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L'autore

Gianantonio Valli, nato a Milano nel 1949 da famiglia valtellinese e medico-


chirurgo, ha pubblicato saggi su l'Uomo libero e Orion, curato la Bibliografia
della Repubblica Sociale Italiana (I ed., 1989), il saggio di Silvano Lorenzoni
L'abbraccio mortale - Monoteismo ed Europa (l'Uomo libero n.59, 2005) e i li-
bri di Joachim Nolywaika La Wehrmacht - Nel cuore della storia 1935-1945
(Ritter, 2003) e Agostino Marsoner Gesù tra mito e storia - Decostruzione del
dio incarnato (Effepi, 2009), redatto la cartografia e curato l'edizione di L'Oc-
cidente contro l'Europa (Edizioni dell'Uomo libero, I ed. 1984, II 1985) e Pri-
ma d'Israele (EUl, II 1996) di Piero Sella, e Gorizia 1943-1945 (EUl, 1990) e
La linea dell'Isonzo - Diario postumo di un soldato della RSI. Battaglione ber-
saglieri volontari “Benito Mussolini” (Effepi, 2009) di Teodoro Francesconi.
È autore di: Lo specchio infranto - Mito, storia, psicologia della visione del
mondo ellenica (EUl, 1989), studio sul percorso e il significato metastorico di
quella Weltanschauung; Sentimento del fascismo - Ambiguità esistenziale e co-
erenza poetica di Cesare Pavese (Società Editrice Barbarossa, 1991), nel quale
sulla base del taccuino «ritrovato» evidenzia l'adesione dello scrittore alla visio-
ne del mondo fascista; Dietro il Sogno Americano - Il ruolo dell'ebraismo nella
cinematografia statunitense (SEB, 1991), punto di partenza per un'opera di sei-
mila pagine di formato normale, I complici di Dio - Genesi del Mondialismo,
edito da Effepi in DVD nel gennaio 2009 e in quattro volumi per 3030 pagine
in formato A4 nel giugno 2009; Colori e immagini del nazionalsocialismo: i
Congressi Nazionali del Partito (SEB, 1996 e 1998), due volumi fotografici sui
primi sette Reichsparteitage; Holocaustica religio - Fondamenti di un paradig-
ma (Effepi, 2007, analisi radicalmente ampliata e reimpostata nelle 704 pagine
di Holocaustica religio - Psicosi ebraica, progetto mondialista, Effepi, 2009);
Il prezzo della disfatta - Massacri e saccheggi nell'Europa "liberata" (Effepi,
2008); Schindler's List: l'immaginazione al potere - Il cinema come strumento
di rieducazione (Effepi, 2009); Operazione Barbarossa - 22 giugno 1941: una
guerra preventiva per la salvezza dell'Europa (Effepi, 2009); Difesa della Ri-
voluzione - La repressione politica nel Ventennio fascista (Effepi, 2009); Il
compimento del Regno - La distruzione dell'uomo attraverso la televisione (in
AA.VV., Il pensiero armato - Idee-shock per una cultura dell'azione, Quattro-
cinqueuno, 2000 ed, autonoma, Effepi, 2009) e La razza nel nazionalsociali-
smo - Teoria antropologica, prassi giuridica (in Pitzus F., La legislazione raz-
ziale del Terzo Reich, Effepi, 2006 e, in edizione autonoma, Effepi, 2010).
Riconoscendosi nel solco del realismo pagano (visione del mondo elleno-
romana, machiavellico-vichiana, nietzscheana ed infine compiutamente fasci-
sta) è in radicale opposizione ad ogni allucinazione politica demoliberale e so-
cialcomunista e ad ogni allucinazione filosofico-religiosa giudaica e giudaico-
discesa. Gli sono grati spunti critico-operativi di ascendenza volterriana.
Non ha mai fatto parte di gruppi o movimenti politici e continua tuttora a ri-
tenere preclusa ai nemici del Sistema la via della politica comunemente intesa.
Al contrario, considera l'assoluta urgenza di prese di posizione chiare e puntua-
li, impatteggiabili, sul piano dell'analisi storica e intellettuale.
Gianantonio Valli

DIETRO LA BANDIERA
ROSSA

Il comunismo, creatura ebraica

EFFEPI
effepi - judaica
22

AVVERTENZA

L'autore, convinto che quanti reggono le sorti dello Stato o farneticano


sugli human rights abbiano smarrito il senso della misura e del ritegno,
e pur conscio che quanto sta per affermare è offensivo nei confronti del-
l'intelligenza del lettore, si vede costretto a precisare che la documenta-
zione presentata nel saggio e le argomentazioni conseguentemente svol-
te non rappresentano una forma mascherata di istigazione all'odio né
obbediscono ad un inconfessato disegno di reiterazione di ciò che viene
definito Olocausto. Dopo tali affermazioni lapalissiane, ma non così
scontate per i democratici inquisitori, nello scusarsi per le ovvietà dette
prega il lettore di perdonarlo e lo invita, rivendicando peraltro la propria
dignità di studioso, a dar prova di senso civico rispettando le leggi, tutte
le leggi, anche quelle frutto di regimi proni ai ricatti di lobby criminali.

Le cose passate fanno luce alle future, perché el mondo fu sempre di una
medesima sorte, e tutto quello che è e sarà è stato in altro tempo, e le cose
medesime ritornano, ma sotto diversi nomi e colori; però ognuno non le
ricognosce, ma solo chi è savio e le osserva e considera diligentemente.
Francesco Guicciardini, Ricordi, I, 114

© 2010 effepi
via Balbi Piovera, 7 - 16149 Genova

Stampa:
Fiordo S.r.l. Galliate - No
aprile 2010
INDICE

Senza attendere il Messia p. 9

Note di lettura 11

I Percorso – I 21

II Percorso – II 29

III Coincidenze 35

IV Rivoluzionarismo 67

V Repressioni 131

VI Bolscevichi 166

VII Statistiche 278

VIII Terrore 341

IX Purghe 379

X Confronti 396

XI Antisemitismo? 493

XII Postcomunismo 509

XIII Sessantottismo 583

XIV Centroeuropa 603

XV Altrove 721

XVI Nel Paese di Dio 1023

XVII Morale 1076

Note 1083

Bibliografia 1189
TABELLE TAVOLE

67 Origini sociali dell'intelligencija, 1840-87 48 Cartolina Marx


67 Condizioni dei rivoluzionari, 1860-1903 76 Ritratti von Kursell
106 Autori di attentati, 1870-1918 92 Attentato ad Aptekarskij
238 Purghe nel GRU, 1933-41 116 Trockij «diavolo rosso»
241 Quota etnica dei capi NKVD, 1934-41 120 I Cento Neri
242 Quota etnica negli Organi, 1937-50 143 Carestia
282 Quota ebrei sui capi bolscevichi, 1919-20 190 Assassinio zar
290 Composizione etnica del CC del PCUS 212 Jurovskij-Sverdlov-Stolypin
291 Composizione etnica del Politburo 216 Falsificare: Trockij
292 Composizione etnica della CCC 248 Falsificare: Ezov
295 Ebrei a Mosca, 1907-37 253 Belomorkanal
383 Esecuzioni 1937-38 285 Giudeobolscevismo
384 Operazione «tedeschi» n.00439 304 Evacuazione degli ebrei
385 Esecuzioni a Leningrado ago.-dic. 1937 326 Polacchi deportati 1939-41
401 Caduti nazionalsocialisti, 1923-39 330 Vinniza
402 Riunioni politiche in Prussia 1928-32 336 Arcipelago Gulag
411 Condanne dal Volksgerichtshof 340 Il generale Rosinski
424 Generali tedeschi nella I e II GM 348 Lenin paralizzato
427 Caduti in Italia, dal 1919 al 31 ott. 1922 371 Bezprizorny
442 Fascisti uccisi in Italia ed estero, 1922-25 390 Efimov sulle purghe
443 Fascisti e anti uccisi in Italia, 1925 486 Rieducazione in URSS e in Cina
444 Fascisti uccisi e feriti all'estero, 1921-32 546 Artefici del Grande Saccheggio
446 Fascisti uccisi all'estero, 1921-35 606 Why do they persecute me so?
447 Fascisti caduti dal 1° nov. 1922 al 1940 624 Szyk su pacifondai
461 Condanne a morte dal TSDS 638 Rosa Luxemburg e compagni
468 Fascisti caduti da 9.IX.1943 a 25.IV.1945 678 «Uomini d'ordine» weimariani
472 Caduti partigiani e civili neutri 761 Atrocità in Algeria
474 Fascisti uccisi dopo il 25 aprile 1945 802 Manouchian: l'Affiche rouge
817 Ebrei britannici 1955 e 1985 919 Atrocità in Messico
1154 Esplosivo rovesciato sull'Europa 979 Atrocità in Spagna
1154 Esplosivo rovesciato sulla Germania 996 Guernica
1134 Michel Caignet
WITZ 1142 Moment: ecstasy

12 (quattro), 17, 19, 29, 31, 32, 53 (due), 58,


73, 131, 278, 369, 871, 930, 947, 1081, 1100

POESIE

21, 23, 34, 38, 229, 370, 1100, 1122


alle vittime di ogni messianismo
Fondamenti
Hauptunterscheidung

REGNO REALTÀ
ha-Olam ha-Bah ha-Olam ha-Zeh
mondo avvenire questo mondo
dar al-Islam jahiliyya / dar al-Harb
casa della sottomissione ignoranza / casa della guerra

divino sacro
personale impersonale

monoteismo politeismo
creazione / frattura evoluzione / continuità

tempo lineare tempo sferico


Dio datore di senso: rivelazione uomo datore di senso: ricerca

tempo-valore fondativo: tempo-valore fondativo:


futuro passato

materialismo / idealismo realismo


dualismo unità psicofisica

natura oggetto inerte natura soggetto autopoietico


antropocentrismo Ordinamento

universalismo radicamento
proselitismo rispetto / indifferenza

individualismo organicità
egualitarismo gerarchia

panmoralismo virtù
umanitarismo forza

provvidenzialismo tragicità
teleologismo / escatologismo destino

Due sono le posizioni teoriche di approccio al mondo,


due i Sistemi di valori discesi nel divenire storico
SENZA ATTENDERE IL MESSIA

In tutte le sue manifestazioni la storia ebraica riflette un solo tema, una sola convinzione:
Israele è il popolo scelto da Dio per redimere il mondo dalle imperfezioni, dalla sofferenza,
dalla morte, facendosi benedizione per l'intera umanità. Attraverso epoche di speranza e di-
sperazione, di agonia e di vittoria, gli storici del Popolo Eletto registrarono il lento ma inevi-
tabile compimento della promessa. Se – commenta in The case for the Chosen People - The
role of the Jewish People yesterday and today "Le ragioni del Popolo Eletto - Il ruolo del po-
polo ebraico ieri e oggi" W. Gunther Plaut, Senior Rabbi del torontico Holy Blossom Temple
– Israele resterà fedele, il piano di Dio giungerà a compimento; se Israele diverrà un regno di
sacerdoti e una gente santa, il mondo vedrà la salvezza.
Ma ciò avverrà solo con la missione dinamica, col concorso attivo degli ebrei, perché non
basta essere il popolo della Sua scelta, amato e punito come nessun altro, non basta essere un
oggetto, neppure d'amore. Occorre invece essere un partner attivo, un complice nelle intrapre-
se umane come nelle divine: se Israele ha bisogno di Dio per marcare il proprio destino, Dio
ha bisogno di Israele per realizzare i Suoi piani (per tale aspetto, irrinunciabile dello psichi-
smo ebraico, vedi più ampiamente il nostro I complici di Dio - Genesi del mondialismo).
«Dire che a contare veramente è il futuro è dire che il tempo di cui abbiamo fatto e faccia-
mo esperienza – il passato e il presente – non ha solida consistenza, non è sostenuto da nessun
necessario immutabile logos» – aggiunge Sergio Quinzio – «Quello che nelle religioni e cul-
ture "pagane" è il cosmo, nell'ebraismo è la storia, e la storia è totale contingenza, come è e-
spresso già dall'idea stessa di creazione. Totale contingenza e totale rischio. Il compito del-
l'uomo non è più quindi di uniformare se stesso all'ordine delle cose, alla "necessità dell'esse-
re", ma di agire nel mondo per trasformarlo secondo la promessa di Dio. Il fare diviene ben
più fondamentale del sapere, del rispecchiare cioè la realtà data, il cui "destino" è di essere
superata (e apocalitticamente negata) da quella del "nuovo eone" che deve venire. Il pungolo
essenziale alla trasformazione del mondo e all'operare dell'uomo per questa trasformazione
che è insieme opera di Dio e dell'uomo obbediente alla sua Legge è questo, che sarà poi il lie-
vito della modernità. In esso, la vicinanza nel Patto e la cooperazione fra Dio e uomo, che e-
rano già concetti ebraici, finiscono per diventare, attraverso il cristianesimo che ha annunciato
la venuta dell'Uomo-Dio, l'opera divina dell'uomo. L'idea del regno messianico diventa allora
l'idea del progresso storico, l'idea del regno di Dio diventa l'idea del regno dell'uomo».
Uomo guidato da tutti quei primi e maggiori Ammaestrati, quei Weltverbesserer "Rifor-
matori del Mondo" che vogliono impadronirsi del potere per compiere quella redenzione che
accadrà «alla fine dei giorni», quei Dochakei haQetz "Acceleratori della Fine" (Et haQetz: "il
Tempo della Fine", Daniele XI 40) cui è compito annunciare, perseguire, forzare l'Avvento
del Regno: «Della missione degli stessi ebrei e della loro posizione nel mondo, Filone di A-
lessandria ha la concezione più nobile e ideale. Per quanto il cielo e la terra appartengano a
Dio, Egli ha scelto il popolo ebraico come Suo popolo eletto e lo ha destinato al Suo servizio
quale fonte eterna di ogni virtù [as the eternal source of all virtues]. Gli israeliti hanno, se-
condo lui, preso su di sé il grande compito di servire l'intera razza umana quali sacerdoti e
profeti; di partecipare ai popoli la verità e, soprattutto, la pura conoscenza di Dio. E perciò il
popolo ebraico gode della speciale grazia di Dio, che mai ritrarrà da lui la Sua mano» (l'inno-
minato autore di The Jewish Question and The Mission of the Jews, 1894).

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Nel XIX e XX secolo, impazienti, senza più attendere l'arrivo di quel Messia che avrebbe
liberato loro e l'umanità da ogni asprezza esistenziale, gruppi sempre più numerosi di ebrei,
fidenti nelle nuove Tavole laicizzate da Marx, diedero vita al più lungo ed atroce tentativo di
distruggere il mondo reale. Le doglie messianiche seguite al trionfo di ogni straccio rosso vi-
dero il massacro di cento milioni di uomini, la decapitazione degli strati dirigenti di interi po-
poli, l'intossicazione psichica di cinque generazioni, la consegna infine dell'umanità nelle ma-
ni di quel liberalcapitalismo tanto avversato a parole quanto favorito nei fatti.
Perché gestito da quelle stessi genti che si erano fatte, attraverso il comunismo e incitate
dai più lungimiranti gruppi di confratelli oltreoceano, banditori dell'antico Delirio.

Ogni briciola di verità abbiamo dovuto strapparcela a furia di lotta; in


compenso abbiamo dovuto sacrificare quasi tutto ciò cui di solito sono
attaccati il cuore, il nostro amore, la nostra fiducia nella vita. Per questo
occorre grandezza d'animo: servire la verità è il più duro dei servizi [der
Dienst der Wahrheit ist der härteste Dienst] [...] Nelle cose dello spirito
si deve essere onesti fino alla durezza, per poter anche soltanto sopporta-
re la mia serietà, la mia passione. Si deve essere addestrati a vivere sui
monti – a vedere sotto di sé il miserabile ciarlare di politica ed egoismo-
dei-popoli, proprio del nostro tempo [...] È necessario dire chi sentiamo
come nostra antitesi: i teologi e tutti coloro che hanno nelle vene sangue
teologico [...] Chi ha sangue teologico nelle vene ha fin da principio una
posizione obliqua e disonesta di fronte alle cose. Il pathos che si svilup-
pa da tutto ciò è chiamato fede: chiudere gli occhi, una volta per tutte,
dinanzi a sé, per non soffrire alla vista di una inguaribile falsità [...] Ma
se in generale è soprattutto necessaria una fede, si deve gettare il discre-
dito sulla ragione, sulla conoscenza, sull'indagine: la via alla verità di-
venta la via vietata.

Friedrich Nietzsche, L'Anticristo, 50, prefazione, 8 e 9, 23

Non sono nato per le genuflessioni,


né per fare anticamera,
per mangiare alla tavola dei principi
o per farmi raccontare sciocchezze.

il poeta russo Apollon Grigorev (1822-64), 1846

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Note di lettura

● Ad eccezione dei personaggi non-ebrei presupposti noti come tali al lettore medio, indi-
cheremo, quando non lo si evinca dal testo, i non-ebrei coi termini «gentile/i» o, more hae-
braico, globalmente shkotzim (appellativo spregiativo apparentabile a «froci» e similari) o,
più gentilmente, specificamente goy e goyim per i maschi e goyah per le femmine, o con ag-
gettivo indifferenziato goyish, dal valore anche di «infedele». Semplicemente stupendo l'eno-
chico Libro dei Giubilei XV 26 definendo i non-ebrei: «figli della distruzione».
La lingua ebraica ha invero tutta una gamma di espressioni, atte per i più diversi mimeti-
smi: nokhri/nokhriyah e ben nekhar «forestiero/forestiera» e «figlio di un paese straniero»,
issah zarah «straniera idolatra», orel/orelte «uomo/donna non circonciso», yok/yaikelte (in-
versione onomatopeica di goy) e shaigetz/shiksa «uomo/donna abominevole»; la radice di
shiksa, e del suo diminuitivo shikselke «piccolo abominio» o «puttanella», dai biblici shekets/
sheqetz e shiqquts, vale «abominazione, impurità, carne di animale interdetto» al pari di tohe-
vah, «cosa detestabile»; l'israeliano Megiddo Modern Hebrew-English Dictionary spiega il
termine shaigetz/shiksa come «wretch, persona spregevole», «unruly youngster, giovane sca-
pestrato/a» e «Gentile youngster, giovane non-ebreo/a»; parimenti, Rabbi Daniel Gordis ci
avverte che, al pari del maschile sheigitz e del neutro goy (che, seppur inteso come "nazione",
possiede nell'uso corrente «ugly overtones, brutte connotazioni»), il termine shiksa «has a ter-
ribly derogatory connotation, ha una connotazione decisamente spregiativa».
Termini altrettanto cortesi a indicare una non-ebrea sono niddah, shiftah e zonah, cioè,
rispettivamente: «macchiata da mestruazioni» (da cui: «cosa contaminata/orrenda»), «schia-
va» e «prostituta». Simpaticamente, per il giudaismo ortodosso, se una donna nata da madre
non-ebrea perde, convertendosi, i primi due appellativi, non perde il terzo. Per quanto conver-
tita, la shiksa resta una prostituta. Fino alla morte.
Puntuale quindi Giacomo Leopardi: «La nazione Ebrea così giusta, anzi scrupolosa nel
suo interno, e rispetto a' suoi, vediamo nella scrittura come si portasse verso gli stranieri. Ver-
so questi ella non aveva legge; i precetti del Decalogo non la obbligavano se non verso gli e-
brei: ingannare, conquistare, opprimere, uccidere, sterminare, derubare lo straniero, erano og-
getti di valore e di gloria di quella nazione, come in tutte le altre; anzi era oggetto anche di
legge, giacché si sa che la conquista di Canaan fu fatta per ordine Divino, e così cento altre
guerre, spesso all'apparenza ingiuste, co' forestieri. Ed anche oggidì gli Ebrei conservano, e
con ragione e congruenza, questa opinione, che non sia peccato l'ingannare, o far male co-
munque all'esterno, che chiamano (e specialmente il cristiano) Goi [...] ossia " gentile" e che
presso loro suona lo stesso che ai greci barbaro: [...] riputando peccato, solamente il far male
a' loro nazionali» (Zibaldone 881-2).
● Nota psicostorica per il termine «Arruolati»: derivato dalla radice semitica bhr – da cui
il babilonese beheru, «scegliere, arruolare truppe» – il participio passato ebraico bahur, «pre-
scelto» e quindi, per legittima estensione, «arruolato» (in seguito, sintomaticamente, il termi-
ne designerà anche lo «studioso del Talmud»), viene sostituito nel linguaggio religioso dal-
l'aggettivo sostantivato bahir, «eletto», mentre il concetto di «elezione» viene reso dalla lin-
gua ebraica – la Leshon Haqodesh "Lingua Santa" – con l'espressione, tratta dalla liturgia,
«Attah Vehartanu, Tu ci hai scelto». Decisamente gustoso, e profondo, il witz di Woody Allen

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riportato dall'attivista sionista e gran giornalista, occhiuta guardiana del ben fare goyish, Elena
Loewenthal (II): «Dio non esiste, comunque noi siamo il suo popolo eletto».
Col concetto di «elezione» (della concreta carne) e col sostanziale ateismo ebraico cui fa
da contraltare l'autosantificazione del popolo ebraico in ogni suo membro – aspetto da noi più
ampiamente trattato in particolare nella nota 3 di Holocaustica religio - Psicosi ebraica, pro-
getto mondialista – concorda Rabbi Marc-Alain Ouaknin (II): «Un libro recente narra la se-
guente storia. L'autore incontra un amico ebreo diretto alla sinagoga. Resta sorpreso, poiché
ricorda che non era un ebreo credente. L'amico risponde: "Sai, per un ebreo credere o non
credere in Dio non è davvero una questione importante [...] L'attaccamento a una certa storia,
a una certa Tradizione, a una certa Legge, a un certo Libro, dunque l'appartenenza a una certa
comunità, comporta in primo luogo il fatto, tutto sommato secondario, che si creda in Dio"».
● Il termine chutzpah, di ascendenza aramaica, significa per Gordis un misto di «simpa-
tica» sfrontatezza, improntitudine e insolenza ben lontana dallo «svagato umorismo ebraico»,
un'aggressività che comprende l'aver fegato e la faccia tosta, una «estrema fiducia in se stessi
al limite della sfrontatezza». Per la Loewenthal (I) è «la sfacciataggine più disarmata, la spoc-
chia più inammissibile che si possa immaginare: è un mix improbabile di cinismo e ingenuità,
di simpatia e orrore, di sorriso e raccapriccio». Per il giullare comunista invasionista «bulga-
ro-italico» Salomone «Moni» Ovadia (I) è una «caratteristica di carattere» super-ebraica. Te-
sti tradizionali ebraici dicono Israele la più sfacciata fra le nazioni, affermando che «l'impu-
denza, perfino quando è diretta verso Dio, è utile». L'«italiano» Ferruccio Fölkel intride la de-
finizione di humor noir: «Quando uno uccide sia il padre che la madre e, dopo, difendendosi
al processo per omicidio, chiede le attenuanti per il fatto di essere rimasto orfano». Altrettanto
incisivo l'ex agente mossadico e transfuga Victor Ostrovsky: «Fai una cacata davanti alla por-
ta di un tizio, poi bussi alla porta e gli chiedi della carta igienica». Più severo, lo storico latino
Arriano la dice «presuntuosa malvagità», Celso e Giuliano Imperatore alazoneia "superbia
barbara"; per sant'Ambrogio è un misto di superbia "arroganza", versutia "astuzia", procaci-
tas "insolenza" e perfidia "malvagità"; l'arcivescovo di Lione Agobardo, all'epoca di Carlo
Magno, e i polemisti medioevali la dicono insolentia Judaeorum.
● Coi francesi demi-juif/juive e tedeschi Halbjude/jüdin vengono indicati maschi o fem-
mine con un genitore ebreo a prescindere se il padre o la madre, a prescindere cioè dalle nor-
me della halachah («il giudaismo non conosce tali concetti [di ebreo a metà, ad un quarto, ad
un ottavo, etc.]. Ci sono solo ebrei e non-ebrei. Punto», lapidarieggia Paul Spiegel). Precisa-
mente, se ebrea è la madre, la lingua tedesca usa Jüdling, se il padre, Judstize; quanto alla pe-
danteria di chi un tempo usò tali termini, non si pensi a qualche paranoia «antisemita», poiché
i coniatori altro non fecero che accogliere concetti di plurimillenaria matrice giudaica. Anche
se a ben guardare, dal punto di vista ontologico / antropologico, spiegeleggia Michael Gut-
mann, «tra "ebreo" e "non-ebreo" non vi sono concetti mediani», sussistendo solo una scala
per i rapporti giuridici che intercorrono tra l'ebreo e le diverse categorie di non-ebrei: proseliti
giusti (o completi), proseliti a fianco, stranieri esterni, timorati di Dio (o proseliti a metà), pa-
gani ignoranti/inoffensivi, fino a giungere ai veri e propri idolatri/bestemmiatori, etc. Scrive
Luciano Tas: «Mezzo ebreo, cioè ebreo due volte, perché i mezzi ebrei si vedono anche essere
ebrei con gli occhi della loro metà "ariana"». Curioso, e ovviamente fuorviante, il marxologo
«francese» Francis Kaplan, docente all'Università di Tours, che sottolinea l'«evidenza» del
«carattere antisemita del semplice aggettivo "ebreo" collegato al nome di certi personaggi».
● E come antisemiti – quod deus avertat! – potremmo essere tacciati addirittura anche noi
se non avessimo fatti nostri, ancor prima di venirne a lettura, sia il monito di Pierluigi Battista,
vicedirettore del Corrierone: «l'antisemitismo non trova mai giustificazioni: né nella sventa-

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tezza della giovane età né nel clima conformista in cui prospera né nell'ignoranza», sia i sofi-
smi di Yann Moix, prefatore di Paul-Éric Blanrue (I): «Se qualcosa mi ha sempre profonda-
mente segnato, è l'uso dell'articolo determinato "lo". "Lo" ebreo. Potrebbe essere, questa, l'e-
spressione assoluta dell'antisemitismo. Passare dal plurale (gli ebrei) al singolare (l'ebreo) non
è un'operazione neutra. Far ciò cancella in primo luogo la nozione di popolo – gli ebrei, in
primo luogo il popolo ebraico. Dire "lo" invece di "gli" significa, poi, quasi appiattire le di-
versità tra gli individui all'interno del popolo ebraico: "gli" ebrei è la somma degli individui
appartenenti ad un popolo che è il popolo ebraico; "lo" ebreo è negare queste diversità, come
se ogni individuo di questo popolo prendesse il posto di tutti gli altri, come se ci fosse un'in-
tercambiabilità tra gli esseri. Dire "lo" ebreo è accampare un ebreo generico, vuoto di signifi-
cato come vuoto è il ricettacolo che ci si appresta a colpire, a raggiungere con gli sputi e le
percosse, le ingiurie e le bombe, le minacce e le umiliazioni. Passare dal plurale al singolare è
livellare le diversità esistenti tra gli ebrei, e con ciò si torna a separare questo popolo dagli al-
tri popoli, a distinguerlo, in senso proprio, ma come si distingue l'animale dall'uomo fram-
mezzo ai viventi. Distinguere un popolo è già disprezzarlo. Ridurlo a un ammasso di individui
simili, fotocopiati, di sosia, di gemelli, di analoghi è già odiarlo».
D'altra parte, se è vero che il talmudico Maestro Jose ci insegna che «una persona non do-
vrebbe mai dare a Satana l'opportunità di aprire la bocca» (Berakot 60a) e che «non dovrem-
mo concedere nessuna misericordia a chi è privo di conoscenza» (Berakot 33a) in quanto
«senza conoscenza, come può esservi discernimento?» (Berakot j 5, 2), questo – l'essere cioè
privi di conoscenza – non sembra proprio essere il nostro caso. Ci riserviamo comunque, e ci
pare il minimo e accettabile perfino per un ebreo o per un democratico, non solo le simpatie
«istintive», ma anche il giudizio su fatti, dati e interpretazioni.
Il tutto, certamente non con l'animo asettico e «distaccato» dei docenti universitari (per il
cui conformismo, per il cui tradimento proviamo sovrano disprezzo quando non puro odio)
naviganti nell'empireo dell'«obiettività», ma parva cum ira ac paululo studio (ci si conceda
qualche animosità: «as men schlogt dem kalten schtejn, fliht arojs a hejsser funk, quando si
batte la fredda pietra, ne vola un'ardente scintilla»). Certamente senza quella «simpatia» auto-
vantata dal cristiano Giacomo Scarpelli verso i Fratelli Maggiori. Certamente col tono «rigo-
rosamente polemico» addebitato dalla consorella semiologa Valentina Pisanty (II) agli studio-
si olorevisionisti. Ma altrettanto certamente senza quelle «false e viziose motivazioni addotte
dai fascisti», i quali, profittatori dell'umana ignoranza, «bramano fuggire l'arduo destino
dell'umana libertà» (Waldo Frank I) e senza alcuna «rappresentazione tendenziosa, e spesse
volte falsa e diffamatoria» (Amos Luzzatto). Ma altrettanto certamente con piede leggiero,
umorismo («l'umorismo, rimedio contro l'idolatria», vanta Ovadia II... peraltro respingendone
l'applicazione alla più oscena e moderna delle idolatrie), sarcasmo e (olo-)causticità. Ma sem-
pre senza nessuno dei «più vili stereotipi antisemiti», con serenità di giudizio e senza espres-
sioni ambigue («chiunque si lasci sfuggire un solo aggettivo equivocabile per un tentativo di
giustificare il nazismo si espone a un legittimo linciaggio», ci conforta il big boss Paolo Mieli
I, direttore del Corrierone... il corsivo degli aggettivi, datane la bellezza, è nostro).
In ogni caso, suaviter in modo, fortiter in re.
● Poiché sarebbe risultato vagamente inestetico usare il corsivo (come peraltro si concede
Siegmund Kaznelson per separare i confratelli dai goyim), i personaggi aggettivati col nome
di popolo tra virgolette («tedesco», «francese», «italiano, «ungherese», «russo», etc. tranne
che per gli USA, per i quali, data l'informità del «crogiuolo», ci è sembrato più consono il
termine «superamericano») devono intendersi di origine ebraica, nati cioè, o provenienti, dai
paesi in questione. Eguale funzione hanno i termini «confratello/i» e «confrère/s» (sempre

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riferiti ad ebrei), equivalenti all'espressione «unserer Stammgenosse, nostro compagno di stir-
pe» – «notre frère de race», traduce Kaplan – usata da Marx per indicare Disraeli (lettera del
29 settembre 1864 allo zio Lion Philips). Del resto, sostengono i fratelli Jerôme e Jean Tha-
raud (II), «un ebreo è sempre un ebreo. Personalmente, consideriamo un insulto verso di lui e
la sua razza il chiamarlo con qualsiasi altro nome». «L'ebreo» – aggiunge il moscelnizzante
biblista Raymond Chasles – «per il carattere unico della sua storia supera [dépasse] il concet-
to di "madrepatria". Egli agisce su scala planetaria [Il est à la taille du monde]. Egli oltrepassa
[déborde], per sua autentica [véritable] vocazione, le frontiere, ed è per questo che costituisce
l'elemento tradizionale e permanente di ogni Internazionale, come di ogni comunione [com-
munautè] tra gli Stati». «Fare l'elenco dei costruttori ebrei della nuova cultura europea [a ca-
vallo del 1900]» – rivendica Amos Luzzatto (in Liliana Weinberg), stagionato sessantottin-
comunista ed ex presidente UCEI, inconsciamente spronandoci nella nostra opera di chiarifi-
cazione – «non è un ozioso elenco telefonico ma piuttosto l'indicazione di un eccezionale im-
pegno che avrebbe potuto delineare un futuro altrettanto eccezionale, se la violenza non l'a-
vesse impedito, preferendo l'inno [«nazista/razzista»] alla barbarie».
Venticinquemila ne abbiamo elencati, di tali «costruttori» della «nuova cultura europea».
Malgrado tutti gli accorgimenti usati per ridurre al minimo le inesattezze e l'estrema prudenza
che, nei casi più dubbi, ci ha fatto scartare l'attribuzione dello status di ebreo per gli individui
in questione, il lettore potrebbe trovarsi talora in disaccordo coi dati da noi riportati. Tenga
egli sempre presente non solo la nostra volontà di adempiere al vero e l'estremo scrupolo
usato nel vagliare ogni indicazione, quale che fosse la fonte di provenienza (persino se ebrai-
ca), ma che gli eventuali errori non inficiano il quadro d'insieme, concernendo essi aspetti
marginali della questione. Se anche, poniamo, risultassero non ebrei addirittura 25 personaggi
– individui comunque minori sotto ogni aspetto – la cifra non equivarrebbe che all'1 per mille
dei detti. Al fine di una sempre più rispondente documentazione, ringraziamo comunque in
anticipo chiunque volesse segnalarci, a partecipe correzione, mancanze e imprecisioni.
● Il termine «moscelnizzanti», coniato sulla scorta del verbo tedesco mauscheln (disceso
dal nome Moishe/Mosè, quintessenza di elezione, equivalente a jüdeln = «parlare con accento
yiddish» e, per traslato, «parlare/atteggiarsi/comportarsi da ebreo», «parlare con accento e-
braico o al modo degli ebrei» nonché popolarmente, continua, con venatura «antisemitica», il
dizionario Bidoli-Cosciani: «mercanteggiare, truffare»), apparso per la prima volta in Germa-
nia nel 1622 in un manifesto diretto contro i coniatori cristiani di cattiva moneta ed entrato
nell'uso a partire dalla parodia letteraria del «saggio» Nathan lessinghiano fatta da Julius von
Voss in Der travestierte Nathan der Weise (1804), riguarda i più fervidi giudeo-rispettosi e-
semplari goyish. Come li riguardano le espressioni juifs honoraires (da noi usata, ma sicura-
mente in voga più o meno catacombale da decenni e in ogni caso fieramente rivendicata da un
goy della stazza di Claudio Magris), «Gesinnungsjuden, ebrei per mentalità», coniata dal pe-
dagogo Wilhelm Dolles nel 1921, e «Weiße Juden, Ebrei Bianchi», resa famosa da un articolo
apparso il 15 luglio 1937 sul settimanale delle SS Das Schwarze Korps. O anche, con l'intel-
lettuale fascista Telesio Interlandi in Contra Judaeos (1938): «gli apparentati degli ebrei, gli
associati degli ebrei, i succubi degli ebrei e gli imbecilli di cui gli ebrei hanno l'arte di circon-
darsi». O, più modernamente con Ariel Toaff (II): i «piaggiatori in buona e malafede», i «soli-
ti pietosi compagni di viaggio che si interessano degli ebrei solo come vittime perennemente
passive», gli «avvocati d'ufficio» delle Comunità. Servi tutti, aggiungiamo, ben più odiosi di
coloro – i «Fratelli Maggiori» del Vicario Polacco, i «Fathers in faith, Padri nella fede» del
suo successore Baruch il Rieducato – che per nascita e crescita, è la loro natura, sono condan-
nati a nutrirsi di odio e protervia.

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● Le parentesi quadre denotano interventi del sottoscritto alle citazioni (le quali non sono
che l'espressione della volontà di capire, documentare quanto più esaustivamente e suggerire
letture su di un'ardua, densa, incandescente materia, e non hanno, come insinua la Pisanty (I)
quanto ai revisionisti, lo scopo «di dimostrare la meticolosità dell'autore citante» o «gettare
fumo negli occhi del lettore»), interventi di soppressione di parti ininfluenti, integrazione o
commento dei testi. Quando non altrimenti indicato, il corsivo è presente nell'originale.
● Poiché per una somma di pratiche ragioni (non esclusa quella, peraltro non di poco con-
to, che la nostra ricerca avrebbe altrimenti richiesto il doppio dei già numerosi anni occorsi)
non ci è stato possibile indicare in nota l'origine paginale delle citazioni, invitiamo il lettore –
comune o accademico, diffidente o semplicemente curioso, giustamente critico, pignolino o
anche solo desideroso di approfondimenti – ad armarsi di santa pazienza e ad usare quel mi-
nimo necessario di buona volontà per dedurre dal contesto e dalla Bibliografia, peraltro in
quei pochi casi in cui sia assente l'indicazione diretta, l'origine dei riferimenti stessi.
● Il sostantivo «nipote» vale «nipote di nonno»; per «nipote di zio» usiamo «nepote». Il
termine «invasionismo» (e il correlato sostantivo invasionista) può essere letto sia come «in-
vasione da parte di un nemico senz'armi apparenti» (concetto «odioso», anche se validato dal
Procuratore Generale della Cassazione nel gennaio 1999) sia come «accoglienza cristiana», in
Italia e in Europa, di masse terzomondiali, zingaresche o similari. Più propriamente, se «inva-
sori» è lecito definire i milioni di non-invitati di ogni colore che si appellano, con la violenza
del loro solo «affacciarsi» ai confini d'Europa, al «buon cuore» delle Anime Pie e di ogni più
vario pazzoide, il termine «invasionista» meglio pertiene a chi ne prospetta, giustifica, avalla i
comportamenti, vantandone l'«utilità». Siano questi: 1. arcivescovi, cardinali, Vicari del Pa-
dreterno, pretini ecumenizzanti, preti talkshowici o redditieri della Caritas, 2. gli ebrei ponti-
ficanti più vari (indimenticabile l'argenteocrinita Tullia Calabi in Zevi), 3. l'intellighenzia (si-
nistra, ça va sans dire, ma anche liberale) guidata da giornalisti e miliardari anchorperson, 4. i
portavoce della grande industria e distribuzione, 5. i Figli della Vedova, 6. i parlamentari sini-
stri, 7. i parassiti dell'europarlamento, 8. i cristianucci che cercano di salvarsi l'anima usando i
soldi degli altri, 9. i più beceri cani da guardia del Sistema (anarchici, circolosocialini, pun-
kabbestia, ex sessantottini e ogni più frustrato sinistrume), nonché, ancor più perniciosi per la
loro «rispettabilità», 10. le omelizzanti Alte Cariche (in testa gli ultimi tre Quirinalizi, a ruota
il capataz della Camera deputatizia) e 11. i magistrati «democratici» che ricorrono, impuniti,
ad ogni sotterfugio per disattendere le pur blande norme «repressive» del criminale fenomeno.
Personaggi tutti, in particolare quelli di cui ai punti 10 e 11, da ricompensare a dovere in tem-
pi più grati, in quanto partecipi del reato di Alto Tradimento della Nazione.
Infine, facciamo nostro l'equilibrato realismo indoeuropeo di Vilfredo Pareto: «L'amore
più ardente pel prossimo, il desiderio più vivo di essergli utile, non possono in alcun modo
supplire al difetto di conoscenza, che ci impedisce di essere sicuri che le misure da noi propo-
ste non avranno un effetto opposto a quello sperato e non finiranno per aggravare il male che
vogliamo guarire. Ma le persone trascinate dalla passione mal sopportano che così si parli loro
il linguaggio della ragione. Esse vogliono "fare qualche cosa", non importa che, e si indigna-
no, del tutto in buona fede, contro la gente prudente che non cede a questo impulso [...] Del
resto, è un carattere comune a tutte le superstizioni, non lasciarsi intaccare dalle prove più e-
videnti, che la logica e l'esperienza possano fornire» (I sistemi socialisti, Introduzione).
● Poiché le parole veicolano il pensiero e poiché ben concordiamo con lo sterminazionista
Dietz Bering («le parole sono strumenti che le società approntano per determinati scopi; usan-
dole, esse interpretano e formano la realtà»), e ancor più con Gian Luigi Beccaria («l'agonia e
la morte delle cose cammina di pari passo con l'oblio del nome che le designa») e Guillaume

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Faye («le parole hanno un'importanza fondamentale, come sostiene Foucault in Les mots et le
choses, costituiscono il fondamento dei concetti che a loro volta sono l'impulso semantico del-
le idee, motore delle azioni. Nominare e descrivere è già costruire»), i termini «nazista/nazi-
smo», e tanto più il fantapsichico «nazi» – Modeschimpfworte, «insulti alla moda» e prototipi
di ogni neolingua, coniati dai comunisti weimariani, il secondo dal libellista demi-juif Konrad
Heiden – vengono da noi sempre posti tra virgolette. Ciò in quanto non-scientifici e caricature
parametafisiche del fenomeno nazionalsocialista operate dai suoi nemici, vocaboli disin-
carnati da ogni realtà, flatus vocis destituiti di risonanza storica. Si pensi solo, ab inversis, al
risibile senso palesato dai termini democratico, liberale, socialista, comunista e giudeo/ebreo
quando venissero sincopati in «dematico/demo», «libale/liba», «socista/soci», «comista/co-
mi», ed infine «udeo» e «breo» (volendo, per questo ultimo, con Voltaire, anche «bereo»).
Inconsapevoli, concordano Joseph Sitruk Gran Rabbino di Francia: «I nazisti perdono la loro
umanità e non possono essere più considerati uomini. In questo senso, il giudaismo non è il
veicolo di un beato umanesimo», e l'antico assassino Joseph Harmatz: «I nazisti al genere
umano erano estranei». «Per la Germania del tempo di Hitler» – conclude il politologo e sto-
rico Jacques Heers, svelando un'arma polemica di indiscussa efficacia – «non si parla oggi se
non di "nazismo", termine dalle consonanze bizzarre, un po' barbare, che evoca ai nostri occhi
il male assoluto e carica di ogni peccato tutto quanto si vuole accusare di "nazionale"».
● Se l'aggettivo semitisch lo troviamo per la prima volta – dopo l'applicazione ai popoli
fatta da Gottfried Wilhelm Leibniz qualche decennio prima – nel 1781 in uno studio del filo-
logo austriaco August Ludwig von Schlözer sulle lingue parlate nel Vicino Oriente, i termini
«antisemitismo» e «antisemita» vengono coniati: l'uno da Christian Rühs nel 1816 o da Mo-
ritz Steinschneider nel 1860 (nell'accezione più di «non-semita» che di «contro-semita»), l'al-
tro nell'ottobre 1879 da Wilhelm Marr (in realtà, Massimo Ferrari Zumbini rileva che il ter-
mine, per quanto accetto non solo a Marr ma a quasi tutti gli avversari dell'ebraismo – ma non
all'«antisemita» ottocentesco Bernhard Förster o al dottor Joseph Paul Goebbels o all'«anti-
semita» Albrecht E. Günther, che nel 1927 lo dice «stramba fantasticheria con cui l'intero
Movimento viene ridicolizzato di fronte ad un pubblico illuminato» – viene introdotto nella
cronaca politica immediatamente prima di Marr dai ebraici giornalisti dell'ebraica Allgemeine
Zeitung des deutschen Judenthums, il 2 settembre 1879).
Definito dall'onesto ebreo Albert Lindemann, docente di Storia all'Università di Califor-
nia, «il "patriarca" simbolico del moderno antisemitismo», familiare con le vanterie di Disra-
eli sull'eccellenza del sangue ebraico e sull'abilità degli ebrei a operare dietro le quinte, Marr
viene solitamente dato come Halbjude (figlio dell'attore «ebreo» Heinrich Marr), persino dal-
l'«antisemita» otto-novecentesco Otto Glagau e dubitosamente da Sigilla Veri. Ciò, anche per
via dei matrimoni: il primo e il terzo con Halbjüdinnen, il secondo con una Volljüdin, l'ultimo
infine – a riparazione/consolazione? – con una tedesca. Mentre Sander Gilman lo dice «son of
a baptized Jew», Fritz Zschaeck ne attesta al contrario una completa origine «ariana».
● In ogni caso i termini «antisemitismo» e «antisemita» – a indicare una gamma di atteg-
giamenti nei confronti degli ebrei che possiamo elencare, in crescendo, come : indifferenza,
antipatia, disprezzo, opposizione, avversione, ostilità e odio («come si sa», il termine, taglia
corto l'arruolato Eugenio Saracini, «significa odio verso gli ebrei») – vengono da noi sempre
posti tra virgolette. Di gran lunga più rigorosi sono infatti gli aggettivi anti-ebraico (che rac-
coglie, in concretezza storica, pressoché tutte le valenze del vecchio «antisemita»), anti-
giudaico e anti-sionista, a definire rispettivamente una ostilità/opposizione:
1. all'azione socio-economico-politico-storica dell'ebraismo (ostilità quale espressione, per
dirla con l'eletto Roberto Salvadori, di un «pregiudizio sociale»),

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2. alla sua fantasmatica ideo-religiosa (ostilità quale «pregiudizio religioso», laddove l'es-
sere anti-semita configurerebbe un «pregiudizio razziale») e
3. ad una sua precisa, moderna articolazione, per nulla dissonante, ed anzi la più intima e
coerente, con la Judenfrage.
Che taluno – e non certo noi, per quanto «estranei alla democrazia» (il centrato giudizio in
Germinario I) e per quanto gustosa sia stata la sorpresa e alto l'onore di ritrovarci blacklisted
dalla Lista di Proscrizione Antisemitism - World Report 1997, sixth edition (sezione «Italy»,
p.193, volpini autori i membri della Fondazione Centro di Documentazione Ebraica Contem-
poranea di Milano, capeggiati dai «contributors and experts» Adriana Goldstaub e Tullia Ze-
vi che «assisted in the preparation of this Report»), il «corpo del reato» essendo costituito
dalla nostra appendice cartografico-statistica al volume Prima d'Israele (seconda edizione):
«Authors published by these houses ranged from Nazi-era figures such as Adolf Hitler and
Julius Evola to contemporary writers such as Gianantonio Valli, Piero Sella and Igor Shafa-
revich» – che taluno, dicevamo, voglia poi definire la propria posizione intellettuale o politica,
e magari anche religiosa o morale, aggettivandola in uno dei tre modi suddetti, non ci sembra,
in via di principio, per nulla censurabile.
E ciò, anche se il fatto potrebbe costituire, viste la pregiudiziale anti-«antisemita» che ha
fondato e regge il Sistema nonché le ricorrenti qualifiche onusico-ecclesiali dell'«antisemi-
tismo» quale crimine, un immediato motivo di repressione di idee: «L'antisemitismo bisogna
continuare a vietarlo [...] anche oggi c'è dell'antisemitismo che va bollato a fuoco» (Wizen-
thal); «L'antisemitismo, nei suoi aspetti più modesti e in quelli più forti, è un male profondo,
requiring an aggressive and immediate political response, che richiede una risposta politica
aggressiva e immediata» (il Reform Rabbi Eric Yoffie, presidente della Union of American
Hebrew Congregations), in quanto «those who hate the message from Sinai will hate the mes-
sengers from Sinai, chi odia il messaggio del Sinai odierà i messaggeri del Sinai» (l'opinion-
maker Dennis Prager). In ogni caso, avverte il Midrash ha-neelam 6° facendoci correre un
brivido giù per la schiena, stiano attenti, anche solo a parlare, gli «antisemiti», poiché, a pre-
scindere dalla spicciola, miserabile, transeunte repressione dei nostri giorni terreni, nell'alba
del Riscatto «coloro che odiano Israele conosceranno rinnovati dolori, tanto che i loro volti
diventeranno neri come il fondo di una pentola».
Gli Arruolati devono infatti godere di uno statuto che li pone al di sopra dei comuni mor-
tali, punendo il Sistema non solo le «offese» e gli «attacchi dell'odio» nei loro confronti, ma
anche ogni semplice critica al filosofare/agire di «una minoranza religiosa pacifica e indifesa»
(l'azzardata definizione della sua tribù è dell'eletto Cesare Segre).
Dovrebbe essere comunque ovvia la legittimità, per chi lo voglia e ivi compresi i «peggio-
ri elementi del nostro tempo» (Victor Farías III), di dichiararsi almeno «non-filosemita», tanto
più ricevendo conforto dalla proverbiale arguzia ebraica: «An anti-Semite is someone who ha-
tes Jews more than necessary, Un antisemita è uno che odia gli ebrei più del necessario».
Laddove quindi, se non il superfluo, il «necessario» è ammesso.
E comunque, che il Sistema tenti di criminalizzare ogni posizione – politica certo, ma an-
cor prima intellettuale e morale – non allineata alla vulgata del «semitismo» sequestrando li-
bri e periodici, impedendo l'accesso alle fonti documentarie, devastando le abitazioni, inflig-
gendo carcere pluriennale e ammende ultramilionarie per delitto di pensiero, trincerandosi
dietro virtuosi e criminali pretesti... tutto ciò non ci meraviglia affatto, essendo solo segno del
crescente terrore provato dai suoi manutengoli. Terrore per la libertà, intellettuale ma ancor
prima morale, dei suoi critici. Volontà di annientare quella «abitudine a discutere, a non dare
nulla per scontato, a problematizzare, a dimostrare o contestare facendo uso della razionalità»

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pretesa, per i fini suoi propri e della sua gente, dall'«italico» giornalista Stefano Jesurum (V).
«Invece di sottoporre l'antisemitismo al libero gioco delle idee» – scrive il combattivo pa-
triota americano Wilmot Robertson – «invece di farne argomento per un dibattito al quale tutti
possono partecipare, gli ebrei e i loro supporter progressisti hanno operato per mettere in pie-
di un'inquisizione in cui tutte le azioni, gli scritti e persino le opinioni critiche nei confronti
degli ebrei vengono trattate come una minaccia all'ordine morale dell'umanità [...] Da quando
il tabù antisemita ha reso impossibile sottoporre la questione ebraica alla libera discussione e
ad un'aperta indagine, gli ebrei devono ringraziare solo se stessi per essersi posti al di sopra e
al di fuori delle regole della condotta democratica. Considerate la loro storia e le loro memo-
rie, è certo naturale per gli ebrei l'essersi comportati in questo modo. Ma anche per i membri
della maggioranza bianca è certo naturale l'opporsi ad un genere di comportamento collettivo
organizzato per il quale le loro istituzioni non sono mai state progettate».
In Von der weltkulturellen Bedeutung und Aufgabe des Judentums, "Dell'importanza e dei
compiti dell'ebraismo per la civiltà mondiale", nel 1916 aveva scritto il gros bonnet sionista
Nahum Goldmann,: «L'intera nazione [ebraica] deve essere considerata come un organismo
coerente [ein einheitlicher Organismus], che resta solidale e conchiuso in ogni mutamento
delle generazioni. Da ciò discende il principio della ricompensa fino alla millesima genera-
zione, del castigo fino alla quarta e alla quinta; una generazione è responsabile per l'altra, poi-
ché tutte formano un'unità. Da ciò discende anche il principio della ricompensa e della puni-
zione dell'intero popolo per le azioni di un suo singolo membro; ogni gruppo è responsabile
per l'altro, poiché tutti sono soltanto parti dell'intera comunità nazionale [der Gesamtnation].
La vostra più alta espressività incontra tale incondizionata subordinazione del singolo al tutto
[unter die Gesamtheit] nel noto motto che costituisce il filo conduttore di ogni essenza ebraica
nazionale: "Tutto Israele è corresponsabile, ognuno per il suo compagno" [in talmudico: Kol
Jissraéjl arejwím se basé]». E d'altronde, riecheggia l'«ungherese» Heinrich Ettenberger, «En-
tre Juifs il n'y a pas d'étrangers», come aveva cantato il massone Itze Aaron/Isaac Moïse dit
Adolphe Crémieux il 12 maggio 1872, all'assemblea generale dell'Alliance Israélite Univer-
selle, richiamando il motto AIU: «Alle Israeliten sind für einander verantwortlich».
E che tutti gli ebrei siano corresponsabili, che ogni ebreo non possa non essere coinvolto
nel giudizio globale sui confratelli come attestato dall'Antica Saggezza lo attesta anche il cat-
tolico Georges Bernanos: «È molto bello contrapporre gli ebrei poveri agli ebrei ricchi. Ma
cosa c'importa degli ebrei poveri, se è vero che la massa del popolo ebraico assicura e rinnova
senza fine una specie di aristocrazia nella quale gli atteggiamenti sono precisamente quelli
della razza, portati ad un alto livello, una massa che di generazione in generazione riesce non
solo a raggiungere ma a governare il denaro, a occupare tutti i posti nei quali ci si può assicu-
rare il Governo del denaro? Esiste un problema economico ebraico. Esiste un problema socia-
le ebraico. Esiste un problema razziale e nazionale ebraico. Non contesto affatto che l'ostina-
zione degli ebrei a ricostituire incessantemente un popolo eletto, da Dio stesso disperso, pon-
ga un problema d'altra natura. Nessun cristiano pensa di rinnegare il popolo ebraico. Osser-
viamo semplicemente che questa ostinazione ne ha fatto un popolo tra i popoli. Non si assimi-
la il popolo ebraico, gli si dà ospitalità [...] La teocrazia è un sogno ebraico. Teocrazia e razzi-
smo vanno sotto braccio. Prima di denunciare il razzismo, sarebbe soltanto corretto concedere
che questa peste delle coscienze, come l'altra, si è conservata nei ghetti».
«Non si è forzatamente nemici degli ebrei, se rifiutiamo di dimostrare di ignorare una raz-
za, una tradizione razziale, uno spirito razziale che mai hanno cessato di affermarsi orgoglio-
samente. L'orgoglio ebraico sarebbe un pregiudizio dei cristiani? L'intera storia d'Israele, nei
secoli, è come un immenso olocausto del sangue della Razza allo Spirito della Razza. Perché

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vorreste che non lo annoveri tra le forze che oggi si disputano il Dominio del Mondo, un ge-
nio che nulla è riuscito a contrastare? Se questo genio ha potuto mantenersi fino ad oggi, con-
tro la diffidenza o l'odio della Cristianità militare, un popolo essenzialmente non militare, cre-
diamo davvero che ha perso tutto il potere, tutta la forza nella moderna società capitalista, o-
rientata al profitto e che gli ha offerto, fino ai tempi più recenti, un campo d'azione così favo-
revole? Parlando dell'"impossibile antisemitismo", penso che Jacques Maritain voglia sempli-
cemente farci capire che non dobbiamo né odiare né disprezzare gli ebrei. Non di meno, il
razzismo ebraico è un fatto ebraico; sono gli ebrei ad essere razzisti, non noi. Non sono Stalin
né Mussolini ad avere insegnato il razzismo agli ebrei. E questo razzismo ebraico non sapreb-
be passare per un fenomeno puramente sentimentale in virtù del doppio carattere d'Israele,
dell'innata contraddizione di un genio ora profetico e positivo, di questo doppio fermento:
"l'irrequietezza incurabile della razza, l'antica, eterna irrequietezza" [da Charles Péguy, Notre
jeunesse, 1910, così come i riferimenti successivi] che aggredisce l'anima dei popoli, e il rea-
lismo che lavora così efficacemente il loro oro [...] La grandezza e la disgrazia di questo po-
polo, ciò che lo rende inassimilabile e pericoloso, è precisamente il fatto che non si affeziona
a niente: "Popolo singolare, popolo straniero, per il quale le case più ferme saranno sempre le
tende. Cosa contano pietre più grandi delle colonne di un tempio? Resteranno sempre sul dor-
so dei cammelli. E noi, invece, che abbiamo davvero dormito sotto la tenda, sotto tende vere,
quante volte abbiano pensato a voi, Lévy, che non avete mai dormito sotto una tenda se non
nella Bibbia [...] Essere altrove, ecco il grande vizio di questa razza, la grande forza segreta,
la grande vocazione d'Israele"» (sempre Bernanos, in A propos de l'antisémitisme de Dru-
mont, edito nel 1962 quale variante di Scandale de la vérité, 1939).
Inoltre, affermando di voler difendere «la memoria dei morti» (ovviamente, solo ebraici, i
morti con la M maiuscola) dall'assalto dei Bestemmiatori e di voler impedire «incitamenti al-
l'odio» (ovviamente, solo nei confronti delle vittime con la V maiuscola), il Sistema semina in
primo luogo odio e rancore esso stesso, tentando per di più, con la feroce repressione e la ri-
buttante impunità concessa agli aggressori degli studiosi olorevisionisti, anche agli aggressori
più criminali, di spegnere ogni radicale dissenso nei suoi confronti e sottrarre allo studio, e
quindi alla critica e ai conseguenti giudizi di valore, interi segmenti di storia.
Se, come scrive l'ebreo Theodor Adorno (I), l'«antisemita» «si definisce per la sua indi-
sponibilità all'esperienza e al dialogo», «dispone di un Io debole» caratterizzato «dall'inca-
pacità di maturare esperienze», rifiuta l'empirismo e disconosce la «società aperta» (ah, Pop-
per, Popper! quanta nausea ci hai procurato con questa società «aperta»!), chi s'appropria di
tale qualifica sono, con maggiore tenacia degli «antisemiti», proprio i «semiti» d.o.c. quali lo
sterminazionista Vidal-Naquet e i «filosemiti» di ogni risma, acculturata o imbecille che sia.
Ed è quindi, ci pare, a costoro che va ritorto il rimbrotto vaneggiato dall'antifascista regista
Federico Fellini: «Le eterne premesse del fascismo a me pare di ravvisarle appunto nell'essere
provinciali, quindi nella mancanza di informazione, nella mancanza di conoscenza di proble-
mi concretamente reali, nel rifiuto di approfondire, per pigrizia, per pregiudizio [il «pregiudi-
zio», il «partito preso», l'«avversione normativa»: l'eterna «chiave» per paralizzare gli studiosi
indipendenti, sempre pre-giudiziali, sempre incapaci di giudizio, e cioè di capire... e ciò anche
malgrado studi pluridecennali delle più numerose e autorevoli fonti ebraiche], per comodità,
per presunzione, le cose della vita. Vantarsi di essere ignoranti, cercare di affermare se stessi o
il proprio gruppo non con la forza che viene dall'effettiva capacità, dall'esperienza, dal confor-
to della cultura, ma invece con la millanteria, le affermazioni fini a se stesse, lo spiegamento
di qualità mimate invece che vere». E non parliamo di come ben più si adatterebbero proprio
all'antifascismo di ogni risma – democrazia e giudaismo ovviamente in testa – le espressioni

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«squallore umano, morale, mentale […] religione rozza, pregiudizio ottuso e ostinato» sputate
contro fascismo e «nazismo» dal superebreo Furio Colombo nel volume di Mario Capello.
Come che sia, c'è ben più verità e correttezza nella popolaresca saggezza del superebreo
Moni Ovadia (autore della folgorante definizione del Messia quale «the Great Jewish Swin-
dle, la grande truffa ebraica»): «Che cos'è un ebreo corrosivo? Un ebreo corrosivo è un ebreo
che arriva in uno sperduto villaggio della Transcaucasia, dove non hanno mai visto un ebreo e
non sanno cos'è il giudaismo. Il villaggio ha duemila abitanti; un anno dopo ci sono duemila
antisemiti» (I). Lo volesse, elimini pure il lettore, in quanto superfluo, l'aggettivo «corrosivo».
E il concetto ovadiano era stato sviluppato dal confraterno psicoanalista Fritz Wittels (nel
1904, in Der Taufjude, saggio sugli ebrei battezzati, nel quale afferma che un ebreo battezzato
altro non è che un bugiardo congenito, il quale dimostra una forma di «demenza etica»), che
aveva illustrato il goût juif come il tipo più complesso di intelligenza critica, «un'orgia mefi-
stofelica di distruzione di tutto ciò che è antico, abituale, tradizionale». Di «sarcasmo corrosi-
vo» tratta anche il confratello psicoanalista Otto Rank nel 1905 in "L'essenza del giudaismo".
● Nel volume, le date sono generalmente indicate secondo il calendario gregoriano (detto
anche d'Occidente, o Nuovo Stile), in anticipo di tredici giorni sul calendario giuliano (Vec-
chio Stile) usato in Russia. Il governo sovietico passò al nuovo calendario alla mezzanotte del
31 gennaio 1918, sicché il giorno successivo divenne il 14 febbraio come nel resto d'Europa.
Ciò spiega perché la data d'inizio della rivoluzione «d'ottobre» – in realtà un mero putsch
bolscevico-militare azzardato contro un governo di larve – non è, propriamente, il 25 ottobre
ma il 7 novembre 1917. I nomi russi sono strati traslitterati quanto più omogeneamente, eli-
minando però i segni diacritici sulle lettere c, l, s e z, sia minuscole che maiuscole.
● La dedica generale a p.7, condivisibile da chiunque non sia ottenebrato dalla Gran Lu-
ce Democratica, va integrata con quattro dediche personali. La prima, al marinaio russo Ni-
kita Glotov, istintivo analista degli eventi rivoluzionari, anni-luce più colto di tanta illustre
marmaglia universitaria. La seconda, al revisionista austriaco ingegner Wolfgang Fröhlich –
da noi conosciuto il 16 luglio 1998 nel corso del processo allo svizzero amico fraterno Jürgen
Graf, poi esule in Russia – per anni e a tutt'oggi, mese di aprile dell'anno di grazia 2010, ri-
stretto nelle carceri della sezione viennese del Sistema per crimine di libero pensiero. La terza
e la quarta, agli altrettanto indomiti amici Pedro Varela e Vincent Reynouard, pluriperse-
guitato il primo dalla sezione spagnola con aggressioni fisiche, carcere, estorsioni milionarie,
sequestri e distruzione di materiale librario, il secondo dalle sezioni francese e belga con li-
cenziamento in tronco dall'insegnamento, sequestri e distruzione di materiale librario, defati-
ganti processi, mandato di cattura internazionale e riduzione sul lastrico dell'intera famiglia.

20
I

PERCORSO – I

Di' ai figli d'Israele che si mettano in marcia.


Esodo, XIV 15

Impostori e simulatori, fingendo di essere ispirati da Dio, macchinando disordini e sovverti-


menti, spingevano le masse al fanatismo e le conducevano nel deserto, facendo credere che
qui Dio avrebbe loro mostrato segni dell'imminente liberazione [...] In ciò eccelsero gli zeloti,
gruppo che confermò con i fatti il suo nome. Essi infatti imitarono ogni malvagia azione, e
non vi fu delitto a memoria d'uomo che lasciassero intentato. Eppure avevano derivato il no-
me dal loro preteso zelo nell'aspirare alla virtù, sia che volessero prendersi gioco, con la loro
bestiale natura, delle loro vittime, sia che stimassero beni i mali peggiori.

Giuseppe Flavio, Guerra giudaica, II 259 e VIII 268-270

Il mondo è posto alla rovescia. Gli uomini non devono più, scrisse Coppe nel 1649, «agognare
e bramare la vita di lussi della terra d'Egitto (che è la casa della schiavitù), dove non osano
diminuire in nulla i mattoni del loro dovere quotidiano»; essi dovrebbero cercare ed affrettarsi
verso «la Canaan spirituale (il Signore vivente), che è terra di grande libertà, la casa della feli-
cità, in cui, come il giglio del Signore, essi non faticano, ma crescono sulla terra che abbonda
di vino dolce, latte e miele [...] senza denaro».
Christopher Hill, Il mondo alla rovescia, 1972

ynter die griene Beimelach / sizzen die Mojschelach, Schlojmelach / Eugen wie gliehende
Keulach [...] kim, kim Jisruleki I aheim / in dein teures Land arain, dietro gli alberi verdi /
siedono i figli di Mosè, di Salomone / gli occhi come carboni ardenti [...] io ritorno, ritorno a
casa, Gerusalemme / a te, terra amata...
canto popolare yiddish ottocentesco

La nervosa irrequietezza ebraica precipiterà la Russia in una rivoluzione che il mondo non ha
forse mai visto. Il nichilismo sociale e l'individualismo astratto verranno suscitati in forma tale
che l'impero semicivilizzato degli zar non potrà farvi fronte [...] La Russia dovrebbe opporre
resistenza al nichilismo societario che l'ebraismo ha portato nei paesi occidentali? Impossibi-
le! In Russia l'ebraismo ha conquistato l'ultima posizione, dalla quale dobbiamo temere di ve-
nire assaliti alle spalle ancora una volta.

Wilhelm Marr, Der Sieg des Judenthums über das Germanenthum, 1879

La tendenza a fantasticare e le altre ragioni per le quali abbiamo visto che il pensiero israelita
s'adatta naturalmente alla concezione socialista – mentre invece l'interesse israelita non vi si
acconcia che accidentalmente o lascia credere di acconciarvisi poi di fatto – fanno degli inse-
gnanti israeliti di materie economiche e sociologiche i meglio autosuggestionati fra gli aposto-
li della demolizione e della ricostruzione sociale.
Eugenio Righini, Antisemitismo e semitismo, 1901

21
«Quei rivoluzionari delle città che Reb Moschè detesta tanto sono quasi tutti venuti da qual-
che ghetto rustico sul tipo di Schwarzé Temè. Un giorno, con uno sforzo violento, essi sono
evasi da qualche Comunità Santa, dai suoi riti, dalle sue pratiche bizzarre. E in fede mia, nel
loro orgoglio di essersi emancipati dal Talmud e dalla Legge, essi negano anche ogni altra
legge, ogni altra disciplina, e le nostre idee, le idee di noi non semiti, sembrano loro pazze-
sche, assurde e ingombranti quanto quelle dei loro Dottori. Ma a guardar bene, quei rivoluzio-
nari e questi lettori dello Zohar sono proprio diversi nel fondo? Si nutrono gli uni e gli altri
dello stesso alimento, della stessa grande speranza. Questi attendono che il Messia venga so-
pra un cavallo bianco, quelli credono che debba venire dietro una bandiera rossa».

il personaggio del conte Zavorsky, in Jerôme e Jean Tharaud, Un regno di Dio, 1934

Nell'apocalittica messianica, le antiche promesse e tradizioni e i nuovi motivi, interpretazioni


e reinterpretazioni che le confermano, si ordinano in maniera quasi spontanea secondo quelle
due facce che l'idea messianica assume e manterrà sempre per la coscienza ebraica. Questi
due aspetti, che in fondo già le parole dei profeti presentavano in modo più o meno evidente,
riguardano da un lato la natura catastrofica e distruttiva della redenzione, e dall'altro il caratte-
re utopico del contenuto delle realizzazioni messianiche. Per sua origine e nella sua natura
profonda, infatti, il messianismo ebraico è, e non lo si sottolineerà mai abbastanza, una teoria
della catastrofe.
Gershom Scholem, Concetti fondamentali dell'ebraismo, 1986

Del resto, tutti i rivoluzionari proclamano, successivamente, che le rivoluzioni passate non
hanno avuto in definitiva che il risultato di ingannare il popolo; solo quella cui essi mirano
sarà la vera rivoluzione [...] Disgraziatamente, questa vera rivoluzione, che deve portare agli
uomini una schietta felicità, non è se non fallace illusione, che mai diviene realtà; essa somi-
glia all'età dell'oro dei millenni: sempre attesa, sempre si perde nelle nebbie dell'avvenire,
sempre sfugge ai suoi fedeli nel momento stesso in cui credono di raggiungerla.

Vilfredo Pareto, I sistemi socialisti, 1901

[Il comunismo rivoluzionario] affermava che la soppressione della proprietà privata avrebbe
generato un «mondo nuovo» completamente trasfigurato. La prospettiva che l'innesto dell'al-
ternativa comunista sul tronco della filosofia della storia hegeliana dischiudeva era esaltante:
l'umanità ritornava ad apparire – esattamente come nella tradizione giudaico-cristiana – una
gigantesca carovana in marcia verso la Terra Promessa e, per di più, si poteva affermare che
la traversata del deserto era prossima a concludersi felicemente. C'era, infatti, un gigantesco
fenomeno storico che stava modificando radicalmente la situazione: la rivoluzione industriale.
Essa stava producendo le condizioni economiche – il prodigioso sviluppo delle forze produt-
tive – che avrebbero reso possibile il salto dal regno della necessità al Regno della libertà.
Tuttavia mancava qualcosa di essenziale perché la meta agognata – la terra senza il male –
potesse essere effettivamente raggiunta: la potenza materiale per distruggere il vecchio mondo
che imprigionava gli uomini e impediva loro di poter realizzare i loro sogni. Ebbene, tale po-
tenza sarebbe sorta – questa fu la risposta che diede Marx al problema che aveva di fronte –
non appenna l'«umanità pensante» – i filosofi critici – e l'«umanità sofferente» – la massa pro-
letaria – si sarebbero incontrate e, fondendosi, avrebbero fatto sorgere un grande, possente
movimento rivoluzionario.
Luciano Pellicani, Miseria del marxismo, 1984

22
La ribellione russa, scervellata e impietosa, spazzerà via tutto, trasformerà tutto in polvere.
Concepire che genere di Russia emergerà da questa prova senza precedenti è al di là dell'im-
maginazione umana: gli orrori della ribellione russa potrebbero superare qualsiasi altra cosa
conosciuta nella storia. Forse l'intervento straniero dilanierà il paese. I tentativi di mettere in
pratica gli ideali del socialismo teorico, che saranno intrapresi senza alcun dubbio pur essendo
destinati a fallire, distruggeranno la famiglia, l'espressione della fede religiosa, la proprietà e
tutti i fondamenti della legge.
S.J. Vitte, ministro della Difesa, promemoria a Nicola II, 9 ottobre 1905

I paralitici del governo si battono in modo fiacco e indeciso, quasi controvoglia, contro gli e-
pilettici della rivoluzione.
Ivan Grigorevic Sceglovitov, ministro della Giustizia, 1915

Noi contro tutti i borghesi / scateneremo l'incendio mondiale, / l'incendio mondiale nel san-
gue. / Signore! Benedici!
Aleksandr Aleksandrovic Blok, nel poema I dodici (dodici guardie rosse, marciando in una tormenta di neve
con alla testa Gesù Cristo con bandiera rossa, distruggono il vecchio mondo), sul SR Znamja Truda, 1918

Il Partito comunista è, nell'attuale periodo, la sola istituzione che possa seriamente raffrontarsi
alle comunità religiose del cristianesimo primitivo; nei limiti in cui il Partito esiste già su scala
internazionale, può tentarsi un paragone e stabilirsi un ordine di giudizi tra i militanti per la
Città di Dio e i militanti della Città dell'Uomo; il comunista non è certo inferiore al cristiano
delle catacombe. Anzi! […] L'operaio comunista che per settimane, per mesi, per anni, disin-
teressatamente, dopo otto ore di lavoro in fabbrica, lavora altre otto ore per il Partito, per il
Sindacato, per la Cooperativa, è, dal punto di vista della storia dell'Uomo, più grande dello
schiavo o dell'artigiano che sfidava ogni pericolo per recarsi al convegno clandestino della
preghiera.
Antonio Gramsci, su L'Ordine Nuovo, 4 settembre 1920, in G. Lehner, La famiglia Gramsci in Russia

La rossa tunica del Cristo fiammeggia oggi più smagliante, più rossa, più bolscevica. Vi è un
lembo di tunica di Cristo nelle innumerevoli bandiere rosse dei comunisti che in tutto il mon-
do marciano all'assalto della fortezza borghese per restaurare il regno dello spirito sulla mate-
ria, per assicurare la pace in terra a tutti gli uomini di buona volontà.

Caesar (Antonio Gramsci), su L'Ordine Nuovo, primi anni Venti, in: I Millenari, Via col vento in Vaticano

Un altro proletario, anch'egli israelita come Marx, duemila anni fa, fondò l'internazionale ba-
sata sulla eguaglianza, sulla fraternità, sull'universalità, sulla paternità di Dio.

il politico democristiano Alcide De Gasperi, 1944

Si stanno realizzando il quarto salmo dei vespri domenicali e il Magnificat: i potenti rovesciati
dal trono e il povero riscattato dalla miseria […] I ricchi non ci sono più: solo poveri e pove-
rissimi. Il sapere con conferisce né privilegio né rispetto. L'ex operaio promosso direttore dà
ordine agli ingegneri. Alti e bassi salari s'accostano. Il diritto di proprietà è ridotto agli effetti
personali. Il giudice non è più tenuto ad applicare la legge, se il proprio senso d'equità proleta-
ria la contraddice.
il cattolico Pierre Pascal sulla "Rivoluzione d'Ottobre", in: D. Losurdo, Stalin

23
Figliuolo di un'epoca nella quale il capitalismo non aveva subìto le gravi sconfitte che subisce
oggi, il marxismo è interamente imbevuto di determinismo capitalistico, ed è questo che costi-
tuisce il suo fatale carattere. Non è un'imitazione del capitalismo: ne è soltanto un ramo. Ma
ha conservato del tronco dal quale viene l'intera costituzione: cioè il concetto dell'essenzialità
puramente economica dell'uomo, della preponderanza dei problemi economici su tutti gli altri,
della preminenza, soprattutto, della tecnica e della produzione su tutto il resto.

Carlo Scarfoglio, Nella Russia di Stalin, 1941

Bet Ya'akov L'chu V'nelcha, Popolo di Israele sorgi, andiamo [tradotto anche: Casa di Gia-
cobbe, venite, camminiamo alla luce del Signore].
Isaia, II 5

Le lotte rivoluzionarie successive al 1789, in ultima analisi, riguardano più la teologia che la
politica [...] La rivoluzione russa non è stata provocata dalle forze della natura né da masse
anonime, ma da individui ben determinati che perseguivano i propri scopi. Pur presentando
componenti spontanee, fu provocata soprattutto da atti intenzionali, ed è quindi più che legit-
timo esprimere in proposito un giudizio morale.
Richard Pipes, La rivoluzione russa, 1989

In concreto è avvenuto che, nel mezzo delle crisi rivoluzionarie che hanno interessato alcune
società afflitte dalle doglie del parto della società moderna, sono emersi quali protagonisti del-
la vita politica gruppi di intellettuali emarginati che si sono fatti portatori di una concezione
metapolitica della rivoluzione [...] Corollario logico di questa nuova e sconvolgente concezio-
ne della politica come prassi soteriologica è stato la nascita della singolarissima figura del
rivoluzionario di professione, «negativo permanente» all'interno della società, forza che tende
a distruggerne la cultura che l'ha generata al fine di crearne una di tipo affatto nuovo [...] Lo
Stato costruito dai bolscevichi deve essere considerato nei suoi primi anni di vita una tirannia
ideocratica, cioè a dire un «regime di permanente illegittimità» nel quale una élite di intellet-
tuali governano autocraticamente in nome di una dottrina sacra e rivendicano una giuri-
sdizione totale sulla vita umana individuale e collettiva al fine di rigenerarla. Detto in altra
forma: il regime politico sovietico fu nei primi anni di vita uno Stato ierocratico retto da una
aristocrazia di sacerdoti della Rivoluzione.
Luciano Pellicani, I rivoluzionari di professione, 1975

Venne poi l'epoca della riforma e il tentativo ricominciò, risorse l'antica volontà della comuni-
tà cristiana di distruggere ogni potenza umana per sostituirvi la potenza negativa delle masse.
La battaglia infuria oggi in tutto il suo orrore. In Russia il trionfo su ogni umano potere fu
compiuto, stabilito il Regno dei Santi, con a capo Lenin [...] Il governo dei Santi di Lenin si
trasformò in una cosa orribile. Fissò più divieti che non avessero fatto tutte le «Bestie» o gli
imperatori. Era fatale, poiché ogni Regno dei Santi è mostruoso. Perché? Perché la natura
dell'uomo non è santità.
David Herbert Lawrence, Apocalisse, 1931

Quando le forze reazionarie saranno annullate e la rivoluzione avrà compiuto la sua gesta av-
viando la società al periodo di assestamento politico ed economico [...] la dittatura del proleta-
riato sarà di fatto abolita e la società avrà ordinamenti basati esclusivamente sulla concordia,

24
sull'uguaglianza e sulla libertà di tutti.

Ettore Sottovia, Parlamentarismo e dittatura proletaria, nell'anarchico La Valanga, 5 luglio 1919

Tre sparavano come automi. E i loro occhi erano vuoti, con un morto bagliore di vetro. Tutto
quello che facevano nel sotterraneo, lo facevano quasi macchinalmente. Aspettavano che i
condannati si svestissero, che si mettessero davanti alle porte, sollevavano macchinalmente i
revolver, sparavano, correvano indietro, sostituivano i caricatori usati. Aspettavano che i ca-
daveri venissero portati via e che arrivasse una nuova cinquina. Solo quando i condannati ur-
lavano e facevano resistenza, in loro il sangue ribolliva di una rabbia furiosa. E allora impre-
cavano, menavano le mani, colpivano con l'impugnatura dei revolver [...] E nel sotterraneo
numero uno, da cui sono già stati tolti i cadaveri, squittendo e stridendo, lottando tra loro, i
topi leccano, succhiano sangue umano dalla terra del pavimento. E hanno linguette acuminate,
piccole, rosse, avide – lingue di fiamma. E hanno denti acuminati, piccoli, bianchi – più duri
della pietra, più duri del cemento. Non ci sono topi soltanto nel sotterraneo numero due, dove
non fucilano, dove non tengono a lungo gli arrestati – li fanno stare lì solo per qualche ora
prima dell'esecuzione.
Vladimir Zazubrin, La scheggia, 1923

Qual è difatti l'obiettivo perseguito dal Governo comunista in Russia, se non quello di annien-
tare completamente l'individualità umana nei suoi attributi peculiari attraverso una dittatura di
ferro, in cui l'individuo viene spietatamente sacrificato ai Mani di una mostruosa aberrazione
storica come quella sognata da tutti i Torquemada della storia moderna e antica, principiando
da Alessandro Magno sino a Lenin? Questa è l'instaurazione dell'Impero Universale, dove
tutto viene sacrificato inesorabilmente alle esigenze mostruose di un nuovo Moloch e dove
l'individuo ritorna gregge nelle mani del padrone per soddisfare i suoi vizi e le sue brame.
Come vedete da quello che abbiamo detto, affermato e dimostrato, risulta che il governo bol-
scevico non rappresenta un progresso, e quindi esso è l'assassino della Rivoluzione russa, ed è
un pericolo per la rivoluzione mondiale.

Ilario Margarita, Il governo bolscevico e il progresso, in Il Vespro Anarchico, 26 gennaio 1922

Ci chiediamo [se sia ancora possibile una salvezza della civiltà europea] o se prevarrà il con-
cetto kirghiso della distruzione e dell'annientamento [...] Discutiamo anche del tipo dell'ebreo
russo, capo del movimento rivoluzionario mondiale, di questa esplosiva miscela di radicali-
smo intellettuale giudaico e di fantasticherie slavo-cristiane. Un mondo che abbia in sé ancora
un istinto di autoconservazione deve agire contro questa specie di individui con ogni energia e
con rapidità da legge marziale.
il non ancora degenerato Thomas Mann, diario, 2 maggio 1919

Nel 1919 e nel 1920 la Russia bianca ha combattuto contro la rivoluzione pluto-giudaica, in
verità rivoluzione rossa internazional-capitalistica, nel più alto senso [...] Con l'aiuto della ri-
voluzione bolscevica le classi superiori russe ed anche l'intelligencija nazionale russa sono
state assassinate e completamente eliminate tra sofferenze e atrocità inumane. Il numero totale
delle vittime di questa lotta giudaica per l'egemonia in Russia ammonta a ventotto o trenta mi-
lioni di morti.
Adolf Hitler, «Zweites Buch», 1928

25
Chi era nessuno è diventato tutto.

autocompiacimento dell'ebreo Lazar Moiseevic Kaganovic, intimo di Stalin, 1950

Ciò che si suole intendere quando si parla di idea e di visione del mondo non ha nulla a che
fare con ciò che si chiama bolscevismo. È questa una patologica, criminale follia provata-
mente pensata e diretta da ebrei per annientare i popoli europei e instaurare su essi un dominio
mondiale internazional-ebraico. Il bolscevismo poteva nascere solo in cervelli ebraici e solo lo
sterile asfalto delle metropoli gli ha dato possibilità di diffondersi. Poteva essere accolto solo
da un'umanità sfibrata e disgregata nell'intimo da guerre e da crisi economiche, e perciò di-
sponibile a questa follia criminale.
Wulf Bley, Der Bolschewismus, 1938

Ma ben prima di Hitler, per la massima parte dei tedeschi l'ebreo era diventato un nemico e un
reietto, un fattore di imbarazzo perfino per liberali e socialisti. Dovrebbe essere impossibile
sovrastimare l'apporto della rivoluzione bolscevica al crollo delle barriere morali e al processo
di abbrutimento planetario dell'uomo. La guerra civile russa, il terrorismo della GPU, la liqui-
dazione fisica di intere classi sociali durante la collettivizzazione e l'industrializzazione forza-
ta, i ripugnanti processi-farsa, le purghe di massa, i campi di lavoro schiavistico, la sanguinosa
dittatura in un paese senza leggi... tutto ciò fu un esempio, una sfida e un'autorizzazione.

Jacob L. Talmon, in Holocaust & Rebirth, 1974

Là ogni membro della società sorveglia l'altro ed è obbligato alla delazione. Ciascuno appar-
tiene a tutti e tutti appartengono a ciascuno. Tutti sono schiavi, e nella schiavitù sono uguali.
Nei casi estremi ci sono la calunnia e l'omicidio, ma l'essenziale è l'eguaglianza [...] Nel mon-
do una cosa sola difetta, l'obbedienza. La sete d'istruzione è già una sete aristocratica. Appena
c'è la famiglia o l'amore, ecco subito anche il desiderio della proprietà. Noi uccideremo il de-
siderio: scateneremo l'ubriachezza, il pettegolezzo, la delazione; scateneremo una corruzione
inaudita; spegneremo ogni genio nell'infanzia. Tutto ridotto a un unico denominatore, egua-
glianza piena [...] Ma ci vogliono anche delle convulsioni; a questo penseremo noi dirigenti.
Gli schiavi devono avere dei dirigenti.
Fëdor Dostoevskij, I demoni, 1872

È difficile, senza dubbio, rappresentare interamente ciò che sarà la nuova società, ma ci sono
delle cose che si possono affermare. Nella società nuova, nella società comunista, non ci sarà
polizia. Non ci saranno prigionieri. Ben inteso, non ci saranno chiese. Non ci sarà esercito.
Non ci sarà più alcuna prostituzione, non ci saranno criminali [...] Ogni idea di costrizione
sparirà, Gli uomini avranno la sensazione di essersi sbarazzati, liberati di tutto ciò che un
tempo costituiva la loro servitù. Saranno uomini assolutamente nuovi.

da un corso di marxismo del Partito Comunista Francese, in J. Servier, Histoire de l'utopie, 1967

La sostanza di questo «bene» è la violenza reciproca, la reciproca mortificazione, il reciproco


controllo. È la manifestazione della violenza comunista del collettivo sull'individuo. Per di più
l'individuo si lascia volontariamente conculcare, perché poi a sua volta parteciperà alla sopraf-
fazione degli altri. Il principio reale che informa questi «caldi» e «amichevoli» rapporti è il
seguente: «Siamo tutti delle nullità» [...] Nella società comunista una massa enorme di uomini

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si occupa a livello professionale e semiprofessionale di ridurre l'uomo a livello di un'insignifi-
cante bestia strisciante. E nel far questo l'arma più potente che ha in mano è la propria insigni-
ficanza, bassezza e bestialità. Questa è la sua naturale forma di autodifesa e di autoconser-
vazione [...] La dirigenza opera in nome delle leggi della natura e della società di cui essa è a
conoscenza. A questo punto gli errori sono già esclusi in partenza. Ma come la mettiamo se
nella vita qualcosa non va? Si può accusare la natura, ad esempio per un cattivo raccolto. Ma
il più delle volte questo non è possibile. Ecco dunque che ci vuole un nemico sul quale river-
sare la colpa per gli insuccessi della dirigenza. Ed un nemico che serva all'uopo lo si trova
sempre.
Aleksandr Zinovev, Il comunismo, 1981

E di colpo l'ebreo protese la mano verso la fievole luce proveniente dal Palazzo d'inverno, si
pose a pregare con voce ferma, bronzea: ed era come se le parole uscissero non dalla sua gola
ma da una prodigiosa profondità: «Versa la Tua collera sui popoli che non Ti conoscono, sulle
stirpi che bestemmiano il Tuo nome. Distruggine la casa, così che non resti pietra su pietra,
come facesti per Assur e per Babel!».
Schalom Asch, Pietroburgo, 1937

Che cosa resta all'ebreo? L'ottimismo e la speranza, la frenetica speranza [...] Ma se si vendi-
cassero, questi miserabili, non si vendicherebbero mai abbastanza delle torture e degli insulti
subiti da quasi duemila anni [...] Non dimenticate mai che, come ha detto Renan, siete stati il
popolo che ha introdotto la giustizia nel mondo.
Bernard Lazare, Il letame di Giobbe, 2004

Il Comunismo materialista è Materia prima di tutto e quando si ha a che fare con la materia
non è mai il migliore che trionfa, è sempre il più cinico, il più astuto, il più brutale [...] Massa-
cri a miriadi, non c'è guerra dal Diluvio in poi che non abbia avuto per musica l'Ottimismo...
Tutti gli assassini vedono rosa nel futuro, fa parte del mestiere [...] Laggiù dalla Finlandia a
Bakù il miracolo è cosa fatta! Impossibile dire il contrario [...] Con gli ebrei, senza gli ebrei.
Non ha importanza!... L'Essenziale è ammazzare!
Louis-Ferdinand Céline, Mea Culpa, 1936

Dell'impresa bolscevica non resta e non resterà altro che un immenso mucchio di cadaveri tor-
turati, la creazione inaugurale del totalitarismo, il pervertimento del movimento operaio inter-
nazionale, la distruzione del linguaggio e la proliferazione sul pianeta di una quantità di regi-
mi di schiavitù sanguinaria.
Cornelius Castoriadis, Le monde morcelé, 1990

Marx si figura il movimento moderno di emancipazione come una trasposizione hegeliana del
cristianesimo. Come il Dio cristiano discende nello strato più basso dell'umanità per risolleva-
re l'umanità tutta intera, come il Salvatore, per salvare di fatto tutti gli uomini, dovrà ridursi ad
un grado di denudamento vicinissimo all'animalità, al di sotto del quale non si possa trovare
alcun uomo, come questo abbassarsi infinito di Dio era la condizione del realizzarsi infinito
dell'uomo, così nella dialettica di Marx il proletariato, il Salvatore moderno, deve essere spo-
gliato di ogni garanzia, svestito di ogni diritto, abbassato nel più profondo niente storico e so-
ciale per rialzare, rialzandosi, tutta l'umanità. E come il Dio umano per la riuscita della sua
missione deve rimanere povero, sofferente e umiliato fino al giorno trionfale della resurrezio-
ne, fino a quella particolare vittoria sulla morte che affrancherà dalla morte tutta l'umanità,

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così il proletariato prosegue la sua missione dialettica tanto meglio, quanto più, fino alla sol-
levazione finale, fino alla resurrezione rivoluzionaria dell'umanità, porta, quasi una croce
sempre più pesante, la legge essenziale di oppressione e di depressione del capitalismo. Di qui
una tendenza originaria, in Marx, ad accogliere con difficoltà l'idea di un elevamento parziale
del proletariato. Di qui una specie di gioia, nella quale è un po' di misticismo dialettico, nel
constatare le forze schiaccianti che gravano i proletari.

il socialista francese Jean Jaurès, Questione di metodo, in G. Bravo, 1978

Si può quindi affermare che Marx instaura col proletariato lo stesso rapporto che instauravano
i profeti ebraici con il popolo eletto: questo era stato scelto da Dio, ma, proprio per ciò, non
poteva sottrarsi all'elezione o, più precisamente, se lo faceva commetteva un gesto empio e
inescusabile [...] La logica che domina queste dichiarazioni programmatiche è quella tipica di
tutte le sette e i movimenti millenaristici mobilitati contro l'esistente. Essa può essere sintetiz-
zata con la formula: «O Tutto o Niente», vale a dire o la rigenerazione universale o la barba-
rie. Il corollario logico che discende da questa visione catastrofico-palingenetica della rivolu-
zione è il principio, aggressivo e intollerante, «O Noi o Voi». Il Noi – i «figli della Luce» – è
costituito da tutti coloro che si sono identificati con la scienza della liberazione; il Voi – i «fi-
gli della Tenebra» – da coloro che si rifiutano colpevolmente di militare nell'esercito della ri-
voluzione permanente.
Luciano Pellicani, Miseria del marxismo, 1984

Il socialismo non è sempre un fine in sé; può essere un'arma e uno strumento di distruzione
che aiuta i disegni della finanza internazionale [...] Il più alto ideale ebraico tende trasformare
il mondo in un'unica società anonima con atti legali; l'intera Terra deve farsi capitale di questa
società, che farà fruttare il lavoro di tutte le creature; poi, Israele, all'inizio aiutato da qualche
fantoccio, fornirà il consiglio d'amministrazione dittatoriale di questa società. Il metodo più
rapido per arrivarvi è il comunismo brutale e dittatoriale. Si tratta di sostituire al capitalismo
d'Europa e d'America, ancora limitato e relativamente fragile, il pancapitalismo mondiale co-
me potere politico assoluto. Il comunismo è la via più breve. In effetti il terrorismo sovietico
ha fatto tabula rasa del passato e col piano quinquennale il pancapitalismo di Stato si è messo
a ricostruire a modo suo, sul terreno sgombro, il che non gli è costato che qualche milione di
vite umane.
Léon de Poncins, La Mystérieuse Internationale juive, 1936

Per risolvere un problema, bisogna prima crearlo.

il mondialista capitalista, big boss politico ebreo Henry Kissinger, anni Settanta

Per distruggere l'ordine naturale del mondo, l'acido corrosivo migliore non è più l'internazio-
nalismo proletario, è il mondialismo liberale.
Eugène Krampon, La révolution permanente du XXIe siècle, 2008

28
II

PERCORSO – II

Cos'è la Scienza? La Scienza è: cercare, con gli occhi bendati, in una stanza buia, un gatto ne-
ro. Cos'è la Filosofia? La Filosofia è: cercare, con gli occhi bendati, in una stanza buia, un gat-
to nero che non c'è. Cos'è il Materialismo Dialettico? Il Materialismo Dialettico è: cercare,
con gli occhi bendati, in una stanza buia, un gatto nero che non c'è, e gridare ad un tratto:
«Ecco, l'ho preso!».
Antoine e Philippe Meyer, Storie per seicento anni, 1978

E' filosofi ed e' teologi e tutti gli altri che scrutano le cose sopra natura o che non si veggono,
dicono mille pazzie; perché in effetto gli uomini sono al buio delle cose, e questa indagazione
ha servito e serve più a esercitare gli ingegni che a trovare la verità.

Francesco Guicciardini, Ricordi, II, 125

Come apostoli del nuovo vangelo noi dobbiamo sentire un'affinità di spirito con gli apostoli –
e non con i filosofi – di ogni tempo. Anche se non crediamo più nel Dio dei cristiani o in quel-
lo di Robespierre, nondimeno la nostra intera vita e le nostre aspirazioni sono di gran lunga
più apostoliche che filosofiche [...] L'atteggiamento spirituale [...] scelto dagli "apostoli" del
nostro tempo, come per esempio un August Willich o un Barbès, è la ricerca del martirio co-
me prova del fuoco per il proprio credo. Questa è Schwärmerei [esaltazione] se vuoi, ma una
Schwärmerei giustificata dalla storia e motivata dalla vita.

il «rabbino comunista» Moses Hess, lettera a un amico, 1850

Molti [ebrei] non hanno più fede in una rivelazione divina; essi idealizzano e razionalizzano il
pensiero ebreo e vedono nell'accettazione di questo pensiero da parte degli uomini di tutte le
religioni l'età d'oro, la religione dell'avvenire. Alcuni hanno eziandio rinunciato ad ogni con-
vinzione religiosa ed hanno abbracciato il materialismo.

Giuseppe Panonzi, L'ebreo attraverso i secoli, 1898

Che cosa sono le opere ebraiche – il Pentateuco e i Profeti – se non un monumento letterario
alla lotta di classe tra ricchi e poveri?
l'ebreo Nachman Syrkin, in Die Jüdische Volksstimme, febbraio 1900

Il marxismo aspira a stabilire un mondo perfetto ove le religioni e le nazioni scompariranno


così come i conflitti sociali. Questo schema, lo si vede, s'inserisce perfettamente nel quadro
del messianismo. Alla fin fine, il pensiero di Marx non è che la secolarizzazione della tradi-
zionale escatologia ebraica.
Hervé Ryssen, Les origines religieuses du mondialisme, 2006

29
Per i radicali ebrei, i più lontani dalla tradizione religiosa ebraica, "il socialismo era un giudai-
smo secolarizzato".
l'ebreo Jerold S. Auerbach, Rabbis and Lawyers, 1990

Il sogno ebraico di un potere mondiale è essenzialmente un sogno religioso [...] Il comunismo


non è altro che una dottrina politica destinata a pavimentare la strada del potere ebraico.

P.E. Lalanne, in Dieckmann, Beyond Jonestown, 1981

Gli ebrei liberali, gli ebrei radicali, gli ebrei modernisti, gli ebrei agnostici sono diventati l'e-
lemento dominante nell'ebraismo. Abbiamo prodotto un numero sproporzionato di rivoluzio-
nari, vessilliferi delle armate mondiali di «liberazione» [...] Dovete imparare ad avversare e
temere l'ebreo moderno e «non assimilato», più di quanto non fate col vecchio ebreo. Per voi,
è molto più pericoloso. Un tempo il suo odio per il vostro modo di vita era sottinteso. Oggi è
aperto ed attivo [...] Noi ebrei siamo accusati di essere distruttori. Siamo una massa sradicata
in cerca di soddisfazione. Non possiamo trovarla. Siamo distruttori, perfino negli strumenti di
distruzione che volgiamo a conforto. Gli ebrei resteranno distruttori eterni. Niente di ciò che
farete placherà le nostre domande.
l'ebreo Maurice Samuel, You Gentiles, 1924

Questo scaltro popolo ebraico non ha nulla da sperare finché regna il buon ordine.

Johann Wolfgang von Goethe, cit. in Niccolò Rinaldi, Piccola anatomia di un genocidio, 2008

La patria [dell'anarchismo] è il ghetto ebraico, la Zona di Residenza degli ebrei, dove spira
un'aria di imminente esplosione rivoluzionaria. La culla dell'anarchismo russo fu Bialystok.
Esso si diffuse soltanto entro i confini della Zona di Residenza ed esclusivamente tra la popo-
lazione ebraica [...] L'anarchismo ha preso piede anche a Parigi, a Londra e laddove si siano
stabiliti emigrati ebrei.
Undzere anarkhistn, editoriale in Folks-tsaytung, 26 febbraio 1906

Secoli dopo, la stessa certezza di un nuovo inevitabile ordine mondiale si è fatta vangelo per
le masse europee con la dottrina dell'ebreo Marx. Anche qui si è inverato il messianismo (se-
colarizzato secondo lo spirito del XIX secolo), realtà per sempre sottratta al singolo individuo.
Ad aprire il Regno non è più Dio con un atto di grazia, ma l'imperiosità, scientificamente ri-
conosciuta, delle leggi del mondo sociale.
l'ebreo Hans Kohn, Die politische Idee des Judentums, 1924

L'idea di giustizia sociale e la speranza messianica di redenzione sono i fondamenti del giuda-
ismo e nel corso delle generazioni si sono profondamente radicate nell'anima, nella coscienza
e nel sentimento esistenziale del singolo ebreo, anche di chi ha perso ogni legame con la reli-
gione. L'occuparsi di sociologia, politica sociale o politica è divenuto un chiaro surrogato del-
la religione.
l'ebreo Ernst Noam, in Kaznelson S., Juden im deutschen Kulturbereich, 1959

Non è illegittimo chiedersi se non sia puramente casuale il fatto che un numero non trascura-
bile di pensatori socialisti proviene da famiglie ebraiche. Anzitutto bisogna dire che non si
può comprendere il socialismo utopico se non lo si riconduce alle sue origini ebraiche. Esso si
è infatti ispirato chiaramente agli ideali profetici dell'uguaglianza di tutti gli uomini e alla pro-

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testa biblica contro lo sfruttamento e l'oppressione, alla speranza in un «mondo nuovo», dove
non vi fossero più odio e discriminazioni. Lo studio della Bibbia e del Talmud nel corso delle
generazioni ha certamente esercitato un suo influsso decisivo, anche se non sempre in modo
consapevole.
l'ebreo Nathan Peter Levinson, Il messia nel pensiero ebraico, 1994

Se i militanti ebrei di sinistra si reclutano soprattutto tra gli ebrei allontanatisi dalla pratica del
giudaismo, è perché essi cercano e trovano nel marxismo e nel socialismo le tematiche spiri-
tuali cui aspira la loro carne, educata da cinquanta generazioni di antenati che hanno loro in-
culcato, in modo non sradicabile, una tale sete.
l'ebreo Paul Giniewski, Les complices de Dieu, 1963

Il comunismo come tendenza alla comunanza dovrebbe essere sempre distinto dal socialismo
in quanto aspirazione alla cooperazione sociale e al riconoscimento dell'umanità in ogni suo
membro. Il socialismo è ariano (Owen, Carlyle, Ruskin, Fichte), il comunismo è ebraico
(Marx) [...] L'ebreo è un comunista congenito.
Otto Weininger, Sesso e carattere, 1903

Abbiamo un grande debito verso gli ebrei. Per non dire di Heine e di Börne, Marx era di puro
sangue ebraico; Lassalle era ebreo. Molti dei nostri migliori sono ebrei. Il mio amico Victor
Adler, che sconta il carcere a Vienna per la devozione alla causa del proletariato; Eduard Ber-
nstein, direttore del londinese Sozialdemokrat; Paul Singer, una delle migliori personalità nel
Reichstag – gente della cui amicizia sono orgoglioso, tutti ebrei! Non mi sono fatto ebreo io
stesso frequentando il «Gartenlaube» [bersò, chiosco]?

Friedrich Engels, in una lettera del 1890, in Jaff Schatz, 1991

Fu l'ebreo che inventò il marxismo. È l'ebreo che nei decenni passati ha cercato di attizzare la
rivoluzione mondiale attraverso il marxismo. È l'ebreo che oggi guida il marxismo in ogni pa-
ese. Solo il cervello di un nomade privo di nazione, razza e paese può avere partorito questa
dottrina infernale.
Joseph Goebbels a Norimberga, 13 settembre 1935

The World is our fatherland; socialism is our religion, Il mondo è la nostra patria; il sociali-
smo la nostra religione.
motto dell'americana UHT United Hebrew Traders, 1890

Verso il basso diveniamo proletari, sovversivi, costituendo i sottufficiali d'ogni partito rivolu-
zionario; e contemporaneamente cresce verso l'alto la nostra terribile potenza finanziaria.

Theodor Herzl, Der Judenstaat, 1896

Un ebreo dello shtetl rientra da Varsavia, che ha visitato per la prima volta. Stupefatto, rac-
conta agli amici, raccolti intorno a lui, quello che ha visto: «Varsavia è una città straordinaria!
Ho incontrato un ebreo, un grande conoscitore del Talmud, lo sa a memoria! Ho incontrato un
ebreo comunista convintissimo, uno vero! Ne ho incontrato uno che ha aperto un negozio con
più di cinquanta impiegati e ha un'enorme villa con un sacco di domestici! E poi ne ho incon-
trato uno completamente ateo! Che ricchezza nella diversità, a Varsavia!» «Ma è normale che

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tu abbia incontrato ebrei così diversi: Varsavia è una città molto grande. Ci saranno almeno
un milione di ebrei, laggiù. Cosa c'è di straordinario?» «Voi non avete capito: era lo stesso
ebreo!»
witz , in Daniel Lifschitz, Ride bene chi ride ebraico, 1999

«Se tutti gli ebrei sono banchieri, come fanno a essere anche comunisti?». «Semplice: se non
riescono a distruggerci in un modo, ci provano nell'altro».

i due padroni di casa nel film Cabaret, id., di Bob Fosse, 1972

A Rothschild corrispondono Marx e Lassalle, alla lotta per il denaro la lotta contro il denaro, e
il cosmopolitismo dello speculatore si trasforma nell'internazionalismo proletario e rivoluzio-
nario.
l'ebreo Bernard Lazare, L'antisémitisme, 1894

Le due internazionali della Finanza e della Rivoluzione [...] sono i due volti dell'internazionale
ebraica.
il «francese» René Groos, Noveau Mercure, maggio 1927

La nostra razza ha donato al mondo un nuovo profeta, ma ha due volti e porta due nomi: da un
lato, il suo nome è Rothschild, capo dei grandi capitalisti; dall'altro, Karl Marx, l'apostolo dei
nemici del capitalismo.
il «danese» Blumenthal, in Judisk Tidskrift n.57, 1929

Il bolscevismo comincia a realizzare quello che avevano predicato gli antichi profeti; la meta
sovietica è biblica, lo si sappia oppure no.
un sionista russo, in Ernst Bloch, Il principio speranza

Ma il sogno di un'America anarchica non tramontò mai per Emma Goldman, né per [Alexan-
der] Berkman: entrambi avevano proiettato sugli Stati Uniti le speranze rivoluzionarie russe
insiemme con l'idea giudaica di terra promessa.
James H. Billington, Con il fuoco nella mente, 1980

In questo secolo abbiamo assistito alla «canonizzazione» di un quarto documento, Das Kapi-
tal di Karl Marx, la «bibbia» dei comunisti. Tutti e quattro [il Vecchio e il Nuovo Testamento,
il Corano e Das Kapital] sono documenti sostanzialmente semiti che hanno cambiato o mo-
dellato il mondo più a fondo di ogni altro documento o di ogni altra idea nella storia.
l'ebreo Max I. Dimont, The Indestructible Jews, 1971

[Nella sua polemica con Eugen Dühring] Engels certo non sottolineò i fondamenti giudeo-
cristiani del socialismo, e tuttavia è possibile scorgere in quest'opera [lo stucchevole Anti-
Dühring] l'influenza di un mito centrale dei socialisti che ha molto in comune col cristianesi-
mo, e cioè il fatto che la loro era la visione di una futura società di fraternità e solidarietà; tutti
i popoli e tutte le razze, ebrei e gentili, tedeschi e francesi, sarebbero vissuti in armonia e in
mutua comprensione. Questo universalismo e la sollecitudine socialista per il povero e per
l'oppresso era fondamentalmente diverso dal disprezzo mostrato da Dühring per la "mentalità
da schiavi" giudeo-cristiana e dal suo rifiuto del frammischiamento delle razze.

l'ebreo Albert Lindemann, Esau's Tears, 1997

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Ci sono buone ragioni per considerare la massima parte delle manifestazioni della sinistra e-
braica nate sul finire del XIX secolo come forme secolari di giudaismo.

Kevin MacDonald, A People that Shall Dwell Alone, 1994

Marxism is not a scientific theory at all, but a piece of clever Jewish superstition, Il marxismo
non è affatto una teoria scientifica, ma una forma di ingegnosa superstizione giudaica.

Paul Johnson, Storia degli ebrei, 1991

Molti ebrei identificano con gioia nei princìpi del comunismo sovietico gli antichi richiami
dei loro profeti, lo stato di perfetta giustizia ed eguaglianza che è il regno del Messia. E sem-
brano perfettamente disposti a sostituire il loro leggendario messianismo con la Terza Interna-
zionale.
Jerôme e Jean Tharaud, The Chosen People, 1929

Il comunismo è nato dal cristianesimo [...] Considero il comunismo una religione, in partico-
lare una religione tipica della famiglia giudaica, nella quale la mitologia giudaica si è conser-
vata sotto il mascheramento di un lessico non teista.

