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GIAN PRIMO CELLA E GLORIA REGONINI

discutono su

«Power and Prosperity. Outgrowing Communist and


Capitalist Dictatorships»
a cura di Mancur Olson

Potere, prosperità e azione collettiva

Presentare un libro di un autore scomparso, pubblicato


postumo, pone sempre seri problemi, al di là della amarezza
della vicenda umana, e pur prendendo per buone le assicura-
zioni, o le precisazioni, di cui veniamo forniti dai curatori. Cosa
avrebbe detto l’autore di questa versione? Cosa avrebbe aggiunto
nelle conclusioni? Quali sentieri per il futuro avrebbe aperto
nel suo cammino di studioso? Queste sono le prime sensazioni
che si provano presentando questo libro di Mancur Olson (1932-
1998) dal titolo impegnativo, ed evocativo: Power and Prosperity.
Outgrowing Communist and Capitalist Dictatorships (Basic Boo-
ks, New York 2000). Dando per scontata la connessione fra
successo economico e mercati efficienti, la questione di fondo
a cui l’autore cerca di rispondere è quella riguardante la
maggiore o minore capacità dei governi e della politica di fornire
beni pubblici in grado di sostenere e rafforzare questo tipo di
mercati. Il libro è di teoria delle scienze sociali, viste come
sempre dal côté dell’economia, sia pure con delle sapienti
trasgressioni. Una teoria non insensibile alle possibili applica-
zioni pratiche, seguendo la massima dello stesso Olson, secondo
la quale «best theory is intensely practical».
A che tipo di teoria siamo di fronte è lo stesso autore a
svelarcelo, come scopriamo da una sua e-mail inviata a Avanish
Dixit nel 1997, e che C. Cadwell riporta nella prefazione. Mentre
molti autori hanno un istinto per i «capillari» altri, ci ricorda
Olson con una strana e aspra metafora, proprio come i grandi
lottatori mirano direttamente alla «giugulare». È difficile che i
grandi scienziati sociali, sembra dirci in modo non poi tanto

STATO E MERCATO / n. 62, agosto 2001


338 Gian Primo Cella e Gloria Regonini

implicito, appartengano al noioso gruppo dei primi. È per


questo, continua, che «penso sia una buona strategia di ricerca
il cercare delle proposizioni crude e semplificatrici». Di qua la
preziosa ammissione autobiografica: «Nella mia carriera mi piace
pensare di avere sempre fatto questo. Questa è certamente
l’unica cosa che proprio voglio fare». Più chiaro di così! Una
ammissione che suscita sincera ammirazione se si pensa come
nelle discipline economico-sociali, dovendo la riflessione teorica
fornire niente di più che dei racconti stimolanti e plausibili sulla
realtà, le immagini più interessanti e feconde proprio sono sorte
da coraggiose semplificazioni.
A questo si potrebbe aggiungere, ma non sono sicuro che
Olson l’avrebbe condiviso, che gli scienziati sociali di tal fatta
tendono a riscrivere sempre lo stesso libro. Appartengono alla
schiera dei «ricci» contrapposti alle «volpi», come avrebbe detto
Isaiah Berlin riprendendo il famoso frammento di Antiloco: «La
volpe sa molte cose, ma il riccio ne sa una grande». E il libro
che Olson continua a riscrivere è, lo sappiamo, The Logic of
Collective Action apparso per la prima volta nel 1965 (e
presentato su questa rivista nel lontano 1982 in occasione della
traduzione italiana). Pochi libri sono stati così importanti nelle
scienze sociali degli ultimi decenni, una importanza per nulla
ridimensionata dalle numerose critiche o smentite a cui è stato
ripetutamente sottoposto. Anzi, un libro che proprio da queste
critiche e smentite ha tratto vigore e forza interpretativa,
ricordando a tutta la teoria sociale come dai paradossi dell’azione
collettiva non si possa in alcun modo prescindere, se non altro
come immagine o come provocazione da superare almeno in
parte.
Sulla scorta di questo libro esemplare sono ancora i beni
pubblici, questa devastante incursione della teoria economica
nell’ambito della teoria sociale, a occupare la scena. Ma questo
ruolo da protagonisti è assunto attraverso un percorso non
consueto, pieno di colpi di scena e di metafore inattese, quasi
per mostrarci che il «riccio» ha saputo travestirsi da «volpe».
La questione iniziale, a cui si è accennato più sopra, è
accompagnata a una macro-domanda riguardante la performance
economica delle società che succedono alle dittature totalitarie
di destra e di sinistra: come mai alle prime è seguito un periodo
di crescita e di grandi successi economici (Germania, Giappone,
Italia fra queste) mentre le seconde sono incorse in drammatici
disastri e fallimenti? La risposta a tale domanda, come vedremo,
Power and Prosperity 339

