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COME SI FA A CREDERE?

La fede! Ecco l’enigma! Ecco la domanda! E non è da poco…


Alcuni diranno: “Visto che Dio non esiste, a cosa serve credere?”... hanno ragione!
La vita quotidiana non fa altro che dichiarare l’assenza di Dio! La nostra società moderna, di fatto
atea, ha espulso Dio dalla scuola, dalla strada, dalla città, dall’insegnamento, dai divertimenti, dalla
tecnica, dalla vita affettiva, dalla morale... e si sta bene così! Dio è morto! Almeno non esiste più
qualcuno che disturba, imponendo regole e doveri! Ciascuno può fare quello che vuole in base ai
propri capricci o ai propri interessi, dove spesso, è il più forte quello che ha sempre ragione !
Il continuo sviluppo delle tecniche, le nuove e straordinarie scoperte scientifiche in tutti campi sono
la prova che la ragione può fare da sé, spiegare gli enigmi del mondo da sé. A cosa serve la fede,
questa credenza ormai superata, che un tempo permetteva di soggiogare persone e popoli!?
E poi, concretamente, cosa manca all’uomo moderno della ricca Europa? Può contare su tante
sicurezze: una vita comoda ed il benessere, ovvero i nuovi volti del materialismo. Senza
dimenticare la corsa dietro al dio di questo mondo: il denaro! L’uomo è sazio, dunque non chiede
niente. Cosa si può aggiungere in un cuore che è già pieno, pieno di... sé? Niente, assolutamente!
Allora tutto è perfetto così!...
Nonostante tutto, la coscienza ha da dire la sua. Sarà una voce timida, sicuramente un debole
gemito troppo presto soffocato dalle seduzioni o dalle facili giustificazioni che ripetono: “Visto che
lo fanno tutti, si può ben fare lo stesso!”. Però la coscienza c’è e vuole farsi sentire! Si tratta di una
voce presente nel cuore di tutti. Una voce sola? No, piuttosto due voci in un cuore solo, due voci
che si richiamano, che cozzano, che litigano, che concordano per fare delle scelte!...
Alcuni purtroppo, a forza di zittire la voce della coscienza, l’hanno uccisa. Allora non tardano a
partire alla deriva, senza Dio, senza indicazioni e senza timone, ballottati dalle onde delle mode,
dalle correnti di pensieri deboli che vanno e vengono. Questi però alla fine dove vanno? Forse loro
stessi non lo sanno.
Ciò non significa che sono atei, cioè senza dio, ma sono divenuti idolatri. Non esiste ateismo, ma
solo idolatria! Se l’uomo non si inginocchia più davanti alla Gloria del Dio vivente, non tarderà a
farlo davanti a un idolo di legno, di ferro, d’argento o d’oro. “Il suo paese è pieno di idoli. Adorano
l’Opera delle loro mani, ciò che hanno fatto con le loro dita” (Isaia 2, 8). Chi ha ucciso Dio deve
sostituirlo con altri dei e... adorarli.
Altri, invece, non possono fare a meno di essere onesti con la propria coscienza, con questa voce
che stimola a cambiare, a crescere, a camminare verso il meglio. E anche se camminano
zoppicando, sanno di camminare con sincerità. Ciò che salva l’uomo è il passo... e passo dopo passo
si va avanti verso la meta. Certo, ci vogliono perseveranza e tenacia, un po’ alla maniera dei Re
Magi che, vista la Stella, non si sono arresi davanti alle difficoltà, alla fatica dei deserti, ai sospetti
della Corte di Gerusalemme, ma hanno camminato fino ad incontrare quello che il loro cuore
cercava: “Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia” (Matteo 2,10).
*
Matteo era l’ultimo, come al solito! L’avevano soprannominato ‘tartaruga’ perché era sempre lento in tutto e
nel suo sacco, talmente pesante, c’era probabilmente tutta la roba di camera sua!
Il Clan lo aspettava, zaino in spalla. I Capi accennavano ad una giornata abbastanza lunga, forse 22 o 24
chilometri, attraverso le colline senesi, in direzione di Pienza, poi la cappella di Vitaleta, quindi San Quirico
d’Orcia e finalmente l’Abbazia di Sant’Antimo. Per fortuna era ancora presto, forse le 7.30 di mattina. Ciò
permetteva di camminare con il fresco! Controllata l’acqua della mia borraccia, aggiustato lo zaino, ho
afferrato il mio bastone di marcia e...via! La giornata prometteva bene, il tempo era splendido. Questa
mattina volevo camminare un po’ in disparte, avevo bisogno di silenzio per rifarmi dai dieci giorni estenuanti
con i ragazzi della parrocchia.
Camminavo piano, lo sguardo perso negli orizzonti dei miei pensieri. Il Clan stava dietro. Ad un tratto, sento
dei passi che mi raggiungono. Sono Giovanna e Giacomo! “Padre, visto che cammini da solo, vorremmo
approfittarne per farti due domandine. Stamattina alla preghiera hai letto, nel Vangelo di Marco, il brano del
cieco di Gerico che mendicava lungo la strada: “Gesù gli disse: ‘Che vuoi che io ti faccia?’. E il cieco a lui:
‘Rabbunì, che io riabbia la vista!’. E Gesù gli disse: ‘Và, la tua fede ti ha salvato’. E subito riacquistò la vista
e prese a seguirlo per la strada” (Marco 10, 51-52). La tua meditazione ha risvegliato in noi tanti dubbi sulla
fede. Sai, la nostra fede non va molto forte. Da due anni a questa parte l’abbiamo tralasciata o semplicemente
persa. Però la strada condivisa da ormai due giorni, il silenzio della natura, questi paesaggi eccezionali fanno
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pensare. Padre, ti va di aiutarci? Cosa è la fede e come si fa a sentirla? Quando eravamo piccoli, vivere la
fede ci emozionava, ma adesso è come se tutto fosse passato. Non sentiamo più niente, perciò non crediamo
più! Poi è difficile pensare alla fede in una società in cui i beni materiali sono di gran lunga la cosa più
importante. Poi a cosa serve credere, quando si può fare un sacco di bene senza la fede? Conosco tante
persone che si dicono credenti e invece sono ben lontane dal dare l’esempio! E se volessimo riscoprire la
fede, cosa ci suggeriresti?”.
Andavamo al passo lento del pellegrino in queste distese spoglie e ondeggianti. Solo un vento sottile ci
accompagnava. Avevo sentito le loro provocazioni, ma non ho risposto subito... Ci voleva un po’ di silenzio,
il silenzio della Strada misurato dai nostri passi. Serviva questa attesa, come per trattenere una risposta e dare
al messaggio un gusto unico e particolare. Sapevo di dover rispondere alle loro domande perché non si può
deludere un giovane che cerca!
“Vedete, Giovanna e Giacomo – dissi - mi fate pensare a quell’uomo seduto lungo la strada di Gerico che si
annoiava nella sua vita. Questo cieco non è né sazio, né ricco, né benestante. E’ un mendicante. Ad un tratto
si mette a gridare con tutte le sue forze verso Gesù che passa! Insiste, malgrado le minacce dei paesani.
Quell’uomo siete voi! La strada, la sua essenzialità, la fatica, il contatto con la natura, la sorprendente
bellezza hanno scavato in voi un vuoto e una fame. Non siete degli arrivati, ma siete in cammino; non siete
degli autosufficienti, ma siete vulnerabili. Anche voi cercate una luce: la luce della fede!”.
“Parlare di fede non è cosa da poco. Ora, prima di soffermarsi subito sul nodo delle vostre questioni, è
preferibile inoltrarsi nella difficoltà del discorso con una certa gradualità. Prima di affrontare la domanda
della fede, conviene interrogarsi su cosa è la fiducia. La fede riguarda i nostri rapporti con Dio, e fin
dall’inizio potrebbe essere un discorso po’ troppo alto. Parlare della fiducia è decisamente più facile e alla
vostra portata, perché si apre sui rapporti tra le persone”.
*
1 – COMINCIAMO CON LA FIDUCIA!

I tre strumenti per conoscere la realtà.


Mi meraviglia sempre constatare quanta fame di sapere, di conoscenza c’è nel cuore dell’uomo. E’
insaziabile! Il suo spirito si apre su tutto ciò che esiste e fino a quando non ha trovato le risposte ai
tanti ‘Perché’ e ‘Come’ che lo provocano, non esiste pace per lui! Per scavare la realtà e per
conoscerla, l’uomo ha a disposizione tre strumenti: l’evidenza, la scienza, la fiducia. Ognuno di essi
utilizza una ‘luce’ particolare:
L’evidenza è una conoscenza sensitiva. Utilizza una luce materiale – ad esempio i fotoni - per
vedere le cose. Con l’evidenza si ha una conoscenza immediata e facile. Questa però rimane
limitata alla sola superficie del sensibile, incapace di entrare nell’essenza delle cose.
E’ una conoscenza che abbiamo in comune con gli animali. I cinque sensi sono coinvolti tutti
insieme come cinque finestre, per aprirsi sulla realtà sensibile, per afferrarla, per accoglierla. Si
capisce allora quanto è importante tenere i sensi svegli, per non perdere contatto con la realtà. Ciò
non è per niente evidente in un mondo dove il virtuale sta prendendo il passo sul reale. L’avventura
scout, il contatto con ‘madre natura’, con il sole, la pioggia, la terra, il freddo, la fatica ... insomma
con la realtà tale e quale, sono cose ottime per risvegliare i sensi e ritrovare l’unità globale della
persona. Fare strada è decisamente un’opportunità per impedire ai sensi di intorpidirsi e per tenere
acuta l’osservazione sul mondo.
La scienza è il modo tipico di conoscere dell’uomo. Partendo da un problema, da un ‘Perché’ o da
un ‘Come’, essa sviluppa una dimostrazione e un ragionamento per, alla fine, ottenere una
conclusione e dare una soluzione alla difficoltà. Per fare ciò, la ragione utilizza la meravigliosa
‘luce’ dell’intelligenza. Essa è come un raggio che penetra la realtà per leggerla dal di dentro -
‘intus-legere’ che significa letteralmente ‘leggere dentro’ - capirne il segreto e darne un senso, un
orientamento.
La fiducia è un altro modo per conoscere. Essa consiste essenzialmente in una risposta a una
parola detta, quando si appoggia sulla parola sentita, per accoglierne il messaggio nel proprio
intimo.

All’inizio qualcuno parla.


Conviene sviscerare i meccanismi della fiducia e capirne le tappe. Anzitutto perché si possa dare
fiducia, bisogna che qualcuno parli. Si tratta soprattutto di parole banali e quotidiane, quelle che
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popolano la nostra vita di tutti giorni. Ma se nasce o cresce un amore speciale per una persona
speciale, allora la parola si carica di urgenza. Come mai? Semplicemente perché innamorarsi di
qualcuno non è tanto la scoperta di una persona unica, quanto la scoperta di se stesso. Per chi ama
davvero, la vita cambia. Ad un tratto appaiono nuovi ‘orizzonti’ nel proprio cuore, tutto diventa più
facile, come se la vita entrasse in piena primavera. Si conoscono freschezze sublimi. Si sentono
energie ancora mai vissute, una creatività incredibile e mille idee per fare felice l’altra persona. Per
conoscersi bene, bisogna essersi innamorato davvero almeno una volta nella vita. Allora si capisce
l’urgenza di parlare per rivelarsi. ‘Rivelare’, ecco una splendida parola che significa ‘togliere il
velo’ che nasconde l’intimità, per raccontare i propri misteri. Parlare diventa un aprirsi all’altro, un
darsi totalmente senza alcuna difesa ... ed è una gioia!
Però rivelarsi è anche un rischio, ma non lo si teme, perché si ama. Non esiste amore vero e
gratuito senza rischio. E’ il costo di ogni amore, con il pericolo di non essere ascoltato, di non
essere capito, di non essere accolto! Allora l’innamorato fa la pesantissima esperienza dell’amore
non amato! E’ ciò che vive Dio con il suo Popolo Israele! “Israele era cosa sacra al Signore, la
primizia del suo raccolto... Oracolo del Signore: Quale ingiustizia trovarono in me i vostri padri per
allontanarsi da me? Essi seguirono ciò che è vano e diventarono loro stessi vanità” (Geremia 2,
3...5). All’iniziativa della Parola data per amore, non c’è stata nessuna risposta, nessuna fiducia. Il
Popolo ha ‘girato le spalle’ e si è allontanato... nel nulla!

La fiducia è risposta alla parola detta.


Cosa è la fiducia, se non rispondere alla parola detta? Questa risposta si attua appoggiandosi sulla
parola detta, per poi accoglierne il messaggio. Il meccanismo della fiducia distingue due momenti:
1) appoggiarsi sulla parola, in quanto è l’unica cosa che si sente; 2) accogliere il messaggio, in
quanto è l’unica cosa che si conosce.
La fiducia è strumento di conoscenza perché essa ascolta la parola, accoglie la realtà e la conosce!
La fiducia, poiché è risposta alla parola detta, pone la persona ‘di fronte’ a colui che parla, lo mette
in una ‘posizione’ di ascolto e di accoglienza. Esiste un faccia a faccia, di iniziativa e di
accoglienza, di parola detta e di parola accolta.
L’evidenza e la scienza sono ottimi strumenti di conoscenza, che offrono il serio vantaggio della
dimostrazione, ma che hanno anche il grosso limite di rimanere all’esterno delle cose. Invece la
fiducia va oltre, entra nel cuore della persona, accoglie i suoi segreti, al punto di diventare partecipe
della sua vita intima. Sembrerà strano, ma la maggior parte delle nostre conoscenze quotidiane e
non, lo sono per fiducia!

