delle
commissioni. Forse proprio nel momento della visita di Nietzsche?
Essa nota: «Tornata a casa, sto ad ascoltare Richard », dunque
durante le sue ore di lavoro era stata almeno per qualche tempo
in casa.

Un altro « cpitheton ornans >> di questa prima visita va sot-


toposto a riserva critica. Secondo la tradizione Nietzsche rimase
a lungo indeciso davanti alla casa. Udi degli accordi di mano di
Wagner, che sarebbero stati, come ricordò egli stesso in seguito,

H. L'« ira/a dei beati» 271

il brano del III atto del Sîgfridp, « Verwundet hat mich, der
mich erweckt». Ma il più antico appunto di Nietzsche (P II
9 b p. 184) registra soltanto: «Il sabato prima di Pentecoste
andai di buon’ora a Lucerna e, avendo ancora tempo per il
vaporetto, mezzo indeciso proseguii per Tribschen. Davanti alla
casa mi fermai a lungo in silenzio e udii un accordo doloroso,
sempre ripetuto. Invito a pranzo, accettato per lunedì a causa
della mia progettata gita sulla Tellsplatte». Wagner stava
lavorando al III atto del Sig/rida, ma che quel giorno si trat-
\

tasse veramente del brano indicato da Nietzsche e possibile,


ma non assolutamente certo. Proprio in rapporto a Wagner
Nietzsche si macchia anche di qualche mistificazione!
Nietzsche su questa prima visita così continua le sue anno-
razioni (loc. cit.): « Frattanto giornate allegre con Osenbriiggen,
Boretius e Exner *, come pure con sua sorella, alla pensione
lmhof. Lunedì col vapore del mattino a Tribschen (dal ‘- Ròssli ’
con la carrozza), baronessa von Biilow [Cosima in questo periodo
continuava a presentarsi col titolo di ‘ baronessa von Biìlow '].
Fotografia. Con Wagner di nuovo al ‘ Rossli ', cordiale invito».

* Tutti e tre erano professori della facoltà di diritto, Osenbriiggen in


quel momento rettore all’Università di Zurigo. Come fece Nietzsche in così
breve tempo a conoscere dei professori di un'altra facoltà di Zurigo? Pro-
babilmente tramite i suoi compagni di tavola Schònberg e Hartmann a Basi-
lea (cfr. pp. 280 sgg.). Agli inizi dunque Nietzsche si muoveva quasi esclusi-
vamenre nell’ambiente dei «professori tedeschi in esilio in Svizzera».

Eduard Orenbrfiggen era nato il 24.12.1809 a Uetersen/Holstein, nel


1843 diventò professore a Dorpat, che dovette lasciare per i suoi senti-
menti politici liberali, e nel 1851 giunse a Zurigo come docente di diritto
penale. Di scuola storico-filologica, lavorò parecchio nel campo della storia
del diritto tedesco e svizzero e si ambientò a Zurigo (prese la cittadinanza
nel i868). Mori a Zurigo il 9.6.1879.

AI/red Boretiur, n. il 27.2.1836 a Meseritz/Posen, nel 1868 giunse a


Zurigo per insegnarvi diritto germanico, ma non si senti a suo agio nel-
l'atmosfera politica liberale e federalistica della Svizzera e già nel 1871 si
uaslerì a Berlino, quindi a Halle. Dal 1886 paralizzato da un.disturbo
IICFVOSU, mori l’1.8.1900 a Karlsfeld/Sassonia.

Adolf Exm-r, n. il 5.2.1841 a Praga, dal 1868 al 1872 fu docente di


citrino romano a Zurigo. Sebbene qui si trovasse bene —-— acquistò l'amicizia
«In (ioniricd Keller — si trasferì a Vienna. Morì il 9.4.1894 a Kufstein/
l'intima”.

ln Maria, la sorella di Exner, Nietzsche incontra per la prima volta il


mio spirito austriaco, che doveva tanto apprezzare in seguito in Resa v.
htlumhttler. L'amicizia dei fratelli Exner con Gottfried Keller è ottima-
mente descritta da Eduard Krannerl“.

272 Parle II. I dieci armi di Barilca

Così Nietzsche era entrato nella vita e nel mondo di Tribschen.


Era anche questo un mondo completamente nuovo, che lo accolse
e acquistò su di lui un influsso formatore.

Lucerna all'epoca del Concilio Vaticano I m.

In netto contrasto con Basilea la quale, situata all’estremità


nord—occidentale del paese, era in balia delle periodiche bufere
della politica europea, Lucerna è situata al centro della Svizzera,
tra catene di Prealpi e al punto d’incrocio di importantissime
vie commerciali dell'interno. Sul lago assai ramificato si svol-
geva da secoli un attivo trafiico, con trasporti da e per il Bernese
e il S. Gottardo. Lucerna si era alternata a Berna e a Zurigo
come sede delle adunanze delle autorità confederali centrali, anzi
avrebbe potuto diventare la capitale federale se nel corso degli
anni ’4O non avesse assunto il ruolo di esponente della lega
separata cattolico-conservatrice tra i cantoni elvetici. Come mem-
bro organico della Svizzera Centrale, Lucerna era stata rispar-
miata dai sommovimenti religiosi e politici della Riforma. Solo
verso la metà del secolo XIX dovette subire per così dire un
tardivo accesso di quella crisi spirituale. La chiamata dei gesuiti
e la fondazione di un seminario gesuitico a Lucerna avevano
spinto agli estremi il contrasto con le zone circostanti, che frat-
tanto si erano votate al liberalismo e al progressismo. Nella
guerra del Sonderbund del 1847, Lucerna venne umiliata e
costretta ad accogliere un governo liberale 95.

‘Fa davvero meraviglia che questo accanito conflitto non


lasciasse risenrimenti. Già dieci anni più tardi, il 5 marzo 1858,
le autorità di Lucerna consigliarono alla piccola comunità rifor-
mara la costruzione ex novo di una propria chiesa e autorizza-
rono una fortunata sottoscrizione. Il 29 settembre 1861 poté
essere consacrata la nuova chiesa riformata di S. Matteo (dietro
Palbergo « Schweizerhof »), dove nel 1870 sarebbero stati uniti
in matrimonio Richard e Cosima Wagner.

Quando, nel 1870, il Concilio Vaticano I elevò a dogma


Pinfallibilità del papa in materia di fede, una pericolosa agita-
zione si impadronì del mondo cattolico. Ma anche questa crisi
fu superata a Lucerna con tranquillità e dignità. Sotto la guida
di uno stimato professore di teologia di Lucerna, il dr. Eduard

H. L'« isola dei beali » 273

Herzog, la comunità vetero-cattolica si emancipò, e le autorità


cittadine le assegnarono per le sue pratiche religiose la chiesa
di Mariahilfe. Il nucleo della popolazione rimase fuor di dubbio
cattolico-romano. E proprio l‘esempio di Lucerna in questo pe-
riodo di crisi del « Kulturkampf » in Germania e anche altrove
dimostra efficacemente che chi gode il possesso indisturbato può
permettersi il lusso della liberalità e della tolleranza.

Soltanto grazie allefiettiva tolleranza di questa comunità


(una tolleranza quale Basilea in quest'epoca non conosceva
ancora) fu possibile l’esistenza di Wagner a Tribschen come
egli la condusse con la signora Cosima fino alla loro legalizza-
zione il 25 agosto 1870. Anche questa fu per Nietzsche una
nuova esperienza, quella di una comunità politica che in ogni
caso si distaccava da « Naumburg ». Ma questa generosità della
piccola città (allora contava circa 14.000 abitanti) aveva anche
tm’altra origine,

Protetta dalla pugnacità dei paesi circostanti, la città poté


procedere assai prima, ad esempio, di Basilea allo smantella-
mento, abbandonando il Medioevo e diventando città aperta.

Le prime demolizioni ebbero inizio già nel 1833, e perciò


anche non dovettero venir così freneticamente accelerate; così,
l’ultimo relitto, il « Bruchtor», cadde soltanto nel 1867. Per
fortuna vennero conservate le « Torri Musegg», che davano il
tono architettonico. Così pure non ci furono problemi quando
si trattò di portare in città la ferrovia, la quale peraltro giunse
molto tardi. Il primo collegamento ferroviario con Aarau-Olten
arrivava per il momento fino a Emmenbriicke (portato a ter-
mine il 9 giugno 1856). Prima del prolungamento del tronco
lino a Lucerna, avvenuto il 1" luglio 1859, gli omnibus degli
alberghi (a cavalli!) dovevano andare a prendere i clienti a Em-
mcnhriìcke: un bel traffico! Ma da allora sì poté arrivare in
treno da Basilea a Lucerna, dato che a Olten c’era il collega-
mento con la « Ferrovia centrale svizzera » proveniente da Ba-
silea, che aprì la sua linea principale per Berna nel 1858. Da
Lucerna il viaggio continuava verso il sud per nave. Una società
tli navigazione a vapore, fondata già nel 1835, azionava il suo
primo vapore a ruote col fuoco a legna e con l’aiut0 delle vele
(primo viaggio il 26 settembre 1836). Dalla stazione di sbarco
(il Flijelen si proseguiva poi per diligenza (d’inverno con le slitte)
per stiperare il passo del S. Gottardo. Pure Nietzsche e sua sorella

274 Parte Il. I dieci armi di Basilea

dovettero arrivare in questo modo a Lugano ancora nel febbraio


del 1871. Ben presto anche Zurigo volle collegarsi a questa arte-
ria di comunicazione. Il 30 maggio 1864 poté essere aperta la
linea Zurigo-Lucerna, senza la quale difficilmente il re Ludwig II
avrebbe potuto fare la sua improvvisa visita da Monaco a Trib-
schen per il compleanno di Wagncr, il 22 maggio 1866. La linea
per Langnau e Berna fu aperta all’esercizio soltanto il 9 agosto
1875. Prima di allora il percorso migliore da Berna, che anche
Nietzsche dovette scegliere varie volte, era per i laghi dell’Ober-
land, poi in carrozza per il passo di Briinig e da Alpnachstad di
nuovo per nave fino a Lucerna. Viaggiare allora costava ancora
parecchio tempo e molta fatica!

Senza queste facilitazioni di viaggio, così recentemente intro-


dotte, il soggiorno di Wagner a Tribschen, la sua attività, i suoi
improvvisi viaggi, ma anche le visite di Nietzsche per i fine
settimana, sarebbero stati inconcepibìli. E quali impulsi spirituali
si sprigionarono grazie a queste possibilità, da quel luogo idillico!

Ma i nuovi sistemi di trasporto aumentarono anche quel flusso


di ospiti illustri che venivano come turisti e ammiratori, con i
quali e grazie ai quali Lucerna proseguì la sua strada di apertura
e di tolleranza. Uno dei principali punti d’attrazione era il vicino
Rigi, divenuto famoso grazie alla pittura e alla letteratura con-
temporanea (Goethe). Un‘ascensione sul Rigi all’alba era da lungo
tempo attuabile facendo tappa a << Klosterli », luogo di pellegri-
naggio e di grazie nominato fin dal sec. XVI *. Una particolare
attrattiva artistica acquistò Lucerna nel 1821 col « Monumento
del leone » (realizzato su disegni di Berthil Thorwaldsen dallo
scultore Ahorn di Costanza), che doveva avere importanza per
Nietzsche nella «vicenda di Lou ».

L’era nuova reclamava a gran voce una vasta opera di amplia-


mento delle strade, soprattutto dei lungolaghi, e degli alberghi.
Tra le realizzazioni più notevoli troviamo lo « Schweizerhof »,
costruito dall'architetto di Basilea Melchior Berri, con lo
« Schweizerhofquai » ad esso organicamente congiunto. Berti
seguiva lo stile neoclassico e contribuì anche a dare un volto
urbanisticoa Basilea. L’inizio della costruzione risale all’anno

* Ad esempio, già Napoleone Bonaparte visitò il Rigi. I1 7 agosto


1819 lo fece ‘il re Friedrich 1V di Prussia (il protettore del padre di
Nietzsche!) e il 10 agosto 1820 lo zar Alessandro I di Russia.

II. L'«ir0la dei beati» 275

1844, ma il Completamento con le due dependance: laterali si


ebbe soltanto nel 1856 — due anni dopo la morte di Berri.
Qui, il 7 luglio 1857, scese il conte Leone Tolstoi. e qui scrisse
la sua novella Lucerna “S. Egli si entusiasmò per il paesaggio —
e si irritò per il nuovo lungolago, ahimé così rettilineo, e per
gli inglesi che vi incedevano sopra, quegli inglesi che poteva
immaginarsi in tutto il resto del mondo, ma non « nel bel mezzo
di questa natura singolarmente grandiosa e insieme inesprimi-
bilmente armonica, dolce ». Che anche Nietzsche abbia contratto
in questo luogo la sua più volte espressa avversione per gli
inglesi?
Ma questi inglesi erano legati col cuore a Lucerna più di
quanto potesse immaginare Tolstoj. Giacché, quando nella smo-
data smania di rinnovamento si volle demolire nel 1869 un ponte
famoso, la Kapellbriìcke, fu l’opposizione dell’Inghilterra che
salvò questo monumento. Quando, nel 1870, venne costruito
anche il ponte sul lago, la sponda di questo venne ad offrire a
Nietzsche all’incirca Pandamento e Fimmagine che vediamo an-
cora oggi, eccezion fatta per la stazione nuova, che venne costruita
soltanto nel 1895-96.

Lucerna era anche aperta alla vita musicale e a quella sociale.


Nel 1837-39 era stato costruito un teatro, e si tenevano concerti
organizzati da associazioni musicali, Il 1" febbraio 1869 i due
principali cori maschili si fusero nella «società corale di Lu-
cerna », sotto la direzione del maestro Gustav Arnold, di Alt-
dorf. Fin dal 1867 questo Arnold era il maestro di pianoforte
della figlia maggiore di Biilow, Daniela, a Tribschen.

Dunque anche a Lucerna si poteva parlare di un «avvio


verso la nuova era » a partire dal 1870, ma le basi erano com-
pletamente diverse da quelle di Basilea. Ancora una volta Nietz-
sche conobbe qui l'autonoma evoluzione di una comunità in
quest'epoca rivoluzionaria. Lucerna era profondamente tranquilla,
piena d’armonia. Un’accademia ambiziosa non la coinvolgeva nei
contrasti della vita culturale europea, e la città dava ospitalità
a una pigra rappresentanza del «gran mondo» di allora. Qui
per la prima volta il giovane Nietzsche giunse in un certo con-
tutto con questo «gran mondo ». Ma non se nè fece mai con-
quistare.

276 Par/e II. I dieci armi di Basilea

Ricbard Wagner a Tribschen.

In quest'atmosfera mista di tolleranza e di sicurezza, Richard


Wagncr si era temporaneamente ritirato, per respirare profonda-
mente prima della ripida, turbinosa scalata alla verra della sua.
carriera con l’iniziativa di Bayreuth, e anche Nietzsche tornò
sempre a cercare questa atmosfera anche negli anni che segui-
rono allesperienza di Tribschen, per « riprendere fiato » in questo
luogo. Tribschen!

Mura di fondazione spesse fino a otto metri indicano la base


di un edificio medievale, e una vecchia incisione (oggi nel museo
in cui sono state trasformate le stanze della casa) ci sorprende
con Paspetto fiero che Fedificio conservò fino al secolo XVIII.
All’inizio del secolo scorso la costruzione venne ristrutturata e
acquistò Paspetto attuale, anche se nel 1913, quando Fimmobile
passò alla città di Lucerna, il direttore dell'edilizia municipale
fece rimuovere il balcone verso il lago e le estensioni sul lato
occidentale per la cucina e le stalle, che erano servite ancora
a Wagner, così che venne liberato Paccesso al giardino che digra-
dava verso il lago.

Tutti e tre i piani sono divisi in cinque o sei stanze ciascuno,


per la verità non troppo grandi, ma questa minuta ripartizione
dello spazio rendeva possibile accogliere una certa quantità di
ospiti e creare stanze per Io studio e il lavoro. Una casa di con-
tadini posta a circa 200 metri nell’interno faceva altresì parte
della tenuta, e qui abitava la numerosa servitù di Wagner. Tutto
Finsieme formava una piccola corte. Vi sono lettere di Wagner
e di Cosima ai più vari destinatari. che descrivono briosamente
tutti quanti gli abitanti del luogo: Wagncr, la signora Cosima
con le sue figlie Daniela, Blandine, Isolde e in seguito anche
Eva; il 6 giugno 1869 venne ad aggiungersi anche il figlio Sieg-
fried. Una istitutrice, una bambinaia, la governante Verena Weid-
mann, dal 28 gennaio 1867 sposata a jakob Stocker, che divenne
il « castaldo » (la coppia ebbe il primo figlio il 4 ottobre 1868),
il cameriere Peter Steffen, una cuoca e una cameriera. In certi
mesi era ospite della casa il giovane musicista Hans Richter.

Wagner era un grande amante degli animali. Perciò si cir-


condava anche di quadrupedi e di volatili. Cera il suo grande
terranova Russ, il grifoncino Koss, il vecchio, placido cavallo

II. L’«ir0la dei beati» 277

Fritz e Grane, il cavallo donatogli dal te di Baviera. La si-


gnora Cosima aveva portato con sé dalla casa di Monaco una
coppia di pavoni, Wotan e Fricka. Cerano poi anche polli e
pecore, e infine anche un gatto. Questi per Wagner erano tutti
« membri della famiglia >>, e in conseguenza nelle lettere sue e
di Cosima essi hanno un certo ruolo come persone. Così, la
signora Cosima poteva scrivere alla figlia Daniela: « Poco tempo
fa i pavoni, la pecorella nera, Koss e Russ, i polli e il gatto
sono andati a passeggio tutti insieme pacificamente, come i musi-
canti di Brema ».

Purtroppo Nietzsche non venne mai contagiato da questo


amore di Wagner per gli animali. Era troppo «homo sapiens»,
e conservava il « pathos della distanza » nei confronti della natura
priva dello spirito. I suoi animali, gli animali simbolici, Yaquila
e il serpente dello Zarathustra, non sono ne’ vivi né amabili.
Anzi non sono nemmeno veri animali, bensì esseri umani che
svolgono un loro ruolo sotto una maschera. In questa direzione
Paccesso alla « natura» da lui tanto spesso invocata rimase a
Nietzsche del tutto sbarrato.

Ma in compenso tanto più sensibile era alle altre componenti


naturali di Tribschen: al paesaggio. «Questo posto è bello e
sacro al di là di ogni immaginazione», scrive Wagner il 6 mag-
gio 1866 a Heinrich Porges; e già in precedenza, poco dopo
esservi entrato, il 15 aprile 1866, al re Ludwig II: « Dovunque
io guardo dalla mia casa, sono circondato da un vero morylo
meraviglioso: non conosco posto più bello in questo mondo,
nessuno dove mi sento più a casa mia »"". E così sentiva anche
Nietzsche.

Bisogna conoscere questa località per poterne capire tutto il


fascino. Sullo sfondo il luogo è coronato e insieme protetto dal
profilato massiccio del Pilatus, sulle cui ultime propaggini è
situata la tenuta, come su un dito del piede di un gigante. Sul
davanti e sui lati lo sguardo spazia libero sulla superficie delle
acque, fino alle piacevoli colline in primo piano e alle imponenti
masse montuose dello sfondo. Qui regna la pace, ma non la soli-
tudine. È proprio la calma superficie del lago che offre un qua-
(lTO di operosa attività. In proposito cosi scriveva la signora
(Insima già nell'autunno del 1866: «Oggi — splendida matti-
nuta — giorno di mercato —— una barca dopo l’altra da Uri, da
Schwyz e da Unterwalden per venire al mercato di Lucerna:

278 Parte II. I dieci anni di Basilea

una vista stupenda, indicibilmente bella — su questo ameno


specchio di lago, dove ogni barca è circonfusa da un’aureola
d'argento. Una simile mattinata è ben pagata con un noioso
mese invernale ». L’attenzione di Wagner si era fermata su que-
sta Tribschen quando il 30 marzo 1866, venerdì santo, giun-
gendo con la signora Cosima da Ginevra per Berna e la catena
del Briinig, era passato col vaporetto proprio davanti alla dimora
signorile, diretto a Lucerna con Fintenzione di cercare in questa
zona un rifugio tranquillo per sé e la nuova amica. Già il 2 aprile
era deciso a prendere Tribschen in affitto. Visitò l’intera tenuta
il 4 aprile e concluse il contratto d’ai'fitto col proprietario, colon-
nello Walter Amrhyn, alla data del 7 aprile 1866, al prezzo di
franchi 3000 Panno (naturalmente compresi i mobili) — somma
che corrispondeva esattamente allo stipendio iniziale di Nietzsche
come professore ‘a Basilea. Si teneva dunque «corte bandita »,
l'arredamento interno venne modificato e arricchito, in una ro-
mantica esuberanza, per noi ormai insopportabile, a mo‘ di sce-
nografia teatrale permanente, dove veniva messo in mostra uno
stile di vita che era l'esatto opposto di tutto quanto sappiamo
sulle consuetudini puritane di Nietzsche. Sembra inconcepibile
che egli non sentisse una franca ripugnanza per le idee che la
signora Cosima non cessava di realizzare, che il suo fine fiuto
estetico non ne venisse offeso.

Altrettanto strabilianti — per gli attori non meno che per


gli spettatori — sono le « messe in scena» in casa Wagner.
Basterà un esempio: per il compleanno del maestro, il 22 mag-
gio 1871, la signora Cosima aveva organizzato un quadro vi-
vente nel salotto: tutti raggruppati intorno al busto del maestro,
lei che indossa le vesti di Sieglinde (dalla Valcbìria), le figlie si
mascherano, Daniela da Senta (Olandese volante), Blandine da
Elisabetta (Lo/Jengrin), Eva e Isolde come le omonime eroine
(Maestri cantori e Tristano), e Cosima-Sieglinde porta anche in
braccio il bimbo Sigfritlq! Evidentemente tutti questi costumi
erano reperibili a Tribschen.

