Sei sulla pagina 1di 286

S

t
o
r
i
a

d
e
lla

F
o
r
m
a
z
io
n
e
P
r
o
f
e
s
s
io
n
a
le
in

P
ie
m
o
n
t
e
d
a
ll' U
n
it


d
' I t
a
lia

a
ll' U
n
io
n
e

E
u
r
o
p
e
a
fondi strutturali
europei 2007-2013
La formazione
professionale in Piemonte
dall' unit d' I talia
all' Unione Europea
Ester De Fort, docente di Storia Contemporanea presso la Facolt di Lettere e
Filosofia dellUniversit di Torino. Ha compiuto ricerche sulle istituzioni sco-
lastiche, sullanalfabetismo, sugli insegnanti e sulle istituzioni assistenziali tra
XVIII e XX secolo. Attualmente si occupa di temi risorgimentali, con particolare
riguardo allemigrazione politica.
Mario Ivani, dottore di ricerca in Storia delle societ contemporanee, collabora
con il Dipartimento di Storia dellUniversit di Torino. Lavora prevalentemente
su temi riguardanti i fascismi europei, il controllo politico e la propaganda.
Gian Luigi Gatti, Ph. D., professore a contratto di Storia contemporanea presso
la Scuola Universitaria Interfacolt di Scienze Strategiche (SUISS), insegna
inoltre presso la Facolt di Scienze Politiche. I suoi ambiti di ricerca principali
riguardano il ruolo degli intellettuali nelle guerre mondiali, la politica militare
italiana e il regime fascista.
Silvia Inaudi svolge attivit di ricerca in storia contemporanea presso lUniversit
degli Studi di Torino e lcole des Hautes tudes en Sciences Sociales di Parigi.
Si occupa in particolare di temi relativi alla storia delle istituzioni e alla storia
delle donne nel Novecento.
Stefano Gallo, dottore di ricerca in Storia contemporanea presso lUniversit di
Pisa, svolge attivit di ricerca e consulenza storica per lIstituto Storico della
Resistenza e dellEt contemporanea di Livorno. I suoi campi di ricerca abbrac-
ciano le migrazioni interne, il movimento sindacale, la Seconda guerra mondiale.
Stefano Musso insegna Storia Contemporanea e Storia del Lavoro allUniversit
di Torino. Si occupa di relazioni industriali, dei movimenti sindacali, di storia
dell impresa, delle tecnologie e dellorganizzazione del lavoro, dei sistemi for-
mativi.
Raffaella Gobbo, archivista presso il Centro Apice (Archivi della parola, dellim-
magine e della comunicazione editoriale) dellUniversit degli Studi di Milano,
ha condotto ricerche nel campo dellistruzione tecnico-professionale in Italia tra
Ottocento e Novecento.
Piero Martina, gi funzionario regionale responsabile della Programmazione atti-
vit formative per il mercato del lavoro presso la Regione Piemonte, attualmente
incaricato da Tecnostruttura delle Regioni per il FSE per il Progetto integrativo
di assistenza tecnica alla Regione Piemonte - Settore Istruzione/FP e Lavoro
Il lavoro di ricerca oggetto di questa pubblicazione stato affidato dalla Dire-
zione Istruzione, Formazione professionale e Lavoro della Regione Piemonte al
Dipartimento di Storia dellUniversit degli Studi di Torino ed stato diretto
dal prof. Stefano Musso.
Per conto della Regione Piemonte il lavoro stato condotto con la supervisione
di Piero Martina e il coordinamento della dott.ssa Silvana Pilocane e della sig.ra
Stefania Piazza per la Direzione Formazione-Lavoro e del dott. Riccardo Lombardo
della Direzione Comunicazione Istituzionale.
Si ringraziano tutte le persone e gli enti che, a vario titolo, hanno collaborato
alla realizzazione della ricerca e della pubblicazione.
Immagini a cura di Porphirius Photo Agency - Torino
si ringraziano i fotografi:
Filippo Ravera
Davide Giglio
Marco Beltramo
Daniele Ratti
Max Ferrero
Si ringraziano inoltre le scuole, le agenzie e gli enti formativi che hanno fornito
materiali di repertorio.
ISBN 978-88-97532-01-9
Regione Piemonte - Dipartimento di Storia dellUniversit degli Studi di Torino
Per le societ avanzate la formazione professionale viene considerata una leva
strategica di competitivit. Tale assunto a maggior ragione vero per il Piemonte,
regione di grande tradizione industriale e laboratorio continuo di innovazione
sociale.
Con il Dipartimento di Storia dellUniversit di Torino abbiamo inteso indagare
la storia e levoluzione della formazione professionale in Piemonte, seguendo un
fil rouge cronologico, che ci ha consentito di comparare i principali cambiamenti
della normativa e dellorganizzazione con le trasformazioni storiche, culturali e
sociali che hanno attraversato il Piemonte nel corso degli ultimi centocinquantan-
ni, vedendolo sempre allavanguardia nella costruzione di nuovi paradigmi, di
alfabetizzazione, di addestramento professionale, di istruzione tecnica ed infine
di alta specializzazione e di long life learning.
Latteggiamento di grande attenzione alla persona, concretizzato nelle iniziative
di promozione della cultura del lavoro attraverso la formazione, ha intessuto nel
tempo, consegnandola al nostro presente, una comune, diffusa propensione a
indirizzare intenti e risorse, disposizioni normative e procedurali e quindi mo-
tivazioni operative alla piena valorizzazione delle capacit soggettive, che oggi
pi che mai vengono messe a disposizione di un sistema integrato di cui fanno
parte istituzioni, associazioni di categoria, organismi sociali, imprese, Agenzie
e Universit.
La tradizione formativa piemontese permeata da modelli etici e pragmatici, da
schemi di pensiero e azione e da consuetudini e prassi condivise che convergono
nella necessit imprescindibile di offrire allindividuo le migliori opportunit di
crescita e di realizzazione, assecondando e incentivando le caratteristiche per-
sonali, innate o apprese, e le attitudini, intese come capacit globali di acquisire
le competenze necessarie per svolgere una determinata categoria di compiti, in
particolare quelli di natura professionale.
La qualit dellofferta formativa piemontese, apprezzata dalle istituzioni e dallopi-
nione pubblica, ma anche la capacit di investire risorse in modo produttivo,
monitorandone e valutandone gli esiti e il coraggio di sperimentare e di innovare
caratterizzano lintero impianto amministrativo, insieme al sistema di rete, costi-
tuito dalle agenzie formative e da tutti gli enti e i centri coinvolti nellerogazione
dei corsi che, nel tempo, hanno saputo rinnovarsi, adeguando la propria attivit
ai mutevoli bisogni della popolazione. Anche sul versante dellintegrazione tra
scuola e formazione le esperienze finora realizzate rappresentano un punto di
forza del sistema piemontese.
In linea con le indicazioni della Comunit Europea, che richiede a tutti i paesi
membri di rivedere larchitettura dei sistemi educativi in funzione di una vera
riforma dellorganizzazione dei nuovi saperi, per far fronte alle sfide socio-
economiche del terzo millennio, ci stiamo attrezzando per individuare sempre
nuove e differenti opzioni di trasferimento-acquisizione di conoscenze, abilit e
competenze, per continuare a dare alla formazione professionale quella potenza
generativa, intesa come forza motrice dellorganizzazione umana, che richiede
flessibilit e capacit di rinnovamento a chi si trova impegnato, sui diversi ver-
santi, a creare spazi e prospettive per le nuove generazioni.
La valorizzazione della memoria storica raccolta in queste pagine, consentendo
di cogliere i passaggi salienti che hanno connotato lavventura formativa sul
territorio regionale, offre lopportunit di rivivere sinteticamente i grandi pas-
saggi evolutivi e di partire dalla storia per riflettere sul futuro della formazione
professionale.
Lassessore regionale alla Formazione Professionale e Lavoro, Claudia Porchietto
5
Indice
Introduzione. Formazione professionale
e sviluppo in Piemonte: il ruolo delle istituzioni
di Ester De Fort e Stefano Musso pag. 7
La formazione professionale agli albori
dellindustrializzazione: lOttocento
di Ester De Fort pag. 17
Il decollo delleconomia e della formazione: let giolittiana
di Mario Ivani pag. 51
Lunica soluzione del formidabile problema economico
che la guerra ha creato: economia bellica e formazione
di Gian Luigi Gatti pag. 81
Istruzione tecnica e formazione professionale
nel periodo fascista
di Silvia Inaudi pag. 107
Il capitale umano nel secondo dopoguerra:
dalla ricostruzione al miracolo economico
di Stefano Gallo pag. 135
La formazione professionale nel sistema regionale
piemontese e il ruolo del Fondo sociale europeo
di Stefano Musso pag. 175
Fonti per la storia della formazione professionale in Piemonte
di Raffaella Gobbo pag. 207
Quadri riassuntivi degli enti di formazione professionale
in Piemonte tra 1867 e 1963
a cura di Stefano Gallo, Gian Luigi Gatti,
Silvia Inaudi, Mario Ivani pag. 213
Bibliografa pag. 240
Indice dei nomi pag. 273
Indice delle istituzioni formative pag. 279


7
Introduzione
Formazione professionale e sviluppo in Piemonte:
il ruolo delle istituzioni

Ester De Fort e Stefano Musso




Gli economisti che nella seconda met degli anni Cinquanta del Novecento
tentarono verifiche empiriche della teoria della crescita economica, si trovarono
di fronte alla difficolt di spiegare i tassi di crescita aggregata della produttivit
(espressa dallandamento del prodotto procapite) attraverso gli input dei fattori
tradizionali, vale a dire terra, capitale e lavoro: in particolare, Robert Solow e
Theodor Schultz, nel 1957, calcolarono come la maggior parte della crescita ne-
gli Stati Uniti non dipendesse da variazioni dellinput fisico dei tre fattori. La
quota di crescita che restava inspiegata fu chiamata il residuo. Secondo il mas-
simo studioso del residuo, la quota della crescita non spiegata era pari addirit-
tura al 75%
1
. Il capitale umano fu la prima grandezza a essere proposta quale va-
riabile che potesse spiegare il residuo. Cos Schultz nel 1960 defin il capitale
umano quellinsieme di attributi qualitativi della popolazione che hanno valore
e che si possono accrescere con investimenti appropriati
2
. Egli calcol che
listruzione spiegava il 20% circa della crescita: il capitale umano, misurato at-
traverso listruzione, fu pertanto considerato la maggior componente del residuo.
A fianco degli economisti, anche grandi storici delleconomia hanno assegna-
to allistruzione un ruolo fondamentale nella diffusione dei fattori culturali che,
tradotti in istituzioni e forme di interazione sociale, sono stati alla base del suc-
cesso e del primato dello sviluppo economico dellOccidente
3
. Listruzione, mi-
surata dapprima come livello di alfabetizzazione e poi come scolarit media del-
la popolazione, apparve presto un indicatore troppo rigido del capitale umano, la
cui dimensione e il cui ruolo erano meglio definiti come un insieme di capacit
sociali diffuse tra la popolazione e tradotte in istituzioni e forme organizzative
delleconomia che influenzano positivamente la capacit di rispondere e cogliere
le opportunit proposte dal corso della storia
4
.

1. E.F. Denison, Why Growth Rates Differ: Postwar Experience in Nine Western
Countries, Washington, The Brookings Institution, 1967.
2. T. W. Schultz, Capital formation by education, in J ournal of Political Economy,
1960, n. 68, pp. 571-583.
3. C.M. Cipolla, Literacy and Development in the West, London, Penguin, 1969; D.
Landes, Prometeo liberato, Torino, Einaudi, 1978.
4. M. Abramovitz, P.A. David, Convergence and deferred catch-up. Productivity
leadership and the waning of America exceptionism, in, Growth and development: the
economics of the 21st century, a cura di R. Landau, T. Taylor, G. Wright Stanford, Stan-
ford University Press, 1995.

8
Tuttavia, dopo lottimismo degli anni Sessanta, gli entusiasmi sul ruolo del
capitale umano vennero ridimensionandosi, nel momento in cui altri autori ri-
scontrarono la scarsa affidabilit statistica della correlazione tra crescita e istru-
zione: nuovi studi evidenziavano la complessit, e a tratti la contraddittoriet dei
rapporti tra i livelli di istruzione e sviluppo, che si presentavano spuri. Nel caso
della Russia tra fine Ottocento e inizio Novecento, ad esempio, fu riscontrata
una relazione tra istruzione e crescita improntata non alla causalit ma alla reci-
procit: ovvero la crescita dellistruzione andava considerata come conseguenza
oltre che, o anzich, causa della crescita
5
.
Secondo queste ultime impostazioni, proprio nellet delloro del capitalismo
occidentale (e del miracolo economico italiano), tra il 1945 e il 1973, lo sviluppo
si dovette piuttosto alla crescita di fattori quali lo stock di capitale, la diffusione
della tecnologia, lallargamento del commercio estero. Secondo alcune ricerche,
per questi anni si avrebbe addirittura una correlazione negativa con la scolarit
media, utilizzata come indicatore della qualit del lavoro
6
.
Del resto, le tecnologie della produzione standardizzata di massa che tocca-
rono il culmine storico della loro diffusione in quegli anni furono accompagnate
da soluzioni organizzative del lavoro pensate, sin dallinizio del Novecento
dallingegner Frederick Winslow Taylor, anche per fronteggiare la carenza di
manodopera qualificata. Negli stabilimenti tayloristi e fordisti vennero cos im-
piegate masse di lavoratori comuni, rispetto ai quali si riteneva sufficiente
lalfabetismo che consentiva di capire ed eseguire mansioni semplici e prede-
terminate. Economie di scala e organizzazione gerarchico-funzionale accentra-
rono le responsabilit decisionali riducendo limportanza dellistruzione diffusa.
Ci che restava utile del sistema di istruzione, anche a livello di base (o elemen-
tare), era il suo ruolo nellacquisizione di caratteristiche comportamentali quali
labitudine alla disciplina e alla gerarchia, insieme a un certo livello di razionali-
t procedurale.
Non a caso sono questi gli anni in cui in Italia si parlava di addestramento
professionale. Non che i lavoratori qualificati non servissero pi, beninteso: in
termini relativi il peso dei lavoratori qualificati sul totale della manodopera si
riduceva notevolmente (alla Fiat gli operai comuni, inquadrati nella terza catego-
ria passarono dal 45% nel 1948 al 75% del totale della manodopera nel 1963);
tuttavia il loro numero assoluto aumentava con la gigantesca crescita occupazio-
nale degli addetti allindustria, che a Torino e in Piemonte invest soprattutto il

5. R. Giannetti, Listruzione e la formazione del capitale umano, in Lo sviluppo economi-
co moderno dalla rivoluzione industriale alla crisi energetica (1750-1973), a cura di P.A.
Toninelli, Venezia, Marsilio, 1997, pp. 511-531. Secondo M. Barbagli, Disoccupazione intel-
lettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973), Bologna, il Mulino, 1974, il caso italiano,
caratterizzato da un abnorme sviluppo di diplomati e laureati rispetto alle possibilit di assor-
bimento del sistema economico, attesterebbe lesistenza di una relazione inversa tra sviluppo
economico e istruzione secondaria e superiore.
6. A. Maddison, Le fasi dello sviluppo capitalistico: un confronto di lungo periodo,
Milano, Giuffr, 1995.

9
settore metalmeccanico. Cos, per tutti gli anni Cinquanta e Sessanta il fabbiso-
gno di operai qualificati rest assai elevato.
Lesempio storico dellorganizzazione fordista induce a ritenere fondata
laffermazione, riferita alla forza lavoro di livello medio-basso nel processo di
industrializzazione, che le competenze acquisite sul lavoro abbiano pi valore
di quelle acquisite con listruzione formale
7
. Nondimeno, anche coloro i quali
hanno sostenuto che in alcuni casi di sviluppo sono state utilizzate tecnologie
avanzate con forze di lavoro scarsamente istruite, hanno sottolineato che proprio
il basso livello di istruzione ha rallentato considerevolmente il tasso di industria-
lizzazione
8
.
Soprattutto tra gli storici economici diffusa la convinzione che listruzione
sia un prerequisito per la costituzione di una forma mentis adatta alle istituzioni
moderne generate dalla nascita del capitalismo: il mercato, la propriet privata e
le transazioni che si svolgono su queste basi. Lo sviluppo delle transazioni eco-
nomiche necessita di una maggiore istruzione, perch le transazioni richiedono
personale qualificato. Una parte della storiografia attribuisce infatti la leadership
economica degli Stati Uniti emersa alla fine dellOttocento allefficienza del set-
tore terziario, e della burocrazia manageriale nella grande impresa, piuttosto che
alla produttivit manifatturiera
9
.
Gli economisti che considerano il capitale umano concentrano lattenzione
sullistruzione formale perch questo indicatore consente stime quantitative e il
suo utilizzo in modelli econometrici. Ma altri aspetti dellesperienza possono in-
fluenzare le capacit umane: culture, valori, attitudini, esperienze informali e
spontanee, intensit dei rapporti di scambio di esperienze e competenze rese
possibili dalla densit di rapporti nelle citt investite dallurbanesimo. Tra le atti-
tudini pi importanti vi la capacit di prendere decisioni. Inoltre, lo sviluppo
richiede il superamento dellinerzia e della resistenza al cambiamento, spesso
associate allignoranza.
Listruzione tanto pi importante per lavanzamento tecnico e la crescita
quanto maggiore il grado di decentramento delle decisioni previsto dagli assetti
organizzativi nellimpresa. Da qui limportanza della formazione, non pi del
semplice addestramento, con i cambiamenti dellorganizzazione del lavoro con-
nessi allautomazione flessibile postfordista, che si riscontrata con
lintroduzione dei sistemi organizzativi ispirati al toyotismo i cosiddetti High
Performance Work Systems o High Involvement Work Systems nei quali
non si chiede pi al lavoratore la semplice esecuzione di mansioni predetermina-
te, semplici e standardizzate, ma si richiede attenzione, senso di responsabilit,
capacit di interagire efficacemente nel gruppo di lavoro e, nelle soluzioni orga-

7. Giannetti, Listruzione e la formazione del capitale umano, cit., p. 522.
8. L.G. Sandberg, Ignorance, poverty and economic backwardness in the ealy stages
of European industrialization : variations on Alexander Gerschenkrons gradn theme, in
J ournal of European economic History, 1982, n. 11.
9. L. Hannah, Delusions of a durable dominance or the invisible hand strikes back. A
critique of new orthodoxy internationally comparative business history, London, Mimeo,
1995, cit. in Giannetti, Listruzione e la formazione del capitale umano, cit.

10
nizzative pi avanzate, capacit di intervento per la soluzione dei problemi l
dove sorgono, senza le perdite di tempo connesse ai vecchi processi decisionali
improntati alla scala gerarchica
10
.
In conclusione, pur con tutta la complessit delle influenze reciproche tra fat-
tori, non negabile lapporto fondamentale che il capitale umano conferisce allo
sviluppo economico. Nel sorpasso industriale compiuto a fine Ottocento dalla
Germania nei confronti dellInghilterra, a seconda rivoluzione industriale inol-
trata, uno dei fattori fondamentali stato individuato nella superiorit del siste-
ma educativo tedesco in confronto a quello inglese: la scuola tecnica tedesca a-
vrebbe combinato al meglio la preparazione formale (tipica della tradizione
francese) con la formazione pratica tipica del modello inglese
11
. In Italia, il si-
stema dellistruzione tecnica, concepito da Casati sul modello tedesco, assunse
caratteristiche prevalentemente teoriche: mentre la scuola tecnica venne assimi-
landosi a una scuola postelementare senza latino, il grado successivo, cio
listituto tecnico, non riusc a far fronte alliniziale ambizione di stimolare
lasfittico tessuto economico italiano, formando quelle capacit tecniche di cui il
Paese era privo. Le difficolt di imprimergli un indirizzo chiaro si manifestarono
in continue revisioni della sua struttura, nel cui ambito ebbero maggiore succes-
so le sezioni meno legate a obiettivi industrialisti, come lamministrativo-
commerciale e la fisico-matematica, che preparava alla facolt di matematica.
Va riconosciuto peraltro che proprio in Piemonte alcuni istituti riuscirono a
intrecciare proficui legami con le istituzioni di studi tecnici superiori sorte negli
anni cruciali dellunificazione, cio il Museo industriale e la Scuola di applica-
zione, diretti ascendenti del Politecnico, che furono a loro volta un vivaio di tec-
nici e di insegnanti preparati, in grado di svolgere un ruolo significativo nel
mondo dellistruzione professionale a tutti i livelli.
Per la preparazione delle maestranze furono tuttavia pi importanti le scuole
di arti e mestieri, che negli ultimi ventanni dellOttocento divennero il punto di
forza della formazione professionale. Esse erano espressione delle realt locali,
avevano maggiore libert degli istituti tecnici nellorganizzazione della didattica,
che poteva cos meglio rispondere alle esigenze del territorio.
Lo sviluppo infatti sempre localizzato; anche quando si guarda al mondo, la
prospettiva non mai solo global, sempre glocal, perch il radicamento territo-
riale rappresenta un punto di forza in assenza del quale difficile giocare su spa-
zi pi ampi. Nello sviluppo localizzato, il ruolo delle istituzioni fondamentale:
le istituzioni, centrali, intermedie e locali, producono beni pubblici che costrui-
scono altrettante esternalit positive per le imprese, specie in campo creditizio,
infrastrutturale e, per quel che qui ci interessa, formativo
12
.

10. T. Ohno, Toyota production system: beyond large-scale production, Cambridge
MA, Productivity Press, 1988.
11. Landes, Prometeo liberato, cit.
12. A. Arrighetti, G. Seravalli, Istituzioni e dualismo dimensionale dellindustria ita-
liana, in Storia del capitalismo italiano dal dopoguerra a oggi, a cura di F. Barca, Ro-
ma, Donzelli, 1997.

11
Lapporto del capitale umano riscontrabile nellesperienza piemontese di
sviluppo economico, nella quale la formazione professionale ha seguito passo a
passo le tappe dellindustrializzazione, modificandosi e rispondendo alle neces-
sit via via poste delle nuove fasi.
Agli albori dellindustria piemontese, allindomani dellUnit dItalia, la
struttura produttiva del Piemonte era ancora in larga misura agricola e artigiana-
le. Gli operai che lavoravano in stabilimenti assimilabili alla fabbrica moderna
non erano che una minoranza, difficile da quantificare: nei primi censimenti del-
la popolazione, tra coloro che esercitavano i vari mestieri industriali, i fabbri,
fonditori, calderai, carradori, fabbricanti di carrozze, sellai, calzolai, falegnami,
stipettai, ebanisti, tipografi, pastai e cos via era impossibile distinguere padroni
di bottega e lavoranti. Anche a Torino, almeno l80% degli addetti allindustria
censiti nel 1862 lavorava in botteghe artigiane
13
, mentre i principali tra i grandi
stabilimenti che emergevano dalla struttura pulviscolare dellartigianato erano
legati alliniziativa dello Stato, cos che Torino presentava ancora, nel primo
ventennio postunitario, molte delle caratteristiche di un centro manifatturiero di
ancien rgime, in cui lapprendimento del mestiere avveniva ancora prevalente-
mente attraverso lapprendistato tradizionale in bottega.
Tuttavia, la diffusione di produzioni di lusso legate alla presenza della Corte
accrebbe la sensibilit per le capacit artistiche degli operai-artigiani e indusse a
inserire il disegno dornato tra le materie di studio delle prime esperienze di
formazione professionale, quali i corsi organizzati dalle Scuole San Carlo. Ci
accadde anche in altre aree regionali ove lartigianato artistico aveva una ricca
tradizione, come a Varallo, legata al Sacro Monte.
Sempre nella Capitale, di grande importanza erano gli opifici per le produ-
zioni belliche (lArsenale, la Fabbrica darmi, il Laboratorio di precisione, la Di-
rezione territoriale dartiglieria), da tempo collegati alle Regie Scuole di artiglie-
ria, uno dei capisaldi della tradizione militare sabauda, che avevano ricadute po-
sitive per il settore manifatturiero: la tecnologia militare poteva essere riconver-
tita in macchine pneumatiche, a vapore, per la filatura della seta
14
.
Il Piemonte si trov allavanguardia anche nella istruzione di base. Nel 1861
il Piemonte aveva assieme alla Lombardia il pi basso tasso di analfabetismo
in Italia (54% contro una media nazionale del 75%), e deteneva il miglior tasso
di scolarit primaria (93% contro 90 della Lombardia e una media nazionale di
appena il 43 per cento); una situazione di vantaggio, questultima, che avrebbe
consentito al Piemonte di sopravanzare la Lombardia nella riduzione del tasso di
analfabetismo: nel 1911, alla conclusione del quindicennio di decollo industriale
del nord-ovest italiano, lanalfabetismo in Piemonte si ridusse all11%, contro il
17 della Lombardia e il 38% dellintera penisola
15
.

13. Tale la stima di M. Abrate, Lindustria piemontese 1870-1970. Un secolo di svi-
luppo, Torino, Mediocredito Piemontese, 1978, p. 92.
14. W. Barberis, Le armi del principe. La tradizione militare sabauda, Torino, Ei-
naudi, 1988, p. 226.
15. V. Zamagni, Istruzione e sviluppo economico. Il caso italiano 1861-1913, in
Leconomia italiana 1861-1940, a cura di G. Toniolo, Bari, Laterza, 1978.

12

Sin dal momento in cui Torino aveva perso il ruolo di capitale politica, pro-
prio la presenza di una manodopera alfabetizzata e professionalmente capace era
apparso uno e non il meno importante dei fattori, accanto alle agevolazioni fisca-
li e daziarie, disponibilit di terreni, servizi pubblici di distribuzione di energia
idraulica a costi contenuti, una rete ferroviaria in espansione, sui quali puntare
per offrire alla citt nuove prospettive di sviluppo. Il 20 ottobre 1865 gli ammi-
nistratori municipali e le associazioni cittadine lanciarono un appello agli indu-
striali esteri e nazionali, pubblicato in quattro lingue, nel quale sottolineavano
i vantaggi offerti agli imprenditori che avessero investito in nuovi impianti a To-
rino. Nellappello si scriveva:

La mano dopera a Torino ha costi molto ragionevoli e pi moderati di quelli della mag-
gior parte degli altri gran centri di popolazione. Gli operai piemontesi sono per natura
sobrii, laboriosi e intelligenti. Listruzione degli operai in generale gi portata a buon
punto e molto meglio vi ragione di sperare dalle nuove scuole che si stanno preparan-
do, alle quali essi potranno attingere cognizioni pi pratiche e pi speciali appoggiate a
scientifici principi.

Gli anni della prima guerra mondiale segnarono, con le necessit della produ-
zione bellica, uno sviluppo accelerato della produzione industriale, specialmente
nei settori di base e nella meccanica. Si avviarono in quegli anni i cambiamenti
tecnologici e organizzativi, destinati a evolversi negli anni tra le due guerre, fi-
nalizzati alle prime produzioni seriali, che segnarono lavvento della figura
delloperaio comune, ovvero delladdetto a macchine dagli usi limitati e non pi
polivalenti, che poteva apprendere la mansione e diventare produttivo in brevis-
simi tempi di affiancamento sul lavoro. Tuttavia, limpiego di manodopera poco
qualificata, addetta a macchine speciali o a montaggi semplificati di pezzi inter-
cambiabili, richiedeva limpiego di operai specializzati nella predisposizione,
regolazione e manutenzione di macchine e impianti, nonch di numerosi tecnici
intermedi, senza contare, a monte, lalto contenuto tecnico del lavoro nella pro-
duzione delle macchine utensili. Il secondo dopoguerra avrebbe poi, come ab-
biamo visto, portato alla piena implementazione del fordismo, che accanto alla
massa degli operai comuni accresceva le schiere degli impiegati e dei tecnici.
Inoltre, lo sviluppo dellindustria e la piena affermazione delleconomia di mer-
cato richiedevano un parallelo incremento dei servizi, con lesigenza di formare
figure addette agli uffici commerciali, amministrativi, finanziari.
Il divenire della societ industriale ha dunque comportato un incremento pro-
gressivo della dotazione necessaria di capitale umano, divenuto ancor pi indi-
spensabile con le recenti evoluzioni che per brevit e a volta impropriamente
si dicono postfordiste e postindustriali, ma che trovano miglior definizione
nellespressione societ o economia della conoscenza. Il sistema della istru-
zione e formazione professionale si evoluto in corrispondenza di queste neces-
sit, accrescendo nel tempo, in misura notevole, lofferta formativa.
I saggi contenuti in questo volume ripercorrono, in uno schema espositivo di
tipo cronologico, le varie tappe del percorso compiuto dalla formazione profes-

13
sionale piemontese dallUnit dItalia ai nostri giorni. Scrivere una storia della
formazione professionale impone scelte non facili relative ai confini, per le ov-
vie interconnessioni tra il sistema della formazione professionale e quello
dellistruzione. Se la distinzione tra i due sistemi oggi sufficientemente deline-
ata (non senza opportune e auspicabili forme di collaborazione e integrazione),
altrettanto non si pu dire in riferimento al passato, in particolare allet liberale,
come avr modo di riscontrare il lettore che vorr addentrarsi nelle pagine che
seguono. Iniziative locali, rispondenti a bisogni gi manifesti o a visioni precor-
ritrici, rubricabili come formazione, venivano nel tempo evolvendosi attraverso
il riconoscimento dellautorit centrale e linserimento nel sistema
dellistruzione. Inoltre, una storia della formazione professionale deve misurarsi
con altri binomi, oltre a quello formazione/istruzione: teorico/pratico, pubbli-
co/privato, locale/nazionale, assistenza/mercato, gratuito/oneroso, ed altri anco-
ra. Le esperienze, le diverse iniziative, i dibattiti, i tentativi di rispondere al me-
glio alle necessit dello sviluppo, di prevedere i fabbisogni e supportare le attivi-
t produttive sono stati sforzo costante di molteplici protagonisti.
Almeno una di queste esperienze vogliamo ripercorrere a scopo introduttivo,
per esemplificare il concorso di forze che hanno dato impulso ad attivit forma-
tive di grande rilievo per il successo economico del Piemonte. La Scuola Tipo-
grafica e di arti affini nacque a Torino nel 1902, inaugurata il 21 dicembre, su
iniziativa di Giuseppe Vigliardi Paravia e di Dalmazzo Gianolio, che la diresse
per i primi cinque lustri. Le sue origini risalgono al Comitato per il quinto cente-
nario della nascita di J ohann Gutenberg, costituitosi a Torino il 1 marzo 1900.
La Scuola venne amministrata da un consiglio direttivo, statutariamente compo-
sto da rappresentanti del Ministero di agricoltura, industria e commercio, del
Comune, della Camera di commercio, dellUnione pio-tipografica Italiana, della
Societ fra artisti tipografi, delle sezioni compositori, impressori e fonditori della
Federazione italiana lavoratori del libro, da rappresentanti degli azionisti e
dellAssemblea generale dei membri fondatori, nonch degli enti che contribui-
vano al finanziamento con un contributo annuo di almeno 500 lire. La scuola
nacque dunque dalla collaborazione tra istituzioni locali, organizzazioni impren-
ditoriali e sindacato dei lavoratori, con la Federazione del libro che aderiva alla
locale Camera del lavoro. La scuola tipografica organizzava corsi per apprendisti
e maestranze. Regificata nel 1907, fu trasformata nel 1924 in Regia scuola di
Tirocinio per le Arti grafiche e corsi per maestranze
16
, passando a formare non
solo operai ma anche tecnici di grado pi elevato. Nel 1937, nellambito del
riordino dellistruzione tecnica voluto da Bottai, assunse la denominazione di
Scuola tecnica industriale per le arti grafiche Giuseppe Vigliardi Paravia, con
relativa approvazione di personalit giuridica e programmi. Lanno successivo,
nel 1938, mentre proseguivano i corsi serali per maestranze, i corsi della scuola
tecnica (biennali, post-avviamento o post scuola complementare) abbandonarono
lorario serale per assumere lorario diurno. Dal 1 ottobre 1941, alla scuola tec-
nica venne aggregata la Scuola di avviamento per arti grafiche, diurna, che alla

16. I provvedimenti richiamati sono i Regi decreti 9 maggio 1907, 13 novembre
1924, 17 settembre 1937, 21 giugno 1942, il Decreto presidenziale 10 febbraio 1953.

14
obbligatoriet dellistruzione tra 11 e 14 anni, gi prevista dalla riforma Gentile,
associava lindirizzo grafico per composizione a mano e stampa. Negli intendi-
menti dei promotori, la scuola di avviamento, pur senza la pretesa di creare ope-
rai qualificati, doveva gettare le basi che permettessero agli allievi di operare con
migliori capacit nel campo specifico. Dopo la seconda guerra mondiale gli in-
dustriali grafici chiesero che la scuola tecnica tornasse ad avere svolgimento se-
rale, per consentire limpiego dei giovani al lavoro durante il giorno. La richiesta
fu accolta nel 1947, poi, nel 1948, si pass allorario preserale, dalle 18 alle
20,30, nellambito di un ordinamento eccezionale che prevedeva la durata qua-
driennale, anzich biennale, per distribuire sui quattro anni lo svolgimento dei
programmi. Si noti, in questa vicenda, la flessibilit con la quale si adatt un or-
dinamento statale a unesigenza locale, e la realizzazione di una alternanza scuo-
la-lavoro che suona piuttosto come alternanza lavoro-scuola. Nel 1949, su inizia-
tiva del Consorzio degli industriali grafici, fu creato lIstituto tecnico industria-
le per le Arti grafiche, con sezioni per periti grafici e periti fotografici, quale
ente a s stante e senza rapporto con la Scuola Paravia, se non quello
dellutilizzo dei locali e degli insegnanti della scuola fino a che
lamministrazione provinciale non avesse provveduto a una sede propria e il Mi-
nistero alla dotazione di macchinari propri. Nel 1950 venne integrata nella Pa-
ravia la Scuola di fotografia e di ottica costituita nel 1933 sotto limpulso del
Consorzio provinciale per listruzione tecnica e del suo presidente Alfredo Laez-
za; la scuola, intitolata a Teofilo Rossi di Montelera e gi ospitata nella stessa
sede, divent cos la Sezione Fotografi, denominata successivamente, nel 1953,
Scuola tecnica di Arti grafiche e fotografiche. Nel complesso del Vigliardi
Paravia vi erano il corso di avviamento triennale diurno, il corso di scuola tec-
nica preserale e i corsi serali per maestranze; questi ultimi nel 1955 furono porta-
ti da quattro o sei ore a dieci ore settimanali, con programmi ben definiti e im-
prontati allo schema dei profili professionali definiti dallEnte nazionale per
listruzione professionale grafica; la revisione dei programmi si accompagn
allallestimento di nuovi laboratori con nuovi macchinari. Allinizio degli anni
Sessanta, la scuola aveva un bilancio annuo di oltre 40 milioni, era amministrata
da un consiglio di amministrazione presieduto dal nipote del fondatore, Tancredi
Vigliardi Paravia (gi commissario dal 1946), godeva di finanziamenti aggiunti-
vi a quello statale, erogati dal Comitato per listruzione professionale grafica,
dalla Cassa di risparmio di Torino, da Camera di commercio, Unione industriale,
Consorzio provinciale per listruzione tecnica, dallAssociazione progresso gra-
fico, dal Comune e dalla Provincia di Torino, da aziende pubbliche e private
(Stipel, Sip, Ferrania, Nebiolo). Le trasformazioni successive, conseguenti
allintroduzione della scuola media unica che comportava la fine
dellavviamento, avrebbero definitivamente omologato lesperienza allambito
dellistruzione scolastica.
Abbiamo qui voluto ricordare il caso del Vigliardi Paravia perch, sotto
molti aspetti, appare rappresentativo dellevoluzione di numerose iniziative di
formazione professionale locali destinate nel tempo a essere sussunte dal sistema
dellistruzione. Esso appare inoltre significativo della precoce capacit delle isti-

15
tuzioni locali e delle organizzazioni delle parti sociali, sin dai loro primi esordi,
di cooperare fattivamente.
La storia non pu di per s offrire risposte ai problemi attuali, dati i cambia-
menti di contesto; e tuttavia, riscontrare nel passato i prodromi delle buone prati-
che, i vicoli ciechi e le scelte vincenti, pu aiutare a non ripetere errori, a imboc-
care le strade giuste, senza contare che la conoscenza delle proprie radici co-
struisce senso di appartenenza, concorre allimpegno e al desiderio di collabora-
re, di sentirsi protagonisti della storia della propria comunit professionale, con
effetti fortemente positivi sullefficienza del sistema.

17
La formazione professionale
agli albori dellindustrializzazione: lOttocento

Ester De Fort





La formazione tecnico-professionale nel quadro della legge Casati.

Nel complessivo riassetto del sistema scolastico operato dalla legge Casati
del 15 novembre 1859, varata in virt dei poteri straordinari conferiti a Vittorio
Emanuele II in occasione della guerra con lAustria e destinata a divenire la leg-
ge quadro della pubblica istruzione del futuro regno dItalia, la formazione pro-
fessionale veniva esplicitamente demandata alle iniziative locali. Sottesa a tale
scelta, la convinzione dello stretto legame tra questo tipo di formazione e il terri-
torio, di cui le scuole dovevano interpretare i bisogni e dal quale dovevano trarre
la propria linfa vitale.
Diverso era il caso dellistruzione tecnica, disciplinata dalla Casati pur se
considerata, in un primo momento, estranea alla stessa formazione secondaria,
che si identificava col ginnasio-liceo, scuola principe cui era affidata la prepara-
zione delle future classi dirigenti.
Il tecnico era un ramo dinsegnamento di recente tradizione, per lo meno in
Piemonte, e aveva la sua origine nei corsi speciali istituiti dalla legge Boncom-
pagni del 1848, successivamente riformati e suddivisi in due livelli, che nella
Casati assumevano la denominazione, rispettivamente, di scuola e istituto tecni-
co. Il loro compito era quello di attribuire ai giovani che intend[eva]no dedicar-
si a determinate carriere del pubblico servizio, alle industrie, ai commerci ed alla
condotta delle cose agrarie la conveniente cultura generale e speciale: formu-
lazione assai generica, ove si celava una contraddizione di fondo, dovuta
allinnestarsi della scuola tecnica sullesile tronco della scuola elementare, che
costringeva i suoi alunni a una scelta troppo precoce e condizionata dalle condi-
zioni sociali dei genitori.
Le scuole tecniche assunsero presto caratteristiche che le resero estranee agli
obiettivi di formazione professionale in senso stretto, divenendo scuole postele-
mentari di cultura generale, socialmente inferiori, perch prive del latino e dei
caratteri nobilitanti propri a tale insegnamento. Ci non ne imped la buona ac-
coglienza da parte di quei ceti medi desiderosi di assicurare una formazione sco-
lastica ai propri figli ma che ritenevano troppo lungo e troppo arduo il percorso
del ginnasio-liceo
1
.

1. E. De Fort, Listruzione tecnica dal Piemonte preunitario alla riforma Gentile, in
Una scuola, una citt. I 150 anni di vita dellIstituto Germano Sommeiller di Torino,
a cura di A. DOrsi, Torino, ITCS Germano Sommeiller, 2003, pp. 25-37.

18
Sensibili alle esigenze di tali strati sociali, gli amministratori preferirono talo-
ra puntare sulla nascita di scuole tecniche piuttosto che professionali, come ac-
cadde a Novara ove fu chiuso lIstituto di arti e mestieri Bellini per far posto
alla scuola e allistituto tecnico
2
.
A una formazione speciale miravano invece gli istituti tecnici, con
leccezione della sezione fisico-matematica, che col R.D. Mamiani del 19 set-
tembre del 1860 consentiva laccesso alla facolt di matematica. Col termine
speciale si intendeva una formazione con pi mirati esiti professionalizzanti,
da conseguire attraverso le altre tre sezioni previste, cio lamministrativo-
commerciale, lagronomica, la chimica, indirizzate rispettivamente
allamministrazione delle aziende e del commercio, allagricoltura e alle indu-
strie agricole, alle industrie chimiche. Tale obiettivo ne rese logico il passaggio,
con R.D. 28 novembre 1861, n. 347, al Ministero di agricoltura, industria e
commercio (dora in avanti Maic), sotto la cui competenza rimasero, salvo una
breve parentesi, sino alla riforma Gentile del 1923.
Lindecisione se considerare gli istituti quali scuole speciali rivolte esclusi-
vamente ad apparecchiare i giovani ad una professione od arte, o piuttosto
scuole di coltura pi ampia e pi generale
3
, si riflett, inizialmente, nella ri-
nuncia del ministro a dare un programma dinsegnamento fatto a priori ed im-
posto per legge o per regolamento, in attesa di avere indicazioni
dallavviamento pratico degli stessi istituti e dai consigli provinciali e municipa-
li. Individuava, peraltro, alcune figure professionali che avrebbero potuto for-
marvisi, quali abili banchieri e commercianti, direttori e contabili di associa-
zioni industriali e finanziarie, capi-officine e macchinisti, misuratori, ragionieri,
estimatori pubblici e periti, agenti di cambio e sensali, verificatori di pesi e misu-
re, saggiatori di zecca, uffiziali del marchio, dei telegrafi, delle strade ferrate,
delle foreste e delle varie amministrazioni pubbliche. Figure, peraltro, in gran
parte gravitanti sui pubblici uffici, che non si prevedeva fossero troppo numero-
se, e del resto il numero degli istituti cos come quello degli studenti fu piut-
tosto limitato. In Piemonte, nellanno scolastico 1861-62 se ne contavano cin-
que, a Novara, Tortona, Vercelli, Casale Monferrato, Torino (solo questultimo
governativo), con poco pi di un centinaio di studenti in tutto, distribuiti nelle
sezioni amministrativo-commerciale e fisico matematica, restando deserte
lagraria e la chimica
4
.
Il ministro esprimeva inoltre la speranza che nelle citt pi importanti per
commercio, per industria, per ricchezze e per coltura gli istituti potessero
mantenere vivo lamore per gli studi tecnologici superiori, per le scoperte, per

2. G. Morreale, LIstituto Industriale Omar. Alle origini del perito industriale,
Novara, Nuova Tip. San Gaudenzio, 2000, pp. 44-49.
3. Relazione del Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio (Pepoli) sopra gli
istituti tecnici, le scuole di arti e mestieri, le scuole di nautica, le scuole delle miniere e
le scuole agrarie, presentata alla Camera dei Deputati nella tornata del 4 luglio 1862,
Torino, Eredi Botta, 1862.
4. Ivi, pp. 63-68. Gli allievi erano 10 a Casale, 13 a Novara, 6 a Tortona, 11 a Vercel-
li e il resto a Torino.

19
le invenzioni industriali e per i progressi economici dogni maniera. In effetti in
Piemonte alcuni istituti tecnici e scuole professionali sarebbero riusciti a intrec-
ciare utili rapporti con le due istituzioni di studi tecnici superiori fondate in que-
gli anni, cio la Scuola di applicazione, nata nel 1859 per iniziativa di Quintino
Sella, per formare ingegneri forniti di una preparazione a viste larghe e genera-
li, che consentisse diversificati sbocchi professionali, da cui uscirono molti de-
gli ingegneri civili che divennero in seguito insegnanti di materie tecniche e
scientifiche e direttori di istituti, e il Museo industriale italiano (1862).
Questultimo, sorto su proposta di Giuseppe De Vincenzi, regio commissario
italiano allEsposizione universale di Londra del 1862, sul modello del South
Kensington Museum di Londra, ricalcava limpostazione degli antichi musei
scientifici, quale luogo di raccolta e di esposizione di prodotti scientifici e tecno-
logici antichi e moderni, ove i produttori potevano essere al corrente della tecno-
logia pi avanzata, proponendosi di suscitare, attraverso leducazione industria-
le, un intelligente movimento economico nel Paese
5
.
A dire il vero, nei suoi primi anni il Museo non diede molti segni di vita, per
lincertezza relativa alle sue funzioni e persino alla sede, e solo dopo il trasferi-
mento della Capitale si incominci a riflettere su come si potesse meglio utiliz-
zare listituzione, lasciata a Torino quale ricompensa della perdita subita.

Daltro canto, linnovativo proposito di trasformarlo in un istituto di insegna-
mento tecnico superiore che formasse, tra laltro, una figura di ingegnere spe-
ciale per le industrie, suscit la vivacissima protesta della Scuola di applicazio-
ne, che vide messa in crisi la sua stessa esistenza da quella che considerava
unindebita invasione di campo. Il compromesso, concretatosi alla fine degli an-
ni Sessanta, previde una collaborazione tra le due istituzioni, con lavvio nel
Museo di corsi per allievi ingegneri, lasciando per alla Scuola lesclusiva del
conferimento dei diplomi di laurea. Il Museo assunse il compito di formare inse-
gnanti di materie tecniche e scientifiche, oltre a direttori di industrie, capi offici-
ne e macchinisti (figure professionali assai carenti nellItalia dellepoca), si oc-
cup di divulgazione scientifica finalizzata a soddisfare i bisogni
dellindustria e introdusse laboratori sperimentali. Tuttavia, la successiva aboli-
zione dei corsi per direttori, sia pure poi ripristinati, furono un segno della diffi-
colt di affermazione delle istanze industrialiste, del resto largamente minoritarie
nel Paese.
Fu evidente, fin da questi primi passi, che il progetto di faredella formazione
professionale a livelli superiori un volano per lo sviluppo economico avrebbe
incontrato non pochi ostacoli, per la collaborazione inferiore alle attese da parte
degli amministratori e imprenditori locali, e per il tessuto produttivo ancora lar-

5. A. Ferraresi, Museo industriale e Scuola di applicazione per gli ingegneri: alle o-
rigini del Politecnico, in Storia di Torino, vol. VI, La citt nel Risorgimento (1798-
1864), a cura di U. Levra, Torino, Einaudi, 2000, pp. 795-835, da cui sono anche tratte le
citazioni relative al Museo. Il primo nucleo era costituito da materiali che erano stati in
mostra allEsposizione stessa.

20
gamente preindustriale, cui gli istituti non riuscirono a imprimere un impulso
decisivo
6
.


I precedenti

Al momento dellUnificazione, il campo della formazione professionale volta
ai futuri artieri e ai lavoratori agricoli era dominato da istituzioni, spesso di an-
tica origine, che rinchiudevano ragazzi poveri, orfani, derelitti, discoli, con
lintento di far loro acquisire, attraverso lesercizio di un mestiere, le capacit
necessarie per procacciarsi onestamente da vivere. La preoccupazione maggiore
che le ispirava era quella di eliminare le tendenze al parassitismo e alla dissolu-
tezza in cui si vedevano le cause principali della disoccupazione e della crimina-
lit, assicurando il pacifico reinserimento sociale dei giovani ricoverati, secondo
lideologia della carit riabilitativa.
Una concezione di questo tipo era alla base della Generala di Torino, fondata
da Carlo Alberto, la cui novit era costituita dallessere un carcere specificamen-
te destinato ai giovani traviati, cio responsabili di piccoli illegalismi e vaga-
bondi, da sottrarre al pericoloso contatto con i criminali adulti, ma anche alla
pessima educazione impartita dai loro genitori e dal loro ambiente sociale. Es-
si venivano avviati al lavoro di sarto, falegname, tessitore, fabbricante di stuoie,
o alle attivit agricole, pur se lidea di una formazione professionale venne spes-
so subordinata allesigenza di trarne immediati profitti economici, come accadde
agli apprendisti agricoltori, applicati pure alla riparazione e alla manutenzione
delle strade pubbliche
7
.
A una diversa tipologia di utenti si rivolgeva lantico Albergo di virt, fon-
dato a Torino nel 1580 come ospizio di quanti intendevano abiurare al culto val-
dese. Esso ora accoglieva, gratuitamente o a spese di benefattori, giovani di tutte
le province sabaude che rientravano nella categoria dei poveri meritevoli o
vergognosi, figli di legittimi e onesti genitori, che vi venivano addestrati
sotto la guida di un mastro cittadino. Listituto era particolarmente apprezzato
dagli artigiani torinesi, che facevano a gara per collocarvi i figli, i quali, una vol-
ta usciti, avevano buone speranze di essere assunti come apprendisti nelle botte-
ghe torinesi. A met Ottocento esso per risentiva negativamente del protrarsi
della crisi della produzione tessile, in particolare serica, che nel Settecento aveva
costituito una delle principali risorse del Regno, verso la quale era prevalente-

6. Per un quadro generale delleconomia piemontese rimandiamo a V. Castronovo,
Economia e societ in Piemonte dallUnit al 1914, Milano, Banca commerciale italia-
na, 1969. Per il tessuto industriale si vedano M. Abrate, Lindustria piemontese, 1870-
1970. Un secolo di sviluppo, Torino 1978, e P. Rugafiori, Alle origini della Fiat. Imprese
e imprenditori in Piemonte (1870-1900), in Grande impresa e sviluppo italiano. Studi
per i cento anni della Fiat, a cura di C. Annibaldi, G. Berta, vol. I, Bologna, il Mulino,
1999, pp. 135-183.
7. R. Audisio, La Generala di Torino. Esposte, discoli, minori corrigendi (1785-
1850), Santena, Fondazione Camillo Cavour, 1987, p. 157.

21
mente orientata la sua attivit formativa. Non era valso a frenarne il declino il
tentativo, nel 1857, di aggiornare la formazione con lintroduzione di una scuola
di teoria per la fabbricazione dei tessuti e di una scuola speciale di disegno per la
mise en carte (finalizzata alla fabbricazione stessa), oltre a nozioni di disegno
lineare geometrico, di macchine, dornato. NellAlbergo continuavano per ad
apprendersi una serie di mestieri tradizionali, dal fabbro al coltellinaio, dal fale-
gname al calzolaio, troppi e troppo eterogenei per essere insegnati a dovere e so-
prattutto per fargli acquisire un profilo innovatore
8
.

In questo scenario in larga parte arcaico, dominato da istanze assistenziali e
di recupero sociale, si erano inserite, durante il regno carloalbertino, le iniziative
di influenti notabili, borghesi o aristocratici illuminati, e persino ecclesiastici,
desiderosi di assecondare il cauto processo riformatore avviato dal sovrano, or-
ganizzatisi in associazioni che, grazie allutile fine perseguito a un tempo
combattere il pauperismo, e stimolare positivamente leconomia potevano es-
sere tollerate da un regime sospettoso di qualsiasi forma di riunione.
Fiorirono in tal modo qua e l nella regione, addensandosi soprattutto nelle
zone caratterizzate da una pi intensa attivit artigianale, talora con una precipua
valenza artistica, diverse Societ, come quelle per lavanzamento delle arti, dei
mestieri e dellagricoltura di Biella, promossa dal vescovo Losana (1838)
9
, o la
Societ dincoraggiamento per lo studio del disegno nella provincia di Valsesia
(1831), che si proponeva di promuovere lo studio del disegno applicabile e-
ziandio alle arti meccaniche, particolarmente diffuse nella zona anche per la
povert del suolo, tutelando le scuole di disegno, alcune addirittura di origine
settecentesca, sparse nella Valle
10
. La Societ valsesiana amministr anche il la-
boratorio per lavori lignei, sorto su legato del marchese di Barolo per soddisfare
alle esigenze di restauro e alle attivit collegate con la presenza del Sacro Monte.
Sin da allora il disegno, coerentemente con limpostazione delle scuole tecni-
che europee tra gli anni Venti e gli anni Ottanta dellOttocento, si rivelava nu-
cleo portante della formazione professionale, momento di acquisizione di tec-
niche e manualit, [e] soprattutto mezzo per la formazione del gusto estetico dei
giovani, dei lavoratori e per la loro crescita morale e intellettuale
11
.

8. G. Ponzo, Stato e pauperismo in Italia: lAlbergo di Virt di Torino (1580-1836),
Roma, La Cultura, 1974; Atti del VI congresso pedagogico italiano, Torino, Tip. Botta,
1869, p. 336.
9. R. Gobbo, La Societ per lavanzamento delle arti, dei mestieri e dellagricoltura
nella Provincia di Biella, in Archivi e storia: rivista semestrale dellArchivio di Stato di
Vercelli e delle Sezioni di Biella e di Varallo, n. 9-10, 1993, pp. 83-114.
10. Sulla Societ e sui rapporti non sempre facili con la principale scuola di disegno
della provincia, quella di Varallo, si veda M. Rossi, Un caso di associazionismo borghe-
se nel Piemonte dellOttocento: La Societ dIncoraggiamento allo Studio del Disegno
in Valsesia, tesi di laurea, Universit degli studi del Piemonte Orientale, Facolt di Lette-
re e Filosofia, 1998, relatore prof. Ester De Fort.
11. C. Dapr, Il diritto di disegnare. Le scuole di San Carlo tra lo Statuto e la nascita
della Torino industriale, in Scuole di industria a Torino. Cento e cinquanta anni delle

22
Le associazioni si proponevano di promuovere lindustria, da intendere come
attivit industriosa degli individui, e di aiutare i futuri artigiani a progredire, sen-
za per che unistruzione troppo elevata li facesse uscire dalla loro sfera sociale.
Scopo non secondario era infatti stornare il maggior numero possibile di indivi-
dui soprattutto del popolo dagli studi classici, improduttivi e pericolosi per-
ch accusati di alimentare stolte ambizioni e delusioni cocenti, che avrebbero
potuto sfociare in ribellione e delinquenza.
La condivisione degli obiettivi di recupero sociale propri delle istituzioni as-
sistenziali traspare dalle parole con cui un influente notabile novarese, il Giova-
netti, inaugurava alla fine degli anni Trenta lIstituto di arti e mestieri, sorto a
seguito del lascito della contessa Tornielli: preparando buoni operai, promuo-
vendone labilit, destrezza e intelligenza, si era certi di poter scemare i poveri
e i ladri
12
.
Sempre rivolte ai figli degli artigiani, ma senza prevedere linternato, erano le
Scuole della mendicit istruita, sorte a Torino nel 1783 ad opera di un gruppo di
laici e religiosi per provvedere allinsegnamento del catechismo e alla distribu-
zione dellelemosina. LOpera aveva in seguito indirizzato la sua azione
allistruzione popolare, aprendo corsi elementari e di avviamento al lavoro, quel-
li maschili affidati ai Fratelli delle Scuole cristiane (1829), i femminili alle Suore
di San Giuseppe (1824)
13
. Sempre la Mendicit istruita aveva aperto nel 1846
scuole serali destinate alle classi industriose del popolo, ove, sulla base
dellesperimento avviato a Parigi da una decina danni, i Fratelli delle Scuole
cristiane insegnavano, tra laltro, geometria, disegno, ornato, francese e tenuta
dei libri commerciali
14
.
Anche queste esperienze mantenevano un profilo economico pre-moderno,
riferite a un mondo artigianale in declino, se pur numericamente predominante,
esposto in misura crescente ai colpi della concorrenza da parte delle manifatture
e del lavoro a domicilio, non tutelato o non pi tutelato dalla struttura corporati-
va, soppressa nel 1844. Proprio per questo per, agli stessi ceti industriosi non

Scuole tecniche San Carlo, a cura di D. Robotti, Torino, Centro Studi Piemontesi, 1998
pp. 43-56 (p. 52).
12. Morreale, LIstituto Industriale Omar, cit., p. 19.
13. G. Chiosso, Carit educatrice e istruzione in Piemonte: aristocratici, filantropi e
preti di fronte alleducazione del popolo nel primo 800, Torino, Societ editrice inter-
nazionale, 2007; L. Rocchietta, LOpera della Mendicit istruita in Torino. Assistenza,
istruzione e avviamento al lavoro nella Torino tra Sette e Ottocento, tesi di laurea, Uni-
versit degli Studi di Torino, Facolt di Lettere e Filosofia, 2001, relatore prof. E. De
Fort.
14. A. Ferraris, 1845-1995. Centocinquantenario dellistituzione delle prime scuole
serali in Torino ad opera dei Fratelli delle Scuole Cristiane, in Rivista lasalliana, a.
LXII, 1995, pp. 18-36; Chiosso, Carit educatrice, cit., pp. 123-130; E. De Fort,
Listruzione, in Il Piemonte alle soglie del 48, a cura di U. Levra, Torino, Comitato di
Torino dellIstituto per la Storia del risorgimento italiano, 1999, pp. 241-279; Eadem,
Listruzione primaria e secondaria e le scuole tecnico-professionali, in Storia di Torino,
vol. VI, La citt nel Risorgimento, cit., pp. 587-618.