Affidarsi è rischiare.
Confidare è rischiare! Chi mi garantisce che quello che è stato detto è vero? E’ l’amore o almeno la
normale stima che permette di vivere la fiducia. Dare fiducia è un atto d’amore ricambiato per la
parola detta per amore. Invece quanto è difficile – però mai impossibile – ridare fiducia quando
non c’è stato altro che bugia e ‘doppia faccia’ nel parlare!... Ne sanno qualcosa coloro che sono stati
ingannati dalla parola falsa!

La fiducia è condizione della relazione.


Non a caso B.P. (Baden Powell, fondatore degli scout) ha messo come primo articolo della Legge
Scout, la fiducia: ‘La Guida e lo Scout pongono il loro onore nel meritare fiducia’. Infatti, senza
fiducia, non esiste relazione tra persone; senza relazione, la comunione è impossibile; senza
comunione, voler costruire una comunità è mera utopia! E’ importante affermare che la condizione
di ogni comunicazione e comunione vera è la fiducia come ascolto generoso e accoglienza aperta
della persona che bussa alla porta con la sua parola!
*
2 - E ADESSO PARLIAMO DI FEDE!

Camminavamo bene. Il passo era discreto al punto che avevamo distanziato il Clan. Giacomo e Giovanna
ascoltavano. Davanti a noi un bivio. Dove andare? Estraggo dalla mia tasca la cartina. Ne approfittiamo per
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fare il punto della nostra strada. La direzione è sempre la stessa: seguire la strada bianca che serpeggia
attorno alle colline. Adesso però si dovrà salire. Tolgo dalla tasca dello zaino di Giacomo una borraccia.
Beviamo uno dopo l’altro. L’acqua non è molto fresca, ma che ci importa! E’ buona, anzi deliziosa quando si
ha davvero sete! La si gusta ed è dolce come una festa! Appena ripartiti ripresi a parlare.

Applicazione della fiducia alla fede.


Ci voleva questa introduzione prima di inoltrarci nella riflessione sulla fede, perché, se si è capito
cosa è la fiducia, non dovrebbe essere troppo difficile capire cosa è la fede. Infatti l’una come l’altra
hanno la stessa dinamica, la fiducia essendo una risposta alla parola dell’uomo e la fede una risposta
alla Parola di Dio.

Dio che ama prende l’iniziativa di rivelarsi.


Anche Dio parla! Come mai? Semplicemente perché Dio è innamorato! Chi ama parla!
Dio dice una Parola eterna che entra e si adatta al nostro tempo che passa. Con la sua Parola, Dio ‘si
Rivela’, si Racconta, si Dà ad un popolo, al popolo d’Israele. Dio è paziente e la sua Rivelazione
sarà progressiva. Tutto è cominciato con Abramo e con i Patriarchi, poi con Mosè e con Davide,
con i Profeti per, alla fine, raggiungere la sua pienezza in Gesù Cristo che è la Parola di Dio fatta
carne! L’amore di Dio è tale che non bastava una parola semplicemente pronunciata o una parola
scritta. Lui vuole di più perché ama di più! Dio vuole una Parola che si fa carne, per condividere in
tutto la nostra vita, per insegnarci i suoi ultimi segreti, per morire, risorgere e darci la vita eterna.
Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, la perfetta e definitiva Parola del Padre: “Ma
quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge”
(Galati 4, 4).
E’ possibile riassumere in un solo concetto tutta la Rivelazione di Dio? Sarà difficile! Vale però la
pena provarci! Il nome di Gesù riassume in un certo modo l’intero Messaggio di Dio. E’ forse utile
ricordare che dare un nome, non è solo registrare un dato anagrafico, ma caricare una persona di
una vocazione precisa. Tutta la vocazione di Gesù è concentrata nel suo nome. Essa consiste nel
salvare gli uomini! Lo insegna il Vangelo di Matteo: “L’angelo del Signore disse: ‘Giuseppe, figlio
di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene
dallo Spirito Santo. Essa partorirà un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo
dai suoi peccati” (Matteo 1, 20-21). Questa è l’ultima Parola di Dio!
*
L’irruzione di Dio nella vita degli uomini, scuote, sconvolge, apre una breccia alla luce... per poi
sedurre e attirare! Davanti a tale iniziativa divina è impossibile rimanere inerti. L’uomo è chiamato
a rispondere in un modo o nell’altro. Dio però non si impone mai. Dio propone, perché non può
costringere qualcuno ad amare. Di fronte a una tale proposta l’uomo rimane fondamentalmente
libero! E’ libero di credere o di non credere!

Non credere, ossia la non-fede.


L’uomo è libero di non credere. Cosa significa? Per spiegarcelo, la Bibbia utilizza un’immagine
molto significativa che renderà bene l’idea. L’uomo che non crede è simile a uno che ‘gira le
spalle’ a Dio, che non lo vuole vedere e ascoltare, che se ne va per conto suo dietro alle proprie
sicurezze. L’uomo che crede invece ‘sta di fronte’ a Dio in una posizione di ascolto e di
accoglienza. Sono atteggiamenti diametralmente opposti: il primo è di chiusura, il secondo è di
risposta e d’apertura a Dio che si dà! Il profeta Geremia, lamentandosi del Popolo di Dio, lo dice:
“Essi non prestarono orecchio. Anzi procedettero secondo l’ostinazione del loro cuore malvagio e
invece di voltarmi la faccia mi hanno voltato le spalle” (Geremia 7, 24).
In un certo senso, chi si rifiuta di credere dice: “Dio, la tua proposta d’amore e di vita non
m’interessa. Faccio a meno di te perché ho meglio di te. Sto bene così. Per favore, non disturbarmi
con i richiami della coscienza!”.
Fin dal tempo d’Israele, Dio si lamenta della non-fede del suo Popolo: “Il mio popolo ha commesso
due iniquità: essi hanno abbandonato me,sorgente di acqua viva,per scavarsi cisterne, cisterne
screpolate che non tengono l'acqua” (Geremia 2, 13). Chi rifiuta la fede somiglia un po’ ad un fiume
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che abbandona la propria sorgente, al raggio che fa a meno del sole, alla creatura che si distacca
dal Creatore... non rimane per lui altro che una grande solitudine!
Gesù stesso è molto chiaro al riguardo di chi nega di credere: “Alla fine Gesù apparve agli undici
discepoli, mentre stavano a mensa e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché
non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato. Chi crederà e sarà battezzato sarà
salvo, ma chi non crederà sarà condannato” (Marco 16. 14-16).
In ultima analisi, non-credere, significa rifiutare di affidarsi –di appoggiarsi - sulla Parola di Dio e
dunque rendersi incapace di ascoltare - accogliere - il messaggio di Dio che salva. In un certo modo
‘non-credere’ diventa il peccato per eccellenza: “Quando sarà venuto lo Spirito di verità, egli
convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio. Quanto al peccato, perché non
credono in me...” (Giovanni 16, 8-9). Forse conviene interrogarsi se non si nasconde, nell’intimità
del proprio cuore, un orgoglio tale da escludere qualsiasi richiamo divino, perché si pensa che si è
bravi da soli, confidando nell’opera delle proprie mani!

Credere è anzitutto affidarsi alla Parola.


L’uomo è anche libero di credere. E’ interessante interrogarsi su cosa significa credere?
Se si è capito bene il meccanismo della fiducia, sarà facile capire la dinamica della fede, perché essa
segue la stessa direzione. Con la sua Rivelazione, il Dio invisibile ha parlato agli uomini come a
degli amici per invitarli nella sua sublime comunione. A questa straordinaria iniziativa, l’uomo è
invitato a rispondere con la fede. La fede è risposta a Dio che parla.
La dinamica della fede consiste: 1) nell’appoggiarsi sulla Parola di Dio; 2) per accoglierne il suo
messaggio di bontà e di salvezza. In questo sta l’atto di fede, ossia il fatto di credere: affidarsi
liberamente - cioè obbedire - alla Parola ascoltata.
E’ importante precisare che l’uomo crede, non perché la fede può essere sperimentata con i sensi,
non perché può essere dimostrata con l’intelligenza, non perché è razionalmente giusto, ma
semplicemente perché l’ha detto Dio. In questa Parola non esiste inganno possibile perché Dio ha in
orrore ogni menzogna, lui che è la Verità stessa. In altre parole, credere non è un sentimento, o una
dimissione dell’intelligenza, o una testardaggine, ma un’adesione ferma dell’intelligenza alla Parola
di Dio, sotto la spinta della volontà.

Credere poi è accogliere, dunque conoscere la Parola.


Il fatto di credere non si limita al solo affidarsi alla Parola. Nella dinamica della fede, ne è la prima
tappa! Bisogna proseguire. Credere consiste anche nell’accogliere questa Parola e nel conoscerla.
Con la fede, si riceve nell’intimo del cuore ciò che si è sentito con le orecchie: “La fede dipende
dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” (Romani 10, 17).
In altre parole, la fede apre il cuore dell’uomo e lo rende disponibile ad accogliere la comunicazione
che Dio fa di se stesso, il suo Dono. Per la fede l’uomo conosce i segreti di Dio, i suoi progetti
sull’umanità e su tutto il cosmo. Per la fede l’uomo diventa partecipe della sua vita intima.
La Bibbia, anche scritta da molteplici e differenti autori, è tutta ispirata da Dio. E’ Lui che, nel
rispetto delle sensibilità degli autori sacri, guida il messaggio rivelato. E’ per questo motivo che la
Parola di Dio non conosce contraddizioni per ciò che riguarda la verità su Dio e sull’uomo.
La Bibbia contiene le cose da credere: questo è l’oggetto della fede. Per facilitare però la
conoscenza delle cose da credere con certezza, l’oggetto della fede viene riassunto nel ‘Credo’
recitato ogni domenica alla messa. Cosa è il ‘Credo’, se non il risultato di un lavoro proseguito nei
secoli, con l’assistenza dello Spirito, che è il ‘segnale della fede’ per il Popolo dei credenti in
Cristo?
*
Saranno state le 10. Sentivamo un gran caldo. I nostri volti erano bagnati di sudore. Di tanto in tanto, durante
la strada, guardavo questo Rover e questa Scolta. Pian piano facevano loro le mie parole, continuando a fare
domande per capirne meglio il senso. La discussione era viva, certe volte anche abbastanza accesa!
Cercavano e chiedevano, ma con onestà. Non tentavo di fare forza su di loro e di convincerli a tutti costi: non
serve a niente. Deve essere la luce della verità ad imporsi da sola, con dolcezza e fermezza. Nel confronto, li
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sentivo aperti. Avevano quell’affinità spirituale con la verità che li preparava a ritrovare la loro fede
scomparsa. Mi ricordavo il versetto di Gesù: “Chi ama la verità, viene alla Luce!” (Giovanni 3, 21).

La gioia della fede.


Quanto è bella e generosa la fede di Pietro quando, dopo una notte di lavoro inutile, vede sulla
spiaggia Gesù, quel giovane rabbino arrivato da poco da Nazareth, totalmente ignaro del mestiere
della pesca! Alla sua provocazione: “Prendi il largo e calate le reti per la pesca”, Pietro risponde:
“Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla, ma sulla tua parola getterò le
reti. E avendolo fatto, presero una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano” (Luca 5, 4-6). La
fede del pescatore Pietro è andata al di là delle sue competenze nel mestiere di pescatore e dei suoi
giusti ragionamenti. La fede di Pietro, con l’aiuto di Dio, si è appoggiata sulla sola Parola di Gesù,
quale ‘Roccia’ solida e sicura. E non è stato... deluso! E’ la gioia della fede!

La fatica della fede.


Talvolta però, vivere la fede non è per niente facile! Quando Dio è assente o almeno silenzioso,
allora vivere la fede diventa... una vertigine. Quando tutte le sicurezze umane crollano una dopo
l’altra e non rimane altro che la sola Parola di Dio, la fede diventa... fatica, davvero! Certe volte
tutto pare pura pazzia!
Ma Dio non si tira mai indietro, non può rinnegare se stesso e la sua Parola. Dio è sempre fedele a
chi gli dà fede! Il Vangelo stesso ci provoca ad una tale fede! “Osservate come crescono i gigli del
campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria,
vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani verrà gettata
nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: che cosa
mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i
pagani. Il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua
giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta” (Matteo 6, 28-34). Durante il momento
della prova e di tenebre tutto crolla, tutto sembra svanire nel nulla, però a rileggere la propria storia
con il senno di poi, ci si accorge che non è mai mancato niente. Dio Provvidenza non abbandona
mai chi confida in Lui: “Il Signore è il mio Pastore, non manco di nulla, su pascoli erbosi mi fa
riposare!” (Salmo 22, 1-2). Ma quanto è difficile un tale affidamento per noi uomini di poca fede!!
Altre volte, non si sente niente, davvero. Lo dice bene Charles de Foucauld: “Aridità e tenebre...
tutto mi è penoso. Anche la santa Messa, anche la preghiera, anche la meditazione, e tutto! Anche
dire a Gesù che lo amo! Devo arroccarmi alla fede. Se almeno sentissi un pochino che Gesù mi
ama, ma non me lo dice mai!”.
Sì, la fede va ben al di là del sentire, non è altro che credere, affidarsi totalmente ad una Parola
certa, quella di Dio che non inganna mai! La fede non è facile, davvero! Non a caso gli apostoli
gridano verso il Signore: “Signore, aumenta la nostra fede!”. Tocca anche a noi gridare come loro,
gridare come il povero cieco di Gerico di cui abbiamo sentito la lettura stamattina. Gridare senza
stancarsi... Ma lo facciamo veramente e con tenacia?