Ma fra il ciarpame e la finzione teatrale Nietzsche intravve-


deva splendenti personalità, che acquistarono su di lui un potete
irresistibile. La confessione di essere sopraffatto prorompe istin-
tivamente in una lettera del 3 settembre 1869 a Erwin Rohde:
«Del resto ho, anch’io, la mia Italia, come l’hai tu: solo che
mi ci posso rifugiare soltanto il sabato e la domenica. Si chiama

Il. L'« I'm/a dei bauli» 279

Tribschen e mi ci sento già di casa. Negli ultimi tempi ci sono


stato quattro volte, una dopo l'altra, e la stessa strada, quasi
ogni settimana, compie anche una lettera. Carissimo amico, ciò
che io imparo e vedo, ascolto e intendo laggiù è indescrivibile.
Schopenhauer e Goethe, Eschilo e Pindaro vivono ancora, cre-
dimi! ».

Siflatti romantici brividi e incantamenti non gli erano stati


oflerti da Naumburg né da Pforta, né da Bonn né da Lipsia,
c anche Basilea non era l’ambiente adatto. Eppure qui viene
toccata una corda del suo essere che finora era Vibrata solo qual-
che volta nei suoi lieder, ma che fa parte dell’arm0nia totale
della sua natura non meno che del suo acuto intelletto. L‘amhi-
valenza delle sue inclinazioni psichiche e spirituali, la sua intima
contraddittorietà risaltano vivissime proprio nelhentusiasmo, nel-
Fattaccamento del professor Nietzsche a Tribschen. Uoscillazione
tra Pesistenza delherudito a Basilea e l’« isola dei beati», vista
come in un sogno, rivela significativamente la fatale duplicità
della sua esistenza.

E un altro scoglio egli superò apparentemente senza scru-


poli: quando la conobbe, la signora Cosima era in stato di avan-
zata gravidanza, dal punto di vista giuridico non ancora sepa-
rata da Biìlow, e viveva da quattro anni a Tribschen in libera
unione col maestro Richard, cui doveva ben presto dare il terzo
figlio. Ma anche su ciò gli fece chiudere gli occhi il suo incanta-
mento. Tra la sua esistenza borghese e Tribschen c'era una magica
porta che lo faceva penetrare nellîrrazionale.

III

LA CERCHIA PIÙ RISTRETTA


DEI COLLEGHI DI BASILEA

Il giorno dopo il suo arrivo a Basilea, Nietzsche scrisse alla


madre e alla sorella: « Ora mi trovo già nell’abitazione provvi-
soria che non posso descrivervi con maggior precisione di quanto
già non abbia fatto Vischer. È abbastanza brutta, ma ha il van-
taggio di essere a circa 20 passi dalla mia casa definitiva, quasi
dirimpetto. Di questa abitazione futura potrò invece essere con-
tento: almeno le camere che il collega Schonberg occupa sotto
quelle a me destinate fanno unîmpressione molto piacevole».

Questa abitazione provvisoria si trovava al numero 2 dello


Spalentorweg, che proprio con questo immobile si dirama dallo
Schiitzengraben. Qui Nietzsche dovette attendere fino alla fine
di giugno prima di poter entrare nell’alloggio definitivo, al nu-
mero 45 (oggi 47) dello Schiitzengraben. A tutto, alfabitazione
provvisoria come a quella definitiva, aveva pensato Wilhelm
Vischer.

Questa lettera così continua: «Mangio da Recher alla sta-


zione centrale coi colleghi Schijnberg e Hartmann. Mi sorprende
la bontà dei cibi, che non hanno nulla del ristorante [...]. Mi
manca molto sul luogo una presenza amica. Probabilmente per-
ché fino ad ora sono stato abituato diversamente ». Sono dunque
queste le impressioni del primo giorno. A tutti gli altri cambia-
menti e adattamenti imposti da un ambiente del tutto nuovo
si aggiunse anche un senso di vuoto e di abbandono, dovuto al
fatto che ora, lontano dal protettivo ambiente domestico, senza
il calore di una compagnia vicina e amica, era alloggiato in una
meno accogliente residenza di scapoli e doveva accontentarsi della

III. La cerchia più n'y/retta dei colleghi di Barilea 281

distaccata compagnia di « colleghi», senza nemmeno trovare il


primo contatto nella sua facoltà, giacché Schònberg insegnava
economia politica e Hartmann diritto.

Gustav von Schònberg era uno dei numerosi giovani acca-


demici tedeschi che in quel tempo facevano tappa a Basilea per
tornare poi in Germania 5“. Lo studioso, nato nel 1839, prove-
niva dalla Slesia prussiana, dove era stato lettore presso un'acca-
demia agraria; trascorse un anno a Basilea (1869-70) per poi
trasferirsi a Friburgo in Brisgovia, dove, data la vicinanza geo-
grafica, continuò a coltivare le sue buone relazioni con Basilea.

Gustav Hartmann, libero docente a Gottinga, nel 1864, a


29 anni, era stato nominato a Basilea professore ordinario di
diritto privato romano, ma condusse notevoli studi sul diritto
ereditario. Dopo otto anni di attività si trasferì anch’egli a Fri-
burgo nel 1872. Erano dunque questi i commensali della prima
ora di Nietzsche.

Il seminario filologico-pedagogico era stato ricostituito per


il semestre invernale 1861-62 su proposta dei professori Wil-
helm Vischer-Bilfinger, Otto Ribbeck e Franz Dorotheus Gerlach
(in quest'ordine le firme sull’istanza)z72. È possibile che l’idea
venisse da Ribbeck, forse addirittura era stata la sua condizione
per accettare la nomina, giacché nella sua cattedra precedente,
a Berna, nel 1859, aveva istituito un analogo seminario. Fu poi
compito di Vischer far approvare la proposta dalle autorità.
Ribbeck era stato allievo di Ritschl; nato nel 1827, aveva 34
anni quando accettò la chiamata a Basilea nel 1861, ma vi rimase
soltanto tre semestri e nel 1862 proseguì per Kiel. Ribbeck fu
anche il biografo di Ritschl.

Il suo successore a Basilea fu un altro allievo di Ritschl,


lappena ventitreenne Adolf Kiessling. Egli rimase fino al 1869
a Basilea, da dove venne chiamato ad Amburgo, lasciando così
aperta la strada all’ancor più giovane Nietzsche. Ma non lasciò
l'Università nellîmbarazzo, bensì si rivolse al suo antico maestro
Ritschl chiedendogli un possibile successore. È probabile che
non compisse questo passo senza il consenso o addirittura l‘inca-
tico da parte del suo collega e superiore, il consigliere Vischer.
(Ìosì entrò in campo un altro allievo di Ritschl.

Dato che Ribbeek era stato il successore diretto di Vischer


sulla cattedra, Nietzsche, per la trafila Ribbeck-Kiessling, diventò

282 Parte II. I dieci anni di Barilea

indirettamente il successore di quell’uomo cui doveva la nomina


a Basilea e che doveva rimanere per lui un protettore fedele e
sempre soccorrevole.

Il pro/error Wilhelm Vìrcber-Bilfinger.

Wilhelm Vischer era nato il 30 maggio 1808 a Basilea,


discendente di un’antica famiglia di consiglieri comunali e grandi
commercianti, dunque aveva 5 anni più del padre di Nietzsche,
e all’atto dellìssunzione della cattedra a Basilea da parte di
Nietzsche era un uomo di 61 anni 753"”. Aveva goduto di una
accurata educazione e preparazione culturale. Nel 1816 —— all'età
di otto anni — entrò a Hofwyl presso Berna nell’istituto del
pedagogo riformatore Emanuel von Fellenberg, molto serio e
frequentato anche da figli di principi, dove poté rimanere per
nove anni. A Hofwyl si teneva molto all'educazione fisica, e
Yinsegnamento delle lingue aveva inizio col greco, cui seguiva
un anno dopo il latino, e soltanto nella fase superiore si aggiun-
gevano anche le lingue moderne e la storia fino all’era contem-
poranea. Già nel maggio 1825 Vischer poté iscriversi a Basilea
alla facoltà di storia e filologia, dove i suoi insegnanti principali
erano i professori Fr. Kortiim e Franz Dorotheus Gerlach — del
quale doveva diventare collega in pochi anni. Nell’autunno 1828
passò a Bonn, con Niebuhr e Welcker (archeologia) c nella pri-
mavera del 1830 a Iena, dove il 19 aprile 1831, appena venti-
duenne, si laureò con una dissertazione latina. Ma per approfon-
dire la sua conoscenza della classicità andò ancora per un anno
come studente a Berlino presso August Boeckh; aveva quindi
studiato con i più autorevoli maestri della sua epoca.

Nel 1832 Vischer tornò a Basilea, dove nell’ottobre sposò


Emma Bilfinger. All'inizio dell’anno 1833 gli venne affidata, non
ancora venticinquenne, una supplenza per l'insegnamento del
greco al liceo e un corso sul Prometeo incatenata di Eschilo
all’Università. Nel giugno 1833 venne nominato professore straor-
dinario, nel maggio 1836 ordinario di lingua e letteratura greca.

Dunque Vischer poteva vedere nel giovane Nietzsche, a lui


così straordinariamente raccomandato da Ritschl, in gran parte
una ripetizione della sua storia: qui nove anni di Hofwyl -— là
sei anni di Pforta. Entrambi avevano studiato a Bonn, lui tre

III. La cerchia più ristretta dei colleghi di Basilea 283

semestri, Nietzsche due. Avevano portato a termine gli studi


universitari in Università vicine, lui a Jena, Nietzsche a Lipsia,
entrambi dando maggiore importanza al greco, ed entrambi
giunti, 0 in procinto di giungere al riconoscimento accademico
nella stessa età. Questo fatto dovette far vibrare in Vischer
una corda che gli ispirò la sua paterna sollecitudine per il gio-
vane candidato.

Nei decenni che precedettero l'entrata in carica di Vischer,


la filologia greca a Basilea non toccava livelli particolarmente
alti. Fu solo grazie a lui, alla sua eccellente preparazione e all’in-
llusso esemplare dei suoi maestri che «essa venne elevata a
dignità di studio serio e da prendere sul serio ». « Fu lui a dare
da noi spazio alla scienza dellìmtichità come la concepivano
August Friedrich Wolf e August Boeckh [...]. Da August Boeckh,
il creatore del monumentale Corpus Inscriplionunz Craecarztm,
Vischer derivò la passione per Pepigrafia, che doveva restare
per tutta la vita uno dei suoi campi preferiti. Ma soprattutto
prese da Boeckh la concezione, nuova per allora, della scienza
cui si era votato: essa è la conoscenza storica dell'intera attività,
di tutta la vita e Popera di un popolo in un determinato periodo;
il concetto della filologia coincide con quello della storia nel
senso più lato. Nel sublime spirito artistico di Friedrich Gottlieb
Welcker, la poesia, la religione e la mitologia e l'arte figurativa
dei Greci si fondevano insieme, come mai prima di lui, in un
quadro complessivo di umanità ellenica »m.

Per Wilhelm Vischer era quanto mai importante che il livello


di acribia scientifica faticosamente raggiunto non andasse di
nuovo perduto, e quando abbandonò la cattedra per assumere,
come consigliere e direttore dell’intera attività educativa della
città, anche la responsabilità dell'Università., aveva in mano pres-
soché tutte le possibilità della sovrintendenza. Certo per questo
si preoccupo sempre di acquisire dei grecisti della scuola rigorosa
di Ritschl, e ora per di più un ex Alunznu: portenris! Grazie poi
alle basi della sua preparazione personale egli comprendeva, anzi
sentiva una certa affinità con gli impulsi artistici di Nietzsche e
con la sua aspirazione a una visione storicoartistico-mitologica
complessiva dell’antichità greca, a prescindere dai suoi risultati,
che potevano anche essergli estranei. Ma i terni delle lezioni e
delle esercitazioni di Nietzsche dovevano piacergli. Dunque il
sincero riconoscimento che l'attività didattica di Nietzsche trovò

284 Par/e II. I dieci anni di Bari/vu

da parte dei suoi superiori non fa alcuna meraviglia da questo


lato. il fatto che le vie percorse da questi due uomini, malgrado
tutti i paralleli dei loro studi giovanili, dovevano divergere così
completamente, è motivato dalle differenze di origine e di indole.

Appena tornato a Basilea, Vischer visse da vicino le agita-


zioni che portarono alla divisione del cantone nel 1833: suo
padre, in qualità di colonnello, dovette guidare le truppe citta-
dine contro gli insorti delle campagne. La sconfitta e Pimmediara
divisione del cantone colpirono perciò la famiglia direttamente.
Il giovane Wilhelm, deluso dal vergognoso trattamento della
sua patria da parte dell’assemblea cantonale confederale, divenne
un coerente federalista e conservatore. Ben presto si mise a di-
sposizione della comunità tormentata come uomo politico e nel
1834 entrò a far parte del Gran Consiglio. Nel 1847 si oppose
alla mobilitazione confederale della truppa cantonale di Basilea
per la soppressione del Sonderbund, nel 1848 si batté — insieme
col chimico Schònbeìn — per garantire la libertà di fede e di
coscienza mediante la nuova costituzione confederale, ma in
entrambi i casi senza successo (la libertà di coscienza venne
garantita soltanto dalla riforma costituzionale del 1874). Ma nel
1851 combatté vittoriosamente con un persuasivo scritto, pub-
blicato anonimo, contro l’Università confederale e per il mante-
nimento delbaccademia autonoma cantonale di Basilea, la cui
conservazione, il cui progresso erano la missione della sua vita.
Per quasi tre decenni Vischer, oltre alla cattedra universitaria,
tenne anche Pincarico di professore di greco al liceo, finché nel
1861 se ne_ fece esonerare, cosa resa possibile dalla nomina di
Ribbeck, per potersi mettere a disposizione della Curatela del-
l’Università e del Collegio dell’Istruzione, l'autorità che sovrin-
tendeva a tutta l’attività scolastica di Basilea. In questa posi-
zione egli poté anche avviare nel 1862 la proposta di istituire
il seminario di filologia presso gli organi politici competenti.
Quando poi, nel dicembre 1867, egli venne designato nel Pic-
colo Consiglio sovrintendente di tutta la pubblica istruzione
—— cosa che lo rendeva ex oflîcìa presidente della Curatela e del
Collegio dell’Istruzione —, egli dovette deporre il suo ufficio
di professore. E lo fece dopo un’attività accademica fortunata
e per dedicarsi al bene della comunità. Da questa posizione im-
portante poté far approvare in tutte le istanze anche la nomina,
malgrado tutto alquanto insolita, del «signor Friedrich Nietz-

III. La cerchia più rirtretla dei colleghi di Basilea 285

sche di Lipsia » a «principale rappresentante della disciplina »


senza prima dover passare per la libera docenza. Ma che non
andasse così liscia lo riferisce egli stesso in una lettera al suo
amico Rudolf Rauchenstein del 16 febbraio 1869: «Così mi
sono arrischiaro a imporlo ad onta di tutti gli sforzi in contra-
rio, e mi è riuscito a ottenere una formale unanimità nella Cu-
ratela, nel Collegio delldstruzione e nel Piccolo Consiglio. La
Curatela era tutta dalla parte mia con piena convinzione. Nel
Collegio dell’lstruzione e nel Piccolo Consiglio una voce che nel-
l‘una e nell’altra sede si era espressa indirettamente in contrario,
non ha però osato presentare una proposta alternativa».

Sotto la protezione di questîiomo a lui così favorevole, il


giovane professor Nietzsche poté permettersi le arclitezze della
prolusione inaugurale su Omero, le conferenze sull’avvenire delle
nostre scuole, la Nascita della Tragedia, libro che tanto irritò
gli specialisti, e le prime due Considerazioni inattuali. Non pote’
permettersi la pubblicazione del suo primo scritto scettico, Su
verità e menzogna in senso extramorale. Quando. il 5 luglio
1874, Wilhelm Vischer morì, la posizione di Nietzsche si era
frattanto talmente consolidata da non avere più un assoluto biso-
gno di questo protettore. Ma Nietzsche ricordò sempre Wilhelm
Vischer con grandissima stima e venerazione; e ne aveva ben
donde.

I colleghi di facoltà.

Più problematici erano i rapporti con i due colleghi di facoltà


più anziani, Franz Dorotheus Gerlach e Jacob Achilles Màhly.

Gcrlach era nato il 18 luglio 179} a Wolfsbehringen presso


Gotha, figlio di un pastore protestante”. Dopo la morte pre-
matura dei due genitori, egli crebbe dai sei ai diciassette anni
sotto la tutela di suo zio, il pastore Christian Friedrich Gerlach,
finché non venne iscritto al ginnasio-liceo di Gotha. Dal 1813
al 1815 studiò teologia e soprattutto filologia classica a Gottinga,
dove si laureò con una dissertazione latina. Nel 1817 andò, come
insegnante di lingua greca e latina, nella scuola cantonale del
nuovo cantone di Aargau (fino ad allora territorio soggetto a
Berna) ad Aarau, e nel 1819 come professore di latino al gin-
nasio-liceo di Basilea. A Pasqua del 1820 gli venne offerta la

286 Parte II. I dicci anni di Barilea

cattedra di latino a Basilea, che egli ricoprì per ben 55 anni,


fino al 1875.

Un’importante attività collaterale egli svolse come bibliote-


cario della Biblioteca Universitaria dal 1830 al 1866. Ma dato
che nell'acquisto dei libri aveva proceduto troppo parzialmente,
come « r-eoumanista », dovette cedere il passo in questo campo
alle scienze che incalzavano, cosa che mise a dura prova que-
st'uomo così vitale. Divenuto cittadino di Basilea nel 1833. nelle
discordie cantonali si schierò senza compromessi dalla parte della
città umanistica e nel 1834 mise a disposizione la sua immensa
capacità lavorativa come membro del Collegio dell'Istruzione.
Per tutta la vita si batte’ con profonda convinzione ed energia
per l'incremento e per il prestigio dellînsegnamento delle lingue
classiche, oltre a comporre una grande quantità di scritti minori
sulla sua materia, la storia e la mitografia romana. Un lavoro
più impegnativo di storia romana, in collaborazione con J. j.
Bachofen, dovette venire interrotto, perché Faccettazione al-
quanto acritica dei miti eziologici romani come fonti storiche
era stata superata dai lavori di Mommscn (attivo dal 1852 al
1854 a Zurigo), e del resto la critica scientificamente acuta non
era precisamente il forte di Gerlach, E così, malgrado il pub-
blico riconoscimento del suo talento didattico, fondato su un
temperamento trascinante, Gerlach venne spinto in disparte dai
tempi nuovi, dai nuovi studi, sicché divenne un uomo amareg-
giato e bisbetico. La « mitezza della vecchiaia » gli venne negata,
tanto che ancora in tarda età non si peritava di inveire contro
«Mommsen, quel miserabile» davanti agli allievi stupiti.

Perciò anche odiava con tutta l'anima la rigorosa scuola di


Ritschl e lo irritava sommamentc il fatto che il suo antico allievo
e collega per lunghi anni, Vischer, non cessava di mettergli a
fianco sempre nuove forze provenienti proprio da questa scuola.
Così, anche contro la chiamata di Nietzsche egli oppose una fiera
resistenza. Wilhelm Vischer così riferisce al suo amico Rauchen-
stein nella lettera già citata del 16 febbraio 1869 75": « Quanto
(Gerlach) abbia nuovamente inveito nelle ultime settimane sa-
rebbe incredibile se non lo si conoscesse. In tutta la faccenda
si è comportato da par suo, non voglio dire la parola appropriata.
Solo questo non posso tacerle: che, invitato a una seduta della
Curatela, uflîcialmente si dichiarò del tutto d'accordo, senza
mostrare alcun favore per Mahly, ma privati»: brigò nella maniera

III. La cerchia più rirtretta dei colleghi di Basilea 287

più irresponsabile per Mahly! Perché? Io temo quasi, oltre


che per la sua passione di raccomandare, che ormai può soddi-
sfare così poco, per non vedersi a fianco una forza valida pro-
veniente dalla scuola di Ritschl, da lui profondamente odiato».

Questo Iarob Achilles Mzibly era stato in lizza per la cat-


tedra di greco rimasta vacante per la partenza di Kiessling. Ma
Vischer questa volta voleva un uomo più giovane, e soprattutto
non stimava gran che Màihly e il «rigore» dei suoi lavori
scientifici.

Màihlyl" era nato il 24 dicembre 1828 a Basilea (morì il


18 giugno 1902), dunque aveva 16 anni più di Nietzsche. Aveva
studiato a Basilea con Gerlach, Circa la sua carriera accademica
Vischer riferisce a Rauchenstein il 31 marzo 1869: «Visto che
mi trovo a scrivere, Le fornirò, in relazione alla Sua ultima let-
tera, qualche ragguaglio sul tipo di insegnamento di Mèihly in
una scuola inferiore. Per la verità all’inizi0 aveva trovato impiego
soltanto nel liceo scientifico, dove aveva un orario pieno, giac-
ché fin dal principio non gli importo altro che guadagnare il
massimo e quanto più rapidamente possibile: Pautorità che con-
trolla il liceo classico e il signor rettore, che in genere son soliti
acquisire ai loro istituti insegnanti filologicamente preparati, si
sono sempre guardati dall’accettarlo, e allînsegnamento filologico
egli è pervenuto soltanto quando io mi sono ritirato dal liceo
(1861). in seguito ottenne anche una parte dell'insegnamento
latino di Gerlach, Oltre a ciò, conservò 13 ore al liceo classico,
I0 delle quali di calligrafia, e queste gli sono rimaste fino ad
oggi. Ma questo insegnamento egli l’ha scelto e conservato con
particolare predilezione, perché è debole di petto, o piuttosto
di voce, e nelle lezioni di calligrafia deve parlar poco, sono
lezioni che per di più non prendono molto tempo per la pre-
parazione e le correzioni e da noi, mirabile dictu, sono compen-
sate tanto quanto quelle veramente scientifiche. Lui stesso del
resto non si lamenta di questo insegnamento, bensì l’ha espres-
samente richiesto a preferenza di altri incarichi».

