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L’Ars nova, filtrata attraverso la mediazione teorica di Marchetto da Padova, si è innestata in Italia

sfruttando le condizioni favorevoli che il fermento letterario intorno all’uso del volgare aveva creato
nelle regioni centro-settentrionali. Nel Medioevo non era plausibile che ambienti in cui proliferava
una qualsiasi forma d’arte fossero allo stesso tempo refrattari alle altre: non sussiste quindi alcun
motivo per dubitare che centri come Milano, Bologna o Firenze, dove la poesia era coltivata dai
suoi rappresentanti più originali, non fossero anche le medesime piazze in cui le strutture
polifoniche dell’Ars nova si fondevano con la giovane lingua italiana. Questo rapporto di simbiosi è
confermato dalla prima forma di polifonia misurata che vide la luce in Italia all’inizio del Trecento:
il “madrigale”. Termine di etimologia incerta, il madrigale fu inteso con ogni probabilità
nell’accezione di “canto nella lingua materna”; la sua struttura strofica prevede due o più terzine
(con funzione descrittiva) e una duina (con funzione di riflessione consuntiva). Quanto alla forma
dell’intonazione musicale, alle terzine del madrigale viene assegnata una melodia (A), mentre alla
duina ne spetta un’altra (B) con funzione di ritornello. La “ballata”, genere poetico, musicale e di
danza al tempo stesso, rappresenta un’ulteriore importante porzione del repertorio dell’Ars
nova italiana del primo Trecento: l’intonazione della ballata avveniva sia in forma monodica (ma di
questa pratica, dal probabile carattere improvvisativo, non sono sopravvissute fonti scritte) sia in
polifonia; in questo secondo caso le melodie sono due, A e B: la prima è riservata alla “ripresa” (o
ritornello) e alla “volta”, la seconda invece ai “piedi”. L’ultima forma musicale che viene
consuetamente associata al Trecento italiano è la “caccia”, composizione che deve il suo nome al
frequente ricorso alle tematiche venatorie e che, dal punto di vista formale, consta di due voci che
cantavano in canone (cioè intonando la stessa parte ma non contemporaneamente bensì in
successione: iniziava la prima voce – chiamata dux - e la seconda - comes - la imitava quando la
prima arrivava a un segnale convenuto).