Amen!
L’atto della fede si riassume in una parola, bella e chiara: Amen! Di origine ebraica, questo termine
significa: ‘...Certamente, ...veramente, ...fermezza, ...solidità, ...sicurezza’. Detto in altre parole,
significa ‘appoggiarsi su una persona sicura e irremovibile’.
Dire ‘Amen’ è un atto autenticamente umano che va vissuto con gli aiuti interiori dello Spirito
Santo.
Dire ‘Amen’ è confessare che è certo e vero ciò che Dio ha detto.
Dire ‘Amen’ alla Rivelazione di Dio è il più bell’ossequio che l’intelligenza umana possa fare alla
Verità, una Verità salvifica!
Dire ‘Amen’ nobilita l’uomo, lo fa crescere e lo divinizza perché così aderisce al più bel progetto
che esista: entrare in intima comunione con Dio!
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Il Dire ‘Amen’ va riscoperto. Quante volte le nostre risposte durante le liturgie sono sbiadite e
timide, come se avessimo paura! Non si tratta di una qualsiasi risposta in fondo a una preghiera, ma
di una proclamazione, di uno slancio verso una Parola per poterla accogliere a pieno!
*
Giovanna e Giacomo avevano il passo spedito. Quando però è cominciata la salita verso Pienza abbiamo
seriamente rallentato. Non è mai stata cosa facile parlare nelle salite, sicché il fiato si fa corto, il respiro
veloce e le frasi vengono a tratti. Ma quando si tratta di parlare di fede, tutto si complica! A metà salita ci
siamo soffermati sotto un leccio per riprendere fiato. All’ombra della pianta, Giacomo ha sparato le sue
provocazioni: “... Come ti ho detto all’inizio, io sono alla ricerca. Sono un diciottenne e sono pieno di dubbi.
Per me la religione insegna valori universali giusti, però possono benissimo esistere anche senza Gesù e
senza Dio. Vedo il Cristianesimo come una filosofia o una morale per aiutare i più deboli e darsi un senso.
Mi limiterei a credere nei valori dell'amicizia, dell'amore, della lealtà, ma non vedo perché si deve credere in
Dio. Cosa può cambiare? Perché deve darci delle dritte da seguire?”.

Vivere la fede è incontrare una Persona.


Vivere la fede è accogliere una Parola, ma non una qualsiasi parola, non una parola che passa, cioè
una parola effimera che cade nel dimenticatoio del tempo ed è seppellita per sempre. Vivere la fede
è accogliere la Parola di Qualcuno che vive, è incontrare una Persona. Accoglierla. Abbracciarla. O
meglio, lasciarsi abbracciare! Se vivere la fede si riducesse a seguire un’idea, a spiegare una teoria,
a difendere un’ideologia, a rispettare una morale, a promuovere un progetto... sarebbe terribilmente
noioso! Quando si ama, non si ha voglia di stringere un teorema, ma una persona viva. Chi crede fa
l’esperienza strepitosa dell’essere incontrato, amato, abbracciato, accompagnato! “NO! Non una
formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: Io sono con voi!” (Giovanni
Paolo II).
Tante persone battezzate, tanti ragazzi che hanno fatto la Comunione o che hanno ricevuto la
Cresima non vivono la fede. E’ stata seminata nel loro cuore, ma è rimasta allo stato di ‘seme’ senza
mai crescere, anche se hanno ricevuto i Sacramenti e tutto il resto. Sono mancate le condizioni
favorevoli, forse è mancato un incontro particolare, sicuramente è mancata l’ora di Dio! Queste
persone seguono più o meno bene i riti cristiani, possono essere interessate ai valori morali del
Vangelo, sanno qualcosa di Gesù come personaggio storico e... basta. Però non lo sentono vivente
nella loro vita. Per loro, Dio è assente, è estraneo alla loro vita, lo sfidano o lo contestano. O peggio
ancora, non se ne curano minimamente, vivendo tranquillamente senza Dio! Non sanno cosa
significhi l’incontro personale con Lui.
L’esempio di San Paolo è lampante! Lui è un uomo religioso, è stato educato alla scuola rabbinica,
è un fariseo, è un osservante scrupoloso della Legge della Sinagoga. Paolo però non ha ancora
incontrato Gesù, dunque lo perseguita e si accanisce contro i suoi seguaci. Parte e, galoppando sulla
via che porta verso Damasco, fa l’Incontro decisivo con Gesù. E’ Gesù stesso a prendere
l’iniziativa. Lo rovescia, lo butta a terra, lo scuote nel suo orgoglio e gli dice: “Saulo, Saulo, perché
mi perseguiti?’. Rispose: ‘Chi sei, o Signore?’. E la voce: ‘Io sono Gesù che perseguiti!” (Atti 9, 5).
E’ l’irruzione di Cristo risorto che invade tutta la persona, la spinge a cambiare vita. E’ la
conversione! Ormai al centro del cuore di Paolo non c’è altro che Gesù, un amore indiviso e
assoluto. Paolo è passato dall’essere religioso all’essere credente perché è stato incontrato da
Gesù e ha risposto con la fede. E noi? Gesù di sicuro non ci abbandona: mette spesso sulla nostra
strada dei testimoni, delle persone significative, la sua stessa Parola, la Comunità cristiana, dei
segnali che scuotono per ‘bussare’ al cuore e provocare l’Incontro. Ma noi ci lasciamo incontrare da
Lui? A che punto siamo? Accogliamo i ‘segni’ della sua Presenza, i sussulti della sua Voce? O
soffochiamo i suoi richiami intimi nella confusione per non sapere, per non vedere, per non essere
disturbati?

Credere è un atto femminile?


E’ venuto il momento di notare un particolare che aiuterà ad approfondire cosa è la fede e quali
sono le sue conseguenze. La fiducia e la fede (come l’evidenza e la scienza) sono strumenti dati
all’uomo per conoscere, accogliendo la realtà che lo circonda. Ora è interessante constatare che tutti
questi termini sono al femminile. Come mai? Una delle caratteristiche dell’amore femminile
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consiste nell’accoglienza: la donna accoglie l’uomo, la mamma accoglie il bambino. Questi
termini di fiducia, di scienza, d’evidenza, detti al femminile, esprimono anche loro l’accoglienza.
Infatti, quando si conosce qualcosa o qualcuno, si riceve la cosa o la persona conosciuta nella mente
o nel cuore. E’ interessante notare che altri termini della lingua italiana esprimono al femminile
questo senso di accoglienza. Si dice: la porta, la stanza, la tavola, la luna, la terra, la carne, la
vagina, ecc... Invece spesso i termini al maschile esprimono una caratteristica dell’amore maschile
che consiste nell’offrire iniziativa e protezione. Si dice: il tetto, il muro, il seme, il sole, l’osso, il
pene, ecc...
La fede è un atto femminile perché si affida – in quanto si abbandona in una Parola sicura – per poi
accogliere il Verbo di Dio e la sua Parola che salva. Affidarsi e accogliere non sono comportamenti
tipici della donna?
Per approfondire la fede in quanto atto femminile, sarà sicuramente interessante soffermarsi sulla
creazione della donna nel Libro della Genesi. Dice il testo: “Allora il Signore Dio fece scendere un
torpore sull'uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e rinchiuse la carne al suo posto. Il
Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all'uomo, una donna e la condusse all'uomo”
(Genesi 2, 21-22). Se vogliamo essere fedele al testo originale ebraico, più che leggere “la donna è
condotta all’uomo”, si deve dire “la donna è piantata davanti all’uomo”. Cosa significa? Vuole dire
che la donna sta ormai davanti all’uomo per amarlo e accoglierlo. Per fare ciò ci è voluto uno
spostamento della sua genialità femminile davanti per vivere un rapporto di dono e di accoglienza
‘faccia a faccia’. Questo spostamento genitale nella donna è ‘profetico’ in quanto, come segno
visibile, rivela un messaggio ricco e profondamente spirituale, e cioè che l’amore come dono e
accoglienza va sempre vissuto ‘di fronte’ alla persona amata. Così lo è per il marito con la sua
moglie; così lo è per Cristo con la Chiesa; così lo è per Dio con l’Umanità; e finalmente così lo è
per chi vive la fede – che sia uomo o donna – perché essa lo pone ‘di fronte’ alla Parola di Dio che
salva. La fede mette ogni uomo in particolare e tutta l’umanità in generale in un rapporto ‘di faccia
a faccia’ con Cristo per affidarsi a Lui e accoglierLo come salvatore. La fede stabilisce un rapporto
‘sponsale’ della Chiesa con Cristo e dell’uomo con Dio, come lo è dello sposo che sta di fronte alla
sposa. Lo dice San Paolo: “Questo mistero è grande, lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa!”
(Efesini 5, 32).
La non-fede è esattamente il contrario perché chi non crede ‘gira le spalle’ a Dio e si allontana da
Lui, per entrare chiusura e poi nella condanna: “Chi crede in lui non è condannato; ma chi non
crede in lui è già stato condannato” (Giovanni 3, 18).
*
3 - LA FEDE E’ LUCE!

Appoggiati al muro che sta davanti all’arco della cittadina, abbiamo aspettato il Clan... Ecco Pienza, una vera
chicca dal punto di vista storico e urbanistico, una cittadina progettata e voluta nel cuore della Val d’Orcia da
papa Pio II nel 1463.
Il Clan, compatto e chiassoso, ovviamente si è fatto notare attraversando le stradine e le viuzze! I turisti o i
cittadini ci guardavano con sguardi stupiti e interrogatori, prendendoci un po’ per pazzi. Ma che ci importa,
la strada ci chiama ad andare! Ci siamo fermati poco dopo Pienza, alla pieve di Corsignano. L’ombra di un
maestoso albero ci dava il benvenuto; una sorgente tagliata nella roccia versava la sua acqua generosa e
fresca! Era ora di sostare. Il corpo chiedeva la sua parte e voleva gustarsi il meritato riposo. Senza
dimenticare la... fame che era tanta! Verso la fine del pranzo Michele, un brillante Rover che studia
ingegneria edile disse: “So che stamattina avete chiacchierato della fede. Io avrei molto da ridire su tutto ciò.
Sono uno di quelli che se non vede, non crede. Poi cosa è la fede a confronto della scienza? Sembrano due
campi da battaglia che, con il passare degli anni, finiranno per escludersi a vicenda! Secondo me il credente è
una persona che assume spesso l’atteggiamento del testardo che si fida ciecamente di una Parola detta da
Dio, ma quanto di divino e quanto di umano c’è in tutto ciò?”.

La fede è luce che illumina la vita.


Ho come l’impressione che la lettura del Vangelo di stamattina abbia ancora tanto da dirci! Si tratta
di un cieco che aspetta lungo la strada. Mendica e supplica aiuti per poter vedere. Lui sa di essere
cieco, chiama e supplica, ed è salvato. Il rischio nostro è di crederci nella luce, fidandoci delle
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proprie forze e della sola ragione. Il voler limitare ,però, la propria conoscenza al solo verificabile
scientifico, non è restringere l’orizzonte della nostra intelligenza? Anche noi dobbiamo mendicare
una luce, una luce che viene data per aiutarci: la luce della fede. Per fare ciò ci vuole umiltà e
disponibilità di cuore. E’ spesso ciò che manca quando si sa di essere bravi!
Sì, la fede è una Luce in quanto, credendo nella Parola e accogliendola, l’uomo si lascia invadere
dalla Luce di Dio e dalle Sue certezze. “Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio
cammino” (Salmo 118, 105). Questa Luce illumina ogni particolare della vita dell’uomo, le dà un
senso pieno e la orienta verso orizzonti Alti. Per chi vive la fede, qualsiasi atto quotidiano (ad
esempio, mangiare, vestirsi, divertirsi,...), qualsiasi scelta importante (ad esempio, la scelta
affettiva, quella professionale, quella vocazionale,...), qualsiasi enigma (ad esempio, la sofferenza,
la sconfitta, le varie prove, la morte,..) tutto, assolutamente tutto, viene illuminato da questa Luce
nuova. Con la Luce della fede tutto si arricchisce di valori nuovi, tutto si orienta verso una direzione
chiara. Si capisce perché il Vangelo è chiamato ‘Buona Novella’: è la Parola che irradia una Luce
nuova e divina su tutto l’essere e il fare dell’uomo, per orientarlo verso il suo progetto di Salvezza.
Nel cuore di chi crede c’è sempre la novità e la freschezza della Luce di Dio!

Quale è il rapporto tra fede e agire.