Arnold Toynbee, Choose Life, 1978, in A. Daniélou

Gli umoristi tedeschi che negli anni Venti raffiguravano gli ebrei al contempo come tronfi ca-
pitalisti che inghiottivano la civiltà europea e come infami terroristi rossi che complottavano
per far saltare la civiltà occidentale, non si lasciavano andare del tutto alla fantasia, anche se
gli apologisti ebrei allora, e gli storici ebrei oggi, amano lanciare quest'accusa e cercano di
dimenticare tutta la faccenda [...] La memoria del grido di giustizia sociale lanciato dai profeti
resterà in un cantuccio della coscienza, o nell'inconscio, anche di quei comunisti atei confessi
che crebbero disprezzando quale oppio dei popoli il giudaismo e ogni religione rivelata, nar-
cotici usati dalle classi dominanti per far dimenticare ai lavoratori la loro personale miseria e
far perdere loro l'identità di classe.
l'ebreo Norman Cantor, The Sacred Chain - A History of the Jews, 1996

L'ebreo bolscevico aspira al dominio universale e a tal fine è pronto ad annegare il mondo in
un fiume di sangue. Il bolscevico d'America è il fratello della belva bolscevica che ha distrutto
la Russia e massacrato milioni di uomini. Egli ammira e incoraggia Trockij e non cela i pro-
getti che persegue. Vuole distruggere la nostra civiltà cristiana e sostituirla col regime che al-
lieta oggi la Russia.
il periodico statunitense The Anti-Bolchevist, luglio 1919

[I liberali] sono gli introduttori delle catastrofi; l'enormità degli avvenimenti che essi provoca-
no è appunto ciò che li fa cadere in dimenticanza; ma bisogna ricordarci del momento in cui,
tranquilli, solenni nella loro sicumera, annunciando il Progresso aprirono la porta al Disastro.
Se guardiamo la Rivoluzione Francese con la sola curiosità di conoscere l'uomo, vi vediamo i
diversi caratteri succedersi come le figure di un balletto. I fatui vi aprono la via ai malvagi,
senza che tali successive preminenze impediscano all'odio di esser presente fin dal principio,
né alla stoltezza di persistere quando gronda il sangue.
Abel Bonnard, I moderati, 1936

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Lo fece con una certa compiacenza, perché l'istinto della rispettabilità formale era in lui molto
forte, e appena superato dall'orrore di qualunque forma di lavoro riconosciuto, difetto di carat-
tere che aveva in comune con gran parte dei riformatori rivoluzionari di un dato ordine socia-
le, giacché è ovvio che ci si ribelli non ai vantaggi e alle opportunità favorevoli di quest'ordi-
ne, ma al prezzo che per essi si deve pagare nella moneta di una moralità, di un autocontrollo
e di un lavoro accettati. La maggioranza dei rivoluzionari sono per lo più nemici della disci-
plina e della fatica. Vi sono anche nature al cui senso di giustizia il prezzo imposto sembra
mostruosamente eccessivo, odioso, opprimente, umiliante, arbitrario, intollerabile. Sono i fa-
natici. Il resto dei ribelli sociali è figlio della vanità, madre di ogni illusione nobile e volgare,
compagna dei poeti, dei riformatori, dei ciarlatani, dei profeti e degli incendiari.

Joseph Conrad, L'agente segreto - Racconto, 1907

La vigliaccheria borghese produce l'impudenza bolscevica / in rapporto diretto. / Come il bor-


ghese diventa, in segreto, più vigliacco, sapendosi nel torto, / così il bolscevico diventa più
apertamente spudorato, sapendosi anch'egli nel torto. / E tra la vigliaccheria e l'impudenza di
questi due che sono nel torto, / di questi due bastardi della proprietà, / il mondo verrà squar-
ciato in due.
David Herbert Lawrence, in Last poems, 1933, in Tutte le poesie - vol.II, 1959

Il fellow traveller, che non esisteva finché il partito comunista portava in prigione, pullulò
quando si capì che il partito poteva distribuire galloni. Chi resisterebbe al piacere di essere
partigiano della libertà, della pace, della felicità del popolo, e nello stesso tempo candidato
ben quotato sul quadro d'avanzamento?
Maurice Bardèche, L'uovo di Colombo, 1952

La razza marxista: il tipo umano del borghese intossicato dalla cultura marxista, rincretinito
dal progressismo pacifista e sessualista, degradato ad esistenzialista, capellone, beatnik. La
razza marxista: quelle masse di giovani uomini un po' debosciati, un po' fanatici, marxisti per
hobby o per amor dell'arte, per deviazione sessuale o distorsione mentale. La razza marxista,
che gioca al comunismo sullo sfondo della società borghese, contestando il capitalismo coi
soldi di papà o l'America al riparo dell'atomica americana, perché in Russia, in Cina, dove un
certo barbarico buon senso sopravvive, finirebbe in ventiquattr'ore a coglier patate nel Kaza-
kistan.
Adriano Romualdi, nota introduttiva (1968) a Curzio Malaparte, La razza marxista

Il concetto utopistico di comunismo descritto da Marx era decisamente diverso dagli squallidi
governi totalitari creati in suo nome [...] La fine dell'Unione Sovietica è stata inevitabile anche
perché l'Unione Sovietica non era certo un comunismo puro. Era un paese totalitario. Così
come in molti altri casi, anche qui si è parlato di democrazia e invece ci si è fermati alla teoria.

il superebreo Woody Allen, intervista (seria) su RAIUNO, 21 dicembre 1995

Essere la supervittima della Storia vuol mica dire essere un angelo!... Ce ne corre! Eppure è
proprio questo il pregiudizio, bello grande, consolidato, duro come il ferro! [...] Parlare di mo-
rale mica t'impegna a niente. Ti fa fare bella figura, ti dissimula. Tutti i pezzi di merda sono
gran predicatori! Più sono bacati e più parlano!
Louis-Ferdinand Céline, Mea Culpa, 1936

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III

COINCIDENZE

Costringeremo il genere umano ad essere felice, costi quel che costi!

Vladimir Ilic Uljanov dit Lenin, in P. Sensini, in Melgunov, 2010

Ma vaffanculo! te e tutti i tuoi!

irrefrenabile, chiedendo scusa ma riaffermando il concetto, l'autore della presente opera

La propensione dell'ebraismo per le attività di sovversione di ogni nazione e degli ordina-


menti statali «tradizionali» è stata oggetto di numerose opere di analisi storico-politologica.
Raramente però si è cercato di andare a fondo per spiegare, al di là delle contingenti motiva-
zioni e degli specifici episodi di reazione, tale presa di posizione, costante non solo della sto-
ria di tutti i tempi e paesi, ma della conformazione psichica, e quindi dell'ideologia, delle genti
del Libro. Che gli episodi di sollevazione dell'ebraismo – dall'antica Roma alla Russia zarista
fino ai moti nell'Europa Centrale nel primo dopoguerra – siano stati costantemente informati
dalle idee messianiche del Mondo Nuovo e del rovesciamento dell'esistente, ci pare indubbio.
Altro, quindi, che blaterare di «mito [sic!] dell'ebreo come fonte di rivoluzione», come fa l'e-
breo Judd Teller, vedendo in un «inoffensivo» Israele il «capro espiatorio della rivoluzione».
Oltre ad una precisa scelta riduttiva di storici e analisti socio-politici, timorosi o per altri
nobili motivi mossi dalla volontà di occultare le primarie responsabilità ebraiche nella genesi
della più sanguinaria tirannia di ogni tempo – il comunismo o Socialismo Reale – a celare al
grande pubblico tale centrale e determinante presenza del giudaismo in tutti i maggiori conati
rivoluzionari dell'ultimo secolo e mezzo è stato anche il fatto che da quel medesimo com-
plesso ideologico, variamente laicizzato e attualizzato, sono stati contaminati e mossi all'azio-
ne nei secoli anche vasti settori del mondo goyish, dapprima con la mediazione dei più vari
gruppi millenaristici medioevali, indi con la speculazione/ricerca gioachimita del Terzo Re-
gno e con le infinite sette del cristianesimo protestante.
Inoltre, se da un lato le spinte rivoluzionarie – e parliamo di rivoluzione, non di rivolta –
hanno talora avuto la loro genesi in concreti motivi economico-sociali, dall'altro occorre ancor
più focalizzarsi, per chi non voglia arrestarsi alla superficie delle cose cullandosi nel privile-
gio dell'ignoranza, su quelle motivazioni psico-ideologiche che, fatte proprie nei secoli dagli
spiriti inquieti dei più diversi paesi, hanno tuttavia sempre avuto la loro sorgente nel paradig-
ma religioso-esistenziale giudaico. Paradigma giunto nei secoli, giù giù per i gran lombi del
più vario cristianesimo, alla laicizzazione illuministica-rivoluzionaria moderna: «Il socialismo
è debitore al cristianesimo dell'idea che la storia abbia un senso ed un fine, e ancora che il
mondo sia immerso nel peccato, che ci sia una fine prossima [del mondo corrotto ed ingiusto]
e un giudizio universale» (Igor Safarevic I). Fiero e più concreto, nel 1922, l'ebreo Fritz Kahn
in Die Juden als Rasse und Kulturvolk, "Gli ebrei come razza e civiltà": «Da Abramo e Gia-
cobbe, che annientarono gli dèi dei loro padri, e da Mosè, che nell'ira "abbattè l'egiziano", fino
ai moderni capi del socialismo e del comunismo sono di gran lunga ebrei i massimi esponenti

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rivoluzionari della storia mondiale, combattenti, vincitori, annunciatori, protestanti... eterni
protestanti contro l'eterna inestirpabile ingiustizia delle società umane».
Equilibrato, lo storico inglese «antisemita» Hilaire Belloc rileva nello stesso anno: «Prima
della Grande Guerra si sarebbe potuto dire che l'intero movimento socialista, sia per quanto
riguardava i funzionari sia per quanto riguardava i capi [so far as its staff and direction were
concerned], era cosa ebraica; e che mentre in Occidente esso adottava una forma puramente
economica, ad Oriente – nell'Impero russo – ne prendeva anche una politica, e che la crescen-
te forza rivoluzionaria in tale impero era ebraica sia nella direzione che nel potere propulsivo.
Tale era la situazione alla vigilia della Grande Guerra [...] Tutto ciò era ufficiale, ma soprattut-
to la stampa, con la sua vasta influenza, aveva rifiutato di prendere atto della realtà, per qual-
sivoglia aspetto si considerasse. La convenzione che vietava ogni pubblica allusione alla que-
stione ebraica era ancora fortissima»; dopo la guerra e la rivoluzione scatenata dal bolscevi-
smo, «questo nuovo movimento cambiò completamente la faccia delle cose e, arrivando al
potere, ha mutato i termini del problema per l'intera nostra generazione [...] Perché il movi-
mento, o piuttosto lo scoppio, bolscevico, fu cosa ebraica».
Se, come avrebbe acutamente scritto l'«inglese» Chaim Bermant dopo avere definito «e-
ternal radicals» i confratelli, la sopravvivenza degli ebrei è una prova del loro sostanziale
conservatorismo, vale a dire della loro sostanziale fedeltà al loro proprio modo di credere ed
essere, e «nessun popolo è così contrario ai cambiamenti» come quello ebraico, è altrettanto
vero che «nessun popolo nei tempi più recenti ha speso maggiori energie nella lotta rivoluzio-
naria. Per parecchi spiriti, all'inizio del Novecento, i termini "radicale" ed "ebreo" erano quasi
un tutt'uno, e più di un pensatore o di un uomo politico di estrema sinistra è stato supposto e-
breo proprio a causa del suo radicalismo».
Quale che fosse la loro condizione, confermano i sociologhi (sempre ebrei) Stanley Roth-
man, direttore del Center for the Study of Social and Political Change, e S. Robert Lichter,
condirettore del Center for Media and Public Affairs di Washington, «in pressoché tutti i pae-
si di cui abbiamo dati un segmento della comunità ebraica ha giocato un ruolo assolutamente
centrale [a very vital role] nei movimenti che si proponevano di minare l'ordine esistente».
Ancor più, aggiunge l'«antisemita» Kevin MacDonald (III), docente di Psicologia alla Ca-
lifornia State University, sottolineando come l'intera, variopinta ideologia «di sinistra» non sia
che una forma di giudaismo secolarizzato, «è indubbio che la grande maggioranza degli ebrei
che appoggiarono le cause di sinistra a fine Ottocento si autoidentificavano con passione
[strongly] quali ebrei e non vedevano alcun contrasto tra giudaismo e radicalismo». Similari
le conclusioni dell'ebreo Milton Friedman, premio Nobel per l'Economia, su The Wall Street
Journal, 28 giugno 1977: «Gli intellettuali ebrei sono stati robustamente pro-socialisti e hanno
contribuito in maniera enorme [disproportionately] alla letteratura socialista».
A rilevare una stridente dissonanza tra la concezione marxista delle cose e i dati reali, alla
fine dell'Ottocento era stato il piemontese Guglielmo Ferrero. Il materialismo storico consi-
dera primi e maggiori artefici di ogni atto rivoluzionario gli strati più «oppressi» della società.
Rovesciando la tesi marxista che pretende l'economia un dato strutturale e sostanziale dell'a-
gire umano e la religione, il pensiero e la fantasia dei derivati sovrastrutturali, il sociologo
sottolinea come la molla di ogni atto sia al contrario la rappresentazione che l'uomo si fa del
reale, la quale è primariamente frutto non della posizione socio-economia dell'uomo o della
storia dei popoli, ma scaturisce in modo autonomo dalla profondità del loro psichismo e quin-
di dai loro aspetti spirituali, etici e intellettuali. Il comunismo marxista viene inoltre conside-
rato come una delle forme – in quel momento la più moderna, la più laica e la più univer-
salistica – in cui si è storicamente manifestata la coscienza ebraica. «Terza grande religione

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giudaica», «riescatologizzazione del cristianesimo» e «ultimo avatara del millenarismo giu-
daico-cristiano ibridato con lo gnosticismo manicheo» lo diranno, rispettivamente, i sociologi
K.E. Boulding, americano, H. Desroche, francese, e l'italiano Luciano Pellicani che li cita,
mentre il comunista marchese Enrico Berlinguer di Stintino – il segretario picista dal sem-
biante «onesto» e malinconico – ce ne darà conferma d'autore rivendicando ai comunisti, su
l'Unità del 16 febbraio 1974, la funzione di «messaggeri e costruttori dell'unità del mondo».
Tutto ciò permette a Ferrero di capire quelle contraddizioni, inspiegabili in un'ottica mar-
xista, che vedono alla guida delle classi «oppresse» individui economicamente agiati (per tut-
ti, le note sul banchiere galiziano e profittatore di guerra Siegmund Bosel, date sulle Leipziger
Neuesten Nachrichten il 5 febbraio 1926: «Malgrado la fantastica ascesa a plurimilionario,
Siegmund Bosel è tutt'oggi iscritto al Partito Socialdemocratico. La sua amicizia coi potenti
del Partito è talmente intensa che egli mette a disposizione denaro per ogni loro possibile esi-
genza, dimostrando pubblicamente la sua solidarietà coi socialdemocratici») e tuttavia intel-
lettualmente insoddisfatti, moralmente instabili e psichicamente inaffidabili.
Per illustrare poi come in realtà le classi «oppresse» non consistano che in mere masse di
manovra usate dagli spostati psichici e dai diseredati intellettuali che le hanno sollevate contro
il vecchio ordine (e quindi per spiegare come la loro condizione non muti se non in peggio),
non dobbiamo far altro, in primo luogo, che rinviare alle analisi di Pareto e dei sociologhi «e-
litari» di fine Ottocento (Mosca, Michels, Le Bon, Sighele, Sombart).
Ne L'Europa Giovane (1897) troviamo alcune delle più acute notazioni del futuro genero
di Cesare Lombroso (ne sposò la figlia Gina e fu con lei fuoruscito ed editore antifascista in
Svizzera): «Questa passione per la critica etica, così viva negli spiriti magni della razza, non
manca negli individui medi, per quanto essa non sia più in costoro stimolo a creazioni origina-
li. La composizione del socialismo tedesco lo dimostra assai bene. Un uomo può divenire so-
cialista per interesse di classe, cioè perché vede nel partito socialista la miglior difesa dei pro-
pri interessi. Ma un uomo può anche diventar socialista contro i suoi interessi di classe, per
motivi morali, perché i numerosi difetti e i molteplici vizi della società moderna lo hanno di-
sgustato; e questo è il caso di quei socialisti borghesi, professionisti indipendenti, scienziati,
persone ricche, che in molti paesi d'Europa, e specialmente in Italia, partecipano in un modo o
in un altro al movimento socialista» (gustosa conferma, per inciso, la carriera del nonno Boris,
già rivoluzionario antizarista ed «esule» in Svizzera con Lenin, da parte dell'«esegeta e pitto-
re» Daniel Lifschitz: «Avvocato di successo, divenne ricco e, quindi, socialdemocratico»).
«Ora è curioso che, come mi ha dimostrato la pratica personale con il mondo socialista di
Berlino, una grande maggioranza di cotesti socialisti di Germania sono ebrei; e che, se i bor-
ghesi palesemente socialisti sono più rari in Germania che in Italia perché il socialismo vi ha
uno sviluppo più naturale e logico, quei pochi sono in maggioranza ebrei. È ancora l'antico
spirito etico, che li sospinge nelle file socialiste; è l'eterno malcontento della razza per l'ordi-
namento morale del mondo, il suo bisogno organico di crucciare sé e di tormentare gli altri
per guarire i vizi ed i difetti umani; è l'antica protesta morale, agitata un tempo dai profeti in
ritmi rozzi e con cabale apocalittiche, rinnovata oggi a distanza di secoli dai loro discendenti,
nella forma di principi marxisti predicati al popolo sui giornali e nelle birrerie» (similmente
Vilfredo Pareto nel 1901: «Non solo l'interesse ed il calcolo spingono gli uomini a farsi parti-
giani di una dottrina; anche lo spirito di imitazione e molte altre cause, fra le quali non si po-
trebbe dimenticare, nel caso che ci occupa, l'esistenza di ciò che è stato chiamato un proleta-
riato intellettuale»).
«Il pensatore ebreo» – continua Ferrero – «è sempre portato alle idee estreme e alle affer-
mazioni assolute; e nessun stato d'animo è per lui più difficilmente comprensibile che quello

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di Ernesto Renan, che vedeva tutto, tutto capiva e dubitava di tutto. Ma non basta: i grandi
uomini ebrei hanno per di più quasi tutti una coscienza trascendentale della propria missione,
che ingigantisce ai loro occhi la propria personalità in modo da rimpicciolire al confronto tutte
le cose della natura e della vita; si sentono tutti, più o meno lucidamente, dei Messia [...] Ogni
grande uomo ebraico è persuaso, anche se non lo dice, di esser mandato ad inaugurare una
nuova era del mondo; ad aprire, nell'abisso di tenebre in cui l'umanità vive, la finestra da cui
entrerà per la prima volta e per sempre la luce della verità. Certamente questa coscienza è più
o meno chiara, prende una forma od un'altra, ha un'ampiezza maggiore o minore secondo i
tempi e gli individui, ma in tutti c'è; c'è negli antichi profeti che precorrono il Messia; c'è in
Gesù venuto ad annunciare il regno dei cieli; c'è in Marx venuto ad annunciare la rivoluzione
proletaria; c'è in Lombroso venuto a portare le vere bilance della giustizia, dopo tanti secoli
che gli uomini per ignoranza e malizia ne hanno adoperato di false».
Più emozionale, ma altrettanto puntuale, nel 1906 il pastore tedesco Adolf Stöcker, parla-
mentare e capo dell'antiliberale e «antisemita» partito cristiano-sociale: «Dovunque la pluto-
crazia precede cronologicamente la socialdemocrazia, e in fondo è peggiore della socialdemo-
crazia. Ma in Germania abbiamo ora la singolare situazione per cui da un lato erano ebrei i
peggiori rappresentanti dello spirito del mammonismo (che quindi hanno provocato l'irrita-
zione delle classi lavoratrici), dall'altro erano ebrei anche i peggiori rappresentanti del partito
della sovversione, che traevano profitto dall'agitazione e dalla sobillazione del popolo. Quindi
gli ebrei erano i più presenti in ambedue i poli in cui si scaricavano i temporali sociali ed eco-
nomici. Non vi è altro esempio nella storia mondiale in cui un grande popolo ha consentito ad
una banda di stranieri di giocare un ruolo simile, senza che un regnante intervenga per proteg-
gere il popolo dagli attori di questa tragedia».
Un quindicennio più tardi anche l'antisionista Rabbi Judah Leon Magnes avrebbe elevato
un ditirambo a conferma delle analisi sia del sociologo italiano, sia dell'uomo politico tedesco.
In un discorso tenuto a New York nel 1919 dopo la presa del potere bolscevica in Russia e i
moti scoppiati nell'Europa centrale, egli avrebbe analizzato con esattezza le conseguenze della
nevrosi ebraica quanto al campo sociale: «Quando l'ebreo dona tutti i suoi pensieri e la sua
azione alla causa dei lavoratori, dei diseredati del mondo, lo spirito di esclusivismo che è in
lui lo spinge fino alla radice delle cose. In Germania egli diviene un Marx, un Lassalle, uno
Haase, un Eduard Bernstein; in Austria un Victor o un Friedrich Adler; in Russia un Trockij.
Considerate un istante la presente situazione in Russia e in Germania. La rivoluzione ha libe-
rato le forze creatrici; guardate quanto numeroso è il gruppo di ebrei che s'è messo subito in
azione. Socialisti rivoluzionari, menscevichi, bolscevichi, socialisti maggioritari e minoritari –
gli ebrei sono dappertutto i capi riconosciuti, i dirigenti naturali di questi partiti rivoluzionari».
Ed ancora, riporta l'Encyclopedia of Judaism, p.1333, ecco, a spiegare il mondo e il desti-
no umano con una dichiarazione intrisa di fervore religioso giudaico-disceso, il poema socia-
lista ebraico "Noi crediamo", pubblicato nel 1872: «Noi crediamo: che i mali, l'ingiustizia, la
falsità e l'omicidio non regneranno per sempre, e che verrà un giorno luminoso in cui il sole
riapparirà; che c'è speranza per l'uomo, che i popoli del mondo non si distruggeranno a vicen-
da per un pezzo di terra e che il sangue non si verserà per stolto prestigio; che gli uomini non
morranno per fame e che la ricchezza non creata dal loro lavoro svanirà come fumo; che la
gente sarà illuminata e non farà differenza fra uomo e uomo, che non passerà molto che non si
dirà più "cristiano, musulmano, ebreo", ma ognuno chiamerà l'altro "fratello, amico, compa-
gno"; che i segreti della natura saranno rivelati e che la gente dominerà la natura invece di es-
serne dominata; che l'uomo non lavorerà a lungo col sudore della fronte, che le forze della na-
tura gli saranno da mani».

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«È strano; ma l'utopia comunistica è uno dei fenomeni più inquietanti della storia» – a-
vrebbe commentato mezzo secolo dopo il tenente colonnello Gino Nuvoloni, osservatore acu-
to e tra i primi del bolscevismo, fenomeno inusitato e «di grandissima importanza, che ricorre
sulla bocca di tutti» – «Noi la vediamo affiorare di tanto in tanto, a traverso tutte le età, nei
momenti di maggiore crisi politica e religiosa. Forse essa rappresenta una specie di speranza
indistinta dei sofferenti; come una mistica credenza del genere umano in un sogno di età
dell'oro, contro ogni ragione e contro ogni esperienza. Ma l'utopia non può farsi realtà».
«L'essenza dell'idea messianica» – conferma il confratello Jaff Schatz – «è una brama di
redenzione, sia per gli ebrei che per l'intera umanità. Il messianismo ebraico concerne questo
mondo e significa emancipazione [is this-wordly and emancipatory]. La redenzione è intesa
come pace, giustizia, armonia e perfezione, sia per il singolo che per la società. L'età dell'oro
non si trova perciò nel passato, ma nel futuro. Lo stato di redenzione è l'obiettivo finale
dell'umanità, una transizione storica a venire. Tale "essere di questo mondo" del messianismo
ebraico è di importanza fondamentale, e va inteso correttamente. La redenzione messianica,
l'obiettivo finale della storia, dovrà attuarsi su questa terra e non in un qualche mondo dei cie-
li, nell'aldilà [...] Talune contemporanee percezioni marxiste sul significato della storia hanno
una forte rispondenza nelle forze sotterranee emancipatrici, utopiche e universalistiche della
tradizione ebraica. La visione marxista può essere vista come una concezione in cui Dio è sta-
to rimpiazzato dalla storia, con le sue leggi immanenti e ferree, e in cui una collettività umana,
il proletariato, ha rimpiazzato la forza liberatrice del messia. Le due visioni sono teleologiche.
In entrambe il mondo avanza irresistibilmente verso la sua redenzione finale, o attraverso il
processo della restaurazione umana e cosmica come nella tradizione cabbalistico-messianica,
o in virtù della logica e delle leggi immanenti dello sviluppo sociale, come nella visione mar-
xista. Secondo la tradizione messianica ebraica, il processo di redenzione porta inevitabilmen-
te allo stato finale di preordinata armonia verso cui ogni evoluzione è diretta. Benché il conte-
nuto delle varie visioni messianiche sia diverso, tutte sottolineano che il mondo a venire sarà
migliore di quello passato, "perché il rinnovamento del mondo è, semplicemente, più che la
sua restaurazione" [G. Scholem]. La visione marxista contemporanea ha eguali qualità [...]
Similmente, sia la tradizione ebraica che quella marxista sono permeate dall'anticipazione che
il compimento della storia è la sua fine».
E tutto sommato nulla importa se – tralasciando pure gli aspetti della sovversione liberale
o di «destra» delle società tradizionali – anche l'«altro versante», quello sinistro, presenti una
molteplicità di interpretazioni, forme e attivismi, anche in feroce concorrenza fra loro. In con-
correnza operativa, comunque, non certo in opposizione ideale, con una più o meno larvata
sudditanza psicologica, da parte dei rivoluzionari più moderati, fautori di quella strada che
sarebbe stata qualificata dall'epistemologo «austriaco» Karl Raimund Popper «ingegneria so-
ciale gradualistica», nei confronti dei più impazienti: «La differenza fra socialismo e social-
democrazia, quale ebbe a profilarsi tra la fine del XIX secolo e l'inizio del XX, riguarda es-
senzialmente, come è noto, i metodi, non i risultati da ottenere. Il comunismo intende essere la
conquista del potere con mezzi non democratici, cioè attraverso una rivoluzione. Ma anche
per la socialdemocrazia la conquista del potere significa l'eliminazione dello Stato borghese,
capitalistico. Tale eliminazione è da raggiungere attraverso la via democratica (si pensi so-
prattutto alle indagini di Bernstein, o dell'austro-marxismo di Hilferding). Lo scopo finale,
tuttavia, rimane lo stesso » (Emanuele Severino, Lezioni sulla politica).
«Sebbene molto pochi ebrei siano radicali» – aggiunge finemente l'eletto Ernest van den
Haag – «certo molti radicali sono ebrei: su cento ebrei, cinque possono essere radicali, ma su
dieci radicali cinque sono verosimilmente ebrei. Non è quindi corretto dire che sono radicali

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un gran numero di ebrei, ma è certo corretto dire che sono ebrei un numero sproporzionato di
radicali. Questo è verificato in passato e questo è tuttora. Ma cos'è che attrae gli ebrei alle
cause radicali in modo talmente abnorme? Dopo tutto, da tempo gli ebrei non vengono carica-
ti dai governi di quell'oppressione che ha portato certi ebrei al radicalismo nella Russia zari-
1
sta. E neppure continuano a lavorare negli sweatshop e ad abitare negli slum d'America,
condizioni che aiutano a mantenere viva la tradizione del radicalismo nel nuovo paese. Parec-
chi ebrei vivono in quartieri benestanti, spesso in modo opulento. Sebbene la maggioranza
degli ebrei non sia ricca e la maggioranza dei ricchi non sia di origine ebraica, il numero degli
ebrei che ha avuto un successo economico è sproporzionato come quello degli ebrei radicali.
In breve, essi non sono mai stati così bene. Perché, dunque, sono così tanti gli ebrei tra i radi-
calmente insoddisfatti [Why, then, are so many among the radically dissatisfied Jewish]? È
utile ricordare che molti ebrei ricchi sono figli di ebrei poveri e radicali che si sono riconciliati
con la società in modo sufficiente da viverci bene, ma non abbastanza da non sentirsi in qual-
che modo colpevoli per avere avuto successo e "tradito" i loro ideali radicali di gioventù e,
forse, la loro antica povertà. Quand'erano poveri essi respingevano l'obiettivo, che sembrava
loro irraggiungibile, di conseguire essi stessi la ricchezza. Operavano piuttosto per "cambiare
il sistema". Ciò non è loro riuscito; e loro stessi sono divenuti ricchi. Ed allora si sentono in
qualche modo colpevoli. Hanno peccato, ma non sono stati puniti. Qualcosa non ha funziona-
to (la sensazione di colpa di chi compie attività sessuali riprovate dalla propria tradizione puri-
tana porta ad un'identica inquietitudine)» (decisamente più rozzo è il sociologo «polacco»
Zygmunt Bauman, che addebita ad una presunta incomprensione preconcetta e malevola «lo
stereotipo degli ebrei come forza perturbatrice dell'ordine, come fastello di opposizioni che
mina tutte le identità e minaccia tutti gli sforzi di autodeterminazione»).
Ma la partecipazione dell'ebraismo alla sovversione «moderata» ci viene testimoniata an-
che dal «francese» Elia Heilbronner: «La questione ebraico-massonica non mi pare una frotto-
la: essa può venire tranquillamente riconosciuta, poiché da oltre vent'anni tutti i movimenti
rivoluzionari sono stati condotti da ebrei generalmente heimatlos [senza patria], sostenuti dal-
le logge massoniche» (L'Univers Israëlite, 17 luglio 1936) e dall'insigne sionista «tedesco»,
oloscampato a Theresienstadt e portatosi a Londra, Leo Baeck: «È nella natura del profetismo
religioso considerare la riforma dell'esistente come compito e scopo. Esso contiene un fer-
mento, un qualcosa che in ogni momento agita e muove ciò che esiste e riposa. Da quando il
profetismo religioso è entrato nel mondo, è finita la quiete sociale».
Più articolato e specifico era stato del resto l'ebreo «odiatore di se stesso» Otto Weininger:
«Il merito immenso dell'ebraismo non è che quello di condurre sempre l'ariano alla consape-
volezza del suo io, di rammentargli se stesso. Questo è ciò di cui l'ariano deve esser grato
all'ebreo; grazie a lui egli sa da cosa deve guardarsi: dall'ebraismo come possibilità in lui stes-
so [...] Nel senso più ampio l'ebraismo è quell'orientamento nella scienza per il quale questa è
soprattutto il mezzo per lo scopo di escludere ogni trascendenza. Per l'ariano l'intendimento di
chi vuol comprendere e dedurre tutto è una svalutazione del mondo, perché sente che è pro-
prio l'imperscrutabile ciò che conferisce all'esistenza il suo valore. L'ebreo non ha soggezione
dei misteri, perché non ne sospetta nemmeno la presenza. Il suo intendimento è di vedere il
mondo reso più piatto e il più ordinario possibile, non già per garantire a quanto è eternamente
oscuro il suo eterno diritto mediante la chiarezza, bensì per produrre una desolata ovvietà
dell'universo [...] Inoltre gli ebrei, proprio perché la loro venerazione di Dio non ha alcuna af-
finità con la vera religione, sono stati i meno maldisposti verso la concezione meccanicistico-
materialistica del mondo».
E se Weininger potrebbe essere considerato inaffidabile nelle sue critiche alla «corrosivi-

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tà» dei confratelli – al loro anarchismo, al loro nichilismo, al loro opportunismo, alla loro a-
dattabilità, al loro relativismo cinico cui fa da contraltare la più varia ortodossia dogmatica –
in quanto self-hating Jew (Fritz Kahn lo dice non solo «un interessante caso di interesse psi-
copatologico», ma anche «uno dei rappresentanti di un'intera tendenza, giunto a trista fama»,
«il moderno anticristo degli ebrei», per quanto dotato di «un carattere etico»), gli stessi con-
cetti esprimono non solo il «francese» James Darmesteter: «L'ebreo è stato il campione della
Ragione contro lo spirito mitico [...] egli mina con l'ironia e l'avvedutezza delle sue controver-
sie, e come nessun altro sa trovare, i punti vulnerabili della dottrina [della Chiesa] [...] egli è il
dottore dell'incredulo; tutte le rivolte dello spirito gli si presentano all'ombra o a cielo scoper-
to» (in A. Spire, Quelques Juifs, 1928), ma anche Elie Faure, che tratteggia «questo sog-
ghigno sarcastico (Heine, Offenbach) verso tutto ciò che non è ebraico [...] La sua spietata a-
nalisi ed il suo irresistibile sarcasmo hanno agito come il vetriolo [...] Rispetto agli altri esso si
crede a tutt'oggi il Popolo Eletto, perché rappresentante di una forza soprannaturale [...] Per
lui l'aldilà non esiste. Per quanto se ne sia spesso parlato, Israele non vi ha mai creduto. Il pat-
to d'alleanza non è che un contratto bilaterale nettamente preciso e positivo. Se l'ebreo obbedi-
sce, lo fa solo per avere il dominio del mondo [...] Israele è un terribile realista: vuole la ri-
compensa quaggiù sulla terra per chi fa il bene e il castigo per chi vive nel male [...] Perfino
nei momenti più oscuri della loro storia, e della storia universale, questi eterni vinti conserva-
no nel cuore fedele la promessa di un'eterna vittoria» (L'âme juive, in La question juive vue
par vingt-six éminentes personnalités juives, EIF, 1934).
Ed invero, già un secolo innanzi il «rabbino comunista» Moses Hess, anticipando un con-
cetto espresso nel 1860 da Itze Aaron (Isaac Moïse o Isaac Adolphe) Crémieux nel manifesto
della Alliance Israélite Universelle, aveva richiamato all'ordine: «L'ebreo, ortodosso o no, non
può fuggire la responsabilità di lavorare per la rivolta dell'intero ebraismo. Ogni ebreo, anche
se convertito al cristianesimo, condivide la responsabilità della rinascita di Israele».

* * *

E col socialcomunismo – in ogni sua variante più o meno marxista – si apparenta, nel ten-
tativo di affogare i goyim nel pantano dei più vari sofismi e delle più criminali utopie, l'altro
gran braccio moderno dell'ebraismo: la psicoanalisi. Folgorante al proposito sempre MacDo-
nald (III): «È improbabile che sia il marxismo che la psicoanalisi sarebbero potuti nascere da
cervelli non-ebraici, dato che entrambi contengono robuste implicazioni di pensiero religioso
ebraico; ancor più, vorrei dire che è improbabile che soprattutto la psicoanalisi avrebbe potuto
nascere se non come arma ebraica nella guerra condotta contro i non-ebrei».
Similmente, sulla matrice ebraica di Freud e di Marx, facente perno sul concetto di «cadu-
ta» dall'Eden primitivo, dal tempo-senza-tempo in cui non esistevano la sofferenza e la morte,
nota l'antropologa Ida Magli (V): «È la concezione religiosa globale ebraica che trapela attra-
verso i sistemi di pensiero di Freud e di Marx, e che spiega come, malgrado le differenze fon-
damentali della personalità di questi due uomini, sicuramente geniali, le loro teorie abbiano
alla base (anche se le apparenze dicono il contrario) una rielaborazione simile della concezio-
ne "sacra" del fine dell'uomo. Le analogie fra Freud e Marx consistono appunto in questo:
ambedue ritengono che vi sia nell'uomo, nella sua natura originaria, la "felicità", e che questa
felicità sia venuta a cadere per una "colpa", che viene presentata come storica; è qui la loro
forza, quella che ha tanto attratto le folle. Ma, in realtà, sia nell'uno che nell'altro, ancora una
volta questa colpa è "mitica". Ambedue scelgono, infatti, una strada per raggiungere la felici-
tà, che dovrebbe ripristinare il tempo mitico: la liberazione degli istinti repressi nell'inconscio,

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per Freud; l'eliminazione delle classi, per Marx [...] Le differenze nascono, viceversa, dalla
loro personalità: uno passa soltanto attraverso la componente psicologica per capire e cambia-
re la vita degli uomini; l'altro passa esclusivamente attraverso il livello sociale e collettivo,
includendo in questo, con una assolutizzazione che appare perfino abnorme, qualsiasi impli-
cazione di carattere psicologico [...] Esse si presentano, ambedue, come una soluzione radica-
le, totale, dell'infelicità degli uomini, ma non perché promettono giustizia, amore, ricchezza, o
altro "bene" concreto. Per quanto sembri lontano dalla loro proposta, la promessa vera è la
liberazione dalla morte; tanto più creduta, e afferrata con tutte le forze da parte degli uomini
che vi si sono aggrappati, perché sia Freud che Marx non attribuiscono a nessun dio, incono-
scibile e potente, la causa dell'infelicità stessa, ma la rimettono nelle mani degli uomini».
Sempre Ida Magli (IV) definisce Marx e Freud «repliche laiche dell'ebraismo [...] Freud,
dunque, non è un genio e non ne è uscito. Ha invece inconsapevolmente avvalorato la visione
del mondo che contraddistingue gli Ebrei, trasformandola nel vissuto psichico di tutti gli indi-
vidui e rendendola quindi universale [...] È la forza dell'Ebraismo, la forza della meta: la sal-
vezza si realizzerà nella vita di qua, sulla terra, non nell'al di là. È anche il motivo per il quale
sia Freud che Marx possono criticare le religioni, fare a meno delle religioni».
Quanto a Marx: «Spesso è stato detto che il comunismo è una religione, ma si tratta di un
errore. Non è una religione, ma la Religione. È l'Ebraismo giunto alla sua meta [...] Quello
che serve è il rappresentante-Salvatore-Sacrificatore, che difatti nel marxismo è impersonato
dagli Operai. Sono loro, gli Operai, che porteranno la salvezza ovunque; sono loro che indur-
ranno tutti gli uomini a liberarsi dei padroni dei mezzi produttivi "sacrificando", uccidendo,
sterminando le classi che con la loro stessa esistenza impediscono la Salvezza (i padroni, i
contadini, i borghesi), e annunceranno che è giunto il Tempo vero, quello della Felicità. Natu-
ralmente questo tempo, come nell'Ebraismo, si identifica col tempo dell'attesa, quello che non
riesce a concludersi mai; e il momento finale si sposta, inglobando a mano a mano altri popoli
da salvare, altre vittime da liberare, altre classi da "sacrificare", fino a giungere, come oggi è
evidente, alla volontà di un governo mondiale e a un avvitamento su se stessi che coincide con
la dissoluzione dell'Europa».
Concetti tutti, del resto, non partoriti da maligni cervelli non-ebraici, ma formulati, ad e-
sempio da un Rabbi Jacob I. Agus, che dopo aver ciurlato nel manico con: «Socialism is by
non means a Jewish movement, Il socialismo non è affatto un movimento ebraico. Certo, l'e-
redità razziale di Karl Marx o Ferdinand Lassalle non è importante, per quanto entrambi siano
stati probabilmente influenzati dal fatto che come progenie di ebrei erano "outsider" nella loro
cultura – quindi, disposti a riconoscere la sua debolezza e a proporre le proprie soluzioni per
le sue "contraddizioni"», continua tranquillo: «Costante è il fatto che il socialismo fu abbrac-
ciato come una nuova fede secolare da milioni di persone, tra le quali gli ebrei laici ebbero un
ruolo direttivo. L'entusiasmo di massa della nuova fede radunò molti più ebrei di quanto ci si
possa aspettare dalle loro percentuali sulla popolazione generale. Ciò fu vero per Russia,
Germania, Francia e Stati Uniti. Intanto, il comunismo mostrava i tipici segni di un'esalta-
zione pseudomessianica. Aveva in sé un nuovo dualismo, con un Satana e un Salvatore; at-
tendeva un Armageddon universale, con l'intera storia in marcia incessante verso l'ultimo olo-
causto; identificava il Messia con la figura collettiva dei servi sofferenti; soprattutto, sostene-
va che la parola del Messia si era già rivelata e che il Paraclito era già apparso [...] Il fervore
del messianismo appare ovunque nel movimento socialista, che può essere considerato un'e-
stensione della filosofia liberale dal campo della politica a quello dell'economia. E l'impatto
del socialismo sul mondo ebraico si rifletteva negli echi millenari della visione messianica. Il
Messia sarebbe stato il proletariato giunto al potere. Non lo aveva rappresentato il profeta

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Zaccaria come "un povero, a cavallo di un asino"? Le "doglie messianiche" sono la lotta di
classe, crescente in ferocia. Tutti i mali della società contemporanea sono dovuti al vano sfor-
zo delle classi dominanti di opporsi all'irresistibile corso della storia. Il concetto religioso di
Provvidenza non è che la proiezione delle forze economiche, operanti attraverso un'interna
dialettica. Il risultato finale non sarà solo il trionfo del proletariato, ma l'eliminazione di tutti i
mali della società. Il malessere profondo della società è dovuto all'"alienazione" dell'uomo
moderno e al suo assoggettamento ad una macchina senz'anima, valanga mostruosa [Moloch-
like juggernaut]. Nel paradiso socialista gli uomini e le donne si trasfigureranno in una nuova
famiglia umana [will be metamorphosed into a new human breed], poiché la loro libertà inte-
riore coinciderà con le necessità del mondo reale».
Che la costituzione genetica di Marx, come quella del discepolo Lassalle, non potesse che
portarlo a una sorta di laicizzazione della speranza messianica di redenzione del mondo (il
Grande Regno dell'Aldiquà, la Felicità Per Tutti) attraverso il sacrificio di un terzo «innocen-
te» ingiustamente perseguitato (nel caso il proletariato), lo possiamo scorgere non solo dagli
scritti, ma anche dall'albero genealogico.
Aspro critico dell'autore del Manifesto del Partito Comunista (per inciso, il termine co-
munista viene coniato dall’intellettuale giacobino Nicolas-Edme Restif/Rètif de la Bretonne,
recensendo nel 1785 il pedagogista utopico Alexandre-Victor Hupay de Fuvea) – letteratura
religiosa prima che programma politico – è il tedesco Arnold Ruge, già intimo del Profeta, in
una lettera a Julius Fröbel del 6 dicembre 1844: «Marx si professa seguace del comunismo,
ma è il più fanatico degli egoisti, anche se lo è più alla chetichella di Bauer. Come vede, tor-
nano a farsi avanti l'egoismo ipocrita, la smania segreta di far la parte del genio, lo scimmiot-
tamento di Cristo, le pose da rabbino e da sacerdote, addirittura il sacrificio umano (la ghi-
gliottina). Il fanatismo ateo e comunista non è altro, in realtà, che fanatismo cristiano».
«Il rabbino non è lontano quando si pensa all'ascendenza di Karl Marx [...] Il rabbino non
è lontano neppure quando si legge Marx: in ogni suo scritto dominano una concezione del-
l'uomo, una preoccupazione per la giustizia e la dignità umana che potremmo facilmente rial-
lacciare alla concezione ebraica dell'uomo», aggiunge l'Encyclopédie Planéte, mentre il poli-
tical cartoonist Ranan Raymond Lurie ne sottolinea, nella prefazione a Neal Rosenstein (II),
non solo la discendenza dai comuni antenati grandi rabbini quattro-cinquecenteschi Jehel Lu-
ria/Lurie e Meir Katzenellenbogen, ma l'imparentamento col «terzo Mosè» Moses Mendel-
ssohn e col «Father of Psichology» Sigmund Freud («Their mothers and grandmothers were
of the Lurie tribe»): «or even good old Karl Marx, who at least tried his best to improve the
lives of the unfortunate of the world, o anche il buon vecchio Karl Marx, che perlomeno fece
del suo meglio per migliorare le vite dei miserabili del mondo».
Altrettanto lirico il «bulgaro-italico» Ovadia, cercando, eterno predicatore giudeo ed eter-
no comunista, di fare dei goyim i responsabili della conclusione orrorifica del Sogno: «L'ulti-
mo Zar delle Grandi Russie, l'ex seminarista georgiano Josip Vissarionovic Djugasvili, detto
Stalin, doveva trasformare la grande lirica di liberazione dell'uomo dallo sfruttamento e dall'a-
lienazione – ideata dal pensatore e rivoluzionario ebreo Karl Marx – in un inferno [...] Il furo-
re revisionista di questi nostri tempi molli e vili, spesso cavalcato da apostati isterici in cerca
di nuova verginità e fama a buon prezzo, sta cercando di sottrarre qualsiasi legittimità al pro-
getto rivoluzionario di una società socialista, anche il mito di quei "dieci giorni che sconvolse-
ro il mondo", infischiandosene di gettare via il bambino con l'acqua sporca».
E lirico è anche M. Hirsh Goldberg, che dice il Nostro «nato da una famiglia i cui antenati
erano stati ebrei profondamente religiosi. Quasi tutti i rabbini di Treviri dal sedicesimo secolo
fino alla sua nascita [1818] erano stati suoi antenati. Il padre di suo padre era stato rabbino; il

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padre di sua madre era stato rabbino, e per secoli la famiglia materna aveva avuto rabbini. In
Karl Marx: His Life and Thought, David McLellan nota che "sarebbe difficile trovare qualcu-
no che abbia avuto un'ascendenza ebraica maggiore di Karl Marx" [...] Nel 1843 egli scrisse
che trovava "odiose" "le credenze ebraiche" [...] Karl Marx è davvero la pecora nera dell'ebra-
ismo [più esattamente: of the Jewish Connection]. Ma non potrebbe la sua indignazione con-
tro l'ingiustizia sociale essere stata alimentata dalla sua profonda eredità di sangue con la mo-
ralità dell'antico giudaismo?». Similmente Josef Kastein, per il quale Marx «inoltre, rifiutò di
essere ebreo e confuse Rothschild col giudaismo; eppure il ragionamento sul quale si fonda il
suo sistema socialista mostra che non era altro che un ebreo europeo. Ma con la sua nazione
egli perse anche l'ultimo "granello di etica"».
Chiarissimo poi Waldo Frank: «Dalla premessa ebraica della storia quale organismo che
evolve verso il "bene", Marx ha conferito al mondo industriale una logica realistica e una tec-
nica di giustizia sociale. Il tempo, naturalmente ha corretto o rigettato molti aspetti del suo
progetto; ma cionondimeno è categorico che ogni uomo che cerca di realizzare la giustizia
sociale nel mondo moderno dev'essere marxista in ispirito, per quanto possa rigettare certi
dogmi marxisti. L'ebreo moderno, se pure un tale tipo umano esiste, deve vedere Marx come
profeta al pari dei suoi antenati che videro come profeti Mosè e Isaia».
E a sottolineare l'eredità ebraica del marxismo e del più generale rivoluzionarismo otto-
novecentesco – dopo cento altri commentatori tra cui un Erich Fromm che dice il marxismo
«essenzialmente un messianismo profetico nel linguaggio del XIX secolo», un George Steiner
(I) che lo definisce un «ebraismo impaziente», il goy Arnold Toynbee per il quale «Marx ha
preso come Dio la divina "necessità storica" al posto di Jahweh e come popolo eletto il prole-
tariato del mondo occidentale al posto dell'ebraismo, mentre il regno messianico è concepito
come una dittatura del proletariato» – è anche il rabbinico duo Arthur Hertzberg / Aron Hirt-
Manheimer (direttore, quest'ultimo, del mensile dell'ebraismo moderno Reform Judaism, nel
1988 insignito della Medaglia Anne Frank): «Nell'ultimo secolo l'incontro più chiaro col con-
cetto di elezione non avvenne tra gli ebrei praticanti, ma tra gli ebrei non credenti [...] La me-
tamorfosi più complessa della dottrina dell'elezione ebraica fu modellata dagli intellettuali e-
brei non credenti che entrarono nei grandi movimenti rivoluzionari dell'Europa centrale e o-
rientale. Questi uomini e queste donne palesarono una passione speciale per ricostruire il
mondo, e furono pronti ad accettare il martirio come il prezzo per realizzare la promessa di
una vita migliore per tutti».
«Dio siamo noi, proclamò Marx. Noi, ossia i diseredati» – aggiunge il confratello «unghe-
rese» François Fejtö (V), dapprima ben comunista, riparato a Occidente dopo la rivolta anti-
sovietica del novembre 1956 e divenuto rinomato storico liberale «francese» – «Noi, i disere-
dati di tutte le razze, il proletariato, il popolo eletto. Grazie al proletariato l'uomo, liberandosi
da qualsiasi impedimento feudale e borghese, dissipando la coscienza mistica, si erige a Diuo
amandosi di un amore infinito. Caccerà i filistei da Canaan, si insedierà nella Terra Promessa,
lavorerà con gioia, consumerà secondo i propri bisogni, svilupperà le forze produttive. E dopo
aver debitamente castigato i cattivi, castrato i proprietari e cacciato i feudatari, farà finalmente
regnare la pace e la giustizia [...] Il nemico da annientare, la fonte di tutti i mali, di ogni soffe-
renza, è la proprietà privata. Distruggendola, la rivoluzione elimina gli ultimi impedimenti
alla reale evoluzione dell'uomo, alla sua vera libertà, alla sua esistenza armoniosa. Ma l'aspet-
to più straordinario è che, per realizzare questo rovesciamento miracoloso, per instaurare il
regno della giustizia sulla terra, non c'è più bisogno di far intervenire il sovrannaturale. È suf-
ficiente che l'uomo, o meglio la maggioranza degli uomini, coloro che soffrono perché lavo-
rano oppure perché capiscono, si rendano conto delle proprie potenzialità, si preparino consa-

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pevolmente al giudizio finale, questa rivoluzione portatrice di giustizia che salverà il genere
umano. È sufficiente organizzarsi per strappare lo scettro di mano allo Stato, che è poi una
cospirazione di sfruttatori. Quanto all'ideale della giustizia, non ha niente di sovrannaturale,
non ha niente a che fare con Dio. È un sogno che l'uomo può far diventare realtà, perché or-
mai si identifica con l'interesse della maggioranza. Il comunismo, dunque, sotto un'apparenza
scientifica, dialettica, fa rinascere l'antica idea fissa degli ebrei, l'idea della salvezza concreta,
materiale, immediata». «Il marxismo è la forma moderna della profezia giudaica», chiude,
inneggiando, il teologo protestante Reinhold Niebuhr il 3 ottobre 1934 in una conferenza allo
Jewish Institute of Religion.
Considerato tutto questo, riteniamo decisamente ingenerosa la sentenza di David Vital,
docente di Diplomazia alla Università Bar-Ilan: «Non credo che abbiamo oggi molto da offri-
re al mondo. Marx? Una vergogna considerarlo ebreo» (Shalom, mensile ufficiale dell'ebrai-
smo in Italia, n.1/1995). Sentenza cui sembra, peraltro, porre rimedio l'insigne studioso ebreo
André Neher (II): «Karl Marx e Trockij sanno a malapena di essere ebrei, e sono talvolta vio-
lentemente antisemiti in alcuni dei loro scritti e dei loro atti. Ma il substrato inconscio del loro
impegno è ancora il messianismo della mistica ebraica».
Ma ancora più chiaro è sempre Fritz Kahn: «In questa opera Cristo e Marx vengono mo-
strati come espressioni di una specifica civiltà, così come Lutero e Bismarck possono essere
considerati tipici caratteri tedeschi, senza per questo dover essere luterani o militaristi, o come
Nietzsche, certamente tutt'altro che un apprezzatore della politica bismarckiana, onorava nel
Cancelliere di Ferro l'ideale di un eroe. Al posto di Cristo si potrebbe prendere come esempio
di questa espressione del genio mondiale ebraico Isaia o Amos, al posto di Marx Lassalle o
Börne, Eisner o Landauer [...] Mosè, Cristo e Marx sono rappresentanti di una specifica razza
e predisposizione razziale, che nella storia dell'umanità restano uniche nella particolarità del
loro essere e delle loro opere, e alle quali per tale specifica predisposizione, come avviene per
ogni altro popolo civile, spetta una precisa missione al servizio dell'umanità [...] In Marx, mi
sembra, il genio dell'ebraismo, chiuso nel ghetto per oltre un millennio, s'avanza nuovamente
nella storia mondiale per risollevare la grande idea ebraica del profetismo, l'idea della reden-
zione del mondo attraverso la giustizia sociale. Dopo che sui sentieri che Mosè e Cristo hanno
additato all'umanità hanno lussureggiato il bimillenario intrico della schiavitù e della mancan-
za di diritti, il groviglio dell'odio e della discordia, Marx indica nuovamente all'umanità, con
la spada della giustizia, la via verso quel futuro che Mosè ha mostrato all'umanità al termine
di questa via come "Terra della Promessa"».
E ancora: «Credono davvero seriamente, i miei critici, di dirmi qualcosa di nuovo, rinfac-
ciandomi che Marx era battezzato e che ha scritto un'opera contro gli ebrei? In questo contesto
il fatto è irrilevante come il contrasto tra Spinoza e gli ebrei del suo tempo. O Heine non è e-
spressione dell'ebraismo perché era battezzato e si era talora burlato dell'ebraismo? Per l'ebreo
del 1840 è forse più caratteristico che si facesse battezzare e si comportasse da antisemita,
piuttosto che il contrario. E come poteva Marx, il fondatore del socialismo, parlar bene degli
ebrei, che nei loro massimi esponenti erano – allora, non nella storia mondiale – i massimi
rappresentanti del capitalismo? Con l'ebraismo occidentale contemporaneo Marx sta quasi
negli stessi rapporti di Mosè con gli adoratori del vitello d'oro, di Cristo con gli affaristi ebre-
o-romani di Gerusalemme, di Spinoza coi rabbini di Amsterdam. In tutti loro lotta lo spirito
del giudaismo contro lo spirito dell'ebraismo contemporaneo, l'eterno spirito di una sublime
idea della storia contro l'infimo non-spirito di un'epoca che meritava di essere combattuta [der
ewige Geist einer hehren Geschichtsauffassung gegen den unhehren Un-Geist eines bekäm-
pfungswürdigen Tages]».

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«Questo discendente di una stirpe di rabbini e dottori» – aveva confermato il «francese»
Bernard Lazare sul confratello trevirense – «ereditò tutta la forza logica degli avi; fu un tal-
mudista lucido e chiaro che non si preoccupò delle piccole innocenti pedanterie della pratica,
che fu sociologo e applicò le qualità innate di esegeta alla critica dell'economia politica. Marx
fu animato da quell'antico materialismo ebraico che sempre sognò un paradiso realizzato sulla
terra e sempre respinse la lontana e dubbiosa speranza di un Eden dopo la morte. Ma non fu
soltanto un logico, fu anche un ribelle, un agitatore, un aspro polemista e attinse il dono del
sarcasmo e dell'invettiva dove l'aveva attinta Heine: dalle fonti ebraiche».
● Il nostro Karl, nato nel 1818 Kissel Mordechai Levy (Karl Loewy, lo dice Riccardo Ca-
limani, in Liliana Weinberg) nella cattolica Treviri e battezzato luterano a sei anni per oppor-
tunismo paterno – «Der Taufzettel ist das Entreebillet zur europäischen Kultur, Il certificato
di battesimo è il biglietto d'ingresso per la cultura europea», consiglierà Heinrich Heine dopo
il «gran salto» nel 1825 a ventott'anni, sardonico però poi con Balzac ed altri francesi: «Sono
stato battezzato, ma non mi sono convertito» e scrivendo, in Ludwig Börne: «Tra gli ebrei ric-
chi il battesimo è all'ordine del giorno e il Vangelo, che è stato predicato senza esito al povero
Giuda, furoreggia oggi presso il ricco [ist jetzt in Floribus bei den Reichen]. Ma poiché l'aver-
lo accolto è solo autoinganno, quand'anche non pura menzogna e il cristianesimo simulato
non confligga, stridente, col vecchio Adamo, costoro danno i propri punti più deboli alla beffa
e allo scherno. O crede che il battesimo cambi l'intima natura delle cose? Crede che, innaf-
fiandoli d'acqua, si possano mutare i pidocchi in pulci? [...] Un quadro malinconico e al con-
tempo ridicolo mi appare quando i vecchi pidocchi, quelli usciti dall'Egitto all'epoca delle
piaghe faraoniche, d'improvviso si immaginano pulci, iniziando a saltellare cristianamente.
Per le strade a Berlino ho visto antiche figlie di Israele con al collo lunghe croci, lunghe più
dei loro nasi e fino all'ombelico; tra le mani tenevano un libro di canti evangelici e discorre-
vano della splendida predica appena sentita nella chiesa della Trinità» – il nostro Karl, dice-
vamo, «padre di un nuovo millenarismo, San Giovanni di una nuova Apocalisse» (Jean Ser-
vier), «quest'aspro lottatore senza patria, della stirpe dei profeti [...] questo tardo nepote d'I-
saia» (l'austriaco René Fülöp-Miller II), è infatti figlio d'arte.
Il padre è l'avvocato trevirense e massone Hirschel Mordechai Levy, fattosi Heinrich
Marx nel 1816-17 alla conversione, compiuta per sottrarsi a limitazioni professionali, la ma-
dre è Henriette Pressburg, discendente da illustre famiglia «ungherese» stabilitasi in Olanda
nel Settecento, unitisi nel 1813 con rito ebraico. Il giovanile «antisemitismo» del Marx di Zur
Judenfrage «Sulla questione ebraica», speciosamente negato da tutta una serie di adepti, pri-
mo tra i quali «l'interprete "ufficiale" del marxismo in Francia» Henri Lefebvre, era dovuto,
psicoanalizza Francis Kaplan, al desiderio inconscio di giustificare il padre «per essere stato
ipocrita. E ciò non era possibile che condannando l'appartenenza al giudaismo». Come il pa-
dre, comunque, il Nostro, già adepto di un Bund der Gerechten "Lega dei Giusti" definito da
Andreas von Rétyi «un ramo tardivo degli Illuminati», il 17 novembre 1845 sarà iniziato all'i-
neffabilità della Massoneria ufficiale nella loggia anarchica di Bruxelles Le Socialiste.
Similmente – e a prescindere dalla forma espressiva del Manifesto del Partito Comunista,
scritto in capoversi brevi, in uno stile inusuale nella prosa tedesca, riecheggiante la precisa
strutturazione biblico-profetica – Frank E. Manuel, per il quale «i suoi rari scritti sugli ebrei,
considerati più da un punto di vista psicologico che politico, rivelano un goffo tentativo di
cancellare la macchia della sua stirpe [...] Se per Marx gli ebrei erano moralmente e fisica-
mente sporchi ed egli stesso era un ebreo, il ripudio delle proprie origini, in parte consapevole,
rappresentò per lui un tormento per tutta la vita [...] Per "loro", per i gentili, Marx rimase
sempre un ebreo nonostante avesse ricevuto il battesimo luterano. A partire dalla pubblicazio-

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ne di un pamphlet nel 1850, scrittori antisemiti misero continuamente in guardia i tedeschi dai
pericolosi rivoluzionari Marx ed Engels, che stavano progettando di instaurare la loro dittatura
ebraica in Germania [...] Sarebbe azzardato vedere in quella che abbiamo individuato come
una delle cause principali del conflitto interiore del giovane Marx la motivazione esclusiva di
un sistema filosofico che intendeva fungere da macchina da guerra contro l'intera civiltà capi-
talistica. Ma anche se non è possibile condividere in toto la spiegazione basata sulle dinami-
che psicologiche, esistono fondati motivi per ipotizzare che l'odio di Marx – che viveva nella
costante negazione delle proprie origini – nei confronti di se stesso, quando si rivolgeva all'e-
sterno si trasformasse in una ribellione universale contro l'ordine sociale esistente, alimentan-
do un sogno utopistico di redenzione. La sequenza che prevedeva la distruzione apocalittica
della società in cui Marx era nato, seguita dalla visione di una futura età dell'oro in cui non ci
sarebbe stato né cristiano né ebreo, né proletario né sfruttatore capitalistico, si accorda con un
modello religioso tradizionale. Nell'anima di Marx covava la speranza messianica che anima-
va i rabbini quando commentavano i profeti d'Israele, trasmessa per generazioni fino agli an-
tenati di suo padre e di sua madre».
«Lo spirito di rivolta e il messianismo sociale, di cui è animata l'intera opera di un Karl
Marx» – aggiunge Georges Batault – «sono elementi puramente giudaici nella loro essenza e
nella loro origine, e l'autore de Il capitale che tuona contro l'iniquità dell'ordine stabilito so-
gnando l'Età dell'Oro e i Tempi Messianici è un autentico discendente dei Profeti e dei Salmi-
sti, gli antenati e i creatori del giudaismo. In una parola, secondo Marx, l'assimilazione degli
ebrei, che dovrebbe portare a risolvere la questione ebraica, è condizionata, subordinata alla
rivoluzione sociale. La conclusione pratica che ne discende è che il buon ebreo, colui che la
Bibbia chiama il Povero e la nuova religione del socialismo "scientifico" il Proletario, deve
operare con tutte le sue forze per provocare l'avvento dei Tempi Nuovi».
In essi, aggiunge il cattolico Vincenzo Messori (I), «la classe operaia è il vero Messia che
porta la redenzione del mondo, lottando e soffrendo contro i figli delle tenebre, i borghesi. Lo
sfruttamento del lavoratore è il peccato originale. La società socialista del futuro è il Regno
escatologico, dove il lupo pascolerà con l'agnello e la terra non darà più spine, ma frutti in ab-
bondanza. L'organizzazione proletaria, il Partito, è il popolo di Dio in marcia verso questo
Regno messianico. La fabbrica è il tempio, dove il lavoro è la nuova preghiera. Il leader prole-
tario è il profeta che guida il resto d'Israele. La scienza è la vera teologia»
Splendida, commenta Johannes Rogalla von Bieberstein – che riporta pure la definizione
di Marx data negli anni Trenta da Leo Löwenthal, il filosionista segretario generale del Sozia-
listischer Deutscher Studentenbund: «fedele erede della tradizione rabbinica» – una cartolina
postale francese del 1906, titolata in francese, tedesco, inglese, russo e yiddish: «Karl Marx -
Il Mosè moderno», ove il Barbuto, raggiante di motti uscentigli dal capo come saette – «Filo-
sofia materialista», «Paesi proletari del mondo, unitevi!», «L'emancipazione degli operai sarà
opera della stessa classe operaia» – innalza al Nuovo Israele, rappresentato dalle classi operaie
di ogni paese, dalle falde del Nuovo Sinai chiamato «Monte del Proletariato», le Nuove Tavo-
le della Legge, «Il capitale» («la Torah di Karl Marx», lo beffeggia il grande-sionista Jabotin-
sky, nemico dichiarato di ogni socialcomunismo) e il «Manifesto comunista», con pistolotto
finale: «I proletari non hanno nulla da perdere se non le proprie catene. Al contrario, hanno
tutto un mondo da guadagnare. Abolite lo sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, e aboli-
rete lo sfruttamento di una nazione da parte di un'altra nazione».
Nulla di strano, quindi, se Adolf Böhm lo definirà, nel volume Die Zionistische Bewegung
bis zum Ende des Weltkrieges, "Il movimento sionista fino al termine della Guerra Mondiale",
seconda edizione a Tel Aviv nel 1935: «der Zaddik der Judengasse, lo zaddik [il Giusto, il

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Cartolina postale francese del 1906 titolata in francese, tedesco, inglese, russo e yiddish: «Karl Marx -
Il Mosè moderno», ove il Barbuto, raggiante di motti uscentigli dal capo come saette – «Filosofia mate-
rialista», «Paesi proletari del mondo, unitevi!», «L’emancipazione degli operai sarà opera della stessa
classe operaia» – innalza al Nuovo Israele, rappresentato dalle classi operaie di ogni paese, dalle falde
del Nuovo Sinai chiamato «Monte del proletariato», le Nuove Tavole della Legge: Il Capitale e il
Manifesto comunista, con pistolotto finale: «I proletari non hanno nulla da perdere se non le proprie
catene. Al contrario, hanno tutto il mondo da guadagnare. Abolite lo sfruttamento dell’uomo da parte
dell’uomo, e abolirete lo sfruttamento di una nazione da parte di un’altra nazione». Da Johannes
Rogalla von Bieberstein, «Jüdischer Bolschewismus» - Mythos und Realität, Antaios 2002, tavola I.
carismatico capo degli chassidici] degli ebrei del ghetto». Per Hirschel, sia dal lato paterno
che da quello materno si contano infatti numerosi rabbini; suo padre Mordechai ben Samuel
ha-Levi/Halevy è caporabbi a Treviri, ove muore nel 1798, venendo seguito nella carica dal
figlio maggiore Samuel, che nel 1808 adotta il cognome Marx (da Marcus) per tutta la fami-
glia. Più noto è l'albero della madre, Eva Moses Lwow (1753-1823), con dieci generazioni
rabbiniche a partire dal capostipite Meir «il MaHaRaM» Katzenellenbogen, direttore dell'u-
niversità talmudica di Padova (1482-1565) – e ancor prima con Jehuda ben Eliezer Halevy
Minz, suo predecessore, morto nel 1508 – continuando con Joseph Ben Gerson ha-Cohen
(morto nel 1591) e Joshua Herschel Lwow (1693-1771; per la questione genealogica vedi in
particolare Neal Rosenstein). La famiglia della madre, vissuta in Assia e migrata a Leopo-
li/Lemberg/Lvov, si porta a Treviri nel Seicento.
● Egualmente vanta illustri ascendenze Moses (Moises) Hess (1812-75). Figlio di David
Tebli Hess – nipote di rabbini, grande mercante di Bonn e caporabbi a Mannheim – e Jeanette
«Elena» Flörsheim – figlia del rabbino Moses Flörsheim di Brockenheim presso Francoforte
– studi rabbinici dai cinque anni e primo tra gli intellettuali ebrei a propendere per il polo
massimalista del socialismo, «the man who converted Friedrich Engels to socialism» (Pra-
ger/Telushkin I) il «Padre della Socialdemocrazia tedesca» (così gli fu inciso nel 1903 sulla
tomba dal Partito da lui cofondato) è ispiratore, partitante, dapprima oppositore ed infine alle-
ato di Marx, che ne sistematizzerà con maggiore profondità di pensiero le intuizioni social-
comuniste. «Suo nonno era un prospero mercante [in ispecie: prodotti coloniali, nonché pro-
prietario di una raffineria di zucchero], ma al contempo un uomo di cultura che dedicava ogni
momento libero allo studio del Talmud. La sua fede nel messia era tale che egli non faceva
mai progetti per il lontano futuro per tema di una sua improvvisa venuta», scrive il socialista-
sionista Chaim Zhitlovsky. Il legame generazionale-razziale, irriso anche da tanti goyim, è
stato ben definito da Walter Benjamin (l'intellettuale «tedesco» suicida nella Francia sconfitta)
in Tesi di filosofia della storia: «C'è una intesa segreta fra le generazioni passate e la nostra. A
noi, come ad ogni altra generazione che ci ha preceduto, è stata data in dote una debole forza
messianica, su cui il passato ha diritto».
● Anche il razionalista, ateo e «degiudaizzato» Shlomo Sigismund dit Sigmund Freud,
che nel 1931 si dirà «un ebreo fanatico» (presidente del comitato culturale del B'nai B'rith e
fondatore della sua seconda loggia viennese, membro di onore del Kadimah, gruppo sionista
in cui militava il figlio), nel 1908 scrive al discepolo Karl Abraham che: «Il nostro modo di
pensare talmudico non può essere improvvisamente scomparso». Il concetto viene reiterato
sia nell'intera opera (vedi David Bakan, J.V. Diller, Dennis Klein, Emil Ludwig, David Megh-
nagi, Marthe Robert, Yosef Haim Yerushalmi e i goyim MacDonald III e Francesco Saverio
Trincia), sia nel discorso alla loggia Wien del B'nai B'rith (alla quale si era affiliato il 29 no-
vembre 1897 e della quale era stato probiviro e presidente del comitato culturale) il 6 maggio
1926, suo settantesimo compleanno: «Ma c'erano ancora altre cose a rendere irresistibile l'at-
trazione del giudaismo e degli ebrei: molte oscure forze emotive, tanto più potenti in quanto è
arduo esprimerle in parole, nonché la chiara coscienza della nostra identità interiore, l'intimità
che deriva dalla stessa struttura psichica» (letteralmente: die Heimlichkeit der gleichen seeli-
schen Konstruktion, il segreto della stessa costruzione dell'anima). «Eravamo entrambi ebrei»
– ricorda, parlando di sé e di un discepolo – «e sapevamo di portare in noi quel medesi-mo
misterioso qualcosa che è stato fin qui inaccessibile a ogni analisi: la cosa che ci fa ebrei».
«La famiglia Freud» – aggiunge Martin, il primogenito – «alienata dalla religione e dai riti
giudaici, non era un'eccezione tra gli ebrei di Vienna. Ricchi o poveri, ma più se ricchi, ave-
vamo tutti seguito lo stesso percorso. Ma in un senso tutti eravamo rimasti ebrei: frequentava-

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mo circoli ebraici, i nostri amici erano ebrei, il nostro dottore, il nostro avvocato era ebreo».
Preminente quanto l'eredità giudaica nel dibattito sulle teorie della psicoanalisi (definita
dal Nobel per la Medicina sir Peter Medawar «uno dei più deplorevoli ed eccentrici punti di
riferimento nella storia del pensiero del secolo ventesimo», dallo psicologo ebreo Hans Jürgen
Eysenck «nel migliore dei casi una prematura cristallizzazione di spurie ortodossie, nel peg-
giore una dottrina pseudoscientifica che ha danneggiato sia la psicologia che la psichiatria ed
egualmente le speranze e le aspirazioni di innumeri pazienti che avevano confidato nel suo
canto da sirena», dallo scrittore russo Vladimir Nabokov «psichiatria vudù» e «stregoneria
viennese», dal matematico ebreo Richard Feynman «una forma moderna di stregoneria», e da
Piergiorgio Odifreddi I «pseudoscienza», «un insieme di credenze, cioè, internamente coeren-
te ma esternamente inverificabile») è il quesito fino a che punto tali teorie si possano attribui-
re ai fatti dell'infanzia e adolescenza del suo fondatore.
La famiglia del Grande Cabbalista Sessuomane presenta infatti, per dirla eufemistica-
mente con Ronald Clark, una «composizione eccentrica» (alla nascita: padre 41 anni, madre
20 anni, due fratellastri 23 e 20 anni, un nipote 1anno e una nipote quasi coetanea, coabitanti e
copulanti in una sola stanza di nove metri per nove) e «gli anni infantili di Freud a Freiberg
[oggi Pribor in Moravia] sono stati presumibilmente di gran lunga più influenti sulla nascita e
la crescita della psicoanalisi di quanto non si sia precedentemente riconosciuto». Il padre, l'or-
todosso Kallamon Jakob di Tysmenitz/Galizia (dalla Renania gli avi erano migrati nel Balti-
co, indi in Galizia e in Moravia), figlio del rabbino Shlomo e mercante col nonno materno
Abraham Sisskind Hoffman, sposa in prime nozze Sarah Kanner, che gli dà due figli; in se-
conde una misteriosa Rebekka, forse poi ripudiata; in terze infine Malke Amelie Nathanson,
figlia di un agente di affari discendente dal rabbino Samuel Chamaz capo della Comunità di
Brody/Galizia: otto figli, il primo dei quali è il nostro Sigmund.
Come il marxismo, anche la psicoanalisi non solo sviluppa una concezione negativa del
carattere tedesco e più latamente europeo (rilievo di Carl Gustav Jung sullo Zentralblatt für
Psychotherapie, gennaio 1934) o, per dirla con Freud, «ariano», perseguendo finalità strategi-
che di distruzione dei valori dell'individuo e della società non-ebrei (già nel 1929 il tedesco-
americano Charles Maylan aveva osservato in Freuds tragischer Komplex - Eine Analyse der
Psychoanalyse come all'origine dei suoi difetti e perversioni vi siano non solo quelli propri
del fondatore, fra cui una caterva di nevrosi irrisolte, ma anche il tormento, l'umiliazione, l'o-
dio e la secolare sete di vendetta ebraica), ma è un sistema di pensiero radicato nel giudaismo,
purissima eredità talmudica (si pensi anche solo alle tecniche, più o meno cabbalistiche, della
«libera associazione» e del transfert, o anche alla problematica del «sogno», visto da Freud
come appagamento allucinatorio del desiderio: lungi dall'essere un flusso di immaginazioni
sostanzialmente sconnesse, per quanto ovviamente legate al vissuto emozionale del soggetto,
«il sogno [chalom] è un sessantesimo della profezia», Berakot 57b, e «forma incompleta della
profezia», Genesi rabbah XLIV 12 e 17, «un sogno non interpretato è come una lettera che
non è stata letta», Berakot 55a, mentre la saggezza yiddish ribadisce che «a cholem is a hal-
ber nowi, un sogno è un mezzo profeta»).
La psicoanalisi, insieme di fanfaluche destituite di ogni scientificità, «racconto di fate tra-
sposto in termini scientifici» (l'ebreo Richard von Krafft-Ebing, docente di Psichiatria a Vien-
na, 1896) e dottrina «malfondata e in una qual certa misura fantasiosa» (William McDougall,
psichiatra americano negli anni Dieci), è un «dissimulato» misticismo antinomistico, una im-
plicita apostasia sabbatiana della tradizione legalistica rabbinica (l'ebreo Bakan);
«una teologia ebraica secolare e "scientifica" [...] la base interpretativa, ermeneutica della
costruzione teorica della psicoanalisi è formalmente identica alle procedure dei commentari

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talmudici e midrashici» (MacDonald III); è «la traduzione in psicologia del Vecchio Testa-
mento» (l'ebreo Manes Sperber); è «un capitolo della storia ebraica scritta per la generazione
attuale; in un certo senso l'ultimo, in ordine di tempo, dei commenti del Talmud», un sintomo
di pressanti carenze e bisogni specificamente ebraici (l'ebrea Marthe Robert); «penso che nel
suo intimo [Freud] considerasse la psicoanalisi un'altra, forse definitiva, estensione (e meta-
morfosi) del giudaismo, spogliata delle sue ingannevoli forme religiose ma dotata delle sue
fondamentali caratteristiche monoteistiche, almeno secondo l'interpretazione e descrizione
che [dava] di queste ultime. In altre parole, pensava che la psicoanalisi fosse un giudaismo
senza dio, così come [lui] era un ebreo senza dio» (l'ebreo Yerushalmi II);
è «un movimento ebraico» sia nei promotori che nell'ideologia (l'ebreo Dennis Klein); «un
movimento etnico ebraico» per combattere, in particolare con «Totem e tabù» e «L'uomo Mo-
sè e la religione monoteistica», «everything that is Aryan-religious, l'intera religiosità ariana»
(MacDonald II); «eine echte jüdische Lebenanschauung, una genuina concezione ebraica di
vita» (l'ebreo Ludwig Braun, vicepresidente 1904-05 della loggia bnaibritica di Freud); «una
questione non di scienza ma di ebraicità [...] una impresa immorale e turpe», «una malattia
che pretende di essere la cura di se stessa» (l'ebreo Karl Kraus); ed infine, commenta nel 1950
lo stalinista di buon senso Palmiro Togliatti, col quale siamo d'accordo per un'unica volta: «Si
parte da Freud e si può finire molto lontano, in una casa Merlin [o bordello, luogo di prostitu-
zione, dal cognome della senatrice socialista che le avrebbe «abolite»] o in un manicomio».
In parallelo, gli psicoanalisti sono individui intrisi di senso del messianismo redentore nel
perseguimento dei più nobili ideali umanitari «predicati dai nostri profeti ma ignorati dagli
europei» (sempre Klein, citando Solomon Ehrmann, intimo sodale di Freud), «medici» del-
l'umanità in grado di curarne le nevrosi «ben più che ogni altro popolo» (lo psicoanalista e-
breo Otto Rank, per il quale il compito degli ebrei è «aiutare gli altri» e urgente è la necessità
di autopreservarsi per potere guarire l'umanità) e ricoprono il ruolo «del padre severo o del
rabbino onnisciente» (Gerd Raeithel). La psicanalisi, conclude il marxista Pierre Guillaume,
«si apparenta in realtà ad una judéothérapie», mentre, più critico, Hervé Ryssen (VII) lapida-
rizza à la Karl Kraus l'intera questione: «Le judaïsme est cette maladie qu'a prétendu guérir
la psychanalyse, Il giudaismo è quella malattia che la psicanalisi ha preteso di guarire».
In tal modo, ad Abraham che combatte il deviazionismo junghiano Freud – «genio non
della scienza, ma della propaganda», per dirla con Eysenck – ribatte che quel contrasto è buo-
na cosa, poiché allontana «il pericolo di vedere questa scienza divenire un affare nazionale
ebraico» e gli consiglia di non dimenticare che «per Lei è senz'altro più facile che per Jung
[poco credibilmente, Israel Zangwill in The Voice of Jerusalem e David Korn danno Jung di
parziali origini ebraiche] adottare le mie opinioni; primo, perché Lei è completamente indi-
pendente; secondo, perché affinità di razza [Rassenverwandtschaft] l'avvicinano al mio tem-
peramento intellettuale» e «Lei è più vicino alla mia struttura mentale a causa della parentela
razziale, mentre lui, come cristiano e come figlio di un pastore [luterano], mi segue solo vin-
cendo le più forti resistenze interne. Perciò è tanto più valida la sua collaborazione con noi.
Direi quasi che solo con la sua comparsa sulla scena la psicoanalisi è sfuggita al pericolo di
diventare una faccenda nazionale ebraica».
Significativo anche quanto espresso il 15 gennaio 1919 ad Ernest Jones: «Una vittoria del-
la Germania si sarebbe rivelata un colpo assai più duro per gli interessi dell'umanità nel suo
complesso». «La storia della psicoanalisi è inestricabilmente legata all'identità etnica del suo
fondatore, Sigmund Freud» – sottolinea Diller – «Per la maggioranza dei viennesi a cavallo
del 1900, invero, la psicoanalisi era tutto tranne che indistinguibile dalle sue origini ebraiche.
Dopotutto Freud era ebreo, ed ebrei erano i suoi primi discepoli viennesi, e presentò le sue

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teorie radicali non in convegni medici scientifici, ma in conferenze al B'nai B'rith [dal quale
provengono i primi dodici allievi], una confraternita ebraica. Così forti erano tali legami che
all'epoca la psicoanalisi divenne nota come "scienza ebraica"» (più brutale, il cattolicizzato
G.E. Lessing la dirà un «aborto dello spirito ebraico»).
Il ruolo dei correligionari – dal punto di vista sia 1. storico-pratico che 2. ideologico-strut-
turale – nella nuova disciplina viene riconosciuto, criticamente viste le conseguenze distrutti-
ve sull'uomo moderno, anche da Michael Wyschogrod: «Gli ebrei hanno avuto un ruolo do-
minante in questo processo. La psicoanalisi fu inventata da un ebreo, e i suoi alfieri sono stati
ebrei in misura insolita. Anche come pazienti, gli ebrei sono ricorsi alla psicoanalisi in quanti-
tà sproporzionata. Inoltre, la psicoanalisi si è guadagnata il massimo consenso negli Stati Uni-
ti, paese il cui ethos è influenzato dagli ebrei ben più che ogni altro. Non è difficile capire l'af-
finità ebraica con la concezione psicologica dell'uomo. Per secoli gli ebrei hanno considerato
con grande scetticismo l'autorità delle società non-ebraiche che li circondavano. Essa era vista
come un mondo ostile agli ebrei, e perciò moralmente compromessa. Finché al loro interno
operò il controllo delle autorità ebraiche, cosa che quasi sempre accadde, non ci furono pro-
blemi. La perdita di autorevolezza del mondo esterno era ampiamente compensata dalla gran-
de autorevolezza della tradizione ebraica, che agiva come un fattore di socializzazione globa-
le. L'Illuminismo e l'emancipazione minarono l'autorità ebraica. L'ebreo emancipato, tuttavia,
non potè investire di immediata legittimità, dall'oggi al domani, le autorità non-ebraiche fino
ad allora disprezzate. Lo scetticismo nei confronti della legittimità morale della società gentile
continuò, tranne che ora non era più bilanciato dalla potente legittimità dell'autorità ebraica
trasmessa dalla tradizione. Ciò portò alla nascita del moderno intellettuale ebreo, il cui contri-
buto alla cultura europea fu significativo in quanto egli era alienato e indifferente nei confron-
ti dell'ordine stabilito, dal quale trovava facile distanziarsi e scoprire le pecche, che invero non
erano poche. Il ruolo critico che allora egli ricoprì non fu senza rilievo. Ma se guardiamo al di
là del giovanile iconoclasma e se rifiutiamo di essere degli eterni adolescenti – un azzardo da
professori – dobbiamo convenire che il ruolo critico che si è dimostrato così naturale per il
moderno intellettuale ebreo difficilmente è un ruolo degno del Popolo del Patto. Non è un
ruolo che crea cultura. È fondamentalmente un ruolo derivato, poiché vive della creazione di
altri, che mina e cerca di distruggere, visto che distruggere è più facile che creare. Il che non
significa che ciò vale per tutti gli intellettuali ebrei laicizzati. In taluni casi, a dispetto di tutto,
il loro ruolo è stato costruttivo. Ma più spesso è stato distruttivo, ed infine auto-distruttivo,
poiché l'alienazione dalla società gentile, quando non compensata dalla forza dell'identità e-
braica, è esitata in un disorientamento spirituale [in a spiritual homelessness] distruttivo sia
per gli altri che per se stessi».
«Ancora più settaria e particolaristica era la cospicua predominanza ebraica nel circolo
degli psicanalisti» – nota Dennis Klein – «Dall'inizio nel 1902 al 1906, tutti i 17 membri era-
no ebrei. Il pieno significato di ciò sta nel come si consideravano, perché gli analisti erano
consci della loro ebraicità e mantenevano spesso un senso di determinazione e solidarietà e-
braica […] Fino al 6 marzo 1907, quando Carl Jung e un altro psicologo svizzero, Ludwig
Binswanger, parteciparono al loro primo convegno a Vienna, ogni membro del circolo – all'e-
poca, erano una ventina – era ebreo. Il primo non-ebreo viennese ad entrare nel circolo, l'8
gennaio 1908, fu Rudolf Urbantschitsch. Ernest Jones arrivò quattro mesi dopo, il 6 maggio.
Come nella società ebraica, anche nel circolo degli psicanalisti Freud si circondava di ebrei
per sviluppare le proprie idee scientifiche. La sua inclinazione verso gli ebrei era talmente for-
te che quando i non-ebrei entravano nel movimento per la prima volta, rispondeva con uno
sgradevole senso di "estraneità". In una lettera a Karl Abraham, suo collega e analista a Berli-

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no, Freud espresse la preoccupazione che poiché Jung non era ebreo, "egli mi si avvicina solo
contro una grande resistenza". Anche dopo che diversi non-ebrei erano entrati nel movimento,
Freud continuò a preferire gli ebrei quali discepoli per il fatto che, come rilevò ad Abraham,
"è più facile per voi che per Jung seguire le mie idee"».
Dopo avere ricordato come ancor oggi il trimestrale ufficiale americano Psychoanalitic
Quarterly sia intriso di ebraismo (nel 1997 il direttore, 6 dei 7 vicedirettori e 20 dei 27 mem-
bri del direttivo editoriale sono ebrei), diamo quindi al lettore, onde sostanziare di nomi i già
fondati giudizi, un elenco di alcuni tra i più noti fondamentalisti freudiani, linfa di quella
«versione minore, ma non meno gravida di conseguenze, della Religione Americana che sono
gli istituti di psicoanalisi tristemente disseminati nelle nostre città» (la punzecchiatura è
dell'ebreo Harold Bloom, mentre anche l'arguzia popolare ci delizia in due witz: «Finkelstein
interroga Epstein: "Sai che differenza c'è fra un sarto ebreo e uno psicoanalista ebreo?". "Mah,
non so...". "Due generazioni"», e «Finkelstein conversa con Epstein: "Abbiamo sofferto tanto:
esilio, ghetti, pogrom... Però li abbiamo fregati". "E come?". "Con la psicoanalisi"»):
Karl Abraham (uno dei discepoli più fedeli del Grande Presuntuoso Falsario, che lo sente
particolarmente vicino per «Rassenverwandtschaft, affinità razziale», membro del «Comitato»
degli intimi, che nel 1912 comprende anche Sándor Ferenczi, Otto Rank, Hanns Sachs e il
goy Ernest Jones, cui nel 1919 si aggiunge Max Eitingon: cinque ebrei su sei; fondatore nel
1920 a Berlino della Psychoanalytische Gesellschaft), Nathan W. Ackerman, Alfred Adler
(protestantizzato, marxista, marito della rivoluzionaria «russa» Raissa Epstein, cerca di creare
una sintesi teoretica in cui la teoria psicoanalitica serve obiettivi di utopia sociale; significati-
vamente, nei primi anni Venti tutti i massimi psicoanalisti sovietici sono bolscevichi, in parti-
colare sostenitori di Trockij, egli stesso più che entusiasta della psicoanalisi in versione adle-
riana), Franz Gabriel Alexander, Sidney Axelrad, Nathan H. Azrin, l'«ungherese» Mihaly-poi-
Michael Balint (figlio di medico «tedesco» di cognome Bergsmann) e la moglie Alice, Henri
Baruk, Aaron T. Beck, Leopold Bellak (nato a Vienna nel 1916, docente all'Albert Einstein
College, alla George Washington University e alla New School for Social Research), Therese
F. Benedek, Edmund Bergler, Leonard Berkowitz,
Irving Berlin (omonimo del compositore, ma neppure lontano parente), Eric Berne, Sie-
gfried Bernfeld, Hyppolite Bernheim, Bruno Bettelheim (internato a Dachau nel 1938 e libe-
rato dopo poche settimane, «esule» a Chicago ove fonda la Orthogenic School per bambini
autistici, suicida nel 1990 a 87 anni; dopo essere stato pluridecennale guru della psicologia,
nel 1997 viene definitivamente demolito dalla biografia The Creation of Dr. B di Richard Pol-
lak, per la quale, commenta impietosamente Americana n.9, «risulta un mostro: si era inventa-
ta la laurea, aveva plagiato studi su studi, i bambini li "curava" più con la frusta che con l'a-
more, si sollevano dubbi sulla sua "fuga" da un campo di concentramento e, goccia che fa tra-
boccare il vaso della sua disfatta, aveva le mani lunghe con le adolescenti ricoverate nella sua
clinica. Ora, forse, si capisce il suo suicidio»), Jack Block, Walter Blumenfeld, Curt Bondy,
Murray Bowen, Josef Breuer (1842-1925, predecessore di Freud, ebreo osservante a diffe-
renza dell'«ateo» Freud), Abraham Arden Brill, Jerome Bruner, Charlotte Bühler (in realtà:
Charlotte Bertha Malachowski in Bühler), Daniel H. Casriel, Isidor Chein, Gerard Chrzanow-
ski («tedesco» di ricchi genitori, laureato a Zurigo, dal 1940 negli USA, il «Dr. Kik» dell'au-
tobiografia della psichiatrizzata Mary Jane Ward, dalla quale Anatole Litvak ricava nel 1948
The Snake Pit, «La fossa dei serpenti»), David Cooper, Gerald Coplan, Lee Cronbach (padre
ebreo), Donald Davidson, Gerald C. Davison, Max Dessoir, Felix Deutsch (medico personale
di Freud), Helene Deutsch (née Rosenbach, moglie di Felix; dirigente dell'Istituto di Forma-
zione Psicoanalitica di Vienna nel 1925, negli anni Sessanta è istigatrice dei primi movimenti

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«contestatori»-progressisti), Emanuel Donkin, Rudolf Dreikurs, Emma Eckstein (1865-1924,
paziente rovinata nel corpo e nell'anima, poi la prima psicoanalista diplomata dal Grande Pa-
ranoico), David Montague Eder, Ludwig Eidelberg, Kurt R. Eissler, Leo Eitinger, Max Eitin-
gon, Paul Ekman, Albert Ellis, Erik H. Erikson né Homburger,
Norman Faberow, Paul Federn, Dorian Feigenbaum, Otto Fenichel (attivista comunista),
Sándor Ferenczi (figlio dell'ex rivoluzionario quarantottardo Baruch Bernat Fränkel e di Rose
Eibenschütz), Reuben Fine, Benjamin Finesilver, Joshua Fishman, Charles Fox, Ludwig
Frank, Jerome D. Frank, l'oloscampato logoterapista Victor E. Frankl, fondatore della «terza
scuola viennese» dopo la psicoanalisi di Freud e la psicologia dell'individuo di Adler, Cyril
M. Franks, Abraham Franzblau, Alfred Freedman, Anna Freud (figlia di Sigmund e Martha
Bernays, a sua volta figlia del commerciante «amburghese» Berman Bernays né Beer/Behr e
della «svedese» Emmeline Philipp), Josef Friedjung, Jacob Henry Friediman,
Erich (Eric Pinchas) Fromm (di antica famiglia rabbinica, studioso di Bibbia e Talmud
quale discepolo di eminenti eruditi rabbinici quali Ludwig Krause, talmudista tradizionalista
di stretta osservanza, Nehemia Nobel e Salman Rubinow, specialista di chassidismo e intellet-
tuale socialista; collaboratore di Martin Buber e Franz Rosenzweig all'Istituto Ebraico di
Francoforte) e la moglie Frieda Reichmann («che lo [si intenda: il nostro buon Erich] arricchi-
rà sul piano scientifico, ma che gli farà perdere la fede, anche se il suo [sempre di Erich] pen-
siero rimarrà profondamente impregnato di spiritualità religiosa», commenta il confratello
Michael Löwy, nel confratello Bidussa II), Elisabeth Rozetta Geleerd, Jacob Getzels, Carol
Gilligan (Friedman), William Glasser, Marvin Goldfried, Israel Goldiamond, Arnold Gold-
stein, Kurt Goldstein, Max Graf, Phyllis Greenacre, Harold Greenwald, Heinz Hartmann, Hu-
go Heller, Alexander Herzberg, Eduard Hintschmann, Hans Hoff, Abraham Hoffer, Willi
Hoffer, Karen Horney, Daniel Adolph Huebsch, Jonathan Imbert, Irving Janis, Arthur Janov,
Joseph Jastrow, Ludwig Jekels, Wilhelm Jerusalem,
il già detto Ernst Jones (gallese, autodefinito «shabbos goy tra i viennesi», individuo servi-
le e sottomesso nei confronti di Freud «caporabbino timorato di Dio», impalmatore dell'ebrea
Katherine Jokl; di lui il Maestro rileva che «la commistione razziale nel nostro gruppo è molto
interessante per me. Lui [Jones] è un celta e perciò non facilmente accessibile a noi due, il
teutone [cioè Jung] e il mediterraneo [Freud stesso, in quanto ebreo]»; shabbos goy, «gentile
del sabato»: un giovane impiegato dalle famiglie agiate nel Giorno del Riposo per compiere in
loro vece atti proibiti come accendere lumi o compiere commissioni; in realtà, il primo non-
ebreo ad accostarsi al gruppo freudiano era stato il viennese Rudolph Urbanitsch nel gennaio
1908, quattro mesi prima dell'agiografico Jones), Max Kahane, Samuel Kahn, Frederick H.
Kanfer, Leo Kanner, Jacob Kantor, Helen Singer Kaplan, Abram Kardiner, Daniel Katz, Alan
E. Kazdin, Hans A. Keilson («esule» in Olanda nel 1933, nel dopoguerra improvvisatosi e-
sperto in cause oloriparatorie), Herbert Kelman, Otto Kernberg, Melanie Klein, Paul Klempe-
rer, Nathan Kline, il gestaltico Kurt Koffka, Samuel Kohs, Heinz Kohut, Leonard Krasner,
Ernst Kris, la «francese» Julia Kristeva (nata in Bulgaria nel 1941, anche «filosofa»), Arthur
Kronfeld, Lawrence Schlesinger Kubie,
il «francese» Jacques Lacan (lo strizzacervelli dal sigaro storto, più noto come «vecchio
doge», «Sua Maestà», «il Diavolo» e «paranoico realizzato», secondo marito dell'attrice al-
trettanto «francese» Sylvia Bataille née Makles e suocero dello psicoanalista maoista «france-
se» e suo erede Jacques-Alain Miller; allievo dell'antropologo Claude Lévi-Strauss, a sua vol-
ta impregnato di Freud e Marx, e maestro dell'«italiano» Armando Verdiglione), Walter C.
Langer (direttore della Sezione Storica dell'OSS Office of Strategic Service, autore del risibile
The Mind of Adolf Hitler, «Psicanalisi di Hitler»), Arnold Lazarus, Richard Lazarus, Daniel

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Lehrman, Philip Raphael Lehrman, Eda Leshan, Maurice Levine, David Mardochai Levy (tra
i massimi Rieducatori), Bertram David Lewin, il gestaltico Kurt Lewin, Aubrey Lewis, Ro-
bert Jay Lifton, Samuel D. Lipton, Perry London, Rudolph Maurice Loewenstein, Abraham
Low, Alexander Luria, Ruth Jane Mack in Brunswick, Margaret Mahler, Isaac Marks, Abra-
ham S. Maslow, Jules H. Masserman, Donald Meichenbaum, Hugo Meisl, Salvador Minu-
chin, Arthur Mirsky, Walter Mischel, Jacob Moreno, Charles Myers, Eric Neumann, Mildred
Newman (terapeuta delle star dagli anni Sessanta, inventrice col marito Bernard Berkowitz
del «pensiero positivo» e della «teoria della fiducia»), Hermann Numberg, Marvin Opler,
Frederick «Fritz» Perls (fondatore della «terapia gestaltica»), Elliot Philip (nipote di Freud),
Siegfried Placzek, Leo Postman, Karl Pribram, Ira Progroff,
S. Rachman, Sándor Radó, Otto Rank (né Rosenfeld nel 1884, muta il cognome nel 1901,
si cattolicizza nell'ottobre 1908 per l'Università di Vienna, si riebreizza nel 1918 per maritarsi,
allievo prediletto e braccio destro di Freud, di educazione nietzscheana, muore nel 1939),
Gregory Razran, Fritz Redl, Wilhelm Reich, Theodor Reik, Rudolph Reitler, Salomon Res-
nik, Geza Revesz, Philip Rieff, Hector J. Ritey, Abraham A. Roback (che nel 1929 chiama
Freud «il Chassid della storia della psicologia moderna»), Géza Roheim, John Nathaniel Ro-
sen, Victor Hugo Rosen, Martin Roth, Sergej Rubinstein, Han(n)s Sachs, Isidor Sadger, Man-
fred Sakel, Andrew Salter, Sam R. Salvson, Roy Schafer, Paul Schilder, Jerome Schneck,
Max Schur, Will Schutz, William Silverberg, Ernst Simmel (comunista, cofondatore nel 1926
a Berlino del primo Psychoanalytisches Sanatorium), Jerome Singer, Herbert Solomon,
Sabina Spielrein (già paziente ed amante di Jung: «Nel 1923 tornò in Russia, dove conti-
nuò il suo lavoro; più tardi scomparve, forse eliminata dalle purghe sovietiche della fine degli
anni Trenta, forse uccisa dai tedeschi dopo l'invasione dell'Unione Sovietica», scrive Yeru-
shalmi II, mentre l'indocumentata vulgata, riaccesa nel 2003 da Prendimi l'anima dell'«ita-
liano» Roberto Faenza, la dà oloscomparsa nel 1942), René Spitz, Hugo Staub, Maximilian
Steiner, Wilhelm Stekel, Erwin Stengel, Adolph Stern, William Stern, Jacob Swartz, Thomas
Szasz, Ronald Taft, Viktor Tausk (psichiatra militare durante la Grande Guerra, allontanato da
Freud per «tradimento della dottrina», suicida il 3 luglio 1919), Moritz Tramer, Leonard P.
Ullmann, il «russo» Lev Vygotski, David Wdowinski (consulente d'accusa al processo Eich-
mann), Albert Weiss, Heinz Werner, Herman Witkin, Fritz Wittels, Lewis R. Wolberg, Wer-
ner Wolff, Joseph Wolpe, Meyer Aaron Zeligs,
e, infine, gli «italici»: Armando Verdiglione (di madre ebrea e padre calabro, marito della
industriale Cristina De Angeli-Frua, allievo di Lacan e padre della «cifrematica», allo zenith
negli anni Ottanta), Muriel Drazien (fondatrice in Italia della società lacaniana Cosa freu-
diana), Silvia Finzi in Vegetti (docente di Psicologia Dinamica e pubblicista, premio «Musat-
ti» per la psicoanalisi e membro della Consulta nazionale di bioetica), Enzo Morpurgo (anche
psichiatra, autore di opere clinico-teoretiche e «animatore culturale» a Milano negli anni Ses-
santa-Settanta), Giorgio Abraham (sessuologo), Franco Fornari (maestro sessantottino), David
Gerbi (psicologo del profondo junghiano, rubrica su Shalom), David Meghnagi (docente di
Psicologia Clinica a Roma III e direttore del «Master Internazionale Didattica della Shoà»),
Gianfranco Tedeschi (psichiatra) e i «patriarchi» Edoardo Weiss (fondatore della Rivista Ita-
liana di Psicoanalisi), Marco Levi-Bianchini (fondatore nel 1925 della Società Psicoanalitica
Italiana, docente a Napoli), Emilio Servadio, Enzo Joseph Bonaventura (boss della Federazio-
ne Sionistica di Firenze, nel 1938 migrato in Palestina), Roberto Grego Assagioli (presentato-
re di Freud in Italia nel 1906, padre della «psicosintesi», attivista antifascista), Silvano Arieti
(secondo Sander L. Gilman III, «lo psicoanalista più importante dopo Freud ad aver affrontato
il tema della creatività, trovò un legame tra schizofrenia e creatività»), Cesare Musatti e l'olo-

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scampata Luciana Nissim in Momigliano.
● Ebrei sono anche, a metà tra psicoanalisi e psicologia (Lou Andreas Salomé, ninfa
egeria di Nietzsche, Freud e Rilke e data spesso per demi-juive, non lo è per Siegmund Ka-
znelson né per Fritz Zschaeck): gli junghiani Ernst Bernhard, medico «tedesco» introduttore
di Jung in Italia, Silvio Cusin, Gustav Dreifuss, James Hillman, Judith Riemer e Mario Trevi
(coautore di La preghiera dei non credenti col cardinale Carlo Maria Martini); gli psicologi
Richard Alpert (docente ad Harvard e collega del sessantottino Timothy Leary, si muta in
Ram Dass), Hans Asperger, David Barash, Franziska Baumgarten-Tramer, Wilhelm Benary,
Walter Blumenfeld, Jonas Cohn, Wladimir Eliasberg, il detto Viktor E. Frankl (1905-97, di
famiglia osservante, padre alto funzionario asburgico, madre di famiglia patrizia praghese,
oloscampato auschwitziano, padre della logoterapia, dopo il 1945 relatore sulla sua oloespe-
rienza in più di 138 università), Gustave Mark Gilbert (ufficiale dei servizi britannici e psico-
logo al processo di Norimberga), Haim G. Ginott (consulente UNESCO), Anton Abraham
Grünbaum, Harry Harlow, Erich von Hornbostel (Halbjude), Gustav Ichheiser, Abraham Ja-
cobs, Franz Kallmann, David Katz e la moglie Rosa Katz-Heine, Joseph Jastrow, Kurt Kof-
fka, Leonard Kogan, Samuel Kutash, Theodor Lessing (anche pubblicista), Otto Lipmann,
Marilyn Machlowitz (nel 1976 coniatrice del termine workaholic per indicare gli affetti da
«malattia da lavoro» o «alcolizzati da lavoro»), Margaret S. Mahler (psicologa dell'infanzia,
attiva a Budapest e Vienna, negli USA negli ultimi anni Trenta), Stanley Milgram, Bela Mit-
telman(n), Hugo Münsterberg (convertito cattolico), Herman Nunberg, Wilhelm Peters, Curt
Piorkowski (Halbjude), Walter Poppelreuter (Vierteljude), David Rapaport, Theodor Reitz,
Milton Rokeach, Alice Rühle-Gerstel (suicida nel 1943 a Città del Messico, col marito Otto
Rühle autrice di una sintesi tra marxismo e psicologia), Paul Ferdinand Schilder, Georg
Schlesinger, Bernard Schoenberg, Emanuel K. Schwartz, Jakob Segal, Otto Selz, Erich Stern,
William Stern, Tobie Nathan, David Wechsler (primario al Bellevue Psychiatric Hospital, i-
deatore di test psicologici; nel 1958 il fratello Israel presiede l'American Neurological Asso-
ciation e, dal 1930, è nel direttivo dell'Università Ebraica di Gerusalemme), Heinz Werner,
Max Wertheimer («esule» in Cechia e negli USA dal 1933, docente alla New School of Social
Research), Charlotte Wolf e gli oloscampati Shlomo Breznitz e Leopold Szondi.
● Ebraico-imbibito è anche il gruppo dei pionieri delle terapie comportamentali: lo sti-
mabile nonconforme Hans Jürgen Eysenck (bandito dai confratelli per il suo «pericoloso» an-
tibehaviorismo), Israel Goldiamont, Arnold Goldstein, Marvin Goldfried, Mark Isaacs.
● Inoltre gli psichiatri Lauretta Bender, Carl A.L. Binger (consulente non solo di agenzie
governative statunitensi, ma anche della World Health Organization), il «francese» Boris
Cyrulnik, Lesley H. Farber, Allen Fay, Harry Leo Freedman, Emanuel David Friedman, Hans
Hoff, Enzo Morpurgo, l'«italiano» Leo Nahon (erede dell'antipsichiatra goyish triestino para-
comunista Franco Basaglia), William Niederland (1904-93, specialista in «survivor syndrom,
sindrome da sopravvissuto», vale a dire negli «effetti a lungo termine delle traumatizzazioni
di massa» subite dagli oloscampati), Jeremy P. Safran, Leo Shura (1912-96, oloscampato au-
schwitziano, altro «maestro» del tipo Niederland, autore di libri come The Antisemitism in
Our Time - A Threat Against Us All, "L'antisemitismo contemporaneo - Una minaccia contro
noi tutti", 1984), Deszo Weiss, Gregory Zilboorg (convertito quacchero e poi cattolico), Zin-
del V. Segal e il gran maestro dell'antipsichiatria Robert Laing.
● Intricata con la psicologia/psicoanalisi è poi l'antropologia, pullulante di ebrei in parti-
colare nelle varianti culturale/behaviorista ed egalitaria/marxista: oltre al patriarca Franz Boas,
ricordiamo Ruth Benedict, docente alla Columbia (compagnona della shiksa Margaret Mead,
l'autrice nel 1928 di Coming Age in Samoa, «L'adolescenza in Samoa», nel quale, falsificando

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i dati raccolti – come nel 1983 avrebbe provato l'antropologo australiano Derek Freeman dopo
avere trascorso sull'isola polinesiana tre anni e mezzo di indagini contro i tre mesi della Mead
– suggestiona che le relazioni sessuali indiscriminate presuntamente praticate dai giovani sa-
moani creano loro molti meno traumi e problemi che non un'educazione «repressiva»), Isador
Chain, consulente della Corte Suprema per le questioni razziali, il fisio-biologo-biogeografo
Yared Diamond, docente alla UCLA, il biologo Theodosius Dobzhansky, docente di Zoologia
alla Columbia, Marvin Harris, docente e preside alla Columbia, Melville Herskovits, docente
alla Northwestern, Otto Klineberg, docente di Antropologia e Psicologia alla Columbia, il so-
cio-antropologo Montague Ashley Francis Montagu, nato Israel Ehrenberg, autore di Race:
Man's Most Dangerous Myth, «La razza - Analisi di un mito» e, nel 1953, del libro-bandiera
del protofemminismo USA The Natural Superiority of Woman, "La naturale superiorità della
donna"), docente alla Rutgers University, Meyer Fortes, Max Gluckman, Marvin Harris, Ro-
bert Hertz, Robert Lowie, Karl Polanyi, Marshall Sahlins, Edward Sapir, Charles Seligman,
Phillip Tobias, Franz Weidenreich, Gene/Regina Weltfish, Milford Wolpoff, e i «francesi»
Lucien Lévy-Bruhl, Claude Lévi-Strauss, Marcel Mauss.
Quanto all'antropologia genetico-biologica, biologi più o meno marxisti sono Steven Ro-
se, Jerry Hirsch, Leon Kamin (psicologo che sostiene la non ereditarietà del QI), Marie-Claire
King, Marcus Feldman, Richard Lewontin, Richard Levins, Solomon Katz, Robert Shapol-
sky, il paleontologo Stephen Jay Gould, gli psicobiologi D.S. Lehrman, J.S. Rosenblatt, H.
Moltz, G. Gottlieb, E. Tobach, gli psicologi dello sviluppo Alan Fogel, Richard Lerner (acce-
so discreditore del pensiero evoluzionistico-biologico, che lega all'«antisemitismo», come in
Final Solutions - Biology, Prejudice, and Genocide, 1992), Barry Mehler, Arnold Sameroff,
Esther Thelen e gli antropologi Jefferson Fish, Robert Sussman, Jonathan Marks e il suddetto
patriarca Montagu/Ehrenberg il quale, allievo di Boas, crociato contro l'idea di differenze raz-
ziali nelle capacità mentali e superrazzista ebraico, bolla il razzismo come «il mito più perico-
loso dell'uomo»... certo non considerando il mito del Mondo Nuovo (nato a Londra nel 1905
da sarto «polacco» e madre «russa», rettore di Antropologia alla Rutgers University, «convin-
to che il concetto di razza era non solo infondato ma anti-umano e socialmente distruttivo»,
così l'Encyclopaedia Judaica, è membro decisivo del comitato dell'UNESCO che nel 1950
stila ed impone l'antirazzistico Statement on Race).
Inoltre, radicale impostazione ambientalistica mostrano anche i confratelli Ruth Benedict,
Isador Chain, Alexander Goldenweiser, Melville Herskovits, Robert Lowie, Paul Radin, E-
dward Sapir, Leslier Spier, Alexander Lesser, Ruth Bunzel, Gene/Regina Weltfish, Esther
Schiff Goldfrank, Ruth Landes e lo psicologo Otto Klineberg, tutti allievi di Boas e costituen-
ti, riassume MacDonald (III), un intollerante, settario circolo autoreferenziale, visibilmente
dedito a crociate contro le idee di differenza razziale e di innate capacità mentali:
«Boas contrastò le ricerche sulla genetica umana, cosa che Derek Freeman chiama "anti-
patia oscurantista verso la genetica". Boas e i suoi allievi erano intensamente interessati a in-
trodurre nell'antropologia americana tesi ideologiche [...] Erano un gruppo compatto con un
chiaro programma intellettuale e politico, piuttosto che individui in cerca della pura verità [...]
Nel 1915 i boasiani controllavano l'American Anthropological Association e detenevano una
maggioranza di due terzi nel consiglio direttivo. Nel 1919 Boas potè affermare che "la mag-
gior parte delle ricerche antropologiche compiute oggi negli Stati Uniti" era opera dei suoi
allievi alla Columbia. Nel 1926 tutte le maggiori facoltà di antropologia erano capeggiate da
allievi di Boas, la maggioranza dei quali erano ebrei [...] La scuola boasiana di antropologia
giunse a incarnare in microcosmo i tratti principali del giudaismo come strategia evolutiva di
un gruppo altamente collettivista: un elevato livello di identificazione intragruppale, politiche

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esclusiviste e coesione nel perseguire interessi comuni. L'antropologia boasiana, per lo meno
durante la vita di Boas, ricalcò il giudaismo sotto un altro aspetto critico: fu altamente autori-
taria e intollerante del dissenso [...] Come Freud, Boas non tollerava divergenze teoretiche o
ideologiche coi suoi allievi. Chi non era d'accordo col capo o aveva una personalità conflig-
gente con lui, come Clark Wissler e Ralph Linton, era semplicemente espulso dal movimento.
[...] La ricerca sulle differenze razziali cessò, e l'antropologia mise completamente al bando
gli eugenetici e i teorici della razza come Madison Grant e Charles Davenport».
La «specializzazione antirazzista» dell'ebraismo la possiamo poi anche scorgere, più sem-
plicemente, nel n.6/1996 de Il Corriere dell'UNESCO (mensile edito dal 1947, oggi in trenta
lingue e in braille), numero monografico su «Che cos'è il razzismo?», nel quale su dieci arti-
colisti/saggisti almeno sette sono ebrei: Henri Atlan, Etienne Balibar, Elias Canetti, Claude
Lévi-Strauss, Edgar Reichmann, Stephen Steinberg e Michel Wieviorka; inoltre, dei quattro
volumi uneschiani consigliati sulla nozione di razza due sono opere collettanee e degli altri
due sono autori i sempre arruolati sociologhi Leah Levin e Harold Wolpe.
● In consonanza, ed anzi intrisa della triade marxismo-psicoanalisi-boasismo è infine la
sociologia «antiautoritaria» e dissolvente della «Scuola di Francoforte».
Se la Frankfurter Schule viene fondata da una copia di intellettuali della più varia sinistra,
i suoi padri spirituali sono Rousseau, Marx e Freud. Già nel 1922, finanziato dal milionario
Felix Hermann Weil, un commerciante di granaglie che, ammassata una fortuna in Argentina,
era tornato nella natia Francoforte e, come oltreoceano il più fortunato confrère Armand
Hammer, aveva allacciato legami commerciali con l'Unione Sovietica – sarà poi deriso da un
ingrato Brecht: «Un vecchio ricco (Weil lo speculatore del grano muore, turbato dalla povertà
del mondo; nel testamento lascia una grossa somma per fondare un istituto che condurrà ricer-
che sull'origine di questa povertà che è, ovviamente, lui stesso)» – e dal goy Karl Korsch, si
apre un primo seminario marxista nella Volkshochschule "Scuola Superiore Popolare" di Il-
menau, Turingia. Tra i partecipanti, oltre ai finanziatori e alle loro mogli, sono György Lu-
kàcs, Eduard Alexander, Béla Pogarasi, Friedrich Pollock (poi fervido partecipe, nel 1927, ai
festeggiamenti moscoviti per il decennale della Gloriosa), Walter Benjamin, Hede e Julian
Gumperz, Henryk Grossmann e i goyim Paul Missing, Rose e Karl August Wittfogel, Chri-
stiane e Richard Sorge (il futuro spione comunista, assistente del docente di Scienze Econo-
miche Kurt Gerlach), tutti infratrentenni tranne Benjamin, Korsch, Lukàcs e Alexander.
L'anno dopo, promotori Horkheimer e Pollock, viene creato in Victoria-Allee presso l'Uni-
versità di Francoforte l'Institut für Sozialforschung, Istituto di Studi Sociali (inaugurato il 1°
giugno 1924), ove fino al 1930 gioca un ruolo di rilievo il «romeno» Carl Grünberg, messovi
a capo da Weil (bibliotecaria è la Wittfogel, coaudiuvata dai Sorge fino al 1924, anno in cui
questi si portano a Mosca all'Istituto Marx Engels). Docente fin dal 1894 di Economia Politica
a Vienna, Grünberg ha fondato nel 1910 l'Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der
Arbeiterbewegung, Archivi per la storia del socialismo e del movimento operaio, e indottrina-
to gli austromarxisti confratelli Friedrich e Max Adler, Rudolf Hilferding e Otto Bauer e go-
yim Karl Renner e Gustav Eckstein. Dal 1930 la Scuola opera in stretto contatto con l'Institut
für Psychoanalyse, diretto da Karl Landauer, e col corso di Sociologia della Scienza, diretto
dall'«ungherese» Karl Mannheim (dimissionato nel 1933, riparerà a Londra, ove insegna alla
London School of Economics).
Giunta al potere la Rivoluzione Nazionale, l'Istituto di Francoforte viene chiuso – dopo un
passaggio a Ginevra, riapre a New York, al 429 West 117th Street, per rientrare a Francoforte
nel dopoguerra, ove il 14 novembre 1951 si sistema presso il Senckenberganlage – mentre nel
1933-34 migrano i braintrusters («setta ebraica», definisce Gershom Scholem la Scuola):

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Erich Fromm, discendente di una lunga progenie rabbinica da entrambi i genitori (la linea
paterna risalirebbe fino al grande Rashi), che giunge alla Columbia, approntando le basi per la
prossima Rieducazione con l'Institut für jüdische Fragen, Istituto per le Questioni Ebraiche; il
bnaibritico Herbert Marcuse, a Ginevra e poi negli States (durante la guerra ufficiale dell'OSS,
docente columbico nel 1952, harvardiano nel 1953, alla Brandeis nel 1954, alla UCLA nel
1956, sognatore, in «La liberazione dalla società opulenta», di un uomo «biologicamente in-
capace di fare le guerre e di creare la sofferenza»; nel 1947, quindi in un'epoca di «caccia ai
rossi», sostiene in un documento interno alla Scuola la necessità dell'anarchia come premessa
per la rivoluzione, consigliando un atteggiamento prudente: «I partiti comunisti sono, e reste-
ranno, la sola forza antifascista. Denunciarli dev'essere cosa puramente teorica. Una tale de-
nuncia è ben conscia che la realizzazione della [nostra] teoria è possibile solo attraverso i par-
titi comunisti»); suo cugino Ludwig Marcuse, caporedattore di quotidiani ebraici durante
Weimar, poi in Francia e docente UCLA di Filosofia, rientra in Germania nel 1963,
il vacuo e pretenzioso Theodor Ludwig Wiesengrund dit Adorno (nato a Francoforte da
padre Oskar Wiesengrund, ricco mercante ebreo di vini, e dalla cattolica Maria Calvelli-Ador-
no, cantante classica corso-italiana, della quale assume il cognome; capo della Scuola con
Horkheimer e Marcuse, docente ad Oxford, Princeton e Berkeley, in seguito autore dei «Mi-
nima moralia», aforismi usciti nel 1951 e divenuti uno dei testi sacri del sessantottismo, com-
prendenti il «sublime» «Scrivere una poesia dopo Auschwitz è barbaro»)
e il sociologo Leo Löwenthal (adepto dal 1924, mantiene stretti legami con l'ebraismo al
pari di Fromm, nel dopoguerra curatore con Norman Gutermann del volume dedicato ai Pro-
phets of Deceit, "Profeti di menzogna", del progetto rieducatore-«antiautoritario» Studies in
Prejudice). Adepti della New School for Social Research sono anche Franz Neumann, l'autore
del banale e tanto mitizzato Behemoth, e Ulrich Sonnemann, figlio di Leopold della Frank-
furter Zeitung, autore della bibbia antiautoritaria Die Einübung des Ungehorsam, "Pratica del-
la disobbedienza", adepto dal 1955 della Hochschule für Fernsehen und Film, Scuola Supe-
riore di Televisione e Cinema di Monaco di Baviera, attivo dal 1974 presso la kasseliana Ge-
samthochschule für Pädagogik ed il Zentrum für Psychoanalyse. Il più noto tra i prodotti della
Scuola è il leporinico goy Jürgen Habermas (per un approccio ai temi «controllo della mente»
e «manipolazione psicologica di massa» vedi Ed Dieckmann).
Il tratto essenziale del massimo tra i centri «culturali» della Rieducazione – i Nostri, scri-
vono tranquillamente Judith Marcus e Zoltán Tar, «devote themselves to a deeply felt mission,
namely, to re-educate the public and to educate a new generation of German intellectuals, si
dedicarono ad una missione profondamente sentita, cioè a rieducare la gente e a crescere una
nuova generazione di intellettuali tedeschi» – è che, contro l'esaltazione nazionalsociali-
sta/fascista del senso della comunità e del sacrificio per il bene comune, predica il soddisfa-
cimento dei «bisogni» individuali, elevando a scopo della vita il freudiano «principio del pia-
cere». In ogni caso, concludono la Marcus e Tar, tutti sono a loro modo portatori/propagatori
di quel «tradizionale pensiero ebraico» che si struttura intorno a quattro maggiori tematiche: il
«monoteismo etico», cioè «il carattere incondizionato delle questioni etiche» (anche Leo Ba-
eck proclama: «Il giudaismo è non solo etico, ma l'etica costituisce il suo principio e la sua
essenza»); la coscienza della propria missione storica, la coscienza cioè di costituire un popo-
lo eletto («messianismo»); l'idea di zedakah, che vede giustizia e carità fuse in unità; l'impe-
gno per una «giustizia sociale».
● Quali Gesinnungsjuden, vale a dire goyim intellettualmente ebraicizzati, perniciosi co-
me e forse più dei veri Arruolati, citiamo infine, a metà fra psicoanalisi e antropologia (per
lo strutturalismo applicato alla linguistica, «religione laica» del ventennio Sessanta-Settanta, i

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guru sono invece i sempre ebrei Roman Jakobson, Leo Spitzer ed Erich Auerbach): il duetto
francese Roland Barthes e Michel Foucault (il compagnone mancante, Louis Althusser, è e-
breo) e la coppia tedesca Alexander e Margarete Mitscherlich.