23
sfuggiva lutilit dellistruzione ai fini del proprio miglioramento professionale,
che lapprendistato nelle botteghe non garantiva pi come in passato.
Lo scenario delleconomia piemontese non era tale da sollecitare particolare
attenzione nei confronti della formazione professionale finalizzata allindustria,
e lo stesso sviluppo economico e demografico della Capitale era alimentato dalla
sua funzione politica e amministrativa, che le consentiva di concentrare investi-
menti e risorse, oltre a forza lavoro dalle campagne circostanti e dal resto del Pa-
ese. Nel 1862 a Torino gli addetti alla produzione manifatturiera erano 52.000 su
205.000 abitanti, in larga maggioranza occupati in piccole o medie botteghe arti-
giane, n la presenza di alcune imprese di notevoli dimensioni legate in genere
ai fabbisogni dello Stato era sufficiente a offrire limmagine di una citt sulla
strada dellindustrializzazione
15
.


Gli elementi di novit e i significativi stimoli alleconomia regionale intro-
dotti dalla politica cavouriana, come la modernizzazione delle infrastrutture, a-
vrebbero agito a lunga scadenza, in un processo di trasformazione lento e non
lineare. Lapertura del Piemonte alle esperienze europee, intensificatasi nel de-
cennio costituzionale, favor comunque una maggiore attenzione alla formazione
della manodopera, che non poteva restare relegata alle scuole della Mendicit
istruita o a iniziative consimili, e doveva spingersi oltre ai primi elementi della
scienza, secondo quanto affermava un ex funzionario carloalbertino,
lintendente Milanesio, intellettuale impegnato nel campo delleducazione popo-
lare, oltre che promotore di una societ di mutuo soccorso. Egli era infatti con-
vinto che il miglioramento morale, oltre che materiale, della classe operaia do-
veva essere una conseguenza della nuova forma di governo, che la rendeva u-
guale alla pi colta societ
16
.
In collaborazione col Milanesio, Gabriele Capello, fabbricante di mobili e di
carrozze ferroviarie, promosse, a partire dallautunno del 1849, dei corsi per i
propri operai, riunitisi in Societ di mutuo insegnamento, ove si insegnavano e-
lementi di geometria applicata alle arti, e teoria e pratica del sistema metrico de-
cimale, nucleo delle future Scuole San Carlo.
Lappoggio di associazioni operaie e di mestiere, prima fra tutte
lAssociazione generale degli operai di Torino (Ago), dava alliniziativa un forte
significato politico e sociale, da non intendersi per in senso eversivo rispetto
allordine costituito. Le San Carlo, che erano riuscite a ottenere il patrocinio
del Duca di Genova, nascevano infatti in un clima fortemente patriottico, come
si coglie dal loro inno, che, dopo aver esaltato la fine di unera di servaggio di
braccianti avviliti e calpesti, e celebrato le virt di unistruzione che rendeva

15. F. Levi, Da un nuovo a un vecchio modello di sviluppo economico, in Storia di
Torino, vol. VII, Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), Torino, Einau-
di, 2001, pp. 5-72; Musso, Industria e lavoro a Torino nellOttocento, in Scuole
dindustria, cit., pp. 5-17.
16. D. Robotti, Le origini (1848-1855). Il sogno geometrico dellintendente Antonio
Milanesio e dello stipettaio Gabriele Capello, ivi, pp. 19-29.

24
pi bello e lodato il lavor, si concludeva col verso: Viva lItalia, che allarmi
chiam
17
.



Le iniziative cattoliche: dagli Oratori ai laboratori.

Una parte di primo piano nel campo della formazione professionale la ebbero
i cattolici. Essi recuperarono, utilizzando gli spazi lasciati aperti alliniziativa
privata, il terreno progressivamente perduto dalla Chiesa nel settore
dellistruzione pubblica, a seguito del duro scontro col governo costituzionale,
che aveva visto lespulsione dei Gesuiti dal Regno sardo, nel 1848, e il progres-
sivo allontanamento dei Fratelli delle Scuole cristiane dalla gestione di molte
scuole comunali e dalle stesse scuole professionali serali istituite dal Comune di
Torino nel 1849. Sempre i Fratelli riordinarono il Collegio San Primitivo, aperto
nel 1854 e inizialmente riservato agli studi tecnico-commerciali, che assunse la
forma di istituto libero, cio privato. Dopo la chiusura voluta dal Consiglio
superiore della pubblica istruzione per la presenza di insegnamenti classici non
autorizzati e per la mancanza di titoli adeguati da parte degli insegnanti, il colle-
gio risorse col nome di San Giuseppe, nel 1875, con corsi elementari, tecnici e
ginnasiali
18
.
Ai Fratelli si affiancarono i Giuseppini del Murialdo e i Salesiani di don Bo-
sco, i cui rispettivi istituti, diramatisi in provincia, rappresentavano lo sviluppo
grandioso di uniniziativa modesta ai suoi esordi, avviata a met del secolo da
parte di sacerdoti animati da un grande zelo pastorale, lo stesso don Bosco e don
Cocchi. Essi intendevano interpretare lo spirito della carit cristiana in una for-
ma pi adeguata ai nuovi tempi, attraverso la vicinanza agli strati umili ed emar-
ginati della popolazione, ritenendo insufficiente la semplice attivit catechistica.
I loro Oratori riunivano e ospitavano giovani sbandati, o lavoratori spesso
stagionali giunti dalle campagne circostanti per cercare lavoro, in una citt og-
getto di una imponente immigrazione, che le strutture assistenziali tradizionali
non erano in grado di governare e che ne aggravava il mal essere sociale
19
. In
un primo momento i ragazzi vennero sistemati presso artigiani che insegnavano
loro un mestiere: il modello delle corporazioni non era ancora dimenticato, e i
due preti si preoccupavano di contrattare col mastro artigiano le condizioni mi-
gliori per i loro pupilli, come avrebbero fatto, in passato, i loro genitori. Quel
modello presentava per diversi inconvenienti, come il fatto che lartigiano ten-
deva a impiegare il ragazzo in umili servizi senza metterlo a parte dei segreti

17. Ivi, p. 29.
18. Cfr. Rivista amministrativa del regno. Giornale ufficiale delle amministrazioni
centrali e provinciali dei comuni e degli istituti di beneficenza, a. XII, 1861, pp. 546-
549.
19. P. Stella, Don Bosco nella storia economica e sociale, Roma, LAS (Libreria Ate-
neo Salesiano), 1980; E. Reffo, Don Cocchi e i suoi Artigianelli, Torino, Tip. S. Giusep-
pe degli Artigianelli, 1896; U. Levra, L'altro volto di Torino risorgimentale, 1814-1848,
Torino, Comitato di Torino dellIstituto per la storia del Risorgimento italiano, 1988.

25
della professione. Anche per questo motivo, oltre che per il timore del contagio
spirituale cui i ragazzi sarebbero stati esposti frequentando botteghe e officine
della citt, e persino percorrendo le strade per andare al lavoro, esso fu presto
abbandonato. In sua sostituzione, si introdussero laboratori interni retti da arti-
giani dapprima pagati e in seguito formati dallistituzione stessa, che raggiunse
in tal modo la completa autosufficienza, dal momento che anche il lavoro dei
giovani era indirizzato a soddisfare i fabbisogni interni
20
.
Lidea di una formazione in un ambiente isolato dai miasmi di una societ
corrotta e corruttrice, che trovasse nel lavoro uno strumento di redenzione, oltre
che di recupero sociale, era comune ad altri istituti, come il gi citato Correzio-
nale della Generala. Non a caso proprio la direzione della Generala si rivolse a
don Cocchi per affidargli i giovani che erano stati messi in libert per una deci-
sione della Camera, in quanto privi di regolare condanna. A sua volta, nel varare
il suo istituto don Bosco prese contatto con la Generala e lAlbergo di Virt per
studiarne i laboratori
21
.
La formazione professionale fornita dagli istituti fin quindi, almeno in un
primo momento, col ricalcare i modelli preindustriali cui si accennato, limitan-
dosi, nei primi tempi, ad addestrare attraverso limmediata applicazione al lavo-
ro e limitazione. I mestieri sarti, falegnami, tipografi, fabbri, erano scelti in
risposta allesigenza di fornire quanto servisse alle esigenze interne
22
.
Pi che i contenuti e la qualit della formazione, importava venire in soccor-
so di giovani abbandonati materialmente e spiritualmente offrendo loro la capa-
cit di guadagnarsi onorevolmente il pane attraverso lacquisizione delle cogni-
zioni adeguate al loro stato, ma soprattutto fornendo una solida preparazione re-
ligiosa, in un progetto educativo integrale. Com stato osservato in relazione al
modello salesiano, sua caratteristica era, tra laltro, la formazione di un nuovo
tipo di uomo e cristiano che fosse a un tempo devoto al papa ma anche capace di
adattarsi ai nuovi ordinamenti statali
23
, oltre che ai bisogni di una societ in tra-

20. Giovenale Dotta, La formazione al lavoro nel Collegio Artigianelli di Torino al
tempo del Murialdo (1866-1900), in Annali di storia delleducazionee delle istituzioni
scolastiche, a. II, 2002, pp. 227-256.
21. J .M. Prellezo Garca, Dai laboratori di Valdocco alle scuole tecnico-
professionali salesiane. Un impegno educativo verso la giovent operaia, in Formazione
professionale salesiana: memoria e attualit per un confronto. Indagine sul campo, a
cura di L. Van Looy, G. Malizia, Roma, LAS, 1997, pp. 19-51.
22. R. S. Di Pol, Listruzione professionale popolare a Torino nella prima industria-
lizzazione, in Quaderni del Centro Studi Carlo Trabucco, 1984, n. 5. pp. 71-106; L.
Pazzaglia, Apprendistato e istruzione degli artigiani a Valdocco (1846-1886), in Don
Bosco nella storia della cultura popolare, a cura di F. Traniello, Torino, Societ Editrice
Internazionale, 1987, pp. 13-80; Dotta, La formazione al lavoro, cit.
23. F. Traniello, Mondo cattolico e cultura popolare nellItalia unita, in Idem, Reli-
gione cattolica e Stato nazionale. Dal Risorgimento al secondo dopoguerra, Bologna, il
Mulino, pp. 93-219. Si veda anche P. Braido, Poveri e abbandonati, pericolanti e peri-
colosi: pedagogia, assistenza, socialit nellesperienza preventiva di don Bosco, in
Annali di storia delleducazione e delle istituzioni scolastiche, a. III, 1996, pp. 183-
236.

26
sformazione. I Salesiani quindi si distinguevano dallatteggiamento dei cattolici
reazionari, chiusi nel loro netto rifiuto della societ moderna e nel mancato rico-
noscimento delle autorit dello Stato italiano.

In tal senso, nonostante la sua visione critica del neonato Stato unitario fosse
pienamente conforme alle linee intransigenti della gerarchia (a differenza di don
Cocchi, che aveva cercato di condurre in battaglia i suoi giovani, nel 1848, a
fianco delle truppe piemontesi in guerra contro lAustria), don Bosco mantenne
ottimi rapporti con le autorit liberali. Da parte loro le autorit, diffidenti nei
confronti della penetrazione cattolica nella scuola secondaria, si mostravano gra-
te dellazione svolta nei confronti degli strati pi bassi della popolazione, poten-
zialmente pericolosi e scarsamente raggiunti da altre iniziative in campo scola-
stico e assistenziale. I governanti nazionali e locali non esitarono a lasciare ai
santi sociali un ampio raggio dazione e a delegare loro importanti responsabi-
lit, appoggiandone le colonie agricole e avviando in esse e nei laboratori i co-
siddetti discoli.
Si pu ricordare, ad esempio, la fitta trama di rapporti intessuta tra don Bosco
e la direzione torinese delle ferrovie, che costituiva nella seconda met
dellOttocento una delle pi importanti imprese della citt, e manifest la sua
predilezione per lassunzione di operai preparati a Valdocco.
La formazione assicurata da Salesiani e Giuseppini incontr un certo favore
tra gli impresari, in quanto garantiva una manodopera laboriosa e precisa, obbe-
diente alle gerarchie, che dallesperienza dei laboratori aveva tratto labitudine a
ritmi di lavoro regolari, ben lontani da quelli della civilt contadina, e unetica
del lavoro funzionali alla realt urbana e alla fabbrica
24
.


Lagricoltura tra recupero sociale e innovazione

Un aspetto importante dellazione cattolica fu legato alle colonie agricole, ri-
covero di orfani e discoli, che si apprestarono a raccogliere leredit della Gene-
rala. Ne furono animatori in pieno accordo col governo don Cocchi, che si
specializz proprio in questo settore, e don Murialdo. Entrambi viaggiarono per
lItalia e lEuropa informandosi sulle consimili iniziative che andavano diffon-
dendosi per fronteggiare una devianza giovanile intesa sempre pi come feno-
meno preoccupante, da arginare a tutti i costi. Di qui le colonie di Moncucco
(1853), Chieri e Rivoli (1878), il riformatorio di Bosco Marengo, in provincia di
Alessandria, mentre solo a fine secolo si assiste alla new entry dei salesiani con
la colonia agricola di Canelli. Il ritardo era motivato dalla riluttanza di don Bo-
sco a gestire tali istituzioni, ritenendole particolarmente esposte al rischio di di-

24. P. Bairati, Cultura salesiana e societ industriale, in Don Bosco, cit., pp. 331-
357.

27
sordini morali, e dallandamento poco promettente delle colonie agricole avvia-
te dai salesiani in Francia
25
.

In effetti la colonia di Moncucco, eretta da don Cocchi con la collaborazione
di Cesare Valerio, a testimonianza di una fase di collaborazione tra il clero libe-
rale e filantropi di orientamento democratico, e sovvenzionata dal Maic, incontr
grossi problemi per la mancanza di personale preparato a gestirla e per i disordi-
ni cui avevano dato luogo i giovani ospiti, provenienti dal correzionale di Tori-
no, tanto da essere chiusa nel 1877 per volere dellOpera degli Artigianelli, con
gran dolore di Cocchi
26
.
Analoga sorte conobbero, questa volta per decisione del governo, la colonia
di Chieri e (nel 1883) il riformatorio di Bosco Marengo, che ospitava ragazzi
minori di 14 anni, condannati a pene detentive o soggetti alla legge speciale di
pubblica sicurezza, in genere per vagabondaggio: entrambi gli istituti costretti a
gestire ragazzi difficili e troppo numerosi e in frequente dissidio con le autorit
pubbliche, che interferivano sulle scelte educative e negavano i fondi necessari.

Grossi ostacoli incontr pure un istituto di ben altra e contrapposta origine,
sorto a Torino nel 1872 a seguito di un lascito di Carlo Alfonso Bonafous, appar-
tenente a una ricca famiglia di commercianti in seta e titolare di una ditta di tra-
sporti. Il Bonafous aveva lasciato ai confratelli della loggia massonica Dante A-
lighieri uningente somma (lequivalente di pi di quattro milioni di euro odier-
ni) al fine di creare un collegio per ragazzi abbandonati, che rischiavano di darsi
al vagabondaggio, da avviare allagricoltura, sullesempio delle scuole attive a
Mettray, presso Tours, e ad Oullins
27
.
Listituto, nato a Lucento, nella campagna torinese, avrebbe dovuto essere
organizzato su modello familiare, con gruppi di allievi guidati da educatori con
la funzione di capifamiglia, e non limitarsi a impartire nozioni di agricoltura ma
sperimentare nuove tecniche agricole. Per trascuratezza degli organi direttivi e
carenze del personale, incapace di gestire delicate situazioni individuali, oltre
che del tutto digiuno di nozioni agrarie, manc completamente ai suoi obiettivi.
Era, del resto, avventato immaginare che giovani provenienti in larga parte da
ambienti cittadini potessero adattarsi ai duri orari dellistituto, con una giornata
di lavoro che iniziava alle 4,30 o alle 5,30 del mattino e proseguiva sino al calar
del sole, di fronte a sbocchi occupazionali che non garantivano che miseria e
marginalit sociale (per quanto i giovani che ne uscivano fossero ricercati dagli

25. M. Fissore, Limmagine e la presenza dei Salesiani nella societ piemontese e li-
gure durante il rettorato di don Rua (1888-1910), tesi di laurea, Universit degli Studi di
Torino, Facolt di Lettere e Filosofia, 2002, relatore prof. F. Traniello, p. 145.
26. E. Reffo, Don Cocchi, cit. Sulla colonia, il cui edificio al centro di un progetto
di parziale recupero architettonico che intende valorizzarne anche la storia, si veda il sito
http://www.carossano.net/Sito/La%20Storia.html, curato da Riccardo Beltramo.
27. S. Montaldo, Dalle origini alla prima guerra mondiale, in Una scuola, una citt,
cit., p. 280; M. Novarino, Fratellanza e solidariet. Massoneria e associazionismo laico
in Piemonte dal Risorgimento allavvento del fascismo, Torino, Sottosopra, 2008, p. 196.
Mettray e Oullins, oltre a svariate altre colonie francesi, furono visitate da don Murialdo.

28
stabilimenti orticoli o presso particolari proprietari di fondi)
28
. Fall, inoltre, la
sotterranea speranza che essi potessero portare una ventata di laicismo nel cat-
tolico mondo contadino piemontese
29
.

Era tutta la visione sottesa alle colonie agricole previste come argine contro
lo spopolamento delle campagne a essere viziata dalla valorizzazione della ter-
ra e del lavoro dei campi quale strumento, di per s, di redenzione morale. Come
osservava il Bonafous, lobiettivo era amliorer la terre par lhomme et
lhomme par la terre
30
. Si fin in tal modo con lavallare, com stato osserva-
to
31
, unimmagine arcaica dellagricoltura, proprio quando sarebbe stato impro-
crastinabile puntare su un bagaglio di competenze ben pi solide per consentirne
una pratica intelligente ed efficace.
A dire il vero, lesigenza di promuovere riforme agricole su base scientifica
non era estranea ad alcune di queste istituzioni, che contemplavano anche inse-
gnamenti teorici e poderi modello razionalmente gestiti, ma non erano sempre in
grado di realizzarli per mancanza di capitali.
Si distingueva, nel quadro complessivo, la colonia giuseppina di Rivoli, eret-
ta, dopo la chiusura di Moncucco, per intervento del nipote di Murialdo,
lingegnere Carlo Peretti, che acquist lo stabile e il terreno (40 ettari), costruen-
dovi impianti di irrigazione e distribuendo le coltivazioni in maniera razionale.
Dal 1881 vi fu avviata una Scuola teorico-pratica di agricoltura con corsi di bo-
tanica, fisica, disegno, orticoltura, chimica, agronomia, che si avvalse
dellapporto dellagronomo Guido Blotto, un fratello laico della congregazione,
formatosi nel Collegio degli artigianelli e professore di chimica agraria
alluniversit di Torino
32
.

Di fronte al peso attribuito allagricoltura a lungo considerata naturale vo-
cazione e destino del Paese risalta la pochezza dei progetti messi in campo per
garantirne un effettivo progresso. Eppure in Piemonte agiva da tempo
lAssociazione agraria subalpina, che al tema dellistruzione agraria negli anni
precedenti lUnit aveva dedicato una certa attenzione, e dopo il 1860 cerc di
allargare allItalia il proprio raggio dinfluenza, senza troppo successo
33
. Inoltre,

28. Istituto Agrario Bonafous. Cenni monografici (1871-1924), Casale Monferrato,
Stab. Arti Grafiche Succ. Torelli, 1924.
29. Novarino, Fratellanza e solidariet, cit., p. 196.
30. Istituto Agrario Bonafous, cit., p. 18.
31. S. Soldani, A scuola di agricoltura, in Archivio centrale dello Stato, Fonti per la
storia della scuola, VI, Listruzione agraria (1861-1928), a cura di A. P. Bidolli, S. Sol-
dani, Roma, Ministero per i beni e le attivit culturali, 2001.
32. G. Dotta, Chiesa e mondo del lavoro in et liberale: lUnione operaia cattolica
di Torino (1871-1923), Cantalupa, Effata, 2008, p. 132. Durante il biennio 1907-1908 il
Blotto fece parte del Consiglio superiore di agricoltura, organismo ministeriale in cui e-
gli rappresentava il Piemonte e la Federazione Cattolica Agricola Torinese.
33. D. Giva, M. Spadoni, L Accademia di agricoltura di Torino e lAssociazione a-
graria subalpina, in Associazionismo economico e diffusione delleconomia politica
nellItalia dellOttocento. Dalle societ economico-agrarie alle associazioni di econo-
misti, vol. II, Milano, FrancoAngeli, 2000, pp. 63-84.

29
la Societ biellese per lavanzamento delle arti, dei mestieri e dellagricoltura
aveva promosso listruzione agraria fondando una scuola di agronomia e un po-
dere-modello a Sandigliano, vicino a Biella, sullesempio del pi noto istituto di
Meleto di Cosimo Ridolfi
34
.
LUnificazione poneva lagricoltura piemontese di fronte a nuove sfide, alla
necessit cio di competere con agricolture e mercati meglio organizzati e pi
aggressivi, e di orientarsi, come in parte fece, verso produzioni pi pregiate
35
.
Sfide non completamente vinte, come dimostra la stagnazione che la caratterizz
e che divenne vera e propria crisi a seguito dellinterruzione dei rapporti econo-
mici con la Francia, alla fine degli anni Ottanta, mentre si andava delineando la
grande crisi agraria europea i cui effetti non mancarono di riflettersi sulla nostra
regione.
Gi in precedenza si poteva per notare limpasse dellistruzione professiona-
le agricola, come dimostra il tormentato itinerario che port alla nascita della
Scuola enologica di Alba, sorta solo nel 1881, nonostante sin dal 1867, su pro-
posta della Camera delle arti e commercio della provincia di Cuneo, il Maic a-
vesse deciso di appoggiare la proposta di fondare nella zona, e precisamente ad
Alba, ove era pi diffusa la coltivazione della vite, una scuola per emancipare i
vignajuoli da quel secolare empirismo che nemico di ogni progresso
36
. Si era
allora (tra il 1860 e il 1870) in una fase di vera e propria febbre viticola, a se-
guito del deprezzamento del prodotto serico e del frumento e dellascesa con-
temporanea del costo delle uve, che aveva spinto allaumento della superficie
coltivata in tutto il Piemonte
37
.
Lamministrazione di Alba aveva tuttavia mostrato scarsa disponibilit ad af-
frontare i considerevoli costi della scuola, preferendo orientare i suoi investi-
menti nellacquisto di un immobile industriale da destinare ad uso di quartiere
militare, con gravi oneri per il bilancio ma cospicui vantaggi per gli ambienti af-
faristici e commerciali cittadini. In tutta la provincia di Cuneo, del resto,
listruzione tecnico-agraria era inesistente, ad eccezione delle sezioni agronomi-
che degli istituti tecnici di Cuneo e Mondov, le quali peraltro licenzia[va]no
periti che fini[va]no poi col misurare i campi o col tracciare strade, senza occu-
parsi di coltivazioni, n di impianti o avvicendamenti, n della conduzione di
imprese rurali.

34. R. Gobbo, Innovazione agraria nel podere sperimentale di Sandigliano (1841-
1851), in Studi e ricerche sul Biellese, a. 17, 2002, pp. 145-166.
35. A. Bogge, Aspetti e prospettive di sviluppo dellagricoltura piemontese alla met
del secolo XIX, in Giovanni Lanza e i problemi dellagricoltura piemontese nel secolo
XIX, Atti del convegno: 23-24-25 settembre 1982, a cura di N. Nada, Casale Monferrato,
Edizioni Piemme, 1983, p. 121.
36. V. Riolfo, Una citt e la sua scuola. Cronache dei primi anni, in La scuola eno-
logica di Alba: nel centenario della fondazione 1881-1981, [Alba], Famija Albeisa,
1981, pp. 11-85 (17).
37. I. Eynard, V. Novello, Aspetti e problemi della viticoltura piemontese nel secolo
XIX, in Giovanni Lanza, cit., pp. 142-155.

30
Anche i Comizi agrari
38
vivevano stentatamente, per mancanza di finanzia-
menti, e le esposizioni di prodotti agricoli e industriali da essi organizzate non
riuscivano a coinvolgere la popolazione rurale.
Lignoranza e la miseria dei piccoli coltivatori, lassenteismo dei proprietari
grandi e medi, la pressione fiscale non favorivano investimenti n sembravano
prospettare sbocchi professionali di rilievo agli allievi della Scuola enologica,
finalmente aperta per le pressioni del locale Comizio. Solo alcuni illuminati pro-
duttori e commercianti ritenevano improrogabile qualificare la produzione vini-
cola perch fornisse non pi vini cattivi destinati alle bettole, ma dei vini tipici
che passino i monti ed i mari con utile nostro e decoro dItalia
39
.
Furono lenergia e la capacit organizzativa dimostrata dal direttore
dellEnologica, il modenese Domizio Cavazza, modenese, laureato in agronomia
a Milano e perfezionatosi in studi di orticultura in Francia, a consentirne il de-
collo: essa divenne cos un punto di riferimento per gli operatori vinicoli della
zona, giunti ad apprezzarla per le soluzioni offerte ai gravi problemi che trava-
gliarono leconomia locale, messa in ginocchio dalla peronospora e dalla guerra
commerciale con la Francia.
Il Cavazza apr un laboratorio per osservazioni e analisi, organizz esposi-
zioni per macchine agricole, a cui aggiunse gratuite lezioni di viticultura e po-
mologia impartite il sabato agli albesi. Date queste premesse, lEnologica riusc
finalmente a conquistare, nel 1898, lagognato corso superiore, con un altro di-
rettore per, essendosi egli dimesso per contrasti con lamministrazione comuna-
le da lui accusata di trascurare la scuola.
Il suo attivismo non fu isolato, dal momento che altri direttori e docenti di
scuole professionali mostrarono come vedremo competenza e capacit
diniziativa. Essi affiancarono alla didattica ricerche e pubblicazioni in genere di
alto livello e alcuni di loro promossero in proprio attivit imprenditoriali, come
lo stesso Cavazza, cui si deve la valorizzazione del barbaresco e la fondazione
della cantina sociale di quel vino.
Quanto agli alunni dellEnologica, il cui accesso alla scuola era attentamente
selezionato per non creare spostati, furono educati con disciplina militaresca e
immersi nellambito totalizzante della scuola convitto, con lunghe ore nei vigneti
alternate allistruzione teorica, per un totale di dodici ore giornaliere. Una for-
mazione durissima, che consent loro, per lo meno nei primi anni, di trovare fa-
cilmente occupazione come agenti, cio fattori e favor persino la nascita di un
certo spirito di corpo, che li spinse, ai primi del nuovo secolo, a rivendicare addi-
rittura con uno sciopero il riconoscimento del titolo di enologo
40
.


38. Erano organismi consultivi sorti in ogni capoluogo di circondario, in base a un
decreto del 1866, e composti da quanti volevano promuovere la valorizzazione e il pro-
gresso tecnologico dellagricoltura e delle industrie a essa legate. Su di essi si veda P.
Corti, Fortuna e decadenza dei Comizi Agrari, in Quaderni Storici, XII, 1977, pp.
738-758.
39. V. Riolfo, Una citt e la sua scuola, cit., p. 15.
40. Ibidem.

31
La formazione professionale industriale e commerciale nel primo ventennio
postunitario

LIstituto Bonafous fu la prima pietra di un programma elaborato dai mas-
soni torinesi, che avevano dato vita allAssociazione nazionale per listruzione e
leducazione popolare, per cercar di affrontare e superare la crisi che aveva col-
pito la citt dopo il trasferimento della capitale a Firenze, alla cui notizia i lavo-
ratori erano scesi in piazza provocando tumulti spenti nel sangue.
Fu viva presso i ceti dirigenti locali la consapevolezza di quanto fosse urgen-
te trovare una nuova vocazione per Torino, che veniva identificata con quella di
una citt dellindustria e del commercio. In questo senso si era espresso il consi-
glio comunale gi nel 1861, in occasione del voto del parlamento su Roma capi-
tale, e lo stesso vicegovernatore della Provincia aveva invitato i Comuni a con-
sorziarsi e fondare scuole e istituti tecnici.
Nel 1862 una Commissione di imprenditori, amministratori e tecnici si era
pronunciata, dopo aver interrogato glindustriali della citt e le persone pi in-
telligenti darti e manifatture, in favore dellaumento della forza motrice e di un
compiuto insegnamento tecnico per le classi operaie, la cui deficienza, secon-
do Giacomo Arnaudon, capo del laboratorio di chimica dellArsenale e docente
dellistituto tecnico, era la causa dellinferiorit dellindustria
41
.

Non era per facile reagire alle conseguenze depressive sulleconomia citta-
dina del trasferimento dei ministeri, della zecca, degli opifici militari, di banche
e assicurazioni, e del venir meno delle commesse per le aziende che produceva-
no per i fabbisogni dello Stato. Daltro canto, nonostante le buone intenzioni e
gli appelli, che divennero accorati nel 1865, quando il Municipio invit gli indu-
striali a trasferire in citt le proprie imprese promettendo facilitazioni e disponi-
bilit di lavoratori laboriosi e intelligenti, le realizzazioni non furono molte, al
di l della fondazione di una scuola serale di commercio (1865), una delle prime
scuole serali commerciali italiane
42
, e del riordino, nel 1868, delle scuole serali
di disegno, fondate in epoca francese
43
.
Rispose invece a decisioni ministeriali, giudicate unimposizione dallalto
priva di uneffettiva conoscenza dei bisogni locali, il riordinamento dellIstituto
tecnico, denominato Istituto industriale e professionale (il futuro Sommeiller).

41. M. Grandinetti, LIstituto Tecnico Industriale Avogadro di Torino dalle origini
ad oggi, Torino, Eda, 1982; Montaldo, Dalle origini, cit.
42. La scuola, inizialmente con 86 allievi e due soli insegnanti, arriv, nel 1873, a pi
di 400 studenti nonostante lintroduzione di una tassa di frequenza, ma attravers suc-
cessivamente una crisi che condusse a frequenti riordini e alle diminuzione delle disci-
pline insegnate: Citt di Torino, La Scuola serale di commercio ne suoi sessantanni di
vita, Torino, 1925.
43. Cfr. Grandinetti, LIstituto Tecnico, cit., e, per liniziativa di epoca francese, E.
De Fort, Listruzione primaria e secondaria e le scuole tecnico- professionali, in Storia
di Torino, vol. VI, La citt nel Risorgimento (1798-1864), a cura di U. Levra,Torino, Ei-
naudi, 2000, pp. 587-618.

32
Un R.D. del 23 maggio 1865 lo riqualificava in senso pi specialistico
44
e
lincorporava, sia pur solo provvisoriamente, nel Museo industriale, ma non fu
in grado di garantirne lo sviluppo
45
, come dimostrano le ulteriori modifiche al
suo profilo e il ristagnante numero di allievi, dei quali ben pochi furono impiega-
ti in attivit industriali
46
.
Lazione del preside Cavallero alz il livello qualitativo dellistituto, sia rin-
novandone le dotazioni scientifiche e i laboratori, sia stabilendo fecondi rapporti
con le istituzione cittadine di istruzione superiore (dai quali provenivano spesso
gli insegnanti), con gli apparati tecnici dello Stato, che vi potevano svolgere le
loro perizie, e col tessuto produttivo locale, per la possibilit offerta agli impren-
ditori di assistere nei suoi laboratori alle prove delle nuove macchine.
Listituto non era solo rivolto alla formazione professionale a livello alto, ma
aspirava pure a provvedere a quella degli artieri e operai, attraverso le scuole
speciali al suo interno, anchesse destinate a subire continui rimaneggiamenti. Si
erano cos susseguite, talora vivacchiando o venendo meno per mancanza di al-
lievi e di attrezzature scientifiche, scuole di disegno, intaglio in legno, incisione
e stampa tipografica, industria cromatica, orologeria, meccanica e tecnologia
meccanica, cui furono aggiunte, nel 1878, la scuola serale per gli operai addetti
alle industrie chimiche, fondata a seguito un lascito di Ainardo Benso di Cavour,
nipote di Camillo, che avrebbe dovuto continuare la tradizione della chimica to-
rinese, ormai non molto in auge dopo il declino degli stabilimenti Sclopis e
Schiapparelli
47
, e, nel 1889, una scuola pratica di commercio, per bassi ufficia-
li del commercio e degli istituti di credito.
Questultima arricchiva un panorama non sguarnito, per lesistenza in citt di
vari istituti commerciali privati, cui si aggiunse la scuola popolare di commercio,
nata nel 1884 nellambito dellIstituto internazionale, collegio pubblico per stra-
nieri e figli di italiani allestero, e finanziata dal Ministero dagricoltura. Non si

44. Esso veniva ripartito in tre sezioni (amministrazione, ragioneria e commercio; a-
gronomia e agrimensura; meccanica e costruzione) e in due scuole (incisione; stampa
tipografica e industria cromatica). Il giudizio critico era di Giacomo Arnaudon, uno dei
pi qualificati docenti dellistituto, che di l a poco sarebbe entrato in Consiglio comuna-
le: S. Montaldo, Dalle origini, cit., p. 153.
45. Atti del Municipio di Torino, 1867, 16 novembre 1866, p. 15, Relazione del sin-
daco al Consiglio comunale, nellaprire la sessione autunnale del 1866.
46. Da unindagine sui loro esiti professionali, dei 437 licenziati nel decennio 1867-
1877, circa un terzo proseguiva gli studi a matematica, ingegneria, o presso la Scuola di
applicazione di veterinaria, il 20% esercitava la professione di geometra o misuratore,
altri erano impiegati delle ferrovie o del fisco, segretari comunali, contabili, commessi
viaggiatori e solo 13 erano direttori o addetti a manifatture meccaniche e tessili: Montal-
do, Dalle origini, cit., p. 160. Sul Sommeiller si veda anche Claudio Bermond, Per una
storia dellIstituto e della Scuola G. Sommeiller. La formazione secondaria tecnica a
Torino nel periodo 1853-1924, in Quaderni del Centro Studi Carlo Trabucco, 1984, n.
5, pp. 49-70.
47. P. Gabert, Turin ville industrielle. tude de geographie conomique et humaine,
Paris, Presse universitaires de France, 1964; Levi, Da un nuovo a un vecchio modello,
cit.

33
realizz, tuttavia, il progetto di creare presso il Museo Industriale una sezione
commerciale per i licenziati dagli istituti tecnici, elaborato nel 1872 da una
commissione composta dal fior fiore della cittadinanza commerciale, industria-
le e bancaria di Torino, a causa di dissensi interni alla Camera di commercio
torinese
48
.
La crisi torinese fu sentita anche dalle scuole professionali private. Persino i
dirigenti delle San Carlo, ove peraltro il calo degli allievi si era verificato gi
dal 1859, ritennero opportuno rivedere la loro struttura statutaria e
lorganizzazione della didattica, dando particolare enfasi alle premiazioni e
allesposizione dei lavori degli allievi, desiderose di pubblicizzare i propri risul-
tati e di consolidare il consenso degli studenti e del pubblico intorno alle scuo-
le
49
. Mentre continuavano a essere impartite nozioni di grammatica, aritmetica e
geometria, per consolidare la carente cultura generale degli allievi, alle esigenze
pi specificatamente professionali provvedeva linsegnamento del disegno, line-
are (o geometrico), dornato (dallesecuzione di linee e forme geometriche sem-
plici alla copia di modelli tridimensionali), architettonico (dalla copia di modelli
allapprendimento delle tecniche costruttive e alla progettazione), meccanico o
di macchine, che prevedeva la raffigurazione di meccanismi e parti di macchine
sempre pi complessi al fine di approfondire la comprensione del loro funzio-
namento
50
. Si trattava di un insegnamento presente anche in altre scuole e corsi
professionali, ma che nelle San Carlo raggiungeva un livello di perfezione tale
da farne un istituto modello, e da consentire loro di meritare la medaglia
dargento allEsposizione Generale di Torino del 1884.


Torino non fu la sola citt a soffrire degli eventi legati allUnificazione: No-
vara perse la posizione di citt di frontiera, che lavvantaggiava dei traffici col
vicino Lombardo Veneto. La struttura produttiva locale, caratterizzata da un
pulviscolo di imprese a carattere artigianale, non giustificava agli occhi degli
imprenditori e dei notabili particolari investimenti nella formazione professiona-
le. N specifiche richieste in questo campo venivano dalle principali attivit in-
dustriali della citt (industrie meccaniche e cotonifici), nonostante la carenza di
dirigenti e tecnici qualificati, peraltro colmata col ricorso a forestieri, mentre la
crescita dimensionale di alcune officine artigianali si accompagn com stato
osservato a una diminuita partecipazione alle innovazioni tecnologiche
51
. Per
questo, quando nel 1885 pervenne alla citt lingente lascito di Giuseppe Omar,
che laveva nominata erede universale a patto che istituisse unopera di benefi-

48. Archivio Centrale dello Stato (dora in avanti ACS), Maic, Div. Industria e
Commercio, III versamento (1860-1899), b. 419 b, f. 1884-85-86 Ispezioni alle scuole,
sorveglianza, visite, studi, congressi, Relazione del rag. Michele Daniele, professore al
R. Istituto industriale e allIstituto commerciale A. Corno, al Congresso degli inse-
gnanti delle scuole professionali ed istituti affini, Torino, 8-14 settembre 1884.
49. D. Robotti, Scuole dindustria. Le Scuole San Carlo dal 1856 alla grande guerra,
in Scuole dindustria a Torino, cit., pp. 57-77.
50. Dapr, Il diritto di disegnare, cit., pp. 51-52.
51. Morreale, LIstituto Industriale Omar, cit.

34
cenza che avesse almeno uno dei tre scopi istruzione, lavoro, industria, passa-
rono ben dieci anni prima che vedesse la luce una scuola professionale, per
lincertezza dellamministrazione comunale sul profilo da imprimerle
52
.
Non era troppo diverso il quadro del resto del Piemonte, alla cui struttura
produttiva artigianale potevano bastare alcune scuole serali sorte nei principali
centri, ove si insegnava prevalentemente disegno, come la Scuola di arti e me-
stieri di Cuneo, sorta nel 1873 per iniziativa del Comune, specializzatasi col
tempo nel disegno di ornato, molto richiesto dagli artigiani del ferro battuto
53
.
Ebbero tuttavia una funzione propulsiva le circolari Cairoli e Miceli del
1879-80, con le quali il Maic era uscito dalla sua inerzia e dallillimitata fiducia
nellautonoma iniziativa delle forze locali, e aveva sollecitato Comuni, province
e camere di commercio a istituire scuole di arti e mestieri, promettendo un con-
tributo alle spese di fondazione e mantenimento. Si assistette cos al moltiplicar-
si di scuole di arti e mestieri, o al riorganizzarsi di quelle gi esistenti, secondo le
indicazioni ministeriali, formando una rete presente anche nei centri minori,
puntigliosamente sorvegliata dallalto
54
.
Situazione relativamente privilegiata era quella del Biellese,

zona dalla pre-
coce vocazione industrialista. La struttura produttiva era imperniata sulla mani-
fattura laniera e su un artigianato dalle molteplici specializzazioni, che spaziava-
no dalle attivit pi tradizionali a quelle legate al tessile (cappellifici, concerie,
produzioni meccaniche, cotonifici). Muratori, selciatori, stradini erano inoltre
protagonisti di consistenti flussi migratori stagionali verso lestero che partivano
soprattutto dalla Valle Cervo.
Limpegno di Quintino Sella aveva favorito la trasformazione della Scuola di
arti e mestieri fondata dalla Societ per lavanzamento delle arti, dei mestieri e
dellagricoltura della provincia di Biella in Scuola professionale, con lobiettivo
di formare i bassi ufficiali del lavoro, cio quei capi operai e operai qualificati
di cui si lamentava la mancanza. Con le stesse motivazioni, Cavour aveva, in
passato, appoggiato lintervento pubblico in favore della scuola di arti e mestieri,
sostenendo che essa non giovava solo alla citt, ma a tutto lo Stato, dal momento
che i Biellesi hanno abitudini di emigrazione, e la massima parte degli operai di
Biella lascia le sue, non dir sterili montagne, ma il suo non vasto territorio:

Quindi gli operai formati in quella scuola si spandono in tutte le parti dello Stato, e van-
no a giovare alle industrie che sorgono in questa ed in quellaltra citt.
Che i Biellesi abbiano sortito dalla natura speciali disposizioni per lindustria, cosa che
chiunque abbia qualche abitudine industriale nel nostro Paese non pu contestare. I Biel-

52. Ibidem.
53. S. Griseri, Una citt e la sua Scuola: la Scuola comunale professionale serale
della citt di Cuneo per il 125 anno dalla fondazione, Cuneo, Assessorato ai servizi so-
cio educativi, Cuneo, 2000.
54. Secondo la circolare Cairoli del 1879, le scuole professionali sorte spontanea-
mente a livello locale potevano essere classificate in scuole darti e mestieri, in scuole
di arte applicata allindustria, in scuole speciali di mestiere (rivolte a specifiche pro-
fessioni), e in scuole femminili. F. Hazon, Storia della formazione tecnica e professio-
nale in Italia, Roma, Armando, 1991, p. 65.

35
lesi sono fra i pi costanti, i pi laboriosi e forse i pi abili operai del nostro Paese, e sto
per dire dellEuropa. Quindi la scuola professionale a Biella collocata nel luogo ove
pu rendere maggiori frutti. Perci io credo che un sacrifizio di tre mila lire a questo
scopo possa essere fatto come interesse di tutto lo Stato
55
.

Dati questi precedenti, non fu difficile a Sella ottenere il concorso finanziario
dello Stato per trasformare la scuola di Biella in una scuola professionale diurna,
aperta ai giovani provenienti dalla scuola elementare, fornita di laboratori e at-
trezzature di buon livello, con quattro sezioni per tessitori, costruttori, meccani-
ci, intagliatori
56
.
Furono almeno una decina le scuole a carattere tecnico o professionale sorte
nel Biellese, in Valsesia e in zone limitrofe dal 1861 a fine secolo
57
. Alcune di
esse, come la Scuola tecnica Pietro Sella di Mosso S. Maria, le Scuole tecni-
che comunali maschili el Istituto tecnico Levis di Biella, erano simili alle go-
vernative, fornendo una preparazione di base utile per indirizzi professionali di-
versi; altre, spesso a orari serali, davano unistruzione postelementare con lezio-
ni di geometria, disegno lineare, aritmetica; altre ancora si proponevano di for-
mare precise figure professionali, come la stessa scuola di Sella e le Scuole per
costruttori di Campiglia Cervo e Rosazza.
Com stato messo in luce, furono soprattutto gli edili a usufruire di queste
due ultime tipologie di scuole, nella consapevolezza della particolare utilit
dellistruzione per un migliore esercizio del mestiere e per meglio far fronte
allincontro con la nuova realt dei paesi dimmigrazione. Viceversa si notata
la mancanza di uno specifico sostegno alla formazione professionale da parte di
imprenditori e lavoratori del tessile, fermi a modalit di trasmissione del mestie-
re attraverso lapprendistato diretto in fabbrica
58
. A ci erano probabilmente
spinti, pi che dalla scarsa fiducia negli esistenti istituti di formazione professio-
nale, dallesigenza di legare alla fabbrica lavoratori indocili e mobili, data anche
la facilit di trovare occupazione per la concorrenza tra imprenditori nel reperi-
mento della manodopera
59
.
Le scelte sugli indirizzi da dare alle scuole professionali finirono quindi con
lessere lasciate al notabilato locale, cio a una borghesia di matrice umanistica

55. Da un intervento alla Camera del 6 giugno del 1854, ora in Discorsi parlamentari
del conte Camillo di Cavour, raccolti e pubblicati per ordine della Camera dei deputati,
vol. VIII, Firenze, Eredi Botta, 1869, pp. 342-343.
56. R. Gobbo, Un esempio di interazione tra sistema formativo tecnico-professionale
e territorio: il Biellese tra Unit ed et giolittiana, in Societ e storia, 2009, n. 123,
pp. 57-96.
57. Tra esse quelle di Alagna (1868), Andorno Micca (1891), Piedicavallo (1880),
Riva Valdobbia (1874) Borgosesia (1884) Rosazza (1869) Valduggia (1885): Ministero
dellEducazione Nazionale, Direzione generale per listruzione tecnica, Listruzione in-
dustriale in Italia, Roma, Luniversale Tip. Poliglotta, 1930.
58. Gobbo, Un esempio di interazione, cit.
59. Rugafiori, Alle origini, cit., pp. 143-144; F. Ramella, Terra e telai. Sistemi di pa-
rentela e manifattura nel Biellese dellOttocento, Torino, Einaudi, 1983.

36
mossa da spirito filantropico o dal desiderio di conservare le gloriose tradizioni
italiane nel campo dellartigianato artistico.
Questultimo intento, che aveva ispirato la fondazione del laboratorio Barolo
di intaglio, ebanisteria e scultura di Varallo, fu posto in discussione alla fine de-
gli anni Sessanta, quando inutilmente si tent di orientare la scuola verso la for-
mazione di fabbricanti doggetti che alla eleganza, alla artistica bellezza della
forma congiungessero la facilit dello smercio e rispondessero ai fabbisogni e ai
gusti moderni
60
. La questione era tuttaltro che limitata alla vicenda locale, e
ben esemplificava le contraddizioni e le ambiguit delle scuole darte, fondate
per riportare a perduti splendori antiche tradizioni artigianali, ma incapaci sia di
fornire quellistruzione artistica che pur vorrebbero dare, sia di adeguarsi ai
nuovi tempi cercando di rispondere alle richieste del mercato, trasformandosi in
senso industriale
61
. Secondo Giacomo Regaldi, influente cittadino di Varallo e
futuro alto funzionario regio, il mercato disdegnava ormai la produzione del la-
boratorio, che trovava sbocco unicamente in qualche statua o altare per chiese di
campagna, o nella fabbricazione di mobili di lusso, peraltro fuori moda:

Non si riflette per che le condizioni delle cose sono grandemente mutate, che larte
dellintaglio sub modificazioni profonde, e che ora salvo poche eccezioni serve ad usi
prettamente industriali. Non si riflette che nelle costruzioni moderne si cerca anzitutto la
comodit, la semplicit ed il buon prezzo; che gli oggetti di fantasia sono oggigiorno pi
ricercati ed apprezzati degli oggetti darte; che si sono sbanditi anche dai pi suntuosi
palazzi quegli immensi seggioloni, quelle pesanti lettiere, quei portoni, quegli armadi
[]; che i progressi continui dellindustria hanno sostituito ai lavori in legno i marmi,
gli alabastri, il ferro, la carta, gli stucchi, le gomme, una infinit insomma di prodotti e-
leganti, comodi, poco costosi che anche dal lato artistico non lasciano nulla a desidera-
re
62
.

La scuola mantenne tuttavia intatte le sue ambizioni artistiche e accademiche,
nonostante la scarsit delle risorse, nella fedelt a un progetto di promozione e
tutela del patrimonio artistico locale
63
.
La contesa tra arte e industria veniva cos risolta in nome della prima,
proprio mentre si andava affacciando, in tutta Europa, la riflessione sul ruolo
dellinsegnamento artistico in rapporto ai mutamenti produttivi, quale antidoto al
deterioramento del gusto estetico nella produzione dei manufatti attribuito alla
meccanizzazione. La riflessione aveva in Piemonte il suo punto di riferimento
nellAccademia Albertina di Torino, il cui direttore, Carlo Felice Biscarra, era
caldo sostenitore dellimportanza dellinsegnamento del disegno nelle sue appli-
cazioni tecniche, ed ebbe un primo risultato nella nomina di uno degli allievi
dellAlbertina pi stimati e aperti alle innovazioni, Federico Pastoris, a sovrin-

60. G. Regaldi, Il laboratorio Barolo. Lettera al direttore del Monte Rosa, Varallo,
Colleoni, 1869.
61. Ibidem.
62. Ibidem.
63. Rossi, Un caso di associazionismo, cit.

37
tendente delle scuole municipali di disegno
64
. Al Pastoris, il quale avrebbe diret-
to, in occasione dellEsposizione del 1884, i lavori di decorazione pittorica e
scultorea al Borgo Medievale, si dovette anche lorganizzazione della Scuola ci-
vica femminile di disegno industriale, nel 1873.


Un mestiere per le donne.

La nascita della scuola torinese di disegno industriale costituiva
unindubbia novit nel campo della formazione professionale femminile, sino
allora affidata per lo pi a collegi e istituti a carattere assistenziale, gestiti da
congregazioni religiose e opere pie e rivolte a ragazze orfane, povere, traviate.
Tra essi, il cinquecentesco Istituto del Soccorso, della Compagnia di San Pao-
lo, sorto a Torino col nome di Casa del soccorso delle vergini, per acco-
gliervi giovani prive di mezzi e di protezione; il Ritiro delle Rosine, fondato
Torino a met Settecento, con precedenti a Mondov e propaggini nel resto del
Piemonte; il Buon Pastore, sorto nel 1843 come casa di correzione per ragaz-
ze, ricoverate anche su semplice istanza dei genitori o dei tutori
65
, accanto a
orfanotrofi e istituti rieducativi sparsi per tutta la regione.
Altri vanno inquadrati nel rinnovato slancio religioso e caritativo che carat-
terizz gli anni della Restaurazione, come larticolato complesso educativo e
rieducativo fondato dalla marchesa di Barolo destinato alle varie gamme della
povert e della devianza, da quella innocente delle orfane ospitate
nellorfanotrofio delle Giuliette, o delle ospiti delle Famiglie di operaie, sino a
quella pericolante, o gi pericolata, delle Maddalenine, delle Maddalene e
delle ospiti del Rifugio e del Rifugino
66
.
Come e pi che nei consimili istituti maschili, in quelli femminili
laddestramento al lavoro avveniva per imitazione, e coincideva con la sua prati-
ca, accompagnato da preghiere e letture religiose. Nel Pio Istituto della Sacra
Famiglia in Torino, gli insegnamenti spaziavano dal cucire al rammendare, dal
tagliare indumenti muliebri alle finezze del ricamo, dallarte della sarta a quella
del trapunto in seta e oro in stoffe preziose [ai] mestieri di soppressatrice, di pet-

64. R. Maggio Serra, La cultura artistica nella seconda met dellOttocento, in Sto-
ria di Torino, vol. VII, Da capitale politica, cit., pp. 575-615 (601).
65. A fine Ottocento esso ospitava, tenendole rigorosamente separate, le giovinette
cattive, le corrigende pi piccole (cui unica colpa era quella desser figlie di genitori
tristi:), dette orsoline, le buone, o educande, orfane ma di onesta famiglia: ACS,
Direzione generale per listruzione primaria e popolare (1897-1910), b. 63, Relazione
della visita fatta allIstituto del Buon Pastore di Torino il 28 febbraio 1894
dellispettrice Gisella Fojanesi Rapisardi. Sugli Istituti torinesi rimandiamo a E. De Fort,
Istituti femminili di educazione e dassistenza a Torino nel secondo Ottocento, in Dal
Piemonte allItalia. Studi in onore di Narciso Nada per il suo settantesimo compleanno,
a cura di U. Levra, N. Tranfaglia, Torino, Comitato di Torino dellIstituto per la storia
del Risorgimento italiano, 1995, pp. 297-312.
66. A. Tago, Giulia Colbert di Barolo madre dei poveri, Roma, Libreria Editrice Va-
ticana, 2007.

38
tinatrice, di cuoca, affiancati da due ore il giorno di istruzione elementare
67
.
NellIstituto del Buon Pastore si praticavano i mestieri di confezione di bianche-
ria, lavori in maglia e fabbricazione di guanti in pelle, e in genere tutti i lavori
donneschi utili e necessari in famiglia, sino a otto ore al giorno: In questo
tempo si dice il Rosario, si leggono vite dei Santi, e altri libri religiosi e mora-
li
68
.
Quelle di sarta, cucitrice, rammendatrice, erano le attivit pi praticate, con-
siderate lavori femminili per eccellenza, utili alle madri di famiglia e in grado di
consentire onesti guadagni, soprattutto perch potevano essere eseguiti a do-
micilio. I mestieri praticati, finalizzati a una produzione di bassa qualit, non da-
vano alle giovani assistite grandi opportunit di collocamento, anche per la scar-
sissima istruzione generale.

Si avvezzano le alunne a lavorare, a essere svelte e attive; listruzione per scarsissima,
e anche labilit delle ragazze pi grandi non tale da permetter loro di procacciarsi da
vivere, se non andando a servire, e anche in questo caso non possono sperare belle cose,
poich non sanno n far bene la cucina, n stirare con lamido, come sarebbe necessario
per essere brave cuoche o brave cameriere. E ci da lamentarsi in quasi tutti gli istituti
di beneficenza, sia pubblici che privati, i quali provvedono solo provvisoriamente al so-
stentamento delle beneficate, pel tempo che le ricoverano, ma non pensano ad assicurare
loro un pane per lavvenire, con dar loro unistruzione professionale e utile
69
.