La fede è una Luce che indica dove andare e qual è lo scopo da raggiungere, cioè la Comunione con
Dio. La luce della fede però, non si limita ad indicare la sola meta, precisa anche i mezzi da
prendere per percorrere la strada della vita, per non errare e smarrirsi. Esiste dunque uno stretto
rapporto tra credere e agire, tra fede e morale. La fede manifesta chiaramente il dove andare, cioè
l’incontro con Cristo, l’abbraccio con la Vita eterna; la morale invece indica le norme giuste e
volute da Dio, da seguire per raggiungere questa meta. Con la Luce della fede ogni atto etico e ogni
scelta acquista spessore, qualità, energia perché conosce la sua direzione e si orienta secondo il
progetto di Dio. Tutto trova un senso. E’ la fede che dà alla morale - quest’arte del bene vivere - il
suo giusto valore.
Forse vale la pena denunciare qui un sottile equivoco che mette la fede in crisi e nel quale,
purtroppo, tante persone si imbattono. Esso consiste nel ridurre la fede a una morale, come se
l’essere cristiano si identificasse con il rispetto di leggi e norme a cui obbedire, per diventare una
brava persona! Pensare così è un errore e una grave tentazione perché l’uomo, annullando la fede,
pensa di trovare in se stesso e nella sua bravura l’occasione della sua salvezza. In questo modo la
morale cristiana non tarda a diventare insopportabile e senza senso, perché ha perso la sua
direzione e il suo scopo che è la Comunione con Dio. Vivere la fede è incontrare Cristo, è
abbracciarLo per essere trasformato da Lui. Solo dopo verrà la conversione morale, quando tutta la
vita e tutte le scelte tenderanno a conformarsi a Cristo, nella fede. La morale è una conseguenza
della fede e non il contrario: “Gesù disse: ‘non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i
malati. Andate dunque ed imparate che cosa significhi: ‘misericordia io voglio e non sacrificio’.
Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori!” (Matteo 9, 12-13).
Questo rapporto tra fede e agire non esiste per chi non è stato ancora illuminato dalla fede. Tutto il
proprio agire morale non tarda a confondersi nella complessità della vita, semplicemente perché non
ha che una risposta parziale e troppo umana ai problemi. Egli così agisce secondo la sola luce della
ragione. Vive dei valori ‘fluidi’ che cambiano a seconda dei tempi e delle mode. Non esistono
norme e riferimenti certi perché Dio non esiste ancora o è scomparso dalla propria vita. Chi è privo
dalla luce di una fede viva, non tarda a fare come gli pare: “Lo stolto pensa: ‘non c'è Dio’. Sono
corrotti, fanno cose abominevoli: nessuno più agisce bene” (Salmo 15,1).

Esiste conflitto tra ragione e fede?


Non di rado si sente dire che ragione e fede non possono coesistere, che sono in conflitto e cozzano
insieme! Lo si impara spesso nelle scuole e nelle università, come se fede e scienza fossero un
problema! Ma lo sono davvero?
Per rispondere conviene ricordarsi che ragione e fede sono due luci per conoscere. La prima si apre
sul mondo degli uomini per conoscere i loro problemi, ad esempio: come costruire una casa, come
medicare un malato, come educare un giovane, come piantare una vigna, come fare politica, ecc...
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Questa bella luce della ragione però, comincia a faticare quando deve rispondere alle domande
che stanno all’orizzonte della vita dell’uomo, ad esempio: perché la morte? la sofferenza? chi è
l’uomo? da dove viene? quale è la sua vocazione? dove va? ecc... Da sola, la luce della ragione
balbetta e se trova delle risposte, spesso sono frammentarie ed inferme. Ci vuole un’altra luce che
gli venga in aiuto: la fede!
Forse un semplice esempio potrà spiegare meglio il rapporto che esiste tra queste due luci, nel
rispetto delle loro autonomie. Sappiamo che il miope è una persona che vede bene i dettagli da
vicino, ma da lontano fa fatica ad intravedere le forme, sa che può sbagliare. La luce limitata degli
occhi richiede perciò un aiuto: gli occhiali. Con questi, il miope vede correttamente, e da vicino, e
da lontano: ormai tutte le forme appaiono chiare e nitide.
Così è il rapporto tra ragione e fede. La luce della ragione si apre sul ricchissimo mondo degli
uomini (la scienza, la tecnica, le straordinarie scoperte,.. e le tante altre conquiste che sono omaggio
alla ragione umana), ma quando si sofferma sulla frontiera della vita umana, con le domande
limitrofe (il mistero della morte e dell’aldilà, il mistero della persona umana dal suo concepimento
alla sua morte naturale, la sofferenza, il senso ultimo della vita,...), la ragione fa fatica. Le sue
risposte potrebbero annebbiarsi nel dubbio: niente di veramente sbagliato, però nessuna risposta
certa. E’ necessaria la luce della fede per venire in aiuto alla luce della ragione. Tutte e due sono
luci, ognuna investigando nel proprio campo, ma le loro autonomie non tolgono niente alla loro
solidarietà! La Luce della fede non snatura la luce della ragione, ma la rende capace di vedere
nitidamente le difficili domande dell’uomo!
Quando mai esiste un conflitto tra fede e ragione? E’ impossibile, perché queste due luci hanno Dio
come origine. Ora Dio non può contraddirsi nei suoi doni: il vero (della ragione) non può
contraddire il vero (della fede)! Invece se esistono opposizioni, è tra l’uomo di scienza e l’uomo di
fede perché tra di loro si è inserito l’errore o l’orgoglio. Purtroppo troppe persone, non amiche della
verità, insistono per opporre scienza e fede. E’ un errore che va denunciato perché con il voler
separare ragione e fede, il credere e la scienza, viene meno l’uomo nelle sue possibilità di conoscere
in modo adeguato se stesso, il mondo e Dio! Quanto è importante stimare appieno sia la ragione che
la fede, come due luci meravigliose date all’uomo per orientare la sua vita verso l’ultimo e
definitivo incontro con il Creatore e Salvatore.
*
4 - LA FEDE E’ UN DONO!

Eravamo rimasti troppo tempo sotto il nostro albero a parlare di Dio, a dissertare di fede e di ragione. Il
confronto con il Clan aveva in un certo modo cancellato il tempo. Ma il sole per conto suo non smetteva di
correre la sua corsa dall’alba al tramonto. Passato lo zenit, adesso calava verso sera. Era ora di ripartire per
non arrivare troppo tardi al bivacco serale. Giusto il tempo per controllare la direzione... e su, zaino in spalla,
siamo ripartiti per i sentieri in direzione di San Quirico d’Orcia. La natura che ci accompagnava era
splendida, fatta di colline ondeggianti, riposanti per lo sguardo. Marta e Elisa erano rimaste con me, un po’
dietro al Clan, e mi domandarono: “Ci chiedevamo se la fede è di tutti? Quando viene data? E’ la stessa fede
per tutti gli uomini? E se sì, perché tante religioni? Forse esistono diverse fedi?”.

E’ necessario il dono soprannaturale della fede?


Ricordatevi come all’inizio abbiamo cominciato con una riflessione sulla fiducia per rispondere poi
alle vostre domande sulla fede. Abbiamo visto che fede e fiducia seguono lo stesso movimento
intellettuale, il quale consiste nell’affidarsi ad una parola per poi accoglierla. Tuttavia fiducia e fede
si distinguono in quanto la prima è un dono naturale che permette una relazione tra due persone
umane, invece la seconda è un dono soprannaturale che crea una relazione tra l’uomo e Dio. La
differenza è talmente grande tra creatura e Creatore che ci vuole un aiuto particolare di Dio per
stabilire questa relazione. L’uomo, da solo, non ce la fa! Ci vuole dunque il dono della fede.
“Perché si possa credere, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori
dello Spirito Santo, il quale muove il cuore e lo rivolge a Dio, apre gli occhi della mente, e dà a tutti
dolcezza nel consentire e nel credere alla verità” (Concilio Vaticano II). Senza tale dono, la Parola
di Dio e il suo messaggio non hanno nessun valore particolare. Potrà essere letta come evento
storico, culturale, filantropico, ma sicuramente non salvifico!
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La fede è un dono fatto a tutti gli uomini o alcuni ne sono esclusi?


Questo dono, Dio lo fa a tutti gli uomini, assolutamente! E senza preferenze di persone. E’ una
necessità assoluta perché non esiste salvezza senza la fede: “Senza la fede è impossibile essere
gradito a Dio. Infatti chi si accosta a Lui deve credere che egli esiste e che ricompensa coloro che lo
cercano” (Ebrei 11, 6). Il dono della fede è per tutti gli uomini, TUTTI! Ma non tutti accolgono il
dono perché è una proposta che aspetta una libera e generosa risposta. Dio non si impone mai. E voi
ragazzi, a che punto siete nel vostro cammino di fede? L’avete mai accolta? L’avete persa? L’avete
ignorata?... Possa questa Route estiva ripristinare questa Luce che Dio non smette di dare, di dare
ancora!

Come e quando viene data la fede?


Se il dono della fede è per tutti, non è offerto a tutti nello stesso modo: chi attraverso il battesimo;
chi all’inizio della vita; chi alla fine della vita; chi dopo una sofferenza; chi grazie ad un incontro
unico e significativo; chi dopo la lettura di un libro, la visita ad un santuario; chi per aver ascoltato
una testimonianza; chi per piste conosciute da Dio solo, ecc... Dio è sempre presente nella storia di
ognuno per fare il regalo della fede. Essere cristiano, o appartenere ad una religione monoteista o
un’altra religione, vivere culti diversi e delle volte oscuri, tutto ciò non frena Dio nella sua offerta
della fede. Lui sa che la sua ultima Parola viene pronunciata nella coscienza di ogni uomo, questo
‘tabernacolo’ vivente dove s’incontrano la voce dell’uomo con la Voce di Dio.

Quante fedi esistono?


Se uno solo è Dio e se una sola è la sua Rivelazione, una sola deve essere la fede, come risposta
dell’uomo alla sua iniziativa di salvezza: “Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo, un
solo Dio Padre di tutti...” (Efesini 4, 5-6).
Ma quest’unica fede conosce uno sviluppo progressivo dall’implicito all’esplicito. L’implicito della
fede è simile ad un piccolo seme che contiene tutto lo sviluppo dell’albero. Questo piccolo seme
consiste nel credere in due affermazioni essenziali: 1) che Dio è Persona e non una ‘cosa’ , un
oggetto o una qualsiasi energia; 2) che viene incontro all’uomo per aiutarlo: “Chi si accosta a Dio
deve credere che egli esiste e che egli ricompensa coloro che lo cercano” (Ebrei 11, 6). Invece
l’esplicito della fede è simile all’albero alto e sviluppato, e consiste in altre due affermazioni: 1) che
Dio è Padre; 2) che ha mandato il suo Figlio per salvare gli uomini: “Questa è la vita eterna: che
conosco te, l’unico vero Dio e colui che hai mandato, Gesù Cristo” (Giovanni 17, 3). Cosa è
cambiato tra l’implicito e l’esplicito? Assolutamente niente perché la fede non cambia! La fede non
ha fatto altro che un salto in profondità: il Dio personale ha preso un volto di carne per stare con
noi, per morire per noi, risorgere e darci il suo Spirito di Vita! E’ Gesù Cristo, vero Dio e vero
Uomo che ci insegna a dire: ‘Abba! Padre!’.
Ogni uomo ha il dovere di coscienza di sviluppare continuamente la propria fede, di passare da un
livello implicito ad uno più esplicito. In questo cammino, quanto è importante la trasmissione esatta
della fede, l’educazione cristiana dei genitori ed educatori, la voce della Chiesa che è madre e
maestra e che ci insegna le vie di Cristo all’uomo. Dove è andato a finire il piccolo seme della
vostra fede? E’ cresciuto? E’ diventato alberello? O è seccato nei meandri della tua vita?... Sappi
che non è mai troppo tardi per ripartire!
*
5 - COME ACCOGLIERE IL DONO DELLA FEDE?

Dopo circa 5 km nel bel mezzo delle colline della Val d’Orcia è spuntata una ‘perla’ di chiesetta! La pieve di
Vitaleta. Circondata di cipressi, sorge luminosa e chiara, piccola e discreta in un gran deserto! Fa parte di
quelle sorprese che colmano di gioia i viandanti e i pellegrini! Non si può fare a meno di una sosta! Sdraiati
per terra, ognuno si toglie gli scarponi per far respirare i piedi!
A Marta ed Elisa si è aggiunto Luigi. Tra due sorsi d’acqua bevuti alla sua borraccia chiede: “Ma dove è
andata a finire quella fede che sentivo da piccolo? Mi chiedo se l’ho mai ricevuta o se l’ho persa davvero. In
ogni modo quando ci penso, appartiene al passato della mia vita. Ma il futuro? Esiste un progetto su di me,
una vocazione fatta per me?... che confusione!”.
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La fede è un dono. Cosa fare per accoglierlo?


Accogliere il dono della fede non è per niente una cosa scontata! Dio, per conto suo, ha fatto la sua
parte, proponendo all’uomo la fede. Adesso si tratta di sapere come si pone davanti a tale iniziativa.
Come si risponde? Come si accoglie il dono? Come mai si può smarrire il dono accolto?

Anzitutto, cosa è un dono?


La più bella espressione dell’amore è l’amore-dono (agape). Si tratta di un amore che si dà, che si
apre totalmente all’altro, senza ombra, senza riserva, senza ricerca di se stesso, solo per la gioia
dell’altro e per diventare con esso una cosa sola! Vivere l’amore-dono è rischiare. Ma è così, perché
è costitutivo di ogni amore generoso e aperto.
Esistono alcuni requisiti però, perché un dono diventi davvero un dono: anzitutto il datore (colui
che ha l’iniziativa del dono), poi l’accogliente (colui che riceve il dono) e infine il dono stesso
(ossia la relazione). Sono tre distinti, ma dandosi diventano una sola cosa! Tre esprime la perfezione
dell’amore e ci mette sulla soglia... della Trinità! Invece se il dono non viene accolto, il datore si
sente ferito perché l’amore non è amato; il dono si sterilizza; e l’accogliente rimane nella propria
solitudine!... è l’anti-amore!

Come mai si fa fatica ad accogliere il dono della fede?