Già nella lettera del 16 febbraio 1869 Vischer aveva scritto


n Rauchenstein circa le condizioni dîmpiego di Màhly: « Certo
a Miihly, che dai suoi diversi incarichi scolastici traeva un gua-
dagno di 4500 franchi, è stato concesso un certo sgravio, e una
piccola parte della sua retribuzione è stata addossata all’Univer-

sita. Ma ciò e accaduto dietro mia stessa proposta ».

288 Parle H. I dicci anni di Basilea

I verbali della Curatela, del Collegio dell’lstruzione e del


Piccolo Consiglio della fine gennaio e febbraio 1869, che rife-
riscono la chiamata di Nietzsche 73°, ci mostrano tutte e tre le
fasi: 1. Accettazione delle dimissioni di Kiessling; 2. Chiamata
di Nietzsche; 3. Revisione delle condizioni d'impiego del prof.
Mèihly nel senso che gli vengono assicurate in qualità di pro-
fessore straordinario alcune lezioni all’Università con un ono-
rario aggiuntivo, tratto dalla cassa dell’Università, di franchi 600
Panno, ed esonero da alcune ore d’insegnamento al liceo scien-
tifico. Finalmente nel 1875, un anno dopo la morte di Vischer,
venne anche la volta di Mèihly grazie al ritiro di Gerlach, del
quale divenne il successore come professore ordinario di filologia
latina, cattedra che coprì fino al 1890.

È un tratto simpatico del carattere di Mahly che non fece


mai pesare a Nietzsche il fatto di esser stato messo in disparte
nel 1869. Per lui fu un collega gentile e premuroso e più volte
si accollò le sue lezioni quando Nietzsche per motivi di salute
trovò sempre più difficile assolvere il suo programma. E ancora
nel 1900, nei suoi Ricordi di Friedrich Nietzsche l”, dedicò
all’antic0 rivale e collega, che in fondo ammirava, le seguenti
parole (dopo aver descritto una rumorosa scenata con Gerlach):
« [...] conoscevamo le maniere poco cortesi e brusche del vecchio
brontolone — ma ci faceva pena il buon Nietzsche, che nei rap-
porti sociali era abituato a modi ben diversi, più gentili. Perso-
nalmente era poi una natura quanto mai aperta e come tale
c’erano in lui molte cose da biasimare e parecchie da compian-
gere, ma nel Nietzsche che parlava tutto assumeva una forma
mite ed umana, la lode era priva del miele, il biasimo dell’assen-
zio. Diversa la situazione nel Nietzsche che scriveva. Una volta
che, parlando con lui, ci si era abituati ai suoi modi e al suo
tono, alla cortesia con cui prestava ascolto alle opinioni e ai
giudizi degli altri, anche se a lui molto inferiori, perfino al suono
smorzato della sua voce, che meno che mai appariva tradire sicu-
rezza di sé — si aveva poi ragione di stupire, per non dire spa-
ventarsi, delle metamorfosi che questa persona soave e dal carat-
tere innocuo poteva subire nell’esprimersi per iscritto, vale a
dire letterariamente [...]. I suoi allievi lo amavano e venera-
vano, giacché notavano in lui gli stessi loro sentimenti giovanili,
e una freschezza spirituale che non era coperta da uno strato di
polvere erudita. Anche la cura scrupolosa che dedicava al suo

III. La cerchia più tir/retta dei colleghi di Baxilca 289

aspetto esteriore, soprattutto al vestire, peraltro senza alcuna


donnesca civetteria, poteva far loro impressione, tanto più che
dei baffi imponenti lo proteggevano a sufficienza dalla critica di
avere un che di femmineo, anzi di effeminato; anche il fatto che
di solito emanava un buon profumo nelratmosfera soffocante
dell'aula scolastica e dell’auditorio non era da imputargli a colpa,
al contrario [...]

Nietzsche era una natura del tutto inofîensiva e godeva quindi


della simpatia di tutti i colleghi che lo conoscevano [...] ».

johann Iakob Bacb0fenm'°‘.

Non fu dunque nel più ristretto ambito della facoltà che


Nietzsche incontrò gli uomini importanti di cui aveva bisogno
e il cui influsso su di lui fu più o meno profondo e duraturo,
più o meno evidente. Ma la fortuna glieli fece pur sempre incon-
trare, ed egli li trovò in prevalenza nella generazione di suo
padre. Ciò vale per J. J, Bachofen, Poriginale e solitario scien-
ziato divenuto famoso per il suo «Simbolismo funerario » nella
cui casa Nietzsche venne probabilmente introdotto dal suo
paterno protettore, il consigliere Vischer.

J. J. Bachofen proveniva —— come Vischer — da un’antica


famiglia di industriali e grossi commercianti di Basilea; da alcune
generazioni i loro padri erano produttori di nastri. Come Vischer,
egli fu il primo accademico della sua famiglia. Nacque il 22
dicembre 1815. Frequento le scuole di Basilea e studiò latino
niÎI col vecchio — allora giovane — Gerlach. Come facoltà
scelse giurisprudenza, il perché non risulta con troppa chiarezza,
giacché questa materia non si confaceva particolarmente alla sua
Iunura delicata. Vero è che ben presto furono la storia del diritto
(' i più profondi fondamenti etnologici del diritto che lo tennero
maggiormente legato a questi studi, che egli terminò a Basilea,
Iicrlim) c Gottinga coronandoli a Basilea nel 1837 — a 22
anni 4 con una dissertazione latina di 346 pagine stampate.
|)i questa materia fu insegnante accademico solo per breve tempo,
nunc professore di diritto romano a Basilea dal 1842 al 1844.
Pui passò all’attività pratica, dapprima come giudice penale di
ililsilcxl, poi come consigliere di corte d’appello (fino al 1866).
Si spnsò tardi, a 50 anni, nel 1865, con la ventenne Louise Eli-

290 Pur/e H. I dieci anni di Basilea


sabeth Burckhardt, con la quale a partire dal 1870 condusse
una vita elegante e socialmente esclusiva, il che gli attirò la fama
immeritata di inaccessìbilità.

Egli si era da gran tempo dedicato ai suoi studi speciali, e


quando Nietzsche giunse a Basilea, le opere principali di Bacho-
fen erano già state pubblicate: Olmo: nel 1858, Il simbolismo
funerario nel 1859, il Malriarcato nel 1861; la Saga di Tarzaquil
era pronta per la stampa e comparve nel 1870. Nel febbraio del
1872 Wagner lesse questo libro, dunque quando era ancora a
Tribschen, senza dubbio su consiglio di Nietzsche N.

Per lungo tempo si è visto soltanto il lato problematico della


sua così personale opera di ricercatore, quale è sintetizzato dallo
storico Eduard His, per solito così valido”: «Bachofen, come
Gerlach, [...] condusse una lotta accanita contro la scuola cri-
tico-razionalistica e non poté trattenersi dall'esprimere più volte
il suo risentimento personale soprattutto contro Mommsen. Ep-
pure la scuola critica ebbe maggior successo quanto alla sostanza,
anche se al suo prudente riserbo e ai suoi metodi formali man-
cava la grandiosa seppur ardita intuizione di un Bachofen, della
quale egli amava farsi un certo vanto, ma che a volte lo indu-
ceva a conclusioni temerarie, facendogli dimenticare la corretta
distinzione tra fatti storicamente accertati e tradizione traman-
data o ipotesi personale [...]. Comunque si riconosce che le
opere di Bachofen, soprattutto gli studi minori, sono quanto
mai leggibili e abbondano di bellezze dovute allo stile e all'espo-
sizione immaginosa. La sua natura poetica, artistica, sensibile
e delicata lo spingeva a dare una particolare importanza al lato
estetico. Così, visto complessivamente, Johann Jakob Bachofen
ci appare un talento grande seppur unilaterale, che seppe svol-
gere una feconda attività in quei campi che stanno a metà tra
il sapere e l’intuizione (la fede)».

Ma non è il «lato estetico », come vuole His, bensì il fon-


damento metafisico dei fenomeni storici che Bachofen vuole illu-
minare. Egli cercò di valicare i limiti della scienza nella quale
era stato anche lui educato, e, con piglio genialmente intuitivo,
cogliere al di là delle norme giuridiche storiche e codificate le
condizioni sociali preistoriche che fanno sorgere il diritto e lo
spirito di cui esse rappresentano Poggettivazione. La valutazione
che gli studiosi moderni (i collaboratori alle Opere complete)
danno di Bachofen risulta per noi evidente dall'articolo di Tho-

III. La cerchia più rirlrella dei colleghi di Basilea 291

mas Gelzer sul volume dell’epistolarìo di Bachofen”: «Scopo


essenziale della sua riflessione storica è pervenire a una ricostru-
zione speculativa di quellîdeale preistoria [...]. Ma poiché egli
stesso sa che ne’ quel superiore contenuto dei simboli e dei miti
che debbono aprirgli l'accesso a questa preistoria, né la sua espe-
rienza di quell’armonia del creato e della sua rivelazione possono
essere esprimibili in parole, non mira alla spiegazione razionale,
bensì all’intuizione e alla contemplazione delle profonde gioie
di quell’esperien2a emotiva. A questa decisiva partecipazione del
sentimento e alla fantasia creativa così sprigionata, le migliori
pagine della sua opera debbono la loro forza e la loro bellezza ».
Bachofen espone chiaramente il suo punto di vista, che si disco-
sta dalla scienza storiografica contemporanea, nel suo Viaggio
in Grecia (citaz. desunta da Gelzer): « Perciò anche la vita degli
antichi, in tutte le sue espressioni manifeste e occulte, aveva
un che di così perfettamente tipico, perché tipiche e immutabili
sono la religione e la fede, e dato che questa domina ogni cosa,
ogni cosa attrae nel proprio campo, tutto assimila a sé, di neces-
sità lo stesso carattere tipico deve estendersi a tutto. Quanto si
è discostato il nostro spirito da quello! Com'è incapace, proprio
per questo, di comprenderlo! Di qui i parti mostruosi della
moderna storiografia. In un setaccio non si può prendere del-
l'acqua; chi deride la propria religione non può nemmeno apprez-
zare quella del mondo antico; e chi ha perduto per sé la sicu-
rezza e la saldezza di spirito, non può nemmeno comprendere
utnlpoca e un popolo per i quali il divino era l’unica norma,
l'unico contenuto di tutta la vita». E così come in seguito
Nietzsche attaccò il romanticismo in Wagner, Bachofen nei suoi
Jlttltclìi più aspri si scaglia contro Mommsen in quanto capo
ili-Ila tendenza storiografica contemporanea da lui respinta, e
che d’altra parte respingeva duramente l’opera sua. Dunque per
i basileesi il rifiuto di un’0pcra di uno studioso di Basilea che
interpretava Yantichità classica non era nulla di nuovo, quando
pochi anni dopo colpì la Nascita della tragedia di Nietzsche!

ll giovane Nietzsche dovette sentirsi attratto dalla posizione


scicttlifica di Bachofen. Questi aveva già compiuto quel passo
che Nietzsche aveva ancora da fare. Anche lui era in procinto
(il risalire con la sua indagine al di là delle valutazioni codifi-
cate e racchiuse in parole, come pure oltre le cognizioni rac-
chiuse nei testi classici c che sono il fondamento del nostro pen-

292 Pur/e ll. l dieci anni di Basilea

siero; in procinto di trasformare la filologia in filosofia. E nel


far ciò accolse anche spunti. dal lessico di Bachofen. Termini
come la coppia contrapposta «apollinecrdionisiaco» nella Na-
scila della tragedia sono già in larga misura determinanti nel-
l’opera di Bachofen, anche se non fondamentali in questa sede.
Ma li univa anche un’altra fonte, un'altra tradizione di ricerca:
Friedrich Creuzer "". Dovremo ritornare sull'argomento a_propo-
sito dello Zarc/btzrrra di Nietzsche. Sullîmportanza di Creuzer
per Bachofen, Gelzer scrive”: « Friedrich Creuzer, che riscoprì
Plotino e curò l’edizione di Proclo, esercitando con ciò un pro-
fondo influsso sul romanticismo e su Goethe è alla base, come
ha mostrato E. Howald, del Simbolismo funerario e, come ha
dimostrato il Meuli, va riconosciuta l’influenza del suo Simbo-
lismo dietro la Teoria dcllîmmorlalità della teologia orfica di
Bachofen ». Ma dato il fondamento spiccatamente cristiano della
visione del mondo di Bachofen, non fu possibile un avvicina-
mento umano tra lui e Nietzsche. Sotto questo segno i due spi-
riti finirono col separarsi. Ma la casa di Bachofen possedeva
anche un’altra componente stimolante, al pari di Tribschen: il
giovane così infiammabile e facile agli entusiasmi, difficilmente
sarà rimasto insensibile al fascino della giovane e musicale pa-
drona di casa, che aveva appena un anno meno di lui. La diffe-
renza di età tra i coniugi Bachofen era simile a quella dei Wagner
a Tribschen, e Nietzsche seppe certo impiegare in casa Bachofen,
a mo’ di sublime omaggio, il suo talento di espressivo improvvi-
satore al pianoforte. Musica ed Eros amano dimorare vicini.

Ludwig Riitimeyer.

L’8 maggio 1875 Nietzsche scriveva all’amico Carl von Gers-


dorff: « Nello stesso volume si trova uno straordinario articolo
di Riitimeyer, La popolazione delle Alpi m, del massimo inte-
resse; del medesimo studioso ti consiglio poi [...] Dal mare alle
Alpi, Berna 1854 [...] ». E ancora intorno al 1881 Niefzsche
lo menziona enumerando quelle che secondo lui sono le più
eminenti personalità della Svizzera‘: «La grande fama dello
scienziato Hackel è forse di qualche pregiudizio all’ancor più
grande merito di Riitimeyer? »,
Non è più possibile accertare fino a che punto Nietzsche

III. La cerchia più ristretta dei colleghi di Basilea 293

conoscesse personalmente Riitimeyer, che dal 1855 era attivo


come professore all’Università di Basilea per iniziativa di Peter
Merian e di Wilhelm Vischer. Ma quesfiuomo pieno di carat-
tere difficilmente sarà sfuggito allo sguardo di Nietzsche, che
era alla ricerca di personalità genuine. Si può giustamente dubi-
tare che trovasse libero accesso presso di lui, il che però non
esclude che la figura e l’opera di Riitimeyer lasciassero in Nietz-
sche un'impressione profonda, giacché egli non poté sottrarsi a
quest’uomo che a Basilea godeva di grande prestigio. Anche il
modo in cui menziona Riìtimeyer nella lettera e Gersdorif pre-
suppone che Gersdorfi fosse perfettamente alicorrente de1l’im-
portanza della persona nominata.

Ludwig Riitimeyer era figlio di un pastore protestante, nato


il 26 febbraio 1825 a Biglen presso Berna. La visione del mondo
del giovane fu profondamente influenzata dalla regione dell'Em-
mental e dallo spirito del grande poeta locale, Jeremias Gotthelf
(1797-1854). Passeggiate e disegnare all’aperto alimentarono la
sua passione di scopritore. Frequento le scuole a Berna e, con»
seguita la maturità nel 1843, si dedicò allo studio della teologia
per quattro semestri, passando però in seguito alla medicina.
Nel 1850 conseguì il dottorato in medicina, ma non diventò
HÌCLlÎCO praticante, bensì continuò gli studi, oltrepassando i limiti
della sua disciplina per studiare la natura tutta in qualità di
gctilogo, paleontologo, zoologo e biologo. Nel 1853, dopo for-
Iuuuti viaggi di ricerca nei paesi del sud, divenne professore
straordinario di anatomia comparata a Berna.

Nel 1855 Riitimeyer doveva venir chiamato dal Politecnico


(îunfetierale di Zurigo, che gli offrì una cattedra di geologia e
panleontcìlogia. Ma questa volta quelli di Basilea anticiparono con
Li luru chiamata quella del Consiglio Confederale competente
«h Zurigo. Furono anche in grado di offrirgli un campo di lavoro
più libero col titolo di professore di anatomia e zoologia compa-
l.ll‘.l. Ricoprì questa cattedra con onore fino al 1894. Per Panno
12405 assunse il rettorato dell'Università. La personalità di que-
nm versatile scienziato è descritta dal suo biografo Wilhelm His
«un le seguenti parole l": «È difficile dare a chi non ha cono-
un ium Riitimeyer di persona una giusta immagine della sua spic-
(Jlil personalità. Già i tratti esteriori e l’intero portamento tra—
Ill\’.l|1(| In straordinaria serietà e profondità di carattere dell'uomo,
|.i (lli intera esistenza [...] si concentrò nello sforzo di un ideale

294 Par/c II. I dieci anni di Basilea

adempimento del proprio dovere. E così anche ogni sua parola


rendeva testimonianza della saldezza del suo volere, conquistata
grazie ad intensa applicazione intellettuale». Gli studi partico-
lari di Riitimeyer sulla storia naturale di singole specie animali,
fondati su ampia conoscenza della materia e su precise osserva-
zioni, gli consentirono di prendere una posizione autonoma ri-
spetto ai più attuali problemi dell’evoluzione, ed erano problemi
in quel tempo di scottante attualità, fin da quando, nel 1859,
era uscito il libro di Darwin.

La guerra degli ingegni era aspra e per la prima volta portò


in primissima linea i problemi della scienza, anteponendoli a
quelli delle scienze morali; anzi, queste e soprattutto la teologia
parvero cadere in una diretta dipendenza dai dati della scienza
naturale. Proprio nel quadro di questo spostamento di equilibri,
a Basilea l’umanista di vecchio stampo, Gerlach, in quegli anni
bibliotecario alla Biblioteca Universitaria, dovette capitolare.
Dunque Nietzsche aveva mostrato un notevole fiuto quando nel
1868 si era deciso —— insieme all’amico Rohde — a studiare
anche le ‘scienze. È forse la tragedia della sua vita il fatto che
Yallettamento della cattedra di filologia gli impedisse di mettere

‘in atto questo proposito e che anche più tardi, ogni volta che

tornò ad accarezzare l'idea, non trovasse mai il tempo né la


forza per questi studi, rimanendo così nelle sue vedute scien-
tifiche sempre impigliato in un deplorevole dilettantismo.

Le nuove tesi di Darwin — che in gran parte non erano


sostanzialmente così nuove, solo non ancora popolarizzate —
segnarono unînaudita rivoluzione spirituale e agitarono gli animi
per tutto un decennio, finché lînteresse che avevano destato non
venne sommerso da quelli politici suscitati dalla guerra del 1870.
Anche Nietzsche se ne sentì profondamente attratto. La grande
novità dellbpera di Darwin non era la scoperta che esiste una
evoluzione delle specie, bensì la tesi che spiega il modo in cui
avviene questa evoluzione, la sua « precisa teoria del processo
di queste trasformazioni, soprattutto l'idea che tra varianti casuali
prive di indirizzo, diverse forze della natura effettuano una sele-
zione grazie alla quale certi indirizzi vengono favoriti, altri eli-
minati. Darwin ravvisa iri questa selezione il fattore decisivo
della mutazione delle forme » (Adolf Portmannm‘). Ma ciò che
a molti parve assicurare la vittoria delle scienze su ogni inter-
pretazione teologica o teleologica del mondo era questo: « Dar-

I I I. La cerchia più ristretta dei colleghi di Basilea 295

win con la sua interpretazione del mutamento delle specie in


virtù di una casuale variazione e selezione permette di ricondurre
i fatti della vita al gioco di forze della fisica e della chimica e di
comprendere anche i processi della vita con le leggi dell’attività
atomica e molecolare — Darwin estende le possibilità di una
interpretazione unitaria del mondo »'(ibid.).

« Qui si dividono gli animi —— allora come ancora oggi! Riiti-


meyer riconosce gli effetti della lotta per Fesistenza — e rico-

nosce altresì che Darwin ha posto in_ nuova luce con i dati da

lui raccolti Pimportanza di questo fattore. Ma nel contempo


dichiara qualcosa di più di un semplice scetticismo nei confronti
della presunta onnipotenza di questa selezione: non si stanca di
proclamare la convinzione che il sopravvalutare la selezione rende
ciechi di fronte alla realtà e che occorre ipotizzare anche 1’inter-
vento di altre forze [...]. Egli chiede se la luce che Darwin ci
ha dato sia anche in grado di farci penetrare nell’intimo del
divenire stesso, e con ciò farci contemporaneamente valicare i
limiti del fisico, nel quale spazia ampiamente, per entrare nel-
lîissai più oscuro terreno del metafisico ». Quanto a lui, Riìti-
meyer ne dubita e si richiama allo scienziato baltico Karl. E.
von Baer, da lui venerato, che già nel 1860 così argomentava
contro Darwin: «Non si debbono paragonare i processi vitali
dei corpi organici a melodie o a pensieri? In effetti io amo chia-
marli i pensieri della creazione; 1a loro rappresentazione o mani-
lestazione nel mondo materiale differisce dalla rappresentazione
tlellbpera musicale o di un pensiero solo per il fatto che l’uomo
non può rappresentate questi ultimi in modo che si incarnino
autonomamente, acquistando un corpo separato [...]. Ma il pro-
cesso vitale organico, benché sempre legato a delle sostanze,
anche se pochissime nel germe, si sviluppa continuando senza
lrlsgula a costruirsi il corpo, e a questo scopo accoglie in sé le
snslilnzc semplici dalla natura esterna. Ma si plasma il proprio
lUlpU e lo trasforma secondo il proprio tipo e ritmo. Però è
anche un pensiero della creazione [...] >9".