Concetti ribaditi dopo una visita allorfanotrofio delle Giuliette dalla stessa
ispettrice, la quale osservava che ormai il cucito e il ricamo sono pochissimo
produttivi; di modo che, uscendo, non hanno altra via che dandare per serve,
mentre molte si facevano monache
70
.
Proprio nei confronti delle domestiche intese operare, a fine Ottocento,
Francesco Fa di Bruno, ex ufficiale sabaudo, matematico e sacerdote, uno dei
pi significativi protagonisti del cattolicesimo sociale italiano, fondatore nel
1859 dellOpera di Santa Zita, nel malfamato quartiere torinese di San Donato,
per il ricovero e il collocamento di donne di servizio: prima tappa di unopera
grandiosa e articolata che diede vita anche alla Congregazione delle Suore
Minime, ed ebbe propaggini nel resto del Piemonte, ove, a Benevello dAlba,
sorse nel 1864 lIstituto San Giuseppe, per la formazione professionale di gio-
vani povere. Lintento di Fa di Bruno, oltre che di dare riparo a donne colpite
da sfruttamento ed emarginazione, nel caso non infrequente delle gravidanze
illegittime cui le giovani domestiche erano particolarmente esposte, era anche
quello di riqualificare unoccupazione al punto forse pi basso della gerarchia

67. ACS, Direzione generale, cit., b. 63, Pio Istituto della S. Famiglia in Torino. Ri-
sultati dellIspezione. Il provveditore al Ministero della istruzione pubblica, Torino 2
luglio 1894.
68. Relazione della visita fatta allIstituto del Buon Pastore, cit.
69. Ivi, Relazione della visita fatta allIstituto dellImmacolata Concezione in To-
rino, il 27 febbraio 1894, dellispettrice Gisella Fojanesi Rapisardi.
70. Ivi, Relazione della visita fatta allOrfanotrofio delle Giuliette, Torino, 17 feb-
braio 1894.

39
dei mestieri femminili. Tra le sue molteplici iniziative, di particolare interesse
la creazione di una lavanderia modello a livello de pi recenti progressi e
delle moderne esigenze, e fornita di macchine a vapore inventate dallo stesso
scienziato, ove lavoravano le ospiti di Santa Zita
71
.

Unalternativa alle istituzioni esistenti, nel desiderio di rinnovare
leducazione femminile in senso laico e patriottico, volle essere lIstituto per le
figlie dei militari, in sostituzione dellantico Ritiro, di origine settecentesca, che
offriva protezione materiale e morale a figlie e orfane di militari poveri. La de-
cadenza del Ritiro, manifestatasi anche nellaccentuazione degli aspetti reclusivi
e disciplinari, aveva spinto il Ministero della guerra a sollecitare la revisione del-
le sue norme statutarie. Era necessario, secondo il ministero, porre limiti alla
permanenza delle ricoverate, che tendeva a durare per tutta la vita, migliorarne la
scolarizzazione e indirizzarle a una vita onesta e laboriosa
72
. Nonostante la re-
sistenza della vecchia amministrazione, esso fu costretto a confluire (1873)
nellIstituto nazionale per le figlie dei militari e dei combattenti nelle guerre ri-
sorgimentali, espressione di un progetto ambizioso, promosso e sostenuto da
uomini politici, quali il massone Tommaso Villa, filantropi, alti funzionari, im-
prenditori, dame dellalta borghesia e della nobilt piemontese. Listituto, mo-
numento allepopea risorgimentale, avrebbe dovuto forgiare una nuova identit
femminile, preparando la donna a partecipare attivamente allopera di rigenera-
zione e unificazione spirituali del popolo italiano
73
.
Esso era diviso in un collegio per ragazze agiate, sorto a Villa della Regina, e
in una pi umile Casa professionale per le fanciulle delle classi povere, cui si
aggiunse una Casa magistrale per la formazione di maestre elementari. Nella Ca-
sa professionale si svolgevano vari corsi speciali, comprendenti lavori di cucito,
laboratori per la confezione di fiori artificiali, guanti, cartoleria, fabbrica e rac-
conciatura di merletti e tessuti di seta, lavori al tornio e fabbrica di spilli e di
penne dacciaio colluso della macchina perfezionata di Brown
74
. Esisteva inol-
tre un corso commerciale con insegnamenti di lingua francese, igiene, principi di
contabilit commerciale e domestica, elementi di disegno applicati alle industrie,
e specialmente al ricamo.
Diversamente dal Regio Ritiro, dove il lavoro, consistente soprattutto nella
confezione di camicie e biancherie per lesercito, mirava solo a garantirne
lautosufficienza economica, la Casa avrebbe dovuto formare operaie intelli-

71. P. L. Bassignana, Fa di Bruno. Scienza, fede, societ, Torino, Edizioni del Ca-
pricorno, 2008; http://www.uciimtorino.it/faa.htm.
72. P. Mattedi, Il Ritiro per le Figlie dei militari di Torino, 1779-1873, tesi di laurea,
Universit degli studi di Torino, Facolt di Lettere e Filosofia, 1998, relatore prof. U.
Levra.
73. Si veda lampia ricostruzione di S. Montaldo, Patria e affari. Tommaso Villa e la
costruzione del consenso tra Unit e Grande Guerra, Torino, Carocci, 1999, pp. 179-
249.
74. D. Sassi, LIstituto nazionale per le figlie dei militari italiani, Torino, Tip. Vecco,
1869, p. 24.

40
genti e contribuire, attraverso la formazione professionale femminile, a dare
nuovo indirizzo e impulso al lavoro e allindustria del Paese, e in particolare
della citt di Torino, colpita dal trasferimento della Capitale. Gli sviluppi non
furono per quelli desiderati, anche per lesitazione sul profilo professionale da
fornire e il timore per le conseguenze dellingresso femminile nelle fabbriche,
oltre che per la logica di sfruttamento cui furono sottoposte le allieve
75
. Le at-
tivit prevalenti, secondo unispezione di fine secolo, finirono con lessere i so-
liti eterni lavori di cucito in bianco, i soliti ricami eterni, sui quali si perde la vi-
sta e la salute: Vi un laboratorio di sarta, ma non vi si fanno che i vestiti di
uniforme della casa, e facendo quelli, certo le alunne non imparano belle cose,
n affinano il gusto, n si esercitano nella diversit dei tagli
76
.

Negli stessi anni, laumentata attenzione nei confronti dellistruzione femmi-
nile si concretava nella fondazione, da parte del municipio torinese, della scuola
superiore femminile per fanciulle di civile condizione che si volevano sottrar-
re allinfluenza monastica ed educare al culto della patria. In campo professiona-
le venivano istituite la scuola complementare femminile, compendio di corsi
preesistenti, e la scuola femminile di disegno applicato alle industrie, cui si ac-
cennato, mentre nascevano o si consolidavano corsi festivi di lingue straniere,
disegno e lavori femminili, il cui target di riferimento erano fasce piccolo medio
borghesi e popolari desiderose di conseguire una specializzazione professionale
che desse loro prospettive di impiego di livello non infimo.
La scuola complementare si proponeva di fornire a ragazze uscite dalle ele-
mentari, oltre a uninfarinatura di cultura intellettuale, nuove ed utili cognizio-
ni (erano previste materie come la contabilit, ligiene e il disegno), e soprattut-
to dar loro il modo perch potessero porsi in grado col lavoro delle loro mani e
della loro intelligenza di bastare a se stesse e di rendersi utili alla loro famiglia.
Se i lavori femminili mantenevano unimportanza centrale, lintroduzione del
disegno serviva a far acquisire loro quel grado di perfezione e di gusto artisti-
co che avrebbe consentito di reggere meglio alla concorrenza da parte di altri
Paesi, primeggianti nelle esposizioni mondiali
77
. La vera novit era per la
scuola di disegno artistico industriale, ove si insegnavano pittura su vetro e por-
cellana, cromolitografia, incisione sul rame e sulla pietra, al fine, si ribadiva, di
aprire adito alla donna a nuove professioni per le quali anche non allontanando-
si dal domestico focolare, potesse procacciare onesti guadagni a s e alla fami-
glia
78
.
Dalla fusione della scuola complementare e di quella di disegno nacque nel
1878 lIstituto industriale professionale femminile (dieci anni dopo intitolato alla
principessa Maria Laetitia), vero e proprio complesso intorno al quale gravitava-

75. Ivi, p. 223.
76. ACS, Direzione generale, cit., Istituto per le figlie dei militari italiani-3a sezione-
Casa professionale. Riepilogo dellispezione della.s. 1893-94.
77. [N. Bianchi], Censimento scolastico della citt di Torino, anno 1877, Torino, tip.
Botta, 1878, p. 17.
78. Ibidem.

41
no una serie di corsi speciali, dal disegno dornato per operaie ricamatrici, ai la-
vori donneschi, al commercio e contabilit, cui a fine secolo si aggiunse anche
una sezione di telegrafia e telefonia. Lesito positivo dellistituto, che nel 1890
raccoglieva quasi novecento allieve (pi che raddoppiate in un decennio), prove-
nienti in gran parte da ceti piccolo e medio borghesi
79
fu per messo in crisi dal-
la sua unione, cinque anni dopo, con la periclitante Scuola superiore femminile
Margherita di Savoia, in rischio di chiusura per scarsit di allieve: una deci-
sione volta a consentire maggiori risparmi, dalla quale si dovette recedere ben
presto, nel 1902, quando il Maria Laetitia torn alla sua autonomia
80
.

Di fronte alla crescente articolazione dellofferta torinese, nel resto del Pie-
monte il panorama dellistruzione femminile manteneva un profilo pi usuale.
Cerano per alcune eccezioni, come listituto superiore fondato nel 1893 da Eva
Sella, figlia di Quintino, con la collaborazione degli ambienti liberali della citt,
i cui contenuti innovativi si colgono soprattutto nello spazio riservato alle mate-
rie scientifiche, inusuale per il tempo
81
: esso era tuttavia privo dei caratteri di un
vero e proprio istituto professionale.
Ispirata allesigenza di coniugare tradizione e innovazione fu la Scuola di
pizzi e merletti fondata a Vercelli nei primi del nuovo secolo a seguito di un la-
scito del filantropo e liberale Antonio Borgogna. Lobiettivo di recuperare e rin-
vigorire antichi mestieri per lanciare un artigianato di elevato livello che poteva
soddisfare alle accresciute esigenze di consumi borghesi era del resto coerente
con la raffinata sensibilit artistica del possidente, ricco collezionista di dipinti
da lui lasciati alla sua citt. Gi in precedenza il Borgogna aveva contribuito in
modo determinante alla nascita, nel 1888, della Scuola sociale filologica per
linsegnamento delle lingue straniere, in cui erano stati poi introdotti a richie-
sta della cittadinanza unapposita sezione femminile, e corsi di contabilit pra-
tica e calligrafia
82
. Era una novit, nel panorama vercellese ove la formazione
professionale femminile era stata sino allora affidata a ben quattro istituti assi-
stenziali, il Collegio delle Orfane e gli istituti delle Maddalene, di Santa Marghe-
rita e della Provvidenza, e un tentativo di soddisfare linteresse di strati sociali

79. Il 37% su un totale di 882 allieve era composto da figlie di commercianti, impie-
gati, professionisti e militari, il 20% di proprietari e benestanti, il 6% di operai e persone
di servizio: M. Bellocchio, Le iniziative scolastiche postelementari femminili a Torino
dopo lUnit. Tra suggestioni europee e tradizione moderata, in Annali della Fonda-
zione Luigi Einaudi, vol. XXIX, 1995, pp. 425-481 (467).
80. Si veda il saggio di Mario Ivani in questo volume.
81. I. Cozzolino Cremona, In memoriam: Eva Sella, Milano, Tip. Agnelli, 1903; P.
Vaglio Giors, Eva Sella e la sua Scuola. Modelli di educazione della donna nella Biella
di fine Ottocento, in corso di stampa.
82. A. Cesare, P. Carpo, La Scuola Professionale geom. Francesco Borgogna e
Vercelli: storia di una scuola e di una citt, Vercelli, S.E.TIP. Offset, 2005; M. C. Pe-
razzo, Non solo merletti. Donna a Vercelli allinizio del 900 e la formazione professio-
nale: lesempio della Scuola Borgogna, Vercelli, Scuola professionale Francesco Bor-
gogna, 2008.

42
collocabili tra classe operaia e piccola borghesia per le occasioni offerte
dallespansione del settore terziario.

Nuovi sbocchi occupazionali si andavano cos aprendo alle donne, affiancan-
dosi allinsegnamento, la principale attivit su cui non intendiamo soffermarci
in questa sede verso cui andavano dirigendosi in massa le ragazze di ceto so-
ciale non infimo, alle quali la famiglia non appariva pi, per scelta ma soprattut-
to per necessit, la sola prospettiva di vita.
La progressiva femminilizzazione di certi mestieri impiegatizi e commerciali
era per risultato e causa a un tempo della loro dequalificazione, che tendeva ad
allontanare gli uomini, alla ricerca di professioni meglio retribuite e con migliori
condizioni di lavoro
83
.



Giuseppini e Salesiani per una formazione integrale.

Gi un decennio dopo lUnificazione i laboratori salesiani e il Collegio degli
artigianelli, fondato da don Cocchi e successivamente affidato al Murialdo, era-
no divenuti una realt economicamente significativa, capace di espandersi in
Piemonte (nel 1879 furono fondate scuole professionali salesiane a S. Benigno
Canavese) e fuori di esso, in Italia e allestero.
Lo sviluppo della tipografia salesiana, ad esempio, fu tale da suscitare molto
malcontento tra i tipografi della Capitale, i quali la accusarono di fare loro una
concorrenza sleale. Essa va collocata nellambito di un progetto volto a diffon-
dere le pubblicazioni cattoliche, dalle Letture cattoliche a vari libri scolastici,
ritenuto vitale per contrastare la secolarizzazione in atto.
Se pure non veniva meno il favore dei datori di lavoro, cui le istituzioni catto-
liche apparivano argine contro la penetrazione del socialismo tra i lavoratori,
dallinterno stesso di tali istituzioni si consider lopportunit di avviare delle
riforme, anche alla luce di alcune difficolt riscontrate nel rapporto con i giovani
artigiani, ritenuti da don Bosco, alla conferenza generale del 1871, un vero fla-
gello per la casa
84
: difficolt che spiegano forse la sua decisione di puntare sul-
la sezione studenti, istituendo a Valdocco sin dal 1862 un corso ginnasiale de-
stinato a significativi sviluppi
85
.

Don Bosco, i suoi collaboratori e i suoi successori finirono col rendersi conto
dellanacronismo di modalit di apprendimento basate sullimitazione e sulla
pratica, con scarso spazio riservato allistruzione vera e propria
86
. Essi non in-
tendevano certo mettere da parte le istanze assistenziali, dal momento che il ri-
covero dei giovani abbandonati, ancora nel 1886, era considerato tra le princi-
pali opere di carit che esercita la nostra pia Societ. Affiorava tuttavia la con-
vinzione che preparare i giovani operai a superare le difficolt della moderna

83. Bellocchio, Le iniziative scolastiche postelementari femminili, cit., p. 477.
84. Prellezo Garca, Dai laboratori di Valdocco, cit.
85. G. Proverbio, La scuola di don Bosco e linsegnamento del latino (1850-1900), in
Don Bosco, cit., pp. 143-185.
86. Pazzaglia, Apprendistato e istruzione degli artigiani, cit., pp. 60-63.

43
civilt senza venir meno n alla giustizia n alla carit comportasse una cura
maggiore ai contenuti dellinsegnamento.
Nel 1887 si incominci a pensare a un programma scolastico comune per tut-
te le case salesiane di artigiani, che prevedesse la presenza di buoni capi labora-
torio e suddividesse lapprendistato in corsi e gradi progressivi, con lo scopo di
creare figure professionali pi flessibili e complete
87
.
In tal modo il termine scuola professionale entr nel linguaggio dei Sale-
siani, per abbracciare linsieme di officine, laboratori, ospizi per arti e mestieri,
case di artigiani, disseminati in Piemonte e nel mondo.
La nascita di vere e proprie scuole professionali si ebbe per solo nel nuovo
secolo, sullonda di uno sviluppo economico che andava facendosi tumultuoso, e
anche delle pressioni del Maic, che li accus di gestire opifici industriali e non
scuole, e di utilizzare a fini economici il lavoro dei propri studenti, dal momento
che i lavori eseguiti al Valdocco erano in parte consumati dalla comunit e in
parte commerciati allesterno
88
.
Le raccomandazioni del Maic, che sollecitava gli istituti a dedicare maggiore
tempo allistruzione intellettuale, e ad assumere una fisionomia di vere scuole di
arti e mestieri, prive di scopi di lucro, che producessero solo quanto era compa-
tibile con le condizioni di una scuola, non rimasero inascoltate. Del resto, si an-
dava gi orientando in questo senso la direzione salesiana, che in una circolare
del 1903 sottolineava: Fuori si lavora febbrilmente per dare alloperaio
unistruzione larga e appropriata e non bisogna che i nostri allievi debbano sfi-
gurare al confronto
89
.


Limpegno educativo delle congregazioni fu messo al servizio del nascente
movimento sociale cattolico: nel VI capitolo generale, del 1892, subito dopo la
Rerum Novarum, i Salesiani affermarono la loro volont di far entrare i giovani
usciti dalle loro case nelle Societ operaie cattoliche. Lo stesso accadde nel caso
degli artigianelli, dal momento che Leonardo Murialdo, dinamico e capace orga-
nizzatore, dal 1866 alla direzione del collegio e fondatore della Congregazione
di San Giuseppe, fu al centro di una serie di iniziative per la difesa della libert
dellinsegnamento, per la diffusione della buona stampa, per lassistenza mo-
rale, professionale e sindacale dei giovani operai.
Nella tipografia degli Artigianelli oltre ad alcune collane di libri educativi e
scolastici, si stampava il giornale La Voce dellOperaio, organo della Unione

87. Prellezo Garca, Dai laboratori di Valdocco, cit.
88. Bairati, Cultura salesiana, cit., p. 344.
89. L. Panfilo, Dalla scuola di arti e mestieri di don Bosco allattivit di formazione
professionale (1860-1915). Il ruolo dei salesiani, Milano, LES (Libreria Editrice Sale-
siana), 1976, p. 85. Gi nel 1899 lVIII capitolo generale aveva deliberato che i laborato-
ri servissero non solo per avere lavoro, ma per educare e formare buoni e valenti ope-
rai (Prellezo Garca, Dai laboratori di Valdocco, cit., p. 30). Nel 1907 una circolare in-
trodusse il limite di 12 anni di et per lavorare alla pulizia motori, e di 15 alla pulitura
dei caratteri. Tra i protagonisti della trasformazione fu don Giuseppe Bertello, un abile
organizzatore scolastico: Bairati, Cultura salesiana, cit., p. 343.

44
operaia cattolica (Uoc), di cui Murialdo era stato uno dei promotori. La Uoc,
contraltare delle organizzazioni laiche, era unassociazione di mutuo soccorso,
costituita da lavoratori dipendenti e autonomi e da datori di lavoro, animata da
forte afflato religioso, che contemplava attivit assistenziali, religiose, formative
e ricreative col comune denominatore della volont di rafforzare la presenza cat-
tolica tra i ceti popolari e operai
90
.
Soprattutto dopo la Rerum Novarum si intensific lo sforzo per espugnare
quel mondo del lavoro ove cominciava a delinearsi linsidiosa concorrenza so-
cialista, mentre si indeboliva linfluenza del vecchio notabilato laico e patriotti-
co: un mondo ove la chiesa era consapevole di doversi muovere come in terra
di missione, tenuto conto che nei nuovi quartieri operai mancavano persino le
parrocchie
91
. Limpegno cattolico anche attraverso lerezione di strutture per la
formazione professionale, carenti soprattutto in provincia appariva necessario
per sconfiggere il pericolo dellindifferentismo in materia religiosa favorito
dallurbanesimo e dallincipiente industrializzazione. Sollecitando lapertura di
un istituto per artigianelli, il parroco di Novi Ligure, cittadina ove pi della met
degli abitanti era impiegata come operaia nei cotonifici locali, scriveva nel 1899
a don Rua, il successore di don Bosco:

I fanciulli non potendo trovare qui dove apprendere unarte, o a mala pena, si sono del
tutto abbandonati dai loro genitori addetti alle fabbriche o ai piccoli negozi, dimodoch
dal momento che furono piantati qui tutti questi opifici fino ad ora se ne scorgono dete-
riorati in modo incredibile i costumi e abbandonata la religione
92
.


Verso la svolta industriale

Un segno dei mutamenti in atto nel versante laico, pubblico e privato, del si-
stema delle scuole professionali, fu il congresso dei loro insegnanti, svoltosi a
Torino nel 1884, in concomitanza con lEsposizione nazionale e con il convegno
dei professori secondari
93
. Nonostante lo scarso numero di partecipanti, inferiore
alle adesioni
94
, esso esprimeva una realt ormai consolidata, persino dal punto di
vista istituzionale, a seguito dellazione promotrice del Maic, e, per quanto ri-
guardava la realt piemontese, delle istituzioni di formazione superiore, vivaio di
insegnanti di alto livello, capace di agire in sinergia col livello basso della
formazione.

90. Dotta, Chiesa e mondo del lavoro, cit.
91. D. Menozzi, Le nuove parrocchie nella prima industrializzazione torinese, in
Rivista di storia e letteratura religiosa, 1973, n. 9, pp. 69-87.
92. Cit. in Fissore, Limmagine e la presenza dei Salesiani, cit., p. 74.
93. ACS, Maic, Div. Industria e commercio, III versamento (1860-1899), b. 419b, f.
1884-85-86 Ispezioni alle scuole, sorveglianza, visite, studi, congressi, Congresso de-
gli insegnanti delle Scuole professionali ed Istituti affini, settembre 1884, cit.
94. Le realt piemontesi rappresentate erano Biella, Mondov, Chivasso, ma soprat-
tutto Torino, grazie alladesione degli insegnanti delle San Carlo.

45
Di tale sinergia era un esempio Agostino Cavallero, presidente del Congres-
so. Nato ad Alessandria nel 1833, allievo di Carlo Ignazio Giulio, il Cavallero
era stato professore di Macchine a vapore e ferrovie nella Scuola di applicazione
per ingegneri e direttore del Museo. In quel momento era preside dellIstituto
tecnico di Torino e presidente della Societ delle Scuole tecniche San Carlo,
che ne aveva sostenuto lelezione a consigliere comunale: una multiforme attivi-
t che ne faceva un protagonista di primo piano del mondo dellistruzione pro-
fessionale, non solo piemontese, e che fu interrotta, nel 1885, dalla morte preco-
ce
95
.

Tornando al congresso, oltre a reclamare concreti riconoscimenti economici e
normativi per la loro funzione, necessari per evitare labbandono degli elementi
migliori attratti da occupazioni meglio rimunerate, i professori si interrogavano
su una serie di problemi irrisolti, che investivano la natura stessa della formazio-
ne professionale, i suoi contenuti, la sua organizzazione, le cause che si oppone-
vano al suo sviluppo e alla regolare frequenza da parte degli allievi. Un tema af-
frontato era, ad esempio, la presenza o meno dellofficina allinterno delle scuo-
le, dilemma destinato a risolversi pi per carenza di mezzi che per una scelta o-
culata.
Nonostante la loro crescente diffusione, le scuole serali erano frequentate sal-
tuariamente, come denunciava il direttore della Scuola professionale di Mondo-
v, lingegner Salvatore Momigliano, per le esigenze speciali dei vari laborato-
ri, e si spopolavano allinizio dellinverno, cosa che impediva loro di dare i
frutti sperati: E se dette scuole riescono assai bene a distruggere i cattivi e inve-
terati costumi di alcuni operai e a disusarli a poco a poco dalla bettola e dal gio-
co, non riescono in generale che raramente a farne buoni e valenti artieri
96
.
Non era migliore la situazione delle diurne, ostacolate dalla riluttanza delle
famiglie usate generalmente in addietro a sfruttare troppo presto le deboli ed
incipienti forze dei loro nati, difficilmente sinducono a far perdere, essi dicono,
tanto tempo nelle scuole. Anche i capi dei laboratori non erano disposti a pri-
varsi dellopera dei loro apprendisti per mezza giornata al giorno, tanto che il di-
rettore aveva ritenuto opportuno convocarli in pubblica adunanza convincendoli
ad approvare un regolamento applicabile in tutte le officine, che sanciva
lobbligo imposto a ogni nuovo apprendista di frequentare i corsi diurni in cam-
bio del prolungamento della durata del tirocinio
97
. A ci si aggiungeva la ten-
denza degli alunni a disertare sia gli esami di promozione sia gli anni successivi
al primo, tanto che, come osservava lingegner Francesco Personali, direttore
della scuola di Biella, in ogni dove si vede il contingente del primo corso ridur-
si alla met nel secondo, diminuire ancora nel terzo
98
.

95. Robotti, Scuole dindustria, cit., p. 70.
96. Congresso degli Insegnanti delle Scuole professionali, cit., relazione delling.
Salvatore Momigliano.
97. Ibidem.
98. Ibidem. A Mondov, su 83 iscritti al primo anno, solo 21 erano gli esaminati e 12
i promossi, mentre 15 erano gli iscritti al secondo e 5 al terzo anno.

46
Queste considerazioni inducono a valutare con maggiore circospezione
lafflusso crescente alle scuole di arti e mestieri, verificatosi soprattutto
nellultimo ventennio del secolo, che la grande depressione, estesasi dal settore
agrario a tutta leconomia, non riusc a frenare.
Alla fine degli anni Ottanta gli allievi delle San Carlo erano saliti a seicen-
to, a fronte dei quattrocento nel 1881, e pi di settecento furono in media nel de-
cennio successivo, senza tener conto di alcuni picchi in coincidenza con
lapertura di corsi speciali, come quello per conduttori di caldaie e macchine a
vapore, cui si aggiunsero il corso di ventilazione e riscaldamento per operai mu-
ratori e fumisti, dal 1886, e quello di elettrotecnica, dal 1891.
Si trattava di aperture alle innovazioni tecnologiche che non modificavano il
quadro complessivo della didattica delle scuole professionali in genere, per lo
pi ancorata a contenuti tradizionali (diversamente, come vedremo,
dallistruzione superiore), coerentemente con le esigenze dei loro allievi
99
.

Molte di queste scuole erano legate alle societ di mutuo soccorso, diffusis-
sime in Piemonte, che vi vedevano uno strumento per difendere o migliorare il
livello occupazionale dei soci e per garantirne lelevazione morale, ma anche un
contrappeso alliniziativa cattolica in questo campo.
Si possono ricordare la partecipazione della Societ generale degli operai di
Biella alla spesa per la locale scuola professionale, varie scuole di disegno fon-
date, rispettivamente, da societ operaie di Baveno, Arona, Pallanza, Borgose-
sia
100
, Casale Monferrato, Tortona; la scuola per tessitori fondata nel 1888 dalla
Societ di Previdenza e Istruzione di Chieri
101
, e lappoggio della Societ di soc-
corso Artisti ed Operai di Cuneo alla locale scuola di sera aperta gratuitamente
da due operai, che vi insegnavano i primi elementi di aggiustaggio
102
.
A Torino si distinguevano scuole fondate per venire incontro alle esigenze di
un singolo mestiere, come la scuola della Societ dei tappezzieri in stoffe

99. Laddove stato possibile ricostruirne la professione, se ne nota la variet: ad es.,
nella scuola professionale di Cuneo si spaziava dai calzolai ai carradori, dai militari ai
falegnami, dai mastri da muro ai sellai, dai tipografi ai tappezzieri, in linea con le carat-
teristiche della struttura produttiva locale: Griseri, Una Citt e la sua Scuola, cit., pp. 26-
27
100. Ministero dellEducazione Nazionale, Direzione generale per listruzione tecni-
ca, Listruzione industriale in Italia, cit.
101. Sin dagli anni Settanta operava a Chieri, a cura della Societ di Tessitori e Cal-
zolai, una scuola frequentata da un centinaio di alunni cui si insegnavano geometria ap-
plicata alle arti e disegno riflettentesi ai tessuti, n questa era la sola scuola aperta dalle
locali Societ di mutuo soccorso: R. Allio, B. Gera, Societ di mutuo soccorso e scuole
professionali in Piemonte: esperienze passate e presenti, in Centre de recherche
dhistoire de lItalie et des pays alpins (CRHIPA), Instruire le peuple. ducation popu-
laire et formation professionnelle dans la France du sud-est et lItalie du nord, XVIIIe
XX e sicles, Grenoble, Universit des Sciences Sociales, 1992, pp. 81-94.
102. Griseri, Una Citt e la sua Scuola, cit., p. 18. Nel 1873 le subentr una scuola
serale di applicato alle arti, cui si sopra accennato, voluta dal Comune, futura Scuola
Lattes, dal nome del benefattore che nel 1925 le lasci un cospicuo legato.

47
(1898), o di carattere pi generale come le scuole operaie gratuite e festive isti-
tuite dalla Societ Archimede, che riuniva fabbri ferrai e meccanici, frequenta-
te (al 1884) da pi di cinquecento allievi di entrambi i sessi.
LArchimede, di antica origine corporativa come la Societ dei tappezzieri,
fu pure anima del processo che port alla nascita della Confederazione delle So-
ciet operaie di Torino (1889), e quindi alla nascita della Camera del Lavoro cit-
tadina, nel 1891, tappa verso lemancipazione progressiva dalla subalternit alla
filantropia borghese e dal moderatismo filo monarchico ad una solidariet auto-
gestita che avrebbe presto assunto connotazioni di classe
103
.
Ci non modific, tuttavia, limpostazione della formazione professionale,
che anche per i socialisti doveva essere eminentemente pratica e circoscritta ai
bisogni immediati della produzione. Per il momento, inoltre, la massoneria vi
manteneva una forte presenza, come dimostrano le Scuole Officine Serali di To-
rino, il cui nucleo originario fu una scuola serale per linsegnamento della mec-
canica fondata nel 1886 da un operaio dellArsenale, Giuseppe Navone, e dal
massone Vittorio Mirano, allora presidente dellAgo. Le Scuole, appoggiate dal-
la loggia Cavour, furono presiedute da Domenico Bertotti, che era, insieme con
una Teresa Bertotti (forse la moglie), direttore della Scuola Archimede
104
.
Lassociazionismo operaio e liniziativa privata, massonica e cattolica, svol-
sero quindi una funzione parzialmente sostitutiva rispetto alla scarsa intrapren-
denza degli amministratori locali che, per lo meno a Torino, si erano rivelati ta-
lora subalterni agli interessi degli ambienti finanziari e speculativi cittadini, per
parte loro poco interessati a contribuire allo sviluppo industriale
105
.
Lo dimostra, per altri versi, lassoluta mancanza di finanziamenti privati
diversamente da quanto avveniva a Milano erogati alla Scuola di applicazione,
la quale fu costretta a contare sullappoggio, per altro saltuario, degli enti locali.
Eppure dalla Scuola erano partite iniziative destinate a importanti sviluppi, come
il corso teorico pratico di specializzazione per ingegneri industriali e civili, pro-
mosso da Galileo Ferraris, docente di Fisica tecnica, riconosciuto nel 1888 dal
Maic come Scuola di elettrotecnica con laboratorio
106
. Lelettrotecnica era infatti
un settore cruciale per unindustria che, soprattutto a Torino, doveva superare
gravi carenze energetiche: non a caso, la Mostra internazionale di elettricit fu al
centro dellEsposizione industriale torinese del 1884, che per il resto testimonia-

103. D. Robotti, B. Gera, Il tempo della solidariet: le 69 societ operaie che fonda-
rono la Camera del lavoro di Torino, Milano, Feltrinelli, 1991.
104. Novarino, Fratellanza e solidariet, cit., p. 203. La notizia su Teresa Bertotti
stata desunta dalla sua partecipazione al Congresso degli insegnanti delle scuole profes-
sionali, ove si qualificava come direttrice della Scuola.
105. Castronovo, Economia e societ, cit., p. 175. Meno negativa la valutazione
dellazione politica amministrativa comunale da parte di Rugafiori, Una citt fabbrica?,
in Una scuola, una citt, cit., pp. 57-79.
106. Ferraresi, Museo industriale, cit., pp. 820-821 e Eadem, Nuove industrie, nuove
discipline, nuovi laboratori: la Scuola Superiore di elettrotecnica di Torino (1886-
1914), in Innovazione e modernizzazione in Italia, fra Otto e Novecento, a cura di E. De-
cleva, C.G. Lacaita, A. Ventura, Milano, FrancoAngeli, 1995, pp. 376-494.

48
va il permanere di unItalia delle valli e della protoindustria, lItalia di
unindustrializzazione urbana ancora frammentaria
107
.
Quanto al Municipio, negli ultimi anni del secolo avvi il progetto di riunire
in un solo edificio i corsi superiori delle scuole municipali serali di disegno, la
scuola municipale di arti e mestieri sorta nel 1893, con un profilo a dire il vero
poco innovativo
108
, e la Scuola di chimica Cavour, poi confluiti nellIstituto
professionale operaio, il futuro Avogadro. Sarebbe per stata la giunta di Secon-
do Frola, un politico della sinistra liberale, dal 1897 al 1903 presidente della
giunta direttiva del Museo industriale, a segnare una reale svolta in direzione di
una politica industrialista che puntasse con decisione sullo sviluppo
dellistruzione professionale
109
.
Fu per a Novara che prese piede, a fine Ottocento, lesperimento pi interes-
sante e innovativo in materia, lOmar di Novara, perfetto istituto industriale e
professionale, per liniziativa delling. Gatti, a ulteriore riprova del peso delle
singole personalit nella vicenda dellistruzione professionale, a partire
dallimprenditore Capello sino agli intraprendenti Cavallero e Cavazza, direttore
della Scuola enologica: un ruolo giustificato dai pi ampi margini consentiti
alliniziativa individuale rispetto ad altri, pi consolidati, rami di studi, per la
maggiore fluidit delle strutture organizzative e didattiche. Si conferma, inoltre,
la circolazione di figure allinterno delle pi importanti istituzioni formative
piemontesi, di alto e medio livello: il Gatti si era laureato ingegnere a Torino, era
stato assistente di chimica nella Scuola di applicazione, e proveniva dalla presti-
giosa Scuola professionale di Biella, di cui era stato docente e quindi direttore
110
.
Gatti sciolse positivamente il nodo irrisolto dellabbinamento dellofficina al-
la scuola professionale, la cui soluzione era stata sino allora condizionata dalla
scarsit di fondi di cui avevano potuto disporre le scuole professionali, e
dallintendimento grettamente utilitaristico con cui il lavoro di officina era stato
spesso inteso, tanto che per molte scuole si poteva parlare di scuole annesse al-
le officine e non viceversa
111
. Le officine dellOmar, invece, non si propone-
vano di produrre direttamente per il mercato, ma solo di migliorare la prepara-
zione degli allievi, mettendoli a contatto con macchine ad avanzata tecnologia,
senza trascurare gli aspetti teorici. Listituto assicurava la formazione di capi
tecnici che lancor debole tessuto industriale del Novarese e della stessa regio-

107. L. Aimone, Le esposizioni industriali a Torino (1829-1898), ivi, pp. 497-528
(517).
108. La scuola preparava infatti fabbri e falegnami: Grandinetti, LIstituto Tecnico
Industriale Avogadro, cit.
109. Si rimanda, per questo, al saggio di Mario Ivani in questo stesso volume. Il Fro-
la fu anche il promotore della commissione che programm lo sviluppo industriale della
citt.
110. Morreale, LIstituto Industriale Omar, cit., 119-120.
111. Congresso degli insegnanti delle scuole professionali, cit., intervento delling.
Francesco Personali.

49
ne stentava ad assorbire. Di qui lirraggiamento dei diplomati in un mercato
del lavoro pi vasto, addirittura straniero
112
.
Per questo, il modello dellOmar avrebbe trovato seguito solo dopo che la
diffusione della meccanizzazione e lo sviluppo dei settori economici pi dinami-
ci come lindustria elettrica e la meccanica ebbero reso urgente lesigenza di
un aggiornamento professionale delle maestranze che passasse attraverso
unistruzione formale, in grado di coniugare linsegnamento tecnico scientifico e
quello del lavoro.
Nel frattempo per, laccumulo di competenze tecnicoscientifiche e profes-
sionali, grazie allattivit del fitto tessuto di scuole professionali che ricopriva
ormai la regione e degli istituti torinesi di alta formazione scientifica, soprattutto
nellambito dei settori meccanico ed elettrico, costituiva un fattore importante
per la svolta produttiva che andava maturando
113
.



112. Per gli sviluppi novecenteschi si veda, in questo volume il saggio di Mario Ivani.
113. Si veda in proposito, per lazione innovativa svolto nella Societ nazionale Offi-
cine Savigliano da ingegneri formatisi nella ex capitale, I. Balbo, La Societ nazionale
Officine Savigliano, in Storia di Savigliano. Il 900, a cura di S. Soave, Savigliano,
Lartistica Editrice, 2006, pp. 189-223.

51
Il decollo delleconomia e della formazione: let giolittiana

Mario Ivani






Quadro socio-economico

Let giolittiana segn unepoca di grandi mutamenti politici e socio-
economici che impressero in pochi anni unaccelerazione allo sviluppo
dellistruzione popolare, professionale e tecnica in Italia. Ci accadde in maniera
pi accentuata nelle regioni dal tessuto industriale pi avanzato: Lombardia,
Piemonte e Liguria.
Il Piemonte dellepoca risorgimentale aveva assistito a una trasformazione
del proprio quadro politico, con linserimento nelle cariche elettive di rappresen-
tanti di nuove istanze sociali provenienti dal mondo del commercio e delle pro-
fessioni. Questi dovettero confrontarsi con i vecchi esponenti della nobilt ri-
formatrice, della borghesia agraria e del ceto medio colto, erodendo spazi occu-
pati precedentemente dalla nobilt conservatrice.
Leconomia regionale di fine Ottocento, ancora prevalentemente agricola,
aveva subto le conseguenze della crisi agraria che aveva colpito lEuropa a par-
tire dalla fine degli anni Settanta. La crisi rappresentava la conseguenza
dellimmissione di grosse quantit di cereali provenienti dal continente america-
no, sommata, in Italia, alle nefaste ripercussioni della guerra doganale con la
Francia. Ad aggravare la situazione in Piemonte avevano inoltre contribuito la
regressione della produzione serica e, soprattutto, il fallimento, avvenuto alla fi-
ne degli anni Ottanta, delle principali banche torinesi, crollate per effetto di scia-
gurate speculazioni edilizie condotte nella Capitale e nel Sud della Penisola
1
;
lagricoltura fu ulteriormente indebolita, quindi, dalla conseguente restrizione
del credito.
Il fenomeno pi evidente prodotto dalla congiuntura economica negativa fu il
crescente esodo di braccianti e piccoli fittavoli, che dalle campagne impoverite
si spostarono verso i maggiori centri urbani. Si trattava dei soggetti pi colpiti
dalla crisi, che andarono a ingrossare, nel corso degli ultimi ventanni del secolo,
le fila del proletariato urbano. Londata di immigrazione urbana, costituita da

1. Si veda al proposito I. Balbo, Banche e banchieri a Torino: identit e strategie
(1883-1896), in Imprese e storia, gennaio-giugno 2000, n. 21, pp. 61-102.

52
lavoratori poco o per nulla qualificati, costituir un bacino importante di mano-
dopera, cui attingeranno le industrie che si porranno alla testa della successiva
ripresa e influenzer loperato degli amministratori pubblici, chiamati a interve-
nire nel campo dellistruzione popolare e professionale
2
.
Con il declino dei rentiers agricoli e il duro colpo accusato dagli speculatori
finanziari si aprirono successivamente, allinterno del nuovo ciclo espansivo in-
ternazionale che trova collocazione tra lultimo lustro dellOttocento e i primi
sei-sette anni del nuovo secolo, nuove opportunit per i settori pi avanzati
dellindustrialismo. Una serie di fattori strutturali favor laffermazione indu-
striale di alcuni distretti il Torinese, il Biellese-Verbano, la linea Alessandria-
Novi-Serravalle mentre permanevano legate a uneconomia agricolo-
manifatturiera le regioni del Cuneese, dellAstigiano, del Monferrato e del Ver-
cellese. Nel complesso si and costituendo, nel quadro delleconomia regionale,
una netta polarizzazione fra i distretti industriali da una parte e il restante territo-
rio legato alleconomia agricola dallaltra. Occorre qui notare, ancora, come un
rilevante distacco separava le zone a pi alto tasso di alfabetizzazione e istruzio-
ne (Torinese e Novarese in testa) dalle regioni a prevalente economia agricola.
La crescita economica industriale trov un importante trampolino di lancio
nelle infrastrutture realizzate nel corso della seconda met dellOttocento, specie
nel settore delle comunicazioni. A trarne giovamento fu innanzitutto lindustria
meccanica, settore in cui le officine di Savigliano avevano assunto grande im-
portanza a partire dagli anni Ottanta
3
, che pot prosperare grazie alle commesse
legate alla posa delle linee ferroviarie e tranviarie. Allalba del nuovo secolo
lindustria automobilistica avrebbe assunto, nel giro di pochi anni, il ruolo trai-
nante dello sviluppo industriale torinese. Accanto al comparto meccanico e a
quello metallurgico crebbero notevolmente lindustria elettrica e quella chimica,
mentre il tessile si rivel il settore pi vulnerabile di fronte alla crisi economica
manifestatasi nel 1907. Nel complesso, lindustrializzazione piemontese di que-
sto periodo and collocandosi al terzo posto fra le regioni dItalia, dietro Lom-
bardia e Liguria, e fu in questi anni che si gettarono le basi per la costituzione
del cosiddetto triangolo industriale
4
.
Oltre al notevole sviluppo del centro torinese, let giolittiana vide quindi il
rafforzamento di altre aree manifatturiere avanzate. Nel Novarese e nel Verbano,
alle tradizionali industrie della carta e del legno si affiancarono industrie mecca-

2. Sulle migrazioni interne e le trasformazioni urbane agli inizi del Novecento in am-
bito piemontese rinvio al lavoro di M. Gribaudi, Mondo operaio e mito operaio. Spazi e
percorsi sociali a Torino nel primo Novecento, Torino, Einaudi, 1987.
3. Cfr. I. Balbo, La Societ Nazionale Officine Savigliano, in Storia di Savigliano, il
900, a cura di S. Soave, Savigliano, LArtistica, 2006, pp. 189-223.
4. Per alcuni approfondimenti G. Caligaris, Lindustria elettrica in Piemonte dalle
origini alla prima guerra mondiale, Bologna, il Mulino, 1993; P. Rugafiori, Alle origini
della Fiat. Imprese e imprenditori in Piemonte (1870-1900), in Grande impresa e svi-
luppo italiano. Studi per i cento anni della Fiat, a cura di G. Berta, C. Annibaldi, Bolo-
gna, il Mulino, 1999, pp. 135-183; F. Levi, Da un vecchio a un nuovo modello di svilup-
po economico, in Storia di Torino, VII, Da capitale politica a capitale industriale, a cura
di U. Levra, Torino, Einaudi, 2001; F. Bonelli, La crisi del 1907, Torino, Einaudi, 1971.

53
niche e chimiche e gli opifici per la lavorazione del cotone, che costituiva uno
dei settori pi dinamici dellepoca. Cresciuta rapidamente nel corso degli anni
Novanta, lindustria cotoniera si era estesa al Pinerolese e alla cintura di Torino,
incidendo in maniera virtuosa sullo sviluppo capitalistico del settore meccanico.
Il Biellese, dal canto suo, rappresentava il distretto industriale piemontese pi
nettamente configurato allindomani dellUnit
5
, specializzato nel settore tessi-
le e sostenuto dalle commesse statali relative ai panni per lesercito. Il tessuto
industriale biellese rimontava molto indietro nel tempo ed era stato il primo a
recepire le innovazioni tecniche che provenivano dOltralpe, con lintroduzione
delle prime macchine per la filatura avvenuta nel 1816 per opera di Pietro Sella.
Un altro Sella, Giuseppe Venanzio, fu tra i primi e illustri assertori
dellimportanza per il territorio di perseguire un compiuto sforzo industriale,
prerequisito fondamentale per condurre il Paese nel consesso delle principali po-
tenze europee. Per poter realizzare ci, egli aveva sostenuto con forza lidea del-
la creazione di una rete di infrastrutture e lallestimento di scuole professionali
per la formazione della manodopera necessaria alle industrie
6
.
Se da una parte, con il fenomeno dellinurbamento, la forza lavoro sovrab-
bondava, dallaltra erano giunti nuovi capitali dallestero, specie da Svizzera e
Germania, che diedero nuova linfa allo sviluppo delle imprese. Le fabbriche po-
terono avvalersi del decisivo apporto delle innovazioni e della rapida crescita re-
alizzata nel settore dellindustria elettrica a cavallo tra i due secoli; inoltre, nel
sostegno allo sviluppo di un nuovo ceto imprenditoriale si rivel decisivo
lattivo contributo della nuova classe politica giolittiana locale che, attraverso
opportune riforme economiche, cre le condizioni pi favorevoli per il decollo
industriale.
La societ dei primi del Novecento andava rapidamente costituendo le pre-
messe di quella che, attraverso laccelerazione impressa dalla Grande Guerra,
sarebbe divenuta una compiuta societ di massa. In questo contesto, fatto di ra-
pidi mutamenti, si erano affacciati i movimenti socialista e cattolico, ciascuno
con le proprie strutture organizzative politiche, sindacali e assistenziali. Le i-
stanze socialiste trovarono presto ampio spazio a Torino e nel Biellese, favorite
dalla concentrazione delle attivit industriali, e nelle zone dellAlessandrino e
del Vercellese, ove il bracciantato agricolo era pi diffuso
7
. Laffermazione dei
socialisti contribu a mettere a fuoco, nel dibattito pubblico, la comparsa di due
nuovi soggetti collettivi che andarono prepotentemente affermandosi

5. V. Castronovo, Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1988, p. 80.
6. Idem, Problemi di sviluppo economico e princip di azione industriale nel pensiero
e nellopera di Giuseppe Venanzio Sella (1823-1876), in Figure e gruppi della classe
dirigente piemontese, Torino, Istituto per la storia del Risorgimento, Comitato di Torino,
1968, pp. 271-307. Sullintroduzione delle prime macchine si veda anche R. Gobbo,
Lepopea delle prime macchine tessili, in Rivista Biellese, 2003, n. 2, pp. 30-38.
7. Su questi aspetti si veda il volume Democratici e socialisti nel Piemonte
dellOttocento, a cura di P. Audenino, Milano, FrancoAngeli, 1995.

54
allinterno delle dinamiche sociali e politiche: imprenditori e operai di fabbrica
8
.
Significativa, in questo periodo, fu la conduzione socialista della giunte comuna-
li di Alessandria, a partire dal 1899, e di Biella, dal 1900. I cattolici facevano
maggiore presa nelle regioni meno interessate dalle trasformazioni della moder-
nit, anche se il rinnovato dinamismo prodotto dallenciclica Rerum novarum
(1891) li rese interlocutori attenti e assai influenti, specie negli ambiti del lavoro
e della formazione scolastica.
Allinterno delle rapide trasformazioni economiche di questi anni un ruolo
non secondario gioc la politica. In particolar modo a Torino risulta evidente
quanto i provvedimenti adottati dal nuovo corso liberaldemocratico giovarono
allo sviluppo delle industrie locali. La nuova classe politica seppe rompere con i
vecchi schemi legati alla rendita e avversi allinnovazione. A porsi con chiarezza
nel panorama politico torinese, ma non solo, fu la contrapposizione fra il vecchio
disegno dei moderati, messo in difficolt dalla crisi economica e dal superamen-
to della breve stagione autoritaria di fine secolo, e il nuovo disegno dei settori
industriali pi avanzati, decisi a non rimanere ai margini del nuovo ciclo espan-
sivo economico internazionale. Il nuovo corso trov il suo pi illustre promotore
nel sindaco Secondo Frola, il cui mandato, iniziato nel 1903 con lappoggio dei
socialisti riformisti e protrattosi fino allaprile del 1909, diede limpulso decisivo
per la trasformazione della citt in un moderno centro industriale. La sua azione
di governo si rivolse, da una parte, a sostenere le istanze di sviluppo degli indu-
striali, dallaltra favor il miglioramento delle condizioni materiali della classe
operaia, con lobiettivo sia di modernizzare il tessuto socio-economico della cit-
t, sia di conciliare le istanze contrapposte di capitale e lavoro. La nuova giunta
si avvalse di unapposita commissione economica, suddivisa in pi sottocom-
missioni, costituita da rappresentanti di categoria, esperti e amministratori. Que-
sti lavorarono congiuntamente per analizzare nel dettaglio le problematiche e
trovare le migliori soluzioni atte a favorire un rapido ed efficace intervento pub-
blico. La commissione diede avvio ai lavori sul finire del 1904 con lobiettivo di
realizzare uninchiesta che toccasse le questioni doganali, limposizione fiscale,
la produzione energetica, listruzione tecnica, i trasporti e lo sviluppo delle reti
viarie, il credito allimpresa e la manodopera industriale. Una delle sottocom-
missioni fu appositamente incaricata di provvedere alle esigenze
dellinsegnamento professionale e tecnico.
Lintervento municipale fu tra laltro volto a favorire labbattimento dei costi
di produzione per le imprese, agendo su tre fronti principali: revisione dei dazi
municipali, con lintento di detassare le materie prime necessarie allindustria;
fornitura di energia elettrica a prezzo di costo, attraverso la municipalizzazione
degli impianti produttivi; ammodernamento degli istituti tecnici e professionali e
creazione di nuove scuole, ove necessario per le esigenze dei settori industriali

8. Unagile sintesi in S. Musso, Industria e lavoro a Torino nel Novecento, in Scuole
dindustria a Torino. Cento e cinquantanni delle Scuole tecniche San Carlo, a cura di
D. Robotti, Torino, Centro studi piemontesi, 1998, pp. 173-191. Nel 1906 era sorta la
Lega industriale di Torino.

55
pi dinamici
9
. Parallelamente, oltre ai vantaggi offerti dallo sviluppo
dellistruzione professionale, le iniziative adottate per migliorare le condizioni
delle classi salariate si concretizzarono nella municipalizzazione dei servizi pub-
blici essenziali (quali la fornitura dacqua e i trasporti), nel potenziamento
dellassistenza sociale, nel varo di un piano di edilizia popolare(nel 1907 fu cre-
ato lIstituto case popolari di Torino). Questultimo impegno, seppur significati-
vo nelle sue concrete realizzazioni, non riusc a rispondere in maniera adeguata
alle esigenze di una citt in rapida espansione demografica, che vedeva spesso i
lavoratori immigrati stiparsi in abitazioni sovraffollate e malsane.
La crescente domanda di case aveva inevitabilmente messo in moto una gros-
sa speculazione edilizia, determinando in questi anni, per la citt, una profonda
trasformazione dal punto di vista urbanistico. La ripresa del settore edilizio si era
avvertita fin dal 1904, anche se liniziativa privata, pi che a sostenere la forte
domanda di appartamenti economici, produsse in prevalenza villette signorili.
Daltra parte, in questo periodo si colloca la significativa esperienza dei villaggi
operai sorti per iniziativa di alcuni industriali su modelli mutuati da Francia,
Germania e Svizzera. Tali esperienze di imprenditoria illuminata erano studiate
per prevenire le rivendicazione operaie, ammorbidire i conflitti di classe e ac-
creditare [] limmagine di un imprenditore garante, al pari del proprietario ter-
riero, dei tradizionali vincoli personali fra padrone e lavoratore
10
. I villaggi
concentravano una serie di servizi sociali e assistenziali, fra i quali perfino scuo-
le popolari serali e corsi di arti e mestieri, e miravano a riprodurre nel contesto
periferico urbano i vantaggi delle case di campagna, con il loro piccolo orto, e i
servizi di una moderna citt industriale. Ciononostante, questidea, che trov
pratica realizzazione nella borgata Leumann a Torino e nei villaggi creati a Bor-
gosesia e Sagliano Biellese, non era destinata a durare a lungo
11
.
Sostenuta da un intervento pubblico ad ampio raggio, dunque, lindustria me-
talmeccanica raggiunse ben presto una rilevanza nazionale, contribuendo enor-
memente a ridurre il ritardo relativo allo sviluppo industriale che il Piemonte
scontava, innanzitutto, nei confronti di Lombardia e Liguria. Come ha efficace-
mente sintetizzato Castronovo, in capo a una decina di anni il sistema industria-
le piemontese riusc a recuperare gli svantaggi iniziali. vero che lagricoltura
rimase lattivit principale della regione e che non scomparvero del tutto le pic-
cole manifatture locali. Ma in un periodo di tempo estremamente breve si realiz-

9. Castronovo, Il Piemonte, cit., p. 169.
10. Ivi, p. 157.
11. Sullargomento rinvio a L. Guiotto, La fabbrica totale. Paternalismo industriale
e citt sociali in Italia, Milano, Feltrinelli, 1979; diversi sono gli studi sul villaggio
Leumann, fra i quali segnalo A. Abriani, G.A. Testa, Leumann: una famiglia e un villag-
gio fra dinastie e capitali, in Villaggi operai in Italia, a cura di A. Abriani, Torino, Ei-
naudi, 1981; Leumann. Storia di una famiglia e di un villaggio operaio, a cura di M. A-
godi, Torino, Lito-copisteria Valetto, 1992; G.A. Testa, La strategia di una famiglia im-
prenditoriale fra Otto e Novecento, in Bollettino storico bibliografico subalpino, 1981,
pp. 604-636.