non è convincente, ma il percorso seguito richiama il meglio


della forza teorica di Olson.
L’inizio del percorso è dissacrante: una metafora criminale,
utilizzata per render conto del potere coercitivo e del gioco dei
self-interests. Il potere coercitivo dei governanti è rappresentato
attraverso la metafora del comportamento criminale. L’uso di
questa metafora renderà nuda e cruda la teoria, senza abbel-
limenti caduchi, o d’occasione. Proprio il ricorso a questa
metafora svela la concezione olsoniana della teoria sociale: «Dato
che il comportamento criminale è l’eccezione piuttosto che la
regola in una società di successo, la metafora criminale ci renderà
presente l’estensione della astrazione che stiamo conducendo
dalla complessità della natura umana» (p. 3). A parità di altre
condizioni, continua l’autore, un criminale si troverà meglio in
una società ricca rispetto a una società povera, se non altro per
le maggiori opportunità di attivare un comportamento preda-
torio. Ma i criminali predoni impoveriscono le società sulle quali
imperversano, distruggendo i cespiti dai quali provengono le loro
ricchezze. Questa è in qualche modo la tragedia del compor-
tamento criminale. Per questo, come si vedrà, «fa una enorme
differenza se gli individui con capacità coercitive hanno una
minuscola o ristretta posta in gioco nella società oppure
rivestono in essa un interesse ampio e comprensivo (encompas-
sing)» (p. 4).
Si intravede così l’obiettivo della metafora, e il richiamo
esplicito alla teoria degli interessi ristretti e encompassing esposta
in The Rise and Decline of Nations, il libro del 1982 che aveva
rappresentato l’applicazione sul piano macro delle argomenta-
zioni proposte in The logic of Collective Action. Continuando
la metafora, ma con qualche riferimento storico (ad esempio ai
signori della guerra nella Cina degli anni venti), la distinzione
è presto fatta fra il bandito-conquistatore predone, e il bandito
stazionario, radicato. È il secondo che avrà un incentivo a fornire
beni pubblici che arrechino benefici ai propri domini, allargando
i cespiti dai quali è estratto il furto fiscale. Sarà questo tipo di
bandito che mostrerà di possedere degli interessi encompassing
sui territori sottoposti al suo potere. È questa la seconda mano
invisibile (dopo quella più consueta di Adam Smith) che
assicurerà il funzionamento ordinato dei mercati, utilizzata da
governanti radicati, banditi o autocrati che siano. I leader politici
democratici, saranno considerati da Olson, in coerenza con la
sua «cruda» teoria, non meno auto-interessati rispetto agli
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autocrati. La qualità del loro governo dipenderà dalla compo-


sizione delle maggioranze.
Ma come sorgeranno autonomamente le democrazie? L’autore
non prevede la comparsa di motivi nobili e virtuosi bensì,
considerando l’autocrazia la forma originaria di governo, è
disposto a correre il rischio alquanto elevato del truismo,
riconoscendo che «una condizione cruciale per l’emergere
autonomo delle democrazie è l’assenza delle condizioni comuni
e scontate che generano l’autocrazia» (p. 31). Una condizione
che, sulla base della letteratura storiografica, può essere associata
con la «dispersione pluralistica del potere» (p. 32). Il truismo
è in parte attenuato dalla previsione di altre tre condizioni
necessarie: la commistione dei diversi gruppi di potere in un
vasto dominio, l’assenza di separazione fra i gruppi contendenti
per i quali esiste un rozzo bilanciamento dei poteri, la difesa
dalla conquista da parte dei regimi confinanti. Ovviamente le
democrazie durevoli e stabili forniranno le situazioni migliori per
la prosperità, ma in assenza di queste saranno comunque
preferibili le autocrazie di lunga durata rispetto alle successioni
ripetute di despoti. La teoria degli encompassing interests che
favoriscono l’offerta di beni pubblici è utilizzata fino in fondo,
senza contaminazioni, ma non senza avvertire i lettori di ricorrere
ad essa con cautela, viste le semplificazioni (necessarie) da cui
è circondata. Il ricorso alla storia è minimo, di mero supporto,
senza mai dare luogo ad un inserimento serio, significativo, nella
teoria utilizzata.
Esiste una valida teoria alternativa, si domanda Olson, nel-
l’ambito della considerazione degli usi auto-interessati del po-
tere? La teoria con la quale misurarsi, destando l’attenzione nei
suoi colleghi economisti, è quella che riconduce gli usi del potere
e le scelte dei governi ad una analogia con le transazioni
volontarie che avvengono sul mercato. Una teoria che in parte
si ricollega alla Chicago School of Political Economy, e che
ritrova i suoi fondamenti nei due celebri contributi di Coase,
del 1937 (The Nature of the Firm) e del 1960 (The Problem of
Social Cost). Olson ammette come siano ormai molti gli studiosi
che utilizzano l’approccio delle transazioni volontarie (o del
Coaseian bargain) con il connesso modello dei costi di transa-
zione per analizzare i problemi del governo e della politica.
Secondo questo approccio, se non si verifica l’ostacolo di elevati
costi di transazione, sarà proprio «una negoziazione mutualmen-
te vantaggiosa entro il sistema politico che tenderà ad apportare
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politiche pubbliche socialmente efficienti» (p. 56). Se fosse scelta


