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Massimo Ragnedda, Sorveglianza, reti e vita quotidiana, in Calenda D, Fonio C.

, (a cura di),
Sorveglianza e società, Bonanno Editore, Firenze, 2010, pp. 47-62.

3.1 Sorveglianza tra online e offline

L’ipotesi di fondo che percorre questo capitolo è che la sorveglianza online non solo integra la
sorveglianza offline, ma questi due fenomeni tendono oggi a procedere di pari passo ed essere, in qualche
misura, inscindibili. Un po’ per via del mutare del contesto sociale nel quale viviamo, un po’ per il mutare
antropologico dell’essere umano occidentale (De Kerkhove 1996) sempre più impegnato a muoversi,
lavorare, contestare, conoscere (in una parola a vivere) nella rete, online e offline sono sempre più fusi e
confusi: due facce della stessa medaglia. E la sorveglianza si muove perfettamente tra le righe e gli interstizi
di questi due “mondi” solo apparentemente distanti e distinti e sempre più interconnessi e dipendenti.
L’online, in buona misura, “ingloba” l’offline; cioè, i due mondi non sono separati, si alimentano a vicenda
strutturando l’azione e la comunicazione in modi nuovi, ma in ultima analisi la rete tende ad inglobare e
informare le strutture sociali (le nuove basi materiali della società direbbe Castells). Quello che si cercherà di
fare qui è mettere in luce questo continuo rimando, focalizzando l’attenzione, in particolar modo, sulla
sorveglianza online, perché è da qui che bisogna partire oggi per capire meglio l’offline.
Ci sono molti esempi di questa compenetrazione, ma alcuni sono più esemplificativi di altri; ci
concentreremo sull’acquisizione da parte di grandi corporation di informazioni e dati sempre più accurati su
di noi e di come spesso, spontaneamente e gratuitamente, si cedono dei nostri dati sensibili; dati di cui un
tempo si sarebbe stati gelosi custodi e che oggi invece vengono regalati senza troppe esitazioni. Si analizzerà
il fenomeno dei social network ed in particolar modo Facebook (solo in riferimento alle implicazioni per la
sorveglianza), per cercare di capire il perché si sottovaluti il problema della privacy e si cedano, in
‘comodato d’uso gratuito’, dati sensibili e privati che potenziano le armi della sorveglianza. Il continuo
monitoraggio, acquisizione di dati, costruzione di profili elettronici (e-profile), schedatura, eccetera, continua
nei posti di lavoro e a casa, con sofisticati stratagemmi e facendo uso di nuove tecniche e tecnologie che
danno alla sorveglianza una faccia più pulita e apparentemente neutrale. L’ultima frontiera è la sorveglianza
che si insinua sin dentro le mura domestiche.