Qucsfevoluzione ha termine con l’uomo, esiste in assoluto


un line, un Telos? E se no, quali forze continuano a operare?

Nietzsche a Basilea vive nella pubblica discussione accade-


mira tutta la tensione del Conflitto tra Darwin e il partito
avversario, che qui viene autorevolmente rappresentato da Riiti-
Incvcl‘. Ma è anche il suo conflitto personale. L'evoluzione è il

296 Pane H. I dieci armi di Basilea

risultato del cieco caso o l’opera di un « pensiero creatore»?

Nello Zarathustra Nietzsche proporrà una terza possibilità


accanto a queste alternative, un chiaro sillogismo, ossia la con-
clusione dalle premesse Darwin-Riitimcyer che la sua epoca gli
offriva: Pevoluzione diventa vittima del caso se non viene gui-
data da un’entità spirituale. Ma dato che nel frattempo Nietzsche
ha perduto Dio e il concetto di creazione, deve introdurre come
spirito preordinatore l’unico essere dotato di volontà formatrice
che gli è rimasto: l'uomo stesso. L'uomo che pone un fine a se
stesso per conservare così allo spirito il primato sulla cieca casua-
lità, sul mero processo naturale, è questa la componente dovuta
a Riìtimeyer nella concezione filosofica nietzschiana dell’esistenza
umana.

Certo, anche Riitimeyer aveva oltrepassato i limiti della sua


scienza, ma non abbandonò mai il terreno più propriamente
scientifico — come invece fecero Bachofen c Nietzsche — e
anche qui le vie tornano a divergere radicalmente. Con Darwin
e la sua scuola Riitimeyer concorda in ciò, che esistono verifiche
scientifiche della morfologia, e dunque una teoria della deriva-
zione « dalla quale vanno accuratamente distinti i tentativi spe-
ciali di interpretazione, in quanto di natura assai più incerta ».
In questa cautela Nietzsche non seguì Riitimeyer. Eppure questa
figura rientra nel quadro complessivo delle personalità di Basilea
che in questi anni esercitarono su di lui un influsso formatore.

Iatob Burckbard t.

Chi non oltrepassò nel vero senso della parola i limiti della
sua scienza, ma ne indagò il campo in modo nuovo fino alle sue
estreme possibilità, fu Jacob Burckhardt, il più importante « colv
lega» basileese di Nietzsche in questa generazione « dei padri ».

Jacob Burckhardt era nato il 25 maggio 1818 a Basilea,


quarto figlio dell'allora sommo vicario e in seguito antistite
della chiesa riformata di Basilea. Già il nonno era stato pastore.
Tra le più tristi impressioni del ragazzo non ancora dodicenne
va annoverata la morte prematura della madre, il 17 marzo 1830.
In quesfoccasione prese dolorosa coscienza della «caducità e
insicurezza di ogni cosa terrena ». Ciò lo rese maturo per il pes—
simismo di Schopenhauer, ed egli portò questa cicatrice nel-

III. La cerchia più ristretta dei colleghi di Basilea 297

l’anima come Nietzsche la perdita prematura del padre, che poi


cercò in parte di sostituire con gli affettuosi legami con uomini
maturi della stessa generazione, ad esempio col suo maestro
Ritschl, con Bachofen. Burckhardt e anche Wagner.

Il quattordicenne Burckhardt reagì, tre anni dopo il dolo-


roso evento, con alcuni saggi di composizione musicale: nel gen-
naio 1833 compose una melodia originale sul corale O Haupt
voll Blut und Wunden. All’ultima riga del corale si trova la
nota: «A questo segno i tamburi rullano cupamente», Cono-
sciamo un‘ouverture di Nietzsche per orchestra d’archi in sol
minore, dove all’accordo finale si legge «rullo di tamburi».
Anche Nietzsche a 14 anni eta impegnato a comporre mottetti,
ad esempio tra gli altri fera meine Zuuerricbt, quel corale che
era risuonato alla sepoltura del padre l”.

Burckhardt compose un altro brano, La sepoltura ali Luigi


XVI, e dopo una Dame, «iniziata il 7 febbraio 1833 »_, un Dies
irae per coro a quattro voci e pianoforte, che però rimase allo
stato di frammento. Anche del giovane Nietzsche in analoga età
ci sono conservati frammenti di intensi lavori preliminari per
una Messa e un Requiem. Un grandioso Oratorio di Natale
rimase incompiuto. Burckhardt conclude la serie delle sue com-
posizioni giovanili nel giugno 1833 con un corale O We'll, rieb
bier dei» Leben m; dunque supera questa fase notevolmente più
presto di Nietzsche. Wemer Kìigi “l osserva a proposito di que-
sti tentativi: « Non è la riflessione, bensì i forti sentimenti che
lo dominano. È una musica che procede ponderosamente, su
grandi testi tradizionali».

Nel 1834 Burckhardt compose dei brani (perduti) per un


teatro di marionette. Segue poi anche per lui la giovanile pri-
Iuavera dei lieder. Queste composizioni vocali arrivano fino al-
l'anno 1847, quando Burckhardt ventinovenne smette di com-
porre. In Nietzsche questo termine è ritardato di appena un anno.

Purtroppo le composizioni di Burckhardt non sono accessi-


lìlll come quelle di Nietzsche. Ma quel poco che ancora se ne
uìnosce basta a mostrarci in che cosa risiede la loro importanza:
non nel loro valore come composizioni, che non reggerebbe a
una critica specialistica, bensì nella loro funzione per lo stesso
t'UI]ì|ì()Slt0l‘C, nel cogliere uno spazio spirituale di lirismo — pro-
prio come in Nietzsche.

Burckhardt compì gli studi a Basilea fino alla maturità, e le

298 Parte II. I dieci anni di Basilea

impressioni più profonde le ricevette studiando il tedesco con


Wilhelm Wackernagel. Subito dopo la scuola trascorse, per
perfezionarsi in francese, tre trimestri a Neuchàtel, dove non
solo acquistò scioltezza linguistica, bensì entrò anche in un
genuino rapporto col mondo intellettuale francese. Seguendo il
desiderio del padre, ora iniziò, nella primavera del 1837, a stu-
diare teologia, ma dopo quattro semestri cambiò, con il con-
senso del padre, e passò alla storia. Questo studio lo vide dal-
Yautunno 1839 fino alla primavera 1843 a Berlino presso Leo
pold Ranke, August Boeckh e lo storico dell'arte Franz Kugler.
La città non gli piacque, ma egli godette la vita musicale, soprat-
tutto l’opera, e cantò con la sua voce di tenore leggero in un
quartetto vocale e in cori. Un periodo particolarmente piacevole
dei suoi studi universitari rimase nella sua memoria il semestre
estivo del 1841 a Bonn. Ma qui i suoi entusiasmi non furono
destati tanto dal docente Fr. G. Welcker e dalla situazione uni-
versitaria (di cui sentì Pangustia) quanto da una piccola cerchia
di persone elette che si riunivano, col titolo di « Lega dei mag-
giolini », sotto la « direttrice » Johanna Mockel-Matthieux. Que-
sta doveva ben presto diventare la moglie del poeta rivoluzio-
nario Gottfried Kinkel, che dominava in questa cerchia. Burck-
hardt si legò con essi di profonda amicizia. Dato che la Matthieux
era una musicista provetta, oltre che compositrice, si venne a
creare un circolo in cui la poesia, la musica e la riflessione sul-
l‘arte erano rappresentate in pari misura. A quest’epoca risal-
gono poesie particolarmente numerose di Burckhardt — che era
sempre stato anche un abile disegnatore. Nel ricordare quei
giorni egli scriveva“: «A Bonn e a Colonia sono conservati
i più bei ricordi della mia vita». E alla sorella Louise il 28
settembre 1841 “z « [...] nessuno avrebbe potuto predirmi che
una compagnia così piccola e tanto criticata come quella che
frequentava M.me Matthieux avrebbe gettato un riflesso ideale
su tutto il mio soggiorno a Bonn. Quanti pomeriggi la nostra
piccola brigata andò a passeggiare negli splendidi dintorni di
Bonn! In particolare, era spesso nostra meta il belvedere di una
piccola locanda a Kiidinghoven, con una splendida vista sul
Drachenfels e il Rolandseck. Colà si cantava e si recitava; Kinkel
era un eroe e la Matthieux una profetessa; noi due o tre com-
pagni eravamo in preda a un beato delirio e ci dicevamo che un

III . La cerchia più rixtretla dei colleghi di Basilea 299

giorno, tanti anni dopo, ci saremmo ricordati l‘un l'altro quei


momenti. L'ultima sera prima della mia partenza per il Belgio
trascorse in mio onore sul Reno e nelle sue belle insenature,
scure e tranquille; la nostra barca risuonava di canti e di festosi
schiamazzi. — E così anche quest’ultima serata con M.me Mat-
thieux è stata una delle più belle da me trascorse a Bonn; [...] ».

Anche il rispettabile Burckhardt, nell’ebbre7.za dell'esperienza


romantica, chiude gli occhi sul libero rapporto Kìnkel-Matthieux,
su « una compagnia tanto criticata ».

Burckhardt inviò la sua dissertazione latina alla facoltà di


filosofia di Basilea e conseguì il dottorato senza esame orale il
19 maggio 1843. Anche qui troviamo un singolare parallelo con
Nietzsche. Gli anni successivi li trascorse tenendo di tanto in
tanto lezioni come libero docente o anche professore straordi-
nario a Basilea, collaborando alla redazione della conservatrice
«Basler Zeitung » e intraprendendo lunghi viaggi di studio in
Italia, che divenne per lui una seconda patria — una patria spi-
rituale, finché non venne nominato dal Politecnico Confederale
di Zurigo, inaugurato il 15 ottobre 1855, professore ordinario
di storia dell’arte, archeologia e storia dell'architettura.

Nella primavera del 1858 fece finalmente ritorno nella sua


città natale, insegnando ora all’Università e al liceo. Svolse
altresì una vasta attività nelle pubbliche conferenze accademiche.
Senza ricercare la popolarità, egli era una delle figure più popo-
lari nella Basilea di allora. È vero che quest'uomo eccentrico
non prendeva parte alla vita di società, ma frequentava assai
spesso il teatro e un po’ meno i concerti, ma soprattutto gli
clava gioia e conforto il far musica lui stesso «in casa al pia-
noforte», dove affrontava soprattutto le sonate più facili di
Nîozart, ma anche le opere di Mozart e di Gluck nella riduzione
per pianoforte, cantando —— o addirittura improvvisando.

Quando il giovane docente Nietzsche venne a Basilea, uomo


austero, taciturno e riservato, ben curato nell’aspetto esteriore,
di buone maniere, appassionato di musica, da lui coltivata in
(‘usa al pianoforte, e ancora « nell'età del comporre », che aveva
anche studiato a Bonn e quindi conosceva i luoghi beati, e tra
i cui compagni di studi a Lipsia figurava il figlio di Gottfried
Kinkel: a prima vista c’erano suflìcienti motivi e occasioni per
rhieder notizie dell'una o dell'altra cosa dopo tanto tempo. Sulle

300 Parte II. I dieci anni di Basilea

prime è difficile che andasse più a fondo l'interesse di Burck-


hardt per il nuovo collega, col quale è ovvio che dovesse con-
versare negli intervalli al liceo. D'altro canto, è naturale che
l'acuta sensibilità di Nietzsche avvertisse subito la natura straor-
dinaria di quest'uomo, e fu lui che gli dimostrò un affetto e una
ammirazione che Burckhardt, più vecchio (lì una generazione,
non aveva certo cercato. Questa « amicizia» forse era ancora
più unilaterale che nel caso di Wagner, e ad onta di tutti i punti
di contatto e le possibilità di accostarsi reciprocamente in virtù
dell'affinità delle esperienze, Burckhardt, che aveva conquistato
l'equilibrio spirituale e che valutava al massimo la quiete e la
misura classica, non teneva a farsi trascinare dal flusso di pen-
sieri di questa giovanile testa calda, di questo rivoluzionario
dello spirito, intimamente inquieto, disarmonico, anzi lacerato.

Alfred Martin l“ ha esattamente formulato — senza che lo


seguiamo in tutti i particolari — la posizione di Burckhardt:
era rimasto un uomo del classicismo di Weimar. Certo non gli
sfuggi la natura straordinaria del giovane collega, ma la vide
nel suo contesto, come espressione o sintomo dell'età rivoluzio-
naria, che vedeva anche come tale — ma non approvava. Pari-
menti, non contestava la genialità di Michelangelo e di Beetho-
ven, ma per parte sua, per ciò che egli richiedeva in senso este-
tico e morale all'opera d’arte, preferiva Raffaello e Mozart.

Che le due strade dovessero divergere totalmente si decise


in effetti già nelle prime settimane di conoscenza per la rispettiva
posizione nei confronti di Wagner. Per Burckhardt, Wagner era
e rimase un orrore, come persona e come compositore. E quando
questa divergenza con gli anni si attenuò, quando Nietzsche si
distaccò da Wagner e nella polemica adottò in parte gli argo-
menti di Burckhardt, ormai Burckhardt era da tempo divenuto
estraneo al mondo spirituale di Nietzsche. Ma questi trovò in
Burckhardt quello che intendeva per « grande maestro ». Burck-
hardt era divenuto effettivamente un maestro del suo popolo,
ed è proprio Nietzsche che deve riconoscere che nel vedere i
basileesi si capisce che hanno un Burckhardt. Malgrado la sua
popolarità, la sua attività nelle pubbliche conferenze e come
insegnante di liceo, ossia nelle classi superiori di una scuola
teoricamente accessibile a tutti, Burckhardt non andò mai « in-
contro al popolo ». Conservo il « pathos della distanza », era « ari-

III. La cerchia più ristretta dei colleghi di Basilea 301

stocratico ». Quanto per Nietzsche egli assumesse la funzione di


modello del grande maestro, emerge nel modo più chiaro dalla
lettera di Nietzsche all'inizio della follia, dove la maschera è
caduta del tutto e affiorano senza veli le sue esperienze fonda-
mentali: «Tu sei [...] il nostro grande, sommo maestro»
(Torino, 4 gennaio 1889).

IV
I PRIMI TRE SEMESTRI DI BASILEA

Aprile I869-Ag05t0 1870


Il giovane docente si accinse con notevole slancio al suo
ufficio, sentendosi ancora del tutto filologo. Per il momento la
sua posizione di insegnante fu una continuazione ininterrotta
della sua vita di studente universitario. Le numerose nuove
impressioni ebbero un effetto quanto mai stimolante, e all’inizi0
egli si abbandonò a un certo ottimismo. «Per quel che mi
riguarda — così scrive alla madre al principio di maggio del
1869 —, finora qui ho tutti i motivi per sentirmi bene, ma
anche la sicura speranza che tra qualche tempo mi ambienterò
ancor più confortevolmente. Ora ci sono troppe cose nuove. E
anche conoscere continuamente nuove persone mi dà terribil-
mente fastidio [...] e all'ora di pranzo non sono al sicuro dai
miei colleghi, dai consiglieri municipali e dagli assessori [...].
Del resto i luoghi sono di una notevole bellezza e invitano da
ogni lato alle più belle gite, nel Giura, nei Vosgi, nella Foresta
Nera: tutti vicinissimi [...]. Mi viene in mente di non avervi
ancora comunicato che ogni cosa mi è arrivata imballata nel
migliore dei modi [...]. Ordinami al più presto da Haverkamp
un vestito nero per le visite. Qui non si porta mai il frac». Solo
col denaro può darsi che all'inizio venisse a trovarsi in diificoltà,
giacché così si lagna con la madre: «Il nostro stipendio, folle-
mente, viene pagato ogni semestre e posticipato, il 1" luglio
e il l" gennaio ».

Il 29 maggio Nietzsche riferisce all'amico Rohde, come un


particolare vantaggio: « Fin da principio ho avuto relazioni più
strette con Jacob Burckhardt, un uomo geniale ed eccentrico;

IV. I primi Ire semestri di Basilea (1869-70) 303

e ciò mi fa molto piacere, perché scopriamo una singolarecon-


gruenza tra i nostri paradossi estetici»; e a metà giugno alla
madre: « Ma della massima importanza è il fatto che ho l'amico
e vicino più desiderato a Lucerna, certo ancora lontano, ma non
tanto che ogni giornata libera non possa venir impiegata per un
incontro. Si tratta di Richard Wagner, che ha la stessa gran-
dezza e singolarità come uomo e come artista. Insieme a lui e
alla geniale signora von Biilow (figlia di Liszt) ho già trascorso
parecchie giornate felici [...] in una incantata solitudine tra il
lago e i monti [...] tra le conversazioni più vivaci, nella più
amabile cerchia familiare e del tutto sottratti alla consueta
banalità della vita di società. Per me è stato un grosso acquisto ».

Solo in terra straniera.

Ma in'questo periodo il primo entusiasmo subisce un tem-


poraneo, notevole raffreddamento. Nietzsche si rivela- fortemente
soggetto ai cambiamenti d'umore, e le alternanze di acceso entu-
siasmo e paralizzante depressione abbracciano un lungoperiodo‘:
« Certo è una vita molto diversa quella che vivo qui [....]. Piut-
tosto, avverto con molta chiarezza come anche l'attività più
desiderata, se viene esercitata ‘d'ufficio’ e ‘come professione’,
sia una catena cui uno come noi non può non dare qualche volta
un impaziente strattone. E poi invidio il mio amico Rohde, che
si aggira nella campagna romana e in Etruria, libero come un
animale del deserto. Ciò che più mi dà fastidio [...] è l'orribile
massa degli ‘stimati’ colleghi, che si fanno un dovere di invi-
tarmi una sera dopo l'altra: sicché sono diventato già bravo
xiel trovar pretesti per rifiutare gli inviti. Per il resto, la gente
è ben disposta verso di me » [alla madre, metà giugno 1869].
Il motivo di questa generale buona disposizione egli lo vede
ncllîmpressione prodotta dalla sua prolusione, pronunciata il 28
tiraggio nell'aula magna del Museo nella Augustinergasse: « Gra-
zie a questa prolusione la gente quiha mutato convinzioni, e con
essa, lo vedo chiaramente, la mia posizione è stata assicurata »_.
Anche a Rohde scrive il 16 giugno: « Un poco alla volta avviene
ciò che fin dal principio attendevo con certezza: nella massa
dei miei stimatissimi colleghi mi sento così estraneo e indiffe-
rente, che ho già cominciato a respingere con voluttà gli inviti

304 Parte II. I dieci anni di Baxilea

e le proposte di ogni genere che ogni giorno mi arrivano. Per-


sino i piaceri della montagna, del bosco e del lago talvolta mi
vengono sciupati dalla plebecula dei miei compagni d’ufficio.
Anche in questo siamo d’accordo: possiamo sopportare la soli-
tudine, anzi Pamiamo». E già il 29 maggio affiora l’idea che
doveva accarezzare ancora per lungo tempo: «Tempo fa mi è
venuto il desiderio temerario che tu facessi Pabilitazione quag-
giù: si richiederebbe da te una prolusione e la consegna di uno
dei tuoi lavori». E a metà giugno: « Rifletto sempre sulle pos-
sibilità per farti venire vicino a Basilea. Se considero lo stato
della filologia locale, sento che ben presto sarà necessario un
nuovo insegnante. Vischer nel prossimo semestre terrà un corso
di due ore: vale a dire farà lezione per l’ultima volta, perché
i suoi ‘affari ministeriali "non gli lasciano tempo. Gerlach mette
assieme a stento un corso di due ore ed è molto vecchio. Miihly,
finalmente, dopo che sono stati adoperati tutti i possibili mezzi
di costrizione, farà lezioni; ma anch'egli solo due ore [...]. Po-
trebbe anche avvenire che il vecchio Gerlach opportunamente
morisse. Su questa possibilità costruisco le mie speranze. Hai
occasione di farti conoscere all’eccellente e stimabilissimo Vi-
scher? ». Ma Gerlach non fece questo macabro piacere ai due
amici: tenne lezione fino al 1875 e morì soltanto il 31 ottobre
1876 in seguito a un incidente.

Il primo semestre in cattedra.

