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Antonio Montanari

Virgolette sadiche

1.
Voglio essere sincero. Non sono sicuro che il titolo
scelto sia quello adatto. Mi ero proposto di usare una
citazione che mi sembrava (e mi pare) molto
intelligente. Ricavata da un recente libretto di
Giampaolo Dossena, pagina dieci. Cioè all’inizio. E se
dici inizio per un libro, significa che il lettore è ancora lì
a bocca aperta per gustarsi quelle pagine. Anche per i
libri che poi non piacciono e si accantonano perché si
arriva soltanto alle prime dieci o quindici pagine.
Dossena comincia il vero libro («cose» sue e non indici,
apparati, dediche o quant’altro), soltanto a pagina
sette. La otto è bianca, quindi la citazione di cui ho
detto è in effetti alla pagina tre delle «cose» di
Dossena. Quando l’ho letto ero nello stato d’animo
vergine che si ha con un libro appena iniziato. Oltretutto
con la voluttà d’incontrare nuovamente uno scrittore
che apprezzi a prescindere. Altrimenti non avresti
neanche speso dieci euro per 110 fogli in gran parte
bianchi. Perché gli editori, si sa, con poco fanno molto.
Ma poi le pagine di questo libro sono annotazioni molto
stitiche anche se divertenti. Le apprezzo perché
divertenti. Se dicessi che sono soprattutto stitiche farei
la figura del tirchio che si lamenta di aver pagato dieci
euro per un totale di sole 82 pagine filate di testo. Più
una nota di nove righe che riempie tutto un foglio di
carta. Quasi tredici centesimi a facciata.

2.
Dunque alla terza pagina reale del libro di Dossena, c’è
un passo che ha attirato l’attenzione, svegliando ricordi
personali. Quando ci ho ripensato ed ho progettato di
stenderli, l’avevo accettato come titolo.
Quel passo dice che i collezionisti di pennini sono sadici.
Poi mi sono detto: cosa vuoi che interessi un titolo
come: «I collezionisti di pennini sono sadici»?
Siccome poi la frase non è un mio brevetto, ma
ricopiata da un vero scrittore e da un vero libro (quello
che sto scrivendo non lo è ancora e non so nemmeno se
mai lo diventerà perché come si sa tra il dire ed il fare
c’è di mezzo il mare), per questo fatto avrei dovuto
usare le virgolette.
Per cui adesso, citandolo qui come progetto, dovrei
usare le doppie virgolette perché si usa così. Infatti se
l’idea fosse stata mia, avrei dovuto e potuto scrivere
semplicemente come ho fatto sopra «I collezionisti di
pennini sono sadici». E magari avrei indotto in
tentazione qualcuno a pensare: ma guarda che idea
geniale, si deve trattare senz’altro di un trattato
scientifico. Ma poi esaminando nome e cognome
dell’autore sarebbero sorti i primi dubbi, forse si tratta
di un caso di omonimia. Come mi diceva mia madre: di
gente che si chiama come te, ce n’è più che nella litanie
dei santi. Ed io ho appurato che esiste anche un illustre
studioso che è un abate di qualche ordine religioso, ma
che credo sia poco conosciuto per cui nessuno avrebbe
avuto il dubbio che a scriverlo fosse stato lui, un libro
che correttamente avrebbe dovuto intitolarsi «“I
collezionisti di pennini sono sadici”».
Dove le virgolette alte (o inglesi) stanno ad indicare che
è appunto una citazione quanto introdotto dalle
virgolette basse o francesi, come dicono gli addetti ai
lavori. Forse come dicevano, perché credo che
diminuisca il numero degli addetti ai lavori che
conoscono le cose di cui parlano.
L’altra settimana in un quotidiano locale, una fanciulla
ha scritto: «… per distinguere il grano dall’olio»,
ignorando che l’olio è una cosa che si usa non sul grano
ma sulla pasta o sul pane ricavati da quel grano, e che
il loglio è tutt’altra faccenda, quella che va strappata
dai campo di grano, essendo un’erbaccia. Mentre un
assessore alla Cultura (non esageriamo: alla cultura) ha
parlato dei «pizzini» di Alfredo Panzini, anziché di
foglietti di appunti, come se si fosse trattato di un
mafioso siciliano in piena regola e non di un illustre
letterato romagnolo. Ma tant’è.
3.
Il ragionamento su virgolette basse ed alte potrebbe
indurre qualcuno a fraintendere. E ritenere che quelle
basse sono oscene: perché alludono ad argomenti
volgari. Come succede ad esempio con i calzoni a vita
bassa. Che davanti arrivano appena all’orlo
dell’indicibile. E dietro scorrono a rivelare l’osso sacro
che profanamente introduce alla divisione delle due
parti corporee volgarmente dette chiappe.
Posso garantirlo e persino giurarlo. Le virgolette basse
una volta erano le più usate. Non perché ci si arrivasse
meglio pure dalle persone culturalmente meno alte. Ma
perché usava così. Adesso per colpa dei programmi dei
computer, che hanno quasi sempre origine nel mondo
anglosassone, tu apri un libro e trovi che non c’è
nemmeno una virgoletta bassa (o «francese»), ma tutte
sono alte (appunto le «inglesi»).
Per cui succede il classico casino, quando si debbono
fare delle citazioni dentro le citazioni, come sarebbe nel
mio titolo: «“I collezionisti di pennini sono sadici”».
Titolo che alla fine risulterebbe scritto da quei computer
in maniera ridicola, se fosse citato da qualcuno che
usasse un programma anglosassone, ed apparirebbe
come ““I collezionisti di pennini sono sadici””. Il che
sarebbe fonte di disprezzo intellettuale ancora prima di
affacciarsi alla prima pagina.
Una soluzione ci sarebbe, usare il classico corsivo dei
titoli dove basterebbe una coppia di virgolette, francesi
od inglese fa lo stesso, ma oggi chi sa che cos’è il
corsivo (detto anche stile italico)?

4.
Nella prima pagina sarei costretto a mettere una
premessa, appunto per spiegare che le parole di
Dossena: «I collezionisti di pennini sono sadici»,
diventando titolo di questo libro, obbligatoriamente
diventavano pur anche una citazione. Per cui la
citazione corretta del titolo se dovesse a qualcuno
capitare di farla chissà per quale motivo, probabilmente
per sputtanarlo, sarebbe questa: «“I collezionisti di
pennini sono sadici”». Aggiungendo che se avessero
trovato scritto ““I collezionisti di pennini sono sadici””,
si sarebbe trattato di un errore dovuto ai computer dei
compositori moderni ed ultrapiatti (come gli schermi dei
televisori) che quando impaginano un libro scritto
correttamente lo vanno a rovinare perché non hanno
impostato composizione e sillabazione in modalità
italiana.
E questo aspetto della sillabazione all’inglese crea veri
e propri errori per cui il lettore legge «esame di
cos/cienza» (dove il segno «/» indica l’andare a capo o
daccapo), mentre la sillabazione italiana dà
correttamente «esame di co/scienza».
Ma se queste cose il lettore non le sa, dà la colpa
all’autore e pensa che lui (l’autore) sia un ignorante,
mentre ignorante è il lettore, ma questo non si può dire
perché se ha comperato il libro va rispettato, punto e
basta.