* * *

Che dietro il bolscevismo, come dietro ogni comunismo che tra le due guerre cercò d'in-
cendiare l'Europa, ci sia stata una longa manus ebraica non solo ideologica ma parimenti or-
ganizzativa – e non tanto a livello dei «sottufficiali» di Herzl, quanto proprio a livello di uffi-
ciali, ufficiali superiori, generali e Marescialli dell'Umanità, al punto di far denunciare a Ivor
Benson «the essentially Jewish character of the Bolshevik Revolution and of Communism in
general» (altro che «l'errato concetto di "bolscevismo ebraico"» straparlato dal revisionista
omeopatico Ernst Nolte nel 1998!) – è una certezza.
Fatto allora ben manifesto, tale aspetto viene oggi misconosciuto dalla generalità del pub-
blico e taciuto o financo negato dai testi scolastici, dalla ricerca storica e dalla pubblicistica
più corriva (Emanuele Ottolenghi: «il vecchio argomento antisemita di destra secondo cui gli
ebrei erano responsabili per il socialismo e il comunismo»), che cercano di ridicolizzare, da
ignoranti o al contrario da troppo furbi, l'incisiva espressione «giudeo-bolscevismo», corrente
in ogni paese d'Europa nell'epoca dei fascismi.
1. Dopo: la vera e propria malafede (citiamo per tutti Nicolas Weill, prefatore del con-
fratello Rudolph Loewenstein, che si scaglia contro «la tesi di una pretesa osmosi tra ebrei e
comunisti, che alimentò la propaganda antisemita polacca o tedesca. Tra gli ebrei l'adesione al
comunismo restò un fenomeno marginale, contrariamente alla leggenda tenace di un "giudeo-
bolscevismo", propalata fino ai nostri giorni dalla scuola di Ernst Nolte e dei suoi discepoli
tedeschi e francesi»; contro Weill vedi il più onesto «inglese» sir Isaiah Berlin che, in risposta
ad un giornalista sul ruolo avuto dagli intellettuali ebrei nella storia, così si esprime: «Freud,
Hannah Arendt, Marx: tutti edificatori di sistemi che erano ebrei. E Wagner era invece antise-
mita. Bisognerebbe aggiungere all'elenco anche Disraeli. E Trockij... È evidente che gli ebrei
hanno interepretato un ruolo determinante nell'edificazione delle grandi ideologie politiche.
Quando Hitler asseriva che la rivoluzione russa era un complotto giudeo-bolscevico, non ave-
va del tutto torto»), le ragioni più diffuse di tale mimetica operazione sono:
2. il semplice silenzio (exempli gratia, nelle 600/800 pagine delle varie edizioni de «Il
Grande Terrore» l'inglese Robert Conquest non accenna neppure una-volta-che-sia-una alle
origini etniche dei personaggi, e così fanno i suoi colleghi francesi, gli «specialisti» Martin
Malia, sefardita, e la sovietologa francese Hélène Carrère d'Encausse),
3. la pura, virtuosa ignoranza (aspetto, invero, coinvolgente in primo luogo non tanto
gli ebrei, quanto i goyim trepidamente più filo-ebraici/giudaici/sionisti... e vorremmo proprio
vedere quale virtuoso rossore imporporerà loro le gote dopo aver preso contezza della concre-
ta realtà dei venticinquemila personaggi riportati nella presente opera),
4. la misinterpretazione dell'essenza del giudaismo al di là di tutte le pur legittime va-
rianti o dei pur aspri contrasti formali (che il bolscevico ed ebreo Trockij abbia rifiutato di i-
numare il padre in un cimitero ebraico è del tutto irrilevante di fronte al sostanziale giudaismo
del suo pensiero e della sua azione: «La più complessa metamorfosi della dottrina dell'elezio-
ne ebraica fu opera degli intellettuali ebrei non credenti che si arruolarono nei ranghi dei
grandi movimenti rivoluzionari dell'Europa centro-orientale. Questi uomini e queste donne
dispiegarono una passione tutta speciale per rifare il mondo, e furono pronti ad accettare il
martirio come prezzo per realizzare la promessa di una vita migliore per l'intera umanità»,

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concordano l'ortorabbino Arthur Hertzberg e il reform rabbi Aron Hirt-Manheimer),
5. anche a prescindere dall'eliminazione della vecchia guardia bolscevica, composta
massimamente da ebrei, la sopravvalutazione delle persecuzioni inflitte dalla paranoia stalini-
sta a taluno degli ebrei sovietici o satelliti, definiti «sionisti» e «cosmopoliti» dopo la scelta
storica e geopolitica filo-occidentale compiuta da Israele ai danni di Mosca, e
6. le (mini)traversie cui cinquant'anni dopo, nel diciottennio brezneviano, andarono
incontro non certo i politici o le masse ma alcuni intellettuali del Popolo Eletto (in russo:
isbrannij narod) o Piccolo Popolo (malij narod: il termine fu usato per la prima volta dal so-
ciologo francese Augustin Cochin nel primo Novecento), e cioè i dissidenti (refusnik), gli im-
pediti (nevyezdnoj, «colui che non può uscire», detti anche «prigionieri di Sion», che ripesca-
no l'antica invocazione «shlach et ami, lascia andare il mio popolo», Esodo V 1) e gli emigrati
in Israele (repatrianty). Tra questi: Vasilij Pavlovic Aksënov (figlio di Evgenija Semënovna
Ginzburg), Mark Azbel, Iosif Aleksandrovic Brodskij, Jurij Markovic/Meyerovic Daniel e la
moglie Larissa (il compagno di processo Andrej Donatovic Sinjavskij, pur usando il nom de
plume di Abram Terc/Terz/Tertz, sarebbe russo per quasi tutti: il catalogo di antiquariato li-
brario n.45/2002 degli ebraici fratelli Stan e Laurel Schwarz Schwarz Judaica di San Diego,
CA-USA, lo dice però «Russian Jewish dissident»), Mark Dymshitz, Jurij Joel Edelstejn, Ilja
Gabai, Jurij Galanskov, Vladimir Gersuny (nipote del terrorista socialrivoluzionario), il civil-
rights Aleksandr Ginzburg, l'altro civilrights Venjamin Iofe, Pëtr Jonavic Jakir (figlio del ge-
nerale stalinpurgato e nipote del poeta Chaim Bialik), il pittore Ilija Kabakov, il demi-juif E-
duard Samuilovic Kuznecov e la moglie Silva Zalmanson, Anatol Levitin, il demi-juif Pavel
Maksimovic Litvinov (nipote dell'ex ministro staliniano degli Esteri), Ida Nudel, Boris Leoni-
dovic Pasternak e l'amante Olga Ivinskaja, Roman Rutman, Andrej Sacharov, Anatolij/Na-
than Sharansky e il cardiologo Boris Zelikson. Traversie (peraltro «all'acqua di rose», se con-
sideriamo che nel 1964-82 vengono arrestate per «propaganda antisovietica» solo tremila per-
sone, per lo più per avere pubblicato samisdat) comunque coinvolgenti più numerosi goyim e
gruppi etnici più ampi (gli eletti sociologhi Victor Zaslavsky – docente a Leningrado, in Ca-
nada, a Berkeley, Stanford, Venezia, Firenze e alla LUISS di Roma, marito della storica ita-
liana Elena Aga-Rossi – e Robert Brym scrivono che «molti membri ebrei dell'intelligencija
erano all'avanguardia nel movimento di riforma in URSS; per essi, in particolare, l'intero cli-
ma politico in URSS mutò improvvisamente»; l'altro ebreo Zev Katz, docente in università
angloamericane, aggiunge, nel volume curato dal confratello Lionel Kochan, che erano ebrei
almeno un terzo dei firmatari delle numerose proteste negli anni Sessanta-Settanta).
Taluno dei commentatori goyish – in particolare quelli, si ricordi, appartenenenti alla se-
conda categoria della mistificazione: la trepida, virtuosa ignoranza – la butta poi, dal concreto
piano storico-politico, sul piano sentimentale, accodandosi ai concetti espressi il 7 novembre
1937 dall'avvocato parigino J. Cernov, «uno dei maestri incontestati del diritto penale finan-
ziario, storico, sociologo, scrittore ed eccellente ebreo» (così l'Univers israélite in data 19 no-
vembre 1937): «È assurdo e criminale voler identificare giudaismo e bolscevismo, una dot-
trina di pace e di evoluzione con una dottrina di violenza e di rivoluzione».
Uno dei più acuti analisti della questione negli anni Trenta, lo splendido Céline di «Baga-
telle per un massacro» (il «massacro» in questione, per inciso, non è, come potrebbe pensare
il lettore post-olocaustico e come fantastica Errico Buonanno, quello ebraico, ma sia quello
già attuato dal bolscevismo sui russi, sia, soprattutto, quello previsto per gli altri popoli ariani
nella «ideo-fornace giudeo-mongolica 1940»), conviene invece che le espressioni usate da
talun ebreo (come quel Cohan, che il 12 aprile 1919 si era vantato su "Il comunista" di Char-
kov: «Si può dire senza esagerazione che la grande rivoluzione russa è stata fatta dalla mano

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degli ebrei [...] Furono proprio gli ebrei che condussero il proletariato russo all'aurora dell'In-
ternazionale») non siano mere vanterie ma rispondano alla più concreta realtà: «Emana da tut-
to questo, ci affrettiamo a convenirne, un certo puzzo di "drammone"... di carbonarismo da
strapazzo... di complotti farseschi... di prolungamenti in grigio muro... di mafia... di passi sul
soffitto... di grand-guignol... una specie di "Tour de Nesle" [luogo di misteri, congiure e delit-
ti, ambientazione dell'omonimo romanzo di Alexandre Dumas] ... che vi fa crepare dal ride-
re... Che bello scherzo... "Dappertutto c'è un ebreo"... Voi pensate che, sotto questo aspetto,
non potremmo essere indietro... Anch'io sono piuttosto sensibile al ridicolo... Ma ci sono co-
munque i nomi... le persone, i fatti... questo raggruppamento immancabile, irrefutabile, istan-
taneo, implacabile dei più gracchianti, virulenti, accaniti, voraci ebrei attorno ad ognuna delle
nostre catastrofi... come un volo di mille corvi infernali sugli stessi luoghi di tutti i nostri disa-
stri. Questo mica s'inventa».
Ed ancora: «Ancora una spudorata menzogna, un credo per crape avvinazzate, una sfron-
tata infamia, "l'Internazionale proletaria"! [...] "Internazionale" per i "dannati della Terra" co-
me gli asini volano!... L'Internazionale operaia è la prestidigitazione, l'impostura socialgi-
gantesca del grande avo "Marx Brother", il primo di questo nome... l'Irsuto, per impapocchia-
re i coglioni ariani. C'è riuscito coi fiocchi! Agli ebrei ori e beefsteak, ai coglioni ariani man-
ganello e canzoni... a ognuno la sua specialità... il suo destino... Un clamore: l'Internazionale!
Un lamento da ubriachi, una ninna-nanna per prigionieri. Tanta fraternità operaia in questo
gran mondo quanti ebrei in prima linea».
Parimenti il tedesco Hans Hauptmann illustra, in "Bolscevismo nella Bibbia - L'origine del
bolscevismo dal mosaismo e dal cristianesimo" (1937), l'ascendenza ideale del comunismo:
«Il fatto che tra gli europei gli ebrei sono l'unico popolo nel quale razza e religione formano
un'unica entità, il fatto, ben noto agli esperti di cose ebraiche, che in ciò risiede il segreto del
potere ebraico sui popoli ospitanti, ben più numerosi di questo piccolo pugno di nomadi, mo-
stra in tutta chiarezza che il ruolo giuocato dagli ebrei nella Russia Sovietica trova corrispon-
denza nella dottrina e nei precetti del loro sistema di fede. E in effetti nel Vecchio Testamen-
to, nel Talmud e nello Schulchan Aruch, in questi libri religiosi giudaici, sono contenuti i veri
precetti giuridici e i progetti politici generali, il nocciolo dell'ideologia bolscevica che oggi
infuria su 170 milioni di russi. Solo avendo presente ciò si può capire come il marxismo rivo-
luzionario, che predica la lotta di classe, sia uscito dal cervello dell'ebreo Marx-Mardochai e
come sia stato diffuso ovunque da un numero così sorprendente alto di ebrei; che gli ebrei so-
no stati i pionieri del nichilismo nella Russia zarista e che hanno organizzato la massima parte
degli attentati e degli assassinii; che, come è ormai dimostrato in tutta chiarezza, hanno da
tempo preparato, conducendolo a compimento con infame tenacia, il crollo della Russia; che
sono, come lo erano stati nella vecchia Germania, i capi del movimento comunista in Francia,
in Spagna, in Polonia, nei Balcani e nel Nord- e Sudamerica».
Senza comunque entrare nello specifico di un argomento – non solo il parallelismo, ma
la genesi, coincidenza e sovrapposizione concettuale/ideologica fra giudaismo e comuni-
smo, in particolare nelle forme messianico-redentrici del più vario marxismo per i quali ri-
mandiamo in prima istanza ad Alain Besançon, Enzo Bettiza, James Billington, Norman
Cohn, Luciano Pellicani, Igor Safarevic e Aleksandr Zinovev, limitandoci a sottolineare come
i «rivoluzionari di professione», le «avanguardie coscienti dell'ancora inconsciente proletaria-
to», altro non siano che la reincarnazione degli antichi Arruolati/Trascelti dal buon Jahweh –
senza entrare nello specifico di un argomento, dicevamo, che richiederebbe un'opera ben più
ponderosa di quanto già questa non sia, ci limitiamo quindi ad offrire qualche considerazione
e, come detto, venticinquemila personaggi. In ogni caso, abbia il lettore sempre presente il

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monito di Hilaire Belloc, che ripetiamo amplificato dopo ottant'anni: «A coloro che purtroppo
non sanno che il presente movimento bolscevico in Russia è governato dagli ebrei, posso solo
rispondere che la loro ignoranza è dovuta alla costante soppressione dei fatti e delle notizie da
parte della nostra deplorevolissima stampa» (G.K's Weekly, 4 febbraio 1937).
Decisamente onesto è anche il commento del confratello «antisionista/antisemita» Edgar
Morin né Nahoum (IV): «La Prima guerra mondiale, riconosciuta dai marxisti ortodossi come
una guerra tra imperialismi, e poi il sorgere della Rivoluzione bolscevica nella disintegrazione
della Russia zarista costituirono altrettanti elementi che apparvero come la realizzazione di
un'apocalisse nella quale si affrontavano, da una parte, le forze scatenate dal male e, dall'altra,
le forze della salvezza. Questa fu la convinzione non solo dei bolscevichi che ormai si chia-
mavano comunisti, ma anche di innumerevoli rivoluzionari ebreo-gentili come Rosa Luxem-
burg e Karl Liebknecht [Morin definisce ebreo-gentili quegli ebrei che accedono allo statuto
di cittadini delle nazioni occidentali al pari dei non-ebrei, definizione peraltro meno chiara di
quella, altrettanto ellittica, di Lindemann: «non-Jewish Jews, ebrei non-ebraici» e ancor meno
di quella, più esatta, di «ebrei laicizzati»]. Il termine "rivoluzione" acquistò allora una carica
mistica inaudita, portando in sé la creazione di un mondo nuovo liberato dal Male. La grande
speranza messianica suscitò anche nei gentili vocazioni rivoluzionarie. Il comunismo divenne,
quindi, nel XX secolo, la prima (e forse l'ultima) grande religione di salvezza terrena. Molti
ebreo-gentili ne furono gli ardenti proseliti. Convinti di servire la causa universale dell'umani-
tà, non vedevano quanto il loro umanesimo universalista fosse astratto. Disprezzando le fedi e
le identità nazionali e religiose, non esitarono a liquidare fisicamente i nemici di classe, gli
agenti imperialisti o supposti tali e tutti coloro che ai loro occhi costituivano un ostacolo alla
realizzazione del comunismo. Dopo essere stati attivi durante la Rivoluzione d'Ottobre, furo-
no in molti a diventare agenti della Terza Internazionale (Komintern), apportando la loro de-
vozione senza limiti alla causa dell'URSS, identificata con quella dell'intera umanità».
Ma mentre centinaia di migliaia di «ebreo-gentili» restano totalmente votati al sogno uni-
versalista del comunismo al punto di continuare a servire misticamente l'URSS malgrado gli
orrori di cui sono testimoni e (talora) vittime, altri si ribellano denunciando la «grande men-
zogna» e «il dio che è fallito» (ma a posteriori, dopo essergli stati complici, magari anche san-
guinari) e altri ancora, come «i più fecondi metamarxisti» Ernst Bloch, Hans Jonas, Walter
Benjamin e l'intera Frankfurter Schule, «si impadronirono della critica marxista per aprire
nuovi orizzonti, ma senza più nutrire alcuna illusione sulla Rivoluzione»: «Così dobbiamo
constatare che, se molti ebreo-gentili furono all'apice del sovietismo, anche nei suoi aspetti
più terribilmente cruenti, come l'instaurazione del gulag, ci furono pure degli ebreo-gentili
che, in gran numero, furono all'apice dell'antistalinismo. Sono gli ebreo-gentili nel loro insie-
me che, nell'Impero sovietico, furono le vittime del neonazionalismo e poi dell'antisemitismo
staliniano camuffato in lotta contro il cosmopolitismo».
E tuttavia, malgrado i distinguo di Morin – talora giustificati, il più spesso arditi per non
dire fuorvianti visto l'assoluto prevalere, nell'ebraismo, dei rivoluzionari gnostico-messianici –
ben più corrispondenti all'ideologia giudaica e alla tipologia umana dell'ebraismo sono i rilievi
di Luciano Pellicani (I): «In questa visione della Rivoluzione il proletariato è degradato al
rango di oggetto della storia perché privo di coscienza e bisognoso di essere illuminato da e-
lementi esterni – gli intellettuali – i quali sono i veri protagonisti, gli agenti attivi e consapevo-
li del processo rivoluzionario, coloro che in virtù di una singolare prognosi – di cui essi sono
depositari in quanto interpreti della Scienza marxista – sono gli unici ad avere una chiara vi-
sione del telos della Storia. Conseguenza: la direzione del processo di liberazione del proleta-
riato dovrà essere affidata non già agli operai, bensì agli intellettuali rivoluzionari, il cui pote-

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re dovrà essere necessariamente assoluto e totale, poiché solo essi sanno qual è la destinazio-
ne naturale dell'uomo e la meta finale della Storia [...] Ma per fondare questa fede metastatica,
il moderno messianesimo ha dovuto divinizzare la storia. Questa è concepita come un movi-
mento ascensionale orientato aristotelicamente verso una meta finale, o eschaton, che dà un
senso a tutte le tappe di avvicinamento, anche quando queste sono dolorose, sconvolgenti e
apparentemente irrazionali. In tal modo l'escatologia giudaico-cristiana viene immanentizzata
e secolarizzata – la meta finale non è più trascendente rispetto alla storia umana, bensì sempli-
ceente in avanti, nel futuro – ma senza perdere nulla del suo carattere mistico. Il misticismo è
coperto di formule razionali la cui funzione è di occultare allo stesso credente la natura magi-
co-religiosa della sua attesa».
Ma chi sono, in realtà, al di là di tutti i paludamenti concettuali e le distorsioni ideologi-
che, gli Illuminati? Come sempre, dagli antichi profeti della Terra Promessa e dai loro fratelli
del primo cristianesimo, dagli esaltati chiliasti del Medioevo, da Gioacchino da Fiore, dagli
anabattisti, dalle Teste Rotonde e dai Livellatori del puritanesimo, dai parolai giacobini più
folli fino ai rinnovati giacobini di ogni più varia sfumatura scarlatta, «per lo più si tratta di in-
dividui che hanno una concezione megalomane di se stessi: si sentono degli eletti, assoluta-
mente buoni ed ingiustamente perseguitati, aventi una grande missione da svolgere: indicare
al mondo intero o, quanto meno, al "popolo prescelto", la via della salvezza. Un'altra caratteri-
stica di questi singolari prodotti della transizione è l'ossessione per l'assoluto, il desiderio di
incondizionato, la ricerca di qualcosa che abolisca per sempre le limitazioni dell'esistenza u-
mana; in una parola, sono dominati da fantasie escatologiche che acquistano sovente tratti pa-
ranoidi [...] Questa idea della dittatura preparatoria e pedagogica è un tema tipico e rivelato-
re dello spirito gnostico: ne evidenzia il carattere autoritario, la smisurata volontà di voler
dominare il tutto per riportarlo alla sua essenza verace, il desiderio di porsi al posto di Dio per
dare demiurgicamente un volto nuovo all'uomo. La troviamo in Robespierre e Babeuf, in
Marx e Blanqui, in Lenin e Mao, ed è sempre legata allo stesso principio pedagogico-politico
secondo il quale l'uomo deve essere costretto ad essere libero».
Ma, per scendere sul terreno degli eventi più propriamente storici: «Dunque la pretesa bol-
scevica al monopolio della rappresentanza esistenziale si basava su una triplice identificazione
dialettica: 1. della avanguardia cosciente con il Partito, 2. del Partito con il proletariato e 3. del
proletariato con la volontà della Storia. Gli anni successivi alla conquista dello Stato da parte
di Lenin e dei suoi compagni furono dominati dal titanico sforzo di istituzionalizzare questa
triplice identificazione. Prima di tutto furono espunte tutte le forze politiche estranee al Partito
bolscevico. L'Assemblea Costituente, eletta subito dopo l'abbattimento del governo Kerenskij
e composta a grande maggioranza da rappresentanti del Partito Socialista Rivoluzionario [su
707 deputati eletti dal popolo nel novembre 1917, solo 175 sono bolscevichi, mentre gli SR e
le altre componenti socialiste ne totalizzano 410; quanto ai voti, su oltre quaranta milioni, se-
dici, il 40,4% vanno agli SR e dieci, il 24%, ai bolscevichi, mentre agli SR ucraini toccano il
12%, ai ka-det il 5% e ai menscevichi il 2,7%], fu sciolta d'imperio in nome della sovranità
dei soviet. Ma questi a loro volta furono progressivamente svuotati di ogni contenuto e sotto-
posti all'Autorità centrale [...] Il secondo passo per realizzare la concentrazione totale del pote-
re nelle mani del Partito fu la costituzione dell'Armata Rossa da parte di Trockij. Questa non
fu concepita semplicemente come uno strumento militare per combattere la guerra civile con-
tro i Bianchi, bensì anche come uno strumento di controllo politico per sottomettere le caoti-
che masse contadine alla guida del Partito [...] Ma l'operazione centrale di questa strategia as-
similatrice e riduttiva fu la sovrapposizione delle gerarchie del Partito a quelle dello Stato. E
dato che il Partito già controllava, tramite nuclei di attivisti, i soviet, le amministrazioni di

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fabbrica, i sindacati e le altre organizzazioni, il Comitato Centrale (costituito dai rivoluzionari
più in vista) divenne il dirigente e l'educatore esclusivo delle masse, il coordinatore di tutte le
attività sociali, l'unico centro di un sistema di controlli ramificato e capillare che avvolgeva la
società russa completamente. La sua pervasività non aveva limiti: egli penetrava in tutte le
sfere della vita collettiva – economia, famiglia, religione, arte, istruzione, ecc. – e impregnava
del suo stesso spirito rivoluzionario la totalità della popolazione».
Legato al proletariato in virtù di una delega non solo non-democratica, ma decisamente
mistica, il Partito, aggiunge Besançon (II) dimostrando l'inconsistenza logico-interpretativa e
la miseria morale di ogni concezione marxista (materialista, economicista, antivolontaristica),
«è vincolato soltanto dagli interessi superiori del socialismo, quali sono definiti dall'ideologia
e si interessa della classe operaia [unicamente] nella misura in cui questa, in tale ideologia,
deve svolgere un ruolo particolare. Se la classe operaia si dimostra incapace di svolgere il ruo-
lo destinatole, se tradisce il qualche modo il "proletariato" e il "socialismo", il Partito non do-
vrà trattarla diversamente da come tratta la "borghesia" o ogni altra classe nemica. Il Partito
avrà allora cura di dichiarare che Roma non è più Roma, che il proletariato è tutto dove si tro-
va il Partito e che la classe operaia, la cui anima si è trasferita per metempsicosi entro l'appa-
rato del Partito, ha ricevuto in cambio un'anima piccolo borghese. Come si sa, una comune
pratica leninista fu di sospettare ogni organizzazione, soviet o sindacato che la classe operaia
avrebbe potuto darsi da sola. Questo è uno dei campi in cui si affrontano le due ideologie an-
tagoniste. La classe operaia è fondamentalmente passiva e riceve l'impulso dal di fuori: "La
spontaneità del movimento operaio, ogni diminuzione del ruolo dell''elemento cosciente', del
ruolo della socialdemocrazia, significa di per se stesso, non importa che lo si voglia o no, un
rafforzamento dell'influenza dell''ideologia borghese' sugli operai" [Lenin, in Che fare?]. Pri-
ma, come anche dopo la presa del potere, la classe operaia è prima materia. Essendo questi i
rapporti fra la classe e il Partito, quest'ultimo può conservare praticamente intatta la sua strut-
tura cospiratrice ereditata dalle generazioni precedenti».
Ed è per questo che lo gnosticismo marxleninista – la certezza di «essere nel giusto» rive-
lata a «coloro che sanno» dalle «leggi» della Storia – è il collante che salda il Partito attraver-
so la fiducia fraterna fra i rivoluzionari: «Non c'è bisogno di procedure elettive, generatrici di
"tendenze" e divisioni, visto che i rivoluzionari hanno in comune un'unica e infallibile dottri-
na: il Partito ne è il guardiano e perciò non ammette la libertà di critica. Si può forse criticare
qualcosa che, essendo scientifico, impone, salvo il caso di malafede, l'accordo delle menti?
[...] Il centro del cuore del Partito non è dunque il personale stabile formato dai rivoluzionari
di professione, ma, cosa ancor più immateriale, il sapere ideologico. Ecco il terzo e ultimo
grado del manicheismo leninista: il membro del Partito non è impegnato nei confronti del Par-
tito per la stessa ragione per cui il Partito non è vincolato dal proletariato e neppure quest'ul-
timo nei confronti delle altre classi della società. Il Partito è vincolato al socialismo [...] La
legittimità del partito comunista è costituita dal comunismo medesimo: il Partito non rappre-
senta nient'altro, presso le masse operaie e contadine, che l'avvenire radioso verso cui le ha
guidate quando erano ancora cieche del loro destino. Nel 1924 esse sono più cieche che mai,
tutta la chiaroveggenza dell'ideologia si è ritirata nel Partito e per questo, allorché il dubbio e
la disillusione universale provano la potenza dell'ideologia borghese, bisogna che il Partito
divenga più che mai il tutore della certezza. Alla morte di Lenin il leninismo è canonizzato e
in questo modo esso dà al Partito la solidità, la compattezza di cui ha bisogno per conservare
nel suo seno l'idea comunista e, di conseguenza, la sua legittimità e il monopolio assoluto del
Potere. Il bambino non è nato, il tesoro non è stato trovato: questo è falso, perché il Partito è
questo bambino e questo tesoro. Dove è il Partito, là si trova il socialismo».».

65
Già nel 1903 – aggiunge Simon Sebag-Montefiore (II) illustrando la seconda e più pratica
motivazione dei Veri Rivoluzionari per non allargare il cerchio degli Eletti (la prima essendo
la presunzione di avere essi soli capito le Leggi della Storia) – all'epoca della scissione fra
menscevichi e bolscevichi, «i sedicenti paladini del proletariato Lenin e Stalin erano contrari
al coinvolgimento di veri operai nel partito. Credevano in un'oligarchia che avrebbe governato
in nome degli operai: un'idea destinata a evolversi nel concetto di "dittatura del proletariato".
Stalin era convinto che l'elezione di operai nei comitati del partito avrebbe prodotto l'arrivo di
troppi rivoluzionari dilettanti e accresciuto il numero degli infiltrati della polizia».
E non è solo Lenin, ricorda Guido Vestuti, a teorizzare e praticare la centralità del Partito
nell'evoluzione verso il Mondo Nuovo, verso il Regno Ateo di Dio: «[Anche] Trockij accettò
la logica del partito: abbiamo visto precedentemente come in lui, e fu la sua evoluzione più
pericolosa, il partito assumesse un ruolo sempre più importante, motore e guida degli avveni-
menti. "Giusto o sbagliato è il mio partito" esclamò parafrasando un detto famoso. "È divenu-
to chiaro – si trova in un celebre scritto di Trockij [The Lessons of October, Londra, 1925] –
che nessuna rivoluzione è possibile senza un partito capace di guidare la rivoluzione. Una
spontanea insurrezione del proletariato non può conquistare il potere" [...] La fusione tra ditta-
tura del proletariato e dittatura del partito è inevitabile: "la dittatura del proletariato deve ne-
cessariamente sottostare alla guida di un singolo partito"». La politica non è più dunque una
mera sovrastruttura dell'economico, ma diviene essa stessa arma di costruzione economica e,
quindi, sociale: «L'edificazione socialista presuppone la dittatura del partito. La dittatura del
partito, ormai accettata da Trockij, non poteva ammettere le frazioni. Riconoscere la funzione
insostituibile del partito e chiedere la democrazia interna era una pura esercitazione teorica».
Date poi le finalità mistico-mondialiste della Nuova Casta, riprende Pellicani, «la Rivolu-
zione russa era concepita come una semplice tappa, la prima, di un vasto processo politico di
significato storico-universale che doveva culminare con lo scoppio simultaneo di rivoluzioni
proletarie nel seno delle società capitalistiche più avanzate [...] A tal fine Lenin e Trockij de-
cisero di fondare una nuova Internazionale (Comintern) che doveva essere l'istituzione centra-
le di coordinazione e di direzione della crescita rivoluzionaria mondiale, una sorta di accelera-
tore storico con la specifica funzione di abbreviare i tempi della distruzione del regno del ca-
pitale e della edificazione su scala planetaria del Regno della Libertà [...] Così, da setta di ca-
tari marxisti, il Partito bolscevico diventava una vera e propria Chiesa universale che mono-
polizzava il cammino della salvezza e che, come tutte le chiese [monoteiste, ça va sans dire],
assicurava che l'unità degli uomini nella vera dottrina avrebbe portato alla pace e alla giusti-
zia. La filosofia rivoluzionaria fu codificata in un vero e proprio Corano gnostico – il Manife-
sto comunista del 1919 – nel quale fu fissata la grande meta che la Rivoluzione si poneva: ro-
vesciare l'ordinamento capitalistico internazionale ed "erigere al suo posto l'edificio dell'ordi-
namento socialista mondiale", mentre Mosca fu elevata al rango di Mecca della Rivoluzione
cui tutti i fedeli dovevano rivolgere lo sguardo per avere direttive e rischiaramenti circa la
giusta linea d'azione [...] Questa civiltà universale sarebbe stata per un certo periodo di tempo
governata da uno Stato mondiale, il quale si sarebbe trasformato in un "non-Stato" dopo la
metamorfosi della natura umana, sicché sarebbe potuto alfine sorgere un ordine mondiale per-
fettamente armonico capace di garantire permanentemente "la Pace, il Lavoro, la Libertà, l'U-
guaglianza, la Fraternità e la Felicità di tutti i popoli"».

66
IV

RIVOLUZIONARISMO

Oltremodo rilevatore di quanto detto e diremo è seguire nel tempo l'andamento della quo-
ta-parte degli intellettuali presenti nel rivoluzionarismo antizarista – fatto che, per inciso, infi-
cia alla base ogni interpretazione marxista e para-marxista dei processi rivoluzionari quali de-
terminati dalle «masse» – come raffigurato nelle seguenti tabelle, tratte da Robert Brym.
Non sono mai stati, infatti, e non sono ancor oggi, né lo scontento né le tensioni sociali il
motore del rivoluzionarismo e del terrorismo politici. Chi si decide a passare dai moti di piaz-
za e dalle rivolte generate da motivazioni economiche a percorsi genuinamente rivoluzionari
viene mosso, in primo e determinante luogo, dal fanatismo ideologico e dall'insoddisfazione
psicoesistenziale. Dall'autoraffigurazione, cioè, di un modello societario diverso e alternativo
a quello esistente, il malessere della società, in particolare il malessere economico, costituen-
do un contesto assolutamente secondario, quando non irrilevante.
A – Origini sociali dell'intelligencija (nobili e raznochintsij: «uomini di altri [non-nobili]
ranghi») nel periodo 1840-87:

1840 - 55 1855 - 69 1870 - 75 1878 - 87


su 50 su 143 su 191 su 365

nobiltà 82 64 52 49

raznochintsij 18 36 48 51

100 % 100 % 100 % 100 %

B – Condizioni sociali dei radicali russi nel periodo 1860-1903; si noti il graduale de-
cremento delle prime due categorie, «intellettuali/alte» (71, 65, 36, 21%) e il progressivo in-
cremento delle due seguenti, «manuali/basse» (1, 21, 23, 56%):

1860 - 69 1870 - 79 1884 - 90 1901 - 03


su 1256 su 5664 su 4307 su 7796

studenti 61 52 25 10

professionisti 10 13 11 11

operai / artigiani 1 16 16 47

contadini 0 5 7 9

altri 28 14 41 23

100 % 100 % 100 % 100 %

67
Nel cinquantennio che precede il crollo dello zarismo si distinguono i seguenti partiti rivo-
luzionari, più o meno francamente terroristici (icastico, nel 1891 ne «Il segreto dell'ebraismo»,
l'inglese/turco/russo Osman Bey: «Il cosiddetto nichilismo non è altro [...] che un esercito do-
ve i russi figurano come militi e gli ebrei come [...] stato maggiore», introduttore nelle co-
scienze europee del – così un impavido Cesare De Michelis... impavido in quanto sprezzante
di ogni senso del ridicolo – «luogo comune [...] secondo cui tutti i movimenti terroristici - ni-
chilisti, anarchici - sarebbero segretamente diretti dagli ebrei»):
1. Zemlja i Volja, "Terra e Libertà", il primo partito sostenitore del concetto di populismo
(narodnicestvo), fondato nel 1862 e riorganizzato nel 1876 dai goyim Lev Tichomirov e Ale-
ksandr Michajlov e dagli ebrei Mark Andreevic Natanson, Osip/Iosif Vasilevic Aptekman,
Aaron Gobet, Vera Ivanovna Zasulic (compagna di Lev Grigorevic Dejc/Deutsch e demi-
juive, anche se Arno Lustiger III la dà ebrea tout court) e Aaron Isaakovic Zundelevic, fin
dall'inizio in bilico tra azione educativo-riformista e terrorismo «educativo», questo visto an-
che come terrore non solo contro i rappresentanti delle istituzioni ma tout court di massa;
2. Narodnaja Volja, "Volontà del Popolo" (il termine volja significa sia «libertà» che
«volontà»), costituito nell'estate 1879 quale ala decisamente terroristica del precedente daTi-
chomirov e Michajlov nonché dagli ebrei Grigorij Goldenberg, Meir Molodeckij, Solomon
Vittenberg/Wittenberg, Andrej Zeljabov (da taluni dato per russo) e Zundelevic (il primo nu-
mero dell'omonimo giornale esce in tremila copie il 1° ottobre); la seconda e populistico-edu-
cativa fazione, Ciornij Peredel "Ridistribuzione Nera" o "Spartizione delle Terre Nere", è
guidata dal goy Georgij Valentinovic Plechanov (figlio di latifondisti, primo tra gli esponenti
marxisti, sposato all'ebrea rivoluzionaria Rosalia Markovna Bograd; sposato ad un'ebrea è an-
che il goy Sergej Kravcinskij, il 4 agosto 1878 assassino a Pietroburgo del generale Nikolaj
Mezencov, capo della Terza Sezione, fuggito a Londra, ove si fa pubblicista col mutato co-
gnome Stepnjak, morto nel 1895 sotto le ruote di un convoglio della metropolitana), coa-
diuvato dalla shiksa Vera Nikolaevna Figner (1852-1942, di ricca famiglia liberale, proprietari
terrieri a Kazan, studi a Zurigo e Parigi nel 1872-77, nel comitato esecutivo di Narodnaja Vol-
ja, complice nell'assassinio del procuratore militare di Odessa F.E. Strelnikov, eliminato il 18
marzo 1882 dai goyim Stepan Chalturin e Nikolaj A. Zelvakov, processati e impiccati il 22
marzo, partecipa al secondo fallito attentato ad Alessandro II ad Odessa; dopo l'assassinio del-
lo zar nel decimo attentato tenta di riorganizzare il partito nella Russia meridionale, arrestata
nel febbraio 1883, il 28 settembre 1884 riconosciuta colpevole di tutte le azioni compiute dal
partito, condannata a morte insieme ad altri sette, graziata all'ergastolo, poi a vent'anni di car-
cere, liberata nel 1905, saggista, impegnata nel putsch bolscevico, attiva nel Commissariato
del Popolo per la Sicurezza Sociale, diretto da Aleksandra Kollontaj; attiviste come lei sono le
sorelle minori Lidia ed Evgenija) e dagli ebrei Aptekman, Pavel Akselrod, Dejc e la Zasulic;
3. decine di gruppi anarchici misti (ad esempio, scrive Billington, «quello dei bezmotivni-
ki, il gruppo dei "senza motivo" inserito nel movimento largamente ebraico di Bandiera Nera,
a Bialystok, e nel più piccolo gruppo chiamato degli "intransigenti", a Odessa»);
4. OT Gruppa Osvobozdenie Truda, "Gruppo per l'Emancipazione del Lavoro" (noto an-
che come «Liberazione del Lavoro»), il primo raggruppamento marxista rivoluzionario, fon-
dato nel 1883 da Plechanov, P.B. Akselrod, Dejc e la Zasulic;
5. i menscevichi, cioè la frazione «minoritaria» capeggiata da Martov (in verità, minori-
taria non sulla questione centrale se il Partito dovesse essere riformato in modo radicale e di-
ventare un'organizzazione di rivoluzionari di professione come voluto da Nikolaj Cernysev-
skij – l'ottocentesco rivoluzionario del "Che fare?", il vangelo dei nichilisti scritto in carcere in
tutta tranquillità e sottoposto alla censura prima di essere pubblicato sotto forma di feuilleton

68
nella rivista Sovremennik "Il contemporaneo" – tesi leniniana respinta per 28 voti contro 22,
ma solo sul controllo dell'organo ufficiale del Partito, Iskra "Scintilla", conquistato da Lenin
per 22 voti contro 20 e 2 astenuti), al Secondo Congresso di Bruxelles/Londra del luglio-
agosto 1903, del RSDRP Rossiiskaja Sotsial-Demokraticeskaja Rabochaja Partja, "Partito
Operaio Socialdemocratico della Russia", POSDR con le iniziali italiane (costituito a Minsk
col primo congresso 1-3 marzo 1898 da nove delegati marxisti di San Pietroburgo, Mosca,
Kiev ed Ekaterinoslav nonché da tre inviati del Bund – Kossovskij, Kremer e Mutnik – i quali
tre, nota la francese Hélène Carrère d'Encausse, svolsero un ruolo decisivo nell'organizzazio-
ne): dei 43 delegati votanti (su un totale di 57) sono operai in 4, il resto essendo membri
dell'intelligencija, tra cui 20 ebrei: Gusev né Drabkin, Hanecki né Fürstenberg, Knunianz,
Kossovskij, Krochmal, Levin, Mark Liber, Ljadov né Mandelstam, Mandelberg, Martov né
Tsederbaum, Martynov né Pikker, Medem, Nauman, Sborovskij, Schotman, Semljatcha née
Salkind, Stopani, Surabov, Trockij né Bronstein, Warski né Warshawski, etc.
Nell'ultimo Congresso socialdemocratico (menscevichi e bolscevichi riuniti), quello di
Londra del 1907, sui 302-305 delegati gli ebrei sono addirittura 160.
Quanto all'elevatissima incidenza ebraica tra i rivali «minoritari», il bolscevico Stalin – il
termine «bolscevichi» per designare i «maggioritari» del POSDR, rimasto in linea di principio
un unico partito fino al 1912, resterà fino al VII congresso del marzo 1918, quando i leniniani
lo diranno «Partito Comunista Russo», riprendendo poi lo specificativo dal 1926 al 1952:
VKP(b) Vsesojuznaja Komministiceskaja Partija (bolsevikov) "Partito Comunista Pansovieti-
co (dei bolscevichi)" – direttore del Bakinsky Rabochii, "Il lavoratore di Baku", sogghigna nel
1907: «Qualcuno tra i bolscevichi ha osservato scherzosamente che, poiché i menscevichi e-
rano la frazione degli ebrei e i bolscevichi quella dei russi originari, non sarebbe una cattiva
idea fare un pogrom all'interno del Partito»; «Lenin si indigna perché Dio gli ha dato compa-
gni come i menscevichi. Che razza di gente sono, in verità, questi Martov, Dan e Akselrod?
Ebrei circoncisi, la maggior parte. Poi c'è quella vecchia sciattona [lo storico Robert Conquest
è un po' più brutale, traducendo «vecchia troia»; d'altra parte, «troia sifilitica» viene definita
da Stalin persino la moglie di Lenin nel dicembre 1922, attirandosi un'ormai inoffensiva «la-
vata di capo» da parte proprio del Grande Sifilitico] della Zasulic. Con loro non puoi né mar-
ciare in battaglia né fare baldoria» e «Non gli piace combattere, a questi rigattieri traditori. Il
popolo ebraico ha prodotto solo traditori, gente incapace di battersi»;
6. i socialrivoluzionari SR, adepti del Partija Sotsialistov Revoliutsionerov, "Partito dei
Socialisti Rivoluzionari", costituito nel 1902 («le cellule del partito pullulavano di studenti,
che a quanto pare a Mosca costituivano almeno il 75% degli attivisti [...] Nelle campagne i
sostenitori più fedeli dei socialisti rivoluzionari erano i maestri di scuola», conosciuti da Lenin
«per quello che erano: una banda non molto compatta di teste calde rivoluzionarie, inebriate
di parole e incapaci di un'azione concertata a causa della loro fede nella "spontaneità" delle
masse», scrive il «polacco» Richard Pipes, storico ad Harvard, sovietologo consigliere di Re-
agan; dei delegati al primo congresso generale nel 1908, nota Manfred Hildermeier, il 49,2%
sono rivoluzionari di professione e il 19,7 scrittori; per i capi locali, regionali e nazionali le
percentuali sono: quanto ai rivoluzionari di professione 3,5/9,8/35, ai pubblicisti 3,5/23,5/25,
agli studenti 22,7/25,5/0, all'intelligencija 28,3/25,5/37,5;
dei quattro fondatori del PSR – due interni: Grigorij Andreevic Gershuny e la nobile Eka-
terina Konstantinovna Bresko-Breskovskaja (forma abbreviata, usata dalla stessa «nonnina»
della rivoluzione, nata da padre nobile polacco Konstantin Mikhailovic Verigo e madre nobile
russa Olga Ivanovna Goremykina: Catherine Breshkovsky), e due nell'emigrazione ginevrina:
Viktor Mikhailovic Cernov e Mikhail Rafalovic Gots – sono ebrei Gershuny e Gots (Cernov è

69
il teorico del socialismo agrario che, fuoruscito in Svizzera, ministro dell'Agricoltura con Ke-
renskij e presidente dell'Assemblea Costituente che il 6 gennaio 1918, prima di essere sciolta
dai bolscevichi, proclama l'abolizione della proprietà terriera, accusa nel 1920 presso una
commissione d'inchiesta inglese in Russia, col solito senno del poi, i bolscevichi di essere dei
corruttori della rivoluzione, «e dichiarò che la loro tirannia era peggiore di quella dello zar»,
migrando quindi in Germania); Billington rileva che, nel periodo 1902-10, era composto da
donne ben un terzo della terroristica BO Boevaja Organizacija "Sezione di Combattimento";
ad essa si devono gli assassinii di un granduca, due ministri e 139 alti burocrati);
7. SRSZ Sojuz Russkikh Sotsialdemokratov Zagranitsei, "Unione dei Socialdemocratici
Russi all'Estero", fondato nel 1895;
8. SDKP Socjaldemokracja Krolestwa Polskiego, "Socialdemocrazia del Regno di Polo-
nia", fondato nel 1894 per la massima parte da ebrei, trasformato nel 1900 in SDKPiL Socjal-
demokracja Krolestwa Polskiego i Litwy, "Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Litua-
nia"; dei dieci capi fondatori, rileva Schatz, sette sono ebrei: Feliks Edmundovic Dzerzinskij,
Jakov Stanislavovic Firstenberg/Fürstenberg (Hanecki), Leo/Leon Jogiches (Tyszko/Tyszka),
Rosa Luxemburg, Karl Berngardovic Sobelson/Sobelsohn (Radek), Jozef/Josif Stanislavovic
Unslicht/Unschlicht (Jurovskij) e Adolf Warszawski (Warski), e tre polacchi: Marcin Ka-
sprzak (dei dieci, l'unico operaio), Julian Leszczynski (Lenski) e Julian Marchlewski (Karski);
9. SDPENR Sojuz dlia Dostizenija Polnopravija Evreiskogo Naroda v Rossij, "Unione
per il Conseguimento della Parità dei Diritti per il Popolo Ebraico in Russia", creato nel 1905,
10. SSRP Sionitsko-Sotsialisticeskaja Rabochaja Partija, "Partito Socialista Sionista del
Lavoro", marxismo sionista, fondato nel febbraio 1905 dal sempre confratello Yaakov Le-
scinskij, poi americanizzato in Jacob Lestchinsky;
11. ESDRP Evreiskaja Sotsial-Demokraticeskaja Rabochaja Partija, "Partito Operaio
Socialdemocratico Ebraico", o ESDRP-PZ Evreiskaja Sotsial-Demokraticeskaja Rabochaja
Partija - Poale Zion o, abbreviato, Poale Zion, "Partito Operaio Socialdemocratico Ebraico -
Operai di Sion", ideologia del sionismo marxista, fondato a Poltava nel febbraio 1906 con
16.000 adepti; nell'estate 1907 viene fondata all'Aja l'Unione Mondiale PZ; in varie reincar-
nazioni paracomuniste resta legale fino al 1928;
12. SERP Sotsialisticeskaja Evreiskaja Rabochaja Partija o ES o sejmisti, "Partito Ope-
raio Socialista Ebraico", fondato nell'aprile 1906, all'epoca 13.000 adepti;
13. Folkspartey, "Partito del Popolo", o ENP Evreiskaja Narodnaja Partija, "Partito del
Popolo Ebraico", fondato nel 1906 sulla scia delle idealità del Folksgrupe, un gruppo di avvo-
cati ebrei centrosinistri capeggiati dal ka-det "costituzionale-democratico" Maksim Vinaver
(«il Folkspartey non fu certo l'organizzazione di massa implicata dal nome. Rimase una pic-
cola cricca di intellettuali guidati dallo storico Shimen Dubnov», nota Zvi Gitelman I).
«Il fattore ebraico nel movimento rivoluzionario» – rileva l'ebreo Stephen Berk – «si fece
più evidente con l'aumento dell'attività dei gruppi di opposizione durante il regno di Alessan-
dro II. L'ingresso degli ebrei nei licei e nelle università, dove erano esposti alle nuove correnti
di pensiero, e la crescita dell'antisemitismo, in particolare alla metà degli anni Settanta, ebbero
un ruolo importante nel creare i rivoluzionari ebrei [...] I primissimi circoli rivoluzionari fon-
dati alla fine degli anni Cinquanta comprendevano [diversi] ebrei. Non fu, comunque, che fi-
no agli anni Settanta che la componente ebraica cominciò ad avere una più larga presenza.
Quando i rivoluzionari, ispirati da Pëtr Lavrov, andarono "al popolo", un discreto numero di
ebrei partecipò alla discesa nelle campagne per rendere edotti i contadini dei primi elementi di
socialismo e della necessità della rivoluzione. Il contributo principale dei rivoluzionari ebrei
fu organizzativo e tecnico. Essi erano occupati nella stampa, nel contrabbando, nell'orga-

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nizzare fughe e nel costruire esplosivi, piuttosto che nel far propaganda tra i contadini o nel
compiere atti terroristici. Mark Natanson, Pavel Akselrod, Lev Dejc, Osip Aptekman, Lev
Ginsburg, Lazar Goldenberg, Grigorij Goldenberg e Aaron Zundelevic furono i maggiori tra
gli ebrei nel rivoluzionarismo degli anni Settanta».
Quanto alla galassia degli Illuminati-Di-Professione che forgiarono le armi intellettuali per
il successivo fil rouge rivoluzionario populistico, socialrivoluzionario e persino bolscevico, a
integrazione di Berk riportiamo qualche considerazione di Isaiah Berlin: «Il primo e più im-
portante dei loro problemi riguardava l'atteggiamento da tenere verso i contadini, ai quali era
rivolta tutta la loro azione. Chi avrebbe indicato ai contadini la vera strada verso la giustizia e
l'eguaglianza? I populisti non si opponevano alla libertà individuale, ma tendevano a conside-
rarla un mito dei liberali, qualcosa che poteva distrarre l'attenzione da compiti più immediati.
Bisognava forse addestrare e mandare dei "missionari" tra i giovani fratelli ignoranti, tra i la-
voratori della terra, perché li educassero e, all'occorrenza, li spingessero a disobbedire, a rivol-
tarsi, a distruggere il vecchio ordine prima ancora che gli stessi ribelli avessero pienamente
afferrato la necessità o il significato di tali atti? Questa linea fu sostenuta da personaggi così
dissimili come Bakunin e Spesnev negli anni Quaranta; fu predicata da Cernysevskij negli an-
ni Cinquanta e fu difesa appassionatamente da Zaicnevskij e dai giacobini della "Giovane
Russia" negli anni Sessanta; fu predicata nel ventennio successivo da Lavrov, come anche dai
suoi rivali e antagonisti Necaev [1847-83] e Tkacëv, fautori di un terrorismo sistematico, e dai
loro seguaci, che comprendono, limitatamente a questo aspetto, non solo il partito dei sociali-
sti-rivoluzionari ma alcuni dei più fanatici marxisti russi, con Lenin e Trockij in prima fila [...]
Tutti questi pensatori hanno in comune una premessa apocalittica: non appena il regno del
male – autocrazia, sfruttamento, inuguaglianza – si sarà consumato nel fuoco della rivoluzio-
ne, dalle sue ceneri sorgerà automaticamente e spontaneamente un ordine naturale, armonioso
e giusto che avrà bisogno soltanto della benevola guida dei rivoluzionari illuminati per giun-
gere alla sua intrinseca perfezione. In questa grande visione utopistica, fondata sulla fede in
una palingenesi umana, i populisti si accompagnano a Godwin e Bakunin, a Marx e Lenin. Al
centro della visione sono il peccato, la morte e la resurrezione: c'è una strada che conduce al
paradiso in terra, e gli uomini devono trovarla e seguirla perché solo allora le porte si schiude-
ranno. Questo sogno affonda le sue radici nell'immaginazione religiosa dell'umanità [sic:
«dell'umanità»! più corretto sarebbe dire: «del delirio giudaico»], e perciò non stupisce che la
sua versione secolare abbia forti affinità con la dottrina dei Vecchi Credenti, di quelle sette
dissenzienti per le quali, dopo il grande scisma religioso del Seicento, lo Stato e i suoi capi,
ma soprattutto Pietro il Grande, rappresentavano il regno di Satana sulla terra».
Decisamente più aspro è Safarevic (I): «Nella rovina generale, la morte è soggettivamente
lo scopo ultimo, la forza d'attrazione con cui Bakunin e Necaev seducevano i loro accoliti.
Nessun sentimentio elevato poteva alimentare la loro azione, poiché anch'essi venivano rinne-
gati: "Tutti i sentimenti delicati ed effeminati di parentela, amicizia, amore, riconoscenza, l'o-
nore stesso, [nel rivoluzionario] devono essere sopraffatti da un'unica fredda passione, quella
per la causa rivoluzionaria. Non si è rivoluzionari se si prova pietà per qualcosa in questo
mondo. L'unica scienza conosciuta è quella della distrizione. Il rivoluzionario vive nel mondo
con l'unico scopo di distruggerlo totalmente quanto prima [...] Il nichilismo alla Bakunin e il
marxismo si svilupparono da un'unica fonte. L'unica differenza (che spiega fra l'altro la mino-
re influenza stoica di Bakunin rispetto a Marx ed Engels non sta nel fatto che il marxismo ab-
bia rifiutato certi aspetti delle teorie bakuniniane, ma che anzi ne aggiunse dei nuovi, e fon-
damentali. Il marxismo ha lo stesso fondamento psicologico, un atteggiamento d'intransigente
ostilità, un odio bruciante per la realtà che lascia una sola via d'uscita: la sua distruzione tota-

71
le. Ma esso ha trovato il mezzo per trasportare questo sentimento del tutto soggettivo su un
piano più oggettivo [...] nella concezione ben più oggettiva e quindi più accattivante che fa
dell'uomo il servitore di "leggi immanenti, o della dialettica della produzione"».
A parte il nucleo ebraico, quello più consapevolmente terroristico-rivoluzionario, l'«andata
al popolo» si attua nella «pazza estate» del 1874, quando 2500-3000 giovani russi abbando-
nano le aule universitarie e le dimore dei genitori per «scendere» tra i contadini, operare come
insegnanti di villaggio, infermieri o semplici lavoratori a risarcimento del «debito» che i loro
avi avevano accumulato nei secoli, il tutto per preparare i mugiki all'avvento della rivoluzio-
ne: la maggior parte dei poveri illusi cade vittima di retate, spesso coadiuvate dai sospettosi
«beneficiati» (cinquantasei anni dopo, nel gennaio 1930, partiranno per le campagne, fiducio-
si nell'attuabilità del trapianto del socialismo nei villaggi, e più esattamente nello sradica-
mento della tradizionale civiltà contadina e nell'instaurazione dei colcos, 25.000 quadri bol-
scevichi; fiancheggiatori della crescente repressione della GPU, due anni prima altri 30.000
comunisti e operai si erano riversati dalle città nelle campagne per requisire il grano e, scrive
Lynne Viola, «sovrapporsi ai funzionari locali che, per quell'epoca, se non erano a favore del-
la NEP si erano quantomeno assuefatti»).
«Ricercatori obiettivi» – conferma il politologo israeliano Joseph Nedava – «sono pres-
soché tutti dell'opinione che quantitativamente, in termini di masse, gli ebrei hanno giocato un
ruolo insignificante nei movimenti rivoluzionari russi, con l'unica eccezione, alla fine dell'Ot-
tocento, del Bund, quale pioniere del Partito Socialdemocratico. Gli storici divergono, tuttavi-
a, nella valutazione della partecipazione qualitativa degli ebrei come individui nei vari movi-
menti rivoluzionari. Mentre taluni tendono ad assegnare un ruolo di prima importanza a sin-
goli capi ebrei, altri, come [l'ex militante trotzkista] David Shub, negano anche tale partecipa-
zione qualitativa sia nei movimenti rivoluzionari russi che nel rovesciamento del regime zari-
sta» (nulla di strano, tale «dimenticanza», visto che i massimi storici del bolscevismo sono, al
pari di Shub e diversamente dal quartetto Edward Hallett Carr, William Chamberlin, Robert
Conquest e Robert Service, tutti ebrei: Michail, Agursky, Paul Avrich, Stephen Cohen, Isaac
Deutscher, Orlando Figes, Israel Getzler, Leopold Haimson, Moshe Lewin, Sanford Lieber-
man, Marcel Liebman, Martin Malia, Joseph Nedava, Richard Pipes, Alexander Rabinowitch,
Edvard Radzinsky, Leonard Schapiro, Yuri Slezkine, Adam Bruno Ulam, Bertram Wolfe).
Altrettanto, per il periodo successivo, Albert Lindemann: «Riconoscere che c'erano meno
ebrei tra i bolscevichi che tra i menscevichi, o anche che il bolscevismo non era una tipica i-
deologia ebraica, non vuol dire che la questione del ruolo degli ebrei nel bolscevismo sia
chiusa, perché gli ebrei bolscevichi erano ben numerosi, in particolare tra le massime cariche
[at the very top] del partito. Ed erano ancor più numerosi nella temibile CEKA, o polizia se-
greta, ove il rivoluzionarismo ebraico divenne evidente in una forma spaventosa [in a terri-
fying form] [...] Determinare l'esatto numero degli ebrei presenti nei ruoli direttivi del partito e
della polizia segreta è pressoché impossibile, in larga parte per la difficoltà a stabilire chi fos-
se ebreo. Le nude cifre o le percentuali non rendono il vero quadro e l'importanza qualitativa;
gli ebrei erano indubbiamente molto più numerosi tra gli altissimi capi del partito che tra la
truppa. Perfino nel caso del Comitato Centrale il citare le cifre assolute degli ebrei, o la loro
quota sull'insieme dei rivoluzionari, non permette di apprezzare l'importanza di fattori poco
tangibili: l'autorevolezza e spesso l'abbagliante destrezza verbale degli ebrei bolscevichi, la
loro energia e la loro forza di persuasione». «Per tali aspetti gli ebrei tendono a porsi ben so-
pra la media, e tali aspetti sono stati centrali in tutta la storia per il giudaismo in quanto strate-
gia evolutiva di gruppo», postilla MacDonald (III), sottolineando l'assoluta importanza, per il
successo, della disciplina e della cooperazione intragruppale di contro alle strategie più indivi-

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dualiste e meno coordinate dei gruppi goyish.
Risibile è perciò Antonella Salomoni quando, trattando dell'«opera di proselitismo condot-
ta [dai tedeschi dopo il 22 maggio 1941] per separare i popoli dell'Unione dai loro dirigenti,
abilmente identificati con la nazione giudaica» (ah, la perla di quell'«abilmente»!), critica, nel-
le popolazioni baltiche, bielorussa e ucraina, «la persistenza di un antisemitismo spesso ali-
mentato dalla convinzione che i "giudei" fossero il principale supporto dell'oppressione co-
munista». Indiretto buffetto alla Salamoni dà infatti lo storico israeliano Dan Diner ripetendo,
nelle sole dodici pagine della prefazione a Slezkine, di «partecipazione e collaborazione visto-
samente sovraproporzionale di ebrei o individui di ebraica ascendenza nei più importanti set-
tori dello Stato, della società e della cultura dell'Unione Sovietica [...] Il segreto della presenza
sovraproporzionale di ebrei nei più importanti settori del nuovo regime [...] col richiamo alla
presenza sovraproporzionale di individui di ebraica ascendenza nell'apparato del Partito e del-
lo Stato [...] Il commissario di ascendenza ebraica con giaccone di cuoio e pistola Mauser alla
cintola non è diventato leggenda senza motivo. Come dunque valutare il fatto della presenza
sovraproporzionale di individui di ebraica ascendenza nei quadri di quelle agenzie di regime
brutali e terrorizzanti?» (e di sovraproporzionalità della presenza ebraica anche nei più vari
partiti comunisti parla e riparla lo stesso Slezkine).
Consapevolezza, quella della centralità ebraica in ogni rivoluzionarismo («un russo intel-
ligente è quasi sempre un ebreo o qualcuno con sangue ebraico nelle vene», sogghigna Le-
nin), in ogni caso presente fin dagli anni Venti, come rivela il witz allora circolante tra le mas-
se russe: «All'angolo di una strada un oratore improvvisato, dal tipo marcatamente ebraico,
parla ad un gruppetto di persone. "Compagni – dice – la nostra rivoluzione dilaga rapidamente
in tutto il mondo. La Germania è in rivolta e presto sarà rossa. In Francia vi sono agitazioni e
tornerà la Comune. Anche in Inghilterra gli operai lottano... la rivoluzione trionferà ovun-
que!". "Balle – interrompe uno dei presenti – non ci sono abbastanza ebrei per farla!"».
Se, ovviamente, relativamente pochi sono gli Arruolati coinvolti nel moto decabrista (un
unico caso, e minore: Grigorij Peretz, convertito ortodosso nel 1810 col ricco padre Abraham,
consigliere commerciale dello zar, e nipote di un rabbino galiziano e di un famoso talmudista
«lituano»; la matrice del fallito moto, «prima avvisaglia del confuso periodo di fermenti rivo-
luzionari ormai alle porte» è, nota Francesco Dimitri, la massonica "Lega Rivoluzionaria del
Bene Pubblico") e nei gruppi populisti essenzialmente rurali degli anni Settanta "Terra e Li-
bertà" e "Volontà del Popolo", la partecipazione ebraica s'impenna quando il rivoluzionarismo
si marxistizza nella settaria confraternita, quasi ordine secolare, dell'intelligencija.
«Il gran numero degli ebrei e dei polacchi nelle prigioni russe» – ammette nel 1911 Mau-
rice Fishberg – «è il risultato della loro intensa presenza nel movimento rivoluzionario. Se un
censimento della popolazione carceraria fosse compiuto oggi, si troverebbe un numero ancora
maggiore di ebrei, poiché in questi ultimi anni ci sono stati arresti e condanne sommarie di
criminali politici ebrei in sconvolgente quantità [of Jewish political offenders in appalling
numbers]». Nel 1918 avrebbe poi inneggiato, per il pubblico inglese, A.S. Rappaport in Pio-
neers of the Russian Revolution: «Non vi era una sola organizzazione politica in questo vasto
impero che non fosse influenzata da ebrei o diretta da essi. Il partito socialdemocratico, i par-
titi socialisti-rivoluzionari, il partito socialista polacco avevano tutti degli ebrei fra i loro capi
[...] Ad un più alto grado di qualsiasi altro gruppo etnico, essi sono stati gli artefici della rivo-
luzione del 1917». La rivoluzione russa, dichiareranno «con una qualche esattezza» – così
Donald Rayfield – nei primi anni Venti alcuni russi emigrati, era stata «opera di cervelli ebrei,
baionette lettoni e stupidità russa»... «ma cosa c'è di ebraico in Zinovev, Trockij, Kamenev o
Sverdlov, oltre al sangue?», conclude Rayfield... non sappiamo se serio o sogghignante.

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Quanto ad un altro aspetto della connection rivoluzione-ebraismo, continua Nedava, «dob-
biamo notare che in tutti i movimenti rivoluzionari, anche quando la partecipazione degli e-
brei era comparativamente elevata, il loro contributo all'elaborazione teorica era piuttosto bas-
sa [in realtà, cosa non vera, in particolare per la seconda generazione di «maestri»]. Essi si
distinguevano come attivisti, organizzatori e propagandisti, non come ideologi. I pensatori
originali e gli interpreti della dottrina erano soprattutto grandi-russi: Bakunin, Lavrov [sposato
all'ebrea Rosali Idelson], Plechanov [come detto, sposato all'ebrea Rosalia Markovna Bo-
grad], Lenin [a parte, ovviamente, il Rabbino Trevirense e Trockij con la sua Rivoluzione
Permanente... quanto a Lenin, vedi infra]; gli ebrei erano soprattutto i distributori dell'idea, i
loro più abili espositori e gli strumenti della sua concretizzazione» (tra gli ideologi anarco-
rivoluzionari ebrei, Schwartz-Bostunitsch annovera anche il protorivoluzionario Aleksandr
Ivanovic Herzen, 1812-70, da lui dato per figlio illegittimo di un russo Jakovlev e di una «te-
desca», mentre una variante dà ebreo il padre, certo Silberstein, amante della concubina del
nostro Jakovlev; Cathy Porter scrive che Herzen muore descrivendosi come un «cristiano
scettico»). In ogni caso, aggiunge il sovietologo Leonard Schapiro, docente della London
School of Economics nell'introduzione allo studio di Lionel Kochan, docente di Storia Ebraica
a Warwick, «per l'ebreo socialdemocratico come per l'ebreo membro del Bund, la rivoluzione
socialista non significava tanto una vita migliore per gli ebrei in quanto tali, quanto una vita
migliore per tutti o, in ogni caso, per tutti gli abitanti dell'Impero Russo, un mondo ove non ci
sarebbe più stato "né ebreo né greco" [vedi la lettera paolina Galati, III 28]».
Degli affiliati ebrei ai detti partiti, spesso trasmigranti da uno all'altro a norma dell'atavico
settarismo ebraico e più genericamente gnostico-rivoluzionario (la teoria rivoluzionaria, com-
menta Pellicani, va infatti sottratta agli acidi corrosivi dell'eventuale spirito critico degli adep-
ti, per cui la centralizzazione assoluta e la disciplina militare hanno la funzione non solo di
dare all'azione del partito rivoluzionario il massimo dell'efficacia, ma anche di garantire la pu-
rezza intellettuale/morale del «corpo dei consacrati», ossessione «tipica di tutte le sette mille-
naristiche animate dalla pretesa di essere destinate a liberare l'umanità dal male e dall'errore»;
vedi anche Christophe Bourseiller), citiamo: Zvi Abrahami (nato Grigorij Abramovic, alias
Michael Farbman), Emil A. Abramovic (medico bundista, creatore del 1889 del primo nucleo
socialdemocratico a Kiev dopo essersi fatto assumere come semplice meccanico nelle Offici-
ne Ferroviarie di quell'importante nodo), Rafail Abramovic Abramovic (nato Rein, menscevi-
co e bundista), Edoard Abramowski (il principale e forse unico teorico dell'anarchismo in Po-
lonia, autore nel 1899 de "I problemi del socialismo", uscito a Leopoli con lo pseudonimo di
Z.R. Walcrewski), Aleksandr Akselrod, Pavel Borisovic Akselrod (nato nel 1850 Orthodoks
da un cabarettista «ucraino» nel governatorato di Cernigov, nel 1862 ottiene un posto gratuito
nel ginnasio statale di Mogilev, frequentazioni rivoluzionarie a Berlino, Ginevra, Kiev, Mo-
sca, Pietroburgo ed ancora Ginevra, ove alla fine del 1875 lavora come tipografo e con Ple-
chanov codirige la locale sezione di Ciornij Peredel, organizzatore con Plechanov e Dejc del
Gruppo per l'Emancipazione del Lavoro, poi vegliardo menscevico; definito da Lenin, riporta
l'ex populista-marxista Nikolaj Valentinov, «il malvagio stregone menscevico»),
Aleksandr Vasilevic Amfiteatrov (demogiornalista), Naum Ancelovic (delegato del soviet
di Pietrogrado), David Aptheker (anarconichilista, arrestato a Kiev, fugge in Austria, poi negli
USA dal 1888), Osip Vasilevic Aptekman (1849-1926, narodnik o narodovolets, dapprima di
"Terra e Libertà" e poi di "Volontà del Popolo", poi socialdemocratico, arrestato nel 1880,
esiliato fino al 1886, attivo nel 1905; di lui ci lascia un ritratto il terrorista goy Lev Tichomi-
rov, cui il Nostro è simpatico per le caratteristiche «non ebraiche»: «Era il tipo dell'ebreo buo-
no, un idealista, sentimentale, privo di senso pratico, tutto nervi, sempre eccitabile. Era benvo-

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luto, ma non contribuì molto all'organizzazione, né intellettualmente – essendo un ebreo buo-
no era anche alquanto ottuso – né praticamente»... divenuto «antisemita» dopo i quarant'anni,
Tichomirov, i cui «pregiudizi» critica Ulam I, scrive: «Gli ebrei sono sempre fautori del so-
cialismo, ed è comprensibile, perché se questa dottrina prevale loro domineranno il mondo»),
Grigorij Jakovlevic Aronson (bundista e menscevico di destra, giornalista in Germania, Fran-
cia e USA, fondatore e capo del soviet di Vitebsk), Moisei Gersevic Aronzon (alias Moyshe
Arn, fuggito in Austria e ivi espulso, processato con Gurevic e Aron Liberman a Berlino),
Evno Fiselevic/Filippovic Azev (nasce nel 1869 a Lyskovo/Grodno da un sarto, ci dicono
Richard Rubenstein e Jacques Baynac «di non grande successo» e «molto povero», ginnasio a
Rostov, aspirante giornalista, sospettato di attività sovversive, nel 1892 si porta in Germania,
ove compie studi di Ingegneria a Darmstadt e Karlsruhe, entra in relazione con Chaim Zhi-
tlovsky, fa spola con la Svizzera, ove contribuisce ad unificare le diverse schegge rivoluziona-
rie, rientra in Russia nel 1899, aderisce al PSR, soprannominato «il Grasso» per i suoi quasi-
cento chili per 160 cm di altezza, nomi di combattimento Ivan Nikolaevic e Valentin Kuzmic,
nel 1903 subentra a Gersuny quale capo della BO Boevaja Organizacija "Sezione di Combat-
timento", eletto nel CC, pseudonimi Ivan Nikolaevic e Valentin Kusmic, organizza gli attenta-
ti al ministro dell'Interno Vjaceslav Kostantinovic Pleve e al granduca Alessandro; confidente
ochranico dal 1° giugno 1893 col soprannome di Raskin, sospettato e poi smascherato nel
dicembre 1908, condannato a morte dagli ex compagni, «il Giuda russo» abbandona la moglie
Luba e fugge con l'amante Hedwig «Hedy» Klopfer a Berlino, ove si fa uomo d'affari col no-
me di Alexander Neumayer, viene internato nell'agosto 1914 e rilasciato nell'aprile 1917 dopo
la caduta dello zar, lavora per qualche tempo al ministero degli Esteri, muore di nefrite nell'a-
2
prile 1918, viene sepolto a Wilmersdorf sotto una lapide col solo numero 446),
Aleksej Nikolaevic Bach (1857-1946, figlio di un ingegnere «ucraino», studi di Matemati-
ca e Fisica a Kiev, arrestato nel 1878, nel 1885 migrato in Francia, USA e Svizzera, cofonda-
tore del PSR, del cui Comitato Estero è segretario, presidente della commissione d'inchiesta
su Azev nel 1909, rientra in Russia nel 1917, rompe col Partito e accetta il bolscevismo, do-
cente di Chimica, membro dell'Accademia delle Scienze ed Eroe del Lavoro Socialista), M.
Bachmatiev (ambasciatore kerenskiano a Washington, il 9 luglio 1917 aizzatore dei confratel-
li nel Lower East Side davanti allo Henry Street Settlement: «Vi saluto a nome delle mie so-
relle che sono state torturate in Russia; a nome dei miei fratelli che sono stati torturati in Sibe-
ria; e del mio defunto padre, a cui hanno bruciato gli occhi in un pogrom»), M.S. Balabanov
(uomo politico e storico menscevico), Angelica (Anzelika Isaakovna) Balabanova (1869/
1877-1965, per Alessandro Campi: «aristocratica ucraina covertitasi alla causa del socialismo
internazionale», in realtà figlia di facoltosi proprietari terrieri ebrei – «a particularly rare
group of Jews», scrive Brym – laurea a Bruxelles, socialdemocratica marxista, poi in Svizze-
ra, dal 1897 esponente socialista in Italia quale Balabanoff, nel 1902-04 amante del Mussolini
socialista, segretaria del movimento di Zimmerwald e nel 1919-22 del Komintern di Grigorij
Zinovev, ràbida antifascista, a Vienna, nel 1926-31 direttrice a Parigi dell'Avanti con Filippo
Turati, si porta negli USA, nel 1947 aderisce al socialdemocratico PSLI in Italia; la consorella
Margherita Sarfatti la definisce causticamente: «Piccola e deforme, Angelica Balabanoff era
intelligentissima, una strana intelligenza a baleni, lacune e folgori. Abbracciò Marx e il marxi-
smo come una religione feticista e monomaniaca [...] La voce stridula e fessa, riscaldandosi a
strane intonazioni gutturali, vi raspava in fondo alle viscere, con la forza di suggestione dei
mistici e degli isterici. Quando terminò... si abbatté sulla sedia di schianto, pallidissima, in la-
crime, e intorno alla mensa noi tutti piangevamo, sconvolti, pallidi»),
Stepan Valerianovic Balmashev (terrorista, tra i 183 studenti di Kiev chiamati sotto le armi

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Diciotto ritratti di esponenti ebrei, «fondatori e capi della Giudea Sovietica», eseguiti dal professor Otto von
Kursell, rettore dell'Accademia d'Arte di Berlino (nel 1945 arrestato e internato dai sovietici a Buchenwald).
Fonte: Gregor Schwartz-Bostunitsch, Jüdischer Imperialismus - Dreitausend Jahre Kampf mosaistischer
Kader um Einfluß und Macht [Imperialismo ebraico - Tremila anni di lotta dell'ebraismo per il potere],
Archiv-Edition / Verlag für ganzheitliche Forschung, Viöl, 2001 (ristampa anastatica della terza edizione del
1937), volume sequestrato nel 2002 dalla demopolizia tedesca con l’accusa di «incitare all'odio razziale»,
pp. 403, 407 e 411.
Nel primo gruppo sono raffigurati i politici: il capo-dei-capi demi-juif Vladimir Ilič Uljanov detto Lenin (ebreo
completo a norma halachica, in quanto di madre ebrea), l'ex mežrajoncy massone e poi bolscevico Lejba
Davydovič Bronštejn detto Lev Trockij, il bolscevico Grigorij Evseevič Aleksandr Zinovev nato Gerson/Hirsch
Radomilskij (e non Apfelbaum, come riportato da Schwartz-Bostunitsch), l'ex mežrajoncy e poi bolscevico V.
Volodarskij nato Moisej Markovič Goldštejn (e non Cohen, come riportato da Schwartz-Bostunitsch), il primo
presidente del Tribunale Rivoluzionario della Stampa Schreider, l'anarchico «americano» Alexander Berkman
(attivo in Russia dal 1919 al 1921).
Nel secondo gruppo sono raffigurati gli «ideologi»: il bolscevico Jurij Mikhailovič Steklov nato Jurij O.
Nachamkes, il bolscevico Karl Berngardovič Radek nato Sobelsohn, il menscevico Julij Osipovič Martov
nato Cederbaum/Tsederbaum/Tzederboim, il menscevico Nikolaj Nikolaevič Suchanov nato Gimmer/
Himmer, il social-rivoluzionario di sinistra Boris Davidovič Kamkov nato Kac/Katz, il bolscevico Varlam
A. Avanesov.
Nel terzo gruppo sono raffigurati i boia-aguzzini: Eugen Leviné detto Niessen («russo-tedesco», nel 1919 ca-
po della seconda Repubblica dei Consigli a Monaco di Baviera), Béla Kun nato Aaron/Abel/Benjamin Kohn
(nel 1919 capo della Repubblica dei Consigli in Ungheria, poi kominternista in URSS), Efremov nato
Chaimovič, Mikhail Solomonovič Urickij nato Moïsej Solomonovič Radomfiselsky (e non Radomyslkij, co-
me riportato da Schwartz-Bostunitsch), Jakov Mikhailovič Sverdlov nato Solomon o Auerbach (primo «capo
di Stato» sovietico), Jakov Mikhailovič Jurovskij nato Jankel Movsev (capo del plotone di esecuzione della
famiglia imperiale).
nel 1900, assassino del ministro dell'Interno Dmitrij Sergeevic Sipjagin; scrive Valdo Zilli:
«La mattina del 2/15 aprile 1902 il Balmashev si presentò nell'anticamera della Sala del Co-
mitato dei Ministri a Pietroburgo, vestito di un'elegante uniforme da ufficiale, e chiese di con-
ferire con il ministro degli interni Sipjagin, a cui avrebbe dovuto consegnare un importante
messaggio del granduca Sergej Aleksandrovic, governatore generale di Mosca. Appena intro-
dotto alla presenza del ministro [...] gli porse una busta in cui era racchiusa la condanna a
morte decretata dall'Organizzazione di Combattimento del Partito dei Socialisti-Rivoluziona-
ri, e subito dopo gli sparò a bruciapelo due colpi di pistola. Il ministro morì poche ore dopo,
mentre l'attentatore, che era stato immediatamente arrestato, fu deferito ad un tribunale milita-
re ed impiccato il 3/16 maggio 1902 nella fortezza di Slisselburg»),
Moyshe Baranov (nè Gormidor, socialista, migra in Inghilterra), Aaron Baron (anarchico
kropotkiniano e machnovista, arrestato dai bolscevichi nel 1921 e morto in prigione), Boris
Salomonovic Batursky (nato Zeitlin nel 1879, bundista a Vitebsk e Kremenciug, ove dirige il
giornale illegale dei socialdemocratici, condannato ed inviato in Siberia, menscevico nel
1905, laureato in Legge nel 1911, nel 1917 membro direttivo del soviet di Pietrogrado), Yit-
shak Ben-Zvi (nato Simselevic, Poale Zion, poi secondo presidente di Israele), Alexander
Berkman (nato nel 1870, diciottenne negli USA, ove diviene il Gran Padre dell'anarchismo
americano, in Russia nel 1919, antibolscevico dopo Kronstadt, nel 1922 in Germania, poi in
Francia, suicida nel 1936), Anatolij «Kirill» Berezovskij (menscevico, studente universitario
figlio di facoltoso commerciante, nel giugno 1905 aizzatore di disordini «rivoluzionari» sia ad
Odessa che sulla Potëmkin), Shlioma-Leib (Lev Efimovic) Berkovic (nato a Minsk nel 1863,
studi rabbinici, poi sociologici a Parigi, amico del populista Lavrov, organizzatore a Kiev del
primo gruppo socialdemocratico col confratello Emil Abramovic, nel 1890 condannato al car-
cere per un anno e poi inviato in Siberia, donde rientra quale insegnante e dentista), Fanny
Berlin (nata Berlinerblau, protorivoluzionaria, negli USA dal 1870), Iosif Menassevic Biker-
man (esponente giovanile narodovolets, poi conservatore), B.G. Bilit (nato nel 1864 da un
ricco mercante di granaglie di Odessa, narodovolets arrestato nel 1884, posto in libertà prov-
visoria, nel 1889 migra a Parigi a Ginevra, docente ginnasiale di Chimica, responsabile della
preparazione tecnica degli attentati, dopo il 1905 critico del terrorismo SR, dal 1911 SR di
destra, nel 1932 torna in URSS), I.S. Blejhman/Bleichman (anarchico), David Bloch (espo-
nente sionista-socialista operante in Polonia), Mark Andrejevic Bobrov (vedi Natanson),
Boris Osipovic Bogdanov (nato Silberstein nel 1884 da commercianti di legnami, diplo-
mato alla migliore scuola commerciale di Odessa, attivo nei moti del 1905, menscevico, ban-
dito in Siberia due volte, nel febbraio 1917 membro del Comitato Esecutivo del soviet di Pie-
trogrado, sindacalista antibolscevico, nel 1922 internato alle Solovki dopo avere tentato di «e-
spatriare», plurimi carceri e gulag fino al 1944, bandito a Syktyvkar e nel Kazakistan, riabili-
tato nel 1956, muore nel 1960), Boris Bogen (nato a Mosca e ivi laureato, terrorista, emigrato
in America, segretario del B'nai B'rith USA nel primo anteguerra, nei primi anni Venti agente
del Joint Distribution Committee col superamericano Henry Morgenthau sr), Natan Men-
delevic Bogoraz (1865-1936, rivoluzionario fin dai diciassette anni, quando viene espulso
dall'Università di San Pietroburgo, nel 1885 fattosi cristiano ortodosso col nome di Vladimir
Germanovic, autore e diffusore di stampa illegale nel sud della Russia, redattore dell'ultimo
numero del giornale Narodnaja Volja, arrestato a Mosca nel 1886, incarcerato per due anni e
inviato in Siberia, ove compie studi di etnologia, rientrato a San Pietroburgo nel 1899, ove
presenta i risultati ottenuti all'Accademia delle Scienze, vari viaggi negli USA, rientrato in
Russia nel 1905, fondatore dell'Unione Contadina e del Gruppo Laburista alla Duma, breve

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arresto, dopo il 1917 curatore del Museo di Antropologia ed Etnografia e fondatore/direttore
dell'Istituto Leningradese di Studio delle Nazionalità Minori del Nord e del Museo di Storia
della Religione e dell'Ateismo), Rosalia Markovna Bograd (rivoluzionaria di facoltosa fami-
glia di commercianti, moglie del goy Plechanov; il matrimonio, rifiutato dai suoi genitori
strettamente osservanti della Legge, viene legalizzato in Svizzera solo nel 1909),
Dmitrij Grigorevic (Mordko Gersovic) Bogrov (avvocato e figlio ventiquattrenne di ricco
avvocato di Kiev in stretti rapporti con la locale aristocrazia; nepote del romanziere di fami-
glia rabbinica Grigorij Isaakovic Bogrov; ex agente «doppio», il 1° settembre 1911 spara, tra-
vestito da poliziotto e alla presenza di Nicola II, contro il primo ministro Stolypin, che morrà
la notte del 5, sempre vecchio calendario; informato della condanna a morte, l'assassino di-
chiara spavaldo: «Mangiare nella mia vita duemila bistecche in più o in meno mi è del tutto
indifferente»; «Difficile a credere, ma la comunità ebraica di Kiev non espresse mai pubblica-
mente una condanna né manifestò rimorso per l'assassinio. Al contrario. Dopo l'esecuzione di
Bogrov [il 12 settembre], numerosi studenti ebrei portarono ostentatamente il lutto», scrive
Solzenicyn V), i fratelli Avram e Jacob Borishanskij (terroristi della BO), Ber Borochov (nato
nel 1881 nel villaggio ucraino di Zolotonosha, massimo teorico del sionismo marxista, arre-
stato nel 1906 e fuggito in Olanda, l'anno seguente cofondatore e primo segretario della «U-
nione Mondiale dei Poale Zion», movimento di giovani socialisti, poi in Italia e negli USA,
rientra in «patria» dopo la rivoluzione di Kerenskij, muore a Kiev alla fine del 1917), Mani
Leib Brahinski (negli USA dal 1905), Leontij Moiseevic Bramson (populista, avvocato, capo
in Russia della Jewish Colonization Association, rivoluzionario nel 1905, eletto nel 1906 alla
Prima Duma, nel 1917 attivo membro di soviet), Moisei Vulfovic Bramson (nato a Kovno nel
1862, capo radicale studentesco, arrestato due volte, inviato nel 1888 in Siberia, ove sobilla un
ammutinamento, rientra a Vilna nel 1895, si fa SR, dopo il 1917 dirigente al commissariato
dell'Alimentazione in varie province, a Mosca nel 1922),
M. Braunstein (menscevico, dopo la vittoria bolscevica si porta a Parigi; rientrato illegal-
mente in URSS nel 1931, viene arrestato e nucasparato), Dora V. Brilljant (terrorista SR, par-
tecipa agli attentati a Pleve e al granduca Sergej), Eva Brojdo (attivista socialista antizarista,
bandita in Siberia, antileninista, nel 1918 emigra a Berlino, arrestata durante un viaggio in
URSS compiuto con falsi documenti, deportata in Turkestan, sparata nel settembre 1941; ma-
dre della «musa dei dadaisti» Vera Broido), Mark Brojdo (boss menscevico, nel marzo 1917
inviato a Kronstadt col confratello Isaj Judin per contrastare la propaganda bolscevica), Ilja I.
Bunakov (nato Fundaminskij nel 1880/1881 da un commerciante moscovita milionario, studi
ad Halle e Heidelberg, teorico e oratore SR, marito della SR figlia di milionari A. O. Gavron-
skaja, agitatore di primo piano nel 1905, «difensore della patria» nel 1914, rientrato a Pietro-
grado nell'aprile 1917, nell'estate commissario della flotta del Mar Nero, deputato destrista
all'Assemblea Costituente, «esule» in Francia dal 1919, arrestato dai tedeschi nel 1941, inter-
nato a Compiègne, cattolicizzato, l'anno seguente deportato ad Auschwitz ed ivi morto), Ba-
ruch Charney (SR, partecipa ai moti del 1905 quale «Vladeck», negli USA dal 1908), Abram
Coralnik (negli USA nel 1915, poi nel governo Kerenskij, tornato negli USA nel 1920), Da-
vid Julievic Dallin (giornalista, membro del CC menscevico, migrato negli USA dal 1940),
Fëdor Ilic Dan (nato Gurvic nel 1871, medico e menscevico, fondatore nel 1895 con Mar-
tov e Lenin della Lega di lotta per la liberazione della classe operaia, sposa Lidia sorella di
Martov, nel marzo 1917 torna a Pietrogrado dall'«esilio» di Irkutsk, vicepresidente del VCIK
"Comitato Esecutivo Centrale Panrusso" dei Soviet – cinque ebrei su nove: il menscevico
Dan, il bundista M. Liber, i socialrivoluzionari M. Gendelman e A. Gots, il bolscevico Kame-
nev, gli altri quattro essendo il georgiano N.S. Cheidze, l'armeno Saakjan, il forse polacco

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Krusinskij e il russo A.V. Nikolskij – caporedattore delle Izvestija, guida il commissariato alla
Sanità, nel 1922 espulso dall'URSS, muore nel 1947; con riferimento al CCEPS, ricordiamo
che oltre a questo opera da maggio 1917 per l'intero territorio russo un Comitato Esecutivo
dei Deputati dei Contadini, dei cui 30 membri solo 3 sono contadini e 7 sono ebrei), un certo
Danieli (nato Yoysef Cherikov), Nikolaj Francevic Danielson (narodnik, il principale corri-
spondente di Marx in Russia, traduttore, per l'editore confratello Poljakov, del primo libro di
Das Kapital nel 1872, quindici anni prima della traduzione inglese, con lo pseudonimo Nico-
las On), Pinchas Dasevskij (studente, il 4 giugno 1903 pugnala al collo il grande giornalista
«antisemita» Pavolakij Aleksandrovic Krushevan 1860-1909, detto da Buonanno «ceffo non
troppo raccomandabile [...] istigatore del pogrom di Kishinev nel 1903 [...] feroce antisemi-
ta»; condannato a cinque anni di lavori forzati, viene rilasciato nel 1906, acclamato come eroe
nel 1910 durante un viaggio in Palestina, rientrato in Russia indi, simpatico destino, arrestato
dai sovietici per sionismo e morto in un carcere siberiano nel 1934),
Lev Grigorevic Dejc (nato nel 1855 Leo Deutsch, figlio di ricco appaltatore e commer-
ciante del governatorato di Podolsk; cofondatore di Liberazione del Lavoro, il primo gruppo
marxista in Russia, con Pavel Akselrod, la Zasulic, che sarà sua compagna di vita, e Plecha-
nov; populista e marxista delle origini, è tra i primi a restare sconcertato quando, adottato il
modo di vestire e di parlare del mugiki per «andare nel popolo» (v naròd), si sente chiedere di
punto in bianco da un contadino: «Ma tu non sei uno zid? [«giudeo», termine spregiativo, nei
documenti ufficiali rimpiazzato da yevrei, «ebreo», a partire dagli ultimi anni di Caterina la
Grande]»; rifugiato a Berlino per avere partecipato ad Odessa nel 1876 al tentato omicidio di
un «traditore» della Zemlja i Volja, viene considerato dal governo tedesco delinquente comu-
ne ed estradato, condannato ad Odessa a tredici anni di lavori forzati in Siberia, fugge nel
1901, dopo il giro del mondo si stabilisce a Monaco di Baviera e collabora alla diffusione dei
socialdemocratici Iskra "Scintilla" – giornale che deve il nome, attraverso l'intermediazione
decabrista, all'importante simbolo massonico del fuoco – e Zarja "Alba" dopo la «separazio-
ne» si schiera coi menscevichi, rientra in Russia nell'ottobre 1905, arrestato nel gennaio 1906,
ri-fuggito all'estero nel settembre, si stabilisce dapprima in Germania e dal 1911 negli USA,
ove continua l'attività di pubblicista, rientra in Russia dopo il febbraio 1917, mantiene atteg-
giamento negativo nei confronti del golpe bolscevico, si trae in disparte, limitandosi a pubbli-
care articoli e saggi sulla storia del movimento socialdemocratico, muore nel 1941),
Paul Dembitzer (nato Pavel Pesach, cofondatore del ESDRP-PZ in Galizia), Davye De
Waltoff («esiliato» in Siberia, nel 1890 fugge negli USA, ove entra nel controspionaggio),
Shimen Dikstein (ideologo sovversivo), Meir Dizengof (narodnik e rivoluzionario, poi sinda-
co in Palestina e di Tel Aviv), Henriette Dobruskina (rivoluzionaria, condannata nel processo
Lopatin, nel 1887, al bando a Kara/Siberia), Aleksandr Dukhovic (narodnik a Vitebsk), Mo-
yshe Chaim Dushkan (boss socialdemocratico), Vsevolod/Boris Mikhailovic Eichenbaum (a-
narco-sindacalista nato nel 1882 da famiglia agiata, attivo nei moti del 1905, deportato in Si-
beria, nel 1907 fugge in Francia, assume lo pseudonimo Volin e si fa anarcopacifista, arrestato
nel 1915, fugge negli USA ove si dedica al giornale Golos Truda "La voce del lavoro", orga-
no dei sindacati degli operai «russi» di USA e Canada, con l'intera redazione rientra nella
primavera 1917 a Pietrogrado, ove anima il movimento anarchico e riprende Golos Truda a
continuazione dell'edizione americana, redattore del giornale anarchico di Bobrov Nabat,
"Campane a martello", attivo machnovista in Ucraina quale ideologo e presidente del Consi-
glio Militare Rivoluzionario, nel 1919 arrestato dai bolscevichi e trasferito a Mosca, liberato
nell'ottobre 1920, riarrestato a Charkov nel dicembre e ritrasferito alla Butyrka e a Lefortovo,
all'inizio del 1921 «esulizzato» a Berlino, poi a Parigi, ove fonda il settimanale L'ouvrier a-

