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Come revisionare un romanzo

Autore
Maria Teresa Steri

Sito Internet
http://animadicarta.blogspot.it/

Questo e-book raccoglie tutti gli articoli relativi alla revisione di un


romanzo pubblicati sul mio blog “Anima di carta”, riorganizzati e
adattati. Non si può considerare esaustivo riguardo agli argomenti
trattati, ma si propone di fornire solo alcuni spunti di riflessione sulla
base della mia esperienza personale.

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Indice

PARTE I - La revisione dei contenuti

1. Perché revisionare

2. Primi passi
Preparare il testo
Prendere le distanze dallo scritto
Dare uno sguardo d'insieme
Individuare le parti noiose

3. Conflitto e “premise”
Esaminare il conflitto
Controllare la coerenza della storia

4. La trama e il montaggio delle scene


Scovare gli errori
Migliorare l'intreccio

5. I personaggi
Controllare la coerenza
Dare più spessore

6. Narratore e punto di vista


La scelta è quella giusta?
Gli errori possibili

7. Il primo capitolo
Ciò che non va scritto
Cosa deve contenere

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8. “Show don't tell”
Mostra, non raccontare
Cosa interessa al lettore?

9. “Infodump” e informazioni
Come inserire informazioni in modo corretto?

10. Le singole scene


Valorizzare l'ambientazione e il contesto
Migliorare la visibilità dei personaggi
Rendere più evidente lo scopo
Esprimere in modo più efficace sensazioni ed emozioni
Altre cose che si possono fare

11. Affinare i dialoghi


Cosa andrebbe evitato
A proposito del verbo “dire”

12. Suddivisione in capitoli


Dove spezzare un capitolo

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1. Perché revisionare

Nelle pagine che seguono mi propongo di parlare della revisione di un


romanzo da un punto di vista pratico, sia a livello di contenuti che di
correzione formale del testo.

Riscrittura e revisione sono sostanzialmente dei processi che puntano a


perfezionare ciò che abbiamo scritto, a migliorarne la qualità o in certi
casi a renderlo adatto a essere letto da un pubblico. Per molti si tratta
di un passaggio scontato, ma purtroppo non è così per tutti. Rivedere
un testo dovrebbe essere un passo naturale, ma non è sempre così.

La mia impressione è che negli ultimi anni l'avvento delle pubblicazioni


“fai da te” abbia portato con sé molti fraintendimenti e una certa dose
di luoghi comuni che niente hanno a che vedere con la realtà. Editing
per esempio è diventato sinonimo di revisione, ma io propongo di
usare i due termini per identificare due attività distinte: secondo me si
dovrebbe parlare di editing quando a intervenire sul testo è un
professionista, mentre la revisione è un compito che spetta all'autore, il
quale dovrebbe fare di tutto per presentare al meglio un testo, ai lettori
o agli editori.

D'altra parte, in giro ci sono molte dicerie a proposito di editing e


revisione che assomigliano più che altro a scuse per evitare la fatica di
sistemare e correggere quello che abbiamo scritto. E molte altre voci
che tendono a convalidare l'idea che rivolgersi a uno dei tanti servizi
editoriali a pagamento nati di questi tempi sia un passo obbligatorio
per diventare scrittori.

“Tanto ci pensa l'editor”

Che si tratti di editor o di correttore di bozze, non credo che sia giusto
rimandare ad altri un lavoro che spetta a noi, in quanto autori. È una

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questione di rispetto per chi leggerà e di amor proprio cercare di fare
del nostro meglio prima di inviare un manoscritto a una casa editrice o
a un'agenzia o a un valutatore in genere. Un testo sciatto, pieno di
buchi, di salti logici e incongruenze, è un pessimo biglietto da visita e
un segno tangibile di mancanza di considerazione per chi deve
leggerlo o correggerlo. Dopo aver fatto del nostro meglio, potrebbe
rendersi ancora necessaria una cura massiccia da parte di un esperto.
Anzi, è sempre auspicabile che un bravo editor se ne occupi, ma
questo non vuol dire che qualcun altro deve fare tutto il lavoro sporco
al nostro posto.

“Lo faccio correggere dagli amici”

A meno che non abbiate un amico editor o un super esperto di


romanzi, nessun amico può sostituirsi alla vostra revisione. È chiaro
che i lettori-cavie possono darci molti consigli utili, suggerendo tagli,
aggiunte, mostrando punti deboli, refusi, e così via, ma non
scriveranno mai al posto nostro. E nessuno di loro conosce il testo
meglio di quanto lo conosciamo noi.

“Non voglio togliere spontaneità e freschezza al testo”

A meno che non siate davvero maghi della penna, scrivere una prima
stesura perfetta è impossibile. E anche se una revisione è un lavoro
noioso, che nulla ha a che vedere con la magia della scrittura
spontanea, anche se è un lavoro snervante e faticoso, dovremmo
proprio sforzarci di farlo, perché fa parte dell'essere scrittori.
Se abbiamo intenzione di auto-pubblicarci, non cediamo alla fretta
evitando il passo fondamentale di rivedere l'intero testo, leggendolo
fino alla nausea e considerando ogni possibile miglioramento. Chi
acquista un libro ha il diritto di avere un prodotto ineccepibile.
Se invece scegliamo la strada più tradizionale dell'editore, dovremmo
sforzarci di presentare un lavoro nei limiti del possibile senza errori.

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Considerate quanta concorrenza c'è, quanti manoscritti arrivano alle
case editrici, e riflettete su questo: voglio che il mio romanzo spicchi
per quanto l'ho curato o che si smarrisca tra quelli freschi e spontanei?

“Il testo perfetto non esiste”

Questo è in parte vero. Una revisione potrebbe durare all'infinito,


perché non ci sono limiti al perfezionamento di quello che si scrive. A
un certo momento si deve dire basta, ma ciò non toglie che i margini di
miglioramento ci sono sempre. Questa verità però non può diventare
un alibi per evitare la revisione, né ci si deve accontentare di una prima
stesura. Leggere e rileggere tante volte è necessario, anche se non
esistono testi perfetti.

“Non mi serve l'intervento di un professionista - L'editing professionale


serve sempre”

Sono due affermazioni opposte, ma è difficile dire dove sia il giusto,


perché non si può generalizzare. Poniamo il caso che la storia fili, il
testo scorra e non ci siano errori di nessun genere. Abbiamo fatto un
buon lavoro, insomma. A questo punto serve o no che qualcuno metta
ancora le mani sul nostro scritto? A volte sì, a volte no.
Un aiuto esterno è quasi sempre auspicabile, perché molto ci sfuggirà
nelle correzioni, considerato quanto siamo coinvolti emotivamente con
il nostro figlioletto!

C'è anche da dire che di questi tempi la smania del self-publishing ha


fatto nascere l'idea che tutto sia pubblicabile, così com'è o grazie
all'intervento di un editor. Attenzione, a questo punto. Prima di tutto,
sono tanti quelli che vogliono solo speculare sugli aspiranti scrittori,
quindi è importante valutare bene a chi vi affidate. Vedo spuntare come
la muffa agenzie di servizi editoriali, editor free lance e così via, con
poca o quasi nessuna competenza. Secondo, nessun editing può fare

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miracoli, di questo bisogna essere coscienti. La storia è la vostra e
l'impostazione generale deve restare in massima parte intatta. Se
qualcuno vi propone di stravolgere troppo, probabilmente vi sta
dicendo che non avete fatto un buon lavoro in partenza.

D'altra parte, se puntiamo a una pubblicazione con un editore,


dobbiamo sperare che sia lui a occuparsi di questo passo, facendo un
editing adeguato.

In conclusione, la revisione, vista come un'operazione che punta a


migliorare la qualità delle nostre creazioni deve:

• Essere di nostra competenza e non si può delegare a nessuno

• Prescindere da un editing futuro, professionale (di una casa


editrice o di un'agenzia o di un editor free lance).

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2. Primi passi

Preparare il testo

La prima cosa pratica a fare è stampare il romanzo o caricarlo su un


lettore e-book. Se vi state dicendo "chi se ne importa, io lo correggo al
computer", dovete considerare che leggere un testo su un monitor non
è la stessa cosa, perché i vostri occhi e il vostro cervello percepiranno
in modo diverso quello che vedono. Detto in modo più semplice, vi
sfuggiranno moltissime cose.

Inoltre, da un punto di vista psicologico, è importante nella fase di


revisione valutare il testo non con lo sguardo di chi scrive, ma di una
persona qualsiasi: bisogna mettersi nei panni di un semplice lettore
che si ritrova tra le mani il romanzo e lo considera in modo
disincantato. E per farlo è sicuramente più adatta una stampa o un
altro supporto simile.

Avere un e-book reader può aiutarvi molto in questa fase: non dovete
far altro che convertire il testo in epub, e potete rifarlo tutte le volte
che vi occorre con un solo click. In questo caso, inoltre, non c'è
bisogno di realizzare un epub sofisticato come quelli per la
pubblicazione, basta davvero un attimo per ottenerne uno per l'uso che
dobbiamo farne.
Per quest'operazione vi consiglio di utilizzare l'estensione Writer2ePub
di Open Office.

Prendere le distanze dallo scritto

A questo punto siete pronti per iniziare la revisione. Anzi no. Quanto
tempo è passato da quando avete finito il romanzo? La domanda è
legata al consiglio che danno moltissimi guru del settore: far passare
parecchio tempo tra la scrittura e la rilettura, in modo da prendere le

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distanze dalla storia e poter guardare a quanto abbiamo scritto in
modo obiettivo. È un suggerimento valido, perché come dicevo prima
revisionare significa prima di tutto considerare la nostra opera in modo
impersonale e ciò è difficile. Normalmente siamo innamorati dei nostri
personaggi, entusiasti della storia e della nostra prosa, oppure al
contrario tendiamo a vedere quello che abbiamo scritto come
spazzatura, siamo insicuri e pessimisti.

Per una auto-valutazione obiettiva, per impostarsi su un atteggiamento


di critica obiettiva, è importante far passare un po' di tempo. Tuttavia,
non siate rigidi su questo e cercate di capire quanto tempo vi occorre
realmente per distaccarvi, non esiste un periodo standard, quindi non
ha senso attenersi ai consigli dati da altre persone.

Dare uno sguardo d'insieme

Se vi siete distaccati a sufficienza e vi sentite pronti a calarvi nei panni


di un giudice imparziale, prendete in mano la stampa o l'e-book e
cominciate a leggere. Questa prima lettura deve essere fatta, secondo,
me in modo più globale possibile e velocemente. Durante questa fase
io mi immergo completamente, dedico due o tre giorni solo a questo,
in modo da poter dare uno sguardo d'insieme il più ampio possibile
all'intera storia, senza interruzioni. Ora siete solo dei semplici lettori.

Durante questa lettura, affioreranno già molte modifiche da fare, vi


salteranno agli occhi errori e cose che non vanno, ma io vi sconsiglio di
soffermarvi a fare cambiamenti. Prendete appunti, segnatevi tutto
quello che notate e che vi viene in mente, ma procedete nella lettura
senza fermarvi.

La prima rilettura in sostanza serve a capire se la storia vista come un


insieme ha un senso, se ha una sua coerenza di massima, se possiede
un'anima o è solo un insieme di eventi collegati tra loro in linea

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temporale o da causa-effetto. È come salire su una collina e guardare il
panorama con un colpo d'occhio, abbracciando con lo sguardo tutto
ciò che si vede. Non c'è bisogno ora di prendere il binocolo, ciò vi
allontanerebbe solo dallo scopo.

Alla fine della lettura chiedetevi: questa storia mi ha appassionato? Mi


sono identificato con i protagonisti? Cosa mi ha lasciato? Queste sono
più o meno le domande che si farebbe un lettore qualsiasi, più o meno
consapevolmente.