5.
Insomma sinora ho scritto quasi settemila battute spazi
compresi per spiegare quello che non c’è, quindi senza
combinare nulla. È ora che arrivi ad una conclusione
cioè ad un principio del discorso. Una conclusione
qualsiasi, tanto quella che si legge non si può
immaginare migliore o peggiore di una che non c’è,
nero su bianco.
Ho deciso di lasciare perdere la frase di Dossena sui
collezionisti di pennini (a suo dire) sadici, per la storia
delle virgolette. Le quali, a quel punto, erano diventate
le protagoniste del mio discorso (come dovrebbe
apparire da quanto ho masticato sin qui).
Il fulmine della genialità (se è permesso l’ardire) mi ha
suggerito di mettere le virgolette non dentro il titolo
(altrui), ma come protagoniste assolute. Cioè come se
fossero loro una Maria Callas od un Vittorio Gassman
che appaiono sulla scena, mentre la citazione potrebbe
essere interpretata come una copia diversa
dall’originale, un semplice imitatore che fa il verso
all’attore o alla cantante.
A proposito di fulmine della genialità temo che la frase
possa suggerire a qualcuno il commento: che il fulmine
ti fulmini con la tua genialità e tutto. Grazie comunque
lo stesso. Sperando che l’augurio non si avveri.

6.
Però, per onestà, ho voluto che si conservasse traccia di
tutto il preludio su Dossena. O per meglio dire tutto il
travaglio provocato dalla frase di Dossena alla pagina
dieci del suo libretto. Anche perché sarebbe stato più
logico tagliare quanto avevo scritto sin qui e partire da
zero, facendo finta di niente. E tutta la fatica fatta dove
sarebbe andata a finire?
Il lettore deve sapere che una seconda scelta mi aveva
portato verso un altro titolo diverso da quello che
appare, «Tra virgolette». L’ho accettato ed amato per
varie settimane. Poi mi sono convinto che era traditore,
che poteva trarre in inganno. Cioè suonava minaccioso
come se poi all’interno (o sotto) quel titolo fossero
soltanto apparse cose altrui che riportavo appunto tra
virgolette.
Fu così che scelsi «Virgolette sadiche» che buttato là
senza avvertenza non è che dica granché, ma il bello
dovrebbe stare nel gioco da fare per spiegare tutto
quello che in esso c’è di misterioso e nascosto, oltre a
quello che non c’è. Di tutto ciò siamo fiduciosi nel
sèguito dell’impresa perché per il momento non osiamo
dire.
Infatti, mi sono posto il problema di educazione di
spiegare il titolo al lettore, senza stare lì a fare la solfa
di Dossena, dei collezionisti di pennini e del loro
presunto sadismo. Sul quale aspetto comunque sarebbe
utile per il bene dell’umanità soffermarsi in una sede
non così terra terra come questa, dove non posso
scomodare trattati di psichiatria o di psicologia
criminale, sperando che si dica così, bisognerà che
m’informi, conosco degli avvocati e dei medici.

7.
Meglio fidarsi dei primi o dei secondi? Chi conosce
meglio l’animo umano? Ci vorrebbe un filosofo. Ma non
ho amici tra i filosofi. Ne vedo passare qualcuno per la
strada. Lui dice in giro di essere filosofo, ma non è che
sia come per i preti. Uno è prete e basta. Lo sanno tutti
per mille motivi, anche quelli che non praticano le
chiese. Per i filosofi è diverso: non celebrano, non sono
consacrati, l’ordinazione è per loro un rito da rifiutare se
sono liberi pensatori, o da nascondere se sono affiliati a
qualche setta o ad un partito come erano una volta ed
allora si facevano chiamare ideologi. Ma oggi che le
ideologie sono morte, sono forse sopravvissuti gli
ideologi? Ho motivo di pensare che non sono bene
informato.
Per esperienza personale, come conoscitori dell’animo
umano scarterei sia i medici sia gli avvocati.
Ma se poi comincio a porre domande io, non finiscono
più di farmene loro, e perché e percome, per cui va a
finire che il medico o l’avvocato sospettano (guai se
tutti due assieme) che con quella domanda mi confessi
autore di atti di sadismo mediante l’uso di pennini, per
cui è meglio restare nel dubbio, non chiedere nulla.
Perché mi è già successo da ragazzo che ho chiesto
dov’era l’appendice, per la verità avevo detto
l’appendicite, e tac il dottore aveva sospettato che io
sospettassi di avere l’appendicite per l’appendice
infiammata, mentre era semplicemente un dubbio che
mi era venuto perché sapevo dov’era l’appendice, ma
non ne ero del tutto convinto per motivi che
sinceramente ora non saprei spiegare (turbe
adolescenziali, definizione che va bene per tutto come
dimostrano gli esperti cha appaiono in tivù).

Non so quale reazione potrebbe avere l’avvocato (più


pericoloso naturalmente del medico che contempla
soltanto le malattie per le quali esistono farmaci in
commercio, e non credo ne esistano nella fattispecie),
davanti alla mia richiesta se il sadismo dei collezionisti
di pennini è contemplato nei trattati di psicologia
criminale. Potrebbe anche pensare che forse io sono un
collezionista di pennini che ne fa un uso improprio, per
cui potrebbe cominciare a guardarmi sotto un altro
punto di vista. Appunto secondo il suo manuale di
psicologia criminale (ammesso che lo abbia usato in
giovinezza assieme a pleiboi), che non sarebbe per me
un bel vedere, anzi un bell’essere visto sotto quel punto
di vista.

Ma io non sono collezionista di pennini, ho soltanto una


scatoletta di bachelite anni cinquanta con pennini di
quando frequentavo le elementari e le medie, cioè di
tempi in cui era obbligatorio usare cannetta e pennini,
quindi tutto lecito, è come se adesso venisse fuori uno e
gli chiedessi come si paga il bollo per la patente e lui ti
sospettasse di voler evadere il bollo, dimenticando che
una volta il bollo della patente si pagava comprando il
bollo (cioè una cosa simile al francobollo usato per le
lettere) dal tabaccaio, ed invece adesso devi andare a
fare la fila all’Aci. Ma per fortuna che la sede dell’Aci è
vicino a casa, e che ci sono le sedie per fare
comodamente la fila, perché a dire la verità io vado
sempre nei primi giorni del mese, non aspetto gli ultimi,
tanto non ci guadagno niente ed anzi mi risparmio la
puzza delle file perché a maggio comincia già ad esserci
qualche giornata calda se il tempo va bene e la gente
comincia a puzzare. Per non parlare poi di quei maschi
che arrivano tutti profumati, ma profumati per che
cosa, per l’impiegato strabico e con barba incolta che
può capitare dall’altra parte dello sportello? E poi
soprattutto non sto in piedi che non sarebbe un gran
bel stare causa l’osteoporosi al femore sinistro.