una politica inefficiente, il passaggio ad una politica più effi-
ciente porterebbe a dei vantaggi netti, nei cui confronti esiste-
rebbe una qualche distribuzione verso un ottimo paretiano, che
fungerebbe da attrazione per le relative transazioni. Da questo
punto di vista, in un universo siffatto, la stessa dizione di market
failure non avrebbe senso e si qualificherebbe al più come un
ossimoro.
Ma al di là delle intenzioni dei suoi proponenti questa
possibile teoria alternativa si rivela inguaribilmente utopica e
attraverso di essa non si giunge a spiegare non solo gli esiti
inefficienti, o disastrosi, ma anche le persistenti situazioni di
povertà di molti casi nazionali. Così come non si riesce a render
conto del «lato oscuro della forza», dato che lo stesso self-interest
razionale che conduce all’uso della mano invisibile del mercato,
soddisfacendo così agli interessi della società, può scatenare le
disposizioni alla coercizione degli altri per asservirli ai propri
fini. In questo caso, «quando abbandoniamo l’assunto che tutte
le transazioni sono volontarie, scompare l’implicazione che gli
esiti sociali siano necessariamente efficienti» (p. 61). La teoria
di Coase non spiega inoltre il potere esterno che impone la
garanzia di applicazione dei contratti (enforcement).
Dall’altro lato, e questo è l’elemento tipico della critica
olsoniana, la teoria si fonda su un presupposto del tutto
indimostrato: che sarà negli interessi di ogni gruppo instaurare
un ordine politico che impedisca l’anarchia, traendone le
conseguenze coerenti sul piano dell’azione. L’approccio dei costi
di transazione, al di là dei successi ottenuti nello studio delle
imprese e delle organizzazioni, non può costituire un valido
punto di partenza per una teoria del governo e della politica
conducendo fra l’altro a uno stato di «game without a core»
(p. 87). Metafora per metafora, sembra dirci Olson fra le righe
(ma non poi tanto), quella del comportamento criminale è di
gran lunga più efficace, addirittura insostituibile, soprattutto alla
luce della teoria esposta fin dai tempi di The logic ecc., che a
torto non era stata ritenuta pertinente.
L’errore comune è stato anche provocato dalla ammaliante
semplicità di un famoso gioco, il dilemma del prigioniero. In
questa rappresentazione teorica, le conclusioni sono valide solo
in contesti di grandi gruppi e laddove non è possibile la
comunicazione. Per quanto attiene alla dimensione del gruppo,
questa richiederebbe invece la distinzione fra beni privati e beni
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pubblici, una distinzione dimenticata che ha condotto all’errore


logico molti economisti. La comunicazione è a sua volta in molti
casi possibile, dando spazio alla conclusione di contratti vinco-
lanti per le parti. Olson nulla ci dice sugli aspetti legati
all’opportunismo delle parti e delle contromisure nei confronti
di essa. Il dilemma del prigioniero identifica anche una situa-
zione nella quale la soluzione migliore per ciascuna delle parti
sarebbe quella che risponde con la non cooperazione alla
cooperazione dell’avversario. Ma di questo drammatico incentivo
alla difesa individualista Olson non sembra tener conto.
L’autore è a questo punto pronto per l’applicazione macro-
storica della sua metafora, e della corrispondente teoria. La
domanda è quella che si ricordava agli inizi: perché sono risultati
così significativamente migliori i risultati economici delle società
post-fasciste rispetto alle società post-comuniste? La risposta à
la Coase non ha funzionato, dice Olson senza andare troppo
per il sottile. Occorrerà piuttosto ricorrere alla teoria degli
interessi e dei beni pubblici, scoprendo così che avranno
successo quelle società che non lasceranno spazio alla espres-
sione degli interessi particolaristici, settoriali, specifici. In questo
caso il rischio della spiegazione ad hoc (ovvero costruito sul solo
caso storico della ex Unione Sovietica) è ben più che sfiorato.
L’ultima parte del libro è dedicata alla ricostruzione della
logica e della pratica delle autocrazie di tipo sovietico, effettuata
attraverso una teoria dell’imposizione fiscale derivante diretta-
mente dalla metafora del comportamento criminale tratteggiata
nei primi capitoli. Lo straordinario tasso di accumulazione del
capitale è stato reso possibile da elevatissimi introiti fiscali
annuali applicati a tutti i redditi non da lavoro, ovvero alla
rendita, agli interessi, ai profitti. La politica staliniana, insomma,
ha proceduto attraverso un originale sistema di tassazione
implicita, basato principalmente sui profitti delle imprese di
proprietà pubblica, piuttosto che sul prelievo esplicito sugli
individui. Attraverso questo sistema l’Unione Sovietica ha avuto
a disposizione «più risorse per gli scopi della leadership di
qualunque altra società nella storia» (p. 129). Il controllo ferreo
della autocrazia era necessario al sistema, e questo spiega
l’impossibilità della affermazione di gruppi con interessi encom-
passing come grandi sindacati indipendenti. Mentre avevano
capacità di espressione tutti i gruppi settoriali e particolaristici
(specie nel campo delle imprese) favoriti nel loro sorgere dalla
regolazione pianificata dell’economia, drasticamente alternativa
Power and Prosperity 343

