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Internet allora sostituirà i maestri?

[…] No, i «maestri umani» non possono venire meno; saranno, anzi,
infinitamente più utili di ora, se sapranno capire e adattarsi al nuovo
ruolo — importantissimo — che l’esistenza di questi strumenti richiede.
Il cambiamento più grosso avviene infatti nel ruolo dell’allievo:
l’apprendimento esperienziale e i procedimenti ipertestuali lo rendono
protagonista attivo del suo percorso di apprendimento, che viene da lui
stesso costruito e determinato. Questo comporta inevitabilmente una
differenziazione: studenti diversi, anche se partissero dallo stesso punto,
proseguirebbero rapidamente per strade diverse. Le associazioni, i
passaggi che ciascuno fa dipendono dalle sue motivazioni, dalle
conoscenze che già ha, da ciò che succede mentre agisce facendo
esperienza, e così via; quindi i percorsi non saranno uguali ma
fortemente individualizzati.
Questo è l’esatto contrario — come ben sai — di quello che avviene oggi,
dove vige l’uniformità a tutti i livelli: quella della «classe» e quella del
«programma». D’altra parte, i nuovi strumenti scaricano l’insegnante dal
ruolo di illustratore e ripetitore dei singoli contenuti — quello della tipica
lezione in classe, per intenderci. I contenuti vengono assimilati facendo,
e questo fare può essere guidato e supportato direttamente dallo
strumento, come abbiamo visto.
Il ruolo dell’insegnante dovrebbe allora diventare quello di un tutor
individuale, simile, se vuoi, all’antico «precettore»: stare dietro al
percorso individuale di ciascun allievo, allargarne gli orizzonti, fornirgli lo
sfondo, sorreggerlo e aiutarlo laddove si manifestano difficoltà. In una
parola, incoraggiare e accompagnare la costruzione autonoma che
l’allievo compie seguendola e indirizzandola verso le direzioni più
promettenti e ricche."Il mondo dell’insegnamento è turbato da un punto di
domanda direttamente collegato alla varietà telematica e alla vasta offerta
“formativa” di internet: “Esisteranno ancora i docenti?”.
L’andazzo cui assistiamo è rimpinguato ogni giorno dalle molteplici
infusioni di concetti, informazioni, fonti nella rete e dal conseguente
apprendimento frenetico, veloce, quasi isterico da parte dei fruitori della rete
stessa. Non è concepibile rimanere statici sull’idea della classe fossilizzata,
del gruppo coeso e della motivazione/formazione generale.

In questo dinamismo virtuale, quindi, è molto semplice rispondere alla


domanda posta in principio, in quanto gli insegnanti non solo esisteranno
ancora, ma vedono il proprio ruolo accresciuto in responsabilità e
orientamento. Non devono semplicemente e banalmente rincorrere colori e
sfaccettature del moderno apprendimento, ma sono costretti a personalizzare
le proprie “tecniche” e a sagomarle sulle diverse personalità e attitudini dei
ragazzi. Difficilmente si va incontro alla teoria della condivisione di un
concetto, ma a quella di più concetti messi insieme quale perno di confronto
e discussione: questa è la nuova frontiera della distribuzione del sapere, non
tanto incentrata sulla diffusione di notizie, quanto sulla capacità di far
fuoriuscire tutti gli aspetti caratterizzanti degli alunni. Oggi la
“differenziazione” va alimentata, non esclusa, perché è la direzione giusta in
cui procedere per miscelare esigenze personali e globali.

Certamente il ruolo contemporaneo dell’insegnante lo livella quasi al rango


di “personal trainer” dell’informazione, quindi lo espone ad un lavoro meno
teorico e più meticoloso, studiato. L’elemento “umano” funge da
detonatore, altrimenti l’insieme disordinato di ricezioni non confluirebbe in
alcun punto.

Bottani ritiene che cambiare la formazione degli insegnanti non deve essere
l’unico stravolgimento in itinere, ma è anche l’istituzione che va cambiata.
Pochi buoni insegnanti possono fare qualcosa, all’interno di un’istituzione
soffocante; proprio per questo bisogna sperare che siano più numerosi i
docenti in grado di educare in modo consapevole e attento. Il grosso deficit
della capacità di comprensione del docente nei confronti dell’alunno
dipende in gran parte dal contesto istituzionale in cui l’insegnamento si
svolge. L’insegnante dovrebbe perciò porsi opportunamente in sintonia con
le parti più autentiche della personalità degli allievi, rispettando la loro
individualità e lasciandoli liberi di esprimersi. Tali capacità sono purtroppo
possedute da pochi docenti, la maggioranza nuoce. Non credo che gli
strumenti tecnologici abbiano un qualche attributo che li renda
intrinsecamente didattici: la loro applicazione è di tipo generale. Lo stesso
dicasi per il video interattivo, il proiettore di diapositive sincronizzato, i
filmati e i video e anche la carta, la penna e il gesso. Nessuno di questi è
strettamente didattico.
Ciò significa che un insegnante, mentre usa un ambiente video interattivo
sofisticato che aiuti a spiegare la tettonica a zolle, sta certamente applicando
le tecnologie didattiche. E se poi l'insegnante passa alla lavagna (ancora ne
esistono nelle scuole) e usa il gesso per elencare le caratteristiche più
importanti del movimento delle placche sta ancora usando le tecnologie
didattiche.