3.2 La sorveglianza corre sulla rete

Su se stesso, sul proprio corpo e sulla propria mente


l’individuo è sovrano.
John Stuard Mill

1
La sorveglianza corre sulla rete, raccogliendo, catalogando e ordinando dati sugli utenti. Nonostante le
policy sulla privacy che le principali compagnie di Internet dicono di rispettare, e che gli utenti accettano
spesso senza prestare troppa attenzione, il web sociale sta lentamente diventando un immenso magazzino di
dati generati sugli utenti e non tanto dagli utenti. E spesso a loro insaputa. Più dettagliate saranno le
informazioni che diamo, volontariamente o meno, sul nostro conto e più mirate saranno le azioni di
marketing, portate avanti dalle corporation, da una parte e di intelligence e di sorveglianza, portate avanti da
parte delle agenzie di sicurezza dello Stato, dall’altra.
Una ricerca di Comscore1, commissionata dal quotidiano “The New York Times”2, ha messo in luce
come le grandi multinazionali che operano su Internet raccolgano dati sui nostri ‘passaggi’ in rete, dati che
vengono poi rivenduti, sotto forma di profili, a società di marketing per studiare la creazione di pubblicità
sempre più personalizzate e capire meglio le tendenze del consumatore (si veda Calenda in questo volume).
Lo studio considera singoli eventi di raccolta dati (data collection events), ove per eventi si devono intendere
le query delle ricerche, gli indirizzi Url, i video guardati, le pubblicità viste: insomma la nostra vita online.
Secondo questa ricerca, cinque grosse internet company, Yahoo, MySpace, Aol, Google, Microsoft,
raccolgono la maggior parte delle informazioni sulle nostre abitudini e scelte. Comscore ha registrato che
almeno 336 miliardi di trasmissioni dati (data transmission events) al mese, vanno dai consumatori ai server
di queste grosse società. Siamo dunque sorvegliati nella quotidianità delle nostre scelte e nei nostri
spostamenti online, e le nostre abitudini, gusti e preferenze producono dati che vengono elaborati e
classificati sulla base di parametri precedentemente definiti, dando luogo a profili di consumatori, cittadini,
devianti ecc. Non si tratta solo di raccogliere e archiviare sempre più dati su ogni singolo cittadino, ma
metterli in relazione tra di loro, categorizzando, in una sorta di gabbia elettronica, i profili ottenuti da queste
informazioni. Si impone una nuova modalità di dominio sugli individui, che si trovano incasellati all’interno
di rigidi parametri, grazie alla creazione di data-immagini o data-profile ottenuti dall’interpretazione dei dati
raccolti.
Le diverse istituzioni o società private tendono a gestire il profilo personale a cui sono maggiormente
interessate: quello commerciale, burocratico o investigativo (Ragnedda 2008). Sarà poi il controllo incrociato
dei dati, quello che in termini tecnici viene chiamato computer matching, a fornire un profilo molto
minuzioso e dettagliato di ogni singolo individuo3. L’acquisizione e raccolta di sempre più dati non significa,
però, automaticamente maggiore attendibilità degli stessi e perfetta conoscenza degli utenti; anzi questi dati
non sono infallibili e possono portare a degli errori per cui diventa ragionevole sospettare della loro effettiva

1
Comscore è un istituto di ricerca statunitense che focalizza la sua attenzione sul mondo digitale. Per saperne di più si
rimanda al sito: http://www.comscore.com/
2
Louise Story, To Aim Ads, Web Is Keeping Closer Eye on You, in The New York Times, 10 marzo 2008, disponibile
all’indirizzo web: http://www.nytimes.com/2008/03/10/technology/10privacy.html?pagewanted=1&_r=3 (24 maggio
2009).
3
R. Clarke, Dataveillance by Governments: the technique of computer Matching, Version of 8 July 1993, disponibile
alla pagina web: http://www.anu.edu.au/people/Roger.Clarke/DV/MatchIntro.html (ultimo accesso 12 marzo 2009).

2
efficacia. Il tema dell’errore, nella ricostruzione dei profili, esiste e non è meno grave della perfetta
corrispondenza.