al mercato, e abituati alla collusione e alla corruzione. Nel


momento di declino del sistema sono questi i gruppi che hanno
avuto spazio, provocando nei paesi ex-comunisti una forma
particolarmente grave e estesa di quel British desease che ha
segnato a lungo nel secondo dopoguerra le vicende del Regno
Unito (come ci è stato proposto in The Rise and Decline of
Nations).
Sulla efficacia della ricostruzione della vicenda sovietica
occorrerà lasciare la parola agli esperti, anche se almeno al primo
impatto essa sembra teoricamente elegante e convincente. Quella
che semmai non convince è la comparazione adombrata con le
società di transizione dalle esperienze totalitarie di destra. La
spiegazione degli straordinari successi di queste ultime ricorren-
do ai pochi spazi da esse lasciate ai gruppi di interesse
particolaristico e settoriale è francamente debole, e sembra
forzata al servizio della teoria. Il rasoio di Occam, potremmo
dire, non può essere brandito come una spada per farsi strada
nella storia.
Da questo punto di vista resta incomprensibile il silenzio che
Olson mostra nei confronti dei contributi neo-istituzionalisti di
North, elaborati nel periodo di abbandono dei meandri più
stretti e soffocanti della new economic history (mi riferisco
soprattutto a Institutions, Institutional Change, and Economic
Performance, del 1990, discusso su questa rivista nel 1994). Era
con North, a mio parere, che andava condotto il confronto
piuttosto che con Coase. È stato North, infatti, sia pure sui
fondamenti concettuali posti da Coase, a impostare una risposta
il più delle volte plausibile e solida alle domande che anche
Olson si è posto nella sua ultima opera: dal ruolo delle istituzioni
e della legislazione nel favorire la performance economica, alla
spiegazione delle diversità clamorose nelle vicende dei casi
nazionali, fino alla comprensione della persistenza delle istitu-
zioni inefficienti. Tutto questo attraverso la considerazione
teorica della storia, attraverso ampi ma contestualizzati modelli
di ricostruzione delle macro-vicende dello sviluppo e del cam-
biamento. I «sentieri del cambiamento istituzionale», per dirla
alla North, vengono da molto lontano e non si prestano ad essere
considerati solo nei tratti finali, come talvolta sembra accada in
questo libro. Ma Power and Prosperity, nonostante tutto, merita
di essere accolto fra i libri importanti delle scienze sociali degli
ultimi anni. Anche attraverso di esso comprendiamo il rilievo,
il significato, e il lascito di quell’aggettivo olsoniano a cui tante
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volte abbiamo fatto ricorso, con ammirazione intellettuale, negli


ultimi trent’anni.

Gian Primo Cella

Il ricco, il povero, l’economista

L’ultimo libro di Mancur Olson, destinato purtroppo a


rimanere tale, può essere considerato come un intervento di
manutenzione e di ampliamento dell’edificio della sua teoria. Da
un lato, sono rafforzate le fondamenta, dall’altro è aggiunta una
nuova ala, con l’applicazione del modello alle società comuniste.
Ma soprattutto viene sopraelevata la costruzione, con una più
esplicita finalità prescrittiva, appena accennata nelle opere
precedenti.
Cominciamo dalle fondamenta. Il problema che si pone Olson
è di quelli centrali per la teoria economica e politica: perché
in alcuni paesi esiste un circolo virtuoso tra democrazia e
mercato, che si autoalimenta, rendendo le loro economie stra-
ordinariamente prospere e le loro comunità rispettose dei diritti
individuali, mentre in altri paesi questo processo di sviluppo
civile ed economico non riesce a decollare, qualunque sia il
punto di leva scelto dalle élite riformatrici? Perché da una parte
si verifica il miracolo di un governo che aumenta il mercato,
e dall’altra l’intervento pubblico genera solo corruzione e
inefficienza?