56
z un vero e proprio salto di qualit nei tempi e nei modi del processo di accu-
mulazione, di sviluppo tecnico e di formazione di una moderna forza lavoro
12
.
Lo sforzo prodotto a sostegno del processo di modernizzazione ebbe costi
molto alti per le casse pubbliche. Le crescenti spese sostenute dal Comune di
Torino nel volgere di pochi anni resero il problema delle imposte locali sempre
pi urgente. Per ripianare i bilanci la giunta fu indotta a ipotizzare lallargamento
della cinta daziaria della citt, provvedimento che avrebbe compreso entro gli
spazi soggetti a tassazione comunale una popolazione molto pi ampia. La pro-
spettiva di un intervento cos impopolare fece scricchiolare la giunta Frola, che,
sulla spinosa questione, fu costretta alle dimissioni nellaprile 1909.
A Frola subentr Teofilo Rossi, rappresentante di una coalizione di carattere
clerico-liberale che sarebbe rimasta in carica fino al 1917. Il mandato di Rossi
vide un ulteriore sforzo pubblico a favore delledilizia scolastica che, oltre al fi-
nanziamento di nuovi complessi elementari e secondari, port alla costruzione
dei nuovi edifici per lIstituto tecnico Sommeiller e per la Scuola normale
femminile Berti
13
. Lallargamento della cinta daziaria, divenuto improrogabi-
le, venne realizzato poco tempo dopo, nel 1912, proprio da Rossi, che con la
propria parte politica vi si era opposto durante il mandato Frola. Con il muta-
mento del contesto politico nazionale dovuto allinasprimento dei conflitti socia-
li, allascesa delle correnti nazionaliste e alle conseguenze della guerra di Libia, i
giolittiani cominciarono un po ovunque a perdere terreno a vantaggio dei socia-
listi e si assistette a una pi diretta partecipazione degli industriali alla competi-
zione elettorale.


Listruzione professionale e tecnica allalba del nuovo secolo

Nel corso dellOttocento le scuole professionali avevano prevalentemente co-
stituito una risposta a esigenze di assistenza sociale verso gli strati pi poveri
della societ, o agito con finalit morali, con lobiettivo di arginare fenomeni di
degrado sociale, dalla delinquenza comune allalcolismo. In questo senso in
Piemonte avevano operato soprattutto gli istituti religiosi, i laboratori salesiani e
il Collegio degli artigianelli, non scevri questi ultimi da finalit di proselitismo
religioso
14
. Il governo centrale aveva mostrato scarsa attenzione nei confronti
dellistruzione professionale, di fatto delegata in gran parte agli enti locali o a
istituzioni private. Inoltre, limpostazione diffusa dellinsegnamento professio-
nale era stata, fino ai primi del Novecento, prevalentemente artigianale, a fronte

12. Castronovo, Il Piemonte, cit., p. 195.
13. Nel 1901 il Sommeiller da corso Oporto era stato trasferito nel nuovo edificio di
via Montecuccoli 12; cfr. C. Bermond, Per una storia dellIstituto e della Scuola G.
Sommeiller. La formazione secondaria tecnica a Torino nel periodo 1853-1924, in
Quaderni del Centro Studi Carlo Trabucco, 1984, n. 5, p. 63.
14. E. De Fort, Le scuole elementari, professionali e secondarie, in Storia di Torino,
vol. VII, Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), a cura di U. Levra, To-
rino, Einaudi, 2001, pp. 645-684.

57
di un rapido sviluppo della meccanizzazione che avrebbe reso, al contrario, sem-
pre pi urgente assicurare un tipo di preparazione pi rispondente ai mutamenti
del contesto economico industriale. Ad accrescere la necessit di potenziare le
scuole di avviamento furono anche i provvedimenti in materia di impiego del la-
voro minorile nellindustria.
Nel corso degli ultimi ventanni del XIX secolo si erano susseguiti diversi di
tentativi di riforma dellimpianto scolastico professionale, che tuttavia non ave-
vano trovato concreta applicazione. Il nuovo corso politico giolittiano and o-
rientandosi invece verso la realizzazione di riforme progressive, con lintento di
migliorare le condizioni degli istituti esistenti e di ottenere, tramite la promozio-
ne delle iniziative ad essi legate, il consenso di pi ampi strati di opinione pub-
blica
15
. Aumentarono di conseguenza, e considerevolmente, le spese statali in
questo settore.
I due ambiti, istruzione tecnica e istruzione professionale, giunsero agli inizi
del Novecento distinti per la dipendenza da due diversi ministeri, quello della
pubblica istruzione per la tecnica, quello di agricoltura, industria e commercio
(dora in avanti Maic) per le scuole professionali. Queste ultime si differenzia-
vano ulteriormente sia per lordinamento dei singoli istituti, la cui origine auto-
noma proseguiva nellautonomia amministrativa di ciascuno, sia per
limpostazione maggiormente pratica e sperimentale delle materie insegnate.
Tuttavia, lobiettivo di fare delle scuole professionali le scuole della classe pro-
letaria, parallele a quelle tecniche concepite per le necessit formative della pic-
cola borghesia, era ben lontano dallessere realizzato, poich in gran parte esse
erano orientate a impartire unistruzione complementare a lavoratori che solo
nelle fasce serali o nei giorni festivi potevano dedicare qualche ora al perfezio-
namento delle proprie competenze professionali e alla crescita culturale
16
.
Ora, il mutato contesto socio-economico, con il rapido processo di industria-
lizzazione nelle zone pi avanzate del Paese, metteva in crisi lapprendistato tra-
dizionale, perch negli stabilimenti industriali laccelerazione dei ritmi produtti-
vi e la concatenazione delle fasi di lavorazione tra i reparti non lasciava tempo
per linsegnamento del mestiere ai pi giovani; erano cos le piccole officine a
svolgere il ruolo di prima formazione al lavoro dei ragazzi; tuttavia, nuovi mate-
riali e tecniche produttive rendevano utile lapprontamento di specifiche scuole
professionali. Una delle questioni, per, era che listruzione professionale dove-
va essere sviluppata in un contesto reso problematico da un basso livello di alfa-
betizzazione.
La visione pragmatica della politica giolittiana non prevedeva programmi
puntuali e ben determinati di riforma e ristrutturazione dellistruzione seconda-
ria, ma era tuttavia consapevole di una doppia necessit: da una lato di ridurre il
ritardo nel tasso di alfabetizzazione della popolazione, ritardo che appariva ancor
pi drammatico se messo a confronto con gli altri Paesi europei; dallaltro lato di

15. ci che si pu ricavare dalla lettura di G. Castelli, Listruzione professionale in
Italia, Milano, Vallardi, 1915, p. 70.
16. A. Tonelli, L istruzione tecnica e professionale di stato nelle strutture e nei pro-
grammi da Casati ai giorni nostri, Milano, Giuffr, 1964, p. 15.

58
interventi urgenti volti a favorire la realizzazione di unistruzione tecnica e pro-
fessionale al passo con i tempi
17
.
Le politiche della scuola in et giolittiana risposero quindi a necessit sociali,
economiche e politiche, di sostegno allo sviluppo industriale e di lotta
allanalfabetismo. Esse vanno inoltre poste accanto al perseguimento del suffra-
gio universale quali strumenti di inclusione di strati sempre pi ampi di popola-
zione allinterno dello Stato-nazione.
Al di l degli intendimenti generali, tuttavia, in questo periodo si discusse so-
pratutto di riforma della scuola media o secondaria, esigenza cui lavor
unapposita commissione reale, chiamata a pronunciarsi su eccessiva articola-
zione, disorganicit e malfunzionamento dei percorsi formativi di secondo livel-
lo. I lavori della commissione non sortirono effetti immediati, ma gli studi rea-
lizzati e le proposte elaborate furono tenuti in grande considerazione per i suc-
cessivi provvedimenti che interessarono la scuola fino alla riforma Gentile
18
.
Nel 1904, con la legge Orlando, fu esteso lobbligo scolastico al dodicesimo
anno di et e venne prevista listituzione di un corso popolare che doveva servi-
re, dopo la quarta elementare, a prolungare di ulteriori due anni la frequenza per
quei ragazzi che non avrebbero frequentato la scuola oltre il livello elementare,
nei Comuni ove ci poteva essere reso possibile dal bilancio (ma quelli pi pic-
coli per lo pi disattesero la norma). Il corso popolare consisteva in pratica nella
istituzione delle classi quinta e sesta elementare, a orario di frequenza ridotto a 3
ore al giorno per venire incontro alle esigenze dei ragazzi mandati a bottega o
nei campi oppure impiegati nei lavori domestici.
Alla vivacit mostrata dagli istituti professionali delle zone pi industrializza-
te del Paese, nei primissimi anni del secolo fece seguito unimportante iniziativa
legislativa promossa dal ministro dellagricoltura, industria e commercio, Fran-
cesco Cocco-Ortu, volta al riordinamento delle scuole professionali e
alliniezione di nuove risorse finanziarie per potenziarne limpianto complessi-
vo. Il provvedimento, che tendeva a porre sotto una pi stretta tutela del ministe-
ro lindirizzo educativo e didattico dellistruzione professionale, perfezionava
al contempo lo status di istituto pubblico dotato di autonomia
19
. Il settore fu sot-
toposto a una razionalizzazione che ripart le scuole secondo quattro tipologie:
industriali (o scuole di arti e mestieri maschili), artistiche industriali (o di arte

17. In generale, sul rapporto tra lo sviluppo economico industriale e la diffusione
dellistruzione scientifica, tecnica e professionale si vedano C.G. Lacaita, Istruzione e
sviluppo industriale in Italia (1859-1914), Firenze, Giunti, 1974; M. Barbagli, Disoccu-
pazione intellettuale e sistema scolastico in Italia (1859-1973), Bologna, il Mulino,
1974.
18. Sulla Commissione Reale per la Riforma della Scuola media, istituita nel 1905, si
veda la pubblicazione prodotta dalla Direzione generale per listruzione tecnica del Mi-
nistero delleducazione nazionale, Listruzione industriale in Italia, Roma, LUniversale
Tip. Poliglotta, 1930, alle pp. 46-47. Il tema diede vita a un acceso dibattito, in cui si
confrontarono diverse posizioni, fra le quali quelle di Gaetano Salvemini e Giovanni
Gentile.
19. De Fort, Le scuole elementari, professionali e secondarie, cit., p. 683.

59
applicata), commerciali e professionali femminili
20
. Il percorso scolastico si sno-
dava su tre livelli (inferiore, medio, superiore), e si poneva in parallelo al percor-
so previsto per le scuole e gli istituti tecnici dipendenti dal ministero della Pub-
blica istruzione
21
. Tuttavia, alla resa dei conti, la legge Cocco-Ortu si rivel, nel
giudizio dello storico Filippo Hazon, pi una razionalizzazione dellesistente
che una vera riforma
22
. Una novit di qualche rilievo fu la creazione di un Con-
siglio superiore dellinsegnamento professionale, analogo a quello operante in
seno al Ministero della pubblica istruzione per le scuole tecniche
23
.
Al dibattito sulla scuola, nei suoi vari gradi, contribuirono i rappresentanti del
mondo socialista e di quello cattolico, fautori di visioni per molti versi opposte
della societ; nei confronti delle loro proposte la classe politica giolittiana dovet-
te cercare soluzioni di compromesso.
Il Partito socialista aveva elaborato nel corso degli ultimi anni del XIX secolo
un programma di politica della scuola volto a condurre le classi salariate verso
un compiuto inserimento nella modernit industriale. Poco attenti alla discussio-
ne sulla scuola secondaria, in particolare sui licei, visti esclusivamente come
scuole della borghesia, i socialisti puntarono innanzitutto alla elevazione
dellobbligo scolastico al quinto anno di scuola elementare, alla realizzazione di
scuole popolari quadriennali e gratuite per il proletariato e a unevoluzione al
passo con i tempi per listruzione tecnica e professionale. Essi incentravano
lattenzione sulla realizzazione di condizioni materiali favorevoli alla frequenza
dei figli dei lavoratori: aiuti economici, vitto, vestiario, materiale scolastico. Il
programma socialista prevedeva inoltre le universit popolari, che andarono di-
fatti sorgendo a partire dai primissimi anni del Novecento
24
. Nel complesso, le

20. Le prime due categorie si distinguevano essenzialmente per la preparazione nei
lavori manuali e applicati alla meccanica le prime e nellapprendimento delle arti decora-
tive le seconde, nelle quali ultime prevaleva linsegnamento del disegno. Nella realt, la
distinzione tra le due tipologie non sempre era nettamente percepibile allinterno degli
ordinamenti degli istituti, molti dei quali continuarono a comprendere corsi relativi a en-
trambi i settori.
21. V. Marzi, Le scuole professionali per lindustria nella legislazione dal 1900 al
1940, in Scuola e citt, 1985, n. 2, pp. 50-51. Per unorganica trattazione, arricchita
dalla raccolta completa dei provvedimenti legislativi e amministrativi in materia per
lepoca giolittiana, si veda il volume di R.S. Di Pol, Scuola e popolo nel riformismo libe-
rale di inizio secolo, Torino, Marco Valerio, 2002 (1 ed. Sintagma, 1996).
22. F. Hazon, Storia della formazione tecnica e professionale in Italia, Roma, Ar-
mando, 1991, p. 67.
23. Castelli, Listruzione professionale in Italia, cit., p. 117.
24. Una sintesi sul tema in L. Pazzaglia, Socialisti e cattolici di fronte alla questione
scolastica, in Nuova Secondaria, 1987, n. 2, pp. 32-34. Il programma socialista trov
compiuta e definitiva formulazione nel corso del sesto congresso nazionale del partito,
svoltosi a Roma nel settembre del 1900. La Scuola popolare universitaria di Torino era
stata fondata nel dicembre 1904 dallallievo ingegnere Francesco Tessari, suo vero ide-
atore ed organizzatore, e che ebbe a primi compagni nellopera sua gli studenti in medi-
cina Mario Chi ed Achille Viterbi. La Scuola, divisa in varie sezioni poste per lo pi
nei quartieri popolari della citt, si proponeva di soddisfare il desiderio ed il bisogno di
quella conoscenza positiva che gli valga [alloperaio] a spiegare il momento presente nel

60
iniziative del mondo socialista per la promozione della cultura popolare in questi
anni furono molto importanti. Vi contribu attivamente lassociazionismo con
lattivazione di scuole serali e di corsi di preparazione, e con la partecipazione
alla creazione di nuove scuole professionali
25
. Peraltro, pi che agli aspetti tecni-
ci di una riforma generale, la linea perseguita dai socialisti fu attenta agli aspetti
ideologici della formazione, soprattutto con la strenua battaglia che essi condus-
sero per la laicizzazione della scuola elementare
26
.
Da parte loro, i cattolici furono impegnati in questo periodo in unaccesa bat-
taglia contro le forze laiche per la difesa dellinsegnamento della religione nelle
scuole elementari e contro lavocazione allo Stato delle stesse scuole, un prov-
vedimento molto temuto che si concluse con un risultato di compromesso attra-
verso la promulgazione della legge Daneo-Credaro del 1911. La norma in que-
stione sottraeva lamministrazione delle scuole elementari ai Comuni, con ecce-
zione di quelli capoluogo di provincia, affidandole alla giurisdizione
dellamministrazione provinciale scolastica, presieduta dalla figura del provvedi-
tore e rispondente direttamente al Ministro della pubblica istruzione. Si trattava
di una soluzione che, pur andando incontro alle esigenze di un maggior interven-
to statale a sostegno dei Comuni pi poveri e della lotta allanalfabetismo, stabi-
liva un compromesso tra le istanze della sinistra socialista e radicale, che preme-
va per il passaggio allo Stato di tutte le scuole elementari, e i cattolici che ne di-
fendevano la dipendenza dagli enti locali
27
. Per quanto riguarda listruzione pro-
fessionale, i cattolici furono impegnati nel rivendicare il primato degli istituti re-
ligiosi nella formazione al lavoro, mettendo in risalto, con una presa di posizione
equidistante tipica dellorientamento interclassista proprio della dottrina sociale
della Chiesa, i vantaggi sia per le classi lavoratrici che per lindustria. In Pie-

campo naturale, sociale e filosofico. Glinsegnamenti che concorrono a formargli questa
conoscenza non gli vengono dalla Scuola elementare diretta solo a fornire il discente
dei fondamenti primari dunistruzione pratica ; tanto meno possono venirgli dalle
Scuole professionali dirette unicamente a specializzarlo in questo o in quel genere di
lavoro, in questa o in quella industria : necessaria dunque una nuova scuola. Le le-
zioni erano impartite da studenti della Regia Universit e degli Istituti superiori della cit-
t. A vigilare sullindirizzo generale vera un Consiglio superiore, composto dal rettore
dellUniversit, dai presidi di facolt e Scuole Superiori affini, dai rappresentanti del
Sindaco, della Deputazione provinciale e degli enti che partecipavano finanziariamente
al sostentamento della Scuola. Nel 1906-07 contava 363 iscritti (La Scuola Popolare U-
niversitaria di Torino, Torino, Stamperia Reale G.B. Paravia e Comp., 1907: un esem-
plare dellopuscolo in ASCT, Affari Istruzione, c. 261, f. 62, Convitti ed istituti
deducazione e di istruzione in genere).
25. A fronte di una copiosa produzione letteraria sullargomento, mi limito a segnala-
re lutile sintesi tracciata da C.G. Lacaita nel suo Sviluppo e cultura. Alle origini
dellItalia industriale, Milano, FrancoAngeli, 1984, pp. 222-244.
26. R.S. Di Pol, Scuola e popolo nel riformismo liberale di inizio secolo, cit., p. 25.
27. I cattolici temevano una gestione centralizzata del governo, ove pi che in perife-
ria influivano settori laici e massonici. Il Municipio era visto come listituzione sociale
pi vicina alla famiglia. Si veda, per approfondimenti, E. De Fort, La scuola elementare
dallunit alla caduta del fascismo, Bologna, il Mulino, 1996.

61
monte la stampa cattolica invest molte energie nel valorizzare le esperienze dei
Salesiani e dei Giuseppini del Murialdo
28
.
I mutamenti di impostazione dellistruzione professionale richiesti
dallevoluzione economica provocarono lapertura di un serrato dibattito tra co-
loro che sostenevano la priorit di una formazione pratica, rispondente alle im-
mediate necessit del mondo del lavoro, e coloro che, invece, si facevano pro-
motori di un insegnamento teorico che comprendesse i fondamenti scientifici dei
processi di lavorazione industriale
29
. In molte scuole lofferta di una preparazio-
ne esclusivamente teorica costituiva una scelta quasi obbligata a causa della
mancanza di macchine utensili. A Torino il dibattito accesosi sulla natura
dellIstituto professionale operaio vide i socialisti difendere con forza la necessi-
t della pratica di officina a scuola. Uno dei loro principali esponenti, Zino Zini,
per avvalorare questa tesi, indic lesempio dellIstituto Omar di Novara quale
modello di scuola in cui gli eccellenti risultati di preparazione raggiunti dagli al-
lievi andavano attribuiti in gran parte alla qualit delle officine di cui potevano
disporre
30
.
Alle esigenze della formazione pratica si affiancavano, nel pensiero dei teori-
ci liberali pi influenti, istanze di orientamento civico, sociale, morale, ma so-
prattutto, velatamente, politico. quanto traspare, ad esempio, dalle considera-
zioni affidate a un opuscolo, stampato nel 1913, dallingegnere Ignazio Verrotti,
direttore dellIstituto professionale operaio di Torino. Nel sottolineare
limportanza della pratica del disegno, che nellinsegnamento popolare e profes-
sionale avrebbe dovuto contribuire ad affinare il gusto e a completare la prepara-
zione dei futuri operai dellindustria, Verrotti rivelava chiari toni di polemica an-
tisocialista, sostenendo che larte, per realizzare la missione educatrice, avrebbe
dovuto democratizzarsi, rendere cio accessibili alle sue compiacenze squisite e
profonde tutte le classi, anche le meno favorite dalla fortuna tra quelle lavoratri-
ci: unatmosfera di pure soddisfazioni estetiche sar un salutare antidoto contro i
miasmi soffocanti e pestiferi del greve e torbido materialismo, di che si compo-
ne, nella rude lotta, nellarrivismo affannoso, nel gelido egoismo, la vita odierna.
Un raggio delleterna bellezza creatrice e rigeneratrice quanto pu contro questi
bacilli che inquinano la nostra societ!
31
.


28
R.S. Di Pol, Listruzione tecnica e professionale in Piemonte nella prima indu-
strializzazione (1900-1915), in Listruzione secondaria superiore in Italia da Casati ai
giorni nostri. Atti del IV Convegno Nazionale (Bari, 5-7 Novembre 1986), a cura di E.
Bosna, G. Genovesi, Bari, Cacucci, 1988, pp. 415-416.
29. La questione riassunta in Marzi, Le scuole professionali per lindustria nella
legislazione dal 1900 al 1940, cit., p. 50.
30. M. Grandinetti, LIstituto industriale Amedeo Avogadro di Torino dalle origini
a oggi, Torino, EDA, 1982, p. 22.
31. I. Verrotti, Torino e listruzione popolare e professionale. Conferenza tenuta il
30 settembre 1913 nellIstituto professionale operaio di Torino dal Prof. Ignazio Verrot-
ti, s.n.t., p. 40.

62
I risultati della politica scolastica giolittiana si colsero in alcune punte di ec-
cellenza ma, in generale, sul piano quantitativo, pi che su quello qualitativo,
che va misurato il cambiamento ottenuto alla vigilia della Grande Guerra. Nel
giro di pochissimi anni la scolarizzazione crebbe come mai prima: in Italia il
numero degli iscritti alle elementari e quello relativo alle scuole tecniche e pro-
fessionali aument considerevolmente, mentre il liceo sub una flessione. In
Piemonte il settore pi vivace appare quello delle scuole sussidiate dal Maic,
mentre per quanto riguarda le scuole tecniche dipendenti dal Ministero della
pubblica istruzione furono potenziati soprattutto gli istituti esistenti. Nel com-
plesso il numero delle scuole tecniche del Piemonte pass dalle 39 esistenti nel
1900 alle 43 del 1915; gli istituti tecnici in questo periodo erano nove
32
.
Pi articolato appare invece il quadro delle scuole professionali. Nel decen-
nio 1899-1909 le scuole diurne di arti e mestieri della Penisola regolarmente
sussidiate dallo Stato raddoppiarono di numero. Se ne contano, infatti, 55 nel
1909, 18 delle quali fondate negli ultimi dieci anni, mentre le altre in gran parte
risultavano dalla trasformazione delle scuole serali o private gi esistenti. Tra le
55 scuole diurne di arti e mestieri e industriali, quelle piemontesi erano lIstituto
professionale Omar di Novara, la Scuola professionale di Biella, le Scuole
professionali di Campiglia Cervo, la Scuola professionale di Intra, la Scuola
darti e mestieri di Mondov, la Scuola Laboratorio conceria di Torino. I sussidi
governativi annuali erano compresi tra le 13.800 lire di questultima e le 47.200
percepite dallOmar. In totale solo cinque scuole a livello nazionale superava-
no la dotazione di 40.000 lire e fra queste, oltre lOmar, vera la Scuola pro-
fessionale di Biella. Da rilevare, inoltre, limportante incremento della scuola di
Campiglia Cervo, anche questa del Biellese, passata da una dotazione di 1.930
lire nel 1899 alle 17.900 del 1909. In totale, le scuole di arti e mestieri sussidiate
dallo Stato nel 1909, comprese quelle serali, erano 85
33
.
Anche tra le scuole dintegrazione (o scuole di arti e mestieri serali) si regi-
str un considerevole aumento. Oltre a quelle gi esistenti, ne vennero create di
nuove o furono istituiti speciali corsi allinterno delle scuole diurne. Non molte,
per la verit, potevano contare sulla possibilit di fruire di laboratori attrezzati
per il perfezionamento degli operai nelluso delle macchine. In questo decennio

32. Gli istituti tecnici avevano sede a Torino (Sommeiller), Alessandria (Leonardo da
Vinci), Asti (Giobert), Casale Monferrato (Leardi), Cuneo (Francesco Andrea Bonelli),
Mondov (Giuseppe Baruffi), Novara (Fabrizio Mossotti), Vercelli (Cavour), Pinerolo
(Buniva). Un quadro della situazione in R.S. Di Pol, Listruzione tecnica e professionale
in Piemonte, cit., pp. 409-425.
33. Dati tratti da Notizie sull'insegnamento agrario, industriale e commerciale in Ita-
lia ad illustrazione della mostra didattica organizzata dallIspettorato generale
dellinsegnamento, Roma, Tipogr. nazionale G. Bertero, 1911, pp. 215-220. Tra le scuo-
le non regolarmente sussidiate dallo Stato figuravano le scuole industriali annesse ai ri-
formatori governativi, tra i quali, in Piemonte, lIstituto di Bosco Marengo, in provincia
di Alessandria, ove, come imposto dal Regolamento generale per gli stabilimenti carce-
rari e pei riformatori governativi del Regno del 1891, funzionavano le scuole-officine
per fabbri meccanici, falegnami ebanisti, intagliatori in legno, sarti e calzolai
(Linsegnamento industriale in Italia, cit., p. 899).

63
si distinsero per la dotazione dei laboratori le scuole di Alessandria e le Scuole-
Officine serali di Torino.
Per quanto riguarda le scuole di arte applicata che alla fine del decennio rice-
vevano un sussidio dallo Stato esse erano in totale 73, fra le quali figurano la
Scuola Bellini darte applicata allindustria di Novara e la Scuola di disegno
professionale per orefici di Torino
34
.
Il Piemonte si collocava al terzo posto per numero di scuole sussidiate dal
Maic (41), dietro Lombardia (93 scuole sussidiate) e Veneto (55); era altres al
terzo posto in base al numero di alunni (7.520, contro i 13.400 della Lombardia e
i 7.966 del Veneto). Come facilmente intuibile, il maggior numero di scuole e
di alunni ragguagliato alla popolazione si [aveva] nelle regioni ricche di indu-
strie e nelle quali esist[evano] grandi centri di popolazione
35
.
Nel corso del primo decennio del Novecento il governo centrale var una se-
rie di provvedimenti riguardanti le condizioni del reclutamento degli insegnanti
e il loro trattamento economico. La legge Orlando del 1904 si era occupata delle
condizioni poco felici dei maestri elementari; nel 1907 il Maic prest interesse
alla situazione degli insegnanti delle scuole professionali. La scelta degli inse-
gnanti non di rado presentava difficolt per i corsi prettamente professionali, a
causa sia dellesigenza di trovare personale che sapesse sommare alle necessarie
competenze professionali una buona capacit didattica, sia della necessit di of-
frire una soluzione accettabile ai problemi posti dalle limitate prospettive di car-
riera, che spesso tenevano lontani dallimpiego nellinsegnamento i professioni-
sti pi qualificati. Il Maic provvide in alcuni casi a elevare gli stipendi e ad assi-
curare un trattamento previdenziale ai docenti. Vennero inoltre istituiti corsi di
magistero per gli insegnanti di disegno presso le Scuole superiori darte applica-
ta
36
.
In alcuni casi gli insegnanti esercitavano il proprio magistero gratuitamente o
dietro un modesto compenso. Tale forma di volontariato era spesso realizzata dai
rappresentanti di categoria delle scuole specializzate, i quali, oltre a contribuire
di tasca propria al finanziamento degli istituti, in qualche caso mettevano la pro-
pria conoscenza e il proprio tempo al servizio della scuola che avevano contri-
buito a fondare.
Nel complesso, alla fine del decennio, le scuole professionali di primo grado
presentavano una durata variabile da tre a cinque anni, secondo la maggiore o
minore preparazione della media degli alunni che vi pervengono, e che debbono
per tutti essere forniti del diploma di maturit, ed il grado di perfezionamento o
di specializzazione a cui la scuola intende portarli. Le scuole professionali di
secondo grado (cui accedevano i licenziati dalle scuole di arti e mestieri e delle

34. Notizie sullinsegnamento agrario, industriale e commerciale, cit., pp. 221-
227. LIstituto novarese riceveva nel 1909 lire 7.350 (6.500 nel 1899) e la Scuola per
orefici lire 2.000.
35. La maggiore densit di alunni sul numero di abitanti spettava per al Lazio, le cui
scuole presentavano un numero medio di iscritti ben pi alto, con una media di alunni
per istituto di circa il doppio rispetto al Piemonte: 345 contro 183 (ivi, p. 245).
36. Ivi, pp. 227-228.

64
scuole tecniche) avevano una durata che andava dai 2 ai 4 anni, a seconda della
scuola, delle risorse disponibili e delle esigenze della produzione industriale lo-
cale
37
.
Una ulteriore tappa normativa che interess il settore fu la legge che porta il
nome dellallora ministro di agricoltura, industria e commercio, Francesco Save-
rio Nitti, varata nel 1912 (il regolamento attuativo giunse nel giugno dellanno
successivo). Il complesso provvedimento tendeva a razionalizzare in maniera pi
compiuta le scuole professionali, avvicinando ancor di pi il sistema
dellistruzione dipendente dal Maic a quello delle tecniche gestito dal Ministero
della pubblica istruzione. Il nuovo impianto prevedeva un primo grado di scuola,
occupato dalla scuola popolare operaia per arti e mestieri (di durata triennale),
cui si accedeva con la licenza di quarta elementare, scelta alternativa e mediana
rispetto alle scuole tecniche e al corso popolare istituito con la legge Orlando; al
secondo grado facevano riferimento le scuole industriali (quadriennali), dalle
quali dovevano uscire i capi operai, e le scuole commerciali (triennali) per agenti
e impiegati di commercio; nel terzo grado erano infine collocati gli istituti indu-
striali (per capi tecnici e periti industriali) e gli istituti commerciali (per periti
commerciali e dirigenti di aziende di commercio)
38
.
Nel 1913, inoltre, fu disposto che chi non avesse ottenuto il certificato di pro-
scioglimento al compimento del 12 anno di et avrebbe dovuto completare
lobbligo formativo in scuole serali o festive. In quegli anni furono riposte molte
aspettative in queste scuole, considerate particolarmente adatte a civilizzare il
retrogrado sud
39
.


Listruzione professionale nella Torino del decollo industriale

Nel 1889 lAmministrazione municipale della citt di Torino aveva delegato
una speciale commissione, composta di tecnici ed esperti di problemi della scuo-
la, per studiare la questione dellinsegnamento professionale al fine di estendere
i corsi per il perfezionamento delle maestranze, che fino ad allora avevano avuto
carattere serale, a corsi diurni. La commissione non trov, fra gli istituti esisten-
ti, alcuno adatto allo scopo che si prefiggeva, giungendo alla conclusione di pro-
porne uno nuovo, la Scuola di arti e mestieri diurna, che inaugur i suoi corsi nel

37. Ivi, p. 216.
38. La legge Nitti non trov completa attuazione. La parte relativa a un ulteriore rior-
dino delle scuole industriali e commerciali, la cui attuazione era prevista entro il 1914,
venne disattesa a causa del mutato contesto politico. La guerra, poi, determin il conge-
lamento dei provvedimenti di riforma, che riemergeranno infine nel 1923 con la riforma
Gentile (Di Pol, Scuola e popolo, cit., pp. 111-112). Si vedano, di seguito, le conside-
razioni contenute nel saggio di Gian Luigi Gatti.
39. Sotto-Commissione dell'Educazione della Commissione Alleata in Italia, La poli-
tica e la legislazione scolastica in Italia dal 1922 al 1943. Con cenni introduttivi sui pe-
riodi precedenti e una parte conclusiva sul periodo post-fascista, Milano, Garzanti,
1947, pp. 49-50. La norma faceva seguito alla legge varata nel 1904 in materia di prov-
vedimenti sullobbligo formativo e contenimento della dispersione scolastica.

65
1893. In seguito a ci il Comune, accogliendo la proposta della commissione,
provvide a che linsegnamento professionale pubblico maschile venisse fatto
confluire, per quanto possibile, allinterno del nuovo Istituto professionale ope-
raio, per il quale ben presto fu messo a disposizione un nuovo edificio fatto co-
struire appositamente in corso S. Maurizio, che pot ospitare i corsi a partire
dallautunno del 1903
40
. Nel nuovo Istituto furono accorpate la Scuola di arti e
mestieri, le Scuole serali di disegno e plastica (il cui corso preparatorio di dise-
gno, a carattere serale, si svolgeva in sedi periferiche della citt) e la Scuola di
chimica Cavour
41
. LIstituto torinese divenne in poco tempo un modello nel
suo ambito. In particolar modo la sezione di arti e mestieri si proponeva di forni-
re agli allievi una preparazione di base generale nelle arti fabbrili e non specifi-
camente indirizzata a una o ad altra specialit, di modo ch gli allievi potessero
inserirsi poi nei vari settori industriali o proseguire in una delle specializzazioni
offerte dalla scuola nei corsi serali. LIstituto, divenuto il maggiore centro sco-
lastico cittadino di propriet comunale, contava, nellanno scolastico 1910-11,
2.588 iscritti
42
. In seguito alla promulgazione della legge Nitti lIstituto profes-
sionale riorganizz i corsi diurni e pose le premesse per lavvio del processo di
regificazione, andato a buon fine nel 1918
43
.
La costruzione del nuovo edificio per lIstituto professionale operaio non co-
stitu un episodio isolato, ma si inser in una pi ampia azione condotta dai diret-
tori delle scuole secondarie torinesi volta a ottenere la concessione di sedi pi
ampie e adeguate a far fronte alle crescenti domande di iscrizione. A queste ri-
chieste non furono insensibili gli amministratori locali che, di concerto con gli
enti interessati sul territorio (Camera di commercio, associazioni di categoria,
Opere pie, Casse di risparmio, singoli imprenditori) finanziarono in buona misu-
ra la costruzione di nuovi complessi scolastici. Gli stanziamenti riguardarono sia
le strutture edilizie che le dotazioni delle officine e dei laboratori.
Se lIstituto professionale operaio era la via principale di apprendimento di
un lavoro manuale qualificato per i giovani di modesta estrazione che avevano
lopportunit di proseguire nella formazione scolastica oltre la soglia minima
dellobbligo, per coloro che gi lavoravano, ma che desideravano ottenere una
migliore qualifica, verano in primo luogo, fra le cosiddette scuole di integrazio-

40. Lamministrazione aveva stanziato la somma necessaria nel 1900. Costruito su
progetto dellingegnere Giorgio Scanagatta, il nuovo edificio, in stile sobriamente li-
berty, sorse su unarea occupata precedentemente dal mercato del vino, allangolo tra
corso S. Maurizio e via Rossini. Ledificio si avvalse di moderne tecniche edilizie e una
particolare attenzione fu rivolta alle prescrizioni igieniche (illuminazione, riscaldamento,
pavimentazioni, ecc.), come copiosamente narrano gli opuscoli e le altre pubblicazioni
coeve in merito.
41. Rinvio, al riguardo, al saggio di Ester De Fort.
42. Grandinetti, LIstituto industriale Amedeo Avogadro, cit., p. 34. Nel 1910 la
sezione di arti e mestieri venne divisa in due parti: scuola diurna di meccanica e scuola
diurna di arti fabbrili, della durata ciascuna di tre anni, da sommarsi a un anno di corso
preparatorio svolto in sedi distaccate; a questultimo si accedeva con la licenza di quarta
elementare.
43. Si veda al proposito ivi, pp. 37-38.

66
ne o scuole di arti e mestieri serali, le Scuole-officine serali di via Ormea. Fon-
date nel maggio 1887 per iniziativa privata, riflettevano lintendimento tipico
dellinsegnamento professionale ottocentesco, perseguendo uno scopo morale e
istruttivo
44
. Scriveva in proposito il direttore delle scuole: Scopo morale in
quanto il giovane operaio, lapprendista, frequentando le nostre Scuole, viene
naturalmente allontanato nelle ore serali, che sarebbero per lui ore di ozio, della
bettola, delle cattive compagnie, e invece impara ad amare il lavoro e da questo
solo attendere il proprio miglioramento, e lavvenire suo e della sua famiglia,
che avvenire prospero anche per lindustria e per la Nazione
45
. Le scuole o-
spitavano anche i giovani operai in servizio di leva, costretti altrimenti a stare
lontani dallofficina. Partite con una sessantina di allievi, le Officine-serali do-
vettero traslocare una prima volta, dalliniziale sede di via Giulio, in via Gau-
denzio Ferrari; assunsero poi unimportanza notevole agli inizi del Novecento in
seguito alla costruzione del nuovo edificio di via Ormea 63, la cui realizzazione
fu facilitata dallinteressamento del sindaco Severino Casana
46
. Grazie alla crea-
zione dei nuovi spazi le scuole poterono accogliere mediamente 300 iscritti, an-
che se la direzione lament a pi riprese limpossibilit di non poter accogliere
tutte le domande che le pervenivano. Alle Officine-serali si apprendevano le arti
del falegname, dellintagliatore, del tornitore, dellaggiustatore, del limatore,
dellebanista, del fabbro, dello stipettaio, con studi sul disegno e sulle arti plasti-
che. I corsi si svolgevano dalle ore 20 alle 22, fatta eccezione per il sabato e i
giorni festivi.
I fondi dellArchivio storico della Citt di Torino conservano numerosi dati
statistici relativi agli insegnamenti di quegli anni. Gli allievi avevano unet me-
dia che si aggirava sui 18-20 anni e variava, nel complesso, tra i 12 e i 40 anni.
Oltre a operai e artigiani di varie specializzazioni, alta era anche la percentuale
di scolari e manovali che, oltre alla frequenza delle scuole diurne o allo svolgi-
mento dei primi lavori manuali, profittavano dellopportunit offerta dalle scuo-
le-officine per apprendere o perfezionare un mestiere.
Un impulso decisivo per lo sviluppo del settore delle scuole tecniche e pro-
fessionali a Torino si dovette soprattutto, come si gi accennato, alloperato del
sindaco Secondo Frola. Elemento centrale della politica scolastica in tema di i-
struzione professionale della giunta Frola fu lazione della Sottocommissione per
la questione dellinsegnamento industriale e commerciale: composta da politici,

44. Cfr. il saggio di De Fort in questo volume.
45. Le scuole professionali nella citt di Torino. Raccolta di notizie pubblicata per
cura della R. Scuola tipografica di Torino ricorrendo l'esposizione internazionale del
1911, Torino, R. Scuola tipografica di Torino, 1911, p. 76.
46. La costruzione della nuova sede, con lannessa dotazione di officine e laboratori,
impegn lamministrazione della scuola che dovette contrarre un debito cospicuo. Nono-
stante gli accresciuti sussidi del municipio, dellOpera pia di S. Paolo e della Cassa di
Risparmio torinese, lamministrazione della scuola dovette faticare non poco, negli anni
a venire, per gestire la delicata fase finanziaria (si veda per esempio la documentazione
raccolta in ASCT, Affari Istruzione, c. 261, f. 69, Societ per le Scuole officine ope-
raie).

67
industriali e tecnici, la presidenza venne affidata a Paolo Boselli
47
. La sotto-
commissione esord con propositi ambiziosi, avendo, nelle intenzioni, lobiettivo
di porre sotto osservazione lintero sistema delle scuole tecniche e professionali.
Ben presto, per, tali propositi subirono un ridimensionamento. La sopraggiunta
crisi economica del 1907 rese pi urgenti gli interventi volti a privilegiare innan-
zitutto la preparazione delle maestranze da impiegare nelle industrie meccani-
che, in quel momento in forte espansione. I lavori, quindi, si focalizzarono e-
sclusivamente sullinsegnamento professionale operaio. Nel contempo, il proget-
to di creare una scuola diurna pensata appositamente per la formazione di operai
metalmeccanici, per la quale si era speso attivamente il presidente della Lega in-
dustriale Luigi Bonnefon Craponne, non and a buon termine. Alla conclusione
dei lavori, la relazione finale, oltre a una serie di considerazioni generali, si limi-
t ad auspicare laumento dei sussidi municipali, la cura e il potenziamento della
formazione pratica e il contenimento delle lezioni teoriche a quelle nozioni im-
mediatamente spendibili nella pratica lavorativa, tralasciando dimostrazioni o
eccessivi approfondimenti concettuali
48
.
Parallelamente allistituto maschile and sviluppandosi in questi anni la
Scuola professionale femminile Maria Laetitia. La scuola, per esigenze di bi-
lancio, nel 1895 era stata accorpata alla Scuola superiore femminile Margherita
di Savoia, assieme alla quale conflu nel nuovo Istituto superiore di studi fem-
minili
49
. Tale nuovo istituto prevedeva un biennio comune, cui faceva seguito un
triennio di specializzazione nei tre distinti campi: letterario, commerciale e la-
vori (questultimo precipuamente professionale). LIstituto superiore ebbe tut-
tavia vita breve, poich gi nel 1902 le due scuole tornarono a essere separate e
il Maria Laetitia venne riorganizzato sulla base di tre sezioni: commercio, la-
vori femminili o donneschi, e disegno industriale
50
. Come faceva osservare I-

47. Costituita dai consiglieri comunali Scipione Cappa e Carlo Bolmida, dagli indu-
striali Luigi Bonnefon Craponne e Napoleone Leumann, dal professore Guido Grassi,
dallingegnere Emilio Marenco, dallingegnere e dirigente Fiat Alfredo Rostain e dal ra-
gioniere Ernesto Pioda.
48. Si vedano al proposito le considerazioni di E. De Fort in Le scuole elementari,
professionali e secondarie, in Storia di Torino, vol VII, Da capitale politica a capitale
industriale (1864-1915), a cura di U. Levra, Torino, Einaudi, 2001, p. 683.
49. LIstituto superiore di studi femminili era sorto con deliberazione consiliare del
15 maggio 1895 accorpando le due scuole al fine di diminuire la spesa per le casse co-
munali, che alcuni consiglieri avevano lamentato eccessiva, e dalla speranza
dinfondere nuovo vigore nella Scuola Margherita, che da qualche anno vedeva costan-
temente diminuire il numero delle sue allieve (ASCT, Affari Istruzione, c. 259, f. 41,
Studi e proposte relative allIstituto superiore di studi femminili, nota elaborata
dallassessore L. Usseglio [1901]). Per un quadro completo rinvio a M. Bellocchio, Le
iniziative scolastiche postelementari femminili a Torino dopo l'Unit. Tra suggestioni
europee e tradizione moderata, in Annali della Fondazione Luigi Einaudi, vol. XXIX,
1995, pp. 425-481.
50. Anche il Maria Laetitia pot avvalersi della costruzione di un nuovo, importan-
te edificio sotto lamministrazione Frola, ubicato nellattuale corso Galileo Ferraris; la
costruzione di un edificio di indiscutibile prestigio ha scritto al proposito Maria Bel-

68
gnazio Verrotti, lIstituto professionale femminile era pensato per le giovanette
che intendono abilitarsi allesercizio di certe arti, professioni, aziende commer-
ciali, lavori di cucito, ricamo e disegno. La scuola di disegno in esso attivata
era dedicata specificamente alle operaie ricamatrici. Il corso superiore del Mar-
gherita di Savoia, invece, si rivolgeva alle giovani della borghesia, mirando a
perfezionare listruzione e leducazione delle fanciulle che hanno compiuto le
scuole complementari, tecniche e ginnasiali inferiori
51
.
Accanto ai principali istituti di formazione professionale sorsero, nel giro di
pochi anni, diverse importanti scuole settoriali legate sia al rapido sviluppo dei
comparti industriali elettrico e meccanico, quali la Scuola popolare di elettrotec-
nica e la Scuola meccanici e conduttori di automobili, sia alle rinnovate esigenze
di settori di lavorazione tradizionali, quali la Conceria-scuola e la Scuola per
tappezzieri, oltre ad altre due scuole di carattere pi elitario, quella per tipografi
e quella per orefici, non senza richiami allesperienza corporativa
52
.
Tali scuole, che andarono ad affiancare le scuole municipali, sorsero su ini-
ziativa diretta degli industriali dei rispettivi settori, cui si aggiunse un forte im-
pulso da parte della giunta comunale. La fondazione di alcune di queste scuole
fece seguito a importanti eventi del settore, congressi o celebrazioni, come nel
caso della Conceria-scuola e della Scuola tipografica. Varie scuole sorte in que-
sti anni trovarono limportante appoggio degli enti locali, un prerequisito fon-
damentale per poter ottenere dal Maic linserimento nel novero delle scuole sus-
sidiate stabilmente. Il meccanismo ben illustrato in una comunicazione
dellIspettorato generale dellindustria e del commercio del Maic, inviata al sin-
daco di Torino nel gennaio 1906 a proposito di una richiesta di sussidio del con-
siglio di amministrazione della Scuola tipografica. LIspettorato chiariva come il
Maic fosse disposto ad appoggiare finanziariamente la scuola, ma, si sosteneva

per poter riconoscere ed autorizzare ufficialmente lesistenza di una scuola condizione
indispensabile che questa esistenza sia in modo certo garantita ed assicurata. Ed una tale
garanzia non pu risultare che dallappoggio materiale e morale che alle scuole consen-

locchio doveva rendere visibile la politica scolastica del potere laico nei quartieri di
una Torino da poco immessa nelle dinamiche dei processi produttivi (Bellocchio, Le
iniziative scolastiche postelementari femminili a Torino dopo l'Unit, cit., pp. 479-
480). Nel 1913 la sezione industriale venne soppressa e fu creata la Scuola-laboratorio
Maria Laetitia, che nel corso degli anni Venti assumer la denominazione di Scuola
professionale Maria Laetitia e sar inserita nella categoria delle scuole femminili
dipendenti dal Ministero delleducazione nazionale.
51. Verrotti, Torino e listruzione popolare e professionale, cit., p. 14. Al Maria
Laetita faceva capo anche una scuola festiva di commercio e lingua francese. Il Mar-
gherita di Savoia era un istituto letterario, con annesse scuole elementari a pagamento;
comprendeva due corsi, entrambi della durata di 3 anni, inferiore e superiore, quello in-
feriore costituito dalla scuola complementare, pareggiata alle governative (dettagliate
notizie in ASCT, Affari Istruzione, c. 195, f. 48).
52. E. De Fort, Le scuole elementari, professionali e secondarie, cit. Di carattere eli-
tario era anche la sezione per la formazione di direttori di stabilimento della Scuola-
conceria.

69
tono le rappresentanze della localit nella quale e per la quale la scuola stessa deve svol-
gere la sua benefica attivit. Quandanche i sussid concessi alla scuola dagli enti locali
siano limitati e non affatto bastevoli per s soli ad assicurarne le sorti, essi valgono tutta-
via, a dimostrare che la cittadinanza porta interessamento alla scuola, che la sua istitu-
zione soddisfa quindi dei bisogni pi o meno generali e sentiti [] Mi sembra quindi
ragionevole ed equo che le rappresentanze locali dimostrino di voler favorire il miglio-
ramento di questa istituzione accordandole un sussidio continuativo; la concessione del
sussidio, qualunque ne sia lentit, dar alla scuola quel maggiore prestigio che le occor-
re per assicurarne lesistenza e lo sviluppo
53
.

Lunico settore industriale a restare scoperto nel panorama dellistruzione
professionale torinese, questione che riemerse pi volte nel dibattito di quegli
anni, fu quello tessile. Solo nel 1913 Torino vedr la nascita di una Scuola pro-
fessionale di tessitura
54
.
La Scuola popolare di elettrotecnica, sorta nel 1903, era stata fortemente vo-
luta dallallora senatore Frola (che sar il presidente del consiglio direttivo fino
al 1920) e dallingegnere Emilio Marenco, sostenuta concretamente dagli indu-
striali del settore e dallAssociazione elettrotecnica italiana. La scuola era a ca-
rattere serale e i suoi corsi si svolgevano nellarco di due anni nella sede di Cor-
so Regina Margherita 128
55
. Nel volgere di pochi anni passarono per la scuola
un buon numero di maestranze che fecero poi carriera nella Societ Alta Italia,
nellAzienda Elettrica Municipale e in varie altre industrie locali.
In quella che sarebbe diventata di l a poco la citt dellautomobile, la Scuola
per meccanici e chauffeurs, con sede in via Balbis 1, venne istituita alla met del
primo decennio su iniziativa privata. Alla scuola accedevano persone abbienti e
meccanici di professione. Regolata dal governo, si affiancava alle analoghe isti-
tuzioni sorte a Milano, Genova, Bologna, Roma; nel 1906 gli iscritti erano circa
250
56
.
La Scuola per tappezzieri era nata in seno alla Societ mutua fra capi e lavo-
ranti tappezzieri nel 1895, riscuotendo per scarsi consensi in seno alla catego-
ria, particolarmente divisa al proprio interno. I promotori dovettero scontrarsi
costantemente con una aspra opposizione in molti che non ne conobbero

53. ASCT, Affari Istruzione, c. 245, f. 70, Scuola tipografica, lettera dell Ispetto-
rato generale dellindustria e del commercio del Ministero agricoltura industria e com-
mercio al sindaco di Torino del 31 gennaio 1906.
54. I numerosi setifici, cotonifici, lanifici di Torino lamentarono a pi riprese la man-
cata formazione di abili operai locali, cui erano costretti a porre rimedio ricorrendo a
manodopera straniera.
55. Ad un primo anno di carattere generale seguivano tre specializzazioni al secondo
anno: montatori elettricisti e meccanici elettricisti, installatori interni ed esterni, telegra-
fisti e telefonisti. Alla fine del decennio la scuola contava circa 120 iscritti. In seguito
verr denominata Scuola pratica di elettrotecnica A. Volta (si veda LIstituto industria-
le Amedeo Avogadro di Torino dalle origini a oggi, cit., pp. 15-16; altre notizie in Le
scuole professionali nella citt di Torino, cit., p. 121).
56. Estratto di Verbale della quinta seduta del consiglio comunale, 27 giugno 1906,
in ASCT, Affari Istruzione, c. 245, f. 57, Istituti di educazione ed istruzione in genere.

70
limportanza, o ne disprezzavano la novit
57
. Dopo avere funzionato stentata-
mente per qualche anno, la scuola giunse a una svolta grazie allattivo interes-
samento della giunta Frola, allimpegno profuso dal presidente Giacomo Sca-
varda e da alcuni altri appassionati
58
. Alla scuola, che comprendeva insegnamen-
ti di disegno, imbottitura e taglio, venivano ammessi allievi con almeno 12 anni
di et e che avessero frequentato la terza elementare.
Un altro settore di punta dellindustria torinese era quello del cuoio; la scuola
professionale relativa apr i suoi corsi nel 1902. In essa si realizzavano i proposi-
ti espressi da Ettore Andreis nel corso del I Congresso dei conciatori e negozian-
ti di pellami svoltosi a Torino nel 1898, basati sul modello di analoghi istituti eu-
ropei (ne esistevano in Austria, Germania, Inghilterra e Francia). Allepoca in
Italia operava solo unaltra istituzione del genere, con sede a Napoli, per cui la
scuola torinese pot usufruire di appoggi significativi non soltanto a livello loca-
le; alle scuole di Napoli e Torino faceva riferimento lAssociazione italiana
dellindustria e del commercio del cuoio. Erano trascorsi soltanto quattro anni
dalla sua fondazione quando venne regificata, passando di fatto alle dipendenze
del Maic. La scuola crebbe rapidamente nel corso del primo decennio divenendo
ben presto un punto di riferimento non solo nazionale, verso il quale conveniva-
no studenti da varie parti dItalia e dallestero per frequentarvi la sezione diurna
per direttori di conceria e calzaturificio (sezione normale teorico-pratica). A que-
sto corso potevano accedere i licenziati delle scuole tecniche o ginnasiali, ma
parecchi fra gli allievi che la frequentarono possedevano la licenza liceale o
distituto tecnico e alcuni la laurea in chimica
59
. Le richieste di assunzione de-
gli allievi provenivano al direttore da vari Paesi, dEuropa e del Sudamerica
60
.

57. Le scuole professionali nella citt di Torino, cit., p. 91. Alla fine del decennio
gli iscritti erano circa 50.
58. Nel 1904 la Scuola otteneva un sussidio annuo dal Maic di 200 lire, che andava
ad aggiungersi ai finanziamenti erogati dal Municipio, dalla Camera di commercio, dalla
Cassa di risparmio e dallOpera Pia San Paolo. Raggiunse le 60 iscrizioni nel 1903-04,
anche se a frequentare, mediamente, erano una trentina di allievi. La scarsa attenzione di
buona parte della categoria, che al pi vi ricercava dei provetti operai senza curarsi per
di contribuire neppur minimamente a sovvenzionare la scuola, fu alla base di una negati-
va valutazione nel corso di unispezione disposta dal sindaco nel luglio 1907. In essa ve-
niva sconsigliato qualsiasi aumento di sussidio: secondo lispettore, il Comune avrebbe
dovuto continuare a concedere solamente i locali e lilluminazione (ASCT, Affari Istru-
zione, c. 261, relazione del 9 luglio 1907).
59. ASCT, Affari Istruzione, c. 277, f. 57, Conceria-Scuola italiana, Relazione al
sindaco Frola del 19 dicembre 1908. In realt erano ammesse deroghe al possesso dei
requisiti minimi di scolarizzazione, a discrezione del direttore, se i candidati
allammissione provavano di aver fatto esperienza di lavoro in conceria per qualche an-
no. La scuola conferiva ai licenziati del corso diurno il diploma di abilitazione a Diret-
tore Chimico-tecnico di conceria.
60. Il fascicolo Conceria-Scuola Italiana (in ASCT, Affari Istruzione, c. 277, f. 57)
contiene una statistica sugli alunni collocati in aziende nel corso del quinquennio 1902-
07, distinti per professione, nonch un certo numero di lettere provenienti da varie parti
dItalia, Francia e Sudamerica, con la richiesta di neodiplomati da assumere.

71
Una seconda sezione era orientata alla formazione di capi-tecnici e operai di
conceria ed era frequentata da apprendisti e operai delle concerie di Torino e
dintorni in orari serali o festivi
61
. Alla scuola era annessa una stazione sperimen-
tale che aveva il compito di eseguire ricerche e analisi dietro commissione di
privati, a pagamento. La scuola suscit ben presto anche linteresse dei militari:
gi nel 1908 si organizzarono i primi corsi speciali sulla tecnologia dei cuoi per
gli ufficiali della Scuola di guerra, mentre per lanno successivo erano previste
iscrizioni da parte di Ufficiali commissari di Terra e di Mare
62
. A dimostra-
zione dellalto livello raggiunto dalla scuola in un breve arco di tempo giunse,
nel 1906, il massimo riconoscimento (Gran Prix) dellEsposizione internazionale
di Milano.
Un altro istituto di prestigio fu fin dagli esordi la Scuola tipografica, sorta per
iniziativa del Comitato per il quinto centenario della nascita di J ohann Guten-
berg, costituitosi a Torino nel 1900, e condotta a eccellenti risultati dal principa-
le promotore e suo primo direttore, Giuseppe Vigliardi Paravia, cui la scuola fu
in seguito intitolata. La scuola, a carattere serale, si rivolgeva ai lavoratori
dellindustria grafica e prevedeva una durata di tre anni per lottenimento del di-
ploma di idoneit alla qualifica di operaio di seconda categoria. Del comitato
promotore facevano parte tanto lassociazione degli imprenditori tipografi che la
Federazione dei lavoratori del libro, una delle pi compatte organizzazioni di
mestiere aderenti alla Camera del lavoro di Torino: le forze sociali organizzate
collaboravano alla creazione di strutture formative a sostegno dello sviluppo lo-
cale. La Scuola tipografica rivest un ruolo importante allEsposizione interna-
zionale delle industrie e del lavoro di Torino del 1911: in quelloccasione fu al-
lestita una retrospettiva sullarte della stampa curata minuziosamente, tanto che i
macchinari e i lavori prodotti andarono a costituire il primo nucleo
dellallestimento del Museo nazionale del libro, inaugurato il 18 aprile 1913
63
.