3.3 La sorveglianza e i social network

Facebook è il più emblematico, popolare e usato tra i social network. Centinaia di milioni di persone in
tutto il mondo caricano proprie foto, informazioni personali e trascorrono tempo parlando di se stesse, dei
propri gusti e delle proprie inclinazioni: ogni aspetto della vita sembra finirci dentro4. Facebook raccoglie
un’impressionante mole di informazioni private e sensibili dei propri utenti che spaziano dai contatti privati
alla data di nascita, dalle relazioni affettive alle tendenze politiche e religiose, dai libri ai film preferiti e
molto altro. Non si dimentichi che queste informazioni, altamente confidenziali ma in qualche misura
“pubbliche”, sono molto accurate, proprio perché sono dati che ci si scambia “solo” tra amici. Ragione per
cui fanno gola ad inserzionisti privati e alle attività di sorveglianza di alcune agenzie di sicurezza dello Stato
che possono così sorvegliare ed etichettare, con molta precisione, i diversi utenti e creare profili non solo
individuali ma anche di comunità.
Ma cosa spinge gli individui a cedere in “comodato d’uso gratuito” i propri dati personali a chi poi li
venderà - d’altronde è pur sempre un’azienda privata e non nasconde affatto che questa sia la sua principale
fonte di business - agli inserzionisti che possono così sviluppare relazioni più “intime” con gli utenti5? Non è
facile dare una risposta esaustiva a questa domanda, ma è imprescindibile per un lavoro sociologico
interrogarsi sulla cosa e perciò si proverà ad individuare alcuni punti. Innanzitutto sarebbe un errore pensare
che Facebook “rubi” o estrapoli informazioni con l’inganno. Come altri social network, Facebook è
innanzitutto un mezzo divertente che intrattiene e informa e al quale si decide “volontariamente” di cedere
informazioni. Dati personali regalati come se si fosse in un grande gioco. Primo elemento dunque è
l’infotaiment6, che procede di pari passo con l’elemento edonistico e leggero che caratterizza la società dello
spettacolo.
Facebook fa anche leva sul nostro egocentrismo, sulla voglia di mettersi in mostra, sulla nostra autostima
e vanità, dando luogo ad una sorta di esibizionismo ludico. Il rischio però, come denunciato da Stefano
Rodotà, è quello di trasformare la nostra vita privata in «vita continuamente pubblica», perdendo quel
confine tra vita pubblica e vita privata, divenendo più vulnerabili e perdendo così un’importante capitale che

4
Le statistiche aggiornate al 20 agosto 2009 mettono in luce come l’Italia sia al 6° posto al mondo per numero di iscritti
con i suoi 10,652,960 iscritti. A livello globale gli iscritti, sempre alla stessa data, sono 261,807,120. Fonte:
http://www.checkfacebook.com/ (25 agosto 2009).
5
Come ha messo in evidenza Jim Keyes, presidente e amministratore delegato di Blockbuster «è un modo innovativo di
far nascere e crescere relazioni con milioni di utenti di Facebook permettendo loro di interagire con Blockbuster in
maniera conveniente, pertinente e divertente», citato in Tom Hodgkinson, With friends like these..., in «The Guardian»,
14 gennaio 2008, disponibile all’indirizzo web: http://www.guardian.co.uk/technology/2008/jan/14/facebook (16
maggio 2009).
6
Infotaiment è un neologismo di provenienza inglese che nasce dalla fusione delle parole information e entertainment
(informazione ed intrattenimento).