Dalla rapina al governo. Il punto d’attacco scelto da Olson


è quasi provocatorio, perché il suo ragionamento parte dal grado
zero della legittimità democratica, cioè dal bandito predone che
con le sue scorribande si appropria delle ricchezze di diverse
popolazioni. Le applicazioni delle teorie economiche alla poli-
tica, da Schumpeter a Downs, ci avevano abituato a considerare
l’autointeresse che fa da molla alle scelte del politico in base
all’analogia con un’altra, più nobile figura professionale, quella
dell’imprenditore, che cerca di massimizzare il profitto in un
mercato concorrenziale. Riprendendo la tesi avanzata nell’arti-
colo Dictatorship, Democracy, and Development, pubblicato
sull’American Political Science Review nel settembre del 1993,
l’autore esce dai ristretti confini dei sistemi democratici, e pone
alla base dell’esercizio dell’autorità politica il potere sostenuto
Power and Prosperity 345

dall’uso della forza. Ma la metafora non è fine a se stessa: se


il bandito predone ha qualcosa in comune con il governatore,
come del resto sostengono Hobbes e la tradizione realista, la
scomparsa della prima figura può rivelare aspetti importanti
della relazione tra dominanti e dominati. La tesi di Olson è che
la rapina «mordi e fuggi» non è una situazione di equilibrio,
perché a lungo andare costringe il bandito a segare il ramo sul
quale sta seduto, cioè a bloccare lo sviluppo dei produttori, delle
cui ricchezze si appropria. Infatti nella storia questa pratica ha
lentamente ceduto il passo al bandito stanziale, radicato nel
territorio. La divisione delle zone d’influenza da parte delle
famiglie mafiose è un esempio contemporaneo di questa evo-
luzione. La staticità produce la forma più rudimentale di
statualità, perché il bandito stanziale prima o poi impara una
lezione fondamentale: meglio che i proventi gli arrivino da un
popolo che produce di più, e che è meno taglieggiato, piuttosto
che dalla spremitura intensa di un popolo privato dell’incentivo
a produrre, e quindi incamminato sulla strada della povertà.

L’evoluzione dell’espropriazione. Come ne La logica dell’azione


collettiva (1965) e in Ascesa e declino delle nazioni (1982), Olson
punta l’attenzione su un passaggio cruciale. Ci sono due modi
per ottenere una fetta di torta o un bottino più grande:
aumentare la propria parte a scapito di quella degli altri, oppure
aumentare l’ampiezza della torta. Il circolo virtuoso, la civiltà
dei diritti civili e del mercato comincia quando la produzione
della ricchezza non è letta in termini di un gioco a somma zero,
mors tua vita mea, ma come un gioco che intreccia elementi
competitivi ad altri cooperativi, perché c’è una parte della
relazione tra bandito e territorio, o tra governanti e governati,
o tra organizzazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori, in cui
si vince insieme o si perde insieme. Che sia il calcolo del
capomafia o La politica di Aristotele a far intravedere questo
intreccio di destini, al limite è un problema secondario.
Importante è invece cogliere le condizioni di questo passaggio,
perché la differenza tra la prima e la seconda generazione di
briganti presuppone il loro radicamento territoriale e un oriz-
zonte temporale ampio. Quando si verifica questa conversione,
gli interessi del bandito subiscono una mutazione fondamentale,
perché diventano encompassing, molto comprensivi, fino a
identificarsi con la crescita del benessere della popolazione da
lui controllata. Gli stadi successivi non sono che la logica
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progressione di questa dinamica, con l’autocrate che si preoc-


cupa di dare legittimazione politica e stabilità al suo dominio,
e con le rivoluzioni democratiche che gli sostituiscono un sistema
di governo basato sulla sovranità popolare, cioè su maggioranze
razionalmente interessate a premiare i governi che aumentano
il benessere e lo sviluppo di tutti. La qualità fondamentale di
queste maggioranze, ciò che le rende diverse da una mera
tirannia del 51%, è il fatto di avere alle spalle un impianto
istituzionale basato sulla divisione dei poteri, che di fatto esige,
almeno sulle questioni di fondo, un consenso superencompassing,
cioè rappresentativo delle preferenze della quasi totalità della
popolazione. Questo è il contesto più propizio per il consoli-
damento dei diritti di proprietà e il rispetto dei contratti,
requisiti indispensabili per lo sviluppo delle moderne economie.