Rohde come collega a Basilea avrebbe davvero significato per


Nietzsche un sensibile sgravio delle sue mansioni didattiche,
giacché egli ora reggeva l’intero peso della facoltà. In proposito
così riferisce al suo maestro Ritschl il 10 maggio: « Tutti i giorni
della settimana, alle 7 del mattino, tengo lezione, e precisamente
i primi tre giorni sulla storia della lirica greca, gli altri tre sulle
Coe/ore di Eschilo. Il lunedì ho il seminario, che io per la mia
parte ho organizzato grosso modo sul Suo schema [...]. Martedì
e venerdì ho due lezioni al liceo, mercoledì e giovedì una sola;
finora quesflincarico lo svolgo con piacere. Con la lettura del
Pedone ho l’occasione di infettare di filosofia i miei scolari; con
le traduzioni improvvise, che qui sono un esercizio inaudito, li
risveglio molto bruscamente dal loro sonno grammaticale. Alle

IV. I primi tre semestri di Barilea (1869-70) 305

mie lezioni universitarie ho sette uditori, numero del quale qui


mi dicono di essere contento. Gli studenti sono tutti diligenti,
ingoiano lezioni in quantità folle e il concetto di marinare la
scuola non lo conoscono nemmeno per sentito dire». E, ana-
logamente, alla sorella il 29 maggio: «Dunque fin dall’inizio
di maggio sono in piena attività all’Università e al liceo, ma
solo ieri ho tenuto la mia prolusione inaugurale Sulla‘ perrona-
lità di Omero nel1’aula magna del Museo, davanti a una sala
gremita [...] e ci abituiamo anche all'inconveniente di avere 8
uditori, in considerazione del fatto che sono tutti quanti i filo-
logi, con l'aggiunta addirittura di un teologo. Al ginnasio ho
il piacere di una classe intelligente e mi illudo, anche se non
sono nato per il mestiere di maestro, però nemmeno di rovi-
nario». Per il momento tutta l'attività filologica continuava
visibilmente a divertirlo, malgrado qualche occasionale sospiro
sul giogo rappresentato dalla professione. Ancora agli inizi di
luglio confessava a Paul Deussen: «Tutta quanta la faccenda
[...] mi sta a pennello, come dipinta addosso [...]. Ma ci vorrà
ancora del tempo prima che la natura si abitui in tutto e per
tutto a questa attività; per ora vi sono non rari momenti in
cui mi sento sfinito. Comunque per il primo semestre mi sono
addossato un grosso peso: in primo luogo due corsi nuovi, per
i quali mi devo preparare di giorno in giorno, e così vivo in
certo modo alla giornata [...]. E infine posso fare la parte di
un discreto maestro di scuola. Chi Favrebbe pensato? ». E già
può comunicare a Deussen il suo programma per il semestre
invernale: « Per il prossimo semestre ho annunciato ‘gramma-
tica latina‘, oltre alla storia dei filosofi anteriori a Platone (con
interpretazione di frammenti scelti)», così come aveva già rive-
lato a Rohde il 16 giugno. E inoltre: « Nel seminario, gli ERGA
di Esiodo».

La filologia latina e greca non erano in quei tempi rigida-


mente separate all'Università di Basilea, e così tutti i professori
di filologia classica dovevano tenere lezioni ed esercitazioni in
entrambe le discipline. Ma in questo semestre invernale Nietz-
schc n()n doveva attenersi con precisione al suo programma, Così
come già aveva fatto nel semestre estivo in corso, per il quale
aveva annunciato « Fonti della storia della letteratura greca»,
ma poi aveva tenuto le sue lezioni su Eschilo. Circa il tema
tlelhesercitazione del seminario non si pronuncia, e infatti aveva

306 Parte II. I dieci anni di Basilea

soltanto annunciato «seminario », senza indicazione del tema m.

Con gli allievi del liceo (Pàdagogium) egli lesse il Fazione


di Platone e il XVIII canto dellîliade di Omero, il lamento di
Achille e degli Achei sul cadavere di Patroclo; quindi, dopo le
vacanze estive, le biografie di Socrate e di Platone, probabilmente
da Diogene Laerzio, e poi, sulla scorta del Prometeo di Eschilo,
illustrò agli allievi la ritmica e la metrica della tragedia attica.
Come corso di grammatica li esercitò nell'uso dell'infinito, del
participio e delle negazioni.

Se si dà uno sguardo a questo programma, risulta subito


chiaro che esso attinge al bagaglio di cognizioni della scuola e
ai suoi ultimi lavori di studente universitario. Aveva cominciato
a compilare un lessico eschileo, i lirici erano già di per sé vicini
alla sua natura musicale, e la preparazione storico-filosofica l'aveva
già acquisita coi suoi lavori su Diogene Laerzio. Ma era pur
sempre un programma immenso, che richiedeva un impegno
totale. Con pieno diritto poteva quindi scrivere alla madre al
principio di luglio: «Tra pochissimo cominciano le vacanze
estive [...]. Per prima cosa le debbo impiegare per riavermi e
per rianimare gli spiriti vitali; giacché l'insegnamento scolastico
e le lezioni quotidiane all’Università mi spossano terribilmente,
e io ho davvero un tremendo bisogno di vacanze. Poi però debbo
rimettermi di buona lena al lavoro, giacché ne debbo sbrigare
una quantità tale che non ce n'è il tempo nel corso quotidiano
dell'attività universitaria». Con questi argomenti egli dissuade
madre e sorella da una visita che in quel momento gli sarebbe
stata dîmbarazzo, e le consola con la prospettiva dell'autunno.
Vorrebbe essere ancora attivo nel campo della sua scienza e il
16 giugno rivela a Rohde <4 sub sigillo »: «Infatti io e Usener
abbiamo Fintenzione di pubblicare un corpus di storia della filo-
sofia, al quale io partecipo con Laerzio, lui con Stobeo, Pseudo-
plutarco, ecc. ». Quando poi Nietzsche abbandonò quest’impresa
comune, superando d'un balzo la filologia col suo libro La nascita
della tragedia, Usener dovette provare un’amara delusione.

La mancanza di lampo libero.

In mezzo a questa fervida attività non gli rimaneva molto


tempo né energia per la vita di società. A Tribschen andò prima

IV. I primi Ire semes/ri di Basilea (1869-70) 307

delle vacanze estive soltanto per un fine settimana, il 5-6 giugno,


e si trovava per caso ospite in casa quando nacque Siegfried
Wagner, all'alba del 6 giugno. Per il compleanno di Wagner il
22 era stato cordialmente invitato a Tribschen, ma dovette
rispondere: «Con quanto piacere oggi avrei fatto la mia com-
parsa nella Sua solitudine tra il lago e i monti, se non mi trat-
tenesse ncl mio canile di Basilea la misera catena della mia pro-
fessione». Mandò in sua vece una «lettera di auguri» scritta
in tono singolarmente patetico, un tono che egli assumerà ancora
in musica nelle sue « COmPOSÎ/lflfll dell’amicizia » (Echi di una
notte di San Silvestro e soprattutto l'inno allìzmicizia, 1873-
1874)”, uscendo in tal modo completamente dallo stile così
fresco che distingue le altre sue lettere dello stesso periodo:
« Stimatissimo signore, da quanto tempo nutrivo l'intenzione di
esprimerLé senza imbarazzo quale misura di gratitudine io senta
verso di Lei; giacché in effetti i momenti migliori e più elevati
della mia vita sono legati al Suo nome, e io conosco soltanto
un altro uomo, e per di più un Suo grande fratello spirituale,
Arthur Schopenhauer, cui penso con pari venerazione, anzi reli-
gione quadam. Sono lieto di p0terLe rendere questa testimo
nianza in un giorno di festa, e lo faccio non senza un senso
di orgoglio [...]. A Lei e a Schopenhauer debbo esser grato se
fino ad oggi sono rimasto fedele alla serietà germanica della vita,
a una considerazione approfondita di questa esistenza così enig-
matica e problematica [...] » (22 maggio 1869).

Ma questo suo tenersi il più possibile lontano dai consueti


obblighi mondani era motivato non soltanto dalla sua febbrile
attività. Erano cose in genere non di suo gusto. «Il mio prede-
cessore Kiessling, a quanto posso ricavare, era una natura com-
pletamente diversa, accessibile e sanguigno, sempre in procinto
di riunire gente, eccetera; mentre io provo assai poco gusto in
queste passeggiate comuni con 6-8 colleghi, infinitamente meno
di quando passeggio, senza disturbatori e solitario, per conto mio.
Un poco alla volta, si abituano a lasciarmi solo, non senza un
senso di deplorazione, giacché quella brava gente crede che così
a Basilea non mi sentirò bene e non mi divertirò» (a Rohde,
metà luglio 1869). Uinclinazione alle passeggiate solitarie, al
voluto isolamento, è dunque già pienamente sviluppata in que-
st'epoca. Avrebbe trovato il tempo per andare a teatro — se
Basilea in quei mesi l'avesse ofierto. Ma Nietzsche era arrivato

308 Parte 11. I dieci anni di Basilea

proprio nella «stagione morta» e il 9 luglio lamentò con la


sorella di «trovarsi in questo luogo ostile alle grazie teatrali»,
giudizio che però poté correggere con gioia nell'autunno. Basilea
in quel tempo — e ancora per molti anni — non possedeva un
teatro stabile. La sala era affittata da ottobre alla primavera a
un « direttore » che vi agiva con la sua troupe a spese proprie.
Ciò comportava variazioni nelle rappresentazioni, ma non nel
repertorio, che rimaneva quello usuale a quei tempi con le popo-
lari opere italiane di Bellini, Donizetti, Rossini (e altri nomi
oggi sconosciuti), inoltre Mozart (soprattutto il Don Giovanni)
e perfino il Fidelio di Beethoven. Ma da tutto ciò Nietzsche non
si sentiva particolarmente attratto, contrariamente a jacob Burck-
hardt, che però preferiva i posti in piedi per potersi in questo
modo sottrarre in qualsiasi momento alla « società».

Le prime vacanze semestrali.

Finalmente, a metà luglio, ebbero inizio le vacanze estive


col « giorno dei fagotti» (« B-Lindelitag >>), sabato 17 luglio.
Nietzsche annuncia l'avvenimento a Rohde: « Sai già che cosa
è il ‘ Bijndelitag ' di Basilea? Ciascuno fa fagotto e se ne va alla
ferrovia, tutte le scuole, anche l'Università, fanno una pausa
per quattro settimane di villeggiatura: i climatologi basileesi
asseriscono che durante questo periodo è fisicamente insopporta-
bile restare a Basilea. Dunque, via nel vasto mondo! Ma dove?
I grandi ghiacciai [...] non mi attirano poi tanto: e mi delizie-
rebbe visitare di nuovo le montagne della Boemia bavarese, ma
solo se ciò potesse accadere in tua compagnia [...] ». Invece si
diresse verso i « grandi ghiacciai», più vicini e più facili da rag-
giungere. Questa incostanza dei suoi progetti di viaggio assume
spesso forme irritanti: nelle lettere annuncia, per lo stesso giorno
o per quello seguente, un viaggio che poi non fa o che fa altrove;
compare d'improvviso in un luogo senza aver prima minima-
mente accennato allîntenzione di fare quel viaggio; Le sue moti-
vazioni e i luoghi esatti da lui toccati non sono più accettabili.
Il 26 luglio scrive da Interlaken alla signora Sophie Ritschl una

lettera che manifesta in modo allarmante l'instabilità e capriccio:

sità dei suoi giudizi sul mondo circostante, e getta una luce
assai equivoca sul futuro filosofo della sincerità a tutti i costi.

IV. I primi Ire remerlri di Basilea (1869-70) 309

Ce molta arte retorica nel modo in cui cerca di compiacere


la destinataria della lettera: « Come l’anno passato da Wittekind,
così anche quest’anno Le giunge una lettera balneare, scritta
a Interlaken, in vista della Jungfrau; [...] la società di Basilea
non oflre alcun influsso formativo: in nessun posto si consumano
tanto pochi guanti come qui, e che la ‘ signorina’ B. o Merian
(in tedesco Schulze e Miiller) dica o non dica qualche cosa, è
del tutto indifierente e di per sé noioso; qui dellînflusso delle
donne non si vede traccia, se non per il fatto che degradano
ogni socievolezza a un pettegolezzo di città [...]. Ma non creda
che io voglia lodare gli uomini di Basilea, in particolare i miei
stimatissimi colleghi, a spese delle donne: la natura ha negato
quasi a tutti la grazia e lo slancio artistico, e perfino Jacoh Burck-
hardt, che a me è più vicino, sebbene sia un uomo facoltoso,
vive in una indigenza priva di gusto e tutte le sere se ne va alla
birreria con i filistei di Basilea. Se poi aggiunge l’assurdo patriot-
tismo svizzero (che come il formaggio svizzero viene dalle pecore
e ha lo stesso aspetto giallastro e invidioso di quello), le arie
di superiorità con cui essi considerano le condizioni della Ger-
mania [...]: troppe cose congiurano per non esser costretti a
una vita quasi da eremita [...]. Ma è tempo di concludere que-
sta lettera, di bere siero di latte e di ascoltare della brutta mu-
sica: non si addice soprattutto a noi filologi essere precisi e
attendibili proprio nelle cose piccole, ad esempio nella cura del
siero? ». È un abbozzo di lettera: noi non sappiamo quanto di
questo testo passasse nella lettera definitiva, ma non ha molta
importanza: troviamo qui delle osservazioni di Nietzsche che
contrastano crudamente con passi di altre lettere dello stesso
periodo, in cui si rappresenta agli amici con orgoglio come
«libero svizzero » e simili. Purtroppo nell’uno e nell’altro caso
dobbiamo scontare in queste dichiarazioni una buona dose di
«retorica », ovvero imputarle al gioco di capricci di breve du-
rata. Anche nelle cose più superficiali e nei suoi rapporti episto-
lari afliora già in questo periodo una spiacevole tendenza, che
si fa sempre più forte, alle osservazioni malevole. Può darsi che
qui abbia anche la sua origine quella contraddittorietà e insta-
bilità dei punti di vista che costituisce così spesso l’insolubile
problema delle sue opere filosofiche tarde. Ed è certo che in
questo periodo non esistono ancora gli efietti della malattia: è
una caratteristica che deve avere origine da una natura non equi-

310 Parte II. I dieci anni di Basilea

librara né dominata, influenzata dagli umori, in definitiva da una


doppiezza esistenziale che doveva venire alla luce ahimè anche
troppo presto.

Che ne fosse o no consapevole, può darsi che un certo malu-


more gli fosse provocato dai prezzi che allora erano già alti nelle
località turistiche preferite, ed egli risentiva amaramente il fatto
che lo stipendio di professore non gli consentisse di vivere in
modo adeguato al suo stato sociale. Se ne lamenta con la sorella
il 27 luglio —— sempre da Interlaken: « D’altronde non bisogna
dimenticare che viaggiare nelle parti più frequentate, vale a dire
più interessanti, della Svizzera è straordinariamente caro [...]. Bi-
sogna considerare appunto che negli alberghi delle zone più belle,
che per lo più sono zone isolate, proprio per questo isolamento
i prezzi sono molto alti, per via delle difficoltà di trasporto.
Ad esempio, a Grindclwald: la camera per una persona 2 fran-
chi e mezzo per notte. Colazione, un franco e mezzo. Pranzo
senza vino, 4 franchi. Cena, 3 franchi. Servizio, 1 franco ecc.
[...]. Per favore scrivimi anche quanto posso prelevare que-
st’anno dagli interessi del mio capitale. Devi sapere che il modo
in cui qui a Basilea ci pagano lo stipendio ha due lati spiacevoli.
Si paga solo due volte l'anno, il 1" luglio e il l" gennaio [...]
sicché per l'intera annata dal mese di aprile fino alla fine di
dicembre non possiedo più di 200 tallerì [...]. E per di più
Basilea è molto cara ». Ma poi, in questa lettera che per il resto
è così affettuosa e confidenziale, troviamo una frase gelida: « Ma
perché ti sei assunta Pamministrazione del mio patrimonio? ».

Sono tre mesi che è via da casa, in una posizione di presti-


gio, e già la sorella, più giovane di 20 mesi, si sente autorizzata
ad amministrare il suo patrimonio — con stupore di lui. «Ex
ungue leonem ». La questione rimase non chiarita.

Interlaken non lo trattenne a lungo. Evidentemente fece per


prima cosa ritorno a Basilea, dove trovò «lettera di Wagner e
invito. Sabato fino a domenica pomeriggio, poi sul Pilatus »".
Nietzsche rispose fulmineamente all'invito e già sabato 31 si
trovava a Tribschen. Cosima annota sulla sua visita m: « Persona
colta e piacevole ». La conversazione su argomenti musicali do-
veva essere già molto aperta. Si parlò anche dell’oratorio Santa
Elisabetta di Liszt (il padre di Cosimal), per il quale Wagner
non riusciva a entusiasmarsi per via della «funesta mania delle
apoteosi», e Cosima ricorda il giudizio di Nietzsche, secondo

IV. I primi Ire remeslri di Bari/ed (1869-70) 311

il quale si trattava «più di incenso che di olezzo di rose».


Pochi giorni dopo, il 7 agosto, compare nel diario di Cosima
Tespressione « ragazze Ciandala » come corrente nelle conversa-
zioni. Dunque Nietzsche ha raccolto al più tardi qui a Tribschen
questa espressione, che usa spesso nei suoi scritti maturi nel
senso di «gente inferiore».

Il pomeriggio del 2 agosto Nietzsche si mise in marcia per


il Pilatus, dove esisteva già un piccolo albergo. Non sappiamo
se approfittassc della possibilità di cavalcare nelle parti più basse
della montagna. Anche così era unîmpresa impegnativa, e per
Nietzsche la prima gita a una quota superiore a 2100 metri. Nel
bagaglio aveva il manoscritto del più recente scritto di Wagner,
Sullo Sta/o e la religione, che quegli aveva composto su istru-
zione del re di Baviera. In questo periodo non aveva certo letto
libri che non si riferissero alla sua materia, e quindi dovette
gustare avidamente lo scritto di Wagner. Il tempo cattivo lo
tenne fermo per tre giorni sul monte, sicché ebbe il tempo di
leggere — e scrivere lettere. Il 2 agosto produce un altro docu-
mento su misura per il destinatario, questa volta indirizzato al
suo maestro, il professor Ritschl: « Per la prima volta nel pieno
godimento delle ferie provo qualcosa che non conoscevo più da
quando ero scolato. Infatti il periodo universitario non significa
altro che un vivace vagabondare nei campi della filologia e del-
l’arte; sicché pieno di gratitudine verso di Lei, il «destino»
della mia vita passata, riconosco la necessità, anzi la tempesti-
vita di quella chiamata che mi ha trasformato da stella errante
in stella fissa [...]. E come lavora diversamente l'uomo quando
ha alle spalle la sacra Iîvtîvxtt della professione, come sì dorme
tranquilli e con quanta sicurezza si sa al risveglio quel che il
giorno richiede [...]. Solo per darLe un'idea della profonda gra-
titudine con cui io, in questa felice trasformazione della mia
esistenza, ammiro la Sua accortezza pedagogica [...] qui, sulla
cima del Pilatus, avvolto dalle nuvole [...] tutta la condotta
della mia vita passata mi appare in una luce così mirabile, e la
vicinanza a Lei, che mi fu concessa tanto a lungo, mi si rivela
come una leva così importante della mia vita esterna e interiore,
che debbo immediatamente prendere la penna per comunicarLe
il sentimento spontaneo e caloroso della mia gratitudine».

Come tutto ciò è formulato forzatamente, senza alcuna «fre-


schezza »! Assai più spontanea suona la lettera inviata il 3 ago-

312 Par/e H. I dicci anni di Basi/ca

sto a Carl von Gersdorfî. Qui gli descrive il profondo effetto


che gli fa Richard Wagner: «Regna in lui una così assoluta
idealità, una cosi profonda e toccante umanità, una così sublime
serietà della vita, che vicino a lui io mi sento in prossimità del
divino. Quante giornate ormai ho già trascorso nell’incantevole
tenuta sul lago dei Quattro Cantoni, e questa mirabile natura
è sempre nuova e inesauribile». E al termine della lettera gli
raccomanda caldamente la Filosofia dell'inconscio di Eduard
Hartmann, «malgrado Finsincerità dellhutore», come poi ag-
giunge. E il 4 agosto a Gustav Krug: «Le giornate che ho
passato quest’estate a Tribschen sono in assoluto il più prezioso
risultato della mia Cfitledtîl di Basilea ». Dunque non la cattedra
di per sé, per la quale ringrazia Ritschl!

Non poté godersi in pieno le brevi vacanze, perché il 5 ago-


sto era già di nuovo a Basilea, senza passate per Tribschen nel
viaggio di ritorno, cosa che dispiace assai a Cosima“, per man-
dare avanti il suo lavoro al volume di indici del « Rheinisches
Museum », che però poté uscire soltanto nel 1871. Per la fine
delle vacanze, il 15 agosto, fece un’altra gita alla vicina Baden-
weiler nella Selva Nera. Il «Fremdenblatt» di Badenweiler
indica il 14 agosto come data del suo arrivo; prese alloggio
all’alberg0 « Romerbad »'". Il 16 agosto doveva essere di nuovo
a Basilea per l'Università e la scuola.
Urfaugusta vixita.

Una distrazione «principesca» gli venne procurata dalla


madre. La moglie del granduca Costantino di Russia, nata prin-
cipessa Alessandra di Altenburg, una delle tre principesse di cui
era stato precettore un tempo per breve periodo il padre di
Nietzsche, si trattenne a Basilea il 20-21 agosto nel corso di un
viaggio in Svizzera. Franziska lo comunicò al figlio e dispose che
egli ricevesse la nobile signora alla stazione con un mazzo di
fiori, cosa che Nietzsche obbedientemente fece, riferendo poi alla
madre il 23 agosto: «Sembra avere buona e fine cultura, ha
spiccati tratti dîntelligenza e una serietà vitale che non è rara
nelle principesse e che è comprensibile dato il peso della loro
posizione. E tuttavia si mostra amabilmente alla mano e non
soffre della mania di stare continuamente in posa. L’ho accolta

IV. I primi Ire xemerlri di Basilea (186970) 313

nel modo da te suggerito, con un mazzo di fiori alla stazione,


l’ho accompagnata a piedi oltre il ponte sul Reno e poi in car-
rozza fino all’albergo, e la sera ho cenato con lei e col suo seguito
— aveva occupato 21 camere —, sicché sono stato insieme a lei
circa 2-3 ore, e parecchio tempo del tutto en deux ».