Quindi, scartata la solfa su Dossena e sui suoi pennini


da raccoglitori sadici (in verità quello che conoscevo
come collezionista di pennini c’è, ma ne parlerò più
avanti, dato che come ho dichiarato non sono io, ed
adesso sto parlando soltanto di me), quindi dovrei
spiegarmi su questo titolo «Tra virgolette». Per dire per
che modo e per come ci sono arrivato (insomma un
riassunto di quello che ho scritto, ma adesso vi
risparmio il riassunto perché non ne avreste voglia), e
per spiegare che quando uno dice «tra virgolette» è una
persona che può voler intendere molte cose.
A questo passaggio del discorso, occorrerebbe
distinguere le molteplici intenzioni di chi quando parla
dice «tra virgolette», ma sinceramente per il momento
ho finito la scorta della volontà, e quindi rimando ad un
prossimo capitolo, che potrebbe essere anche il
prossimo capitolo. Come credo in effetti. Non può
essere diversamente da così, il lettore non deve essere
deluso, se gli prometti una cosa devi poi mantenerla.

Da scartare dall’elenco, lo dico prima di principiare (se


dicessi iniziare addio cacofonia), ci sono quelli che
confondono le virgolette con le parentesi. L’ho sentito io
un politico di grido qui in città. Dichiarava in solenne
occasione: «Ed aggiungo tra virgolette». Gnorante. Tra
parentesi intendeva, ma lui non se ne intendeva ed
allora ecco la prosopopea del so tutto io che invece non
sa un’eco di niente.
Mi sono ripromesso di non usare termini volgari, ed
ascoltando uno spettacolo di Aldo Giovanni e Giacomo,
con una battuta sull’eco nelle valli alpine (che non
riguarda il presente discorso) ho fatto il fioretto. Dirò
sempre non capisce un eco, invece dell’altra parola
popolare anzi plebea, nobilitata però da Carlo Bo che
trasformò genialmente un motivetto antico, «Bimba tu
non sai cos’è l’amore, scambi sempre il cazzo per il
cuore». Da ridere se qui sostituiamo il cazzo con l’eco
del cuore, sarebbe una roba da medici, l’eco-doppler al
cuore, che non c’entra un’eco con il discorso del
magnifico rettore, critico e scrittore ei fu Carlo Bo. E
soprattutto con le ragazze in fiore ed in calore che non
hanno altra teoria anatomica che quella della pratica,
fermo restando che vale meglio la pratica della
matematica, come dicevano nel secolo scorso,
soprattutto perché a quelle ragazze non riuscirebbe
granché con le sottrazioni e le divisioni, essendo più
pratiche ad aggiungere sommandosi reciprocamente
con sano istinto evangelico, appunto crescete e
moltiplicate(vi). Dove la matematica è il risultato talora,
uno più uno uguale a tre, con battesimo appresso.
Risultato ma sballato in teoria, gran obbedienza alla
legge di Natura, che faceva andare in bestia il povero
gobbo di Recanati, ma perché metter al mondo chi poi
avrebbe dovuto soffrire. Lo riassumo così il pensiero di
Giacomimo perché se facessi una citazione tra
virgolette ed anche tra parentesi in questo caso, allora
la tirerei troppo per le lunghe.

Forse non sarebbe fuori luoghi una divagazione


stravagante sull’uso delle parentesi, dalla matematica
alla logica del vivere quotidiano. Perché uno dice in
assoluta tranquillità «tra parentesi». Ma non per
pignoleria dovrebbe essere interrogato se conosce
l’ordine gerarchico delle parentesi, che uno oggi crede
che la parentesi sia soltanto una quella tonda aperta e
chiusa, che non sono due ma ripeto soltanto una
piegata diversamente nella posizione di coppia. Come
se insomma si trattasse di un maschio e di una
femmina, sempre persona è, ma di sesso diverso. Le
parentesi non hanno sesso diverso, ma pressappoco è
uguale perché quella che apre non può chiudere e
viceversa.
Poi dopo la tonda c’è la quadra che verrebbe scritta così
come oggi si usa nelle mail, ma il simbolo che ne
scaturisce non significa un’acca, ovvero altra variante
dell’eco: ([]). Forse se si scrivesse aggiungendo
qualcosa tipo un punto ([.]) potrebbe sembrare un
elefante visto dal dietro che non vorrebbe dire nulla
neppure alle persone più dotate di fantasie. E c’è anche
la graffa, come parentesi, almeno quando andavo a
scuola io, e si scrivevano tutte e tre le parentesi con
questa successione ([{}]) che sembra il ritratto di un
tizio con le orecchie a sventola.
Ma tutto questo serve per dire che c’era un ordine nei
segni e nella logica con cui li si usava, adesso non lo so,
leggi cose terribili della scuola dove anche le
professoresse hanno le virgolette basse, pardon abiti a
vita bassa e producono gioie non ascose nel loro
elettorato maschio, ammesso e non concesso che non
sia attratto fiftififti dallo stesso sesso perché nel sesso
non è come per la parentesi tonda che ce ne sono solo
due, una aperta ed una chiusa, adesso dicono che i
sessi sono tanti come neanche nella Bibbia (Sodomia e
Gomorra, chiuso lì). Ed io data l’età ho perso il conto, a
me basta ed avanza quello che ho, tanto andando
avanti negli anni dicono che si deve raggiungere la
pace dei sensi. Sperando che non insorga un senso di
colpa a turbare quella pace. Ma anche questo è un
discorso che non c’entra nulla con l’elenco delle
intenzioni di chi quando parla dice «tra virgolette».

Intanto un passo si è fatto, avendo già scartato chi


confonde virgolette e parentesi, per cui abbiamo fatto
(siamo stati costretti a fare) anche noi una parentesi,
risultata alla fine più lunga del previsto. Un primo
risultato è stato raggiunto, pur non essendo ancora
partiti. Vedete le stranezze della vita, siamo soltanto
agli inizi, ma abbiamo già delineato un percorso diverso
da quello della pista su cui siamo appoggiati. Non dite
che non c’è genialità in tutto questo. Capirne le origini è
un altro paio di maniche. Succede sempre che a
qualcuno scappa detto che si tratta di un altro paio di
macchine anziché di maniche, e non sa che cosa vuol
dire, ma siamo sempre lì, virgolette anzi parentesi, e
oltretutto non sappiamo se pure viceversa. Dovrebbero
saperlo in qualche università del Nord.