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narchiste, massone delle logge parigina Clarté e marsigliese La Parfaite Union, fiancheggia-
tore dei rojos durante la Guerra Civile Spagnola, i curatori dell'edizione italiana di La révolu-
tion inconnue scrivono che in seguito «fu un vero miracolo che egli nella Francia invasa dai
tedeschi sfuggisse ai pericoli che per tante ragioni lo minacciavano: anarchico, russo, ebreo,
egli era l'antinazista integrale», malato di tubercolosi, muore a Parigi il 18 settembre 1945;
con riferimento all'estate 1917, scrive Furio Biagini: «In Ucraina nasceva la Confedera-
zione delle organizzazioni anarchiche Nabat, guidata dal leggendario Nestor Machno, che or-
ganizzò il suo distretto secondo i princìpi del comunismo libertario. Il movimento Nabat at-
trasse nelle sue file i più energici tra gli anarchici ebrei russi nel periodo della rivoluzione e
della guerra civile: Volin, Senja Fleshin, Aaron e Fanja Baron [Fanja sarà poi «fucilata», o più
esattamente: «pistolettata alla nuca», nelle segrete della CEKA ad Odessa, nel settembre
1921, insieme al confratello Lev Cërnij, poeta e ideologo dell'anarchismo russo, e ad altri otto
compagni], che tentarono di fondere le varie correnti kropotkiniana, individualista e sindacali-
sta in un unico e vigoroso movimento. Nell'esercito insurrezionale i posti di responsabilità
tanto nel settore civile che in quello militare erano affidati a rivoluzionari ebrei: Kogan fu pre-
sidente del soviet di Gulai-Pole, [V.] Taranovsky capo dello Stato Maggiore, Zinkovsky [o
Lev Sadov-Sinkovskij, poi cekista bolscevico] addetto al controspionaggio, Volin e Baron
responsabili del servizio culturale ed educativo del consiglio militare rivoluzionario, che era il
dipartimento politico dell'esercito. Inoltre massiccia fu la partecipazione della popolazione
ebraica della regione insorta alla edificazione di una nuova vita e alla lotta contro un ritorno
del vecchio regime. Delusi dalla rivoluzione democratica di febbraio che dopo aver abbattuto
la monarchia non aveva eliminato la proprietà privata e lo Stato, principali obiettivi della rivo-
luzione sociale, gli anarchici si trovarono a fare causa comune con i loro avversari ideologici:
i bolscevichi, il solo gruppo radicale che in Russia premesse per la distruzione immediata del-
lo Stato borghese. Negli otto mesi che separarono le due rivoluzioni del 1917, anarchici e co-
munisti lavorarono di concerto per spostare la locomotiva della storia su un nuovo binario.
Ma con la presa del potere da parte del partiti bolscevico iniziava la parabola discendente del
movimento anarchico [...] Alla fine del 1922 il movimento anarchico russo era ridotto al si-
lenzio. Coloro che sfuggirono alla fucilazione o all'arresto rifugiandosi all'estero si impegna-
rono con tutte le loro energie a denunciare la politica bolscevica e a organizzare comitati di
soccorso» in favore degli ingenui, benintenzionati e criminali battistrada anarchici;
a confermarci come anche il movimento machnovista, spesso accusato di avere scatenato
pogrom, fosse intriso di ebrei è lo stesso Volin (numerazione nostra): «Notiamo sommaria-
mente alcune verità essenziali: 1. Una parte importante fu sostenuta nell'esercito machnovista
da rivoluzionari di origine ebraica. 2. Alcuni membri della Commissione educazione e di pro-
paganda furono ebrei. 3. A parte numerosi combattenti ebrei nelle diverse unità dell'esercito,
vi era una batteria servita unicamente da artiglieri ebrei e da un distaccamento di fanteria e-
braico. 4. Le colonie ebraiche di Ucraina fornirono all'esercito machnovista numerosi volonta-
ri. 5. La popolazione ebraica, assai numerosa in Ucraina, prendeva una parte attiva e fraterna a
tutta l'attività del movimento. Le colonie agricole ebraiche, disseminate nei distretti di Mariu-
pol, di Berdjansk, di Alexandrovsk, etc., partecipavano alle assemblee regionali dei contadini,
degli operai e dei partigiani; inviavano i loro delegati al Consiglio Rivoluzionario Militare re-
gionale. 6. Gli ebrei ricchi e reazionari furono, certo, perseguitati dall'esercito machnovista;
non in quanto ebrei, ma unicamente in quanto controrivoluzionari al pari di tutti i reazionari»),
Anna Epstejn (tra i primi terroristi, nota come «capo contrabbandiere e infermiera della
Rivoluzione»), Raissa Epstein (rivoluzionaria, poi moglie dello psicoanalista «austriaco» Al-
fred Adler), Rina Epstejn (compagna della shiksa Perovskaja dai tempi di ZV, non accetta la

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linea terroristica di NV e tuttavia sostiene i vecchi compagni, aiutandoli a fuggire all'estero e
fornendo loro come rifugio la propria abitazione a Pietroburgo), Sergej Ezov (esponente so-
cialdemocratico, nipote dell'illustre maskil, "ebreo illuminista", e Palestinets Aleksandr Tse-
derbaum), Vladimir Fabrikant (socialista, poi SR), Nissel Farber (anarchico bombarolo nel
1905-06), David Farbstein (nato a Varsavia, socialista sionista, riparato a Zurigo, poi dirigente
della socialdemocrazia svizzera), Benjamin Feigenbaum (socialista, ripara in Inghilterra),
A.Ju. Fejt (boss del primo populismo), Konstantin I. Feldmann (studente rivoluzionario ad
Odessa, nel giugno 1905 il principale caporione «ideologico».operativo, con Anatolij Berezo-
vskij l'«anima nera» degli ammutinati della Potëmkin), Yankev Aba «Arkadij» Finkelstein
(alias Apolon Valentin Litvinov, fonda nel 1872 il gruppo intellettuale-operaio clandestino di
Vilna, composto in gran parte da studenti rabbinici, poi espulso dal gruppo e migrato a Lon-
dra), Mikl Frankfurt (socialdemocratico), L.V. Frejfeld (boss del primo populismo),
Efim Galperin (narodnik dagli anni Settanta, nel 1895 fondatore a Minsk di gruppi-vivaio
per i futuri capi SR), L.E. Galperin (è uno dei tre membri del CC – gli altri sono Lev Boriso-
vic Krasin/Krassin né Goldgelb, poi ridivenuto fedele di Lenin, e il goy V.A. Noskov alias
Glebov – che dal febbraio 1904 si erano opposti alla rottura coi menscevichi: nel CC del Se-
condo Congresso di Bruxelles/Londra del luglio-agosto 1903, nel luglio 1904 fa approvare
all'unanimità da un Comitato Centrale convocato in maniera invero un po' irregolare, una di-
chiarazione contro il settarismo leniniano: «Il colpo fu molto grave per Lenin, assai più grave
di tutte le accuse che gli avversari gli avevano rivolte, perché il voltafaccia del comitato cen-
trale precludeva ogni possibilità di conquista legale dell'organizzazione del partito», scrive
Zilli; arrestato nel febbraio 1905 a Mosca, lascia il Partito nel 1906 e scompare nell'anoni-
mato), A. Galpern (dal luglio 1917 capo amministrativo del Governo Provvisorio),
il pope Georgij/Gregor Apollonovic Gapon (Sigilla Veri lo dice nato nel 1865 in un vil-
laggio ebraico del governatorato di Poltava, battezzato cristiano dal pope di un villaggio vici-
no, entra in seminario, dal quale viene espulso per frequentazione di prostitute, impiegato
nell'Ufficio Statistico di Poltava, condotto a cospirare da una nichilista ebrea con cui convive,
istigatore all'assassinio del granduca Sergio, ripara in Svizzera, poi intrattiene ambigui rappor-
ti con l'Ochrana ["Protezione", "Difesa"; forma divulgata per Ochrana otdelenie o Ochrannye
otdelenija, "Sezione di sicurezza", o Ochranka, la divisione antiterrorismo creata in seno alla
polizia di Pietroburgo dopo l'attentato ad Alessandro II nel 1866 e potenziata nel 1880 dopo la
ripresa degli attentati]; figura carismatica, diviene il dirigente sindacale più importante della
Russia che, scrive Pipes, «metteva in ombra l'organizzazione socialdemocratica di Pietrobur-
go, insignificante sul piano numerico e composta quasi esclusivamente di studenti» – i 20.000
operai da lui organizzati in sindacato superano di gran lunga gli aderenti a tutte le organizza-
zioni socialdemocratiche – è l'animatore e il protagonista del corteo di protesta del 9 gennaio
1905, sanguinosamente fermato nella neve; considerato un traditore, il 28 marzo / 10 aprile
1906 viene attirato in una villa di Ozerki, sobborgo di San Pietroburgo, da Pinchas Rutenberg,
che lo impicca per strangolamento e morte lenta, il cadavere venendo scoperto quindici giorni
dopo dall'Ochrana dopo una «soffiata» di Azev), Peter Garvy (sindacalista, antibolscevico),
Mikhail Gendelman (avvocato, membro del Comitato Centrale socialrivoluzionario),
Grigorij Andreevic Gershuny (figlio di contadini «lituani», studi in farmacia alla Universi-
tà di Kiev, cofonda il PSR nell'inverno 1901-02, definito da Zubatov «un artista del terrore»,
partecipa all'assassinio del ministro dell'Istruzione Nikolaj Pavlovic Bogoljepov il 14 febbraio
1901, nell'aprile 1902 spiritus agens e capo della BO, organizza l'assassinio del governatore
di Ufà N.M. Bogdanovic, sparato il 6/19 maggio 1903 mentre passeggia in un angolo solitario
del cimitero adiacente alla cattedrale, arrestato il 13/26 maggio, condannato a morte nel feb-

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braio 1904 ma, nota Zilli «secondo una prassi consueta ottenne la commutazione nell'erga-
stolo a vita alla vigilia dell'esecuzione», dopo due anni a Slisselburg/Schlusselburg, all'inizio
del 1906 deportato ad Akata in Siberia, nell'ottobre fugge in Cina e negli USA, ov'è accolto
trionfalmente, partecipa al secondo congresso straordinario del Partito nel febbraio 1907,
muore di TBC o di sarcoma polmonare a Zurigo il 16 marzo 1908; il generale Spiridovic, ca-
po dell'Ochrana di Kiev, scriverà, nella Histoire du terrorisme russe edito da Payot nel 1930:
«Terrorista convinto, intelligente, scaltro, dotato di una volontà di ferro, Gershuny possedeva
sorprendenti capacità di dominare i giovani inesperti, facile ad essere suggestionati, che in-
contrava negli ambienti rivoluzionari. Il suo sguardo ipnotizzatore e il suo eloquio ardente
impressionavano vivamente i suoi interlocutori, che si convertivano in fervidi adepti»),
Lev Ginsburg (tra i primi narodovolets), Sofija Ginsburg (femminista, terrorista rivoluzio-
naria nel 1890), A.M. Ginzburg (esponente socialdemocratico), Naum Glasberg (commissario
del Governo Provvisorio per l'amministrazione dei reparti del Genio), Aaron Gobet (nativo di
Vilna, compagno di Plechanov, Louis Greenberg lo dice il primo terrorista ebraico ad essere
giustiziato, nel 1879, per avere tentato di assassinare Alessandro II), Grigorij Goldenberg
(1855-1880, tra i primi rivoluzionari, nel Comitato Esecutivo di Narodnaja Volja, il 9 febbra-
io 1879 assassino del governatore di Charkov principe Dmitrij Kropotkin – primo cugino del
pù noto principe Pëtr Kropotkin, il guru anarchico passato alla storia come pacifico contesta-
tore antizarista ma dopo il 1870 violento propugnatore di guerra civile e che, per quanto Dmi-
trij gli abbia salvato dal carcere il fratello Aleksandr, leva grida di giubilo alla sua uccisione –
tradisce i compagni dopo cinque mesi di carcere nella fortezza di Petropavlovsk), Iosif P.
Goldenberg (dapprima bolscevico, poi menscevico deciso critico, riporta Robert Service I, del
«bakuninismo» leninista nell'aprile 1917: «Il trono rimasto vuoto per trent'anni, dalla morte di
Bakunin, oggi è di nuovo occupato. Da questo seggio, nel pieno della democrazia rivoluziona-
ria, è stato spiegato lo stendardo della guerra civile. Il programma di Lenin è insurrezionismo
puro, che ci farebbe precipitare nell'abisso dell'anarchia. Questa è la tattica dell'apostolo uni-
versale della distruzione», nell'estate 1917 nel Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado),
Lazar Goldenberg (proto-SR, negli USA dagli anni Ottanta), Emma Goldman (nata a Ko-
vno nel 1869, studi a Königsberg e San Pietroburgo, negli USA dal 1885, ove diviene la Gran
Madre dell'anarchismo americano, deportata con Berkman in URSS nel 1919, nemica del bol-
scevismo dopo Kronstadt, a Stoccolma nel 1921, attiva nel sostenere gli anarchici di Catalo-
gna nella Guerra Civile spagnola, muore nel 1940), Leon Goldman (responsabile della tipo-
grafia clandestina del socialdemocratico Iskra, il cui primo numero viene edito a Lipsia negli
ultimi giorni del dicembre 1900, del quale sono direttori responsabili l'ebreo Lenin, l'ebrea
Zasulic e il goy ebraico-sposato Plechanov), Mikhail Isaakovic Goldman (esponente mensce-
vico, arrestato nell'agosto 1918 coi confratelli Dan e Martov e col goy Aleksandr Nikolaevic
Potresov), Anatolij Gorelik (capo anarco-sindacalista, negli anni Venti attivo a Berlino),
Avram e Mikhail Rafalovic Gots/Goc (fratelli SR, figli di un milionario mercante mosco-
vita; studi ad Halle e Heidelberg; organizzatori della «sezione assassini» del Partito; nel 1906,
Avram, nato nel 1882, organizza l'attentato al ministro dell'Interno P.N. Durnovo; arrestato,
viene condannato a sette anni di lavori forzati; capo SR nel soviet di Pietrogrado nel 1917,
esponente kerenskiano; resistenza antibolscevica quale capo del Comitato Centrale del Partito,
processato dal 6 giugno 1922, condannato nell'agosto alla pena capitale, poi sospesa di fronte
alle proteste internazionali e alla minaccia di insurrezioni contadine e commutata nel gennaio
1924 a cinque anni di gulag; secondo dati sovietici si trova libero a Simbirsk nel 1927-40, se-
condo il SR Vladimir Mikhailovic Zenzinov viene sparato nel 1937 ad Alma Ata; quanto a
Mikhail, la «coscienza del Partito» nato nel 1866, studi di Medicina e Diritto a Mosca, boss di

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Narodnaja Volja, promotore del "Messaggero della Rivoluzione Russa", arrestato nel 1886,
deportato in Siberia nel 1888, ferito a Jakutsk il 22 marzo 1889 durante una rivolta, condanna-
to ai lavori forzati a vita, amnistiato nel 1895 dopo un'accesa campagna di stampa inglese, la-
scia la Russia nel 1901, attivo cospiratore a Parigi e Ginevra con Viktor Cernov, col quale è il
più importante boss e faro intellettuale SR, finanziatore e direttore dei principali giornali del
Partito: «La collaborazione del Goc fu molto importante dal punto di vista finanziario, perché
egli mise a disposizione del partito tutto il denaro che riceveva dalla sua ricca famiglia. Non
aveva particolari capacità letterarie, ma sapeva esporre le sue idee con chiarezza e semplicità,
il che fu molto utile nel guidare l'attività organizzativa del partito nei suoi primi e più difficili
passi. Ed infatti il suo parere venne sempre richiesto ed ascoltato attentamente ogni qualvolta
si presentasse qualche difficoltà», scrive Zilli; arrestato nel 1903 in Italia su richiesta del go-
verno russo ma liberato dopo una violenta campagna di stampa internazionale, nel 1904 viene
costretto a ridurre le attività in conseguenza di una paralisi agli arti inferiori dovuta ad un tu-
more, muore quarantenne in una clinica di Berlino nel 1906 e viene tumulato a Ginevra),
Samojil Gozanskij (socialista e sindacalista), K.S. Grinevic (nato Sekhter, menscevico in-
ternazionalista, nel primo Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado), Judas Grossman-
Rochtchin (capo anarchico a Bialystok), S. Grumbach (boss menscevico), Oskar Israel (o an-
che O.O.) Grusenberg/Gruzenberg (famoso avvocato progressista, coprotagonista del proces-
so Beilis, nel marzo 1917 fatto senatore, emigrato dopo la Gloriosa d'Ottobre), Grigorij Gure-
vic (rivoluzionario, sfuggito alla cattura, migra a Zurigo, processato in Germania con Aron
Liberman e Aronzon), A. Jakovlevic Halpern (giurista), Lev Hartman (coautore, con Grigorij
Goldenberg, del terzo attentato ad Alessandro II, il 19 novembre 1879; fuggito in Francia, ar-
restato nel 1880, liberato dopo una campagna dei liberali capeggiata da Victor Hugo; si reca
in America), Vladimir Hartenstejn (alias Aleksandr Sokolov, anarcoterrorista, poi a Parigi
all'inizio del Novecento), Avram Hekelman (terrorista, a Parigi nel 1884, «agente doppio»,
cioè non solo rivoluzionario, ma anche informatore e spia per conto della polizia zarista),
Gesja/Hessie Mayerovna/Mirochovna Helfman/Gelfman (nata nel 1852 o nel 1855 da fa-
coltosa famiglia di commercianti a Minsk, che abbandona a sedici anni per aggregarsi ai rivo-
luzionari ucraini, arrestata e bandita in Siberia, riesce a fuggire, opera a San Pietroburgo quale
narodnik, partecipa all'attentato mortale allo zar sabato 1° marzo 1881, 13 marzo del calenda-
rio occidentale, autore il polacco Ignatj Hryniewiecki o Grinevic alias Kotik – dato per ebreo
da Rothkranz V – il lanciatore, dopo il russo Nikolaj Rysakov, della seconda granata diretta
contro lo zar, che perde la gamba destra, la sinistra plurifratturata, un foro nello stomaco, il
volto sfregiato da schegge di vetro, metallo e legno, un occhio chiuso e l'altro perso nel vuoto;
durante l'arresto, la sera del 2 marzo, il suo amante, l'ebreo Nikolai Sabin/Sablin, si suicida
sparandosi alla testa; la ventisettenne scampa alla forca, graziata all'ergastolo in quanto incinta
di quattro mesi, ma muore nell'agosto, cinque giorni dopo aver partorito nell'ospedale del car-
cere una bambina che, poi ricoverata in orfanotrofio, sarebbe anch'ella morta dopo qualche
settimana; Anne Kling la dà invece morta il 12 ottobre 1882; nota Hans Rogger: «Ci sono
buone ragioni per pensare che scegliendo come loro vittima lo zar liberatore proprio nel mo-
mento in cui stava per promulgare la "Costituzione" d[el liberaleggiante conte Mikhail] Loris-
Melikov [approvata il 17 febbraio; il giorno della morte, Alessandro II si era accordato per
discuterne coi ministri il 4 marzo l'attuazione e l'annuncio], i terroristi avessero definitivamen-
te esasperato la tolleranza e la compiacenza della società aperta alle riforme, ma rispettabile»),
Izrail Lazarevic Helphand (più noto come Alexander Gelfand e «Parvus», personaggio
centrale nella preistoria del golpe bolscevico, socialdemocratico massone nato nel 1867 a Be-
resina presso Minsk da un fabbro e morto a Berlino per ictus cerebri il 12 dicembre 1924,

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quattro matrimoni, dei quali il primo e l'ultimo legalizzati; in Svizzera nel 1885, ove studia a
Zurigo, Basilea e Berna laureandosi in Economia, partecipando alle attività del circolo di Ple-
chanov e mutando il nome in Alexander; nel 1891 a Stoccarda, città nota come la «Mecca del-
la socialdemocrazia», giornalista al kautskyano Neue Zeit, poi a Berlino, a Lipsia ove capore-
dige la Leipziger Volkszeitung e a Dresda ove controlla la Sächsiche Arbeiterzeitung, a Vien-
na ove collabora all'adleriana Wiener Arbeiterzeitung e a Monaco ove nel 1900-1901 edita il
mensile poi quindicinale pro-bolscevico Iskra, come detto: stampato a Lipsia, e il suo fratello
Natschalo "Inizio"; tornato in Russia nel 1905, partecipa ai moti rivoluzionari, nel luglio 1906
viene bandito per tre anni in Siberia, fugge dal confino e nel dicembre è nuovamente in Ger-
mania; portatosi a Costantinopoli dopo la rivoluzione dei Giovani Turchi, per i quali collabora
al giornale Turk Yurdu "Giovane Turchia", diviene milionario capo di un impero commercia-
le, in primo luogo quale rappresentante del supermercante d'armi Basil Zaharoff, in secondo
quale importatore dalla Russia di granaglie e armamenti non solo per la Turchia ma anche per
gli Stati balcanici suoi nemici, dalla Germania di macchinari ferroviari e dall'Austria e da altri
paesi di legname e ferro; dal dicembre 1914 instancabile promotore presso il governo tedesco
di un piano per scatenare la rivoluzione in Russia; nel 1915 fonda a tale scopo anche il marxi-
sta Die Glocke, caporedatto dal Konrad Hänisch e la cui casa editrice è diretta da Louis Cohn,
venendo definito da Lenin «cloaca dello sciovinismo tedesco»; nel gennaio 1916 ottiene la
cittadinanza tedesca; tra i principali istigatori degli scioperi russi del febbraio 1917 promossi
dai mezrajoncy; quanto ai bolscevichi, è il tramite decisivo non solo per il trasferimento di
Lenin da Zurigo a Pietrogrado col «vagone piombato», ma è attraverso lui che i milioni di
marchi-oro e rubli pervenutigli da Berlino attraverso la Diskontogesellschaft e depositati alla
Nye Bank di Stoccolma vengono trasferiti da Haneckij alla Banca Siberiana di Pietrogrado sul
conto della cugina Evgenija Mavrikievna Sumenson, dama del demi-monde la quale, con l'av-
vocato polacco Mecislav Julevic Kozlovskij intimo di Lenin, opera quale contabile nella ditta
varsavica farmaceutica Fabian Klingsland a coprire i traffici finanziari; «una prova vivente
che nella prima guerra mondiale gli avventurieri poterono svolgere una parte altrettanto deci-
siva di quella che uomini del loro stampo svolsero negli intrighi degli stati rinascimentali ita-
liani», lo dice George Katkov; emblematico il dialogo col sionista SSRP Nachman Syrkin in-
torno al 1890 a Berlino durante un convegno della Società Scientifica Russo-Ebraica: Parvus:
«Oggi il nazionalismo non ha più senso. Anche la mia giacca dimostra il carattere internazio-
nale del mondo: la lana viene da pecore allevate ad Ankara; è stata filata in Inghilterra; tessuta
a Lodz; i bottoni vengono dalla Germania; il filo dall'Austria...», Syrkin: «...e lo strappo nella
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tua manica dal pogrom di Kiev!»),
Mikhail Jakovlevic Herzenstejn (o Gercenstejn, battezzato ortodosso, economista, cofon-
datore del Partito Costituzionale-Democratico, ka-det, deputato alla Prima Duma, ucciso in
Finlandia da monarchici il 18 luglio 1906), Josef V. Hessen (avvocato e giornalista, nel 1905
capo ka-det e direttore dell'organo del Partito Ryech, rieletto nel 1907 alla seconda Duma, do-
po il 1917 fuggito ad Helsinki e Berlino), Vladimir Hessen (docente di Legge a San Pietro-
burgo, delegato alla seconda Conferenza dell'Aja nel 1907, deputato ka-det alla seconda Du-
ma), Isaak Eisik Halevi Hourwic (rivoluzionario nato a Vilna nel 1860, diplomato al liceo
classico di Minsk, studi in Medicina e Matematica a San Pietroburgo, nel 1881 inviato in Si-
beria, al ritorno studia Legge al liceo Demidov a Yaroslav, si laurea avvocato nel 1887 e si
porta negli USA nel 1890, ove tempera il nome in Isaac Aronovic Hourwich e nel 1897 fonda
con Barondess e il goy Debs la SDA Social Democracy of America), Abram Davydovic Idel-
son (sionista sinistro-moderato), Grigorij Iollos (deputato ka-det, ucciso nel marzo 1907 da un
operaio), G.P. Isaev (proprietario dell'appartamento pietroburghese servito per la messa a pun-

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to dell'attentato contro Alessandro II), Isai Judin (nato Aizenstat, alias Vitali, dirigente anti-
bolscevico del soviet di Pietrogrado all'epoca di Kronstadt),
Foma F. Kaciura (attentatore del principe Obolenskij governatore di Charkov, la sera del
26 luglio 1902, colpendo invece un poliziotto, tosto deferito al tribunale, viene condannato a
morte, pena poi commutata all'ergastolo e deportazione ad Arcangelo), Joseph Kahan (anarco-
rivoluzionario, negli USA dal 1903), I. Kaminer (rivoluzionario a Kiev, poi migra in Palesti-
na), Betty/Berta Kaminskaja (nata nei primi anni Cinquanta da povera famiglia ebrea della
Russia meridionale, studi universitari a Zurigo, torna a Mosca nel 1874, prima donna a lavora-
re e operare sindacalmente in fabbrica, arrestata, psichicamente crollata in carcere e riaffidata
al padre, suicida), Boris Davidovic Kamkov (nato Kac/Katz, SR di sinistra), Leonid Akimo-
vic Kanegisser (ufficiale dell'Armata Rossa e poeta, uccisore di Mikhail Solomonovic Urickij,
il presidente cekista, il 30 agosto 1918, perché, scrive Nathaniel Weyl, «"era disgustato dal
fatto che così tanti bolscevichi fossero ebrei" e [perché] non poteva perdonare ad Urickij la
legalizzazione data da lui agli assassinii [degli avversari]»; singolarmente, l'intera famiglia,
già arrestata, viene rilasciata e può emigrare all'estero), Lidija O. Kantsel (socialdemocratica
menscevica, sorella di Julij Martov e moglie di Fëdor Dan), N.U. Kapelinskij (alias «Kac»,
capo delle cooperative di Pietrogrado, nel Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado),
Fanja Efimovna Kaplan (nata Fejga o Feja-Leja Movseevna-Dora Raydman/Rojdman/
Rojtman/Rojtblat/Rotman, figlia di un maestro ebreo di Volnyi; a sedici anni le esplode nella
stanza una bomba che gli anarchici stanno preparando per assassinare il governatore di Kiev,
condannata a morte ma poi graziata all'ergastolo e inviata in Siberia, ove conosce Marija Ale-
ksandrovna Spiridonova, nel 1906 ventenne assassina del generale Luzenovskij governatore
di Tambov, e altri SR, rientrata all'inizio del 1917 dopo l'amnistia, mentre la famiglia migra
negli USA; compagna di Kanegisser, attentatrice di Lenin lo stesso 30 agosto, uccisa senza
processo tre giorni dopo su diretto ordine di Varlam A. Avanesov; quale data dell'esecuzione
a pistolettate in un garage, con acceso un motore di auto per coprire il rumore dei colpi, la
Carrère d'Encausse riporta il 4 settembre; Lenin viene raggiunto da un proiettile sul lato sini-
stro del collo e da un secondo alla spalla sinistra, mentre un terzo gli perfora la giacca; i
proiettili sono avvelenati mediante un ignoto veleno, inserito in incisioni a croce sulle punte;
il revolver glielo avrebbe fornito Boris Savinkov; dell'attentato, di cui Anatolij Ivanov e la
Carrère d'Encausse rendono ideatore Jakov Sverdlov, il più potente esponente bolscevico do-
po Lenin, Courtois scrive che «oggi sembra certo che si sia trattato invece di una provocazio-
ne organizzata dalla CEKA e sfuggita di mano agli istigatori»),
Pëtr Vladimirovic Karpovic (studente terrorista dell'università di Dorpat, espulso per i di-
sordini del 1899, diretto assassino il 14/27 febbraio 1901 del ministro dell'Istruzione: «espri-
meva in maniera violenta il generale fermento dei suoi compagni ferendo mortalmente il mi-
nistro [Nikolaj Pavlovic] Bogoljepov. L'attentato non suscitò le recriminazioni che in altri
tempi ed in altre circostanze un gesto simile avrebbe provocato, perché molti lo giudicarono
un'inevitabile conseguenza dei sistemi adottati dal governo per "normalizzare" la situazione
nelle università [vedi non solo i «feroci» sistemi «per rendere più agevole la sorveglianza» e
«stroncare l'attività clandestina degli studenti», ma anche l'istituzione degli internati e l'obbli-
go della frequenza delle lezioni!]», scrive, indignato per tanta «repressione», Zilli), Solomon o
Nathan Katz (di Ekaterinoslav, nichilista, poi capo-agitatore socialista marxista in Romania
quale Constantin Gherea-Dobrogeanu o Gera-Dobrodzanu), Moses Katz (terrorista pluriarre-
stato, negli USA nel 1913, torna nel 1917, ancora negli USA nel 1922),
Aleksandr Fëdorovic Kerenskij (iniziato di spicco del "Grande Oriente dei Popoli di Rus-
sia", Gran Loggia nata alla fine del 1908 dallo scioglimento ufficiale delle numerose e contra-

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stanti obbedienze massoniche: «In effetti questa nuova Massoneria aveva caratteristiche e fini
eminenentemente politici. Il Grande Oriente dei Popoli di Russia aveva un proprio piano per
la riorganizzazione del Paese, un piano che prevedeva la fine dell'autocrazia. La struttura or-
ganizzativa era basata sulla necessità di operare in modo sotterraneo: piccole Logge territoriali
con non più di dieci-dodici membri ciascuna, indipendenti e coordinate da un Consiglio Su-
premo, l'identità dei cui componenti era tenuta segreta anche agli altri massoni, tranne ovvia-
mente che per i tre "elettori", scelti dai delegati delle Logge, che li nominavano. Un sistema
cervellotico ma in grado di garantire l'indispensabile segretezza. Gli anni fino al 1917 furono
anni di grandi manovre: il potere degli Zar sarebbe crollato da un momento all'altro e i liberi
muratori volevano trovarsi in prima fila al momento di organizzare la ricostruzione. Secondo
alcune testimonianze avevano aqnche stilato una lista di nomi papabili per il Governo del do-
po-Romanov. Non è forse un caso che il Governo provvisorio instaurato dopo la Rivoluzione
di Febbraio fosse composto in buona parte da massoni e guidato da un altro massone, Keren-
skij», scrive Francesco Dimitri; per le origini di Kerenskij, vedi infra),
Yelena Kestelman (terrorista della seconda Zemlja i Volja), Simon Kliachko (capo della
«cellula Ciaikovskij» di Mosca, seconda per importanza dopo quella di San Pietroburgo, cen-
tro di distribuzione di letteratura illegale tra decine di gruppi rivoluzionari: vedi infra M.A.
Natanson), Olga Klimova (ebrea?, amante del goy socialrivoluzionario Mikhail Sokolov e
compartecipe dell'attentato del 12 agosto 1906 alla villa di Aptekarskij: bilancio 32 morti,
compresi i tre terroristi, e 22 feriti, compresi la figlia quattordicenne di Stolypin, che perde le
gambe, ed il figlio quattrenne), Lvov M. Kogan-Bernstejn (SR, deportato in Siberia, fuggito
nella rivolta di Jakutsk il 22 marzo 1889, catturato e condannato a morte), Matvej Lvovic Ko-
gan-Bernstejn (suo figlio, nato nel 1886, deputato SR filobolscevico, nel giugno 1918, dopo
che i bolscevichi hanno espulso i partiti socialisti dai soviet locali e dal VCIK – "Comitato
Esecutivo Centrale Panrusso", l'organo legislativo teoricamente separato dall'organo esecutivo
rappresentato dal Sovnarkom o Sovet Narodnik Kommissarov, "Consiglio dei Ministri, o me-
glio: dei Commissari del Popolo" – si porta sul Volga per contribuire all'esperimento sociali-
sta del komuc; tuttavia, rifiutando ad Ufà la collaborazione dei SR con le forze di centrodestra,
decide di rientrare a Mosca; catturato appena varcato il confine a Syzran, viene processato e
condannato dai bolscevichi per tradimento, indi nucasparato),
D. Koltsov (nato Boris Abramovic Ginsburg, luogotenente del «simbolo vivente dell'orto-
dossia» Plechanov), Maria Korn-Goldschmidt (caporedattrice del mensile anarchico Kleb i
Volja, "Pane e libertà", nato in Svizzera nell'agosto 1903 ad opera del georgiano K. Orgeiani),
Vladimir Kossovskij (nato Nokhem/Nahum Mendel Levinson da ricca famiglia di Dvinsk,
teorico bundista, SD e terrorista), Arkadi Kotz (traduttore in russo dell'inno "L'Internazionale"
nel 1912), Moisei Aaronovic Krol (nato a Zitomir nel 1862, narodovolets fin dagli studi di
Legge a San Pietroburgo, arrestato nel 1887 e inviato in Siberia, dove studia l'antropologia
locale, rientrato a San Pietroburgo, diviene dirigente statale nella costruzione di reti ferrovia-
rie, riparato ad Harbin nel 1918, poi a Parigi fino alla morte nel 1931), Pëtr Kulikovskij (già
partecipe dell'assassinio del granduca Sergio, nel luglio 1905 assassino a pistolettate del conte
Chuvalov, sindaco di Mosca, condannato a morte, poi graziato ai lavori forzati a vita), Pavel
Lapinski (Levenson/Löwensohn/Lewison, delegato dei socialisti «polacchi» a Zimmerwald
nel settembre 1915), Jakob Wulf/Wilhelm (nomi originari: Zeev Volf) Latzky-Bertoldi (nato
a Kiev nel 1881, capo degli studenti rivoluzionari, espulso dall'Università di Riga nel 1901, in
Germania e a Vienna, fonda nel 1917 del Partito Popolare Ebraico, nel 1918 ministro per gli
Affari Ebraici della Repubblica Popolare Ucraina poi abbattuta dall'atamano Skoropadski, de-
legato alla SdN, nel 1923-25 in Sudamerica, a Riga nel 1927, negli anni Trenta in Palestina),

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Egor Lazarev (SR, compagno di Bogrov), Girs/Hirsh Lekert (ciabattino bundista di Vilna,
nel giugno 1900 assalta il carcere di Novgorod e libera prigionieri, bandito a Ekaterinoslav,
donde fugge nell'aprile 1902, tornando a Vilna dalla moglie e dalla madre, il 18 maggio 1902
attenta al governatore di Vilna Viktor von Wahl, che il giorno 2 aveva fatto fustigare 28 agita-
tori operai, 20 dei quali ebrei, ferendolo gravemente; sottoposto a corte marziale, viene impic-
cato il 10 giugno; nel 1922 a Minsk gli viene eretto un monumento), Yaakov Leszinskij (l'i-
deologo socialista-sionista, autore nel 1903 dell'opuscolo "Né con calma né nel rispetto della
legge", cofondatore nel febbraio 1917 del Partito Unito Socialista Ebraico e caporedattore del
suo giornale ufficiale Naye Tsayt "Tempo nuovo", demografo-sociologo a Berlino nel 1921-
33 col nome di Jacob Lestchinsky, negli USA dal 1938, in Israele nel 1959),
Grigorij Levenson (direttore di banca, amante di Yelena Kestelman), E. Jakovlevic Levin
(alias Egorov, delegato del "Gruppo Operaio Meridionale" al II Congresso socialdemocratico
di Bruxelles/Londra del luglio-agosto 1903), Yehudah Leib Levin (socialista degli anni Set-
tanta, poi in America, scrittore), i coniugi Levit, Samuel Morris Levitas (negli USA dal 1922),
Vladimir Levitsky (nipote di A. Tsederbaum), Mark Liber (boss del Bund e della destra SR),
Aron Samuel (Aharon Shmule) Liberman/Lieberman (nato nel 1845 da famiglia rabbinica,
rabbino e socialista, collaboratore di Vperëd "Avanti", il periodico edito a Londra dal russo
Pëtr Lavrov; nel 1876 fonda con Eliezer Goldenberg la "Lega dei Lavoratori Ebrei-Socialisti"
e i periodici in inglese Hebrew Socialist "Il socialista ebreo" e in yiddish ha-Emet "La verità";
negli USA dal 1879, suicida nel novembre 1888 per motivi personali: la moglie, tornata in
seno all'ebraismo più ortodosso, lo abbandona), Simon I. Liberman (menscevico, consulente
del governo «sovietico» o meglio bolscevico Sovnarkom), Yosif Lifschitz, A. Litvak (Chaijm
Jakub Gelfand, rivoluzionario socialista, bandito in Siberia, dal 1921 negli USA),
Moshe Litvakov (nato nel 1875, ideologo socialista, scrittore, poi capo della Evsekzija
bolscevica, definito da Lustiger III «eine Art jiddischer Kulturzar, una specie di zar yiddish
della cultura», dal 1924 direttore di Der Emes "La verità", organo yiddish del Partito Comuni-
sta, arrestato nel 1937, morto in carcere l'anno seguente), Martyn Nikolaevic Ljadov (nato
Mandelstam, esponente menscevico, col fine di arrivare all'«uomo collettivo» propone di abo-
lire l'educazione familiare dei bambini), Vera e Nikolaj Lokhov (coniugi narodnik, capi a Vi-
tebsk), Lukasevic (narodnik a Vitebsk), Semën Lurè (populista-insurrezionalista, nel 1876
fatto evadere dal carcere da Dejc), Esther Luria (nata a Varsavia nel 1877, nel 1912 fugge dal-
la Siberia a New York, ove è agitatrice marxista, articolista sul settimanale yiddish Gla-
ykhhayt "Eguaglianza", organo della ILGWU), Rachel Lurije (preparatrice di ordigni ed armi
per il gruppo diretto da Lev L. Silberberg), David Lvovic (1882-1950, alias Davidovic, ideo-
logo cofondatore del Partito Socialista Ebraico, dal 1921 a Berlino, dal 1932 a Parigi, dal
1939 negli USA, ove lavora per la ORT... Obshtichesvo Rasprostranenia Truda "Società per
il Lavoro Riabilitativo", è una rete di scuole commerciali ebraiche fondata nel 1880 in Russia,
nel 1924 trasferita negli USA col medesimo acronimo: Organization for Rehabilitation
through Training, oggi universalmente diffusa, in particolare in Israele),
Abram Magat (tra i primi narodnik), B.F. Malkin (SR di sinistra nel VCIK), A.N. Mandel-
stam (direttore del Primo Dipartimento al ministero degli Esteri dopo il Febbraio 1917), Max
Mandelstam, avvocato progressista, ka-det di sinistra come il confratello M.S. Margulies, me-
dico e avvocato, massone, vicepresidente del CIB Comitato dell'Industria Bellica centrale, poi
morto in «esilio» (contro la dirigenza del partito, guidato dal massone russo Pavel Nikolaevic
Miljukov, i due caldeggiano una linea rivoluzionaria, aizzando il massonico principe G.E.
Lvov), Kalman Marmor (socialista, ebreo ortodosso, sionista e poi comunista, nato nel 1879
presso Vilna da un maskil, dal 1898 studi di Letteratura ed Economia Politica a Berlino e di

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Scienze Naturali a Friburgo, dal 1906 attivo negli USA), Zvi Hirsh Masliansky («esiliato»
dalla Russia, negli USA dal 1895), Pëtr Pavlovic Maslov (alias X e John, nato nel 1867, teori-
co menscevico della questione agraria, giornalista, editore nel 1896 del primo periodico mar-
xista russo Samara Novosti "Notizie di Samara", amante di Aleksandra Kollontaj, pluri-
incarcerato zarista e dai bolscevichi nel 1922, negli anni Trenta docente a Charkov),
Julij Osipovic Martov (1873-1923, massimo capo sindacalista e menscevico, sceglie il co-
gnome Martov a 28 anni; nato a Costantinopoli da Osip Aleksandrovic Cederbaum/Tseder-
baum/Tzederboim, il cosmopolita direttore della "Compagnia Russa di Navigazione", a sua
volta figlio di Aleksandr, il fondatore/editore dei primi periodici ebraici e yiddish in Russia,
rispettivamente Ha-melits "Il mediatore" nel 1860 e Kol Mevasser nel 1863; sferzante Trockij
in "La mia vita", 1929: «Il capo dei menscevichi Martov fu una delle figure più tragiche della
rivoluzione. Scrittore di grande ingegno, uomo politico ricco di idee, spirito sagace, Martov
era molto più in alto delle ideologie che professava. Ma i suoi pensieri erano senza ardimento,
il suo acume senza volontà. Agli eventi reagiva anzitutto in senso rivoluzionario. Ma il suo
pensiero, non sorretto dalla molta volontà, si afflosciava subito. La nostra buona amicizia non
sopravvisse ai primi grandi avvenimenti della rivoluzione in marcia»),
Aleksandr Samojlovic Martynov (leader menscevico, nato Saul Pikker da facoltosa fami-
glia di mercanti di Pinsk, collaboratore di Parvus), Michaelov, A. Michelson (nel maggio
1917 direttore, nello Stato Maggiore, della sezione Amministrazione per i Rifornimenti alle
Truppe Estere), Osip/Oskar Solomonovic Minor (nato nel 1861 da un rabbino di Minsk poi
gran rabbino a Mosca, studi a Jaroslav e Mosca, narodovolets, arrestato nel 1885 e deportato
in Siberia nel 1887 con condanna a dieci anni, il 22 marzo 1889 ferito nella cruenta rivolta di
Jakutsk, condannato ai lavori forzati a vita, riduzione della pena nel 1896, rientra a Vilna nel
1900, a Berlino nel 1902, aderisce al PSR a Ginevra, rientrato nel 1905, riorganizzatore del
Partito e capo della propaganda nel Causaso, in Bielorussia, Ucraina, San Pietroburgo e sul
Volga, tradito da Azev nel 1909 e condannato da una corte marziale a otto anni di lavori for-
zati, rientra nel 1917 dall'«esilio» siberiano, direttore del periodico ufficiale del Partito, sinda-
co di Mosca, antibolscevico, nel 1919 negli USA e poi a Parigi, ove con Kerenskij dirige il
giornale "Per la Russia" e fonda gli archivi russi a Praga, presiede la Croce Rossa politica,
come Gots/Goc noto come «la coscienza del Partito», muore nel 1932), Nikolai Maksimovic
Minski (alias N.M. Vilenkin, convertito ortodosso, membro della rivoluzionaria Associazione
Filosofico-Religiosa di San Pietroburgo e della rivista socialista Novaja Zizn "Nuova Vita"),
Meir (Ippolitj) Osipovic Molodeckij/Mlodeckij(convertito ortodosso, il 20 febbraio 1880
spara, fallendo, contro il liberale conte Mikhail T. Loris-Melikov, capo della Commissione
Suprema contro il terrorismo; ridotto all'impotenza dalla mancata vittima, viene processato e
impiccato il 22 davanti a 40.000 spettatori), Boris Moissejenko (alias Opanass, membro della
BO, partecipa all'attentato al granduca Sergej), Mark Andreevic Natanson/Nathanson (defini-
to da Jacques Baynac «l'incorruttibile patriarca del socialismo-rivoluzionario», nato nel 1849
o 1850 e morto nel 1919, figlio di commercianti, studi di Medicina a San Pietroburgo, fonda
nel 1869 le prime cellule rivoluzionario-educative pietroburghesi, le cosiddette «cellule Ciai-
kovskij», che nel 1872 gli valgono l'invio giudiziario ad Arcangelo, e nel 1876 Narodnaja
Volja, che dirige con la moglie Olga, arrestato nel 1877 e deportato in Siberia fino al 1889, si
stabilisce a Saratov, fonda il gruppo protosocialrivoluzionario "Diritto del Popolo", il che gli
vale nel 1894 un nuovo invio in Siberia, donde rientra nel 1905, entra nel Comitato Centrale
del PSR, emigra nel 1907, tesoriere del Partito in Svizzera, incarica Savinkov di organizzare
l'assassinio di Nicola II a bordo dell'incrociatore Rurik, internazionalista a Zimmerwald e Ki-
ental con lo pseudonimo di Bobrov, nel 1917 aderisce all'ala sinistra del PSR),

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Shmuel Niger (esponente del SSRP, fratello di Baruch Charney, poi negli USA), Yehude
Novakovskij (esponente del SERP), Moissaye Olgin (nato in un villaggio della provincia di
Kiev nel 1876 o nel 1878 quale Moishe Yosef Novominsky o Novomski o Novomisky da un
maskil guardiano di boscaioli, universitario in Legge a Kiev nel 1900, rivoluzionario nel Bund
nel 1904, pluriarrestato, nel 1907 si porta ad Heidelberg ove studia filosofia e scienze sociali,
torna in Russia nel 1909 e si porta a Vienna nel 1913, ove codirige il settimanale yiddish Di
tsayt "Il tempo", migra negli USA dal 1914, vedi al cap. XVI), Moisei Y. Ostrogorskij (nato
nel 1854 da famiglia ebraica di idee liberali, migrato in Francia, rientrato in Russia nel 1904,
deputato alla Duma, muore nel 1919), Mikhail Pavlovic Pavlovic (nato Veltman, menscevico,
allineato coi bolscevichi nel 1917, orientalista), Elyohu Volf Rabinovic (rivoluzionario negli
anni Settanta con Liberman e Vinchevsky, socialista a Londra), Nahum Rafalkes (alias Nir,
dirigente della sezione polacca dell'ESDRP-PZ), Viktor Rappaport (menscevico), Charles
Rappoport (coattentatore di Alessandro II, fuggiasco in Francia), Mark Borisovic Ratner (av-
vocato, fondatore del Partito Socialista Ebraico dei Lavoratori, teorico SR, difensore di terro-
risti, emigrato a Vienna nel 1908), Simon Rechtzammer (figlio del direttore della "Società dei
Magazzini e Silos per Grano", capo barricadiero a San Pietroburgo il 9 gennaio 1905),
David «Kostia» Reichenstein (capochimico dinamitardo nell'officina-scuola nata a Kiev
nell'estate 1905), Louis M. Rimsky (rivoluzionario, incarcerato, negli USA dal 1912), Grigorij
Rivkin (SR massimalista, attivo sulle Izvestija di Kronstadt quale «A.M.»; Israel Getzler ne
riporta il pensiero centrale, espresso su quelle colonne il 5 settembre 1917: «Per A.M. la rivo-
luzione trascendeva di molto "la lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori": il suo contenuto e
significato erano morali e razionali; essa non era altro che "una liturgia della luce, la lotta
gioiosa per il Regno della Verità, della Ragione e dell'Uomo". Perciò essa doveva essere il più
possibile morale, illuminata e nonviolenta, con gli occhi rivolti sempre alle grandi conquiste
del progresso spirituale come alla "colonna di fuoco che guidava gli israeliti"»), Maksim
Romm (uscito dalla scuola rabbinica di Vilna, tra i primi rivoluzionari con Zundelevic), Iacov
Romro (socialista, negli USA dal 1890, pubblicista col nome di Philip Krantz), Joseph A. Ro-
sen (menscevico emigrato negli USA nel 1903; assistente di Herbert Hoover e presidente
dell'American Jewish Joint Agricultural Corporation o Agro-Joint, è ben accetto ai bolscevi-
chi, coi quali dal 1924 al 1936 dà vita a un progetto prekolkoziano in Ucraina finanziato da
Julius Rosenwald e John D. Rockefeller jr), Avrom Rozin (socialista e SR),
Anna Mikhailovna Rosenstein alias Kuleshov/Kuliscioff (Moskaja/Cherson 1854/1857 -
Milano 1925, nata, scrive Chaim Bermant, si compiace Isa Di Nepi e conferma Claudia Man-
cina, «from a prosperous Jewish home», «da una ricca famiglia ebrea [...] famiglia ricca ed
educazione raffinata» e «da un facoltoso e illuminato mercante ebreo»; politecnico a Zurigo
dal 1873, si lega al socialista rivoluzionario Andrea Costa, da cui ha la figlia Andreanna; plu-
riarrestata in Francia e in Italia, si laurea in Medicina; nel 1884 si lega al socialista moderato
Filippo Turati, col quale nel 1891 fonda la rivista Critica sociale e «became the virtual head
of the Italian labour movement, prese virtualmente la direzione del movimento socialista ita-
liano», cofondando nel 1892 il Partito dei Lavoratori Italiani poi Partito Socialista Italiano;
eguale il giudizio dell'inglese filo-italiano e fascista Giacomo Strachey Barnes, che nel primo
dopoguerra la conobbe: «Con Turati era la sua compagna, la signora Kuliscioff, una russa dal-
la personalità affascinante malgrado l'età ed i malanni. Se fosse stata uomo e italiana avrebbe
facilmente potuto diventare il capo del partito socialista: molto meglio del compagno, me era
comunque l'ispiratrice. Ormai vecchia, era di salute malferma e deformata dall'artrite e dai
reumatismi. Era una sognatrice – di bei sogni, ma sogni – tipica rappresentante dell'intelligen-
tia slava, quella che ha messo la Russia sulla via del Comunismo con le sue teorie utopistiche,

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e che poi si è dimostrata totalmente incapace di dominare gli eventi, causa il suo irreparabile
divorzio tra la fantasia e i fatti incoercibili della vita. La signora sedeva, minuscola ed attraen-
te figura, in una poltrona sgangherata, gesticolando con le sue mani piccole, una volta bellis-
sime, ora nodose e rattrappite. Gli occhi, sprofondati nelle oscure occhiaie, erano ardenti di un
mistico entusiasmo e di un intelletto superiore»),
Ilija Adolfovic Rubanovic (nato nel 1859 quale figlio di un infermiere di Odessa, studente
di Fisica e Matematica in quell'università, si fa narodovolets, viene arrestato, ripara a Parigi
nel 1881, assume la cittadinanza francese, nel 1893 fonda con Lavrov il «gruppo dei vecchi
narodovolets», docente di Chimica alla Sorbona, attivo SR, nel direttivo della Seconda Inter-
nazionale, nel 1904 fondatore del mensile del Partito La Tribune Russe, si schiera contro il
terrorismo, presidente del primo Congresso del Partito alla fine del 1905, rientra in Russia nel
1917, nel maggio al terzo Congresso eletto nel CC, inviato all'estero nell'agosto quale rappre-
sentante ufficiale del Partito, attaccato da Bucharin in quanto ebreo e figlio di ricchi pellicciai,
salvato da un medico mentre sta morendo di fame a Pietrogrado, muore a Berlino nell'ottobre
1922, mentre si sta portando a Parigi, ove verrà sepolto), Shneyer Zalman Rubashov (nato
Shazar nel 1889, dirigente del Poale Zion, poi terzo presidente di Israele),
il socialrivoluzionario Pëtr (in ebraico, Pinchas) Moissejevic Rutenberg (1879-1942; come
detto, il 28 marzo / 10 aprile 1906 attira e assassina ad Ozerki il pope Gapon, considerato tra-
ditore; nel 1907-15 è ingegnere idraulico in Italia; durante la Grande Guerra si porta a Londra
e negli USA, ove fa parte del Jewish Congress Organization Committee, che si propone di
convocare una conferenza internazionale per formulare le proposte ebraico-sioniste al termine
del conflitto; tornato in Russia con Kerenskij, viene fatto vicegovernatore di Pietrogrado; in
Palestina dal 1919, capo dell'Haganah a Tel Aviv e intimo di Jabotinsky, è tra i massimi capi
sionisti degli anni Trenta, fondatore e primo direttore della Palestine Electric Corporation, la
società elettrica nazionale), Pëtr Ryss (fratello di Solomon), Solomon Ryss (alias «Medved,
"l'Orso"», e «Mortimer», capo di una squadra di terroristi bolscevichi ex socialrivoluzionari,
infiltrato nell'Ochrana, arrestato il 17 giugno 1906 a Kiev dopo una rapina, processato a Kiev
nel maggio 1907 e giustiziato), Sablin, Yankev Binyomin Saluckij (socialdemocratico, laure-
ato a San Pietroburgo, negli USA dal 1909 quale Jacob Benjamin Hardman/Hardin, ove si fa
editore e sindacalista), Vera Samoilovna (moglie di Mikhail Gots/ Goc, implicata in diversi
complotti, condannata a cinque e poi a dieci anni di penitenziario, graziata nel 1900), Her-
mann Sandomirskij (esponente anarcosindacalista filobolscevico),
Boris Viktorovic/Nikolaevic Savinkov (nato il 19 gennaio 1879 da famiglia nobilitata – «a
slender, aristocratic Russian from the Kharkov region, un russo snello, aristocratico della re-
gione di Charkov», lo dice invece Richard Rubenstein – studente a Varsavia e San Pietrobur-
go, poi a Berlino e Heidelberg, marito di Vera, figlia del noto scrittore Gleb Uspenskij; ro-
manziere in parte autobiografico con lo pseudonimo di Viktor Ropsin nel 1909, 1912 e 1924;
gestore della illegale Kassa vzaimopomosci "Cassa di Mutuo Soccorso", il gruppo sindacalpo-
litico che organizza lo sciopero universitario del febbraio 1899 che, scrive Pipes, «può essere
considerato con buoni motivi l'inizio della rivoluzione russa»; condannato nel 1902 a cinque
anni di «esilio» in Siberia, donde nel 1903 fugge a Ginevra ed entra nella "Organizzazione di
Combattimento", massone, partecipa all'assassinio di Pleve il 15/28 luglio 1904 – al contrario,
nel 1903 era scampato alla morte, per quanto gravemente ferito da Pinchas Dasevskij, l'«an-
tisemita» Krushevan, poi presidente della sezione bessarabica della Sojuz Russkogo Naroda,
l'"Alleanza del Popolo Russo" fondata nel 1904 contro l'anarchismo rivoluzionario, e per De
Michelis committente dei Protocolli dei Savi di Sion, usciti in nove puntate nel settembre
1903 sul suo quotidiano pietroburghese Znamja, "La bandiera", col titolo "Programma della

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La villa del primo ministro Stolypin sull'isola Aptekarskij, fatta saltare il 12 agosto 1906 dai ter-
roristi socialrivoluzionari, con un bilancio di 32 morti, compresi i tre terroristi, e 22 feriti, com-
presi la figlia quattordicenne di Stolypin, che perde le gambe, ed il figlio quattrenne.
Organizzatore della strage è l’ebreo Leonid Borisovič Krasin, nato Goldgelb, fedelissimo di
Lenin e «tesoriere» bolscevico, poi primo ambasciatore sovietico a Londra. Immagine tratta da
Eric Baschet, Russland 1904-1924 - Eine historische Foto-Reportage, Swan, 1989, p.78. Tutti
ebrei sono gli autori dei più clamorosi delitti: per mano eletta cadono il governatore di Charkov
Kropotkin, il ministro dell’Istruzione Bogoljepov, il ministro dell’Interno Sipjagin, il governa-
tore di Charkov principe Obolenskij, il governatore di Ufà Bogdanovic, il ministro dell’Interno
von Pleve, il pope Gapon, peraltro anch’egli di eletta ascendenza, il sindaco di Mosca conte
Chuvalov e il primo ministro Stolypin (da simili elette attenzioni scampa l’ex ministro del-
l’Interno conte Loris Melikov). Solo il granduca Sergio, zio dello zar e governatore di Mosca,
cade sotto i colpi di un goy... ben coadiuvato, peraltro, nell'attentato, da ebrei.
conquista del mondo da parte degli ebrei" o "Protocolli delle sedute dell'Alleanza Mondiale
dei Massoni e dei Savi di Sion", poi deputato alla Seconda Duma – e del governatore di Mo-
sca granduca Sergej 4 febbraio 1905, eliminato dal goy Ivan Platonovic Kaljaev, noto come
«il poeta»; il 23 aprile e il 2 dicembre 1906 suoi compagni attentano con bombe al governato-
re di Mosca Dubasov, assassinando la prima volta l'ufficiale di ordinanza conte Konovnitzin e
ferendo la seconda l'anziano funzionario; il 21 dicembre viene assassinato dal terrorista Ku-
driavzev il governatore di San Pietroburgo generale von der Launitz; noto come «il re dei ter-
roristi», condannato a morte, fugge da Sebastopoli in Francia, rientra nel 1917, ministro della
Guerra nel governo Kerenskij; oppositore del golpe bolscevico, attivo col controrivoluzio-
nario Lavr Kornilov, nel luglio 1918 organizza rivolte antibolsceviche a Murom, Rybinsk e
Jaroslav; fugge in Polonia e a Parigi, ove contatta la spia «irlandese» Sidney Reilly – intricato
personaggio nato «russo» Shlomo/Sigmund Georgevic Rosenbljum – che gli finanzia piani
per creare «reti» antibolsceviche; nel 1924 o 1925 entra in URSS clandestinamente, arrestato
e condannato a morte, poi graziato a dieci anni, scompare il 7 maggio, forse suicida da una
finestra del quarto piano del carcere, forse ucciso dal compagno di cella, la spia Grigorij Syro-
jeschkin; riprova di ambiguità, il figlio Lev è agente GPU nella Spagna degli anni Trenta),
il duo Egor Sergeevic Sazonov e Lejba Sikorski (socialrivoluzionari, assassini di Pleve il
15/28 luglio 1904; il primo nasce nella regione di Ufà nel 1879 da famiglia di mercanti di le-
gname, secondo Baynac non ebrei ma «vecchi credenti e monarchici», studi universitari a
Mosca, dalla cui università viene espulso nel 1901 per avere promosso disordini studenteschi,
arrestato nel 1902 ad Ufà, deportato dopo diciotto mesi a Irkutsk, donde fugge a Ginevra, ove
viene cooptato nella BO da Savinkov e Azev, «vero prototipo del terrorista SR», rimane ferito
dalla bomba da lui stesso lanciata nella carrozza di Pleve, dilaniandolo a morte – quale colla-
boratore di Pleve, in carica anche quale Segretario di Stato per la Finlandia, nel giugno era
stato assassinato ad Helsinki il governatore generale di quel granducato N.I. Bobrikov, in ca-
rica da sei anni – condannato a morte, malgrado l'enorme ripercussione dell'assassinio viene
graziato a vent'anni di lavori forzati, pena ridotta a quattordici anni, trasferito nel 1906 da
Slisselburg ad Akatui, ove diventa la «coscienza morale di tutti e detenuti e deportati», avve-
lenandosi per protesta e morendo il 29 novembre 1910... Rubenstein ne descrive invece la
morte data dalle ferite mortali provocate dall'autoimmolazione mediante kerosene incendiato),
Aleksandr Schapiro (anarcosindacalista, rientra a Pietrogrado dopo il Febbraio, assumen-
do incarichi di governo dopo il golpe bolscevico, oppositore dopo la repressione di Kronstadt,
che denuncia al Congresso Anarchico Internazionale di Berlino, rientra in URSS nell'autunno
1922, incarcerato e poi espulso), Lamed Schapiro, Heinrich Schreiner (sindaco di San Pietro-
burgo / Pietrogrado), Solomon Schwarz (leader menscevico antibolscevico, dopo anni di «esi-
lio» in Europa, si porta nel 1940 negli USA), Maximilian Schweitzer (terrorista, dilaniato il
26 febbraio / 11 marzo 1905 mentre in casa sua appresta l'esplosivo per l'attentato al granduca
Vladimir Alexandrovic), Sëmen Iulevic Semkovskij (né Bronstejn nel 1882, socialdemocrati-
co dal 1901, giornalista e storico, dopo il 1905 predica il ritorno ai metodi di opposizione le-
gali, attivo nella Seconda Internazionale, nel 1920 rompe coi menscevichi e affianca i bolsce-
vichi), A.W. Shotman (capo socialdemocratico di Tomsk, pseudonimizzato in Danilov nel
1917), David Shub (menscevico, dal 1907 negli USA, biografo di Lenin, paratrotzkista), Pin-
kas Shukean (membro di Narodnaja Volja, poi capo a Vilna del gruppo emigrazionista in Pa-
lestina Am Olam, «Popolo Eterno»: il nome è tratto dal titolo di un saggio del nazionalista Pe-
rez Smolenskin, del 1872), Lev L. Silberberg o Zilberberg (nel 1904 capo della sezione pie-
troburghese della BO, complice di Savinkov), Nokhem Shtif (capo del SERP), A. Sifrin
(menscevico), L. E. Sisko (proto-populista, cofondatore delle riviste Svobodnia Rossija "Rus-

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sia libera" e Fond volnoj russkoj pressy "Sfondo della libera stampa russa"),
il Gran Maestro massone G.B. Sliozberg/Sliosberg (avvocato progressista e scrittore, nato
nel 1863, morto in «esilio»), Marc Slonim (nella Costituente 1917-18, in Italia e negli USA,
critico letterario), Andrej Mikhailovic Sobol (nato nel 1988, cospiratore SR, «esiliato» dal
1906 al 1914, scrittore, commissario della XII Armata con Kerenskij, bolscevico dopo l'Otto-
bre, deluso e suicida nel 1926), Aaron Spaizman (e la moglie Mania Skolnik, terroristi del
gruppo di Lev Silberberg, attentatori con bombe del governatore Chvostov a Cernigov, im-
piccato l'uomo, condannata a vent'anni di lavori forzati in Siberia la donna), Isaac Nachman
Stejnberg (1888-1957, nato da famiglia ebraica osservante e lui stesso ebreo ortodosso al pun-
to da farsi portare, di sabato, la borsa da un non-ebreo; militante e poi esponente socialrivolu-
zionario, studi all'Università di Mosca, donde viene espulso per rivoluzionarismo, esiliato nel
1907, studi ad Heidelberg, avvocato a Mosca nel 1910-14; nel 1917 membro della Costituente
e vicecommissario alla Giustizia a Pietrogrado, arrestato nel 1921, nel 1923 delegato sovietico
al congresso dei partiti socialisti in Svizzera, in Germania fino al 1933 quale rappresentante
dei SR in «esilio», membro del PEN Club ebraico a Londra, poi in Canada e USA),
Lev Jakovlevic Sternberg (narodovolets e socialista, espulso da Pietroburgo a Odessa, nel
1884 è autore di un'apologia del terrorismo; arrestato nel 1886 a Ekaterinoslav, scrive James
Billington, «divenne celebre fra i detenuti politici per il suo slogan instancabilmente ripetuto,
impeccabile nella sua forma apparentemente religiosa, ma inequivocabile nella sua allusione
rivoluzionaria a "Volontà del Popolo": "Il Dio di Israele vive ancora!"»; organizzatore di nuo-
vi gruppi terroristici, tra i quali i Cospiratori, erede della "Frazione Terroristica di Volontà del
Popolo" di Aleksandr Uljanov, il fratello maggiore del futuro Lenin; membro dell'Accademia
delle Scienze di San Pietroburgo e docente di Etnografia e Antropologia all'Istituto Geogra-
fico), Isaac Stolper (condannato per terrorismo, fuggito negli USA nel 1906), Nikolaj Nikola-
evic Suchanov (nato Gimmer/Himmer, menscevico amico di Gorkij, ideologo della Rivolu-
zione di Febbraio, col bolscevico Steklov capo del primo Comitato Esecutivo del Soviet di
Pietrogrado nel marzo, poi storico, condannato a dieci anni nel 1931 al processo per il «centro
menscevico» coi confratelli Ginzburg, Groman e Rubin, stalinpurgato nel 1940),
David Svarcman (l'unico menscevico nel CC del V congresso del RSDRP/POSDR, tenuto
Praga nel dicembre 1911, diretto da Lenin e Ordzonokidze), Nachman Syrkin (ideologo
SSRP, poi sionista in Palestina, ove diviene, secondo Zeev Sternhell, «il più stimato teorico
socialista del mondo ebraico»; al Consiglio dell'Unione Mondiale di Poale Zion, tenuto a
Stoccolma nell'estate 1919, conia per lo Yishuv l'espressione «socialismo costruttivo»), Yi-
tshak Tabenkin (boss SSRP, poi laburista in Palestina), A.D. Trauberg (alias Karl, propagan-
dista SR), Yosef Trumpeldor (nato nel 1880, il primo ufficiale ebreo dell'esercito zarista, de-
corato a Port Arthur, ove perde un braccio, organizza gruppi armati in Palestina nel 1912, co-
fonda la Legione Ebraica al Cairo, nel 1917 Commissario per le Questioni Militari Ebraiche
presso il ministero della Guerra di Kerenskij, in Palestina nell'agosto 1919, muore combatten-
do contro i palestinesi; è da lui che si noma il Betar, fondato a Parigi nel dicembre 1929: Be-
rich/B'rith Trumpeldor, Alleanza di Trumpeldor), Lazar Iosifovic Tsukerman (capo delle tipo-
grafie clandestine di Narodnaja Volja), Max Tubiasz (docente di matematica a Mosca, men-
scevico, padre di Zinaide, la madre del poco-conforme pubblicista italiano Massimo Fini),
Aleksandr Ilic Uljanov (il fratello maggiore del futuro Lenin, condannato a morte e giusti-
ziato l'11 maggio 1887, dopo avere rifiutato la grazia, con altri quattro per il progettato atten-
tato ad Alessandro III il 1° marzo), Nikolaj Isaakovic Utin (nato da ricchi commercianti, con-
vertito cristiano ortodosso, capo della prima Zemlja i Volja, noto come «il primo marxista rus-
so», membro del circolo dell'anarchico Sergej Gennadevic Necaev, il celebre autore del "Ca-

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techismo del rivoluzionario" – vedine il testo a fine capitolo – preso a modello da Dostoevskij
per "I demoni"; studi all'Università di San Pietroburgo, fugge all'estero nel 1863; malgrado il
fervore patriottico da lui dimostrato nella guerra russo-turca del 1877-78, Bakunin, da lui o-
steggiato nella lotta contro Marx, persiste a chiamarlo ebreo, «nemico della Russia e partico-
larmente degli slavi»), S.L. Vainstejn (esponente menscevico), Manya Vilbusevic (moglie di
Yisrael Shokhat/Shochat, progetta attentati contro il ministro dell'Interno von Pleve, a Berlino
nel 1903 per raccogliere fondi da un confratello banchiere, in Palestina e a Parigi, ove viene
raggiunta da Meir Cohen giunto da Minsk, acquista armi a Liegi, traffica armi per l'«auto-
difesa», rientra a Odessa, ove assassina un poliziotto, SR, nei primi anni Venti attiva in Pale-
stina, fa assassinare l'ufficiale di polizia turco Tufik Bay, a Jaffa, il 17 gennaio 1923),
Ilia Solomonovic (Afroim Zalmanovic) Vilensky (fonda, con Ginzburg, il giornale clan-
destino Iuzhny rabochii), Morris Vinchevsky (né Lipe Ben Tsiyon Novakovic, ripara a Lon-
dra, ove si fa boss socialista), Mark Visnjak/Vishniac (SR, membro dell'Assemblea Costituen-
te, negli USA dal 1940; nell'ottobre 1917 è lui che fa notare al russo V.D. Nabokov che la
conferenza degli anziani preparatoria del futuro parlamento «potrebbe ben chiamarsi un sine-
drio»... gli unici non ebrei essendo, oltre a Nabokov, N.D. Avkentjev, A.V. Peschochonov e
N.V. Caikovskij), Solomon Vittenberg/Wittenberg (narodnik, il primo terrorista ebreo, talmu-
dista, studi ginnasiali a Nikolajev, giustiziato nell'agosto 1879 dopo un fallito attentato ad A-
lessandro II), Max Werner (nato Alexander Schiffrin, socialdemocratico), Waclaw Wislicki
(nato a Varsavia nel 1882, studente rivoluzionario, laureato a Bruxelles, arrestato al rientro in
Polonia, compiti direttivo-organizzativi affidatigli dai tedeschi nella Grande Guerra, dal 1922
al 1935, data della morte, deputato del Sejm polacco come rappresentante dell'Unione Centra-
le dei Mercanti e degli Industriali, feroce boicottatore anti-tedesco, «waged a tremendous
fight and boycott against the Nazis», si compiace la Universal Jewish Encyclopedia),
Vladimir (Veniamin) Ilic Yokhelson/Jochelson (nato, scrive Nora Levin, in una «respec-
table middle-class family in Vilna», studi rabbinici, rivoluzionario come Liberman/Lieber-
man, Zundelevic/Goldenberg e Finkelstein/Litvinov, anch'essi usciti dal seminario rabbinico
di Vilna, capo narodovolets con Zundelevic, esiliato in Siberia, laurea in antropologia, curato-
re associato del Museo di Antropologia ed Etnologia all'Accademia delle Scienze dal 1912 al
1922, quando migra negli USA, ove opera al Carnegie Institute fino alla morte nel 1937),
Vera Ivanovna Zasulic (demi-juive o fors'anche ebrea tout court, anche se viene quasi
sempre data per non-ebrea; pur affermando che «si sa poco delle origini e della famiglia»,
Carthy Porter la dà nata «nel 1851 in una famiglia dell'aristocrazia moscovita e venne educata
in una pension di second'ordine che lasciò a quindici anni con il diploma di istitutrice»; il
glossario dei nomi alla fine del volume la dice nata nel 1852 da un piccolo proprietario terrie-
ro; Valdo Zilli la dà nata nel 1849 «da una famiglia nobile di piccoli proprietari di Smolensk»;
compositrice tipografica a Pietroburgo, rivoluzionaria a Kiev a partire dal 1875, il 24 gennaio
1878 inaugura la campagna terroristica insinuandosi da postulante nell'ufficio del capo della
polizia e governatore di San Pietroburgo generale Fëdor Trepov – che in un'ispezione carcera-
ria aveva fatto frustare un detenuto che si era rifiutato, a spregio, di togliersi il berretto – spa-
randogli a bruciapelo, ferendolo gravemente e venendo poi mandata assolta dalla giuria tra un
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tripudio rivoluzionario: fulgido modello per Samuel Schwartzbart; lascia la Russia e porta a
Ginevra con Plechanov per approfondire gli studi teorici sul marxismo, muore nel 1919),
Andrej Ivanovic Zeljabov (dato talora per russo, nato nel 1850 servo della gleba, frequenta
a Odessa l'università grazie a una borsa di studio governativa, nel 1873 sposa la figlia di un
ricco cittadino di quella città, arrestato e processato nel «Processo dei Centonovantatré» nel
1877-78, ove viene assolto: solo 40 degli accusati vengono esiliati nelle «province remote»,

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dei quali 18 condannati ai lavori forzati da tre a dieci anni, i restanti 153 venendo assolti; nel
1879 entra in clandestinità, capo indiscusso di "Volontà del Popolo"; organizzatore del secon-
do attentato, fallito, allo zar ad Aleksandrovsk; capocolonna del poi mortale attentato del
quarto a Pietroburgo; arrestato il 28 febbraio 1881 qualche ora prima dell'assassinio, viene
giudicato nel «Processo dei Sei» e impiccato con quattro complici nella Piazza Semënovskij il
mattino del 3 aprile da Frolov, l'unico boia dell'Impero; oltre a Zeljabov il processo, tenutosi
dal 25 al 27 marzo, coinvolge: la russa ventisettenne Sofija Lvovna Pervoskaja, nata nell'alta
nobiltà, divenuta, dopo l'arresto di Zeljabov di cui era amante, la principale responsabile
dell'attentato, il russo Stepan Nikolaevic Kibalcic, figlio di un parroco, guida tecnica degli e-
splosivi di Narodnaja Volja, il russo Nikolaj Rysakov, il lanciatore della prima granata contro
la carrozza dello zar, il russo Timotj Michajlov, arrestato il 3 marzo dopo avere tentato di fug-
gire sparando all'impazzata, ed infine l'ebrea Gesja Helfman, di cui supra; altri tre complici,
russi: il dinamitardo di riserva Ivan Emeljanov e i «coniugi Evdokij ed Elena Kobozev» alias
Jurij Bogdanovic e Anna Vasilevna Jakimova, verranno scoperti e processati solo in seguito;
dei narodnik poi catturati, e processati dal 9 al 15 febbraio 1882 nel «Processo dei Venti»,
dieci vengono condannati a pene varie e dieci a morte, venendo però nove di questi graziati
all'ergastolo ed eseguita una sola condanna, quella del tenente di marina Nikolaj Suchanov,
responsabile della «sezione di lotta» all'interno dell'esercito, fucilato da un drappello militare),
l'«ucraino» Ossip Zetkin (secondo marito della demi-juive «tedesca» Clara Eisner, meglio
nota come Clara Zetkin), Chaim Zhitlovsky alias Ben Ehud (socialrivoluzionario, cofon-
fondatore del Partito Socialista Russo, dato per eletto alla Seconda Duma dalla Encyclopaedia
Judaica, teorico del nazionalismo diasporico; sotto la spinta dell'«ever increasing danger of
Hitlerism, sempre maggiore pericolo dell'hitlerismo», scrive l'EJ, nel 1936 difende la «giusti-
zia» delle Grandi Purghe; Jonathan Frankel lo dice «sorta di nomade dell'ideologia, sempre in
movimento»), Moyshe Zilberfarb (alias Bazin, SERP), David Zitomirskij (socialdemocratico,
dopo il 1908 con Lenin a Parigi, ove apre uno studio medico pur essendo laureato in Giuri-
sprudenza, agente doppio dell'Ochrana quale«André» e «Daudet», fiduciario di Lenin fino al
1915), Savelj Zlatopolskij (membro del Comitato Esecutivo di "Volontà del Popolo" nel
1881), Aaron Isaakovic Zundelevic (né Goldenberg, direttore amministrativo di "Terra e Li-
bertà" e, in seguito, di "Volontà del Popolo", nel 1877 responsabile dell'impianto della prima
tipografia clandestina, definito dallo storico Cherikover «il più ebreo dei rivoluzionari ebrei»,
noto come «il ministro degli Esteri della Rivoluzione»; dice di lui Tichomirov: «Essendo e-
breo, era molto dotato per le questioni pratiche. Portare qualcuno oltre frontiera, fare qualsiasi
cosa illegale, per queste cose non si poteva trovare qualcuno più abile di lui. Un buon compa-
gno, un uomo coi nervi saldi, cosa rara tra gli ebrei, non un codardo»; definito ed anzi cantato
da Massimo Ferrari Zumbini quale «specialista della dinamite», arrestato nell'ottobre 1879).
● Specificamente ebraico, è il Bund russo/polacco – Algemeiner Yidisher Arbeterbund in
Lite, Polen un Russland, "Federazione Generale dei Lavoratori Ebrei in Lituania, Polonia e
Russia" – fondato il 25-27 settembre 1897, che nel 1907 conta 33.000 militanti. Frantumato
dai bolscevichi nel 1921, alla liquidazione prendono parte la scrittrice bundista/comunista
Malka Lifschitz in Frumkin, alias Esther, nonno rabbino, caporedattrice dell'edizione yiddish
delle opere di Lenin, e Semën Diamantstejn, capo della Evsekzija o Evreskaja Sekzija, la Se-
zione Ebraica del partito comunista costituita nell'autunno 1918 con fini sempre più antisioni-
sti-antiebraici, a partire dall'appoggio dato nell'aprile 1919 al decreto di abolizione delle kehil-
lah, gli organi di autogoverno comunitario). Nota Jonathan Frankel: «Nella questione ebraica
vi fu una netta continuità tra le posizioni ideologiche delineate da Lenin negli anni 1902-1903
e 1913-1914 (in quest'ultimo periodo con la collaborazione di Stalin) e la politica posta poi in

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atto dal Commissariato del Popolo per le Nazionalità (con Stalin in veste di commissario)».
Tra i maggiori esponenti bundisti, molti dei quali migreranno negli USA o diverranno
menscevichi o bolscevichi («membri del Bund ebbero un ruolo attivo nei soviet locali, spesso
nei comitati esecutivi [...] ex bundisti giocarono un ruolo di alto e medio livello nella Ev-
sekzija», scrive Gitelman I; per quanto avversari dei sionisti, dai quali prendono sempre uffi-
cialmente le distanze, Lenin definisce tuttavia i bundisti «sionisti col mal di mare»):
L. Abram, Rafail Abramovic Abramovic (nell'aprile 1917, unico internazionalista nel
CC), David Akselrod, Wiktor Alter ed Henryk Ehrlich (capi della Lega Socialista Ebraica, il
primo è assessore comunale a Varsavia e presidente della federazione dei sindacati ebraici, il
secondo è consigliere comunale a Varsavia e redattore del quotidiano yiddish Folkstaygung;
rifugiati nella zona sovietica nell'ottobre 1939, il primo arrestato a Kovel il 26 settembre, il
secondo a Brest-Litovsk il 4 ottobre; condannato a morte alla Lubjanka il primo il 20 luglio
1941, a Saratov il secondo il 2 agosto, liberati nel settembre, portati a Mosca e messi a capo
del CEA Comitato Ebraico Antifascista; evacuati a Kujbysev nell'ottobre, fatti arrestare da
Stalin il 4 dicembre 1941 dopo essersi sovvenuto dell'opposizione da loro mostrata, quali diri-
genti menscevichi, alla Rivoluzione d'Ottobre e con la falsa accusa di essersi appellati all'Ar-
mata Rossa per una pace con la Germania; considerati cittadini sovietici e noti ai carcerieri
come prigionieri "41" e "42", il primo viene sparato il 17 febbraio 1943, mentre il secondo si
era impiccato in cella il 14 maggio 1942; «Rastreliat oboikh, Fucilateli entrambi», aveva an-
notato Stalin, annoiato delle loro recriminazioni, sulla lettera indirizzatagli dai due),
Mikhailovic Bainic (Joseph Isbitzki), Leyb Blekhman, Berl (Barnett) Botwinik, Abraham
Braun, Moshe Citrin (nel 1903 condannato, con tre correligionari, per l'omicidio di un poli-
ziotto a quattro anni di lavori forzati in Siberia, donde poi fugge), Szymon Dawidowicz, So-
phia Dubnov (moglie di Ehrlich), Dovid Einhorn, Mendel Elkin (nato Mendel Mandel, fonda-
tore del Teatro Yiddish a Pietroburgo e Mosca, negli USA dal 1923), Esther Frumkin, Tevye
(Tevel) Borukhovic Geilikman, Solomon Gilinsky (residente negli USA dal 1941), Y. Gisser
(nato Ginzburg), Max Goldfarb (Dovid Lipets, poi negli USA), Leon Isaakovic Goldman alias
Akim e Leontev, Bernard Goldstein (dal 1940 combattente del ghetto varsavico, dal 1946 ne-
gli USA), Avrom Gordon, Henie Gorelik, Shmuel/Lev Gozhansky alias Lonu, Zacharij Gri-
gorevic Grinberg, Bronislav Groser, Moshe Gurevich (negli USA dal 1905), Leivick Halpern,
Herschel Himelfarb (membro del World Co-Ordinator Committee of Jewish Bund), Iosip Isbi-
tzkij (alias Bainish Michalevic), Izai Izenstat, Yakov Kaplan (capo dei «sezionisti», come
vennero chiamati i bundisti bielorussi tesi a confluire nel bolscevismo), Dovid Kats alias Ta-
ras alias Tsoglin, Benjamin Kheifetz, Shimen Klevansky alias Maksim, Timofei (Tsemakh)
Marcovic Kopelzon alias Grishin, Vladimir Kosovskij, Arkadij (Aleksandr o, ancor più origi-
nariamente, Aron) Kremer (operaio a Vilna, chiamato Der Tate "il padre", cofondatore del
Bund, nel 1894 coautore con Martov dell'opuscolo Ob agitacij, "Sull'agitazione", il primo
manuale pratico per l'azione di massa), Krol, Frants Kursky (né Samuel/Shmul Kahan/Co-
hen), Ljuba Levinzon, Mark (Mikhail) Avrom Lesin (né Valt, poi negli USA),
Yankel Levin (probolscevico, nel CC nel 1919), Mikhail Levitan, Mark Liber (presente
anche nel CC menscevico con Ehrlich), Mikhail Isaakovic Liber (nato Goldman, stalinpurgato
nel 1937: si tenga presente che, come già detto, la «fucilazione», applicazione della «misura
suprema di difesa sociale», è in realtà, mani legate dietro la schiena in sordide cantine o sul-
l'orlo di fosse comuni, un colpo di pistola alla nuca, plasticamente reso da Igor Argamakow:
«I vecchi film ci hanno abituato alla tragica grandezza delle fucilazioni. L'alba brumosa, il
sacerdote affaccendato nelle preghiere, il fazzoletto che cinge gli occhi, i soldati allineati e la
scarica che squarcia il petto del condannato, mentre grida con voce strozzata: "Viva...!". Nulla

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di tutto questo nelle procedure sbrigative della "giustizia" sovietica. La formula "fucilazione"
era un puro eufemismo. L'NKVD portava il condannato in un lurido scantinato, lo addossava
al muro, se riusciva ancora a reggersi in piedi, e lo finiva con un solo, ben preciso colpo alla
nuca»), Dovid Lipets (a inizio secolo negli USA quale Max Goldfarb, cofondatore della Je-
wish Socialist Federation, rientra nel 1917, sindaco di Berdichev, presidente della locale ke-
hillah e deputato della Rada ucraina, poi capo delle scuole di addestramento dell'Armata Ros-
sa quale «generale Petrovskij»), A. Litvak (Chaim Yankev Helfand, compagno di Lipets, ca-
po dell'ala destrista nell'autunno 1918), Mandelsberg, Lev Martov, Vladimir Medem (1879-
1923, primo portavoce del Partito per le questioni nazionali, migrato negli USA nel 1921),
Avrom Merezhin, Beynish Mikhailevic (né Yoysef Izbickij), Yoysef Shloyme Mil (negli
USA dal 1914 quale John Mill, boss del Socialist Party), Avrom (Gleb) Mutnik/Mutnikovic,
Nakhimson (economista probolscevico, nel Comitato Centrale con Levin e Rumanov), il detto
Moissaye Olgin (Moishe Yosef Novominsky o Novomski o Novomisky),
Jacob Pat, Jan Kuszel Portney, Yekutiel Portnoy (nato Yuzef Noah/Noyakh alias Abram-
son), Moishe Rafes (poi dirigente nell'Evsekzija), Rakhmiel, Pavel (Pinkhes/Piney) Isaakovic
Rozental alias An-man (e la moglie Anna Heller), Alter Rumanov (calzolaio, pro-bolscevico),
Emanuel Scherer, Lev Grigorevic Shapiro, Motl Srednitzkij, Pati Srednitskaia (moglie di
Kremer), David Pëtrovic Sternberg, A. Svetitskij (centrista nel 1919), Benjamin Tabachinsky,
Jehiel Isaiah Trunk (presidente del PEN Club Ebraico in Polonia, negli USA dal 1941), Aron
Isaakovic Vejnstein, Ilya Vilenkin, Maks (Moisei) Nakhmanovic Vinokur, Borekh Vladeck
(nato Borekh Nakhmen Charny), il «lituano» Lev Yogikhes-Tysko (figlio di ricco mercante,
socialdemocratico, dopo il 1905 in Germania quale Jogiches, cofondatore dello Spartakus-
bund), Yudin-Eisenstadt (boss socialdemocratico e bundisto-destrista), Avrom Simkhe Zaks
(poi migrato negli USA), Sergej (Sender) Zeldov alias Nemanskij, Yankel Zheleznikov (sei
anni nella Siberia zarista, arrestato nel 1939 a Vilna, morto in prigione), Moishe Zilberfarb
(ministro per gli Affari Ebraici nel governo ucraino della Rada), Szmul Zygielbojm (poi parti-
giano anti-«nazista»), Dovid Iosifovic Zaslavskij (1880-1965, giornalista già anti-bolscevico,
poi ardente comunista e antisionista, portavoce del governo nel secondo dopoguerra e princi-
pale scrittore satirico della Pravda; vedi infra) e A. Zolotarev alias S. Aleksandrov.
● Esponenti socialisti di varie esperienze e varia estrazione partitica, migrati in Palestina e
pre-fondatori/esponenti politici dello Stato di Israele: Yosef Aharonovic, Yosef Barats, David
Ben Gurion (1886-1973, nato Grin; il cognome ebraico poi assunto deriva da gur = leoncel-
lo), il già detto Itzhak Ben Zvi, Yosef Busel, Levi Eshkol (Skolnik), Yisrael Giladi (Butel-
broit), Aharon David Gordon (la cui bestia nera, secondo lui più pericolosa dell'antisemitismo
in quanto atomizzatrice degli spiriti, è la concezione liberale dell'uomo e della società, vista
come un «aggregato meccanico di individui, esso stesso parte di un insieme, l'umanità»: «La
nazione ha creato la lingua, cioè il pensiero, la religione, cioè la concezione del mondo e del
rapporto dell'uomo col mondo, la morale, la poesia, la vita sociale. In quest'ottica, si può dire
che la nazione ha creato l'uomo»), Avraham Hartsfeld (Postrelko), Berl Katznelson, Haya Sa-
ra Khenkin (moglie di Yehezkel Khenkin), i già detti Syrkin e Tabenkin, Nahum Tversky, A-
leksandr Zaid, Yaakov Zerubavel (Vitkin).
● Ebrei sono anche il giurista Jacob Teitel, nato nel 1850, intimo di Gorkij e Lenin, migra-
to a Berlino dopo il golpe bolscevico; il capitalista «pentito» Savva Morozov, grande indu-
striale tessile e finanziatore dei bolscevichi «nella convinzione che solo il socialismo possa
salvare la Russia» (morto Savva, la vedova Zinajda Grigorevna si sarebbe risposata col sinda-
co di Mosca, Rezvoij); 12 deputati della Prima Duma, dal 27 aprile al 2 luglio 1906 (3 trudo-
viki e 9 ka-det), quasi tutti avvocati: Leontij Bramson, Gregor Bruck, M. Czervonenkis, Si-

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mon Fraenkel, Grigorij Iollos, Nissan Katzenelson, Shemaryahu Levin, M. Ostrogorski, Si-
mon Rosenbaum, Mikhail Sheftel, Maksim M. Vinaver («il Cadetto mosaico», nel CC ka-det)
e V. Yakubsohn; 4 della Seconda, dal 20 febbraio al 3 giugno 1907: l'avvocato S. Abramson,
il socialdemocratico V.E. Mandelberg (pseudonimizzato Posadovskij al Secondo Congresso
del luglio-agosto 1903, più tardi menscevico), l'ingegnere minerario L. Rabinovic (nel 1928
protagonista del Processo Shakhty, nel Donbass) e il delegato Y. Shapiro; i due membri della
Terza Naphtali Friedman e Leopold Eliezer Nisselovic che, sostenuti dai ka-det, presentano il
31 maggio 1910 una proposta per abolire la Zona di Residenza, che viene sottoscritta da 166
deputati; Moshe Bomash ed Eliah Gurevic, con Friedman deputati, nel 1912, nella Quarta
Duma. Ebrei sono anche Joseph Zionson Dalinda, inviato zarista negli USA nel 1915; Aron
Simanovic, gioielliere di corte e segretario del «guru» Grigorij Rasputin; e il giornalista e
drammaturgo, agente zarista e consigliere di collegio Ivan F. Manasevic-Manuilov, intimo di
Rasputin, nuca-sparato dai bolscevichi nel 1918.
Singolare è infine il percorso politico dello scrittore in yiddish S.A. (Sëmen Akimovic)
An-ski. Nato nel 1863 Shloyme/Shlomo Zanvl/Seinvel Rappoport a Casnik, lo shtel presso
Vitebsk in cui nasce anche Marc Chagall, è attivo narodnik. Su consiglio del confratello scrit-
tore Gleb Uspenskij si porta a San Pietroburgo e collabora alla stampa populista fino al 1892,
quando si trasferisce in Francia, ove diviene segretario del socialrivoluzionario russo Pëtr La-
vrov e dirige la Scuola Rivoluzionaria Russa di Parigi. Membro del Bund, del quale compone
gli inni, torna in «patria» nel 1905, viene sovvenzionato dal barone Herz Gintsburg, fonda la
Società Etnografica Ebraica e si dedica a produzioni letterarie, tra le quali il citato dramma
Der Dybek, tratto nel 1918 dalla tradizione chassidico-cabbalistica. Dopo avere aderito alla
Rivoluzione di Febbraio, viene eletto alla Duma quale socialrivoluzionario, ma lascia la Rus-
sia dopo il golpe bolscevico, trasferendosi a Vilna e Varsavia.
Del ben fare rivoluzionario ebraico di fine Ottocento testimonia nel 1916, in attesa di as-
surgere a più alti fasti, Nahum Goldmann in Von der weltkulturellen Bedeutung und Aufgabe
des Judentums, ottavo fascicolo della serie Weltkultur und Weltpolitik, "Civiltà mondiale e
politica mondiale", edita a Monaco di Baviera avanti e durante la Grande Guerra: «Contro
l'attuale ordinamento sociale russo, l'ebreo è il più ardente combattente per le idee moderne; è
alla testa di tutti i gruppi liberali e rivoluzionari [er ist der Führer aller liberalen und revolu-
tionären Richtungen], e la cospicua partecipazione [der hervorragende Anteil] degli ebrei alla
rivoluzione russa [del 1905] ha mostrato di quale straordinaria importanza essi siano nel pro-
cesso di europeizzazione e modernizzazione della Russia». Altrettanto pregnanti le conclusio-
ni di E. Haberer in Jews and Revolution in Nineteenth-century Russia, riportato da Ferrari
Zumbini: «Innanzi tutto, un ampio ed evidente materiale statistico rende difficile ignorare che
negli anni Settanta e Ottanta gli ebrei furono un elemento sostanziale nell'attività rivoluziona-
ria russa [...] Persino per un osservatore non prevenuto era difficile sottrarsi all'impressione
che alla fine degli anni Ottanta la professione di rivoluzionario era dominata da ebrei sociali-
sti, che superavano numericamente ogni altra minoranza nazionale e forse persino i russi, nei
principali settori di attività continuativa anti-governativa, cioè le colonie di emigrati dell'Eu-
ropa occidentale e delle province della zona di insediamento ebraico».
Che gli ebrei siano divenuti terroristi e rivoluzionari a causa dell'«oppressione» zarista, è
uno dei luoghi comuni più volgari e più duri a morire. È ben vero che fin da Nicola I le perso-
ne di fede ebraica, tranne eccezioni, sono tenute a non abbandonare la Zona di Residenza (ve-
di infra; ma nel 1897 dei 5.100.000 eletti, il 3,94% della popolazione dell'impero, ne vivono
fuori almeno 315.000), ma il criterio discriminante è religioso (la definizione ufficiale di «e-
breo» nelle leggi e nei regolamenti che fissano le incapacità giuridiche è «persona di confes-

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sione ebraica») o sociale, e non razziale. Diversi industriali, banchieri, nobili e commercianti
eletti vivono infatti a Pietroburgo e Mosca (nel 1900 il numero degli ebrei ivi residenti è, ri-
spettivamente, 20.000 e 9000). Negli anni Settanta un ebreo convertito, Egor Abramovic Pe-
retz, viene nominato segretario del Consiglio di Stato. Consigliere giuridico del ministero del-
l'Interno è a fine secolo il puro ebreo Enoch Sliosberg (nato a Mir/Minsk nel 1863 e membro
liberale della Duma, dopo la caduta del confrère Kerenskij si porta in Francia, ove assume il
più eufonico nome di Henri, cofonda le logge Astrée, Hermès, Lotos e Gamaïoune del RSAA,
destinate ai russi/«russi» esiliati, e nel 1932 la prima loggia francese del B'nai B'rith).
Figlio di un rabbino di Vilna, nel 1904 diviene membro del Consiglio di Stato Boris Vla-
dimirovic Stürmer, già governatore provinciale; dal gennaio al novembre 1916 ricoprirà addi-
rittura le cariche di presidente del Consiglio dei ministri, con interim all'Interno ed agli Esteri
(nel settembre, in una lettera al capo di Stato Maggiore generale Mikhail Vasilevic Alekseev,
di lui scrive il massone A.I. Guckov, capo degli ottobristi nella Quarta Duma, disfattista e fe-
roce mestatore antizarista: «E se lei riflette che questo governo è presieduto dal signor Stür-
mer, il quale si è assicurato una solida fama (sia nell'esercito, sia nel paese in generale) se non
di traditore in atto almeno di uomo pronto a perpetrare il tradimento [...] comprenderà perché
la pubblica opinione e il sentimento popolare sono attanagliati da un'angoscia mortale per le
sorti della nostra patria»); consigliere di Stürmer in materia d'affari confidenziali relativi al
servizio di controspionaggio è il confrère Ivan F. Manasevic-Manuilov, ambiguo personaggio
in stretto contatto con Rasputin, il «santo» monaco «consigliere» di Nicola II.
Ebrei come il detto Jakob Teitel, Passover, Kupernik e Verblovskij divengono membri, e
poi presidenti, della Corte Suprema; giuristi come Utin, Trachtenberg e Dumasevskij sono
attivi dopo il 1860 nella commissione incaricata di una riforma giuridica dell'intero complesso
legislativo zarista, mentre un Grigorij Leontevic Verblovskij opera, onorato ed autore di fon-
damentali opere giuridiche, nelle corti di giustizia di San Pietroburgo, Voronez e Mosca; eco-
nomisti come Illarion Ignatevic Kaufman, nato nel 1847, laureato a Charkov e funzionario
governativo dal 1870, dal 1893 ricopre la cattedra di Statistica a San Pietroburgo, essendo i-
noltre presente per decenni nel direttorio della Banca dei Proprietari Terrieri e della Banca
Imperiale. Nato nel 1843, educato nella yeshivah di Vilna e laureato a Mosca nel 1867, Mark
Lvovic Dillon occupa col tempo, dal 1868 al 1874, pur non convertendosi, i posti di assistente
segretario, segretario e capo segretario del Senato, ricoprendo nel successivo ventennio altis-
sime cariche giudiziarie a Perm, Simbirsk e Kazan, ricevendo infine il cavalierato dell'Ordine
di Anna e il titolo di Consigliere di Stato, carica che lo inserisce nei ranghi della nobiltà eredi-
taria. Già nel 1841 il «tedesco» Max (Menahem) Lilienthal, anch'egli non convertito, era stato
del resto fatto responsabile primo per la riforma scolastica nella Zona di Residenza dal mini-
stro dell'Istruzione Nazionale Sergej S. Uvarov, con poteri di polizia contro i renitenti; nel
1846 gli subentra nella carica il confratello Leon (Arye Löb) Mandelstamm.
Ancor prima, a fine Settecento, il padre di Egor, Abraham Peretz, mercante e costruttore
di navi, viene titolato Consigliere Commerciale Imperiale da Paolo I (il primo figlio Grigorij,
rivoluzionario decabrista, viene bandito nel nord dopo i moti; il secondo, Aleksandr, ingegne-
re minerario, è centrale nello sviluppo industriale degli Urali; Vladimir, pronipote di Grigorij,
è storico della letteratura e membro dell'Accademia Russa, poi Sovietica, delle Scienze). Ebrei
battezzati sono anche: il «tedesco» nato a Lisbona Karl Robert Nesselrod, aiutante di campo
di Paolo I, delegato al Congresso di Vienna e ministro degli Esteri per un quarantennio con
Alessandro I e Nicola I; Ludwig Ctiglits, nominato barone in Russia; Maximilien Heine, fra-
tello del poeta, medico militare che termina la carriera col grado di Consigliere di Stato; il go-
vernatore generale Bezak; il generale Adelbert, consigliere militare dello zar; il colonnello

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della Guardia a Cavallo Meves; i fratelli Hirs, uno dei quali è ministro con Alessandro III. Se-
condo il censimento del 1897, ben 196 membri della nobiltà ereditaria hanno l'ebraico come
lingua materna, mentre tra la nobiltà a titolo personale ed i funzionari, sono ebrei in 3371.
La politica liberale di Alessandro II, salito al trono il 26 agosto 1856, non solo abolisce la
rekrutschina – l'odiata coscrizione ebraica giovanile – ma apre agli ebrei l'accesso agli istituti
di istruzione superiore. Le leggi che li limitano nella Zona vengono inoltre, scrive Adam U-
lam, «diluite a tal punto che non avevano praticamente più effetto». L'applicazione dei primi
provvedimenti dello «zar liberatore» risale al 2 dicembre 1857 (apertura delle zone confinarie
con Prussia e Austria, chiuse agli ebrei nell'aprile 1843) e al 27 ottobre 1858 (permesso di vi-
vere nelle zone di frontiera occidentali e di Bessarabia); nel 1859, a certe condizioni, viene
permesso ai mercanti della Prima Gilda di commerciare e risiedere nell'intera Russia; ancora
nel 1859 una serie di riforme militari rende meno oneroso il servizio dei soldati ebrei; nel
1860 viene permesso ai soldati della Guardia che hanno terminato il servizio, di rimanere
permanentemente a San Pietroburgo; il 27 novembre 1861 una legge garantisce agli ebrei che
hanno terminato gli studi universitari coi titoli di magister, candidato o dottore, il diritto di vi-
vere e lavorare fuori della Zona, come anche di accedere a impieghi governativi; successive
disposizioni ampliano il diritto ad ogni ebreo con istruzione superiore; dall'11 dicembre 1861 i
mercanti della Prima e della Seconda Gilda hanno il diritto di risiedere in permanenza nell'in-
tera città di Kiev; nel 1862 gli ebrei polacchi ottengono il diritto di acquistare terre in tutte le
città della Polonia, mentre vengono rimosse le restrizioni di residenza nella Polonia russa e
viene garantito eguale status giuridico quali testi in ogni questione legale; nel 1864 cadono
tutte le restrizioni alla partecipazione degli ebrei negli zemstvo, le assemblee di autogoverno
provinciale, e quelle concernenti ulteriori questioni legali; il 28 giugno 1865 tutta la Russia
viene aperta agli artigiani ebrei e alle loro famiglie; nel 1868 viene abolita la legge che vieta
di spostarsi dalla Polonia russa alla Zona di Residenza e viceversa.
L'essere liberati dai vincoli di movimento spaziale e soprattutto l'essere entrati in sfere so-
ciali fino ad allora inaccessibili esasperano però nei giovani il congenito sovversivismo, anche
se molti rivoluzionari ammettono le buone ragioni dell'ostilità dei goyim. Così fa nel 1871,
dopo i tumulti antiebraici di Odessa, il giovane Lev Dejc, che si chiede, coi membri del circo-
lo radicale di cui è membro, in maggioranza confratelli, «se gli ebrei [non siano] anch'essi re-
sponsabili dell'odio che i cristiani provano nei loro confronti. Alcuni, tra i quali io stesso, ri-
conobbero che i nostri correligionari avevano dato sufficienti motivi di ostilità nei loro con-
fronti, tra i quali il principale era la loro predilezione per le attività non produttive e parassita-
rie». Similari conclusioni in Louis Rappoport, giornalista del Jerusalem Post, e in W.D. Ru-
binstein, costretto ad ammettere che, «sebbene non sia il caso di rivedere il giudizio già e-
spresso sul regime zarista o di individuare circostanze attenuanti della sua politica sistematica-
mente antisemita, esistono diversi elementi di notevole rilievo riguardanti la situazione eco-
nomica e lo status degli ebrei sotto lo zarismo che debbono essere presi in considerazione nel
valutare la loro condizione. Come primo punto, c'è da notare che l'antisemitismo zarista era di
natura puramente religiosa. Gli ebrei erano considerati più come gruppo religioso che come
entità razziale e, una volta battezzati, non erano più sottoposti ad alcuna restrizione legale».
In tal modo agli studenti ebrei di talento viene frequentemente offerto l'accesso a corsi u-
niversitari alla sola condizione di essere battezzati. Le carriere di persone come il compositore
e direttore d'orchestra Anton Rubinstein, fondatore e direttore del conservatorio di San Pietro-
burgo, nonché tra i più influenti personaggi dell'establishment musicale all'epoca di Ciaiko-
vskij, Rimskij-Korsakov e Mussorgskij, e del fratello Nikolaj, fondatore e direttore del con-
servatorio di Mosca, costituiscono la prova che un ebreo può, una volta battezzato, ottenere un

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grande successo professionale. Al limite della schizofrenia si pongono, tuttavia, le considera-
zioni di Anton: «Per gli ebrei sono un cristiano, per i cristiani un ebreo. Per i tedeschi sono un
russo, per i russi un tedesco. Per i modernisti sono un classicista noioso, per i classicisti un
musicista dell'avvenire. Insomma, non sono né carne né pesce e nessuno mi vuole».
In secondo luogo, frequenti sono le eccezioni alla regola: a parecchi ebrei è permesso ri-
siedere fuori della Zona, possedere terre e godere di privilegi. Già nel 1815 la comunità ebrai-
ca polacca alla quale appartiene la famiglia del futuro «inglese» sir Lewis Namier, è oggetto
di un decreto che la legittima a possedere terre a dispetto della sua religione giudaica. Egual-
mente, dal 1905, data dell'introduzione delle Dume nel governo dell'impero, viene permesso
agli ebrei di eleggere i deputati, e ciò malgrado non abbiano la facoltà di votare in elezioni
molto meno importanti, quali quelle per i consigli comunali e rurali. Nel 1905 sono dodici gli
ebrei parlamentari, dei quali tre socialisti e nove democratico-costituzionali. Alla seconda
Duma, nel 1907, per effetto di una modifica della legge elettorale tesa appunto a bloccare
un'ulteriore affermazione ebraica, ne vengono eletti quattro. Nella terza Duma, come detto
sopra, gli ebrei sono due e nella quarta, l'ultima eletta prima della rivoluzione, tre.
In terzo luogo gli ebrei benestanti, come quelli che sono riusciti ad entrare nelle università
e a laurearsi (quanto alle «crudeltà» nel campo dell'istruzione, si pensi che le leggi varate nel
maggio 1882, un anno dopo l'assassinio di Alessandro II, prevedono di ridurre e stabilizzare il
sovrarappresentato numero degli studenti ebrei universitari alla «repressiva» quota del 10%,
ancora di due volte superiore alla percentuale degli ebrei sulla popolazione generale!), sono
esentati da alcune delle più dure leggi zariste. Mercanti privilegiati che fanno parte della Pri-
ma Gilda e che pagano in tasse almeno mille rubli l'anno sono autorizzati a risiedere in qualsi-
asi regione della Russia, come anche gli ebrei con titolo universitario o quelli impegnati in
attività caratterizzate da elevata professionalità, quali i dentisti e i farmacisti.
Infine: malgrado tutti gli ostacoli gli ebrei hanno iniziato la loro ascesa e costituiscono una
forte componente dell'élite commerciale e industriale già nella prima metà dell'Ottocento. È
l'economista russo M. Bernatskij a scrivere, nel 1916: «Gli ebrei costituiscono oggi più di un
terzo (il 35%) della classe russa dei mercanti [...] Il loro ruolo nella vita commerciale è enor-
me ed essi offrono un importante contributo allo sviluppo e al funzionamento efficiente
dell'economia russa. Tutto ciò che ostacola il manifestarsi delle capacità commerciali degli
ebrei danneggia l'economia». Similmente il «polacco» Marek Waldenberg: «Nella Zona di
Residenza il terziario occupava il 34,6% degli ebrei ma il 7,4% della popolazione complessi-
va. In tutta la Russia il solo commercio impiegava il 38,7% degli ebrei e solo il 3,7% della
popolazione globale. Il 73% di coloro che praticavano il commercio nella Zona di Residenza
erano ebrei, per lo più piccoli commercianti [...] Con lo sviluppo dell'industria crebbe anche,
in particolare dopo il 1908, la presenza di capitale ebraico in diversi settori».
Una forte presenza ebraica si ha nell'industria tessile, nella raffinazione dello zucchero,
nella produzione di birra, tabacco e pelletterie, nella falegnameria, nel commercio del grano e
del legname, in campo bancario, nella costruzione e finanziamento delle ferrovie, nei traspor-
ti, nelle miniere e nell'estrazione e nel commercio del petrolio – praticamente in tutte le attivi-
tà economiche non agricole. Secondo il censimento del 1897, su mille occupati nel commer-
cio nelle province nordoccidentali, 866 sono ebrei. Ancora più alto è il rapporto per i mercanti
di grano della stessa area: 930 su mille. Quanto al tabacco, in Polonia a metà Ottocento Leo-
pold Kronenberg possiede 12 fabbriche, che producono un quarto del tabacco consumato nel
paese. Sempre nel 1897 sono proprietà di ebrei 83 delle 110 fabbriche site nella Zona, mentre
oltre l'80% degli operai è composto da confratelli, attivi rivoluzionari; la fabbrica di Y. Shere-
shevsky impiega, a Grodno, ben 1800 operai.