Allora, perché tante eccezioni? Se l’evoluzione dalla rapina


predatoria al governo democratico si basa sull’autoapprendimen-
to da parte di attori razionali, perché questo trend è lungi
dall’essere un dato universale? Perché nel secondo mondo,
quello comunista o ex comunista, e nel terzo, quello della
povertà endemica, queste dinamiche non si affermano?
Inizia qui una riflessione legata al ruolo di consulente che
Olson ha assunto spesso nel corso della sua vita professionale,
il ruolo dello scienziato sociale che non disdegna di sporcarsi
le mani collaborando con i governi e indicando concrete linee
d’intervento. A partire dal 1990, questa sua attività ha trovato
un contenitore istituzionale nel Center on Institutional Reform
and the Informal Sector (IRIS), da lui fondato presso l’Università
del Maryland; tra i progetti portati avanti, figurano interventi
per indirizzare la transizione della Russia verso l’economia di
mercato o per favorire lo sviluppo del mercato del lavoro nel
Bangladesh.
L’analista che fa «lobby per l’efficienza» prima o poi trova
un macigno sulla sua strada: il teorema di Coase. Infatti il lavoro
del premio Nobel dell’economia Ronald Coase (1960) si presta
ad una lettura radicale, che di fatto manda all’aria qualunque
pretesa di migliorare lo status quo attraverso l’intervento pub-
blico. Coase ha dimostrato che, in assenza di costi di contrat-
tazione – cioè dei costi per la stipula degli accordi e la loro
verifica –, un contesto di mercato permette agli attori interessati
di raggiungere accordi in grado di risolvere in modo efficiente
il problema delle esternalità: se gli abitanti della zona intorno
Power and Prosperity 347

alla fabbrica che inquina possono avviare con il proprietario una


libera trattativa, senza impedimenti e costi laterali, l’esito finale
sarà di reciproca soddisfazione, cioè sarà paretianamente effi-
ciente. Dunque, quella dell’intervento pubblico che fissa i livelli
di inquinamento, e pertanto assegna dei diritti ai residenti, non
è l’unica strada verso l’efficienza: a soluzioni altrettanto valide
può portare anche la libera contrattazione tra inquinati e
inquinatori (Buchanan 1989).
Come è facile capire, questa conclusione è una mina vagante
nel campo dell’economia del benessere, che si basa sull’assunto
opposto: quando sono in gioco beni pubblici ed esternalità, si
registra un fallimento del mercato, per l’incapacità delle tran-
sazioni tra le parti di garantire esiti paretianamente ottimi. Se
è vera questa tesi, c’è spazio per un intervento pubblico di
correzione, attraverso l’analisi costi-benefici e tutte le tecniche
che la parte più prescrittiva dell’economia mette a disposizione
dei decisori. Se ha ragione Coase o, meglio, l’interpretazione più
radicale del suo lavoro, quando le parti non si attivano per
negoziare scostamenti dallo status quo, significa che, tutto
sommato, per loro il gioco non vale la candela: ma allora quelle
che all’analista sembrano inefficienze, di fatto non lo sono per
gli attori interessati, che si trovano in una situazione paretia-
namente ottima.
Da qui a sostenere che il reale è non solo razionale, ma anche
efficiente, il passo è breve. E questa conclusione varrebbe non
solo per gli equilibri di mercato, ma anche per gli equilibri
politici, come i primi basati sull’autointeresse degli attori (Wittman
1995). L’agenda di ricerca per lo studioso delle istituzioni
risulterebbe sconvolta: il problema non sarebbe più «che cosa
ha impedito il consolidamento della democrazia e il raggiungi-
mento di un equilibrio mutualmente conveniente tra governanti
e governati?»; ma invece «è possibile ridurre ancora i costi di
transazione, o dobbiamo prendere atto che gli equilibri raggiun-
ti, per quanto sgradevoli ai nostri occhi di occidentali, sono
comunque il meglio che le parti possono permettersi?».
Se la seconda domanda è quella giusta, l’esperto di problemi
del mancato sviluppo e della transizione all’economia di mercato
rischia di interpretare il ruolo del despota benevolo che, con
un mix di paternalismo e arroganza, pretende di capire che cosa
è bene per i «sottosviluppati» prima e meglio degli stessi
interessati. E a fare la stessa figura è tutto il seguito di
organizzazioni, commissioni, conferenze, ONGS, che del rap-
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porto tra politiche istituzionali e sviluppo economico ha fatto


una prospera industria.