Individuare le parti noiose

Durante questa semplice lettura c'è un'altra cosa che salterà all'occhio.
Forse non accadrà subito, ma durante una seconda o una terza lettura,
comunque sia, vi accorgerete che ci sono parti del vostro stesso testo
che non avete voglia di leggere e che siete tentati di saltare. Sono gli
stessi brani che un lettore troverà mortalmente pesanti e noiosi. Se
annoiano noi che li abbiamo concepiti, figuriamoci un lettore esterno...
Prendete nota di questi specifici punti, perché più avanti dovrete
lavorarci su o forse tagliarli di sana pianta.

Durante una prima rilettura globale è più facile individuare queste


parti, perché abbiamo l'occhio concentrato su una lettura veloce. Se
l'occhio si inceppa e fatica, se la lettura non è poi così scorrevole come
dovrebbe, è un segnale d'allarme: siamo in presenza di qualcosa di
barboso.

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3. Conflitto e “premise”

Dopo aver fatto una lettura veloce dell'intero testo ci sono già
moltissime modifiche da fare sulla base di ciò che si è notato. In ogni
caso, dopo questa operazione preliminare è necessario andare più a
fondo e questo concretamente significa procedere a una serie di
riletture che puntano a esaminare un aspetto alla volta del romanzo.
In pratica, potete organizzare il lavoro in modo da fare più passaggi,
perché considerare con la dovuta attenzione tutti gli elementi in un
unica lettura sarebbe impossibile.

Esaminare il conflitto

Questa fase è destinata soprattutto a migliorare la storia di per sé,


quindi per il momento lascio da parte le singole scene e le rifiniture del
testo. Avrebbe poco senso infatti mettersi a cesellare qualcosa che
subirà altre modifiche, sarebbe un po' come preoccuparsi degli infissi o
delle tende quando si sta ancora costruendo una casa. E per restare in
tema con questa metafora, direi che questa fase della revisione si
potrebbe paragonare al rinforzare la struttura dell'edificio.

Prima di entrare nel dettaglio, però, vorrei fare una considerazione più
generale. Sulla revisione si dice di solito che "va usata la testa" mentre
nella prima stesura "si usa il cuore". Secondo me è vero ma non
completamente: in realtà la razionalità andrebbe usata anche nella
prima stesura. Anche se in quel momento per dare il meglio occorre
liberare la creatività, è importante affiancarvi una certa dose di
pianificazione. Non farlo significa quasi sempre ritrovarsi alla fine con
una struttura debole o inconsistente, creata sospinti dal vento
dell'ispirazione.

Non dico che bisogna mettersi a tavolino a progettare capitolo per


capitolo, però sapere con chiarezza di cosa parla la storia e qual è il

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conflitto principale che il protagonista o i protagonisti devono
affrontare, evita che nella revisione si sia costretti a sfasciare tutto,
dopo essersi accorti che una storia vera e propria non esiste.

Quando si scrive la prima bozza solo con il cuore, stiamo coltivando


l'implicita illusione di poter modificare tutto in seguito, ma non è così.
Che ci crediate o no, i personaggi a un certo punto si impadroniscono
della storia e ne fanno quello che vogliono, e detto in modo più
razionale, ciò che costruiamo è difficile da modificare. E a volte i piccoli
cambiamenti trascinano altri cambiamenti più importanti, con la
conseguenza di dover riscrivere quasi tutto. Allo stesso modo la
creatività (il cuore) non può essere messa da parte quando si passa alla
revisione, tutt'altro.

Dunque, il primo passaggio è per lo più dedicato ai protagonisti del


romanzo e in particolare a esaminare il conflitto e capire come
migliorarlo. In fondo la storia è di chi la vive, quindi trovo che sia
importante cominciare dai personaggi e non dall'analisi della trama o
dell'intreccio. Il conflitto è il contrasto tra ciò che il protagonista vuole
e tutto ciò che lo ostacola. Proviamo a porci queste domande:

• Il personaggio principale del romanzo ha un obiettivo definito?

• Ho reso in modo chiaro nei primi capitoli questo obiettivo,


sottolineando per esempio cosa desidera o teme il protagonista?

• Ho dato al protagonista una motivazione sufficientemente forte


per conseguire il suo obiettivo o risolvere il suo problema?

• Ho fornito al protagonista determinazione e passione tali da


fargli affrontare gli ostacoli crescenti? Insomma, è abbastanza
ossessionato?

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• Ho mostrato cosa accadrebbe se il protagonista non
raggiungesse il suo obiettivo? Quali sarebbero le conseguenze
per lui o per lo chi lo circonda?

• Il protagonista dà il massimo nel corso della storia, fa del suo


meglio per raggiungere il suo obiettivo, usa tutto il suo
potenziale?

• Il protagonista è cambiato o ha cambiato il suo modo di vedere le


cose a fronte di quello che ha vissuto nel corso della storia? C'è
un arco di trasformazione?

• Se c'è un antagonista, ha anche lui un suo obiettivo, una


motivazione, una sua determinazione? O è un cattivo solo perché
lo abbiamo dipinto così?

• Gli ostacoli cambiano e crescono con il progredire della storia? La


posta in gioco si alza? Le cose vanno peggiorando e precipitano
nei capitoli finali?

• Ho fatto in modo che il lettore possa identificarsi con tutti i


protagonisti, che sia preoccupato per la loro sorte e che soffra e
gioisca con loro? Ho creato abbastanza empatia?

Queste solo sono questioni di base e se abbiamo fatto un buon lavoro


nella prima stesura, diventerà quasi inutile porsele. Se invece ci
accorgiamo che qualcosa va irrobustito, è il caso di mettere mano alla
struttura del nostro edificio, così che non crolli al primo soffio di vento.

Controllare la coerenza della storia

Abbiamo iniziato a scrivere con un'idea in testa e poi il corso della


narrazione ha preso un'altra piega e il romanzo si è trasformato in

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qualcosa di diverso. Capita molto spesso, non è nulla di grave, anzi
forse è normale. Il problema è che di questo cambiamento in corso
d'opera potrebbe risentirne la storia, che non ha più una sua coerenza,
ma assomiglia più a un collage di idee. Di solito basta una sola rilettura
per rendersi conto di ciò, più difficile è invece porvi rimedio.

A questo proposito è fondamentale capire qual è il tema del romanzo,


la cosiddetta premise, insomma la sua "anima", e verificare che trapeli
in modo palpabile dal romanzo.

Quello della premise non è un argomento facile, ma in fase di revisione


è necessario porsi almeno il problema: che senso volevo dare a quello
che ho scritto? Sono riuscito a trasmetterlo pienamente?

Probabilmente quando ci mettiamo a scrivere non siamo pienamente


consapevoli del conflitto o del tema, ora però è il momento di fermarsi
e guardare le cose in modo più obiettivo.
Per farlo io uso spesso pormi delle domande, ma naturalmente ognuno
ha il suo metodo per mettere in discussione ciò che ha creato.

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4. La trama e il montaggio delle scene

È arrivato il momento di andare più a fondo, guardando con la lente di


ingrandimento tutto ciò che non va nel nostro romanzo, puntando a
scovare e correggere gli errori che ci siamo lasciati sfuggire nella prima
stesura. Per me questa non è una fase facile e immagino che sia così
per chiunque, per il semplice motivo che molto spesso si è ciechi di
fronte a ciò che si è creato.

Inoltre, avendo ideato noi stessi noi la storia, abbiamo la convinzione


di conoscere bene tutto e probabilmente abbiamo dato parecchio per
scontato mentre raccontavamo. Il lettore esterno, però, non è nella
nostra testa. Per questo considero prezioso, in particolare per questo
passaggio della revisione, l'aiuto di qualcuno che mi dica senza tanti
complimenti dove ho sbagliato, su quali aspetti ho sorvolato troppo,
che mi indichi con esattezza quali punti "non si capiscono", dove sono
saltata alle conclusioni e così via.

Comunque, prima di arrivare a far dissezionare (scusate il termine un


po' crudo) la vostra creatura, vi suggerisco di fare del vostro meglio
prima di chiamare in causa un aiuto esterno.

Anche per questo passaggio è importante leggere direttamente su


carta o su un e-reader, sottolineando e prendendo appunti sui
cambiamenti da fare. Per questa analisi io preferisco procedere capitolo
per capitolo o meglio ancora scena per scena, ma ognuno sceglie il
metodo più adatto. L'importante è leggere con un atteggiamento critico
e obiettivo e con la massima attenzione.

Scovare gli errori

Fare le pulci alla trama è davvero importante, non solo a grandi linee
ma anche nei dettagli, perché i lettori sono più attenti di quanto

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pensiamo. Diverse letture sono necessarie per scovare:

• Salti logici - Facciamo attenzione a quei punti della trama in cui


si passa da un evento all'altro senza alcuna spiegazione sensata.

• Buchi narrativi e temporali - Anche se non dobbiamo


accompagnare il protagonista dappertutto ed è possibile saltare
la narrazione di un intero periodo con un'ellissi, questo non va
fatto nei momenti più rilevanti della storia, quando il lettore vuole
assistere in prima persona agli eventi.

• Incongruenze negli avvenimenti e nei loro nessi - Ciò che sta


accadendo è coerente con quanto già accaduto? Viene giustificato
da qualche anticipazione?

• Contraddizioni negli eventi e nelle situazioni - Se il romanzo è


parecchio lungo, se l'abbiamo scritto nell'arco di molto tempo, è
facile essere incappati in qualche contraddizione o distrazione.

• Soluzioni troppo facili e banali - A volte è necessario essere più


coraggiosi e creativi per risolvere le situazioni in cui abbiamo
cacciato i personaggi, e non fermarci alla prima soluzione che ci
viene in mente o peggio ricorrere a un intervento piovuto dal
cielo. Sbagliato è anche l'uso delle coincidenze fortuite, mentre
sono da tenere completamente alla larga i cliché!

• Situazioni poco realistiche o poco credibili - Nel nostro romanzo


succedono cose altamente improbabili o inverosimili? Anche
quando si scrive di argomenti o di mondi fantastici, si deve tener
conto di ciò che è plausibile all'interno di un dato contesto. Se
vogliamo inserire qualcosa che esula dall'ordinario, va comunque
giustificato nell'ambito della realtà che abbiamo creato. Lo stesso
vale se abbiamo scritto una storia ambientata in un'altra epoca:

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ciò che succede deve essere coerente e verosimile in base al
periodo.

• Troppi antefatti - Se i primi capitoli sono pieni di eventi accaduti


in passato, prima che la storia vera e propria cominci, va presa in
considerazione l'ipotesi di spostare la narrazione di questi fatti
più avanti o tagliarla del tutto.

• Informazioni date al momento sbagliato o troppo presto - Forse


non si può considerare un vero e proprio errore, ma a volte basta
spostare una rivelazione più avanti nella storia per incuriosire il
lettore e dare un pizzico di suspense in più al romanzo.

• Troppe informazioni - Può essere utile informare i lettori di certi


fatti nei dialoghi, però occorre stare attenti a non farlo nei
momenti più drammatici per non allentare troppo la tensione.
Inoltre, le rivelazioni vanno assolutamente dosate, sopratutto
quando sono essenziali, per dare il tempo a chi legge di
metabolizzarle ed elaborarle.

• Troppe ripetizioni - I lettori non sono stupidi come a volte


tendiamo a pensare, non hanno bisogno che gli ricordiamo in
continuazione cosa è accaduto prima e che accadano fatti tutti
simili per provare qualche nostra tesi. Per esempio, va bene
dimostrare quanto sia malvagio l'antagonista, ma non c'è bisogno
di esagerare con il numero dei cadaveri trovati.