3
dà valore e importanza al nostro io e alle nostre relazioni sociali. L’assalto alla privacy può comportare, in
ultima analisi, effetti negativi sulla stima che gli individui possono avere di sé e sul sentimento di «dignità
umana», proprio perché «la riduzione della privacy è anche una minaccia alla libertà individuale» (Bloustein
1984, 160).
Il senso di comunità. Facebook crea molto velocemente un forte senso di relazione con gli altri utenti cosa
che da una parte è una ragione soddisfacente per usarlo e dall’altra è una buona ragione per sottostimare e
mal interpretare i rischi connessi con la perdita della privacy (Grimmelmann 2008, 20). Paura
dell’isolamento. Non avere Facebook, quando tutti gli amici ce l’hanno, può comportare un senso di
estraniazione dal gruppo o può essere il frutto di un esilio volontario o un segno di emarginazione.
D’altronde online si trascorre una parte sempre maggiore del proprio tempo, per cui non partecipare (per
scelta o impossibilità tecnica) e non condividere propri dati personali (foto, pensieri, eventi ecc.), significa
essere esclusi dalla comunità virtuale e poi, per ricaduta, da quella offline.
Ancora una volta online e offline si integrano e si compenetrano, l’uno influenza l’altro. Sorvegliare
qualcuno online significa seguirlo offline e viceversa, come se la sorveglianza fosse un’ombra che ci si segue,
traccia e registra, colleziona e osserva. Si presenta in una molteplicità di luoghi sociali diversi e si annida
anche negli interstizi, nei luoghi di confine tra on e offline. Brighenti, in questo volume, parla di sorveglianza
come forma di manipolazione della visibilità che si colloca nei punti di confluenza tra tecnologia, società e
politica. La sorveglianza nei social network sembra calarsi in questo punto di confluenza, andando a rilevare
(e rendere così visibile) sempre più dettagli e dati e riducendo ai minimi termini l’invisibile, il non
tematizzato ovvero ciò che rimane marginale.
È gratuito. È un elemento da non sottovalutare, proprio perché l’idea stessa della gratuità affascina, in
tutti i campi e settori. Inoltre, da un punto di vista pragmatico del rapporto con la tecnologia, conviene. Il sito
può sembrare il luogo di libertà, di relazioni umane, di scambio delle informazioni; un modo per condividere
emozioni e dati “solo” con i propri amici. In realtà la filosofia che sta dietro a Facebook, come ad altri social
network, è molto più invasiva e meno innocua e genuina di quello che può apparire a milioni di utenti. Infatti
far sapere chi frequento e dove, il mio orientamento politico e sessuale, la mia religione e a quali gruppi
aderisco o a quali eventi abbia partecipato significa essere nudi (cioè visibili) dinanzi all’occhio della
sorveglianza. Non si ha, spesso, consapevolezza delle norme che riguardano la privacy e l’uso delle
informazioni personali che spontaneamente si cedono e che ogni utente sottoscrive (quasi sempre senza
leggerle) prima di utilizzare il servizio7. Una ricerca condotta da Fuchs ha messo in luce come il 94% del

7
Una ricerca condotta nel 2007 ha messo in luce come solo il 31% degli utenti legge, spesso, con attenzione le policy
per la privacy (si veda: Zogby Interactive, http://www.zogby.com/NEWS/ReadNews.dbm?ID=1275) Tra i vari elementi
della policy sulla privacy di Facebook, un elemento in particolare va segnalato e riguarda la personalizzazioni delle
informazioni e dei dati personali: «Tutte queste informazioni vengono raccolte in modo da offrirti un servizio
personalizzato […] Facebook può anche raccogliere informazioni su di te da altre fonti, come giornali, blog, servizi di
messaggistica istantanea e altri utenti su Facebook attraverso le funzionalità del servizio (ad esempio i tag delle foto)
per offrirti informazioni più utili e un'esperienza personalizzata». Facebook, Statement of Rights and Responsibilities,
Date of Last Revision: May 1, 2009, disponibile all’indirizzo web: http://www.facebook.com/policy.php?ref=pf (10
giugno 2009). Corsivo mio.

4
proprio campione è a conoscenza che Facebook raccoglie e cataloga informazioni, ma solo il 20,4% sa che
Facebook è autorizzata a riusare e vendere le informazioni personali e solo il 33,2% sa che Facebook è
autorizzata ad inviare pubblicità personalizzata sulla base del proprio profilo. Il dato principale che emerge
da questa ricerca, è che solo il 34.1% degli utenti ha una buona conoscenza dell’uso che Facebook può fare
dei propri dati personali (Fuchs 2009, 113).
Un ultimo elemento riguardo Facebook e la sorveglianza è che la costruzione di un e-profile
costantemente aggiornato sui cittadini, permette di tenere sotto osservazione, non solo i soggetti
potenzialmente a rischio, ma tutti i soggetti che in qualche misura rilasciano, volontariamente o meno, i
propri dati in rete. Tutti diventiamo oggetto di attenzioni come in una sorta di cyberpanopticon, in cui lo
sguardo del controllore vigila sempre su di noi. O perlomeno tende a darci questa idea. Un po’ come nel
panopticon il cui sguardo del controllore era inverificabile, ma potenzialmente sempre presente.