La deduzione è semplice: se il mondo cambia, assume precetti sempre più


variegati, offre un’infinità di soluzioni didattiche autonome e non,
l’insegnante prova ad adeguarsi a questa esaltazione delle diversità
trasferendo il credo agli allievi (o semplicemente raccogliendo ciò che vede)
e deve essere agevolato da istituzioni altrettanto aperte sull’argomento.

Le trasformazioni in atto negli ultimi anni hanno fatto ben capire che la
tecnologia pervade intimamente ogni atto comunicativo e quindi anche
educativo; ogni informazione viene veicolata all'interno di un medium, ed è
in qualche modo condizionata, costretta dalla natura tecnologica di questo.
Nel tempo lungo, le nuove tecnologie sembrano favorire nuove forme di
decentramento culturale, se non la dissoluzione stessa della scuola; le
tendenze generali, così come sono indicate dai "forecasters" (futurologi),
parlano di insegnamento decentrato (crisi della classe-scuola) in forme più
flessibili; open leaming, distance learning, multimedia formation tendono a
convergere. Le scuole si arricchiscono ogni giorno di più di tecnologie
multimediali: moltissime scuole già dispongono di almeno un laboratorio
multimediale. Il problema che si pone con estrema urgenza è però
l’utilizzazione di tali tecnologie, che già cominciano a restare largamente
inutilizzate oppure utilizzate in modo inappropriato. Molti insegnanti che si
ispirano al costruttivismo sociale riescono a strutturare le attività in classe in
modo da agire come “guida al fianco” ed a rendere l’apprendimento
un’impresa collaborativa in cui gli studenti si aiutano reciprocamente
(riecco il concetto di “personal trainer” dell’informazione).

In una dimensione sociale dell’apprendimento, il clima della classe è


fortemente determinato dalla presenza significativa di ognuno, e
l’insegnante più che essere l’unica fonte di sapere, diviene egli stesso una
variabile in gioco.

Inutile dire che tale impostazione richiede all’insegnante un grande sforzo


nel cambiamento di mentalità. La progettazione delle attività didattiche
nella classe, non avvenendo più in forma “lineare“, ossia rivolta
unilateralmente ad uno o a più alunni con le medesime capacità linguistiche
ed in modo differenziato a seconda dei livelli, si ispira ad una sorta di
“circolarità” in cui l’alunno agisce autonomamente scegliendo le attività a
lui più consone.

Ciò non significa che la figura dell’insegnante debba sparire, e con lui il
sapere e le competenze di cui egli è portatore, e neppure che l’alunno debba
venire lasciato solo nella scelta del compito e nell’esecuzione dello stesso.
L’insegnante agisce come guida competente al fianco degli studenti,
predispone un ampio ventaglio di attività che possano soddisfare le esigenze
ed i bisogni dei diversi livelli compresenti in classe, si premura che ad ogni
singolo venga offerto il giusto grado di sfida cognitiva e che i materiali
proposti non risultino né troppo banali, pena la demotivazione, né troppo
impegnativi da sembrare impossibili (chiedere a Flavio Russo). E
soprattutto egli deve fornire agli studenti la possibilità di scegliere quelle
attività che prevedano un giusto grado di sfida. In sostanza, ognuno trova la
risposta ai propri bisogni, ed è proprio questa autonomia, questa
autodeterminazione nella scelta dei contenuti -i quali possono essere
appunto negoziati con l’insegnante ed il gruppo classe- che porta ogni
discente ad avere un ruolo attivo, profondamente motivante, e non uno
passivo da mero consumatore di conoscenza.
Questo non significa del resto che l’insegnante debba accettare tutto. Egli
interviene sapendo che l’obiettivo fondamentale del suo agire è
l’autorealizzazione dei singoli e che è molto più probabile che questi si
impegnino maggiormente nel processo di apprendimento se provano un
senso di autostima e di autoefficacia.

Concludendo, si va verso un duplice cammino cognitivo, quello


dell’insegnante che apprende, studia, individualizza e trasferisce, quello
dell’allievo che recepisce, condivide e personalizza.