• Ritmo sbagliato - Una lentezza esasperante iniziale o


un'eccessiva fretta nel concludere sono entrambe cose da evitare.
Ma anche correre troppo in alcuni punti della storia, che invece
meriterebbero tutta l'attenzione del lettore.

• Mancanza di chiarezza - Anche questo può essere un grosso

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problema, sempre per via del fatto che diamo le cose per
scontate. Se ci accorgiamo che non si capisce bene cosa sta
accadendo, perché siamo stati un po' contorti o fumosi nel
narrare, è il caso di soffermarci su questi punti e renderli più
comprensibili.

• Scene inutili - Dare il giusto peso alle scene è molto importante.


A me piace inserire scene di vita quotidiana, perché penso che
ogni tanto il lettore vuole anche rilassarsi e osservare i
personaggi nel loro ambiente naturale. Però queste scene vanno
dosate e inserite nel posto giusto, altrimenti meglio eliminarle.

• Attenzione su fatti irrilevanti -. Quando si attira l'attenzione su


un elemento specifico, questo deve essere rilevante. Se faccio
notare al lettore che nella stanza c'è una pistola appoggiata sul
comodino, posso farlo per caratterizzare il personaggio e la sua
vita, ma se insisto a parlarne e quella pistola non viene mai usata,
ciò infastidisce chi legge.

• Personaggi e situazioni dimenticati - Abbiamo presentato


personaggi secondari e sottotrame e poi ce ne siamo scordati
strada facendo: a questo punto va valutato se rimetterli in gioco o
eliminarli del tutto.

• Domande senza risposta - Nel corso nella storia potrebbero


essere sorte nella mente del lettore delle questioni alle quali non
abbiamo mai dato una risposta, proprio perché come dicevo
sopra, noi abbiamo tutto chiaro in testa. Queste lacune però
vanno colmate per non lasciare chi legge insoddisfatto.

• Conflitti lasciati irrisolti - Siamo arrivati alla fine, la tensione è a


zero, ma ci sono ancora molti fili pendenti, troppe questioni
ancora in sospeso? Abbiamo magari dato una degna risoluzione

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al conflitto principale, ma ci sono ancora subplot senza
conclusione? Forse è il caso di preoccuparsene.

Può essere molto utile fare un riassunto, appena terminato il romanzo.


Questo aiutato ad avere un disegno più ampio della storia, a
controllare facilmente la coerenza delle vicende narrate e scovare
alcuni errori grossolani.

La scrittrice Connie Willis ha scritto:

Per me la trama è vitale, cioè quello che conta è una storia che
comunica una sensazione di inevitabilità, a cui non riesci a
resistere. Ci deve essere un'unica conclusione, verso la quale si
corre come un treno lanciato a folle velocità.

Mi piace molto questa definizione e penso che possa essere utile per
testare anche la nostra trama.

Migliorare l'intreccio

Anche se la nostra trama è buona di per sé, si può pensare di renderla


ancora più accattivante facendo qualche spostamento. Montare scene
in un ordine diverso da quello cronologico può essere un metodo per
dare alla storia più movimento.
Cosa vuol dire concretamente? Ci sono vari modi per farlo:

Usare i flashback

Il protagonista compie salti nel passato ricordando cose avvenute in


precedenza: è un esempio di flashback che ha lo scopo far sapere al
lettore qualcosa di utile per comprendere il presente. Si può anche
andare avanti e indietro in modo meno ordinato, ma va sempre
considerato il fattore chiarezza!

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Usare i flashforward

Potremmo far compiere un salto nel futuro a un personaggio che


fantastica su qualcosa, immaginando cosa potrebbe accadere, o che ha
una visione o una premonizione. Oppure, se il tipo di narrazione lo
consente, si potrebbero fare delle importanti anticipazioni, per
incuriosire il lettore. Alcuni romanzi per esempio iniziano con una
scena che si è svolta molto tempo dopo i fatti di cui si parlerà, e il
lettore è curioso di sapere come si è arrivati a quel punto.

Mostrare scene parallele

Un personaggio sta vivendo una certa situazione, ed è questo l'oggetto


della prima scena. Subito dopo mostriamo con una seconda scena cosa
è accaduto nel frattempo a un altro personaggio. Oppure mostriamo la
stessa scena dal punto di vista di un secondo personaggio. Ho usato
questa tecnica, sovrapponendo delle parti; non tutto perché mi
sembrava eccessivo, ma se la scena merita penso che si possa fare per
intero.

Fare un salto in avanti nella storia

Dopo aver raccontato in modo lineare, potremo arrivare a un punto di


svolta e qui chiudere il capitolo senza mostrare al lettore cosa è
successo dopo. Il capitolo successivo potrebbe riprendere da un
momento più avanti nel tempo, mostrando una situazione diversa e
spiegare man mano cosa è accaduto nel periodo "buio".

Altri tipi di "montaggi" delle scene

La combinazione di vari punti di vista nella storia può dare il via a una
combinazione del tempo diversa, mostrando per esempio prima una
scena che si svolge dopo e così via.

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Non necessariamente, inoltre, questi devono essere gli unici modi per
scombinare la cronologia, potremmo anche sperimentarne di nuovi. Nel
film Premonition con Sandra Bullock accade qualcosa di simile, con i
giorni di una settimana che si susseguono in modo così disordinato
che allo spettatore resta fino all'ultimo il dubbio se si tratti di sogno o
realtà. Oppure si potrebbe provare a ripercorrere il tempo all'indietro...

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5. I personaggi

Prima di tutto dobbiamo essere consapevoli del fatto che l'essere


arrivati alla fine di un romanzo ci ha permesso di imparare moltissimo
sui nostri personaggi, di sapere su di loro molto di più di quanto
sapevamo (o credevamo di sapere) quando abbiamo iniziato il primo
capitolo.

Forse anche all'inizio avevamo un'idea chiara su chi erano i protagonisti


della storia, forse avevamo persino preparato delle schede su di loro,
però, solo quando la prima bozza è terminata, la nostra conoscenza è
davvero ampia e approfondita, il quadro è completo. E questo ci
permette, in fase di revisione, di riprendere in mano il testo e lavorare
a due aspetti:

• Controllare che l'immagine dei personaggi che emerge pagina


dopo pagina sia coerente

• Apportare miglioramenti ai personaggi per renderli più


tridimensionali

Controllare la coerenza

Se abbiamo già analizzato il romanzo dal punto di vista della trama, è


probabile che molti errori siano già venuti fuori, perché la connessione
tra trama e personaggi è molto stretta. In ogni caso, io credo che
dedicare ai personaggi (principali e non) una lettura a parte sia
fondamentale per la riuscita del romanzo.

In primo luogo, dovremmo scovare tutto quello che non va. È possibile
che nel corso della prima stesura abbiamo fatto dei cambiamenti e non
ne abbiamo tenuto conto in tutti i punti del testo. Avevamo ipotizzato
in partenza che il protagonista avesse tre fratelli, poi strada facendo

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abbiamo cambiato idea e lo abbiamo trasformato in figlio unico.
Oppure la distrazione ci ha fatto scrivere una cosa per l'altra. Più grave
è il caso degli errori che riguardano la personalità e la psicologia dei
personaggi, e soprattutto di quei comportamenti che non trovano
giustificazione né nel modo di essere di chi agisce né nella situazione
contingente.

Quindi dovremo analizzare il testo con molta attenzione per trovare:

• Nomi di personaggi diversi

• Descrizioni fisiche contraddittorie

• Incongruenze nel comportamento

• Incoerenze nelle relazioni tra i personaggi

• Azioni o reazioni dei personaggi immotivate

• Informazioni che riguardano la storia personale o il passato


incoerenti tra loro

• Conoscenze e abilità di cui non si era mai parlato prima o senza


giustificazione logica

Dare più spessore

Forti di ciò che sappiamo sull'intera storia, quando revisioniamo


possiamo usare questa conoscenza per sviluppare meglio i personaggi
principali, per dar loro uno spessore maggiore. Quindi un primo passo
potrebbe essere quello di arricchire la personalità dei protagonisti,
approfondendone la psicologia.

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Quello che ho notato personalmente è che le storie che mi piacciono
meno sono sempre quelle in cui non riesco a immedesimarmi con
nessun personaggio. L'autore non è stato in grado di scatenare empatia
e di conseguenza non mi importa nulla della sorte dei personaggi. Ciò
accade quasi sempre perché questi sono trattati in modo superficiale,
stereotipato, non hanno né vita né anima. Magari hanno grandi
obiettivi, sono persino speciali a loro modo, ma non riescono a
catturare la mia attenzione. Quello che penso è che un personaggio
ben riuscito è un personaggio con cui ci possiamo identificare, persino
se è lontanissimo da quello che siamo e dal nostro mondo.
Vi è mai capitato di provare empatia per un assassino in un noir ben
fatto? Ecco, l'autore ha saputo creare un personaggio davvero vivo.

Purtroppo, durante la revisione potremmo accorgerci di creato


personaggi senza anima, anzi che hanno il sapore di artificioso, di
costruito a tavolino. A questo si può porre rimedio in vari modi:

• Sostituire descrizioni più significative alle caratterizzazioni


generiche e banali

• Individuare ciò che rende il personaggio "singolare" ed


enfatizzarlo

• Eliminare le parti in cui si danno giudizi netti sui personaggi

• Attribuire qualche difetto ai protagonisti

• Arricchire e sfaccettare la personalità con più dettagli

• Arricchire la realtà intorno al personaggio (relazioni, storia


personale, ecc.)

• Incuriosire il lettore con allusioni al passato o flashback

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• Mostrare sentimenti ed emozioni con gesti piuttosto che
raccontarli a parole

• Approfondire le relazioni tra i personaggi principali

• Fare attenzione alle troppe informazioni sui personaggi nei primi


capitoli

• Eliminare l'eccesso di dialogo interiore e di introspezione

Parlando di errori relativi ai personaggi, forse quello più imperdonabile


è creare il protagonista della storia a nostra immagine e somiglianza.
Di sicuro è uno sbaglio che abbiamo fatto tutti la prima volta che ci
siamo messi a scrivere, ed è normalissimo. Mary Sue è il nome che
identifica il tipico personaggio banale e troppo simile a noi.

25
6. Narratore e punto di vista

Ricordo di aver letto da qualche parte, tempo fa, che i problemi


riguardanti il narratore e il punto di vista sono tra i più frequenti
riscontrati dagli editor e riguardano soprattutto gli scrittori in erba. È
una cosa che non mi stupisce, perché penso che questi siano due
aspetti molto impegnativi da gestire in un romanzo, ed è facile quindi
che scappino errori e imprecisioni.

D'altra parte questo è anche un argomento così vasto che qui proverò a
tracciare alcune linee guida, senza la pretesa di parlare di tutti i casi
possibili.

La scelta è quella giusta?

Visto che stiamo parlando di revisione e ipotizziamo che il romanzo sia


già terminato, avremo già preso la nostra decisione riguardo a chi
narra la storia e a quali punti di vista adottare. La prima cosa che
dovremo chiederci, però, è proprio se le nostre scelte siano state le
migliori possibili.

Per quanto riguarda il punto di vista, siamo sicuri che una prospettiva
diversa non gioverebbe al romanzo? Per esempio, se il protagonista è
unico e abbiamo scelto la prima persona, potremmo chiederci se il
romanzo non funzionerebbe meglio con una terza persona limitata, e
viceversa.
In ogni caso, mi auguro per voi che abbiate già fatto la scelta giusta,
perché modificare il punto di vista significa nella pratica riscrivere tutto
daccapo!