3.4 La sorveglianza continua offline

Le operazioni di sorveglianza si sono intensificate, anche in nome della sicurezza, in particolar modo
dopo l’11 settembre (Ball e Webster 2003; Lyon 2003; Webb 2007; si veda anche Zuccarini in questo
volume). Maggiore sicurezza, però, spesso significa una parziale (e a volte totale) rinuncia alla privacy. La
continua e quasi ossessiva raccolta di dati è una caratteristica intrinseca della nostra società. La nuova
sorveglianza tende a sfruttare tutti i sensi, e non più solamente il senso della vista, senso di controllo per
antonomasia. Il corpo non è più semplicemente misurabile, ma diviene un insieme di dati, portatore di
caratteristiche biometriche uniche (Pickering et al. 2006; Lewis 2006), ed è la chiave di accesso a diversi
ambiti delle nostra vita, nel mondo dell’informazione (Deleuze 1999).
Il rischio, così come evidenziato da Phil Zimmermann8, veterano della sicurezza in rete e creatore della
Pretty Good Privacy9, è la graduale caduta in uno stato di polizia. Pur riferendosi alla Gran Bretagna il
fenomeno potrebbe essere esteso a tutto il mondo occidentale (e non solo, si veda la Cina ad esempio) che
grazie al suo esteso e complesso sistema di sorveglianza, che spazia dalle telecamere a circuito chiuso sino ai
database biometrici 10 , dagli strumenti sempre più sofisticati di intercettazioni ai data mining 11 , starebbe
lentamente, ma inesorabilmente, scivolando in una società della sorveglianza. Da una parte la natura
commerciale della sorveglianza tende a modellare gli utenti, creando dei gusti omologati e facilmente

8
Per maggiori informazioni su Phil Zimmermann, si rimanda a:
http://www.philzimmermann.com/IT/background/index.html (14 maggio 2009).
9
Si tratta di un criptosistema (sistema di decodificazione) che per via della sua rapidità e sicurezza risulta essere
praticamente impossibile da criptanalizzare.
10
I dati biometrici sono dati relativi a caratteristiche fisiche o comportamentali di una persona e possono essere ottenuti
attraverso la scansione dell’iride, del palmo della mano, dei tratti del volto, del DNA e così via. I dati così ottenuti sono
assolutamente precisi e identificano perfettamente una persona.
11
Il “data mining” (letteralmente estrazione di dati) è un processo di estrazione di informazioni da banche dati di
enormi dimensioni attraverso l’applicazione di algoritmi che individuano le associazioni “nascoste” tra le informazioni,
rendendole visibili.