Ripartiamo dalle virgolette. Succede come per l’alcool,


chi ne usa moderatamente e chi si sbronza. L’eccesso
di virgolettismo era una caratteristica dei vecchi
professori nati all’inizio del secolo scorso, diciamo anni
venti, che facevano risiedere la sapienza
nell’apprendimento mnemonico di citazioni. Che loro
usavano nel corso delle discussioni come armi
improprie per ribattere alle argomentazioni altrui,
smontarle e deriderle, annientando senza alcuna
cortesia o umana compassione le persona con la quale
stavano parlando. Era un modo di agire da sadico del
villaggio, che però non sappiamo se collezionasse
pennini. Forse penne stilografiche, o matite tedesche.
Non so se dal punto di vista teorico quello che sto per
dire sia considerato legittimo, ma confesso che la cosa
non m’interessa, adesso dico il mio pensiero, a chi non
va giù non vada pure avanti o «salti addirittura al
capitolo seguente» (XXII, Promessi Sposi), tanto il
mondo va avanti lo stesso da solo senza la nostra
contribuzione.
Il professore anni venti era come un rappresentante di
commercio con la sua valigetta e con il suo campionario
in essa contenuto, da mostrare al cliente che andava
affascinato, convinto e costretto ad ordinare la merce
esibita. I professori solitamente non vendono, anche se
propongono, ma le loro proposte possono essere
considerate offerte simili a quelle di una peripatetica
sulla circonvallazione urbana, ovvero guardi e non te ne
frega niente e tiri diritto per la tua strada.

Il bello della cultura è questa, che viene celebrata come


una gran cosa ma poi non gliene frega niente a
nessuno, tranne alle madri ed alle nonne che debbono
esibire le virtù della prole, la Rendy è andata alla
selezione di missitalia, e Gringo va solo a correre con la
moto sul circuito clandestino, però diciamo a tutto in
giro che studia all’università lontano di qui, e così la
gente dice oooh, che ragazzo intelligente che ci avete
in casa. Se poi gli aggiungete la parola stage, orca
stecchite l’interlocutore, che se la Rendy fa lo stage
allora voi credete che lei poverina sudi le sette camicie
per farsi un futuro, invece va a finire che la stagista è
come quella che alla casa bianca andava da Clinton
sotto il tavolo ovale. Dio non voglia mai. Però se càpita,
capìte che soddisfazione. Mica sulla circonvallazione
cittadina, ma dentro uffici importanti, che così si fa il
corredo da sola e noi non dobbiamo spendere niente. Ci
paghiamo una crociera, quando loro vanno in viaggio di
nozze.

Comunque il professore anni venti lo sapeva anche lui


che certe cose succedevano, ed infatti sono sempre
successe, non per parlare del povero Giosue Carducci e
della sua Annie Vivanti, ma insomma niente di nuovo
sotto il sole, anche se per rispetto a Giosue non avrei
dovuto tirarlo il ballo. Infatti il fratello di Giosue era
Valfredo che dirigeva la scuola di Forlimpopoli dove era
segretario mio nonno omonimo di me stesso, e Valfredo
Carducci («Il fratello Valfredo», titolo di un grosso
volume di Manara Valgimigli) tenne a battesimo mio
padre che prese anzi gli dettero il suo nome.
Ma pure questo non c’entra con le virgolette dei
professori anni venti. I quali le usavano come armi
contundenti, senza pensare se potessero aver valore
logico le cose che vi nascondevano dentro, perché si sa
che virgolette da sole non si reggono e bisogna sempre
riempirle di qualcosa.
Ed allora se voi parlavate dell’equilibrio del terrore
basato sulle armi atomiche negli anni del secondo
dopoguerra (eravamo prima della caduta del muro di
Berlino, anni settanta diciamo), loro aprivano la
valigetta che tenevano in testa ed esibivano il
campionario di citazioni con cui controbattere.
Perché dico controbattere, va poi spiegato, perché per
loro era valido solo il pensiero che avevano in testa. Ed
il pensiero che avevano in testa era semplicemente
convalidato dalla loro stessa opinione, confortata dal
parere di illustri pensatori del passato, vissuti quando
della bomba atomica non avevano neppure l’idea.
Di pensieri assoluti negli anni settanta ce ne erano di
vari tipi, quelli marxisti, quelli idealisti tardo-crociani,
quelli idealisti tardo-marxisti che sognavano la
rivoluzione (tipo Cuba e Cina) e poi l’avrebbero tentata
e sappiamo con quali risultati, e poi quelli cattolici che
si dibattevano a giorni alterni sulla breccia di porta Pia,
sul problema del controllo delle nascite e sulla
questione della fame nel mondo. C’erano cattolici tutti
dogmatici, di destra sinistra centro, ed un cattolico
pietoso del mondo e delle nostre colpe era difficile
incontrarlo se non in qualche vecchio sacerdote che
recava sul volto il pallor della morte.
Insomma tutti a modo loro discutevano su tutto, ma per
ogni problema ognuno aveva una ricetta esclusiva che
escludeva le altre, anche se poi ad un certo punto si
capì che facendo così non si combinava nulla ed allora
nacque la teoria del dialogo che, visto da oggi, e finite
le speranze di ieri, si direbbe essere stato un dialogo tra
sordi. Comunque questo è un altro discorso troppo
difficile nel presente contesto, per cui lo accantono per
non essere superficiale e non prestare il fianco a facili
critiche.

(Esistono persone specializzate nel criticare le opinioni


altrui, e basta. Solo quello che dicono loro va bene. Va
bene anche per noi, se va bene a loro. Ma a volte
potrebbero essere così gentili da stare a sentire, ed
ammettere che si sono sbagliati, che poi a volte fanno
la figura degli stronzi che dicono no a cose che risultano
vere ed accertate, cioè accertate e quindi vere, se gli
epistemologi lo consentono, ma non ne sono tanto
sicuro. Comunque se Sempronio mi dice che non è vero
che Tizio è parente di Caio, e poi Caio mi confida che è
parente di Tizio, allora il negatore Sempronio dovrebbe
chiedermi scusa se ha negato pro domo sua che Tizio è
parente di Caio, avendo Tizio istigato Sempronio contro
di me attraverso Caio…)