Quesfepisodio egli lo prese senza impegno, a mo’ di distra-


zione, giacché la sfera umana era tutta occupata da Tribschen.
In seguito vi si era ancora recato la sera del 21 agosto, rima-
nendo fino alla mattinata di lunedì 23 agosto l“. Il 25 agosto
confessa a Paul Deussen: « Di recente, esaltante avvicinamento
quanto mai cordiale e affettuoso a Richard Wagnet, vale a dire:
al più grande genio, all’uomo più grande di questa epoca, del
tutto incommensurabile‘. [...]. Tra le donne sono da nominare,
come quelle che hanno avuto più influsso su di me, la signora
Ritschl e la signora baronessa von Biilow (figlia di Liszt) ». Cita
poi alcuni nomi che gli sono « abbastanza vicini, ma non nella
prima fila dell’amicizia », ma non c’è quello di Iacob Burckhardt!
E ‘così riassume: «Un elenco siffatto è in ogni caso istruttivo,
e molte riflessioni vengono del tutto spontanee. Una simile lista
di amici è in certo senso una proiezione del nostro intimo al-
l’esterno, una specie di scala musicale su cui trovano espressione
tutte le note del nostro essere. Si diventa pensierosi. — lo non
sono certo nato per la felicità e l'allegria ». Così, nel bel mezzo
della sua felice ebbrezza, torna sempre ad afiiorare la vena de-
pressiva, e nella stessa lettera gli umori si alternano da un rigo
all‘altro.

Deluriarzz".

Ma ben presto doveva tornare ad avere buoni motivi per


essere adirato e deluso. I viaggi di vacanza, i fine settimana a
Tribschen e a Badenweiler erano comunque costati denaro, ed
egli disponeva soltanto dello stipendio di un trimestre. Il suc-
cessivo stipendio intero era previsto soltanto per il 1° gennaio.
Perciò fu costretto a scrivere alla fine di agosto alla sua « ammi-
nistratrice » Elisabeth: «Ora però una preghiera che va soddi-
sfatta subito. Cambiami un altro buono del tesoro e mandami
il denaro versandolo alla posta ». Ma Elisabeth non era a Naum-
burg e la lettera capitò nelle mani della madre, che non poté

314 Parte II. 1 dicci anni di Basilea

fare a meno di redarguire il figlio alla vecchia maniera, come


ai tempi in cui era universitario a Bonn, invitandolo alla par-
simonia.

Così gli scriveva "z « Tutti credono che tu risparmi sul tuo
stipendio, perfino i Wenkel, e che lasci riposare gli interessi;
ma tutto sparisce e per di più anche il capitale, qui c'è qualcosa
sotto. Dunque per amor di Dio stai attento, e piuttosto prendi
alloggio da qualche altra parte. Lasciami parlare come tua madre,
perché quesflargomento non diventi un eterno pomo della discor-
dia. Tu sei pur sempre il mio buon figliolo [...] ma secondo me
questo comportamento non è giusto [...]. Ma [...] sistemati
diversamente e tieni nota piuttosto delle tue spese [...]. Resto
in attesa di una risposta precisa alle mie domande ». La risposta
venne, secca e dura, all'inizio di settembre: «N.13. Ti prego
ancora di riflettere se le espressioni e le opinioni contenute in
questa lettera sono quelle giuste. F. N.

E nemmeno saprei come potrei dare una risposta ancor più


‘precisa’ alle tue domande. Leggi ancora mm bolla la mia
lettera ».

L’unic0 conforto in tutto ciò rimase per lui Tribschen. A


Rohde che andava errando per l'italia, il 23 settembre contrap-
pose Tribschen come «la mia Italia», aggiungendo: «Negli
ultimi tempi ci sono stato quattro volte, una dopo l’altra».
Queste quattro volte furono il 5-6 giugno; 31 luglio-Z agosto;
21-23 agosto, e in quest'ultima occasione Nietzsche, con non
poca preoccupazione di Cosima, che temeva ne sorgessero noie
per lui (e qui manifestò quell’atteggiamento di materna solleci-
tudine che conservò sempre), fece ritorno solo il lunedì pome-
riggio, annullando cosi un’ora di lezione e il seminario. Ma evi-
dentemente aveva avvertito gli allievi, perché non si ebbero
lagnanze. E già il successivo fine settimana, 28-29 agosto, era di
nuovo a Tribschen, e di nuovo il 18-19 settembre. In quella
condizione di inebriante felicità anche la morte del maestro da
lui un tempo venerato, Otto Jahn, avvenuta il 9 settembre, passò
senza che egli ne facesse menzione. O lo addolorava troppo
essersi «allontanato» da quest'uomo? jahn era un risoluto
avversario di Wagner. Anche ciò che si tace è eloquente!

Il 25 settembre si concluse il semestre universitario, mentre


il liceo iniziava le sue vacanze solo il 3 ottobre. Ed ora pregn-
stava una prossima visita della madre e della sorella, che avrebbe

IV. I primi Ire semestri di Basilea {1869-70) 315

accompagnato al lago di Ginevra, in quella stagione particolar-


mente bello e temperato. Tutto era già combinato, e il 25 set-
tembre egli sollecita soltanto l’orario preciso del loro arrivo.
Ma qualcuno a Naumburg mise alla signora Nietzsche paura del
clima e del maltempo in quella stagione tra le aspre montagne,
e con un breve telegramma il viaggio venne disdetto, con grande
dispiacere di Nietzsche. A questo punto si risolse per il viaggio
contrario: partì per Naumburg, dove trascorse le vacanze autun-
nali dal 6 al 18 ottobre. Il soggiorno dovette riuscirgli alquanto
spiacevole, come lamentò con l’amica Cosima, che il 19 ottobre
rispose ‘S: «Ciò che Ella mi ha raccontato delle delusioni che
Le sono toccate, mi ha fatto ricordare delle mie esperienze, che
mi han fatto capire che la maggior parte dei legami di gioventù
si formano e vengono mantenuti grazie ad equivoci. E mi è anche
venuto fatto di pensare all’amara descrizione che Schiller fa a
Kòrnet del suo primo viaggio di ritorno in Svevia ».

Primi problemi di dieta.


In quest’ep0ca un altro problema lo tenne impegnato assai
più intensamente: il vegetarianesimo. Egli ora inizia degli espe-
rimenti dietetici, che non riuscirà più ad abbandonare. Lo spunto
venne da Gersdorff, il quale l‘8 settembre, dîmprovviso e con
grande decisione, si professò vegetariano per motivi filosofici.
E, cosa singolare, Nietzsche si fece trascinare, aderì all’idea, pur
essendo i.n grado di addurre tutte le obiezioni, e nonostante da
Tribschen gli venisse sconsigliato Pesperimento, con motivazioni
e preghiere. Lo stesso Wagner era stato per lungo tempo vege-
tariano, ma in seguito a cattive esperienze aveva totalmente
rinunciato, almeno per quanto concerneva se stesso e le nature
a lui affini. Nietzsche riassume queste argomentazioni nella let-
tera a Gersdorif del 28 settembre nel modo seguente: « Il canone
che Pesperienza fornisce in questo campo è il seguente: le nature
spiritualmente produttive e di grande intensità sentimentale deb-
bono cibarsi di carne. L'altra dieta resti ai fornai e ai contadini,
che non sono altro che macchine per digerire». Ma Nietzsche
non solo partecipa all’esperiment0, bensì rinuncia anche, ciò
facendo, alla facoltà di decisione propria: « Però, per dimostrarti
la mia ben disposta energia, mi sono attenuto finora alla stessa

316 Parte II. I dieci armi di Basilea

dieta e lo farò finché tu stesso non mi darai il permesso di vivere


diversamente [...]. Io riconosco che negli alberghi si viene abi-
tuati senz’altr0 a una ‘ supernutrizione ’: ragione per cui non
vi voglio più mangiare. E mi è altrettanto chiaro che ogni tanto
Fastinenza dalla carne per motivi dietetici è quanto mai giove-
vole. Ma perché, per dirla con Goethe, di ciò ‘fare una reli-
gione‘? Ma questo tratto è inevitabilmente racchiuso in tutte
le eccentricità del genere, e chi è maturo per la dieta vegeta-
riana, di solito lo è anche per il ‘guazzabuglio’ socialista ».

Il salto dalla dieta vegetariana al socialismo appare quanto


mai sorprendente, e nel contesto è anche del tutto immotivato.
Ma se si guarda alla storia di Basilea, se ne capisce il motivo:
è un vero problema quello che lo agita, e gli è stato messo sotto
gli occhi in forma quanto mai concreta, giacché nel settembre
del 1869 si riunì a Basilea un congresso di lavoratori della I
Internazionale. E dato che ai lavori prendeva parte Bakunin, l’am-
tico compagno di lotta di Wagner nei tumulti del ’48 a Dresda,
col quale ora Wagner evitò di incontrarsi, Nietzsche nelle con-
versazioni di Tribschen fu stimolato a prendere una posizione
diretta. Inoltre, il 15 novembre maturò per Basilea, città indu-
striale, una «legge sulle fabbriche». Nietzsche non menziona
mai espressamente questi avvenimenti, tanto che saremmo in-
dotti a credere che non se ne accorgesse o che sorvolasse volu-
tamente su di essi. Egli si tradisce soltanto in questa allusione

indiretta. Teme questo spettro — concorde in ciò con Jacob


Burckhardt — e si attiene alla formula di preghiera classica,
eivqmiixîtr, '

Il semestre invemale 1869-70.

Il pomeriggio del 18 ottobre — un lunedì ——— Nietzsche si


mise in viaggio per fare ritorno a Basilea e si congedò per let-
tera dalla nonna Wilhelmine Oehler: «Ora [...] posso avver-
tire con soddisfazione che questa attività è come fatta apposta
per me e si adatta naturalmente ai miei studi, alle mie inclina-
zioni e alle mie forze». Il semestre universitario iniziava solo
il 1" novembre, ma già il 19 ottobre Nietzsche aveva la scuola.
Doveva essere un semestre faticoso. All’Università tenne l’au-
IV, I primi Ire rvntcrlri di Baxilau (1869-70) 317

nunciato corso di grammatica latina e certo anche quello sui


filosofi anteriori a Platone. Anche se non è possibile rinvenire
il corrispondente foglio giustificativo, non sappiamo da altre
fonti che egli dovesse tenere un minor numero di lezioni. sicché
è da ritenere che anche questo corso annunciato sia stato te-
nuto m. In ogni caso egli scrive a Ritschl agli inizi di novembre
circa i suoi «corsi invernali» «davanti ai miei tre stupidi al-
lievi». In lettere successive egli parla, è vero, di 8 e 9 uditori
rispettivamente, oltre a 8 partecipanti al seminario. Per l'eserci-
tazione del seminario non gli servono, come annunciato, gli ERGA
di Esiodo, bensì le Coe/ore di Eschilo, ripresa o continuazione
del semestre estivo.

Nella relazione semestrale del liceo leggiamo; « Nella prima


metà [...] sono state lette le Opere e i Giorni di Esiodo. Inol-
tre, saltuariamente, P/lpolagia di Platone e il libro XII e parte
del XIII dellîliade. Nella seconda metà Plîlettra di Sofocle e il
Pro/agora di Platone. Parallelamente, esercizi di grammatica [...].
Relativamente alla lettura privata, non vanno risparmiate lodi
alla classe, che spontaneamente e senza alcuna costrizione ha
letto parecchi dialoghi di Platone, alcune tragedie di Sofocle e
brani di Erodoto e di Demostene [...] ». Malgrado la « sponta-
neità», Tinsegnante doveva dirigere c sovraintendere a questa
lettura. Nello stesso tempo procedeva il lavoro al volume di
indici per il « Rheinisches Museum ». In dicembre venne stam-
pata la prolusione inaugurale Su Omerom, pubblicata il 22 o
il 23. Dovette dunque leggere le bozze e spedire gli esemplari,
giacché si trattava di un’edizione privata, usata come strenna.
Lo stesso compito gli aveva afiidato Wagner. Wagner aveva
scritto o dettato le memorie della sua vita (comparse col titolo
La mia vita) e a Natale fece pubblicare dallo stampatore Bon-
fantini di Basilea un primo fascicolo, anch’esso come edizione
privata. Il 3 dicembre aveva affidato a Nietzsche il manoscritto
perché lo rivedesse criticamente e ne seguisse la stampa. Natu-
talmente Nietzsche fu felicissimo della fiducia così dimostratagli,
e impressionato dalla novità di un simile libro. Si tratta pur
sempre del primo autoritratto di un artista, diventato poi il
prototipo di un intero genere letterario, che ben presto doveva
notevolmente diffondersi. Non bisogna sottovalutare questo fatto
e Pimpressione che esso fece al giovane Nietzsche quando giudi-

318 Parlo II. I dieci anni di Basilea

chiamo il suo Ecce boma, dove non ultimo dei suoi propositi
era prendere posizione su questo piano in prima linea contro
Wagner.

Ma non basta. Il 22 settembre il re Ludwig II era riuscito


a fare rappresentare la prima dell’Or0 del Reno a Monaco contro
il volere di Wagner, il che provocò una grave crisi di fiducia.
Per motivi artistici non meno che per solidarietà umana, Hans
Richter si era rifiutato di dirigere lbrchestra —— e venne sosti-
tuito da Franz Wiillner, che Wagner riteneva incapace di una
interpretazione congeniale. Soprattutto come polemica contro
Wùllner e i suoi simili Wagner compose lo scritto Sull'arte del
dirigere. Anche questo dovette esser subito letto da Nietzsche,
così come le lettere di Cosima dovevano tenerlo informato su
tutte le vicende di questo affare di Monaco.

Lavorava inoltre a due pubbliche conferenze accademiche,


con le quali cominciava a battere vie proprie: Il dramma musi-
cale greco, tenuta il 18 gennaio 1870, e Socrate e la lragedia,
tenuta il l" febbraio. Finalmente, il 10 marzo, nel numero 25
del « Rheinisches Museum », fascicolo II, uscì il suo studio filo-
logico Analecta Laertiana, che per la verità non aveva dovuto
rielaborare ——— aveva potuto inviare il manoscritto pronto al
redattore Ritschl alla fine di ottobre —, ma anche in questo
caso dovette leggere le bozze. E oltre a tutto ciò, trovò anche
il tempo, in febbraio, di studiare L'età di Costantino il Grande
di Burckhardt e gli Studi Romani di Mommsen. E addirittura,
al termine del faticoso semestre, progetta alacremente nuove
pubblicazioni filologiche. Ritschl aveva in mente la pubblicazione
di una serie di studi filologici sotto il titolo « Meletémata So-
cietatis philologicae Lipsiensis’ » (grosso modo: Studi della comu-
nità filologica di Lipsia) e oHri a Nietzsche il lavoro di apertura.
Egli accettò subito e propose il 28 marzo il Certamen Homeri
et Hesiodi, dunque uno studio sulla famosa, mitica gara tra
Esiodo ed Omero, proponendo altresì di raccogliere in un libro
i suoi studi su Diogene Laerzio.

Il fatto che con tutti questi impegni non gli restava più
tempo per coltivare le amicizie o, tanto meno, la mondanità,
egli lo nota in dichiarazioni di ascetismo, di amore per la soli-
tudine, che si fanno sorprendentemente sempre più frequenti.
Alla fine di novembre deve, è vero, confessare alla madre: « Qui
ci sono concerti e spettacoli teatrali e pubbliche conferenze a

IV. I primi tra semestri di Basilea (1869-70) 319

profusione », ma aggiunge: «Ma sono diventato troppo aristo-


cratico per potermi ricreare con tali bazzecole », il che potrebbe
dirsi altrettanto bene di Jacob Burckhardt. Solo a un concerto
dovette assistere, nella chiesa di San Martino, dove venne ese-
guita l’ouverture dei Maestri cantori in maniera piuttosto sca-
dente, del che informò Cosima, giacché essa replica il 9 dicem-
bre". A Tribschen si recò solo tre volte in tutto Pinverno: il
13-14 novembre L“ (la visita datata dal Thierbach alla « fine di
ottobre» non è documentabile) e il 12-13 febbraio —— e soprat-
tutto è presente nella veste di << Babbo Natale » durante le feste
natalizie del 1869, dal 24 dicembre al 2 gennaio 1870.

Natale del 1869 a Tribschen.

Cosima aveva in animo un quadro vivente natalizio con i


bambini in veste di angeli, col re e il diavolo. Ma dato che a
Lucerna non si trovavano i materiali necessari, incaricò Nietzsche
di procurarli a Basilea. Il 9 dicembre essa scriveva "z «Il più
cordiale ringraziamento per tutte le commissioni, anche se il re
non fosse così genuino e il diavolo così nero come lo vorremmo,
non fa nulla, le fantasie dei bimbi si accontentano di accenni [...].
Conosce il signor Kiefer di fronte alla Posta? Un bel negozio
grande con articoli di ogni genere? Vuole recarvisi e ordinarmi
un ‘Verre d’eau ’, ossia una brocca per l'acqua contornata da
sei o quattro bicchieri su un vassoio di vetro? ». E ancora il 15
dicembre: «Per amor di Gesù bambino, non perda la pazienza!
Unfialtra preghiera, e precisamente — del tulle con stelline o
puntini d’oro; se non c‘è il tulle della tarlatana, questa richiesta
la voglio scrivere su un foglietto a parte, perché Lei abbia la
bontà di consegnare soltanto quesflultimo al più grande negozio
di Basilea. Sarebbe a dire che noi vogliamo vestire un Gesù
bambino, e in tutta Lucerna non riusciamo a trovare il costume
prescritto in Cielo! In questa faccenda debbo dimenticare che
Lei è professore e dottore in filologia, e ricordarmi soltanto che
ha 25 anni e che è gentile con noi di Tribschen ». E Nietzsche
accettò di buon grado queste commissioni. Ma aveva anche altri
incarichi. Il primo risale al 29 settembre, prima del suo viaggio
a Naumburg ‘S; « Si tratta del ritratto dello zio Adolph Wagner,
che questo avrebbe lasciato in eredità alla sua cameriera a Lipsia,

320 Parte II. I dieci anni di Basilea

e che vorrei ricomprare da lei per darlo al Maestro come regalo


di Natale [...}. Vorrebbe avere l’infinita bontà di farsi mettere
dalla signorina Doris (Brockhaus) sulle tracce della proprietaria
del ritratto, e poi di non darle pace finché non mi abbia man-
dato il ritratto, per denaro e parole dolci o amare? ». Nietzsche
ebbe successo, giacché il 30 novembre essa gli scrive: « Sulla
tavola natalizia vedrà anche il ritratto che debbo a Lei». Al
principio di novembre venne la preghiera: «Mi piacerebbe
— anche per il Natale del Maestro — avere la stampa di Diirer
conosciuta col titolo La Malinconia». E la terza commissione
fu: «Vuole ordinare i classici e farli rilegare, e precisamente
i greci in color marrone rossiccio, i romani in marrone giallino
(carta marmorizzata con dorso in cuoio, anche la carta con sfu-
mature sul marrone, ad esempio bianca, gialla, con in mezzo
una macchiolina marrone), e i titoli degli autori su piccole eti-
chette multicolori [...]. A Basilea, nella Eisengasse, c’è un grosso
negozio di giocattoli; vorrebbe avere la bontà di consegnare
l'accluso biglietto a questo importante Babbo Natale, di cui ho
dimenticato il nome? ». Quali trastulli sopra quale bollore sot-
terraneo! '

Il conflitto tra vocazione e professione.

In quest'epoca incomincia a comporsi, con i fili dei rapporti


più diversi, il tragico nodo della sua esistenza. Il giorno di
Natale Cosima lesse al giovane amico l'abbozzo del Parti/al di
Wagner e in seguito dovette notare nel suo diario (p. 182):
«nuova terribile impressione». Contrariamente aIYinterpreta-
zione spesso espressa, ciò può riferirsi soltanto a Cosima stessa
giacche’ solo per lei si «rinnovò» Fimpressione, che fu pro-
fonda, sconvolgente, per dirla con lei «terribile ». Per Nietz-
sche il testo era nuovo. Cosima non registra Pimpressione pro-
dotta su di lui, e nemmeno Nietzsche si esprime in proposito;
egli reprime le sue sensazioni. Ma poi Pattività filologica e la
dedizione, anzi la sudditanza verso Tribschen erano genuine?
Non veniva così — consciamente o inconsciamente — soffocata
anche quella voce più profonda, che si fece sentire nel carteggio
con Rohde, Deussen e Gersdorfî dapprima timidamente, ma ben

IV. l primi Ire semestri di Basilea (1869-70) 321

presto sempre più frequente e forte, la voce della vocazione


della sua vita rinnegata e repressa, la voce della filosofia?

Il 5 novembre Erwin Rohde gli aveva scritto da Roma una


lettera entusiastica sulle sue impressioni di Firenze e di Roma 7,
e nel bel mezzo della narrazione così gli si indirizzava: «Te,
caro amico, io desidero ogni giorno qui, mattina, pomeriggio e
sera; quale esistenza condurremmo insieme! Sarebbe un periodo
di quelli in cui, per dirla con jean Paul, si poeta non già con la
penna ma con tutto Tessere e tutta la vita, in cui l'intera perso-
nalità risuona come un entusiastico brano musicale [...]. Così
l’unica parte essenziale dell’anima tace del tutto; parla al mas-
simo con se stessa, e con l’amico lontano, che sente risuonare
la sua essenza anche in parole sconnesse ». Alla fine Rohde viene
a parlare del suo studio filologico su Polluce e ne fa la critica:
«Non ho potuto correggere Pinfelice impostazione del tema, e
quindi bisogna accontentarsi della salsa, che ho cercato di fare
il più possibile grassa: il pesce vero e proprio non è che un
ghiozzo marinato ». E riallacciandosi a questo spunto, Nietzsche
gli risponde l’1l novembre: « [...] come si possono scrivere
lettere così allettanti? Credimi, quando leggo cose del genere,
il duro boccone della mia esistenza attuale mi diventa un sasso
ancora in bocca; il pesce della mia cattedra non è neppure ‘ ma-
rinato ’, sta bensì diventando un serpente. O forse questa cat-
tedra era un serpente che mi ha sedotto, facendomi deviare dal
sentiero che conduce all’amico e alle azzurre meraviglie del
mondo? ». L’immagine del serpente, al quale deve staccare la
testa a morsi, ritorna nello Zarathustra!