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Interconnesse dai più vari legami – di sangue come di interessi – sono le famiglie che do-
minano il mercato cerealicolo dell'Est europeo da Vilna ad Odessa. Scrive lo storico ebreo
Salo Baron: «Nell'Ottocento, il commercio dei cereali polacco divenne una riserva pressoché
esclusiva degli ebrei. Numerose ditte ebraiche vi si dedicavano, operando anche quali agenti
di compagnie tedesche e francesi, come anche di altre ditte ebraiche. Dei 214 commercianti di
cereali a Varsavia nel 1867, 124 erano ebrei. Nel 1873 cinque ebrei di Varsavia divennero
membri del costituendo Comitato per il Commercio del Grano. I commercianti ebrei di cereali
ebbero inoltre un ruolo primario nell'istituzione dei depositi statali di grano in Prussia, Slesia e
Galizia nel Settecento [...] Diverse comunità della Prussia Orientale e in Lettonia, come quelle
di Königsberg e Riga, devono la loro nascita e il loro sviluppo all'espansione degli interessi
ebraici in questo commercio. Nel Settecento la massima parte dei cereali esportati per via di
terra dalla Polonia alla Slesia era concentrata in mani ebraiche».
«"Gli ebrei» – aggiunge Solzenicyn (V), basandosi su fonti ebraiche – «da lungo tempo
praticavano il commercio dei cereali, ma il loro ruolo divenne particolarmente importante a
partire dall'abolizione della servitù della gleba e dalla costruzione delle ferrovie". "Nel 1878,
il 60% dell'esportazione dei cereali era in mani ebraiche; presto la quota sarebbe salita al
100%" [...] Invero, gli ebrei erano spesso assai duri e operavano con procedimenti che oggi
consideriamo illeciti; ad esempio, potevano accordarsi fra loro e rifiutare di acquistare il rac-
colto al fine di far cadere i prezzi. Si comprende che, negli anni Novanta, cooperative di agri-
coltori (sotto gli auspici del conte Heiden e di Bekhteev) siano sorte nelle province del Sud,
per la prima volta in Russia e in anticipo sul resto d'Europa. Esse si prefiggevano di ostacolare
tali acquisti massicci, monopolistici, del grano contadino».
La sovrarrappresentazione degli ebrei nei campi cui hanno accesso è evidente anche nell'i-
struzione superiore, a dispetto dei ristretti contingentamenti imposti. Nel 1886 gli ebrei che
frequentano le scuole superiori russe sono 1856, il 14,5% degli studenti. Nel 1902 scendono a
1250 (7%), risalgono nel 1907 a 4266 (12,1%) e ridiscendono nel 1911 a 3602 (9,4%). Un
gran numero di studenti frequenta scuole superiori private, non soggette a contingentamento:
nel 1912 ci sono, ad esempio, 1875 ebrei iscritti all'Istituto per il Commercio di Kiev.
Dati ancora più pregnanti offre Waldenberg: «Sotto il regno di Alessandro II le autorità
propendevano per un'assimilazione degli ebrei e per un loro inquadramento nel sistema scola-
stico russo. Questa politica ebbe notevoli risultati, come dimostrano le percentuali degli ebrei
fra gli studenti delle scuole medie (ginnasi e licei): nel 1881 essi erano il 35,4% del totale de-
gli studenti nel distretto scolastico di Odessa, il 26,9 in quello di Vilna, il 12,9 in quello di
Varsavia. Nei governatorati della Russia vera e propria queste percentuali erano notevolmente
più alte della percentuale degli ebrei sulla popolazione complessiva: il 5,3 nel governatorato
di San Pietroburgo e il 4,2 in quello di Mosca. Altrettanto alto era il numero degli studenti u-
niversitari ebrei: nel 1886 il 30,9 a Odessa, il 15,2 a Kiev, il 14,7 a Varsavia, il 12,7 a San Pie-
troburgo [...] Nel 1879, ad esempio, i laureati ottennero il permesso di risiedere in tutto il terri-
torio della Russia. Non avendo accesso all'apparato statale essi erano, a maggior ragione, inte-
ressati a impiegarsi nelle libere professioni. Nel 1897 gli ebrei costituivano l'11,7% di tutte le
persone attive nel campo dell'arte, della letteratura e delle scienze, una percentuale, va notato,
di tre volte superiore alla loro percentuale strettamente demografica, e ciò a dispetto delle leg-
gi del 1887 che limitavano il numero di ebrei nelle scuole medie e all'università (non più del
10 nella Zona di Residenza, il 5 al di fuori e il 3 a San Pietroburgo e a Mosca)».
Di tale tendenza allo straripamento si erano accorti già un ventennio prima gli spiriti più
attenti. Nell'estate 1879 (il medesimo anno della previsione di Wilhelm Marr riportata nel
primo capitolo!) Fëdor Dostoevskij si reca in Germania a Bad Ems per una cura termale e

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scrive all'amico Konstantin Pobedonoscev, Ober-Prokuror, cioè direttore laico, del Santo Si-
nodo – l'istituzione governativa responsabile dell'ordinamento ecclesiastico del paese – e pre-
cettore di Alessandro III e Nicola II (diffamato in vita dai rivoluzionari e post mortem dai
gazzettieri progressisti che, sulla scia dello storico ebreo Shimen Dubnov, gli imputano – «is
alleged to have said, si dice abbia detto...», imbarazzeggia Stephen Berk, «discolpandolo» al
pari del collega semper judaeus Salo Baron, che fa autore dell'aneddoto il giornalista ebreo
Aleksandr O. Zederbaum – una «soluzione finale» dell'ebraismo russo: «Un terzo verrà ucci-
so, un terzo lascerà il paese e un terzo verrà assimilato», Pobedonoscev, uomo tra i più colti e
intelligenti dell'epoca, deciso nemico di pogrom e pogromisti ma altrettanto profetico sui gua-
sti della Modernità, verrà ferito a pistolettate nel marzo 1901 dal terrorista Lagovskij): «Tutto
è straniero, assolutamente straniero, e ciò è insopportabile. Dovrò continuare così per cinque
settimane. E notate bene: letteralmente la metà sono Jids [o zidy, «giudei», come detto, termi-
ne spregiativo, nei documenti ufficiali rimpiazzato da yevrei, «ebreo», a partire dagli ultimi
anni di Caterina la Grande]. Passando da Berlino ho potuto constatare che la Germania, o al-
meno Berlino, si va ebraizzando». Più radicale ancora sarà l'anno dopo, annotando diaristica-
mente: «Tutti, i Bismarck, i Beaconsfield e la repubblica francese non detengono, per me, il
vero potere. Il loro padrone, il padrone di tutti, il padrone di tutta l'Europa è solo l'ebreo».
A lui risponde l'amico: «Ciò che scrivete a proposito dei Jids è assolutamente giusto. Han-
no invaso tutto, hanno minato tutto e lo spirito di questo secolo lavorava per loro. Essi sono
alla radice del movimento socialdemocratico e zaricida, sono padroni della stampa, il mercato
finanziario è nelle loro mani, riducono alla schiavitù economica le masse popolari, decidono i
princìpi della scienza contemporanea, che tende a porsi al di fuori del cristianesimo. E con
tutto ciò, da quando esistono, un coro di voci si leva in difesa degli ebrei pretendendo di parla-
re in nome della civiltà e della tolleranza, cioè dell'indifferenza nei confronti della fede. Nes-
suno da noi ha il coraggio di dire che tutto quanto è in mano agli ebrei. Ecco che già la nostra
stampa sta diventando ebraica. La Russkaja Pravda, la Moskva e se vogliamo anche il Golos
sono organi ebraici e sono comparsi inoltre dei fogli speciali: "L'ebreo", "Il corriere ebraico",
"La biblioteca ebraica"». «Non dovremmo parlare dell'emancipazione degli ebrei, ma dell'e-
mancipazione dei russi dagli ebrei», riecheggia l'influente intellettuale slavofilo Ivan Aksa-
kov, mentre il giornalista e deputato inglese Arnold White, collaboratore del filantropo barone
Maurice de Hirsch, eletta progenie, commenta a chiare lettere che se in Russia si fossero «ab-
battute tutte le barriere all'emancipazione ebraica non sarebbero passati cinque anni che la
Russia sarebbe stata ebreizzata. In un decennio ogni carica di rilievo [every place of impor-
tance] nell'impero sarebbe stata ricoperta da ebrei».
Nel 1906 il ministro delle Finanze Vladimir Nikolaevic Kokovcëv definisce vane le dispo-
sizioni legali adottate per limitare l'influenza giudaica: «Gli ebrei sono così astuti che non si
può fare affidamento su alcuna legge per controllarli. Non serve a niente sbarrare le porte per
proteggersene: troveranno sempre un grimaldello per aprirle. Inoltre una politica repressiva
non fa che irritarli maggiormente e favorisce gli abusi e le arbitrarietà amministrative. Le leg-
gi antisemite hanno l'unico difetto di fare aumentare i redditi dei funzionari». A lui obietta, del
tutto logicamente e non rassegnato, il ministro V.I. Gurko: «È la prima volta in vita mia che
sento dire che, quando un chiavistello non assolve al compito perché qualcuno si serve di un
grimaldello, bisogna togliere il chiavistello». «Nei rivoluzionari ebrei» – scrive il tedesco Ru-
dolf Kommoss – «le caratteristiche razziali dell'ebraismo sono attive come minimo in eguale
misura che nei rabbini del ghetto; essi sono i rappresentanti del loro popolo forse più tipici e
sono certo più abili e validi dei loro connazionali ortodossi». Vent'anni dopo il sionista Theo-
dor Herzl in Der Judenstaat («tra di noi vengono reclutati i sottufficiali di tutti i partiti rivolu-

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zionari»), anche il quarto/semi-juif Vladimir Ilic Uljanov dit Lenin, in una conferenza tenuta il
22 gennaio 1917 nella Casa del Popolo di Zurigo (Jaff Schatz la fa invece risalire al 1905, a
Ginevra), ammette che «gli ebrei rappresentano una percentuale altissima tra i capi del movi-
mento rivoluzionario in rapporto all'entità della popolazione ebraica generale. Anche oggi, sia
detto per inciso, gli ebrei hanno il merito di rappresentare una percentuale rimarchevolmente
più alta che non le altre nazionalità, tra i membri più in vista delle correnti internazionaliste»
(il fratello Aleksandr, cofondatore del gruppo studentesco Frazione Terroristica di Volontà
del Popolo, organizza contro Alessandro III un attentato il 1° marzo 1887, ricorrenza del-
l'assassinio del padre, e viene impiccato con quattro complici l'8 maggio; tra gli scampati, il
futuro Maresciallo polacco Pilsudski, confinato in Siberia per cinque anni).
Quanto ai membri dei CC dei partiti non bolscevichi, anch'essi sono ebrei in stragrande
maggioranza. Gli 11 menscevichi, tutti. Dei comunisti del popolo, sono 5 su 6 (uno è russo).
Dell'ala destra dei socialrivoluzionari, sono 13 su 15; dei due «russi», Ciaikovskij e Aleksandr
Fëdorovic Kerenskij, il secondo è di origine più che dubbia, ed anzi, consideratane non solo la
parabola caratterialpolitica (leader del gruppo trudovik, ambizioso avvocato, alto dignitario
massone, nel febbraio 1917 vicepresidente dell'Ispolkom, il Comitato Esecutivo Provvisorio, a
fine agosto criminale gestore/ideatore del fantomatico golpe attribuito al generale Kornilov,
infine insipiente capo del governo abbattuto dai bolscevichi), ma anche i dati da fonti diverse,
tutto spinge a dirlo ebreo; secondo Ulrich Fleischhauer è figlio di certo Aaron Kerbin/Kir-
bis/Kirbiz/Kurbis e della madre Adler, rimaritata con l'ispettore scolastico Fëdor Kerenskij.
Dell'ala sinistra SR lo sono in 10 su 12 (e due russi). Tra gli anarchici di Mosca, sono ebrei 4
membri sui 5 del gruppo dirigente. Quanto al partito comunista polacco, tutti i dodici capi so-
no ebrei, compreso Radek/Sobelsohn, Zagonski/Krokhenal e Goltz/Schwartz. Il totale, per i
sette gruppi politici nominati, ci dà 55 individui sicuramente ebrei su 61 (i restanti sono russi).

* * *

Il terzo periodo della storia dell'ebraismo americano – l'immigrazione-stillicidio-valanga


di due milioni di ebrei nell'arco di un trentennio – si apre in Russia il 1° marzo 1881, forse per
un puro caso vigilia di Purim, con l'assassinio dello zar Alessandro II per mano di un coacer-
vo di rivoluzionari tra i quali, anche se il diretto assassino è il polacco (o magari «polacco»)
Hryniewiecki/Grinevic, imponente e qualificata è la presenza ebraica.
Infatti, se su un totale di 1054 rivoluzionari identificati in tutto l'impero negli anni 1873-
1877 ci sono solo 63 Arruolati (dei quali, 55 arrestati nell'aprile 1876 a Vilna, la «Gerusa-
lemme delle nevi» – o, per dirla con la definizione coniata nel 1812 da Napoleone durante l'a-
vanzata verso Mosca, la «Gerusalemme dell'Est» – cruciale nodo nell'estesa rete di importa-
zione e distribuzione di letteratura illegale in tutta la Russia, centro intellettuale grazie alla
presenza di scuole superiori e dell'Istituto Ebraico per Insegnanti), negli anni 1884-1890 i ri-
voluzionari ebrei sono ben 579 su un totale di 4307, per la maggior parte ai posti direttivi.
Mentre nella popolazione generale gli ebrei toccano una quota del 4%, quelli processati per
terrorismo sono il 13% tra il 1884 e il 1890, il 29,1 nel 1901-1903 (secondo un rapporto uffi-
ciale della polizia, 2269 individui su 7796) e il 37 dopo i fatti del gennaio 1905 (la lista stilata
dal generale Sukhotin, comandante del distretto militare siberiano, riporta, sui 4526 deportati,
1898 russi, 1676 ebrei, 624 polacchi, 124 caucasiani e 85 tra baltici ed altri; e si tenga presen-
te che qualche ebreo potrebbe essere stato definito russo o polacco).
Inoltre, ebrei sono gli autori dei più clamorosi delitti. Come detto, per loro mano cadono il
governatore di Charkov Kropotkin, il ministro dell'Istruzione Bogoljepov, il ministro dell'In-

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terno Sipjagin, il governatore di Ufà Bogdanovic, ad Helsinki il segretario di Stato per la Fin-
landia Bobrikov, il ministro dell'Interno von Pleve, il pope Gapon (peraltro di eletta ascenden-
za), il sindaco di Mosca conte Chuvalov, il primo ministro Stolypin (da simili elette attenzioni
scampano a stento l'ex ministro dell'Interno conte Loris-Melikov e il governatore di Charkov
principe Obolenskij). Solo il granduca Sergio, zio dello zar e governatore di Mosca – dopo un
tentativo andato a vuoto non avendo i terroristi voluto coinvolgere nell'eccidio la moglie e i
figli – ha la cortesia di cadere a pezzi, una gamba di qua, un piede di là, la testa maciullata,
altri brandelli sanguinolenti, sotto i colpi di un goy... ben coadiuvato, peraltro, da eletti (inol-
tre, ventitré anni prima era stato liquidato da goyim e non da ebrei anche il procuratore milita-
re di Odessa F.E. Strelnikov). Per più completi dati, vedi la tabella infra: con * gli attentati
riusciti; con + i terroristi giustiziati; con «autori» gli esecutori materiali (su 42 casi: 17 goyim,
25 ebrei e misti); tra i principali ideatori/organizzatori sono sempre presenti gli ebrei.
.
Principali attentati in Russia dal 1866 al 1911

vittima carica data autori

Alessandro II 1° attentato 4 aprile 1866 Dmitrij Karakozov + russo

gen. F.F. Trepov gov. San Pietroburgo 24 gennaio 1878 Vera Zasulic ebrea

Kotljarevskij procuratore a Kiev 23 febbraio 1878 Valerian Osinskij polac.

barone G. Heyking * capo polizia di Kiev 24 maggio 1878 Grigorij Popko russo

gen. N.V. Mezencov * capo Terza Sezione 4 agosto 1878 Sergej Kravcinskij russo

principe D. Kropotkin * gov. Charkov 9 febbraio 1879 Grigorij Goldenberg ebreo

gen. Aleksandr Drenteln success. di Mezencov 13 marzo 1879 Lev Mirski polac.

Alessandro II 2° attentato 2 aprile 1879 A.K. Solovëv e Gobet + misti

Alessandro II 3° attentato novembre 1879 Vera Figner russa

Alessandro II 4° attentato 18 novembre 1879 Zeljabov/Ivan Okladskij misti

Alessandro II 5° attentato 19 novembre 1879 Hartman/Goldenberg ebrei

Alessandro II (11*) 6° attentato 5 febbraio 1880 Stepan Chalturin russo

gen. M.T. Loris-Melikov capo antiterrorismo 20 febbraio 1880 Meir Molodeckij + ebreo

Alessandro II 7° attentato primavera 1880 a Odessa misti

Alessandro II 8° attentato estate 1880 a Pietroburgo misti

Alessandro II 9° attentato estate 1880 a Pietroburgo misti

Alessandro II * 10° attentato 1° marzo 1881 Hryniewecki/Zeljabov + misti

gen. F.E. Strelnikov * procuratore Odessa 18 marzo 1882 Chalturin/Zelvakov + russi

Alessandro III 5° attentato sventato 1° marzo 1887 10 graziati e 5 + misti

N.P. Bogoljepov * ministro Istruzione 14 febbraio 1901 Pëtr Karpovic ebreo

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D.S. Sipjagin * ministro Interno 2 aprile 1902 Stepan Balmashev ebreo

gen. Viktor von Wahl governatore Vilna 18 maggio 1902 Hirsh Lekert + ebreo

principe Obolenskij governatore Charkov 26 luglio 1902 Foma Kaciura ebreo

N.M. Bogdanovic * governatore Ufà 6 maggio 1903 Grigorij Gershuny ebreo

P. A. Krushevan pubblicista ottobre 1903 Pinchas Dasevskij ebreo

gen. N.I Bobrikov * segret. Stato Finlandia giugno 1904 Eugen Schaumann finl.

V.K. von Pleve * ministro Interno 15 luglio 1904 Sazonov/Sikorski ebrei

Sergio Aleksandrovic * granduca, gov. Mosca 4 febbraio 1905 Ivan Kaljaev russo

Vladimir Aleksandrovic granduca 26 febbraio 1905 Maximilian Schweitzer ebreo

conte Chuvalov * sindaco Mosca luglio 1905 Pëtr Kulikovskij ebreo

gen. Luzenovskij * governatore Tambov gennaio 1906 Marija Spiridonova russa

amm. Grigorij P. Cuhnin com. flotta Mar Nero 27 gennaio 1906 SR figlia di un amm. russa

G.A. Gapon * pope sindacalista 28 marzo 1906 Pinchas Rutenberg ebreo

Dubasov (1*) governatore Mosca 23 aprile 1906 Boris Vojnarovskij russo

amm. Grigorij P. Cuhnin* com. flotta Mar Nero giugno 1906 Jakov Akimov + ebreo

P.A. Stolypin (29*) primo ministro 1° att. 12 agosto 1906 tre terroristi dilaniati misti

generale Mien * capo regg. Semënovskij 13 agosto 1906 Konnopliannikova russa

Dubasov governatore Mosca 2 dicembre 1906 Boris Savinkov ebreo

von der Launitz * gov. San Pietroburgo 21 dicembre 1906 Kudriavzev russo

princ. Ilja Cavcavadze * poeta patriarcale 28 agosto 1907 bolscevichi georg.

arcivescovo Nikon esarca della Georgia 29 maggio 1908 bolscevichi georg.

P.A. Stolypin * primo ministro 2° att. 1° settembre 1911 Dmitrij Bogrov + ebreo

Della «singolare» coincidenza ebraismo-sovversione sono ben consce le autorità, come il


ministro delle Finanze Sergej Julevic Vitte il quale, ad un ingenuo Herzl che nell'agosto 1903
sollecita un appoggio alla causa sionista, chiede come possa attendersene uno quando «tra i 7
milioni di ebrei, su una popolazione totale di 136 milioni, si contano circa il 50% degli iscritti
ai partiti rivoluzionari», ribadendo, riporta il «russo» Edvard Radzinsky, alla vigilia delle
sommosse del 1905-06: «Dalle file di uomini incredibilmente vili quali erano quasi tutti gli
ebrei una trentina di anni fa, sono uscite adesso persone capaci di sacrificare per la rivoluzione
la propria vita, di trasformarsi in terroristi, assassini e banditi [...] Nessuna nazionalità ha dato
alla Russia una percentuale di rivoluzionari maggiore degli ebrei».
Baltico-tedesco od ebreo convertito, ministro delle Comunicazioni 1892, delle Finanze
1893-1903 e della Difesa 1904-05, presidente del Comitato dei ministri e poi primo ministro
fino alle dimissioni nel maggio 1906, il massone Vitte è sposato a Mathilde/Malka Nurek, fi-
glia di un grande mercante ebreo, e cugino di Helena Petrovna Blavatsky née von Hahn, So-

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rella 17° grado e motore della Theosophical Society; costituita a New York nel settembre
1875, quella Società Teosofica, il cui scopo è quello di formare una Fratellanza Universale
dell'Umanità al di là delle differenze di razza, cultura e religione, vede tra i 17 fondatori alme-
no due eletti: il direttore del periodico degli ebrei riformati New Era John Storer Cobb e il
viaggiatore di fama internazionale Herbert D. Menachem; successore della Blavatsky sarà la
Sorella 33° Annie Besant, fiancheggiata dall'omosessuale Fratello 33° Charles Leadbyter.
E come Vitte parla il ministro dell'Interno von Pleve, a colloquio con una delegazione di
Odessa qualche mese dopo i pogrom di Kishinev (della cui ideazione viene ancor oggi falsa-
mente – per ignoranza o per malafede – imputato): «Dite alla gioventù ebraica, ai vostri figli e
alle vostre figlie, dite a tutta la vostra intelligencija, che non devono pensare che la Russia sia
un vecchio e decadente corpo in via di disintegrazione; la giovane Russia che si sta svilup-
pando soffocherà il movimento rivoluzionario. Si parla molto della paura degli ebrei, ma que-
sto non è vero. Gli ebrei sono la gente più coraggiosa. Nella Russia occidentale sono ebrei il
90 per cento dei rivoluzionari, e nella Russia in generale il 40 per cento. Non vi nasconderò
che il movimento rivoluzionario in Russia ci angustia... ma dovete sapere che se non disto-
gliete i vostri giovani dal movimento rivoluzionario vi renderemo la vita impossibile fino al
punto che dovrete andarvene dalla Russia, fino all'ultimo uomo!».
1. La repressione poliziesca («tuttavia, l'oppressione zarista fu meno terribile e meno
onnipresente di quanto riportino parecchi resoconti», nota Albert Lindemann, mentre già negli
anni Novanta von Pleve, allora capo della polizia, aveva ribattuto, tra il bonario e il sarcastico,
allo scrittore socialista populista N.K. Mikhailovskij: «Ma che bisogno avete della libertà di
stampa, se anche senza siete così bravo a dire fra le righe tutto quello che volete dire?»);
2. il prorompere dei primi pogrom (dal verbo gromit, «distruggere»: più esattamente,
pogrom indica la persecuzione delle persone, razgrom la distruzione delle proprietà) nella
primavera 1881, scoppiati a vendicare l'assassinio dello zar;
3. la promulgazione, a partire dal 3 maggio 1882, di nuove leggi che, seguendo la
Normativa Temporanea (o Regolamento Provvisorio) stilata dal ministro dell'Interno conte
Ignatev (ma contrastata dal ministro delle Finanze N.K. Bunge, dal ministro delle Proprietà
Statali M.N. Ostrovsky, dal ministro della Giustizia D.N. Nabokov, dal Controllore di Stato
M. Solski e dal presidente del Comitato dei Ministri M.K. Reutern), vietano l'insediamento di
ebrei nei villaggi ad est del Dnepr, al di fuori cioè della Zona di Residenza, Certa Osedlosti o
Certa Postojannoi Evrejskoi Osedlosti, Zona di Insediamento Ebraico Permanente (in inglese
Jewish Pale of Settlement, in tedesco Jüdischer Ansiedlungsrayon): quindici province russe,
più dieci polacche, i cui confini delineati nel 1794 vengono fissati da Nicola I il 1° aprile
1835, un milione di chilometri quadri ucraino-bielorusso-lettono-lituano-polacchi che accol-
gono due milioni di ebrei, saliti a cinque quarant'anni dopo, il 94% del totale dell'impero;
invero, molte sono le categorie esentate dall'obbligo di residenza, come i grandi commer-
cianti, gli ingegneri, gli avvocati o i medici, cui è lecito non solo esercitare la professione in
qualsiasi regione, ma anche chiamare dalla Zona un segretario medico e due altri aiuti, e lo
stesso vale per i paramedici come dentisti, infermieri ed ostetriche: «Col passare del tempo, la
Zona di Residenza si fece sempre più permeabile. Secondo il censimento del 1897, 315.000
ebrei già abitavano fuori dai confini, e cioè, in sedici anni, una moltiplicazione per nove (cor-
rispondente al 9% dell'intera popolazione ebraica della Russia, escluso il Regno di Polonia; in
paragone, allora si contavano 115.000 ebrei in Francia e 200.000 in Gran Bretagna). Tenia-
mo poi presente che il censimento dava cifre sottostimate, poiché in molte città russe numero-
si artigiani, parecchi al servizio degli ebrei "autorizzati", non avevano esistenza ufficiale, es-
sendosi sottratti all'obbligo di registrarsi [...] In tal modo intorno al 1889 vivevano a Samara

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"oltre 300 famiglie ebree, senza autorizzazione", e cioè a Samara, oltre alle cifre ufficiali, abi-
tavano di fatto 2000 ebrei oltre alle cifre ufficiali». Ed egualmente a San Pietroburgo, ove
«c'erano almeno il doppio degli ebrei indicati dalle statistiche. L'apparato amministrativo rus-
so avrebbe potuto, nella sua torpidità, tener conto, in ogni luogo e in ogni momento, della
mobilità da argento vivo tipico della popolazione ebraica? [...] È così all'alba del XX secolo la
Zona di Residenza si era ormai del tutto vuotata di sostanza. Non aveva impedito agli ebrei di
occupare solide posizioni nei gangli vitali del paese, dall'economia e dalla finanza fino al
mondo intellettuale. La "Zona" non aveva più alcuna utilità pratica; la sua finalità economica
e politica era svanita. Essa non aveva fatto altro che riempire gli ebrei di amarezza e di ranco-
re antigovernativi; aveva gettato olio sul fuoco del malcontento sociale e infangato il governo
russo agli occhi dell'Occidente» (Solzenicyn V);
4. l'espulsione di mezzo milione di ebrei dalle campagne russe, seguita da quella di
altri 700.000 dalle città, fino al 1891, espulsioni in realtà più nominali che reali, impedite da
una lunghissima serie di eccezioni (tra le quali l'annullamento, su ricorso ebraico, della mag-
gior parte delle disposizioni governative da parte del Senato), come applicazione nominale
avevano avuto i provvedimenti «punitivi» di mezzo secolo prima: «Uno scacco simile, sem-
pre maggiore, riportò Nicola I nella lotta contro il contrabbando praticato dagli ebrei alle fron-
tiere. Nel 1843 ordinò categoricamente di espellere tutti gli ebrei da una zona tampone di cin-
quanta chilometri di profondità sui confini austriaco e prussiano, malgrado il fatto che "in cer-
te dogane i mercanti fossero tutti ebrei". La misura ordinata fu subito corretta da numerose
esenzioni: dapprincipio venne accordato un lasso di tempo di due anni per la vendita dei beni,
poi il periodo fu prorogato. Agli espulsi vennero offerti aiuti materiali per favorirne il nuovo
insediamento; inoltre, furono esentati per cinque anni da ogni imposta. Per anni il trasferimen-
to non prese neppure avvio, e presto "il governo di Nicola I smise di insistere sull'espulsione
degli ebrei da questa fascia frontaliera di cinquanta chilometri, il che permise a una parte di
loro di restare là ove abitavano"»; e soprattutto
5. l'insostenibile incremento demografico dei decenni precedenti (il grosso degli emi-
granti non proviene dall'Ucraina, terra idealtipo dei pogrom, ma da Polonia, Lituania e Bielo-
russia, ove la densità di popolazione aveva creato una forte concorrenza economica all'interno
delle comunità ebraiche), in particolare nelle zone urbane ove vivevano i tre quarti degli ebrei
(nell'intero impero, tra il 1820 e il 1880 il loro tasso di incremento era stato del 150%, mentre
la popolazione non-ebraica era cresciuta dell'87%; ancora più squilibrato l'incremento nelle
provincie meridionali: contro un incremento ebraico dell'850% dal 1844 alla vigilia della
Grande Guerra, i non-ebrei erano cresciuti solo del 265%; da tenere inoltre presente, sotto-
linea sempre Solzenicyn V, la sottovalutazione della loro consistenza, dovuta all'usuale sot-
trarsi ai rilevamenti: «Una delle cause di tensione tra le autorità russe ed i kehalim era il fatto
che questi ultimi, i soli autorizzati a raccogliere le capitazioni sulla popolazione ebraica, "na-
scondevano le 'anime' durante i censimenti" sottraendone in gran copia [...] Con queste cifre
fornite dai kehalim si perdevano ogni anno considerevoli imposte; e non soltanto esse non ve-
nivano poi recuperate, ma aumentavano di anno in anno. Lo zar Alessandro I in persona co-
municò ai delegati ebrei il proprio malcontento nel vedere tante furbizie e tante tasse arretrate
non raccolte (per non parlare dell'industria del contrabbando). Nel 1817 fu decretata la remis-
sione di tutte le multe e le maggiorazioni, di tutte le penalità e gli arretrati, il perdono a tutti
coloro che erano stati sanzionati per non avere censito correttamente le "anime", ma a condi-
zione che, finalmente, i kehalim dessero cifre corrette. Ma "non ne seguì alcun miglioramento.
Nel 1820 il ministro delle Finanze annunciò che tutte le misure tese a sanare la situazione im-
positiva sugli ebrei erano rimaste senza risultato [...] Numerosi ebrei vagabondavano senza

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documenti di identità; un nuovo censimento registrò un numero di anime da due a tre volte (se
non di più) maggiore delle statistiche precedentemente fornite dalle istituzioni ebraiche"»);
6. la più generale crisi economica e
7. la prima affermazione dei goyim in settori fino ad allora tradizionale monopolio
arruolatico (in campi non solo generalmente commerciali e artigianali, ma anche in quello
più spicciolo del traffico di alcolici: «Nel 1896 lo Stato introdusse il monopolio sui liquori,
privando migliaia di ebrei di una lucrosa occupazione, sia nel commercio all'ingrosso che per
quanto riguardava le taverne. Fino ad allora, in diverse regioni il traffico di alcolici aveva co-
stituito per gli ebrei un'importante fonte di sopravvivenza economica. Nei villaggi della pro-
vincia di Zitomir il 73,7% degli ebrei guadagnava da vivere affittando e vendendo il prodotto
alle taverne», scrive ancora Lindemann) –
tutti questi fattori spingono all'emigrazione – ad un'emigrazione che, se da un lato vie-
ne favorita dalle autorità zariste con ogni mezzo, dalla concessione di sovvenzioni e visti gra-
tuiti fino all'applicazione di tariffe scontate per i treni, dall'altro si vena spesso di attese squisi-
tamente messianiche – masse ebraiche sempre più vaste (per inciso, l'ultima volta che gli
ebrei est-europei erano stati dominati dall'attesa di un Esodo era stato il biennio 1665-66, do-
po l'annuncio di Nathan di Gaza che Shabbetai Zevi li avrebbe riportati in Terra Promessa).
Dopo gli isolati moti antiebraici di Odessa nel 1821, 1859 e 1871 (nel 1871 i moti vengo-
no scatenati non da russi od ucraini, ma dai greci ivi residenti), il primo vero pogrom scoppia
il 15 aprile 1881 ad Elizavetgrad, indi s'accendono disordini a Kiev, Kishinev, Yalta, Zna-
menko e Odessa, ove vengono arrestate 500 persone (fra cui 150 ebrei che, secondo il princi-
pe A.M. Dondukov-Korsakov, governatore generale vicario, «si stavano organizzando per
combattere apertamente i cristiani»). Nell'estate i moti – passati alla storia ebraica col nome di
sufot ha-neghev, «temporali del sud» – si spostano a nord dall'epicentro ucraino: vasti incendi
devastano ampie zone di città come Minsk, Bobruisk, Vitebsk e Pinsk, lasciando decine di
migliaia di persone senza un tetto né un soldo. Compresa la Russia meridionale e la Polonia (a
metà dicembre s'infiamma Varsavia), nel 1881 si contano in tutto 225 moti antiebraici (Benja-
min Pinkus ne riporta 215), col bilancio dell'uccisione di una quarantina di ebrei, il ferimento
di centinaia e la distruzione di ingenti beni economici.
L'ultima grave sommossa si verifica a Balta, in Podolia, ove il 29-30 marzo 1882 cinque-
mila tra contadini, braccianti e artigiani i più vari, riversatisi nella cittadina, saccheggiano una
trentina di case, lasciandosi dietro una quarantina di ebrei uccisi o feriti. Se fin da subito l'e-
braismo mondiale si mobilita a difesa dei correligionari, già nel 1894 – così Mac Donald II –
lo storico inglese Goldwin Smith fa notare che un opuscolo distribuito dalla Comunità londi-
nese per guadagnare alla causa le simpatie britanniche contiene atrocità per le quali non v'è la
minima evidenza, come il rogo di bambini vivi e stupri di massa, compresi quelli di serve cri-
stiane di ebrei, «violentate» dai manifestanti; quanto alle proprietà, comprese le accuse sul
saccheggio di intere strade e su interi quartieri ebraici dati alle fiamme, sempre Smith, basan-
dosi sui rapporti dei consoli inglesi, rileva che «sebbene i moti furono deplorevoli e criminali,
i resoconti ebraici furono esagerati nella maggior parte, e taluni anche di dimensioni strava-
ganti. I danni alle proprietà ebraiche a Odessa, secondo gli ebrei di 1.137.381 rubli, o secondo
le loro stime più alte di 3.000.000, furono stabiliti da un rispettabile ebreo del posto, ci dice il
console generale Stanley, in 50.000 rubli, mentre lo stesso console li valutò in 20.000».
Mentre nel successivo ventennio scoppiano tre soli moti antiebraici (il 18-19 febbraio
1897 a Spola, nei giorni di Pasqua 1899 a Nikolaev e il 19 agosto 1900 a Czestochowa in Po-
lonia), un più aspro ciclo si apre a Kishinev/Bessarabia il 6-7 aprile 1903 (45 morti e 85 feriti
gravi: «In pochi giorni il pogrom di Kishinev fu responsabile di un numero di morti e feriti

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maggiore di quello occorso in centinaia di tumulti all'inizio del 1881», scrive Lindemann) e a
Gomel/Ucraina il 1° settembre seguente, chiudendosi nel giugno 1906 a Bialystok, centro
dell'industria tessile e «hotbed of revolutionary activity, focolaio di attività rivoluzionarie»
(Abraham Ascher) in cui 21.000 polacchi fronteggiano 44.000 ebrei (dopo i moti del 1° ago-
sto 1905 in cui avevano trovato la morte 60 ebrei, dal 1° giugno vengono uccisi 82 ebrei; in
seguito, decine dei responsabili dei moti vengono licenziati, processati e condannati, mentre
vengono inquisite anche le autorità di polizia, rimaste inette o impotenti nella «piccola guerra
civile», sostituite dall'esercito con l'imposizione della legge marziale).
Addirittura 690 sono i moti nella sola seconda metà di ottobre 1905, scatenati in particola-
re nelle province sud-occidentali, con 876 morti e 7-8000 feriti (non è noto il numero dei loro
avversari rimasti vittime). In questa tornata, agli assalti antiebraici si oppone però, diversa-
mente che un quarto di secolo prima, un'agguerrita «autodifesa» ebraica.
Finanziata con armi e denaro dall'estero – soprattutto dagli USA, in particolare dal solito
Jacob Schiff della Kuhn, Loeb & Co. e da Louis Marshall, dall'Inghilterra con Claude Monte-
fiore e Lucine Woolf, dall'Alliance Israélite Universelle a Parigi e dall'Hilfsverein der deu-
tschen Juden di James Simon e Paul Nathan – l'«autodifesa», invocata fin dal 1881 dal capo-
redattore di Voskhod Adolf Landau, viene strutturata in modo organico in 42 tra villaggi e cit-
tà. In una retrospettiva stesa alla fine del 1905, il rivoluzionario A. Litvak (nato Chaim Yan-
kev Helfand) scriverà che il 28 aprile «a Zitomir non si trattò di un pogrom, ma di una guer-
ra»... di una vera e propria guerra, chiariamo, tra la popolazione russa indignata per l'offesa ai
valori nazionali, la lacerazione delle bandiere, la distruzione dei ritratti dello zar, l'abbattimen-
to delle sue statue, la pubblica raccolta di fondi nel corso di manifestazioni per acquistare «u-
na bara per lo zar», la devastazione dei pubblici uffici – come anche, in seguito, per le grida di
gioia per la sconfitta contro il Giappone e per le aggressioni, anche a colpi di arma da fuoco,
ai militari e persino ai prigionieri rientrati dal perduto conflitto – e le scorrerie di bande rivo-
luzionarie composte per la quasi totalità da ebrei. In tal modo, a Yerantinoslav le milizie e-
braiche capeggiate da Itzhak Ben Zvi futuro presidente d'Israele, riescono ad uccidere 47 po-
gromsciki. Similmente, le proporzioni sono invertite a Kiev: sui 47 morti del 18-20 ottobre si
contano 12 ebrei, su 205 feriti gli ebrei ammontano a un terzo. Infine, non scoppiano pogrom
dal 1907 al 1911, cioè sotto il «bieco e reazionario» governo di quell'eccezionale statista che
fu Pëtr Arkadevic Stolypin (il «primo fascista russo, il nostro eroe nazionale», lo dirà l'atama-
no cosacco Grigorij Semënov nell'entusiastico messaggio inviato a Hitler il 30 gennaio 1933).
Se oggi l'opinione corrente, ottusa e fuorviata da una incontrastata propaganda cinquanten-
nale di fonte ebraica e marxista (scesa fino ad obnubilare il sarcastico anticomunista Martin
Amis), pensa che la causa prima dei pogrom vada trovata nel governo zarista che, per sfuggire
a gravi contraddizioni interne e al fallimento della propria politica sociale, devia su «capri e-
spiatori» il crescente malumore popolare, provoca gli ebrei con angherie poliziesche e spinge
le masse cristiane, peraltro incattivite da secoli e per ragioni anti-ebraiche molto pratiche (di
«radicato odio popolare» parla nel dicembre 1905 Shimen Dubnov in una serie di articoli), al
massacro di inermi, la situazione si presenta però più articolata e complessa.
In primo luogo le autorità centrali e gran parte di quelle periferiche vengono prese alla
sprovvista dalle vampate popolari antiebraiche. Altro che le viete interpretazioni di stampo
marxista, quali quella di un Peretz Bernstein, che le vede istigate dal governo «in order to di-
vert the discontent of the population from the corrupt internal condition of the Tsarist empi-
re»! Altro che la rabida ignoranza di Herbert Lottman, che batte e ribatte su Alessandro III,
«un nazionalista arrabbiato la cui "russificazione" prevedeva, tra l'altro, un deliberato inco-
raggiamento agli attacchi ai villaggi ebrei, i famigerati pogrom» (in realtà, proprio sotto il suo

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regno, nel 1891, viene introdotto nel Codice Penale un nuovo specifico articolo sulla «respon-
sabilità in caso di attacco aperto di una parte della popolazione contro un'altra»)! Altro che il
veleno instillato ubiquitariamente, in opere non solo di analisi storica, ma nei più disparati
campi, come fa Claudio Aita in un volume sulla cucina ebraica, parlando di «clima di violen-
ze [anti-ebraiche] fomentato dallo stesso regime zarista [...] sanguinose rivolte popolari, fo-
mentate dal regime zarista che cercava un capro espiatorio per il malcontento della popolazio-
ne»! Altro che i favoleggiamenti sociologici di Eugene Kohn: «L'ebreo diveniva il capro e-
spiatorio ogniqualvolta al governo autocratico degli zar conveniva stornare l'attenzione delle
masse dai mali di cui loro stessi erano causa», o di Roberto Piperno: «inoltre, ed è quel che
più conta, c'era la possibilità di deviare sugli ebrei le responsabilità delle colpe della classe
dirigente – la miseria morale e fisica della popolazione – e, nello stesso tempo, si mirava a
dimostrare alla opinione pubblica interna ed estera il basso livello di civiltà di una popolazio-
ne capace di mettere in atto dei pogrom e quindi ad invocare la necessità di mantenere un re-
gime assolutista [...] Fu dunque il governo stesso a promuovere i pogrom e, a partire dal 1881,
con lo specioso argomento che l'assassinio dello zar Alessandro I era opera di ebrei, il nuovo
zar Alessandro III e il successore Nicola II – 1897 – promossero quell'era tremenda»!
Come scrive onestamente Stephen M. Berk, per quanto taluni aspetti dei pogrom possano
aver fatto pensare ad azioni organizzate a livelli governativi più o meno alti e per quanto non
ci sia una risposta definitiva all'accusa di cospirazione, l'«evidenza» non è tuttavia giustifi-
carla: «Al contrario, sembrerebbe che i pogrom siano stati spontanei e non pianificati [...] La
riluttanza della polizia e dei militari a contrastare i rivoltosi, e perfino a coadiuvare in certe
occasioni i loro attacchi, per quanto confermata da una quantità di testimonianze, non prova di
per sé la tesi della cospirazione, poiché a spiegare quei comportamenti vi sono altre ragioni
che non la cospirazione. L'idea che alte autorità governative, compreso lo zar, abbiano ordina-
to alla polizia locale e agli ufficiali dell'esercito di non contrastare i pogromsciki o perfino di
affiancarli nelle aggressioni non è sostenuta dall'evidenza. Non v'è infatti alcun documento
che sia giunto alla luce da cui si possano dedurre tali ordini o anche il coinvolgimento del go-
verno nei pogrom. Il governo rimase sgomento come chiunque; la sua immediata risposta fu
un moto di paura che forze esterne – rivoluzionarie – fossero responsabili di quello scoppio di
violenza. Alessandro III parlò a nome dei più alti funzionari di governo, quando l'11 maggio
1881 disse ad una delegazione ebraica che "nei criminali disordini nella Russia meridionale
gli ebrei servono da pretesto [...] Questa è opera di anarchici". Se dunque il governo non ordi-
nò alla polizia e ai militari di astenersi dall'intervenire, perché questi non intervennero? La
risposta la possiamo trovare nella generale inefficienza dell'esercito russo e nella personale
antipatia verso gli ebrei provata da parecchi alti ufficiali, come anche da larga parte dei gra-
duati e della truppa. I militari e le unità di polizia furono, semplicemente, colte di sorpresa, e
furono incapaci di rapide reazioni».
Sulla linea interpretativa di Beck è – nella silloge curata da Yaacov Roi – Abraham A-
scher, docente di Storia all'Università di New York: «I pogrom anti-ebraici nella prima rivo-
luzione russa, in particolare le due maggiori ondate di violenza nell'ottobre 1905 e nella prima
estate 1906, colpirono violentemente i settori illuminati del popolo russo. Le aggressioni con-
tro gli ebrei sembrarono essere un altro segno della depravazione dello zar e dei suoi ministri,
accelerando la volontà di abolire il vecchio ordine. Ma un attento studio dei pogrom suggeri-
sce che le più alte autorità di San Pietroburgo non ebbero alcun ruolo nello scatenamento delle
violenze, come invece fu largamente propagandato. Nella stragrande maggioranza i pogrom
nacquero spontaneamente dalla gente comune, che reagiva alla presenza degli ebrei al suo in-
terno. Il rancore a lungo represso si mutò in violenza in tale periodo di turbe rivoluzionarie.

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Contrariamente alla percezione popolare, gli autocrati russi e i loro governi non istigarono de-
liberatamente e sistematicamente i pogrom per deviare la diffusa ostilità nei confronti dell'or-
dine politico e sociale dominante [...] Perfino Alessandro III, noto reazionario, disapprovò i
pogrom del 1881-82 e impose ai subordinati di mettere fine a tali violenze. Se pure, nei turbi-
nosi anni 1905-07, Nicola II non espresse simili sentimenti, non c'è la minima evidenza che
lui o i principali ministri ebbero un ruolo nell'organizzare i pogrom. Ciò non significa, ovvia-
mente, che gli ultimi zar fossero ben disposti nei confronti degli ebrei. Al contrario, essi e la
maggior parte dei ministri nutrivano verso gli ebrei profondi pregiudizi e mantennero in vigo-
re verso di loro numerose misure restrittive, spesso esprimendo opinioni antisemite che sem-
bravano conferire un aura di legittimazione a gruppi come i Cento Neri, specializzati in ag-
gressioni agli ebrei. Al contempo, però, molti capi politici temevano la mancanza di legalità,
anche se diretta contro i soli ebrei, perché poteva preludere ad attacchi anche contro i possi-
denti cristiani, la nobiltà e le stesse autorità statali. Che tale timore non fosse ingiustificato fu
chiaro durante i disordini anti-ebraici del 1905. In un esaustivo rapporto sui moti contadini
dell'autunno, emerse che in molte province – Tambov, Charkov, Poltava, Cernigov, Kursk,
Orel, Rjazan, Tula e Voronesch – i contadini avevano interpretato l'indifferenza delle autorità
locali verso i pogrom come un invito a "saccheggiare le proprietà dei nobili"».
Ed ancora: «Non vi fu, comunque, un unico modello di disordini. In massima parte sem-
bra che fossero iniziati quando bande organizzate avevano attaccato i cortei che celebravano
la vittoria sull'autocrazia [dopo il «Manifesto di Ottobre», edito il giorno 17 dal primo mini-
stro Vitte, che riduceva le prerogative dello zar]. Talora i pogrom scoppiarono dopo la diffu-
sione di voci che gli ebrei avevano compiuto atti di violenza [...] In talune località il pretesto
fu l'accusa che gli ebrei stavano pensando di mettere sul trono uno dei loro correligionari. Re-
lazionando sui disordini, i nemici dell'autocrazia accusarono che i pogromsciki erano stati or-
ganizzati dai reazionari e favoriti da funzionari pubblici di ogni livello. Taluni di tali nemici
sostengono addirittura che il governo centrale aveva realmente pianificato la violenza per
schiacciare tutti coloro che avevano operato per estorcere allo zar il Manifesto di Ottobre. Tali
accuse non possono essere scartate a priori [...] Che un certo numero di funzionari locali tolle-
rasse o persino favorisse i pogrom è dunque incontestabile. Ma la questione della colpevolez-
za del governo di San Pietroburgo è più complessa. Indubbiamente Nicola II vedeva la vio-
lenza come una naturale reazione dei cittadini lealisti agli eccessi della sinistra. Il 27 ottobre
egli scrisse alla madre che "ancora una volta la sfrontatezza dei socialisti e dei rivoluzionari
ha scatenato la collera popolare; e poiché i nove decimi dei sediziosi sono ebrei, la rabbia po-
polare si volge contro di loro. Questi sono i motivi dei pogrom. È sorprendente come siano
scoppiati simultaneamente in tutte le città della Russia e della Siberia". Ma queste espressioni
di comprensione per i pogrom confermano semplicemente quanto ogni funzionario sapeva,
che il loro sovrano disprezzava gli ebrei e i nemici dell'autocrazia e non era verosimilmente
turbato dalle aggressioni nei loro confronti. Ciò comunque non prova che la Corte pianificasse
o incitasse alla violenza».
«Significativamente, lo stesso Vitte, deciso a mantenere l'ordine e ottenere il sostegno dei
liberali al governo che aveva formato dopo la pubblicazione del Manifesto, condannò pubbli-
camente la violenza. Il 22 ottobre definì i disordini come dannosi allo Stato e promise di com-
piere "i passi più decisi" per spegnerli. In risposta ad un telegramma del consiglio comunale di
Minsk che chiedeva misure per porre termine alle violenze, Vitte promise l'invio di una squa-
dra d'inchiesta. In risposta a un identico telegramma da parte degli avvocati di Kazan e del
rabbino cittadino, invitò poi i funzionari ad "adottare energiche misure per fermare distruzioni
e violenze". In seguito, due alti funzionari che avevano apertamente manifestato la propria

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simpatia per i pogrom furono puniti. P.G. Kurlov, il governatore di Minsk, e D.M. Neidhardt,
il prefetto di Odessa, vennero licenziati e portati in giudizio (i due vennero comunque rimossi
dal Senato nel marzo 1906). Infine, un rapporto segreto sulle violenze, preparato su richiesta
di Vitte, non portò prove di collusione nei disordini da parte del governo centrale. In verità, la
violenza non era nell'interesse di Vitte, poiché ne screditava il governo. Anche alti funzionari
in certe regioni si opposero ai pogrom. Ad Astrachan e Taganrog, ad esempio, le autorità di-
chiararono pubblicamente che non avrebbero tollerato atti di violenza, e le città restarono
calme. A Saratov le aggressioni agli ebrei furono viste inizialmente con benevola neutralità
dal vicegovernatore, al comando in assenza del superiore Pëtr A. Stolypin. Ma al suo rapido
ritorno, Stolypin ordinò di spegnere ogni violenza e "nell'arco di dieci minuti i pogrom venne-
ro soffocati". Il 28 ottobre il governatore annunciò che "ogni offesa ai diritti di chiunque o ai
suoi beni, a prescindere dalla nazionalità e dalla religione, sarebbe stata punita con le più dra-
stiche misure, se necessario usando la forza militare". Sembra altamente improbabile che
Stolypin abbia emesso tali ordini in contrasto con la politica del governo centrale. Sicuramen-
te, poi, non sarebbe stato promosso capo del governo sei mesi dopo (quando divenne presi-
dente del Consiglio dei ministri) se non si fosse comportato come aveva fatto».
Anche diverse organizzazioni «reazionarie», quali la Sviasennaja Druzina, la "Lega San-
ta" (detta anche dai suoi avversari, spregiativamente, Cernye Sotni, i "Cento Neri" o "Centurie
Nere") nata il 12 marzo 1881 per difendere lo zar dal terrorismo rivoluzionario e costituita nel
momento della massima espansione da «ben» 729 «soci», nobili in maggior parte, coadiuvati
da 14.672 assistenti riuniti nell'ausiliaria "Guardia Volontaria", vengono ampiamente «assol-
te» da Berk. Del resto anche il più acido Ascher è costretto a riconoscere loro qualche «atte-
nuante»: «Al contempo, vi sono pochi dubbi che il clima di odio promosso dalle organizza-
zioni di estrema destra incoraggiasse lo scoppio delle violenze. Durante il periodo rivoluzio-
nario, nacquero duecento nuovi gruppi e il maggiore, l'Unione del Popolo Russo, scatenò una
massiccia campagna per ottenere l'appoggio per le loro cause, in particolare per un virulento
antisemitismo. I Cento Neri, notori vigilanti vagamente allineati [loosely aligned] coi gruppi
estremisti, si misero spesso alla testa degli attacchi agli ebrei [...] Essi trovavano intollerabile
la vista di masse di russi, tra i quali molti ebrei e studenti esagitati, che celebravano la vittoria
sul loro zar tanto rispettato, spesso sfregiandone i ritratti. Per nove mesi i "sediziosi" avevano
sfidato le autorità con maggiore o minore impunità; apparentemente, ora stavano per abbattere
l'intero sistema politico, e con esso la struttura gerarchica su cui si reggeva la società russa. Se
l'autocrazia non avesse saputo opporsi più a lungo, chi voleva mantenere il vecchio ordine
perché vi ci si sentiva sicuro, avrebbe dovuto prendere la legge nelle proprie mani. A molti,
tale condotta non sembrava una violazione delle norme legali, poiché la capitolazione dello
zar significava che il loro amato capo – ai loro occhi l'unica fonte legittima di autorità – era
stato minato dalle forze del male e che loro avrebbero dunque dovuto salvarlo ad ogni costo».
Fermo e onesto, al proposito, Stolypin nell'intervista rilasciata a Gaston Dru, autore del-
l'introduzione a Pëtr Polejaev/Poléjaïeff: «Ci si accusa di avere scatenato sul paese le cosid-
dette "bande nere" composte da popolino, operai e contadini da noi fanatizzati nel nome di
Dio e dello zar, che ovunque avrebbero sgozzato, massacrato anarchici, socialisti, rivoluziona-
ri, liberali e intellettuali. Non abbiamo dovuto formare queste bande nere né le abbiamo sca-
tenate contro i nostri avversari. Quando il popolo ha visto che le sommosse, gli scioperi e le
rivolte fomentate dalla rivoluzione portavano a repressioni che lo decimavano e rovinavano,
quel popolo nel quale a suo tempo gli "intellettuali" avevano fatto di tutto per indebolire il ti-
more del gendarme si è gettato da solo contro chi lo manovrava, perché credeva di essere stato
imbrogliato. Certo non abbiamo spinto la carità cristiana fino al punto di piangere per gli in-

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tellettuali. Ad essere sinceri, non c'è neppure dispiaciuto quello stato di cose, perché questo
stesso popolino, questi operai, questi contadini a suo tempo sobillati dai rivoluzionari che
promettevano loro saccheggi, terre e fabbriche, avevano fatto regnare il terrore nelle città e
nelle campagne, sgozzato un gran numero di mercanti, padroni e proprietari terrieri, classi
dalle quali si reclutano in parte i conservatori, e saccheggiato negozi, fabbriche e proprietà.
«I pubblici poteri si sono sforzati di ricondurre le cose alla legalità. Se non ci sono riusciti
è perché la loro autorità sulle masse era stata minata dalla propaganda rivoluzionaria, e se
prima erano stati impotenti a difendere i conservatori, ora erano impotenti a difendere i rivo-
luzionari. D'altronde, se anche noi avessimo fatto ciò di cui ci si accusa, saremmo stati solo in
stato di legittima difesa. In ogni caso non avremmo fatto che imitare i nostri avversari. Sipja-
gin, von Pleve e molti altri sono stati assassinati dagli anarchici ben prima che Herzenstejn e
Iollos fossero uccisi dalle "bande nere" [il primo, Mikhail Jakovlevic Herzenstejn/Gercen-
stejn, battezzato ortodosso, economista, cofondatore del Partito Costituzionale-Democratico,
ka-det, deputato alla Prima Duma, ucciso in Finlandia da monarchici il 18 luglio 1906; il se-
condo, Grigorij Iollos, anch'egli deputato ka-det, ucciso nel marzo 1907 da un operaio: quan-
do il deputato «antisemita» Puriskevic propone di fare seguire alla sua commemorazione da
parte della seconda Duma un minuto di silenzio in memoria dei poliziotti e dei soldati caduti
nel compimento del proprio dovere, non solo gli viene tolta la parola, ma viene espulso
dall'aula!]. E ancora, in ultima analisi, perché i mezzi violenti dovrebbero essere privilegio
esclusivo dei rivoluzionari? Perché mai costoro dovrebbero avere il monopolio della propa-
ganda coi fatti? Perché una minoranza audace e risoluta di conservatori, contro i quali una
minoranza audace e risoluta di anarchici usa bombe e assassinio, non dovrebbe, anch'essa, po-
tere servirsi di bombe e assassinio?».
In secondo luogo, aggiunge Israel Shahak, «dobbiamo chiarire che in tutte le peggiori
persecuzioni antiebraiche, e cioè dove ebrei vennero uccisi, l'élite al governo – l'imperatore e
il papa, i re, l'alta aristocrazia e l'alto clero, ed ancora la ricca borghesia delle città autonome –
furono sempre dalla parte degli ebrei [...] In breve, è un fatto che costoro difesero gli ebrei.
Per questa ragione tutti i massacri degli ebrei in epoca classica [con tale termine Shahak in-
tende l'intero periodo prima delle persecuzioni «naziste»] furono parte di una ribellione con-
tadina o di altri moti popolari in un momento in cui il governo era per varie ragioni particolar-
mente debole. Ciò è vero anche nel caso parzialmente speciale della Russia zarista». Ricor-
diamo, in proposito, quanto ripete Mino Antoni (con la supponente Hadassa Ben-Itto) sull'ac-
coglienza degli «infami» Protocolli (versione-Nilus), da parte delle massime autorità: «In re-
altà, l'inchiostro era ancora fresco e già fu scoperto che si trattava di un falso. Non esisteva
nessun piano millenario, nessuna riunione segreta di congiure e di conseguenza nessun verba-
le. Fu il ministro degli Interni russo, Stolypin, che ordinò "un'inchiesta segreta sull'origine dei
Protocolli. L'inchiesta ne rivelò chiaramente la falsità e i suoi risultati furono presentati [...] a
Nicola II, che ne rimase completamente sconvolto". Lo Zar, che aveva creduto fin da subito
all'autenticità del libro, ne decretò la condanna: "Sequestrare i Protocolli. Non si può portare
avanti una causa pura [cioè: la lotta contro gli ebrei] con mezzi sporchi"».
Quanto ai moti antiebraici scoppiati, per analoghe o meno specifiche ragioni, in altri paesi,
ricordiamo quanto scrive, della Duplice Monarchia, F. Trocase: «Nel 1898 i contadini polac-
chi, mossi dalle loro sofferenze, esasperati soprattutto per il rialzo esorbitante del prezzo del
pane, si sono scagliati contro gli ebrei e ne hanno maltrattati un certo numero. L'autorità è in-
tervenuta; la legge marziale è stata proclamata in trentadue distretti del Regno. I contadini so-
no stati avvisati, al suono del tamburo, che ogni similare aggressione sarebbe stata tosto puni-
ta con la morte; e il boia si è preparato. La giustizia ha fatto funzionare le armi che la legge le

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VALLI PAGINA CREMLINO 16-07-2008 11:02 Pagina 1

Commissario alla Guerra e capo dell’Armata Rossa, il massone e bolscevico Lejba Davydovič Bronštejn
dit Lev Trockij incombe come un «diavolo rosso» dalle mura del Cremlino, mentre i rotarmisti dal tipi-
co berretto a punta e i marinai rivoluzionari «giustiziano» un russo accanto a montagne di teschi. Da
Gregor Schwartz-Bostunitsch, Jüdischer Imperialismus - Dreitausend Jahre Kampf mosaistischer Kader
um Einfluß und Macht [Imperialismo ebraico - Tremila anni di lotta dell'ebraismo per il potere], Archiv-
Edition / Verlag für ganzheitliche Forschung, Viöl, 2001 (ristampa anastatica della terza edizione del
1937), p.107. Rarissimo manifesto di autore ignoto, edito nel 1919 dalla sezione propaganda dell’Armata
Bianca del generale Denikin, ove Schwartz-Bostunitsch operò quale conferenziere. «Per non offendere i
poveri ebrei», Denikin, di tendenze liberal-democratiche, ordinò di fare scomparire sotto inchiostro nero
la figura originariamente presente nell’angolo inferiore destro, rappresentante un commissario politico
bolscevico dai tipici tratti ebraici. Malgrado ciò, il manifesto venne proibito e distrutto; di uno dei po-
chissimi esemplari rimasti venne in possesso Schwartz-Bostunitsch, ma anche questo gli venne sottratto
in Bulgaria, non prima però che ne avesse fatto copia. La scritta russa in testa al manifesto suona:
MIR+ I SVOBODA V+ SOVDEPYI, «Mir i Svoboda v Sovdepyi, Pace e Libertà nella Terra dei Soviet».
ha messo a disposizione. Non ci spingeremo a descrivere le scene orrorifiche che hanno deso-
lato Neu Sandec e dintorni. Tutta la regione era un fuoco; le fiamme degli incendi arrossavano
l'orizzonte, rischiarando a giorno i luoghi della distruzione. Le case, le locande in particolare
avvampavano; i magazzini degli ebrei venivano saccheggiati e distrutti. L'esercito e la gen-
darmeria si sforzarono vanamente per mettere fine a tali scene selvagge. Si sarebbe potuto
credere di assistere alla rivolta dei negri contro i piantatori d'America; e, invero, la stessa cau-
sa aveva prodotto gli stessi effetti. Era la guerra civile in tutto il suo orrore, con le conseguen-
ze più terribili. L'ordine fu ristabilito. Molti insorti sono caduti nella lotta; altri, numerosi, so-
no stati condannati dai tribunali ai lavori forzati; e gli ebrei, nessuno dei quali ha perso la vita,
hanno ripreso tranquillamente la loro nefasta opera di spoliazione, di usura, di infamia».
In terzo luogo dobbiamo tenere presente l'atteggiamento di cospicui gruppi di studenti
ebrei che, come gran parte degli universitari di Kiev, collegati o simpatizzanti col movimento
rivoluzionario, infiammati dalla completa autonomia amministrativa imprudentemente con-
cessa dal governo il 27 agosto 1905 (autonomia che trasforma gli istituti in arene per la più
sfrenata propaganda antigovernativa) e dalla diffusione del Manifesto del 17 ottobre che in-
staura un sistema liberale-parlamentare in cui la legge non discende più automaticamente dal-
lo zar, ma le proposte del suo governo vengono sottoposte all'approvazione di un parlamento
eletto su base che possiamo ben definire democratica (democratica, ovviamente, per l'epoca e
la specifica realtà russa), accolgono, scrive Jonathan Frankel, le sommosse contro il «vecchio
mondo» addirittura «con aperta approvazione»: «Eravamo persuasi» – spiegherà uno di loro
poco dopo – «che tutti gli ebrei fossero imbroglioni, mentre noi appartenevamo al popolo rus-
so, eravamo stati educati nelle sue tradizioni e formati nella sua letteratura». Nelle memorie
stilate in tarda età, anche Abraham Cahan ricorda che a Vilna la reazione era stata la stessa:
«Noi ci consideravamo "uomini", non "ebrei". I problemi degli ebrei non ci interessavano.
C'era una sola cura per tutti i mali del mondo: il socialismo. Per noi quella era la legge a fon-
damento di tutte le leggi. Dire che i pogrom non ci interessassero è dir poco».
Una funzione dei pogrom ancor più positiva viene rivendicata da altri; nelle lettere inviate
tra il dicembre 1881 e il gennaio 1882 al cugino Zalman David Leontin, il giornalista sionista
Mordekhay Ben-Hillel Ha-Cohen, futuro politico in Palestina, scrive addirittura: «Dal profon-
do del mio cuore io ringrazio il Signore che ci ha mandato i pogrom a infondere nuova vita in
questi corpi che erano ormai mummificati». In seguito, il 10 gennaio 1906, sarà il destrosioni-
sta Vladimir Jabotinsky a dar voce al sentimento generale, scrivendo che, se non altro, «l'auto-
difesa e la lotta rivoluzionaria mantengono alto il morale del popolo ebraico».
Deciso nel giudizio è anche, nelle lettere inviate da Kiev agli amici all'indomani degli e-
venti, l'ex rivoluzionario Yehudah Leib Levin, che si dice sicuro che siano stati i socialisti a
istigare ai pogrom, considerandoli uno dei momenti della lotta all'ultimo sangue in corso tra lo
Stato e i rivoluzionari dopo l'assassinio dello zar (noi diremmo: come le "necessarie" Doglie
Messianiche, la Vigilia del Regno). Cosa invero, come visto, confermata dallo stesso zar l'11
maggio nell'udienza concessa a personalità della comunità di San Pietroburgo, guidate dal ba-
rone Goratsii (Orazio) Osipovic Gintsburg/Günzburg: i pogrom erano stati provocati dagli
anarchici, e il governo non li avrebbe mai tollerati. Lo Ha-magid, il settimanale diretto dal
podolico socialista-sionista Aharon David Gordon (1856-1922; pronipote del ricchissimo
Gintsburg; «guru dei socialisti atei», lo dice Didier Epelbaum) e pubblicato oltre frontiera, in
Prussia Orientale, accoglie tali intenti con sollievo, mentre un altro giornale ebraico riporta
l'opinione comune che le autorità abbiano tardato a reprimere la violenza soltanto nel timore
di favorire, così facendo, i piani dei socialisti tesi a suscitare la rivoluzione. Significativo è
anche il commento di Frankel: «Va detto che queste idee non erano del tutto destituite di fon-

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damento: alcuni documenti tratti dagli archivi del ministero dell'Interno, pubblicati dopo il
1917, tesero a confermare che i pogrom avevano per lo più colto di sorpresa le autorità zari-
ste, e che queste inizialmente ne sospettarono una responsabilità da parte dei socialisti».
E che nel triennio precedente il 1905, inestricabile sia stato l'intreccio tra le spinte/contro-
spinte ai pogrom e le spinte/controspinte al terrorismo ebraico, non solo lo accenna Nolte (IX)
(«è difficile decidere se i pogrom che puntualmente si scatenavano fossero da addebitare
all'attività rivoluzionaria degli ebrei giovani o se viceversa queste attività risalissero ai po-
grom») o lo chiarisce a meraviglia Solzenicyn (V), ma lo intravvediamo anche da Biagini:
«Gli ebrei dell'Europa orientale conobbero un processo di secolarizzazione che produsse forze
di trasformazione che si scontrarono con l'intransigenza del mondo tradizionale, ma che para-
dossalmente traevano la loro vitalità dai caratteri peculiari della comunità, vale a dire i suoi
valori culturali e religiosi, la sua autonomia politica e il suo carattere autogestionario. Inoltre
le pessime condizioni economiche combinate con la forte oppressione nazionale alimentarono
un forte sentimento di giustizia sociale tra gli studenti e gli intellettuali, gli operai e gli arti-
giani, gli stessi contadini, e molti di loro furono spinti verso i settori più oltranzisti del radica-
lismo. L'ideale libertario di organizzazione sociale comportava in sé molti elementi utopici e
rispecchiava pienamente la psicologia e le aspirazioni di queste vaste masse popolari ebraiche
a cui le speranze messianiche del "regno di Dio" sulla terra erano particolarmente care [...] A
partire dal 1903, anno di frequenti scioperi, di gravi tumulti nelle campagne e di sanguinosi
pogrom, un numero consistente di giovani operai e di studenti di Bialystok, uno dei centri del
movimento operaio della Zona di Residenza, insoddisfatti della politica condotta dai partiti
socialisti, iniziarono ad abbandonare il Bund per l'anarchismo. In particolare le nuove reclute
anarchiche lasciavano la Lega per il suo deciso rifiuto di ricorrere al terrorismo nella lotta
contro l'autocrazia zarista. Il terrorismo, sostenevano i leader del partito, avrebbe potuto diso-
rientare i militanti e portato alla degenerazione del movimento operaio. Sfidando l'ostracismo
contro l'uso della violenza, piccoli gruppi di giovani bundisti costituivano una "opposizione"
radicale all'interno del movimento e adottavano un programma di "azione diretta" contro lo
Stato e la proprietà privata. Armati di rivoltelle e dinamite, attaccavano funzionari governati-
vi, industriali, poliziotti, agenti provocatori e portavano a termine numerose espropriazioni
[più esattamente, leggi: rapine e furti, spesso accompagnati da assassinii]».
Il 30 maggio 1903 Nikolaj Pavlovic Ignatev viene sostituito dal conte Dmitrij Tolstoj; già
il 9 giugno viene diramata ai governatori delle province una circolare in cui si ribadisce in
modo inequivocabile l'ordine di reprimere i pogrom, in qualunque forma si manifestino (già
nel 1882 l'«ungherese» Heinrich Ettenberger riconosce la correttezza delle forze di polizia e
della magistratura nel contrastare e punire i facinorosi). Il 25 agosto una seconda circolare or-
dina di fare la luce più piena sull'accaduto, prescrivendo l'istituzione di apposite commissioni
regionali costituite da cittadini locali, tra cui i maggiori rappresentanti delle comunità ebrai-
che, col compito di esaminare le cause delle sommosse e di proporne i rimedi.
In tal modo, nella genesi dei pogrom vengono alla luce: da un lato, in una straordinaria
commistione di criminalità politica e comune, i rivoluzionari, gli anarchici, i socialisti e i ter-
roristi – ebrei per la massima parte, specie per quanto riguarda i cervelli pensanti – che imper-
versano in espropri «proletari», interruzione di linee ferroviarie, sabotaggio delle caldaie delle
locomotive, taglio di linee telegrafiche, incendi, assassinii, aggressioni, assalti anche al vetrio-
lo contro i singoli «antisemiti», offese al sentimento nazionale, devastazione di università e
pubblici uffici, incitamento alla violenza («gli ebrei "erano gli oratori principali che invocava-
no l'insurrezione aperta e la lotta armata"», riporta Solzenicyn V) e in disordini in genere,
dall'altro le reazioni di una popolazione goyish, sia cittadina che rurale, sia operaia che conta-

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dina, sempre più esasperata, e l'inefficienza della torpida amministrazione zarista.
«L'esplosione, quando venne, fu spontanea. L'inazione delle locali autorità civili e dei re-
sponsabili della polizia e dell'esercito mutò in pogrom una limitata violenza. Non ci fu una
direzione dall'alto; nessuna "mano nascosta" guidò gli aggressori. In un'autocrazia, ove qua-
lunque spontaneità era considerata distruttiva, un fenomeno quale i pogrom era non solo inat-
teso, ma anche altamente temuto. Il governo russo non trovò facile affrontare questo perico-
loso turbamento della pace» (Stephen Berk). Simile Solzenicyn V: «Lo zar si era mostrato
troppo debole per difendere il suo potere con la legge, e il governo faceva prova della propria
pusillanimità; allora i piccoli borghesi, i piccoli commercianti e persino gli operai, quelli delle
ferrovie, delle fabbriche, quegli stessi che avevano organizzato lo sciopero generale, si rivol-
tarono, si levarono in uno slancio spontaneo per difendere i loro valori più sacri, feriti dai con-
torsionismi di coloro che li denigravano. Incontrollabile, abbandonata, disperata, la massa
diede libero corso alla rabbia nella violenza barbara dei pogrom».
«L'accusa che le autorità zariste attuassero davvero un piano concertato, o complotto, per
fomentare i disordini» – aggiunge Albert Lindemann – «creduta all'epoca da molti ebrei e so-
stenuta fin da allora da diversi storici [tra i quali Dubnov], trova scarso avallo dai documenti o
anche in quanto si può definire una plausibile spiegazione di quegli eventi. Il nuovo zar e i più
alti responsabili furono presi alla sprovvista da quella violenza di massa e temettero in un
primo momento che gli assassinii e i tumulti fossero parte di una rivoluzione pianificata. Solo
in un secondo tempo si capì chiaramente che i disordini erano in gran parte spontanei e che i
rivoluzionari vi avevano poco a che fare, per quanto alcuni poi li giudicarono positivamente,
considerandoli un segno che le masse russe stavano destandosi e attaccando i loro sfruttatori».
Il 23 dicembre è addirittura il sionista Iulij Davidovic Brutskus ad attaccare i socialisti
che, a parer suo, alimentano intenzionalmente il caos nella Zona di Residenza; a Varsavia, che
da questo punto di vista egli considera tipica dei principali centri di vita ebraica, le masse non
ebraiche «non fanno distinzione tra bande di ladri e anarchici organizzati, giacché entrambi si
abbandonano al furto: le masse non distinguono gli anarchici dal PPS [Polska Partja Socjali-
styczna, Partito Socialista Polacco, fondato nel 1892], dai socialisti sionisti o dai bundisti, poi-
ché sotto tutte queste bandiere si estorce denaro puntando la pistola, si usa violenza contro cit-
tadini inermi e nella lotta economica si giunge addirittura all'assassinio». Non solo è da re-
spingere «il modo di agire infantile e terroristico di numerosi rappresentanti locali», ma occor-
re criticare con forza i massimi dirigenti socialisti, che non agiscono con sufficiente fermezza
per mantenere la disciplina (il giornale Ha-tsfira di Varsavia, diretto da Nahum Sokolov, li
accusa addirittura di «coltivare deliberatamente istinti criminali nella gioventù»).
Il 22 giugno 1906, esplosa una delle più cruente sommosse (a Bialystok), il clima diviene
così teso che il Bund si vede costretto a prendere le distanze e a condannare la criminale irre-
sponsabilità degli altri partiti, socialisti compresi: «Tra le masse operaie ebraiche è diffuso un
odio implacabile e cocente [...] contro gli anarchici, i quali con la loro tattica insensata hanno
creato un'atmosfera [propizia allo scoppio di pogrom]». Già il 12, del resto, i bundisti si erano
scagliati particolarmente contro quei «cosiddetti anarchici o semplici teppisti della scuola a-
narchica, i quali [non solo si sono comportati da provocatori, ma addirittura] hanno preso con-
cretamente parte al pogrom». «Era comunque al di là di ogni dubbio» – rileva Frankel – «che
la vita quotidiana stesse diventando più pericolosa e anarchica. L'impiego da parte delle auto-
rità di unità di cosacchi per il pattugliamento delle città produsse uno stato di violenza quasi
costante. Al contempo, il crescente afflusso di armi ai partiti rivoluzionari, reso possibile in
gran parte dai fondi raccolti dalle unità di autodifesa degli ebrei, conferiva a gruppi locali di
ogni tipo un potere pressoché illimitato di intimidazione e di estorsione (o "espropriazione")

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Dimostranti della «terribile» Sviascennaja Družina, la «Lega Santa» detta anche, spregiativa-
mente, i «Cento Neri», sfilano dietro la bandiera nazionale ed un quadro dello zar a protesta con-
tro il rivoluzionarismo assassino. Nata il 12 marzo 1881 per difendere lo zar e l'ordine sociale
dal terrorismo rivoluzionario, nel momento della massima espansione la Lega è costituita da 729
aristocratici, coadiuvati da 14.672 assistenti riuniti nell'ausiliaria «Guardia Volontaria». Foto trat-
ta da Eric Baschet, Russland 1904-1924 - Eine historische Foto-Reportage, Swan, 1989, p.54.
di denaro e di concessioni economiche da parte di datori di lavoro e di possidenti».
Altrettanto equilibrate le conclusioni tratte negli anni Venti da A.T. Vassiljev, ex direttore
di Polizia, sottosegretario all'Interno e ultimo direttore dell'Ochrana: «Accanto alle accuse di
"provocazioni" si è affermato ripetutamente da parte "liberale" e socialista che le autorità della
Russia zarista abbiano tollerato le persecuzioni degli ebrei e i pogrom, non solo, ma li abbiano
addirittura organizzati; l'organizzatore di tutti quegli eccessi contro gli ebrei sarebbe stato ap-
punto quell'ex ministro dell'Interno Pleve che fu assassinato così miseramente. A lui si dava la
colpa del pogrom che avvenne a Kishinev per la Pasqua dell'anno 1903. Ora è noto che la
Russia non fu l'unico paese in cui si manifestasse di quando in quando l'antipatia della popo-
lazione contro gli ebrei con eccessi certamente riprovevoli. Ma mentre questi fatti passavano
quasi inosservati all'estero, la stampa di sinistra raccontava mille volte le leggende che circo-
lavano sulla Russia diffondendole quindi in tutto il mondo.
«Certa gente desiderosa di mandare in rovina l'Impero russo aveva evidentemente bisogno
della calunnia miserabile che il governo si dedicasse ai pogrom. La si ripetè pertanto, finché la
Russia gloriosa fu veramente distrutta. Dopo la rivoluzione il governo provvisorio rovistò gli
archivi dell'Ochrana in cerca di documenti che potessero compromettere l'antico regime. Ma
non riuscì a trovarne; al contrario, vennero alla luce numerose istruzioni che comminavano
punizioni severissime ai funzionari che avessero partecipato alle persecuzioni degli ebrei. Gli
archivi del Dipartimento di Polizia contenevano bensì qualche documento interessante atto a
dimostrare che il governo non nutriva sempre sentimenti amichevoli verso gli ebrei. Dai docu-
menti risultavano però anche i motivi di quell'atteggiamento delle autorità, motivi certamente
plausibili. Gli israeliti avevano avuto infatti una parte importantissima nei precedenti della
rivoluzione. Fin dall'anno 1897 era stata fondata la Confederazione generale ebraica del lavo-
ro, che diventò ben presto uno degli organismi rivoluzionari più pericolosi. Vi si trovavano
riuniti una grande capacità di organizzazione e il tipico fanatismo ebraico odiatore del regime
vigente; l'organo segreto di questo gruppo, intitolato Volontà dei lavoratori, diventò rapida-
mente una delle più importanti gazzette rivoluzionarie russe. A tutto il mondo si dava ad in-
tendere che nel regno dello Zar gli ebrei erano miseramente oppressi. Ma esisteva davvero
questa oppressione, tale da giustificare i violenti articoli che per decenni cercarono di attirare
l'attenzione di tutto il mondo civile sulla nostra situazione interna? È ben vero che da molto
tempo esistevano in Russia le così dette "zone obbligate": si riservavano cioè certi governato-
rati agli ebrei, mentre questi non potevano domiciliarsi altrove. Tutti possiamo però testi-
moniare che la sistemazione era trasgredita continuamente e che numerosi ebrei vivevano,
conniventi le autorità, nelle città dalle quali avrebbero dovuto essere esclusi».
La vera causa dell'opposizione antiebraica non sta comunque in una presunta malvagità
costituzionale del governo zarista o del popolo russo, ma nell'eterna propensione degli ebrei
per ben precise tipologie di occupazione lavorativa: «Nessuno potrà negare che gli ebrei aves-
sero invaso in tutta la Russia le professioni del medico, dell'avvocato [nel 1885 gli ebrei sono
il 13% degli avvocati dell'impero, l'anno dopo sono il 12% a Pietroburgo, il 26% a Varsavia,
il 30% a Odessa, la «Nuova Eldorado»], del commerciante, come pure le banche, la stampa e
la borsa, senza dire di altri campi, come quelli della musica, della fabbricazione di orologi,
delle sartorie e di molte altre occupazioni sempre redditizie anche se non sempre pulite. Ma
nessuno ha potuto mai notare che gli ebrei avessero amore per l'agricoltura. Già lo Zar Ales-
sandro I aveva concesso agli ebrei il diritto di acquistare terreni e di coltivarli; il suo successo-
re Nicola I fece di tutto, impiegando anche forti contributi dell'erario, perché gli ebrei si stabi-
lissero nelle campagne e concesse, a chi accettava, dei privilegi speciali, come l'esenzione dal
servizio militare [che peraltro, commenta Lindemann, fu ideato in primo luogo non per perse-

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guitare gli ebrei, ma per parificarli agli altri sudditi, «sebbene, dato il precedente statuto privi-
legiato degli ebrei quanto a tale questione, essi tendevano a sentirlo come persecuzione, una
frattura brusca e crudele con la particolare considerazione di cui avevano a lungo goduto sotto
i polacchi, che li avevano esentati dal servizio militare»]. Ma quelle colonie agricole non si
poterono mantenere a lungo, perché non era possibile abituare la popolazione ebraica a guada-
gnarsi da vivere diversamente che col commercio. Si dovette quindi abbandonare il tentativo e
procedere in altro modo. Il nocciolo di tutto il guaio stava appunto nella sciagurata incapacità
degli ebrei a dedicarsi ad un lavoro sano e produttivo. Il governo non avrebbe avuto alcuna
ragione di prender misure contro di loro, se non ci fosse stato costretto per proteggere i conta-
dini russi. Il più grave pericolo economico per costoro erano infatti i commercianti, incettatori
e usurai ebrei. Il contadino russo era troppo ingenuo e credulone per difendersi da sé contro
l'intelligenza e la mancanza di scrupoli di quella gente. Nella lotta per l'esistenza le autorità
dovevano venire in aiuto al popolo con la legge e così sono da interpretarsi tutte le ordinanze
emesse intorno al problema degli ebrei. Ricordo ancora le lagnanze fatte intorno al 1900 da
due governatori della regione del Volga a proposito del comportamento dei commercianti e
incettatori ebrei nella zona granaria di Rydinsk. Gli onesti compratori russi non ci potevano
vivere, perché i prezzi erano dettati da un cerchio di manipolatori ebrei, i quali sapevano sca-
valcare ogni concorrenza. I due governatori si lamentavano di non aver alcuna possibilità di
por fine a quello scandalo: nella vecchia Russia si governava infatti soltanto in base alle leggi
e nessun impiegato era autorizzato ad agire di suo arbitrio, nemmeno quando sarebbe stato
utile farlo. Il governo si occupò ancora della dubbia attività di quegli sfruttatori ebrei quando
essi si erano impadroniti di tutti i mercati del pane; ne venne il lungo "processo del pane di
Niznij Novgorod", durante il quale gli ebrei fecero tutti gli sforzi per trascinare nel fango il
nome onorato dei rappresentanti del governo. Esisteva bensì una certa "oppressione" degli e-
brei in Russia, ma disgraziatamente era molto lungi dall'essere efficace. Il governo cercava di
difendere i contadini contro lo spudorato sfruttamento degli ebrei, ma con poca fortuna, per-
ché malgrado tutte le proibizioni gli ebrei si recavano nelle campagne, vi acquistavano il rac-
colto ed esercitavano l'usura più esosa. Non c'era versi però di farli compiere dei lavori ma-
nuali; non ho mai visto un ebreo che facesse il servitore».
Ed ancora: «Questi fatti non sono frutto della mia fantasia, ma si basano tutti su documenti
che ho potuto consultare nella mia qualità di direttore della Polizia [la tradizionale immagine
dell'ebreo come «sfruttatore» e usuraio, condivisa anche dai rivoluzionari di Narodnaja Volja
e dal nazionalista socialista ucraino Mikhail Dragomanov, trova conferma nel rapporto stilato
nell'agosto 1881 dal principe P.I. Kutaisov, incaricato di investigare sulle cause dei pogrom].
Ho potuto ricavarne anche questo dato statistico: che in tutti i delitti di carattere politico la
maggior parte degli accusati era di nazionalità ebraica. Dopo la rivoluzione non mancò agli
ebrei l'occasione di vendicarsi e non si può dire che se la siano lasciata sfuggire. La rivoluzio-
ne portò proprio a loro la potenza e la ricchezza, e se domandiamo chi abbia la colpa nel crol-
lo dell'Impero russo, potremo rispondere con gli antichi romani: is fecit, cui prodest».
In ogni caso, oltre ai più vari turbamenti sociali (si pensi, ad esempio, anche solo al fatto
che nell'arco di soli 37 anni la popolazione contadina aumenta del 60%, passando dai 50 mi-
lioni del 1860 ai 79 del 1897, mentre le terre da coltivare scendono da una media per nucleo
familiare di 13,2 desiatine del 1877 ad una di 10,4 nel 1905) e politici (in primo luogo, il dif-
fondersi di idee e l'attività di gruppi rivoluzionari), all'emigrazione spingono i sempre più ra-
pidi mutamenti dell'economia, soprattutto contadina, dovuti alla modernizzazione dell'agricol-
tura, al lento sorgere di una classe media commerciale russa, all'inizio di una vasta indu-
strializzazione, accelerata da Vitte, e alla riforma agraria contro il latifondo e in favore del

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piccolo contadinato (leggi speciali obbligano i possidenti a vendere ai contadini parte delle
loro proprietà, creando banche per prestare agli acquirenti i fondi necessari all'acquisto, che
sarebbero stati poi rimborsati da piccole annualità prelevate sulla vendita dei raccolti), intra-
presa dal vigore e dalla lungimiranza di Stolypin (non per nulla il primo ministro verrà as-
sassinato il 1° settembre 1911 dall'ebreo SR Mordko Bogrov dopo essere sfuggito ad attentati
che hanno mietuto centinaia di vittime tra il personale di guardia e di governo, la servitù,
semplici persone e perfino i due figli, gravemente feriti ad Aptekarskij il 12 agosto 1906).
Interventi tutti che, sottolinea Radzinsky, in parallelo con l'esaurirsi dei moti rivoluzionari
(«Assicuratosi della neutralità dei contadini, il governo potè combattere i fanatici che incen-
diavano le città, gettavano le bombe nella folla e combattevano una lotta senza pietà», ricono-
sce nel 1912 Gustave Le Bon) e l'introduzione di riforme costituzionali («Il governo vincitore
comprese d'altra parte la necessità di accordare alcune soddisfazioni ai reclami legittimi della
parte illuminata della nazione. Si creò un parlamento incaricandolo di preparare le leggi e di
controllare le spese», Le Bon), avrebbero fatto concludere all'economista Edmond Terry, in-
viato in Russia dal governo francese, in "La Russia nel 1914": «Nessun popolo europeo può
vantare simili risultati. Verso la metà del secolo la Russia dominerà l'Europa».
Malgrado la sempre più numerosa presenza di cooperative di credito ebraiche (dal 1898 al
1902 ne vengono fondate 50, al 1° gennaio 1913 ne esisteranno 632 nella sola Zona di Resi-
denza) e il fatto che già nel 1864 nella sola Zona ben il 37% di tutte le industrie è posseduto
da ebrei, tali mutamenti provocano un dislocamento lavorativo di piccoli mercanti, venditori
ambulanti, carrettieri, artigiani (il censimento del 1897 rivelerà che il 43,6% degli ebrei arti-
giani e occupati nell'industria sono attivi nel campo dell'abbigliamento), tavernieri e fattori,
tradizionali attività di «spettanza» ebraica (invero, contro un 70% di russi impiegati nell'a-
gricoltura, la percentuale di contadini fra gli ebrei non supera il 3,5%). Che i pogrom del
1881-82 non siano la causa principale di quello straordinario movimento di popolazione lo
riconosce anche Sorin, rilevando come i più alti tassi di emigrazione si verifichino in Galizia e
Lituania, regioni in cui non sono praticamente avvenuti assalti di massa, ma che sono piomba-
te in grave crisi economica. Al contrario l'Ucraina, terra-cuore dei pogrom ma relativamente
poco toccata dal declino economico, registra una percentuale relativamente bassa di emigrati.
Altro, quindi, che le affermazioni di W.D. Rubinstein sulla Zona di Residenza, che impu-
tano pietisticamente l'emigrazione alla «povertà», a sua volta dovuta alla «mancanza di spa-
zio»: «Il risultato obbligato della segregazione di milioni di ebrei, chiusi in un un angolo del
vasto impero russo [«un angolo»: ripetiamo, un milione di chilometri quadri a disposizione di
cinque milioni di individui!], fu una cronica e disperata povertà che, a sua volta, li costrinse a
migrazioni di massa verso gli Stati Uniti e altri paesi, e comunque generò in loro un compren-
sibile e diffuso odio per lo zarismo [«comprensibile» e giustificabile, quindi lecita se non do-
verosa, può essere solo l'ostilità anti-goyim, non di certo una qualche animosità antiebraica!]».
Due terzi degli ebrei orientali restano comunque nei loro paesi: la partenza concerne tre
milioni di persone, il 33% del totale (le due altre ondate di emigrazione, la prima nel cinquan-
tennio 1820-70 e la seconda negli anni Settanta, avevano comportato, rispettivamente, la par-
tenza di 7500 e 40.000 ebrei). Il 7% di essi si fermano in Europa occidentale, tra il 10 e il 13
si dirigono in Canada, Argentina, Australia, Sudafrica e Palestina, l'80% approdano negli
USA. Aspetto sconosciuto al grande pubblico, terminato il secondo e più aspro ciclo di po-
grom del 1903-1906 (per il solo periodo 18-29 ottobre 1905, Robert Brym riporta quasi 700
comunità ebraiche colpite, con 800 morti, 700 feriti e danni stimati per oltre 60 milioni di ru-
bli), tornano nelle sedi di partenza tra il 5 e l'8% degli emigrati (150-240.000 persone).
Ciò che ora resta nell'animo di ogni Figlio di Abramo, emigrato o rimasto, interno o inter-

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nazionale, in Palestina o negli USA, è un rancore profondo, un odio inestinguibile, e non solo
nei confronti dello zarismo, ma dell'intero popolo russo. Se la reazione dello Stato e la repres-
sione poliziesca erano state messe nel conto, inattesa è giunta quella reazione di massa che
sarebbe stata poi etichettata, da storici e gazzettieri carenti di chiarezza mentale, ottusi dalla
lontananza temporale e dalla carenza documentaria, come artificio/complotto/provocazione
indotti dall'alto. Nate in realtà dalla spontaneità popolare a fiancheggiamento e in aiuto del
governo, le «aggressioni ad ebrei inermi e indifesi» si configurano spesso, per non dire quasi
sempre, come azioni di difesa dal criminale rivoluzionarismo degli Arruolati.
Tale volontà di difesa di tutto un popolo, più che le azioni repressive della polizia e dell'e-
sercito, è stata la barriera che nel 1905-06 ha, temporaneamente, fermato il Sovvertimento e
sbarrato la strada all'Allucinazione. Tale volontà di difesa di tutto un popolo sarebbe stata, di
lì a qualche anno, punita nel sangue dal giudeo-bolscevismo. E l'avallo più chiaro a tale tesi lo
danno le quasi-incredibili righe dell'editoriale di Voskhod, periodico dell'intelligencija ebraica
liberale prorivoluzionaria, stese a consuntivo il 30 dicembre 1905: «Questi pogrom, scoppiati
ora, al culmine della lotta rivoluzionaria in Russia, nel giorno del trionfo della libertà per il
paese, hanno disorientato, scoraggiato e deluso gli ebrei, che si erano gettati con tanto ardore
nella lotta per la libertà; proprio quella tanto attesa libertà in cui essi vedevano la salvezza da
ogni male [...] Ancora una volta sono stati messi in evidenza l'impotenza e l'isolamento degli
ebrei, e la fede nel cammino ormai intrapreso verso la libertà politica ha vacillato».
Commentando l'impotenza degli intellettuali «russi», è Nolte a riassumere: «Un secondo
paradosso stava nel fatto che gli attivisti dell'intelligencija cercarono invano il contatto con la
massa dei contadini di cui volevano essere i veri liberatori dopo il supposto fallimento dell'e-
mancipazione contadina da parte di Alessandro II, e che nella loro grandissima maggioranza
questi contadini rimasero pervasi da una fede religiosa o semi-religiosa nello zar. Per questa
ragione, il successo degli attentati dei socialrivoluzionari – soprattutto l'assassinio di Alessan-
dro II nel 1881 – suscitarono più rabbia che non soddisfazione e aumentarono l'odio verso i
"popoli stranieri" come i lettoni, i georgiani e gli ebrei, che secondo l'opinione corrente ave-
vano preso parte al movimento rivoluzionario in misura ben superiore alla loro consistenza
numerica» (apprezzi il lettore tutta la prudenza di quel «secondo l'opinione corrente»!).
Non si pensi, comunque, che al genio d'Israele non sia riuscito, già allora, di toccare vette
professionali più alte che non il sovvertimento e l'assassinio.
Allo scopo ricordiamo infatti gli industriali Abraham Markovic Brodskij (1816-84, proge-
nie del cinquecentesco Meir Katzenellenbogen, rabbino a Padova, al pari di Marx e di Zda-
nov) e l'ancor più ricco fratello Izrail Markovic Brodskij (1823-88), due dei cinque figli di
Rabbi Meier/Mark Schor di Brody (per inciso, undicesima progenie del progenitore di Karl
Marx, il grande rabbino Meir Katzenellenbogen), e i due figli maschi di Izrail: Leibish/Lev e
soprattutto Eliezer/Lazar, massimi industriali nella raffinazione e commercio dello zucchero
(a riprova di inincroci, la prima figlia di Eliezer sposa il banchiere parigino barone Vladimir
de Gunzburg, mentre la seconda, Marguerite, suo fratello Dimitrij Isaac de Gunzburg).
Altri industriali zuccherieri sono i confratelli Babushkin, Heppner e Abraham Dobrij, di
Kiev come i Brodskij; di 86 delle 268 raffinerie del 1914 i proprietari sono ebrei, come ebrei
sono il 42,7% dei dirigenti delle grandi compagnie commerciali e per mani ebraiche passano i
due terzi del commercio zuccheriero (similmente, nell'Austria di fine Ottocento, il primo in-
dustriale zuccheriero è il liberale Rudolf Auspitz); inoltre, i grandi proprietari terrieri ebrei
possiedono oltre due milioni di ettari delle migliori terre arabili, in particolare le «terre nere»
attorno alle industrie zuccheriere in Ucraina, come anche in Crimea e in Bielorussia: nel solo
distretto di Djankoij il barone Goratsii Gintsburg/Günzburg possiede 87.000 ettari, decine di

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migliaia di ettari il confratello Brodskij. Monopolisti di liquori sono i Bernadaki, di riforni-
menti militari gli Zeitlin. Magnate moscovita del tè è Kolonimos-Volf Visockij, zio dei boss
SR fratelli Abram e Mikhail Rafalovic Gots e I.I. Fundaminskij; a significativo apparenta-
mento, dopo l'Ottobre la saggezza popolare suonerà: «Lo zucchero è di Brodskij, il tè di Viso-
ckij e la Russia di Trockij».
Altri esponenti industriali/finanziari (spesso «sollecitati» con maniere spicce – financo
minacce di morte – dai confratelli più sfortunati a contribuire alla Causa, sionista o rivoluzio-
naria che fosse) sono: Abraham Warshawsky, il «polacco» cattolicizzato Leopold Kronenberg
(già finanziatore della rivolta antirussa nel 1862, costruttore della ferrovia Varsavia-BrestLi-
tovsk, fondatore nel 1875 della "Banca Industriale di Varsavia", la maggiore di Polonia, pre-
sidente dell'Unione Commercianti e della Borsa di Varsavia, del quale, nota Rothkranz V, il
confratello J. Schiper aveva all'epoca scritto: «Sebbene Kronenberg abbandonò il giudaismo,
non si separò dall'ebraismo. Della sua più intima cerchia facevano parte quasi solo ebrei, i
suoi consiglieri erano frankisti»), Isaak Moissevic Schwarzman (ricco mercante e industriale
tessile a Kiev, fama di libero pensatore ma partecipe dell'ortodossia comunitaria, padre del
«francese» Lev Sestov/Shestov: 1866-1938, nato Lev Isaakevic Schwarzman e detto il «primo
esistenzialista ebreo», dopo il golpe bolscevico migra a Parigi, ove nel 1922 insegna Filosofia
Russa), i fratelli Lazar e Samuil Solomonovic Poliakov (primi tra i costruttori e magnati in
campo ferroviario, soprannominati «i re ferroviari della Russia», nonché fondatori di una ca-
tena di banche a Mosca, Rostov, Kiev e Orel), D.S. Margolin (con altri confratelli possiede
nel 1911 la massima compagnia di navigazione del Dnepr, che coi sessantadue battelli a vapo-
re posseduti e gli altri sedici affittati muove il 70% delle merci portate sul fiume),
i fratelli Polyak (in particolare Grigorij) che, sostenuti dai «francesi» Alphonse ed Ed-
mond Rothschild, aprono la corsa al petrolio transcaucasico con la compagnia Mazut (simil-
mente sostenuta dai figli del Grand Baron, e in mani pressoché tutte ebraiche, è l'Associa-
zione Petrolifera di Batum: le ditte verranno poi fuse nella corporation rothschildiana "Com-
pagnia Petrolifera del Caspio e del Mar Nero", meglio nota con le iniziali BNITO: «Grazie
agli investimenti fatti in quella regione, [i Rothschild] erano diventati uno dei maggiori pro-
duttori e distributori mondiali di petrolio e la situazione era rimasta tale nell'ultimo decennio
dell'Ottocento – nel 1895 erano quasi arrivati a un accordo di massima con i produttori rivali,
compresa la Standard Oil americana, per la spartizione dei mercati petroliferi mondiali. Oltre
a controllare la BNITO, la società che sfruttava i famosi campi di Baku, la loro compagnia
Standard Russe, che aveva preso il nome e si rifaceva all'americana Standard Oil, era proprie-
taria di sette campi petroliferi presso Grozny, in Cecenia, e di un'enorme raffineria che poteva
trattare la produzione propria e di altre compagnie. Grazie all'accesso ai mercati europei, la
Standard dei Rothschild era la prima società della regione. Nel 1902, prima della fine del re-
gno di Alphonse, i fratelli Rothschild si erano associati alla Royal Dutch e alla Shell, che di lì
a poco avrebbero formato un'unica società globale, per costituire una Asiatic Petroleum Com-
pany per lo sfruttamento dei campi petroliferi della Russia meridionale», scrive Lottman),
all'inizio del secolo il proprietario e direttore di "Notizie della Borsa" S.M. Propper (per
inciso, rileva Solzenicyn V, tutta la più influente stampa «russa», quella che «gioca un ruolo
decisivo nell'assalto che i Cadetti e l'intellighenzia portarono contro il governo prima della ri-
voluzione» è in mani ebraiche), i banchieri Dmitrij Rubinstein (uno dei tramiti per i finanzia-
menti tedeschi ai rivoluzionari, in contatto con l'ochranico ebreo Ivan F. Manasevic-Manuilov
e con Grigorij Rasputin, arrestato a Pietrogrado nell'estate 1916 quale sospetto di transazioni
finanziarie illecite e fatto rilasciare da Rasputin nel dicembre, nuovamente incarcerato, libera-
to dalla Rivoluzione di Febbraio, poi agente finanziario bolscevico a Stoccolma), Soloveichik

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(fondatore della Banca Commerciale Siberiana), Landau, Vavelberg, Herman Epstein (di
Varsavia, finanziatore del completamento della linea ferroviaria Varsavia-Vienna), Krongold,
Abram Isaakovic Zak (presidente del consiglio di amministrazione della Banca Sconti e Pre-
stiti di San Pietroburgo), Ignatij Manus e soprattutto il già detto barone Goratsii Osipovic Gin-
tsburg/Günzburg (figlio di Joseph/Evzel, che aveva iniziato le proprie fortune quale fabbri-
cante di alcolici a Sebastopoli, e padre di David, capo della comunità ebraica di San Pietro-
burgo fino alla morte nel 1910), sostenuto dai parigini Rothschild e Pereire e dai berlinesi
Mendelsohn e Bleichröder (a ridimostrare il consueto inestricabile intreccio familiar-affaristi-
co ebraico, segnaliamo che Goratsii/Orazio ha come genero un banchiere Hirsch, fratello del
banchiere James Hirsch, genero a sua volta di Samuil Poliakov, ed è nonno di Vladimir, im-
palmato alla figlia del magnate zuccheriero di Kiev L.I. Brodskij), punto di riferimento dell'e-
braismo zarista non-rivoluzionario e trait d'union coi confratelli migrati negli USA.
Nel 1914 le più importanti banche dell'impero sono controllate e gestite da ebrei: il capita-
lismo «russo» è all'epoca straniero per il 70%, soprattutto «francese». Ed è una storia, ci dice
Robert Brym, con un secolare passato alle spalle: «Grandi banchieri d'affari ebrei erano pre-
senti in Polonia già alla fine del XVIII secolo, quando a Varsavia si erano stabiliti diciannove
di loro. Anche in questo primo stadio banchieri stranieri erano presenti nel mercato del denaro
est-europeo: la maggior parte dei diciannove era arrivata dalla Prussia. Con gli anni Sessanta
dell'Ottocento, con l'espandersi delle possibilità di investimento, diversi banchieri d'affari si
erano consorziati a costituire grandi banche ebraiche in città come San Pietroburgo, Varsavia,
Kiev e Vilna. La massima parte del capitale indirizzato agli investimenti fu dapprima impie-
gato per le costruzioni ferroviarie. Nel 1856 i fratelli ebrei-francesi Pereire fondarono il Crédit
Mobilier in sfida ai Rothschild. Insieme ad altre banche ebraiche occidentali (Mendelsohn a
Berlino, Oppenheim a Colonia), a istituti occidentali posseduti da non-ebrei (Baring a Londra,
Hope ad Amsterdam) e a banche ebraiche orientali (Steiglitz a San Pietroburgo [all'epoca il
maggiore di Russia, banchiere di due zar; uno dei figli diviene capo della Banca di Stato rus-
sa], Fraenkel a Varsavia), costituirono la "Compagnia Principale" con un capitale iniziale di
275 milioni di rubli [...] Per citare solo pochi dei numerosi esempi di coinvolgimento degli
ebrei russi nei decenni seguenti: i Poliakov finanziarono linee nella Russia centrale; Schöpsler
si unì a Sulzbach in Germania per finanziare la Mosca-Smolensk; Bliokh [il fondatore della
Banca Commerciale di Varsavia], insieme a Bleichröder in Germania, intraprese il finanzia-
mento della Kiev-Brest. Globalmente, "l'iniziativa degli imprenditori ebrei fu responsabile
della costruzione di oltre i tre quarti del sistema ferroviario russo". In tali condizioni le banche
ebraiche russe non potevano non fiorire».
Ma tornando al 1914: la Banca Azov-Don, su un consiglio di amministrazione di cinque
membri, conta quattro ebrei, tra cui il presidente; su 42 direttori e ispettori, 23 sono ebrei; su
69 direttori di agenzia sono ebrei in 44: a Minsk 6 su 6, a Varsavia 9 su 10, a Mosca 12 su 20,
a Odessa 7 su 9 (è al suo presidente e confrère Boris Kamenka/Kaminka che tre anni più tardi
il superamericano Jacob Schiff indirizza il plauso e l'incoraggiamento dopo l'abdicazione di
Nicola II: «Nothing could give me greater satisfaction than to be of advantage to new Russia
in all and any opportunities that may present themselves, Niente potrebbe essermi più gradito
che il poter essere utile alla nuova Russia in ogni occasione che possa presentarsi»).
La Banca Russo-Asiatica conta quattro ebrei su sei consiglieri; di 112 agenzie 30 sono di-
rette da ebrei; nelle principali sono ebrei: a Minsk quattro direttori su sei, a Odessa e Cherson
tutti, a Charkov sei su otto. La Banca Russa per il Commercio Estero, presieduta da un tede-
sco, è amministrata da tre ebrei e due russi; su 68 agenzie, 33 sono dirette da ebrei; negli alti
gradi dell'amministrazione vi sono 69 tedeschi, 134 ebrei e 197 russi. La Banca Russa del

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Commercio e dell'Industria vede, su quattro alti dirigenti, tre ebrei; ebrei sono i direttori delle
più grandi agenzie (Odessa, Kiev e Novorossisk). Se la Banca Internazionale di San Pietro-
burgo ha nel consiglio di amministrazione un ebreo, il vicepresidente, ne vede 26 tra i 42 di-
rettori d'agenzia; interamente ebreo è il personale dirigente le agenzie di Varsavia, Vilna, Mo-
sca, Kiev, Eupatoria, Odessa e Rostov. Nelle Banche Riunite sono ebrei due vicepresidenti;
degli 83 direttori d'agenzia sono ebrei i 41 delle maggiori. La Banca Franco-Russa vede infi-
ne, su cinque direttori, tre eletti. Complessivamente nel 1914, su 2320 dirigenti dei sette istitu-
ti, almeno 1115 sono ebrei.