I professori anni venti tardo-crociani erano soprattutto


meridionali, con un eloquio sciolto, una dialettica
forense apparentemente inappuntabile ma alla fine non
cavano un ragno da un buco e rinnovavano soltanto la
loro fede nel principio di autorità perché Croce aveva
detto, e giù la citazione ovviamente dopo i due punti e
le virgolette che sono cose che non si pronunciano se
non in particolari occasioni, e non si vedono, ma si
sentono volare per l’aria. Dopo la premessa, «Come
diceva Benedetto Croce», voi vi aspettavate
l’apparizione dei due punti e virgolette, come si usava
in quinta elementare con i dettati, prova che adesso
debbono far fare agli studenti universitari perché
sembra che non sappiamo l’ortografia, ed io me ne
accorgo anche leggendo i blog su internet.
Il principio di autorità è vecchio come il cucco, la terra
stava ferma, ipse dixit, ed amen. Ma poi il mondo è
andato avanti lo stesso, la terra si è mossa, però la
gente è finita sui roghi, nelle carceri, nell’indice
librorum prohibitorum, con le scomuniche, le guerre, le
fucilazioni, tutto perché qualcuno da papa o da dittatore
diceva che lui sapeva tutto ed amen, invece non sapeva
un tubo. Alias un’eco. Gente che moriva in mille modi
per colpa delle virgolette e dell’ipse dixit, per cui se il
lettore mi segue deve ammettere che poi il discorso
sulle virgolette non è mica una passeggiata fatta tanto
per fare o una divagazione tirata in ballo per non
parlare di cose serie. Se non vi pare una cosa seria la
condanna di Galileo tutta frutto del virgolettato
aristotelico, allora siete pregati di chiudere qui le
presenti pagine e di fare un esercizio spirituale da certi
preti che amano la messa in latino e la preghiera contro
i perfidi ebrei che l’hanno tolta dal messale, ma poi
volete che non ci sia qualcuno che vorrebbe ripristinarla
pur essa assieme al solenne eloquio, con cui dovrebbe
essere più facile farsi capire dal Signore, mentre lo
Spirito Santo si faceva intendere in tutte le lingue nella
Pentecoste. Ma oggi i celebranti in latino non hanno
molta fiducia nelle lingue diverse dal latino medesimo,
per cui rimpiangono quando il latino in questione era
mezzo di scomunica e di condanna. Olé, vale sempre la
vecchia battuta: li ammazziamo? No mandiamo prima
le loro anime in cielo. A beneficio della loro salute
spirituale.
Dal che si conclude che le virgolette se messe attorno a
delle parole antiche sono ancora più perigliose di quelle
espresse in linguaggio corrente, tanto per essere
ottimisti sul futuro inteso come ritorno al passato che
gira attorno alla questione della messa in latino, che poi
non tutto si ferma lì, ma è soltanto il punto di partenza
di nostalgie più panoramiche.

A questo punto ho l’obbligo morale di fare una


precisazione linguistica. Ho usato l’aggettivo
«perigliose» che è tipicamente dantesco, Inferno, canto
I, verso 24: «si volge a l’acqua perigliosa e guata».
Dove gli studentelli d’un tempo trovano il verbo
guardare alla terza persona del tempo presente del
modo indicativo, e dove quelli di oggi non sanno cavarci
un ragno da un buco stando alle leggende che si
leggono sui giornali.
Quel «guata» (verbo) io mi sono divertito nel parlare
corrente con il prossimo tuo come te stesso, di
trasformarlo in aggettivo per cui spesso dico che ad
esempio trattasi di cosa o faccenda «perigliosa e
guata», sottolineando che soprattutto in effetti è in
particolare «guata». Al che l’ascoltatore resta attonito e
convinto, soprattutto non comprendendo il senso del
primo aggettivo quel periglioso magnificamente
arruffato come testa d’artista fine otto-inizio novecento,
appunto uno scapigliato quale è in panni moderni
figurativamente il simpatico cantante (Cristicchi) che a
San Remo cantava «Mi chiamo Antonio, e sono matto»,
verso che ho adottato come blasone individuale onde
tener lontano il prossimo.
Perché il prossimo meno vicino è, cioè più il prossimo è
meno prossimo a noi meglio è, non si sa mai che
scherzi ti può fare. Hai voglia a sostenere con Aristotele
che l’uomo è un animale socievole. Spesso e volentieri
è soltanto un animale, come gridava Bracardi ad «Alto
gradimento» (trasmissione radiofonica di Arbore e
Boncompagni): «L’uomo è una bbbessstia».
Il giochetto terrorizzante della situazione «perigliosa e
guata», non è un gesto originale mio, per carità, non
sono capace di arrivare a tanto, ma uno scherzetto
mutuato dal buon Manzoni, quello del saltare
«addirittura al capitolo seguente», il don Lisander, mica
il Carletto Manzoni inventore grande pure lui nelle
patrie lettere, per via del suo signor Veneranda, quindi
da ricordare nell’odierna dimenticanza pur non essendo
venerabile come il nevrotico aristocratico figlio di quella
buonadonna di Giulia Beccaria. Una che oggi farebbe lo
stage con successo e sarebbe in televisione tutte le
sere a spiegare i dettami del bon ton.
Quando nella notte degli imbrogli e dei sotterfugi Renzo
e Lucia vanno al convento di padre Cristoforo, fra Fazio
il laico sagrestano (quindi indotto, nel senso di
gnurante) si scandalizza per quelle donne che arrivano
appunto di notte e per giunta in chiesa, e il padre
Cristoforo lo mette a tacere con una frase dotta, in
latino: «Omnia munda mundis», «dimenticando che
questo non intendeva il latino», «Ma una tale
dimenticanza fu appunto quella che fece l’effetto». Per
cui fra Fazio s’arrese. A dimostrazione che la lingua che
usiamo, sia nel bene sia nel male, può essere
strumento pericoloso di prevaricazione. Fine della
morale della favola. Che come tutte le cose di questo
mondo, al pari delle favole, può essere «perigliosa e
guata».