61. La prima sede era allocata in via Amedeo Peyron 4. Dieci anni dopo venne co-
struito un nuovo edificio su unarea di 4000 metri quadrati in corso Ciri 7. Nel 1918 as-
sunse la denominazione di Regio istituto nazionale per le industrie del cuoio. Oggi la se-
zione di chimica conciaria, intitolata al primo direttore della Conceria-scuola, Giacinto
Baldracco, fa parte dellIstituto tecnico industriale Luigi Casale. Notizie su vari perso-
naggi che animarono la scuola nei primi decenni del Novecento si trovano nellarticolo
di F. Capponi, Un pioniere della moderna industria conciaria e calzaturiera: Francesco
Rampichini (1878-1958), in Studi maceratesi, 2002, n. 36, pp. 629-664.
62 ASCT, Affari Istruzione, c. 277, f. 57, Conceria-Scuola italiana.
63. La Scuola tipografica aveva sede in via Carlo Alberto 37-39. Al proposito si pos-
sono vedere Le scuole professionali nella citt di Torino. Raccolta di notizie pubblicata
per cura della R. Scuola tipografica di Torino ricorrendo lesposizione internazionale
del 1911, Torino, R. Scuola tipografica di Torino, 1911, pp. 14 ss.; LIstituto industriale
Amedeo Avogadro di Torino dalle origini a oggi, cit., p. 15; Scuole dindustria, cit., p.
728. Il Museo nazionale del libro ebbe vita travagliata e fu smantellato verso la fine degli
anni Venti. Da segnalare ancora listituzione da parte di Luigi Orione di una scuola tipo-
grafica a Tortona (Hazon, Storia della formazione tecnica e professionale in Italia, cit.,
p. 78).

72
La Scuola per orefici nacque nel 1904 su iniziativa del maestro darte orafa
Enrico Giacomo Ghirardi, guardando agli esempi delle pi prestigiose scuole di
Parigi e Ginevra. Attiva ancora oggi, venne intitolata al fondatore nel 1925, anno
della morte del Ghirardi
64
.
Fra le scuole a carattere teorico, prime fra tutte risultavano le Scuole tecniche
San Carlo facenti parte della categoria delle scuole di integrazione per operai e
scuole di arte applicata, fondate nel 1848 e ubicate in vicolo Benevello. Le San
Carlo fornivano unistruzione di base a un gran numero di allievi: nel 1903-04
gli iscritti erano 1164. Il loro obiettivo principale era listruzione teorica
delloperaio e comprendevano, oltre allinsegnamento del disegno applicato alle
varie industrie, corsi di lingua italiana, di aritmetica, di calligrafia, di contabilit
popolare
65
.
La situazione finanziaria degli istituti laici era, in genere, pi problematica ri-
spetto a quella degli istituti di tipo religioso. Nel ricordare limportanza per la
citt di Torino delle Officine-serali, il presidente Enrico Thovez lamentava i
problemi finanziari con i quali doveva fare i conti quotidianamente, rapportando-
li alla ben pi florida situazione delle scuole confessionali: le scuole Professio-
nali di D. Bosco e il Collegio degli artigianelli, che, gi ricchi per lasciti in loro
favore, impartiscono una istruzione professionale ad alunni interni, dietro una
retta mensile, che per quanto tenue rappresenta pur sempre il costo del loro vitto,
ricavano ancora largo beneficio dai lavori eseguiti nelle scuole stesse in quanto
assumono lavori ad impresa in concorrenza allindustria privata []
66
.
Al proposito occorre rilevare come a livello istituzionale centrale
lorientamento riguardante le scuole professionali propendesse a dare alle attivit
scolastiche uno scopo puramente didattico, che rifuggisse dal perseguire il lucro
attraverso il lavoro dei giovani apprendisti. Solo in alcuni casi potevano essere
ammesse commesse esterne, qualora si conciliassero con il percorso di forma-
zione degli allievi
67
. Evidentemente, ancora in et giolittiana, i principali istituti
religiosi erano lontani dalladeguarsi a questi princpi, come testimoniano i fre-
quenti riferimenti da parte laica e come evidenzi, in particolar modo, nel 1906
una denuncia del Maic nei confronti delloratorio salesiano di Torino, accusato,

64. Notizie in ASCT, Affari Istruzione, c. 213, f. 69, Scuola professionale per gli
orefici.
65. ASCT, Affari Istruzione, c. 245, f. 57, Istituti di educazione ed istruzione in gene-
re. Altre scuole a carattere puramente teorico erano la Scuola popolare Archimede, la
Scuola popolare universitaria, la Scuola Vittorio Bersezio, perlopi a carattere festivo.
66. ASCT, Affari Istruzione, c. 261, f. 69, Societ per le Scuole officine operaie,
lettera di Thovez al sindaco Frola del 14 novembre 1907.
67. Cos ad esempio nel disegno di legge del ministro Luigi Miceli presentato sul fi-
nire del 1889 alla Camera dei deputati, principio poi entrato a far parte del Regolamento
generale sulla istruzione professionale del 1913 (L. Panfilo, Dalla scuola di arti e me-
stieri di don Bosco allattivit di formazione professionale (1860-1915), Milano, Libre-
ria editrice salesiana, 1976, pp. 85-86).

73
appunto, di non rispettare le nuove normative riguardanti lo sfruttamento del la-
voro minorile e femminile introdotte nel biennio 1902-03
68
.

Un capitolo a parte va dedicato, infine, alle vicende delle scuole e degli istitu-
ti commerciali, che proprio nel primo decennio del Novecento fecero un decisi-
vo balzo in avanti. Nel 1902 a Roma apriva i suoi corsi la prima scuola media di
studi applicati al commercio. Per circa un ventennio le scuole commerciali furo-
no sottoposte alla stessa disciplina delle altre scuole professionali dipendenti dal
Maic
69
. Nel 1907 il Maic var un piano di rilancio e potenziamento e lanno suc-
cessivo eman il Regolamento generale per il riordinamento e la istituzione di
Scuole industriali e commerciali
70
.
Allepoca a Torino operavano numerose scuole a carattere commerciale, al-
cune delle quali a totale carico dellamministrazione comunale, altre sussidiate
in consorzio con enti diversi, altre ancora finanziate dal Comune ma senza inge-
renza diretta di incaricati pubblici nei consigli di amministrazione. Nellanno
scolastico 1907-08 risultavano a totale carico del Comune la Scuola serale di
commercio per i commessi, distinta in due corsi di tre anni ciascuno, inferiore e
superiore, frequentata da 450 alunni, che costava alle casse pubbliche 14.500 lire
annue
71
, e la Scuola commerciale femminile annessa allIstituto Maria Laeti-
tia, frequentata da 300 alunne (in totale le tre sezioni del Maria Laetitia co-
stavano al Comune una cifra cospicua: 81.000 lire). Fra le scuole sussidiate in
compartecipazione con altri enti figuravano le scuole medie istituite nel 1907 se-
condo il dettato ministeriale: la Scuola pratica di commercio annessa allIstituto
Sommeiller, mista, con 150 iscritti, la Scuola media di commercio, maschile,

68. In seguito ai richiami ministeriali le scuole salesiane dovettero predisporre pro-
grammi scolastici e precisi orari per scandire le lezioni. Ne d conto, fra gli altri, Lucia-
no Panfilo in Dalla scuola di arti e mestieri di don Bosco, pp. 86 ss.
69. del 1919 lordinamento particolare che le distingue e caratterizza con maggiore
precisione. Si veda al proposito Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di stato ,
cit., p. 77.
70. Approvato con regio decreto 22 marzo 1908, n. 187. Sulla base delle disposizioni
legislative lesecutivo pot emanare una serie di disposizioni a favore dello sviluppo del-
le scuole professionali. Tali provvidenze si legge in una pubblicazione di poco suc-
cessiva [] miravano soprattutto a dare stabilit ai loro bilanci, ad assicurare la conti-
nuit e lentit dei contributi, ad imprimere una maggiore uniformit allindirizzo educa-
tivo e didattico, ponendo per questa parte i direttori delle Scuole alla immediata dipen-
denza del Ministero; a circondare di speciali cautele la scelta deglinsegnanti e ad offrire
a questi pi certe condizioni di carriera ed una maggiore indipendenza nellesercizio del-
le loro mansioni [] (Notizie sull'insegnamento agrario, industriale e commerciale in
Italia , cit., pp. 205-206).
71. La Scuola serale di commercio era stata istituita nel 1869. Alla Scuola serale di
commercio, tra il personale insegnante dellanno scolastico 1906-07 ritroviamo i nomi di
noti esponenti del mondo della cultura e del lavoro torinesi: Vittorio Arnaud, Bernardo
Chiara, Adolfo Momigliano, Giuseppe Salsotto, Abd-el-Kader Salza, Antonio Fortina,
Leopoldo Ottino, Vittorio Valletta (ASCT, Affari Istruzione, c. 257, f. 40, Scuola serale
di commercio. Personale).

74
attivata presso lIstituto internazionale italiano di via Saluzzo e la Scuola media
commerciale femminile annessa allIstituto Maria Laetitia. Nello stesso anno
era sorta inoltre la Scuola superiore di commercio, abilitata al rilascio di diploma
di laurea, primo nucleo della futura facolt di Economia e commercio
dellateneo torinese.
Varie erano inoltre le iniziative nel settore privato, o realizzate da enti vari.
Tra le pi antiche vi era la Scuola speciale di commercio G.G. Garnier, gestita
allepoca dal ragioniere Edoardo Garnier e intitolata a colui che laveva fondata
nel 1850; ai primi del secolo impartiva listruzione a una quarantina di studenti
lanno e si sosteneva con le tasse degli iscritti. Accanto a essa, la Scuola di
commercio e di lingue del Circolo filologico, operante a Torino dal 1868
72
e le
Scuole della Societ stenografica italiana, istituite nel 1879
73
. Unaltra scuola
privata molto attiva agli inizi del secolo era lIstituto di commercio, lavoro ed
arte, meglio noto come Scuole Da Camino; fondate nel 1890, tenevano corsi
diurni, serali e festivi, che nellanno scolastico 1907-08 contavano circa 500 al-
lievi e comprendevano una scuola serale di commercio con tre corsi, una scuola
festiva femminile, un laboratorio di sartoria diurno e un istituto musicale festivo
e diurno; le Da Camino, nel dicembre 1907 si videro respingere la richiesta di
un sussidio dal municipio poich, come sosteneva la motivazione del diniego,
replicavano scuole gi esistenti, sia pubbliche che private, senza colmare alcu-
na lacuna in qualche ramo speciale di insegnamento, inoltre conservano pur
sempre il carattere di speculazione privata []
74
.
Nel composito panorama delle commerciali si annoveravano ancora la Scuola
commerciale del Collegio di S. Giuseppe, maschile, istituita nel 1902 dai Fratelli
delle Scuole cristiane, che accoglieva una ventina di studenti in due anni di cor-
so, e la Scuola femminile di commercio dellEducatorio Duchessa Isabella,
sorta nel 1908 con corsi diurni e una durata di quattro anni
75
. Varie altre scuole
private di minore entit, specificamente dedicate allinsegnamento della compu-
tistica e della dattilografia, completavano il complesso quadro degli istituti
commerciali.



72. Aveva due sezioni, diurna per le donne, serale quella maschile ma senza preclu-
dere lammissione di donne anche alla sera. Il totale dei corsi di lingue e di commercio al
1909 sommava 595 iscritti. La Scuola riceveva un contributo da Comune e Camera di
commercio.
73. Erano miste, diurne e serali. Prevedevano due anni di corso per la stenografia e
uno per la dattilografia. Nel 1909 contavano 34 iscritti e ricevevano finanziamenti da va-
ri enti, tra cui il Comune e il Maic.
74. ASCT, Affari Istruzione, c. 261, f. 62, Deliberazione della Giunta municipale in
data 26 dicembre 1907.
75. LEducatorio Duchessa Isabella era stato istituito nel 1905 dallIstituto delle Ope-
re pie S. Paolo.

75
La formazione professionale nelle altre province

Oltre al Torinese, unaltra zona di vivace fermento economico agli inizi del
Novecento fu la direttrice Biella-Novara-Intra, che vide in questo periodo la na-
scita di nuove realt scolastiche legate allo sviluppo delleconomia industriale
locale.
Lorientamento delle scuole di lavoro nel biellese rifletteva quello dei due
settori cardine sui quali ruotava lindustria locale, ovvero il tessile e larte mura-
ria. Anche in questo caso le scuole esistenti sorsero per iniziativa privata e solo
in un secondo momento passarono alla gestione pubblica. A Biella la specializ-
zazione laniera avanz notevolmente nel corso del primo quindicennio del seco-
lo, ma, nonostante limportanza del settore, gli industriali giunsero tardi a porre
in atto delle iniziative concrete volte a favorire lo sviluppo di un sistema scola-
stico professionale per la formazione degli operai del tessile. Gli imprenditori di
questo settore, a differenza di quelli delledilizia, si astennero dal finanziare le
scuole per la formazione degli operai fino a quando la diffusione della mecca-
nizzazione, i cambiamenti dei processi produttivi e le nuove esigenze del merca-
to non resero improrogabile il loro diretto interessamento anche nel settore
dellistruzione
76
.
Anche qui, come era accaduto a Torino, prese corpo, nel febbraio 1908, una
commissione municipale incaricata di studiare i mezzi pi opportuni per rende-
re la Scuola Professionale atta a rispondere, nel modo pi complesso possibile,
alle richieste sempre crescenti dellindustria biellese
77
. La relazione finale, pre-
sentata nel settembre successivo, mise in luce la grave carenza di insegnamenti
pratici nellistituto professionale della citt, conclusioni dalle quali part
limpulso decisivo per la creazione di unopera assai significativa da parte
dellindustriale Felice Piacenza, quel Lanificio-scuola, annesso allIstituto pro-
fessionale, che prese poi il suo nome. Lidea di Piacenza, che guardava ad ana-
loghi modelli dOltralpe, era quella di avvicinare il pi possibile gli allievi
dellIstituto al mondo del lavoro, ricreando accanto alla scuola un lanificio com-
pleto in ogni suo aspetto, dotato di macchinario e impianti moderni di filatura,
tessitura, tintoria, finissaggio, esercito da un privato con criteri industriali ed a-
perto ad insegnanti ed allievi per le esercitazioni pratiche della Sezione Tessi-
le
78
.

76. R. Gobbo, Un esempio di interazione tra sistema formativo tecnico-professionale
e territorio: il Biellese tra Unit ed et giolittiana, in Societ e storia, 2009, n. 123,
p. 69.
77. Cit. in S. Delzoppo, La scuola a Biella nel primo Novecento. Vita scolastica ed
educazione popolare: lispettore Alfredo Saraz e la rivista La Scuola biellese, Pollo-
ne, Leone & Griffa, 1999, p. 50.
78. Nel 1925 i locali del Lanificio-Scuola avrebbero ospitato anche le esercitazioni di
officina meccanica, in virt della creazione di unapposita officina. Fino ad allora le e-
sercitazioni si erano svolte nellofficina privata Gillio annessa allIstituto (Listruzione
industriale in Italia, cit., p. 120-122). Si veda anche R. Gobbo, Un esempio di interazio-
ne, cit., pp. 75-76. Felice Piacenza fu il fondatore e principale animatore della Lega

76
LIstituto professionale di Biella verr regificato nel 1918, mutando ancora
denominazione nel 1922 (R. Istituto industriale Quintino Sella per industrie
tessili, meccaniche ed edili). Nelle sue aule e officine si formarono non solo al-
lievi di modesta estrazione, ma anche figli di industriali locali, che presero suc-
cessivamente le redini delle imprese di famiglia. Inoltre, lIstituto biellese fu de-
cisivo per la formazione di un buon numero di tecnici, che andarono via via so-
stituendo il personale straniero che per molto tempo aveva sopperito alla man-
canza di una compiuta preparazione delle maestranze locali
79
.
In un altro settore di intervento operavano le scuole professionali popolari,
serali o festive, che si occupavano di fornire unistruzione per gli operai che in
gran numero emigravano. Tra le popolazioni delle valli biellesi, a lavorare nella
tessitura erano prevalentemente donne e fanciulli, mentre ai maschi adulti spesso
non restava che la via dellemigrazione. Ricorda Raffaella Gobbo come fin dal
Settecento il Biellese alimentava una diffusa emigrazione stagionale di lavoratori
delledilizia: muratori, stradini, selciatori, fornaciai si muovevano ogni anno a
marzo da paesi quali Campiglia Cervo, Rosazza, Andorno, Graglia, ecc. verso
paesi del Piemonte, della Savoia, dei Ducati Padani, del Monferrato, dello Stato
di Milano, ma anche della Francia e della Germania per fare ritorno poi a no-
vembre
80
. Per tali motivi queste scuole avevano la particolarit di funzionare
nei mesi invernali, come le scuole professionali di Campiglia Cervo, Rosazza,
Graglia, Sagliano Micca.
Il sostegno allistruzione popolare, in un Comune a guida socialista come
quello biellese, assunse unimportanza rilevante. In particolare, va ricordata
lazione svolta da Alfredo Saraz, ispettore scolastico e infaticabile animatore
dellUnione biellese delle biblioteche popolari, scolastiche e circolanti che fu co-
stituita, su suo impulso, nel 1911
81
.
Per quanto riguarda listruzione commerciale e la ragioneria occorre rilevare
come anche in questo settore gli industriali non avessero mostrato una particola-
re attenzione alle esigenze di formazione della componente amministrativa delle
aziende, focalizzandosi quasi esclusivamente sulla produzione dofficina. Quasi
in sordina, una scuola serale di commercio era sorta nel 1902 su iniziativa
dellAssociazione dei ragionieri di Biella
82
. Tuttavia, sul limitare dellet giolit-
tiana, nel 1913, fu creato un Istituto commerciale diurno, voluto dallindustriale

degli industriali biellesi, sorta nel 1901 (la complessa figura dellindustriale biellese me-
riterebbe uno studio approfondito, che manca fino a oggi).
79. Listruzione industriale in Italia, cit., p. 122.
80. Gobbo, Un esempio di interazione, cit., p. 64. Si veda anche il volume di Del-
zoppo, La scuola a Biella nel primo Novecento, cit., pp. 44-46. Sui flussi migratori del
Biellese nella seconda met dellOttocento rinvio al libro di F. Ramella, Terra e telai.
Sistemi di parentela e manifattura nel Biellese dellOttocento, Torino, Einaudi, 1984.
81. LUniversit popolare a Biella era nata nel 1902. Di questi aspetti si occupata S.
Delzoppo, nel libro, che costituisce la rielaborazione della sua tesi di laurea, La scuola a
Biella nel primo Novecento, cit.
82. La Scuola pot funzionare grazie al sostegno del ragioniere Achille Guazzoni,
delle banche e di alcuni industriali e commercianti (Gobbo, Un esempio di interazione,
cit., p. 78).

77
laniero, nonch deputato di ispirazione liberale, Eugenio Bona. LIstituto, che di
l a poco ne avrebbe preso il nome, pot fruire di un lascito di Bona di ben
550.000 lire, somma che and ad aggiungersi alle 250.000 messe a disposizione
dal Comune. Il carattere innovativo della scuola era dato dalla specializzazione
degli insegnamenti applicati allindustria tessile. Si trattava di una novit a livel-
lo nazionale: nel 1917, anno in cui fu regificata, infatti, fu lunica abilitata a rila-
sciare il diploma di ragioniere industriale. Alla vigilia della prima guerra
mondiale era dunque formata quella triade costituita da Istituto Professionale,
Istituto commerciale e Lanificio-Scuola che costituiva un completo e integrato
sistema di istruzione professionale
83
.
Nel panorama novarese svetta laffermazione dellIstituto industriale O-
mar, che fin dai primissimi anni di attivit, grazie alla sapiente direzione
dellingegnere Enrico Gatti e al metodo didattico da questi elaborato, seppe rag-
giungere risultati di assoluta eccellenza. Alla fine dellOttocento a Novara le
scuole e gli istituti medi, inferiori e superiori, erano compresi allinterno
dellIstituto Bellini, che, avviato gi negli anni Trenta, aveva costituito una
delle prime esperienze di insegnamento industriale in Italia, anche se ben presto
aveva esaurito la propria spinta innovativa. Erano mancate, quindi, per un buon
lasso di tempo, scuole professionali indirizzate alla formazione della classe ope-
raia, poich il Bellini si era ben presto trasformato in una scuola frequentata
dai figli della piccola e media borghesia. Una svolta si ebbe in virt del cospicuo
lascito dellindustriale novarese Giuseppe Omar. Rimasto senza eredi, nel testa-
mento Omar aveva destinato il suo patrimonio alla citt di Novara, con la precisa
disposizione di utilizzarlo per promuovere il rilancio della formazione professio-
nale guardando allesempio costituito in Biella dallistituto professionale voluto
da Quintino Sella. LIstituto, sorto nel 1895, per una dozzina di anni si sostenne
sulle rendite della Fondazione Omar, integrate dai sussidi erogati dagli enti loca-
li; nel 1907 pass alle dipendenze del Maic, per poi raggiungere, tra i primi in
Italia, il terzo grado dellistruzione secondaria.
Nonostante gli intendimenti del benefattore fossero stati chiari, la genesi
dellistituzione scolastica non fu affatto semplice. La crescita dellIstituto fu o-
stacolata dalle diffidenze mostrate dalla classe dirigente locale. Il nuovo istituto
venne piuttosto visto dai maggiorenti della citt come un mezzo per estromettere
definitivamente dalla Scuola Bellini gli allievi provenienti dalle classi popola-
ri, confinandoli in un istituto differente. Si dovette principalmente al suo primo
direttore, Enrico Gatti, se lOmar non fu relegato ai margini dellistruzione
quale mediocre scuola di preparazione al lavoro manuale. Personalit di grande
entusiasmo, Gatti elabor un metodo esemplare nellambito della didattica delle
materie pratiche che, unito a criteri di selezione molto severi e a unofficina ric-
camente dotata di macchine per le esercitazioni, rese possibile un livello di qua-
lificazione degli operai allavanguardia per il nuovo secolo. Il metodo di Gatti si
poneva sul versante opposto a quello di coloro che puntavano sullinsegnamento
di unarte particolare, esso era infatti basato sulla scomposizione e riaggrega-
zione di processi interi in microprocessi. Lidea rivoluzionaria di Gatti era di

83. Ivi, p. 79.

78
insegnare il lavoro attraverso lesecuzione di tutti gli atti elementari che, com-
binati tra loro, consentivano poi la costruzione di qualunque oggetto; in questo
modo lallievo avrebbe acquisito migliori capacit di adattarsi allinnovazione,
senza dover dipendere necessariamente da ulteriori corsi formativi. Nonostante
lapparenza, Gatti non puntava alla parcellizzazione dellattivit lavorativa, ma
al suo contrario: le operazioni elementari non erano infatti lo scopo
dellistruzione, ma solo il mezzo per giungere al dominio della materia
84
.
Nel 1907, allo scopo di potenziare lIstituto attraverso pi cospicui finanzia-
menti, lOmar si stacc dallopera pia costituita con il lascito del suo promoto-
re e inizi a ricevere un sussidio annuo dal Maic di 12.000 lire, cos come avve-
niva per il Quintino Sella di Biella. A quel punto mancava solo il riconosci-
mento del terzo grado di istruzione secondaria, che giunse nel 1915, tre anni
prima dellistituto biellese, con il quale, in questi anni, il confronto si mantenne
costante.
Poco pi a nord, qualche anno prima dellOmar, nel 1886, a Intra era stata
costituita una scuola professionale grazie, anche in questo caso, al lascito di un
industriale, Lorenzo Cobianchi. Posta alla confluenza di due fiumi, il San Gio-
vanni e il San Bernardino, la regione del Verbano era ricca di energia idraulica
che veniva sfruttata dalle locali industrie elettriche. In virt di questa peculiarit,
la scuola fu tra le prime a ospitare, fin dal 1889, corsi speciali di elettrotecnica,
oltre a quelli di chimica tintoria. Nel 1910, come avvenne nello stesso periodo
per altri istituti, fu riordinata in due sezioni, chimica ed elettromeccanica
85
.
Ancora pi a nord, a Domodossola, era attiva unaltra importante scuola, isti-
tuita dalla Fondazione Galletti (costituita in Opera pia, come la Fondazione Omar
fino al 1907) e gestita in compartecipazione con il Comune. La bont dei suoi in-
segnamenti attestata dal diploma di menzione donore che gli allievi seppero me-
ritarsi con i propri lavori allEsposizione milanese del 1906. La Scuola professio-
nale di Domodossola fu regificata nel 1914 e assunse quindi il nome di R. Scuola
professionale maschile per meccanici, falegnami e intagliatori.
Per quanto riguarda listruzione agraria occorre sottolineare che anche in
Piemonte, secondo una tendenza di carattere nazionale, non si registr allinizio
del Novecento un interesse commisurato allimportanza che il settore agricolo
ancora rivestiva per leconomia regionale. Gli istituti tecnici piemontesi com-
prendevano la sezione di agrimensura, ma in nessuno di essi era stata attivata
quella di agronomia, e i periti formatisi in queste scuole non avevano

84. G. Morreale, LIstituto Industriale Omar. Alle origini del perito industriale,
Novara, Nuova Tipografia San Gaudenzio, 2000, pp. 11 e 133-134. I migliori elementi
usciti dallOmar erano [] tecnici polivalenti, in grado di adattarsi a varie industrie, an-
che se riuscivano in particolare nella meccanica di precisione come quella dei motori a
scoppio (pp. 182-183). Sullistituto novarese di qualche interesse anche la raccolta di
documenti contenuta nel volume edito dalla Fondazione Omar, Centenario 1893-1993,
Novara, Tip. San Gaudenzio, 1995.
85. Nel 1918 assunse la nuova denominazione di Istituto industriale per la formazio-
ne del personale direttivo dellindustria e dei laboratori industriali chimici ed elettro-
meccanici (si vedano le notizie riportate in Listruzione industriale in Italia, cit., p. 147).

79
lopportunit di proseguire gli studi in un istituto superiore di agricoltura senza
lasciare il Piemonte. In tutta la regione operarono in questo periodo soltanto tre
scuole pratiche biennali di agricoltura, dislocate a Caluso, Novara e Villafranca
Piemonte
86
. Continuavano a funzionare le colonie agricole, il cui scopo primario,
per, non era tanto la formazione di esperti agronomi in grado di innervare di
conoscenze un settore basato sulla tradizionale trasmissione di saperi tradizionali
e poco inclini allinnovazione, quanto il recupero di giovani con problemi di na-
tura sociale o giudiziaria. Solo nel 1911, nel Vercellese, la Scuola professionale
Francesco Borgogna promosse dei corsi di istruzione agraria. In questo conte-
sto stagnante continuava a distinguersi la Scuola speciale di viticoltura ed enolo-
gia di Alba, sebbene rivolta a un modesto numero di allievi
87
.


Note conclusive

utile richiamare, in chiusura di questa seppur sintetica trattazione, alcuni
aspetti che, a mio avviso, pi di altri emergono quali tratti distintivi di unepoca
in cui il complesso sistema delle scuole professionali piemontesi fece un decisi-
vo balzo in avanti.
I rapidi e vasti mutamenti socio-economici degli inizi del Novecento avevano
visto sorgere industrie di grandi dimensioni, caratterizzate da tempistiche di pro-
duzione pi serrate, che finirono col mettere in crisi lapprendistato tradizionale
della boita, la piccola officina a conduzione familiare. I grandi stabilimenti non
offrivano, in genere, lopportunit della formazione, ma tendevano ad assumere
lavoratori gi qualificati. Inoltre, il rapido progresso tecnico raggiunto in questi
anni rivel la necessit di una preparazione tecnica pi elevata da parte delle
maestranze. Si pensi, per esempio, alle esigenze delle industrie elettrica e mec-
canica che proprio in questi anni andarono affermandosi, e dunque alle nuove
competenze richieste per i lavoratori del settore.
Per lo sviluppo di un sistema formativo adeguato a un contesto socio-
economico sempre pi complesso e sulla via di una rapida modernizzazione si
rivel decisivo il contributo delle amministrazioni locali. A sostenere la crescita
o limpianto di nuovi istituti professionali contribu la virtuosa collaborazione
dei socialisti con le giunte giolittiane, che rafforz il potere di intervento pubbli-
co. Numerosi enti di formazione professionale, sorti su iniziativa delle associa-
zioni di categoria o delle societ di mutuo soccorso, poterono giovarsi del deci-
sivo apporto finanziario e logistico delle amministrazioni comunali. Lappoggio
concesso alle iniziative private pi promettenti fu determinante, in molti casi, nel
permettere alle scuole di ottenere il riconoscimento da parte del ministero, il che
voleva dire anche, e soprattutto, raggiungere la sicurezza di una pi stabile fonte

86. R.S. Di Pol, Listruzione tecnica e professionale in Piemonte , cit., p. 423.
87. Al riguardo rinvio ancora una volta al saggio di De Fort contenuto in questo vo-
lume. Altre notizie sullinsegnamento agrario, specie sullesperienza delle cattedre am-
bulanti, si possono trovare nella pubblicazione del Maic, Notizie sull'insegnamento agra-
rio, industriale e commerciale in Italia, cit.

80
di sussidio. Questa prassi ben si inquadra nel clima giolittiano teso a includere
nelle strutture dello Stato le esperienze pi significative della formazione scola-
stica per il lavoro.
Altra novit di grande rilievo fu, in alcuni casi pi avanzati, la partecipazione
delle rappresentanze dei lavoratori allinterno dei comitati promotori, accanto
allente pubblico e alle organizzazioni padronali, come testimonia lesemplare
affermazione della Scuola tipografica.
Nellarco di pochissimi anni si registr, quindi, un rapido incremento quanti-
tativo degli istituti operanti nella regione. Non un caso, inoltre, che proprio in
questo periodo andarono affermandosi alcuni fra i pi importanti istituti, quali,
per esempio, lAvogadro e il Vigliardi Paravia a Torino e lOmar a Nova-
ra, che per tutto il corso del Novecento, e oltre, avrebbero costituito le punte a-
vanzate della formazione professionale piemontese.

81
Lunica soluzione del formidabile problema economico
che la guerra ha creato: economia bellica e formazione

Gian Luigi Gatti

Scuola popolare, insegnamento professionale
[] scuola rinnovata, scuola del lavoro [].
Erano le grandi domande agitate dalla co-
scienza pedagogica e dalla coscienza sociale
pi moderne, la vigilia della guerra. Ci che
oggi d loro un nuovo carattere, un nuovo
suggello, unurgenza ben diversa, il fatto che
esse si presentano come lunica soluzione del
formidabile problema economico che la guer-
ra ha creato
1
.
Giovanni Cal, 1918

La guerra mondiale sconvolse lEuropa ed inevitabilmente anche il Piemonte
ne sub le conseguenze. Tutti i piemontesi vennero coinvolti nello sforzo nazio-
nale, in citt o in campagna, sulle montagne o in pianura, nonostante il territorio
fosse risparmiato dai combattimenti. Si contarono pi di 15 caduti ogni 1.000
piemontesi e, oltre ai costi economici diretti e indiretti
2
, nessuno pot sottrarsi
alla mentalit del fronte interno. Le scuole e gli istituti tecnici e professionali
di tutta la regione furono impegnati nella mobilitazione collettiva, i docenti e gli
alunni che non vennero chiamati alle armi continuarono nelle attivit formative,
ora orientati soprattutto a fini bellici. Sorsero nuovi istituti; alcune scuole istitui-
rono corsi speciali per la formazione di professionalit utili alle aziende legate
alla guerra, tanto che furono le stesse forze armate a mandarvi alcuni militari
come allievi; altre misero a disposizione le proprie competenze e i propri labora-
tori per manifatture richieste direttamente dal Ministero della guerra; altre anco-
ra pi semplicemente cedettero temporaneamente i propri locali allesercito.
Negli anni successivi, quando dopo la guerra occorse vincere il dopoguerra, il
sistema socio-economico piemontese non fu risparmiato dallo sconvolgimento

1. G. Cal, Dalla guerra mondiale alla scuola nostra, Firenze, Bemporad, 1919, p.
202. Il volume raccoglie numerosi articoli scritti a partire dal 1914, la citazione tratta
da Per la scuola del dopo guerra, pubblicato nel 1918.
Sulla figura di Cal, filosofo e pedagogista di fama internazionale, sottosegretario
allistruzione nel governo Facta (1922), si rimanda al corposo profilo biografico di Luigi
Ambrosoli, Cal, Giovanni, in Dizionario biografico degli Italiani, vol. XVI, Roma, I-
stituto della Enciclopedia Italiana, 1973, pp. 782-785. Sulla sua opera di pedagogista, G.
Elia, C. Laneve, Pedagogia e scuola in Giovanni Cal, presentazione di L. Santelli Bec-
cegato, Fasano, Schena, 1987.
2. Ad esempio i crediti di guerra sottoscritti nelle province piemontesi furono pi di
tre miliardi e mezzo di lire, quasi il 10% di tutti i prestiti nazionali V. Castronovo, Storia
dItalia. Le regioni dallUnit ad oggi. Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1977, pp. 292-293.
Il Cuneese ebbe il tasso di caduti pi alto tra tutte le province italiane, quasi 19 su 1000
abitanti.

82
apportato dalla fine della Mobilitazione industriale e, a partire dalla primavera
del 1919, dalla smobilitazione militare. Le scuole ripresero i corsi normali e si
trovarono a fronteggiare i vecchi problemi dellistruzione professionale
3
, acuiti
dallaccelerazione tecnologica imposta dalla guerra, che rese ancor pi obsoleta
la gran parte dei macchinari posseduti dalle scuole piemontesi. Gli amministrato-
ri locali si trovarono di fronte ad una domanda di formazione senza precedenti,
cui risposero aprendo numerose scuole e riorganizzando quelle preesistenti. Il
tema della formazione scolastica a tutti i livelli, umanista come professionale, fu
vivacemente dibattuto dagli specialisti, dai migliori intellettuali e dai politici pi
influenti. Quando il clima politico del dopoguerra inizi a surriscaldarsi, una del-
le battaglie tra sinistre, cattolici, liberali e destre si gioc anche sulle scuole ope-
raie e sugli istituti di formazione serali e festivi, frequentati soprattutto gli uni
dalla classe operaia, le altre dai suoi figli. Tuttavia, il trionfo della cultura ideali-
sta di stampo crociano e gentiliano fece presto dimenticare limportanza assunta
dalla formazione professionale durante la guerra mondiale, quando, almeno in
Piemonte, le esigenze della produzione bellica catalizzarono per la prima e forse
unica volta lattenzione del governo verso listruzione tecnica e professionale
rispetto a quella umanista.


Storiografia, fonti e ipotesi interpretative

A lato della scuola classica che, conservando
il sacro patrimonio delle nostre tradizioni,
mantiene vivo il ricordo della gloria
dellEllade e della grandezza di Roma, si
contrapposta la scuola professionale, che ha
per scopo di contribuire da un lato ad elevare
la potenzialit economica della Patria nostra, e
dallaltro a ricondurci alle antiche idealit []
armonizzando la forza fisica e lacume intel-
lettuale delloperaio e dellartefice, per virt
di un senso squisito di proporzioni e di intui-
zioni delle linee, dei colori e delle forme che
rivelano la bellezza
4
.

Gli studiosi della storia della formazione professionale in Italia hanno trascu-
rato il periodo bellico; non sono stati infatti individuati importanti studi specifici

3. Nel saggio si utilizzano indifferentemente i termini di formazione professionale
e di istruzione professionale per riferirsi alla preparazione dei quadri produttivi: nel
settore oggi si preferisce utilizzare il primo, ma allepoca si ricorreva al secondo, che
spesso si trovava anche come sinonimo di educazione popolare o addestramento ope-
raio. In merito si vedano le considerazioni in E. Tamagno, Istruzione professionale, in
Torino tra le due guerre, Torino, ed. Musei civici, 1978, p. 65.
4. Il riordinamento dellIstituto Professionale Operaio, in Citt di Torino, Ufficio
Lavoro Bollettino e Statistica, a. 2, 1 febbraio 1916, n. 1, p. 24. Questa pubblicazio-
ne dedica particolare attenzione allistruzione professionale e ospita spesso profili di
scuole nelle sue pagine. Purtroppo cessa dopo pochi numeri nel 1917.

83
e neppure approfondimenti nelle principali sintesi. Un esempio per tutti, lottimo
Filippo Hazon Storia della formazione tecnica e professionale che, prezioso per
la chiarezza con cui imposta le problematiche legate al tema e per la lucidit con
cui discorre della metodologia e delle fonti, oltre che per lanalisi degli altri pe-
riodi storici, passa dal capitolo terzo Dallunificazione fino alla grande guerra
direttamente al quarto, Durante il ventennio fascista
5
. A ben vedere, n gli stori-
ci che hanno studiato la politica scolastica italiana si sono soffermati sul periodo
della guerra
6
, n gli specialisti della guerra hanno dedicato particolare attenzione
al tema dellistruzione professionale
7
. Le cause di questa lacuna sono da ricer-
carsi probabilmente nel fatto che per scrivere una bella storia della formazione
professionale non sono sufficienti gli strumenti della storia delle istituzioni, n
lapproccio della storia sociale, ma occorre unire le sensibilit di entrambe le di-

5. F. Hazon, Storia della formazione tecnica e professionale in Italia, Roma, Arman-
do, 1991. Non diversa limpostazione di un altro testo molto importante, A. Tonelli,
Listruzione tecnica e professionale di Stato nelle strutture e nei programmi da Casati ai
giorni nostri, Milano, Giuffr, 1964.
6. Questo lintero spazio dedicato al periodo dal 1915 al 1922 in un testo molto uti-
lizzato da tutti gli studiosi successivi: La prima guerra mondiale. Lo sconvolgimento
della prima guerra mondiale peggior visibilmente la situazione. Le riforme furono so-
spese e il livello degli studi cadde ancora pi in basso. Dopo il 1918 alcune delle propo-
ste di una Commissione Reale, che aveva funzionato dal 1905 al 1911, vennero a poco a
poco attuate, ma senza che ne derivasse un gran miglioramento alla scuola secondaria.
Negli anni seguenti alla guerra ogni desiderio di imparare sembrava fosse svanito e la
giovent del tempo pareva volere soltanto facilitazioni negli studi in modo da poter con-
seguire i diplomi col minimo sforzo. I Ministri cedettero a queste richieste molto pi di
quanto avrebbero dovuto La politica e la legislazione scolastica in Italia dal 1922 al
1943. Con cenni introduttivi sui periodi precedenti e una parte conclusiva sul periodo
post-fascista. Preparato dalla Sotto-commissione delleducazione della Commissione
alleata in Italia e offerto al Ministero della P.I. (1946), Milano, Garzanti, 1947, p. 55.
Tra gli studi di storia della scuola si ricordano qui almeno G. Tognon, Benedetto
Croce alla Minerva. La politica scolastica italiana tra Caporetto e la marcia su Roma,
Brescia, La Scuola, 1990, dedicato pi alla storia del pensiero che dellistituzione scola-
stica, e le ricerche che coprono il periodo successivo J . Charnitzky, Fascismo e scuola.
La politica scolastica del regime (1922-1943), Firenze, La Nuova Italia, 1996, pp 50-91;
M. Ostenc, La scuola italiana durante il fascismo, Roma-Bari, Laterza, 1981, pp 7-10.
Sono utili per la ricostruzione del tessuto sociale ed economico i testi di storia locale,
come i classici Castronovo, Il Piemonte, cit., P. Spriano, Torino Operaia nella Grande
Guerra (1914-1918), Torino, Einaudi, 1960 o il pi datato G. Prato, Il Piemonte e gli ef-
fetti della guerra sulla vita economica e sociale, New Haven, Laterza-Fondazione Car-
negie, Yale University Press, 1925.
7. Una ricostruzione del ruolo del Comitato Nazionale Scientifico Tecnico per lo svi-
luppo e lincremento dellindustria italiana in L. Tomassini, Guerra e scienza. Lo Stato e
lorganizzazione della ricerca in Italia, in Ricerche Storiche, a. XXI, settembre-
dicembre 1991, n. 3.

84
scipline alle competenze di uno storico economico
8
e pure di uno specialista del-
la storia della Grande Guerra
9
.
Il fatto che nella letteratura storiografica oggi non esista una sola importante
monografia specifica sulla scuola professionale negli anni della prima guerra
mondiale sorprendente se si pensi che in questo periodo si delineano processi
che saranno portati avanti negli anni successivi. Gli studiosi della scuola, che so-
litamente sono pi attenti allistruzione umanista piuttosto che a quella profes-
sionale, hanno liquidato spesso lesperienza della guerra mondiale in poche ri-
ghe, sostenendo a ragione che il conflitto rinvi la realizzazione della tanto pro-
gettata riforma scolastica e abbass il livello degli studi. In effetti, le spese statali
messe a bilancio dal Ministero della pubblica istruzione subirono un tracollo, ri-
ducendosi di circa un terzo
10
. Tuttavia, lesame della situazione locale piemonte-
se mette in luce un dato discordante riguardo listruzione professionale, che al
contrario crebbe di importanza e di sovvenzioni a tutti i livelli. Linvestimento
sulla formazione tecnica e professionale fu operato, a livello nazionale, pi che
dal Ministero della Minerva, da quello dellagricoltura, dellindustria e del
commercio (dora in avanti Maic), poich da esso dipendeva allora la gran parte
delle scuole professionali riconosciute dallo Stato. Tale istruzione preparava o-
perai specializzati, pronti per essere impiegati nelle industrie belliche affamate di
manodopera qualificata, quindi sovente furono gli stessi imprenditori che si fece-
ro promotori e finanziatori di corsi ad hoc. Quando non era specificatamente in-
dustriale, la formazione professionale poteva istruire maestranze immediatamen-
te utili al sostegno delle esigenze primarie della popolazione, come ad esempio i
licenziati dalle scuole per panificatori o dagli istituti agrari, cos alcune ammini-
strazioni locali si impegnarono attivamente per istituire nuovi corsi e facilitare la
frequenza degli allievi. La formazione professionale riusciva ad adattarsi rapi-
damente alle nuove esigenze della mobilitazione e poteva persino partecipare di-
rettamente allo sforzo industriale, perch era in grado di produrre direttamente
nei propri laboratori-officina materiali utilizzati in trincea.
Del rilievo guadagnato dallistruzione tecnica e professionale sembra accor-
gersi anche il governo di Roma, che a partire dal 1916 emana una serie di leggi
in questa direzione
11
. A causa della singolarit dellesperienza del Piemonte, re-
gione ricca di imprese e dove la sensibilit verso listruzione tecnico-industriale
era spiccata basti pensare al numero di industrie, di scuole fondate da impren-
ditori e da benefattori, oppure allinfluenza di personalit attente alla formazione
professionale, come quella di Secondo Frola, senatore e sindaco di Torino prima

8. Hazon, Storia della formazione, cit., pp. 9-22. Inoltre, gli storici della scuola du-
rante il fascismo, uno dei periodi pi analizzati, partono generalmente dalla riforma di
Gentile, e dedicano poche pagine al periodo precedente.
9. Come scrisse Antonio Gramsci dal carcere: Lo studio delle scuole professionali
collegato alla conoscenza delle necessit della produzione e dei suoi sviluppi. Antonio
Gramsci, Passato e presente, Roma, Editori Riuniti, 1971, p. 110.
10. Charnitzky, Fascismo e scuola, cit., p. 51.
11. Sono i D.D.L. 10 dicembre 1916 n. 1869, 10 maggio 1917 n. 896, 11 ottobre
1917 n. 1661, 8 dicembre 1918 n. 2001.

85
e durante la guerra , non permette una generalizzazione a livello nazionale;
certo per che, se questo dato fosse confermato nel resto dItalia, si potrebbe
concludere che durante la prima guerra mondiale per la prima e forse unica volta
nella storia dItalia listruzione professionale ebbe pi attenzioni, finanziamenti
e, in una parola, rilevanza, delleducazione scolastica umanistica o non profes-
sionale
12
.

Terminata la guerra vennero meno le contingenze che portarono listruzione
professionale ad assurgere a cos alta considerazione e, parallelamente, trionf la
filosofia idealista, tutta focalizzata verso la cultura umanistica e ben poco inte-
ressata a quella tecnica e professionale, che perse di importanza e considerazione
man mano che ci si allontanava dal periodo di guerra. Negli anni precedenti alla
marcia su Roma si svilupp una vasta discussione in merito alla riforma della
scuola a tutti i livelli, alimentata da congressi organizzati da associazioni pubbli-
che e private, ricca di contributi ai pi alti livelli, dai gi citati Croce e Gentile, a
Salvemini, a Sturzo o a un giovanissimo Gobetti. I loro interventi venivano pub-
blicati non soltanto sulle riviste specializzate, ma anche sui giornali generali-
sti. Gli storici hanno ricostruito tale dibattito sia in testi dedicati alla politica
scolastica italiana sia in ricerche dedicate a singole riviste
13
; tuttavia anche per
questo periodo si sono soffermati pi sulle questioni relative alla scuola umani-
stica che su quelle della formazione tecnica e professionale.
Il dato storico del significativo aumento delle iscrizioni nelle scuole tecniche
e professionali, specialmente dopo linizio delleffettiva smobilitazione dei sol-
dati, risulta meno analizzato rispetto alle proposte degli intellettuali. Laumento
di immatricolazioni da mettere in relazione ai processi demografici di urbaniz-
zazione allora in atto, oltre che al tentativo di riqualificarsi da parte degli ex-
combattenti e alla difficilissima situazione economica. Infatti, il mercato del la-
voro fatic non poco a riassorbire la massa degli uomini al ritorno dal fronte in
quanto le imprese, venute meno le commesse militari, erano impegnate nella ri-
conversione dalla produzione bellica a quella civile. Le conquiste dei sindacati
del 1919, in particolare la giornata di 8 ore lavorative, permisero ai lavoratori di
avere pi tempo per migliorare la propria formazione professionale.



12. Certo, sarebbe interessante sapere se tali conclusioni siano applicabili allintero
panorama nazionale, come alcuni fattori fanno ritenere, ma giocoforza inevitalile a-
spettare future ricerche.
13. Tra i primi Charnitzky, Fascismo e scuola, cit., tra i secondi C. Ghizzoni, Educa-
zione e scuola allindomani della Grande Guerra. Il contributo de La Civilt Cattoli-
ca (1918-1931), Brescia, La Scuola, 1997. In realt pare ci sia abbondante spazio per
un approfondimento, perch ad esempio non stata approfondita la posizione di una ri-
vista come Cultura popolare e del movimento operaio.

86
La Grande Guerra dei piemontesi. Scuole tecniche e istituti di formazione
professionale nel fronte interno


Lespressione fronte interno si ritrova nellinglese home front come nel te-
desco Heimatfront e nel francese front intrieur, tanto che stato possibile indi-
viduare una cultura di guerra, definita come linsieme delle rappresentazioni,
degli atteggiamenti e delle esperienze degli anni 1914-1918
14
comuni agli eu-
ropei coinvolti nella prima guerra mondiale. Non un caso che lespressione
fronte interno si imponga con la Grande Guerra, che fu la prima moderna di
lunga durata, in cui la possibilit di resistere e quindi di vincere fu determinata
dalla capacit di mobilitare le risorse umane ed economiche di tutto il Paese. Il
concetto implica che ad essere impegnata nello sforzo bellico non fosse soltanto
la societ militare, ma anche quella civile, che venne pervasa da uno spirito
combattivo affine a quello che si ritrovava sul fronte di battaglia. Rimane sottin-
teso, comunque ben chiaro, che non era ammesso il dissenso e neppure il disim-
pegno: chi non si attivava per aiutare lo sforzo bellico era di per s un disfattista,
un nemico interno vissuto come non meno pericoloso di quello che si nasconde-
va nelle trincee oltre la terra di nessuno
15
. Conseguentemente, allentrata in guer-
ra dellItalia, si assistette in tutto il Piemonte ad un mobilitarsi per la guerra. Il
mondo della formazione professionale non fece eccezione.
Un esempio tipico di iniziativa locale in favore dellistruzione professionale
in guerra lIstituto di rieducazione professionale per i lavoratori mutilati, che
coniug esigenze di assistenza a quelle di formazione. Sorto per iniziativa di due
notabili, Geisser e Salvadori
16
, dipendeva dal Comitato delle provincie piemon-
tesi per lassistenza ai lavoratori mutilati in guerra. La gestione dellIstituto per
la rieducazione professionale dei mutilati coinvolse anche i religiosi, perch fu-
rono i Padri Rosminiani a concedere i locali e ad assumerne la direzione, con
Padre Costanzo Cerutti
17
. La scuola era divisa in due sezioni, a seconda della
gravit della mutilazione e dellidoneit a svolgere lavori manuali: i pi abili di-
ventavano sarti, calzolai, falegnami, tornitori, rilegatori di libri mentre i pi i-
struiti potevano accedere al mestiere di telegrafista e alla contabilit. Lorario di
lezione era di otto ore e gli allievi ricevevano uno stipendio quotidiano fino a

14. J .-J . Becker, LEurope dans la Grande Guerre, Paris, Belin, 1996, p. 125.
15. Per la disanima del concetto di fronte interno si rimanda a G.L. Gatti, Jusquau
bout! Il fronte interno, in Gli Italiani in guerra. Conflitti, identit, memorie dal Risorgi-
mento ai giorni nostri, vol. III, t. I, La Grande Guerra: dallIntervento alla vittoria mu-
tilata, a cura di M. Isnenghi, D. Ceschin, Torino, UTET, 2008.
16. Purtroppo la fonte, citata nella nota 19, non specifica il nome dei promotori; pro-
babilmente si tratta di Alberto Geisser, gi membro del consiglio damministrazione del-
la Cassa di risparmio di Torino, figlio di quellUlrico che fu il principale banchiere tori-
nese del trentennio postunitario, e di G. Salvadori di Wiesenhoff, industriale e uomo
daffari politicamente impegnato, membro del Consiglio provinciale di Torino.
17. Padre Costanzo Cerutti era nato a Carignano nel 1913, dopo una vita dedicata alla
formazione dei giovani e ad occuparsi delleconomato, mor a Sarzana nel 1975.

87
quando ottenevano un diploma di capacit professionale
18
. Nel febbraio 1917 la
scuola ospit 133 mutilati, dei quali 85 erano originari del Piemonte
19
.
Prima dellapertura di questo istituto, la rieducazione dei mutilati era stata
tentata nellIstituto Agrario Bonafous: lesercito italiano del tempo era, infatti,
cos composto quasi per il 60% da contadini, tanto che entr nelluso comune
riferirsi ai soldati come ai fanti-contadini
20
. A partire dal gennaio 1916 tale
scuola ospit 7 contadini mutilati di un arto superiore e, dopo la fondazione
dellIstituto per la rieducazione professionale, fu mantenuta qui una sezione
staccata per la rieducazione agricola
21
. Come scrisse un contemporaneo:

questa carit per linfelice estende il suo vantaggio anche alla societ. In grazia sua la
disoccupazione involontaria, che non sarebbe lieve dopo la guerra ed a cui si dovrebbe
provvedere con la beneficenza, sar in parte diminuita, e questo fatto, oltre allapportare
un maggior benessere sociale e morale, compir, restituendo al lavoro il concorso di tan-
te giovani attivit che parevano perdute, unopera feconda di notevoli vantaggi economi-
ci
22
.

La scuola di formazione per mutilati fu uniniziativa privata, cui parteciparo-
no gli enti locali: il sindaco di Torino ne era il presidente generale. Lo Stato ita-
liano non si occup dellassistenza interna, ma lasci libera iniziativa ai cittadini
e tent un coordinamento soltanto a partire dal giugno 1916
23
. Il mancato coin-
volgimento diretto del governo nellassistenza civile e nella propaganda verso
linterno fu uno degli elementi che compromisero la possibilit di generalizzare
il consenso verso la guerra e, in tal modo, di integrare le masse nella nazione,
come invece si verific altrove: la classe dirigente italiana usc cos dal conflitto
priva di quella legittimazione popolare che ad esempio in Francia i politici riu-
scirono a ottenere.

18. Listituto di rieducazione professionale per i lavoratori mutilati in Torino, in
Citt di Torino. Ufficio del Lavoro. Bollettino e Statistica, a. II, 1 agosto 1916, n. 4,
pp. 7-10.
19. La rieducazione professionale dei lavoratori mutilati in guerra, ivi, a. III, 1 apri-
le 1917, n. 1, p. 30.
20. A. Gibelli, La grande guerra degli italiani 1915-1918, Milano, Sansoni-RCS,
1998, pp. 87-88, in un capitolo significativamente intitolato Un esercito di contadini.
21. Istituto Agrario Bonafous, Cenni monografici (1871-1924), Casale Monferrato,
Stab. Arti Grafiche Torelli, 1924, pp. 92-95, dove si trovano pure alcune fotografie di
mutilati al lavoro. Il Bonafous si impegn molto nellopera di assistenza civile: concesse
alcuni posti gratuiti ai figli di contadini morti in guerra, dopo la ritirata successiva al di-
sastro di Caporetto ospit alcuni figli di profughi (insieme ad alcuni adulti come impie-
gati) e, nel dopoguerra, accolse per alcuni mesi 50 bambini viennesi provati dalla denu-
trizione cui erano stati sottoposti in patria. Ivi, pp. 90-100.
22. Listituto di rieducazione, cit., p. 10.
23. A. Fava, Assistenza e propaganda nel regime di guerra (1915-1918), in Operai e
contadini nella grande guerra, a cura di M. Isnenghi, Bologna, Cappelli, 1982. Alcune
considerazioni anche in G. L. Gatti, Dopo Caporetto. Gli ufficiali P nella grande guerra:
assistenza, propaganda e vigilanza, Gorizia, LEG, 2001.