Agli sforzi filosofici di Paul Deussen egli oflre a mo’ di rifles-


sione nel dicembre le seguenti sentenze, che vengono dette « arti-
coli di fede »: « Una filosofia che accettiamo per puro impulso
di conoscenza non diverrà mai tutta nostra [...] con la consape-
volezza non ci si può procurare delle nuove molle motrici. L’esi-
stente sussiste, ma non è aHatto, perché sussiste, anche razio-
nnle. È soltanto necessario. Anche la filosofia che l’uomo fa sua
è necessaria ».

Il 19 dicembre descrive a Gersdorfi le attuali posizioni dei


vari amici: « [...] tutti ricoprono uffici e cariche, sulla soglia
della ‘ vita borghese ’. Contro questo orrore degli orrori, contro
questa grigia sfera di mediocrità noi possediamo i più splendidi

322 Parla II. I dieci armi di Bari/m

antidoti nella venerazione della nostra sacrosanta filosofia, nel-


l'arte e — non da ultimo — nella nostra amicizia ».

Nel suo effettivo travaglio spirituale egli vorrebbe poter


comunicare, ma per far ciò a Basilea gli mancano gli amici con
i quali è cresciuto, nei quali presuppone una analoga problema-
tica, una affinc disposizione di spirito. «Tribschen», pur con
tutta la sua comprensione, era un « altro mondo». Questa no-
stalgìa della consonanza nell’amicizia si fa luce nelle frasi che
egli confida alla fine di gennaio del 1870 al fedele Rohde: « Sento
la tua mancanza in modo incredibile: dammi dunque il sollievo
della tua presenza e fa che non sia troppo breve. Ho provato
per la prima volta che cosa voglia dire non avere nessuno qui
sul posto cui poter dire le cose migliori e più diflicili della vita
[...]. In questa situazione da eremita, in questi anni di gioventù
cosi diflicili, la mia amicizia diventa davvero qualcosa di pato-
logico: ti prego come prega un ammalato: ‘vieni a Basilea‘!
[...] Il mio progetto più vicino è quello di fare quattro anni di
lavoro Culturale su me stesso, poi un viaggio di un anno — con
te forse. Abbiamo una vita davvero diflicile, la dilettosa igno-
ranza di quando eravamo tenuti per mano dai maestri e dalle
tradizioni era così felice e sicura [...]. La cosa più insopporta-
bile però è che debbo sempre rappresentare una parte: l’inse-
gnante, il filologo, l’uomo [...]. La scienza, l’arte e la filosofia
si fondono ora dentro di me in modo tale che un giorno o l’altro
partorirò centauri».

Sempre più chiaramente egli vede la sua vera missione, sente


che ciò che costituisce la sua natura preme per venire alla luce.
Nel febbraio confessa a Paul Deussen: « Ci sono delle giornate,
e anche parecchie, in cui parlo solo per le mie mansioni uffi-
ciali [...] e noto altresì come tutti i miei sforzi filosofici, morali
e scientifici tendano a un solo fine, come io — forse primo fra
tutti i filologi — stia diventando un tutto unico. Come mirabil-
mente nuova e trasformata mi appare la storia, soprattutto la
grecità! Vorrei mandarti presto le conferenze che ho tenute ulti-
mamente, l’ultima delle quali (Socrate e la tragedia) è stata presa
qui come una serie di paradossi e ha provocato in alcuni risenti-
mento e furore. Ci sarà uno scandalo. H0 già disimparato ad
aver riguardi nelle questioni di principio: nei confronti del sin-
golo dobbiamo essere compassionevoli e indulgenti, nell’e5pri—

IV. I primi Ire Iemerlri di Basilea (1869-70) 523

mere la nostra visione del mondo duri come l'antica virtù


romana».

E il 18 (o 23=« mercoledì ») febbraio offre ancora a Deussen


materia di riflessione: «È triste, ma caratteristico della miseria
indicibile della vita di società tedesca, che tu prenda piacere a
frequentare attori. A me è successa la stessa cosa. L’aureola della
libera arte avvolge anche i suoi più indegni servitori. Per il
resto noi idealizziamo questo strato sociale: e talora parla anche
il piccolo demone cui Sofocle si deliziava di essere ormai scampato.
In generale l’uomo di natura più seria può esser sicuro di venire
sfruttato e deriso in questi ambienti. Ma ce ne accorgiamo molto
tardi, e per questo è un bel passatempo. Al momento trovo
quest’ambiente funesto ». Lui, che un tempo aveva delirato per
una Susanne Klemm, per Hedwig Raabe un anno prima, e che
nel giugno 1866 le aveva dedicato alcuni dei suoi lieder, che
doveva sempre conservare un debole per la gente di teatro, si
difende qui da uno dei suoi pericoli, che erano in grado di
distrarlo dalla sua natura più profonda, dal suo essere più vero.
F. non si accorgeva di adorare in quel momento, frequentandone
la casa come amico, colui che tra pochi anni doveva mettere al
bando come «Pistrione per eccellenza», il puro commediante,
il « Klingsor di tutti i Klingsor ». Se si guarda alla vita di Nietz-
sche nel suo complesso, le ultime frasi ci fanno un inquietante
clletto di ironia tragica. Il fatto che egli trasmise anche a Cosima
la lettera di Deussen, in cui questi confessa il suo attaccamento
u una compagnia di attori, insieme a questa sua risposta, provo-
cando naturalmente in lei una reazione ‘5: « La vita di società
dei tedeschi è così meschina e miserevole che questa specie di
persone, che vivono al di fuori delle sue regole e convenzioni,
debbono apparirci dei veri e propri semidei », ci mostra una

angosciosa cecità a tale riguardo. Anche questo e un filo nel

nodo della sua esistenza, che in- questi anni si fa sempre più.

inestricabile.

Nessuno del suo ambiente di Basilea aveva un’idea dei suoi


primi dubbi circa la scienza, quali si desumono da una nota
postuma di questo periodo 3": « Fine della scienza è la distru-
zione del mondo [..,]. Si può dimostrare che in Grecia il pro-
cesso si è già in piccolo verificato: anche se questa scienza greca
non ha molta importanza. L’arte ha il compito di distruggere lo

324 Parte H. I dieci anni di Barile-a

Stato. Anche questo è accaduto in Grecia. In seguito la scienza


dissolve anche Parte [...] ».

L'assunzione definitiva.

Ciò che si vedeva era soltanto la sua operosità, il suo inte-


resse per il lavoro e per l’istituto universitario, i successi didat-
tici, la popolarità presso gli studenti del liceo, il crescente rico-
noscimento pubblico, espresso niente di meno che da Iacob
Burckhardt. Perciò il governo non aveva alcun motivo di per-
plessità, e il 7 aprile 1870 poté decidere di consolidare la sua
posizione nominandolo professore ordinario. Il 9 aprile questa
nomina gli venne notificata ed egli la comunicò ai suoi a Naum-
burg e — con una semplice frase nel corso di una lettera -—
al suo maestro Ritschl, brevemente e senza emozione, in modo
molto diverso dal chiasso fatto l'anno prima, in occasione della
chiamata a Basilea.

Nonostante fosse finito il semestre, era ancora pieno di la-


voro. <4 Le fatiche degli esami e delle commissioni» (a Ritschl)
non gli davano requie. Ma alla fine ebbe anche qualche giorno
di distensione. Il 13 aprile arrivarono la madre e la sorella per
una lunga visita a Basilea, e il giorno dopo parti finalmente con
loro per il lago di Ginevra, viaggio cui avevano rinunciato nell’au-
tunno e discesero a Clarens nella pensione Ketterer. Di qui egli
scrive ai Ritschl: «Qui tutto è azzurro azzurro azzurro caldo
caldo caldo, da mane a sera. Ma la penna e l'inchiostro rifiutano
i loro servigi. Più volte ho desiderato che Lei fosse qui, dove
esiste un solo dovere, quello di starsene sdraiati al sole come
marmotte». Ma questa pausa di distensione durò solo una set-
timana. Alla fine di aprile, già nuovamente a Basilea, rispondeva
a Ritschl: « Ho lasciato i miei sul lago di Ginevra. Infatti ho
dovuto tornare, perché si era fermata la stampa del mio pro-
gramma (per il liceo) e perché l’Universit‘a voleva organizzare
qualcosa in onore del vecchio Gerlach. Ieri, su incarico del
senato, ho composto un’allocuzione latina a lui diretta. Non è
stato facile ». Era il cinquantenario dell’attività di Gerlach presso
l’Università, e la ricorrenza venne degnamente celebrata.

Tornava ad avvicinarsi il semestre estivo. Nietzsche aveva


annunciato, e tenne, i corsi seguenti: << Per quest'estate terrò due

IV. l primi tre semestri di Burilea (1869-70) 325

corsi interpretatorii, Plîdipo re e gli ERGA di Esiodo, e poi nel


seminario gli Academica di Cicerone. Il nostro effettivo di filo-
logi ha raggiunto un certo livello, che quaggiù è ritenuto molto
alto, 14 persone! Che miseria! », scrive il 30 aprile a Rohde.
Anche qui manca il documento giustificativo del secondo corso,
ma data questa « ressa » il corso sarà stato svolto, e comunque
la cosa risulta dal numero totale delle ore di lezione, che egli
indica il 6 maggio a Rohde: «Adesso ho tremendamente da
fare, giacché per questo semestre ho assunto la supplenza del
signor Miihly al liceo. Quattro ore di latino e due ore di greco:
sicché ogni settimana ho circa venti ore: io, povero asino di un
maestrucolo! >>. E il 2 luglio a Gersdorff: «Questo semestre
ho avuto un eccesso di lavoro; 20 ore la settimana tra corsi uni-
versitari e lezioni al ginnasio, il che produce un grande spossa-
mento quotidiano; si diviene stanchi e trascurati verso se stessi
—— e i propri amici». Queste 20 o « circa 20 » ore sono così
composte: Due corsi trisettimanali, un seminario di 1 o 2 ore
settimanali, le sue sei ore di greco al liceo e le sei ore di sup-
plenza. Quindi il secondo corso effettivamente si tenne. E que-
sia volta il seminario prevedeva un'esercitazione latina. Alla sua
classe nel liceo, dopo un panorama di storia letteraria, egli offrì
« nnîntroduzione particolare al dramma greco [...] ed [è stata]
inizialmente letta l’Elettra di Sofocle. Gli allievi han dovuto
llCSCTlVCÌC in un tema l'impressione prodotta in loro dalle Bac-
nuz/i di Euripide e l’essenza del culto di Dioniso. Sono stati
poi trattati i brani più importanti delP/lgamennane e delle Coe-
[nru di Eschilo, la Medea di Euripide, sicché è stato possibile
promuovere la comprensione e Pinteresse degli allievi per l’intera
storia della tragedia greca [...] »*. Malgrado questi numerosi
impegni e i molti testi da rielaborare, Nietzsche riuscì a scrivere
per la collana di Ritschl il suo studio sul Certamen Heriodi et
Iimucn‘, che inviò a Ritschl il 12 luglio.

Il igimratic professore di liceo.

Luni; Kelterborn“ ci rappresenta il prestigio di cui questo


insegnante godeva allora presso i suoi allievi: «Con lo stesso

" Relazioni annuali del Piidagogium (il liceo locale) '95.

326 Parte H. I dieci armi di Basilea

occhio pieno di venerazione col quale un tempo lo studente


diciassettenne aveva guardato all'insegnante geniale e infinita-
mente stimolanre, io guardai a lui anche negli anni successivi,
quando la fortuna me lo fece incontrare personalmente [...].
La cosa più singolare era forse il fatto che fin dal principio si
aveva l'impressione di una differenza di età assai maggiore,
quando ci stava davanti insegnando e conversando privatamente;
invece di appena sette anni, ce lo immaginavamo più vecchio
di mezza generazione, e ciò malgrado Yinequivocabile entusiasmo
che sempre lo animava, un entusiasmo giovanile nel miglior senso
del termine e tutto teso all'avvenire, lui che aveva alle spalle
una incredibile attività spirituale e di pensiero indipendente [...],
un uomo che aveva acquisito conoscenze enormi e si prefiggeva
nel contempo ardite, elevate, remote finalità [...]. Quando, nel
maggio del 1870, il Sovrintendente all’Istru7.ione di Basilea, prof.
cons. Vischer, presentò a noi allievi della terza classe il nuovo
insegnante di lingua, letteratura e filosofia greca, additandocelo,
nonostante la sua giovinezza, a luminoso esempio come docente
eccezionale e degno della nostra massima considerazione, tutti
gli allievi della classe si sentirono certo trasportati in una atmo-
sfera più elevata, e questa prima impressione, che si trattasse
di un eletto chiamato a iniziarci ancor più profondamente al
mondo di bellezza e di pensiero della grecità, che non potessimo
trattare questo professore se non col massimo rispetto, si man-
tenne inalterata per tutti i mesi successivi della sua attività.
Anche la maniera particolare con cui ci si presentò era del tutto
nuova e d'efietto, e in certo senso accentuò subito in noi la
consapevolezza della nostra importanza [...] ».

Contatti con la vita musicale di Basilea.

La madre e la sorella rimasero in visita, la madre fino al


1° luglio, quando proseguì il suo viaggio recandosi da parenti
a Cainsdorf prezzo Zwickau, mentre Elisabeth accompagnò Nietz-
sche nelle vacanze estive. Non sappiamo se in questo periodo
offrisse loro l'esperienza artistica appresso descritta, o se si
recasse al concerto da solo: il 30 aprile scriveva a Rohde:
«Questa settimana ho sentito per tre volte la Passione secondo
san Matteo del divino Bach, ogni volta con lo stesso sentimento

1V. I primi tre remertri di Baxilea (1869-70) 327

di immensa ammirazione. Chi ha completamente dimenticato il


cristianesimo, sente qui davvero come un evangel0»*. Ma si
ebbe soltanto una esecuzione, il 29 aprile, con una prova gene-
rale in pubblico il giorno precedente 9". Dunque Nietzsche do-
vette procurarsi l'accesso anche a una prova effettiva, il che
dimostra il suo stretto rapporto con quest’opera, oltre che con
la vita musicale di Basilea. Doveva essere considerato un uomo
di musica, perché la stessa lettera così continua: « Quesfiestate
festeggeremo il giubileo di Beethoven: tra l'altro con l'esecu-
zione della Mirra solemnis. Mi hanno assegnato il compito di
tenere il discorso commemorativo». In quel periodo l'Univer-
sità non aveva ancora un musicologo, e quindi ci si rivolse a un
filologo con interessi musicali. Anche di ciò egli dà notizia agli
amici di Tribschen, ovviamente in un tono alquanto malizioso,
giacché Cosima lo incoraggia” il 15 maggio: «Non si faccia
belle del discorso su Beethoven, sono tutti studi preliminari per
il Socrate, e mi fa piacere sentire da Lei qualche cosa sul crea-
tore della nostra musica, da quando so con quanta profondità
questa stessa musica Lei l’ha compresa». Si trattava di cele-
ln-nre il centenario della nascita di Beethoven. Tuttavia non si
ebbe Yesecuzione della Mirra solemnis, bensì soltanto, P11 di-
ccmbre, nel quadro dei concerti in abbonamento, la IX sinfonia
nella chiesa di San Martino 9°.

I umano da « Tribschen ».

Ancora una volta, data la mole del suo lavoro, non poté
recarsi a Tribschen il 22 maggio per il compleanno del « Mae-
stro », benché quel giorno cadesse di domenica. Ma procurò per
(Ìnsimzi dodici piante di rose, che arrivarono fiorite ‘5 e trova-
inno il loro posto nel ricco addobbo che decorava a festa lo
scalone. Per questo compleanno il re donò il cavallo « Grane >>,
c non mancava l’incisione di Diirer La Malinconia, trovata grazie
agli sforzi di Nietzsche. È probabile che con questa assenza egli
si sotiracsse al dilemma se andare da solo, lasciando la madre a

"‘ Si tratta di un'esecuzione nella cattedrale, con la Società corale di


lhsilca diretta da Ernst Reiter (maestro del coro fino al 1875) e con buoni
unlhll; certo una versione abbreviata, giacché le esecuzioni integrali della
l'un/mar rotonda mi: Mal/co sono un'invenzione moderna!

328 Par/e II. I dieci anni di Basilea

Basilea — ovvero portarla con sé in quella cerchia e in quella


spensierata atmosfera di festa in cui essa difficilmente avrebbe
potuto inserirsi, il cui contatto anzi le sarebbe riuscito sgrade-
vole. La sua « virtù naumburghese >> non poteva essere indotta
dal fascino di Cosima a chiudere gli occhi sul lussuoso sfarzo
— e sulla relazione che restava pur sempre «libera ». In ogni
caso è sorprendente che non si arrivasse mai a un contatto per-
sonale fra « Tribschen » e la signora Nietzsche. Così per il mo-
mento le visite vennero completamente sospese fino al 12 feb-
braio. Ma c'era un vivace scambio di lettere, e Nietzsche depo-
neva ai piedi della venerata signora tutti i suoi lavori — ed
essa leggeva e discuteva ogni cosa a fondo, perfino Yallocuzione
latina per Gerlach. Sulla fatica che questa le procurò cosi scri-
veva il 15 maggio ‘S: << Se Ella, stimatissimo professore, si ricorda
del pensatoio, mi immagini lì dentro, col grande foglio in latino
in mano, col sussidio del dizionario, della divinazione linguistica
e del latino maccheronico acquistato sugli atti del Concilio, men-
tre cerco di decifrare il Suo scritto» *.

Del resto a Tribschen si cercava di familiarizzarsi il mondo


spirituale di Nietzsche. I diari di Cosima segnalano a partire
dal gennaio del 1870 una intensa lettura degli scrittori greci
(certo in traduzione). Wagner leggeva volentieri per una cerchia
di uditori, inframmezzando alla lettura continue interpretazioni.
Cosi si fecero letture comuni, includendo press’a poco Pintero
Platone, ma sono menzionati anche Aristofane, Eschilo, Sofocle
e più tardi Erodoto e Tucidide. Gli influssi significativi furono
dunque reciproci.
Una visita gradita (Erwin Rohde).

Per Nietzsche dovette essere un « giorno d'esultanza » quando


l’amico Rohde, di cui sentiva così dolorosamente la mancanza,
venne finalmente a trovarlo a Basilea per due settimane. Rohde
scrive alla madre il 9 giugno 5": «Eccomi dunque felicemente
a Basilea, vale a dire dall’altra domenica (29 maggio); per la

* Il « pensatoio » era stato allestito nel novembre del 1869 per l'istru-
zione scolastica che Cosima impartiva personalmente ai suoi figli, che non
andarono mai alla scuola pubblica. Qui veniva alloggiato Nietzsche durante
le sue visite.

IV. I primi Ire remerm‘ di Barilea (1869-70) 329

verità volevo rimanere qui al massimo otto giorni, ma alla fine


il mio amico l’ha spuntata e mi sono trattenuto più a lungo.
Così nei giorni della Pentecoste (5-6 giugno) [...] in compagnia
della madre e della sorella di Nietzsche, siamo stati nell'Ober-
land bernese, a Interlaken, Wengernalp, Lauterbrunnen [...].
Qui ci sprofondiamo in un beato passato, in una continuazione
di quei felici giorni di Lipsia quando, isolati da tutto il mondo,
lrequentandoci di continuo, ci stimolavamo e rincuoravamo a
vicenda. Purtroppo in questo semestre Nietzsche è così oberato
di lavoro che restano per noi°solo poche ore della giornata».
[Egli scrive inoltre che « Nietzsche tenta per quanto è possibile
di riprodurre la musica di Wagner al pianoforte. Ieri sera siamo
stati insieme al geniale Jacob Burckhardt a Muttenz, un villaggio
nei pressi di Basilea, dove mi sono buscato un piccolo dopo-
sbornia per oggi [...]. Sabato e domenica (11-12) pensiamo di
andare a far visita a R. Wagner a Tribschen presso Lucerna,
beninteso se non giungiamo inopportuni. Lunedì al più tardi
penso di ripartire ». Dovette trattarsi di una «festa » in piena
regola nella locanda di campagna a Muttenz, a 5 chilometri da
Basilea. jacob Burckhardt era per la verità abituato al suo mezzo
litro; il che sicuramente non si poteva dire di Nietzsche e chia-
ramente nemmeno di Rohde. Nietzsche — pur senza essere aste-
mio — non fece mai troppo onore alle bevande alcoliche. Che
l'umiliazione subita un giorno a Pforta per un’ubriacatura di
birra gli instillasse un‘avversione per tutta la vita?