Di palo in frasca saltando, non ho chiuso la


classificazione del virgolettare. Accantonati i vecchi
professori adusi ad abusarne abnormemente,
dovremmo almeno rintracciare qualcuno che ne fa un
uso moderato, ma al momento non mi vengono in
mente altro che i giornalisti, i quali sono costretti dalla
malvagità del mestiere cronachistico, a riportare i
pensieri altrui, appunto con le virgolette. Ma il caso dei
giornalisti non è semplice come potrebbe apparire così
a prima vista, perché noi siamo abituati a considerare il
giornale una cosa che oggi si legge e domani ci si
incarta l’immondizia a gloria perenne dei loro sudori.
Molto meglio incartarci l’immondizia con rispetto
parlando che farne l’uso che ne faceva fare a tutta la
famiglia mio nonno, collezionista di carta sia di giornale
sia di libri, ma non so per quale motivo avvezzo a porne
una discreta quantità regolarmente tagliata in apposito
contenitore di cartone da lui stesso costruito (era pure
un meraviglioso legatore di libri), e posto sopra il water,
da cui alla bisogna attingevamo nel dopoguerra nella
casa popolare appena costruita in via Soleri Brancaleoni
civico 30, primo piano, in un cesso dove d’inverno si
gelava perché allora le case non avevano riscaldamento
se non nella cucina grazie alla stufa economica la quale
dava calore cucinava cibo e forniva acqua calda.
Dalla finestrina del cesso, alta ed inarrivabile, si poteva
vedere salendo sopra una scala tutto il panorama della
campagna e sullo sfondo l’azzurra vision di San Marino,
dove ci eravamo salvati durante il fronte, in mezzo a
centomila e passa rifugiati, compreso anche il nostro
cane. Che si chiamava Garbì, nome derivato da garbino,
il vento di scirocco. E che fu protagonista pure di
un’azione di guerra. Mio zio fingendo di giocare con il
cane passò le linee nemiche e da San Marino rientrò in
Italia, era un gappista della squadra dove i fascisti ne
presero tre e poi li impiccarono nella piazza centrale di
Rimini che si chiamava Giulio Cesare e dove c’era la
statua donata dal duce. Sai che maroni quel giorno che
venne Benito Mussolini tutti a sfilare e ad ascoltare.
Sperando nei radiosi destini, finiti nella merda della
guerra. Garbì e mio zio vennero a Rimini, al comando
alleato a dire che a San Marino non c’erano i tedeschi
ma i rifugiati, non avessero bombardato perché
volevano fare come a Cassino, tutto giù, ma sul monte
c’era soltanto una radio tedesca, gli inglesi tennero mio
zio tutta una notte intanto che controllavano perché
loro avevano i loro informatori e c’era una spia che era
una professoressa del liceo classico Giulio Cesare dove
ha studiato Federico Fellini, ed ebbero conferma che
quello che diceva mio zio era tutto vero, così non
bombardarono a tappeto San Marino e noi fummo salvi
in centomila e passa grazie a mio zio ed a Garbì, il cane
del nonno con il quale aveva attraversato le linee
facendo finta di giocare, invece era in missione
speciale, ma nessuno gli ha mai detto grazie. Perché a
San Marino sono un po’ di testa dura ed a certe cose
non pensano, anzi se possono ricostruiscono (è
successo) la storia in maniera diversa da come è andata
realmente. Non me ne viene in tasca nulla, a dire ciò,
anzi se leggono lassù sono capaci anche d’incazzarsi,
ma sinceramente non me ne frega un’eco.

I giornalisti usano le virgolette in due modi, uno serio ed


uno scherzoso che forse è ancora più serio di quello
serio. Quello serie è quando ad esempio scrivono che il
presidente del Consiglio ha detto che «la crisi è stata
superata». Quello scherzoso è quando rimproverano al
presidente del Consiglio di aver detto che «la crisi era
stata superata». Invece, eccetera.
Il modo serio è quello più frequente, ogni giorno i
giornali sono pieni di dichiarazioni autorevoli, basta che
si alzi in piedi uno e tutti già a mettere tra virgolette il
suo pensiero. Una volta in una televisione della mia
città è capitato un episodio molto significativo, un
saggista direbbe emblematico.
Lo racconto, ma occorre una premessa. Al settimanale
al quale collaboravo era giunta un’estate una giovane
signora che veniva in redazione in costume da bagno.
Bisogna sapere che la sede era presso la curia vescovile
a fianco del tempio malatestiano, a tre metri e 28
centimetri dalla porta da cui passava il vescovo. I due
preti del giornale, direttore e redattore capo, non
avevano il coraggio di dire alla signora che il suo
vestimento non era decente per il luogo nel quale si
recava. Allora glielo dissi io. Si capiva da un chilometro
che la poverina non era molto equilibrata, anzi che era
del tutto squilibrata. Il direttore per togliersela dai piedi
le disse: tu abiti a Bruxelles, ed io ti nomino nostra
corrispondente dalla tua città, parti subito e mandaci
degli articoli. Le finse di partire, e non si fece più viva in
redazione, ma s’infilava di continuo nella conferenze-
stampa. Un giorno una televisione locale la intervistò,
come se fosse una dei protagonisti dell’evento, lei disse
cose che non avevano né capo né coda, poi
intervistarono un altro tra gli addetti ai lavori proprio su
quello che la signora squilibrata aveva prima dichiarato.
E l’addetto dovette dire che a loro non risultava quello
che lei aveva spiegato. Questo per fare un esempio
molto illuminante di che cos’è l’informazione.

Voi vedete il televisione i grandi giornalisti che litigano


con i politici, e più litigano e più sono bravi e rispettati,
ma in provincia mica succede così.
I giornalisti stanno inginocchiato davanti al potere, mica
per niente, ma soltanto perché il potere paga la
pubblicità e con quei soldi i giornalisti ci mangiano.
Pensate che addirittura in quella televisione che ha
mandato in onda la signora squinternata, il segnale
orario è sponsorizzato dal nostre comune, quasi a voler
significare: signori, regolate i vostri orologi sui nostri,
ovvero fate quello che vogliamo noi.

Quando ripenso alle mie esperienze giornalistiche


durante quarant’anni, mi viene in mente l’ultimo
ricordo, l’estate del 2006, stavo scrivendo qualcosa al
proposito, e mi arrivò una telefonata che era morto un
amico che aveva sempre fatto il giornalista in sede
locale.
Dunque riporto la paginetta scritta nel 2006, che è
inedita.
«Ci sono infiniti modi per passare il tempo ed andare
alla ricerca delle proprie coordinate mentali. Si passa
dalle partite a biliardo (silenziose meditazioni di un
popolo che vanta una superiorità mentale non
giustificata in nessun trattato di psicologia umana), alla
costruzione di navi in bottiglia che non affronteranno
mai alcun mare aperto se non quello irreale, ma non
per questo inesistente, del loro autore. Una via di
mezzo fra…».

Erano le 16:30 del 29 luglio 2006. Stavo per scrivere


appunto che la via di mezzo fra le partite a biliardo e la
costruzione di navi in bottiglia, era scrivere sui giornali.
Mi fermai lì perché mi arrivò la telefonata del direttore
del settimanale a cui collaboravo per dirmi appunto che
era deceduto Silvano Cardellini. Per il quale scrissi
immediatamente questo articolo che fu orribilmente
mutilato dal «Resto del Carlino» da dove mi
telefonarono per chiedermi se io fossi un amico del
povero Silvano. Poi spiego tutto (non avrebbero potuto
pubblicarlo integralmente), intanto leggete l’articolo
com’era prima dei loro tagli tipografici.