88
Le scuole professionali che funzionavano prima del 1915 vennero sconvolte
dallentrata in guerra. Alcune furono requisite per le esigenze belliche; emble-
matico il caso della Scuola professionale e filologica geometra Francesco Bor-
gogna di Vercelli, che nel 1915 aveva appena finito di costruire la sua nuova
sede. Non vi aveva ancora trasferito i corsi che si vide sottrarre i locali, che fu-
rono prima adibiti a caserma e poi, nel 1917, ad ospedale militare
24
. Lo stesso
utilizzo cui vennero destinati i locali dellIstituto professionale operaio (oggi
Amedeo Avogadro) di Torino
25
, la cui ampia sede fu requisita il 1 novembre
1917, nei giorni immediatamente successivi al disastro di Caporetto, quando
lanno scolastico era appena iniziato. I suoi corsi diurni furono ospitati cos da
vari enti: dalla Scuola popolare di elettrotecnica, dal Politecnico (a dimostrazio-
ne delleccellenza raggiunta da questa scuola gi in quegli anni) e dalle Scuole
officine serali, dove si svolgevano corsi simili a quelle dellIstituto professionale
operaio
26
.
Le Scuole officine serali (gi Paolo Bertotti) e lIstituto professionale ope-
raio, spesso su iniziativa degli industriali, furono tra le numerose scuole piemon-
tesi ad organizzare corsi speciali, per andare incontro alle necessit delle indu-
strie convertite alle necessit belliche. LItalia entr in guerra il 24 maggio e gi
nel giugno 1915 le Scuole officine serali istituirono un corso accelerato per tor-
nitori meccanici sotto gli auspici di un gruppo di industriali torinesi
27
. Si trat-
tava di corsi accelerati, da giugno a settembre, su tre turni: uno al mattino, uno al
pomeriggio e uno alla sera. Al termine di tali corsi ben 150 operai furono formati
allutilizzo del tornio meccanico. Negli stessi locali, dal 1916 il Comitato regio-
nale di mobilitazione industriale cur corsi speciali per tornitori di proiettili che
nei primi mesi contarono oltre 480 iscrizioni. Un grande successo di iscrizione
ebbe pure il corso di studenti volontari agricoltori organizzato dal Bonafous
nel 1917 e seguito da oltre 400 allievi
28
.
Poco dopo lingresso in guerra, in concomitanza del formidabile sviluppo
delle industrie Fiat, le Scuole tecniche San Carlo di Torino adattarono il corso
per congegnatori, motoristi e conduttori di automobili, sorto gi nel 1913-14,
in scuola per motoristi per automobili e aviazione
29
. Un corso simile, ma an-
cora pi specifico, venne organizzato direttamente dal Battaglione aviatori, che

24. Si veda la ricostruzione di Alessandra Cesare in P. Carpo, A. Cesare, La scuola
professionale geom. Francesco Borgogna e Vercelli: storia di una scuola e di una cit-
t, Vercelli, Offset, 2005, pp. 29-32.
25. M. Grandinetti, Scuola, cultura, industria. LIstituto Amedeo Avogadro dalle
origini ad oggi, Torino, EDA, 2003, p. 34.
26. Ibidem.
27. Scuole-Officine serali, in Citt di Torino, Ufficio del Lavoro, Bollettino e Stati-
stica, a. 2, 1 dicembre 1916, n. 6, p. 7.
28. Istituto Agrario Bonafous, Cenni monografici, cit., pp. 84-85.
29. D. Robotti, Scuole dindustria. Le Scuole San Carlo dal 1856 alla grande guerra,
in Scuole dIndustria a Torino. Cento e cinquantanni delle Scuole tecniche San Carlo, a
cura di D. Robotti, Torino, Centro Studi Piemontesi e Scuole San Carlo, 1998, p. 77.
Come noto la Fiat decuplic il numero dei suoi operai, che passarono dai 4.000 del
1914 ai 40.000 del 1918. Castronovo, Il Piemonte, cit., p. 302.

89
cur e diresse un corso per meccanici motoristi di aereomobili: nel periodo in cui
laviazione era ancora in una fase pioneristica, inquadrata come una specialit
dellesercito, non erano certo molti i meccanici esperti del ramo
30
. Tale iniziativa
soltanto una tra quelle organizzate dalle autorit militari, che si avvalevano
della strumentazione dei laboratori, delle macchine delle officine e della compe-
tenza dei docenti, a volte integrandoli. Questi corsi speciali potevano essere ri-
servati ai soli soldati, oppure venire frequentati insieme da civili e da militari,
questi ultimi mandati a formarsi su iniziativa dei comandi locali. Infatti, non tutti
i militari richiamati alle armi furono spediti in trincea, si calcola che oltre
800.000 soldati su 5.000.000 di mobilitati rimasero nel Paese
31
, mentre una parte
cospicua degli altri si trovarono in territori dichiarati zone di guerra, che pote-
vano essere molto lontane dal fronte, dove funzionavano siti industriali che pro-
ducevano beni destinati al fronte: nel 1917 furono dichiarate zona di guerra le
intere provincie di Alessandria, Novara e Torino. Presso alcune scuole funziona-
vano corsi speciali per militari gi prima del 1915: il caso della Regia Conce-
ria-Scuola italiana e Stazione sperimentale per lindustria delle pelli e affini (poi
Giacinto Baldracco, oggi succursale del Luigi Casale), dove si tenevano
corsi speciali per ufficiali commissari ordinati dal Ministero della guerra, che si
appoggiava a questa scuola anche per la revisione di capitolati di forniture mili-
tari
32
. Tale scuola rappresent uneccellenza internazionale, con un respiro euro-
peo che nel Piemonte di quegli anni si ritrova forse soltanto nellOmar di No-
vara e nel Quintino Sella di Biella.
LOmar partecip direttamente alla Mobilitazione industriale con un ruolo
fondamentale, mediante le sue officine che prepararono gli strumenti di misura e
di verifica necessari alla fabbricazioni di armi. Dal maggio 1916 i suoi prodotti
furono utilizzati dal Laboratorio di precisione di artiglieria di Roma e, dal mag-
gio 1918 furono richiesti anche dalle Officine di Costruzione di Artiglieria di
Torino. Il ruolo preminente dellOmar nel panorama italiano testimoniato
anche dal fatto che dal maggio 1919 coordin la distribuzione del materiale resi-
duato di guerra a tutte le Regie scuole di istruzione tecnico-professionale italia-
ne
33
. Le officine della scuola potevano produrre manufatti su commissione, in

30. Dopo questo corso speciale, nel 1924 fu istituita una Scuola per motoristi e mon-
tatori daviazione. Ministero per leducazione nazionale, Direzione generale per
listruzione tecnica, Listruzione industriale in Italia, Roma, Tipografia LUniversale,
1930, p. 1095. Da qui il volume sar citato come MEN, Istruzione industriale.
31. M. Isnenghi, G. Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Firenze, La Nuova Italia,
2000, p. 228. Malgrado le polemiche degli anni successivi relative agli imboscati, non
si tratta di un numero elevato: nellesercito americano della seconda guerra mondiale si
calcola che per ogni soldato al fronte ve ne fossero sette nelle retrovie, ad occuparsi della
necessaria logistica militare.
32. La Regia Conceria-Scuola italiana e Stazione sperimentale per lindustria delle
pelli e affini, in Citt di Torino, Ufficio Lavoro Bollettino e Statistica, a. 2, 1 giugno
1916, n. 3, p. 13.
33. MEN, Istruzione industriale, cit., p. 168.

90
questo caso militare
34
, durante le esercitazioni pratiche quando potevano essere
eseguiti lavori su commissione, purch giudicati didatticamente efficaci dal di-
rettore della scuola. Sarebbe da appurare per se ad eseguire i lavori tecnici pi
delicati, come gli strumenti di misura, fossero gli studenti sotto la supervisione
dei professori oppure maestranze specializzate che utilizzavano gli spazi e le
macchine allavanguardia di cui godeva la scuola.
Fondata pi recentemente dellOmar, appena dodici anni prima dello scop-
pio della guerra, nel 1915 la gi ricordata Conceria-Scuola era stata scelta come
deposito delle pelli provenienti dalle macellazioni al fronte e, pi tardi, anche dai
macelli militari interni. Come si legge in una pubblicazione ministeriale,
listituto: fu il consulente tecnico di ogni norma, e di ogni prescrizione che
lautorit credesse di emanare in fatto di cuoio per lesercito
35
. Nel 1916, un
pubblicista present in questo modo lattivit della Conceria-Scuola nel periodo:

qui che si opera la scelta, la classifica, la salatura con i servizi relativi, amministrativi,
tecnici e contabili di 100.000 pelli al mese dallo scorso luglio 1915; qui si tiene settima-
nalmente la pubblica asta delle pelli medesime sotto la Direzione dellAutorit Militare e
con il concorso di industriali di ogni regione dItalia, con un movimento di denaro che
oggi di qualche centinaio di milioni di lire; qui affluiscono campioni di forniture per gli
accertamenti occorrenti, qui si compiono perizie le pi varie imposte dalle esigenze del
momento, qui si tengono riunioni di industriali e di autorit come la sede pi adatta per
la discussione serena ed obiettiva degli interessi pi impellenti.
Malgrado questo lavoro febbrile, intenso, quotidiano, la funzione didattica della Scuola
si svolge con metodica regolarit, senza scosse, senza interruzioni
36
.

Da questo brano si evince bene quanto stretti fossero i rapporti tra lapparato
industriale e le scuole tecniche e professionali. La Mobilitazione industriale in-
tervenne pesantemente sulla struttura economica
37
, dunque anche sui principali
istituti scolastici tecnico-professionali, che ad essa erano intimamente legati. Il
prolungarsi della guerra rese necessaria una riorganizzazione del sistema produt-
tivo interno. Come not Antonio Gramsci: La guerra di posizione non infatti
solo costituita dalle trincee vere e proprie, ma da tutto il sistema organizzativo e
industriale del territorio che alle spalle dellesercito schierato
38
. Tutti i Paesi
instaurarono uneconomia di guerra caratterizzata da un interventismo statale le
cui modalit specifiche, seppur diverse, si ritrovano persino nella patria del libe-
rismo, la Gran Bretagna: una forma di dirigismo era necessaria per garantire il
rifornimento di armi e munizioni alle forze armate. Una parte degli apparati in-

34. In seguito allart. 34 del regolamento generale del 22 giugno 1913 attuativo della
L. 14 luglio 1912
35. Ivi, p. 247.
36. Ivi, p. 14.
37. L. Tomassini, Militari e societ civile durante la Grande guerra. La Mobilita-
zione Industriale in Italia, in Ricerche Storiche, a. XXVII, settembre-dicembre 1997,
n. 3, pp 489-502.
38. A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino, Einaudi, 1975,
p. 1615.

91
dustriali dovettero venir convertiti alla produzione di armamenti, verso cui era
poi necessario spostare la forza lavoro, tenuto conto delle esigenze di mobilita-
zione dellesercito. La coscrizione sconvolse la struttura produttiva e special-
mente quella degli approvvigionamenti alimentari, poich fu esonerata soltanto
una parte degli operai, i pi qualificati, indispensabili alle industrie. Molti stu-
denti-operai lavoravano anche di notte, negli stabilimenti ausiliari, e quelli che
avevano pi di 18 anni rischiavano di ricevere la cartolina-precetto. Una relazio-
ne delle Scuole tecniche San Carlo di Torino al ministero segnal che: le
continue chiamate dellAutorit militare sotto le armi ed il pi intenso e febbrile
lavoro nelle nostre officine per la produzione del materiale bellico fecero s che
non pochi degli allievi verso met dellanno [1917] dovettero lasciare la scuo-
la
39
. Non soltanto gli studenti furono chiamati dallesercito; la percentuale degli
insegnanti richiamati sotto le armi fu significativa, quasi il 10% di tutti quelli
che lavoravano allIstituto professionale operaio di Torino nel 1916
40
. Messa a
confronto con la percentuale dei maestri elementari risulta comunque di gran
lunga minore: l 10 docenti su 114, qui 62 su 175, ovvero oltre il 30%. Le consi-
derazioni cambiano se si considera lintero corpo docenti, aggiungendo dunque
le donne, che allepoca non erano arruolabili: alle elementari torinesi insegnava-
no 990 donne, dunque i maestri richiamati alle armi erano intorno al 5%
dellintero corpo docente, mentre la percentuale dellIstituto professionale ope-
raio non varia, perch i docenti, cos come gli allievi, erano soltanto di genere
maschile
41
. Questi dati fanno pensare che, per essere richiamati in cos gran nu-
mero nel 1916, gli insegnanti dellIstituto professionale operaio fossero piuttosto
giovani: le forze armate infatti richiamarono soprattutto i giovani tra i 18 e i 35
anni, anche se con il protrarsi della guerra furono mobilitati anche i pi anziani
(e la nota classe dei nati nel 1899)
42
.
La mancanza di docenti a causa del richiamo in servizio militare uno dei
motivi addotti dalla Scuola professionale per orefici di Torino per richiedere aiu-
ti al sindaco. Infatti, per gli istituti che mal si adattavano ad esser impiegati im-
mediatamente nello sforzo bellico non fu facile sopravvivere e continuare a
svolgere i corsi. Essi dovettero fronteggiare numerosi e gravi problemi, tra i qua-
li sia lassenza di locali idonei, dopo la requisizione da parte delle forze armate,
sia la mancanza di allievi e di docenti, in quanto molti giovani si impiegavano

39. Relazione sugli svolgimento degli studi al Maic, 1918, citata in Robotti, Scuole
dindustria, cit., p. 77.
40. Annuario del Municipio di Torino 1915-1916, Torino, Tipografia Schioppo, 1916
(ma 1917), p. XXII.
41. Ibidem. Purtroppo non possibile seguire landamento dei docenti dellIstituto
professionale operaio richiamati in guerra, perch non si conoscono i numeri dellanno
precedente e nel 1917 una parte dei corsi tenuti presso la scuola vennero regificati e
dunque 25 insegnanti passarono alle dipendenze del Maic.
42. P. Del Negro, La leva militare in Italia dallunit alla Grande Guerra, ora in Id.,
Esercito, Stato, Societ, Bologna, Cappelli, 1979.

92
nelle industrie mentre altri venivano richiamati alle armi
43
insieme ai loro docen-
ti, sia infine la riduzione delle oblazioni da parte dei privati e delle istituzioni
pubbliche e private (le associazioni di mestiere che spesso erano dietro alle scuo-
le). Ecco il testo di una lettera spedita dal presidente della Scuola per orefici il
23 gennaio 1917:

il 14 novembre [1916] abbiamo aperto i corsi di disegno nei locali della Scuola Rosmini
[] per i corsi di araldica, chimica, igiene, geometria non si poterono iniziare a (sic)
mancanza degli insegnanti che sono sotto le armi e per la mancanza di locali adatti e di
allievi che non si presentarono alla scuola essendosi molti applicati alle industrie della
guerra. []
Venne a mancare lofferta di molti dei negozianti i quali, negli anni scorsi avevano ver-
sato qualche soldo. Lo spirito della scuola rimane sempre inalterato e speriamo che, pas-
sati gli attuali momenti, lamministrazione Comunale potr allocarci in qualche localit
adatta per poter estendere tutti i corsi per i quali se ne sentir in seguito maggior necessi-
t
44
.

Il fatto che molti giovani lasciassero le scuole per impegnarsi nelle industrie
non sfugg ad Antonio Gramsci, che in quegli anni viveva a Torino. Pur essendo
favorevole allistruzione professionale, espresse tutta la sua preoccupazione per
labbandono dello studio da parte di tanti giovani in uno dei suoi articoli nella
rubrica Sotto la Mole, pubblicati dallAvanti!:

Lofficina, si legge, trasformer la scuola, ridar sangue e spirito giovanile alla scuola. I
giovanetti [sic] che andranno in mezzo agli operai [] si trasformeranno e ne verr fuori
la generazione che si aspetta per rinnovare la vita italiana. [] Il ministro dellistruzione
pubblica [Ruffini] d il suo placet. Lascia circolare uninfinit di voci. Esenzione dalle
tasse, facilitazioni degli esami, riduzioni dei programmi scolastici. E i professori, per non
sembrare antipatriottici, dovranno chinare il capo. E i padri di famiglia, per non sembrare
sabotatori della guerra, dovranno lasciare che i loro figliuoli non studino per lavorare alle
munizioni, e nello stesso tempo non si specializzino nel lavoro, non esagerino nel diven-
tare troppo operai, perch dovranno diventare qualcosa con il lavoro e non con lofficina.

43. Ad esempio, la Scuola professionale tipografica e di arti affini (poi Vigliardi Pa-
ravia e oggi parte del Bodoni ) contr ben 9 caduti al fronte tra i suoi allievi richiama-
ti. Scuola di Stato Arti Grafiche e Fotografiche Giuseppe Vigliardi Paravia, s.n., 1962.
Nella pubblicistica di numerose altre scuole compare il numero dei caduti, spesso ac-
compagnato dal loro nome, ma non di distingue quasi mai tra allievi ed ex allievi.
44. Scuola professionale per orefici, Torino, 23 gennaio 1917, al Sindaco di Torino,
firmato il Presidente E.G. Ghirardi. ASCT, Affari Istruzione, 1917/406/53.
Il bilancio preventivo per lanno scolastico 1916-1917 risultava comunque in pareg-
gio. Tale scuola riceveva pi di met delle sue entrate dalla citt di Torino, 2.300 lire su
4.000 totali, era poi finanziata dal Maic per 300 lire, dalla Camera di Commercio e Indu-
stria per 500 lire, dalla Cassa di risparmio di Torino per 200 lire, dalle Opere Pie San
Paolo per 150 lire, dalla Societ lavoranti orefici per 100 lire. Una voce significativa era
comunque quella delle oblazioni diverse, per 370 lire, decisamente inferiori le entrate
dovute alle quote di iscrizione, 60 lire per 20 allievi, oltre alle entrate diverse, per 20 lire.
Ibidem.

93
La solita retorica verbosa sta costruendo la maglia di pregiudizi, di convenienze in cui
sar strozzata la scuola, e sar strozzata una certa quantit di giovani. Si innalza
lofficina e si deprime la scuola. []
Si detto che in Italia, e labbiamo detto anche noi, si data troppa importanza alla
scuola del sapere disinteressato, mentre si trascurata la scuola del lavoro. Ma il mini-
stro Ruffini mostra di non dare importanza n alluna n allaltra. Crede infatti che la
qualit della scuola possa mutare perch gli studenti vanno allofficina. Ma la scuola, se
fatta seriamente, non lascia tempo per lofficina e, viceversa, chi lavora sul serio solo
con un grandissimo sforzo di volont pu istruirsi. Innestarle una sullaltra, cos come si
sta facendo, una delle tante aberrazioni pedagogiche che hanno impedito sempre alla
scuola in Italia di essere una cosa seria. Fate che a scuola vada solo chi ha lattitudine,
lintelligenza e la volont necessaria, e cha la scuola non sia un privilegio di chi non pu
spendere; liberate la scuola dagli intrusi, dai futuri spostati, e obbligate questi a lavorare
nel modo che li renda pi utili. Fate s che la scuola sia veramente scuola, e lofficina
non sia un ergastolo, e avrete allora solamente una generazione di uomini utili; utili per-
ch faranno opera proficua nelle arti liberali, e perch daranno allofficina ci che gli
manca: la dignit, il riconoscimento della sua funzione indispensabile, lequiparamento
delloperaio a qualunque altro professionista
45
.

Naturalmente non tutte le scuole e gli istituti tecnico-professionali potevano
adattarsi facilmente alle necessit della Mobilitazione industriale. Le scuole
commerciali, ad esempio, persero di importanza poich il commercio estero lan-
guiva a causa del blocco delle frontiere, mentre il mercato interno subiva i con-
traccolpi della guerra. In Piemonte verific, inoltre, una riduzione delle societ
finanziarie: fu un dato in controtendenza rispetto al resto dItalia che certo non
favor la diffusione dellistruzione commerciale
46
.
Le difficolt pi significative si registrarono tuttavia nel settore agricolo: co-
me ha scritto Valerio Castronovo nel suo imponente volume sulla storia del
Piemonte Furono le campagne a essere investite pi duramente dai mali della
guerra, ed esse furono anche le ultime a risollevarsi dopo la fine del conflitto
47
.
Come conseguenza della crisi del settore, che coinvolse lintera nazione,
listruzione agraria si trov in una situazione di particolare disagio, nonostante il
Piemonte avesse importanti tradizioni nellagricoltura e nella zootecnia. Comun-
que, a leggere i rapporti compilati per il Ministero della pubblica istruzione
48
, la
situazione piemontese non era delle peggiori: vero che nella regione mancava
una scuola superiore dagricoltura (praticamente una facolt universitaria) ne
esistevano cinque in tutta Italia ma esistevano ben tre stazioni sperimentali a-
grarie su dodici nazionali: a Torino, Asti e, specializzata nella risicoltura, a Ver-

45. A. Gramsci, La scuola allofficina, in Avanti!, 8 settembre1916, poi in Idem,
Sotto la Mole 1916-1920, Torino, Einaudi, 1960, pp. 238-239.
46. Castronovo, Il Piemonte, cit., pp. 303-304.
47. Ivi, p. 290.
48. Dal Ministero della pubblica istruzione dipendeva una parte dellistruzione agra-
ria, unaltra parte dipendeva invece dal Maic. Le relazioni sono citate in Archivio Cen-
trale dello Stato, Fonti per la Storia della scuola. LIstruzione agraria (1861-1928), a
cura di A.P. Bidolli,S. Soldani, Roma, Ministero per i beni e le attivit culturali, direzio-
ne generale per gli archivi, 2001, pp. 215-230 in particolare i docc. 27 e 29.

94
celli. Inoltre, la Scuola speciale di viticoltura ed enologia di Alba (Cuneo) era tra
le migliori del tempo, mentre a Canelli (Alessandria), nel 1916 era stato fondato
dallOpera di Don Bosco una nuova scuola agraria. Infine, uno dei protagonisti
del rinnovamento delle conoscenze del settore agrario in Italia fu il novarese O-
reste Bordiga, che tuttavia oper soprattutto in Campania. Il Piemonte risent
della crisi nazionale del settore: la commissione, nominata dal Comitato nazio-
nale scientifico-tecnico per lo sviluppo e lincremento dellindustria italiana, de-
nunci che le stazioni sperimentali erano in uno stato di quasi abbandono
49
.
Peggio ancora dovevano stare le scuole pratiche di agraria, se il direttore di quel-
la di Caluso nel 1917 scriveva:

Pur troppo parecchie delle nostre scuole pratiche di agricoltura [] si avviano lentamen-
te ma inesorabilmente verso la liquidazione. []
deplorevole constatare che lunica scuola pratica di agricoltura esistente in Piemonte,
con sede a Caluso, in una delle migliori plaghe agricole, sia poco frequentata e apprezza-
ta, mentre dovrebbe rigurgitare di alunni e dovrebbe essere incoraggiata e aiutata da tutte
le autorit locali e da quanti si interessano dellavvenire agricolo della nostra regione
piemontese
50
.

Per meglio superare la crisi del settore, il comizio agrario di Torino nel luglio
del 1917 propose listituzione di una scuola professionale di agricoltura alla
giunta municipale, che nomin una commissione di studi e si attiv presso il
Maic. Tuttavia non fu uniniziativa fortunata: il 22 luglio 1917 part la prima let-
tera per il ministero che, dopo vari solleciti, rispose nel maggio 1918 mostrando-
si tiepido di fronte alla proposta, negando finanziamenti fino al 1920 e consi-
gliando di istituire invece corsi temporanei, stagionali, sullesempio delle scuole
invernali di agricoltura funzionanti allestero. Torino insistette, proponendo di
istituire presso il gi esistente Istituto Bonafous una stazione sperimentale di
meccanica agraria con annessa scuola professionale di macchine agricole, ma il
Maic ancora una volta bocci il progetto, adducendo a giustificazione il fatto che
un progetto analogo era stato gi presentato dalla citt di Milano, e proponendo
di limitarlo ad una Scuola professionale di macchine agricole intesa ad i-
struire gli agricoltori nelluso e nelle riparazioni meno complicate delle macchi-
ne agricole
51
.

Ebbe ben diversa accoglienza da parte del ministero il progetto di una scuola
per panettieri, mugnai e pastai, che fu realizzata in pochi mesi. Il progettato la-
boratorio-scuola sarebbe stato unico nel suo genere in Italia e tentava di rispon-
dere ad unesigenza particolarmente avvertita dalla popolazione. Infatti, la man-
canza del pane, unitamente al caro-vita e alle sofferenze causate dalla guerra,
avevano dato origine a numerose manifestazioni in tutta Italia, spesso di caratte-

49. Ivi, p. 219.
50. N. Bochicchio, Per la riforma e lincremento delle nostre scuole agrarie, in
LItalia vinicola e agraria, 15 ottobre 1917, n. 47.
51. Il carteggio in ASCT, Affari Istruzione, 1917/406/53.

95
re spontaneo. Queste manifestazioni non avevano carattere di scioperi organizza-
ti, quanto piuttosto di protesta sociale spontanea che esplodeva improvvisamente
per poi rifluire
52
. Nellagosto del 1917 per a Torino era stata repressa nel san-
gue una sommossa popolare con aspetti insurrezionali; le truppe spararono con-
tro i manifestanti e si contarono una cinquantina di morti
53
. Nei giorni successivi
matur la proposta di creare una scuola professionale per panettieri, che fu pro-
posta una prima volta in modo informale dal direttore della Conceria-Scuola,
Giacinto Baldracco
54
, allispettore generale dellistruzione industriale presso il
Maic Melchiorre Zagarese e poi, formalmente, dal sindaco di Torino al ministro
Augusto Ciuffelli nel dicembre 1917. Nel giro di soli sette mesi il Laboratorio-
scuola per la panificazione e le industrie affini pot essere istituito: si trov il lo-
cale idoneo, in affitto, lo si affid ad Ignazio Verrotti, che dirigeva lIstituto pro-
fessionale operaio, e nel luglio 1918 poterono iniziare i primi corsi per dirigenti
tecnici e per operai di panificazione
55
. Gi nel gennaio 1923 venne regificata
come R. Scuola per la panificazione e per le industrie affini, presto estesa anche
al settore dolciario
56
.
La regificazione di molte scuole professionali piemontesi avvenne durante la
guerra, come conseguenza di una tendenza allaccentramento che aveva iniziato
a manifestarsi nel primo decennio del secolo e che aveva subito unaccelerazione
dopo lemanazione della legge del 14 luglio 1912 e del regolamento attuativo del
giugno dellanno successivo
57
. Per i Comuni signific soprattutto la possibilit di
delegare una parte delle spese di gestione degli istituti che passavano sotto
lamministrazione del governo, mentre per le scuole comport una riorganizza-
zione dei corsi che poteva essere anche radicale. Cos ad esempio il 4 ottobre

52. La presenza delle donne era preminente rispetto a quella degli uomini, che spesso
erano militarizzati o sottoposti alla minaccia dellinvio al fronte: in Piemonte fu proprio
la manodopera femminile a chiedere per prima garanzie su condizioni di lavoro e au-
menti di salario. Castronovo, Il Piemonte, cit., p. 294.
53. G. Carcano, Cronaca di una rivolta. I moti torinesi del 17, Torino, Stampatori-
Nuovasociet, 1977 e Spriano, Torino operaia, cit., pp. XXX, ma si veda anche il pi
recente P. Rugafiori, Nella Grande Guerra, in Storia di Torino, vol. 8, Dalla Grande
Guerra alla Liberazione (1915-1945), a cura di N. Tranfaglia, Torino, Einaudi, 1998, in
particolare pp. 72-83.
54. Giacinto Baldracco (1867-1936), si laure in chimica pura a Torino nel 1891 e
complet i suoi studi ad Heidelberg, assistente dei professori V. Meyer e Krafft. Pi tardi
insegn al Politecnico di Torino e alla Scuola dei tessili e tintori di Prato. Nel 1902 fu
chiamato a dirigere la R. Scuola di Conceria di Torino (che poi in suo onore diventer
Giacinto Baldracco, oggi succursale del Luigi Casale ), e ne rimase direttore dal
1902 al 1935.
55. Il carteggio in ASCT, Affari Istruzione, 1917/406/54. Si noti che inizialmente si
pensava di costruire un nuovo grande edificio ad hoc, poi il progetto costava troppo e si
prefer affittare un laboratorio privato gi funzionante.
56. Cfr. MEN, Istruzione industriale, p. 731 che tuttavia fa iniziare i corsi dal 1919,
con qualche mese di ritardo rispetto a quanto ci dicono i documenti archivistici.
57. Si vedano Marzi, Le scuole professionali per lindustria nella legislazione dal
1900 al 1940, cit., in particolare le pp. 52-54; nonch Tonelli, Listruzione tecnica e pro-
fessionale di Stato, cit.

96
1917 il civico Istituto Bellini di arti e mestieri di Novara divenne la R. Scuo-
la popolare operaia Contessa Tornielli Bellini, con tre sezioni maschili e tre
femminili
58
. Il 24 febbraio 1918 la Scuola professionale Quintino Sella di
Biella divent R. Istituto professionale, che fu nuovamente riordinato nel 1922 e
assunse la denominazione di R. Istituto industriale
59
. Pochi giorni dopo, il 24
febbraio, la scuola di 1 e 2 grado dellIstituto professionale operaio assunse la
denominazione di R. Scuola industriale, anche se la regificazione riguard sol-
tanto una parte dei numerosi corsi ospitati da quello che diventer lAmedeo
Avogadro. Questondata riorganizzativa coinvolse pure taluni istituti che non
furono ancora regificati, come la Scuola professionale Lorenzo Cobianchi di
Intra (Novara, oggi frazione di Verbania nella provincia Verbano-Cusio-Ossola),
che divent Istituto industriale (verr regificato nel 1925)
60
, oppure che gi erano
stati regificati, come la R. Scuola professionale Felice Garelli di Mondov, che
venne riordinata in R. Scuola popolare operaia per arti e mestieri di 1 grado
61
, la
R. Scuola professionale tipografica e di arti affini (dal 1922 Vigliardi Paravia,
oggi Bodoni), che venne classificata tra le scuole speciali ad orario ridotto, e la
R. Scuola professionale Omar di Novara che, il 24 giugno 1918, fu trasformata
in R. Istituto industriale
62
.
Lattenzione da parte del governo verso le scuole di formazione non si limit
alle regificazioni, ma si manifest pure nellintensa attivit legislativa gi ricor-
data, che colpisce ancor pi se si considerano i problemi che doveva affrontare
negli stessi anni. Come scrisse un contemporaneo:

Mentre prima la scuola professionale era dai pi riguardata solo come un qualsiasi ramo
dellistruzione pubblica e anzi come una forma quasi irregolare, certamente come una
forma minore, come un ramo quasi atrofico, abortito, ora si sente, per la prima volta,
limportanza di questa scuola come mezzo di rinnovazione [sic] dellattivit produttiva
nazionale
63
.


Alla conquista della pace. La formazione professionale nel difficile dopo-
guerra

Firmato larmistizio con lAustria-Ungheria il 4 novembre 1918, finalmente
per lItalia la guerra mondiale poteva ritenersi conclusa, anche se la resa della
Germania arriv soltanto la settimana successiva. La pi grande guerra mai
combattuta fino ad allora aveva sconvolto i teatri di combattimento come pure
lintero fronte interno: gli sconquassi avevano interessato la struttura sociale ed

58. MEN, Istruzione industriale, cit., p. 654.
59. Ivi, p. 119. Per non appesantire il testo, si rimanda a questo volume per il numero
del decreto attuativo.
60. Ivi, p. 147.
61. Il riordino avvenne il 4 aprile 1918, ivi, p. 646.
62. Ivi, p. 168.
63. R. Bachi, Listruzione professionale nelleconomia nazionale italiana, in Gior-
nale di economia e statistica, 1916.

97
economica nazionale e lasciato ferite profonde nellanimo di reduci e civili. La
sfida che attendeva politici e amministratori piemontesi non era meno ardua di
quella bellica: dopo la guerra occorreva vincere il dopoguerra
64
.
La smobilitazione dellesercito fu assai lenta
65
. Prima tornarono a casa i pi
anziani e i giovanissimi (che vennero richiamati a svolgere il servizio militare
lanno successivo), mentre i soldati che avevano tra i 19 e i 35 anni rimasero
mobilitati fino al nuovo anno: furono oltre 2.360.000 uomini su un totale stimato
di 3.760.000 in armi nel novembre 1918
66
. La lenta gradualit dei congedi era
ufficialmente giustificata dal rischio di sconvolgere lassetto economico del Pae-
se, dove le aziende che avevano lavorato per le esigenze belliche stavano fatico-
samente riconvertendosi alla produzione civile. Parallelamente, le scuole profes-
sionali dovevano adeguarsi alle mutate esigenze del mondo del lavoro e adattarsi
alla complessa realt sociale del dopoguerra: dunque modificarono lofferta for-
mativa e cambiarono i corsi che erano stati pensati per le esigenze belliche.
Quando nel marzo del 1919 i congedi furono interrotti, fu chiaro che erano
soprattutto le preoccupazioni di politica estera ad essere al centro dellattenzione
del governo
67
, come dimostr poi la rapida smobilitazione voluta dal nuovo Pre-
sidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti
68
. Se la rapida conclusione della
smobilitazione aiut le gi molto provate casse dello Stato, gli effetti a livello
locale furono meno positivi. Limmissione di tanti uomini nel mercato del lavoro
acu i disagi che la popolazione civile stava fronteggiando. Al loro rientro a casa,
infatti, i soldati o non trovarono il lavoro che avevano lasciato al momento della
chiamata alle armi oppure lo ripresero, causando per il licenziamento di chi li
aveva sostituiti, soprattutto delle donne.
Ragionando sulla situazione degli operai nella provincia di Torino, Stefano
Musso ha rilevato come nel dopoguerra la presenza femminile pur ridimensio-
nandosi crebbe percentualmente in alcuni settori industriali tradizionalmente

64. Non a caso lultimo capitolo del volume di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat su
La Grande Guerra, cit., intitolato La guerra dopo la guerra.
65. La smobilitazione fu lenta e suscit critiche ovunque; in Gran Bretagna e in Fran-
cia si registrarono anche disordini militari a causa della disorganizzazione con cui fu
condotta; daltra parte si trattava di un evento del tutto nuovo, a cui nessuno era prepara-
to non avendo mai dovuto farvi fronte in precedenza. Dopo la firma dei trattati di pace
tutti gli eserciti accelerarono la dismissione dei soldati dai ranghi effettivi, fino a com-
pletarla nei primi mesi del 1920. I tempi della smobilitazione italiani quindi non differi-
rono molto da quelli delle principali potenze europee, ma furono caotici e privi di un
programma politico e militare.
66. G. Rochat, Lesercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini 1919-1925, Roma-
Bari, Laterza, 2006
2
.
67. Nel quadro di una politica di una politica di aspirazioni imperialistiche, il man-
tenimento di un esercito di due milioni di uomini inquadrati in unit mobilitate ed effi-
cienti, pareva necessario al buon esito delle trattative di pace. N altre ragioni sapremmo
additare per un gesto cos grave, che implicava la protrazione di fortissime spese. Ivi, p.
36, ed. 1967.
68. Ivi, pp 35-51. Si veda anche il pi recente M. Mondini, La politica delle armi. Il
ruolo dellesercito nellavvento del fascismo, Roma-Bari, Laterza, 2006.

98
maschili: la percentuale di manodopera femminile sul totale degli operai, che era
di 37,16% nel 1911, si ridusse al 35.60% nel 1927; nel settore metalmeccanico
aument invece dal 9.69% al 12.47%. Confrontando i dati del 1911 a quelli del
1920 si nota un significativo aumento nei settori della gomma, delle concerie,
dei calzaturifici, del legno e delle poligrafiche
69
. Tali dati vanno messi in rela-
zione non soltanto al fondamentale ruolo svolto dalle donne durante la mobilita-
zione, ma anche alle trasformazioni in atto nel mondo della produzione, dove si
stava affermando il sistema tayloristico:

I gruppi di manodopera femminile e minorile sono stati certamente i pi colpiti
nellondata di licenziamenti seguita alla smobilitazione e ai processi di riconversione e
restrutturazione del dopoguerra, ma altrettanto certo che nelle officine meccaniche
molte cose erano cambiate in termini di percentuale di impiego di manodopera non qua-
lificata e di tipo di professionalit richiesto, in particolare in quelle grandi aziende in cui
secondo un giudizio concorde della memorialistica dellepoca i nuovi sistemi erano
stati applicati con buoni risultati
70
.

La mobilitazione femminile era stata finalmente in grado di incrinare i mo-
delli di comportamento e le relazioni tra i generi, ma lanalisi dellofferta forma-
tiva delle scuole professionali del dopoguerra sembra dare ragione a chi, come la
storica francese Franoise Thbaud, legge lesperienza bellica del movimento
femminile in una chiave fortemente critica. La guerra avrebbe infatti rallentato
lo sviluppo politico del movimento emancipazionista pi avanzato e non avrebbe
in ogni caso permesso alle donne durature conquiste n sociali n tantomeno po-
litiche
71
. Una pubblicazione del Ministero dellagricoltura, da cui dipendeva la
formazione femminile allepoca, spiega quale fosse lorganizzazione
dellinsegnamento femminile in Italia e quali gli obiettivi che si proponeva.
scritta in francese, perch pensata per la partecipazione italiana al 3 Congresso
internazionale dellinsegnamento domestico, svoltosi a Parigi nel 1922: On doit
mettre au premiere rang les formes dactivit pratique qui sont propre de la
femme, et qui ont ainsi une notable influence sur le bien-tre de la famille
72
.

70. S. Musso, Gli operai di Torino 1900-1920, prefazione di F. Ciafaloni, Milano,
Feltrinelli, 1980, pp. 149-150.
71. Ivi, p. 144.
71. F. Thbaud, La Grande Guerra: et della donna o trionfo della differenza ses-
suale?, in Storia delle donne. Il Novecento, a cura di G. Duby, M. Perrot, Roma-Bari,
Laterza, 1992. Thbaud ragiona in unottica europea, forse il suo giudizio si potrebbe
sfumare se si analizzasse la situazione italiana, dove il movimento femminile era lontano
dallorganizzazione e dalla forza di quello inglese. Cos ad esempio M. Turi, Madri do-
lorose e amorose sorelle: le donne durante il conflitto mondiale, in Donne o cosa? I mo-
vimenti femminili in Italia dal Risorgimento ad oggi, a cura di L. Scaraffia, Torino, Mil-
via, 1986 e B. Curli, Italiane al lavoro 1914-1920, Venezia, Marsilio, 1998. Sulla situa-
zione piemontese si pu vedere S. Inaudi, Una passione politica. Il Comitato Pro Voto di
Torino agli inizi del Novecento, prefazione di A. Lay, Torino, Thlme, 2003.
72. Comit pour la partcipation de lItalie au 3eme Congrs international de
lEnsegneiment mnager (au Ministre de lAgriculture), LEnsegneiment mnager en

99
Tra le 15 scuole professionali femminili italiane di 1 grado, anche chiamate
scuole popolari operaie, nel testo sono citate quelle di Domodossola e di Novara.
Si tratta di sezioni femminili allinterno di scuole miste, mentre la Scuola-
laboratorio Maria Laetitia di Torino era soltanto femminile e aveva pure il
corso di 2 grado. Si trova inoltre segnalata la sezione del buon governo della
casa nelle Scuole professionali delle Figlie di Maria Ausiliatrice, creato da Don
Bosco nelle scuole serali a Torino. Pur nella sua completezza ed autorevolezza,
la pubblicazione non esaustiva di tutte le esperienze scolastiche professionaliz-
zanti, infatti non cita ad esempio la Scuola dellago che era stata istituta nel 1917
a Varallo Sesia (Vercelli)
73
.
Secondo il ministero, le fanciulle che frequentavano le scuole professionali
femminili sarebbero state istruite in questo modo:

Dans ces coles de premier degr ou populaires ouvrires, lenseignement de lconomie
mnagre constitue le fondament mme des programmes dtudes. Toutes les autres ma-
tires que lon enseigne lcole sy rattachent et en reprsentent la prparation ou le
complment [].
Dans les coles professionnelles proprement dites, telles que sont celles de second degr,
les exercices douvrage manuel sont une importance et un dveloppement beaucoup plus
grands. Dans les divers ateliers que comprennent ces coles, les lves se spcialisent,
elles sy exercent devenir dhabiles ouvrires, comme couturires, modistes, brodeuses.
[] Cepedant, mme dans ces coles, cest lenseignement de lconomie mnagere et
du gouvernement de la maison qui occupe la premire place parmi les matires
denseignement.

Negli stessi anni la citt di Torino discusse come riorganizzare lIstituto su-
periore femminile Margherita di Savoia, che era il fiore allocchiello
dellistruzione femminile piemontese, la scuola dove la buona borghesia manda-
va le proprie figlie a studiare. Ad una prima impressione sembra quindi che tale
scuola esuli dallambito dellistruzione professionale, tuttavia a leggere il testo
della proposta di riforma si capisce che lofferta formativa non si discostasse
troppo da quella della scuola professionale femminile di 2 grado. Nel consiglio
comunale lassessore spieg infatti:

Lidea fondamentale quella di impartire in questa scuola un insegnamento che, pure
dando la cultura oggi necessaria alla donna che voglia seguire lodierno movimento so-
ciale e portarvi il suo contributo di bene [sic], sviluppi in lei lamore alla famiglia [sic],
insieme con quelle doti che sono necessarie al governo della casa, e le conferisca una
certa pratica nel disbrigo delle faccende domestiche. [] Talch la convenienza di una
scuola che completi la famiglia e che, dove occorra e fin dove pu, la sostituisca, di
una vera evidenza
74
.

Italie. Rapport au Congrs, Roma, Societ Tipografica Manunzio, 1922, p. 31. Si noti
che linsegnamento femminile dipendeva dal Ministero dellagricoltura.
73. MEN, Istruzione industriale, cit., p. 1118.
74. Citt di Torino, Consiglio comunale, Istituto superiore femminile Margherita di
Savoia Riordinamento Nuovo testo di regolamento organico, in ASCT Istruzione
1922/432/14 bis.

100
Nel progetto, che fu approvato, venivano ridotte le ore dedicate alla cultura,
in favore di insegnamenti pratici. I tagli riguardavano soprattutto la storia e
litaliano. Le altre materie erano economia domestica, educazione infantile, can-
to, igiene, esercitazioni pratiche della buona massaia, oltre allaritmetica, alla
contabilit e a due ore di storia dellarte. Il ridimensionamento dellofferta cultu-
rale fu colto dallopposizione, che cos si espresse:

limpressione [] che qui, ormai, pi che di un Istituto superiore femminile, si debba
parlare di una scuola di preparazione alla vita domestica della media borghesia, con
unintonazione e un indirizzo generale piuttosto modesto, anzich veramente superiore.
[] Le tasse [] sembrano veramente basse in confronto al sacrificio che fa
lAmministrazione comunale per mantenere una scuola la quale risponde ai bisogni di
una parte piuttosto limitata della cittadinanza. [] Si raccomanda che il carattere di col-
tura generale sia pure conservato e che gli elementi di educazione infantile, di igiene, di
disegno ecc. non abbiano una prevalenza eccessiva in modo da abbassare il tono genera-
le di questa scuola che vorrebbe essere di grado superiore.
75


Il ritorno degli uomini dallesercito costrinse molte donne a tornare a svolge-
re lavori ristretti allambito famigliare ed ebbe pure leffetto di peggiorare una
situazione sociale gi aggravata dalla terribile epidemia di influenza spagnola,
che tante vittime provoc a causa della denutrizione e delle cattive condizioni
igieniche
76
. Nelle citt si stava registrando gi prima della guerra un fenomeno
demografico significativo: una forte migrazione dalle campagne e dalle monta-
gne vicine, un cambiamento noto allepoca come inurbamento. Tale fenomeno
coinvolse le aziende, che acuirono la tendenza ad accentrarsi registrata negli an-
ni precedenti, in una spirale che provoc conseguenze diseconomiche di ardua
soluzione. La penuria di case influ sulle gi scarse condizioni igieniche del tem-
po e quindi sulla diffusione della mortale influenza, i prezzi aumentarono indi-
scriminatamente, anche quelli dei servizi pubblici, ma furono i valori culturali, i
costumi e la concezione del lavoro che subirono una trasformazione radicale
77
.
Secondo i dati statistici del tempo, a livello nazionale la popolazione italiana
non era cresciuta dal 1914 al 1920, ma la popolazione delle citt era aumentata
considerevolmente. Dal censimento del 1921 risult che il 71% dei Comuni
piemontesi aveva registrato una diminuzione del numero dei propri abitanti negli
ultimi dieci anni e il numero dei piemontesi era calato a 3.384.000, con un saldo
negativo di 40.000 uomini causato dalle vittime della guerra e delle epidemie,
oltre che dallemigrazione verso Francia, Argentina e Stati Uniti soprattutto. Il
Piemonte fu lunica regione, insieme alla Basilicata, a registrare una decrescita
della popolazione
78
. Tuttavia, a Torino in quegli anni la popolazione aument di
quasi 50.000 unit, passando da 456.440 a 505.023 e tocc il picco di 525.000
sia nel 1916 sia nel 1918, facendo registrare nel decennio tra i censimenti un sal-

75. Ibidem.
76. E. Tognotti, La spagnola in Italia. Storia dellinfluenza che fece temere la fine
del mondo, prefazione di G. Corbellini, Milano, FrancoAngeli, 2002.
77. Castronovo, Il Piemonte, cit., pp. 321-322.
78. Prato, Il Piemonte, cit., p. 9.

101
do positivo del 16.4%
79
. Fu un aumento dovuto esclusivamente allimmigrazione
perch il saldo tra nascite e morti fu sempre negativo a partire dal 1915 e, in
termini assoluti, si contarono oltre 22.000 morti oltre le nascite. Si tratta di un
fenomeno comune alle grandi citt industriali del nord, Genova e Milano in pri-
mis, ma coinvolse pure i centri industriali pi piccoli
80
.
Gli amministratori locali dei principali centri economici piemontesi si trova-
rono quindi di fronte ad una massa di persone senza casa, giunte alla ricerca di
un lavoro senza alcuna preparazione specifica. Il ricordo di un operaio meccani-
co vercellese, Battista Santhi, illuminante della situazione durante la guerra e
spiega bene la forza attrattiva delle citt:

Ebbe cos inizio una corsa sfrenata agli ampliamenti industriali, reparti e officine di nuo-
va costruzione crescevano a vista docchio. I costruttori edili avevano il compito pi fa-
cile, pi difficile era attrezzare le officine con nuove macchine e trovare operai pi capa-
ci. Per porre rimedio a queste deficienze, si giunse persino al rastrellamento della mano
dopera, senza criteri e distinzione di et, in citt e nelle campagne. [] La penuria di
tecnici intermedi rendeva difficile la trasformazione del contadino, della casalinga, della
sartina, del bracciante in operai. Loperaio specializzato era richiesto da tutte le parti
81
.

Una soluzione alla richiesta di specializzazione parve quella di investire nella
formazione professionale. Sorsero cos nuove scuole e nuovi corsi, anche in real-
t periferiche rispetto alle grandi citt, come nel 1919, quando furono fondate la
Scuola serale operaia professionale di Ciri (Torino)
82
o nel 1922, quando apri-
rono le Scuole serali operaie Armando Diaz di Carignano (Torino)
83
. Ad An-
dorno Micca (Vercelli) iniziarono gi nel 1919 i corsi delle Scuole serali com-
merciali e professionali G. C. Rama, che ricevettero contributi da unazienda
della zona. Oltre a finanziare tale scuola, la Ditta Poma organizz nei suoi locali
e a proprie spese corsi festivi cui erano ammessi i migliori licenziati dellaltro
corso
84
. Nello stesso periodo il Comune di Savigliano, che gi sussidiava una
scuola serale di arti e mestieri, decise di investire nella formazione industriale e
apr una scuola diurna. Savigliano era il centro industriale del cuneese che mag-

79. Ivi, p. 313.
80. F. A. Repaci, I fenomeni demografici delle grandi citt durante e dopo la guerra,
in Citt di Torino. Bollettino mensile dellUfficio del Lavoro e della Statistica, a. 1,
settembre-ottobre 1921, n. 9-10. Purtroppo questa pubblicazione, che ideale continua-
zione del Citt di Torino, Ufficio Lavoro Bollettino e Statistica, non dedica la stessa
attenzione al mondo delle scuole tecniche e professionali.
81. Battista Santhi, Con Gramsci allOrdine Nuovo, Roma 1956 ora in Castronovo,
Il Piemonte, cit., pp. 294-295. Santhi era nato nellomonima citt nel 1898 e durante la
seconda guerra mondiale fu partigiano garibaldino e, dalla primavera del 1944, fu prepo-
sto dal Partito comunista allorganizzazione dei comitati di agitazione per Torino e pro-
vincia. Un breve profilo biografico di Santhi in http://intranet.istoreto.it/partigianato/
dettaglio.asp?id=78383.
82. MEN, Istruzione industriale, cit., p. 1101.
83. Ivi, pp. 1101-1102.
84. Ivi, pp. 1111-1112.

102
giormente aveva attratto numerosissimi operai improvvisati venuti da ogni par-
te dItalia
85
, ma i fondi a disposizione non erano ingenti. Come scrisse un gior-
nalista: La Scuola ebbe origini abbastanza modeste. [] Il Comune apriva nel
1919 una Scuola professionale, la quale non possedeva officine vere e proprie n
gabinetti e laboratori scientifici, ma era provvista soltanto di scarsissimi e rudi-
mentali mezzi didattici
86
.
La situazione miglior quando, il 29 ottobre 1922, la scuola venne regificata
in Scuola industriale per meccanici ed elettricisti, perch ottenne dallo Stato
100.000 lire annue di finanziamento. Il ministro era Teofilo Rossi, gi sindaco di
Torino, e firm latto pochi giorni prima che lultimo governo liberale fosse
rimpiazzato da Mussolini. Grazie ai nuovi investimenti la scuola pot diventare
un modello per lintera zona e accogliere numerosi studenti anche dalla Liguria.
Se il grande sviluppo delle scuole professionali rispondeva ad esigenze delle
industrie, andava inconto altres ad una precisa domanda di istruzione da parte
del mondo operaio, che gi da inizio secolo aveva mostrato grande interesse per
le scuole professionali, quadruplicandone gli allievi nel giro di pochi anni. Inol-
tre, il moviento operaio nel 1919 aveva ottenuto una serie di conquiste sindacali
di notevole rilevanza
87
. Gli operai poterono cos godere di pi tempo libero ed
ebbero la possibilit di dedicarsi al miglioramento della propria formazione pro-
fessionale, che era una delle poche strade a loro disposizione per migliorare an-
che la propria condizione sociale. Inoltre, veniva stabilito lobbligo per tutti gli
impiegati gi impegnati nelle industrie, che non avessero compiuto 18 anni, di
frequentare corsi speciali di perfezionamento gratuiti e nellorario di lavoro: gli
industriali avrebbero dovuto concedere sei ore settimanali ai loro dipendenti in
et. Tale norma sanc il principio che anche i lavoratori fossero obbligati a com-
pletare la propria istruzione
88
.
Frequentare scuole di ogni ordine e grado, dai corsi elementari serali a quelli
delle facolt universitarie, fu unattivit che coinvolse la popolazione maschile
di ogni ceto sociale gi durante la guerra
89
, ma che tocc livelli mai raggiunti in
precedenza nellimmediato dopoguerra, grazie alle concessioni fatte ai militari
quando erano sotto le armi e da reduci. Se gli ufficiali, che erano generalemente
borghesi con un titolo di studio, si iscrissero in massa alluniversit (il Politecni-
co ad esempio conteggiava gli anni di guerra come anni regolari, con la possibi-
lit di frequentare speciali corsi integrativi), i soldati che erano stati operai gene-

85. Per la storia economica della nostra guerra, (1923), ora in Castronovo, Il Pie-
monte, cit., p. 318.
86. G. Frisetti, Insegnamento professionale in Provincia. La R. Scuola Industriale di
Savigliano, in Subalpina. Mensile illustrato della Provincia di Cuneo, a. 1, aprile 1928,
n. 4, pp. 34-38. Si noti che il MEN, Istruzione industriale, cit., p. 425. indica come data
di fondazione in gennaio 1920.
87. S. Musso, Storia del lavoro in Italia. DallUnit ad oggi, Venezia, Marsilio,
2002.
88. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit., pp. 72-73.
89. Ad esempio nelle Scuole tecniche San Carlo lanno scolastico 1916-17 registr
ben 344 iscrizioni in pi, arrivando a 1436. Robotti, Scuole dindustria, cit., p. 77.

103
rici o i molti contadini che volevano cercare lavoro nelle fabbriche e nelle azien-
de legate allindustrializzazione si iscrissero alle scuole professionali. Gli istituti
pi noti cercarono di adeguarsi, ampliando lofferta formativa, ma dovettero cer-
care nuovi spazi per i nuovi studenti. A Torino, le Scuole tecniche San Carlo
nel dopoguerra raggiunsero i 2.000 iscritti e furono costrette ad affittare i locali
delle Scuole tecniche Lagrange e della Scuola municipale Fontana
90
. Nel
1920, la Scuola diurna di arti e mestieri, nellIstituto Figlie dei Militari, apr una
scuola di meccanica, accanto alla precedente sezione di arte fabbrile
91
. A Vercel-
li, nel 1922 la Scuola professionale e filologica geometra Francesco Borgogna,
che gi aveva costruito un nuovo edificio allinizio della guerra, veniva ancora
ampliata, grazie a fondi anche della Camera di commercio e industria di Tori-
no
92
. La Scuola industriale Felice Garelli di Mondov cambi tre sedi nel giro
di pochi anni: sorta nel 1854 a Mondov Breo in locali che ricordano quelli dei
vecchi monasteri
93
, con poco spazio e senza i laboratori, nel dopoguerra si tra-
sfer prima vicino allOspizio maschile, dove gli spazi per le lezioni erano ampi
ma il laboratorio era lontano dalle aule, infine trov sede nellex tubercolosario
di Pian della Valle, dove si trova ancora oggi (arricchita di un padiglione aperto
negli anni Cinquanta).
Non tutti riuscirono a rispondere alla nuova ingente richiesta di formazione
professionale, alcuni istituti dovettero rifiutare le iscrizioni, come la Scuola pra-
tica di elettrotecnica di Torino che, passata dai 318 allievi dellanno scolastico
1920-21 ai 476 di quello successivo, chiuse le iscrizioni perch in crisi non solo
a causa dei ridotti spazi a disposizione ma anche a causa dei costi del materiale
elettrico necessario ai laboratori
94
.
Il vincolo economico, causato da una situazione finanziaria drammatica, al-
la base delle preoccupazioni delle amministrazioni locali che contribuivano al
mantenimento delle scuole professionali. Il diverso approccio di fronte alle ri-
chieste di fondi da parte degli istituti professionali non gestiti direttamente dalla
municipalit o dallo Stato e chiamati liberi tra prima e dopo la guerra evi-
dente. Nel 1915 un assessore di Torino commenta molto favorevolmente
liniziativa delle Scuole officine serali operaie di aprire varie sezioni nella peri-
feria della citt:

liniziativa presa dalle Scuole officine serali di aprire delle succursali nei centri pi po-
polosi ed eccentrici della citt ha trovato largo favore, a giudicare dal numero grandissi-
mo di iscrizioni; e per la praticit degli insegnamenti che vi si impartiscono vivamente
apprezzata dalla classe operaia che si trova agglomerata nei sobborghi industriali. Queste

90. Grandinetti, Scuola, cultura, industria, cit.
91. R. S. Di Pol, Listruzione popolare a Torino nella prima industrializzazione, in
Quaderni del Centro Studi Carlo Trabucco, 1984, n. 5, p. 85.
92. Carpo, Cesare, La scuola professionale geom. Francesco Borgogna, cit., p.
31.
93. G Frisetti, Insegnamento professionale in Provincia. La R. Scuola Industriale
Felice Garelli di Mondov, in Subalpina. Mensile illustrato della Provincia di Cune-
o, a. 2, febbraio-marzo 1929, n. 2-3, pp. 89.
94. ASCT Istruzione 1922/432/19.

