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Tale scoperta è abissale e l’uomo sperimenta al tempo stesso attrazione e repulsione di fronte alle possibilità

esistenziali che si aprono. L’esperienza dell’angoscia di fronte alla possibilità della libertà si dà nell’istante.
L’individuo che ha scoperto il proprio valore assoluto e trascendente come spirito e che quindi sente
un’enorme responsabilità per quanto riguarda le sue decisioni è cosciente della ripercussione eterna della
sua scelta. L’angoscia è dunque la coscienza del fatto che nell’istante si può decidere la totalità del senso
dell’esistenza. Il volto del nulla che inquieta Adamo si delinea quando egli avendo ricevuto da Dio il comando
negativo prende coscienza della sua possibilità di potere, a dargli la vertigine è proprio lo spalancarsi delle
possibilità. Adamo guarda con antipatia simpatica. La vertigine che afferra e paralizza Adamo al cospetto
dell’assoluta indeterminatezza del regno del possibile lo induce a compiere quel salto dalla libertà al peccato.

Questo salto si ripete in ogni individuo, l’uomo non nasce in una condizione di peccaminosità ma vi trapassa
solo in virtù di una sua libera scelta. Ciascun individuo nasce innocente come Adamo altrimenti sarebbe
messa in discussione la sua stessa libertà, la peccaminosità infatti non si eredita ma entra nel mondo con il
peccato del singolo. L’angoscia dunque si ripresenta in ogni individuo.

Così come per Adamo Kierkegaard ha eliminato ogni possibilità di sollevarlo dalla responsabilità di scegliere,

Kierkegaard così come lascia Adamo nella solitudine della sua angoscia, eliminando ogni azione al di fuori di
lui, e cioè come si è detto sia la voce di Dio che la tentazione del serpente, costretto a essere cosciente della
propria libertà, così egli sottolinea l’individualità del peccato originale nella realtà presente e dunque
reinserendo Adamo all’interno della storia. Adamo infatti è il primo uomo ed egli è se stesso e insieme il
genere umano, è individuo e specie.

Egli infatti spiega con una tautologia „Die Sünde kam durch eine Sünde in die Welt“, ciò significa che è
avvenuto con un salto qualitativo, cioè con qualcosa di subitaneo che però si perpetua nella specie attraverso
determinazioni quantitative. Ed è mediante il primo peccato di Adamo che il peccato entrò nel mondo. Il
peccato di Adamo è il peccato originale, ma il peccato originale visto in Adamo non è altro che quel primo
peccato.

Non ha senso domandarsi cosa sarebbe successo se non fosse mai avvenuto questo primo peccato, perché
ogni uomo ha portato nel mondo dopo Adamo la colpevolezza, in maniera assolutamente individuale e
autonoma. Ogni uomo perde l’innocenza nello stesso modo in cui la perse Adamo.

Introduzione:

Ne Il concetto dell’angoscia Kierkegaard prende le mosse dal racconto biblico del peccato originale di Adamo,
contenuto nella Genesi, per fornire una spiegazione innanzitutto storica del significato di peccato. Dall’origine
infatti del peccato originale egli vuole arrivare al suo presupposto, e cioè ad una spiegazione psicologica della
manifestazione nell’animo umano del sentimento di angoscia. L’angoscia infatti si manifesta nel momento in
cui l’individuo si rende cosciente del suo valore come spirito, e abbandonando così il suo stato di ignoranza,
che è anche lo stato naturale di innocenza, diventa anche cosciente delle sue infinite possibilità. L’uomo è
messo così libero e solo davanti alle sue scelte.

In questo essay si è cercato attraverso una spiegazione essenzialmente linguistica di comprendere in che
modo Kierkegaard attraverso una particolare lettura del racconto della Genesi, trattandolo come un mito e
arrivando a spiegare così l’originale solitudine dell’uomo davanti alle sue scelte. Solo infatti attraverso
quest’interpretazione del racconto è possibile eliminare le figure principali del serpente e quasi di Dio stesso
per concentrarsi a pieno sul dramma esistenziale dell’uomo. Kierkegaard spiega attraverso l’ambiguità del
linguaggio, la sola che può però creare effettivamente un senso, l’ambiguità della soggettività dell’uomo e
dell’angoscia stessa. Questa infatti si manifesterà essenzialmente attraverso un paradosso, che tiene insieme
dialetticamente ciò attrae l’uomo e ciò che egli teme, configurandosi come una condizione universale. +

In conclusione si è visto come attraverso il mito e la metafora, in un contesto linguistico, sia possibile per
Kierkegaard eliminare in primo luogo la figura del serpente, che in quanto tentatore fornirebbe quasi una
giustificazione alla scelta compiuta invece in modo assolutamente autonomo dall’uomo che porta al peccato.
Questo costituirebbe inoltre una tentazione indiretta di Dio, che non può certo essere accettata. Nel rapporto
tra Dio e uomo, anche Dio è essenzialmente in silenzio lasciando l’uomo di fronte all’infinità delle sue
possibilità. In questo dialogo silenzioso si genera il concetto di angoscia, che presupposto del peccato
originale, porta l’uomo al salto qualitativo dalla libertà al peccato.