5
prevedibili, dall’altra la natura investigativa e di controllo sociale tende ad acquisire il maggior numero di
informazioni possibili sui singoli individui tale da prevedere in anticipo eventuali comportamenti “devianti”.
Entrambi questi elementi tendono ad aumentare la sicurezza, poiché un comportamento prevedibile è,
teoricamente, meno pericoloso e dunque auspicabile.
Sorveglianza elettronica, telecamere a circuito chiuso, dati biometrici egli altri dispositivi di sorveglianza,
aumentano le possibilità (o la percezione) di essere visti sempre e ovunque (come nel Panopticon) cosa che,
potenzialmente, tende ad assoggettare il corpo dell’individuo e il suo comportamento alla regola e alla norma.
Ma a differenza delle istituzioni panottiche dove la disciplina tende ad agire sullo spazio (fisico) restringendo
il campo d’azione del corpo e tendendo ad incasellarlo in un luogo, la società disciplinare invece non ha
bisogno di ancorare l’individuo ad un luogo, ma tende a permeare tutto il contesto sociale (on e offline) con
l’intento di conformare, pur rimarcando le differenze, i comportamenti dei singoli individui alla norma.
Conformare i comportamenti alla norma non significa omogeneizzarli nel senso di renderli uguali, ma
significa esaltarne le differenze all’interno e nel rispetto dei valori e delle norme socialmente accettabili,
ovvero economicamente desiderabili che guidano la complessità sociale.
La sorveglianza commerciale e statuale, solo a prima vista, agiscono in direzioni diverse: la prima per
creare nuovi mercati, la seconda per disciplinare i comportamenti. È vero che nel nuovo mercato post-
fordista c’è spazio sia per il consumatore di ‘frontiera’ (che suggerisce nuove occasioni di profitto), che per il
consumatore disciplinato o per il consumatore ‘ricercatore’ di nuovi stili (si veda Calenda in questo volume).
Ma da un punto di vista del controllo sociale e della sorveglianza, la riduzione del cittadino a consumatore (e
non importa se innovativo o classico, delfino e esigente) comporta la ridefinizione del ruolo dell’individuo
all’interno della società. Il non consumatore è il danno collaterale (Bauman 2009) è l’emarginato, nel senso
che sta ai margini della società (consumista) poiché non vi prende parte: non è visibile e dunque non
tematizzato. È il problema: è il non desiderato, perché non necessario. Mentre, da un punto di vista della
sorveglianza statuale, ad essere ai margini della società e a non essere tematizzato, poiché non visibile, è il
clandestino, i cui dati non sono registrati, non compaiono. Il non consumatore e il clandestino sono i
problemi della società della sorveglianza e consumista. La sorveglianza commerciale e statuale dunque si
muovono nella stessa direzione e sono elementi di inclusione sociale, nel momento in cui danno visibilità e
tirano fuori dall’emarginazione gli individui che, per scelta o impossibilità, rimanevano ai lati. Anche per
questo la sorveglianza si estende a tutti gli ambiti della quotidianità. In particolar modo, qui di seguito, si
indaga la modalità con la quale la sorveglianza si esplica, con alcuni esempi pratici, nei due più importanti
ambiti della vita quotidiana: nel lavoro e all’interno delle mura domestiche.

3.5 Lavoro e sorveglianza

Nell’ottica di una analisi comparativa tra la sorveglianza online e offline, un aspetto interessante che
merita di essere illustrato, seppur brevemente, è la vigilanza sul posto di lavoro. Gli ultimi decenni sono stati

6
caratterizzati da profondi cambiamenti socio economici che hanno radicalmente rivoluzionato, nel mondo
occidentale in particolare, il modo di vivere e di lavorare (Beck 2000). Cambiano le mansioni lavorative e i
rapporti di lavoro si fanno sempre più individualizzati (Sennett 2002). La sorveglianza dei lavoratori, in
passato, come evidenziato già da Karl Marx12, era resa più semplice dal fatto che spesso ci si trovava a
lavorare sotto lo stesso tetto, in grandi fabbriche, con rigidi orari di lavoro e rigide mansioni da svolgere
(aspetto tipico della società panottica). L’avvento della società dell’informazione, l’allargamento dei servizi
e lavoratori sempre più flessibili disposti, o costretti, ad orari di lavoro sempre più elastici, hanno reso
obsolete le vecchie tecniche, richiedendo una sorveglianza sempre più mirata sul singolo dipendente e che
permette di seguirlo nella sua “flessibilità”.
Il Policy Studies Institute ha rilevato che i controlli sulla forza lavoro inglese, ma il discorso si può
estendere a tutto il mondo industrializzato, si sono intensificati negli ultimi decenni e ora la sorveglianza
elettronica copre più della metà dei lavoratori, monitorando e valutandone la produttività, ed aumentando di
conseguenza i livelli di stress13. Non si tratta solo di badge elettronici che con i suoi chip interni permettono
di ricostruire tutti gli spostamenti degli impiegati nel posto di lavoro, ma anche di database elettronici, e in
alcuni casi screening genetici, che danno la possibilità ai datori di lavoro di conoscere in anticipo molti dati
sensibili dei dipendenti che stanno per assumere, riducendo così il rischio di “sbagliate assunzioni”. Ora a
questi speciali database si affiancano anche i dati che, volontariamente o meno, lasciamo su internet. Come il
garante della privacy, Francesco Pizzetti, ha messo in evidenza nella Giornata Europea della protezione dei
dati personali 2009 «il 77% di chi recluta personale cerca possibili candidati sul web e il 35% di loro
afferma di aver eliminato un candidato sulla base di informazioni scoperte navigando in rete» (Pizzetti 2009;
si veda anche Calenda e Lyon 2006). Esempio, quest’ultimo, che mette ben in luce l’integrazione e il
continuo rimando della sorveglianza tra online e offline e di come i dati raccolti in uno di questi due ambiti
possa essere usato nell’altro. Con il concetto che la sorveglianza segue l’individuo (lavoratore o consumatore)
nella sua flessibilità, s’intende anche questo, cioè il continuo passaggio tra on e offline e la sistematica
estensione della visibilità non solo nel pellegrinaggio da un ambiente (lavorativo o di consumo) ad un altro,
ma anche nei punti di interconnessione di questi ambienti.