Una risposta originale. La tradizionale risposta a questo


«paradosso dell’economista consulente» si rifà all’interpretazione
che lo stesso Coase (1992) dà del suo teorema: un esercizio
meramente deduttivo, un termine di riferimento fondamentale
sul piano analitico, ma cui non corrisponde alcun caso reale,
perché nella pratica i costi di transazione non sono mai uguali
a zero. Dunque, i diritti assegnati per legge possono avere un
ruolo determinante per il conseguimento dell’efficienza econo-
mica, perché di norma non ci sono equivalenti funzionali bottom-
up alle politiche di sviluppo top-down.
La risposta data da Olson è meno sbrigativa, e profondamente
radicata nella sua riflessione precedente. Anche ammettendo
costi di transazione insignificanti, come avviene per le aste su
internet, le contrattazioni tra attori collettivi sono geneticamente
diverse rispetto a quelle che vedono coinvolte due persone
fisiche, o due piccole organizzazioni. Quando entrano in gioco
i gruppi sociali e le loro organizzazioni, i risultati delle contrat-
tazioni tendono ad esiti inefficienti perché non c’è verso di
superare due problemi: l’esistenza di incentivi che rendono
conveniente il free riding e l’assenza di un core nel gioco della
formazione delle coalizioni. Il primo concetto è ripreso integral-
mente dalla Logica dell’azione collettiva: a differenza di quanto
sostiene la teoria pluralista delle organizzazioni, con la sua
concezione «idraulica» dei gruppi di pressione, dove maggior
volume significa maggiore forza di sfondamento, per un’orga-
nizzazione il numero non è una risorsa, e può trasformarsi in
uno svantaggio, costringendo le grandi associazioni a ricorrere
a incentivi selettivi per sopravvivere e tenersi legati i loro
aderenti.
Il secondo concetto fa tesoro dei risultati cui perviene la teoria
dei giochi nell’analisi delle interazioni a metà strada tra il
cooperativo e il competitivo, come il gioco della divisione di
un dollaro tra tre giocatori: dato che esiste sempre la possibilità
per un membro della coalizione vincente di allearsi con il
perdente, ricavandone un vantaggio, il gioco non può approdare
a un esito stabile. Dunque, quando le contrattazioni coinvolgono
i grandi gruppi sociali, i paradossi dell’azione collettiva rendono
i risultati instabili e inaffidabili. Dunque, in questi casi, che sono
poi quelli significativi per lo sviluppo di una società, la storia
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non garantisce la selezione di equilibri efficienti: una conclusione


che costituisce la necessaria premessa per ogni teoria neoisti-
tuzionalista, di matrice razionale (North 1990; Ostrom 1990) o
no (March e Olsen 1989).

Una teoria economica del comunismo. A questo punto, esistono


le risorse analitiche per affrontare un problema: come mai Stalin,
il bandito stanziale forse più potente della storia, a capo di
un’organizzazione superencompassing come il partito comunista,
non è riuscito a capire che era nel suo stesso interesse dare al
suo – in senso letterale – paese un’efficiente economia di
mercato?
Si noti che il modo di ragionare di Olson ricalca la tradizionale
analisi dei fallimenti della politica compiuta dalla scuola di Public
choice: al cuore del rapporto tra governati e governanti sta
sempre la cessione di una parte del reddito dei primi a favore
dei secondi, in cambio di politiche pubbliche vantaggiose. Ma
ciò che fa la differenza rispetto allo scambio politico democratico
è esattamente ciò che impedisce all’autocrate comunista di
cogliere le conseguenze delle sue strategie. Innanzi tutto, l’input
che il governo riesce a rastrellare non assume la forma del
tradizionale prelievo fiscale, ma è più pervasivo, più nascosto
e, in ultima istanza, più subdolo, dato che si basa sulla totale
proprietà statale dei mezzi di produzione. L’output fornito dal
sistema è sì strepitoso, ma inefficiente per eccesso. Questa
situazione genera le condizioni perché, all’ombra di quella
superencompassing organization che è il partito, si sviluppi
un’estesa rete di micronegoziazioni con obiettivi molto miopi,
quali la difesa dei piccoli privilegi di gruppi di lavoratori
specializzati, di settori del management e della burocrazia.
Avendo acquisito il know how per prosperare contrattando su
tutto, ma in modo sotterraneo e in un contesto chiuso, questi
gruppi sociali guardano con allarme all’avvento dell’economia
di mercato.
Su questa analisi Olson basa la spiegazione di un apparente
paradosso: dopo il crollo dei regimi fascisti in Germania, Italia
e Giappone, alla fine della seconda guerra mondiale, le popo-
lazioni accolsero con entusiasmo l’avvento della democrazia, e
i loro sistemi produttivi ebbero tassi di crescita elevatissimi. Il
crollo dei sistemi comunisti ha lasciato invece un’eredità pesante,
fatta di rimpianti, di forze politiche nostalgiche e, soprattutto,
di tassi di crescita assolutamente deludenti.
350 Gian Primo Cella e Gloria Regonini

L’interpretazione di questo dato rinvia di nuovo alla logica


dell’azione collettiva. La transizione dalle dittature di destra alla
democrazia è stata violenta, e ha comportato il totale azzera-
mento del precedente tessuto organizzativo, fatto di grandi e
piccoli corporativismi. Invece, la transizione dal comunismo è
stata meno distruttiva, quasi indolore: un fatto salutato con
soddisfazione dal mondo occidentale, ma anche un retaggio
molto ingombrante, a causa della sopravvivenza di logiche di
azione collettiva miopi e frammentate.