Adesso che ci hai provvisoriamente lasciati, lo sai che


dieci minuti fa mi ha telefonato Giovanni Tonelli per
dirmi che te ne sei andato. Il tuo calvario è finito. Magra
consolazione. Retorica inevitabile.
A Giovanni ho detto che stavo scrivendo al computer
proprio una cosa sul giornalismo, riandando al pensiero
a quegli anni lontani in cui ci siamo conosciuti, quaranta
anni fa tondi tondi.
Stavo scrivendo che ci sono infiniti modi per passare il
tempo ed andare alla ricerca delle proprie coordinate
mentali. Che si passa dalle partite a biliardo (silenziose
meditazioni di un popolo che vanta una superiorità
mentale non giustificata in nessun trattato di psicologia
umana), alla costruzione di navi in bottiglia che non
affronteranno mai alcun mare aperto se non quello
irreale, ma non per questo inesistente, del loro autore.
E che come via di mezzo fra le partite a biliardo e le
navi in bottiglia c’è il giornalismo.
Giornalismo che tu, al contrario di me, hai esercito da
professionista al «Carlino» con quell’intermezzo nella
gloria di un’impresa disperata, con il «Messaggero»
traghettato in Romagna da Raul Gardini.
Ecco: i giornalisti spesso hanno l’ambizione di capire più
degli altri (come i giocatori di biliardo) e di costruire
cose inutili come le navi in bottiglia. Questo accade
soprattutto in un terra di provincia come nonostante
tutto era ed è Rimini. Capitale del turismo, ma pur
sempre gretta città che non amava Fellini, ed adesso
che è diventato come un marchio di fabbrica, lo
esibisce ad ogni passo ed in ogni occasione. Sino alla
nausea.
Tu queste cose le sapevi. Hai scritto un bel pezzo, «Una
botta d’orgoglio», poche pagine che finite nei libri sono
un documento che all’inizio dice che «Normali non
siamo».
Ti hanno costretto a fare il cronista sino ad ieri, non so
per colpa di chi, forse per il fatto che «normali non
siamo» o non sono pure quelli di fuori (leggi: Bologna).
Se avessi diretto un giornale cittadino, avresti avuto il
gusto di alimentare le polemiche, che sono il sale del
pettegolezzo, anche se esse stanno ben lontane
dall’informazione della quale a Rimini non frega nulla a
nessuno.
Abbiamo lavorato assieme, alla fine degli anni
Sessanta, al «Corso» con Gianni Bezzi.
Bezzi era ‘reduce’ dal «Carlino» dove lo avevo
conosciuto ed avuto come maestro di giornalismo. Tu
avevi dimostrato sin dall’inizio una particolare
attenzione verso il commento sarcastico, eri il ragazzino
del liceo che maturava un’esperienza nuova, scrivevi
bene, non c’era da correggere nulla. Stavamo
crescendo assieme, io poi avevo lasciato quel mondo,
avevo iniziato ad insegnare. Vi sarei rientrato nel 1982,
per merito o colpa (lo diranno gli altri) di Piergiorgio
Terenzi, il fondatore del «Ponte».
Tante volte ci siamo trovati assieme in varie occasioni.
Il tempo passava. Con un particolare accanimento del
destino, sei stato dolorosamente provato dalla malattia
per molti anni. Una delle ultime volte che ci siamo
incontrati per strada, eri in bicicletta, qualche mese fa,
hai risposto al mio saluto con una frase che mi ha
raggelato: «È dura». Era la prima volta che mi lasciavi
intravedere il tuo tormento.
Hai scritto con Fortunato Urbinati (l’amico bancario che
faceva stupende ed irridenti vignette firmandosi «Uf!»)
una storia del giornalismo riminese. Chi ne farà una
nuova dovrà dedicare una pagina anche a te, testimone
per vari decenni delle cronache di una città che non è
«normale».
E quando incontri Davide Minghini, Uf!, Gianni ed i
vecchi amici riminesi d’un tempo, abbraccia tutti.
Aspettiamo i vostri commenti.
Ciao, Silvano.

Poi spiego tutto, ho scritto sopra alludendo al «Carlino»


ed al fatto che il mio articolo non avrebbero potuto
pubblicarlo integralmente. Semplice finita in gloria
l’avventura del «Messaggero», Silvano era rientrato al
quotidiano di Bologna, da dove era stato sempre
lasciato marcire come il ragazzino apprendista nella
cronaca quotidiana ufficiale, quella delle conferenze-
stampa: un rito che gli inesperti affrontano timidamente
magari facendo domande perché hanno visto che alla
conferenze-stampa dei presidenti degli Stati Uniti of
America od anche, sia detto con rispetto, del presidente
del Consiglio d’Italia, usa così: che il giornalista alza la
mano, chiede una cosa, e poi aspetta la risposta.
Ma le conferenze-stampa di un comune o di una
provincia sono tutta una manfrina diversa, chi parla
vuole che gli si chieda quello che lui ha già detto, come
se tu dovessi confessare: scusi, sa sono stato poco
attento, le dispiacerebbe ripetere, no non è così il
giornalismo, ma se tu gli chiede: ma come voi avete
deciso una cosa che non è condivisa, eccetera, allora
lui, l’autorità costituita con fascia invisibile ma
onnipresente attorno al corpo a rappresentare il segno
del potere, dice: ma che cosa c’entra l’opinione altrui, a
noi interessa in nostro programma, dove c’erano le
cose decise da noi, e quello che è deciso da noi va bene
per tutto il popolo, quindi è inutile porsi queste
domande.
Silvano queste cose le sapeva, faceva domande di
conforto ai politici, scriveva telegrafiche annotazioni
che i più giovani copiavano perché non capivano, aveva
questo pregio del mestiere imparato con gli anni, era
diventato vecchio così, atrofizzato dal commercio
intellettuale con il Potere, magari il giorno dopo sul
«Carlino» gli sparava quattro righe di derisione, censura
o condanna, perché si sa che il mondo è una recita, gli
altri giocano nel ruolo degli amministratori, e lui in
quello della coscienza critica, ma poi andavano al caffè
Vecchi (un’istituzione che adesso non c’è più nella
piazza, davanti al palazzo del sindaco), si scambiavano
le confidenze, e quello che la stessa mattina era stato
pizzicato sul giornale da lui, gli batteva una mano sulla
spalla con la confidenza del «tu» cameratesco, come se
avessero fatto il soldato o le elementari assieme.
La sede del «Carlino» fronteggia il palazzo del sindaco,
due potestà a confronto. Tra di loro il gioco è sempre
stato di una raffinata e consumata eleganza, anche
quando in comune c’erano i rossi, ed il «Carlino»
avrebbe dovuto tuonare contro di loro, anzi fingeva di
tuonare, suonava tromboni e tamburi all’armi all’armi,
ma adelante con juicio perché poi i padroni del
«Carlino», non la proprietà finanziaria, ma quella
intellettuale, erano gli industriali grandi e piccoli ai quali
faceva comodo andare d’accordo con i nemici di classe,
onde per cui siccome suole tarallucci e vino erano la
ricetta e la modalità conclusiva di ogni fatto civico. Ed il
povero cronista del «Carlino» era coinvolto sino ai
cappelli, e doveva annuire fingendo di parlare, e parlare
fingendo di tacere, questo non lo dico nel caso
specifico, ma in generale. Fatto sta che al povero
Silvano hanno riservato un funerale pubblico ed
ufficiale, in duomo, con il vescovo a celebrar messa, ed
un’amica di sua moglie che la stessa sera ha scritto in
un blog di esser scappata via inorridita.
Più semplicemente al funerale io non ci sono andato,
sapevo che sarebbe stata una cosa degna del Palazzo,
ma io e Silvano ci siamo conosciuti quando facevamo la
fronda al Palazzo, a metà degli anni sessanta e
scrivevamo assieme in un giornale locale dove lui ha
avuto il battesimo del fuoco, ma questo è già scritto nel
pezzo che ho riportato e che è stato massacrato dal
«Carlino», ma poi mi è stato integralmente pubblicato
dal «Ponte» al quale allora collaboravo.