Quanto è importante creare o ricreare le condizioni perché la gratuità di Dio possa essere ricevuta!
Se non esiste una certa disponibilità ad accogliere la fede, il dono di Dio non tarda a morire! Questa
è sicuramente la condizione di tanti giovani che hanno perso la fede, perché, alla proposta di Dio,
hanno presentato un cuore ingombrato da mille interessi! Il vero problema che sterilizza la fede
oggi, è qui!
Forse un semplice esempio farà capire meglio in cosa consiste la difficoltà: se un povero
mendicante vuole ricevere un aiuto, deve presentare una mano aperta e accogliente. Se invece la
mano è chiusa, l’offerta cade a terra, inutile! Per la fede è la stessa cosa! Ci sembra di sentire il
Vangelo di stamattina? “Mentre partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di
Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c'era Gesù,
cominciò a gridare e a dire: ‘Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!’. Molti lo sgridavano per
farlo tacere, ma egli gridava più forte: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me!’. Allora Gesù si fermò e
disse: ‘Chiamatelo!’. E chiamarono il cieco dicendogli: ‘Coraggio! Alzati, ti chiama!’. Egli, gettato
via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: ‘Che vuoi che io ti faccia?’. E
il cieco a lui: ‘Rabbunì, che io riabbia la vista!’. E Gesù gli disse: ‘Và, la tua fede ti ha salvato’.
Subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada” (Marco 10, 46-52).
Dio passa nella nostra vita con il dono della fede. Certe persone lo accolgono, altre invece sono
incapaci di accoglierlo. Cosa è successo? Quali sono le origini di questa chiusura che sterilizza la
fede? Forse perché la fede non è stata trasmessa da nessuno, in modo particolare in famiglia; perché
si è vissuta un’educazione senza attenzione alla fede; perché c’è stato scandalo da parte di chi
doveva essere testimone della fede; perché si è rimasti scioccati dal male nel mondo; perché si sono
fatti degli incontri o delle letture che hanno reso la fede confusa; perché la passione per il successo
scolastico o lavorativo, o l’avidità per il denaro hanno completamente assorbito il cuore al punto di
fregarsene della fede; perché il gusto per il piacere più sfrenato ha sepolto la persona nei sensi facili
e morbidi; perché il contesto sociale è decisamente antireligioso e chiuso alla fede, a tal punto che è
difficile percepire Dio, ecc... allora la fede non interessa proprio! L’uomo sembra sordo ai richiami
del Cielo! Anche se passassero San Giovanni Battista o San Paolo in persona, non servirebbe a
niente, non sarebbero ascoltati! Gesù ne parla con estrema lucidità, nella sua parabola del
seminatore: “Voi dunque intendete la parabola del seminatore: tutte le volte che uno ascolta la
parola del regno e non la comprende, viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore:
questo è il seme seminato lungo la strada. Quello che è stato seminato nel terreno sassoso è l'uomo
che ascolta la parola e subito l'accoglie con gioia, ma non ha radice in sé ed è incostante, sicché
appena giunge una tribolazione o persecuzione a causa della parola, egli ne resta scandalizzato.
Quello seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la preoccupazione del mondo e
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l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto. Quello seminato nella terra
buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il
sessanta, ora il trenta” (Matteo 13, 18-23).

“Fermati, disse Luigi, perché quello che stai dicendo mi interessa in prima persona. Mi sembra di ascoltare la
mia storia. Sì, ho avuto la fede. Adesso dov’è? Non lo so più! Sarà caduta sulla strada secca? Nel cespuglio
dei rovi? In mezzo ai sassi? Ma cosa devo fare per seminarla di nuovo nella terra buona? Esiste qualche
ricetta?”. Lo percepivo inquieto e desideroso di sapere!... Nel frattempo i capi avevano ripreso a camminare.
Stavamo per arrivare a San Quirico d’Orcia, un borgo troppo popoloso per soffermarci!

Come fare per (ri)accogliere il dono della fede?


Come e cosa fare per scavare un desiderio e fare nascere una fame in un mondo dove si possiede
tutto e si pensa di essere tutto? Come fare perché l’uomo possa ritornare ad essere un ‘mendicante’
di felicità vera? Come fare per aiutarlo a riaprire la sua mano per ricevere il dono di Dio, lui che
“ricolma di beni gli affamati e rimanda a mani vuote i ricchi?” (Luca 1, 53). Ecco delle domande
acute ed urgente!
Per rispondere, bisogna creare delle opportunità perché l’uomo di oggi possa riscoprirsi. Forse la
prima cosa da fare è farlo ‘uscire’ dal suo mondo facile e comodo. Il chiasso della città, i ritmi
frenetici, il benessere, le distrazioni, la confusione dei pensieri e dei cuori ,fanno galleggiare l’uomo
alla superficie di se stesso, senza mai costruirsi. Si perde in un vortice di dubbi.
Dove trovare un ambiente reale con il quale si potrà misurare? La natura, fatta di montagne, di
campagne, di boschi, di cielo, di stelle, di notti, ecc... sono sicuramente una risposta valida. Non è
possibile barare con la natura: la notte è davvero buia, l’acqua bagna davvero, il sole picchia
davvero, la sete fa male, la strada è lunga, la terra è bassa e scomoda, i tramonti sono sorprendenti
di bellezza, ecc... Ecco i tanti mezzi per risvegliare la persona intorpidita dalle apparenze di un
mondo rassicurante. L’avventura, la strada, il camminare a lungo per chilometri, la vita all’aperto, il
silenzio, ecc... non tardano a manifestare quanto la persona è vulnerabile, quando non è più protetta
da tutte le sicurezze del mondo. Questa vulnerabilità è necessaria, anzi è educativa! E’ la prima
tappa per creare un bisogno nel cuore. Il corpo ritrova allora i suoi meccanismi di difesa, i sensi si
fanno più acuti, i disagi tipici del vivere all’aperto costringono a reagire, ad organizzarsi, a
sviluppare il carattere. E pian piano la persona impara di nuovo a stimarsi, a volersi bene tale e
quale è così com’è! Il cuore scopre dietro la bellezza del creato un’altra Bellezza. E’ il primo passo
verso la maturità umana e verso l’uomo responsabile.
Non si parte da soli nella natura, ma insieme, in comunità. I pericoli della nostra società
tecnologicamente sviluppata nell’arte della comunicazione, sono l’individualismo e la solitudine.
Ne soffrono troppe persone. La comunità è l’antidoto. In essa si impara a tessere una rete intensa di
relazioni più o meno felici, ma sempre basate sulla fiducia che cresce in comunione ,per costruire la
comunità. E’ anche il luogo dell’incontro, perché la qualità di una vita passa per la qualità di certi
incontri. E’ il luogo del confronto per offrirsi ricchezze e debolezze. La comunità è una tappa
d’obbligo per maturare la persona e aprirla sul volto degli altri, dietro il quale si nasconde un...
altro Volto.
Quando la persona comincia a stare meglio con se stessa, scopre in sé un coraggio nuovo per osare
delle scelte. Certo, la paura esisterà sempre, ma il ragazzo non teme più di dare la propria parola,
di impegnarsi e di rimanere... fedele! Progredire nelle scelte è far brillare su di sé la bellezza del
progetto di Dio che ci ha creati a ‘Sua immagine e somiglianza’. In altre parole significa essere
responsabili! E’ il segno che ormai esiste una disponibilità ad accogliere il dono della fede, è la
garanzia che l’humus del proprio cuore attende il seme della Parola di Dio. Invece, come faranno ad
accogliere la ‘fede’ coloro che non sono mai ‘fede-li’ alla propria parola?
Lo scoutismo, con il suo metodo educativo, ha qualcosa da dire, oggi più che mai! Con il gioco, con
l’avventura, con la scoperta della natura vera ed esigente, con la strada, il servizio attento ai più
piccoli, con la scelta, la fedeltà all’impegno preso, con la vita di comunità, ecc... Tutto questo
sviluppa nel ragazzo un sano umanesimo e lo educa progressivamente ad essere uomo e donna
responsabile. La capacità dell’ascolto degli altri e di Dio, la disponibilità generosa, la perseveranza
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nelle difficoltà, il carattere costante, l’ammirazione del bello, specchio della Luce di Dio sono le
basi umane e necessarie perché, finalmente, possa essere accolto il dono della fede. Non è raro che,
dopo un Campo estivo, una Route vissuta in stile, il giovane ‘ateo’, illuminato dall’incontro di una
persona credibile, si ravveda e cominci ad orientare la sua vita verso nuovi orizzonti: quelli della
fede!
Sì, lo scoutismo è un metodo educativo naturale... aperto al soprannaturale! Esso è una valida
proposta che educa i ragazzi ad avere i ‘piedi per terra’ (cioè uomini reali!), con ‘la testa sulle
spalle’ (cioè uomini responsabili!), ma ‘gli occhi verso il Cielo’ (cioè uomini che vivono la fede!).
Gesù lo conferma, insistendo spesso nel Vangelo: “Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri
orecchi perché sentono!” (Matteo 13, 16). La condizione primaria dell’accoglienza della fede è
avere gli occhi e le orecchie del corpo e dello spirito aperti e disponibili. Lo scoutismo rende questo
grande servizio ai giovani, quando esso gioca bene le regole del suo gioco!

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6 - COME COLTIVARE IL DONO DELLA FEDE?

Quale rapporto tra dono e responsabilità?


Se ricevere un dono è gioia, è anche un impegno! Vorrei farvi un esempio per illustrare il rapporto
tra dono e responsabilità. Chi di voi non si rallegra di ricevere regali durante le feste di Natale?
Arriva un tale a casa tua, suona e ti offre una splendida ‘Stella di Natale’. Dopo i ringraziamenti,
chiudi la porta e dimentichi stupidamente il fiore sul termosifone! Non tarda a seccare e morire! Di
chi è la colpa? Tutta la colpa è tua perché non hai preso cura del dono ricevuto! Ogni dono fa
l’uomo responsabile del dono ricevuto. Gesù ne parla anche nel Vangelo: “Un uomo diede cinque
talenti al primo servo, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità, e partì.
Colui che aveva ricevuto cinque talenti, andò subito a impiegarli e ne guadagnò altri cinque. Così
anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un
solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone” (Matteo 25,
15-18). E’ la parabola dei talenti!
I doni ricevuti sono tanti: doni naturali (corpo, intelligenza, capacità artistiche, coraggio,...) e doni
soprannaturali (la Parola di Dio, la fede, la speranza, i sacramenti, ecc...). La prova che Dio ha
un’alta stima dell’uomo è che gli affida i suoi doni, lo rende responsabile dei suoi tesori. Sarà
chiesto ad ogni uomo cosa avrà fatto dei doni ricevuti, come li avrà fatti fruttificare. Guai allora a
chi rovina tutto per egoismo e pigrizia!

Nella salita verso Vignoni Alto, la strada si prestava bene per continuare la nostra riflessione. Quanto più
salivamo, tanto più era bella, ma bella davvero, la campagna senese! Un incanto di armonie, tra colori, alberi
e colline distese all’infinito! A fianco di Luigi è arrivata Roberta, sempre interessata e curiosa di sapere.
D’un tratto disse: “Come facciamo a percepire Dio? Esiste una dimostrazione dell’esistenza di Dio? Perché
dovrei crederci? Se Dio esiste, perché non si fa vedere? Io lo vorrei proprio vedere!”.

Come coltivare il dono della ragione per scoprire Dio?