Altro caso che spero non vi capiti mai è quello di riscontrare un


numero eccessivo di punti di vista o al contrario un numero troppo
limitato. Per esempio, un romanzo breve non ha bisogno di molte

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prospettive, mentre una storia che abbraccia un arco temporale ampio
risulta più ricca e completa se alterniamo la visuale.

In particolare, usare molti punti di vista può condurre a una


dispersione della narrazione. Quando si sposta in continuazione
l'attenzione del lettore da una parte all'altra, si rende difficile
l'identificazione con i personaggi. Se ci accorgiamo di essere incappati
in questo problema, dobbiamo prendere in considerazione la
possibilità di tagliare qualche punto di vista, scegliendo quelli meno
coinvolti negli eventi raccontati. Anche questa evenienza vi
costringerebbe a riscrivere buona parte del romanzo, quindi
auguriamoci che durante la prima stesura siano già stati considerati
questi fatti.

L'altro caso problematico è quello di aver usato pochi punti di vista,


mentre uno sguardo molteplice avrebbe portato a una maggiore
ricchezza, soprattutto quando la storia riguarda troppe persone per
usare solo una terza persona limitata.

Per quanto riguarda il narratore, anche qui occorre capire se aver scelto
un narratore interno o esterno sia stata quella più adatta al tipo di
storia, tenendo conto del fatto che alcuni romanzi (per esempio quelli
storici o che necessitano di uno sguardo molto ampio) funzionano
meglio quando le vicende vengono raccontate con distacco e neutralità,
attenendosi ai fatti nudi e crudi (narratore esterno, onnisciente o no),
mentre altri (per esempio quelli più psicologici) hanno bisogno di un
legame più stretto con i personaggi con un narratore interno, a volte
addirittura coinvolto (prima persona).

Gli errori possibili

Partendo ora dal presupposto che narratore e punto di vista siano


quelli giusti, la cosa migliore da fare a questo punto è analizzare scena

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per scena per verificare che:

• Il punto di vista non cambi bruscamente durante una scena

• Una scena non mescoli più di un punto di vista

• Ci sia una totale coerenza tra il punto di vista scelto e ciò che
stiamo mostrando

• Stiamo narrando sempre cose che il punto di vista conosce,


percepisce, comprende

• Il passaggio da un punto di vista all'altro nell'arco di un capitolo


non sia brusco o poco chiaro

• I punti di vista nell'arco dell'intero romanzo non siano disordinati

Dobbiamo essere consapevoli che la prospettiva che abbiamo scelto


per raccontare la storia influenza moltissimi aspetti del romanzo:
narrazione, descrizioni, dialoghi, pensieri, tipo di linguaggio, ecc. In
un'ottica di revisione, dobbiamo stare attenti che ognuno di questi
elementi sia trattato nel modo giusto, in riferimento al punto di vista e
al narratore che abbiamo scelto.

La scelta del punto di vista determina ciò che viene raccontato, ciò che
facciamo sapere al lettore. Se abbiamo deciso di raccontare una scena
dalla prospettiva di un personaggio in particolare, possiamo entrare
solo nella sua testa e percepire solo attraverso la sua coscienza.
Dunque dobbiamo stare attenti quando abbiamo scritto cose che il
personaggio non conosce o non vede. E non possono essere fatte
anticipazioni.

Nel caso in cui abbiamo adottato un narratore interno ciò che viene

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descritto nelle varie scene è filtrato dagli occhi del personaggio che
vive la situazione (punto di vista). La percezione del personaggio deve
concordare totalmente con quello che mostriamo.

Errori in questo campo potrebbero essere legati al fatto che state


usando una certa prospettiva nella scena, ma la descrivete in alcuni
momenti come se fosse invece vista da un'altra prospettiva. Oppure in
modo non concordante con la tipologia del personaggio. Se in una
stanza ci sono, per esempio due persone, e voi vi siete calati in uno dei
due, accertatevi che ciò che mostrate sia conforme in ogni momento
con questo personaggio.

Inoltre, il modo di essere di un personaggio determina il tipo di


descrizioni. Dobbiamo ricordarci che se per un esempio un bambino
entra in una stanza, noterà cose diverse da un adulto e le descriverà in
modo differente.

Le descrizioni non sono solo quelle ambientali, ma anche fisiche. Per


esempio se usate un punto di vista in prima persona non potete
descrivervi, a meno di ricorrere all'espediente di guardarvi allo
specchio.

Anche la caratterizzazione dei personaggi è diversa a seconda del


punto di vista. Se un personaggio incontra un altro personaggio per la
prima volta, lo descriverà in maniera specifica a seconda del rapporto
che ha con lui e delle sue simpatie o antipatie. Tutto è relativo!

Dunque, dovremo assicurarci che per ogni scena abbiamo mantenuto


un'aderenza stretta con ciò che il personaggio poteva vedere, sentire,
udire, toccare e così via. Ciò è tanto più importante quando il punto di
vista è quello della prima persona.

Inoltre, una scena deve mantenere una sua coerenza e sarebbe

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sbagliato all'interno della stessa situazione mescolare varie prospettive
o cambiare personaggio all'improvviso.
Un altro grosso errore potrebbe anche essere quello di raccontare i
pensieri e le emozioni di personaggi su cui non siamo focalizzati in
quel momento. Se riportiamo un pensiero, un'opinione o un
sentimento, questi devono rigorosamente appartenere alla persona
sulla quale abbiamo posto la "macchina da presa". Solo nel caso di un
narratore esterno e onnisciente si può spaziare da una testa all'altra.

Va prestata molta attenzione anche ai dialoghi. Anche questi cambiano


molto a seconda del punto di vista. Per esempio le reazioni e i gesti
durante il dialogo possono essere raccontati in modo diversissimo, a
seconda dell'interlocutore su cui siamo focalizzati.

Infine, bisogna tener presente che la voce narrante costituisce un filtro,


proprio come il punto di vista.
Occorre fare attenzione che:

• Ci sia una totale rispondenza tra la voce narrante e ciò che stiamo
raccontando

• Il narratore resti costante (a meno di casi particolari)

• Lo stile e il linguaggio che adottiamo per raccontare siano


coerenti con il tipo di narratore

• Lo stile e il linguaggio siano uniformi nel corso del romanzo

• Il distacco o il coinvolgimento della voce narrante si mantengano


aderenti al punto di vista della scena

• Il narratore esterno non si intrometta commentando o giudicando


ciò che accade (a meno che non sia onnisciente).

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7. Il primo capitolo

Finora mi sono concentrata soprattutto sugli errori da sistemare, ma


questo lavoro presenta anche aspetti più piacevoli e creativi, come la
possibilità di migliorare quello che abbiamo scritto. Non mi riferisco
tanto alla cura del testo, quanto a tutto ciò che possiamo fare per
rendere più accattivante il nostro romanzo agli occhi di un ipotetico
lettore.

Dopo aver rinforzato la struttura della storia e aver analizzato il testo


in cerca di problemi vari, forse potremo essere tentati di accontentarci
di quello che abbiamo scritto. Oppure, al contrario, potremo
rimboccarci di nuovo le maniche e rivedere tutto ancora una volta, con
l'obiettivo di arricchire e dare più tridimensionalità agli elementi della
storia.

Credo che arrivare alla consapevolezza che si può fare di meglio sia un
passo importante per chi scrive. Vincere la tentazione di dire "ora
quello che ho scritto è abbastanza buono" significa capire che come
scrittori si può sempre crescere e raggiungere vette più alte del nostro
percorso. Anche se è faticoso riprendere in mano ancora una volta la
nostra creatura e rileggerla, anche se non vediamo l'ora di inviarla a un
editore o di metterla in vendita, sono del parere che rimetterci all'opera
farà bene sia al romanzo che a noi stessi.

In questo caso, l'esperienza aiuta molto a capire dove e come rimettervi


mano, quindi all'inizio è probabile che non abbiamo neppure idea di
cosa fare.

Ciò che non va scritto

Come si sottolinea tante volte, le prime pagine sono vitali. Lo so per


prima, visto che come lettrice se non entro in sintonia subito con un

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romanzo, finisco per abbandonarlo. Il primo capitolo, dunque, deve
essere un amo impeccabile per catturare la vostra preda.
A questo proposito ci sono due cose importanti da considerare:

• I lettori non hanno pazienza (a meno che non si tratti di un


nostro caro amico, di un familiare stretto o del compagno della
nostra vita).

• Gli editori (o meglio chi si occupa della valutazione dei testi


inediti) giudicheranno il nostro romanzo in base alla prime
pagine.

Uno degli errori che si fanno è quello di credere che chi leggerà sarà
innamorato dei personaggi e della storia tanto quanto noi. Invece il
lettore va portato ad affezionarsi, va trascinato dentro, e dovremo farlo
fin dalle prime righe.

Detto questo, il primo capitolo è davvero fondamentale e sbagliare


qualcosa qui può compromettere anche il resto del libro. E a quel
punto che importa che abbiamo scritto un capolavoro, se non avremo
trascinato chi legge nella nostra realtà fittizia fin dalle prima pagine?
Cos'è, quindi, che proprio non si dovrebbe fare?

Una regola generale potrebbe essere quella di non annoiare il lettore o


fargli perdere tempo con aspetti che all'inizio non lo coinvolgono o non
sono pertinenti. Il primo obiettivo deve essere quello di portarlo a
identificarsi con i personaggi principali e a interessarsi degli eventi,
suscitare empatia e curiosità.

Cose da evitare nel primo capitolo:

• Abbondare con antefatti e prologhi

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• Partire con eventi che non hanno influenza e significato rispetto a
ciò che viene dopo
• Far susseguire una serie di "scene quotidiane"

• Descrivere minuziosamente il tempo atmosferico

• Attardarsi su quanto fosse verde quella valle o blu quel cielo

• Insistere su quanto sia stata difficile l’infanzia del protagonista

• Raccontare subito chi è e cosa fa il protagonista

• Raccontare subito il passato del protagonista

• Partire con riflessioni del protagonista

• Accumulare scene senza il personaggio principale

• Mettere in mostra il proprio sapere, fornendo spiegazioni


didascaliche

• Infarcire il capitolo di flashback, sogni, fantasie

• Rivolgersi al lettore

• Filosofeggiare sulla vita

• Presentare al lettore una Mary Sue o un Superman senza difetti

• Usare un linguaggio aulico o pretenzioso, abbondare in metafore

• Dilungarsi sulla storia del luogo o del periodo storico

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• Iniziare in modo criptico, così criptico che saremo i soli a capire
cosa abbiamo detto
• Fornire troppe informazioni

• Anticipare troppo sulla storia

In generale, dovremmo sforzarci di non rendere le prime pagine troppo


statiche, senza movimento. Se non accade nulla, se non c'è un minimo
di interazione tra i personaggi, difficilmente farà presa su chi legge.

Cosa deve contenere

Il primo capitolo è destinato a introdurre gli elementi della storia, deve


fornire a chi legge tutte le informazioni su contesto, tempi e luoghi in
cui sono ambientati i fatti, sui personaggi, ecc. Sono anche questi
aspetti importanti, ma vanno dosati in modo da non appesantire la
lettura. Anche se stiamo scrivendo un tipo di romanzo dove
l'ambientazione è fondamentale, e quindi il primo capitolo è
soprattutto informativo, di "presentazione", dovremo tener conto del
fatto che i lettori si interessano prima di tutto delle persone, e solo in
un secondo momento di tutto il resto.

Chi è il protagonista

È importante che il personaggio più importante faccia la sua comparsa


il prima possibile, per dar modo a chi legge di capire chi è che vive la
storia e per innamorarsene subito. Non dilungatevi per pagine e pagine
prima di presentare il protagonista.