3.6 La sorveglianza dentro le mura domestiche

L’ultima frontiera della sorveglianza è il monitoraggio che si perpetra fra le mura di casa. Controllare il
cittadino a casa era uno dei principi base del grande fratello orwelliano, anche se le differenze sono evidenti.
La sorveglianza orwelliana era repressione evidente ed intrisa di tristezza, una sorveglianza cupa che privava

12
“Masse di operai addensate nelle fabbriche vengono organizzate militarmente. Come soldati semplici dell’industria
essi vengono sottoposti alla sorveglianza di tutta una gerarchia di sottoufficiali e di ufficiali”, K. Marx, F. Engels,
Manifesto del partito comunista, Meltemi, Roma, 1998, p. 36.
13
Policy Studies Institute at the University of Westminster, Better Opportunities, Greater Pressures for Britain’s
Employees, in: http://www.psi.org.uk/pdf/2007/opportunities-pressure.pdf (20 maggio 2009).

7
e opprimeva senza dare niente in cambio. La nuova sorveglianza domestica regala qualcosa, qualche
vantaggio, qualche servizio aggiuntivo. Il suo carattere repressivo (nel senso di conformare il comportamento
e reprimere così l’autonomia e l’originalità dell’individuo) è tutt’altro che evidente e ben celato dietro i
servizi, tecnologicamente compatibili, offerti. In realtà l’erosione della privacy domestica è iniziata già da
tempo, da quando cioè si è deciso di aprire la porta al telefono, alla televisione e infine ad internet.

Se una volta credevamo che le nostre case fossero i nostri castelli, spazi privati immuni dalle intrusioni, oggi
accettiamo che la sorveglianza elettronica abbia nodi e si dirami nelle nostre case, nelle automobili – sempre
più digitalizzate – e nei telefoni cellulari. Le vecchie barriere naturali sono cadute; ma le preoccupazioni di
una tendenza sociale alla “post-privacy” rimane, e ha a che fare soprattutto con quello che chiamiamo
“classificazione sociale” (Calenda e Lyon 2006, 24).