Se è importante coltivare il dono della fede, è altrettanto importante coltivare il dono della ragione.
Per comunicarsi agli uomini e per dire il suo amore troppo grande Dio ha scritto ‘due libri’. Sono i
‘due libri’ dell’unica Rivelazione.
Nel primo ‘libro’ Dio racconta la Creazione, come dal niente egli ha voluto fare le cose belle per gli
uomini. Nel secondo ‘libro’ egli svela la sua Vita intima, le sue relazioni d’amore, i suoi progetti
per l’uomo e il creato. Per leggere il primo libro e accoglierne il messaggio serve la ragione umana;
invece per leggere il secondo libro serve la fede.
L’uomo è come un ‘esploratore’ che indaga tutto il creato per capirne i funzionamenti, le leggi, i
meccanismi, la sua bellezza straordinaria,... e scoprire dietro a tutto ciò un Essere personale, origine
di tutto. Queste scoperte, questo meravigliarsi alimentano nell’uomo un ‘istinto’ che lo apre su Dio,
al punto che si può dire che egli è per natura un ‘essere religioso’. Non di rado però, pesanti ostacoli
fanno dubitare dell’esistenza di Dio! Alcuni concludono dicendo che Dio non esiste, che la scienza
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può spiegare ogni cosa, o quasi!... e che se si ignora ancora oggi qualcosa, sarà scoperto domani e
darà conferma della non esistenza di Dio. In effetti, quando c’è confusione si può perdere la traccia
di Dio o rifiutarlo esplicitamente.
Le origini di questo ateismo sono diverse e pervadono il pensiero moderno: sarà la cultura
materialista, sarà l’insegnamento dato in certe università ‘cultrici’ del dubbio, sarà la prepotenza di
potercela fare da solo, sarà l’attaccamento al denaro, ecc... Quando la ragione si chiude nel labirinto
del dubbio sistematico, rischia di perdere la sua forza, la sua stessa identità e di lasciarsi trascinare
da correnti di pensieri deboli e ambigui. Ma la ragione non ha il diritto di abdicare davanti alla sua
ricerca del vero. L’uomo è questo ‘esploratore’ che ha ricevuto in dono la ragione: ne è responsabile
e deve impegnare tutto lo sforzo della sua intelligenza per cercare e trovare.
Per chi ha il cuore retto e per chi sa leggere con onestà, l’esistenza di Dio è manifesta nel creato.
Come non stupirsi davanti alla bellezza della natura? E’ il caso che fa così bello il mondo? O
piuttosto un ordine e un’armonia voluti da una Mente artista?... Ecco una prova dell’esistenza di
Dio.
Come non interrogarsi sull’origine del mondo? Esiste creatura che è in se stessa la fonte del proprio
essere, un po’ sul modello della generazione spontanea? O piuttosto esiste una Causa prima, una
Genesi assoluta che crea un primo, poi un secondo, poi un terzo, fino... all’ultimo? Ora visto che è
evidente che l’ultimo c’è, deve esistere la sua Origine, per forza! Rifiutare una tale evidenza è
negare l’esistenza della Causa, ma anche dell’ultimo effetto. A questo riguardo vale la pena di
ascoltare le parole stesse di Paolo: “Ciò che di Dio si può conoscere è manifesto agli uomini. Dio
stesso lo ha manifestato loro. Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili
possono essere contemplate con l'intelletto nelle opere da lui compiute, come la sua eterna potenza
e divinità” (Romani 1, 19-20)... E’ un’altra prova dell’esistenza di Dio.
Non c’è uomo che non desideri essere felice! Nel cuore di tutti abita una nostalgia di felicità. La
felicità non è mai un optional, bensì un obbligo! Tutti siamo costretti a cercarla, a desiderarla e a
volerla! Poi ognuno se la trova dove può: chi nel servizio, chi nell’amicizia, chi nell’arte, invece chi
nel bere, chi nel denaro, chi nel sesso,... Sant’Agostino ne è un famoso testimone: “Dio, ci hai fatti
per te e il nostro cuore non ha pace finché non riposa in te”... Questa è un’altra prova dell’esistenza
di Dio.
Quante persone e quanti ragazzi, avventurati sui sentieri di montagna, sono rimasti silenziosamente
stupiti davanti alla maestà, alla luce e alla potenza di picchi alti e coperti di neve! Allora tutta la
persona intuisce che vi è Qualcosa di grande. Riflette! Contempla! E’ l’esaltazione della ragione e
dell’intelligenza che alza a Dio – quasi a sua insaputa – un canto di lode e di ringraziamento.
Quando si riscende a valle, il chiasso della città non potrà mai cancellare certe intuizioni, certe
‘aperture’ che si spalancano sugli orizzonti della vocazione di ognuno. Gli stessi brividi toccano
anche i cuori degli scienziati, quando passano ore e ore in laboratorio per dissecare il creato, capirne
le leggi misteriose, stupirsi della straordinaria combinazione dell’infinitamente piccolo. La ragione
non può non interrogarsi, riflettere, ammirare e ringraziare!

Come coltivare il dono della fede?


Dio ha scritto il primo Libro della sua unica Rivelazione: la Creazione. L’uomo risponde con la sua
intelligenza cercando, scavando, scoprendo questo Capolavoro.
Ma quando si ama, si ha voglia di raccontare tutto, dire tutto, dare tutto! Dio non ce la fa a non dare
tutto perché è innamorato e solo gli innamorati fanno salti mortali! Dio scrive nel secondo Libro
della sua Rivelazione il racconto della sua Vita Intima. Questa volta, ci vuole la fede per
accoglierne il messaggio.
Ricevere il dono della fede non è riposo, bensì responsabilità! Un po’ alla maniera di un seme
piantato nel giardino, la fede va coltivata, annaffiata, concimata. Non tarderà allora a crescere alta e
rigogliosa! “Il regno dei cieli si può paragonare a un granellino di senapa, che un uomo prende e
semina nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande
degli altri legumi e diventa un albero, tanto che vengono gli uccelli del cielo e si annidano fra i suoi
rami” (Matteo 13, 31-32).
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Quali sono i concimi per coltivare la fede? Sono principalmente quattro: la vita di preghiera, la
vita sacramentale, la vita di servizio, la vita di comunità. Qualcuno potrà obbiettare che ne esistono
altri? Sicuramente, ma saranno in un modo o nell’altro ripresi in uno di questi quattro punti. Gesù
stesso ne dà la conferma nel vangelo di Luca: “Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e
una donna, di nome Marta, lo accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la
quale, sedutasi ai piedi di Gesù, ascoltava la sua parola; Marta invece era tutta presa dai molti
servizi” (Luca 10, 38-39). La lettura di questo brano di Vangelo mette in evidenza quattro
protagonisti: due donne, Marta e Maria; un uomo, Gesù; la casa dove viene accolto. Tutti e quattro
stanno a simboleggiare questi ‘concimi’ della fede.
Marta è la donna dell’accoglienza. Apre la porta per far entrare l’Ospite in casa sua. E’ generosa.
Intuisce il bisogno degli altri, sta in piedi e si sporca le mani per venirgli incontro. Marta è simbolo
del servizio. Rischia però di essere assorbita dal suo lavoro e di perdere di vista Gesù, l’Ospite!
Maria è anche donna dell’accoglienza. Ascolta Gesù e lo fa entrare, non solamente in casa, ma
nell’intimo del suo cuore. Per questo che Gesù dice: “Maria ha scelto la parte migliore e non le sarà
tolta”. Lei ama e non vuol perdere di vista Gesù. Lo segue, sta con lui, si siede, ascolta, accoglie.
Maria è simbolo della preghiera cristiana.
Gesù è colui che dà la Parola e i Sacramenti. E’ il pellegrino accolto dalle sorelle per essere
accudito, nutrito, ma è anche colui che nutre, rinfranca con la sua Parola e i Sacramenti.
Infine, la casa è il simbolo della Comunità, il luogo dell’incontro per permettere la relazione tra le
persone.

Un po’ prima di imboccare il sentiero che passa sopra Ripa d’Orcia per poi scendere a valle, passare il fiume
Asso e risalire verso l’Abbazia di Sant’Antimo, si era pensato di fare una bella sosta. Con uno spuntino per il
piacere della bocca! Riccardo e Alice avevano serbato nel loro zaino una sorpresa: un bel pezzo di salamino
con pane fresco!! Delizie e delicatezze della vita comunitaria! Più tardi, quando eravamo ripartiti Matteo e
Elena mi chiesero: “Come si fa a mantenere una fede forte anche nei momenti difficili, quando ci si sente
abbandonati e si soffre? Oltretutto, una volta arrivati a credere in Dio, come si può ogni giorno fortificare e
rinsaldare la propria fede? Hai delle piste da proporci per vivere meglio la fede?”.

Come coltivare la fede con la preghiera?


Pregare è difficile. Tanti sono i motivi per i quali non si prega. Sicuramente perché manca il tempo
e quando arriva la sera, a notte inoltrata, dove trovare la forza per pregare? Si crolla nel sonno! Poi
mettici la pigrizia o la poca voglia! Poi tutte le distrazioni!Poi i mille interessi che colmano
abbondantemente la vita: cosa è la preghiera a confronto di queste seduzioni? Sa proprio di poco!
Poi la mancanza di fede: a cosa serve pregare quando Dio è assente, non ascolta, non considera le
nostre miserie! A forza di non pregare, non si prega più, davvero!
Invece la preghiera va riscoperta perché è necessaria, come è necessario respirare per vivere.
Qualcuno crederà che sia esagerato pensarla così. Ma, riflettendoci, la preghiera è la grande
contestazione fatta al nostro mondo contemporaneo che rischia di chiudersi nel materiale, nel
sensuale, nell’egoismo.
Purtroppo troppo spesso non sappiamo pregare perché nessuno ce l’ha insegnato. Allora la
preghiera non è più preghiera, ma un’introspezione psicologica per analizzare i propri sentimenti, le
emozioni, le diverse impressioni vissute con le persone incontrate. Riflettere su se stesso e sui
propri atti è cosa lodevole, ma perché diventi preghiera ci vuole un passaggio in più. Esso consiste
nel mettere la propria vita nella luce di Dio e sotto il suo sguardo. Allora sì, la preghiera diventa atto
di fede! Non si chiude più in un monologo, ma si apre su un dialogo di due persone che parlano e
ascoltano. Dio parla e l’uomo ascolta, l’uomo parla e Dio ascolta. Il punto di partenza della
preghiera è sempre la Parola di Dio ascoltata alla maniera di Maria che, seduta ai piedi di Gesù, era
attenta.
Cosa fare? Anzitutto avere il carattere per trovare il tempo di pregare: sarà una volta al giorno o tre
volte alla settimana? Ci vogliono dei momenti ‘perduti’ per Dio, per incontrarlo gratuitamente. Chi
ama sa perdere del tempo, sa spendere del suo prezioso tempo per l’amato. Invece quando si ama
poco, si ha poco tempo per l’altro. Per la preghiera è la stessa cosa. “E’ il tempo che hai perso per la
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tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante!” (Piccolo Principe). Un minimo di 15 o 20
minuti non sono troppi.
Cosa fare ancora? Possibilmente cercare e trovare un posto bello per pregare. Certo, si può pregare
anche nel letto, ma bastano pochi minuti per affondare nei sogni. Sarebbe meglio individuare dei
‘luoghi significativi’. Ad esempio: seduto davanti ad un’icona o sotto qualche albero, o raccolto da
solo nella chiesa che sta nelle vicinanze di casa, ecc...
Cosa fare per pregare? All’inizio prendere il Vangelo, leggere con il cuore, ascoltare, segnare le
provocazioni, serbare qualche versetto, confrontare la propria vita con la Parola di Dio, lasciare
Gesù entrare nella vita quotidiana e... rispondere! Nasce il dialogo. “Così il Signore parlava con
Mosè faccia a faccia, come un uomo parla con un altro” (Esodo 33, 11). Gli inizi sono balbuzienti e
noiosi... ma è normale: questo vale per tutti. A forza di perseverare però, cresce l’intimità con
questo Qualcuno che si rivela. Diventa Amico, discreto ma sempre presente. Il suo nome è
‘Emanuele’ cioè Dio-con-noi, perché Dio non sa stare lontano dagli uomini! Lui non desidera altro
che condividere in tutto la nostra vita quotidiana e trasformarla con la Luce della fede.
Cosa fare? Pregare da soli non è sempre comodo: anche i migliori propositi rischiano di appassire.
Ma insieme ci si fa forza! Perché non ritrovarsi ogni tanto con uno o due amici – o con una
Comunità - per condividere la Parola di Dio come se fosse pane da spezzare e da offrirsi? Provateci
e vedrete quante sorprese Gesù sa fare a chi si raduna nel suo Nome. Allora la Parola si illumina, si
moltiplica. La Comunità diventa ‘scuola di preghiera’.
Cosa fare ancora? Perseverare e perseverare! Dio non è un Babbo Natale che accondiscende i
nostri capricci. La preghiera deve farsi insistente e tenace perché ci si aspetta tutto da Dio, Lui è
nostro Padre. Non può ignorare la nostra supplica: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete;
bussate e vi sarà aperto; perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto.
Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? O se gli chiede un pesce, darà una
serpe? Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre
vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano” (Matteo 7, 7-11).
Ascoltare la Parola di Dio è bene. Pregare con la Parola di Dio è meglio. Approfondire la Parola di
Dio è cosa ottima! Non è pensabile rimanere tutta la vita come dei ‘nani’ per ciò che riguarda la
fede perché il catechismo non è stato vissuto bene, quando invece siamo dei ‘giganti’ per ciò che
riguarda la scienza e la tecnica perché la scuola costringe allo studio. Purtroppo, quando si diventa
adulti, si precipitano spesso le grandi domande per trovare un senso, per fare delle scelte, per
tendere verso la felicità, ma non si è pronti. Allora non si sa bene dove andare a sbattere la testa.
Quanti dubbi nella vita? Quante accuse fatta alla Chiesa? Quante perplessità? Quante domande che
non trovano mai una risposta, perché è mancato un ‘maestro’ e non c’è stato un profeta per proporre
risposte credibili! Esiste una reale urgenza di approfondire la propria fede. E’ una responsabilità
da coltivare. In questa ricerca della fede, ognuno dovrebbe essere un po’ come i Re Magi che,
davanti alle difficoltà dei lunghi deserti da attraversare, delle notti fonde, della corte di
Gerusalemme che imbroglia le carte, non si arrendono ma seguono la stella fino alla gioia
dell’Incontro, della scoperta della Luce, della Verità! Quando ci si sente impreparati, perché esitare
ad alzarsi? Vale la pena percorrere chilometri e chilometri per potersi confrontare con ‘maestri di
vita’ che hanno qualcosa da dire sulla fede, perché sono i primi a viverla senza finzione! Non esiste
prezzo troppo caro da pagare per trovare una risposta che dia luce e felicità!
Questa è la figura di Maria! Essa è simbolo di chi ascolta la Parola di Dio e si confronta con essa
per trovare spiegazioni ai propri dubbi. La preghiera è troppo importante per essere trascurata. Il
senso della vita è troppo importante per non essere approfondito seriamente. Bisogna avere l’onestà
di interrogarsi: Quanto curo la mia preghiera? Mi pongo delle domande sulla vita, sull’uomo, sulla
vocazione e cerco... risposte?

Come coltivare la fede con i sacramenti?