Qual è il conflitto

Va di pari passo che le prime pagine devono mostrare (non raccontare,


ma proprio mostrare) anche l'obiettivo/problema del protagonista e ciò

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che si oppone alla sua realizzazione/risoluzione. Forse all'inizio si
tratterà di una piccola cosa, che poi nel corso della storia diventerà più
importante, ma deve esserci qualcosa per far presa sul lettore.

Un personaggio attivo

Un personaggio che non fa nulla non piace a nessuno. La


determinazione e l'ossessione del protagonista nel darsi da fare per
raggiungere i suoi obiettivi devono essere da subito evidenti. Meglio
quindi una scena con il personaggio attivo che non una in cui lo
seguiamo in una sua giornata-tipo. Questo ovviamente non significa
che il primo capitolo deve essere un concentrato di avvenimenti o per
forza una scena d'azione.

Informazioni sull'ambientazione e l'epoca

Anche se non sono questi elementi che cattureranno particolarmente


l'interesse di chi legge, non devono mancare per completezza e per far
sì che ci si possa orientare subito. Potremo anche lasciare al lettore il
gusto di capire dove e quando si trova, ma in tal caso deve esserci un
motivo valido per farlo (per esempio il personaggio non sa dove si
trova).

Qualcosa di già accaduto

Un uomo riprende i sensi dopo che un cornicione gli è caduto sulla


testa e scopre di non ricordare buona parte della sua vita: è l'inizio di
Sipario nero di Cornell Woolrich. Siamo nel ben mezzo di una
situazione e il lettore si trova a dover capire cosa è accaduto prima.
Oppure viene a sapere che qualcosa è appena successo e il
personaggio deve affrontarne le conseguenze. Un modo semplice ed
efficace per trascinarlo nel capitolo successivo.

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8. “Show don't tell”

C'è una regola che afferma che, quando si revisiona un romanzo, si


dovrebbe ridurre il testo della prima stesura del 10%. Per esempio se
abbiamo un totale di 300 pagine, dovremo tagliarne 30. Come tutte le
"regole", però, anche questa ha il grosso difetto di generalizzare
troppo, di non tener conto dei singoli casi. Infatti, il suggerimento è
basato sul fatto che chi ama scrivere tende a dilungarsi in modo
esagerato, con la conseguenza di ritrovarsi con una sorta di brodo
allungato nella prima stesura. La realtà non è però così semplice,
perché ognuno ha il suo modo di esprimersi e, se è vero che c'è chi in
fase di revisione deve tagliare, c'è anche chi dovrebbe sforzarsi di
arricchire quello che ha scritto, perché il testo è povero e meriterebbe
sviluppi più ampi.

Io sono del parere che una delle cose che si imparano con il tempo e
che distinguono probabilmente uno scrittore in erba da uno esperto, è
la capacità di dare il giusto peso alle scene, il sapere quando è
necessario addentrarsi nei particolari, approfondire, scavare, rallentare
il ritmo, e quando invece si può sorvolare, magari limitandosi a
raccontare a grandi linee.

Questa valutazione deve tener conto di molti fattori, prima di tutto del
respiro di una storia. In quanto tempo si svolgono i fatti? Se
abbracciano un arco di tempo molto lungo e riguardano molte persone,
con molte sottotrame e richiami al passato, va da sé che è necessario
concedere ampio spazio alle varie situazioni. Se questo non è stato
fatto nella prima stesura, sarà necessario tornarci e arricchire il testo.

Al contrario, dovremo renderci conto che un romanzo che gira intorno


a pochi eventi e personaggi, non merita troppe pagine e
approfondimenti, e forse potrebbe essere efficace una narrazione più
stringata.

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Questo ci riporta anche a un'altra regola della scrittura, la celebre Show
don't tell. Anche in questo caso si cerca troppo spesso di
generalizzare, dicendo che in un romanzo si deve mostrare piuttosto
che raccontare. Ma questo è ovviamente ridicolo, perché non tutto
merita di essere al centro di una scena, anzi si rischia di far venire
sonno al povero lettore se gli mostriamo tutto.

Fondamentale è invece capire quali situazioni meritano una scena e


quali no, quando si deve portare chi legge dentro i fatti e quando si
deve solo raccontare. In definitiva, in fase di revisione, ancora una volta
bisogna riprendere in mano il nostro scritto e analizzarlo per capire
cosa merita maggiore attenzione e cosa va invece eliminato senza
pietà.

Mostra, non raccontare

Show, don't tell, che in italiano suona come “mostra, non raccontare”, è
una delle regole più famose di scrittura, una sorta di pilastro per chi
vuole scrivere un romanzo.

Mostrare piuttosto che raccontare, in pratica, è un invito a descrivere


una scena piuttosto che dire a parole qualcosa, per la semplice ragione
che una scena vale più di mille parole. L'immediatezza è dunque il
primo vantaggio. Si può comunicare in modo diretto e potente
attraverso: immagini, azioni, gesti, dialoghi, dettagli sensoriali.
Raccontare, al contrario, è come guardare un film con una voce fuori
campo che ti dice tutto il tempo cosa accade. Noioso, no?

Mostrare ha anche il pregio di evocare, suggerire, piuttosto che


imporre, lasciando così libero il lettore di farsi una sua idea, senza
costringerlo a pensarla in un modo definito come invece accade
quando gli viene raccontato qualcosa. Lasciamo la possibilità a chi
legge di interpretare, anche se poi uno scrittore di talento sa come

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portare chi legge dove vuole. I lettori moderni non vogliono essere
imboccati!

Mostrare significa quindi soprattutto creare una scena, ma non si può


pensare a un romanzo come a una serie di scene, sia perché la
narrativa è molto diversa rispetto alla sceneggiatura, sia perché
paradossalmente dovremmo creare scene per qualsiasi circostanza. E
questo comporterebbe oltre che un testo lunghissimo, anche un
appiattimento, cioè daremmo un'importanza uniforme a tutto ciò che
accade nel romanzo. Show don't tell, quindi, non può essere una regola
da applicare sempre e comunque.

In linea generale, è utile mostrare quando vogliamo dare importanza a


qualcosa e attirare l'attenzione del lettore.

Uno dei momenti in cui è opportuno mostrare è quello in cui si


introduce il protagonista, cosa che normalmente avviene all'inizio della
storia. È una parte fondamentale e dipende da essa se il lettore andrà
avanti o no. Dobbiamo quindi fare tutto il possibile per generare
empatia. In questo senso, raccontare è un modo di prendere le
distanze, di tenere il lettore un po' alla larga, mentre il mostrare lo
avvicina, lo fa immedesimare e interessare.
La presentazione del personaggio principale, quindi, si dovrebbe
svolgere attraverso una scena che dia una dimostrazione concreta delle
sue caratteristiche, della sua personalità, dei suoi problemi e obiettivi
inerenti alla trama.

Devo dire che sono davvero pesanti quegli capitoli iniziali in cui
l'autore racconta chi è il protagonista. È un errore molto comune in chi
scrive da poco tempo, che distrugge subito l'interesse in chi legge.
Quindi è proprio da evitare il dire sul protagonista, il fare una lista di
pregi e difetti, raccontare cosa fa e cosa pensa. Decisamente meglio è
una scena in cui è impegnato in un'azione o in un dialogo che

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illustrano in maniera diretta chi è, rivelando qualcosa di lui senza
obbligare il lettore a sorbirsi le nostre opinioni di autori.

Anche i co-protagonisti andrebbero presentati dimostrando al lettore


"chi sono" attraverso esempi pratici, anche se in questo caso bastano
pochi accenni. Ancor meglio è mostrare la relazione tra i personaggi
piuttosto che annunciarli con etichette, come "erano grandi amici" e
così via.

Per i personaggi secondari invece non dovremmo farci scrupolo a


raccontare a grandi linee di loro, perché ai fini della storia non ci
interessa generare un'empatia nei loro confronti, anzi sarebbe
antieconomico attardarci a mostrare ciò che li riguarda.

Mostrare è anche indispensabile durante i momenti di svolta della


storia, quelli in cui si porta avanti la trama. Se ci limitiamo a dire cosa è
accaduto, senza dialoghi, dettagli sensoriali, pensieri, ecc., stiamo
privando il lettore del piacere di entrare nell'azione, di partecipare
emotivamente alla situazione. In modo particolare, poi, sui momenti
drammatici o comunque particolarmente significativi non si dovrebbe
mai sorvolare, ma al contrario soffermarci con scene più coinvolgenti
possibili.
Al contrario, i passaggi tra queste scene importanti devono essere
raccontati per non cadere nell'eccesso opposto di disperderci in lunghe
descrizioni, come per esempio quando un personaggio si sposta da
una parte all'altra. Se poi la storia si dispiega in un periodo molto lungo
di tempo, sarà obbligatorio riassumere spesso alcuni fatti.

Gli stati d'animo rappresentano un altro aspetto importante per quanto


riguarda il mostrare. Io spesso faccio l'errore di dire come si sentiva un
personaggio, e in fase di revisione devo modificare quelle frasi con
gesti che rendano in modo più immediato lo stesso concetto.
Raccontare gli stati d'animo rende quasi sempre pesante la lettura. Per

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esempio, dire “si sentiva nervosa durante il colloquio" è molto meno
efficace del dire che la persona in questione "tormentava tra le mani
una matita durante il colloquio".

Anche le riflessioni dei personaggi possono essere rese in modo


migliore tramite il mostrare. Per esempio se qualcuno è combattuto,
non sa che decisione prendere, è turbato da qualcosa, ecc. è molto più
efficace usare un dialogo o una discussione con un altro personaggio,
che metta in luce i suoi dilemmi, piuttosto che un monologo o una
serie di riflessioni tutte raccontate.

I dialoghi sono un modo molto incisivo per mostrare, ma anche qui può
essere preferibile a volte adottare il discorso indiretto. Convenevoli e
chiacchiere prive di importanza possono essere raccontate, piuttosto
che fare perdere tempo al lettore.

In conclusione, la tecnica dello Show, don't tell è davvero potente, ma


va adottata con cautela.

Cosa interessa al lettore?

In fase di revisione, una domanda importante da porsi potrebbe essere


questa: quali momenti della storia susciteranno maggiore attenzione
da parte del lettore? Dovremo individuare tutte quelle situazioni che chi
legge vorrebbe fossero trattate con più dettagli. Sono i momenti di
svolta della trama, i colpi di scena, gli eventi significativi per i
personaggi. Questi momenti necessitano sicuramente di scene
specifiche e sarebbe una grande delusione per il lettore se ce la
cavassimo con poche righe.

Ci sono poi altre situazioni che richiedono una certa cura: sono quelle
dove si deve prolungare tensione e suspense. Anche qui il lettore resta
male se abbiamo trattato la cosa in modo rapido, risolvendo subito il

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problema o svelando un mistero troppo presto. In questo caso è anche
necessario a volte rallentare il ritmo, dilungarsi sui dettagli, introdurre
subplot, flashback o scene quotidiane. Ci sono contesti in cui persino i
gesti più semplici assumono un notevole rilievo e contribuiscono ad
accrescere la tensione.

Insomma, sono tutte situazioni da sfruttare al massimo, con


un'accurata drammatizzazione. E dobbiamo tener conto che, anche se
una scena di per sé non contribuisce allo sviluppo della trama, non
manda avanti la storia, potrebbe comunque essere utile per dare una
risonanza maggiore ad alcuni fatti più importanti e a tenere sulle spine
chi legge.

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9. “Infodump” e informazioni

Qui vorrei affrontare il problema delle informazioni e spiegazioni da


fornire al lettore nel corso della storia, del pericolo di esagerare nel
darne troppe o troppo poche, ma soprattutto del rischio di farlo in
modo sbagliato.