Un grande senso di felicità contrassegno poi le due giornate


(‘llC poté trascorrere a Tribschen insieme a Rohde. Anche se parla
tlCl suo amico, le righe indirizzate il 19 giugno a Cosima espri-
niuno in sostanza i suoi sentimenti personali: « Dobbiamo a Lei
(lllC splendide giornate, io poi in fondo addirittura quattro, per-
clic’- tutto ciò che tocca il mio amico Rohde lo sento anch’io,
c qllllldl questa volta il mio godimento è stato doppio. Rohde,
rlu- il giorno dopo è ripartito da Basilea, mi ha confessato di
aver vissuto a Tribschen il punto culminante di tutti i suoi quin-
tliri mesi di viaggio ‘senza meta ’; per tutto il modo di vivere
«li laggiù ha riportato con sé un’ammirazione, una venerazione
(lILÌ ha senz’altro qualcosa di religioso. Ora capisco come gli
Ateniesi potessero erigere luoghi di sacrificio ai loro Eschilo e
Snlocle e dare a Sofocle il nome eroico di ‘Dexione ’, perché
aveva accolto e ospitato in casa sua gli dèi. Questa presenza

330 Parte II. I dieci anni di Basilea

degli dèi nella dimora del genio suscita quello stato d'animo
religioso di cui parlavo ». Ma in tutto ciò venne anche a mesco-
larsi una goccia di fiele. Il 5 marzo Wagner aveva concepito la
prima idea di Bayreuth, e al più tardi in occasione di questa
visita nel giugno se ne dovette parlare. E la cosa dovette rap-
presentare un colpo per Nietzsche. Egli vide svanire tutto il suo
sogno di felicità. Qui aveva potuto portare ogni sua cosa: feli-
cità, dolori, problemi, lavoro, e tutto aveva trovato un'accoglienza
comprensiva o almeno una disponibilità senza pregiudizi, pronta
alla comprensione. Nelle sue lunghe lettere, piene di cordialità
e di umana apertura, Cosima affrontava ogni argomento, ma
comunicava altresì a sua volta tutto quanto la agitava. Poteva
ciò continuare a tanta distanza e con l’enorme impegno di Bay-
reuth? In queste mutate circostanze aveva ancora un senso tutto
il lavoro di Basilea? Egli si trastulla con un'idea temeraria: «A
proposito di Bayreuth, ho riflettuto che la miglior cosa per me
potrebbe essere interrompere per un paio d’anni la mia attività
di professore e fare anch’io il pellegrinaggio nel Fichtelgebirge.
Sono solo speranze cui mi abbandono volentieri »‘5. In questo
modo avrebbe potuto mantenersi vicino a Cosima e a Wagner.

Sovente il suo fisico,‘ in seguito a scosse psichiche, si rifu-


giava in una malattia mediante un incidente pilotato dal sub-
conscio, per poter così pervenire al raccoglimento interiore in
una condizione di pace esterna: cosi il 22 giugno Nietzsche si
storse un piede e rimase a letto per quasi due settimane. Era la
prima interruzione della sua attività didattica dovuta a malattia.

Nel 1870 il « Biindelitag » cadde il 16 luglio. Ma il 19 tro-


viamo Nietzsche ancora a Basilea, da dove scrive una lettera
a Rohde * con un resoconto su Tribschen. Che sull’Europa si fosse
addensata una tempesta politica gli era del tutto sfuggito, nella
contemplazione di questa idillica felicità. A metà lettera deve
interrompersi, viene sorpreso da un annuncio: <4 Un terribile
colpo di fulmine: è stata dichiarata la guerra franco-tedesca, e
tutta la nostra logora civiltà crolla fra le braccia del demone
più terribile. Che cosa mai dovremo vivere! Amico, carissimo
amico, noi ci siamo visti ancora una volta nel crepuscolo della

* Dalle ricerche cli Mazzino Montinari risulta che in realtà questa let-
tera fu scritta il 16, appena si seppe che l'Assemblea Nazionale Francese
aveva votato la guerra, e non il 19, data della dichiarazione ufficiale di
guerra [N.d.C.].

IV. I primi ire semestri di Basilea (1869-70) 331

pace. Come te ne ringrazio! Se ora Pesistenza dovesse diventarti


insopportabile, torna da me. Che cosa sono mai tutti i nostri
scopi! Possiamo già trovarci al principio della fine! Che deso-
lazione! Avremo di nuovo bisogno di conventi. E noi saremo
i primi fratres.
Il fedele svizzero».

Proprio‘ con questa firma Nietzsche ha notevolmente contri-


buito alla erronea conclusione che, in seguito alla nomina alla
cattedra di Basilea, egli prendesse anche la cittadinanza svizzera,
il che non avvenne. Che lo credesse egli stesso? È un problema
che rimane insolubile: come gli venisse l’idea di questa firma
fuorviante e — nel caso che sia usata solo in senso metaforico
quale fosse la sua intenzione. Voleva forse soltanto rendere più
facile a Rohde cercare la sicurezza presso di lui e quindi nella
nazione neutrale, risparmiata dalla guerra?

IL NUOVO COMPAGNO DELLA SUA VITA

Il desiderio appassionato di portare l’amico Rohde a Basilea


come collega al suo fianco non venne realizzato, malgrado Nietz-
sche si adoperasse col massimo ardore. Ma in compenso la sorte
gli diede un altro compagno che doveva avere grande impor-
tanza per la sua vita e la sua opera, soprattutto perché si dimo-
strò un amico fedele fino oltre la morte: Franz Overbeck. Il 23
aprile 1870 arrivò a Basilea — per il semestre estivo — il nuovo
professore di teologia, Franz Overbeck; il 7 giugno (martedì
dopo Pentecoste) tenne la sua prolusione nell’aula magna del
Museo nella Augustinergasse: Sullbrigine e la giustificazione di
una considerazione puramente storica degli scrilli nealertamen-
tari. Poté prendere alloggio al numero 45 dello Schiitzengraben
presso la vedova Adolphine Vogler-Rìeser, sarta di professione;
dunque nella stessa casa di Nietzsche. Doveva essere Falloggio
rimasto libero per la partenza del professor Gustav Schònberg.
Probabilmente anche qui fu il consigliere Vischer che provvide
all’all0ggio del nuovo docente e così, in maniera imprevedibile,
si assunse il ruolo del destino. Agì intenzionalmente dando come
compagno di abitazione al libero pensatore Nietzsche il teologo
liberale Overbeck? Anche questa nomina era stata portata a
buon fine da Vischer, e venne confermata dal Piccolo Consiglio
l’8 gennaio 1870 col seguente incarico: «Dieci-dodici lezioni
con particolare riguardo all’esegesi neotestamentaria e alla storia
più antica della Chiesa » 5‘ 5°“ l" m m.

Overbeck proveniva da una famiglia spiccatamente cosmo


polita. Il nonno paterno era tedesco, emigrato nel 1807 da Fran-
coforte sul Meno a Londra, dove era diventato cittadino bri-
tannico. Il blocco del continente da parte di Napoleone fece

V. Il nuovo compagna della ma vita 333

naufragare la sua carriera di commerciante. Suo figlio — il padre


di Franz Overbeck — si trasferì come commerciante a Pietro-
burgo. Conservò temporaneamente la cittadinanza britannica, e
suo figlio viaggiava ancora, già giovanotto, con passaporto in-
glese. La madre, nata Johanna Camilla Cerclet, era cattolica di
origine francese e cresciuta a Pietroburgo. I coniugi avevano
convenuto che i figli venissero allevati nella fede del padre, ossia
in,quella protestante.

Franz nacque il 16 novembre 1837 a Pietroburgo, nello


stesso anno in cui, il 25 dicembre, nacquero a Franz Liszt la
figlia Cosima e la contessa D’Agoult a Bellagio, lo stesso anno
in cui il padre di Nietzsche divenne precettore delle tre prin-
cipesse di Altenburg; un anno prima della nascita di Georges
Bizet. Nel luglio del 1846 — non aveva ancora nove anni ——
i genitori lo mandarono per quasi due anni (fino all’aprile del
1848) a studiare nell’«Ancien collège de St. Germain» presso
Parigi. Nel 1848, anno della rivoluzione, il ragazzo, ancora non
del tutto cosciente, imparò a conoscere i menzogneri << urrah »
della politica passionale; vestendo un frac blu con pantaloni
gialli, durante la rivoluzione di febbraio cantò la Marrigliese nel
coro degli studenti. Il frutto duraturo di questi due anni a Parigi
fu comunque una completa padronanza della lingua francese
— oltre all'inglese della casa paterna e il russo delfambiente
pietroburghese. Appena due anni dopo il suo ritorno, nell’aprile
del 1850, la madre coi cinque figli si trasferì a Dresda (il padre
rimase a Pietroburgo fino al 1854), come voleva suo padre
(francese), il quale desiderava per i propri nipoti un'educazione
tedesca. Fino alla primavera del 1856 Franz frequentò qui il
ginnasio-liceo civico, la cosiddetta «Kreuzschule», un istituto
cli grande rinomanza. Qui imparò il tedesco e naturalmente le
lingue insegnate al liceo, il latino e il greco. Dovette apprendere
anche Yebraico, giacché a partire dall’aprile del 1856 studiò teo-
logia, dapprima per due semestri a Lipsia, poi altri quattro a
Gottinga, dove conobbe anche la vita goliardica come membro
dell'associazione «Hannovera», e poi ancora due semestri a
Lipsia, dove il 3 aprile 1860, superato l’esame di Stato, con-
seguì il titolo di «Doctor Philosophiae et Liberalium Artium
Nlagister ». In questi anni si delinea un’amicizia con lo storico
lleinrich von Treitschke, appassionato di politica, che per il
munite di Overbeck doveva giungere a influire per qualche

334 Par/e II. I dieci armi di Basilea

tempo anche su Nietzsche. Durante il suo « Sturm und Drang »,


Overberck era totalmente sotto Pinflusso di Treitschke.

Pur non avendo studiato teologia per profonda convinzione


religiosa né per ardente professione di fede, dopo la conclusione
formale degli studi Overbeck continuò le sue ricerche scienti-
fiche nella propria disciplina; non si ebbe nel suo caso un’inter-
ruzione ne’ un cambio di facoltà come nel caso di Gerlach, Burck-
hardt, Riitimeyer — e dello stesso Nietzsche. Overbeck si reca
a Berlino per un anno come studente di teologia e qui si occupa
in primo luogo di Schleiermacher. Dal 1861 al 1863 è di nuovo
a Lipsia per prepararvi Pabilitazione, ma nell'autunno del 1863
va a Jena. L’8 giugno 1864 supera davanti alla facoltà teologica
di Jena il colloquio richiesto per conseguire il grado di licen-
ziato in teologia e il 4 agosto sostiene la pubblica discussione.
Il 21 ottobre può tenere la sua lezione di prova come libero
docente. In questa posizione rimane cinque anni e mezzo, finché
l‘8 gennaio 1870 lo raggiunge da Basilea la chiamata alla quinta
cattedra di nuova creazione. Nell’agosto del 1870 jena lo onorò
— un po’ troppo tardi per riuscire a trattenerlo col titolo
di dottore in teologia honoris causa, quando era già partito. Nel
complesso dunque abbiamo il quadro di una evoluzione senza
scosse e su vaste basi. Scopo e frutto dei suoi studi teologici
non fu mai per lui quello di diventare pastore, un paladino del
Cielo. Col suo solido apparato scientifico egli si accostava al
testo non come a una dottrina rivelata bensì come a un docu-
mento storico-filosofico. Già con ciò ruppe con un principio fon-
damentale della fede cristiana, ma non fu una frattura raggiunta
a prezzo di una lotta, una polemica, non fu un problema esisten-
ziale come per Nietzsche. Overbeck era così, per sua natura,
non pensò ne’ visse mai alcunché di diverso.

Soltanto considerando questi suoi fondamenti si può com-


prendere Fincrollabile serenità che lo mise in grado di essere
il più fedele compagno di cammino di Nietzsche, che nulla poté
mai intralciare o fuorviare.

Ma mentre per.Nietzsche Overbeck poté diventare una for-


tuna di tutta la vita, per i basileesi fu una delusione e la sua
chiamata un errore. Fino al 1875 l'antico governo dei consiglieri
municipali era ancora protetto dalla costituzione cantonale, e il
liberalismo che fioriva in Svizzera non poteva esprimersi poli-
ticamente a Basilea. Ma nella Chiesa Gerano dei fermenti. «Il

V. Il nuovo compagno della sua vila 335

‘ partito riformistico ’ dei protestanti di Basilea aveva più volte


reclamato una cattedra ‘liberale ’. Il consigliere Vischer credette
di soddisfare questo desiderio proponendo Overbeclt, che certo
non poteva passare per ortodosso ne’ per pietista. Ma, pur con
la sua mentalità libera, non corrispose affatto alle aspettative
della società riformistica liberale, che desiderava un predicatore
militante, non un erudito troppo critico e filosofo, che fin dal
principio andò per la sua strada».
[...] « Già nei suoi primi anni di Basilea Franz Overbeck,
col suo acuto giudizio precocemente maturato, prese nel1’ambito
della teologia e nei suoi confronti un atteggiamento che è rimasto
determinante per tutta la sua opera successiva. La sua specialità
scientifica era Yesegesi del Nuovo Testamento e la storia più
antica (pre-Riforma) della Chiesa, soprattutto i Padri della
Chiesa » m.

Non era però questo che i « riformatori» volevano. Perciò


si opposero già alla chiamata. Ma per la Curatela erano deter-
minanti anche altri punti di vista. Basilea si era isolata con la
sua «Chiesa di confessione». Per la facoltà c’era il pericolo che
cessasse Yafflusso di studenti dall’esterno, soprattutto dalla Sviz-
zera orientale, se anche qui non veniva rappresentato il metodo
scientifico moderno. Le autorità preposte alla nomina non si
lasciarono fuorviare nemmeno dagli slogan, ad esempio quando
il liberale « Volksfreund » scrisse: « un luccio deve andare tra
le carpe, non come quinta ruota del carro» ‘7, alludendo alla
nuova quinta cattedra. La scelta di Overbeck rimase confermata,
contro gli ortodossi e contro i « riformatori», che adducevano
come principale obiezione oggettiva: « Non è adatto al compito
tlestinatogli. Anche se nei suoi studi critici condivide le idee
liberali, tuttavia la sua attività appare limitarsi quasi esclusiva-
mente alle ricerche storiche, e la teologia filosofica e speculativa
sembra lontana dai suoi interessi; invece quest‘ultimo campo
rappresenta proprio il fondamento, l'aspetto più importante della
nuova libera teologia; l’unico rappresentante di questa corrente
dovrebbe cercare il suo centro di gravità nel campo filosofico-
tlogmatico. Inoltre il temperamento di Overbeck è troppo tran-
quillo e mansueto per far sperare un atteggiamento indipendente
c vigoroso contro un partito avversario compatto e deciso >>5°.

sull'ultimo punto queste persone si sbaglîavano assai, ma


almeno su una cosa avevano visto giusto, che Overbeck non

336 Parte Il. I dieci armi di Barilea

aveva intenzione « di appoggiarli nella loto lotta tra partiti eccle-


siastici >>. Per far ciò non si sentiva ne’ la forza né la vocazione,
scrisse all’amico Treitschke, e per il momento si limitava alla
attività del suo ufficio 5°. «In tal modo la facoltà teologica di
Basilea aveva certo effettuato la più strana nomina nel lungo corso
della sua storia» "7. E in effetti, quando nel 1873 uscì il suo
trattatello critico Sul carattere cristiano della noslra attuale leo-
logia, la frattura non si poteva più nascondere. Overbeck trasse
le conseguenze: dichiarò pubblicamente che lui e sua moglie
non facevano più parte della Chiesa cristiana. Si venne a creare
la paradossale situazione che un « pagano», uscito dalla Chiesa
cristiana, un apostata, ricopriva una cattedra della facoltà cri-
stiano-teologica. È una bella testimonianza in favore dell'aper-
tura mentale e della longanimità dell’allora «conservatrice»
Basilea il fatto che non si pensasse mai a una revoca della no-
mina, perche’ si poneva in primo piano Pattività scientifica.
Overbeck fu poi anche grato della « protezione concessa >> alla
attività accademica veramente libera. Il principio della libertà
d’insegnamento e d’indagine qui era stato preso sul serio.
Questo era dunque il nuovo vicino di stanza di Nietzsche.
E a contatto di parete con lui, nella frequentazione quotidiana
di questo studioso scrupolosamente preciso, sostenuto e protetto
dalla libertà d’insegnamento dell’Università, egli poté anche pro-
durre le proprie Considerazioni inattuali. Ma lo spirito di tolle-
ranza di Basilea andò anche oltre. Nietzsche era arrivato da
appena un anno e, in segno di lealtà, aveva rinunciato alla sua
cittadinanza prussiana. Ma ora chiese una dispensa per poter
mettere le sue forze a disposizione della « sua patria tedesca»
nel grande scontro politico. Sebbene la classe dominante di
Basilea non nutrisse sentimenti filotedeschi, non contestò mai a
Nietzsche questa sua professione di fede germanica né gliene
serbò rancore in alcun modo, come del resto nemmeno a Over-
beck, che non diventò mai, come Nietzsche, un «europeo»,
bensì rimase spiccatamente tedesco, nonostante la sua origine
mista e l’abbandono dell’amicizia con Treitschke. Rimase bensì
convinto dell’idea del Reich, ma non nella forma esasperata di
Treitschke, la quale per di più era opportunisticamente legata
per l’occasione a una particolare interpretazione del cristiane-
simo. Tra le due alternative, Treitschke o Nietzsche, Reich o
Basilea, egli seppe subito quale scegliere secondo la ragione e

V. Il nuava compagno della ma vila 337

l’0n0re. Anche questa evoluzione personale si compì in Overbeck


organicamente e senza scosse. Invece Nietzsche dovette sentir
tuonare i cannoni prima di comprendere con chiarezza che i suc-
cessi in politica o anche in guerra non sono affatto una testimo-
nianza a priori di alta civiltà.

VI

BESPERIENZA DELLA GUERRA

Come era possibile restare sorpresi, come evidentemente lo


fu Nietzsche, per lo scoppio della guerra tra Francia e Germania
il 19 luglio 1870?

Dalla contemporanea corrispondenza della cerchia più vicina


a Nietzsche noi vediamo che fu effettivamente cosi. Questo fatto
singolare abbisogna di una spiegazione, perché diventa così com-
prensibile un tratto della natura di Nietzsche e del suo" atteggia-
mento verso il «mondo», che ad appena una generazione di
distanza appare strano.

Con questa guerra entra nella vita e nelle idee politiche


dell'uomo europeo un elemento che gli era nuovo in questa
forma estrema — anche se nella vita culturale si andava pre-
parando da tempo. Fino ad allora la «politica » era stata una
questione dinastica, era rimasta nelle mani di poche famiglie.
E anche lo strumento delle dispute belliche era stato‘ maneggiare
soltanto da queste, ed era sempre in gioco il potere personale e

anche Pampliamento territoriale, col conseguente maggior gettito‘

fiscale. Anche l'esperimento su vasta scala tentato dalla perso-


nalità poderosa di Napoleone I col pretesto dell’« unificazione
dell’Europa » aveva l'unico scopo di rendere tutta PEuropa tri-
butaria a Parigi, in un momento in cui nella vita culturale in
genere e in quella artistica in particolare l’« unità stilistica del-
l’Europa », che aveva resistito fino al classicismo rococò, inco-
minciava a frammentarsi e prendevano a formarsi gli stili nazio-
nali. E il risultato politico prodotto nel 1813 dal contraccolpo
delle guerre di liberazione in Germania, la restaurazione degli
antichi principati nel Congresso di Vienna, mostrò l’antica mi-
seria. In tutto ciò il singolo in quanto << cittadino » non era che

VI. Uerpericnza della guerra 339

un oggetto passivo, non si sentiva toccato nemmeno come citta-


tadino, e tanto meno come uomo. E ciò aveva prodotto una
indifferenza, un'effettiva mancanza di comprensione negli strati
più colti e civili, che noi uomini di un’età politicizzata stentiamo
a comprendere. Ma questo era allora il caso normale, e così visse
anche Nietzsche e la sua cerchia fino al 1870.

Questi uomini erano dediti alla «cultura classica». Si leg-


gevano e commentavano gli autori antichi, si studiava e discu-
teva la filosofia de1l’antichità, ci si entusiasmava per la poesia
sublime dei poeti epici, lirici e tragici. Si adorava fanaticamente
la « bellezza classica », il popolo idealizzato dei Greci nella pro-
spettiva di Winckelmann e di Goethe, ma non si aveva una
reale conoscenza della vita veramente vissuta da questo popolo
sventurato, che conobbe un solo periodo felice di 50 anni sotto
Pericle e solo ad Atene. Si leggevano, è vero, le loro tragedie,
ma si trascurava la tragicità della loro esistenza storica; si leg-
gevano i bei discorsi di Tucidide, ma non si riconosceva che
cosa aveva fatto di lui un grande storico: Fessersi accinto a rap-
presentare la tragedia della sua nazione, facendo così una fon-
damentale scoperta politica, ossia la distinzione tra causa, pre-
testo e occasione della guerra.

Che il motivo di questa guerra del 1870 andasse maturando


da lungo tempo — e da entrambe le parti —, questo era l’ele-
mento nuovo che gli uomini « impolitici » dell’epoca non videro
e non volevano comprendere. Nessuno prese sul serio il pre-
testo del conflitto — una questione di successione al‘ trono spa-
gnolo — che del resto era anche venuto meno data la rinuncia
del pretendente di casa Hohenzollern; e l'occasione della guerra
— il rifiuto del re di Prussia di impegnarsi in maniera vinco-
lnntc a bloccare per il futuro ogni pretesa tedesca alla succes-
sione sul trono spagnolo —, questa questione protocollare nes-
suno poteva ritenerla davvero sufficiente per una decisione grave
quanto una dichiarazione di guerra contro la Francia. Ma tutt’e
due le parti avevano bisogno di questa guerra per necessità
interne, anche se per motivazioni di opposto livello.

Sotto la guida risoluta di Bismarck, la Prussia era diventata


una potenza militare che nella guerra per lo Schleswig-Holstein
c contro l'Austria aveva dato prova di sé in una misura allar-
mante per i vicini. La posizione di predominio della Francia e
con ciò la dinastia napoleonica era minacciata, almeno nel suo

340 Parte H. I dieci armi di Basilea

prestigio; ma lo era altrettanto dalle tensioni politiche interne.


Quanto essa fosse moralmente corrotta viene arditamente svelato
dalle briose operette di Offenbach, che ammantano di una fin
troppo trasparente veste classicheggiante tutti gl