I funerali sono una cosa ben strana. Quando è morto


mio zio, ci sono ovviamente andato. Dopo qualche
giorno ho incontrato una signora che mi ha detto di
essersi chiesta che cosa ci facessi io a quel funerale.
Dal che si ricava che anche i funerali possono essere
motivi di scandalo e di comicità. La signora si era
scandalizzata chissà perché, avanzo soltanto un’ipotesti
che mi pare scientificamente valida: lei si riteneva
capace di comprendere il senso delle cose, senza
conoscere le cose, lei non sapeva che il defunto era
fratello di mia madre, e pur non sapendo questo ha
voluto sentenziare sulla stranezza della mia presenza
alle esequie, frettolose dall’ospedale al cimitero, con un
forte gruppo di amici, persino l’aulico Sergio Zavoli al
quale mi ha presentato mia zia Anna ed al quale io ho
detto: ma ci conosciamo già, e lui ha sorriso con lo
sguardo televisivo dicendomi: ah, questo è il nipotino.
Faccio soltanto presente che allora avevo quasi 60 anni,
e tanto nipotino obbiettivamente non potevo esserlo,
ma nel mondo bisogna accettare tutto ed abituarsi a
sentire le cose strampalate. Quando fuori dell’ospedale
aspettavamo di metterci in moto verso il cimitero per
quello che chiamano l’ultimo viaggio, ma non
garantisco sull’esattezza della definizione (ti vengono a
rompere i maroni anche dopo morto), c’era un
gruppettino di amici di mio zio: ed allora ci siamo messi
a raccontare di cose divertenti, e abbiano riso forse in
un modo sconveniente secondo le opinioni correnti, ma
molto umano, veramente fedeli allo spirito del defunto,
che forse è stato così commemorato nella dignità del
suo vivere.
A quel funerale è successo anche che mio cugino si è
incazzato con qualcuno, e dico che ha fatto bene, per la
falsità di un necrologio politico apparso sul «Corriere
della Sera» di Milano. Ma questo è un discorso per il
momento troppo prematuro perché mi porterebbe
lontano, anzi forse mi avvicinerebbe al tema del
discorso dei collezionisti di pennini. Per cui, aspettiamo
di farlo perché se il caos creativo è eccessivo, allora
occorre mettere un po’ in ordine le idee e le carte.
Pensandoci bene, quell’incazzata riguarda anche il
discorso della verità citata tra virgolette, ovvero come
pretesa che le cose dichiarate corrispondano alle
intenzioni di chi quelle cose le ha fatte ed anche alle
sue azioni e parole. Ma comunque, aspettiamo.

Piuttosto vorrei riportare un mio ricordo personale sulle


conferenze-stampa. Anno 2000, ricorrenza del 550 anni
della costruzione del tempio malatestiano e dei 50 del
suo restauro dopo i bombardamenti della seconda
guerra mondiale. Le celebrazioni sono indette da curia,
comune e una fondazione bancaria che ritroviamo
dappertutto, sino al deliro di onnipotenza del suo
presidente che dopo i nuovi restauri con la ripulitura di
tutto il tempio ha detto usando il plurale maiestatis:
abbiamo riconsacrato il tempio, come se lui avesse
celebrato la funzione accanto al vescovo. Lo stesso
presidente della fondazione bancaria nell’occasione dei
550 anni dice nella conferenza-stampa alcune cose non
rispondenti agli atti, ad esempio che il vescovo Luigi
Santa era contrario ai lavori di restauro, io allora faccio
notare che ciò non era vero, Santa temeva soltanto che
il tempio potesse crollare tutto, ma si rimetteva al
parere degli esperti che fu poi accettato ed i lavori
eseguiti. Allora il presidente mi risponde: ma queste
sono sciocchezze, quello che conta è il nostro lavoro
che abbiamo fatto. Bene, dire che sono sciocchezze le
correzioni ad una falsità attribuita ad una persona che
quelle cose non le ha né dette né pensate, e che
oltretutto non può difendersi dalle accuse odierne,
significa dimostrare un’ipertrofia dell’ego
amministrativo e burocratico che potrebbe sfociare
anche nella richiesta di un monumento in vita per il
soggetto che presiede all’istituzione che la
finanzierebbe con i soldi degli altri, almeno i potenti di
una volta statue e ritratti li pagavano di tasca loro. Ma il
prof. Giovanni Sartori ci saprebbe spiegare, lo giuro,
che questa è un’evoluzione dall’oligarchia alla
democrazia. Evoluzione, se permette prof. Sartori, del
cavolo, perché i signorotti onnipotenti del giorno d’oggi,
prendono un fracco di indennità solo per apparire nelle
riunioni, e poi pretendono democraticamente di essere
elogiati per il loro spirito di sacrificio rivolto al bene
comune, il che insomma è tutta un’enorme presa per i
fondelli, altro che democrazia rappresentativa, almeno
sia chiaro che per me signori potenti non mi
rappresentate un bel niente, ma siete soltanto un club
riservato, come il circolo del casino civico che
nonostante il nome non era un casino ovvero bordello,
ma luogo di ritrovo della buona borghesia, come diceva
i cronisti del « Carlino».
Che poi se vai a vedere se era buona allora, lo capisci
dal fatto che oggi non ne parla più nessuno, buona a
mangiare a quattro ganasce diceva la gente comune, e
forse neanche quello sapeva fare perché si è ridotta che
non conta nulla, sarebbe curioso leggere le liste delle
dichiarazioni dei redditi per capire chi ha preso il loro
posto, ma io debbo mica scrivere un saggio sociologico.

29.09.2007, 10:34