Probabilmente a questo proposito avrete sentito parlare di infodump,


una parola che ha assunto una connotazione negativa, anche se in
realtà fornire informazioni aggiuntive è una tecnica che, se usata in
modo consapevole, può aiutare il lettore ad acquisire una maggiore
comprensione della realtà che abbiamo creato, e come tale non va
necessariamente demonizzata.

Pensate a certi tipi di romanzi, come il fantasy o la fantascienza, in cui


lo scrittore dà vita a un mondo diverso dal nostro, con le sue
particolarità e le sue regole: come potrebbe orientarsi un lettore se non
venissero fornite delle informazioni adeguate? In realtà si deve dire lo
stesso per qualsiasi tipo di storia, che sia ambientata ai giorni nostri o
in un altro periodo. Infatti, ogni romanzo rappresenta un mondo a sé,
piccolo o grande che sia, e come tale deve contenere le appropriate
coordinate perché il lettore non si senta spaesato, ma al contrario
abbia l'illusione di trovarsi dentro quella realtà fittizia e di essere
coinvolto in ciò che vi accade.

Le informazioni possono riguardare tantissimi aspetti: i personaggi, il


loro vissuto e la loro vita attuale, le relazioni, le situazioni in cui sono
implicati, l'ambiente, il periodo storico, la società, ecc. Ci sono
informazioni e spiegazioni che forniamo al lettore per la comprensione
della storia, diciamo funzionali, e altre che servono più che altro da
contorno e che quindi si potrebbero considerare inutili, da cui il
termine dump (discarica). Anche queste ultime, però hanno una
ragione di essere, perché contribuiscono a rendere la realtà creata più

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variopinta, danno colore e vivacità. Non si dice forse che sono i dettagli
a rendere le bugie credibili? Di fatto la storia che stiamo raccontando è
un'enorme bugia e come tale deve essere sostenuta da particolari
apparentemente inutili!

Quindi l'infodump non è un nemico, il problema è il cattivo uso delle


informazioni. Farlo in modo sbagliato, quello sì che è un problema.

Come inserire informazioni in modo corretto?

Il lettore non deve avere l'impressione di ricevere una lezione

Abbiamo scritto un romanzo sui dinosauri, magari siamo grandi esperti


sull'argomento o ci siamo documentati a fondo, e ci teniamo che il
lettore conosca il più possibile sulla questione. Ed è giusto, perché una
storia sui dinosauri sarebbe povera se non contenesse informazioni
relative. Ma non possiamo trasformarci in narratori saputelli
mescolando alla storia ciò che sappiamo, né tanto meno (orrore)
mettere delle note a piè di pagina. Un modo giusto di trasmettere
informazioni potrebbe essere quello usato da Michael Crichton in
Jurassik Park di far parlare gli esperti stessi, quindi con i dialoghi. In
questo caso però bisogna accertarsi che chi fornisce informazioni abbia
realmente le conoscenze adeguate, usi il tono appropriato al
personaggio e che l'interlocutore ponga le domande che farebbe un
lettore; non può comportarsi come uno stupido solo per dare
l'occasione all'autore di fornire spiegazioni.

Un altro metodo potrebbe essere quello di mimetizzare le informazioni


nelle descrizioni, ma anche qui il tono non deve essere pedante, pena
la noia o il rifiuto di tutto il libro da parte di chi legge.

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Il lettore non deve perdere l'illusione del realismo

Ciò accade nei dialoghi fasulli e ridicoli, infarciti di informazioni che


nella vita reale nessuno si sognerebbe di tirare fuori. "Oh, marito caro,
non riesco a credere che siano passati già 16 anni da quel giorno in cui
ci incontrammo a Piazza San Marco a Venezia". Terribile. Eppure, è una
tecnica stra-usata soprattutto sullo schermo, quando si riassume nei
dialoghi tra i personaggi ciò che è avvenuto in precedenza o si vuole
fornire allo spettatore notizie sulle relazioni, e così via. Così facendo si
trasmette in chi assiste l'immediata sensazione di finzione, che è
proprio quello che come autori dovremmo evitare. Purtroppo non tutti
gli sceneggiatori hanno la capacità di creare dialoghi credibili e dare al
contempo informazioni, ma come scrittori dovremmo sforzarci di farlo.

I dialoghi in ogni caso restano un buon modo per trasmettere


informazioni e spiegare fatti. L'importante è che il personaggio che
riceve le informazioni ignori quello che gli viene comunicato e abbia
interesse a conoscerlo. Per questo spesso viene usato l'espediente del
nuovo arrivato in un ambiente: non sa nulla ed è curioso. Ma non deve
fare domande stupide!

Non fornire informazioni tutte insieme all'inizio

Inondare subito il lettore di informazioni sul passato dei personaggi o


sulla loro vita attuale è fastidioso. Mi dà l'idea di una persona appena
conosciuta che comincia a parlarci di sé aggiungendo mille dettagli
sulla sua vita. Mi verrebbe da dirgli: "Ehi, un momento! Non ti conosco
abbastanza perché me ne importi qualcosa di quello che mi stai
dicendo". Evitiamo quindi di dire troppo nei primi capitoli, ma
cerchiamo di considerare le informazioni come briciole da distribuire
lungo la strada, come una traccia sottile che il lettore possa seguire
senza sentirsi mai saturo. Se nella prima stesura abbiamo esagerato
perché avevamo voglia di raccontare tutto quello che sapevamo, nella

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revisione dobbiamo riprendere i pezzi e ridistribuirli, spostarli più
avanti, lasciando all'inizio solo il minimo indispensabile per capire chi è
il personaggio, cosa vuole e perché non può ottenerlo subito.

Scegliere il momento giusto

L'eccesso di informazioni non pertinenti alla situazione, fuori contesto,


mi fa pensare ai logorroici, a quelli che quando ti raccontano qualcosa,
nel contempo ti dicono molte altre cose che hanno poco a che fare con
l'argomento principale. Se ci preme per esempio far sapere al lettore
che un programmatore è stato un hacker in passato, non
spiattelliamolo subito, ma aspettiamo che qualcosa evochi il passato,
magari per associazione di idee o a causa di un incontro che scateni
dei ricordi.

Le spiegazioni fuori contesto, poi, sono molto sgradevoli. In questo


caso si fa l'esempio dei cattivi che durante un combattimento si
fermano a motivare le loro gesta, con dettagli sui loro diabolici piani.
Non ha senso. I momenti più importanti, quelli drammatici e decisivi,
sono davvero una pessima scelta per far sapere qualcosa al lettore.

Non spezzare il ritmo della narrazione

Abbiamo ambientato la storia in un ospedale, ed è più che lecito


raccontare come si svolge la vita in quel piccolo mondo. Ma la
narrazione deve essere fluida, accattivante. Non è possibile raccontare
che un killer si è introdotto in un reparto e mettersi a divagare sugli
orari delle infermiere, a meno che il dato non sia rilevante. Tutto quello
che diciamo non deve sembrare una digressione. Non si deve avere la
sensazione che qualcuno ti sta raccontando qualcosa che gli è
accaduto infarcendolo di dettagli che non c'entrano nulla, facendoti
perdere il filo. Conosco persone così e mi viene voglia di zittirle: "Per
favore, concentrati!".

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Coerenza con il punto di vista e il narratore

Chi racconta la storia? Da quale punto di vista? Non dimenticatevi


questi due fattori quando inserite informazioni e spiegazioni. Se
guardate il mondo con gli occhi di un bambino, non mettetevi a
descrivere l'architettura del palazzo in cui vive.

Non cadere nel ridicolo

Sullo schermo si vedono a volte cose assurde. Due personaggi trovano


un oggetto misterioso, la telecamera punta su di esso e si vede che è
un libro. Uno dei personaggi dice: "È un libro". Ma davvero? Non ce ne
eravamo resi conto. Insomma, le ovvietà dovremmo risparmiarle allo
spettatore e al lettore. In un romanzo magari potrebbe essere
necessario sottolineare qualcosa, ma sempre evitando di far passare
per idioti i lettori.

Di questa categoria fanno parte anche certe ripetizioni o spiegazioni


banali, che inseriamo pensando che chi legge sia troppo smemorato o
stupido per ricordarsene o per capire da solo la trama. Meglio evitare
anche di "tirare le conclusioni" al posto suo troppo spesso, nel timore
che non ci arrivi da solo.

Aggiungere informazioni pertinenti per arricchire

D'altra parte anche non fornire abbastanza informazioni è sbagliato.


Non si ha l'impressione della verosimiglianza, non si fornisce un
adeguato scenario per gli eventi. Se siamo parchi di informazioni
potrebbe accadere che il lettore si senta poco preso e anche confuso,
che la storia risulti incomprensibile e poco curata. Come quelle persone
che vi raccontano un episodio in due parole e ti lasciano indifferente o
con molte domande in testa.

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Per dare la famosa impressione di "bugia perfetta" occorre
documentarsi spesso. Qui non mi riferisco al lavoro di ricerca da fare
prima di iniziare a scrivere e durante, ma alla fine, per una maggiore
completezza, precisione e per aggiungere quei dettagli che aiutano il
lettore a calarsi nella vicenda. Se a un certo punto qualcuno si trova in
banca per chiedere un prestito, potrebbe essere utile informarci su
come si svolge questa pratica e aggiungere qualche particolare. Piccole
cose senza divagare, che però hanno un effetto potente.

Durante la prima stesura tutto questo non ci deve preoccupare, perché


dobbiamo sentirci liberi di creare. In fase di revisione, però, è
importante valutare se le informazioni che abbiamo aggiunto si
integrano bene con il contesto o è meglio tagliarle. E se ci sono punti
che risulterebbero più completi, arricchiti e interessanti con l'aggiunta
di dettagli.

In conclusione, se racconti troppo, annoi; se racconti troppo poco, lasci


indifferente. L'impressione giusta probabilmente è quella che si può
paragonare a quando una persona vi fa sedere nel suo salotto, vi offre
da bere e comincia a raccontarvi con tutta calma la sua vita, in modo
così affascinante che non vi accorgete di quando approfondisce
qualche aspetto o fa qualche innocua digressione. Restate incantati ad
ascoltare e vi dimenticate di tutto. In definitiva, regole a parte, leggere
deve essere sempre un piacere. Questa forse è la regola migliore da
seguire.

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10. Le singole scene

Un importante aspetto della revisione è quello che riguarda le singole


scene. Ognuna di esse, infatti, può essere valorizzata, arricchita, resa
più funzionale. E qui mi ripropongo di fornire qualche spunto per farlo.

Le scene costituiscono delle unità a sé nell'ambito nel romanzo e


dovrebbero essere analizzare una per una con la dovuta attenzione. Io
di solito procedo così: rileggo una singola scena in un capitolo e man
mano annoto nel file le aggiunte che voglio fare, dove intendo
modificare il testo o quello che intendo eliminare. In particolare uso
degli asterischi per le varie annotazioni, in modo che possa ritrovare
quei punti facilmente. Nel caso decida di tagliare qualcosa, porto il
testo cancellato in un altro file, così se ci ripenso posso sempre
reintrodurlo.

In questa fase, secondo me, non occorre procedere nell'ordine in cui


sono presentate nel romanzo, dalla prima all'ultima scena. Anzi, io
trovo più utile seguire altri criteri, come il concentrarmi su un punto di
vista alla volta o sull'ordine cronologico. Quello che però mi sembra
fondamentale è il focalizzarmi di volta in volta su una singola scena,
per poterla considerare come un tutto, dall'inizio alla fine.