Ma il fenomeno della sorveglianza domestica si spinge più in là. Diversi progetti portati avanti negli
ultimi anni mettono in luce il tentativo di fornire la tv di telecamere o sensori in grado di guardare il pubblico
mentre guarda la tv14. La televisione diventa così non solo strumento di sorveglianza in chiave synoptica
(Mathiesen 1997; su questo concetto si veda Brighenti in questo volume), ma anche panoptica, portando ad
un livello molto più alto e sofisticato il fenomeno della sorveglianza.
I grossi conglomerati mediatici si muovono già da tempo in questa direzione. Microsoft15 e Google16 ad
esempio hanno progettato sistemi di sorveglianza e di monitoraggio dei tele-cittadini, creando dei dispositivi
capaci di infiltrarsi, con il consenso-assenso degli utenti finali, a casa loro. Pur di aprire completamente le
porte all’invasione dell’estraneo che ci guarda e osserva, vengono offerti in cambio alcuni vantaggi, quali il
bloccare alcuni programmi non adatti ai bambini, qualora la telecamera ne riconosca la presenza, o di
costruire un palinsesto sempre più personalizzato. L’utilità per le società di marketing sono, invece,
innumerevoli e sulle quali ci si è già soffermati (si veda anche Calenda in questo volume).
Altro punto, sempre rimanendo ancorati al fenomeno della sorveglianza entro le mura domestiche, è la
costituzione di ambienti intelligenti (Lyon in questo volume) o di architetture sensibili (Calenda in questo
volume) che predispongono l’ambiente familiare al monitoraggio e controllo remoto. Cosa che di per sé può
presentare dei vantaggi, ma che ha delle ricadute nell’ambito sociale. Si prenda ad esempio la sorveglianza
usata in ambito medico-domiciliare per assistere gli anziani, che se da una parte aumenta la loro sicurezza
dall’altra può in taluni casi aumentare il rischio di un loro isolamento, disincentivando, per esempio, le visite

14
A parlarne è stato Gerard K. Kunkel, Senior Vice President, User Experience Comcast e Presidente della GuideWorks,
LLC. (a joint venture tra Comcast e TV Guide), a margine del convegno Digital Living Room, 18-19 marzo 2008, San
Francisco Airport. È possibile ascoltare la sua intervista in: http://newteevee.com/2008/03/18/comcast-cameras-to-start-
watching-you/ (12 maggio 2009).
15
Il primo depositò a luglio del 2007 un brevetto che prevedeva la creazione di un sistema pubblicitario personalizzato
sulla base dei dati dei telespettatori. Hendrickson; Gregory L. et al., United States Patent Application, Kind Code,
20070174117, A1, 26 luglio 2007.
16
Il progetto dei due ricercatori d Google, Michelle Covell e Shumeet Baluba, ha ricevuto il “best paper award” ad
Atene nel 2006. Il progetto dal titolo, Social and Interactive-Television. Applications Based on Real-Time Ambient-
Audio Identification, è disponibile all’indirizzo web: http://www.mangolassi.org/covell/pubs/euroITV-2006.pdf (28
maggio 2009).

8
dei parenti che si sentono sollevati dall’obbligo di prestare assistenza o conforto in modo frequente. Il tema
della socialità e delle relazioni sociali entra, dunque e con forza, nelle mura domestiche, con delle pesanti
ricadute sociali.
Facebook e TV con sistema di sorveglianza incorporato si integrano e forniscono un profilo utente
accuratissimo, scavando nel nostro intimo e conoscendo quasi tutto di noi. Il rischio è l’utilizzazione di
questi dati non solo per monitorare il passato ma anche per orientare e influenzare le nostre azioni future,
quasi a farci correre all’interno di un letto di un fiume, preventivamente creato e modellato su di noi, il più
possibile conforme con le norme e le regole sociali di quel determinato frangente storico.
La sorveglianza è, in ultima analisi, il braccio operativo del controllo sociale il cui obiettivo ultimo è quello
di costruire una cornice all’interno della quale l’individuo sia “libero” di muoversi, ma all’interno di spazi
(fisici e mentali) ben definiti. E questo è possibile solo sulla base di una conoscenza approfondita e accurata
delle nostre inclinazioni, desideri, paure e gusti, sogni e speranze. Solo chi ci conosce bene può darci dei
consigli e indirizzarci lungo una strada, ma mentre il consiglio di un amico può essere disinteressato, il
consiglio del “controllore commerciale e/o politico”, non lo è affatto.

Bibliografia

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