Il catechismo del rivoluzionario


di Sergej Gennadevic Necaev

DOVERI DEL RIVOLUZIONARIO VERSO SE STESSO

1. Il rivoluzionario è un uomo leale. Egli non ha né interessi personali, né affari, né senti-


menti, né legami, né proprietà e neppure un nome. Tutto in lui è rivolto a un solo interesse
esclusivo, un solo pensiero, una sola passione: la rivoluzione.

2. Nel profondo del suo essere, non solo a parole, ma nei fatti, egli ha spezzato ogni legame
con l'ordine civile e con tutto il mondo civilizzato, con le leggi, le usanze, la morale e le
convenzioni generalmente riconosciute in questo mondo. Egli ne è un nemico implacabile e
se continua a vivere in questo mondo è solo per distruggerlo con maggiore efficacia.

3. Un rivoluzionario disprezza ogni dottrinarismo e rinuncia alla scienza di questo mondo


per lasciarla alle generazioni future. Egli conosce una sola scienza: la distruzione. Per que-
sto, e solo per questo, egli studia la meccanica, la fisica, la chimica e magari la medicina.
Allo stesso scopo egli studia giorno e notte la scienza viva: gli uomini, i caratteri, le situa-
zioni e tutte le condizioni dell'attuale ordine sociale in tutte le sfere possibili. Lo scopo è
sempre lo stesso: la distruzione più immediata e più certa di questo ordine osceno.

4. Egli disprezza l'opinione pubblica. Disprezza e odia la morale sociale attuale in tutti i
suoi istinti e in tutte le sue manifestazioni. Per lui è morale tutto ciò che favorisce il trionfo
della rivoluzione, è immorale e criminale tutto ciò che la ostacola.

5. Il rivoluzionario è un uomo leale: egli è spietato con lo Stato in generale e con tutta la
classe civilizzata della società e non deve aspettare pietà per se stesso. Tra lui e la società
c'è una lotta a morte, aperta o nascosta, ma sempre incessante e inconciliabile. Deve abi-
tuarsi a sopportare la tortura.

6. Deve essere severo verso se stesso e verso gli altri. Ogni sentimento d'affetto che istupi-
disce, i sentimenti di parentela, d'amicizia, d'amore, di riconoscenza, devono essere sof-
focati in lui dall'unica e fredda passione per l'opera rivoluzionaria. Per lui esiste una sola
gioia, una sola consolazione, una sola soddisfazione: il successo della rivoluzione. Notte e
giorno deve avere un solo pensiero, un solo scopo: la distruzione implacabile. Perseguendo

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questo scopo freddamente e senza un attimo di pausa, egli deve essere pronto a morire e a
uccidere con le proprie mani tutti coloro che tentano di impedirgli di raggiungere questo
scopo.

7. La natura di un vero rivoluzionario esclude qualsiasi forma di romanticismo, di sensi-


bilità, di entusiasmo, di impulsività; esclude anche l'odio e la vendetta personali. La pas-
sione rivoluzionaria, divenuta in lui abitudine di tutti i giorni e di tutti i momenti, deve an-
dare di pari passo col freddo calcolo. Sempre e ovunque, egli deve obbedire non ai suoi im-
pulsi personali, ma a ciò che è dettato dall'interesse generale della rivoluzione.

DOVERI DEL RIVOLUZIONARIO VERSO I COMPAGNI RIVOLUZIONARI

8. Il rivoluzionario può provare affetto e amicizia solo nei confronti di un uomo che ha di-
mostrato con le sue azioni di essere come lui un agente della rivoluzione. Il grado di amici-
zia, di lealtà e gli altri doveri verso un simile compagno si misurano solo con il loro grado
di utilità nell'opera concreta della rivoluzione pandistruttrice.

9. È superfluo parlare della solidarietà tra rivoluzionari; su di essa si basa tutta la forza
dell'opera rivoluzionaria. I compagni rivoluzionari che abbiano uno stesso livello di intesa e
di passione rivoluzionaria devono per quanto è possibile decidere in comune su tutte le que-
stioni importanti e prendere le decisioni all'unanimità. Nell'attuazione di un colpo così de-
ciso, ognuno deve, per quanto possibile, contare su se stesso e ricorrere ai consigli dei suoi
compagni solo quando ciò è indispensabile al successo dell'azione stessa.

10. Ogni compagno deve avere a disposizione parecchi rivoluzionari di secondo e terzo or-
dine, cioè compagni che non sono ancora esperti. Egli deve considerarli una parte del ca-
pitale rivoluzionario generale messo a sua disposizione. Egli deve usare con parsimonia la
sua parte di capitale, badando di trarne il maggior profitto possibile. Egli deve considerarsi
come un capitale destinato ad essere speso per il trionfo della rivoluzione, ma un capitale di
cui non può disporre da solo e senza il consenso di tutti i compagni esperti.

11. Quando un compagno è in pericolo e si deve decidere se salvarlo o no, il rivoluzionario


non deve badare a nessun sentimento personale, ma unicamente all'interesse della causa ri-
voluzionaria. Di conseguenza deve calcolare da un lato il grado di utilità di quel compagno
e, dall'altro, la quantità dì forze rivoluzionarie necessario a liberarlo; deve vedere cioè da
che parte pende la bilancia e agire di conseguenza.

DOVERI DEL RIVOLUZIONARIO VERSO LA SOCIETÀ

12. Un nuovo membro, dopo aver dato prove concrete, non a parole, ma nei fatti, può essere
accolto nell'organizzazione solo all'unanimità.

13. Un rivoluzionario entra nel mondo dello stato, nel mondo delle classi, nel mondo
cosiddetto civile e vive in questo ambiente solo perché ha fiducia nella distruzione prossima
e totale di queste cose. Non è rivoluzionario se è legato da un interesse per una cosa qua-
lunque di questo mondo. Egli non deve esitare di fronte alla distruzione di qualsiasi po-
sizione sociale, di un legame o di un uomo di questo mondo. Deve odiare tutto e tutti in

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egual misura. Tanto peggio per lui se in questo mondo ha legami di parentela, d'amicizia o
d'amore; non è rivoluzionario se questi legami possono fermare il suo braccio.

14. Allo scopo di un'implacabile distruzione, un rivoluzionario può e spesso deve vivere
nella società fingendo di essere completamente diverso da ciò che è in realtà. Un rivolu-
zionario deve penetrare ovunque, nella classe superiore e nella media, nella bottega del
mercante, in chiesa, nel palazzo aristocratico, nel mondo burocratico, militare e letterario,
nella Terza Sezione (polizia segreta) e persino nel palazzo imperiale.
15. Tutta questa immonda società deve essere divisa in parecchie categorie. La prima è
composta da coloro che sono condannati a morte immediatamente. I compagni devono sten-
dere le liste di questi condannati in un ordine relativo alle loro malefatte, cosicché, tenuto
conto del successo della rivoluzione, i più pericolosi siano giustiziati prima degli altri.

16. Nello stendere questa lista e nello stabilire queste categorie, non bisogna assolutamente
orientarsi sulla perversità individuale di un uomo né basarsi sull'odio che egli suscita nei
membri dell'organizzazione o nel popolo. Questa perversità e questo odio possono persino
essere utili in un certo senso scatenando la rivolta popolare. Bisogna prendere in considera-
zione solo il vantaggio che la rivoluzione può trarre dalla morte di una certa persona. Così
in primo luogo devono essere distrutti gli uomini pericolosi per l'organizzazione rivoluzio-
naria e la cui morte violenta e improvvisa può maggiormente spaventare il governo e mi-
nare la sua potenza privandolo di agenti energici e intelligenti.

17. La seconda categoria deve essere composta da persone che vengono lasciate provvi-
soriamente in vita perché, con una serie di azioni mostruose, spingano il popolo alla inevi-
tabile rivolta.

18. Alla terza categoria appartiene un gran numero di animali altolocati o individui che non
si distinguono né per posizione sociale, né per intelligenza, né per energia, ma che, per la
loro posizione, sono ricchi, hanno relazioni, influenze, forza. Bisogna sfruttarli in tutti i
modi possibili, circuirli, disorientarli e, impadronendoci dei loro sporchi segreti, farne no-
stri schiavi. In questo modo la loro potenza, le loro relazioni, la loro influenza e la loro ric-
chezza diventano un tesoro inesauribile e un aiuto prezioso in diverse azioni.

19. La quarta categoria è composta da diversi uomini ambiziosi al servizio dello Stato e da
liberali con diverse sfumature. Con costoro si può cospirare secondo il loro programma,
fingendo di seguirli ciecamente. Dobbiamo prenderli in mano, cogliere i loro segreti, com-
prometterli completamente, cosicché la ritirata diventi per loro impossibile. Dobbiamo ser-
virci di costoro per portare scompiglio nello Stato.

20. La quinta categoria è formata dai dottrinari, dai cospiratori, dagli intellettuali, da tutti
coloro che chiacchierano nelle riunioni e scrivono. Bisogna spingerli e trascinarli in con-
tinuazione in azioni pratiche e pericolose che avranno come risultato di farne scomparire la
maggioranza, mentre pochi di loro potranno diventare veri rivoluzionari.

21. La sesta categoria è molto importante; è formata dalle donne, che devono essere divise
in tre classi: le donne futili, senza cervello e senza cuore, che bisogna usare come la terza e
la quarta categoria di uomini; le donne ardenti, leali e capaci, ma che non sono dei nostri

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perché non sono giunte alla comprensione rivoluzionaria pratica e inequivocabile: dobbia-
mo usarle come gli uomini della quinta categoria; infine le donne che sono interamente dei
nostri, cioè completamente iniziate e che hanno accettato il nostro programma nella sua to-
talità. Dobbiamo considerarle come il più prezioso dei nostri tesori, senza l'aiuto del quale
non potremmo fare nulla.

DOVERI DELL'ORGANIZZAZIONE VERSO IL POPOLO

22. L'Organizzazione ha come solo scopo, l'emancipazione completa e la felicità del po-
polo, cioè dei lavoratori. Ma nella convinzione che questa emancipazione e questa felicità
possono essere raggiunte solo con la rivoluzione popolare che distrugge tutto, l'Organizza-
zione userà tutte le sue forze per accrescere e aumentare i mali e le sventure che logore-
ranno infine la pazienza del popolo e lo inciteranno a una ribellione di massa.

23. Per rivoluzione popolare l'Organizzazione non intende un movimento analogo al mo-
dello classico dell'Occidente che, fermandosi sempre davanti alla proprietà e all'ordine so-
ciale tradizionale, la cosiddetta civiltà e moralità, si è limitato finora a proclamare la de-
cadenza di una forma politica per sostituirla con un'altra, e a creare un sedicente Stato rivo-
luzionario. La sola rivoluzione salutare per il popolo è quella che distruggerà dalle fonda-
menta qualsiasi idea di Stato in Russia.

24. A questo scopo, l'Organizzazione non ha intenzione di imporre al popolo dall'alto una
qualsiasi forma di organizzazione. L'organizzazione futura uscirà senz'altro dal movimento
e dalla vita popolare, ma dovranno occuparsene le generazioni future. Il nostro compito è di
distruggere spaventosamente, totalmente, implacabilmente e universalmente.

25. Per questo, avvicinandoci al popolo, dobbiamo prima di tutti collegarci agli elementi
della vita popolare che hanno continuato a protestare, dalla fondazione dello Stato mosco-
vita, non solo a parole, ma nei fatti, contro tutto ciò che è legato direttamente o indiretta-
mente con lo Stato, contro la nobiltà, la burocrazia, contro i preti, contro il mondo del com-
mercio e contro i piccoli trafficanti, sfruttatori del popolo. Noi dobbiamo unirci al mondo
avventuroso dei banditi che sono i veri e unici rivoluzionari della Russia.

26. Concentrare questo mondo in un'unica forza pandistruttrice e invincibile, ecco tutta la
nostra organizzazione, la nostra cospirazione e il nostro compito.

(tratto da : Jacques Baynac, Kamo, l'uomo di Lenin, Bompiani, 1974)

130
V

REPRESSIONI

«Come era possibile che, prima della Rivoluzione d'ottobre, il popolo russo sopportasse la terribile op-
pressione zarista?» «Perché pensava a quello che sarebbe venuto dopo, e dunque cercava di tenersela il
più a lungo possibile».
witz sovietico

Le crudeltà della nostra vita, imposte dalle circostanze, saranno capite e giustificate. Tutto sarà capito,
tutto!
Lenin, 1919, in Giorgio Boatti

Il lettore consenta ora un confronto – certamente «rozzo» e «sbrigativo», indigesto alle


anime sensibili del più vario progressismo, e magari anche «inopportuno», «storicamente im-
proprio» e, perché no?, «moralmente indegno» – fra i detenuti nei campi dell'Arcipelago Gu-
lag (più esattamente: GULag, acronimo di Glavnoe Upravlenie Lagerej, "Amministrazione
Generale dei Campi") e gli assassinati dal più generico rivoluzionarismo e dallo specifico bol-
scevismo, rapportati ai detenuti e ai giustiziati durante il regime zarista. D'altra parte, come
ignorare che fare storia, esprimere giudizi sull'accaduto che vadano oltre la mera cronaca, si-
gnifica non solo avere sempre presenti i nessi temporali fra questo e quell'evento, conoscere il
prius ed il post di una sequenza di fatti, ma anche, se non soprattutto, comparare? Accentrare i
riflettori su un solo e magari minore aspetto o fattore, ingigantirne l'occasionale durezza ope-
rativa come se tale fattore avesse agito in un limbo vuoto di altre e maggiori presenze, stravol-
gerne infine i lineamenti, significa infatti operare mossi da profonda disonestà intellettuale.
A carico del rivoluzionarismo anarcosocialcomunista possiamo porre:
1. oltre ai 169 morti e ai 1100-1300 feriti della Rivoluzione di Febbraio – la «vera» rivo-
luzione, nella quale gli ebrei hanno un ruolo decisivo fin dai primi momenti: «Subito dopo la
rivoluzione del Febbraio 1917 si vedevano ovunque gruppi di ebrei in piedi su palchetti e cas-
se di sapone, che lanciavano proclami [...] A Pietrogrado gli ebrei avevano un limitato diritto
di residenza, ma dopo la rivoluzione erano sciamati a frotte, la maggioranza degli agitatori
erano ebrei [...] ebrei non osservanti», dichiara nel 1919 un pastore metodista alla Commis-
sione Esteri del Senato americano – 10.180.000 tra vittime della guerra civile e dello «stermi-
nio di classe» o «terrore rosso», legalizzato il 5 settembre 1918 e attuato nel 1917-20, in parti-
colare per quella «Vandea russa» che fu l'Ucraina cosacca e, come disse nel 1919 un esponen-
te del Comitato Centrale, la «politica dello sterminio di massa senza alcuna discriminazione»,
vera e propria guerra, ricorda Andrea Graziosi (II), docente di Storia Contemporanea a Napoli
e già docente di Storia Sovietica a Yale, Harvard e all'Ecole des Hautes Études, «contro la
grande maggioranza della popolazione».
Per il periodo fino all'ottobre 1921, Sigilla Veri ci dà 28 tra arcivescovi e vescovi assassi-
nati direttamente o comunque condotti a morte, 1215 altri religiosi, 6575 docenti o insegnanti,
8800 medici con loro assistenti, 54.650 ufficiali, 260.000 soldati, 10.500 ufficiali di gendar-
meria e polizia, 48.500 gendarmi e poliziotti, 12.950 possidenti, 355.250 lavoratori della men-

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te e 192.350 del braccio, 815.100 contadini... ed inoltre, «fino ad oggi, 1927, dobbiamo consi-
derare un numero dodici volte più alto». Per gli anni 1917-23, nel 1931 il tedesco Theodor
von Sosnovsky dà 1.765.065 «giustiziati», dei quali 25 vescovi e 1215 religiosi (nel 1937 E-
duard Stadtler dà, per il 1917-30, una trentina di vescovi, 1600 religiosi secolari e 7000 mo-
naci, più 48 vescovi, 3700 religiosi e 8000 monaci gulaghizzati; Werth/Courtois allega, per il
solo 1922, 2691 preti, 1962 monaci e 3447 monache), 6575 insegnanti, 8800 medici, 10.500
poliziotti, 12.850 impiegati pubblici, 48.000 gendarmi, 54.850 ufficiali, 192.000 operai,
260.000 soldati, 355.250 professionisti e artigiani, 815.000 contadini.
Dati similari riportano l'ebreo Essad Bey (I) e il fascista Pietro Caporilli (nel 1917-23,
1.761.065 «nemici di classe») nonché il tedesco Joachim Hoffmann, citando Churchill e il do-
cente di statistica Charles Sarolea, console belga e docente di Letteratura Francese a Edim-
burgo, relatore su The Scotsman del 7 novembre 1923: 28 vescovi, 1219 preti, 6000 professori
e istitutori, 9000 medici, 12.950 proprietari terrieri, 54.000 ufficiali, 70.000 poliziotti, 260.000
soldati, 193.290 operai, 355.250 intellettuali e professionisti vari, 815.000 contadini.
Nel 1935 Goebbels e nel 1938 Wulf Bley danno, per il 1917-23, l'equivalente cifra globale
di 1.860.000 assassinati o «giustiziati» quali «KR o kontra o kontrik, controrivoluzionari» a-
lias «necstaia sila, forze impure» (espressione, poi usata in particolare da Stalin, tradizional-
mente utilizzata nelle campagne per indicare una gran quantità di spiriti pericolosi, pagani o
cristiani, cui venivano date le colpe dei peggiori guai) e «vragi naroda, nemici del popolo»
(l'epiteto, di ascendenza squisitamente giacobina, usato per la prima volta da Lenin nel 1917 e
riesumato da Stalin nel 1927 per designare Trockij e i suoi seguaci, riceve la consacrazione
più ampia nel 1936 in una lettera segreta di Stalin diramata dal CC alle organizzazioni del
Partito delle regioni e repubbliche); nel 1923 il Comitato Internazionale Nansen li aveva sti-
mati a 1.900.000, suddividendoli per categorie.
In particolare, quanto alla persecuzione contro i religiosi e lo spoglio dei beni ecclesiastici,
Richard Pipes (I) riassume che «la maggior parte delle violenze perpetrate dagli organi di si-
curezza contro il clero si manifestò con linciaggi ed arresti, di cui non si conoscono i partico-
lari. Esistono storie strazianti sulla tortura e la mutilazione di eminenti sacerdoti. All'arcive-
scovo Andronico di Perm a quanto pare furono forate le guance, tagliati le orecchie e il naso,
cavati gli occhi: sfigurato in questo modo fu portato in giro per la città e poi buttato nel fiume
ad affogare. Il vescovo Ermogene di Tobolsk a quanto si dice fu annegato con un masso lega-
to intorno al collo [il «russo» Edvard Radzinsky lo dice invece «legato a una graticola di ghi-
sa», spinto in acqua e affogato]. Nel 1920 [il patriarca] Tichon disse che secondo le informa-
zioni in suo possesso, dal 1917 erano stati giustiziati 322 fra vescovi e sacerdoti. Nel 1925,
poco prima di morire, raccontò a un visitatore inglese che circa 100 vescovi e 10.000 preti e-
rano in prigione o in esilio. Furono diffusi elenchi in cui compaiono i nomi di 18 vescovi as-
sassinati o giustiziati. Un giornalista inglese venne a sapere che l'offensiva contro la chiesa era
costata la vita a 28 vescovi e 1215 preti. Secondo documenti resi pubblici di recente, nel 1922
furono giustiziate o assassinate oltre 8000 persone durante il conflitto sui preziosi della chiesa
[...] Nel settembre del 1922 le autorità annunciarono che l'offensiva per raccogliere i preziosi
della chiesa aveva fruttato 8000 miliardi di rubli in "buoni moneta" (denznaki) e che il denaro
sarebbe stato utilizzato per acquistare cibo per gli affamati. Ma la cifra era assurda e l'affer-
mazione menzognera. Alla fine dell'anno l'Izvestija parlava del bottino, definendolo "ridi-
colmente esiguo" e affermando che ammontava a 2997 pud (393 tonnellate) d'argento, oltre a
una piccola quantità di oro e di perle: il suo valore monetario era calcolato fra 4 e 10 milioni
di dollari, ma è probabile che la cifra più bassa fosse la più realistica. Poco o niente del denaro
fu destinato ai soccorsi per la carestia».

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Completano Giancarlo Lehner e Francesco Bigazzi: «I sacerdoti cattolici in terra sovietica
sono una minoranza irrilevante, eppure vengono perseguitati con il medesimo impegno con il
quale si cerca di estirpare il cristianesimo ortodosso (500.000 tra deportati e fucilati per il "re-
ato" della fede in Cristo, partendo dal primo martire, padre Ioann Kochurov, ucciso il 13 no-
vembre 1917). Bucharin, boia divenuto vittima, lancia la parola d'ordine di "passare a fil di
spada la religione". Non si tratta di spada, ma di coltello da macellaio. Prima dell'Ottobre, i
cattolici in Russia sono circa due milioni, con circa 1000 sacerdoti, 600 chiese, lo stesso nu-
mero di cappelle, due seminari e una facoltà teologica: nel 1940 rimangono due chiese, una a
Mosca e l'altra a Leningrado, ancora in piedi perché di proprietà dell'ambasciata francese, e
due sacerdoti. Nel solo biennio 1937-1938 nei lager vengono fucilati 120 sacerdoti cattolici
[...] Per quanto riguarda il clero ortodosso, le cifre sono da olocausto. "Gli oltre cento milioni
di cristiani in Russia furono sottoposti a persecuzioni di vario genere nel settantennio del pote-
re sovietico. Complessivamente, la Chiesa ortodossa prima del 1917 contava circa 210.000
membri del clero (100.000 monaci e oltre 110.000 preti diocesiani): di essi oltre 130.000 nel
periodo 1917-41 vennero fucilati; la stessa sorte subirono 250 vescovi, dei 300 esistenti nel
1917". Il via alla strage è dato, nel marzo 1922, da Lenin. Nei rimanenti nove mesi del 1922
furono fucilati 2691 sacerdoti, 1962 monaci, 3447 suore. Nel 1923, il numero dei fucilati fu di
2469 religiosi e così via, ogni anno, sino alle punte del 1937-1938 con 100.000 esecuzioni».
A parte le esecuzioni dirette, altissima è la mortalità «indiretta», specie nelle città, come
riferisce il giornalista francese Albert Londres (II), forse «critico malevolo del bolscevismo»
(lo definisce così l'ex trotzkista Ettore Cinnella) ma certamente genuino filo-ebraico: «Tanto
per cominciare, non si cammina per Pietrogrado, si erra. Quest'inverno [1918-19] vi sono
morte trecentomila persone, e non sono certo le vetture che le hanno schiacciate: non ve ne
sono. Mettiamo che vi siano quattro, sì, quattro automobili per la capitale della Russia, per
Pietrogrado (che contava due milioni di abitanti nel 1914). È il tifo che, passando da queste
parti e scoprendo questi trecentomila rattrappiti sotto la fame e il freddo, si è messo a giocare
con loro. Ne ha abbattuti, senza fatica, ottantamila al mese».
Sovrapponibile la cronaca tracciata dal pubblicista filobolscevico Victor Serge in «L'Anno
primo della rivoluzione russa»: «L'inverno del 1918-19 fu terribile nelle grandi città devastate
dalla fame e dal tifo, private di combustibile, di acqua e di illuminazione. Negli edifici le con-
dotte d'acqua e di scarico gelavano. Le famiglie si radunavano intorno a piccole stufe, chiama-
te burzuiki, nome derivato ironicamente dalla parola "borghese". I vecchi libri, il mobilio, le
porte e i tavolati delle camere evacuate sostituivano la legna da ardere. A Pietrogrado e a Mo-
sca vennero bruciate la maggior parte delle case di legno. Si trascorrevano le interminabili
notti dell'inverno russo di fronte al lume fioco di una lampada. Il sistema di fognature non
funzionava più; mucchi di immondizia si accumulavano nei cortili, ricoperti di neve; con l'ini-
zio della primavera avrebbero preparato una nuova epidemia. Lunghe code sostavano senza
tregua davanti alle cooperative; vasti mercati illegali, nonostante le continue requisizioni, si
formavano sulle piazze. I superstiti dell'antica borghesia vi andavano a vendere gli ultimi resti
delle loro fortune. Le visite a domicilio e le requisizioni combattevano l'inevitabile specula-
zione. Il blocco uccideva lentamente i più deboli. La dittatura faceva l'impossibile per provve-
dere in primo luogo ai bisogni della classe operaia, dell'esercito, della flotta e dell'infanzia. Le
vecchie classi agiate erano le più crudelmente colpite dalla fame».
La guerra civile contro tutte le categorie «borghesi» viene programmata da Lenin già a
Zurigo durante il conflitto mondiale: «Bisogna trasformare la guerra imperialista in guerra
civile». Vedi inoltre, da presidente del Sovnarkom, l'incitamento "Compagni operai, alla lotta
finale, decisiva!", maggio 1918, nel quale i piccoli proprietari sono letteralmente disumaniz-

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zati in vista della prossima eliminazione fisica: «Non c'è dubbio. Il kulak è un feroce nemico
del potere sovietico. O i kulak stermineranno un numero infinito di operai, o gli operai schiac-
ceranno implacabilmente le rivolte dei kulak – che sono una minoranza brigantesca del popo-
lo – contro il potere dei lavoratori. Non vi può essere via di mezzo. La pace non è possibile: si
può, e perfino facilmente, riconciliare il kulak con il grande proprietario fondiario, con lo zar
e con il prete, anche se prima erano venuti a lite fra loro, ma non lo si può mai riconciliare con
la classe operaia. Ecco perché diciamo che la lotta contro i kulak è la lotta finale, decisiva [...]
I kulak sono gli sfruttatori più feroci, più brutali, più selvaggi [...] Questi ragni velenosi si so-
no ingrassati a spese dei contadini rovinati dalla guerra, a spese degli operai affamati. Queste
sanguisughe hanno bevuto il sangue dei contadini arricchendosi tanto più quanto più l'operaio
soffriva la fame nelle città e nelle fabbriche. Questi vampiri hanno accaparrato e continuano
ad accaparrare le terre dei proprietari fondiari, e asservono di nuovo i contadini poveri. Guerra
implacabile contro questi kulak. A morte! Odio e disprezzo verso i partiti che li difendono:
socialisti rivoluzionari di destra, menscevichi e gli attuali socialisti rivoluzionari di sinistra.
Gli operai devono schiacciare con mano ferrea le rivolte dei kulak».
E l'ostilità assoluta tra le diverse categorie di contadini, lo scatenamento dell'odio che por-
ta alla disgregazione di ogni solidarietà, il bellum omnium contra omnes funzionale alla stra-
tegia di dominio sull'intera società vengono teorizzati, a sostegno del Nostro, dal Comitato
Centrale: «Dobbiamo porci come prioritaria la questione della divisione del villaggio in classi,
con la creazione di due fazioni, l'una ostile all'altra, e ponendo gli strati più poveri della popo-
lazione contro gli elementi kulak. Solo se riusciremo a dividere il villaggio in due fazioni, a
provocare la stessa guerra di classe delle città, allora otterremo nei villaggi gli stessi risultati
delle città». Concetti ribaditi dal Monomaniaco tre mesi dopo, con l'altrettanto incendiario ar-
ticolo "Guerra civile nei villaggi": «Ogni dubbio è fuori questione. I kulak sono nemici acer-
rimi del governo sovietico. O i kulak massacreranno un'infinità di lavoratori, o i lavoratori
sopprimeranno spietatamente le rivolte della minoranza dei predoni kulak contro il governo
dei lavoratori. Non esiste via di mezzo. Si deve dichiarare ai kulak una guerra spietata! A
morte! Odio e disprezzo per i partiti che li spalleggiano, per i socialisti rivoluzionari di destra,
per i menscevichi e ora anche per i socialisti rivoluzionari di sinistra! I lavoratori debbono
schiacciare le rivolte kulak con il pugno di ferro, perché i kulak si sono alleati ai capitalisti
stranieri contro i lavoratori del proprio paese», ed ancora: «Impiccare, e dico impiccare in
modo che la gente lo veda, non meno di cento kulak, ricconi, sanguisughe conosciuti [...] Fa-
telo in modo che la gente tremi a centinaia di chilometri da lì».
E che i concetti non restino sfoghi verbali, ma si traducano in momenti operativi, lo dimo-
stra la loro trasformazione in vere e proprie ordinanze, come quella rivolta ai bolscevichi di
Penza l'11 agosto (sottolineature nel testo originale): «Compagni! L'insurrezione di cinque
distretti kulak dovrebbe essere soppressa senza pietà. Gli interessi di tutta la rivoluzione lo
richiedono, perché in questo momento si sta svolgendo dappertutto "l'ultima battaglia decisi-
va" contro i kulak. Bisogna dare un esempio. 1) Impiccate (e assicuratevi che le impiccagioni
avvengano sotto gli occhi e alla presenza del popolo) non meno di cento kulak, ricchi, parassi-
ti, che siano noti. 2) Pubblicatene i nomi. 3) Sequestrate loro tutti i cereali. 4) Indicate degli
ostaggi in conformità al telegramma di ieri. Fatelo in modo tale che per centinaia di chilometri
intorno la gente possa vedere, tremare, sapere, urlare: stanno strangolando e strangoleranno a
morte i kulak succhiasangue. Telegrafate accusando ricevuta ed esecuzione. Vostro Lenin.
P.S. Trovate delle persone davvero dure». Commenta Robert Service (I): «Questo genere di
messaggi non era un'eccezione, ma la regola. Lenin continuò a delirare in questo modo per
tutta l'estate del 1918 e per il resto della guerra civile. Insisteva che in caso di attacco la città

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di Baku doveva essere rasa al suolo, e che ne fosse dato pubblico annuncio in tutta la città, in
modo da scoraggiare i collaborazionisti. Riportò al Medioevo i sistemi della guerra europea
del XX secolo. Non c'era remora morale che lo frenasse».
Decine di ordinanze del Monomaniaco si abbattono sulla Russia, come due decreti emessi
il 9 agosto: «È necessario organizzare una guardia supplementare di uomini scelti e fidati, che
diano inizio a un regime di terrore spietato contro i kulak, i preti e le Guardie Bianche. Tutte
le persone sospette debbono essere internate in campi di concentramento fuori città. La spedi-
zione punitiva deve aver luogo subito. Confermate telegraficamente l'esecuzione di questo
ordine», e ancora: «A Niznij Novgorod vi sono palesi preparativi per una ribellione della
Guardia Bianca. Dobbiamo riunire tutte le nostre forze, emettere una trojka dittatoriale e isti-
tuire immediatamente il terrore; scovare e liquidare centinaia di prostitute che corrompono
soldati, ex ufficiali, etc. Che non vi sia un momento di indugio. È necessario agire seduta stan-
te. Perquisizioni in massa, esecuzioni per occultamento e ricettazione di armi. Arresti in mas-
sa di menscevichi e di altri elementi non fidati».
E gli esseri umani, si sbizzarrisce à la Linneo il Gran Classificatore, dando libero sfogo
alla fantasia, divengono animalucoli da sterminare: «Ripulire il suolo della Russia da qualsiasi
insetto nocivo, delle pulci: i furfanti; delle cimici: i ricchi. In un luogo si metteranno in carce-
re una decina di ricchi, una dozzina di furfanti, una mezza dozzina di operai scansafatiche
(teppisti scansafatiche, come molti tipografi di Pietrogrado, soprattutto nelle tipografie del
Partito). In un altro si farà loro pulire le latrine. In un terzo luogo si distribuiranno loro, finita
la prigione, dei libretti gialli, perché tutto il popolo possa sorvegliarli come uomini nocivi. In
un quarto, su dieci persone convinte di parassitismo, se ne fucilerà una».
Condivisibili, quanto alla ricezione di tali ordinanze da parte dei destinatari, i rilievi di
Andrzej J. Kaminski: «"Elementi parassitari", "parassiti", "briganti", "perdigiorno ed elementi
inaffidabili", "fannulloni" e così via potevano essere rinchiusi in campo di concentramento o
essere obbligati ai lavori forzati [la cui «norma» era spesso fino a duecento volte più alta
dell'equivalente zarista], ma anche essere fucilati. Contestualmente non fu fornita alcuna defi-
nizione di chi fossero i "parassiti"; dalle non chiare formulazioni di Lenin riteniamo di poter
desumere che anche ogni "membro inaffidabile dell'intelligencja", qualunque cosa ciò signifi-
casse, fosse un parassita. Poiché Lenin consiglia altresì di uccidere qua e là un uomo su dieci
che "si renda colpevole di parassitismo", possiamo arrivare alla conclusione – e, ciò che è più
importante, ogni autorità o comandante locale aveva la possibilità di farlo – che almeno uno
su dieci "membri inaffidabili dell'intelligencja" fosse da uccidere, Preferiamo non pensare a
ciò che questo abbia significato in pratica, a causa della totale mancanza di chiarezza dell'or-
dine stesso e del livello d'istruzione di quelle autorità bolsceviche locali (i cosiddetti "dittato-
ri"), alle quali la definizione di "membri inaffidabili dell'intelligencja" era per lo più scono-
sciuta. Si deve tener presente che quegli ordini di arresto e di esecuzione, formulati con siffat-
ta noncuranza, erano rivolti a subalterni che non avevano tempo e calma per lunghe riflessio-
ni, ma si dovevano far guidare soprattutto da una considerazione: non gettare su se stessi, at-
traverso eventuali titubanze o indecisioni, il sospetto di essere privi di "coscienza rivoluziona-
ria", troppo indulgenti, o addirittura di nutrire simpatia per i nemici di classe».
Nulla quindi di strano se dopo l'appello della Pravda il 4 agosto («Operai e poveri, impu-
gnate il fucile, imparate a sparare, tenetevi pronti per la rivolta dei kulak e delle Guardie
Bianche. Mettete al muro coloro che fanno propaganda contro il potere sovietico. Dieci pallot-
tole contro chiunque levi una mano contro di esso! [...] La borghesia è il nostro eterno nemi-
co, mai stanco di tormentarci. Il governo del capitale morrà quando sarà morto l'ultimo capita-
lista, l'ultimo nobile, l'ultimo prete, l'ultimo ufficiale»), dopo quello di Krasnyj Mec "Spada

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Rossa" il 18 agosto («La nostra è una nuova morale. La nostra umanità è assoluta perché ha le
basi nel desiderio dell'abolizione di ogni oppressione e tirannide. A noi tutto è permesso, poi-
ché siamo i primi al mondo a brandire la spada non per la schiavitù e l'oppressione, ma in
nome della libertà e dell'emancipazione dalla schiavitù. Noi non combattiamo gli individui.
Noi cerchiamo di distruggere la borghesia come classe») e dopo il grido entusiasta di Zinovev
(«La borghesia uccide singoli individui, ma noi sopprimiamo intere classi») – nulla quindi di
strano se vengono affogate in massa nel Volga settecento monache del convento della Madre
di Dio a Samara (poi Kujbisev), nulla quindi di strano se i marinai di Kronstadt – che nel lu-
glio di due anni prima già avevano massacrato 120 ufficiali kerenskiani, compreso l'ammira-
glio – versano combustibile sulle fiamme della guerra civile massacrando per rappresaglia
cinquecento ostaggi custoditi nelle prigioni del bastione baltico.
Perfino il vecchio-bolscevico Leonid Borisovic Krasin – già braccio destro di Lenin nella
fabbricazione di bombe, nel riciclaggio di denaro, nelle rapine di banca e nei contatti ad alto
livello – resta allibito dalla furia devastatrice, scrivendo alla moglie, il 23 settembre: «Con
l'uccisione di Urickij e l'attentato contro Lenin ha avuto inizio il periodo del cosiddetto "terro-
re", una delle manifestazioni più disgustose dei neobolscevichi. Sono state fucilate [leggi: spa-
rate alla nuca] a Mosca e Pietrogrado dalle sei alle settecento persone, nove decimi delle quali
arrestate alla cieca e per il semplice sospetto che appartenessero alla corrente di destra dei so-
cialisti rivoluzionari o che si trattasse di controrivoluzionari. Anche nelle province si è verifi-
cata una serie di fatti rivoltanti, quali arresti ed esecuzioni in massa».
Due anni dopo, parlando al congresso della USPD Unhabhängige Sozialdemokratische
Partei Deutschlands "Partito Socialdemocratico Indipendente di Germania" ad Halle, Julij
Martov, che aveva calcolato 10.000 vittime cadute per mano della CEKA nel terrore del set-
tembre-ottobre, si scaglia contro tali efferatezze dichiarando, presente Zinovev: «Come rap-
presaglia per l'uccisione di Urickij e per l'attentato contro Lenin, due atti organizzati da indivi-
dui isolati o al massimo assecondati da alcune persone, furono giustiziate a Pietrogrado, città
amministrata da Zinovev, non meno di 800 persone [per Rayfield, la cifra indicata da Dzer-
zinskij di 500 ostaggi da uccidere in rappresaglia si muta nei 1300 sparati alla nuca da Gleb
Bokij, successore di Urickij] [...] A quell'epoca una lista di queste vittime venne pubblicata
dalle Izvestija e Zinovev non può smentire i fatti. Tra i giustiziati c'era, per caso, un membro
del nostro partito, Krakowski, un metallurgico. (Grida di protesta e di risentimento.) E Zino-
vev non può neppure smentire che simili massacri vennero attuati in tutte le città della Russia
per diretta raccomandazione del governo centrale, mediante una circolare diramata da Petrov-
skij, commissario all'Interno [...] Una prova sufficiente del grado di terrore raggiunto è data
dal semplice fatto che le mogli o i figli degli avversari politici (voglio anche ammettere che si
trattasse di controrivoluzionari) erano arrestati come ostaggi e che in molte occasioni questi
ostaggi sono stati fucilati a titolo di rappresaglia per atti compiuti dai loro rispettivi mariti e
padri» (per inciso, a parte il russo Petrovskij, sono ebrei tutti i personaggi nominati in questo
paragrafo: Lenin, Urickij, gli attentatori Kanegisser e Kaplan, Krasin, Zinovev e Martov).
Invero, nota Pipes, «i bolscevichi applicavano con disinvoltura il termine "borghesia" a
due diverse categorie di individui: quelli che in virtù delle loro origini o della posizione eco-
nomica potevano essere considerati "sfruttatori", fossero industriali milionari o contadini con
un acro di terra in più; e quelli che, indipendentemente dalla loro condizione economica o so-
ciale, si opponevano alla politica bolscevica. Quindi un "borghese" poteva essere definito a
livello oggettivo o soggettivo, secondo le proprie opinioni»;
2. dopo le vittime della repressione degli operai a Pietrogrado e nelle città baltiche e dei
marinai di Kronstadt, già «orgoglio e gloria della rivoluzione», nel febbraio-marzo 1921, le

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migliaia di sparati sul campo o nelle prigioni (2013 nella sola Pietrogrado; Figes I scrive di
500 sparati il giorno dopo la resa e di altri 2000, quasi tutti senza processo, nei mesi seguenti)
e le centinaia di deportati nei campi del Settentrione, tristamente celebri quelli di Ukta nel
Grande Nord e Pertominsk sul Mar Bianco (in seguito, vengono sparati alla nuca o inviati nel
Gulag anche quei pochi degli ottomila ribelli che, riparati in Finlandia, si sono lasciati attirare
in Russia dalle promesse di amnistia); la prima struttura del Gulag viene aperta a Sviajsk, re-
gione di Kazan, nel luglio 1918, a soli otto mesi dal putsch; un decreto del 12 maggio 1919
prescrive poi che tutti i capoluoghi di provincia, sotto la responsabilità della CEKA, debbano
costituire un campo di lavori forzati in grado di accogliere almeno 300 detenuti, autorizzando
inoltre ad allestire propri campi anche i capoluoghi di distretto; alla fine del 1920 «lavorano»
84 campi con 50.000 prigionieri; nell'ottobre 1923 i campi sono 315, con 70.000 detenuti;
3. 5.053.000 morti nella carestia del 1921-22 (per il demografo sovietico contemporaneo
Oganovsky sono 5.200.000; a una cifra simile giunge Andrea Graziosi II; il Dizionario del
comunismo nel XX secolo riduttiveggia il numero in 1-2 milioni, equiparandola alle vittime
della carestia del 1946-47; Fritz Becker cita Anton Antonov-Ovseenko jr, che ci dà addirittu-
ra, in The Time of Stalin, edito a New York nel 1980, 12 milioni di morti), indotta con crimi-
nale indifferenza («i dirigenti sovietici erano peraltro profondamente coscienti del fatto che le
loro politiche [anti-contadine] potevano avere conseguenze del genere», commenta Graziosi);
Lenin, «il più umano degli uomini», colui che già nel 1891, al pari di altri rivoluzionari
quali Plechanov, aveva plaudito agli effetti rivoluzionari della carestia che aveva falcidiato il
Medio/Basso Volga e il Kazakistan (400-500.000 i morti: «Distruggendo l'economia contadi-
na arretrata la carestia ci avvicina oggettivamente all'obiettivo finale, il socialismo, tappa im-
mediatamente successiva al capitalismo. Inoltre la carestia distrugge la fede, non solo nello
zar, ma anche in Dio»), considera del tutto priva di importanza la morte degli «abitanti mezzo
selvaggi, stupidi, rompiscatole dei villaggi russi»;
lapidario, fin dal 1909, Vjaceslav Menzinskij, futuro commissario alle Finanze, all'Ispe-
zione Nazionale in Ucraina e secondo capo CEKA-GPU: «I contadini sono il bestiame che
dovrà essere sacrificato alla rivoluzione»; chiaro è anche, nel saggio "Sui contadini russi", l'al-
tro «umanitario» Maksim Gorkij: «Come gli ebrei che Mosè aveva fatto sfuggire alla schia-
vitù egizia, la gente semiselvaggia, stupida, cupa dei villaggi russi [...] si estinguerà, ed una
nuova tribù prenderà il loro posto: letterati, gente sensibile e di cuore»; e di Gorkij l'11 no-
vembre 1921 il quotidiano Poslednie Novosti "Ultime Notizie", edito a Parigi dai circoli del-
l'emigrazione, riporta i concetti: «Suppongo che la maggior parte dei trentacinque milioni di
affamati morirà. Morirà la gente semiselvaggia, stupida e cupa dei villaggi russi [...] e sarà
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sostituita da una nuova razza di persone istruite, ragionevoli, piene di energia» (si confronti
l'atteggiamento negativo marxista nei confronti dei contadini con la Weltanschauung nazio-
nalsocialista, che vede il contadinato, col suo complesso di valori affettivi e razionali, familia-
ri ed esistenziali, nei confronti della società come della natura, come il ceto basilare di ogni
comunità nazionale: dalla «nuova nobiltà di sangue e suolo» di Walther Darré, alla «Leben-
squell unseres Volkes, sorgente di vita del nostro popolo» e «Grundpfeiler jedes völkischen
Lebens, pilastro di ogni vita nazionale» di Hitler, 3 gennaio e 10 febbraio 1933, alla tesi e-
spressa nel settembre/ottobre 1944 in Farm, Kolchose oder Erbhof? dal Reichsorganisation-
sleiter der NSDAP: «Das Bauerntum ist das Haupthindernis auf dem Wege zur jüdischen
Weltherrschaft, Il contadinato è l'ostacolo principale per il dominio planetario degli ebrei»);
questi deceduti, sommati ai primi, ai due milioni di vittime della Guerra e ai quasi due mi-
lioni di emigrati in Germania (600.000 negli anni 1922-26; nel 1922 se ne contano 300.000
nella sola Berlino; dopo la crisi economica del 1924-26 migrano in gran copia a Praga, Parigi,

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Londra e negli USA, al punto che nel 1931 non ne restano più di 100.000) depauperano il po-
polo russo, in soli nove anni, di 18 milioni di individui su 143; a riprova del cinismo di Lenin,
il generale e storico russo Dimitrij Volkogonov ne riporta una lettera segreta a Molotov, data-
ta 19 marzo 1922: «Con la gente affamata che si nutre di carne umana, con le strade coperte di
centinaia, addirittura di migliaia di cadaveri, adesso e soltanto adesso noi possiamo, e di con-
seguenza dobbiamo, confiscare i beni della Chiesa [...] Dobbiamo appropriarci di questo teso-
ro, costi quel che costi», e più ampiamente la Carrère d'Encausse: «Per noi, questo momento è
quello in cui abbiamo il 99% delle possibilità di riuscire a distruggere il nemico [la Chiesa] e
assicurarci una posizione indispensabile per i decenni a venire. È precisamente ora e solamen-
te ora, mentre nelle regioni affamate le popolazioni si nutrono di carne umana e centinaia se
non migliaia di cadaveri marciscono sulle strade, che noi possiamo (e dobbiamo) realizzare la
confisca dei beni della Chiesa con l'energia più selvaggia e impietosa. Noi dobbiamo, come
che sia, confiscare i beni della Chiesa il più rapidamente possibile e in modo decisivo per as-
sicurarci un fondo di centinaia di milioni di rubli. Senza questo fondo, nessun lavoro governa-
tivo in generale, nessuno sforzo economico in particolare, nessuna difesa delle nostre posizio-
ni alla conferenza di Genova sono concepibili», per cui occorre compiere confische brutali e
implacabili «senza fermarsi davanti a niente» e giustiziare «il più gran numero possibile di
componenti del clero reazionario [...] Più grande sarà il numero delle esecuzioni, meglio sa-
rà»; commenta la sovietologa: «Le istruzioni di Lenin sulle esecuzioni furono rispettate. Quasi
ottomila componenti del clero furono "liquidati" nel 1922, conformemente ai suoi desideri.
Nikita Struve ha calcolato che solo in quell'anno 2691 sacerdoti, 1962 monaci e 3447 mona-
che furono uccisi, cifre confermate nel 1990 da uno storico sovietico [I.V. Eremenko, sulla
rivista Literaturnaja Rossija del 14 dicembre]. A questi martiri della Chiesa vanno aggiunti i
numerosi fedeli uccisi nel corso di scontri, nei quali avevano tentato di difendere preti e reli-
giosi»; ben nota Amis: «La carestia è uno dei quattro capisaldi del comunismo, insieme al ter-
rore, alla schiavitù e, naturalmente, al fallimento, al monotono e incorreggibile fallimento»;
4. i gulag postleniniani, con l'inverosimile potenziamento di quel lavoro forzato che nel
1940 avrebbe «reso» qualcosa come il 20% dell'intera produzione sovietica; l'«accumula-
zione primitiva» comunista avrebbe comportato, e l'elenco non è certo completo (si pensi an-
che solo alla più varia produzione delle case di pena e correzione): 1. scavo dei canali del Mar
Bianco, cominciato nel 1930, che impiega 300.000 operai, per la massima parte kulaki depor-
tati, e viene pressoché completato nel maggio 1933 (Conquest valuta a 200.000 le vittime e
dichiara l'opera utilizzabile solo dalle chiatte), del Volga nel 1936, del Volga-Don nel 1952, 2.
costruzione delle ferrovie Kotlas-Vorkuta, Rikasicha-Molotovsk, Salecharda-Igarka (poi ab-
bandonata), Lalsk-Pinjug (poi abbandonata), Karaganda-Mointy-Balkas, della riva destra del
Volga, di quelle di arroccamento lungo le frontiere finlandese e persiana, della seconda linea
della transiberiana (1933-35, lunga quattromila chilometri), Tajset-Lena, Komsomolsk-Sovet-
skaja Gavan, sull'isola di Sakhalin da Pobedino alla congiunzione con la rete giapponese, del-
la ferrovia verso Ulan Bator e di strade nella Mongolia, 3. delle autostrade Mosca-Minsk e
Nogaevo-Atka-Nera, 4. delle centrali idroelettriche di Kujbysev, Niznetulomsk presso Mur-
mansk e Ust-Kamenogorsk, 5. degli stabilimenti per la fusione del rame di Balchas (nel 1934-
35), chimico di Berezniki, cartiera di Solikamsk, complessi industriali di Magnitogorsk (par-
ziale) e Kuzneck (parziale), di decine di fabbriche e altiforni, di quasi tutte le installazioni
dell'industria atomica, 6. installazione di aziende agricole in Siberia e Kazakistan, 6. edifica-
zione delle città di Komsomolsk sull'Amur, Sovestskaja Gavan, Magadan, Norilsk, Dudinka,
Vorkuta, Molotovsk/Severodvinsk, Dubna, 7. costruzione del porto di Nachodka e dell'Uni-
versità di Stato Lomonosov a Mosca (1950-53, parziale), 8. estrazione di elementi radioattivi

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nelle zone di Celjabinsk, Sverdlovsk e Tura, lavoro in fabbriche di separazione e arricchi-
mento minerali, estrazione del rame e lavorazione del petrolio a Uchta, del carbone nei bacini
del Pecora e a Kuzneck, Karaganda, Sucan, etc., estrazione di minerali a Dzezkagan nella Si-
beria meridionale, nella Buriato-Mongolia, Sorija, Chakassija e nella penisola di Kola, dell'o-
ro a Kolyma, Cukotka, in Jakuzia, sull'isola Vajgac e a Majkain nella regione di Bajan-Aulsk,
delle apatiti nella penisola di Kola, dello spatofluoro ad Amderma, di metalli rari a Stalinskoe
nella regione di Akmolinsk, 9. taglio, ammasso e spedizione del legname, in innumeri campi
forestali nel nord della Russia europea e della Siberia, sia per l'esportazione che per e l'inter-
no, 10. forniture durante la guerra (mine, proiettili, loro imballaggio, divise, etc.);
5. oltre che per colpo di pistola, le stragi per fame e malattie – «execution by hunger»,
titola appropriatamente Miron Dolot, sottolineando la politica deliberatamente affamatrice di
Stalin nel «granaio d'Europa» – dei contadini, soprattutto ucraini ma anche russi, caucasici e
turkmeni nella collettivizzazione delle terre nel 1929-1933 (in particolare viene colpita l'U-
craina, ove più radicato è il sentimento indipendentistico contadino e più numerose sono le
imprese agricole individuali: già con la riforma di Alessandro II nel 1861 i contadini russi si
erano organizzati per il 95% in comunità rurali basate sulla proprietà collettiva e la redistribu-
zione periodica della terra, mentre quelli ucraini lo avevano fatto solo per il 20%): sette milio-
ni più altri cinque-sette milioni di morti per denutrizione nel biennio 1932-34 (le perdite totali
tra i contadini nel periodo 1929-36 sono stimate in 15.200.000); per gli storici ucraini Bohdan
Nahaylo e Victor Swoboda il contadini morti negli anni 1930-37 sono undici milioni, oltre a
tre milioni e mezzo di deportati, morti più tardi nel Gulag; per le due fasi Victor Suvorov par-
la di 10-16 milioni di morti globali; Antonov-Ovseenko jr riporta 22 milioni di morti per gli
anni 1929-32; più basso, Graziosi (II) parla di «un milione nelle deportazioni e nelle repres-
sioni dei primi anni Trenta; più un milione nelle contemporanee, tragiche operazioni di "deno-
madizzazione" in Asia centrale (dove almeno un altro milione era morto di fame tra il 1917 e
il 1920); e sette milioni nella carestia del 1932-1933»; citando M. Maksudov, pseudonimo di
un emigrato russo autore di saggi di demografia storica, Cinnella indica «più ragionevolmen-
te» in non meno di 4.400.000 la cifra relativa all'eccesso di mortalità in Ucraina nel 1927-38;
6. dodici milioni di morti nelle repressioni e nei gulag staliniani: nei soli anni 1937-1938 i
morti nei campi assommano (cifre minime) a 2.300.000; altre stime ne danno 2.800.000 negli
anni 1936-39 e 1.800.000 nel 1939-41; quanto alle vittime delle Grandi Purghe (quelle dei tre
grandi processi di Mosca estate 1936, febbraio 1937 ed estate 1938) Jörg Baberowski, docen-
te di Storia dell'Europa Orientale alla Humboldt Universität di Berlino, riporta che «comples-
sivamente, tra l'agosto 1937 e il novembre 1938 caddero vittime del Terrore 767.397 persone,
delle quali le trojke condannarono a morte 386.798. Secondo dati della NKVD tra il 1° otto-
bre 1936 e il 1° novembre 1938 vennero imprigionate 1.505.041 persone, 365.805 in rapporto
alle operazioni nazionali e 702.656 all'ordine all'NKVD 00447. Vennero sparate 668.305 per-
sone, le restanti internate nei campi» (Hermann Weber e Ulrich Mählert ricordano che il rap-
porto segreto della «Commissione Pospelov», approntato all'inizio di febbraio 1956 per il Pre-
sidium del Comitato Centrale prima dell'apertura del XX Congresso, cita 1.548.366 incarcera-
ti, dei quali 681.692 condannati a morte e sparati, in massima parte semplici cittadini).
7. il sistema del Gulag, che alla fine del 1920 conta 50.000 zek (abbreviazione di zaklju-
cennyi, "detenuto"; fino al 1934 il termine ufficiale è lisennyi svobody, "privato della libertà")
in 84 campi, 70.000 in 315 campi nell'ottobre 1923, 300.000 nel 1928, 600.000 nel 1930, due
milioni nel 1932, cinque milioni nel 1935, dai sei agli otto milioni nel 1937, otto milioni nel
1939 (altre stime, considerando che gli imputati vengono spesso condannati in base ad articoli
diversi dall'art. 58, danno tra 12 e 14 milioni; per un'articolata disanima vedi Ralf Stettner),

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6,5 milioni nel 1940 (il calo è dovuto alla mortalità: la maggioranza degli arrestati nel 1937-
38 non dura più di due-tre anni), da 8 a 15 milioni nel dopoguerra in 165 gruppi di campi. Nel
dopoguerra, per il generale polacco Wladislaw Anders e il fuggiasco Viktor Kravchenko, già
dirigente GPU, i detenuti in lager, colonie e prigioni sono tra i 17 e i 20 milioni. Il comunista
viennese Karlo Stajner riparato nel Paradiso nel 1932, arrestato nel novembre 1936, deportato
in Siberia e liberato nel 1953, valuta la popolazione massima globale dell'Arcipelago in 21
milioni, oltre a 800.000 «dipendenti amministrativi». Per il Consiglio Economico e Sociale
dell'ONU sono 10 milioni nell'agosto 1950. Dopo la morte di Stalin, 5 marzo 1953, vengono
liberati 8 milioni, in maggioranza detenuti «comuni», sui 12 milioni di internati a quel tempo;
ancora nel 1956 oltre un milione di «politici» popola il complesso Kolyma-Magadan.
Per la superamericana Anne Applebaum «nel corso dell'esistenza dell'Unione Sovietica
sorsero almeno 476 diversi complessi di campi, costituiti da migliaia di campi singoli, ciascu-
no dei quali ospitava da qualche centinaio a molte migliaia di persone. I prigionieri lavorava-
no in quasi tutti i settori produttivi: taglio del legname, industria estrattiva, edilizia, agricoltu-
ra, allevamento, progettazione di aeroplani e artiglieria, e in realtà vivevano in un paese nel
paese, quasi in una civiltà separata [...] Dal 1929, quando il Gulag cominciò ad espandersi in
modo significativo, fino al 1953, anno della morte di Stalin, secondo le valutazioni più atten-
dibili passarono per questo mastodontico sistema circa 18 milioni di persone. Altre 6 milioni
circa erano state mandate in esilio, deportate nei deserti del Kazakistan o nelle foreste siberia-
ne. Anche loro, obbligate per legge a restare nei villaggi in cui erano confinate, potevano con-
siderarsi lavoratori coatti, sebbene non vivessero dietro il filo spinato».
Completa Oleg Chlevnjuk: «Il 1° gennaio 1941 nei campi dell'NKVD si trovavano più di
un milione e mezzo di detenuti, nelle colonie di lavoro quasi 429.000, nelle carceri quasi
488.000. Negli insediamenti di lavoro e speciali alla vigilia dell'invasione tedesca erano di-
stribuite circa un milione e mezzo di persone. Tenendo conto della crescita del numero dei
condannati nella prima metà del 1941, si può calcolare che nelle diverse articolazioni del Gu-
lag prima della guerra si contassero circa quattro milioni di persone [e si tenga presente che
centinaia di migliaia di zek erano già stati militarizzati per l'assalto all'Europa]. [Inoltre] non
meno di due milioni di persone scontavano in quel periodo condanne ai lavori correzionali,
erano cioè regolarmente private di una parte consistente del loro magro salario a favore dello
Stato e vivevano sotto la costante minaccia di nuove repressioni [...] Se si calcola che dal
1930 al 1941 furono condannate circa venti milioni di persone, e che tre milioni di abitanti
furono inviati negli insediamenti speciali, è evidente che negli anni Trenta gli arresti, le fuci-
lazioni, i fermi da parte dei cekisti e della polizia, le condanne condizionali e altre più "blan-
de" forme di discriminazione divennero una realtà quotidiana per la maggioranza delle fami-
glie sovietiche. Di fatto il paese fu diviso in due parti numericamente confrontabili: le fami-
glie che non avevano vittime, perlomeno fra i parenti stretti, e le famiglie in cui qualcuno ave-
va subito repressioni e persecuzioni».
Che la cifra astronomica dei detenuti non fosse nota al mondo prima del 1945 è uno dei
luoghi comuni più disonesti propalati ancor oggi dalla storiografia del Sistema. Per stare a due
sole opere: Kajetan Klug, nel 1942, riporta per il 1936 la cifra di sei milioni; sottostimante per
i primi anni, Bley ci dà: due campi nel 1922 con 5-6000 detenuti, cinquanta campi nel 1927
con 140.000, novanta campi nel 1930 con 1.500.000, centoquaranta nel 1932 con 2.700.000,
duecentocinquanta nel 1936 con 6.700.000, trecento nel 1937 con 7.000.000 detenuti.
«Non dimentichiamo» – scrive Solzenicyn (I), riportando dati taciuti da ogni altro – «una
cifra interessante: nel 1927 i detenuti dai 16 (i più giovani non si contavano) ai 24 anni costi-
tuivano il 48% del totale. Dunque quasi la metà dell'Arcipelago era formata nel 1927 dalla

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gioventù che la rivoluzione di Ottobre aveva sorpreso nell'età fra i sei e i quattordici anni.
Dieci anni dopo una rivoluzione vittoriosa questi ragazzi e bambine si trovavano in prigione,
anzi costituivano la metà della sua popolazione! Il fenomeno si accorda male con la lotta con-
tro le sopravvivenze della società borghese, ereditata dalla vecchia società, ma le cifre sono
cifre. Dimostrano che nell'Arcipelago non vi è mai stata penuria di giovani».
Che la guerra civile incessante e permanente sia aspetto necessario e connaturato ad ogni
movimento gnostico-rivoluzionario voglioso di «assalto al cielo», ben lo denuncia Luciano
Pellicani (I): «Conquistato il potere, la rivoluzione comunista non cessa di essere una guerra
permanente contro l'esistente. Anzi, si può dire che è proprio a partire dalla conquista del po-
tere che essa palesa la sua vocazione più profonda, che è quella di condurre una lotta senza
quartiere contro le perverse forze che impediscono all'umanità di entrare nel Regno millenario
della libertà. Tutto un mondo – quello della tradizione, con i suoi interessi, i suoi valori, le sue
credenze, le sue istituzioni, i suoi usi e costumi – deve essere spazzato via affinché il campo
resti libero per la "costruzione di una nuova vita". Ora, una tale titanica impresa può essere
portata a termine solo alla tassativa condizione che l'aristocrazia gnostica concentri nelle sue
mani un potere illimitato e che lo utilizzi per compiere una duplice operazione: una negativa –
la distruzione della società borghese attraverso "una guerra sterminatrice" – l'altra positiva –
la produzione di "uomini nuovi, non più imbrattati dal fango del vecchio mondo" [le tre e-
spressioni tra virgolette sono di Lenin]. Nella fase destruens lo strumento privilegiato della
rivoluzione non può non essere, data la natura dei suoi fini, il terrore. Una rivoluzione che
non facesse un uso terroristico del potere, non sarebbe una rivoluzione. E questo per varie ra-
gioni. Prima di tutto, perché occorre ridurre alla più completa impotenza le forze del vecchio
mondo. In secondo luogo, perché il "nemico di classe", essendo il nemico assoluto, deve esse-
re distrutto senza pietà: la giustizia rivoluzionaria lo esige. Infine, perché rivoluzionare l'esi-
stente vuol dire "cogliere le cose alla radice", estirpare il male ovunque esso si annidi e pro-
durre una rottura totale con il passato. Per tutte queste ragioni, la rivoluzione gnostica al pote-
re è come obbligata ad alzare la bandiera del terrorismo di Stato. Se non lo facesse, significhe-
rebbe che essa ha rinunciato a perseguire la sua meta e che è disposta a scendere a compro-
messi con il vecchio mondo. Il che sarebbe un inescusabile tradimento».
Nulla di diverso, del resto, aveva preannunciato Lenin fin dal 1901: «In linea di principio,
noi non abbiamo mai rinunciato e non possiamo rinunciare al terrorismo. È un'operazione
militare che può perfettamente riuscire, ed essere persino necessaria, in un determinato mo-
mento della battaglia, quando le truppe si trovano in una determinata situazione ed esistono
determinate condizioni» (tutto bene, certamente, soltanto, peccato che i determinati momenti,
le determinate situazioni e le determinate condizioni indispensabili per aprire le porte del «Pa-
radiso in terra» e del «Regno della libertà» – espressioni leniniane! – siano durati, nella fase
calda, trentasei anni e in quella fredda altri trentasei). Nulla di diverso aveva detto Trockij:
«La Russia è divisa in due campi inconciliabili: quello della borghesia e quello del proletaria-
to [...] Non c'è nulla di immorale nel fatto che il proletariato dia il colpo di grazia a una classe
in agonia: è il nostro diritto. Vi indignate dell'aperto terrore che esercitiamo contro i nemici di
classe, ma lasciateci dire che al massimo nel giro di un mese esso assumerà forme ancor più
spaventevoli, ricalcate sul modello della Grande Rivoluzione francese. Non è la prigione, ma
la ghigliottina ciò che attende i nostri nemici» (concetti allucinati e giudizi spaventosi, lasciati
cadere con sufficienza partecipe dagli storici odierni, forgiatori della neolingua orwelliana;
pensiamo al contrario agli ululati d'indignazione quando si venga a discettare della «violenza»
fascista, virilmente e realisticamente accettata di fronte all'inumanità bolscevica, ma mai
freddamente teorizzata, vantata, voluta e perseguita quale «levatrice della storia»!).

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Quanto a colui che il Supremo Paranoico Rosso, l'Iniziatore della Politica dei Massacri, il
Gran Teorico dagli Occhi Mongoli avrà la sfrontatezza – d'altra parte... che vuoi farci... eterna
chutzpah! – di chiamare «Nicola il Sanguinario» e quanto alla «repressione» della «prigione
dei popoli» zarista, pura bazzeccola nei confronti dell'allucinante terrorismo esercitato dai
bolscevichi, confronti il lettore le cifre suddette coi dati seguenti:
1. Nell'arco di novant'anni, dal 1807 al 1898, i condannati ed esiliati in Siberia non tocca-
no i 900.000, inclusi i membri delle famiglie che li hanno volontariamente seguiti. «Retta dal-
lo zar con mano di ferro» – rileva Jocelyne Fenner – «la giustizia si distingue paradossalmente
per un tasso di assoluzioni elevato. Secondo Leroy Beaulieu, nel 1880 il 37% degli incrimina-
ti vengono assolti dalle giurie. Tale quota è più alta di quella degli altri paesi europei. Negli
anni Ottanta, la Prussia non conta che il 25% di assoluzioni, e l'Inghilterra solo il 19%». In
particolare, nel periodo 1871-1878 l'esilio sentenziato per ragioni politiche non tocca che 271
individui, russi e polacchi, per una media di 38 persone per anno; negli stessi anni il «gulag»
zarista conta «ben» 13.000 detenuti, per qualsiasi ragione e crimine commesso..
2. Nel 1825, nel corso della congiura decabrista e del tentativo di abbattere il governo e
sterminare la famiglia imperiale, viene assassinato il governatore di Pietroburgo, generale Mi-
loradovic. Nei confronti di chi promette una tirannia rivoluzionaria e afferma possibile fonda-
re la Libertà unicamente su cumuli di cadaveri, prevedendo di liquidare anche l'intera casata
imperiale, ecco l'«inumanità» dispiegata da Nicola I: lo zar esce dal Palazzo d'Inverno verso
la folla, accompagnato dal fratello Mikhail e da Miloradovic, dopo avere vietato di aprire il
fuoco contro gli insorti; tutti i gradi inferiori vengono perdonati dopo quattro giorni; negli in-
terrogatori di 121 ufficiali arrestati non c'è alcuna pressione o falsificazione; dei 36 condanna-
ti a morte ne vengono graziati 31; cinque congiurati vengono impiccati e cento banditi in Si-
beria (nello stesso periodo, precisamente dal 1820 al 1823, vengono repressi, con esecuzioni, i
moti rivoluzionari in Spagna, Napoli, Sicilia, Piemonte, Modena e persino in Inghilterra, nel
quale paese il fallimento della congiura di Thistlewood, che si propone l'assassinio di alcuni
ministri, comporta l'esecuzione di cinque capi e la deportazione degli altri nelle colonie al la-
voro forzato), mentre viene diffuso un manifesto che riguarda i parenti dei condannati: «Il le-
game di parentela trasmette ai discendenti la gloria delle azioni conquistata dagli antenati, ma
non li travolge con l'onta dovuta a vizi o delitti personali. E che nessuno osi attribuirli a qual-
cuno in base alla parentela, facendone motivo di rimprovero» (lo si confronti con la deporta-
zione/assassinio dei parenti dei «colpevoli» durante il bolscevismo); quando la Dieta polacca
in base alla propria legge grazia i congiurati polacchi, Nicola, pur infuriato, ratifica la grazia.
Aprendo col precedente dell'illuminista radicale Aleksandr Radiscev, autore di Viaggio da
Pietroburgo a Mosca, esiliato in Siberia «sotto» Caterina II e poi graziato, chiaro è Solze-
nicyn I, sottolineando non solo l'abissale differenza con l'inquisizione bolscevica ma anche la
pochezza morale dei rivoluzionari: «[L'investigatore capo per gli affari di Stato, noto per i
suoi «crudeli» metodi di interrogatorio Stepan] Seskovskij non torturò Radiscev. E questi, se-
condo gli usi del tempo, sapeva benissimo che i suoi figli sarebbero stati ufficiali della guardia
imperiale e nessuno avrebbe rovinato la loro vita, come nessuno avrebbe confiscato le terre
che Radiscev aveva ereditato. Eppure durante la breve istruttoria di due settimane quest'uomo
eminente rinnegò le sue convinzioni, il suo libro e chiese mercé. A Nicola I non passò per la
mente di arrestare le mogli dei decabristi, di farle urlare nell'ufficio attiguo o di sottoporre a
tortura gli stessi colpevoli, e del resto non ce ne sarebbe stato bisogno. Perfino Ryleev "rispo-
se diffusamente, con sincerità, senza celare nulla". Perfino Pestel "soffiò" e fece il nome dei
compagni (ancora in libertà) ai quali aveva dato l'incarico di sotterrare la "Verità russa", e ne
indicò il nascondiglio. Pochi, come Lumin, brillarono per mancanza di riguardi e disprezzo

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Effetti della carestia russa del 1921-


22. In alto, un cimitero nel circondario
di Buzuluk: i cadaveri vengono acca-
tastati e poi gettati in fosse comuni. A
destra: provincia di Samara, due con-
tadini messi in posa dai Rossi davanti
ai resti di cadaveri cannibalizzati. I de-
ceduti nella carestia, indotta con crimi-
nale indifferenza dai sovietici, supera-
no i 5 milioni. Lenin, «il più umano
degli uomini», che già nel 1891 aveva
plaudito agli effetti rivoluzionari della
carestia che aveva falciato 500.000
persone nel Medio/Basso Volga e nel
Kazakistan – «Distruggendo l'econo-
mia contadina arretrata, la carestia ci
avvicina oggettivamente all'obiettivo
finale, il socialismo, tappa immediata-
mente successiva al capitalismo.
Inoltre la carestia distrugge la fede non
solo nello zar, ma anche in Dio» –
considera priva di importanza la mor-
te degli «abitanti mezzo selvaggi, stu-
pidi, rompiscatole dei villaggi russi».
La collettivizzazione forzata e la care-
stia del 1929-34 vedranno altri 12-14
milioni di morti. Foto tratte da Eric
Baschet, Russland 1904-1924 - Eine
historische Foto-Reportage, Swan,
1989, pp. 240-241 e 243 (vedi anche
Orlando Figes, La tragedia di un po-
polo - La rivoluzione russa 1891-
1924, Corbaccio, 1997, foto 99 e 100).
La seconda grande carestia, successiva alla collettivizzazione forzata delle terre:
«Sei milioni di morti nella carestia in URSS – Sequestrati i raccolti ai contadini,
morti di fame loro e gli animali». Dal Chicago American, 25 febbraio 1935.
verso la commissione d'inchiesta. La maggioranza si comportò invece da sprovveduta, coin-
volgendo l'un l'altro, molti si umiliarono a chiedere perdono. Zavalisin incolpò di tutto Ryle-
ev. E.P. Obolenskij ed S.P. Trubeckoj si affrettarono perfino ad accusare [lo scrittore] Alek-
sandr Griboedov, ma Nicola I non gli credette [...] Alla fine del secolo scorso e all'inizio di
questo un ufficiale della polizia politica ritirava immediatamente la domanda se l'imputato la
trovava inopportuna o atta a invadere la sua intimità. Quando nel 1938 il vecchio ergastolano
politico Zelenskij fu fustigato dopo che gli ebbero ordinato di togliersi i calzoni come un ra-
gazzino, egli pianse in cella: "Un giudice zarista non avrebbe osato nemmeno darmi del tu!".
Da uno studioso d'oggi [R. Peresvetov, in Novij Mir, n.4, 1962] apprendiamo che i gendarmi
confiscarono il manoscritto di Lenin A che cosa pensano i nostri ministri?, ma non seppero
risalire all'autore. "Durante l'interrogatorio i gendarmi, com'era da aspettarsi [il corsivo qui e
avanti è mio - A.S.] seppero ben poco da Vancev [uno studente]. Questi disse loro solamente
che i manoscritti trovati in casa sua gli erano stati portati pochi giorni prima della perquisizio-
ne, affinché li custodisse, da persona che egli non desiderava nominare. Al giudice non rima-
se altro [ma come? e l'acqua gelida fino alle caviglie?... e il clistere salato? e il bastoncino di
Rjumin?...] che sottoporre il manoscritto all'esame di esperti". Non trovarono niente. Credo
che lo stesso Peresvetov avesse alle spalle qualche annetto di carcere e avrebbe potuto benis-
simo enumerare quanto rimaneva da fare al giudice istruttore di fronte al quale sedeva colui
che aveva custodito l'articolo leniniano. [Il vecchio rivoluzionario] S.P. Melgunov ricorda [in
"Ricordi e diari", edito a Parigi nel 1964]: "Era la prigione zarista, la prigione di beata memo-
ria che oggi i detenuti politici ricordano quasi con un senso di gioia"» (il «bastoncino di Rju-
min» è il manganello col quale M.D. Rjumin, viceministro della Sicurezza a fine anni Qua-
ranta, poi sparato nel 1953 dopo la morte di Stalin, percuoteva i detenuti sul nervo sciatico).
Del tutto ingenua la repressione zarista non tanto degli esiliati in Siberia (per i quali vedi
infra), quanto proprio dei ristretti in carcere, come per uno Stalin già eversore, assassino e in-
cendiario a Batumi: «Le autorità commisero un grosso errore permettendo ai rivoluzionari di
studiare in carcere. Questi ossessivi autodidatti sudavano sui libri, e nessuno più di Stalin, il
cui compagno di cella racconta che passava l'intera giornata leggendo e scrivendo: "Stabilì
una routine fissa per la sua giornata di detenuto. Si alzava presto la mattina, faceva ginnastica,
poi si metteva a studiare il tedesco e l'economia politica [...] Gli piaceva dividere con i com-
pagni le sue impressioni sui libri appena letti". Un altro detenuto riferisce che Stalin "trasfor-
mò la prigione in un'università". La chiamò la sua "seconda scuola". Le guardie erano benevo-
le, vuoi perché i rivoluzionari erano dei "signori" situati più in alto di loro nella sfera sociale,
vuoi perché si facevano corrompere, o magari perché simpatizzavano con le loro idee. Uno
degli amici di Stalin fu messo in una cella contigua, e gli chiese d'istruirlo sul Manifesto del
Partito comunista. "Non era possibile incontrarsi", ricordò Stalin, "ma io gli leggevo il testo
ad alta voce, e lui riusciva sentirmi. Una volta, mentre stavo leggendo, percepii un rumore di
passi fuori della cella, e mi fermai. D'un tratto si udì la voce della guardia: 'Per favore, non ti
fermare. Ti prego, compagno, continua'"» (Sebag-Montefiore II).
3. Nel periodo 1873-1877 il numero dei rivoluzionari arrestati in tutto l'impero si aggira
intorno al migliaio. «Tra il 1881 e il 1904 [ventiquattro anni] il meccanismo produsse la con-
danna di sole 11.879 persone, mentre durante il regno di Stalin, in un arco di tempo pressap-
poco equivalente [1929-53, venticinque anni], egli presiedette alla deportazione di un'immen-
sa moltitudine: ben 28 milioni di persone. E parecchi milioni non sarebbero mai tornati a ca-
sa» (Sebag-Montefiore II). Nel 1898 si contano 11.000 condannati politici ai lavori forzati
(katorga) e 310.000 allontanati nelle cittadine siberiane. Nel 1912 i condannati ai lavori forza-
ti sono 32.000, punta massima della «repressione» zarista, mentre il numero dei deportati

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scende a 183.864. Nel 1914, rileva Graziosi II, «vi erano nell'impero zarista circa 177.000 de-
tenuti, tra cui solo poche migliaia erano quelli politici, in buona parte di origine nobiliare».
La realtà di tale «repressione», che si avvicina al «confino» di memoria fascista, viene de-
scritta già negli anni Trenta da Renato Marotta: «I deportati, in genere condannati politici, e-
rano inviati in Siberia per isolarli dai centri, perché ritenuti perturbatori dell'ordine pubblico.
Questi individui percepivano un assegno mensile dallo Stato, potevano abitare presso qualun-
que famiglia e non evevano nessun obbligo di lavorare; il loro obbligo era limitato nell'atto
quotidiano di presenza che andavano a fare presso il comandante della gendarmeria locale,
rappresentato quasi sempre da un brigadiere o da un vice brigadiere. In cambio di così poco
disturbo godevano la simpatia unanime dei paesani, dai quali erano ritenuti tutte persone più o
meno colte e ben lungi dall'essere giudicati delinquenti. Ragion per cui nulla si frapponeva a
questi perché non fossero ritenuti ospitri graditi e godere delle buone amicizie. Se volevano
potevano anche lavorare e guadagnare, il che avrebbe contribuito a creargli una migliore esi-
stenza. Non di meno, data la quasi assoluta libertà, potevano anche mettere in atto la fuga, la
qual cosa però veniva spesso ostacolata dai fattori naturali: il clima e le distanze che separa-
vano un vllaggio dall'altro, nonché i mezzi di comunicazione assai scarsi; il tutto, assieme ai
pericoli, non sempre faceva cadere la scelta nella fuga […] Tra i pochi avventurieri del genere
vi fu Stalin, il quale dopo di aver ben premeditata la fuga, dopo nove mesi, la mise in atto».
Segue Sebag-Montefiore (II): «L'esilio siberiano era considerato uno dei più terribili abusi
pepetrati dalla tirannide zarista. In realtà, sebbene fosse senza dubbio noioso e deprimente,
una volta sistematisi in qualche villaggio dimenticato da Dio gli esiliati – intellettuali apparte-
nenti spesso alla nobiltà ereditaria – erano di solito trattati abbastanza bene. Questi soggiorni
forzati, con la loro impronta paternalistica, assomigliavano più a uggiose vacanze in cui l'uni-
co svago era la lettura che non all'inferno in terra del gulag staliniano. Lo zar elargiva addirit-
tura agli esiliati piccole somme per il loro sostentamento: dodici rubli per un nobile come Le-
nin, undici per un diplomato come Molotov e otto per un contadino come Staslin. Con questo
denaro gli esiliati dovevano provvedere a vestirsi, a mangiare e èpagare l'affitto. Se riceveva-
no troppi soldi da casa perdevano il diritto all'assegno. I rivoluzionari più agiati potevano
viaggiare in prima classe. Lenin, che aveva un reddito privato, finanziò il proprio viaggio per
l'esilio, e dal primo momento all'ultimo il suo comportamento fu quello di un nobile che si
godeva un'eccentrica vacanza naturalistica. Trockij, che era sovvenzionato dal padre, un agia-
to agricoltore, svolse sussiegose meditazioni sulla Siberia ("un banco di prova della nostra
sensibilità civica"), dove gli esiliati potevano vivere felicemente "come dei sull'Olimpo" [...] Il
comportamento degli esiliati era governato da una serie di regole. Ciascun gruppo eleggeva
un comitato che aveva il compito di processare chiunque trasgredisse le regole del Partito. I
libri dovevano essere messi a disposizione di tutti. Se un esiliato moriva, la sua biblioteca ve-
niva divisa tra i superstiti. Non ci si mescolava con i criminali».
Dal 1914 al 1916 soggiorna a Kureika, nella taiga lungo lo Jenisei, anche Stalin, che nel-
l'«inferno» siberiano, dove complessivamente inviato per ben sei volte (per fuggirne cinque e
rientrare a Pietrogrado nel 1917 dopo la Rivoluzione borghese di Febbraio), ha tempo di fare
un figlio con una contadina e recarsi a ritirare la posta nella vicina Turuchansk.
Simile, sarcasticheggia Solzenicyn (I), il percorso di Sua Santità Rossa: «Esaminiamo al-
meno la biografia di Lenin, ben nota a tutti. Nella primavera del 1887 suo fratello viene giu-
stiziato per l'attentato ad Alessandro III. Come il fratello di Karakozov [l'autore del primo at-
tentato ad Alessandro II, membro del gruppo nichilistico-terroristico autodenominato "l'Infer-
no"], egli è il fratello di un regicida [l'attentato viene progettato per il 1° marzo 1887, data de-
stinata ad impressionare, coincidendo con l'anniversario dell'assassinio di Alessandro II: dei

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15 condannati a morte dal tribunale speciale del Senato, 10 vengono graziati, mentre Alek-
sandr, che rivendica la propria responsabilità e rifiuta la grazia e ogni manifestazione di pen-
timento, viene impiccato con gli altri quattro l'11 maggio]. Ebbene? Nell'autunno dello stesso
anno Vladimir Uljanov s'iscrive all'Università imperiale di Kazan, per giunta alla facoltà di
Diritto! Non è sorprendente? [per tutta punizione, al fratello di Karakozov era stato imposto di
cambiare il cognome in Vladimirov, senza misure restrittive quanto a libertà, patrimonio o
scelta di residenza!; l'inchiesta giudiziaria sugli Uljanov accerta poi che la sorella Anna aveva
ricevuto da Vilna il telegramma cifrato «Sorella gravemente ammalata», e cioè «arrivano le
armi»: «Anna non si meravigliò, sebbene non avesse nessuna sorella residente a Vilna e, chis-
sà perché, consegnò il telegramma al fratello Aleksandr. È chiaro che era una correa e da noi
avrebbe avuto la decina garantita. E invece non venne neppure incriminata! Nel corso dello
stesso caso si accertò che un'altra Anna (Serdjukova), una maestra di Ekaterinodar, sapeva
che si stava preparando un attentato contro lo zar e non aveva detto niente. Che cos'avrebbe
preso, da noi? La fucilazione. E le dettero? Due anni...»]. Vero è che nello stesso anno acca-
demico Vladimir Uljanov viene espulso dall'Università. Ma espulso per aver organizzato
un'assemblea antigovernativa di studenti. In altre parole, il fratello minore di un regicida so-
billa gli studenti alla disobbedienza! Che cosa gli sarebbe costato da noi? La fucilazione, sen-
za alcun dubbio (e per gli altri, dieci o venticinque anni a testa). Lui invece viene espulso
dall'università. Quale crudeltà! e per lo più lo confinano... A Sakhalin? No, nella proprietà di
famiglia di Kokuskino, dove sarebbe comunque andato per le vacanze estive.
«Egli vuol lavorare: gli danno la possibilità di... abbattere alberi nella taiga? No, di fare
pratica legale a Samara, frequentando nel contempo circoli illegali. Poi di passare, in qualità
di esterno, gli esami di ammissione all'università di San Pietroburgo (e le schede informative?
che cosa ci stava a fare la Sezione Speciale?). Qualche anno dopo questo stesso giovane rivo-
luzionario venne arrestato per aver creato nella capitale nientemeno che un'"Unione di lotta
per la liberazione [della classe operaia, primo embrione di un partito socialista marxista, fon-
data nel 1895]", per aver tenuto a più riprese discorsi sovversivi agli operai e scritto volantini.
Venne torturato, affamato? No, gli crearono un regime favorevole al lavoro intellettuale. Du-
rante il soggiorno alla prigione istruttoria di San Pietroburgo dove rimase un anno e dove ri-
cevette a decine i libri che gli occorrevano, egli scrisse la maggior parte di "Lo sviluppo del
capitalismo in Russia", facendo inoltre pervenire, legalmente, per mezzo della procura, i suoi
"Saggi economici" alla rivista marxista Novoe Slovo ["Nuova parola"]. In prigione aveva di-
ritto a pasti a pagamento, su ordinazione, latte, acqua minerale acquistata in farmacia, pacchi
da casa tre volte alla settimana (anche Trockij nella fortezza di San Pietro e Paolo potè stende-
re sulla carta il primo abbozzo della teoria della rivoluzione permanente). Però, in definitiva,
venne poi fucilato per decisione di una trojka? No, non venne nemmeno condannato al carce-
re, fu mandato al confino. In Jakuzia, a vita? No, nella benedetta regione di Minussinsk, e per
tre anni. Ce lo trasportarono ammanettato? in vagon-zek? Macché, fece il viaggio come un li-
bero cittadino, per alcuni giorni ancora bighellonò indisturbato per Pietroburgo, poi per Mo-
sca, doveva pur lasciare istruzioni segrete, stabilire dei contatti, organizzare una riunione dei
rivoluzionari che restavano. Per raggiungere il luogo del confino fu autorizzato a viaggiare a
proprie spese, cioè in compagnia di viaggiatori liberi; di trasferimenti in tradotta o prigioni di
transito, Lenin non ne assaggiò mai, né all'andata né, naturalmente, al ritorno dalla Siberia.
Poi a Krasnojarsk ebbe ancora bisogno di lavorare un po' di tempo in biblioteca, due mesi, per
ultimare "Lo sviluppo del capitalismo", e questo libro, opera di un condannato al confino,
venne pubblicato senza nessuna difficoltà da parte della censura».
«Scontato il confino (avrebbe potuto fuggirne senza difficoltà, se non lo fece fu per pru-

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denza), glielo prolungarono automaticamente? Lo resero forse perpetuo? Perché mai, sarebbe
stato contrario alla legge! Gli permisero di vivere a Pskov, col solo divieto di recarsi nella ca-
pitale. Va però a Riga, a Smolensk, e senza essere pedinato. Allora con un amico (Martov)
porta una cesta piena di letteratura illegale nella capitale, e la porta direttamente attraverso
Carskoe Selo, dove il controllo è particolarmente severo (Martov e lui hanno esagerato). A
Pietroburgo viene fermato. Non ha più con sé la cesta, ma una lettera scritta con inchiostro
simpatico e non ancora sviluppata, diretta a Plechanov, nella quale c'è tutto il piano di crea-
zione dell'Iskra, ma i gendarmi non si danno tanta pena: l'arrestato rimane in cella tre settima-
ne; quanto alla lettera, resta nelle loro mani e resta non letta. E come finisce la scappatella dal
domicilio obbligato? Con vent'anni di galera come da noi? No, con quelle tre settimane di ar-
resto. Dopo di che viene definitivamente rilasciato per girare liberamente la Russia, organiz-
zare i centri di diffusione dell'Iskra, partire poi per l'estero e avviarvi la pubblicazione del
giornale (la polizia non vede ragione di rifiutargli il passaporto per l'estero). Ma questo è an-
cora niente! Perfino dall'emigrazione egli manderà in Russia per un'enciclopedia (Granat) un
articolo su Marx! e vi sarà pubblicato. Né sarà il solo. Per finire, egli dirige le sue attività sov-
versive da una cittadina austriaca vicinissima alla frontiera russa, e non è che ci mandino dei
bravacci del servizio segreto per rapirlo e riportarlo indietro vivo. Eppure non ci vorrebbe nul-
la [...] Quando Lenin era considerato un "criminale ricercato dalla polizia" per i suoi appelli
all'insurrezione armata, sua sorella Anna, nel modo più legale e regolare che ci fosse, gli face-
va trasferire del denaro a Parigi sul suo conto al Crédit Lyonnais. Tanto la madre di Lenin
quanto quella della Krupskaja percepirono, vita natural durante, elevate pensioni statali, riferi-
te al grado di generale (del servizio civile) e di ufficiale, per i mariti defunti, e sarebbe stato
comunque assurdo il solo immaginare che potessero subire vessazioni di sorta».
Tale politica nobilmente misericordiosa – oltreché, ovviamente, assolutamente inetta, cri-
minale e foriera di disgrazie – non vale solo per Sua Santità: «Prendiamo Kamenev: durante
una perquisizione a Mosca nel 1904, gli confiscano una "corrispondenza compromettente".
Durante l'interrogatorio si rifiuta di dare spiegazioni. Ed è tutto. Lo confinano... al domicilio
dei genitori. I socialisti rivoluzionari, è vero, furono perseguitati assai più duramente. Ma du-
ramente quanto? Non bastavano i capi d'accusa contro Gersuni (arrestato nel 1903) o Savin-
kov (arrestato nel 1906)? Avevano diretto gli assassinii dei massimi esponenti dell'impero.
Ma non furono giustiziati. Con tacito consenso fu lasciata fuggire Marija Spiridonova, la qua-
le aveva sparato a bruciapelo al generale Luzenovskij, repressore dei contadini insorti della
regione di Tambov: non si erano decisi a giustiziare nemmeno lei, era stata mandata in galera.
E se da noi, nel 1921, una studentessa diciassettenne di ginnasio avesse sparato al repressore
[Tuchacevskij] dei contadini insorti della regione di Tambov (di nuovo!), quante migliaia di
studenti e membri dell'intelligencija sarebbero stati immediatamente fucilati senza processo
nell'ondata di "reazione" del terrore rosso? [...] Il rigore di allora era davvero insopportabile.
Un ritoccatore di fotografie di Jalta, V.K. Janovskij, aveva disegnato la fucilazione dei mari-
nai dell'Ocakov [ammutinatisi a Sebastopoli nel novembre 1905] ed esposto il disegno nella
vetrina del negozio [...] Che cosa ha dunque fatto il governatore di Jalta? A causa della pros-
simità di Livadia [residenza della famiglia imperiale in Crimea], agì con particolare ferocia;
per cominciare sgridò Janovskij! In secondo luogo distrusse... non lo studio fotografico di Ja-
novskij e neanche il disegno rappresentante la fucilazione ma... una copia del disegno [...]
Terzo, a Janovskij fu inflitto il più atroce dei castighi: pur continuando a vivere a Jalta, proibi-
zione di farsi vedere in strada al passaggio della famiglia imperiale».
Ed ancora, tornando a Lenin, confinato dal 1897 al 1900 a Susenskoje presso Krasnojarsk,
il Nostro trova il tempo di traslocare da una dacia in un'altra con scrivania e biblioteca, com-

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pletare il voluminoso "Lo sviluppo del capitalismo", intrattenere una fitta corrispondenza coi
sodali a occidente, nonché farsi raggiungere, poi sposandola, dalla fidanzata Nadezda: «Dopo
la condanna all'esilio nella Siberia orientale per tre anni e l'autorizzazione a recarvisi con ogni
comfort a spese proprie, [Lenin] venne scarcerato. Si trattenne alcuni giorni a Pietroburgo e,
presso la madre, a Mosca. Con un lungo viaggio sullo Jenisei giunse infine a destinazione a
Susenskoje, dopo aver passato due mesi a Krasnojarsk presso conoscenti insieme a libri presi
dalla biblioteca, facendo gite e riposando. Il villaggio non era, come scrisse alla madre, catti-
vo. Abitava liberamente in una dacia e andava a caccia, per la qual cosa pregò di inviargli un
fucile. Prendeva bagni, curava un orto e si sposò. Inoltrò istanza e ricevette l'autorizzazione a
far venire la fidanzata, egualmente esiliata per tre anni nel governatorato di Ufà. La coppia si
sposò nel 1898 in chiesa e condusse con la madre della giovane sposa e una domestica una
tranquilla vita familiare. Vladimir Uljanov progettò e concluse alcuni dei suoi scritti teoretici,
tradusse con la moglie libri dall'inglese ("Teoria e prassi del movimento sindacale", dei co-
niugi Webb, simpatizzanti fabian-socialisti del più bieco stalinismo), intrattenne scambi epi-
stolari coi compagni ideologici e fu semmai esiliato "localmente"» (Ernst Günther Schenck).
Il quadretto, di cui il lettore apprezzerà la conformità con la prassi lenin-staliniana, è con-
fermato da Service: «Ma Volodja non si negava lo stile di vita di un gentiluomo di campagna.
Quindi aveva accettato volentieri il fucile a due canne belga regalatogli da suo fratello Dimi-
trij. Andare a caccia di lepri, conigli e volpi era diventata per lui una passione; andava anche a
pescare sullo Jenisei. D'inverno si recava a pattinare e, secondo Nadja, sul ghiaccio si metteva
un po' troppo in mostra con i suoi "salti spagnoli" e quel modo di "pavoneggiarsi come un gal-
letto". Ma il suo entusiasmo per l'attività fisica destava l'ammirazione della moglie [...] Duran-
te il periodo trascorso in Siberia i suoi disturbi ai "nervi" si risolsero e quelli allo stomaco
svanirono. L'aria buona e la dieta più sana miglioravano il morale dei membri dell'"Unione di
lotta" che erano riusciti a farsi mandare nel distretto di Minusinsk. L'"Italia siberiana" era
quanto di meglio potevano sperare. Ovviamente anche in quel distretto così ambito il confino
aveva dei lati spiacevoli. Per potersi incontrare, i detenuti politici dovevano chiedere l'autoriz-
zazione. Di tanto in tanto erano costretti a farsi mandare dalla Russia dei capi di abbiglia-
mento impossibili da procurarsi in zona. Per esempio Volodja chiese alla madre un cappello
di paglia di buona qualità per l'estate, e un cappotto di cuoio per l'inverno. Oggetto di un'altra
richiesta furono le matite Hardmuth numero 6 (aveva consumato in fretta le prime inviategli).
Tuttavia il problema principale non erano le carenze materiali. assai più irritanti risultarono gli
insetti locali. Le zanzare della Siberia erano straordinariamente aggressive. Da quando aveva
confezionato una rete per proteggersi testa e viso, durante la notte le zanzare gli pungevano le
mani. Volodja chiese che gli spedissero dei guanti di capretto: "Gleb [Krzizanovskij] mi ha
assicurato che le zanzare locali pungono anche attraverso i guanti, ma non gli credo. Ovvia-
mente bisogna scegliere il tipo di guanti adatti non per le danze, ma per le zanzare"».
Similmente atroci i ricordi del già nominato populista-marxista Nikolaj Vladislavovic
Volskij alias Valentinov, studente all'Istituto di Tecnologia di San Pietroburgo con l'economi-
sta M.I. Tugan-Baranovskij, nel 1898 viene inviato in esilio per tre anni in Siberia, ove lavora
in un'officina delle ferrovie entrando in contatto con la classe operaia, indi iscritto al Politec-
nico di Kiev, ove per altri tre anni membreggia nel comitato clandestino socialdemocratico,
espatriando poi in Svizzera: «Negli anni 1901-1903 la polizia zarista (Ochrana) mi aveva trat-
to in arresto tre volte. Nell'autunno 1903 mi sorprese con addosso una tale quantità di materia-
le comprovante la mia appartenenza al partito socialdemocrativo che prevedevo una lunga de-
tenzione e la deportazione in qualche oscuro angolo della Siberia. Non mi restava che attende-
re pazientemente in carcere, come tutti gli altri detenuti, approfittandone per studiare l'econo-

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mia politica e le lingue. Armato di dizionario, intrapresi lo studio della Kritik der reinen Erfa-
hrung (Critica dell'esperienza pura) di Avenarius. Avevo però "seri" motivi personali per cer-
care una via d'uscita. (Se dico che mi ero sposato qualche mese prima, qualcuno ci sarà dispo-
sto a capirmi.) Pronto a giocare tutte le carte, in dicembre cominciai lo sciopero della fame. Se
non la scarcerazione, poco probabile, avrei almeno ottenuto l'esilio. Aut Caesar, aut nihil! [...]
Il settimo giorno capitò il turno del bagno. Ci si prenotava alcuni mesi prima per un bagno
nell'unica vasca del carcere, dove l'acqua calda era concessa una volta alla settimana. Io non
volli rinunciare al mio turno; l'effetto dell'acqua bollente sull'organismo debilitato fu folgoran-
te. Mi sentii venir meno e solo dopo lunghi sforzi riuscii a venir fuori dalla vasca e a raggiun-
gere la cella. L'undicesimo giorno ero allo stremo delle forze. Sotto Stalin, certo, un colpo alla
nuca mi avrebbe assestato. Sotto Nicola II quei metodi erano sconosciuti. La sera dell'undice-
simo giorno, l'Ochrana deliberò la mia scarcerazione, che fu annunciata tra lo stupore genera-
le. Rilasciato alle 18, alle 18.30 ero a casa mia».
4. La Russia è un paese in cui la pena capitale, abolita nel 1753 per ragioni religiose dalla
zarina Elisabetta, è pressoché sconosciuta; Caterina II conferma la riforma di Elisabetta ma vi
apporta una restrizione, mantenendola per i criminali di Stato. Nel 1823 Alessandro I progetta
di abolire tale eccezione, ma il Consiglio dell'Impero gli si oppone all'unanimità; è quindi in
conformità alla legge che vengono giustiziati i decabristi. Egualmente, il codice penale del
1866 prevede la morte solo per pochissimi casi (attentato allo zar e alto tradimento), tra i quali
non figura l'omicidio. Le pene sentenziate dai tribunali, completa Sebag-Montefiore (II), sono
di tre tipi: 1. «La forca era usata di rado, essendo riservata agli assassini dei Romanov e dei
ministri», 2. «C'era poi la katorga, i lavori forzati, anch'essa impiegata raramente», 3. «La pe-
na più comune era l'"esilio amministrativo" per periodi fino a cinque anni».
Tra il 1861 e il 1900, nota Ferrari Zumbini, in tutto l'impero i tribunali civili pronunciano
194 sentenze capitali, di cui gran parte mutate in pene detentive, a fronte – a mero titolo di
esempio – delle 783 condanne a morte, di cui 429 eseguite, della Gran Bretagna nello stesso
periodo. Tra il 1826 e il 1905, scrive Giorgio Nicolai, i condannati a morte per qualunque mo-
tivo, criminali politici e criminali comuni, sono 984; Benson Bobrick dà, per il periodo 1876-
1904, culmine della prima fase del terrorismo, 486 giustiziati, criminali comuni compresi.
Negli ultimi cinquant'anni di zarismo i crimini passibili della pena di morte, a parte i delitti
ricadenti sotto la giustizia militare, sono gli attentati alla vita dello zar, di sua moglie e dell'e-
rede al trono, oltre ad alcune violazioni della legge sulla quarantena. Commenta la Fenner:
«Riconosciamo che il governo zarista non ha certo abusato, ed anzi!, della pena capitale. Il
confronto tra il numero delle condanne a morte e la piccola quota delle esecuzioni compiute
mostra chiaramente che gli zar non esitarono davvero a far uso del diritto di grazia».
Per il periodo 1825-1917, scrive Werth/Courtois in rapporto alle 10-15.000 esecuzioni e-
seguite nell'agosto-settembre 1918 dal Terrore Rosso, le sentenze di morte pronunciate dai
tribunali zaristi, corti marziali comprese, in tutti i processi con un qualche «rapporto con l'or-
dine politico» arrivarono a 6231, con una punta di 1310 condanne capitali nel 1906: «In poche
settimane la CEKA da sola aveva giustiziato un numero di persone da due a tre volte superio-
re rispetto a quante l'impero zarista ne avesse condannate a morte in novantadue anni; peraltro
costoro, oggetto di una sentenza pronunciata al termine di un procedimento legale, non furono
tutti giustiziati, perché in molti casi la pena fu commutata in una condanna ai lavori forzati. Il
salto di qualità era ben più che una pura e semplice questione di cifre. L'introduzione di cate-
gorie nuove, come "sospetto", "nemico del popolo" [tra le più usate: Vragh Naroda, abbre-
viato in VN: con le parole di Stalin riguardanti il processo del gennaio 1937, non solo «chi
compie atti di sabotaggio, ma anche chi dubita del fatto che la linea seguita dal Partito è quella

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giusta»], "ostaggio", "campo di concentramento", "tribunale rivoluzionario", di pratiche inedi-
te come la "reclusione preventiva" o l'esecuzione sommaria, senza processo, di centinaia e
migliaia di persone arrestate da una polizia politica di tipo nuovo, al di sopra delle leggi, costi-
tuiva una vera e propria rivoluzione copernicana in questo ambito».
Massacri di un'incredibile efferatezza, fondati sulla Paranoia Redentrice, erano del resto
già stati compiuti, riporta Werth/Courtois, ben prima delle Ordinanze: «Le testimonianze rac-
colte dalla commissione [d'inchiesta sui crimini bolscevichi, istituita nel giugno 1919 dal ge-
nerale Denikin] – che costituiscono la fonte principale del libro di S.P. Melgunov "Il terrore
rosso in Russia, 1918-1923", il grande classico sul terrore bolscevico pubblicato nel 1923 [in
russo a Berlino, nel 1924 in tedesco, nel 1925 a Londra e nel 1927 a Parigi e Madrid; in Italia
nel 2009 a cura di Paolo Sensini e Giulio Rapetti] – elencano innumerevoli atrocità perpetrate
dal gennaio del 1918 in poi. A Taganrog, reparti dell'armata d[el generale] Sivers avevano
gettato in un altoforno, con mani e piedi legati, cinquanta fra junker e ufficiali "bianchi". A
Evpatorija varie centinaia di ufficiali e di "borghesi" furono incatenati e poi gettati in mare,
dopo essere stati torturati. Identiche violenze ebbero luogo nella maggior parte delle città della
Crimea occupate dai bolscevichi: Sebastopoli, Jalta, Alusta, Simferopol. Analoghe atrocità si
verificarono nelle insurrezioni dei maggiori insediamenti cosacchi: le meticolose descrizioni
registrate dalla commissione Denikin parlano di "cadaveri con le mani mozzate, con le ossa
fratturate oppure privi della testa, con le mandibole fracassate, amputati degli organi genitali"
[...] I dirigenti bolscevichi incoraggiarono tutto ciò che poteva corroborare, nelle masse popo-
lari, l'aspirazione ad una "rivalsa sociale" che implicava la legittimazione morale della dela-
zione, del terrore, di una guerra civile "giusta", secondo le espressioni usate dallo stesso Lenin
[...] I documenti delle Commissioni di inchiesta delle unità dell'Armata Bianca, arrivate sul
posto alcuni giorni o addirittura alcune ore dopo le esecuzioni, contengono una miriade di de-
posizioni, testimonianze, rapporti autoptici, fotografie riguardanti i massacri e l'identità delle
vittime. Mentre i giustiziati "dell'ultima ora", eliminati in fretta con un proiettile alla nuca, in
generale non presentavano tracce di tortura, le cose andavano diversamente per i cadaveri e-
sumati dalle fosse comuni più vecchie. L'uso di torture terribili è attestato da rapporti autopti-
ci, elementi concreti e testimonianze. Descrizioni dettagliate di tali torture compaiono in par-
ticolare nella raccolta già citata di Sergej Melgunov e in quella dell'Ufficio Centrale del Parti-
to Socialista Rivoluzionario, Ceka, pubblicata a Berlino nel 1922. I massacri raggiunsero l'a-
pogeo in Crimea, durante l'evacuazione delle ultime unità bianche di Vrangel e dei civili che
fuggivano di fronte all'avanzata dei bolscevichi. Nel giro di alcune settimane, dalla metà di
novembre alla fine di dicembre del 1920, furono fucilate o impiccate 50.000 persone».
Mentre Graziosi (III) conferma gli eventi commentando che dopo l'evacuazione della
Crimea da parte di Vrangel «in pochi giorni furono eliminate circa 12 mila persone, proba-
bilmente ricorrendo ai metodi descritti ne La scheggia di [Vladimir] Zazubrin, vale a dire con
esecuzioni individuali successive di centinaia di persone compiute da boia professionisti, il
sistema poi adottato nel 1937-38 e di nuovo con gli ufficiali polacchi a Katyn (i dati d'archi-
vio, che parlano di circa 16 mila fucilati nel 1920 e 9700 nel 1921, sembrano perciò decisa-
mente sottostimati, cosa che non stupisce se teniamo conto che si tratta di ricostruzioni fatte
dopo il 1953)», Solzenicyn (VI) riporta, per la penisola da allora chiamata «cimitero panrus-
so», cifre ben più elevate, che vanno da 120.000 a 150.000 assassinati: «"A Sebastopoli non
solo si fucilò, ma si impiccò, e non a dozzine ma a centinaia [...] il Nachimov Prospekt era
bordato di impiccati [...] uomini arrestati per strada ed uccisi sul posto, senza processo". Il ter-
rore in Crimea durò anche per tutto il 1921».
5. Nel 1870 vengono creati, per qualche mese, tribunali speciali contro i terroristi, ma fi-