Valorizzare l'ambientazione e il contesto

Dove si svolge la scena? L'ambientazione ha un certo peso nella riuscita


della narrazione e non andrebbe sottovalutato, anche se è probabile
che nella prima stesura è andata proprio così. Un tempo appartenevo
alla scuola di pensiero che vuole poche descrizioni, lasciando
all'immaginazione del lettore il compito di completare l'ambientazione.
Ora la penso nel modo radicalmente opposto. Quando ho ripreso in
mano il romanzo di cui sto parlando, mi sono subito accorta che
l'ambientazione era debole e che meritava molto più spazio.

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Il punto è che quando leggo un romanzo, apprezzo molto la cura dei
dettagli e voglio immergermi nel luogo descritto, voglio essere lì. Forse
ciò deriva dal fatto che la tv ci ha abituato a una certa passività, al
trovarci la scena bella pronta davanti agli occhi. Si dice che nella
narrativa il lettore sopperisce alla mancanza di descrizioni con la
fantasia, ma io sono del parere che una scena è molto più efficace se
riusciamo a trasmettere in chi legge impressioni forti e precise su dove
si trovano i personaggi. E ovviamente ambientazione non significa solo
luogo fisico, ma anche contesto sociale, usanze e abitudini di un posto,
regole e convenzioni, ecc.

L'ambientazione è come lo sfondo in una fotografia: come volete che


appaia, sfocato o nitido? Avete ottenuto l'effetto giusto o si può
migliorare? C'è modo di rendere il tutto più vivido?

Migliorare la visibilità dei personaggi

Anche gli attori che compaiono nella scena devono essere ben visibili,
l'impressione deve essere quella di averli davanti agli occhi o di trovarsi
nella loro coscienza, se stiamo usando un punto di vista soggettivo.
Conservando il paragone con la fotografia, i personaggi sono quegli
elementi che devono risultare in primo piano, devono essere "ben
visibili". Il lettore deve avere sempre chiaro chi sta vivendo gli eventi e
percepire in modo netto il filtro del punto di vista.

Se la scena introduce un nuovo personaggio, dobbiamo prestare


attenzione che venga ritratto in modo efficace, soprattutto se avrà un
ruolo determinante in seguito. Come accade quando incontri qualcuno
per la prima volta e ne trai un'impressione. Che immagine vogliamo
dare al lettore di questo personaggio? Cosa vogliamo che pensi di lui?
Ricordiamo che il primo impatto è quello che conta. A questo proposito
è importante accertarsi che l'immagine che stiamo trasmettendo al
lettore corrisponda perfettamente a quella che abbiamo in mente.

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Rendere più evidente lo scopo

Perché uno scopo una scena deve averlo, questo è basilare. Anche quei
momenti in cui non succede niente e il protagonista se ne sta a
guardare fuori dalla finestra assorto nei suoi pensieri o preso da
qualche ricordo, devono avere un loro perché, fosse anche solo di far
conoscere certe riflessioni al lettore. A che serve la scena? A presentare
un personaggio? A mostrare le paure del protagonista o i suoi sogni? A
mandare avanti la storia? A dimostrare quanto sia perfido l'antagonista?

Una volta che abbiamo risposto alla domanda sull'obiettivo della scena,
si può rileggerla nel tentativo di capire se si può fare qualche aggiunta
che renda più forte ed evidente questo proposito, o anche se c'è da
tagliare ciò che distoglie troppo l'attenzione.

Più una scena è cruciale, più andrà curata. Se siamo nel cuore della
storia o in momento di vitale importanza per il protagonista, dovremo
sforzarci di catturare pienamente l'attenzione di chi legge,
coinvolgendolo a 360°. Uno dei peccati più gravi che si può fare nello
scrivere un romanzo è essere frettolosi durante queste scene,
deludendo i lettori.

Ricordiamoci che siamo noi i registi di una scena: cosa vogliamo


mettere a fuoco? Su quali particolari ci interessa che il lettore ponga
l'attenzione? Quali sono gli elementi che volete far comparire? Ora che
siamo liberi dai problemi della trama e dalle preoccupazioni sulla storia
in sé, possiamo dedicarci ai dettagli, a migliorare le inquadrature, a
ritoccare qua e là. Una post-produzione molto stimolante, secondo me!

Esprimere in modo più efficace sensazioni ed emozioni

Nella scena che abbiamo già scritto ci sono parti che raccontano i
sentimenti, gli stati d'animo e le emozioni dei protagonisti? Proviamo a

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trasformare quelle parti "mostrando" le stesse cose con gesti, dialoghi,
linguaggio del corpo, descrizioni più "visibili" e tangibili. Sono tutte le
parti in cui la regola dello show, don't tell dovrebbe essere tenuto presente.

A volte c'è semplicemente bisogno di scavare un po' più a fondo nella


psicologia dei personaggi. Non tutti lo fanno, quando scrivono. Come
si sente il protagonista mentre riceve quella brutta notizia? Quali
terribili scenari si prospettano nella sua fantasia? Come manifesta
all'esterno le sue ansie e i suoi disagi? Come esprime concretamente
rabbia, paura, tenerezza, passione, ecc.? Quali associazioni mentali e
ricordi gli scatena una certa situazione?

Altre cose che si possono fare

• Sfruttare il punto di vista per suscitare empatia

• Usare descrizioni soggettive e non oggettive

• Focalizzare l'attenzione sui contrasti tra i personaggi

• Sottolineare i disagi e le disarmonie del protagonista

• Mostrare i cambi d'umore nei personaggi

• Prestare attenzione alle ripetizioni e tagliarle

• Dare più enfasi alle rivelazioni e ai colpi di scena

• Rendere più sensoriale la scena usando tutti i sensi percettivi


(vista, gusto, odorato, tatto, udito)

• Controllare che venga adottato per tutta la durata della scena il


filtro del punto di vista

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• Scegliere dettagli evocativi e simbolici

• Controllare che la transizione con la scena precedente non sia


troppo brusca

• Catalizzare l'attenzione sul finale della scena, anche se non è alla


fine del capitolo

C'è infine da chiedersi: la scena scorre bene, c'è abbastanza fluidità o ci


sono salti come una macchina di presa che passa da una parte all'altra
e ci fa venire il mal di mare?

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11. Affinare i dialoghi

I dialoghi sono quasi sempre una parte fondamentale della scena.


Saper scrivere un dialogo efficace vuol dire essere già un grande passo
avanti nella stesura di un buon romanzo. I dialoghi infatti, in quanto
rappresentano la parte più vivace e coinvolgente della storia: chi non
ama assistere alle conversazioni tra i personaggi? Naturalmente a patto
che queste siano interessanti, accattivanti, realistiche e funzionali.
Tutte cose più facili nella teoria che nella pratica!

Nella prima stesura della storia non occorre preoccuparsi troppo dei
dialoghi e si possono buttare giù così come vengono. Quando poi si
rileggono, vanno fatte molte correzioni, per renderli efficaci.

Cosa andrebbe evitato?

Banalità, convenevoli, scambi di battute prevedibili e inutili

Questo tipo di frasi ha un valore solo se contiene un sottotesto,


altrimenti non c'è bisogno che i personaggi si salutino ogni volta che si
incontrano. Il dialogo ideale deve sembrare spontaneo ma non esserlo
davvero.

Appiattimento della voce

Va evitato che i personaggi usino tutti lo stesso modo di parlare, tutti


copie probabilmente di come parliamo noi, con espressioni che si
ripetono e passano da persona a persona. Al contrario, è importante
rendere riconoscibili gli interlocutori con modi di esprimersi distinti e
coerenti con la personalità.

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Prolissità, ripetizioni di cose già dette

Un dialogo in un romanzo deve essere un condensato di quella che


sarebbe una conversazione normale nella vita reale. Per me il dialogo
più bello è quello che trasuda intensità.
Allo stesso modo andrebbe evitato un tono pontificante e didascalico (a
meno che non sia tipico di chi parla). Il dialogo deve scorrere, dovrebbe
essere la parte più fluida e brillante della narrazione, non assomigliare
a una predica o a una lezione.

Troppe informazioni e spiegazioni

Avete presente i dialoghi riassuntivi che si vedono nelle serie tv, quelli
destinati unicamente a ragguagliare il lettore su qualcosa? È vero che
una conversazione tra personaggi è il mezzo migliore per informare il
lettore di qualcosa, ma non va fatto in modo troppo palese. Quando ci
si accorge che l'autore usa il dialogo per ricordarci fatti accaduti e così
via, è parecchio antipatico. Inoltre, le persone mentono e non dicono
quasi mai quello che pensano davvero, non stanno sempre a
giustificare le loro azioni e a spiegare tutto per filo e per segno...

Eccesso di mistero

Vanno evitate o almeno dosate le allusioni a cose che il lettore non


conosce, frasi criptiche e incomprensibili. D'accordo che un dialogo è
una conversazione spiata dal lettore, ma se risulta troppo ermetica
l'interesse viene meno rapidamente. Non capire cosa sta succedendo è
fastidioso tanto quanto assistere a troppe spiegazioni.

Linguaggio troppo colloquiale

Per essere credibile un dialogo non necessita di intercalari, frasi fatte,


parolacce, al limite possono essere dosate. A questo proposito cercate

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di non copiare troppo i dialoghi di film e telefilm: sullo schermo
l'effetto di certe battute è molto diverso che nella narrazione scritta.
Allo stesso modo fate un uso parco del dialetto. È meglio pensarci bene
prima di usare qualcosa di non comprensibile a tutti.

Nessun movimento di scena

Nessun accenno alla situazione e al luogo in cui si svolge il dialogo,


nessuna gestualità o azione vera e propria: l'effetto sospensione nel
nulla, da quello che noto in giro, è l'errore più comune nei dialoghi.

Ignorare le convenzioni in uso

È sufficiente attenersi all'esempio di un qualsiasi libro stampato per


capire come usare virgolette, trattini, ecc. A proposito di questo tipo di
errori, ho visto mettere un segno di paragrafo nelle frasi di
attribuzione: oltre che sgradevole, confonde parecchio chi legge. La
regola è mandare a capo dopo che qualcuno finisce di parlare e nel
paragrafo vanno incluse le azioni legate al personaggio.

Eccessivo uso di frasi di attribuzione

All'inizio di un dialogo è bene chiarire chi dice cosa, ma non è


necessario (anzi è un po’ pesante) precisare ogni volta chi parla.

Troppi avverbi di modo

Può essere importante chiarire al lettore il "come" viene detta una


determinata frase e fare precisazioni sul tono di voce usato dai
personaggi, ma l'abuso è sicuramente da evitare. Sono aspetti che
idealmente si dovrebbero intuire dal contenuto stesso della frase,
anche se non è sempre immediato e a volte un avverbio è proprio
necessario.

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C'è poi chi usa a questo fine molti puntini di sospensione e punti
esclamativi, ma anche di questi va fatto un uso saggio: metterli a
pioggia, più che dare l'effetto voluto, fa sembrare il testo infantile.

In definitiva, un buon dialogo è il risultato di molti compromessi, tra


realismo e finzione, cose dette e non dette, e così via.

Riassumendo, in fase di revisione, può essere importante:

• Accertarsi che sia chiaro chi sta parlando

• Tenere sempre presente lo scopo della conversazione tra i


personaggi: cosa vogliamo dimostrare con questo scambio?

• Aggiungere gesti e movimenti di scena

• Aggiungere toni di voce o stati d'animo

• Tagliare i convenevoli e le banalità

• Sistemare e correggere le frasi di attribuzione

• Snellire lo scambio di battute

• Rallentare il ritmo o velocizzarlo, a seconda della situazione

• Se lo scopo della scena è mostrare le relazioni tra i personaggi,


può essere utile inserire anche un sottotesto

• Non dimenticate anche qui di rendere ben evidente dove si


trovano i personaggi. Se non sono al telefono o in chat,
l'ambiente intorno ha un suo peso.