104
scuole sussidiano e integrano le scuole municipali elementari serali per operai e meritano
lappoggio morale ed economico del Comune perch soddisfano ad un bisogno al quale
altrimenti dovrebbe provvedere lAmministrazione comunale
95
.

Nel 1922 latteggiamento della giunta comunale ben diverso. La discussio-
ne intorno alla concessione di un sussidio straordinario alla Scuola pratica di e-
lettrotecnica (gi Scuola popolare di elettrotecnica, prima del 1920
96
), veniva a-
perta dal sindaco in persona, Riccardo Cattaneo
97
con queste parole: [il sinda-
co] premette che la minoranza voter sempre tutto quanto a favore delle scuole
professionali
98
. Effettivamente, la posizione del consigliere dellopposizione
Poirino non potrebbe essere pi chiara:

queste scuole operaie e professionali cosiddette libere [] costituiscono un titolo
donore [] si pu ben dire che se non ci fossero bisognerebbe crearle. A tutti infatti
noto che queste piccole scuole di mestiere sono quelle in cui si insegna praticamente, ot-
tenendosi un vero e reale perfezionamento degli allievi su tutte le materie. [] si tratta
di insegnamento professionale vivamente richiesto e che d un ottimo rendimento per un
numero grandissimo di operai
99
.

Maggiori perplessit aveva il consigliere Francesco Sincero
100
, un industriale
che si lanci in una lunga perorazione contro listruizione culturale di base impar-
tita dalle scuole professionali non controllate dalla citt o dallo Stato. Egli propose
di riorganizzarla, in modo da costringere gli allievi a frequentare le scuole munici-
pali e poter cos ridimensionare i sussidi municipali agli altri istituti.

molte scuole private sorte negli antichi tempi vogliono con nobile spirito di sacrifizio ma
non dopportunit, seguitare a fare pi di quanto i loro mezzi odierni consentono, ed anzi
pi di quanto sia necessario, cercando di impartire ai propri allievi e listruzione generica
[] e listruzione specifica, di applicazione, necessaria per ciascuna delle singole indu-
strie con lunico risultato, data la scarsit dei loro mezzi, di far meno bene e luna e
laltra con danno dellallievo, mentre che ottimamente esse potrebbero fare la seconda
parte se per quella preparatoria si valessero delle scuole che con larghi mezzi mette a tal
uopo a disposizione di tutti il Comune
101
.

95. Citt di Torino, Deliberazione della Giunta municipale 29 settembre 1915, in
ASCT Istruzione, 1915/383/21.
96. ASCT, 1920/425/26.
97. Riccardo Cattaneo fu sindaco di Torino dal 1920 al 1923. Nato a Trecate nel no-
varese nel 1854, fu avvocato e docente alla Scuola di Applicazione e al Politecnico di
Torino; consigliere comunale liberale dal 1895 e assessore nelle giunte Frola e Rossi, fu
lultimo sindaco di Torino eletto democraticamente, prima che il fascismo imponesse i
podest. Nominato senatore nel 1924, mor nel 1931.
98. ASCT Istruzione 1922/432/19.
99. Ibidem.
100. Francesco Sincero, industriale e gi consigliere comunale allinizio del secolo,
fu molto critico anche con lIstituto operaio professionale (oggi Amedeo Avogadro).
Grandinetti, Scuola, cultura, industria, cit., pp. 24 e 36.
101. ASCT Istruzione 1922/432/19.

105

La proposta si tradusse in uno studio per istituire un corso popolare serale di
istruzione preprofessionale, un corso comune preparatorio serale di tre anni per
obbligare le scuole professionali che avevano un corso preparatorio a mandarvi i
loro alunni. In tal senso, un progetto ancora pi elaborato fu proposto dallo stes-
so Sincero nel 1923 e accolto favorevolmente dallAssociazione metallurgici
meccanici e affini Amma con alcune novit, tra le quali che lindirizzo e i
programmi siano [] preventivamente concordati e la scelta del personale inse-
gnante [] sia fatta con il concorso di una rappresentanza degli industriali
102
.
Un dato, questo, ancor pi significativo se si pensi al difficile clima politico di
quegli anni, fortemente caratterizzati da scioperi e violenze.
In precedenza, nel marzo del 1922 aveva iniziato a funzionare la Scuola pro-
fessionale Fiat, poi Scuola Allievi Fiat. Era riservata ai parenti di operai e impie-
gati delle sue fabbriche tra i 14 e i 17 anni, nonch gestita direttamente
dallazienda, che mand come personale insegnante lo stesso personale delle of-
ficine e utilizz per la pratica gli stessi reparti adibiti alla produzione. In questo
modo ottenne di formare tecnici specializzati gi adusi alle macchine con cui a-
vrebbero lavorato in fabbrica.
Luniverso della formazione tecnica e professionale stava cambiando poich
stava cambiando la domanda del mercato del lavoro, quello industriale in parti-
colare. Come ha scritto Stefano Musso:

La tendenza che si profila nel primo dopoguerra dunque di fare delle scuole tecniche e
professionali degli strumenti di formazione di tecnici, capi e maestranze che mutano pro-
fondamente le vecchie figure del caposquadra, delloperaio di mestiere e
dellapprendista, secondo criteri che Taylor indicava gi nel primo decennio del secolo.
Ai capi viene a mancare il ruolo, che passa agli appositi uffici tecnici, di organizzatori
della produzione, dei metodi e dei tempi di lavoro, per cui spetta loro solo il compito di
inquadrare la massa operaia, e distribuire ordini ricevuti. Alloperaio non sono pi
richiesta quella lunga esperienza e quella grande abilit di lavoro che lo rendevano capa-
ce di assumere liniziativa nella scelta e nellimpiego di macchine ed utensili: suffi-
ciente che egli possieda una cultura semplice e adatta per essere in grado di capire ed
eseguire gli ordini; ai livelli pi alti di qualificazione nei reparti di produzione meccanica
gli si richiede di conoscere con facilit i disegni e leggerli correttamente.
questo un livello di qualificazione tuttaltro che basso, ma che gi tipico di una fase
in cui stata sottratta ogni iniziativa alloperaio, che chiamato a svolgere un lavoro di
routine secondo il compito definito che gli stato assegnato
103
.

La guerra aveva imposto allattenzione degli industriali limportanza del si-
stema di produzione tayloristico, che nel primo dopoguerra era vivacemente di-
battuto e si stava ormai imponendo, sia pure con anni di ritardo rispetto agli Stati
Uniti. La capacit di adattamento delle scuole tecniche e professionali alle nuove
richieste del mercato del lavoro dimostr limportanza della formazione profes-

102. Grandinetti, Scuola, cultura, industria, cit., p. 36.
102. Musso, Gli operai di Torino, cit., p. 142. Nel testo si citano gli atti del Primo
congresso nazionale della piccola e media industria.

106
sionale per lo sviluppo economico italiano. Come ha scritto nel 1920 il senatore
Pino Fo, gi docente allUniversit di Torino e allepoca presidente dellUnione
delleducazione popolare, Era naturale pertanto che, rientrata finalmente la na-
zione nella vita civile, e di fronte allimmane necessit di ogni sorta di ricostru-
zioni, il primo pensiero si rivolgesse alla istruzione tecnica
104
.

103. Il problema della scuola davanti alla Camera e al Senato, in La Coltura popo-
lare. Rivista dellUnione italiana delleducazione popolare, a. XX, luglio 1920, p. 367.
Il senatore Pio Fo, docente di anatomia patologica a Torino, era presidente dellUnione
delleducazione popolare, unassociazione vicina a Turati. Durante la guerra era stato il
presidente esecutivo del Comitato delle provincie piemontesi per lassistenza ai lavorato-
ri mutilati in guerra (presidente generale era il sindaco di Torino).

107
Istruzione tecnica e formazione professionale
nel periodo fascista

Silvia Inaudi





Listruzione professionale in Piemonte, allindomani dellinstaurazione del
regime fascista, si presentava come un insieme multiforme di iniziative pubbli-
che e private in cui strutture moderne e centri di eccellenza continuavano a coe-
sistere con forme ormai superate di addestramento al lavoro. questa una situa-
zione che si mantenne per tutti gli anni Venti, durante i quali il dibattito sulla ne-
cessit di una formazione professionale pi rispondente alla realt socio-
economica in evoluzione
1
si tradusse in una serie di iniziative a opera degli enti
locali e dei ceti produttivi, variamente specialistiche e a volte dalleffimera dura-
ta, legate alle esigenze del territorio.
Trattasi dunque di una fase di autonomia e per certi versi anche di sperimen-
tazione, in cui il capoluogo rivest in particolare, com ovvio, nel settore in-
dustriale un ruolo di preminenza, seguito a ruota da Novara e Biella, che si
configurarono come due delle realt pi dinamiche, non solo per la formazione
industriale ma anche, rispettivamente, per quella agricola e per quella artigiano-
commerciale. Fase determinata sia dalla congiuntura economica favorevole, che
dalle ricadute delle scelte operate dal regime a livello nazionale nel settore
dellistruzione; tali scelte ebbero tuttavia una serie di limiti, legati in primo luo-
go a una concezione dellistruzione professionale spesso slegata da qualsiasi in-
tento formativo non contingente
2
.
A partire dal 1928, in seguito alle riforme che investirono il settore
dellistruzione tecnico-professionale e al processo di accentramento operato dal-
lo Stato fascista che divenne sempre pi stringente nel corso degli anni Trenta,
anche in Piemonte lautonomia locale cedette il passo a forme sempre pi artico-
late di intervento e controllo pubblico. Allaccentramento statalista contribuirono
pure la necessit di attuazione di forme pi dinamiche di riconversione dei profi-
li lavorativi derivanti dagli effetti della crisi economica del 1929 e le esigenze
dellindustria legata al settore bellico. Non per questo furono superati i limiti di
cui sopra, ma anzi, per certi aspetti, essi risultarono esacerbati.

1. Il periodo tra il 1922 e il 1927 si caratterizz come fase di espansione produttiva in
Piemonte per quasi tutti i tipi di industria, settore meccanico in testa. Cfr. V. Castronovo,
Storia dItalia. Le regioni dallUnit ad oggi. Il Piemonte, Torino, Einaudi, 1977.
2. A. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato nelle strutture e nei pro-
grammi da Casati ai giorni nostri, Milano, Giuffr, 1964.

108
Non tutto il sapere a tutti: listruzione tecnico-professionale piemontese
dalla riforma Gentile al passaggio al Ministero dellistruzione pubblica
(1923-1928)

La pi famosa delle riforme fasciste dellistruzione, la cosiddetta riforma
Gentile del 1923, ebbe anche in Piemonte vasta eco e ricevette una buona dose
di critiche. Com noto, la riforma riordin il sistema dellistruzione elementare
e media ereditato da Casati in senso selettivo mettendo al centro listruzione
classica, considerata superiore a qualsiasi altro tipo e, come tale, non accessibile
a tutti. Portavoce dello scontento del mondo industriale piemontese, La Stam-
pa si domandava se tale riforma non fosse funzionale alla creazione di una ge-
nerazione di retori piuttosto che alle necessit delle classi medie e professioni-
stiche di mettersi in molto pi diretto contatto che oggi non sia con la vita eu-
ropea
3
. Per il quotidiano torinese la riforma ostacolava non solo le esigenze
delleconomia italiana, ma lo stesso processo di mobilit sociale in atto
4
.
La riforma Gentile si disinteress, in linea di massima, dellistruzione profes-
sionale, che, in seguito allenergica opposizione del ministro Corbino a un primo
tentativo di accentramento, rimase di esclusiva competenza del Ministero
delleconomia nazionale (il quale avvi negli stessi anni per tale settore una serie
di riforme specifiche). Ebbe comunque effetti indiretti: ad esempio posticipando
di un anno, in seguito allallungamento del corso elementare, lammissione ai
corsi successivi
5
.
Allatto pratico, nel settore tecnico-professionale lattivit di molte scuole di
antica tradizione venne ridimensionata, come si vedr, dagli effetti diretti o indi-
retti della riforma, che arrivarono in alcuni casi a modificarne la stessa natura.
Fu questo motivo di ulteriori contestazioni: il caso ad esempio dellIstituto tec-
nico Germano Sommeiller di Torino, che con il riordinamento vide smembrata
la prestigiosa sezione fisico-matematica, che conflu nel neonato liceo scientifi-
co
6
.
Occorre sottolineare che, peraltro, non tutte le voci levatesi riguardo alle ri-
forme fasciste che investirono nel biennio 1923-24 il settore furono altrettanto
critiche, riconoscendone non solo le radici in dibattiti antecedenti il fascismo, ma
soprattutto condividendone, di base, la visione di una societ a compartimenti
sostanzialmente stagni. In questa visione listruzione professionale, discendente
necessariamente dalle esigenze produttive, assumeva pi che un ruolo di promo-

3. La riforma scolastica, in La Stampa, 1 maggio 1923, cit. in C.G. Lacaita,
Listruzione tecnica dalla riforma Gentile alle leggi Belluzzo, in Cultura e societ negli
anni del fascismo, Milano, Cordani, 1987, p. 265.
4. Ibidem.
5. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit. Per un profilo critico
delle riforme dellistruzione durante il fascismo, J . Charnitzky, Fascismo e scuola. La
politica scolastica del regime 1922-1943, Scandicci, La Nuova Italia, 1999.
6. C. Bermond, Per una storia dellistituto e della scuola G. Sommeiller. La for-
mazione secondaria tecnica a Torino nel periodo 1853-1924, in Scuole professori e stu-
denti a Torino. Tornanti di storia dellistruzione, Torino, Ed. Paoline, 1984, pp. 49-70.

109
zione culturale un chiaro intento di stabilizzazione sociale, come si evince dalle
parole di Ignazio Verrotti, direttore del Regio Istituto industriale di Torino:

Occorre elevare il grado di cultura delle classi lavoratrici, legge di progresso sociale;
ma trattasi di elevazione non di grado, ma di intensit. Si deve elevare la cultura
delloperaio, ma non perch tutti diventino capi-tecnici. E cos si deve elevare la cultura
del capo-tecnico, ma non perch tutti i capi-tecnici diventino ingegneri. Restando sempre
nelle proprie sfere di azione, la sempre crescente elevazione intellettuale di tutti non de-
ve turbare la reciproca posizione. Perci il perfezionamento degli studi deve sempre te-
ner conto delle mansioni che nella vita ciascuno chiamato a disimpegnare
7
.

Tale visione era condivisa in larga parte anche nellambiente cattolico ope-
rante in tale settore, che aveva osservato con crescente preoccupazione gli svi-
luppi del biennio rosso. Come affermavano i Fratelli delle scuole cristiane i
quali conobbero nella prima met degli anni Venti un ulteriore significativo svi-
luppo delle loro attivit, grazie alla fondazione nel capoluogo dell Istituto arti e
mestieri nel 1920 e della Casa di carit arti e mestieri nel 1925
8
proprio gli av-
venimenti di quegli anni avevano portato la Congregazione alla consapevolezza
della necessit di formare nuove generazioni di operai, che fossero tecnicamen-
te preparati alla vita dellofficina, ma specialmente [del]la improrogabile neces-
sit di formare operai saldamente temprati nel carattere alla luce e al fuoco da
Ges al fine di contrastare gli effetti perniciosi delle nuove deleterie dottri-
ne
9
. Da tale punto di vista, le prime riforme fasciste, pur nella differente impo-
stazione ideologica, incontrarono un certo grado di consenso.
Uno dei provvedimenti gentiliani che contribu a cambiare maggiormente il
panorama scolastico fu listituzione della scuola complementare, in luogo delle
scuole tecniche fondate da Casati. Essa si inseriva nella riforma generale delle
scuole secondarie, che aveva come cardini, come si detto, lassoluta centralit
della cultura classica dal punto di vista teorico e, da quello pratico, la necessit
di frenare la ramificazione e leccessivo affollamento delle scuole e il conse-
guente abbassamento del livello degli studi con il creare istituti che fossero il
pi completi possibile e continui ciascuno per s
10
. La scuola complementare,

7. I. Verrotti, La riforma Corbino e le nostre scuole industriali, Torino, Tip. Baraval-
le e Falconeri, 1924, p. 22, in Archivio storico della Citt di Torino (dora in poi A-
SCTO), fondo Miscellanea istruzione pubblica (dora in poi MI), c. 366, 1924.
8. La Casa di carit arti e mestieri, con sede in Barriera di Milano, formava tecnici
meccanici attraverso corsi serali e festivi. Listituto, che si avvaleva di sussidi del Co-
mune e di altri enti quali il Consorzio provinciale per listruzione tecnica, conobbe un
buon successo, passando da 35 allievi del 1925 a 370 nel 1932. Cfr. ASCTO, fondo Af-
fari istruzione (dora in poi AF), cart. 453, f. 26, Lettera della Casa di carit arti e mestie-
ri al podest di Torino, maggio 1932.
9. Primo centenario dei Fratelli delle scuole cristiane in Torino 1829-1929, Torino,
Tip. Rattero, 1929, pp. 178-179.
10. Sotto-commissione delleducazione della Commissione alleata in Italia, La politi-
ca e la legislazione scolastica in Italia dal 1922 al 1943. Con cenni introduttivi sui pe-

110
versione pi limitata e limitante della soppressa scuola tecnica, rispondeva a tali
esigenze, completando la formazione primaria delle classi pi modeste con una
preparazione culturale generale fine a se stessa (in quanto non concepita per
condurre a studi di livello pi avanzato), che si rivelava, allatto pratico, meno
professionalizzante dei corsi integrativi della scuola elementare atti a portare i
fanciulli al compimento dellobbligo scolastico, elevato al 14 anno di et. Pro-
prio questo suo carattere ibrido e, per lappunto, di puro complemento, ingener
un vero e proprio rifiuto nel suo ideale bacino di utenza, determinando una pro-
fonda contrazione delle iscrizioni, le quali si riversarono essenzialmente sui corsi
integrativi di avviamento professionale e sulle scuole professionali.



























Da questo punto di vista, il Piemonte segu decisamente il trend nazionale,
tanto nel capoluogo quanto nelle altre province. Denunciava nel 1925 il Bollet-
tino dellUfficio del lavoro e della statistica della Citt di Torino: Nelle scuole
complementari, in confronto dei 3821 [iscritti, n.d.r.] del 1923 delle scuole tec-
niche, si hanno 2503 iscritti negli anni 1923-1924 e 1810 negli anni 1924-

riodi precedenti e una parte conclusiva sul periodo post-fascista, Milano, Garzanti,
1947, pp. 75 e 76.

Iscritti nelle scuole professionali di Torino


Anno scolastico

Iscritti
1913-1914 10055
1914-1915 9982
1915-1916 8815
1916-1917 11041
1917-1918 10346
1918-1919 9707
1919-1920 12074
1920-1921 12082
1921-1922 12459
1922-1923 13232
1923-1924 14533
1924-1925 15045
Fonte: Citt di Torino, Bollettino dellUfficio del lavoro e della
statistica, 1925


111
1925
11
. Una diminuzione definita giustamente cospicua, che non poteva es-
sere giustificata con la sola contrazione fisiologica degli alunni elementari cau-
sata dalla depressione della natalit che investiva necessariamente anche i suc-
cessivi cicli di studi, e che non si riscontrava nelle altre scuole secondarie
12
.
La situazione era cos sconfortante da indurre il Provveditorato agli studi di
Torino, su richiesta del ministero, a esigere lattiva propaganda dei presidi delle
scuole suddette, mediante laffissione di manifesti e lorganizzazione di confe-
renze al fine di richiamare lattenzione e la fiducia dei padri di famiglia sulle
scuole complementari che per il loro ordinamento e per i loro fini pratici ed
educativi, si affermava, non possono non incontrare il favore delle famiglie
anche meno abbienti
13
. A tal fine, si invitavano inoltre i presidi a rivolgersi ai
direttori delle scuole elementari per avere i nomi e gli indirizzi dei bambini fre-
quentanti la quarta e la quinta elementare, in modo tale da esercitare una propa-
ganda mirata
14
.
Analogo panorama si riscontra, dai dati in nostro possesso, nelle altre provin-
ce piemontesi, ove quasi nulli furono i casi di scuole complementari passate in-
denni dalla riforma
15
. Situazione che non conobbe sbocchi durante la successiva
politica dei ritocchi, fino a quando, con listituzione delle scuole di avviamen-
to professionale nel 1932 e la revisione dei programmi, non si giunse alla crea-
zione di un percorso di studio percepito come maggiormente professionalizzan-
te, il quale port ad un incremento costante nel tempo delle iscrizioni
16
.

11. Torino nel 1924. Indici demografici, economici e culturali, in Citt di Torino,
Bollettino dellUfficio del lavoro e della statistica, a. V, gennaio-febbraio 1925, n. 1-2,
p. 15.
12. Ibidem.
13. ASCTO, AF, cart. 439, f. 20, 1927, Scuole tecniche-Disposizioni diverse, Lettera
del Regio Provveditore agli studi di Torino ai presidi delle scuole complementari, 28
marzo 1927 e Lettera dellUfficio istruzione della Podesteria di Torino ai direttori e alle
direttrici delle scuole elementari di Torino, 14 aprile 1927.
14. Ibidem.
15. Si confrontino a tale proposito: U. Chiaramonte, Economia e societ in provincia
di Novara durante il fascismo 1919-1943, Milano, FrancoAngeli, 1987, p. 375, e le os-
servazioni riportate in: Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Cuneo), Relazione
sullattivit svolta nel quinquennio 1929-1933, Cuneo, Rappresentanze Grafiche, 1934;
Regio Provveditorato agli studi di Asti, Listruzione tecnico-professionale nella provin-
cia di Asti, Asti, Tip. Paglieri e Raspi, 1941; Regio Provveditorato agli studi di Vercelli,
Listruzione tecnico-professionale nella provincia di Vercelli. Seconda giornata della
Tecnica. 4 maggio 1941, Vercelli, Tip. Gallardi, 1941; Regio Provveditorato agli studi di
Alessandria, Listruzione tecnico-professionale nella provincia di Alessandria. Seconda
giornata della Tecnica. 4 maggio 1941, Alessandria, Tip. Ferrari-Ocella, 1941.
16. Nel biennio 1929-1930, con la L. 7 gennaio 1929, n. 8 e il R.D. 6 ottobre 1930, n.
1379, le scuole complementari e le scuole operaie, nonch i corsi integrativi di avvia-
mento professionale, vennero coordinati sotto la denominazione unica di scuola di av-
viamento al lavoro. Non avendo la riorganizzazione ottenuto i risultati sperati in termini
di aumento della popolazione scolastica, con la L. 22 aprile 1932, n. 490 e successivi
provvedimenti atti a rimodellare i programmi didattici, la scuola di avviamento al lavoro

112
Il settore dellistruzione professionale venne esso stesso, come si detto, inve-
stito in parallelo da una serie di riforme tra il 1923 e il 1924, che in linea di mas-
sima favorirono lo svilupparsi ulteriore dellautonomia amministrativa e didatti-
ca di tale tipo di istruzione, al fine di renderla pi rispondente alle esigenze delle
economie locali. Il R.D. 31 ottobre 1923, n. 2523 riordin listruzione industria-
le, abolendo il sistema dei gradi e concependo quattro ordini di scuole fini a se
stesse: le scuole operaie o davviamento, che sostituivano le antiche scuole di
arti e mestieri e a cui si poteva accedere dopo la quarta elementare, alle quali si
affiancavano i corsi preparatori davviamento, che fornivano una preparazione
professionale di base; le scuole industriali o di tirocinio, a cui si accedeva es-
senzialmente dopo la licenza della scuola davviamento o della scuola comple-
mentare, destinate alla formazione di operai qualificati ed istituite soprattutto nei
capoluoghi di provincia o nei centri industriali, in risposta a particolari esigenze
dellindustria locale; i laboratori-scuola, della durata di due anni e dal carattere
eminentemente pratico, per chi desiderava procurarsi rapidamente una prepara-
zione al lavoro; gli istituti industriali, atti a creare i tecnici
17
. La riforma preve-
deva inoltre un tentativo pi articolato, rispetto ai precedenti del 1919 e del
1922, di organizzazione autonoma dellistruzione per i lavoratori gi occupati,
mediante la possibilit di istituire (grazie anche a contributi ministeriali) scuole a
orario diurno, serale o festivo, della durata di tre o cinque anni, affini alle scuole
industriali, a cui si poteva accedere dallet di 14 anni. Furono inoltre previsti
speciali corsi per maestranze a frequenza obbligatoria della durata minima di
200 ore annue, promossi da enti, organizzazioni o sindacati, per gli operai minori
di 18 anni non in possesso della licenza di scuola di tirocinio o equipollente.
Sanzioni erano previste sia per i lavoratori sia per i datori di lavoro che non a-
vessero ottemperato allobbligo
18
.
Segu il R.D. 30 dicembre 1923, n. 3214, che riordin le scuole agrarie cre-
ando due ordini di istituti: le scuole agrarie medie e le scuole pratiche consorziali
autonome, le prime destinate alla formazione dei periti agrari, le seconde a quel-
la del personale delle aziende rurali
19
. A differenza di quanto stabilito per gli al-
tri settori di istruzione professionale e per le stesse scuole consorziali, le scuole
agrarie medie non avevano personalit giuridica e godevano di un grado ridotto
di autonomia.
Tale riforma, che mirava ad elevare il livello delle scuole pratiche di agricol-
tura estendendo ed adeguando i programmi alle esigenze discendenti dalla mo-
dernizzazione del settore agricolo, trascin per nel processo di standardizzazio-
ne derivatone anche le scuole speciali di viticoltura ed enologia, di cui Alba rap-

venne trasformata in scuola di avviamento professionale a indirizzo agrario, industriale e
commerciale.
17. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit.
18. Ibidem.
19 Per una panoramica delle riforme intervenute nel tempo in tale settore si rimanda
a: Archivio centrale dello Stato, Fonti per la storia della scuola, VI, Listruzione agraria
(1861-1928), a cura di A.P. Bidolli, S. Soldani, Roma, Ministero per i beni culturali-
Direzione generale per gli archivi, 2001.

113
presentava uno degli esempi pi fiorenti. La metamorfosi della scuola di Alba,
conseguente alla trasformazione del corso superiore in scuola media agraria e
alla soppressione del corso inferiore, ebbe gravi conseguenze sulla vita
dellistituto, snaturandone lessenza e sminuendo il prestigio che esso si era con-
quistato come scuola specializzata; a ci si aggiunse, quale conseguenza indiret-
ta della riforma Gentile, limpossibilit per gli allievi di accedere agli istituti su-
periori di agraria. Nel 1928, il passaggio dellistruzione professionale sotto la
competenza del Ministero dellistruzione pubblica segn unulteriore tappa nel
processo di distacco dalle aspirazioni originarie della scuola, che neanche
lelevazione negli anni Trenta ad istituto tecnico agrario riusc a bilanciare
20
.
A questa riforma, che investiva il settore dellistruzione, si accompagn negli
stessi anni un rinnovato interesse per la formazione professionale agricola, a cui
non fu estranea lazione del sottosegretario per lagricoltura del Ministero
delleconomia nazionale Arrigo Serpieri, il quale procedette a un riordinamento
e a un incremento delle cattedre ambulanti dellagricoltura e dellistruzione pro-
fessionale dei contadini
21
. Il potenziamento di tale tipo di istruzione su spinta
governativa, mediante listituzione della figura del maestro agrario e grazie so-
prattutto a un rinnovato impegno economico dello Stato, se da un lato port a
risultati proficui ad esempio per quanto riguardava la propaganda per la diffu-
sione dei fertilizzanti chimici, di cui, per il Piemonte, si poterono apprezzare i
buoni risultati in particolare nellarea novarese
22
dallaltro condusse sul lungo
periodo a una burocratizzazione che risult deleteria per loperato delle cattedre,
tanto e forse pi che la loro strumentalizzazione ai fini della propaganda fascista
(si pensi al coinvolgimento delle stesse nella cosiddetta battaglia del grano).
Risultato di tale processo fu la soppressione delle cattedre nel 1935 e la loro so-
stituzione, non indolore ai fini della formazione professionale, con gli Ispettorati
provinciali per lagricoltura. A tale data, in Piemonte erano presenti sei cattedre
provinciali (la pi recente creata a Vercelli nel 1927), articolate in svariate se-
zioni, di cui otto specializzate; fra questultime spiccava lunica sezione di viti-
coltura presente in Italia, nata sotto legida della cattedra di Alessandria
23
.
Nel 1924 intervenne infine un ulteriore provvedimento: con il R.D. 7 maggio
1924, n. 749 fu posta mano anche allistruzione commerciale, mediante un rior-
dinamento delle scuole e degli istituti che rese le prime autonome dai secondi e
ampli a otto anni il percorso scolastico complessivo atto a raggiungere la licen-
za distituto: fatto che pose listruzione professionale commerciale allo stesso

20. V. Salati, La scuola enologica e le riforme in La scuola enologica di Alba. Nel
centenario della fondazione 1881-1981, Alba, Famija Albeisa, 1981, pp. 86-94. Come fa
notare lautore, il tracollo del prestigio della scuola evidente dal bassissimo numero di
specializzati diplomati dallistituto nel corso degli anni Trenta e Quaranta, segno che
ormai la scuola veniva percepita per lo pi come un istituto agrario generico.
21. M. Zucchini, Le cattedre di agricoltura, Roma, Volpe, 1970.
22. Chiaramonte, Economia e societ in provincia di Novara durante il fascismo,
cit., pp. 167 ss.
23. Zucchini, Le cattedre di agricoltura, cit.

114
livello dellistruzione tecnica, pur rimanendo pi accessibile nei programmi
24
.
Anche in questo settore fu poi prevista la possibilit di istituzione di scuole serali
o festive a orario ridotto per lavoratori occupati.

Listruzione professionale seguit cos a sussistere come un sistema parallelo
a quello dellistruzione fino al 1928, anno del passaggio di competenze dal Mi-
nistero delleconomia nazionale al Ministero dellistruzione pubblica.
Per quanto concerne il Piemonte, continuarono a convivere realt differenti
da provincia a provincia, e spesso allinterno delle province stesse, legate princi-
palmente allo sviluppo economico del territorio. In linea di massima, le prime
riforme fasciste non incisero che in minima parte sullo sviluppo del settore e
sullimportanza che in esso era stata assunta dalliniziativa privata, specie di ma-
trice confessionale, in particolare nei territori a minor sviluppo industriale quali
Asti, Alessandria, Cuneo. Parzialmente differente il discorso per i poli indu-
striali di Novara e Biella, e ovviamente per il capoluogo. Ove si riscontra un
marcato intervento dello Stato, legislativo e finanziario, di concerto con le lites
locali, mirante soprattutto allo sviluppo delle scuole davanguardia della forma-
zione professionale, i regi istituti industriali, presenti in numero di cinque nel
territorio piemontese: il Regio Istituto industriale e il Regio Istituto del cuoio di
Torino, lOmar di Novara, il Quintino Sella di Biella e il Cobianchi di In-
tra. Lattenzione di cui furono fatti oggetto gli istituti industriali fu legata in pri-
mo luogo ai mutamenti della grande industria e allaumentata necessit di figure
tecniche, che si accompagnava, allinterno delle aziende stesse, ad un sempre
maggiore interesse verso una formazione professionale differenziata dei vari tipi
di operai in seguito al declino dellapprendistato che avr il suo culmine negli
anni Trenta. Per tutto il ventennio la necessit di luoghi di formazione adeguata
di figure di capitecnici e operai qualificati domin il dibattito industriale; ci,
nonostante le riforme intervenute negli anni Trenta che, come si vedr, mirarono
sempre pi alla soddisfazione delle esigenze imprenditoriali.
Ancora nel 1919 Agnelli confermava come gli industriali avessero poco o
nulla fiducia nella formazione professionale pubblica
25
, affermazione che trov
riprova nelliniziativa della Fiat di istituire una scuola interna per maestranze nel
1922. Esempio, peraltro, che ebbe poco seguito sul territorio piemontese, essen-
do presenti due sole altre scuole aziendali alla fine del decennio in questione: la
scuola di Andorno Micca, fondata nel 1921 allinterno del cotonificio dei Fratelli
Poma di Vercelli, e la scuola interna allo stabilimento Giletti di Ponzone Bielle-

24. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit. La scuola commercia-
le venne articolata in un triennio inferiore pi un biennio di specializzazione commercia-
le vero e proprio. I licenziati della scuola commerciale inferiore potevano accedere
allistituto, che continuava ad essere articolato su quattro anni, previo un anno preparato-
rio.
25. M. Grandinetti, LIstituto tecnico industriale Amedeo Avogadro di Torino dal-
le origini a oggi, Torino, EDA, 1982.

115
se, creata nel 1928
26
. Il motivo di tale diffidenza, che non trovava analogo ri-
scontro nei confronti delle scuole private
27
, da riscontrarsi primariamente nella
pi ampia flessibilit accordata alle necessit delladdestramento industriale da
queste ultime peraltro abbondantemente finanziate dagli enti locali rispetto
alla maggiore importanza che listruzione teorica trovava allinterno della scuola
pubblica, considerata quindi poco rispondente alle esigenze della realt impren-
ditoriale; da questa posizione non divergevano poi di molto in realt anche le o-
pinioni diffuse fra le forze politiche del capoluogo, come avevano dimostrato
qualche anno prima i risultati della commissione di studio per il problema indu-
striale del Comune di Torino
28
.
Se per la scuola libera faceva convergere su di s l80% circa della popola-
zione scolastica afferente allistruzione professionale
29
, listruzione pubblica de-
teneva il primato delleccellenza, che aveva il suo manifesto nei gi ricordati i-
stituti industriali: i quali, tutti progressivamente investiti dal processo di pubbli-
cizzazione, annoveravano nei loro corpi docenti i migliori nomi legati al mondo
della tecnica. Gli istituti, oltre a essere la fucina dei tanto ricercati capi-tecnici
30
,
giocavano anche un ruolo di promozione dellinnovazione tecnologica e scienti-
fica. Listituto Quintino Sella di Biella era sede di una Stazione sperimentale
per le fibre tessili, cos come, per le lavorazioni in pelle, ne era sede il R. Istituto
del cuoio di Torino (lunico per il nord-Italia, essendo laltra stazione esistente
ubicata a Napoli), che nel 1928 fu anche promotore dellorganizzazione del Sa-
lone dellindustria del cuoio nazionale. Le stazioni effettuavano anche analisi per
le industrie, concorrendo cos a favorire il rapporto tra scuola e impresa.
Il R. Istituto industriale di Torino fu inoltre tra i promotori, insieme al Comu-
ne, alla Confederazione generale fascista dellindustria italiana e allEnte nazio-
nale italiano dellorganizzazione scientifica, dellIstituto laboratorio Mario Fos-
sati per lorganizzazione scientifica della produzione, iniziativa unica in Italia
(che poi fu assorbito dallo stesso R. Istituto industriale nel 1931). Il laboratorio
comprendeva un gabinetto di psicotecnica e uno di medicina del lavoro e orga-
nizzava corsi di organizzazione scientifica, considerati dal ministero cos rile-

26. Sulla scuola aziendale Fiat: Le scuole professionali Fiat negli stabilimenti del
Lingotto, Torino, Tip. A. Camiciotti e Figli, 1927; G. Berta, La scuola allievi Fiat, Tori-
no, Isvor Fiat, 1992. Per un profilo relativo alla costituzione della scuola biellese, si veda
R. Aglietta, Profilo delleducazione professionale per lindustria laniera nel Biellese,
origini e successivi sviluppi fino al 1930, Tesi di laurea, rel. R. Fornaca, Torino, Univer-
sit degli studi, Facolt di Magistero, s.d., pp. 141 ss.
27. Frequenti sono ad esempio, nella pubblicistica dei maggiori enti privati (dei sale-
siani, o dei gi ricordati Fratelli delle scuole cristiane), i richiami al favore con cui le
classi industriali guardavano allistruzione da essi impartita.
28. Di Pol, Listruzione professionale popolare a Torino nella prima industrializza-
zione, in Scuole professori e studenti a Torino, cit., pp. 71-106.
29. F. Cereja, Listruzione professionale e industriale nel periodo fascista. Il caso to-
rinese, in E. Passerin (et al.), Movimento operaio e sviluppo economico in Piemonte ne-
gli ultimi cinquantanni, Torino, CRT, 1978, pp. 29-55.
30. Nel 1927 il R. Istituto industriale di Torino venne tra laltro dichiarato dal Mini-
stero sede regionale dei corsi per tecnici superiori di officina.

116
vanti da essere resi obbligatori a partire dal 1927 presso tutti i regi istituti indu-
striali
31
.
La rete costituita dai regi istituti industriali piemontesi consentiva uno scam-
bio di conoscenze e professionalit, di cui sono sintomo i frequenti contatti fra
gli istituti stessi, a cui non estraneo era il turn over delle direzioni: Enrico Gatti,
creatore dellOmar, diresse anche lIstituto industriale di Torino prima di la-
sciare il posto, nel 1926, a Ramiro Morucci. Questultimo, a sua volta, pass a
dirigere listituto industriale biellese nel 1932, sostituito a Torino da Plinio Lura-
schi, gi insegnante di tecnologia presso lOmar ed ex direttore degli istituti
industriali di Fermo e di Roma
32
.
Per questa serie di motivi, i regi istituti industriali furono oggetto di cure par-
ticolari da parte delle classi imprenditoriali. A Biella, lAssociazione per
lincremento dellistruzione industriale nel biellese provvide a dotare listituto di
un convitto-pensionato al fine di favorire lafflusso di allievi che provenivano
dalle altre regioni e in alcuni casi persino dallestero
33
; a Novara, nel 1925, il
Comizio agrario don allistituto Omar il proprio laboratorio di chimica agra-
ria, mentre lanno precedente un nutrito concorso di ditte del settore tessile vi
aveva finanziato listituzione di un corso di maglieria
34
.
Anche il ministero, come si detto, pose particolare riguardo allo sviluppo di
questi istituti: nel 1929 il finanziamento ministeriale al R. Istituto industriale di
Torino, oggetto in quegli anni di un rimodellamento importante quanto travaglia-
to, era raddoppiato rispetto allinizio del decennio, superando quello del Comu-
ne
35
. Linteresse ministeriale era per indubbiamente concentrato su quei settori
che favorivano la grande industria, in particolare quella legata allo sviluppo del
settore bellico: non analoga attenzione ottenevano altri ambiti, come prova la
chiusura nel 1926, per cessazione del contributo statale, del corso di magistero di
stenografia istituito presso il Quintino Sella di Torino, da cui era uscita molta
parte dei docenti piemontesi di tale materia
36
. Alcune volte gli interessi ministe-
riali e quelli delle grandi industrie potevano risultare contrastanti, come nel caso
dellistituzione, da parte del Ministero dellaeronautica, di corsi per motoristi e
montatori di aviazione presso la R. Scuola di avviamento Plana a Torino e

31. Grandinetti, LIstituto tecnico industriale Amedeo Avogadro , cit.
32. Ibidem.
33. Sulle attivit dellAssociazione: Associazione per lincremento dellistruzione
professionale nel Biellese, Statuto, Biella, Tip. Lit. G. Amosso, 1918; Idem, Relazione
morale e finanziaria alla Quinta Assemblea Generale dei Soci, 27 giugno 1925, Biella,
Tip. Michele Waimberg, 1925; Idem, Relazione morale e finanziaria alla Sesta Assem-
blea Generale dei Soci, 31 marzo 1926, Biella, Tip. Michele Waimberg, 1926.
34. Ministero delleducazione nazionale, Direzione generale per listruzione tecnica,
Listruzione industriale in Italia, Roma, Tip. Poliglotta, 1930 (dora in avanti MEN, I-
struzione industriale).
35. Cereja, Listruzione professionale e industriale nel periodo fascista, cit.
36. Archivio di Stato di Torino (dora in poi ASTO), Sezione Corte (SC), fondo
Provveditorato agli studi di Torino, Divisione III, Relazioni finali degli istituti, b. 747,
1941-1943, Relazione del Provveditorato agli studi di Torino sullo stato attuale della
scuola italiana in occasione della Mostra sulla Carta della scuola, 1942.

117
presso la R. Scuola industriale di Savigliano. Con grande disappunto del diretto-
re del corso, la Fiat si rifiut di concedere ai propri operai i permessi per parteci-
pare, adducendo motivi di lavoro
37
.
Listruzione professionale pubblica di base, come si detto, riscuoteva meno
il favore delle classi imprenditoriali, nonostante lo sforzo concentrato su questo
settore da parte degli enti locali, in particolare nel capoluogo. A partire dal 1925,
per venire incontro alle riforme ministeriali, il Comune organizz una cinquanti-
na di corsi di avviamento professionale. Tra questi, solo nove erano a indirizzo
industriale, mentre la maggioranza era costituita da corsi di avviamento com-
merciale, che registrarono pi del 60% delle iscrizioni (di cui un 40% costituito
da alunne, contro solo un 20% delle iscritte ai 9 corsi di tipo domestico-
professionale)
38
. Per tutti gli anni Venti il Comune di Torino, tramite scuole e
corsi, continu a promuovere unistruzione professionale diversificata rispon-
dente al panorama economico locale, non ancora oggetto della concentrazione
industriale specializzata che conoscer negli anni Trenta, con un occhio di ri-
guardo ai quartieri periferici a forte composizione operaia dove pi forti erano
state le tensioni durante il biennio rosso.


Dallautonomia allaccentramento (1928-1938)

Nel biennio 1928-1929 si assistette al ribaltamento dello spirito della riforma
Gentile, mediante il passaggio delle competenze sullistruzione professionale dal
Ministero delleconomia nazionale al Ministero della pubblica istruzione (che
lanno successivo mut nome in Ministero delleducazione nazionale), e attra-
verso la creazione di un apposita Direzione generale per listruzione tecnica
39
.
Come stato osservato, questa decisione il cui effetto positivo era far rientrare
listruzione professionale nellambito dellistruzione tout court, ovviando a decen-
ni di disinteresse era frutto non tanto e non solo delle critiche che si erano susse-
guite alle riforme degli anni Venti, che la politica dei ritocchi non era bastata a
placare, quanto della strategia accentratrice del governo fascista, che aveva indivi-
duato nella scuola uno dei baluardi per la propaganda politica totalitaria
40
.
Sullo stesso piano si pose la creazione, con la L. 7 gennaio 1929, n. 7, dei
Consorzi provinciali obbligatori per listruzione tecnica, organi di personalit

37. ASCTO, AF, cart. 437, 1925, f. 4, Scuola motoristi e montatori di aviazione, Let-
tera del direttore del corso, Gaetano Castellano, al Commissario aggiunto per listruzione
professionale del Municipio di Torino, Piero Gribaudi, 2 dicembre 1925.
38. Citt di Torino, Relazione sui corsi integrativi di avviamento professionale
nellanno scolastico 1926-1927, Torino, Tip. Schioppo, 1927, in ASCTO, MI, cart. 377,
1927.
39. Il passaggio dellistruzione professionale al Ministero della pubblica istruzione
avvenne con la L. 20 dicembre 1928, n. 3230. La Direzione generale dellistruzione tec-
nica fu creata in occasione della trasformazione del Ministero (R.D. 12 settembre 1929,
n. 1661).
40. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit.

118
giuridica posti sotto la vigilanza del ministero, istituiti al fine di attuare una poli-
tica organica di tutela e sviluppo dellistruzione tecnico-professionale a livello
provinciale rispondente ai bisogni delleconomia locale. Operato che avrebbe
dovuto attuarsi in particolare attraverso il coordinamento, la vigilanza e la tra-
sformazione delle scuole libere, le quali nellanarchia degli anni Venti avevano
conosciuto una proliferazione a cui non era corrisposto uno stretto controllo go-
vernativo, nonostante lampio uso degli istituti del pareggiamento e della parifi-
cazione (questultimo introdotto dal fascismo con il R.D. 4 maggio 1925, n.
653).
Il rinnovato interesse negli anni Trenta per listruzione tecnico-professionale,
realizzatosi con una serie di riforme che saranno analizzate pi avanti, ricon-
ducibile per non solo a ragioni strettamente politiche: dapprima la recessione
che colp il Paese per leffetto deflativo della rivalutazione della lira a Quota
Novanta, inasprita dalle conseguenze della crisi del 29, poi le esigenze legate
allo sviluppo, nella seconda met degli anni Trenta, dei settori produttivi connes-
si allindustria bellica (siderurgico, meccanico, chimico), giocarono un ruolo non
indifferente nel promuovere le iniziative governative atte alla formazione di
nuove professionalit e alla riqualificazione dei lavoratori
41
.
Nel biennio 1929-1930 una serie di decreti promulgarono la fusione e il rior-
dinamento, anche didattico, degli istituti per la formazione di base dipendenti dai
due ministeri. Dallintegrazione delle scuole e dei corsi integrativi per
lavviamento professionale con le scuole complementari scatur listituto unico
della scuola di avviamento al lavoro, la quale tra il 1930 e il 1932 venne comple-
tamente riordinata, fino ad assumere la denominazione definitiva di scuola di
avviamento professionale, a indirizzo industriale, agrario e commerciale.
Questultima, a differenza della disastrosa scuola complementare che laveva
preceduta, non precludeva a priori laccesso a gradi successivi di istruzione, fat-
tore che port a un costante aumento delle iscrizioni negli anni, a livello nazio-
nale quanto regionale.
Con la L. 15 giugno 1931, n. 889 si comp invece la riforma dellistruzione
tecnica secondaria. Le scuole industriali, i laboratori-scuola, le scuole commer-
ciali, le scuole agrarie medie e le scuole pratiche consorziali furono trasformate
in scuole tecniche biennali, a cui si aggiunsero le scuole professionali femminili
di durata triennale e le scuole biennali di magistero professionale per la donna
(derivanti dalle sezioni di magistero dipendenti dal Ministero delleconomia).
Sotto la denominazione di nuovo istituto tecnico (suddiviso in due quadrienni,
uno inferiore di preparazione generale, e uno superiore specialistico a indirizzo
agrario, industriale, commerciale, nautico e per geometri) confluirono gli istituti
industriali e commerciali, gi dipendenti dal Ministero delleconomia, e le se-
zioni di agrimensura, commercio e ragioneria degli istituti tecnici dipendenti dal
Ministero della pubblica istruzione
42
.

41. G. Ricuperati, La scuola nellItalia Unita, in Storia dItalia, vol. V, Tomo 2, I
Documenti, Torino, Einaudi, 1973, pp. 1693-1736, pp. 1718 ss.
42. Sulla genesi della riforma, Charnitzky, Fascismo e scuola, cit.

119
Il provvedimento legislativo mut parzialmente anche il settore della prepa-
razione professionale per i lavoratori gi occupati, ponendolo a totale carico de-
gli enti istitutori, ma ribadendone lobbligatoriet per i lavoratori maggiorenni
senza titolo di studio.
A differenza di quanto avvenuto con i precedenti provvedimenti, le riforme
illustrate che si accompagnarono a un controllo sempre pi intenso di organi
quali i provveditorati agli studi sullautonomia scolastica, sebbene essa conti-
nuasse formalmente a sussistere per le scuole e gli istituti tecnici contribuirono
a mutare notevolmente il quadro dellistruzione professionale sul territorio pie-
montese, in particolare restringendo sempre pi larea di azione degli enti locali,
i quali erano stati sino a quel momento, come si visto, uno dei maggiori sog-
getti promotori. Un altro fattore di cambiamento fu rappresentato dal peso sem-
pre pi ampio che acquisirono, nelle iniziative legate alla formazione professio-
nale, i vari organi socio-assistenziali creati dal regime, nonch la penetrazione,
allinterno delle scuole stesse, di elementi legati al Partito nazionale fascista
(Pnf).
I successivi provvedimenti che investirono la formazione professionale di ba-
se finirono per privare i Comuni del patrimonio scolastico da essi istituito, senza
peraltro sollevarli dagli oneri economici derivanti. Ci fu particolarmente evi-
dente a Torino, dove lamministrazione municipale aveva da sempre giocato un
ruolo primario nella promozione dellistruzione popolare e professionale
43
.
Negli anni scolastici 1929-1930 e 1930-1931, per ottemperare alle norme di
legge, il podest di Torino aveva proceduto alla trasformazione graduale dei cor-
si integrativi di avviamento professionale in scuole e corsi di avviamento al la-
voro. Loccasione era stata colta per tracciare un piano di ampliamento
dellofferta formativa, dato che le scuole di avviamento al lavoro regie e quelle
pareggiate e della R.O.M.I. [Regia opera della mendicit istruita] non erano suf-
ficienti ai bisogni scolastici di tutti i rioni cittadini
44
. Vennero quindi istituite
dieci scuole, in parte create a partire dalla trasformazione dei corsi integrativi
preesistenti: cinque a indirizzo commerciale, due industriali, una a indirizzo a-
gricolo, una alberghiera e una per artigiani. A queste furono inoltre affiancate
sezioni isolate nei quartieri pi periferici. Le scuole, che godettero da subito di
un notevole numero di iscritti, seguivano, come dimostra lampiezza data
allindirizzo commerciale, il favore incontrato dai corsi integrativi e interpreta-
vano le richieste della popolazione locale. Esse erano ubicate nei quartieri pi
popolari della citt (Borgo S. Paolo, Borgo Dora e Barriera di Milano, Vanchi-
glia, Barriera di Nizza e Lingotto, Borgo S. Donato) e, a differenza delle scuole
regie, erano totalmente gratuite, al fine di favorire gli allievi pi poveri; alcune
per, come la Scuola per artigiani, non avevano, per ragioni di bilancio, una sede
propria, le differenti specializzazioni ubicate presso diverse scuole cittadine.
Listituzione di tali scuole continuava ancora la politica di ottemperare a specia-

43. Di Pol, Listruzione professionale popolare a Torino, cit.
44. ASCTO, AF, cart. 449, f. 44, Scuole di avviamento al lavoro, 1931, Deliberazio-
ne del podest 15 ottobre 1930, n. 24, Scuole e corsi secondari di avviamento al lavoro.
Provvedimenti per lanno scolastico 1930-1931.

120
lizzazioni diversificate. Primo segnale dei mutamenti che si sarebbero verificati
negli anni successivi a livello di tessuto socio-economico, fu la decisione presa
nel 1931 di aprire una scuola maschile a indirizzo industriale in Borgo San Paolo
da affiancare alla R. Scuola G. Plana gi esistente, poich il numero di iscritti
a questultima era divenuto tale da rendere pi economico per il Comune fonda-
re una propria scuola piuttosto che continuare a finanziare classi aggiuntive
45
.
Con la L. 22 aprile 1932, n. 490, concernente la trasformazione delle scuole
di avviamento al lavoro in scuole di avviamento professionale, il ministero di-
spose che le scuole di avviamento professionale divenissero organi di diretta
amministrazione statale, a cui avrebbero dovuto provvedere economicamente
anche le province, i consigli provinciali delleconomia, le associazioni profes-
sionali e i comuni: i quali di fatto risultarono i principali finanziatori, provve-
dendo alle spese del personale non docente e a quelle dufficio, nonch alla for-
nitura e al mantenimento dei locali delle scuole stesse in base al T.U. della Leg-
ge comunale e provinciale 3 marzo 1934, n. 383
46
.
Il ministero si apprest dunque a procedere alla regificazione della maggior
parte delle scuole, nonch a mettere in atto processi di soppressione e fusione
delle strutture ritenute non necessarie al fine del contenimento della spesa pub-
blica; senza tenere conto, in molti casi, degli interventi recenti effettuati dalle
amministrazioni, come denunciava lUfficio podestarile di Torino al Provvedito-
rato agli studi:

Mi permetto per di far presente alla S. V. Ill.ma come, a giudizio di quest Amministra-
zione, non sembri opportuna la soppressione della Scuola maschile C. Boncompagni e la
sua fusione con la R. Scuola Sommeiller. La Scuola Boncompagni difatti, pu ricevere
gli alunni non solo da Borgo San Donato, ove ha sede, ma anche da altre localit pi lon-
tane, come il Borgo Campidoglio e le Regioni Parella e Barriera di Francia, da cui gli
alunni stessi non potrebbero accedere alla Scuola Sommeiller senza grave disagio e sen-
za spese tranviarie che quelli poveri non possono sopportare. [] Merita considerazione
anche il fatto che questa Amministrazione ha recentemente provveduto ad un completo
attrezzamento in appositi locali dei laboratori per la lavorazione del legno e dei metalli
presso tale scuola.
[] Inoltre, per le ragioni che questAmministrazione ha gi avuto occasione di espor-
Le, mi permetto di insistere presso la S.V. Ill.ma affinch voglia ottenere dal Ministero
che le Scuole Artigiane (Artieri stampatori, Ceramica, Fotografia) e la Scuola Alberghie-
ra siano conservate definitivamente alla diretta gestione della Citt. Le prime difatti, non
derivano dai soppressi corsi integrativi, e, dato il loro indirizzo particolare non trovano
riscontro nelle scuole o nei corsi di istituzione governativa, e quella alberghiera ha un
ordinamento diverso dal corso regio, in quanto consta di tre anni, anzich due, con un
conseguente maggior sviluppo alle materie di insegnamento e alle esercitazioni prati-
che
47
.