Nella casa di Betània, ci sono tre personaggi: Maria, Marta e Gesù. Abbiamo detto che Gesù
simboleggia la vita sacramentale, in quanto è Lui che dà i segni sensibili per comunicarci le forze
spirituali della grazia. Questi segni sensibili sono i sacramenti. Essi sono sette. Ognuno fa il suo
specifico servizio perché ciascun cristiano possa crescere e diventare adulto nella fede. Il Battesimo
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è la ‘porta d’ingresso’ per la quale si entra per diventare figli del Padre, fratelli del Figlio, tempi
dello Spirito e membri della Chiesa; la Cresima dà la forza della testimonianza; l’Eucaristia è
nutrirsi di Dio, mangiando il Corpo e bevendo il Sangue di Cristo, per diventare una sola cosa con
Lui, e dunque più uniti tutti insieme; la Riconciliazione è lasciar fare allo Spirito Santo una
‘lavatrice spirituale’ perché il cuore e la coscienza ritrovino la gioia e la pace; il Sacramento dei
malati è ricevere una forza nella malattia o un accompagnamento sulla soglia della morte; il
Sacramento del Matrimonio è sposarsi nel Signore; il Sacramento dell’Ordine è ricevere la grazia
necessaria per condurre il Popolo di Dio verso ‘pascoli erbosi’. Ogni sacramento necessita della
fede per essere accolto e per operare le sue benedizioni. Senza fede e senza un’attiva disposizione, il
sacramento non serve a niente, e potrebbe ridursi a un mero rito e ad un atto magico. Se il
sacramento però necessita della fede per essere degnamente ricevuto, esso stesso fa anche crescere
la fede, la stimola, la sviluppa.
E’ ovvio, ci sono dei sacramenti che creano difficoltà. Basta pensare alla Cresima che viene
rifiutata da chi non se la sente di andare avanti nella fede. E’ una scelta giusta perché è importante
agire con coerenza. Ma è altrettanto importante non mollare, cercare di fare luce, rispondere a una
Voce che chiama instancabilmente! Quanto al sacramento della Riconciliazione, le domande si
fanno sottili: a cosa serve confessarsi? Perché raccontare i propri peccati ad una persona che pecca
come tutti gli altri uomini? Si fa talmente meglio da solo, in un contatto diretto con il Signore! Ecco
provocazioni che necessitano risposte e chiarimenti. Nessuno ha il diritto di arrendersi e di
bloccarsi. Si deve cercare a tutti costi una risposta e fare luce.
Tra tutti i sacramenti però, l’Eucaristia è sicuramente quello che più richiede fede e che più la
stimola. Forse è l’abitudine, forse è l’inconsapevolezza, ma quale grande atto di fede facciamo
quando crediamo che il pane è Corpo di Cristo e il vino è Sangue di Cristo! E’ talmente grande che
appena dopo la consacrazione il sacerdote proclama: ‘Mistero della fede!’. Non si vede niente, non
si gusta niente, non si sente niente, ma si crede che Lui è qui, presente, l’Emanuele che viene ad
abitare in mezzo a noi! La sua presenza è davvero nutrimento per il corpo e per l’anima! “Sfamasti
il tuo popolo con un cibo capace di procurare ogni delizia e di soddisfare ogni gusto. Questo tuo
alimento manifesta la tua dolcezza verso i tuoi figli; si adatta al gusto di chi lo mangia” (Sapienza
16, 20-21).
In un certo senso, andare alla Messa e fare la Comunione è ricevere un ‘Sole’ che illumina tutta la
vita, cancella le imperfezioni, dà energie nuove per andare avanti e affrontare il peso della giornata!
Non sbagliava Santa Caterina da Siena a chiamare il sacerdote il ‘ministro del Sole’ quando,
alzando l’Ostia dopo la Consacrazione, alzava il ‘Sole di giustizia’ che è Cristo! “Per voi, cultori del
mio nome, sorgerà il sole di giustizia con raggi benefici” (Malachia 3, 20).
Come non stupirsi di constatare che le nostre lingue europee sembrano confermare il ruolo centrale
dell’Eucaristia e la sua funzione nella nostra vita? L’italiano dice: domenica; il francese dice:
dimanche; lo spagnolo dice: domingo; invece l’inglese dice: sunday; e il tedesco dice: sontag. Come
se il giorno detto ‘del Signore’ fosse anche il giorno del ‘Sole’. Sì, andare alla Messa, fare la
Comunione e mangiare l’ostia è ricevere una ‘pasticca di Sole’ per lasciarsi poi irradiare da Lui.
Ma il sole non è mai solo! Attorno a lui girano dei pianeti. Attorno al Sole della Domenica che è la
Messa, girano i giorni della settimana: lunedì (il dì della Luna); martedì (il dì di Marte); mercoledì
(il dì di Mercurio); giovedì (il dì di Giove); venerdì (il dì di Venere); e sabato (il dì del riposo).
Partecipare alla Messa e comunicarsi al ‘Sole di giustizia’ è illuminare tutti i giorni della propria
settimana, giorno dopo giorno. Ci vuole questo ‘Sole’ per vedere chiaro, per andare avanti, per fare
delle scelte e dare alla propria vita un orientamento. Invece perdere regolarmente la Messa, farne a
meno per negligenza, per poca voglia, vuol dire rischiare grosso! Se manca il Sole, i giorni della
settimana non sono più irradiati dalla presenza di Dio e la fede si spegne un po’ alla volta. A forza
di perdere la Messa, si vivono lunghe settimane buie, con il rischio di smarrirsi, di non trovare le
giuste energie per fare le giuste scelte.

Come coltivare la fede con il servizio?


Chi ha una fede viva non può stare con le mani in mano, distaccato dai problemi degli uomini. Una
fede intensa non distoglie dall’impegno della storia. Aprendo il cuore all’amore di Dio, l’uomo lo
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apre meglio agli uomini. Non è l’esempio che ci dà Gesù quando, nell’ora dell’ultima Cena, si
alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugatoio per lavare i piedi dei suoi discepoli? Gesù
passa dalla celebrazione dei Santi Misteri del suo Corpo e del suo Sangue al Servizio della sua
Comunità.
Egli attinge energia nel Dono del suo Corpo e del suo Sangue per trovare la forza di spogliarsi e
lavare i piedi dei suoi, come erano soliti fare gli schiavi! Che esempio! E’ una provocazione che ci
spinge a ricevere nella celebrazione dell’Eucaristia il coraggio del Servizio. (Vedi Giovanni 13, 1-
11).
Scendere nel mondo del Servizio non è abbandonare Dio trovato nella preghiera, ma è incontrarlo
diversamente, scoprendolo nel volto del povero e del bisognoso: “Signore, quando mai ti abbiamo
veduto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando ti
abbiamo visto forestiero e ti abbiamo ospitato, o nudo e ti abbiamo vestito? In verità vi dico: ogni
volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me”
(Matteo 25, 37-40). Lo dice ammirevolmente San Vincenzo de’ Paoli: “Non è lasciare Dio, quando
si lascia Dio per Dio, ossia un’opera di Dio per farne un’altra. Se lasciate l’orazione per assistere un
povero, sappiate che far questo è servire Dio. La carità è superiore a tutte le regole, e tutto deve
riferirsi ad essa. E’ una grande Signora. Bisogna fare ciò che comanda!”.
Non di rado nel Servizio stesso, si nasconde una sottile tentazione. Certe volte, succede che il
Servizio diventa un’occasione di ‘distrazione’ e di allontanamento dalla fede perché si dà troppa
importanza al solo ‘fare’, mettendo da parte Dio! Questo succede quando diamo una fiducia
esagerata all’opera delle nostre mani, come se i nostri eccellenti programmi bastassero per cambiare
il mondo. Si rischia di fare tanto Servizio per i fratelli, facendo a meno di Dio! E’ stata la tentazione
della generosa Marta: presa dagli impegni dell’accoglienza e assorbita dalle mille cose da fare,
rischiava di perdere l’essenziale, cioè il suo Ospite! “Marta, Marta, tu ti preoccupi e ti agiti per
molte cose, ma una sola è la cosa di cui c'è bisogno” (Luca 10, 41-42). La generosità del Servizio
passa per la qualità della fede.
Tuttavia rimane una domanda importante, ed è questa: quale è la mia disponibilità a servire? Quanta
generosità ho per venire incontro ai bisogni di chi chiama? La risposta non è sempre evidente! A
guardarsi bene attorno, certe volte non si vede altro che egoismo, ricerca del proprio comodo e
durezza di un cuore che si rifiuta di vedere la sofferenza! E’ il modo di fare di una società che punta
alla sola produzione, all’efficientismo, mai disposta a perdere tempo per servire con gratuità. Delle
volte, c’è da scoraggiarsi! Questo egoismo minaccia anche chi pretende di avere fede, ma una
fede... morta! La Parola di Dio risponde senza mezzi termini a questi fannulloni: “Che giova, fratelli
miei, se uno dice di avere la fede ma non ha le opere (servizio)? Se un fratello o una sorella sono
senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: ‘Andatevene in pace,
riscaldatevi e saziatevi’, ma non date loro il necessario per il corpo, che giova? Così anche la fede:
se non ha le opere (servizio), è morta in se stessa” (Giacomo 2, 14-18).
Invece chi ha una fede viva non può stare con le mani in mano! Agisce! Prende iniziative! Scende
nel mondo e si sporca le mani! La fede non può rimanere qualcosa di astratto, ma ha sempre delle
ripercussioni sociali quando s’impegna a cambiare certe strutture sociali, per operare il bene e stare
più vicina all’uomo bisognoso. La qualità della fede passa per la generosità del Servizio!

Come coltivare la fede con la vita di comunità?


Come si è visto, gli strumenti per coltivare la fede sono quattro: la vita di preghiera, la vita
sacramentale, la vita di servizio e la vita di comunità. Sono rispettivamente simboleggiati dalle
figure di Maria, Gesù, Marta e la Casa dove si è fermato il Pellegrino.
La fede non è mai individualista! Credere non può essere un atto isolato. Nessuno infatti si è dato
la fede da solo, così come nessuno si è dato l'esistenza da solo. Non si può credere da solo, così
come non si può vivere da soli. Il credente ha ricevuto la fede da altri e ad altri la deve trasmettere.
In tal modo ogni credente è come un anello nella grande catena dei credenti. Io non posso credere
senza essere sorretto dalla fede degli altri, e, con la mia fede, contribuisco a sostenere la fede degli
altri. “... Chi crede non è mai solo” (Benedetto XVI).
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La Comunità cristiana è come una ‘palestra’ per vivere la fede. E’ il luogo per esercitare la
relazione, allenare la comunicazione, temprare gli incontri reciproci, stringere la comunione con i
fratelli e le sorelle, ma soprattutto con Cristo. Pregare insieme, servire insieme, litigare e perdonarsi
insieme, festeggiare e celebrare insieme... sono i tanti momenti per stare con Cristo, realmente
presente in mezzo alla Comunità. La Comunità è il luogo ove il Signore si ferma ‘in mezzo’ ai suoi
discepoli: “Mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei
Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: ‘Pace a voi!’ ” (Giovanni 20,19). Ancora:
“Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro” (Matteo 18,20). E’ Lui che
aggrega, nutre, raduna e mantiene la Comunità cristiana. Non esiste vita di fede seria senza vita di
Comunità.
La Comunità non è solo incontro con Gesù, ma anche incontro con i fratelli e le sorelle dietro ai
quali si nasconde un altro volto, il Volto di Dio! In una Comunità, ogni persona illumina l’altro con
la luce della propria fede. In un certo senso, essere membro di una Comunità è diventare ‘vetrata’
per irradiare la fede sugli altri. La luce è una sola, ma le ‘vetrate’ sono tante e diversamente
colorate. Ciascuno filtra la luce attraverso il proprio carattere, il proprio genio, con la propria
debolezza, per la gioia e lo stimolo di tutti! Tutte le ‘vetrate’ messe insieme fanno un arcobaleno di
colori viventi, radunati nell’unica bandiera della fede per proclamare la pace!
La Comunità - questa ‘palestra della fede’ - permette di vivere esperienze uniche. E’ lei che offre
occasioni d’incontri particolari con persone significative o con ‘maestri di vita’ per provocare e
stimolare la fede. Cosa sarebbe la vita di tante persone senza l’Incontro unico e irripetibile con una
persona di fede? Un incontro però che è stato reso possibile solo perché c’è stata la Comunità! Sì,
la Comunità cristiana è dono!
Essere Comunità non significa essere gruppo di amici del divertimento e compagni del tornaconto.
E’ molto di più! Essere Comunità vuol dire camminare insieme verso la stessa meta, significa essere
‘cordata’ di persone solidali indirizzate verso la stessa vetta. Esiste il primo della ‘cordata’ che apre
la strada, poi gli altri lo seguono e se uno si smarrisce può ritrovare la sua direzione. La Comunità
cristiana è luogo di accoglienza e di appoggio. Ciò non è poco quando l’isolamento e la solitudine
– oggi più che mai - minacciano i rapporti nella società e nella famiglia! Ritrovarsi con persone
amiche, indirizzate verso lo stesso ideale, è un gran dono! Allora si sente protezione, solidarietà e
calore! “La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede aveva un cuore solo e un'anima sola”
(Atti 4, 32). Per fare fronte a un mondo che ha cancellato la fede, soppresso Dio e che si oppone a
scelte di vita cristiana, ci vuole assolutamente la Comunità per non smarrirsi, per trovare forza, per
custodire la gioia della fede. Insieme si è sempre più forti! “Meglio essere in due che uno solo,
perché due hanno un miglior compenso nella fatica. Infatti, se vengono a cadere, l'uno rialza l'altro.
Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi” (Qoelet 4, 9-10).
È veramente bello stare insieme, condividere momenti intensi di fraternità, di calore e di
condivisione! Ma è altrettanto vero che è una faticaccia fare Comunità insieme: saranno i caratteri,
le incomprensioni, le chiusure, le invidie o gli egoismi, ecc... sono tutte ‘forze centrifughe’ che
rischiano di fare esplodere e dividere i rapporti di Comunità! Non è appunto il comportamento di
Marta con Maria, due sorelle che litigano e che si accusano? Al di là della forza centrifuga però,
esiste la ‘forza centripeta’ che ricentra le relazioni sull’Essenziale, superando i limiti e le offese.
Questa forza è Cristo! E’ lui a rasserenare le due sorelle. E’ lui che rafforza le relazioni danneggiate
dall’orgoglio, che riporta in ogni Comunità la pace.
Infine, quando si vive nelle piccole Comunità cristiane è importante non perdere di vista la grande
Comunità che è la Chiesa. La Chiesa non si definisce come ‘istituzione’, come se fosse un’opera
fatta da uomini di potere, una specie di ‘multinazionale’. La Chiesa è Mistero di Comunione di Dio
con gli uomini e dunque degli uomini tra di loro. Vivere la Chiesa è avere la consapevolezza di far
parte di un mistero, di essere in comunione con persone sconosciute, di ogni parte del mondo, di
ogni tempo, di ogni estrazione sociale: è la comunione dei Santi. E’ sapere che non si è mai soli,
perché accanto a noi c’è Gesù, ma anche perché in ogni istante della giornata c’è la Chiesa che ci
accompagna e prega per noi attraverso i suoi membri, nelle comunità contemplative sparse nel
mondo, ma anche con la vecchietta e il malato che dicono un semplice rosario silenzioso. La Chiesa
è una realtà che supera, misteriosamente e insieme infinitamente, la somma dei suoi membri.
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Dunque l’esperienza di Comunità o di gruppo è importante, ma va vissuta dentro la Chiesa...
anche se è spesso occasione di fatiche! Eppure è condizione fondamentale per la buona salute della
propria fede.