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A proposito del verbo “dire”

Il verbo "dire" è per molti scrittori un vero cruccio, tanto che si


affannano a trovare modi per sostituirlo o arzigogolati modi per
evitarlo. Invece di demonizzare il verbo "dire", però, basta usare
qualche accortezza.

Chi parla?

Il verbo dire e tutte le sue varianti si usa in un dialogo per specificare


chi sta parlando. Prima di tutto quindi, quando scriviamo un dialogo,
dovremmo chiederci se c'è bisogno di chiarire "chi dice cosa".
– Io e te dobbiamo parlare – disse lei.
– Non ora! Non lo vedi che sono occupato? – disse lui.

Se questo breve scambio di parole avviene in un luogo dove ci sono


solo lui e lei, non sarà necessario ripetere ogni volta chi sta parlando.
Lo si può fare all'inizio, continuare a specificarlo renderebbe solo il
dialogo pesante da leggere.

Inoltre, la convenzione di andare a capo dopo che il personaggio ha


parlato aiuta di per sé il lettore a capire quando si passa da una
persona a un'altra in una conversazione. Ho trovato anche romanzi in
cui questa regola non veniva rispettata e il dialogo era su un unico
paragrafo, ma la lettura era ovviamente molto più difficoltosa, con il
rischio di generare confusione.

Un altro espediente per rendere noto chi parla ed evitare l'eccessivo


uso del verbo dire può essere quello di chiamare per nome un
personaggio.

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Usare altri verbi di attribuzione

La seconda cosa da chiedersi è se il verbo dire è il più appropriato. Nel


banale confronto inventato sopra, quei "disse" non comunicano
granché, se non "chi dice cosa". In base al contesto, dunque potremmo
sostituirli con termini più appropriati, senza andare naturalmente a
pescare parole bizzarre o sinonimi che costringono il lettore a prendere
il vocabolario (o a lanciare il libro dalla finestra).

Alcuni esempi:
affermare - dichiarare - esclamare sottolineano la forza con cui
viene detta la frase.
chiedere - domandare chiariscono che si tratta di una domanda
(ma ce n'è proprio bisogno? forse è il caso di usarli sono per
specificare chi parla).
ribadire - ripetere - replicare - obiettare - puntualizzare -
spiegare - concludere si possono usare per specificare meglio la
natura della frase detta.
aggiungere - continuare - proseguire si possono adoperare
quando c'è una pausa nel discorso e c'è bisogno di chiarire chi sta
riprendendo a parlare.
Interrompere - fermare - bloccare - intromettersi sono utili
quando uno dei dialoganti interrompe l'altro.

Molti verbi sinonimi di "dire" però informano solo su chi sta parlando,
ma dicono poco al lettore sullo scambio tra le due persone.

Oltre alla banalità, poi, si può anche correre il rischio opposto, quello
di usare termini troppo pomposi ed esagerati rispetto al contesto.

Sottolineare il tono o lo stato d'animo

Al semplice "disse" o ai suoi sostituti possiamo abbinare moltissime

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altre parole per trasmettere in modo più immediato il tono di chi sta
parlando.

– Io e te dobbiamo parlare – annunciò lei in tono duro.


– Non ora! - replicò lui infastidito. – Non lo vedi che sono
occupato?

Oppure possiamo usare un verbo che esprima senza ombra di dubbio il


tono di chi parla.

Per esempio:
gridare - urlare - mormorare - sussurrare - borbottare

Ancora meglio è quando usiamo intere frasi di attribuzione per


arricchire il dialogo e mostrare al lettore in modo immediato cosa sta
accadendo tra le persone.

Andrebbero evitati (o almeno ridotti al minimo) gli avverbi, che


appesantiscono molto il testo.

Chiarire chi parla attraverso l'azione e i gesti

Per chiarire chi sta parlando si può anche usare un gesto o un'azione
prima del parlato. Questo è uno dei modi che preferisco perché lascia
al dialogo tutta l'immediatezza che ci si aspetta da un confronto tra
persone, senza generare dubbi su chi parla.

Lei entrò nella stanza sbattendo la porta dietro di sé. – Io e te


dobbiamo parlare.
– Non ora! – sbottò lui, senza distogliere lo sguardo dal giornale.
– Non lo vedi che sono occupato?

Inoltre, i modi di fare dicono molto di una persona e completano la

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scena, visto che il lettore non la vede con i suoi occhi.
Rallentare o velocizzare il dialogo

L'uso di "disse" e dei suoi simili rallenta molto il dialogo, quindi se


vogliamo dare un ritmo sostenuto a un confronto è meglio chiarire
all'inizio chi parla e non inframmezzare il dialogo se non con piccoli
gesti che aiutano a dare dinamismo alla scena.

Se al contrario c'è bisogno di un'atmosfera più contenuta, un po'


solenne, drammatica, intensa, ci si può servire delle pause create dalle
frasi di attribuzione, magari accompagnate anche dai pensieri e dalle
emozioni di chi sta parlando.

– Io e te dobbiamo parlare – disse lei con voce incrinata. Ci aveva


riflettuto a lungo prima di affrontarlo, ma ora temeva di non
riuscire a dominare la rabbia.
– Non ora! – replicò lui. – Non lo vedi che sono occupato?

Se poi qualcuno sta facendo un intero discorso, sarà utile spezzarlo per
dar modo al lettore di riprendere fiato.

Le parole come riflesso di chi parla

Se abbiamo fatto un buon lavoro nei dialoghi, ovvero se ciò che un


personaggio dice rispecchia in pieno la sua personalità, non avremmo
bisogno ogni volta di chiarire chi parla, perché emergerà in modo
naturale. Un personaggio sarà subito riconoscibile dal suo stile, dalle
espressioni che usa e così via, anche se a parlare c'è più di una
persona.

Uso scorretto delle frasi di attribuzione

Uno degli errori che ho notato nei principianti è quello di andare a capo

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quando usano una frase di attribuzione.
Per esempio:

– Io e te dobbiamo parlare.
Disse lei in tono minaccioso.

Bisogna stare anche attenti a dove spezziamo la frase. Questo sarebbe


proprio brutto:

– Non ora! Non lo vedi – replicò lui – che sono occupato?

Alla prima stesura ci si può anche non preoccupare troppo di come


scorre un dialogo, ma quando passiamo alla revisione sarà utile
togliere tutto ciò che è superfluo, ripulire il testo dagli eccessivi "disse",
"domandò", ecc. e rendere il flusso della conversazione così naturale
che chi legge abbia l'illusione di assistere davvero a una conversazione
tra persone.

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12. Suddivisione in capitoli

Quasi sicuramente, procedendo con la prima stesura, avete già


impostato i capitoli, ma è sempre utile rivedere questa suddivisione
una volta che siete arrivati alla parola "fine". Infatti, non è detto che le
scelte fatte siano le più efficaci e spesso si deve avere un quadro
completo per capire dove è meglio interrompere. Dividere il testo di un
romanzo in capitoli ovviamente non è obbligatorio, ma se avete optato
per questa soluzione è bene farlo in modo oculato.

Dove spezzare un capitolo

Io sono dell'opinione che i capitoli troppo lunghi sono pesanti, fanno


venir voglia di andare di corsa, oppure ci costringono a interrompere la
lettura in un punto qualsiasi. Ma anche troppo corti non vanno bene,
suonano un po' ridicoli. Difficile dire qual è la misura giusta, la mia
idea totalmente soggettiva è che una decina di pagine per il primo
capitolo e una ventina per i successivi siano una media accettabile.
Andando avanti, le pagine possono anche aumentare, soprattutto verso
la fine, quando abbiamo la piena attenzione (si spera) del lettore. Il
primo capitolo, invece, deve contenere gli elementi principali della
storia, quindi non può essere brevissimo, ma neppure così ricco da
sfinire chi legge.

Più importante del calcolo delle pagine è valutare con attenzione il


punto di interruzione. La fine di un capitolo (ma anche di un paragrafo)
equivale a una pausa: quando intendiamo concederla al lettore?
Quando invitarlo a sospendere la lettura?

Uno dei sistemi più utili a questo proposito è l'espediente narrativo del
cliffhanger, ovvero il principio del troncare una scena in modo brusco
in un momento topico, lasciando al lettore un piccolo incentivo a
continuare.

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Tipi di situazioni potrebbe essere utile far capitare alla fine di ogni
capitolo:

• Rivelazioni e scoperte. Si può interrompere prima che qualcuno


sveli qualcosa di importante per lasciare con il fiato sospeso,
oppure subito dopo per trasmettere incertezza sulle
conseguenze. Tizio rivela di essere stato lui a chiamare la polizia
quella notte.
• Rivelazioni interiori, nuove consapevolezze. Il protagonista
capisce di aver sbagliato tutto fino a quel momento. O si rende
conto che è arrivato il momento di fare ritorno sul luogo del
delitto.
• Notizie o informazioni che cambiano le carte in tavola. Il sospetto
assassino viene trovato morto ammazzato.
• Emerge un nuovo problema per il protagonista. Arriva una lettera
di sfratto, proprio ora che è stato licenziato ed è indebitato fino l
collo con un terribile usuraio.
• Emerge un nuovo mistero nella trama. Chi ha mandato la lettera
minatoria?
• Arrivo di un nuovo personaggio fondamentale o imprevisto. Oh,
ma che ci fai qui, tesoro? Non eri al congresso fino a domenica?
• Sta per succedere qualcosa di grosso, c'è un senso di attesa
prima di un evento importante. L'assassino sta per essere svelato.
La battaglia sta per cominciare. Due persone stanno per sposarsi.
• Colpo di scena. Del tipo dell'abusato ritorno di qualcuno creduto
morto. No, basta, per carità!
• Momento di suspense. Ce la farà Tizio ad arrivare in tempo per
avvertire Caio che il pacchetto contiene una bomba?
• Il crollo delle speranze. Andava tutto liscio, una nuova
prospettiva si era delineata all'orizzonte per tirare fuori dai guai il
protagonista, ma va in frantumi facendolo piombare nella

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disperazione. Tizio aveva trovato un modo per evadere, ma viene
scoperto all'ultimo istante dai suoi carcerieri.
• La "caduta" del protagonista. Dalla gloria alla polvere. L'incontro
con l'antagonista finisce male. Una terribile delusione, lei non si
presenta all'appuntamento.
• Un pizzico di anticipazione sul futuro. "Quello che vide lo lasciò
senza fiato".
• Il seme del dubbio. Anche se non c'è niente di speciale da
interrompere ma le pagine cominciano a essere troppe, almeno
cerchiamo di istillare incertezza nel lettore prima di lasciarlo
andare. Non chiudete con il protagonista che se ne va a dormire.
• In generale deve essere sempre presente alla fine del capitolo un
elemento che possa fungere da gancio per continuare la lettura,
anche piccolo.

Una cosa da evitare in modo assoluto è quella di incentrare l'attenzione


alla fine del capitolo su un qualcosa che non ha nessuna rilevanza nella
trama. Tutto quello che sta in fondo a un capitolo è automaticamente
oggetto di enfasi. Se il focus va su qualcosa di insignificante, il lettore
si sentirà tradito.

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Con questo concludo la prima parte delle mie riflessioni sulla revisione,
dedicata all'esame dei contenuti.

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“Come revisionare un romanzo”
e-book a cura di: Maria Teresa Steri
http://animadicarta.blogspot.it
animadicarta@gmail.com
Foto copertina: da http://pixabay.com

Questo e-book può essere liberamente divulgato su internet, in seguito


all'autorizzazione dell'autore. In nessun caso può essere richiesto un
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Sono consentite copie cartacee di questo e-book per esclusivo uso
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