Due tipi di mercato. La tesi conclusiva del volume è di quelle


destinate a suscitare un vivace dibattito, perché sostiene l’esi-
stenza di due tipi molto diversi di mercato, quello dello scambio
semplice e quello, ben più complesso, delle economie più
prospere. Il primo tipo di transazioni economiche sono di fatto
inestirpabili e presenti ovunque, dai souk dei paesi poveri ai
banchetti all’uscita della metropolitana di Mosca. Queste rela-
zioni economiche si implementano e si garantiscono da sé, e
non richiedono alcun sostegno istituzionale. Chi può vendere
in questo modo beni e servizi riesce in genere a garantirsi la
sussistenza. Ma il problema è che le potenzialità di sviluppo e
benessere generate da questo tipo di mercato sono estremamente
limitate.
Le transazioni che invece attirano grandi capitali, generano
investimenti, creano ricchezza appartengono a un genere com-
pletamente diverso di mercato, che solo un debole legame
formale rende assimilabile al primo. Per questo secondo tipo
di mercato, un solido assetto dei diritti di proprietà e dei vincoli
contrattuali non è un lusso, ma una necessità. Infatti questo
genere di transazioni richiede una prospettiva di medio e lungo
periodo, capace di garantire la certezza che gli impegni assunti
oggi saranno rispettati domani, o tra cinque anni, allo scadere
del prestito, alla consegna del prodotto finito, alla rivendita del
pacchetto azionario.
È precisamente in questo secondo contesto che si verifica il
miracolo di un governo che aumenta il mercato, che innesca
il circolo virtuoso tra diritti e benessere. Dunque, il primo
obiettivo di ogni intervento a favore dei paesi del secondo e
terzo mondo deve mirare a rafforzare i diritti di proprietà e la
certezza dei contratti da un lato, e la presenza di organizzazioni
encompassing, dall’altro. Al limite, questa politica è ancora più
importante del rafforzamento dei diritti politici, visto che decine
Power and Prosperity 351

di casi dimostrano che le elezioni e i simulacri della competizione


democratica di per sé non bastano a far compiere a un paese
povero il salto verso la prosperità.
Per affermare questa strategia, all’economista impegnato in
progetti di sviluppo internazionali non resta che la tipica risorsa
dei profeti disarmati: educare, istruire, rendere trasparenti una
serie di relazioni tra cause ed effetti, promuovere l’informazione
sui costi e i benefici.

Travi e pagliuzze. Il volume di Olson lascia nel lettore


l’impressione che l’impatto con i problemi del mondo non
capitalistico abbia indotto l’autore a rivedere in senso più
positivo il suo giudizio sul primo mondo, il nostro. Le sue prime
opere avevano per sfondo la democrazia statunitense e gli altri
paesi europei: che parlasse del «male inglese» o del corpora-
tivismo dei sindacati americani, il suo orizzonte di riferimento
era quello, familiare non solo ai lettori, ma a tutta la scuola di
Public choice. Di questo mondo, Olson è stato un severo giudice.
Da lui, e dalle altre analisi in termini di rent seeking, abbiamo
imparato che le democrazie consentono lo sviluppo di occasioni
di rendita, prontamente colte da politici interessati alla carriera,
da burocrati affamati di finanziamenti, da organizzatori di
interessi disposti a tenersi legata la base rimpiazzando i grandi
ideali con più prosaici incentivi selettivi. Dunque, la stabilità e
la longevità delle democrazie sembravano minacciata da una
malattia degenerativa capace di ridurre sensibilmente l’efficienza
e di portare la vita civile alla sclerosi.
In questo volume, l’«x d’inefficienza» prodotto dal convergere
di queste strategie opportuniste appare un peccato veniale
rispetto all’enorme vantaggio di disporre di un sistema di diritti
di proprietà in grado di garantire livelli straordinari di prospe-
rità. Il giudizio sulla natura del potere politico rimane disincan-
tato, come dimostra l’analogia con il bandito stanziale. E i
pericoli sono ancora quelli individuati da Madison: dittatura
della maggioranza, asservimento delle istituzioni rappresentative
agli interessi di fazioni miopi e corporative. E però, in questo
caso l’ammonimento evangelico sembra capovolgersi: non ha
senso soffermarsi sulla pagliuzza nel proprio occhio, e non
vedere la trave in quello del fratello.

Gloria Regonini
352 Gian Primo Cella e Gloria Regonini

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