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no al 1902 le sentenze capitali – contro 39 caduti per mano rivoluzionaria, incluso, dopo sette
attentati andati a vuoto, Alessandro II – sono 48 (una fonte insospettabile, la "Piccola En-
ciclopedia Sovietica", ne dà pochi di più, 94, per il 1866-1900, mentre nel 1909 gli esponenti
ka-det Miljukov e Roditchev, feroci antizaristi, avevano turbato Gaston Dru assicurandogli
che nel 1875-1900 l'autocrazia aveva giustiziato 134 criminali politici). Simile Solzenicyn (I):
«Prima del 1905 la pena di morte era un fatto eccezionale in Russia. Nei trent'anni dal 1876 al
1905 (periodo della Narodnaja Volja e di azioni terroristiche, non di intenzioni espresse in
una mensa comunale; periodo di scioperi di massa e di agitazioni contadine; periodo in cui
furono creati e si rafforzarono tutti i partiti della futura rivoluzione), furono condannate a
morte 486 persone, ossia circa diciassette persone all'anno, nell'intero paese (ivi comprese le
condanne per reati comuni). Negli anni della prima rivoluzione e della sua repressione, il nu-
mero delle condanne a morte salì vertiginosamente, colpendo l'immaginazione dei russi, su-
scitando le lacrime di Tolstoj (i celeberrimi piagnistei liberali "Non posso tacere" e "Sulla pe-
na di morte"), l'indignazione di Korolenko e di moltissimi altri: dal 1905 al 1908 furono con-
dannate alla pena capitale circa 2200 persone (quarantacinque al mese!). Fu un'epidemia di
esecuzioni, come scrive [nel 1913 l'esperto di diritto penale N.S.] Tagancev. (Cessò subito)».
6. Nella «domenica di sangue» a San Pietroburgo, 9 gennaio 1905 i soldati, non adde-
strati a controllare una massa di 120.000 persone in preda all'esaltazione religiosa e pronte al
martirio per quanto assolutamente fiduciose nello zar, sparano contro le colonne di folla gui-
date dal pope Gapon e convergenti sul Palazzo d'Inverno, provocando, secondo i dati di Pipes,
200 morti e 800 feriti (per Hans Rogger: «circa 150» uccisi e «diverse centinaia» feriti; per
Neal Bascomb «uccidendo centotrenta persone e ferendone molte di più»); quanto ai violenti
scontri provocati a Mosca dall'insurrezione bolscevica del 7-18 dicembre 1905, le persone,
civili e militari, che perdono la vita durante la sollevazione sono un migliaio.
7. I più o meno «giustiziati» dopo l'insurrezione a Kronstadt, e in altre basi del Baltico,
del 19 luglio 1906, «repressa agevolmente e quasi senza spargimento di sangue» (il cui costo
è: 9 uccisi e 20 feriti) ammontano a 36: sette marinai sparati il 20 luglio per avere ucciso i due
comandanti della fortezza e una donna, sette altri e tre civili sparati il 7 agosto per avere ucci-
so i loro ufficiali, diciannove capi sparati il 21 settembre. Inoltre, aggiunge Israel Getzler,
vengono processati 3300 militari ed 80 civili, di cui 1451 condannati a pene detentive di varia
entità e 180 a periodi di lavori forzati. Altri 2127, registrati come politicamente infidi, vengo-
no via via trasferiti in compagnie di disciplina o reparti dell'esercito. Ebbene, nel commentare
tale «repressione», Getzler scrive: «La quantità e la durezza delle punizioni inflitte agli uomi-
ni di Kronstadt nel 1906 erano senza precedenti, e in netto contrasto con la mitezza usata ver-
so i partecipanti dell'ammutinamento e al pogrom dell'ottobre 1905».
Quanto al seguente triennio lasciamo la parola a Pëtr Polejaev, testimone dell'epoca: «Sei
soli anni sono passati dall'epoca in cui, incendiata dalla sommossa, la Russia sembrava dover
perire in una definitiva catastrofe. In lotta contro se stesso, il popolo russo vedeva la propria
vita sconvolta e come sospesa: il fratello si era levato contro il fratello, il figlio contro il padre.
Ogni giorno corrompeva vieppiù l'anima russa, rendendola più spaventosa. Anche i più co-
raggiosi erano prossimi alla disperazione. Nelle città, scoppiavano disordini ovunque; ogni
giorno esplodevano bombe; si saccheggiavano i depositi di alcolici, gli uffici delle poste, le
banche, le spedizioni di valuta; venivano assaltati interi convogli ferroviari. Gli studenti si e-
rano trasformati in un'armata rivoluzionaria, gli scolari e le scolare non sognavano che di
scioperare, gli operai occupavano le fabbriche, cavalieri d'industria si ergevano a rappresen-
tanti della "sovranità popolare", si organizzava la rivolta armata e ogni possibile mezzo veniva
impiegato per agitare le truppe e prepararle a tradire l'imperatore e la patria. Nelle campagne

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si incendiavano le dimore dei proprietari terrieri e ci si impadroniva delle terre, si mandava in
rovina e si distruggeva tutto ciò che si poteva rovinare o distruggere. Ovunque si reclutavano
provocatori e fomentatori di disordini, soprattutto fra i giovani. Borgate e villaggi erano inon-
dati di appelli al saccheggio, al brigantaggio e all'assassinio. Nelle città sedevano i caporioni
delle bande rivoluzionarie; elaboravano i piani dei complotti, apprestavano le bande, accu-
mulavano riserve d'armi di ogni specie, pubblicavano gazzette incendiarie. E gli agitatori che
suscitavano e alimentavano questa follia nello spirito e nel cuore del popolo credevano di
giungere così, per la via più rapida e sicura, a realizzare il sogno utopico dell'Età dell'Oro qua-
le la descrivevano i maestri e gli ispiratori del socialismo».
In atto era da anni l'infiltrazione rivoluzionaria nella società civile, secondo quella che si
sarebbe poi chiamata «strategia gramsciana», in particolare nel delicato settore dell'educazio-
ne e istruzione: «Già qualche tempo prima dei moti rivoluzionari del 1905-06 eravano giunti
alla sorprendente conclusione che in una buona metà dei governatorati la scuola era comple-
tamente caduta in mano a comitati che avevano usurpato le funzioni degli insegnanti, e che
questi comitati, agendo su iniziativa degli agitatori anarchici che stavano nelle capitali, face-
vano semplicemente e scopertamente degenerare i corsi d'insegnamento in riunioni rivoluzio-
narie. Insegnavano, infatti, l'ateismo, la necessità della rivolta armata, istigavano gli alunni
contro le autorità, i padroni, il clero; predicavano il socialismo e l'anarchia. Si giunse al punto
di offrire il doppio degli stipendi ai preti incaricati di insegnare il catechismo, a patto che non
si presentassero a scuola. Si pagavano loro, infatti, venti copechi per ogni lezione di catechi-
smo tenuta e quaranta per ogni lezione disertata. I maestri che avessero protestato contro le
decisioni di questi comitati venivano licenziati o screditati agli occhi dei capi-istituto, e talora
successe che venissero obbligati a fuggire dai villaggi ove insegnavano per evitare di avere la
casa incendiata e loro stessi uccisi. Nelle biblioteche scolastiche si dava ricetto a opere e pub-
blicazioni rivoluzionarie; le icone venivano appese a rovescio, e invece di insegnare i canti di
chiesa si insegnavano ai ragazzi marce composte da forzati o deportati politici. Gli ispettori
scolastici che tentavano di reagire contro un tale deplorevole stato di cose erano oggetto di
attacchi sistematici e incessanti. Dobbiamo inoltre aggiungere che questi maestri rivoluziona-
ri, tutti o almeno la gran parte, erano individui dal passato sospetto e senza la benché minima
preparazione all'insegnamento, sovente ex seminaristi che avevano gettato la tonaca, individui
quasi sempre degenerati e alcolizzati. Inutile dilungarsi a descrivere ulteriormente questi tipi».
«In tali condizioni il governo non poteva esitare e, benché dolorosa sia stata la decisione
di ricorrere a misure severe, fu inevitabile. Esitare o assistere alla rovina completa dello Stato,
oppure assumersi davanti a Dio e agli uomini la responsabilità di salvare la patria: non c'era
altra scelta, non poteva essercene. Ma, a partire dal giorno in cui il governo decise, tutti i
mezzi sembrarono buoni per coloro che cercavano di prolungare e intensificare lo stato d'a-
narchia. Compresero che bisognava anzitutto, a ogni costo, incrinare quell'atteggiamento di
risolutezza. Così pure, senza cessare, d'altro canto, di organizzare disordini, gli agitatori che
ancora il giorno prima pubblicavano trionfanti i resoconti dei loro massacri di vigili urbani,
gendarmi, ufficiali di polizia, uomini di governo, comandanti dell'esercito, quegli stessi che
contavano con ostentazione le somme rapinate alle casse dello Stato e dei privati cittadini e
che con l'aria dei vincitori mostravano come una dopo l'altra si davano alle fiamme le proprie-
tà, tutt'a un tratto, e tutti straordinariamente insieme, si misero a gridare che la sola idea del
sangue versato li faceva star male, anche il sangue di un assassino o di un brigante da strada
condannato a morte da un tribunale. Si sono dati a dimostrare che la pena capitale è il più
grande dei misfatti sociali, perché la società non ha il diritto di privare un uomo della vita. Ma
ogni volta che un criminale otteneva la commutazione della pena, si sforzavano di rendergli

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possibile l'evasione, ed ancora lo indirizzavano al crimine. Il governo non si è lasciato fuorvi-
are né da questi sofismi né dalle minacce che gli venivano indirizzate, e il popolo, stanco dei
disordini, invece di scatenare nuove sommosse apprezzò la fermezza del potere centrale, e
ben presto gli venne in aiuto anche nella lotta contro l'anarchia, che potè così essere sconfitta.
E mentre con l'aiuto del popolo veniva schiacciata l'anarchia, il governo potè mettere mano
alla realizzazione di un vasto piano di riforme».
Di assoluto rilievo anche le risposte di Stolypin a Dru nel gennaio 1909, poche settimane
dopo l'ennesimo attentato, quello di Aptekarskij, nel quale sono stati straziati i due figli: «Bi-
sogna, prima di pensare a realizzare integralmente le riforme promesse dal Manifesto dell'ot-
tobre 1905, riportare la Russia alla calma, ristabilire l'ordine, l'ordine assoluto. Ci viene chie-
sto di far cessare l'arbitrio, di abolire lo stato d'assedio dov'è ancora in vigore, di sospendere i
decreti che dànno alla polizia ampi poteri, di cessare le deportazioni come misure amministra-
tive. No! Il governo non può, finché la rivoluzione non sarà morta, privarsi, senza abdicare,
dei suoi poteri speciali. Se è vero che la quiete ritorna a poco a poco, il banditismo invece,
frutto di due anni di anarchia pressoché totale, non è ancora finito. La propaganda rivoluzio-
naria è più viva che mai. Ne avete la prova nei più importanti giornali stranieri [allusione agli
articoli che Burtzev pubblicava su "il Mattino"]. Ancora ultimamente si è tentato di fomentare
un movimento sedizioso tra i giovani delle scuole e soprattutto delle università; ora, ricordate
che è di là che nel 1905 è partita la rivoluzione. Continuiamo a sentire venti di anarchia nelle
fabbriche, nell'esercito, soprattutto fra i ranghi degli ufficiali. In queste condizioni, pur cono-
scendo e deplorando certi atti arbitrari compiuti da alcuni funzionari, il governo non può ab-
bassare quelle armi che gli sono ancora necessarie per giungere alla vittoria su una rivoluzio-
ne che, sia pure agonizzante, non è ancora morta! Sarebbe come consegnarsi nelle mani degli
agitatori e far tornare in loro la speranza proprio nel momento in cui dobbiamo usare di ogni
mezzo e sfruttare ogni circostanza per schiacciarli definitivamente.
«So bene che i rivoluzionari ci tacciano di crudeltà e ci accusano davanti all'opinione eu-
ropea di essere implacabili nella repressione. Gridano cifre. Ebbene, ne daremo anche noi.
Sapete quanti sono stati nel 1907, 1908 e 1909 gli atti di banditismo e gli attentati anarchici
nell'impero? Ve lo dico. Nel 1906 furono 4742; sono costati la vita a 738 funzionari e a 640
semplici cittadini, mentre 948 funzionari e 777 cittadini sono stati feriti. Nel 1907, ecco
12.102 atti di banditismo e attentati anarchici; risultato: 1231 funzionari uccisi, 1284 feriti,
1768 cittadini uccisi, 1734 feriti, due milioni e 771.000 rubli rapinati alle casse dello Stato e
dei privati. Nel 1908 – proprio ieri, dato che siamo all'inizio del 1909 – ci furono 9424 atten-
tati, 365 funzionari uccisi, uno ogni giorno, 571 feriti, 1349 cittadini uccisi, 1384 feriti, due
milioni e 200.000 rubli rubati! Vale a dire, in totale per i tre anni, 26.268 attentati, 6091 tra
funzionari e cittadini uccisi, oltre 6000 feriti, oltre 5 milioni di rubli, ossia 13 milioni di fran-
chi, rubati a mano armata ai privati e allo Stato.
«Cosa sono, davanti a queste cifre, le 20.000 condanne cosiddette politiche che ci rimpro-
verano i progressisti? Da notare, fra l'altro, che ai loro occhi questi attentati sono nella quasi
totalità attentati "politici". Cosa sono le 3000 condanne a morte e le 2000 esecuzioni che ci
rimproverano? E non trovate piuttosto un segno di grande clemenza che nell'anno 1908, nel
quale 365 funzionari e 1349 cittadini furono uccisi da banditi anarchici, non abbiamo, noi,
giustiziato che 697 condannati? È forse nostra colpa se le carceri sono piene – peraltro, le ci-
fre date dai rivoluzionari sono false, perché comprendono tutti i prigionieri passati in un anno,
e non quelli presenti a una certa data – o se la polizia e i funzionari, esasperati dagli attentati
di cui sono continuamente fatti oggetto, si vendicano talora crudamente? Ed è in un paese an-
cora così sconvolto e disunito contro se stesso, così immenso, tra l'altro, e popolato di razze

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così diverse, che ci si vuole intimare, con esecrabili minacce, di introdurre seduta stante gli
ultimi perfezionamenti delle libertà politiche praticate nelle democrazie occidentali: regime
parlamentare, suffragio universale, responsabilità ministeriali, libertà di associazione, di riu-
nione; di risolvere la questione agraria con l'esproprio forzoso della proprietà fondiaria e di
riunire le nazionalità così diverse e talora poco civilizzate che costituiscono la Russia in un'u-
nica federazione nella quale godrebbero di autonomia assoluta! Possiamo noi, noi governo,
ossia un gruppo d'uomini che hanno per missione di dirigere, condurre e amministrare il pae-
se, arrenderci a tali intimazioni fatte, del resto, con le armi alla mano e le minacce in bocca?
No, il nostro motto è e deve essere: ordine, ancora ordine, sempre ordine!
«E tuttavia, nella misura che ce lo permette il movimento rivoluzionario, facciamo quanto
è possibile non solo per riportare la Russia alla normalità, ma anche per realizzare le misure
promesse nel Manifesto d'Ottobre. Ovunque laddove la situazione migliora aboliamo lo stato
d'assedio e gli stati di protezione straordinaria o rinforzata [cerezvicainnaja e otdelenija o-
chrana] che danno in Russia, lo sapete, al governo poteri speciali per mantenere l'ordine.
Controlliamo, ovunque la diminuzione degli atti di banditismo e anarchia lo permettono, gli
atti dei nostri funzionari. Le deportazioni amministrative, che nel 1908 sono arrivate a 10.000,
diminuiscono rapidamente e, se la calma continuerà a ristabilirsi, ci aspettiamo che nel corren-
te anno non arriveranno a 3000 [In effetti, nel 1909 furono inferiori a tale cifra]».
Ed ancora: «Dodicimila attentati terroristici avevano insanguinato il 1907, falciando a
morte oltre 3000 tra funzionari e cittadini. Nel 1908 il numero degli attentati era diminuito a
8000, se la memoria non mi tradisce, ma solo dopo l'inizio del 1909 hanno iniziato a cessare.
D'altronde, nell'anarchia generale che, fomentata dalla propaganda rivoluzionaria, aveva pre-
valso tra il 1905 e il 1908, i crimini di diritto comune erano aumentati in maniera impressio-
nante. Nessun paese civilizzato avrebbe potuto, senza perire, tollerare un tale stato di cose, e il
governo russo ha dovuto porvi fine. La repressione è stata severa, spesso violenta e talvolta
brutale, e sia; ma non bisogna dimenticare, nel giudicare, che il movimento rivoluzionario era
stato terribile, che crimini atroci erano stati commessi, che, eccitati dalla propaganda anarchi-
ca, anche bambini erano divenuti assassini, che si era visto un ragazzo di quattordici anni uc-
cidere un professore che l'aveva bocciato a un esame, e una ragazzina di quindici anni, esalta-
ta dai proclami rivoluzionari, abbattere a revolverate un ufficiale sulla pubblica via. Bisogna
anche mettere in conto l'esasperazione, alquanto comprensibile, di una polizia sfibrata e deci-
mata da attentati terroristici quotidiani.
«È questa repressione che la nostra sensibilità indubbiamente rigetta ma che la nostra ra-
gione deve ammettere come necessaria, senza approvarne tutti gli aspetti, che i libertari di o-
gni dove non perdonano allo zar. L'anarchia russa era, per loro, un'eccellente palestra per i
partiti del disordine di tutto il mondo, e la rapidità con cui questi hanno adottato i suoi metodi,
specie per quanto concerne lo sciopero generale, è una prova della considerazione in cui era
tenuta. Costoro non sopportano di vedere la Russia ritornata definitivamente all'ordine e pro-
sperare. Eterni e irriducibili nemici di un vivere civile e di un ordine di cose nato dalla lenta
esperienza delle nazioni, visionari innamorati di un sogno talvolta generoso, forse, ma irrea-
lizzabile nella presente civiltà, spesso anche ciarlatani senza scrupoli, è tutta la società che es-
si attaccano nella persona di Nicola II. Sfruttando sfrontatamente la sensibilità e, diciamolo, la
credulità popolare, cercano di screditare nello spirito delle masse ogni metodo di governo e di
indebolire ovunque il rispetto del principio di autorità e il sentimento della disciplina senza il
quale le comunità umane non saprebbero esistere, crescere e progredire. L'arrivo dello zar a
Racconigi è, in fondo, solo un pretesto per la loro propaganda. E va infine sottolineato
quest'odioso modo di procedere, onde mettere in guardia la gente da questa apologia sistema-

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tica dell'anarchia, cosa che credo essere la verità, che ho cercato di far comprendere alle per-
sone di buon senso e in buonafede qualche elemento di apprezzamento sul ruolo di questo so-
vrano il cui viaggio in Italia scatena ovunque la collera dei professionisti del disordine».
Ridicoli, oltreché infami, sono quindi, di fronte alla posta in gioco e all'efferatezza dei ri-
voluzionari, i «cris de doleur», le rampogne, i distinguo e gli arzigogoli del nichilista cristiano
Lev Tolstoj, in una lettera aperta il 13 giugno 1908: «Voi dite che tutti questi orrori li com-
mettete per restaurare l'ordine e la pace. Restaurare la pace e l'ordine, voi! E con che mezzo li
restaurate? Così; voi, rappresentanti d'una autorità cristiana, guide e maestri approvati e inco-
raggiati dai servi della Chiesa, distruggete negli uomini le ultime tracce della fede e della mo-
rale, commettendo i più grandi delitti, menzogne, perfidie, torture d'ogni specie, e dei delitti il
più spaventoso, quello da cui aborre ogni cuore umano non del tutto corrotto – e non un assas-
sinio, un singolo assassinio, ma assassinii innumerevoli, che voi pensate di poter giustificare
con degli stupidi riferimenti al tale o tal altro statuto scritto da voi stessi, in quei vostri libri
stupidi e mendaci che sacrilegamente chiamate "Le Leggi". Voi affermate che questo è l'unico
mezzo di pacificare il popolo e di domare la rivoluzione; ma ciò è evidentemente falso! [...]
Voi non potete pacificare il popolo tormentandolo, perseguitando, esiliando, imprigionando,
impiccando donne e bambini! [...] Voi aggiungete: Non noi, ma i rivoluzionari hanno co-
minciato; e gli spaventosi delitti dei rivoluzionari possono essere soppressi soltanto con ener-
giche misure (così chiamate i delitti vostri) da parte del Governo. Voi dite che le atrocità
commesse dai rivoluzionari sono terribili. Non discuto; aggiungo anzi che, oltre a essere terri-
bili, quei delitti sono anche stupidi e, come le azioni vostre, colpiscono oltre il segno. Ma, per
terribili e stupidi che i loro atti possano essere, tutte quelle bombe e quelle mine e quei rivol-
tanti assassini e quei furti di denaro, pure essi non si avvicinano in alcun modo alla nefandità e
alla stupidità degli atti che commettete voi» (e pensare che è proprio al 1908 che si rifà Do-
nald Rayfield: «Persino il ministero dell'Interno e la gendarmeria avevano opinioni liberali sui
loro irriducibili avversari. Pressoché sempre l'opinione pubblica russa manteneva un atteg-
giamento cristiano nei confronti dei criminali, in particolare di quelli politici. Quando l'anar-
chico Giaschvili venne condannato a morte per avere lanciato una bomba che aveva ucciso un
alto funzionario statale, nessuno a Tiflis volle eseguire la sentenza. Egli venne graziato, cosa
degna di lode in una civiltà cristiana o umanista, ma disastrosa in uno Stato, le cui debolezze
venivano messa a prova da spietati fanatici»!).
Ed ancora, sciorinando abilmente quel patrimonio di menzogne e luoghi comuni poi ripre-
so, a giustificare i propri delitti, dagli infiniti adepti del Radioso Avvenire: «Voi, uomini di
Governo, chiamate "atrocità" e "grandi delitti" gli atti dei rivoluzionari; ma essi non hanno
fatto e non stanno facendo cosa che non abbiate fatto, e in proporzioni incomparabilmente
maggiori, anche voi. Essi fanno soltanto ciò che fate voi: voi tenete delle spie, ingannate e dif-
fondete menzogne stampate – ed essi pure. Voi v'impadronite con ogni sorta di mezzi violenti
di ciò che appartiene agli altri e ne fate l'uso che più vi piace – ed essi pure. Voi sopprimete
quelli che vi paiono pericolosi – ed essi pure. Tutto ciò che voi potete addurre a vostra giusti-
ficazione, possono anche loro, senza contare che voi fate molto male ch'essi non fanno – sper-
perando la ricchezza della nazione, preparando e facendo la guerra, soggiogando e opprimen-
do nazioni straniere, e così via. Voi dite di aver le tradizioni del passato da custodire, e, come
esempi, le azioni dei grandi uomini del passato. E anch'essi hanno le loro tradizioni, pure e-
mergenti dal passato, prima anche della Rivoluzione francese, e in fatto d'uomini grandi, di
modelli da copiare – martiri che perirono per la verità e per la libertà – non ne hanno meno di
voi. Cosicché, se una differenza c'è fra voi, è soltanto in questo: voi desiderate che ogni cosa
resti come era ed è, mentre essi desiderano un mutamento [...] Se una differenza c'è fra voi e

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loro, essa risulta certamente non a vostro ma a loro vantaggio. Vi sono per loro delle circo-
stanze attenuanti. Prima di tutto, essi commettono i loro delitti in condizioni di pericolo per-
sonale assai più grande di quello a cui vi esponete voi. In secondo luogo, l'immensa maggio-
ranza, fra essi, è di gente assai giovane, per la quale è naturale fuorviarsi, mentre voi siete per
la massima parte uomini d'età matura, vecchi, a cui dovrebbero esser naturali, invece, la calma
e la clemenza verso gli illusi. Un'altra circostanza attenuante in loro favore è che, per quanto
odiosi possano essere i loro assassinii, questi non sono ancora così freddamente, così siste-
maticamente crudeli come i vostri Schlüsselburg, le vostre deportazioni, i vostri patiboli, le
vostre fucilate. E c'è per i rivoluzionari una quarta circostanza attenuante: essi ripudiano, in
modo assolutamente categorico, ogni insegnamento religioso, ritengono che il fine giustifichi
i mezzi e si comportano quindi con perfetta coerenza quando uccidono una o più persone per
l'amore di un immaginario benessere di molti».
Al contrario, avendo posto a confronto, sulla pelle propria e di decine di milioni di altri in-
felici, lo sterminio leninstaliniano con la repressione zarista, decisamente sarcastico è Solze-
nicyn I: «Nel periodo più terribile del terrore stolypiniano il giornale liberale Rus stampava a
caratteri di scatola, in prima pagina, senza impedimenti di sorta: "Cinque esecuzioni capita-
li!... Venti esecuzioni capitali a Cherson!". Tolstoj singhiozzava, diceva che era impossibile
continuare a vivere, che nulla si poteva immaginare di più orribile. Rivediamo l'elenco di
Byloe, già menzionato: 950 esecuzioni in sei mesi. Prendiamo quel fascicolo di Byloe. Osser-
viamo che è stato pubblicato (nel febbraio 1907) nel bel mezzo degli otto mesi (19 agosto
1906 - 19 aprile 1907) della giustizia militare stolypiniana e che è stato compilato in base ai
dati delle agenzie telegrafiche russe. Insomma, è come se a Mosca nel 1937 i giornali avesse-
ro pubblicato gli elenchi dei fucilati, ne fosse uscito un bollettino riassuntivo e infine i nostri
vegetariani dell'NKVD si fossero accontentati di aggrottare la fronte. In secondo luogo, que-
sto periodo di otto mesi di "giustizia militare", che non ha eguali in Russia né prima né dopo,
non poté essere prolungato perché tale giustizia non ricevette la ratifica dell'"impotente" e
"docile" Duma di Stato (e Stolypin non si arrischiò neanche a sottometterla alla discussione
della Duma) [...] "Nulla di più orribile", esclamò Tolstoj? Eppure è così facile immaginare
qualcosa di più orribile. È più orribile quando le esecuzioni hanno luogo non di tanto in tanto
in una città ben conosciuta in tutto il mondo, ma dappertutto e ogni giorno, e non in ragione
di 20 ma di 200 per volta, e i giornali non ne scrivono una parola né a caratteri di scatola né a
caratteri minuti, e ripetono: "La vita è diventata bella, la vita è diventata più allegra" (così Sta-
lin alla Conferenza nazionale degli stakanovisti, 17 novembre 1935)».
Ma ecco un altro istruttivo parallelo con le disumane pratiche di annientamento applicate
dai bolscevichi contro i «nemici di classe» e «del popolo»: come detto, per la sua attività rivo-
luzionaria Lenin viene condannato nel 1897 a tre anni di esilio a Susenskoe, in Siberia. In
questo periodo di «castigo» si sposa, scrive una trentina di opere, usa estensivamente la locale
biblioteca, si abbona a svariati periodici esteri, mantiene una voluminosa corrispondenza con
gli affiliati nei più diversi paesi, si dedica a numerosi sport, tra i quali caccia e pattinaggio su
ghiaccio, compie innumeri escursioni ed infine, meraviglia delle meraviglie, riceve un discre-
to stipendio dall'odiato nemico: lo Stato zarista gli versa per l'alimentazione 12 rubli mensili e
per il vestiario 22 rubli annuali («Feliks Kon ci assicura che quelle somme erano molto esi-
gue. Sappiamo tuttavia che i prezzi in Siberia erano due o tre volte inferiori a quelli praticati
in Russia, e quindi le somme rilasciate per il mantenimento dei confinati erano addirittura ec-
cessive. Dettero per esempio a Lenin la possibilità di dedicarsi durante tutti e tre gli anni, sen-
za patire alcuno stento, alla teoria della rivoluzione senza doversi preoccupare di guadagnarsi
da vivere», commenta Solzenicyn I).

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E lo stesso è per Stalin, del quale ancor oggi a Turuchansk (nella Siberia centrale, sulla
Tunguska inferiore) viene religiosamente conservato il letto nella casa-museo ove fu «impri-
gionato» l'ebreo Jakov Sverdlov. La casa in legno, circondata da un giardinetto, è una dacia
che si affaccia su una delle principali vie della cittadina; riprova di «crudeltà» zarista, Sver-
dlov si fa raggiungere dalla moglie (alla quale, tra l'altro, viene affidata la direzione del locale
ufficio meteorologico). Nella stanza adibita a studio, accanto alla scrivania, è il letto usato da
Stalin quando, fra il 1914 e il 1916, giungeva a visitare il compagno di lotte (nel circondario
ci sono anche le rovine di un'isola dell'Arcipelago ove, tra centinaia di migliaia di zek, trascor-
se gli anni 1944-1955 la figlia, pittrice, di una della poetessa Marina Cvetaeva). Ancora più
spietato di quello inflitto a Lenin e a Stalin (che, bandito nel 1910 a Vologda, può, in 107
giorni, consultare o prendere in prestito dalla locale biblioteca libri per «sole» 17 volte) è il
trattamento cui viene sottoposto il socialrivoluzionario colonnello S.D. Mstislavskij-Maslov-
skij, poi membro del Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado: malgrado sia noto da anni
quale autore di un manuale sui combattimenti nelle strade ad uso dei gruppi rivoluzionari e sia
stato tra i responsabili delle principali organizzazioni terroristico-militari del partito SR, il No-
stro viene occupato quale bibliotecario presso l'accademia dello Stato Maggiore generale!
Dopo avere menzionato la prima condanna di Stalin (9 luglio 1903) a tre anni di esilio per
la sua responsabilità nei sanguinosi moti di Batum, nonché il fatto che giunse a destinazione il
27 novembre nel villaggio di Novaja Uta provincia di Irkutsk, Robert Conquest c'informa che
già il 5 gennaio il Nostro «riesce» a fuggire e «poco dopo era di nuovo nel Caucaso»: «Fu la
prima di molte fughe dall'esilio [Sebag-Montefiore II assevera «almeno» nove arresti, quattro
brevi periodi di detenzione e otto fughe, per la qual cosa Stalin riceverà dai cortigiani il titolo
di «dottore in fugologia»; nel 1906-09 sono 18.000, su un totale di 32.000, gli esiliati che in
un modo o nell'altro raccolgono il denaro per la fuga; arrestato a Baku il 23 marzo 1910 dopo
essere fuggito dall'esilio nella nordica Solvycegodsk nel giugno 1909, il Nostro, adducendo di
essere affetto da tubercolosi e violando le regole rivoluzionarie, avanza un appello di graziaal
governatore di Baku, ma le accattivanti menzogne «non commossero il colonnello Martynov,
che insisté nel raccomandare i cinque anni di esilio. Il liberaleggiante ufficio del governatore a
Tiflis mitigò tuttavia il castigo. Il 13 settembre Stalin fu condannato a completare il suo perio-
do di esilio a Solvicegodsk, e bandito per cinque anni dal Caucaso»]. Va detto che queste e-
vasioni non erano affatto le imprese disperate e azzardate cui potremmo associare il termine.
In confronto ai criteri successivi, l'esilio zarista era straordinariamente comodo e mite. In se-
guito, sotto il regime di Stalin, c'erano filo spinato, torrette di guardia e una disciplina severis-
sima. Ma i prigionieri politici del preriodo prerivoluzionario sottostavano soltanto al "control-
lo" non molto efficace di qualche funzionario di polizia. Inoltre, talvolta la punizione per un
tentativo di evasione consisteva soltanto nel rimandare indietro il colpevole a finire di sconta-
re la condanna, o al massimo nell'inviarlo in zone più remote e disagevoli».
Centrate quindi le note di Vassiljev: «Così fu sempre frainteso il significato della deporta-
zione in Siberia. Moltissime volte ho incontrato in Germania e in Francia delle persone colte,
le quali credevano sul serio che "gli orrori della Siberia" giustificassero da soli la rivoluzione.
Ma che cosa c'era di vero in quegli "orrori"? Prima di tutto bisogna sapere che i lavori forzati
nelle miniere, lavori veramente duri, erano riservati a quei delinquenti che in altri paesi si sa-
rebbero giustiziati. Poiché nella nostra Russia "reazionaria" la pena di morte era da gran tem-
po abolita trattandosi di delinquenti comuni e sostituita con confino in Siberia. Soltanto l'as-
sassinio o il tentato assassinio di membri della Casa Imperiale erano puniti con la morte, e an-
che in questi casi, purtroppo assai frequenti, la pena era commutata, in via di grazia, nel con-
fino. I delinquenti politici, ai quali si pensa prima di tutto all'estero quando si parla dei galeotti

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nelle miniere siberiane, erano semplicemente dei "confinati" e il confino, misura a difesa dello
Stato contro i nemici, non era affatto quella cosa sanguinaria che si credeva all'estero. In realtà
si assegnava ai colpiti un domicilio temporaneo a est degli Urali, che non potevano abban-
donare senza il permesso delle autorità, ma dove avevano piena libertà di movimento. Se si
pensa che quei luoghi erano generalmente in buona posizione climatica e che i condannati po-
tevano vivere in comune, leggere, scrivere a volontà ed esercitare le loro professioni, si capirà
che quello era un trattamento umano. Si consideri poi che quasi tutti gli uomini giunti al pote-
re nella Russia rivoluzionaria sono stati a suo tempo dei deportati in Siberia. Si vede che quel
genere di pena non era tale da fiaccarli. Nessuno di loro vi si è ammalato seriamente né vi ha
subito dei maltrattamenti tali da impedirgli di tornare dalla Siberia con forze sufficienti per
continuare la sua dannosa opera [scontata la pena, gli ex confinati potevano stabilirsi in terri-
torio russo ovunque desiderassero, mentre al contrario il bolscevismo vietò loro a vita alcune
città, il cui numero agli inizi degli anni Quaranta giunse a superare le 135]. Queste furono le
"crudeltà" con cui noi, impiegati della Russia zarista, abbiamo difeso lo Stato finché la rivolu-
zione [di febbraio] non prese il sopravvento e proclamò che la "barbarie" sarebbe stata sosti-
tuita dalla "umanità, la "oppressione" dalla "libertà". Il nuovo regime cominciò col mettere in
carcere moltissimi servi fedeli dell'Imperatore per far loro il processo, e il risultato di quel
primo passo "sulla via della libertà" fu che non si potè constatare per nessuno di noi un'azione
contraria alle leggi. Vennero poi la Rivoluzione d'ottobre e il potere dei bolscevichi, e allora
nessuno si dette pensiero di processare i rappresentanti dell'antico regime: si arrestavano sem-
plicemente e si massacravano, naturalmente in nome della nuova libertà».
Si leggano, in parallelo, i settimanali anarchici italo-americani Fede! del 2 maggio 1926,
articolo di Marco Mratchny Le persecuzioni contro gli anarchici in Russia, e L'Adunata dei
Refrattari del 16 giugno 1928, articolo Come al tempo degli czar (invero, altro che "come al
tempo"!): «Quando qualcuno cade tra gli artigli della CEKA (che attualmente si chiama
"Amministrazione politica dello Stato", GPU) come anarchico o socialista, può subito preve-
dere che la sua detenzione sarà eterna, e che, nel caso che venga liberato, lo sarà per essere
ipso facto esiliato in Siberia, nel Turkestan oppure ad Archangelsk, o per essere condannato a
patire in un'altra prigione due, tre o dieci anni di galera. E quando queste condanne stanno per
finire o sono già state scontate, allora il condannato viene trasferito a sopportare un esilio, e-
gualmente di anni, nei luoghi più selvaggi. Dei 126 prigionieri politici che scontano condanne
nella famigerata prigione di Tobolsk (Siberia), soltanto uno fu giudicato in processo regolare.
Centoquindici di questi carcerati hanno già sofferto 360 anni di prigione nelle carceri bolsce-
viche. Gli stessi avevano già fatto 220 anni di carcere o di deportazione sotto il regime zarista.
Questi uomini continuano a restar fedeli alle proprie idee nonostante tutti gli ostacoli e tutte le
torture, e non hanno speranza d'esser liberi finché la dittatura bolscevica non sia distrutta» e
«Tutte le prigioni del mondo sono simili: sofferenze morali, privazioni fisiche, arbitrii ammi-
nistrativi, mancanza d'alimentazione sana e sufficiente; però nelle prigioni bolsceviche il ma-
lessere del prigioniero è ancora maggiore: gli scioperi della fame vi sono numerosi ed ende-
mici. Ci sono scioperi della fame la cui durata è arrivata a quindici e venti giorni! Il carcerato
si vede costretto a questi scioperi per tutelare la propria dignità e per ottenere, a costo di soffe-
renze indescrivibili, qualche futile miglioramento. Nonostante tutto ciò, io ho potuto constata-
re – da numerose lettere ricevute da parte di non pochi esiliati in terra bolscevica – che la pri-
gione è molte volte preferibile all'esilio dove, sebbene sembri che si goda qualche vantaggio,
si è esposti a morire "liberamente" di fame e di freddo. Lì gli esiliati politici non possono ap-
partenere ai Sindacati operai, e senza essere [iscritti al] sindacato non si può ottenere lavoro.
Inoltre, gli esiliati si trovano in piccoli villaggi, lontano dalle città e verso il polo Nord, dove

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gl'indigeni sono gente più o meno selvaggia che non comprende neppure il russo. Questi esi-
liati percepiscono dal governo per il proprio mantenimento rubli sei e un quarto al mese,
somma sufficiente, in tali condizioni, per morire di fame irrimediabilmente; d'altra parte, gli
esiliati sono continuamente sotto la sorveglianza della polizia e degli altri agenti della CEKA.
I maltrattamenti sono all'ordine del giorno, la corrispondenza viene intercettata [...] e molte
lettere non arrivano mai al destinatario».
Ed ancora sull'esilio, variante dell'internamento: «La pena dell'esilio amministrativo si ap-
plica nei luoghi più disparati della Russia: dalle zone calde e paludose del Turkestan, nei pres-
si di Tashkent, all'estremo limite settentrionale della Siberia, nelle regioni di Naryn e Turu-
chansk. Dalle lettere di esiliati si desume che in certi luoghi d'esilio la posta non arriva che
due volte l'anno. Si tratta di agglomerazioni che non hanno più di quattro o cinque capanne.
Spesso gli esiliati si ammalano di scorbuto, causato dalla lunga inazione a cui sono condannati
negli interminabili inverni polari. Ivi l'alimentazione è a base di pesce, e persino il pane di se-
gala vi rappresenta un lusso. Le difficoltà dell'alloggio sono gravissime. Qualche volta gli esi-
liati pervengono a trovarsi un tetto dopo infinite peregrinazioni: ma sono soggetti all'arbitrio
dei funzionari locali, che possono ad ogni momento requisirne la residenza difficilmente sosti-
tuibile. Gli esiliati sono tenuti a presentarsi ogni settimana al controllo dell'autorità. Talvolta
riescono a procurarsi del lavoro, ma ecco sopraggiungere un ordine della GPU che intima un
nuovo trasferimento, e il calvario delle tappe ricomincia. Avviene pure che le autorità locali
della GPU esercitino pressioni su chi sarebbe disposto ad occupare esiliati, onde privarli del
salario che ne ricaverebbero».
Quanto all'entità delle forze di repressione zariste, nel 1880 il ministro dell'Interno coman-
da 1. il dipartimento di polizia con sede a San Pietroburgo, col compito di combattere i crimi-
ni contro lo Stato, 2. qualche centinaio di uomini dell'Ochrana, la polizia segreta di contro-
spionaggio istituita in quell'anno soppiantando la Terza Sezione (il cui apparato centrale conta
16 uomini alla creazione e 45 nel fiore dell'attività, «una cifra addirittura ridicola anche per la
più remota CEKA di provincia», scrive Solzenicyn I, al quale si affianca Sebag-Montefiore II:
«In Europa la Sezioone speciale aveva fama di essere il sinistro strumento dell'Autocrazia, ma
non si avvicinò mai alla brutale competenza della Ceka di Lenin, per tacere dell'NKVD stali-
niana», mentre i soliti Webb minimizzano l'assoluta differenza ideologico-strutturale ed ope-
rativa con gli organi della repressione rossa: «Il terrorismo esercitato da una forza poliziesca
segreta non è naturalmente cosa nuova in Russia. Come tante altre cose, lo si può far risalire a
Pietro il Grande, se non ad Ivan il Terribile. Ma si può dire che la sua effettiva organizzazione
dati dalla costituzione del corpo di gendarmeria, poco dopo la rivolta dei decabristi nel 1825,
sottoposto alla famigerata "Terza Sezione"» della "cancelleria" di Corte, sotto Nicola I») del
ministero dell'Interno con prime e più importanti sedi a San Pietroburgo, Mosca e Varsavia e
altre a Kiev, Kishinev, Odessa, Omsk, Rostov, Sebastopoli e Tiflis, 3. la gendarmeria, con 10-
15.000 uomini (saliti a 50.000 sul finire del secolo, o, per Ferrari Zumbini, a 100.000 nel
1897... contro i 142.000 della Francia, che rispetto alla Russia ha un terzo della popolazione e
un quarantesimo della superficie) in tutto l'impero, presente soprattutto nei centri urbani, 4.
mentre 1582 agenti e 6874 brigadieri controllano una popolazione rurale di 90 milioni di indi-
vidui («in considerazione del loro numero [...] sarebbe ovviamente inesatto sostenere che sor-
vegliavano le campagne», punzecchia Pipes). Vista la consistenza, o meglio l'in-consistenza
di tali forze – 25.000 uomini in tutto, compresi i mille agenti dell'Ochrana nel periodo del ful-
gore (1910): altro che i 350.000 NKVD nel 1939! – in caso di disordini di massa il governo
era costretto a fare intervenire l'esercito regolare.
Un dato assolutamente ignorato dagli storici, o volutamente non riportato per comprensi-

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bili motivi progressisti, è poi il fatto che fino al 1879 i «terribili» poliziotti sono armati di sole
sciabole, senza rivoltelle in dotazione (e dicendo ciò non vogliamo sottolineare la «dabbenag-
gine» dello zarismo, ma indicare come il giudizio sul passato non vada dato con la nostra
«sensibilità» di uomini adusi a ben altri comportamenti). Riallacciandosi all'assoluzione della
Zasulic, scrive Ulam (I): «[Il 30 gennaio 1878,] sei giorni dopo l'attentato nell'ufficio di Tre-
pov, lo sparo riecheggiò a Odessa. La polizia tentò di fare irruzione in una tipografia dei rivo-
luzionari, e fu accolta a colpi di arma da fuoco. Anche questa fu una "prima volta". I poliziotti
russi di quel tempo non portavano armi da fuoco, ma sciabole, che erano più un simbolo che
un'arma. La resistenza armata delle persone sospette era considerata fino a quel momento una
violazione dell'etichetta che disciplinava questi rapporti (unica eccezione degna di nota era
stata quella del principe Cicianov, che tuttavia era quasi pazzo). Il "capo" del gruppo di Odes-
sa, Ivan Kovalskij, era invece un dichiarato assertore della lotta armata [...] Kovalskij, oppo-
nendosi alla perquisizione, tentò di sparare all'ufficiale al comando e, essendosi inceppata
l'arma, lo ferì con un coltello. Fu poi ridotto all'impotenza e trascinato fuori dall'appartamento,
ma i suoi compagni continuarono a sparare contro i gendarmi, i quali dovettero battere in riti-
rata. Fu necessario chiamare allora i soldati per vincere la resistenza dei rivoluzionari».
«Impopolari come gendarmi o poliziotti segreti» – nota Hans Rogger – «tuttavia [la gen-
darmeria e l'Ochrana] non erano così spietati o efficienti da paralizzare i radicali o da mettere
a tacere il malcontento. La polizia politica zarista non era uno Stato nello Stato le cui vittime
sparivano silenziosamente dalla circolazione per vari anni o per sempre. Il regime mostrava
una curiosa incoerenza nel trattamento dei suoi nemici politici. Essi erano perseguitati, impri-
gionati o esiliati; ma si poteva anche permettere loro un sorprendente grado di libertà persona-
le e di attività pubblica. A [Ivan] Petrunkevic [capo liberale di zemstvo a Cernigov], ad esem-
pio, non si vietava di rivestire un ruolo preminente nello zemstvo di un'altra provincia e Lenin,
sebbene espulso dall'università di Kazan e fratello di un criminale di Stato giustiziato, ottenne
all'esame dell'università di San Pietroburgo il titolo che gli rese possibile praticare la profes-
sione forense. A molti esiliati politici (circa 3900 nel 1901) era permesso, per quanto in con-
dizioni difficili e in remote regioni, di studiare o lavorare; molti fuggirono o ritornarono dopo
aver scontato la propria pena. Nel regno di Nicola le riunioni clandestine si moltiplicarono
con sempre maggiore frequenza e la letteratura illegale circolò all'interno del paese e attraver-
so le sue frontiere con relativa facilità. Centinaia di migliaia usufruirono ogni anno della liber-
tà di viaggiare all'estero e la speciale condizione della Finlandia la rese, sebbene parte dell'im-
pero, un paradiso per i rivoluzionari [...] Anche la polizia ordinaria non era tanto efficiente
quanto suggeriva l'idea della polizia di Stato. Sebbene non possa essere presa in termini defi-
nitivi, vi è una sorprendente valutazione che dà un rapporto polizia-popolazione sette volte
più grande per la Gran Bretagna e cinque volte per la Francia in confronto con la Russia. San
Pietroburgo nel 1897 aveva meno poliziotti, in proporzione, di Londra o Parigi, e solo un ter-
zo di quelli di Mosca nel 1980: uno ogni 510 abitanti contro uno ogni 160. Le proporzioni e-
rano peggiori nelle città più piccole, e ancora di più nelle campagne, dove i poliziotti erano
male addestrati, mal pagati e insufficienti: solo 7500 circa nel 1903».
Quanto all'Ochrana – e in assoluto contrasto con le mansioni di indagine, giudizio ed ese-
cuzione extralegali della GPU: altro che il veleno diffuso dal celebre pubblicista «tedesco»
degli anni trenta Emil Ludwig, che la vede come «il prototipo di quello che Stalin ha più tardi
chiamato GPU»!, altro che i luoghi comuni del pur antibolscevico Georgij Popov (Popoff)
che, dopo avere asserito che «i comunisti hanno ereditato dallo zarismo questo sistema tartaro
di dispotismo poliziesco», definisce la CEKA «Okrana comunista [...] eredità maledetta del
vecchio Stato poliziesco, il giogo tartaro vecchio di centinaia di anni [...] Okrana proletaria

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[...] della sua genitrice l'Okrana zarista»! – continua Vassiljev:
«I compiti della polizia segreta erano stabiliti esattamente: essa doveva scoprire tutti i mo-
vimenti diretti contro lo Stato e renderli innocui. L'Ochrana doveva talvolta occuparsi anche
di altri delitti, come assassinii e saccheggi e, in tempo di guerra, anche di certi atti di spionag-
gio. Si trattava però sempre di una attività puramente poliziesca. L'Ochrana doveva scovare i
malfattori: la loro punizione non era affar suo, ma spettava alle autorità giudiziarie. Bisognava
quindi consegnare o prima o poi i risultati delle indagini al Procuratore e l'Ochrana aveva sol-
tanto il diritto di trattenere le persone sospette per due settimane. Trascorso questo termine
l'arrestato doveva esser messo in libertà o consegnato regolarmente ai magistrati. In ogni se-
zione dell'Ochrana v'erano alcuni Procuratori che seguivano l'andamento delle indagini e ga-
rantivano la piena legalità delle misure che si prendevano. Non v'era che una sola forma di pu-
nizione extra-giudiziaria, cioè l'esilio, che si poteva infliggere in via amministrativa fino a
cinque anni. Si applicava spesso questo provvedimento, ma senza rigore, tanto è vero che ne-
gli ultimi anni gli esiliati potevano, volendo, andare all'estero anziché in Siberia; in questo ca-
so però era precluso loro per sempre il ritorno in Russia. L'affermazione che l'Ochrana abbia
fatto giustiziare di sua autorità qualche detenuto politico, è semplicemente stolta. I decreti di
morte invece non potevano essere emessi altro che dai Tribunali ordinari, e anche questo av-
veniva quasi esclusivamente in casi di omicidio; ma l'Ochrana non aveva niente a che fare con
tali condanne. Si poteva giustiziare (come del resto in tutti i paesi del mondo) senza processo
regolare, per ordine del comandante militare, soltanto in quelle regioni dove vigeva la legge
marziale. Il Governatore generale di Varsavia, per esempio, condannò a morte una volta un
gruppo di anarchici che avevano commesso vari delitti sanguinosi».
Nel 1862, malgrado sappia la realtà, il massone anarchico di lusso esule a Londra Mikhail
Bakunin – il pazzoide invasato che, c'informa Isaiah Berlin, pur ritenendo indispensabile una
«ferrea dittatura» nel periodo di transizione dalla perversa società reale, sogna «un nuovo cie-
lo e una nuova terra, un mondo nuovo e incantevole in cui tutte le dissonanze confluiranno in
un insieme armonioso: la chiesa democratica e universale dell'umana libertà» – lancia quella
che sarebbe dovuta restare per secoli la più terribile accusa contro l'autocrazia: «Il sistema za-
rista ha sterminato in qualcosa come duecento anni oltre un milione di vittime umane, a causa
di una specie di bestiale indifferenza nei confronti dei diritti umani e della vita umana».
Commentano Geller e Nekric, cui dobbiamo molti dei dati surriportati: «Il confronto tra i due
periodi – duecento anni di impero zarista contro quattro di quello staliniano [1929-33] – e il
rispettivo numero delle vittime dimostrano chiaramente la differenza tra autocrazia e totalita-
rismo, tra un corso immobilistico e una pazzesca rincorsa del progresso».
Ma più radicale dei due ebrei ex sovietici è Solzenicyn: «Tutte le perdite che il nostro po-
polo ha subito nei trecento anni presi in considerazione, a partire dall'Epoca dei Torbidi (ini-
zio del XVII secolo), non sono neppure lontanamente comparabili con le perdite e l'abiezione
del settantennio comunista [...] Ma neppure l'annientamento fisico di massa è la massima con-
quista del potere comunista! Tutti quelli che sfuggivano all'annientamento furono bombardati
per decenni da una propaganda che istupidiva e corrompeva l'anima, mentre si esigevano da
ciascuno segni continui e sempre nuovi di sottomissione. In più, dall'obbediente intellighenzia
si esigeva di interessarsi a questa propaganda nei minimi particolari. Questo ridondante e tri-
onfante trattamento ideologico fece sì che sempre più si abbassasse il livello morale e intellet-
tuale del popolo [...] In compenso in politica estera, oh!, qui sì che i comunisti non ripeterono
nessuna svista e nessuna cantonata della diplomazia zarista [...] I capi comunisti sapevano
sempre con esattezza quello che loro serviva, ogni azione era diretta sempre e soltanto verso
questo fine, senza mai un solo passo generoso o disinteressato: e ogni passo veniva misurato

162
con precisione, con totale cinismo, ferocia e perspicacia».
Insufficienti – in quanto dovute ad un'ovvia carenza documentaria e storico-prospettica,
oltre che ad un radicato antizarismo – sono invece alcune osservazioni del pur acuto anglo-
polacco Joseph Conrad nella Nota a «Sotto gli occhi dell'Occidente» (1920): «La ferocia e la
stupidità di un regime autocratico fuori da ogni legalità e fondato di fatto su di una totale a-
narchia morale è la causa di un ribellismo rivoluzionario puramente utopico che reagisce in
modo altrettanto stupido e atroce, complottando e distruggendo con ogni mezzo a disposizio-
ne, con la strana convinzione che la caduta di certe istituzioni umane sarà seguita da un radi-
cale mutamento dei cuori. Costoro non si accorgono di star cambiando soltanto i nomi. Sia gli
oppressori che gli oppressi sono russi; e il mondo deve ancora una volta riconoscere la verità
del detto secondo cui il lupo perde il pelo ma non il vizio» (corsivo nostro).
Utile infine apprendere qualche altra cifra sulle vittime provocate da nichilisti, narodovo-
lets, anarchici e socialrivoluzionari nel corso di attentati ad personam, lanci indiscriminati di
bombe, aggressioni, veri e propri atti di brigantaggio, rapine ed «espropri proletari».
In un trentennio, fino al 1906, i caduti sotto i colpi degli anarcorivoluzionari sono 12.000.
«Nel 1904» – scrive lo storico francese, filoterrorista, Jacques Baynac – «il potere aveva per-
so più di 2000 agenti civili e militari; l'anno seguente questo bilancio, già pesante, fu più che
raddoppiato. Secondo un computo sommario [del pubblicista M.] Kovalevskij pubblicato dal-
la Strana ["Il Paese"], questo primo anno di moti rivoluzionari fece 16.992 vittime (7331 mor-
ti). Su 1995 atti di "banditismo", 1691 rimasero impuniti. Ci furono poi 1629 saccheggi nelle
campagne, furono lanciate 244 bombe, furono incendiati 228 castelli, ci furono 75 distruzioni
di ferrovie, furono saccheggiati 118 depositi di armi e furono rubati allo Stato sette milioni di
rubli [...] nel corso di un'infinità di rapine politiche che i rivoluzionari chiamavano "espropria-
zioni" [trecentosessantadue nel solo ottobre 1905, una dozzina al giorno]. La stessa fonte rife-
risce che 215 rivoluzionari furono impiccati e 314 fucilati dopo regolare processo, 221 giusti-
ziati in seguito a processo sommario e 741 uccisi senza processo da squadre volanti».
Nel 1906, 4742 attentati falciano a morte 738 funzionari e 640 civili, ferendone 948 e 777
(dovuti al terrorismo del partito socialista polacco sono un centinaio di feriti e gli assassinii di
1 governatore aggiunto, 1 direttore di carcere, 2 magistrati, 3 giornalisti di destra, 14 alti fun-
zionari, 11 ufficiali, 7 gendarmi, 56 poliziotti e 9 altre persone). Tra il febbraio 1905 e il mag-
gio 1906, riferisce all'imperatore il governatore generale e viceré del Caucaso conte Illarion
Ivanovic Voroncov-Daskov, vengono assassinati nella regione 136 funzionari e 72 feriti,
mentre in tutto l'Impero si contano 3600 funzionari uccisi o feriti, «e probabilmente queste
cifre ufficiali sottostimano considerevolmente il fenomeno» (Sebag-Montefiore II).
Nel 1907, anno della sanguinosa rapina alla banca di Tiflis da parte di Stalin (375.000 ru-
bli in biglietti da 500, equivalenti a due milioni e mezzo di odierni euro, il 26 giugno alle ore
11, nell'esplosione delle bombe e nella fucileria cadono non le «tre persone» ammesse anche
da Eugene Lyons, ma una cinquantina tra militari e passanti e ne vengono feriti un centinaio;
il futuro ambasciatore e commissario agli Esteri Maksim Litvinov – «eccezionale organizza-
tore, egli fu incontestabilmente il principale sostegno di tutte le operazioni illegali condotte
all'estero dai bolscevichi», scrive Baynac – viene arrestato a Parigi il 6 gennaio 1908, alla Ga-
re du Nord in attesa di partire per Londra, in quanto trovato in possesso di parte dei biglietti
rubati: dopo energiche proteste del suo avvocato, che afferma il Nostro ignorare la provenien-
za del denaro, e malgrado la documentazione addotta da San Pietroburgo, viene rilasciato a
fine mese; la prima impresa bancofurtiva in assoluto si deve al rivoluzionario russo Fëdor «A-
leks l'ingegnere» Jurkovskij, che il 3 giugno 1879 aveva rubato un milione di rubli nel deposi-
to territoriale di Cherson; presa la rapina di Tiflis a modello, il 16 settembre 1940 i terroristi

163
del Lehi assalteranno a Tel Aviv, pur con risultati meno cruenti, l'APAK Anglo Palestine
Bank), si verificano 12.102 attentati: 1231 funzionari uccisi e 1284 feriti, mentre la popolazio-
ne registra 1768 uccisi e 1734 feriti. Nel solo aprile 1907, riporta infine Tom Reiss, in un'uni-
ca cittadina i terrosti di vari gruppi assassinarono una cinquantina di «uomini d'affari».
Nel 1908 gli attentati sono 9424: i funzionari uccisi sono 365, i feriti 571; i cittadini uccisi
1349, i feriti 1384. In tre anni, quindi, 26.000 atti criminali portano ad un «contributo alla
Causa» di oltre 7000 feriti e 6000 morti. Questi ultimi, sommati ai caduti precedenti, portano
a un totale di 18.000 assassinati dai rivoluzionari in 35 anni (Stanley Payne, docente di Storia
all'università di Wisconsin-Madison, dà 17.000 vittime, «circa la metà delle quali per inciden-
ti», per i soli anni 1905-10). È per contrastare tale ventata di criminalità che nel 1906 larghe
regioni vengono sottoposte a disposizioni speciali: le corti marziali, che restano in funzione
peraltro pochi mesi, comminano un migliaio di condanne capitali per terrorismo assassino.
Fonti sovietiche riportano 1139 esecuzioni per il 1907 e 1340 per il 1908; altre fonti, sempre
comuniste, parlano di 6000 esecuzioni complessive «nel periodo 1908-1912» o di 11.000 «nel
periodo seguente alla rivoluzione del 1905-1907» (la cifra più alta che si può ricavare è di
14.000 esecuzioni dal 1905 al 1914).
Altri «crimini» di cui viene fatto carico «lo zarismo» sono infine costituiti dai pogrom che,
iniziati ad Odessa nel 1871, comportano in quarant'anni un migliaio di uccisi (difforme, con
tutta evidenza non volendo concedere ulteriore terreno agli storici revisionisti, Steven Katz
scrive che, per il quarto di secolo tra il 1881 e il 1905, il numero delle vittime «almost cer-
tainly does not exceed 5000, quasi certamente non supera i 5000»). Paradossalmente tali ag-
gressioni di massa, sempre condannate dalle autorità centrali e nella stragrande maggioranza
dei casi frenate e punite da quelle locali (al pari di Stephen Berk, oltre a rilevare «l'assenza di
inviati governativi nelle piccole città e nelle campagne», Pipes nota che il governo imperiale
«non incoraggiava i pogrom antiebraici, né tantomeno li istigava», mentre Katz riporta che i
dimostranti furono arrestati a migliaia, e i responsabili di violenze furono processati, fustigati,
incarcerati, esiliati in Siberia ed anche condannati a morte), vengono spesso, come già rile-
vammo, incoraggiate dai rivoluzionari, anche ebrei, non per motivi razziali o religiosi, ma
come forma di «sano» terrorismo popolare contro gli sfruttatori.
In conclusione, le esecuzioni, i pogrom e i decessi in carcere nel mezzo secolo che va dal
1867 al 1917 ammontano in tutto a 25.000 persone, cifra da 1500 a 2500 volte inferiore alle
vittime provocate in cinquant'anni di esperimento bolscevico.
In tale mezzo secolo, inoltre, il trattamento riservato ai prigionieri è notevolmente peggio-
re: «Al tempo degli zar – scrive l'ex comunista Robert Conquest, docente di Storia alla Stan-
ford University – «la tortura era una rara eccezione, che destava scandalo, mentre era del tutto
sconosciuto il sistema degli ostaggi. Lo stesso Lenin, il più intransigente fra gli oppositori del
regime zarista, dovette subire l'esilio in un villaggio dove era libero di lavorare, riceveva lette-
re, otteneva permessi, poteva incontrare amici, andava a caccia, e così via. Invece, nel periodo
più recente, l'amico dell'amico di qualche modesto propalatore di una barzelletta contro il re-
gime veniva spedito in un campo, dove doveva lavorare con una alimentazione da fame e
senza speranze di rilascio». Infine, valutando le vittime del comunismo, «sarebbe certamente
errato pensare soltanto ai morti e dimenticare l'infinita quantità di miserie umane che risultano
e anzi sono parte del medesimo processo. La sofferenza delle mogli i cui mariti scomparvero
e dei figli rimasti orfani, non si può misurare. Il costo spirituale della denunzia forzata del
proprio genitore, il tormento mentale del coricarsi per mesi e per anni con la paura di un arre-
sto ingiusto e della morte non possono rientrare nelle statistiche; ma non sono, per questo,
meno tragiche e meno reali». Di tutto questo non è certo stato lo stalinismo la causa, per quan-

164
to ne sia stata l'espressione più radicale. Non è infatti storicamente né intellettualmente, e tan-
tomeno moralmente, corretto celare – come fanno il trotzkista Arturo Peregalli e il «russo»
Roy Medvedev («in sostanza, tra Lenin e Stalin non esiste quasi nulla di comune, né come
uomini né come militanti politici») – le più ampie responsabilità, nelle immani stragi, del «più
presentabile» leninismo, e dell'«ancora più angelico» marxismo.
Commenta Sensini: «Fu "Lenin – notava un profondo conoscitore della Russia e del suo
popolo come Pierre Pascal – a creare lo Stato sovietico con tutti i suoi princìpi, con tutto il suo
sistema e con tutte le modalità di funzionamento che sono poi continuate. Dopo, per l'essen-
ziale non vi era più nulla da aggiungere". Gli elementi fondamentali del "regime stalinista",
il partito-guida che tutto sa e tutto può, un’unica ideologia permessa, il terrore sistematico,
la pratica dell’internamento nei "campi di rieducazione" e il culto della personalità, erano
[...] tutti presenti e perfettamente operativi già sotto il "regno di Lenin"». Lo affianca Sebag-
Montefiore (II): «Circola tuttora largamente la convinzione che lo stalinismo sia stato una di-
storsione del leninismo. Ma a contraddirla c'è il fatto che nel dopo Ottobre, per parecchi mesi,
i due furono indistinguibili. La verità è che nei cinque mesi successivi Lenin favorì la carriera
di Stalin tutte le volte che ne ebbe l'occasione. Fu lui a spingere, da solo, in direzione di una
politica sfrenatamente sanguinaria, come mostrano gli ordini recentemente affiorati dagli ar-
chivi e pubblicati da Richard Pipes nel suo Unknown Lenin. Quanto a Stalin, Lenin sapeva
quel che faceva lasciandogli mano libera. Si rendeva cioè conto che "lo chef cucinerà qualche
piatto molto piccante". Lo stalinismo non fu una distorsione ma uno sviluppo del leninismo».
Quanto alla ascendenze ideali e temporali, è il detto Nikolaj Valentinov, confidente del
Rabbino di Simbirsk per tutto il 1904, alla vigilia della rottura con i menscevichi, a ricordarne
la vigorosa rivendicazione: «Marx ed Engels hanno già detto tutto. Se il marxismo deve esse-
re sviluppato non può esserlo se non nella direzione indicata dai suoi fondatori. Le revisioni
non sono ammesse. Ai revisionisti si deve rompere il grugno. Non si tollerano correzioni alla
dottrina di Marx, né al materialismo storico, né alla teoria economica marxista, né alla teoria
del valore-lavoro, né al concetto di rivoluzione sociale, né a quello di dittatura del proletaria-
to; non si correggono, insomma, i princìpi fondamentali del marxismo». Ancor più, quanto
più chiare sono le parole di Marx nel 1852: «Vae victis! Noi non abbiamo riguardi; noi non ne
attendiamo da voi. Quando sarà il nostro turno non abbelliremo il terrore».
Riassume il grande sociologo dissidente Aleksandr Zinovev (I): «È lo stalinismo, e non il
leninismo, la manifestazione più piena dell'essenza del comunismo. Il leninismo non è che la
premessa allo stalinismo, il suo embrione, o meglio l'ambito in cui l'embrione si è sviluppato.
Ed ha subito la sorte che storicamente si meritava [...] Tra l'altro, gli attacchi cui Marx, Engels
e Lenin sottoponevano gli avversari nei loro scritti sono stati, nel loro genere, la premessa agli
attacchi staliniani nella società comunista reale che, sotto il vessillo ideologico del marxismo,
aveva riportato la vittoria. Stalin fu il marxista più ortodosso e fedele. Quando gli si assegna la
parte di diavolo in mezzo alle schiere angeliche del marxismo, non si purifica un fantomatico
limpido marxismo dalle sozze macchie dello stalinismo, ma si cerca semplicemente di na-
scondere la vera essenza del marxismo, che Stalin ed i suoi compari avevano svelato in pieno
con estrema evidenza [...] Erano tutti delle squallide e vili nullità e delle canaglie. E lui era
stato la canaglia e la nullità più insigne fra loro. Ma aveva cercato di costruire il paradiso co-
munista su questa terra, facendo in modo che tutti gli uomini vi si adattassero. E se poi dai
suoi progetti è scaturito un terrificante abominio, non sono che sciocchezzuole, sviste stori-
che, e non il prodotto del piano deliberato di un mascalzone».

165
VI

BOLSCEVICHI

E della guerra perduta chi era che in Russia aveva beneficiato? Lo Zar e le classi dirigenti della Santa
Russia annientati o in esilio dopo lutti, sacrifici e devastazioni? No, perché tutti sanno che sono stati
annientati e dispersi pel mondo occidentale, come rifugiati e scampati. Chi ne aveva avuto i maggiori
benefici quando ormai è noto ai meno ferrati che su 22 commissari (Ministri) del Governo Bolscevi-
co, 21 erano ebrei integrali, mentre Lenin solo era meticcio? E chi vuole rivedere le liste dei dirigenti
e l’elenco dei rappresentanti di quel Governo e dei suoi organi, sia all’estero che in Patria, non avrà
che esclamare con meraviglia trattarsi di una completa tribù di Israele a spese e danno del vero popolo
russo. Spese e danno che in questo caso significa morte per deportazione, lavori forzati, carestia arti-
ficiosamente preparata, dominio del pensiero filosofico razionalista e pervertimento dei sensi per sco-
pi “esperimentali”; disprezzo delle leggi e dei princìpi fondamentali di vita.

Cabrini L., Il potere segreto - Dal 25 aprile 1915 al 25 aprile 1945, dal 25 luglio 1923 al 25 luglio 1943 -
Ricordi e confidenze di Giovanni Preziosi, 1951

Hitler attribuiva tutta la responsabilità della Rivoluzione d'Ottobre agli ebrei comunisti, contro cui gli
Untermenschen slavi non sarebbero stati in grado di difendersi.

Francine-Dominique Liechtenhan, Il laboratorio del Gulag, 2009

La nostra è una nuova morale. La nostra umanità è assoluta perché ha le basi nel desiderio dell'aboli-
zione di ogni oppressione e tirannide. A noi tutto è permesso, poiché siamo i primi al mondo a brandire
la spada non per la schiavitù e l'oppressione, ma in nome della libertà e dell'emancipazione dalla schiavi-
tù. Noi non combattiamo gli individui. Noi cerchiamo di distruggere la borghesia come classe.

da Krasnyj mec, "Spada rossa", organo ufficiale della Ceka, 18 marzo 1921

«Biografare i capi sovietici» – nota nel 1960 lo storico ungaro-britannico Georg Paloczi-
Horvath trattando dell'allora segretario del PCUS Nikita Krusciov – è spesso un'impresa che
s'apparenta al lavoro di un archeologo. Occorre leggere centinaia, anzi migliaia di articoli di
giornale, resoconti di conferenze, discorsi e interviste per raccogliere una qualche "notizia
personale e privata", quelle notizie che sui capi politici nel resto del mondo si possono ottene-
re in cinque minuti. La vita pubblica in Russia è del tutto spersonalizzata o, detto altrimenti: la
vita privata di chi è sotto i pubblici riflettori è tabù. Secondo l'ideologia marxista, tutto ciò che
è privato è privo d'importanza. In tal modo, ad esempio, nessuno dei matrimoni di Stalin è sta-
to reso pubblico in Unione Sovietica. La stampa e la radio sovietiche non prendono in consi-
derazione la vita familiare, le passioni o gli hobby delle personalità pubbliche».
Comprensibile quindi come ancora tutt'oggi, dopo mezzo secolo, persistano discrasie e
difformità anche sostanziali sulla nomenklatura. Quelle discrasie e difformità che nella pre-
sente opera abbiamo cercato di eliminare col massimo del senso critico, dell'onestà intellettua-
le e dell'acribia, doti del vero, disincantato, ricercatore.

166
Anche se ancora nel 2009 il pur pregevole Ralf Georg Reuth scrive che, per quanto fosse
detto di cognome Zederblom, «der Bolschewistenführer gar keine Jude war, il capo dei bol-
scevichi non era affatto ebreo» (aggiungendo, a sua ulteriore vergogna, che parlare di «bol-
scevismo ebraico» è fare del «mito» e propalare «clichè»), e il volonteroso anticomplottista
Errico Buonanno cerca di farci credere che «non erano israeliti né Lenin né Stalin», e l'altret-
tanto volonteroso Francesco Germinario (II) assevera che «è difficile dimostrare che Lenin ha
origini ebraiche», è oggi ormai apertamente ammessa l'origine ebraica di Vladimir Ilic Ulja-
nov dit Lenin – il più famoso dei centosessanta pseudonimi da lui utilizzati – quale quarto- o
anche demi- se pure non tout-juif.
Nato a Simbirsk il 10 aprile 1870 (e morto a Gorkij presso Mosca il 21 gennaio 1924 dopo
vari ictus iniziati con l'emiparesi destra il 25 maggio 1922 e continuati col secondo ed il terzo
del 13 dicembre) da stirpe paterna calmucco-ciuvascia battezzata ortodossa Uljanov (cogno-
me che peraltro Alexander Beider dice tout court omonimico ebraico; Eugenio Saracini dà poi
come ebrea la nonna paterna), «il più umano degli uomini» (dixit Dora Abramovna Lazurkina
al XXII Congresso nell'ottobre 1961) discende da nonno materno «ucraino» anch'egli conver-
tito ortodosso (o, per Stefan Possony, luterano) Aleksandr Dmitrievic Blank, studi in medi-
cina a San Pietroburgo, ispettore medico (e quindi, automaticamente, «consigliere di Stato» e
nobile ereditario, possidente terriero) sposato con Anna Grigorevna (per Possony, Ivanovna)
Großkopf/Groschoft/Groschopf (verosimile tedesca evangelico-luterana, figlia del tedesco-
baltico Johann Gottlieb Großkopf/Grosshoft, nato a Lubecca nel 1766 e portatosi nel 1790 a
San Pietroburgo, ove diviene ricco mercante).
In realtà, Aleksandr Dmitrievic Blank sarebbe (il condizionale è d'obbligo, stante il pro-
verbiale camaleontismo arruolatico) nato Srul/Izrail/Sender Moiseevic Blank dal bisnonno
Moshe/Mosko/Mojcka Itzkovic Blank (commerciante di alcolici nella volinica Starokon-
stantinov, individuo marginale nella locale comunità ebraica, fattosi battezzare cristiano orto-
dosso alla morte della moglie) e Anna Karlovna Ostedt (svedese per Possony e Volkogonov,
ma che, deduciamo da Robert Service I che peraltro non ne fa il nome anche se in II scrive:
«sua madre discendeva senz'altro da ebrei scandinavi», ben potrebbe essere ebrea; a proposito
di Service, nel dicembre 2002 un sintomatico Riccardo Calimani avverte: «Sarà curioso se-
gnalare al lettore di Shalom che Lenin, che aveva un nonno ebreo, era talmente staccato dalle
sue origini che potrebbe essere definito un antisemita [sic!]. Questo tuttavia [sic!] è solo un
fatto curioso in un volume che invece [sic!] si rivela serio e ben documentato»), la quale gene-
ra anche quattro altre figlie e il maschio Abel (anch'egli poi convertito, col nome di Dmitrij).
Mentre Ivor Benson ipotizza un'origine ebraica della Großkopf e nel 1961 il biografo
sempre ebreo David Shub riporta in una lettera sul n.63 del periodico degli emigrati Novyi
Zhurnal che la madre era ebrea dal lato paterno e fors'anche materno, nel 1979 in Nell'occhio
del Cremlino, il duo Fausto Coen e Luciano Tas – verosimilmente seguendo il periodico e-
braico francese L'Arche n.161 del 1970 – scrive che sua figlia Miriam/Marija Aleksandrov-
na Blank, «nata ebrea da genitori entrambi ebrei, si era convertita alla Chiesa ortodossa per
sposare Ilja Nikolaevic Uljanov [ispettore e poi direttore delle scuole popolari della provin-
cia di Simbirsk, quindi «consigliere di Stato» e nobile ereditario, autorizzato a farsi chiamare
«Eccellenza»]». In quest'ultimo caso, il quarto-ebreo Lenin sarebbe quindi – testimonianza
dell'«italico» duo – addirittura mezzo-ebreo per sangue e tutto-ebreo a norma halachica!
Mentre anche Zeev Ben-Shlomo sul londinese Jewish Chronicle del 26 luglio 1991, Jessie
Zel Lurie sul Broward Jewish Journal del 25 febbraio 1992 ed ancora lo Jewish Chronicle del
21 aprile 1995 rivendicano l'ebraicità del «Vecchio» (tale, come del resto «il Calvo», viene
soprannominato sulla base di evidenti caratteristiche fisiche), l'ineffabile Gustavo Ottolenghi

167
II lo dice «ebreo» tout court, dandone le «generalità corrette» in «Issaschar Zederblum» (in-
vero, anche l'«antisemita» Wilhelm Meister lo dice Zederblum, ma dobbiamo tener conto che,
a differenza del confratello Ottolenghi, scrive nel 1919 e non nel 1995).
È d'altronde vero, riporta Sigilla Veri, che il 30 settembre 1922 il giornalista («inglese»?)
John Pollock lo aveva dato, sul londinese Morningpost e basandosi su «fonti assolutamente
sicure», di cognome «Zederbaum», «figlio di un ebreo tedesco emigrato in Russia ed ivi, se le
mie fonti non s'ingannano, adottato da un nobile russo, il cui figlio legittimo, Nicolaus Ullia-
nov Lenin, era stato impiccato nel 1905 per avere partecipato ai moti rivoluzionari».
Errando, a parer nostro per carenza documentaria stante la correttezza dell'opera, Sigilla
Veri riporta pure che «secondo una fonte russa finora rivelatasi degna di fede, Lenin era uno
dei figli di tale Goldmann, esiliato in Siberia nel 1877 per falsificazione di moneta. Lenin sa-
rebbe stato circonciso quale Chaim Goldmann e cresciuto ed educato a Simbirsk dalla moglie
del maestro Ulianov. Come Pollock sia giunto al cognome "Zederbaum" o se Lenin abbia por-
tato entrambi i cognomi per camuffarsi, non l'abbiamo potuto finora accertare in modo ine-
quivocabile. I dati finora a nostra disposizione si contraddicono talmente che più volte abbia-
mo avuto l'impressione che si cercasse di indirizzarci su false piste».
In realtà, anche se è vero che il generale conte Cherep-Spiridovich lo aveva dato, in The
Secret World Government, figlio di tale Zederbaum ebreo calmucco, meno azzardato dell'Ot-
tolenghi in quanto dotato di minore possibilità documentaria era stato negli anni Quaranta,
davanti alla Commissione Dies, anche il deputato del Montana Jacob Thorkelson, che aveva
identificato il nome e cognome del Sanguinario in «Chaim Goldman». In ogni caso già nel
1918 l'antibolscevico M. Perwoukhine aveva rilevato: «Anche quasi ieri, parlando di Lenin,
qualche giornale italiano di nuovo lo chiamava "Zederbaum" o "Zederblum", ripetendo un
errore ormai abusato: il vero nome di Lenin è Ulianow»; il 20 luglio 1924 l'agenzia Urbs-
Roma aveva poi posto, nel bollettino n.89 titolato «Cronache russe e rosse. Nomi alla mano. Il
sovietismo russo non è ebreo?», alla testa dei 165 nomi di rivoluzionari quasi tutti ebrei il
nome di Lenin, «marito di un'ebrea e figlio di un'ebrea».
Settant'anni più tardi, è Volkogonov ad ammettere, nella biografia del composito Uljanov:
«Sì, Lenin aveva origini tedesche, ebraiche, protestanti, ortodosse, calmucche e russe. Niente
di più normale in un paese multinazionale come la Russia! E tuttavia per settant'anni fu un
segreto di Stato. Chi evocava la questione era un eretico». Più sbrigativo/riduttivo è il Dizio-
nario del comunismo: «Nelle sue origini si mescolavano vari elementi etnici e, benché la di-
scendenza [sic!, forse meglio: «l'ascendenza»] di Lenin sia tuttora oscura, in lui era certamen-
te presente sangue ebraico e, con ogni probabilità, calmucco. Le peculiarità etniche, in ogni
caso, non ebbero alcuna influenza sulla sua formazione». Mentre il pio sovietologo Vittorio
Strada (II), dopo avere inneggiato che «solo un abietto razzismo» può imputare i crimini del
bolscevismo al sangue ebraico del «più grande discepolo di Marx», ci informa che il ferreo
silenzio di Stato sulle sue origini era stato imposto da Stalin nel 1933, altrettanto riduttiva-
mente franco sulle origini del Multiforme è il dottor Tankred Golenpolsky, editore della
"Gazzetta Ebraica" di Mosca, in una lettera a Moment, «il più diffuso periodico ebraico» negli
USA, numero dell'ottobre 2000: «In Russia abbiamo avuto più di un ebreo a coprire le massi-
me cariche: il primo ministro Lenin, il leader comunista bolscevico Trockij, il primo presiden-
te sovietico Sverdlov, e tanti altri. Nessuno di loro fu, comunque, religioso».
«Nel suo albero genealogico» – aggiunge Sebag-Montefiore (II) – «c'erano personaggi
imbarazzanti [!]: la madre era la nipote di Moshe Blank, un mercante ebreo che aveva sposato
una svedese. La rilevante presenza ebraica nelle file bolsceviche fu sempre un tasto dolente
nella Russia sovietica. Nel 1932 Anna Uljanova, la sorella di Lenin, scrisse a Stalin sulle a-

168
scendenze ebraiche della famiglia. "Assolutamente non una parola di questa lettera!" scara-
bocchiò Stalin sul foglio. La lettera rimase segreta fino agli anni '90 del Novecento».
Ben significativo il ritratto tracciato dal «marxista-legale» e coetaneo Pëtr Struve: «L'im-
pressione che Lenin mi fece, e che mi resterà per sempre, fu spiacevole [...] L'ho avvertito su-
bito come un nemico, anche quando eravamo vicini [...] La brutalità e la crudeltà di Lenin,
avvertite fin dal nostro primo incontro, erano indissolubilmente legate a un'irrefrenabile pas-
sione per il potere [...] Quel che è terribile in Lenin è il mélange di ascetismo personale, di ca-
pacità di autoflagellarsi e di flagellare gli altri, che si esprime in un astratto odio sociale e in
una fredda crudeltà politica».
Come che sia, nei primi anni del Novecento di tale pot-pourri di ascendenze il Nostro è
fiero, vantando con la sorella Anna la propria componente ebraica e che nella Russia meridio-
nale gli attivisti ebrei costituiscono la metà dei rivoluzionari. In seguito, affermerà a Maksim
Gorkij che i russi escono sconfitti a confronto con gli ebrei: «Mi dispiace per le persone intel-
ligenti. Noi non ne abbiamo molte, di persone intelligenti. Siamo una popolazione in larga
parte dotata, ma abbiamo una mentalità pigra. Un russo brillante è quasi sempre un ebreo o
una persona con sangue ebraico».
Conclude Service: «Se in URSS c'era un gruppo nazionale di cui avesse un'opinione favo-
revole, non erano i russi, ma gli ebrei. Secondo [la sorella minore] Marija Ilinicna, Lenin era
fiero di avere sangue ebraico nelle vene, perché gli ebrei si erano resi meritevoli di moltissimi
successi in campo politico, scientifico e artistico in proporzione al loro numero. Ma non era
un filosemita per principio. Negli ebrei ammirava il ruolo attivo e positivo che avevano svolto
per creare in Russia una moderna cultura occidentale, europea. Lenin voleva che i russi – e si
considerava un russo europeo – facessero lo stesso».
Un riassunto della questione lo stila poi, trattando dell'ascendenza dei più vari protagonisti
del bolscevismo, il confratello Yuri Slezkine, docente di Storia Generale e dell'Europa Orien-
tale all'Università della California a Berkeley: «Ma il più delicato caso concernente la nazio-
nalità fu, naturalmente, quello di Lenin. Nel 1924 la sorella Anna scoprì che il loro nonno dal
lato materno, Aleksandr Dmitrievic Blank, era venuto al mondo quale Srul (Israel), figlio di
Mosko Itzkovic Blank nello sthetl di Starokonstantinov in Volinia. Quando Kamenev ne ven-
ne a conoscenza, disse: "Io l'avevo sempre pensato", alla qual cosa Bucharin avrebbe risposto:
"A chi importa quello che pensi? La questione è: e ora cosa facciamo!" Cosa "essi" fecero o,
per dire più esattamente, cosa fece il Partito attraverso l'Istituto Lenin, fu di dichiarare la noti-
zia "non idonea ad essere diffusa", ordinando di conservare il segreto. Anna Ilicnina pregò
Stalin nel 1932 e ancora nel 1934 di ripensarci; nella scoperta ella vedeva da un lato una im-
portante conferma scientifica delle "qualità straordinarie della stirpe semitica" e dell'"influsso
straordinariamente benefico di quel sangue sui figli di matrimoni misti", dall'altro un'arma
formidabile contro l'antisemitismo "in virtù del prestigio e dell'amore goduti da Ilic presso le
masse". L'ebraicità di Lenin, così argomentò, era la miglior attestazione della giustezza del
suo punto di vista che la nazione ebraica possedeva una particolare "'tenacia' nella lotta" e una
predisposizione altamente rivoluzionaria. "In generale", concluse, "non capisco che motivo
dovremmo avere, noi comunisti, a tenere nascosto questo fatto. Logicamente ciò non discende
dal riconoscimento dell'eguaglianza di tutte le nazionalità". La risposta di Stalin fu l'ordine "di
conservare un silenzio assoluto". Anna Ilicnina obbedì. Ai nemici del regime non vennero
quindi fornite ulteriori munizioni antisemitiche».

* * *

169
Quanto a Stalin, nato Iosif (Josseb in georgiano) «Soso» Vissarionovic Dzugashvili – il
«meraviglioso georgiano» (così Lenin a Gorkij nel 1912) alias «il becchino della rivoluzione»
(così un rancoroso Trockij), «un Gengis Khan che ha letto Marx» e «il Gengis Khan della ri-
voluzione russa» (così Bucharin) per finire con «this Hitler-like mass murder, questo assassi-
no di massa à la Hitler» (così l'ebraica coppia Prager/Telushkin I) – sono finora corse le voci
più varie. In attesa di una definitiva chiarificazione come per Lenin e avendo presente ogni
aspetto sia storico che personale del dibattito, possiamo concludere che abbia avuto parte, an-
che se non cospicua, di sangue ebraico. Ricordiamo comunque sempre quanto ci palesa il con-
fratello Alfred Nossig: «Una sola goccia di sangue ebraico esercita la propria influenza, attra-
verso una lunga serie di generazioni, sulla fisionomia spirituale di intere famiglie» (Integrales
Judentum, 1922). In ogni caso anche per il Nostro valgono – certo, ovviamente se ebreo – non
solo i concetti del principio rabbinico yisrael af-al-pi she-hata yisrael hu («un ebreo resta e-
breo malgrado tutti i suoi peccati»), ma anche quelli espressi dal poeta Karl Jay Shapiro in
Poems of a Jew: «Un ebreo che diviene ateo resta un ebreo. Un ebreo che si fa cattolico resta
un ebreo». I puristi della documentazione possono comunque considerarlo un puro georgiano.
Alcuni dati sull'Atez Narodav "Padre dei Popoli" o Mudry Otec "Saggio Padre" o «il Padre
di tutti i tempi e di tutti i popoli» (Giancarlo Lehner), il Vozd "Condottiero", Chozjain "Padro-
ne" (termine dalle connotazioni non simpatiche, usato in sua assenza), «il Lenin di oggi», «il
grande statista», «il più saggio degli uomini», definito ingiustamente da Trockij, contra la de-
finizione leniniana del «meraviglioso» georgiano, «Vydajuscajasja Posredstvennost, l'Emi-
nente Mediocrità» del Partito e descritto nel 1917 dallo storico menscevico N.N. Suchanov,
poi sua vittima, come una persona che non faceva più impressione di una «macchia grigia» (in
realtà, sue micidiali espressioni, caratteristiche fin dai primi articoli del 1905, furoreggeranno
imponendosi al mondo, al tempo delle Grandi Purghe, divenendo incrollabili topoi del marxi-
smo applicato: hak izvestno, «come si sa bene», usata in luogo di prova per dar peso ad affer-
mazioni controverse, e ne slucajno, «non è un caso», usata per affermare un rapporto tra due
avvenimenti quando non esiste prova né probabilità che tale rapporto esista):
1. nel 1893 è stato seminarista nel collegio ortodosso di Tiflis (in georgiano: Tbilisi);
2. tra la quarantina dei più noti nomi di battaglia ricordiamo David, Nisceradze, Cicikov,
Ivanovic, Koba (verosimilmente assunto nel 1893 dal nome dell'eroe del dramma di Ilja Cav-
cavadze – padre del rinascimento culturale georgiano, assassinato il 28 agosto 1907 dai bol-
scevichi per essersi espresso contro la sinistra rivoluzionaria... stessa fine fa l'arcivescovo Ni-
kon, esarca della Georgia, il 28 maggio 1908 – o forse meglio del brigante vendicatore, nobile
protagonista à la Robin Hood del romanzo "La parricida" del poeta georgiano Kazbegi, o
dall'omonimo aggettivo turco «indomabile», o dal padrino ed amico di famiglia, ricco mer-
cante ed eroe locale Jakov «Koba» Egnatashvili, e non, come talora affermato da superficiali
«antisemiti», contrazione di «Kochba», il Bar Kocheba «figlio della stella» capo della rivolta
giudaica del 132 d.C., e tantomeno dal biblico koba, «elmo») e infine Stalin, inteso come
«uomo d'acciaio», usato per la prima volta in un articolo del 1912, usuale dal 1913, ufficiale
nel 1917; al contrario, l'uso dei meno nobili soprannomi di Ciopura "Butterato" o Joska Kor-
javyi "Peppino il Butterato", legati alle cicatrici lasciategli dal vaiolo sul volto, e di Geza,
"Zoppo", legato alle conseguenze di un grave investimento da parte di un carro a dodici anni,
negli anni Trenta avrebbe comportato il carcere o la morte;
3. è nato ufficialmente a Gori il 9 dicembre 1879 (data vecchio stile, corrispondente al 21
dicembre del calendario gregoriano; in realtà, rileva Radzinsky, la vera data è il 6 dicembre
1878, vecchio stile) dall'osseta-mongola Ekaterina «Keke» Georgijevna (o Favrielovna) Ge-
ladze del villaggio di Gambareuli e da Vissarion «Beso» Dzugashvili – contadino-ciabattino

170
del ceppo dei Makalaki, individui da secoli noti nel Caucaso come prestatori di denaro – del
quale Conquest avanza anche una possibile origine osseta, con originario cognome Dzugaev;
4. il cognome Dzugashvili, da taluni, compreso lo storico spagnolo Joaquin Bochaca, in-
terpretato fin dagli anni Venti come «figlio di Giuda», potrebbe invece derivare da dzuga,
«ferro» in un dialetto caucasico, o, come ipotizza Sebag-Montefiore II che nega tale etimolo-
gia, dalla radice georgiana dzogi, "mandria", poiché i Dzugashvili erano stati mandriani;
5. taluno riporta una conversione dal giudaismo al cristianesimo ortodosso degli avi pa-
terni, a inizio Ottocento: in effetti, e ciò vale anche per Berija, l'ebreo J.M. Judt nota che, a
differenza di genti come quelle cazare, «la storia degli ebrei caucasici favorì la loro assimila-
zione razziale. Fino al VI secolo godettero di una completa parità di diritti, come anche della
simpatia degli autoctoni. Molti stirpi ebraiche, ad esempio quella dei bagratidi, giunsero alla
vetta del potere [...] Gli ebrei non sono [in genere] derivati da incroci razziali con le popola-
zioni autoctone, né per via del proselitismo, né attraverso i matrimoni misti. Singoli casi di
assimilazione non possono in alcun modo testimoniare di una diversità fisica. Solo gli ebrei
del Caucaso costituiscono un'eccezione», tesi sostenuta anche da Rabbi Louis Israel Newman,
che riporta influssi di sangue ebraico non solo tra gli armeni, ma anche in popoli propriamente
caucasici come i chewsuri, i lesghi, gli svaneti, i tat, gli osseti e i ceceni, e da Gislero Flesch,
per il quale «i popoli del Caucaso, come non formano un'unità razziale, così non formano
nemmeno una unità etnico-religiosa: stirpi pagane, cristiane, maomettane ed ebraiche vivono
colà attigue e frammiste. Circa queste ultime, lo scrittore caucasiano Essad Bey [l'ebreo Lev
Nissenbaum!] fa queste osservazioni: "Tutti i popoli caucasici, senza eccezione, hanno eredi-
tato qualcosa dagli ebrei: o parole del Vecchio Patto, o costumi, come quello dell'obbligo per
la vedova di sposare il cognato. In ogni caso, fra le popolazioni caucasiche, il tipo di volto
semitico è diffusissimo [...] Selvaggi e brutali guerrieri, cavalieri e briganti, se vestissero co-
me un rabbino o come un mercante galiziano, non si potrebbero da costoro per nulla distin-
guere. Molti popoli riconoscono con fierezza la loro origine giudaica, considerata particolar-
mente onorevole [...]". L'incrocio, in questa terra, di tante razze, ci rende dunque quasi impos-
sibile il ritrovare in Stalin le caratteristiche pure di una razza»;
6. taluno, in particolare alcuni polemisti veterocattolici, dà per ebreo il nonno materno,
peraltro senza portare al lettore la minima documentazione (del resto, spesso costoro, come il
sacerdote tradizionalista don Luigi Villa o lo studioso cattolico tradizionalista antimassonico
Epiphanius, dicono ebrei anche Hitler, Goebbels, Hess, etc.);
7. ipotesi sull'ascendenza di Stalin, per quanto non sull'etnia, ci vengono da Fritz Becker
(I): figlio illegittimo di Nikolaj Michajlovic Przewalski, il famoso esploratore dell'Asia Cen-
trale che aveva frequentato la casa in cui Ekaterina Geladze era a servizio, la quale avrebbe
impalmato, gravida del futuro Padre dei Popoli, l'accomodante Vissarion, fatto poi assumere
quale operaio in un calzaturificio; la tesi dell'illegittimità viene convincentemente smentita sia
da Radzinsky (II) che da Sebag-Montefiore (II), per quanto Sebag-Montefiore (I) la riprenda,
avanzando la possibilità che il padre fosse addirittura un pope o il padrino Egnatashvili;
8. favorevoli alla tesi di una qualche percentuale di sangue ebraico nel Nostro sono invece
Schwartz-Bostunitsch, che fin dal 1937 afferma l'ascendenza osseta (antico ceppo iranico) del
padre ed ebraica della madre, figlia di un venditore ambulante (stando a Philippe Ganier Ray-
mond, l'ebraicità del nonno materno, originario di Kutais, viene affermata anche dal georgia-
no Imam Raguza, suo biografo, e dal russo-georgiano Robakidze, autore del volume "I marti-
ri"), nonché, con Maurice Pinay, il duo Jack Fishman (caporedattore esperto in problemi so-
vietici e vicedirettore di The Times) e J. Bernard Hutton (nato in Cecoslovacchia, negli anni
Trenta caporedattore agli esteri della sovietica Vecherniaja Moskva, indi attivo nel ministero

171
degli Esteri ceco in esilio a Londra): «Nel XIII e XIV secolo, al tempo di Gengis Khan e Ta-
merlano, la Georgia è invasa dai turchi e dai mongoli. Il tipo puramente georgiano scompare.
Negli anni seguenti vediamo sopraggiungere ondate di immigrazioni provenienti dall'Iran.
Questa gente penetra in Georgia attraverso l'isola di Dzu, assieme a marrani e ad ebrei porto-
ghesi che praticano in segreto la loro religione. È infatti rimasto l'uso nel dialetto di questa
regione di definire un israelita con la parola "Dzuga", che significa nativo dell'isola di Dzu.
Quando, alcuni secoli dopo, si cominciarono ad usare i cognomi per la gente di Georgia, fatta
eccezione dei nobili, i discendenti di questi emigranti dell'isola Dzu divennero "Dzugascvili",
che significa "Figli di Dzu". Il cognome "Dzugascvili" denuncia chiaramente che Stalin aveva
sangue ebreo nelle vene. Egli comunque non lo smentì, né lo confermò mai. È difficile stabili-
re per quante generazioni la famiglia di Stalin abbia praticato la religione ebraica. Alcuni sto-
rici affermano che il nonno [paterno] di Stalin [, di nome Zaza,] fosse ebreo».
A prescindere da ogni discorso sull'ascendenza, quello che è certo, nota Sebag-Montefiore
(II), è che «il successo di Stalin fu dovuto almeno in parte all'insolita combinazione di cultura
(un frutto degli anni del seminario) e violenza di strada. Egli incarnava una rarissima combi-
nazione: "intellettuale" e insieme assassino. Non sorprende che nel 1917 Lenin individuasse
in Stalin il luogotenente ideale per la sua rivoluzione violenta e assediata»; «estremista e co-
spiratore nato, l'Uomo in Grigio era un vero credente, "un marxista fanatico fin dalla giovi-
nezza". I violenti riti del mondo segreto dei cospiratori caucasici (il mondo di Stalin) si sareb-
bero a tempo debito trasformati nella peculiare cultura di governo dell'Unione Sovietica».
Ben è vero che l'utopia del Mondo e dell'Uomo Nuovo avrebbe prodotto l'inferno del Gu-
lag, ma tale inferno non sarebbe stato che l'attualizzazione delle antiche «doglie messianiche,
chevleh mashiach» o «segni del messia, otot ha-mashiach» – la cui prevista terribilità aveva
fatto dire a due piissimi Maestri di Sanhedrin 98b: «che il Messia venga, ma che io non lo
vegga», quei tormenti, dolori e catastrofi al termine delle quali, aveva asseverato Isaia XIII 11
e XIV 5, sarebbe stata abbattuta l'«arroganza dei tiranni, gaavat aritsim», spezzato lo «scettro
dei dominatori, shevet moshlim» – le convulsioni impazzite dopo le quali si sarebbe aperta
l'Era della Pace, il Regno, l'ultimo, definitivo, eterno periodo di redenzione. Il poeta romanti-
co, il giovane Stalin, continua Sebag-Montefiore (II), «stava diventando il "fanatico convinto"
con una "fede quasi mistica", cui avrebbe dedicato la sua vita senza mai vacillare. Ma in che
cosa propriamente credeva? Lasciamo che sia lui stesso a spiegarlo. Il marxismo di Stalin si-
gnificava che "soltanto il proletariato rivoluzionario è destinato dalla Storia a liberare l'umani-
tà e a portare la felicità nel mondo"; ma prima di realizzare il "socialismo scientificamente
dimostrato" l'umanità sarebbe passata per grandi "prove e sofferenze e trasformazioni". Il mo-
tore di questo provvidenziale progresso era "la lotta di classe: il marxismo è la liberazione del-
le masse, che è a sua volta il catalizzatore dell'emancipazione individuale"».

* * *

Tra gli altri ebrei bolscevichi – simpatico il rilevo del confratello Calimani (VIII), per il
quale dopo la rivoluzione del febbraio 1917, «molti Abraham divennero Aleksandr, i Salo-
mon si trasformarono in Semën, i Moissei in Michail, ecc.»! – si distinguono:
Aleksandr E. Abramovic (intimo di Lenin a Zurigo, è il più importante tramite con la Rä-
terepublik "Repubblica dei Consigli" bavarese, poi dirigente Komintern), Aleksandr Lasare-
vic Abramov alias Jakob Abramov-Mirov (vecchio bolscevico, pseudonimi Aleksandrov, Ja-
kov, Lasarev, Abramov-Mirov e Mirov, tra i massimi boss kominternisti, braccio destro di
Manuilskij, capo del Settore OMS Otdel Mezdunarodnoi Svjazi, la segretissima "Divisione

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per le Relazioni Internazionali" che all'interno del Komintern gestisce lo spionaggio, la cospi-
razione, la distribuzione di fondi e la trasmissione delle istruzioni del Komintern in Europa,
braccio destro di Vilgelm Knorin, dall'ottobre 1936 organizzatore dei servizi di spionaggio
sovietici nella guerra civile spagnola; richiamato in URSS, arrestato nel maggio 1937, purgato
con colpo alla nuca il 25 ottobre 1937),
Grigorj Davidovic Afanasjev (ingegnere responsabile per il Belomorkanal o Belomorsko-
Baltijskij kanal o Belomoro-Baltijskij Vodnyj Put, la via fluviale che in 227 chilometri collega
il Mar Bianco al lago Onega e al Mar Baltico e che, ordinato dal Politburo il 5 maggio 1930,
iniziato nel settembre 1931 da 300.000 zek e inaugurato ma non finito il 1° maggio 1933, vede
perire i due terzi della forza-lavoro; la Applebaum, lumeggiando l'aspetto principale della
«accumulazione primitiva» bolscevica – secondarie sono le infinite rapine precedenti, e so-
prattutto seguenti, gli immani massacri di aristocratici, borghesi, ecclesiastici e contadini – dà
cifre parziali: «Nei ricordi dei sopravvissuti, il caos associato alla costruzione del canale as-
sume un carattere quasi mitologico. La necessità di risparmiare denaro si traduceva nel fatto
che i prigionieri usavano legname, sabbia e pietre invece di metallo e cemento. Ogni volta che
era possibile, si prendevano scorciatoie. Dopo molte discussioni si decise che il canale avreb-
be avuto solo tre metri e mezzo di profondità, appenqa sufficienti per le navi. Dato che la tec-
nologia moderna era troppo costosa o non disponibile, i progettisti del canale si avvalsero di
grandi masse di lavoratori non specializzati. Durante i ventuno mesi della costruzione i circa
170.000 prigionieri e "confinati speciali" impiegati per scavare il canale ed erigere le monu-
mentali dighe e le chiuse usarono vanghe di legno, rudimentali seghe a mano, picconi e car-
riole. Nelle fotografie dell'epoca, tali strumenti appaiono sicuramente primitivi, ma solo una
disamina attenta ci rivela quanto lo fossero. Alcuni di essi sono ancora esposti nella cittadina
di Medvezegorsk, un tempo punto di accesso al canale e alla "capitale" del Belbaltlag, Me-
dvezegorsk, che ora è un villaggio dimenticato della Carelia [...] I picconi esposti sono in real-
tà lame di metallo appena sbozzate, legate a manici di legno con cuoio o corda. Le seghe sono
lamine di metallo piatte, con denti intagliati in modo rozzo. Per frantumare i grandi massi, an-
ziché la dinamite i prigionieri usavano "mazze", grossi pezzi di metallo avvitati a manici di
legno, con cui conficcavano nella pietra cunei di ferro. Tutto, dalle carriole ai ponteggi, era
costruito a mano», aggiungendo: «L'estrema fretta e la mancanza di pianificazione provocaro-
no inevitabilmente grandi disagi. Con il procedere dei lavori, bisognava costruire nuovi campi
lungo il percorso del canale. Ogni volta i detenuti e i confinati arrivavano e non vi trovavano
niente. Prima di cominciare a lavorare, dovevano costruirsi dei capannoni di legno e organiz-
zarsi per l'approvvigionamento alimentare. Nel frattempo, talvolta succedeva che prima di
riuscire a completare questi lavori preliminari morissero per il freddo durante i rigidissimi in-
verni della Carelia. Secondo certe stime, perirono oltre 25.000 prigionieri, una cifra da cui so-
no esclusi tutti coloro che, rilasciati perché ammalati o vittime di incidenti, morirono poco
dopo»; Rayfield dà oltre 100.000 morti sui 300.000 lavoratori),
Shmuel Agurskij (copresidente del Commissariato per gli Affari Ebraici, boss in Bielorus-
sia, incarcerato nel 1938 e deportato, padre dello storico sovietico Mikhail), Aleksandr Ai-
chenvald (economista buchariniano, figlio del critico letterario e ka-det Jurij, anti-bolscevico
riparato a Berlino), Georgij Alexandrov (presidente dell'Istituto di Filosofia, condirettore de
"Il bolscevico", ministro malenkoviano della Cultura nel 1954), Pavel Sergeevic Allilujev
(fratello della seconda moglie di Stalin, vecchio-bolscevico e politruk dei corazzati, avvelena-
to il 2 novembre 1938), Sergej Jakovlevic Allilujev (SR e bolscevico, religione cristiano-orto-
dossa, marito dell'ardente schizofrenica Olga Evgenevna Fedorenko, per Simon Sebag-Mon-
tefiore I «donna dal sangue georgiano, tedesco e gitano»; secondo suocero di Stalin), E.M.