Cosa succede quando la fede muore?


Sì, la fede è un dono! Un dono che ci rende responsabili! Ma concretamente, se si guarda bene
l’esperienza quotidiana, coltivare un tale dono non è un’impresa facile. Saranno le tentazioni, le
seduzioni di un mondo materialista, la fatica di sentirsi ‘diverso’ dagli altri, la pigrizia che frena
ogni generosità, la confusione in testa, certe idee che vanno decisamente contro la fede, l’inganno
del relativismo etico, il poco interesse dei genitori per la fede dei loro figli, la scarsa testimonianza
di certi sacerdoti troppo attaccati a gestire gli affari economici e poco impegnati nella preghiera e
nell’annuncio della Parola di Dio, ecc.... In ogni modo, succede talvolta che il dono della fede viene
a seccare e a morire. “Quel seme seminato tra le spine è colui che ascolta la parola, ma la
preoccupazione del mondo e l'inganno della ricchezza soffocano la parola ed essa non dà frutto”
(Matteo 13, 22). Quante persone e quanti giovani camminano nella vita con una fede morta! Non si
deve pensare però che queste persone non hanno più la fede. Hanno la fede, ma è presente nella loro
vita come una pianta secca che non fa più fiori, né frutti! Invece per perdere la fede, bisogna
consapevolmente ripudiarla, rifiutarla, sradicando la pianta secca della fede dal proprio cuore.
Comincia allora il naufragio della fede.
Ma a Dio niente è impossibile. La fede può stare mesi o anni morta in fondo alla vita di una
persona. Poi, basta un momento forte, una sofferenza, un terremoto esistenziale, un incontro
speciale, ecc... e questa fede morta riparte, si carica di nuovo di fiori e di frutti per la gioia della
persona. Allora tutto si illumina e la vita brilla di nuovi splendori. E’ la conversione a Cristo. E’
l’incontro. E’ la gioia del cuore.
*
7 - COME TESTIMONIARE LA FEDE?

La risalita dal fiume Asso è stata lunga e abbastanza faticosa! I ragazzi del Clan erano stanchi della giornata
e non vedevano l’ora di arrivare! Quale sorpresa quando abbiamo intravisto, dall’alto del colle, l’abbazia di
Sant’Antimo! Ci è apparsa chiara e maestosa in fondo alla conca tutta circondata di dolci colline!
Il sole tramontava all’orizzonte, accendendo mille fuochi nel cielo! Il rosso, il giallo, l’arancio giocavano tra
di loro con infinite sfumature. Tutta la natura fiammeggiava: che spettacolo! Anche se era tardi, non
potevamo non fermarci per guardare e ammirare. I ragazzi seduti sui loro zaini gustavano la serenità e la
pace del posto. Si lasciavano riempire di bellezza. Discretamente Giovanni si è avvicinato, dicendomi: “Sai,
Padre, è stato un giorno veramente tosto! Che strada! Che natura! Senza contare la tua chiacchierata sulla
fede. Adesso mi sembra di capire meglio cosa è la fede. Credere non è quello che credevo! Grazie! Mi puoi
dare ancora due consigli su come testimoniare questa luce della fede? Come si fa, per il semplice fatto che
non è sempre facile essere testimone della fede! Quando parlo con i miei amici, faccio fatica proprio perché
la fede è vista come una cosa che ha poca presa nella nostra società ed ho paura di essere giudicato. Mi
aiuti?”.

Per rispondere alla tua domanda, ti farò io una domanda. Cosa faresti se avessi freddo? Leggeresti
un libro di scienza su cosa è il caldo? O bruceresti carta e legna per riscaldarti? Sicuramente
butteresti il tuo libro di scienza nel fuoco perché ti entrasse dentro calore e vita! Testimoniare la
fede è la stessa cosa. Se è bene sapere cosa è la fede, ciò non basterà mai. La fede per essere
credibile, deve essere vissuta in tutti i particolari della vita, come frutto di un incontro con il
Signore. Lo diceva Caterina da Siena: “Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il
mondo!”. Quando si è incontrato Gesù, tacere è insopportabile! La fede è di per sé comunicativa:
“Guai a me se non predicassi il Vangelo!” (1 Corinzi 9, 16). La fede è un dono che cresce tanto più
forte e rigorosa quanto più viene data e testimoniata. La fede non diminuisce ad essere data. Al
contrario, si moltiplica e aumenta quanto più incisiva è la testimonianza!
Uno dei modi migliori per testimoniare la fede è l’incontro e l’accompagnamento personale. La
lettura dell’inizio del Vangelo di Giovanni ne dà una prova lampante. Appena incontrato Gesù, il
discepolo non può fare altro che comunicarlo al suo amico... e nasce così una catena di incontri: “I
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due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, vedendo che lo
seguivano, disse: ‘Che cercate?’. Gli risposero: ‘Rabbì, dove abiti?’. Disse loro: ‘Venite e vedrete’.
Andarono dunque e videro dove abitava e quel giorno si fermarono presso di lui; erano circa le
quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito,
era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone, e gli disse:
‘Abbiamo trovato il Messia’ e lo condusse da Gesù. Gesù, fissando lo sguardo su di lui, disse: ‘Tu
sei Simone, il figlio di Giovanni; ti chiamerai Cefa (che vuol dire Pietro)’. Il giorno dopo Gesù
aveva stabilito di partire per la Galilea; incontrò Filippo e gli disse: ‘Seguimi’. Filippo era di
Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: ‘Abbiamo trovato
colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret’.
Natanaèle esclamò: ‘Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?’. Filippo gli rispose: ‘Vieni e
vedi’. Gesù intanto, visto Natanaèle che gli veniva incontro, disse di lui: ‘Ecco davvero un Israelita
in cui non c'è falsità” (Giovanni 1, 37-47). La lettura di questa pagina del Vangelo rivela
caratteristiche fondamentali del testimone.
Anzitutto testimoniare è far traboccare al di fuori di sé la gioia di un incontro che si è fatto in prima
persona. Essere testimone è annunciare con la parola e soprattutto con la vita, Gesù Cristo, la sua
vita, il suo messaggio. L’autentico testimone è uno che trova il proprio modello in Gesù, il
testimone del Padre che non diceva nulla di se stesso, ma parlava così come il Padre gli aveva
insegnato. Il testimone deve essere attento a non annunciare se stesso per attirare a sé le persone a
lui affidate, al punto di offuscare Gesù. Qui si nasconde la sottile tentazione di voler essere al centro
dell’attenzione! Ogni testimone non può indicare altro che Cristo, come Giovanni Battista che
mostra l’Agnello di Dio, per poi scomparire e lasciare tutto lo spazio a Cristo.
Un’altra caratteristica del testimone consiste nella qualità del suo annuncio: non si limita a
trasmettere solo le informazioni o nozioni più o meno teoriche, ma si lascia coinvolgere
personalmente dal messaggio che propone. E’ attraverso la coerenza delle sue scelte di vita, che
diventa attendibile punto di riferimento.
La testimonianza della fede non è l’affare di uno solo. Se è vero che ciascuno deve fare la sua parte,
è tutta la Comunità che irradia Cristo: “la testimonianza di uno solo porta la sua firma, la
testimonianza della Comunità porta la firma di Cristo!” (Madeleine Delbrel).
Eppure fare il testimone oggi comporta tanta fatica! Ad esempio, quanto coraggio ci vuole per
andare a messa la domenica quando in casa nessuno ci va; o dedicare del tempo gratuitamente per
gli altri quando gli amici si divertono; o fare delle scelte diverse quando tutti la pensano
uniformemente! Colui che annuncia Cristo va spesso contro corrente, come se il messaggio della
gioia e della pace proposto dal Vangelo andasse contromarcia rispetto al messaggio facile e
compromettente del mondo! Quanto è scomodo sentirsi ‘persona insolita’! L’istinto sarebbe di
confondersi nell’anonimato della massa per essere come tutti, compromettersi come tutti e come
tutti andare dietro al... gregge! Ma, per definizione l’uomo di fede è ‘diverso’, perché se tutti hanno
una bussola con delle lancette che indicano le cose della terra, il cristiano ha una bussola che indica
il Cielo. Il Cielo è diventato la sua meta per rispondere ad un invito, quello che ha ricevuto
attraverso la fede. Ed è l’unico, tra tutti gli inviti, al quale vuole assolutamente rispondere con la sua
presenza. “Tutto ciò che è nato da Dio vince il mondo. E questa è la vittoria che ha sconfitto il
mondo: la nostra fede” (1 Giovanni 5, 4). Vivere la fede è un’avventura, è la più Alta avventura
dell’uomo perché è camminare al Passo del Dio Vivente!... Che fatica!... Almeno che sia Dio
stesso a portarci sulle sue spalle!

Pian piano siamo scesi verso l’abbazia di Sant’Antimo. Faceva notte o quasi! Alcuni ragazzi del Clan
zoppicavano per le vesciche, altri andavano a passo lento per la fatica, ma tutti tacevano, pensierosi per
l’intensità della giornata trascorsa, per i paesaggi, per la strada, per la condivisione, per aver potuto – forse
per la prima volta – confrontarsi sulla fede.
Entrati in chiesa, l’impatto è stato unico e indimenticabile: l’altezza, la purezza e la semplicità dell’ambiente
avvolgeva ciascuno in una mistica accoglienza. Ognuno si è sparpagliato tra le panche per assaporarne la
spiritualità. A quel punto Elena mi ha detto: “Grazie per la catechesi, credo che abbiamo riscoperto la parola
fede”. Guardando i ragazzi uscire dalla chiesa, ripensavo al Vangelo di stamattina: “Gesù gli disse: ‘Che vuoi
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che io ti faccia?’. E il cieco a lui: ‘Rabbunì, che io riabbia la vista!’. E Gesù gli disse: ‘Và, la tua fede ti ha
salvato’. Subito riacquistò la vista – della fede - e prese a seguirlo per la strada”.

INDICE
COME SI FA A CREDERE?

1 – COMINCIAMO CON LA FIDUCIA!


I tre strumenti per conoscere la realtà.
All’inizio qualcuno parla.
La fiducia è risposta alla parola detta.
Affidarsi è rischiare.
La fiducia è condizione della relazione.

2 - E ADESSO PARLIAMO DI FEDE!


Applicazione della fiducia alla fede.
Dio che ama prende l’iniziativa di rivelarsi.
Non credere, ossia la non-fede.
Credere è anzitutto affidarsi alla Parola.
Credere poi è accogliere, dunque conoscere la Parola.
La gioia della fede.
La fatica della fede.
Amen!
Vivere la fede è incontrare una Persona.
Credere è un atto femminile?

3 - LA FEDE E’ LUCE!
La fede è luce che illumina la vita.
Quale è il rapporto tra fede e agire.
Esiste conflitto tra ragione e fede?

4 - LA FEDE E’ UN DONO!
E’ necessario il dono soprannaturale della fede?
La fede è un dono fatto a tutti gli uomini o alcuni ne sono esclusi?
Come e quando viene data la fede?
Quante fedi esistono?

5 - COME ACCOGLIERE IL DONO DELLA FEDE?


La fede è un dono. Cosa fare per accoglierlo?
Anzitutto, cosa è un dono?
Come mai si fa fatica ad accogliere il dono della fede?
Come fare per (ri)accogliere il dono della fede?

6 - COME COLTIVARE IL DONO DELLA FEDE?


Quale rapporto tra dono e responsabilità?
Come coltivare il dono della ragione per scoprire Dio?
Come coltivare il dono della fede?
Come coltivare la fede con la preghiera?
Come coltivare la fede con i sacramenti?
Come coltivare la fede con il servizio?
Come coltivare la fede con la vita di comunità?
Cosa succede quando la fede muore?

7 - COME TESTIMONIARE LA FEDE?