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Alperovic (capo dell'amministrazione per le macchine utensili), Georgij Nikitic Amfiteatrov,
D. Aranovic, Mina Lvovic Aristov (dirigente della Raboce-Krestjanskaja Krasnaja Armija
"Armata Rossa Operaia-Contadina" e in campo industriale),
Aronson (giudice nelle Grandi Purghe), Grigorij Aronstam (capo del servizio d'ispezione
al Commissariato per il Commercio Interno), Lazar Naumovic Aronstam (capo politruk del-
l'Armata dell'Estremo Oriente e nella Commissione d'Appello del Partito), Aleksandr Jakovle-
vic Arosev (rivoluzionario dal 1905, capo militare a Mosca nell'Ottobre, presidente di tribuna-
le rivoluzionario in Ucraina, ambasciatore a Kaunas e Praga, presidente dell'Associazione Na-
zionale per i Rapporti Culturali con l'Estero), Leopold Leonidovic Averbach (cognato, o nipo-
te della moglie, di Jagoda; giurista e presidente della RAPP "Associazione Russa degli Scrit-
tori Proletari", fondata nel 1925 a controllo dell'intellighenzia e sciolta nell'aprile 1932 nell'of-
fensiva contro i gruppi non-conformi, poi stalinpurgato), M.O. Azumov, Isaak Emmanuilovic
Babel (figlio di commercianti, studi talmudici, rotarmista e commissario politico nella Ko-
narmija, l'Armata a cavallo di Budënnyi contro la Polonia, nel 1927 amante di Evgenja Cha-
jutina, la futura moglie del superboss OGPU/NKVD Ezov di cui torna amante nel 1936, sui-
cidatasi nel novembre 1938; dopo qualche mese denunciato da Ezov per spionaggio con la
Francia, arrestato il 16 maggio 1939, processato per spionaggio e cospirazione controrivolu-
zionaria il 26 gennaio 1940, stalinpurgato con un colpo alla nuca il giorno dopo; alla moglie
viene comunicata che la data del decesso è il 17 marzo 1941, e la causa un «arresto cardia-
co»), I.I. Baranov (controllore capo al Commissariato del Popolo per il Controllo Statale), Ja-
kub Barit (capo contabile del commissariato del popolo per il Commercio Estero), V.V. Bar-
kmann (commissario del popolo per le Costruzioni Minerarie),
Karl J. Bauman (stalinista, primo segretario a Mosca nel 1928-29 e candidato del Politbu-
ro, «eroe» della collettivizzazione mediante strage; Anatolij Ivanov lo dà per lettone), Samuil
Beddeskij (capo del servizio statale per le questioni scolastiche), D.S. Beika, B. S. Belenkij
(direttore dal 1934 al 1937 della rappresentanza commerciale sovietica in Italia), Hirsh Jako-
vlevic (Grigorij Khatzkelevic) Belenkij (rivoluzionario da ragazzo, bundista, deportato ad Ar-
changelsk nel 1903, bolscevico a Minsk nel 1904, disertore nel 1908 e segretario del Partito a
Vilna, delegato bolscevico a Parigi, arrestato e deportato in Siberia, fuggito a Parigi, rientrato
nel maggio 1917, segretario del comitato regionale di Mosca nell'ottobre, capo propaganda
del Komintern, espulso nel 1925 in quanto zinovevo-trotzkista), Mark Belenkij (vicecommis-
sario e poi commissario per l'Approvvigionamento Tecnologico, ministero creato nel 1930),
S.M. Belenkij (nel 1930 nella Commissione Centrale di Controllo del Partito),
Abram Belenskij (capo delle guardie del corpo di Lenin dal 1919 al 1924, stalinpurgato
nel 1941; i fratelli Grigorij ed Efim sono, rispettivamente, capo della sezione propaganda del
Komintern e dirigente del Consiglio Supremo dell'Economia e del Commissariato delle Fi-
nanze), Mark Belenskij (vicecommissario per l'Alimentazione), Aleksandr Gavrilovic Belo-
borodov (il cognome traduce il «tedesco» Vajsbart, «barba bianca»; Benson, Ivanov e Ro-
thkranz V lo dicono russo, Pipes dubita della sua ebraicità, Joachim Hoffmann la conferma;
nato nel 1891, fabbro ed elettricista, bolscevico dal 1907, incarcerato per rivoluzionarismo dal
1908 al 1912 e poi dal 1913 al 1915, apprezzato da Lenin e Dzerzinskij, deputato bolscevico
all'Assemblea Costituente, presidente del soviet di Ekaterinburg e massimo grado della CE-
KA negli Urali all'epoca dell'assassinio dello zar, nel marzo 1919 membro del CC, massacra-
tore di controrivoluzionari, in particolare dei cosacchi del Don, nel 1921 vice di Dzerzinskij,
nel 1923 gli subentra quale commissario agli Interni, espulso dal Partito nel 1927 in quanto
trotzkista, riabilitato nel 1930, arrestato nel 1937, stalinpurgato l'anno seguente),
Viktor A. Bely (compositore, autore di svariati inni dell'Armata Rossa, insignito del Pre-

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mio Stalin), Arkady Berdichevskij (diplomatico, arrestato nel 1936 e scomparso nell'Arcipe-
lago, marito della scrittrice americana Freda Utley, autrice nel 1949 di un eccellente volume
contro la politica postbellica americana in Germania), M.B. Berenzvejg (capo del settore este-
ro del commissariato per l'Industria Pesante), David (Dowid) Rafailovic Bergelson (giorna-
lista e saggista, vissuto a lungo all'estero, rientra in URSS nel 1934, anima del CEA in guerra,
con Ilja Erenburg e Vasilij Grossman ideatore del "Libro Nero", la Bibbia «antinazista» The
Black Book - The Nazi Crime against the Jewish People concepita a fine 1942 dai superame-
ricani Albert Einstein ex «tedesco», Scholem Asch ex «polacco» e Ben Zion Goldberg, ap-
prontata per la criminale farsa processuale Norimberga, riveduta ed edita a New York nel
1946, arrestato il 24 gennaio 1949, stalinpurgato alla Lubjanka il 12 agosto 1952),
Lavrentij Pavlovic Berija (dato per mingreliano figlio di Marta Ivanovna e Pavel Huhaevic
Berija, ma indicato di eletta ascendenza da varie fonti, tra cui il ministro georgiano alla Sicu-
rezza Nikolaj M. Rukhadzev e Pavel Anatolevic Sudoplatov: «ebreo di nascita»; Amy Knight
ne lascia impregiudicate le origini, scrivendo che le descrizioni dell'aspetto fisico «concorda-
no spesso sul fatto che egli presentasse caratteristiche somatiche ebraiche e corse anche voce
che egli fosse effettivamente ebreo. Benché tali dicerie sembrino prive di fondamento, il fatto
stesso che circolassero può indicare che nella mentalità popolare Berija fosse in qualche modo
associato agli ebrei. Vi è anche motivo di credere che aiutasse gli ebrei georgiani»; la madre
proviene dal villaggio di Tekle, popolato soprattutto da ebrei; il nome Beriiah è attestato quale
specifico ebraico da 1° Cronache VII 23, mentre il termine berijah, da cui berijut «salute»,
significa addirittura «creazione [del mondo]»; da delegato OGPU diviene nell'autunno 1931
secondo- e poi primo-segretario della Transcaucasia, «il guardiano di ferro» del Partito, Eroe
del Lavoro Socialista, Commissario del Popolo agli Interni nel novembre 1938, quinto capo
dell'NKVD nel 1938-43 e nel marzo-giugno 1953, nel Politburo, vicepresidente del Consiglio
dei Ministri, Maresciallo dell'Unione Sovietica, il 26 giugno arrestato dai militari guidati dal
Maresciallo Zukov a conclusione di una seduta del Politburo ove, chiamato in causa da Chru-
scëv, aveva tentato di brandire una pistola; condannato da un Tribunale Speciale e sparato alla
nuca il 23 dicembre; oltre che gelido pluridecennale capo-assassino, nonché sifilitico, fa se-
questrare di tanto in tanto, rivelano nel 1955 due guardie del corpo durante il loro processo e
attesta Larisa Vasileva, giovani studentesse per compiacersi biblicamente;
semplicemente indecorosa l'ultima lettera al Presidium: «Cari compagni, vogliono farmi
fuori senza processo e inchiesta, dopo cinque giorni di detenzione, senza neppure un interro-
gatorio: vi scongiuro tutti di non permettere una cosa simile, vi prego di intervenire immedia-
tamente, altrimenti sarà tardi. Bisogna dare disposizioni direttamente per telefono. Cari com-
pagni, vi scongiuro insistentemente di nominare una commissione, la più severa e responsabi-
le, per un'inchiesta rigorosa del mio caso, sotto la direzione del compagno Molotov e del
compagno Voroscilov. Possibile che un membro del Presidium del Comitato Centrale non
meriti che il suo caso sia esaminato con cura, siano formulate le accuse, si chiedano spiega-
zioni, si interroghino testimoni? [...] Perché fare come adesso, che mi hanno buttato in un sot-
terraneo e nessuno chiarisce e domanda niente? [...] Ancora una volta vi scongiuro tutti, in
particolare i compagni Molotov, Voroscilov, Kaganovic e Mikojan che hanno lavorato col
compagno Lenin e col compagno Stalin e si sono arricchiti di una grande esperienza e hanno
acquistato saggezza nella soluzione di casi complessi. In nome del ricordo di Lenin e di Stalin
vi prego, vi scongiuro di intervenire, di intervenire immediatamente e vi convincerete tutti che
io sono assolutamente puro e onesto, un vostro fedele compagno e amico, un figlio fedele del
nostro partito [...] Prego il compagno Malenkov e il compagno Chruscëv di non infierire»),
Aleksandr Berkengejm (capo delle cooperative russe all'estero nel 1919-21), L.P. Berkin

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(commissario all'Interno), Lev Berlin (zio del poi filosofo «inglese» Isaiah Berlin, medico del
Cremlino coinvolto nel «complotto dei medici» e «colpevole» di avere trasmesso segreti agli
inglesi tramite il nipote durante la visita di questi nel 1945, dopo torture e un tentato suicidio
«confessa», incarcerato un anno e liberato nel 1954, muore d'infarto all'incontrare, in strada,
uno dei suoi torturatori), Lev E. Berlin (commissario della Flottiglia del Don, poi nell'Ammi-
nistrazione Politica dell'Armata di Crimea e nella flotta baltica), Boris Isaevic Berliner (nel
1942 commissario alla Salute Pubblica in Uzbekistan), Lilina Zlata Jonovna «Radomilskaja»
Bernstein (1882-1929, attivista bolscevica, sorella di Ilja Jonov e moglie di Zinovev),
il demi-juif Ivan Antonovic Berzin (alias V.E. Gorev o Goldmann o Skoblewsky – nome
di battaglia in Germania quando, in previsione della rivoluzione di fine 1923, appresta una
squadra KPD per assassinare, tra gli altri, il capo della Reichswehr von Seeckt e il banchiere
Hugo Stinnes, arrestato e condannato a morte dalla Corte Suprema, nel 1926 scambiato con lo
studente Karl Kindermann e altri dieci tedeschi in mano alla GPU – o Ziemelis, segretario
dell'esecutivo del Komintern nel 1919-20, attivo in Cina, ambasciatore ad Helsinki e Vienna,
addetto militare a Madrid e consigliere del massone capo di quella piazza generale José Miaja
Menant, richiamato a Mosca nell'autunno 1937, decorato dell'Ordine di Lenin e stalinpurgato
il 9 luglio 1938; Roewer/Schäfer/Uhl lo dicono nato Woldemar Rose, processato e liquidato
nel 1939; da non confondere col goy Jan Karlovic Berzin nato Peteris Kjuzis, partigiano letto-
ne membro dei "Fratelli del bosco", condannato a morte nel 1907, condanna revocata in quan-
to diciassettenne, nel 1918 a capo del Fronte settentrionale uralo-siberiano contro i cecoslo-
vacchi, è lui che ordina a Filipp Goloscekin di uccidere lo zar e i familiari, attivo in Spagna?,
purgato nel 1938), Lev Besimenskij (propagandista di guerra, relatore sulla fine di Hitler), L.I.
Besus (commissario per il Materiale da Costruzione, in Ucraina), Vladimir Bisickij (inviato in
Spagna), G.S. Bitker (capo dell'amministrazione per l'industria della gomma), Bitner, G.I.
Blagonravov, I. S. Blejchman,
Jakov Grigorevic Bljumkin (nato nel 1898 o nel 1899, ex SR sinistro in combutta con la
CEKA, il 6 luglio 1918 assassino dell'ambasciatore tedesco conte Wilhelm von Mirbach-
Harff, nell'ambasciata del Reich, a pistolettate e con bomba; «bilanciata miscela di assassino e
di intellettuale», lo dice Sonja Margolina; l'attentato è sia un'operazione inglese contro l'armi-
stizio firmato a Brest-Litovsk il 3 marzo – armistizio/pace che, voluto da Lenin con tutte le
forze e passato al CC con maggioranze di sette a cinque e di sette a quattro più quattro astenu-
ti, da un lato permette ai tedeschi di liberare truppe per la prevista offensiva a occidente e
dall'altro consente a Lenin di smobilitare quella pericolosa forza che è ancora l'esercito russo,
consolidando il potere conquistato col golpe bolscevico – sia una provocazione di Dzerzinskij
per liberarsi dell'opposizione SR, tesi avvalorata dal fatto che il Nostro, «recuperato» nel
1920, diviene il più giovane dirigente sezionale dei servizi; pistolettato dagli ex compagni SR,
che gli gettano pure una bomba nella camera d'ospedale; nel 1920-21 fomenta sommosse in
Persia, Mongolia, India ed Egitto, organizza la rete spionistica in Palestina; nel 1929, dopo
una visita a Prinkipo/Istanbul a Trockij caduto in disgrazia e a lui simpatico, viene arrestato da
Menzinskij, condannato a morte e, primo esponente cekista a venir giustiziato, pistolettato alla
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nuca; dotato, inneggia Victor Serge, di «un profilo orgoglioso da guerriero di Israele»),
Aleksandr Aleksandrovic Blok (1880-1921, figlio di Aleksandr Lvovic Blok, giurista e
docente di Legge a Varsavia, e della russa Aleksandra Andreevna Beketova, socialrivoluzio-
nario di sinistra, «anarchico mistico», poeta in lode della Guardia Rossa), Hersh Mordkovic
Bobinsky (segretario di Trockij, stalinpurgato nel 1937), Bogdan (segretario di Zinovev), Bo-
gdanov (nato Silberstein), Moïsei Solomonovic Boguslavskij (militante in Ucraina, oppositore
di sionistra, stalinpurgato nel 1937 dopo il Primo Processo di Mosca), Mikhail Markovic Bo-

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rodin (alias «Alexandrov», nato Gruzenberg nel 1884, negli USA dopo il 1905, rientra nel
1917, capo della TASS e direttore del quotidiano in lingua inglese Moscow Daily News, fun-
zionario del Komintern, inviato in Cina e Spagna, capo dell'agenzia di propaganda Sovinfor-
mburo in guerra, gulaghizzato e «giustiziato» nel 1951),
Evgenija Gotlibovna/Bogdanovna Bos/Bosch (nata nel 1879, bolscevica dal 1901, com-
missaria del popolo agli Interni in Ucraina nel 1918, nella repressione e particolarmente
nell'eliminazione degli ostaggi «se distingue par un sadisme particulièrement raffiné», scrive
Arkadij Vaksberg, mentre più discreto è Serge: «Dopo la guerra civile, l'Ucraina, di cui essa
diresse con Pjatakov il primo governo sovietico, i torbidi di Astrakan dove essa fu severa
[sic!, superbo eufemismo]»; oppositrice di sinistra, suicida nel 1925 con una rivoltellata alla
tempia; collaboratrice nella repressione nel 1918-20 è la sorella Elena Rozmirovic),
A.S. Boulin, Jakov Brandenburgskij (nato Goldinskij, rientrato da Parigi nel 1917, nel
Commissariato all'Approvvigionamento, plenipotenziario del Comitato Esecutivo Centrale
Panrusso per la requisizione dei cereali), Lazar Bregman (chirurgo navale, guida il Comitato
Esecutivo di Pietrogrado nell'agosto 1917, segretario del Partito e repressore a Kronstadt), E-
fim Solomonovic Brailovskij (nel 1942 vicecommissario all'Industria Elettrica), S. Bregman
(viceministro al Controllo nel 1941-45), Aleksandr Breitman (capo del trust ucraino delle
conserve alimentari), Moisei Briskin (delegato commerciale in Finlandia), Grigorij Isaakovic
Brojdo (presidente di soviet a Taskent, candidato CC nel 1934), Moisej G. Bronskij (alias
M.E. Braun, nato Varsavskij, esponente dello SDKPiL e della sinistra di Zimmerwald, intimo
di Lenin, Commissario al Commercio Estero, stalinpurgato, morto nel 1941), G.A. Bronstejn
(capo della Amministrazione Centrale dell'Industria del Latte),
Olga Davydovna Bronstejn (sorella di Trockij e moglie di Kamenev, nel 1922 a capo della
sezione estera della Commissione di Aiuto alle Vittime della Carestia, poi della Società per le
Relazioni Culturali coi Paesi Stranieri e del Dipartimento per la Cinematografia, gulaghizzata,
pistolettata al cranio nella Prigione Centrale di Orlov l'11 settembre 1941 insieme alla ex ter-
rorista antizarista SR Marija Spiridonova, la mente che nel 1918 aveva congegnato l'assassi-
nio del conte Mirbach-Harff, e ad altri 153 detenuti; i figli Jura, diciassettenne, e Aleksandr,
trenta-treenne, Lvovic Kamenev, erano stati anch'essi arrestati, morendo per «cause impreci-
sate», rispettivamente il 30 gennaio 1938 e il 15 luglio 1939; dati diversi sulle eliminazioni
dell'autunno 1941, davanti all'avanzata tedesca, dà Sebag-Montefiore I: «Il 13 ottobre venne
fucilata Bronka, l'effervescente moglie di Poskrebysev; come era già accaduto con l'esecuzio-
ne degli Svanidze, anche in quel caso si trattava di un evento che avrebbe potuto verificarsi
solo dietro preciso ordine di Stalin. Mentre le truppe sovietiche indietreggiavano, l'NKVD
lanciava granate nelle sue stesse prigioni oppure trasferiva i detenuti nell'entroterra. Il 3 otto-
bre nella foresta di Medvedev, vicino a Orël, Berija liquidò 157 "celebrità" agli arresti, come
Kameneva, sorella di Trockij e vedova di Kamenev. Il 28 di quello stesso mese Berija ordinò
la fucilazione di altri 25 prigionieri, tra cui [Pavel Vasilevic] Rycagov, l'ex comandante
dell'aviazione che aveva osato ribattere a Stalin a proposito delle "bare volanti". I 4905 sven-
turati che comparivano nell'elenco dei condannati a morte furono eliminati nel giro di otto
giorni»), Matvej Bronstejn (brillante fisico, marito della scrittrice Lidija Cukovskaja, arrestato
e ucciso il 18 febbraio 1938), A. Bruskin (secondo vicecommissario all'Industria Pesante),
Nikolaj Ivanovic Bucharin (1888-1938, noto come «il beniamino del Partito» ma anche,
con la requisitoria finale di Vysinskij l'11 marzo 1938, come «quel dannato incrocio di una
volpe e di un porco»; antistaliniano di «destra»; il biografo Stephen Cohen lo dice secondo
figlio, allevato cristiano ortodosso, di Ivan Gavrilovic Bucharin e Ljubov Ivanovna già Ismai-
lova; Colin Jordan riporta che lo Jewish Chronicle del 9 ottobre 1953 lo afferma ebreo; si-

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milmente, l'«antisemita»/antigorbacioviano Evgenij Ievseiev e il sito jewwatch.com/jew-
communists.html lo dicono ebreo nato Moise Abu-Pinkus; la prima moglie, Nadezda Luki-
na, è sorella dello storico russo Nikolaj M. Lukin, la seconda e la terza sono le consorelle E-
sfirja Isaevna Gurvic e Anna Mikhajlovna Larina; incisive le teorizzazioni in «Economia del
periodo di transizione»: «La coercizione proletaria, in tutte le sue forme, dalla fucilazione
all'obbligatorietà del lavoro, è, per quanto ciò possa sembrare paradossale [sic!], un metodo di
elaborazione dell'umanità comunista del materiale umano dell'epoca capitalistica»; altrettanto
icastico il motto: «La Russia non mi interessa affatto, dato che sono bolscevico»; fautore della
NEP, si oppone alla collettivizzazione delle terre e all'industrializzazione forzata volute da
Stalin; dopo avere plaudito all'esautorazione dei sinistri Trockij, Zinovev e Kamenev, nel no-
vembre 1929 viene escluso dal Politburo e perde ogni influenza; ributtanti le congratulazioni a
Vysinskij dopo l'uccisione di Kamenev e Zinovev: «Sono terribilmente contento che si siano
fucilati questi cani»; conscio della scure che si sta abbattendo anche su di lui, ancora più ribut-
tanti a. le implorazioni al Plenum del CC del febbraio-marzo 1937, diretto da un irridente Po-
litburo composto da Stalin, Molotov, Kaganovic e Voroscilov: «Compagni, vi imploro di non
interrompermi, perché mi è veramente difficile, mi riesce davvero fisicamente difficile parlare
[...] Da quattro giorni non ho mangiato nulla [...] perché mi è impossibile vivere sotto il peso
di simili accuse [...] Comprendete, mi è davvero difficile vivere», querimonie interrotte da
Stalin con brutalità semplicemente sublime: «Ed è forse facile vivere, per noi?», b. la 43a e
ultima lettera a Stalin, lettere rimaste tutte sempre senza risposta, per avere salva la vita:
«Provo verso di te, verso il Partito e verso la causa nient'altro che un grande e sconfinato amo-
re. Ti abbraccio nei miei pensieri...», c. la richiesta di grazia il 13 marzo dopo la sentenza:
«Inginocchiato davanti alla mia madrepatria, al mio partito, al mio popolo e al suo governo,
imploro perdono», e d. l'ultima petizione il 14 marzo: «Mi sono mentalmente disarmato e mi
sono riarmato nel nuovo stile socialista [...] Date a questo nuovo, a questo secondo Bucharin
l'opportunità di crescere... chiamatelo Petrov [cioè, un quidam de populo], se vi piace. Questo
nuovo uomo sarà l'esatto contrario di quello che è morto. Egli è già nato, dategli l'opportunità
di compiere un qualche lavoro, un qualsiasi lavoro»; della famiglia di Bucharin viene sparata
solo la prima moglie; le altre due vengono gulaghizzate, il figlio inviato in un orfanotrofio
dell'NKVD – «quasi un milione di questi bambini [figli di «traditori» e «nemici del popolo»]
furono allevati negli orfanotrofi e spesso non videro le loro madri per vent'anni», completa
Sebag-Montefiore I – e viene cresciuto senza sapere chi sia stato il padre),
D.A. Buskin (direttore della fabbrica di trattori di Celjabinsk), Efim Ceitlin (co-fondatore
del Komsomol – Vsesojuznyj Leninskij Kommunisticeskij Sojuz Molodëzy "Unione Pansovie-
tica Leninista Comunista della Gioventù" o più brevemente Kommunisticeskij Soveticeskij
Molodiesh "Gioventù Comunista Sovietica" – capo della segreteria di Bucharin), M.A. Cer-
nov (commissario del popolo all'Agricoltura), A.A. Chajkin (direttore dell'Amministrazione
Principale per la Confezione al commissariato per l'Industria Leggera), Evgenija Solomonova
Fejgenberg o Chajutina («polacca» o «lituana», fino al 1920 negli USA col secondo marito, il
poi editore moscovita Aleksej Gladun, con lui attiva all'ambasciata di Londra fino al 1927,
impalma poi e coadiuva il superboss bisessuale Ezov, redattrice del periodico "L'URSS in co-
struzione", dotata di pluriamanti, tra cui Babel; nel settembre 1938, già in disgrazia, Ezov fa
sparare i suoi due primi mariti; muore trentaquattrenne il 21 novembre per eccesso di barbitu-
rici, da lei richiesti al marito, che si confessa con Vladimir K. Konstantinov, il suo più vecchio
amico ed amante: «Ho dovuto sacrificarla, per salvarmi»; per gli stomaci forti citiamo Sebag-
Montefiore I: «Ezov si consolò, tra i fumi dell'alcol, con una serie di orge bisessuali nel suo
appartamento al Cremlino. Invitò due suoi vecchi amici, compagni di sbornia e di amori omo-

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sessuali, a fermarsi da lui, e si abbandonò alle "forme più corrotte di depravazione". I suoi ni-
poti gli portarono delle ragazze, ma lui ritornò anche all'omosessualità. Quando uno dei suoi
amici, Konstantinov, portò sua moglie alla festa, Ezov ballò con lei il fox-trot, tirò fuori il suo
membro virile e andò a letto assieme a lei. La sera successiva, quando l'indulgente Konstanti-
nov si ripresentò, bevvero e ballarono al suono del grammofono finché l'ospite si addormentò,
per risvegliarsi però poi all'improvviso: "Sentivo qualcosa in bocca. Quando aprii gli occhi,
vidi che Ezov mi aveva messo in bocca il suo membro". Ezov attendeva così il suo destino,
coi pantaloni slacciati»),
H.L. Chalamejser (direttore del commercio per i generi industriali a Rostov sul Don), Cha-
latov (capo delle Edizioni di Stato), Evgenij Ananjevic Chaldej (capofotografo TASS dal
1939 al 1990, autore della celebre foto del soldato che issa la bandiera sul Reichstag il 2 mag-
gio 1945; uno dei cinque fotografi ufficiali dell'URSS staliniana, il «Robert Capa dell'Armata
Rossa», confesso falsificatore di olofoto), L.I. Kheifetz (studente, oppositore di sinistra), A-
venir Chanukaev (capo di banda partigiana, nel 1919 processato ed assolto per banditismo du-
rante la conquista di Aschabad, plenipotenziario nel Turkmenistan della Commissione del
Comitato Esecutivo Centrale de commissari del popolo per la Kashgaria, Bukhara e Chiva),
Moïsei M. Charitonov (bolscevico dal 1905, in Svizzera con Lenin e con lui rientrato col
«treno piombato», fiancheggiatore delle rapine compiute dagli anarchici nell'aprile 1917, capo
del Partito negli Urali, a Perm e Saratov, allontanato dalle cariche in quanto zinovevista, mor-
te naturale nel 1948), Daniil Charney (ex bundista, direttore del periodico yiddish Komunisti-
she velt, "Mondo comunista"), Mendel Markovic Chataevic (nel 1930 cooptato nel Comitato
Centrale, nel 1932 suo segretario, primo segretario dei Comitati Regionali di Gomel, Odessa,
del Tatarstan, Dnepropetrovsk e del Medio Volga, secondo segretario del Comitato Centrale
ucraino, sparato alla nuca nel 1937), Jakov Choelson (ispettore militare nella guerra civile),
M.S. Choudov, Jakov Chubin (segretario del Comitato Regionale di Cernigov e Armo-
linsk, nel Comitato Distrettuale di Shakhty nel Donbass, poi nelle Commissioni di Controllo
del Partito di Mosca, della Crimea, di Kursk e del Turkmenistan, ove nel 1937 diviene Primo
Segretario del CC), Grigorij Chudnovskij (capo dei reparti che arrestano il governo provviso-
rio, distinguendosi nell'assalto al Palazzo d'Inverno), Tichon Chvesin (in successione, nel
1918-20 comandante la IV Armata sul Fronte Orientale, l'VIII sul Meridionale, il gruppo Ar-
mate del Don e la I Armata nel Turkmenistan), Aleksandr Contract (nato Kontrctov, guardia
del corpo e assaggiatore di Stalin, con dispensa dal mangiar maiale ma con l'obbligo di porta-
re al collo un crocifisso per non essere sospetto di ebraismo, salvatore di Menachem Begin
dalla prigionia siberiana, informatore personale di Stalin al processo di Norimberga, trasfuga
a New York e ricevuto con tutti gli onori da Begin in Israele: così la Repubblica del 7 luglio
1998), R. Craevskij (capo dell'export legnami al Commercio Estero),
Binjomin Davidsohn (capo della prima sezione centrale delle vendite locali), E.B. Davi-
dsohn (direttore fiduciario dell'Amministrazione Principale dell'Industria del Ricamo), Abram
Moiseevic Deborin (nato Joffe, filosofo antimeccanicista, già menscevico, l'unico dei «mae-
stri filosofici» di Stalin a sopravvivergli, morendo in miseria nel 1963; sparati vengono invece
David Rjazanov, I.I. Rubin, Yan/Jan Sten e il goy F.A. Ksenofontov/Xenofontov, segretario
privato e indottrinatore del Padre dei Popoli, del quale stende nel 1924 una serie di conferenze
citazioniste, poi edite nel volumetto "Fondamenti del leninismo"), Isaac Deutscher (dirigente
comunista in Polonia già educato in un cheder di Chranow per divenire rebbe chassidico, au-
tore di una biografia «notoriamente mitopoietica», scrive Amis, di Trockij), Shimen M. Di-
manstejn (attivista bolscevico fin dal 1905 in Lituania e poi a Parigi, primo commissario per
gli Affari Ebraici, sparato nel 1937), Ilya G. Dobkovskij (ex SR, vicecommissario agli Affari

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Ebraici), Elizaveta Drabkin (figlia del Gusev/Drabkin di cui infra, mitragliera della Guardia
Rossa, segretaria allo Smolnyj, il quartier generale dei bolscevichi nell'ottobre 1917, partecipe
dell'assalto al Palazzo d'Inverno, segretaria di Jakov Sverdlov), Feodosija Drabkin (madre del-
la precedente, fin dagli anni Novanta importante agente nella rete clandestina bolscevica col
nome di «Natasha», frequenti viaggi ad Helsingfors, ove acquista e contrabbanda epolosivi e
cartucce), Efraim/Efim A. Drejcer/Drejzer/Dreiser/Dreitzer (capo delle guardie del corpo di
Trockij, liquidato nel maggio 1937), Jakov Naumovic Drobnis (trotzkista ed oppositore di si-
nistra, stalinpurgato nel 1937), S.S. Dubelskij (commissario del popolo per la Navigazione
Marittima), B.A. Dvinskij (ministro delle Provviste Agricole nel 1951), Venjamin Dymshitz
(dal 1962 direttore del Gosplan, dal 1961 al 1986 vicepresidente del Consiglio dei ministri e
membro del Comitato Centrale),
il «polacco» Feliks Edmundovic Dzerzinskij (nato l'11 settembre 1877 a Dzerzinovo pres-
so Minsk, morto d'infarto a Mosca il 20 luglio 1926 subito dopo un iroso discorso contro la
nascente "Opposizione Unita"; nel 1900 cofondatore della SDKPiL Socjaldemokracja Kro-
lestwa Polskiego i Litwy "Socialdemocrazia del Regno di Polonia e Lituania", cospiratore nel-
le rivolte del 1905 e 1907, nel 1906 filo-leniniano nel CC del Partito Socialdemocratico Rus-
so, nel 1911 a fianco di Rosa Luxemburg a Berlino contro gli scissionisti di Jozef Unslicht a
Varsavia, fuggito dal carcere nel 1899, 1902 e 1909, periodi di riposo e cura per tubercolosi e
stress in Svizzera 1902, a Zakopane 1903, a Capri 1910, liberato nel febbraio 1917 dal carcere
di Butyrki; capo della CEKA dal 20 dicembre 1917, data dell'istituzione extra-legale della
Crezvicajnaja komissja po borbe s kontrrevoljuciej i sabotazem, "Commissione straordinaria
per la lotta alla controrivoluzione e al sabotaggio", fino alla morte; arrestato dai SR di sinistra
nei giorni dell'attentato di Bljumkin a protesta contro il trattato di Brest-Litovsk, il 7 luglio
viene liberato dalla milizia di Vacetis e il 9 si assume personalmente il compito di sparare, a
esempio, un membro del CC SR, V.A. Aleksandrovic; nel luglio 1920 capo del Comitato ri-
voluzionario polacco a cinque, costituito per amministrare una Polonia sovietizzata; in diversi
momenti, commissario agli Interni, dei Trasporti e, due settimane dopo la morte di Lenin, pre-
sidente del Consiglio Supremo dell'Economia Nazionale; di lui, «benestante di nascita e fer-
vente cattolico abituato a controllare le preghiere dei suoi fratelli e sorelle» – così Billington –
Ivanov non solo scrive che il padre rispondeva al nome di Rufin/Rufim/Ruvim Iosifovic, ma
ipotizza un'ascendenza ebraica, così come Rothkranz V che lo dice Rufin; «ebreo georgiano
[sic!]» lo indica Maurice Pinay; l'«antisemita»/antigorbacioviano Evgenij Ievseiev lo dà ebreo
di cognome Frumkin; l'aristocratico «antinazista», progenie da secolare famiglia di Junker,
Johannes Rogalla von Bieberstein lo dice cattolico di nobile famiglia polacco-lituana, sposato
in prime nozze alla sorella del capo del Bund Mark Liber e in seconde con un'altra ebrea di
Varsavia; Vittorio Strada ne riporta l'origine da «famiglia medio borghese polacca, con note-
voli proprietà terriere»: ottanta ettari sul confine lituano-bielorusso, precisa Donald Rayfield;
per Emmanuel Le Roy Ladurie, prefatore di Francine-Dominique Liechtenhan, è «un nobi-
luccio polacco convertito al bolscevismo duro e puro»; il Dizionario del comunismo scrive: «I
suoi genitori erano entrambi nazionalisti polacchi cattolici discendenti dalla piccola nobiltà
terriera. Nel 1887 Dzerzinskij si trasferì a Vilnius per frequentarvi il ginnasio locale, meditan-
do di diventare prete cattolico»; Albert Lindemann lo dice, cripticamente ma non poi tanto,
«non-Jewish Jew» – «ebreo non-ebreo» è l'espressione coniata da Isaac Deutscher a ciurlosi-
gnificare l'eterno camaleontismo – nato dalla piccola nobiltà polacca, studioso di yiddish a
Vilna, intimo di vari rivoluzionari ebrei, che «ebbe diverse storie affettive con ebree [tra cui
Julia Goldman, morta nel 1904 di tubercolosi] e alla fine ne sposò una», la compagna di lotta
Sofja/Zofia Muskat/Muszkat, figlia di un libraio; così Popov (Popoff): «Felix Edmundowitsch

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Dsershinski è una delle figure più caratteristiche e significative non soltanto della rivoluzione
bolscevica. Il Torquemada rosso, il Fouquier Tinville del comunismo è all'apparenza il più
insignificante, il meno rappresentativo, il più freddo, il più affabile tra tutti i capi dei Sovieti.
La psicologia di quest'uomo è problematica. È il più disinteressato boja che sia mai vissuto, la
più completa personificazione di quel tipo del fanatico, freddo ed imperturbabile nel pensiero,
calmo e crudele nell'azione che la rivoluzione russa ha regalato alla storia dell'umanità; un
uomo il quale ha firmato sorridendo centinaia e migliaia di condanne a morte. Perché è crude-
le e sanguinario? Per null'altro che per il sentimento del dovere! perché la rivoluzione richie-
deva il delitto quando esso fosse stato discusso, esaminato e trovato giusto»),
Boris Efimov (1900-2005, nato Fridljand a Kiev, caricaturista/propagandista su Izvestija,
Pravda e altre pubblicazioni ufficiali, amato da Trockij, prediletto da Stalin ed attivo con
Chruscëv, Breznev, Andropov, Gorbaciov ed Eltsin; fratello di Mikhail Kolcov), Efremov
(nato Chaimovic, boia-aguzzino), I.I. Egov, Robert Indrikovic Eiche/Ejche (nato nel 1890,
dato per lettone da Ivanov; nel 1919 uno degli organizzatori della repubblica estone, commis-
sario del popolo all'Agricoltura nel 1937, stalinista «morbido», arrestato nel luglio 1939, spa-
rato alla nuca il 2 febbraio 1940 dopo avere ritrattato le confessioni, estortegli sotto tortura;
viene torturato in modo barbaro anche dopo il processo, prima dell'esecuzione, un occhio es-
sendogli schizzato dall'orbita per le percosse; subito dopo viene viene liquidata anche la mo-
glie), il «tedesco» Emil Eichhorn, Robert Pëtrovic Ejdeman (nato Komkov, direttore dell'Ac-
cademia Militare dal 1925 al 1935, comandante del distretto militare siberiano, sparato alla
nuca l'11 giugno 1937), Isaak Isaakovic Ejtingon (docente di chimica all'Università di Mosca,
esperto in esplosivi, fratello dell'NKVD Leonid/Naum), Salva Zurabovic Eliava (nato nel
1883, negli anni Venti presidente del Consiglio dei commissari in Georgia e Transcaucasia, a
Mosca è vicecommissario al Commercio Estero e all'Industria Leggera, purgato nel 1937),
Mark Elizarov (marito della sorella maggiore di Lenin Anna Ilinicna Uljanova, ingegnere e
sindacalista, vicecommissario ai Trasporti nel novembre 1917; morto nel marzo 1919, la mo-
glie Anna resta «segretaria responsabile» alla Pravda), Jakov Elsberg (segretario di Kamenev
e dirigente RAPP), Solomon Entin (boss a Pietrogrado all'epoca di Kronstadt), Epstejn (vice-
commissario all'Istruzione nel 1935 con Bubnov), Meier Epstejn (capo del commercio interno
della regione di Mosca), Sacno/Shakne Epstejn (l'ex bundista, inviato negli USA, direttore
dell'Ufficio Ebraico del Partito, dalla metà degli anni Trenta agente dell'OGPU/NKVD),
il sifilitico Ilja Grigorevic Erenburg (1891-1967, studi a Parigi, nel 1935 cofonda a Parigi
il congresso degli scrittori antifascisti, ebrei per i due terzi; il primo dei 40 ebrei – sui 190 in-
dividui insigniti – premiati col Premio Stalin, istituito il 21 dicembre 1949, settantesimo com-
pleanno del PdP, per i «cittadini di ogni paese del mondo, senza distinzione né politica né re-
ligiosa né razziale, per speciali servigi resi nella lotta contro i guerrafondai e per il consolida-
mento della pace»: centomila rubli pagabili nella valuta del paese di appartenenza, una meda-
glia d'oro e un diploma), Pëtr Zakharovic Ermakov (commissario militare di Verkh-Isetsk du-
rante l'eccidio di Ekaterinburg), Aleksej Evseev (medico comunista militante, consulente della
Armata Rossa per le malattie veneree, arrestato a Khabarovsk nel giugno 1937, sparato nel
marzo 1938; la moglie Natalja è economista al Complesso Estremorientale per la Lavorazione
del Legname), Mikhail Faerman (commissario del Comitato Militare Rivoluzionario nell'ot-
tobre 1917), W.G. Fajnberg (capo dell'amministrazione per le macchine nell'industria mine-
raria), S.I. Falkovic (capo della fabbrica di macchine Ordzonikidze Acramastorsk), Samuil
Evgenevic Fejnberg (tra i massimi pedagoghi musicali, docente al conservatorio di Mosca),
Boris Mironovic Feldman (capo dell'amministrazione dell'Armata Rossa, poi capo di Stato
Maggiore di distretti militari, dal 1931 capo della Direzione Politica dell'Armata Rossa, sta-

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linpurgato alla nuca nel 1937), Jaakov Feldman (economista), Jakov Fenikstein, J.G. Figatner
(capo delle sezioni di lavoro all''Industria Pesante), J. Fineberg (già emigrato in Inghilterra),
D.S. Firsov (nato Rozenbljum, già SR), Louis Fischer (nato a Filadelfia nel 1896 da «russi» di
Kiev, giornalista comunista a Berlino, in Europa e Asia, sostenitore e della Spagna roja, quin-
to dei sei piagnoni del «dio che è fallito», morto nel 1970), Jakov Fischman (membro diretti-
vo del Comitato Militare Rivoluzionario organizzatore del putsch ottobrino, dirigente cekista
e repressore dei moti SR dell'estate 1918, attaché militare a Berlino, capo del servizio di guer-
ra chimica dell'Armata Rossa), Galina Flakserman (bolscevica dal 1907, redattrice di Izvesti-
ja, collaboratrice di Gorkij, impiegata del Comitato Centrale, poi all'ambasciata sovietica a
Roma, moglie del boss sinistro-menscevico Nikolaj Nikolaevic Suchanov),
Jurij Nikolaevic Flakserman (fratello di Galina, nel 1917 allievo della scuola militare dei
cadetti), S.A. Flakserman (segretario di Lenin), Vladimir Aleksandrovic Fok (1898-1974, fi-
sico atomico, membro corrispondente dell'Accademia delle Scienze), I.M. Fold (capo della
Sezione Produzione e Distribuzione dell'Energia Elettrica nel Gosplan, il Comitato Statale per
la Pianificazione), D.I. Fomin (ministro dell' Alimentazione e Riserve nel 1951), Efim Fomin
(commissario politico della fortezza di Brest-Litovsk, catturato e giustiziato nel luglio 1941 in
base al Kommissarbefehl), Jan Fraenkel (primo segretario di Trockij in «esilio» nei primi anni
Trenta, nel 1935 espulso dalla Norvegia per ordine del ministro della Giustizia Trygve Lie),
A.M. Frankel (direttore tecnico del gruppo alluminio a Dnepropetrovsk), Sergej Mironovic
Frankfurt (1888-1937, incaricato di edificare le grandi acciaierie di Kuzneck, nel settembre
1937 accusato di essere a capo di un'organizzazione di sabotatori trotzkisti, stalinpurgato),
Frankorusskij (membro del Comitato Esecutivo del Soviet di Pietrogrado, incaricato agli ap-
provvigionamenti, assistente di V.G. Groman), Shmuel Fratkin (kominternista, attivo in Spa-
gna), V.G. Frejman, Grigorij Fridljand (storico trotzkista, processanto nel 1936-37 col collega
Zeidel e stalinpurgato; negli anni Settanta il figlio Feliks Svetov, convertito ortodosso, patrio-
ta russo e scrittore, sarà un noto dissidente amico di Solzenicyn; la moglie Zoja Krach-
malnikova dirigerà il periodico Nadezda),
Zvi Friedland (ex Poale Zion, capo del dipartimento incaricato di combattere l'«antisemit-
ismo», fiancheggiato da Gorkij), Lev Germanov Frumkin (statistico, stalinpurgato nel 1939),
M.L. Frumkin (capo del trust chimico Sojusimplastmas), Moisej Ilic Frumkin (portavoce dei
«destristi», nel 1918-22 nel direttivo del Narkomprod, il commissariato all'Alimentazione,
vicecommissario al Commercio Estero 1925 e 1934, al Commercio 1926 e alle Finanze nel
1927-29, stalinpurgato nell'agosto 1938), Esther Frumkina o Frjumkina (l'ex bundista, scrittri-
ce, definita da Gitelman I «the bête noire of the religious community», direttrice dell'Istituto di
Lingue Estere a Mosca, arrestata nel gennaio 1938, condannata a otto anni nel campo di Ka-
raganda in Kazakistan, ove lavora come bibliotecaria, muore di diabete l'8 giugno 1943), Fu-
latov (vecchio bolscevico, nato Finkelstein), Iosif Furman (nel 1918-20 capo di un'unità del-
l'Armata Rossa composta interamente da ebrei), A.M. Fuschmann (capo dell'amministrazione
dell'industria vagoni ferroviari),
Aaron Gaister (vicepresidente del Piano Quinquennale, tra i principali teorici della collet-
tivizzazione), Janos Galicz («ungherese», alias Gall, generale delle Brigate Internazionali in
Spagna), Abram Samuilovic Gallop (capo dell'INOTORG, amico del sociologo mondialista
russo-francese Sergej Tchakhotin), E. Galperin (ingegnere capo per l'industria dell'azoto),
l'«ucraino» Ilija Garkavy (cognato di Jakir, nel 1917 presidente del Consiglio dei Soldati a
Kishinev, purgato nel 1937), Jan Borisovic Gamarnik (nato nel 1894 Yakov Puhdikovic da un
impiegato di Zitomir, dal 1927 nel Comitato Centrale, dal 1929 nella Direzione Politica
dell'Armata Rossa, vicecommissario alla Guerra, intimo di Tuchacevskij, suicida il 2 giugno

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1937), Izrail Ganelin (direttore del trust per l'allevamento dei maiali dei consorzi di Mosca),
S.A. o Anatolij Gekker (dato da Rudolf Ströbinger per «tedesco, nato a Tiflis», capo-commis-
sario politico della ferrovia della Cina Orientale, attaché militare in Cina e Turchia, direttore
del dipartimento NKVD Contatti con l'Estero e comandante di corpo d'armata, coivolto con
Tuchacevskij, stalinpurgato il 1° luglio 1937), Jakub Gendin (capo dell'amministrazione per le
importazioni al Commissariato del Popolo per il Commercio Estero), David Efremovic Gerf
(fisico stalinista, successore di Weißberg all'Istituto di Fisica-Tecnica UFTI), B.V. Gieber
(capo dell'amministrazione centrale dell'industria del burro), Abram Lazarevic Gilinskij (com-
missario all'Industria Alimentare nel 1938),
Sëmen Zakharovic Ginsburg (nel 1941 commissario del popolo per l'Edilizia), Vitalij La-
zarevic Ginsburg (direttore di Fisica Teorica all'Istituto di Fisica dell'Accademia delle Scien-
ze, copadre della bomba atomica), Meir Gissiniwitz (rotarmista, fratello di Abba, che, lui
morto, cambia il nome in Ahimeir, «fratello di Meir», migra in Palestina, cofonda la terrori-
stica B'rith Ha'birionim "Alleanza dei briganti" e redige nel 1926 il "Libro dei sicari", apolo-
gia del terrorismo dedicata a Charlotte Corday e Fanja Kaplan), Mikhail Sergeevic Glazman
(segretario di Trockij, suicida nel 1924 per disperazione politica), Mikhail Fabianovic Gnesin
(compositore, docente di Musica a Mosca e Leningrado e fondatore della Società di Musica
Ebraica, che, per dirla con la Universal Jewish Encyclopedia, dopo il 1917 «identified himself
with the Revolution» componendo opere sinfoniche in lode del nuovo Stato, la più nota delle
quali, 1905-1917, nel decimo della Gloriosa), M.E. Gobermann, Aleksandr Goichbarg (nel
comitato Rivoluzionario Siberiano, pubblico ministero contro i ministri dell'ammiraglio Kol-
chak, nel direttivo del commissariato alla Giustizia, presidente del "Piccolo Sovnarkom"),
Boris I. Goldberg (comandante del governo militare di Tomsk, di Perm, e del Distretto
Militare del Volga, comandante dell'esercito di riserva e cofondatore dell'aviazione civile so-
vietica), Emanuel Goldenberg (economista buchariniano, già filo-trotzkista nel 1923, direttore
della Leningradskaja Pravda dopo l'espulsione degli zinoveviani nel 1926, vicepresidente per
la Repubblica Russa nel Gosplan), A.G. Goldman (accademico delle Scienze in Ucraina, nel
1931 autore del cachinno: «L'Accademia si è ora messa alla testa della lotta per la dialettica
marxista nelle scienze!»), David Goldman (capo dei ristoranti cooperativi della regione del
Don), G.P. Goldstejn (fotografo ufficiale, autore delle celebri foto scattate il 5 maggio 1920 a
Lenin, che davanti al Bolscioi incita le truppe in partenza per il fronte polacco, poi riprodotte
dopo avere eliminato dal podio le figure di Trockij e Kamenev caduti in disgrazia), Isaak I.
Goldstejn (economista, bundista, membro dell'Istituto dell'Economia Mondiale presso l'Acca-
demia delle Scienze dell'URSS, arrestato il 19 dicembre 1947, condannato a venticinque anni
per nazionalismo, morto in prigionia nell'ottobre 1953),
Filipp Isaevic Goloscekin (nato nel 1876 a Vitebsk con nome non meglio precisato – «Fi-
lipp» è solo l'ultimo dei «nomi di battaglia» – bolscevico dal 1903, nel CC nel 1912, deportato
a Turuchansk l'anno seguente, comandante della Regione degli Urali, riceve da J.K. Berzin e
Beloborodov l'ordine di uccidere lo zar, che trasmette a J.M. Jurovskij; organizzatore del Ter-
rore nel Kazakistan tanto da assurgere alla storia come «il macellaio del Kazakistan», nel CC
dal XII al XV congresso, capo della Commissione Statale di Arbitrato presso il Soviet dei
Commissari del Popolo, dopo un lungo cursus honorum stalinpurgato alla nuca nel 1941),
A.S. Goltsman (sindacalista trotzkista), Edward S. Goltsman (economista trotzkista, arrestato
nel 1932, sparato alla nuca nel 1936), Lazar Gordon (direttore del commercio dei generi indu-
striali della zona di Mosca), M.I. Gorelik (direttore della Sezione per la Preparazione e Ripar-
tizione dei quadri al commissariato per l'Industria Leggera),
Maksim Gorkij (1868-1936, nato Aleksej Maksimovic Peskov, scrittore, massone, noto

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come la «coscienza della rivoluzione», dato per ebreo da Ron Landau; Gitelman lo esalta in-
vece come «sincere and devoted friend of the Jewish people»; Yuri Slezkine scrive: «Negli
anni intorno al 1910 Gorkij era il più famoso scrittore, il profeta più onorato e il più eloquente
ed appassionato amico degli ebrei di Russia»; Sigilla Veri lo dice russo filo-ebraico; Cecilia
von Studnitz ignora ogni voce sul suo ebraismo, dandolo russo; Alan Unterman lo dice shab-
bos goy – Landau annovera tra i shabbos goyim anche i giovani Joseph P. Kennedy e Nikita
Chruscëv – il che non contrasta con una qualche ascendenza ebraica per padre o nonni, come
shabbos goy fu il «non-ebreo» rock 'n roll Elvis Presley; nel 1896 sposa la rivoluzionaria Ka-
tharina Pavlovna Volijn, nel 1905 si unisce alla rivoluzionaria Marija Fëdorovna Andrejeva,
poi commissaria al Teatro e Commercio Estero, dal 1922 alla morte convive con la Baronessa
Budberg; la nipote Marfa Peskova sposa Sergo, figlio di Berija, del quale il Nostro è intimo;
di lui traccia un pungente ritratto Perwoukhine: «Una volta l'ho udito parlare sull'avvenire
dell'umanità. Cioè di quel giorno nel quale il socialismo vittorioso, liberando l'energia latente
di due miliardi di esseri umani, trasformerà la vita, trasformerà il mondo, perfezionerà la so-
cietà, e la superficie della madre terra non sarà più che un sorriso e la vita diverrà così facile e
bella per tutti. "Io credo", disse egli meditando e cercando le parole più espressive, "che tutto
sarà possibile all'uomo divenuto simile a un semidio: per esempio, egli camminerà in un luo-
go assolato ed avrà desiderio di riposare. Ebbene: egli concentrerà la sua volontà e dirà: 'Vo-
glio che sia fatta l'ombra! Voglio! Comando alla natura!'... E la natura dovrà ubbidire. Ubbidi-
rà. Dal suolo arido sorgerà un albero fronzuto, e darà ombra all'uomo, al dominatore di tutte le
forze naturali, all'uomo che sarà allora saggio come un dio. Se il mare sarà in tempesta, l'uo-
mo dirà: 'Voglio la bonaccia'; e il mare si calmerà, perché esso è soltanto materia, mentre
l'uomo è il padrone assoluto della terra, e forse dello spazio. E perché no? Sì, dello spazio,
delle stelle... del Tutto" [...] L'amministrazione bolscevika trova nel Gorki un giudice molto
severo: quasi ogni numero del suo giornale mette in evidenza gli abusi sfacciati degli agenti
governativi, l'ignoranza feroce, la demagogia senza freni, la malafede, lo spirito di parzialità,
lo spirito di violenza brutale. Non risparmia, Gorki, né i capi bolsceviki, né la massa dei pseu-
do bolsceviki, cioè la massa dei malviventi che sotto la bandiera bolscevika hanno trovato per
sé il riparo sicuro e la garanzia d'impunità per i reati tra i più ripugnanti di cui si sono mac-
chiati [...] Si scaglia Gorki anche contro la plebe bolscevika, che massacra i borghesi inermi
non di altro colpevoli che d'essere dei "borghesi". Tutto ciò va bene. Ma... Ma è lecito chie-
dersi: quando Gorki avrà il coraggio necessario per entrare in guerra aperta contro i "bolsce-
viki"? Quando egli riconoscerà francamente che tutta la teoria "bolscevika" è un errore gros-
solano e pericoloso? È capace egli di pentirsene? La risposta è, forse, nel seguente dispaccio
diramato dall'Agenzia Stefani il 15 settembre 1918: "Il commissario dell'istruzione pubblica
bolsceviko Lunaciarski [Lunacarskij] ha incaricato Massimo Gorki di dirigere il dipartimento
delle pubblicazioni letterarie. Gorki avrebbe dichiarato che l'attentato del 30 agosto contro la
vita di Lenin lo ha indotto definitivamente a cooperare con i leninisti"»; quanto alla sua fine,
scrive Figes II: «L'NKVD sottopose Gorkij a stretta sorveglianza. Ci sono prove che lo scrit-
tore sia stato coinvolto in un complotto contro Stalin con Bucharin e Kirov, il gerarca lenin-
gradese del partito forse assassinato per ordine di Stalin nel 1934. Anche la morte di Gorkij
nel 1936 può essere stata una conseguenza del complotto. Da un po' di tempo egli soffriva di
un'influenza cronica causata da problemi di cuore e di polmoni. Nel corso del processo-
spettacolo contro Bucharin del 1938, i medici di Gorkij furono trovati colpevoli del-
l'"assassinio medico" dello scrittore. Forse Stalin usò la sua morte naturale [il 18 giugno, per
TBC, polmonite e collasso cardiaco, anche se i medici e Jagoda «confesseranno» di averlo
ucciso] come pretesto per eliminare i propri nemici politici, ma il coinvolgimento di Gorkij

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con l'opposizione rende quanto meno plausibile l'ipotesi che sia stato liquidato da Stalin. È
quasi certo che l'NKVD abbia ucciso il figlio di Gorkij, Maksim Peskov, nel 1934; e ciò può
essere stato parte di un piano per indebolire Gorkij. Sicuramente la morte di Gorkij era arriva-
ta in un momento quanto mai opportuno per Stalin, poco prima dei processi-spettacolo contro
Zinovev e Kamenev, che Gorkij aveva intenzione di smascherare sulla stampa occidentale
cone una mistificazione»),
Aleksej F. Gorkin (segretario del Presidium del Soviet Supremo dal 1937 al marzo 1953,
suo vicesegretario nel dicembre 1953), Efim Naumovic Gorodeckij (storico sovietico poststa-
linista), Anatolij Borisovic Gorskij (alias Gromov), Lipbin Gramberg (direttore della fabbrica
metallurgica Dzerzinskij), F.P. Griadinskij, A.I. Grinberg (ingegnere capo del Banco Steklo/
progetti al commissariato per la Costruzione delle Macchine), B. Grinberg (ingegnere alla Se-
zione Tecnica e di Produzione allo stesso commissariato), Grigorij Fëdorovic Grinko (com-
missario all'Educazione e alle Finanze, vicepresidente del Gosplan), A.M. Grinstejn, Vladimir
Gustavovic Groman (ex menscevico, esperto di statistica economica, capo del Gosplan, arre-
stato in agosto 1930, condannato per «sabotaggio» nel 1931, purgato nel 1932), Juli L. Gros-
sman (oppositore di sinistra), Grossman-Roscin (durante lo zarismo, teorico del «terrorismo
immotivato», poi sindacalista amico di Lenin e Lunacarskij), Zacharij Grigorevic Grzebin,
Misha/Samuil Guberman (segretario storpio di Lazar Kaganovic, da questi fatto pluribastona-
re), Solomon Guchmann (direttore del Mostorg), Benjamin Guerson (segretario di Dzerzin-
skij), Tejwel Gumnickij (capo del servizio per il commercio interno della regione di Kalinin),
Samuel Guralskij (nato Haifitz a Lodz: bundista, menscevico e bolscevico zinovevista, diri-
gente KPD Kommunistische Partei Deutschlands quale August Kleine, poi in URSS),
Gurevic (direttore e vicecommissario dell'Industria Pesante), Gurevic (direttore dell'Hotel
Lux all'epoca delle Purghe), Aleksandr Iosifovic Gurevic (nato nel 1896, nel 1927-34 mem-
bro della CCC – il «tribunale» del Partito – fido di Ordzonikidze, capo dell'amministrazione
centrale per l'industria metallurgica 1932-36, dal dicembre 1936 vicepresidente del Gosplan,
arrestato nel luglio 1937, sparato in ottobre), M.G. Gurevic (vicecommissario alla Salute Pub-
blica), Nachman Gurevic (commissario per il Commercio Interno della Bielorussia), Samuil
Gurevic (dirigente dei servizi speciali al commissariato per il Commercio Estero), Georgij
Gurvic (specialista in Diritto Pubblico), Mark Gurvic (giurista di Procedura Penale), Fëdor
Gusev (ministro degli Esteri nel 1951), Sergej Ivanovic Gusev (nato nel 1874 Jakov Davi-
dovic Drabkin, rivoluzionario arrestato nel 1897 e bandito in Siberia, rientrato a San Pietro-
burgo nel 1904, riarrestato e ribandito nel 1906, dopo il putsch ottobrino membro di consigli
militari sul fronte orientale, nel 1919 capo del GRU presso lo Stato Maggiore dell'Armata
Rossa, nel 1921 capo della sua Amministrazione Politica, nel 1923-25 capo della CCC e di
altre commissioni del CC, tra cui quella storica, direttore della Sezione Stampa del CC, diri-
gente del Komintern, muore nel 1933, sepoltura d'onore lungo le mura del Cremlino), Vera
Nikolaevna Gutman (oppositrice di sinistra),
Jakov Stanislavovic Haneckij (o Ganeckij/Ganetzki, alias Kuba e Genrich, nato Fürsten-
berg nel 1879 da ricchi industriali «polacchi», sposa Gisa Adler nepote del boss socialista
«austriaco» Viktor, intimo di Dzerzinskij nello SDKPiL, della Luxemburg e di Parvus, ai cui
maneggi rivoluzionari opera e la cui ditta commerciale guida durante la guerra; nel 1935 fatto
direttore del Museo della Rivoluzione; quale «spia e trotzkista», stalinpurgato nel 1937 con
moglie e figlio; «uno dei bolscevichi più borghesi e più umani», lo definisce il giornalista bor-
ghese Georgij Popov, il quale, dopo averlo più volte sollecitato per conoscere la sorte del fra-
tello, ex ufficiale zarista imprigionato dai rossi, ed essersi sentito immancabilmente promette-
re un interessamento, si vede, l'ennesima volta, rispondere «in tono nervoso»: «"Suo fratello?

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Ah! Sì, finalmente ho avuto oggi una risposta dalla Ceca. È morto da un pezzo! È morto di
tifo ad Arcangelo, da un bel po' di tempo! Condoglianze sincere!"»... quando in realtà era sta-
to mitragliato, sulle spiagge di Arcangelo il 21 novembre 1921, con ottocento compagni che si
erano rifiutati di salire sulle chiatte per le Solovki, il cui destino, come successo in molti altri
casi, era di venire affondate a cannonate in mare aperto: «Fu per questo che tutti gli ufficiali
prigionieri, prima di partire, si riunirono e decisero di insistere affinché i cechisti di sorve-
glianza prendessero posto con loro sulle barche di trasporto. Contro ogni loro aspettativa, il
comandante del campo di concentramento promise che avrebbe soddisfatto quel desiderio.
Sopito l'atroce sospetto, non per questo scemò l'ansioso soffrire di quei disgraziati [...] Gli ot-
tocento uomini, coperti di cenci, affamati, intirizziti dal freddo, quegli ufficiali, un giorno pie-
ni di vigore e di baldanza, si posero in cammino verso la spiaggia del mare ove dovevano at-
tenderli i trasporti. Grandi misure di precauzione erano state prese: molte centinaia di soldati
rossi armati fino ai denti, per la maggior parte comunisti magiari, scortavano la colonna. Si
badava particolarmente a che gli uomini non avessero a sbandarsi: venivano spinti l'uno con-
tro l'altro in file serrate, sicché essi non potevano avanzare che lentamente, come un gregge di
pecore cacciato innanzi contro la propria volontà [...] Giunti che furono al mare, i prigionieri
ebbero l'ordine di addensarsi contro la spiaggia, presso al suo margine. Un paio di metri più
sotto riluceva sinistramente la superficie ghiacciata del mare. Le guardie magiare, che intanto
si erano disposte a semicerchio, rade intorno alla massa compatta dei prigionieri, assicuravano
che presto sarebbero giunti anche i trasporti, dei quali non si vedeva alcuna traccia sul mare.
Esse stesse però non riuscivano a nascondere un certo nervosismo. Accadde quindi una scena
terribile: ad un tratto dalla collina si udì un crepitio di mitragliatrici, nascoste forse tra i ruderi,
ed una gragnuola di pallottole cominciò a piovere sulla massa inerme degli ottocento infelici
ufficiali. Presi da panico tentarono di diradarsi, qualcuno cercò scampo verso il mare, le grida
di dolore dei feriti riempivano l'aria. Vi fu chi preso dal folle terrore della morte, d'un tratto
impazzito si gettò addosso ai compagni. Coloro che eran saltati in mare, miseramente affoga-
rono, ché il sottile strato di ghiaccio si rompeva sotto il loro peso. Tentarono altri di salvarsi
fuggendo in direzione del campo, nella speranza di aprirsi un varco tra le file dei soldati. Fu-
rono accolti dalle scariche di fucileria dei soldati della Ceca e caddero anch'essi. Intanto le mi-
tragliatrici continuavano a crepitare ed a falciare»),
Abram Heifez (bundista, rientrato in Russia nel 1917, nel presidium e nel CC del Bund
ucraino, nell'ottobre si fa bolscevico e raggiunge alte cariche nel Komintern: «Il Bund, che si
era autoillustrato quale rappresentante delle "masse lavorative ebraiche", si unì ai bolscevichi
con la parte maggiore e più attiva dei suoi membri», scrive nel 1923 Iosif Bikerman), Leo La-
zarus Helphand (alias Evgenij Aleksandrovic Gnedin, il figlio maggiore di «Parvus» che, nato
a Dresda nel 1898, viene abbandonato nel 1903 insieme alla madre Tatjana Berman/Gnedin,
con la quale si porta a Odessa, assumendo nel 1917 il cognome della madre; ardente bolscevi-
co, a metà degli anni Trenta portavoce dell'ambasciata a Berlino, capo della sezione stampa al
ministero degli Esteri nel 1937-39, arrestato e gulaghizzato, sopravvive), Lev Borisovic Hel-
phand (fratellastro di Gnedin, agente NKVD, attivo all'ambasciata sovietica a Parigi ove par-
tecipa ad attentati contro i russi fuorusciti, tra cui il rapimento dell'ex generale bianco Kute-
pov, incaricato d'affari all'ambasciata sovietica a Roma, ricevuto l'ordine di rientro a Mosca e
presagendo di venire stalinpurgato, interpella Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri italiano e
genero di Mussolini, col cui aiuto contatta all'ambasciata USA il colonnello Price, trasferen-
dosi all'inizio del 1940 a New York, ove si fa ricco commerciante col cognome Moore),
Ilja Ivanovic Herzenberg (nato in Lettonia nel 1898, poi in Svizzera, donde si porta in
Russia nel 1917, commissario politico nell'Armata Rossa nel 1919-20, agente OGPU nel

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1921-24, membro del Consiglio per l'Economia Popolare, dirigente dei servizi speciali al
Commercio Estero, in particolare inviato in Grecia e Germania, direttore della sezione Pro-
mexport, stalinpurgato il 7 maggio 1938), Antal Hidas (scrittore e drammaturgo, giunto nel
1925 a Mosca, ove organizza l'"Associazione degli scrittori e degli artisti rivoluzionari unghe-
resi", stalinpurgato con diciassette anni di Gulag), Dukor Hirs (capo della sezione finanza al
commissariato per l'Alimentazione), Aleksandr Vladimirovic Hirschfeld (1897-1962, rotarmi-
sta nel 1918-31, attivo in Germania per il GRU e l'INO nel 1931-38, contatti con l'alto tradito-
re Arvid Harnack, nel 1935-38 console generale a Königsberg e responsabile per lo spionag-
gio in Lettonia, richiamato nel 1938, docente all'Istituto Storico dell'Accademia delle Scien-
ze), E.S. Holtzman/Goltsman/Golcman (trotzkista di secondo piano, coinvolto nel processo al
"Centro trotzkista-zinovevista", nucasparato il 24 agosto 1936), Dora Vladimirovna Hor-
vitz/Gurvich (parente del celebre pianista Vladimir Horowitz, collaboratrice di Vysinskij al
commissariato all'Istruzione), M.M. Houtaevic o Choutaevic, Indenbaum (commissario
all'Approvvigionamento del governatorato di Tjumen, ordini per i requisitori: i contadini che
non consegnano il grano vengano sbrigativamente arrestati, gettati in buche, innaffiati con ac-
qua e lasciati congelare),
Adolf Abramovic Ioffe/Joffe/Yoffe (nato in Crimea da ricca famiglia di mercanti caraiti,
guida la rivolta della flotta nel 1905, intimo di Trockij, delegato a Brest-Litovsk; nell'aprile
1918 primo ambasciatore sovietico, a Berlino in Unter den Linden 7; indi a Pechino, Vienna e
Tokio, trotzkista, nel novembre 1927 suicida «per protesta» contro lo stalinismo; la giovane
vedova Marija Michajlovna, confinata in Asia Centrale con un figlio che vi muore, riesce a
sopravvivere e a raggiungere Israele; i caraiti, da «qeraim, lettori», adepti della setta fondata
nel 761 da Anan ben David e diffusasi pressoché solo tra i cazari, sono ancor oggi noti come i
«protestanti del giudaismo», rifiutando essi la Legge Orale rabbinica per attenersi soltanto a
quella scritta della Torah: rigettati da un millennio dal ben più grande corpus dell'ebraismo
talmudico e quindi estranei alle trame dell'ebraismo internazionale, nel secondo conflitto
mondiale non verranno «perseguitati» dai tedeschi né in Crimea né in Lituania, così come
mezzo secolo prima non era stata loro applicata la legislazione antiebraica zarista), Nadezda
Adolfovna Ioffe (sua figlia di primo letto, ardente bolscevica, oppositrice di sinistra, deportata
nel 1929, amante del trotzkista bulgaro-romeno Kristjan Rakovskij), Boris M. Ippo (capo del-
la Amministrazione Politica della flotta del Mar Nero, poi della flotta baltica, inviato sul fron-
te turkmeno, capo dell'Amministrazione Politica del Distretto Militare dell'Asia Centrale e
dell'esercito del Caucaso), Pëtr Isaev (nei primi anni Trenta presidente del Consiglio dei
commissari del Kazakistan), Isgoev (dato solitamente per Goldmann, viene corretto in Landau
da John Spargo), A.J. Izrailovic (capo dell'Amministrazione Centrale dell'Industria del Gas),
E.J. Izrailovic (ingegnere capo della Amministrazione per la Costruzione delle Macchine A-
gricole), Iosif Izsaken (direttore della fabbrica di turbogeneratori a Charkov),
Jakov Jaglom (dirigente sindacale, giubilato da Stalin nel 1928-29 con la vecchia guardia
sindacale), Rosa Jagoda (sorella maggiore di Genrich, anarchica e poi bolscevica), tale Jakob-
son (coi confratelli Davidson, Gilfont e Guba, membro della Commissione d'Inchiesta Straor-
dinaria che nel settembre 1918 condanna a morte a Valdaj il teorico del nazionalismo costi-
tuzionale russo Mikhail Osipovic Mensikov accusato di essere un pubblicista «antisemita»; il
6 settembre, in una lettera ai familiari, questi rivela che non verrà «giustiziato» in quanto par-
tecipe di cospirazione antirivoluzionaria, ma perché «i membri e il presidente della Com-
missione d'Inchiesta Straordinaria sono ebrei e non celano che il mio arresto e processo sono
una vendetta per i miei vecchi articoli di denuncia contro gli ebrei [...] Ricordate: muoio vit-
tima della vendetta ebraica, non per un qualche delitto, ma solo per la denuncia del popolo

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ebraico, cosa per cui essi hanno sterminato anche i loro profeti»), Mikhail Jakobson (nel Pre-
sidium nel 1951), Jakov Arkadevic Jakovlev (nato Epstejn, figlio di impiegato, capo della Di-
visione Stampa del Comitato Centrale, commissario all'Agricoltura dal 1929 al 1934, feroce
collettivizzatore ed epurazionista in Bielorussia, sparato alla nuca nel 1938; suoi compari nel-
la collettivizzazione sono al commissariato per l'Agricoltura V.G. Feigin, G.G. Roshal e M.M.
Wolf), Varvara Nikolaevna Jakovleva («comunista di sinistra», membro del Comitato Centra-
le uscito dal VI Congresso bolscevico panrusso del luglio-agosto 1917, arrestata nel 1938, ve-
rosimilmente sparata nel 1941), M.A. Jampolskij (capo della Sezione Lavoro della Com-
missione del Piano Statale), Aleksandr Janov (giornalista, anima del periodico Molodoj kom-
munist, "Giovane comunista", negli anni Settanta emigrato negli USA, ove diviene sovietolo-
go universitario a Berkeley), Janovskij (direttore dell'Opera di Stato ucraina, nel settembre
1937 accusato di «nazionalfascismo»),
Emeljan Jaroslavskij (1878-1943, nato Minej Izrailevic Gubelman o Kogan, direttore nel
1922 del quotidiano e poi settimanale Bezboznik, "Il senzadio", presidente della "Lega Centra-
le dei Senza Dio" o "Unione degli Atei Militanti", fondata nel settembre 1926, nei primi anni
Trenta strutturata su 96.000 cellule di base in tutto il paese, segretario del Comitato Centrale,
principale accusatore di Trockij ed attivo epuratore alla fine degli anni Venti, presidente della
Società dei vecchi bolscevichi; la politica antireligiosa del bolscevismo: su 54.692 chiese or-
todosse e 15.000 moschee attive nel 1914, restano in piedi 39.000 chiese all'inizio del 1929,
data d'inizio della campagna antireligiosa, riducendosi il 1° aprile 1936 a 15.835 chiese orto-
dosse, 4830 moschee e qualche decina di chiese cattoliche e protestanti, e precipitando all'ini-
zio del 1941 a meno di 1000 chiese e moschee; quanto ai ministri di culto ortodossi, di fronte
agli 112.629 del 1914 e ai 70.000 del 1928, nel 1936 ne restano attivi 17.857, precipitando a
inizio 1941 a 5665, di cui oltre la metà provenienti dai territori baltici, polacchi, ucraini e
moldavi da poco incorporati), Efim Jartschuk (già anarchico e sindacalista, nell'ottobre 1917
comandante di una sezione di marinai contro il Palazzo d'Inverno), Ilja Jonov (nato Bern-
stein), P.A.Judin (ministro dell'Industria Pesante e, nel 1951, dei Lavori Pubblici), Pavel F.
Judin (ideologo, critico della letteratura, morto nel 1968), Vladimir Grigorevic Judovskij
(vecchio bolscevico di Odessa, a capo del Comitato Militare Rivoluzionario locale, insegnan-
te scolastico dopo la guerra civile),
Jakov Mikhailovic Jurovskij: nato Jankel Movsev nel 1878 a Kainsk presso Tomsk da pa-
dre rabbino, studi in sinagoga, apprendista orologiaio, riparato a Berlino nel 1905, convertito
al protestantesimo, rientra aprendo a Tomsk un proprio commercio di orologeria, espulso da
Tomsk per rivoluzionarismo e stabilito ad Ekaterinburg, apre uno studio di fotografo, mobili-
tato nel 1914 evita il fronte quale assistente di sanità a Ekaterinburg, nel marzo 1917 delegato
del soviet al locale ospedale, membro del Comitato Esecutivo del soviet dell'Ural, commissa-
rio aggiunto alla Giustizia e nel direttivo della locale CEKA, nel 1921-23 brutale requisitore
di beni dei «nemici del popolo», in particolare ecclesiali, direttore aggiunto delle officine Bo-
gatyr, direttore del Museo Politecnico di Stato, amicizie negli alti ranghi, frequenta le cantine
e l'ospedale del Cremlino, muore nel 1938; si illustra quale capo del plotone che tra l'una e le
due di notte del 18 luglio 1918, ricevuto l'ordine dal confratello Goloscekin, comandante della
Regione degli Urali, fucila e baionetta ad Ekaterinburg nella casa Ipatev (l'edificio noto come
«la destinazione speciale») lo zar, la zarina, il figlio zarevic Aleksej, le quattro figlie grandu-
chesse Olga, Tatiana, Marija e Anastasija (violentate prima di venire uccise, scrive Jean Par-
vulesco), il dottor Evgenij Sergeevic Botkin, il cuoco Ivan Karitonov e i domestici Aleksej E.
Trupp e Anna S. Demidova (già il 1° giugno erano stati uccisi il cameriere personale dello
zarevic, K. G. Nagornij, e il domestico Ivan Sednev, arrestati il 28 maggio per avere protesta-

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to contro i furti a carico del gruppo; quanto a Sednev, Nicholas Ross sostiene invece che alla
vigilia dell'eccidio, il 16 luglio, il giovane sarebbe stato allontanato da Casa Ipatev da Jurov-
skij, ivi giuntovi il 4 in sostituzione del comandante cekista Aleksandr Avdeiev; di altre cin-
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que persone al seguito dello zar, detenute in carcere, ne morranno quattro);
Leonid Naumovic Jurovskij (1884-1938, negli anni Venti il più importante economista
liberale, fautore della NEP, capo dell'Ufficio Emissione del commissariato alle Finanze, sta-
linpurgato), Rimma Jurovskij (figlia di Jakov M. Jurovskij, ardente komsomolets, arrestata e
deportata nel 1935); Iosif Sigismundovic Jusefovic (nato a Varsavia nel 1890, bundista, co-
munista dal 1917, pubblicista e storico, direttore all'Accademia delle Scienze, attivo nel Pro-
fintern quale vice di Lozovskij e nel collegio redazionale del Sovinformbjuro, attivista del
CEA, arrestato il 13 gennaio 1949, stalinpurgato il 12 agosto 1952), Pavel Solomonovic Ju-
skevic (1873-1945, filosofo marxista, trasformatore dell'empiriocriticismo machiano in «em-
piriosimbolismo»), Z.S. Kacenelenbaum (docente di Economia, negli anni Venti consulente al
commissariato per il Commercio Estero), B.D. Kagan (capo del trust Prod Mascinahina), J.B.
Kagan (capo dell'amministrazione centrale dell'industria del gas),
Lazar (Eleazar) Moïseevic Kaganovic (il numero due dello stalinismo, nato nel 1893 nel
villaggio di Kabana tra Gomel e Kiev, terzogenito di un calzolaio, pur avendo compiuti gli
studi in una Yeshiva, a differenza dei fratelli rifiuta si sottoporsi alla bar mitzvah, bolscevico
dal 1911, marito di una russa, nel maggio 1925 segretario generale del Partito in Ucraina, il
«commissario di ferro», «il fedele compagno d'armi di Stalin», il più feroce sostenitore della
necessità di «misure eccezionali» per la collettivizzazione delle terre, «se abbiamo usato la
parola spietato per descrivere Kirov in generale, per Kaganovic essa va presa proprio alla let-
tera – non c'era assolutamente pietà né compassione nel suo temperamento», scrive Conquest,
aggiungendo che alla caduta di Stalin telefonò a Chruscëv implorando «di non permettere loro
di trattarmi come trattavano la gente sotto Stalin»; «sindaco di Mosca», commissario in nume-
rosi dicasteri dal 1935 al 1953, strenuo propugnatore del marxismo-leninismo, promotore del
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culto della personalità di Stalin, stalinpurgatore-capo, nel 1937 litaniante «I nostri gloriosi
agenti del NKVD, riflettendo la volontà delle masse popolari, smascherano ed eliminano uno
dopo l'altro tutti i servi dei perfidi nemici del popolo, devoti al fascismo», autore del sublime
detto «Un comunista vale poco se in fondo alla sua anima si agita il vermicello del dubbio»,
esonerato da ogni incarico nel 1957 ed espulso dal Partito nel 1962, muore nel 1991); i suoi
fratelli Aaron (amministratore per gli approvigionamenti a Kiev, amministratore del trust per
le Calzature di Cuoio al commissariato per l'Industria Leggera della Ucraina), Mikhail (nel
1931 vicepresidente del Consiglio per Economia, nel 1937 commissario per l'Industria Bellica
e poi dell'Aviazione, suicida nel secondo dopoguerra nel bagno dell'ufficio di Anastas Miko-
jan, presidente della commissione che indagava sulle accuse di spionaggio nei suoi confronti)
e Julij (vice- e poi commissario per il Commercio Estero), oltre a undici altri della dinastia in
posizioni preminenti, tra cui Sergej (alto dirigente dell'industria tessile) e Boris (dirigente del-
la industria militare), Moisej Iosifovic Kalmanovic (nel 1917 commissario all'Approvvigio-
namento del Fronte Occidentale, poi della RSS di Bielorussia e dell'effimera RSS di Lituania,
commissario dell'organizzazione sovchozica 1934-35, presidente del direttivo della Gosbank),
Kalmanson (vicedirettore dello zoo di Mosca, accusato di «spionaggio per la Germania»),
Lev Borisovic Kamenev (demi-juif, il cui cognome significa «uomo di pietra», nato a Mo-
sca nel 1883; per quanto la Vasileva lo dica «figlio di tedeschi del Baltico diventati russi»,
nasce Rozenfeld da padre ebreo ingegnere ferroviario, è massone, nel Comitato Centrale, su-
bito prima del golpe ottobrino è presidente del Soviet di Mosca e, seppure per pochi giorni,

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VALLI 3 PAG. 16-07-2008 11:21 Pagina 1

In alto: la proprietà Ipatev ad Ekaterinburg, fatta radere al suolo la notte dal 27 al 28 lu-
glio 1977 da Boris Eltsin, allora primo segretario del Comitato Provinciale del Partito
Comunista. In basso: il piano superiore di casa Ipatev. Schemi tratti da Nicolas Ross, La
mort du dernier Tsar - La fin d’un mistère?, L’Age d’Homme, 2001, pp.306 e 307.
VALLI 3 PAG. 16-07-2008 11:21 Pagina 2

In alto: il piano terra di casa Ipatev, col percorso compiuto fino alla camera dell’ecci-
dio, compiuto tra l’una e le due di notte del 18 luglio 1918. In basso: la posizione delle
undici vittime e degli assassini. Schemi tratti da Nicolas Ross, La mort du dernier Tsar
- La fin d’un mistère?, L’Age d’Homme, 2001, pp.308 e 309.
VALLI 3 PAG. 16-07-2008 11:21 Pagina 3

Attribuzione, da parte degli anatomopatologi Sergej Abramov e William Mapples, dei


resti umani riesumati nel luglio 1991 nella miniera «Quattro fratelli» a tredici chilome-
tri da Ekaterinburg. Nove, sugli undici dell’eccidio, sono i cadaveri rinvenuti; i due
mancanti sono quelli di Aleksej e Anastasija (o Marija). Disegno tratto da Nicolas Ross,
La mort du dernier Tsar - La fin d’un mistère?, L’Age d’Homme, 2001, p.313.
VALLI 3 PAG. 16-07-2008 11:21 Pagina 4

La famiglia imperiale russa nel 1913: Nicola II e la zarina Alexandra Fëdorovna coi figli (da destra) le gran-
duchesse Marija, Tatiana, Olga, Anastasija e lo zarevič Aleksej. Foto tratta da J. Schelajew et al., Nikolaus II.
- Der letzte russische Zar, Bechtermünz Verlag, 1998, p.343.
PaginE CEFFI/ZAR 15-02-2010 9:48 Pagina 1

In alto: le quattro figlie dello zar Nicola II


nel 1906: Olga, Tatjana, Maria e Anastasia.
Nel 1991, nei pressi di Ekaterinburg, venne-
ro esumate le ossa della famiglia Romanov.
A lato: i teschi dello zar e della zarina insie-
me a quelli di tre figlie. I resti della quarta
figlia e dello zarevic non sono stati finora
trovati. Dopo perizie medico legali, nel
luglio 1998, a settant’anni dall’eccidio, le
ossa vennero solennemente trasferite nella
fortezza Pietro e Paolo a San Pietroburgo.
Da Karl Schlögel, Das russische Berlin,
Pantheon, 2007, p.364. In basso: casa
Ipatev, a Ekaterinburg. La finestra ad arco al
centro del seminterrato, a sinistra nella foto,
è quella della stanza dell’eccidio. Da Greg
King, L’ultima zarina, Mondadori, 1997.
prescelto da Lenin quale presidente del VCIK, il "Comitato Esecutivo Centrale Panrusso", e
quindi «capo dello Stato», presidente dei primi Politburo e dello STO "Consiglio del Lavoro e
della Difesa"; impalma in prime nozze Olga Davydovna Bronstejn sorella di Trockij e in se-
conde la russa Tatjana Ivavovna Glebova, antitrotzkista nel 1924, accusato di trotzkismo-
sinistrismo ed esonerato da ogni incarico di Partito nel 1925-26, nel gennaio 1926 commissa-
rio al Commercio Estero e Interno, nel 1927 ambasciatore a Roma e decaduto dal Politburo,
poi retrocesso a capo della sezione scientifica e tecnica del commissariato per l'Economia Po-
polare; intimo di Zinovev e con lui noto quali «KZ», «i dioscuri del marxismo» o «dove c'è
uno, c'è l'altro»; nel 1921 Lenin lo descrive con gli aggettivi «poveretto», «debole», «cordia-
le» e «spaventato»; figura più dignitosa di Zinovev, è tuttavia un temporeggiatore e incorreg-
gibile opportunista; sparato il 25 agosto 1936; trascina nella rovina 1. la prima moglie, pluri-
arrestata e sparata nell'autunno 1941, 2. la seconda, sparata anch'essa, 3. il figlio maggiore
Aleksandr, da poco diplomato allaAccademia Aeronautica, arrestato nell'agosto 1936 e spara-
to nel luglio 1939, 4. il nipote Vitalij, arrestato diciannovenne nel 1951, condannato a 25 anni
di campo di lavoro correzionale e morto nel 1966, 5. il secondo figlio Jurij, sparato il 30 gen-
naio 1938, un mese prima di compiere diciassette anni, 6. il figlio minore Vladimir, inviato in
una casa NKVD per figli di «traditori» e il cui cognome muta nel Glebov materno),
Sergej Sergeevic Kamenev (figlio di ebreo battezzato, guida le Forze Armate nel 1919-24
quale successore di Vacetis, vicecommissario per Esercito e Marina, nel 1926 commissario al
Commercio Estero), A. Kamenskij (nel 1920 commissario al Congresso Panrusso delle Na-
zionalità), Vasilij Vasilevic Kamenskij (poeta, cofondatore del futurismo russo, rivoluzionario
bandito in Siberia, tra i primi deputati degli scrittori di Mosca), Grigorij Naumovic Kaminskij
(commissario alla Sanità dal 1934 al 1937, primo certificatore delle morti «spontanee» e im-
provvise di Kujbysev e Ordzonikidze, legato a Rakovskij, stalinpurgato nel 1938), il forse e-
breo David Vladimirovic Kandelaki (nel 1935 capo della delegazione commerciale a Berli-
no), Kandikov (né Fridman), G. Kaner, Leonid Vitalevic Kantorovic (direttore dell'Istituto di
Matematica dell'Accademia delle Scienze, nel 1971 dell'Istituto per la Pianificazione e la Di-
rezione dell'Economia Popolare, Nobel 1975 per l'Economia), Solomon Ilic Kantorovic (com-
missario alla Salute Pubblica), V. Kantorovic (agitatore bolscevico, poi storico e segretario
del commissario agli Esteri Cicerin), Pëtr Leonidovic Kapitza (per quanto il cognome sia cer-
tamente ebraico, derivato da Kap/Kapp kinnuyim di Jacob, l'Encyclopaedia Judaica lo dà co-
me figlio e nipote di generali russi e demi-juif di madre ebrea, nato nel 1894, laureato in Fisica
al Politecnico di Pietrogrado, migra in Inghilterra nel 1921, lavora al Cavendish Laboratory,
nel 1929 primo straniero da due secoli ad essere nominato membro effettivo della Royal
Society, direttore del Mond Laboratory, che trasferisce a Mosca nel 1934, direttore del neo-
fondato Istituto di Problemi Fisici, copadre della bomba atomica e H sovietiche, Nobel 1978
per la Fisica), Sofja Kaplan (direttrice del trust dei ristoranti economici a Mosca), O.D. Ka-
plun (ingegnere capo al Commissariato del Popolo per le Costruzioni di Navi),
il caraita Lev Mikhajlovic Karachan (nato Karachanjan nel 1889, capo dei mezrajoncy, nel
CC nel 1918, vicecommissario agli Esteri nel 1918-20 e 1927-34, ambasciatore in Polonia,
Cina e Turchia, sbrigativamente stalinpurgato nel dicembre 1937; Radek lo dice «asino di
classica bellezza»), M.Ja. Karpov (braccio destro di Postysev, accusato di trotzkismo nel feb-
braio 1937), Anna Karpova (nata Salkind, sorella della sanguinaria Rozalija Samuilovna Sem-
ljatcha/Zemljatcha, direttrice a Mosca del prestigioso IFLI, l'"Istituto di Filosofia, Letteratura
e Storia" i cui più popolari docenti sono i confratelli Abram Belkin, Mikhail Lifschiz e Leonid
Pinski), Emmanuil Genricovic Kasakevic (scrittore, ufficiale dei servizi segreti dell'Armata
Rossa), Ruben Katanjan (sostituto procuratore generale dell'URSS nel 1933-37), E.C. Kazan-

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skij (comandante di uno dei due gruppi impiegati nella repressione di Kronstadt), I.O. Keishin
(giornalista di Pietrogrado che nel luglio 1917 viene rimproverato da Gorkij per avere gioito
delle sofferenze della zarina incarcerata), Zalman Khaikin (già socialista-sionista, bolscevico
dal 1917, redattore di Di varheit "La verità" e direttore del quotidiano Der shtern "La stella"),
Evgenja Jankelevna Khersonskaja (moglie del trotzkista Bobinskij, opera da corriere tra Biisk
e Barnaoul), Issak Samuilovic Kieselstein (pianificatore del putsch ottobrino, boss cekista,
membro del Consiglio Rivoluzionario della V e XIV Armata),
Viktor Pavlovic Kin (nato Surovikin, combattente anti-bianco, giornalista, dirigente del
Komsomol, commediografo, romanziere, agente segreto, marito della italianista Cecilia Kin
née Rubinstejn, arrestato nel novembre 1937 e stalinpurgato con «dieci anni di campi lontani»
alias sparo nucale), Avgust M. Kirchenstein (microbiologo, attivo rivoluzionario, presidente
del Presidium del Soviet Supremo nel 1951), V. Kirson (delegato al XVII Congresso, stalin-
purgato nel massacro politico-militare di fine luglio 1938), Kissel (membro supplente nel
Comitato Centrale uscito dal VI Congresso panrusso dell'agosto 1917), Avram Kissin (capo
dell'amministrazione centrale dell'industria dei lieviti), I.S. Kitain (segretario del Comitato del
Partito al commissariato per l'Industria Leggera), Ivan Kizelstein, Israel Mikhailovic Klejner
(nel 1934 vicepresidente del Consiglio del Lavoro e della Difesa, Ordine di Lenin), Aleksandr
Klejnman (docente di procedura penale), E. Knigissen (nata Lilina, presente nel 1918 nel
Comitato Centrale Esecutivo), Vilgelm Georgevic Knorin (nato «lettone» Knorins, controllo-
re dei tedeschi nel Komintern, arrestato nel giugno 1937 e sparato nel 1939), Evgenija Kogan
(nel 1917 segretaria del Comitato del Partito a Samara, membro del tribunale rivoluzionario
militare del Volga, poi a Tashkent e a Mosca, ove resta segretaria del Comitato cittadino del
Partito per tutti gli anni Trenta; moglie di Kujbysev) Ilya Solomonovic Kogan (nel 1941 vice-
commissario alle Costruzioni Automobilistiche),
Pëtr Sëmenovic Kogan (1872-1932, laureato a Mosca, famoso critico letterario, pedagogo
e storico fin da prima della Grande Guerra, dopo l'Ottobre e fino alla morte dirigente al com-
missariato all'Educazione, cantore della «volontà d'acciaio» del cekista, che piegherà «al be-
nefico giogo della ragione gli esseri ignoti che abitano su altri pianeti, forse ancora nello stato
selvaggio della libertà. Se non comprenderanno che portiamo loro la felicità matematicamente
esatta, è nostro dovere costringerli a essere felici»), Sëmen M. Kogan (alias Semkov, nel no-
vembre 1918 commissario politico agli Armamenti e alla Produzione d'acciaio di Ishevsk, e
cioè capo-repressore della sollevazione operaia del mese innanzi: migliaia di sparati, dei quali
400 nella sola piazza della cattedrale), Mikhail Efimovic Kolcov (nato Fridljand, fratello del
caricaturista staliniano Boris Efimov; corepressore di Kronstadt, il più influente scrittore so-
vietico, redattore di Izvestija, Pravda, Ogoniok e Krokodil, diplomatico nel 1921-23, dirige il
Congresso Internazionale degli Scrittori a Parigi e Madrid/Valencia, direttore di Radio Barcel-
lona nella Guerra Civile, capo dell'ufficio estero dell'Unione degli Scrittori Sovietici; rientrato
a Mosca, viene arrestato il 12 dicembre 1938, secondo Conquest condannato nel febbraio
1940 a dieci anni di «reclusione senza diritto alla corrispondenza» e sparato il 2 febbraio, il
giorno seguente alla sentenza; Korn lo dice invece, erroneamente, sparato alla nuca nel 1942
insieme alla sua compagna tedesca Maria Osten, scrittrice), Lazar Kolenberg (assassino nel
1929 a Mosca dell'ex generale bianco poi sovietico Slatchev, tenuto «responsabile» di pogrom
a Nikolaev; dichiarato irresponsabile in istruttoria e liberato),
Aleksandra Mikhajlovna Kollontaj (quarto-juive figlia del colonnello, poi generale, ucrai-
no Mikhail Domontovic e della demi-juive Aleksandra Mavrinskaja; trae il cognome dal pri-
mo marito polacco colonnello Vladimir Ludvikovic Kollontaj; amante del teorico menscevico
Pëtr Pavlovic Maslov, poi dei goyim Pavel Efinovic Dybenko, ex parrucchiere assurto a glo-

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ria per avere, da marinaio rivoluzionario, disperso l'Assemblea Costituente, e Aleksandr Slj-
apnikov, fedelissimo boss leninista; cinque lingue parlate, teorica dell'amore libero, bolsce-
vica nel 1915, «aristo-deviazionista» e «stella dell'Opposizione Operaia» negli anni Venti, ca-
po riconosciuta del movimento femminista in URSS, segretaria della sezione femminile del
Komintern, ambasciatrice in Norvegia nel 1923, Messico nel 1926 e Svezia dal 1930 al 1945),
E. Jakovlevic Kolman (filosofo, negli anni Trenta ideologo-capo delle scienze sovietiche, e
come tale distruttore della scuola matematica moscovita), E.N. Koloniejskij (direttore fiducia-
rio dell'Amministrazione Principale per le Calzature), Feliks Kon, Helene Kon, Lev Zinove-
vic Kopelev (dapprima scrittore leninista e collettivizzatore, poi dissidente gulaghizzato),
Vigdor/Viktor Leontevic Kopp (nella primavera 1920 primo delegato sovietico a Berlino,
col compito di porre le basi per una rete spionistica, editore di giornali e capo della propagan-
da rossa, poi ambasciatore a Tokio e Stoccolma), Genrich Abramovic Koslov (nel 1946 do-
cente di Economia Politica all'Alta Scuola del Partito presso il CC), Iosip Jakovlevic Kotin
(ingegnere e progettista di carri armati, nel 1941 decorato dell'Ordine di Lenin e della Meda-
glia d'Oro della Falce e Martello, in seguito Eroe del Lavoro Socialista), Leontij Kotljar (capo
dell'Amministrazione Centrale Tecnica Militare negli anni Trenta), Solomon Kotljar (Primo
Segretario del Partito a Orenburg, Vologda, nel Terek e a Orël), W. Kramer (medico di Lenin,
specialista neurologo), Leonid Borisovic Krasin/Krassin (alias Vinter e Nikitic, nato Goldgelb
nel 1870, dato talora come russo, direttore di una delle più importanti fabbriche del grande
industriale tessile Savva Morozov, ingegnere chimico e progettatore di ordigni esplosivi – tra
i quali quelli con cui venne fatta saltare la villa di Stolypin ad Aptekarskij – fautore della
composizione della scissione menscevichi/bolscevichi, tranne che nel cruciale luglio 1904 fe-
delissimo di Lenin, primo ambasciatore a Londra, morto nel 1926), Richard Krebs (ebreo
caucasico, o baltico, o ceco, o tedesco-sudetico, capo della moscovita VEEGAR Verlagsge-
nossenschaft ausländischer Arbeiter, "Cooperativa editoriale dei lavoratori stranieri", dissolta
nel 1938 e risorta come Verlag für fremdsprachige Literatur, "Edizioni di letteratura in lingue
estere"), Lazar Kremin (direttore del commercio dei generi alimentari della Bielorussia),
Nikolaj Nikolaevic Krestinskij (sposato a Vera Mojssejevna, trotzkista, consacrato nel
1921 dal X Congresso del Partito cosegretario del Comitato Centrale con Serebrjakov e Preo-
brazenskij, ambasciatore a Weimar, vicecommissario agli Esteri, commissario alle Finanze,
richiamato a Mosca nel 1930; processato con Bucharin e Rykov, oltre ad Eiche è il solo a ri-
trattare, il 2 marzo 1938, le «confessioni» estorte sotto tortura, per le quali era anche stato ri-
coverato nell'infermeria del carcere di Butyrki con la schiena piagata; dopo che i cekisti ricor-
rono nella notte a persuasive «misure speciali» – non solo ore insonni sotto i riflettori, ma an-
che la slogatura della spalla sinistra affinché le torture non si possano vedere esteriormente –
acconsente a ri-«confessare» e viene condannato a morte il 12 marzo e sbrigativamente nuca-
sparato ), Lev Natanovic Kricman (dal 1928 direttore dell'Istituto Agrario, nel 1931-33 vice-
presidente del Gosplan), Aleksandr I. Krinitzkij (candidato all'Orgburo, primo segretario di
Bielorussia, stalinpurgato), Efim Borisovic Krivickij (viceministro dell'Industria Bellica, gu-
laghizzato), Samuil Jakovlevic Krol (vecchio bolscevico, dirigente sindacale e oppositore di
sinistra, capo dello sciopero della fame a Magadan, sparato nel 1937), Solomon L. Kruglikov
(nel 1936 presidente della Gosbank),
Nadezda Konstantinovna Krupskaja (la moglie di Lenin, nata forse Fisberg a San Pietro-
burgo nel 1869 da madre governante e padre tenente, funzionario governativo e rivoluzio-
nario; Rothkranz V sospende il giudizio sulla sua ebraicità; dirigente del commissariato per
l'Istruzione, del quale è vicecommissario nel 1917-19 quale capo del Glavpolitprosvet "Comi-
tato principale per l'educazione politica" e nel 1929-39; ideatrice nel 1923 degli specchrany, i

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«fondi speciali di conservazione» delle biblioteche, che occultano i libri «dannosi e controri-
voluzionari», quando non sbrigativamente bruciati o mandati al macero: «Nel novembre del
1923 Gorkij scrisse al poeta Vjaceslav Chodasevic: "Tra le novità che stordiscono la mente, ti
posso ora informare che, grazie a Nadezda Konstantinovna Krupskaja, Platone, Kant, Scho-
penhauer, Solovëv, Taine, Racine, Nietzsche, Leskov e Lev Tolstoj sono stati tutti banditi".
Dopo aver lavorato duramente per tutta la vita al fine di promuovere l'alfabetizzazione in Rus-
sia, ella stava ora distruggendo tutto quello che aveva creato [...] Si sarebbe scandalizzata a
sentirsi definire una inquisitrice, poiché lavorava per purificare le future generazioni dall'in-
quinamento letterario. Sognava di creare una persona nuova per la nuova società, un indivi-
duo senza radici, o con poche e scelte radici, e nessun bisogno di tornare indietro nel passato»,
scrive la Vasileva; morta il 27 febbraio 1939, poco prima del XVIII Congresso del Partito,
dopo avere «apprezzato» una torta inviatale da Stalin per il settantesimo compleanno; taluno
la dice invece strangolata; così ritratta da Valentinov: «M'era difficile immaginarla bellissima,
come sosteneva Lepecinskij, che l'aveva conosciuta cinque anni prima in Siberia. Ammesso
che fosse bella [in realtà, stando alle fotografie, non oseremmo affermarlo!], restava tuttavia
volgare. Certo, non usava il linguaggio triviale e grossolano di Lenin. Ma era volgare, mentre
Lenin non lo era. Irritava quel suo vezzo di chiamare Ilic il marito. E irritavano le verità as-
siomatiche prese in prestito da Lenin. Se tutti avevano sulle labbra truismi, la Krupskaja ne
abusava. Proclamare a voce alta "verità" poteva esser segno di coraggio in Russia, dove si ri-
schiava il carcere, ma a Ginevra, dove non si correva alcun pericolo, diventava futile»),
Valerian Vladimirovic Kujbysev (ebreo per Schwartz-Bostunitsch ed Herman Fehst; nel
1931 vicepresidente del Consiglio del Commissari del Popolo e capo del Gosplan, morto per
«malattia di cuore» il 26 gennaio 1935), A.S. Kuklin (membro del CC e seguace di Zinovev,
condannato a dieci anni, liberato morente su ordine di Stalin), I.M. Kurgan (dirigente al
Commissariato del Popolo per l'Industria Leggera della Bielorussia), Aleksej Aleksandrovic
Kuznecov (segretario del Partito a Leningrado durante l'assedio, indi del CC, sparato nel
1950), Vasili Vasilevic Kuznecov (segretario generale dell'Unione Sindacati, viceministro de-
gli Esteri, artefice della politica a Praga nel 1968, vicepresidente del Presidium 1977-86), Em-
manuil Jonavovic Kviring, Lagesky (nato Krachmann), B.A. Lamm (ingegnere capo dell'Am-
ministrazione Principale per l'Industria del Vetro), Mikhail M. Landa (capo dell'Ammini-
strazione Politica dell'esercito, poi vicedirettore dell'Amministrazione politica dell'intera Ar-
mata Rossa e direttore dei distretti bielorusso e siberiano),
Lev Davidovic Landau (1908-1968, nato a Baku da famiglia di intellettuali progressisti,
ardente comunista, nel 1929 studi con Niels Bohr a Copenhagen, nel 1932 direttore della divi-
sione teorica dell'Istituto Ucraino Fisico-Tecnico a Charkov, per le manifestazioni del 1°
maggio 1937 autore di un volantino antistalinista firmato "Partito Operaio Antifascista":
«Compagni! La grande causa della rivoluzione d'Ottobre è stata ignobilmente tradita [...] Mi-
lioni di innocenti sono gettati in prigione e nessuno sa quando verrà il proprio turno [...] Non
vedete, compagni, che la cricca stalinista ha portato a termine un colpo fascista? Il socialismo
resta solo sulle pagine di giornali colmi di menzogne. Stalin, che odia furiosamente il vero
socialismo, è diventato come Hitler e Mussolini [...] Viva il 1° maggio, giorno di lotta per il
socialismo!», rifugiatosi a Mosca presso Kapitza, ivi arrestato nell'aprile 1938 per avere detto
in una conversazione con un altro fisico che i capi sovietici erano «subumani», dopo un anno
di prigionia rilasciato dietro le insistenze di Kapitza, dal 1946 nell'Accademia delle Scienze,
padre dell'atomica sovietica con Sacharov, Nobel 1962 per la Fisica; nella ricerca nucleare si
circonda dell'ottetto sempre confraterno composto da Matvej Bronstein, Ilja Frank, Jakov
Frenkel, Vitaly Lazarevic Ginzburg, poi Nobel per la Fisica 2003, Evgenij Lifsic, Naum Me-

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jman, Arkadij Migdal e Bencion Vul o Benzion Wuhl),
M.M. Landau (caporedattore di Krasnaja Zvezda, "Stella Rossa", quotidiano dell'Armata
Rossa), Lapidus (caposezione del Distretto Militare di Mosca), Jurij Larin (nato in Crimea nel
1882 Mikhail Aleksandrovic/Zalmanovic Lurie in famiglia dell'intelligencija, figlio del rabbi-
no e scrittore sionista Solomon Salman Lurie; menscevico fino al 1917 e compagno di Parvus,
è l'anima del Consiglio Economico Supremo – che già nel settembre 1918 raccoglie 6000
funzionari – l'autore dei decreti di nazionalizzazione delle industrie, l'inventore sia del «co-
munismo di guerra» che della NEP, «il Saint-Just dell'economia russa», suocero di Bucharin),
Anna Mikhajlovna Larina (sua figlia, terza moglie di Bucharin, talora indicata come prima),
Mikhail M. Lasevic (nato Gaskovic, capo di numerosi Consigli Rivoluzionari Militari e poi
del distretto militare siberiano, primo vicepresidente del Consiglio Rivoluzionario Militare
dell'URSS, sepoltura d'onore al Campo di Marzo di Leningrado), Anatolij Iosipovic Lavren-
tev (nato Lippmann, ministro degli Esteri nel 1949-51), Pavel Evgenevic Lazimir (ex socialri-
voluzionario di sinistra, membro del soviet dei Commissari del Popolo), Dmitrij Zacharovic
Lebed (membro della Commissione Centrale di Controllo e dell'Ispettorato Operaio e Conta-
dino, stalinpurgato nel 1937), Pavel Ivanovic Lebedev-Poljanskij (nel 1918-20 direttore del
Proletkult, l'associazione degli scrittori e degli artisti che rigettano il retaggio culturale e il
«professionalismo», preferendo l'«origine operaia» e l'«intuizione di classe», capo-censore per
tutti gli anni Venti, nell'estate 1922 posto da Stalin a capo della testé fondata Glavlit,
l'"Amministrazione Centrale per la Letteratura"), V.M. Lejbzon (storico), S.B. Leisersohn (di-
rettore dell'Amministrazione Principale per gli Approvvigionamenti),
Julian Lenski («polacco», commissario per la Questione Polacca, commissario alla I-
struzione della Repubblica lituano-bielorussa, stalinpurgato con colpo alla nica nel 1937),
Grigorij Leplevskij (dal 1920 dirigente del commissariato agli Interni, spesso plenipotenziario
vicario, presidente del "Piccolo Sovnarkom" della RSFSR, dal 1934 viceprocuratore generale
dell'URSS, stalinpurgato nel 1939; il fratello Israil è dirigente cekista), J.V. Lerskij (capore-
dattore del periodico Sovetskaja Industrija), A.K. Lepa, M.G. Levenberg (ingegnere capo del-
la fabbrica di macchine Ordzonikidze), Maksim Levensohn (vicecommissario al commissa-
riato per il Commercio Interno), Ilja Levin (specialista in diritto pubblico), Iosif Levin (docen-
te di diritto internazionale), Lev Grigorevic Levin (medico, consulente dell'amministrazione
medico-sanitaria del Cremlino, cocertificatore delle morti «spontanee» e improvvise di Ku-
jbysev e Ordzonikidze, nel 1938 accusato al Terzo Processo di Mosca di avere ucciso il figlio
di Gorkij, stalinpurgato come il suo superiore Kaminskij),
M. Levin (capo della sezione per le rappresentanze commerciali al Commissariato del Po-
polo per il Commercio Estero), Ruvim Jakovlevic Levin (nel 1934 vicecommissario alle Fi-
nanze), I.A. Levine (viceministro dei Lavori Pubblici nel 1950), Pëtr Levickij o Levitsky (du-
rante le Grandi Purghe commissario dell'oblast di Vinnitza, nel 1951 capo del Consiglio delle
Nazionalità), A.A. Levin (capo della Borsa legnami di Archangelsk), Lev Levin (medico per-
sonale di Stalin, accusato quale complice di Nikolaev, l'ex GPU assassino di Kirov), Vladimir
Levin, G.N. Levinov, V.O. Levinskij, S.G. Levit (direttore dell'Istituto Medico-Genetico, di-
missionato ed espulso dal Partito nel dicembre 1936 in quanto accusato di opinioni biologiche
«filonaziste»), Jurij Levitan (il più noto capo-propagandista radiofonico staliniano, per decen-
ni annunciatore ufficiale del Sovinformbjuro, è lui che consiglia Stalin sulle modalità del di-
scorso alla popolazione mandato in onda alle 06.30 del 2 luglio 1941, che alle ore 01.00 del 9
maggio 1945 comunica la fine della guerra e che il 4 marzo 1953 annuncia «la grave malattia
del compagno Iosif Vissarionovic Stalin»), Mikhail Levitan (ex bundista, attivo nella Evsekzi-
ja, stalinpurgato nel 1936), Isai Lezhnev (nato Altschuler, teorico «nazionalbolscevico», boss

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della Pravda prima di venire stalinpurgato),
Iosif Liberberg (presidente del soviet del Territorio Autonomo Ebraico del Birobidjian),
Evsej Grigorevic Liberman (1897-1983, economista, in guerra dirigente alle Finanze, influen-
te negli anni Quaranta-Sessanta), Efim Semënovic Lichtenstein (segretario dell'Accademia
delle Scienze), I.D. Lifschiz (ingegnere capo dell'Amministrazione Principale per i Surrogati
del Cuoio), I.E. Liobimov, il già detto Moshe Litvakov (sionista-socialista, deputato alla Rada
ucraina nel 1918, bolscevico nel 1919, capo della Evsekzija, antisionista e antigiudaico, «a
sort of Jewish cultural commissar» lo dice Gitelman come Lustiger, stalinpurgato nel 1937),
Maksim Maksimovic Litvinov (1876-1952, nato a Bialystok Meir Henoch/Genokh Moi-
sevic/Mojszewicz Wallach/Vallach o, perché no?, Poljanskij o Finkelstein, alto grado masso-
ne, partecipe del sanguinoso assalto alle Poste di Tiflis il 13 giugno 1906, ambasciatore a Ri-
ga, poi nominato primo ambasciatore sovietico a Londra, che lo rifiuta; vice di Cicerin a parti-
re dal 1921, suo successore a ministro degli Esteri dal 1930 al 1939, acerrimo antitedesco,
ambasciatore negli USA nel 1941-43, marito dell'«inglese» Ida/Ivy Theresa Low, sorella della
moglie del ministro degli Esteri Anthony Eden; suoi fratelli sono: il secondo, Savelius Finkel-
stein/Litvinov/Wallach, nel 1923 a Varsavia nell'organizzazione degli aiuti umanitari giunti
dall'americana HIAS per la carestia, indi delegato commerciale a Berlino, nell'ottobre 1928 a
Parigi, coinvolto negli scandali dei truffatori e confratelli Kutisker e Holzmann, e i