45. Ibidem.
46. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit.
47. ASCTO, AF, cart. 455, f. 6, Scuole comunali di avviamento, 1932, Lettera di
Gianolio al Provveditorato agli studi di Torino, 29 settembre 1932.

121
Dopo ripetute lagnanze, il Comune ottenne infine di mantenere
lamministrazione di quattro scuole di avviamento specializzate, la E. De Ami-
cis (artieri stampatori), la G. Carducci (decorazioni ceramiche e lavori fem-
minili darte) e la G. Pacchiotti (fotografia), nonch la T. Tasso a indirizzo
alberghiero
48
.
Contribu a ridimensionare loperato degli enti locali anche il riordinamento della
finanza locale, che compresse la capacit di spesa degli enti e port a un progressivo
accentramento del potere decisionale
49
. Listruzione fu uno degli ambiti nei quali gli
enti locali subirono le decurtazioni maggiori, e il settore dellistruzione professionale
e popolare non fu da meno, complice il trasferimento allo Stato degli oneri riguar-
danti i regi istituti per listruzione tecnica e professionale, le scuolepopolari e i con-
sorzi provinciali obbligatori per listruzione tecnica
50
.
Questi ultimi, di cui facevano parte rappresentanze dellIstituto nazionale fa-
scista della previdenza sociale (Infps), del consiglio provinciale delleconomia
corporativa e delle associazioni professionali (a cui potevano aggiungersi dele-
gati di Comuni e province e istituti privati, nel caso contribuissero al loro finan-
ziamento in maniera continuativa), dopo un avvio stentato determinato in mas-
sima parte dalla mancanza di solidit finanziaria iniziarono a consolidare il lo-
ro operato a partire dalla seconda met degli anni Trenta, grazie anche a un rior-
dinamento legislativo compiuto nel 1935 che ne precis meglio limiti e funzioni,
circoscrivendoli in linea di massima alla sola scuola libera
51
.
Pur essendo stati loro attribuiti poteri molto vasti
52
, la qualit dellazione dei
consorzi non fu per uniforme, variando da provincia a provincia, e in molti casi
si limit allorganizzazione di iniziative propagandistiche e a un limitato soste-
gno finanziario alle scuole bisognose. Data laleatoriet delle loro entrate finan-
ziarie
53
, fondamentali si rivelarono per la loro azione leffettivo interesse e la
collaborazione delle classi imprenditoriali locali. Nel 1942, ormai a pi di un de-
cennio di operato, il Ministero delleducazione nazionale commentava come il

48. Ivi, Schema di deliberazione del podest 26 novembre 1932, Scuole secondarie e
municipali di avviamento professionale - Incarichi della direzione e dellinsegnamento
per lanno scolastico 1932-1933.
49. R.D. 14 settembre 1931, n. 1175, Testo unico per la finanza locale e R.D. 3 mar-
zo 1934, n. 383, Testo unico della legge comunale e provinciale.
50. T.U. per la finanza locale, cit., art. 2.
51. R.D.L. 26 settembre 1935, n. 1946.
52. Con il riordino del 1935 i compiti dei Consorzi vennero individuati nel coordi-
namento e indirizzo di tutte le iniziative riguardanti listruzione tecnico-professionale
realizzate dalle scuole libere in rapporto ai bisogni delleconomia locale, da esplicarsi,
oltre che attraverso il supporto finanziario alle scuole esistenti e la facolt di creare nuovi
istituti e di sopprimere o fondere gli esistenti, mediante la sorveglianza amministrativa,
disciplinare e didattica delle scuole. Nei riguardi della scuola pubblica la loro funzione
era pi che altro consultiva.
53. I Consorzi traevano i loro finanziamenti dai contributi obbligatori del Consiglio
provinciale delleconomia corporativa e da unaliquota derivante dal gettito
dellassicurazione contro la disoccupazione, nonch dai contributi facoltativi di Comuni,
Province ed enti privati.

122
funzionamento dei consorzi, in molti casi, non avesse corrisposto alle finalit
della legge e alle esigenze dellistruzione tecnica, segnalando per lottimo la-
voro svolto in una manciata di citt, fra cui Torino
54
.
Il consorzio torinese si distinse infatti sin dalla sua costituzione per
lattivismo e la capacit organizzativa, infittendo una vasta rete di collaborazione
con gli enti locali, le scuole, le organizzazioni fasciste e i principali istituti di
credito. La presidenza, sino al 1935, fu detenuta dallingegner Ugo Fano, diretto-
re della Nebiolo e presidente dellAMMA, cui succedette Alfredo Laezza. Il nu-
trito consiglio damministrazione annoverava come vicepresidente Oreste Calde-
ra, in rappresentanza delle industrie Fiat, e nomi del calibro di Alfredo Porino,
direttore delle Scuole officine serali e del patronato per listruzione professionale
Pro Labore et Schola; nonch tre su cinque direttori dei regi istituti tecnici
piemontesi e una folta schiera di notabilato locale, ad assicurare la sinergia col
mondo dellimprenditoria, della finanza e della stampa cittadina, nonch con la
vasta organizzazione socio-assistenziale messa in piedi dal Pnf
55
.
Lazione del Consorzio torinese si esplet principalmente in un vasta azione
di vigilanza sulle scuole libere e nellistituzione di corsi per maestranze e per di-
soccupati, nonch nella fondazione, nel 1933, di una scuola di fotografia e ottica,
la Teofilo Rossi di Montelera, che conflu in seguito nel Vigliardi Paravia.
La generosit dei finanziatori (Comune, unioni sindacali, Cassa di risparmio
di Torino e Istituto San Paolo in primis) consent al Consorzio, dopo una prima
fase di incertezza, la possibilit di unazione piuttosto vasta, che si esplic in
massima parte nella concessione di contributi alle scuole per necessit logistiche
e didattiche. Il Consorzio decise invece di rinunciare alla facolt, attribuitagli per
legge, di far convergere su di s le oblazioni private per le scuole libere, preoc-
cupato che una tale decisione influisse sullentit delle donazioni: scelta questa
fatta propria anche da altri Consorzi, come quello di Cuneo, che disponevano pe-
raltro di ben minori entrate
56
. Tale decisione andava, con ogni probabilit, a tutto
vantaggio delle scuole cattoliche, le quali, analogamente a quanto succedeva nel
settore della beneficenza, traevano la maggior parte delle loro entrate da sussidi
privati.
Tra le scuole che destavano maggiore preoccupazione e furono oggetto di
misure specifiche da parte dei consorzi (in particolare a Torino e Vercelli) spic-
cavano quelle di taglio. Il proliferare di queste scuole, spesso dalla vita effimera
e gestite da persone di scarsa competenza, aveva dato vita alla diffusione di di-
plomifici dal valore legale e professionale nullo, che trovavano facile credito

54. Ministero delleducazione nazionale, Listruzione tecnica commerciale, Roma,
Fr.lli Palombi, 1942, p. 132.
55. Consorzio provinciale obbligatorio per listruzione tecnica (Torino), Listruzione
tecnica e professionale nella citt e nella provincia di Torino. Anno 1931, Torino, Para-
via, 1932; Idem, Relazione sullattivit svolta nel quinquennio 1931-1935, Torino, Tip.
Panelli, 1936 e Relazione sullattivit svolta nel quinquennio 1936-1940, Torino, Tip.
Rattero, 1942.
56. Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Cuneo), Relazione sullattivit
svolta nel quinquennio 1929-1933, cit.

123
nelle masse, specie di giovani donne e uomini che, attratti dal miraggio di un
breve sforzo per conseguire unarte, non sono in grado di valutare la misura ef-
fettiva del beneficio
57
. Per queste scuole, nel capoluogo venne tra laltro creata
unapposita commissione per il rilascio delle idoneit.
Per quanto riguarda listituzione di corsi per maestranze, essa si inseriva nel
boom che tali iniziative avevano avuto sul territorio piemontese, e nel capoluogo
in particolare, a partire dalla fine degli anni Venti, in relazione soprattutto alla
crescente disoccupazione che colp in primo luogo i settori agricolo, tessile e
edilizio, non risparmiando quello metalmeccanico, con leccezione parziale
della Fiat, la quale ridusse comunque di diverse migliaia di unit il suo organico
gi nel triennio 1927-1930
58
. Gli effetti della crisi ridisegnarono i contorni
dellistruzione professionale: mentre i percorsi scolastici tradizionali offerti dalle
scuole (gi afflitte in passato da una costante mortalit, dovuta in massima parte
allabbandono degli allievi pi poveri in seguito ad avvenuta collocazione lavo-
rativa) videro diminuire le iscrizioni, specie se legati ai settori pi colpiti dalla
crisi
59
, i corsi per maestranze, in buona parte serali, istituiti per lo pi dalle scuo-
le stesse, registrarono al contrario unulteriore moltiplicazione degli iscritti. Le
scuole di pi antica tradizione e migliore reputazione si trovarono in alcuni casi
a dover investire in strutture per far fronte alla domanda crescente: il caso delle
Scuole San Carlo, che tra il 1928 e il 1930 procedettero a una politica di am-
pliamento delle sedi
60
.
Gli effetti drammatici della crisi indussero inoltre le autorit locali a istituire
appositi corsi per operai disoccupati: a Torino essi furono inaugurati nel 1927
per iniziativa del direttore dellInfps Gino Bernab-Silorata, in collaborazione
con il Pro Labore et Schola
61
e con il Consorzio per listruzione tecnica (il

57. Consorzio provinciale obbligatorio per listruzione tecnica (Torino), Relazione
sullattivit svolta nel quinquennio 1936-1940, cit., p. 81.
58. Castronovo, Il Piemonte, cit.
59. Ne un esempio lIstituto professionale edile torinese, che tra il 1930 e il 1933
vide sensibilmente diminuire i suoi iscritti, in seguito alle conseguenze del ristagno e-
conomico generale che misero in forse lesistenza stessa della scuola. LIstituto edile
decise dunque di convertire parte delle sue attivit ai corsi per maestranze disoccupate,
accedendo cos ai fondi che lInfps stanziava a tale scopo (G. Astrua, LIstituto profes-
sionale edile torinese, in LInformazione industriale, 30 giugno1933, n. 26, p. 17).
60. P.L. Bassignana, Tempi moderni. Le Scuole San Carlo dal taylorismo
allinformatica, in Scuole di industria a Torino. Cento e cinquanta anni delle Scuole
tecniche San Carlo, a cura di D. Robotti, Torino, Centro studi piemontesi, 1998, pp. 193-
230.
61. Listituto Pro Labore et Schola, sorto nel 1922, subentr alla fine degli anni
Venti al patronato per gli alunni delle scuole serali. Allassistenza fornita da
questultimo agli allievi (dalla fornitura di libri, alle tessere tramviarie, ai premi per gli
alunni poveri pi meritevoli), affianc unopera di propaganda al regime, favorendone
liscrizione alla Giovent italiana del Littorio attraverso il pagamento delliscrizione, la
concessione di divise ecc. e realizzando attivit quali i viaggi premio sui campi sacri
alla Patria. Cfr. Regio Provveditorato agli studi di Torino, Listruzione tecnico-

124
quale, nel 1931, inaugur anche tre propri corsi diurni). I corsi dellInfps, ospita-
ti inizialmente presso le Scuole officine serali e poi diffusi in altre scuole profes-
sionali, registrarono tra il 1927 e il 1933 ben 4.500 iscritti
62
.
A partire dal 1934 il Piemonte fu interessato da una forte ripresa economica.
Fecero da volano lintroduzione delle 40 ore e lespansione dei settori legati alla
domanda pubblica, in primo luogo il metalmeccanico (fattore che determin
unulteriore espansione della grande industria e del suo indotto) e ledilizia, a
scapito di ambiti tradizionali come il tessile, gi fortemente ridimensionato dalla
crisi
63
. La specializzazione produttiva segn fortemente Torino, ma anche altre
province furono al centro di unespansione industriale che ridisegn le citt: ne
segno lespansione delledilizia scolastica ad Asti nel corso degli anni Trenta,
decentrata nei quartieri popolari dove le industrie attiravano sempre pi la popo-
lazione
64
. Uno sviluppo, questo, in contraddizione con la politica ruralista del
regime, che mir ad arginare lesodo dalle campagne (costante nonostante le di-
sposizioni antiurbanesimo) anche attraverso una politica ad hoc per le scuole ru-
rali
65
.
I cambiamenti nel tessuto industriale, con cui lapprendistato non riusciva pi
a stare al passo, e il conseguente bisogno di operai specializzati, determinarono
una richiesta costante di formazione e riqualificazione della manodopera, che se-
condo le classi industriali andava risolta attraverso il ripensamento
dellistruzione professionale in senso fortemente pratico e lespansione ulteriore
dei corsi per maestranze
66
. Difficile effettuare una stima dellaffluenza a tali cor-

professionale nella provincia di Torino-Seconda giornata della tecnica 4 maggio 1941,
Torino, Tip. Rattero, 1941, pp. 269-270.
62. G. Bernab-Silorata, Assistenza ai senza lavoro, in Scuole officine serali, nu-
mero unico, Torino, s.n., luglio 1933, pp. 6-7 in ASCTO, MI, cart. 406, 1933. Le Scuole
officine serali conobbero in quegli anni nuovo splendore, in seguito allassunzione della
presidenza da parte di Gino Olivetti nel 1929, che condusse in porto lammodernamento
della sede di via Bidone. A partire dallanno scolastico 1931-1932, su iniziativa
dellAssociazione dei carrozzieri, la scuola ospit un frequentata Scuola di carrozzeria,
in competizione interessata con lunico altro corso cittadino, quello della Fiat (che in
realt forniva parte dei tecnici insegnanti). Cfr. La nuova sede della Scuola officine
serali in LInformazione industriale, 10 febbraio 1933, n. 6, p. 4.
63. Castronovo, Il Piemonte, cit., pp. 500 ss.; sui mutamenti socio-economici del ca-
poluogo in rapporto allespansione dellistruzione professionale, S. Musso, Industria e
lavoro a Torino nel Novecento, in Scuole di industria a Torino, cit.
64. E. Angelino, Ledilizia scolastica pubblica astigiana. Cronologia, in La ricerca
della rete delle scuole polo di storia sulla storia della scuola, Asti, s.e., ottobre 2002, in
http://www.bibliolab.it/materiali_dida/edo_ottobre.htm. Sullo sviluppo dellistruzione
professionale ad Asti durante il fascismo, si veda anche L. Lajolo, La scuola astigiana
dal dopoguerra agli anni Settanta come specchio della societ, Asti, s.e., [2005], dispo-
nibile in http://www.davidelajolo.it/saggi.php?id=47.
65. Q. Piccioni, La scuola rurale e lopera del fascismo per la ruralizzazione, Roma,
Armani, 1941.
66. S. Musso, La gestione della forza lavoro sotto il fascismo. Realizzazione e con-
trattazione collettiva nellindustria metallurgica torinese (1910-1940), Milano, Franco-
Angeli, 1987, pp. 124 ss.

125
si per il territorio piemontese in assenza di dati certi, ma lecito ritenere si trattas-
se di cifre molte alte: ne un esempio il fatto che nella sola provincia di Torino,
nel 1930, la popolazione scolastica afferente venne stimata sulle 30.000 unit
67
.
Non fu per solo il settore industriale a essere interessato dalla propaganda a
favore della formazione professionale: lespansione dei servizi e le esigenze le-
gate alla politica autarchica portarono a richieste di specializzazione anche nel
settore commerciale; mentre la propaganda agraria del regime, dopo la soppres-
sione delle cattedre ambulanti di agricoltura, punt anchessa su brevi corsi pro-
fessionalizzanti miranti a rinsaldare i legami delle giovani generazioni con il ter-
ritorio. Le organizzazioni fasciste fecero cos a gara per tutti gli anni Trenta, e in
particolare nella seconda met, a istituire corsi di avviamento professionale per
le pi svariate specializzazioni, rispondendo a bisogni reali o presunti
delleconomia locale: a Cuneo, ad esempio, il Consorzio per listruzione tecnica
istitu sin dal 1931 corsi per la lavorazione artistica del cuoio e del metallo, ai
fini di una vagheggiata rinascita artigiana del circondario, che spinse anche
allipotesi (mai realizzata) di creare cattedre ambulanti per lartigianato sulla
scorta dellesperienza agraria
68
; ad Asti, Vercelli e nella provincia di Torino si
moltiplicarono invece i corsi di formazione agricola finanziati dai consorzi per
listruzione tecnica e dagli Ispettorati provinciali per lagricoltura
69
. lecito in-
terrogarsi sulleffettiva rispondenza di questi corsi alle aspettative degli scolari e
delle loro famiglie: a Vercelli gi nel 1930 la Scuola Borgogna , una delle
scuole di pi antica tradizione della citt, aveva deciso di sopprimere la sezione
di agraria inaugurata solo cinque anni prima, dato lesiguo numero di partecipanti
70
.
Un settore a parte rappresentato dai corsi di economia domestica e puericol-
tura e dai corsi di professionalizzazione per addette ai servizi socio-assistenziali
(visitatrici fasciste, personale addetto alle colonie infantili), questi ultimi in par-
ticolare monopolio del partito e delle organizzazioni a esso collegate, che co-
nobbero unespansione notevole negli anni Trenta
71
. Il regime non innov

67. Ibidem.
68. Regio Provveditorato agli studi di Cuneo, Listruzione tecnico-professionale nel-
la provincia di Cuneo, Borgo S. Dalmazzo, Istituto grafico Bertello, 1941.
69. Regio Provveditorato agli studi di Asti, Listruzione tecnico-professionale nella
provincia di Asti, cit.; Regio Provveditorato agli studi di Vercelli, Listruzione tecnico-
professionale nella provincia di Vercelli, cit.; Consorzio provinciale obbligatorio per
listruzione tecnica (Torino), Relazione sullattivit svolta nel quinquennio 1931-1935, cit.
70. A. Cesare, P. Carpo, La scuola professionale Geom. F. Borgogna e Vercelli:
storia di una scuola e di una citt, Vercelli, Offset, 2005.
71. Nel 1933 lEnte opere assistenziali della Federazione torinese fu il primo ad or-
ganizzare corsi di addestramento per il personale delle colonie, con la collaborazione di
nomi noti della medicina sociale (per un approfondimento di tali temi mi permetto di ri-
mandare a S. Inaudi, A tutti indistintamente. LEnte opere assistenziali nel periodo fasci-
sta, Bologna, Clueb, 2008). La crescente richiesta di professionalizzazione degli operato-
ri socio-sanitari coinvolse anche gli enti cattolici: nel 1936, ad esempio, sorse presso la
Piccola casa della divina provvidenza (meglio nota come Cottolengo), in adeguamento
alle riforme legislative del settore, una scuola professionale per personale religioso ad-
detto allassistenza malati.

126
listruzione professionale femminile, dando la precedenza a mestieri tradizionali
di cura e magistero e trascurando pressoch completamente la formazione e la
riqualificazione delle operaie, alle quali erano destinati al massimo corsi di pre-
parazione domestica al fine di colmare le lacune che una vita fuori casa com-
portava
72
. Negli anni Trenta venne infatti sviluppandosi il concetto di prepara-
zione scientifica della donna, atta a trasformarla in sposa e madre esemplare
73
.
Accanto ai corsi di lavori femminili, presenti pressoch in tutte le scuole libere
riservate alle donne (allinsegnamento dei quali provvedevano anche le apposite
Regie scuole di magistero professionale), si moltiplicarono i Centri di prepara-
zione domestica gratuiti affidati alla Giovent italiana del Littorio: a Torino, nel
1936, venne anche creata unapposita Casa delleconomia domestica al fine di
risolvere quello che era definito il problema morale e tecnico della formazione
della massaia
74
.
Nella propaganda a favore dellistruzione professionale trov ampio spazio il
tema dellorientamento, che conobbe un significativo sviluppo negli anni Trenta
quale antidoto alla crisi economica. A partire dal 1928, allinterno del laborato-
rio di psicotecnica dellIstituto Fossati per lorganizzazione del lavoro, venne-
ro istituiti corsi di orientamento professionale permanenti per educatori; nel
1931 venne inoltre organizzato un servizio di orientamento professionale per
studenti presso il R. Istituto industriale di Torino (esteso anche gli operai che fa-
cevano richiesta di iscrizione ai corsi professionali), che a partire dal 1937 fu di-
retto dalla psicologa Angiola Costa in stretta collaborazione con lIstituto di psi-
cologia sperimentale
75
. Corsi di orientamento professionale erano stati organiz-
zati da docenti torinesi nella seconda met degli anni Venti anche allIstituto
Omar di Novara, su richiesta dellIng. Gatti.
Secondo Gino Olivetti, esponente dellassociazionismo industriale torinese
chiamato a inaugurare il corso per educatori nel 1934, il ruolo dellorientamento
professionale era fondamentale nel quadro della produzione, al fine di contempe-
rare le esigenze individuali nelleconomia sociale dello Stato corporativo fasci-
sta:


72. A tale riguardo, cos si esprimeva il Ministero a proposito delle scuole di avvia-
mento femminili: esse non [sono] di assoluto orientamento come le maschili, perch
solo in via subordinata preparano al lavoro professionale. [] Mentre la scuola maschile
davviamento si differenzia profondamente dalla scuola successiva di tirocinio, tale dif-
ferenza molto meno forte tra la scuola femminile davviamento e quella professionale
che ne il proseguimento perch comune ne la finalit; raccomandando, tra laltro,
che le esercitazioni didattiche nelle scuole femminili fossero strettamente informate alle
finalit di governo domestico e di tirocinio professionale ad evitare che la scuola devii
verso forme di cultura media e a lei totalmente estranee. MEN, Istruzione industriale,
cit., pp. 76 e 77.
73. E. Tamagno, Istruzione professionale, in Torino tra le due guerre, Torino, Citt
di Torino, 1978, pp. 65-83.
74. I Centri di preparazione domestica, in Torino, aprile 1941, n. 4, pp. 39-40 (39)
e La casa delleconomia domestica, in Torino, dicembre 1936, n. 12, pp. 49-50.
75. Grandinetti, LIstituto tecnico industriale Amedeo Avogadro , cit.

127
Con una visione cos larga e con una selezione dei valori individuali le diverse categorie
di prestatori dopera saranno formate di elementi preparati e vagliati con metodi scienti-
fici per cui non saranno n lavoratori impreparati n inutili. [] Cos lorientamento de-
ve essere ugualmente lontano dallillusione che la libera scelta possa condurre i giovani
verso la carriera migliore e dal mito bolscevico della suddivisione coatta degli individui
secondo le esigenze della produzione, senza preoccuparsi dei valori individuali
76
.

Lo stesso Olivetti non mancava per, nella medesima occasione, di sollecita-
re la frequenza del corso da parte dei maestri rurali, al fine di sviluppare metodi
atti ad affezionare alla terra i giovani delle campagne
77
.
Negli anni Trenta il mito dellorientamento professionale quale presupposto
scientifico per la razionalizzazione del mercato, al fine di assegnare a ogni elet-
trone della nazione il suo giusto posto, venne fatto proprio dalle organizzazioni
fasciste: i sindacati dellindustria di Torino organizzarono nel 1936 un Gabinetto
di psicotecnica allinterno del proprio Centro studi del lavoro, in collaborazione
con docenti universitari
78
. La stessa federazione torinese del Pnf inaugur a par-
tire dal 1937 corsi serali di orientamento professionale e riqualificazione in citt
e in provincia, frequentati da un numero sempre crescente di persone, di cui
stando alle cifre riportate dal partito un buon 40% era rappresentato da uomini
tra i 22 e i 45 anni, segno di come lesigenza di aggiornamento fosse ormai di-
venuta pressante per i lavoratori non specializzati
79
.
Con il R.D. 21 giugno 1938, n. 1380 il settore dei corsi per maestranze fu
nuovamente riordinato, affidandone lorganizzazione ai sindacati fascisti sotto la
vigilanza del ministero. Il maggiore risultato di tale decreto fu listituzione da
parte delle Confederazioni di due enti, lIstituto nazionale fascista per
laddestramento e il perfezionamento dei lavoratori industriali (Infapli) e lEnte
nazionale fascista per laddestramento dei lavoratori del commercio (Enfalc),
sotto il cui controllo e gestione i corsi per maestranze avrebbero dovuto accre-
scere la capacit tecnica e produttiva dei lavoratori in funzione delleconomia
nazionale
80
. Con questo decreto il regime si sforzava di adeguare una volta di pi
la formazione professionale alle richieste delle classi imprenditoriali, con la con-
seguenza (estremizzazione di un processo gi sviluppatosi nel corso degli anni
Trenta) di allontanare questi corsi dallistruzione professionale vera e propria e
di farli degenerare nelladdestramento professionale, i cui costi, come stato no-
tato, furono cos progressivamente trasferiti dalle industrie private ai bilanci
pubblici
81
.

76 Linaugurazione del IV corso di orientamento professionale per educatori, in
LInformazione industriale, 2 marzo 1934, n. 9, p. 4.
77. Ibidem.
78. A. Venturi, I sindacati dellindustria, in Torino, novembre 1936, n. 11, pp. 25-26.
79. Nel 1939 i frequentanti erano saliti a 1512. Cfr. Regio Provveditorato agli studi di
Torino, Listruzione tecnico-professionale nella provincia di Torino, cit.
80. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit.
81. Cereja, Listruzione professionale e industriale nel periodo fascista, cit. Cereja
ricollega a tale motivazione il fatto che la stessa Fiat, nel 1933, decise di chiudere i pro-
pri corsi interni destinati agli operai: anche se non escluso che alla base di tale decisio-

128
La creazione dellEnfalc avrebbe dovuto essere dimpulso allespansione del
terziario, in particolare nel capoluogo, dato il ruolo che Torino riteneva di poter
giocare come centro turistico e capitale della moda in concorrenza con Parigi. In
Piemonte listruzione commerciale aveva conosciuto un certo grado di sviluppo:
al 1942 erano presenti sul territorio piemontese 30 scuole di avviamento profes-
sionale a indirizzo commerciale (di cui 2 a indirizzo alberghiero), 5 scuole tecni-
che commerciali e 14 istituti tecnico-commerciali la maggior parte dei quali,
per, per geometri, specializzazione che trovava la massima diffusione in parti-
colare nella provincia di Alessandria
82
oltre a svariati corsi di avviamento pro-
fessionale
83
. Come in gran parte dItalia, tuttavia, la preparazione commerciale
era stata sino alla met degli anni Trenta prevalentemente concentrata sul ramo
impiegatizio, e le poche specializzazioni esistenti, come quella per impiegati del
tessile concessa dal ministero al R. Istituto commerciale a indirizzo mercantile
E. Bona di Biella, vertevano anchesse essenzialmente su tale tipo di forma-
zione
84
. La formazione delle altre categorie commerciali era quindi stata per lo
pi affidata a scuole sorte dalliniziativa delle singole categorie. A pochi anni
dalla sua istituzione, lazione dellEnfalc (come quella dellEnte nazionale della
moda con cui esso collaborava), nonostante la creazione di una grandiosa scuola
completa delle pi moderne attrezzature e listituzione di corsi particolari (come
quelli per indossatrici, o per figurinisti)
85
, veniva peraltro giudicata piuttosto ne-
gativamente dalle categorie commerciali e artigiane torinesi che ne criticavano la
debolezza e il burocratismo, ritenuto limitante
86
.
Il passaggio di competenze ai sindacati e agli organismi da loro creati ridusse
infatti una volta di pi lautonomia didattica delle scuole professionali, come
emerge ad esempio dagli atti del Convegno dellistruzione tecnica industriale
svoltosi a Torino nelle giornate del 7 e 8 maggio 1940. In risposta alla prolusio-
ne del presidente dellInfapli, Ugo Clavenzani, alcuni docenti si fecero portavo-
ce, pur nella forma circospetta tipica dellepoca, della preoccupazione che
lorganizzazione dei corsi contrastasse in molti casi con lorganizzazione am-
ministrativa delle scuole, ma soprattutto del dubbio, assai pi concreto, che nei
corsi dellInfapli si limitasse la preparazione alle sole esercitazioni dofficina,

ne ci fosse in parte la necessit di diminuire le spese negli anni pi duri della crisi eco-
nomica.
82. Regio Provveditorato agli studi di Alessandria, Listruzione tecnico-professionale
nella provincia di Alessandria, cit.
83. Ministero delleducazione nazionale, Listruzione tecnica commerciale, cit.
84. A partire dal 1937, su iniziativa del ministero, nellistituto Q. Sella di Torino
venne introdotto il primo corso di arte del vendere del Piemonte.
85. La scuola dellEnfalc a Torino, in Torino, aprile 1941, n. 4, pp. 6-9.
86. ASTO, Prefettura, Gabinetto, I versamento, b. 425, Rapporto riservato del segre-
tario federale Franco Ferretti, a Augusto Venturi, vicesegretario del PNF, 8 gennaio
1942 e lettera della segreteria provinciale di Torino della Federazione nazionale degli
artigiani al prefetto, 30 giugno 1945.

129
trascurando nella formazione delloperaio la formazione delluomo nel suo com-
plesso
87
.
Lingerenza del regime nellautonomia delle scuole, sia pubbliche che priva-
te, era divenuta sempre pi pressante nel corso degli anni Trenta. Sebbene il
mantenimento, nelle riforme del 1931-32, dellassetto delle maggior parte delle
scuole professionali come organi con personalit giuridica e autonomia ammini-
strativa dovesse tutelare un certo grado di libert organizzativa e didattica, la po-
litica fascista entr sempre pi spesso nella vita delle scuole, stravolgendone le
attivit. Nel corso degli anni Trenta, linfiltrazione di elementi legati al partito
fascista nei consigli di amministrazione delle scuole divenne la norma, dietro
pressione del ministero
88
. Molte scuole dovettero poi subire la sorte della gi ri-
cordata Scuola Borgogna di Vercelli, la cui amministrazione venne costretta
alle dimissioni nel 1929, sostituita da un commissariamento durato 17 anni
89
; o
della Scuola popolare Archimede di Torino, fondata nel 1878 dallomonima
societ di mutuo soccorso, il cui commissariamento, accompagnato
dallepurazione del corpo insegnante ritenuto pericolosamente a base liberal-
democratica, port a un completo stravolgimento della natura e dei fini che ne
determin un inarrestabile declino
90
.
Del resto, senza arrivare a soluzioni estreme come il commissariamento, la
dipendenza dal parere dei consorzi per listruzione tecnica per la concessione di
sussidi, spesso vitali per la sopravvivenza delle scuole libere minori, bastava a
rendere queste ultime particolarmente vulnerabili ai voleri del regime.
Il minore o maggiore risalto dato alla propaganda fascista poteva altres in-
fluire sulla sopravvivenza o meno delle scuole stesse. Quando, nel passaggio che
condusse alla fusione delle scuole complementari, le autorit scolastiche si tro-
varono a decidere del mantenimento o meno di determinati istituti, la direzione
della Scuola complementare Regina Elena di Borgo S. Paolo in Torino (un a-
vamposto del movimento operaio e socialista in et liberale) sottoline in una

87. Ministero delleducazione nazionale, Direzione generale dellordine superiore
tecnico, Convegno dellistruzione tecnica industriale. Torino, 7-8 maggio 1940, Roma,
Fr.lli Palombi, [1940].
88. Raccomandava il ministro delleducazione Ercole ai prefetti nel 1934, in occasio-
ne della ricostituzione dei consigli di amministrazione delle scuole e degli istituti di i-
struzione tecnica: Pur convinto che loro Eccellenze gi sentano i Segretari Federali del
Pnf prima di inviarmi le loro proposte ritengo comunque opportuno di informare le loro
Eccellenze che tale procedura anche mio desiderio che sia particolarmente seguita nei
riguardi di tali designazioni, considerando la grande importanza che il Partito, daccordo
con me, annette alla Scuola italiana di ogni ordine e grado e la necessit quindi che tutti
coloro che vi operano abbiano con la competenza il requisito della loro non discutibile
fede fascista. Il documento, datato 20 gennaio 1934, contenuto in ASTO, SR, Prefet-
tura, Gabinetto, I versamento, b. 421.
89. Cesare, Carpo, La scuola professionale Geom. F. Borgogna e Vercelli, cit.
90. La vicenda della Scuola Archimede ricostruibile dalle carte contenute in A-
STO, SR, Prefettura, Gabinetto, I versamento, b. 425. La citazione presente in Ivi, Re-
lazione del commissario prefettizio della scuola Angelo Milia al prefetto del Comune di
Torino, 15 settembre 1936, p. 2.

130
lettera come la presenza di tale scuola nel quartiere fosse indispensabile se si
pensa quale sia stata la mentalit degli abitanti del Borgo, e quanto bene abbia
fatto e faccia la Scuola media, perch accogliendo giovani e giovanette fra i 10 e
i 15 anni, li prepara sicuramente ad essere degni del nuovo governo e della nuo-
va Italia. Un appunto a matita di qualche zelante burocrate cittadino segnalava
che le bambine sono tutte piccole italiane, proponendo di sopprimere qualche
altra scuola
91
.
Un altro attacco allautonomia delle scuole fu la creazione, con il R.D.L. 3
giugno 1938, n. 928, dellEnte nazionale per linsegnamento medio (Enim
92
),
che di fatto sottrasse il controllo delle scuole libere tecnico-professionali ai Con-
sorzi provinciali per listruzione tecnica, la cui azione fu inoltre menomata dal
gi ricordato decreto sul riordino dei corsi per maestranze. La costituzione
dellEnim, guardata con sospetto anche dalle autorit ecclesiastiche, rappresent
un ulteriore passo avanti nel processo di totalitarizzazione della scuola operata
dal fascismo, che di l a poco avrebbe avuto il suo manifesto nella Carta della
scuola. Lassociazione allEnim, al quale furono affidati la vigilanza e lo svilup-
po delle scuole private di ogni ordine e grado, fu presentata dal regime come un
dovere politico, garanzia della rispondenza delle istituzioni formative private ai
valori dello Stato fascista, e venne caldeggiata dal ministero anche per le scuole
pubbliche
93
. La mancata associazione poteva rivelarsi pericolosa per le scuole,
come sottolineava una lettera di uninformatrice al Comune di Torino, il quale
aveva proceduto alla richiesta di associazione di tutte le scuole di avviamento
professionale sotto la sua gestione tranne la Scuola Clotilde di Savoia (pareg-
giata dal 1926), la cui direzione non si era dichiarata favorevole:

Ho parlato per con altre persone informate [] e tutti mi hanno detto che tale
lespansione dellEnims [sic] da aver ormai assorbito alcuni rami dellattivit del Mini-
stero al quale riservata la giurisdizione sulle scuole Regie e neppure su tutte e, con le
nuove leggi sullEnims, anche i pareggiamenti vengono concessi dal Ministero solo at-
traverso lEnims stesso. Quindi le scuole non associate vengono a essere, per cos dire,
tagliate fuori dalla nuova organizzazione.
LIspettore Superiore di cui ho parlato nella mia lettera precedente si interessato presso
lEnte sulla situazione della Scuola Clotilde di Savoia e, dandomi lappunto che le uni-
sco, mi ha confermato che non esiste pratica di pareggiamento per la nostra scuola e che
questo non pu assolutamente avvenire se la scuola non associata allEnte stesso.

91. ASCTO, AF, cart. 444, f. 27, Scuole complementari-Disposizioni diverse, 1928,
Lettera della direzione della R. Scuola complementare Regina Elena, senza destinata-
rio, s.d. Listituto venne mantenuto in vita, subendo tutte le trasformazioni legislative del
caso.
92. Dal 1942 denominato Enims, Ente nazionale per linsegnamento medio e superio-
re (L. 19 gennaio 1942, n. 86).
93. Charnitzky, Fascismo e scuola, cit. Lassociazione allEnim, a pagamento, costi-
tuiva un esborso per le scuole private, costrette non solo a versare la tassa associativa,
ma a comprare anche i materiali (pagelle ecc.) di cui dovevano dotarsi per rendersi con-
formi alle direttive dellente.

131
LAssociazione si render anche necessaria se si vorr fruire delle modificazioni e dei
miglioramenti che la Carta della Scuola porter alle Scuole Professionali
94
.

La perdita del pareggiamento, e quindi del valore legale del diploma rilascia-
to, avrebbe infatti messo in forse lesistenza stessa della scuola, dal momento
che il Comune registrava una tendenza costante delle famiglie a iscrivere i figli
nelle scuole che davano tale garanzia, quale migliore investimento per il futuro.


Una generazione al lavoro. La riforma Bottai (1939-1943)

La Carta della scuola presentata da Giuseppe Bottai nel gennaio 1939 avreb-
be dovuto rappresentare lestremo ribaltamento dellideale gentiliano di scuola e
la trasformazione di questultima secondo i dettami del corporativismo fascista.
Non questa la sede per procedere a unanalisi analitica della riforma, la quale,
com noto, a causa dei sopravvenuti avvenimenti bellici non riusc ad attuarsi,
se non per quanto concerne la legislazione sulla scuola media
95
. Alcune speri-
mentazioni in merito ai principi della Carta, in particolare per quanto riguarda la
cosiddetta scuola del lavoro (ovvero lintroduzione del lavoro come disciplina
a partire dalla quarta elementare), vennero per attuati, dovendo costituire un ul-
teriore passo verso quella sintesi tra scuola e mondo professionale perseguita in
nome di unetica fortemente produttivistica
96
. Negli stessi anni fu compiuta
unaccurata opera propagandistica atta a pubblicizzare lattivit delle scuole pro-
fessionali attraverso manifestazioni come la Giornata della tecnica, che anche
nelle province piemontesi si svolse mediante lapertura al grande pubblico degli
istituti nei giorni festivi, lallestimento di mostre (particolarmente grandiosa
quella allestita a Torino nel 1941), e la realizzazione di pubblicazioni specifiche.
Lobiettivo era favorire la conoscenza di tali scuole e vincere i pregiudizi contro
di esse anche nelle classi pi elevate della borghesia, in un contesto riformistico
che per, se attuato, avrebbe in realt ancora maggiormente sfavorito la mobilit
sociale legando gli studenti ai propri contesti di origine
97
.
Lintroduzione del lavoro nelle scuole elementari, medie e superiori di ogni
ordine, avrebbe dovuto portare, nelle intenzioni del ministero, alla creazione di
una comunit di lavoro nelle scuole, nelle quali gli studenti, divisi in squadre e
affidati a tecnici qualificati, avrebbero potuto sperimentare una serie di mansioni
rigorosamente distinte dal punto di vista di genere e completare il loro avvi-
cinamento alle professioni attraverso lezioni teoriche e visite alle aziende. A To-

94. ASCTO, AF, Cart. 501, f. 23, Enim, 1939, Lettera di Serafina Cottini Argan a de-
stinatario ignoto, 12 aprile 1939. Si veda anche, a tale proposito, ivi, la relazione al vice
podest comm. Scozzarella sullEnte Nazionale dellinsegnamento medio della Divisio-
ne VII-Istruzione e Belle Arti, 25 aprile 1939.
95. Per un approfondimento si rimanda a Charnitzky, Fascismo e scuola, cit.
96. Il lavoro produttivo nella Carta della scuola, Messina, DAnna, 1940.
97. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit. La riforma prevedeva
infatti una netta differenziazione tra le scuole rurali e le scuole artigiane destinate ai
centri cittadini.

132
rino lazione del provveditore agli studi diede origine a un piano abbastanza or-
ganico, che comprese esercitazioni che variavano dalla meccanica alla legatoria
allapprendimento di piccoli lavori artigianali, grazie alla collaborazione con le
scuole professionali che misero in molti casi a disposizione attrezzature e com-
petenze
98
; nei Comuni pi piccoli, invece, limprovvisazione e i problemi logi-
stici regnarono sovrani, come si evince dalle relazioni dei presidi delle scuole,
pubbliche e private. La maggior parte degli esperimenti si limit ai cosiddetti
lavori femminili di cucito e maglia e a piccoli lavori di falegnameria o alla
coltivazione di orticelli nelle scuole rurali. Le difficolt non risiedevano tanto
nella scarsa volont delle scuole, ma nella mancanza di attrezzature, dato che,
come sottolineava il preside di una scuola media, non certo con due banchi da
falegname messi in fondo a un corridoio che si possa utilmente intrattenere una
classe di trenta alunni
99
. Del resto, molte scuole dei centri minori erano dotate a
malapena delle attrezzature base per svolgere le lezioni ordinarie: endemica era
considerata, per fare un esempio, la povert delle scuole, in particolare quelle di
avviamento professionale, di centri come Ivrea e Bardonecchia. La guerra e la
penuria di materie prime resero ancora pi ardue le sperimentazioni: in molti ca-
si gli allievi riuscirono a esercitarsi solo grazie ai sacrifici dei familiari, che for-
nivano tessuti e attrezzi di seconda mano alle scuole, o grazie allingegno degli
scolari stessi che si procuravano con mezzi di fortuna (leggi: dai rifiuti) il ma-
teriale: la qual cosa, rilevava il Provveditore con involontaria ironia, se []
contribuisce alla formazione di una coscienza autarchica e rende pi efficace la
lotta contro gli sprechi [] presenta per vari inconvenienti igienici di non tra-
scurabile entit
100
.
Un altro problema era rappresentato dalla difficolt di reperire tecnici dispo-
nibili ad insegnare nelle scuole inferiori a causa delle modeste retribuzioni previ-
ste per tali figure dal ministero, che non permettevano facilmente di assumere
operai provetti distogliendoli dalle loro normali occupazioni, dato che anche un
modesto operaio dellindustria privata oggi molto ricercato e molto meglio
retribuito data la scarsit di manodopera
101
; il dedicarsi allinsegnamento anche
per sole due ore alla settimana (tanto stabilivano le tabelle ministeriali) avrebbe
quindi costituito un danno economico per i lavoratori esperti. In molti casi le
scuole riuscivano ad aggiudicarsi nel migliore dei casi, modestissimi operai,
che conoscono praticamente la tecnica del loro mestiere e la sanno insegnare fa-

98. ASTO, SC, Provveditorato agli studi di Torino, Divisione III, Relazioni finali de-
gli istituti, b. 747, 1941-1943, Relazione del Provveditorato agli studi di Torino sullo sta-
to attuale della scuola italiana in occasione della Mostra sulla Carta della scuola, cit.
99. Ivi, Relazione annuale sulle esercitazioni di lavoro del preside della R. scuola
media n. 4 al Provveditore agli studi di Torino, 3 luglio 1943.
100. Ivi, Provveditorato agli studi di Torino, Relazione generale sullanno scolastico
1941-1942-XX e sullinizio dellanno scolastico 1942-1943-XXI, Ordine elementare,
bozza.
101. Ivi, Relazione per lanno scolastico 1942-1943 circa lo svolgimento delle eserci-
tazioni di lavoro del direttore della R. Scuola di avviamento professionale a tipo com-
merciale C. De Ferrari di Chivasso.

133
cendo, non parlando, ad un alunno per volta, ma non sanno poi organizzare
linsegnamento in modo da impartire anche labc della teoria
102
. Per ovviare a
tali inconvenienti e procurarsi insegnanti a costo zero, i provveditorati organiz-
zarono, su sollecitazione del ministero, corsi di addestramento professionale in
cui compiti maestri elementari venivano iniziati, ad esempio, ai misteri della la-
vorazione delle brattee del granoturco
103
.
I bombardamenti e gli sfollamenti misero per fine alle sperimentazioni. Le
scuole professionali, che avevano visto di giorno in giorno diminuire i loro stu-
denti e il loro corpo insegnante gi colpiti, a partire dal 1938, dalle restrizioni
antiebraiche a vantaggio dellesercito provvidero a nascondere i laboratori e le
attrezzature superstiti nelle cantine, da cui sarebbero emersi solo alla fine della
guerra, insieme alla pesante eredit culturale lasciata dal fascismo.



102. Ivi, Relazione annuale sulle esercitazioni di lavoro del preside del R. Liceo-
Ginnasio V. Alfieri di Torino, 3 luglio 1943.
103. Corsi di lavoro, in Scuola italiana moderna, 20 novembre 1942 n. 6, s.p. Nella
provincia di Torino parteciparono circa 300 maestri elementari di scuole pubbliche e pri-
vate. Il corso citato venne organizzato a Pinerolo.


135
Il capitale umano nel secondo dopoguerra:
dalla ricostruzione al miracolo economico

Stefano Gallo





Le conseguenze della guerra

A differenza della prima guerra mondiale, quando il problema
delladdestramento degli operai per le esigenze belliche era stato affrontato dal
governo con listituzione di appositi laboratori-scuola temporanei (tramite il
D.M. 2001 dell8 dicembre 1919, emanato dal Ministero delle corporazioni, -
dora in avanti Mic)
1
, nel periodo 1939-1943 non furono presi provvedimenti
analoghi. Il ritardo nella preparazione per la guerra grav in particolar modo sul
tessuto produttivo delle regioni settentrionali, in cui erano concentrate le mag-
giori potenzialit industriali della penisola, e incise in maniera rapida e profonda
sulla quantit e la composizione della manodopera. La moltiplicazione e
lingrandimento degli impianti di produzione coinvolti nello sforzo bellico gene-
r tensioni a catena su tutti i segmenti del mercato del lavoro, gi provati dal ri-
chiamo alle armi di intere leve di maschi in et militare. Di fronte a questa situa-
zione, in cui massima era la possibilit di trovare lavoro per il civile che vantas-
se un minimo di esperienza, il quadro normativo rimase quello antebellico, se
pur modificato di recente: il governo fascista, infatti, aveva riordinato tra 1938 e
1939 lintero settore relativo ai corsi di formazione per maestranze,
allapprendistato e alle scuole professionali
2
.
Nel corso della guerra ci si limit a sistematizzare quanto fatto in precedenza,
senza apportare sostanziali modifiche. In particolare, per quel che riguarda la
formazione non condotta direttamente dallo Stato, veniva confermato con la L.
n. 86 del 19 gennaio 1942 il doppio regime adottato in precedenza: da una parte i
corsi per lavoratori promossi da enti parastatali e previsti negli accordi stipulati
tra le confederazioni imprenditoriali e operaie (primo fra tutti lInfapli
3
);
dallaltra i corsi liberi distruzione tecnica, posti sotto la vigilanza amministra-
tiva, disciplinare e didattica del Consorzio provinciale per listruzione tecnica

1. Si veda il saggio di Gian Luigi Gatti in questo stesso volume.
2. Rispettivamente con il R.D. 21 giugno 1938, n. 1380, il R.D. 21 settembre 1938, n.
1906, e il R.D. 21 settembre 1938, n. 2038 (cfr. il saggio di Silvia Inaudi in questo vo-
lume).
3. Istituto nazionale fascista per laddestramento e il perfezionamento dei lavoratori
dellindustria, istituito con il contratto collettivo di lavoro del 25 ottobre 1938; questo
ente, con il nome appena modificato in Inapli, continu a funzionare nellItalia repubbli-
cana.


136
[] previa approvazione del Ministro per leducazione nazionale
4
, ovvero in-
quadrati in unimpalcatura burocratica appena pi leggera e decentrata rispetto ai
primi. Lindustria bellica, pressata da un accresciuto bisogno di tecnici e operai
qualificati, fece dunque ricorso alle risorse formative predisposte dallo Stato
corporativo in tempo di pace. Lo sforzo di adeguamento fu tuttavia notevole,
almeno fino al crollo del fascismo, come dimostra lo sviluppo dei corsi promossi
dallInfapli (tabella 1).


Tabella 1: Numero e frequenza dei corsi Infapli (dato nazionale)

Anno 1939-40 1940-41 1941-42 1942-43 1943-44
Allievi 55.280 56.285 58.800 98.502 47.782
Corsi 1.427 1.557 1.733 2.377 1.347

Fonte: Commissione parlamentare di inchiesta sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia.
Relazioni dei gruppi di lavoro. Atti della Commissione, vol. 2, tomo 1, Roma, Camera dei Deputa-
ti, 1953, p. 56.

Un andamento analogo si poteva riscontrare anche per pi antiche e radicate
strutture formative locali, come ad esempio la Societ dincoraggiamento darti
e mestieri di Milano
5
o la Scuola festiva di commercio Maria Laetitia di Tori-
no, storico istituto cittadino rivolto allutenza femminile, dove si era registrata
unimpennata nelle iscrizioni, in gran parte dovuta alla necessit di una larga
assunzione di opera femminile negli impieghi in conseguenza della guerra
6
. La
nuova centralit sociale conferita dallevento bellico alle fabbriche, e alle
culture tecniche e professionali che le animavano
7
, di cui ha parlato Stefano
Musso, era resa evidente anche dallaumento delle persone che a quel mondo e a
quel sapere tentavano di avere accesso, almeno fino a quando restarono spazi di-
sponibili nelle officine, innesco principale per quellattrazione.
A partire dalla seconda met del 1943, infatti, da una parte la mancanza di
materie prime e le distruzioni provocate dai bombardamenti alleati, dallaltra il
crollo verticale delle istituzioni statali fasciste e le requisizioni promosse dalle
truppe tedesche, ridussero drasticamente lutilizzo del potenziale produttivo. Ci
nonostante una struttura attrezzata per la formazione professionale si poteva
alloccasione rendere lo stesso fondamentale a fini bellici, non pi per la fornitu-

4. R.D. 26 settembre 1935, n. 1946.
5. C.G. Lacaita, Lintelligenza produttiva. Imprenditori, tecnici e operai nella Socie-
t dIncoraggiamento dArti e Mestieri di Milano (1838-1988), Milano, Electa, 1990, p.
268.
6. Delibera della Giunta popolare di Torino, 20 settembre 1945, in Archivio Storico
Citt di Torino (dora in avanti ASCTO), Istruzione, 1945, b. 543, f. 1946. Corsi comm.
Festivi.
7. S. Musso, Storia del lavoro in Italia dallUnit a oggi, Venezia, Marsilio, 2002, p.
177.


137
ra di nuovi ordigni, ma per aggiustare e mantenere in buono stato le armi gi in
possesso delle forze combattenti. Poteva cos capitare che la dinamica della
guerra civile prendesse il sopravvento anche in una materia apparentemente neu-
trale e tecnica come la nostra: il direttore della Scuola tecnica di Savigliano, ad
esempio, dopo la fine della guerra venne arrestato e messo in prigione dal Co-
mitato di liberazione nazionale di Savigliano perch nel periodo successivo all8
settembre 1943, daccordo col capitano Mannelli delle brigate nere di Savigliano
ora latitante e ricercato ed agli ordini del generale della milizia Gori, aveva
impiantato nella Scuola [] una officina di riparazione di mitra per repubblichi-
ni e per tedeschi
8
. La vicenda veniva ricordata dagli insegnanti di
unimportante scuola tecnica torinese, che a liberazione avvenuta contestarono la
nomina a dirigente scolastico di Giovanni Scotto, reo di aver utilizzato le attrez-
zature dello storico istituto saviglianese per la repressione antipartigiana. La pro-
testa si fece tanto pi veemente in quanto Scotto aveva sostituito Giulio
DAmico, ex capitano dellesercito internato in Germania dopo l8 settembre
1943: il cambio di guardia, imposto dal nuovo provveditore agli studi di Torino,
era descritto dai docenti come un pessimo esempio per la scolaresca che oggi si
pone dinanzi al dilemma di dover agire nelluno o nellaltro modo nel caso de-
precabile in cui la Patria dovesse trovarsi ad un altro 8 settembre
9
.
Laccento posto sul legame tra Resistenza e scuola non deve risultare pere-
grino n casuale, perlomeno in Piemonte. Il movimento resistenziale, nelle sue
espressioni pi attente, si pose il problema della necessaria innovazione a cui
sottoporre sia la didattica che lorganizzazione scolastica, entrambe discendenti
dallelaborazione culturale gentiliana e con una smaccata connotazione centrali-
stica e autoritaria. Uno dei primi atti dopo la caduta del fascismo era stata pro-
prio labolizione della Carta della Scuola redatta da Giuseppe Bottai, il 27 luglio
1943. Lesperienza delle repubbliche libere, in primis quella che govern la Val
dOssola tra il settembre e lottobre del 1944, testimonia lestrema attenzione
prestata dal movimento partigiano nei confronti della scuola, compresa quella
tecnica e professionale
10
. Ma fu soprattutto presso il Cln regionale che si ebbero
le elaborazioni pi importanti per quel che riguarda il ramo educativo rivolto
allavviamento al lavoro. La spinta al superamento effettivo del fascismo in que-
sto settore fu particolarmente sentita in Piemonte, dove vennero avanzate rifles-
sioni e sperimentazioni estremamente interessanti. Gi nel periodo clandestino,
alla fine del 1944, Augusto Monti, maestro di una generazione di noti antifascisti
piemontesi, aveva lanciato sulla rivista di Giustizia e libert un invito a superare
la tradizionale opposizione tra corso professionale e corso teorico in favore di
una pi moderna cultura del lavoro: Se il nostro il tempo del lavoratore del

8. Lettera del personale docente della Scuola tecnica industriale Regina Elena di To-
rino (poi Galileo Galilei) al Prefetto di Torino, 25 novembre 1946, in Archivio di Stato
di Torino, Sezioni riunite dora in poi AST-Sr Prefettura di Torino, Gabinetto, I ver-
sam., b. 419, f. senza titolo, sf. Scuola tecnica Regina Elena Torino.
9. Lettera al ministro Gonella, 6 dicembre 1946, ivi.
10. G. Bocca, Una repubblica partigiana. Ossola 10 settembre 23 ottobre 1944,
Milano, Il Saggiatore, 2005 [1 ed. 1964], pp. 104-108.


138
produttore occorre che la scuola nostra, compresa la secondaria classica, sia
non pi la scuola del retore, o del cortegiano, o del letterato, o del cittadino ma
sia direttamente e indirettamente la scuola, appunto, del produttore
11
.
Era questa una posizione personale, che non incontrava un pieno favore ne-
anche in seno al gruppo azionista
12
. Ci nonostante, Monti venne nominato re-
sponsabile della nuova sovrintendenza regionale per la scuola, espressione del
Cln piemontese e insediata il 2 maggio 1945 presso il Provveditorato agli studi
di Torino da Norberto Bobbio. Oltre allattenzione pedagogica, a dare forza al
compito di Monti stava la sua insistenza sulla necessit di istituire unautonomia
scolastica su base regionale, principio su cui convergevano maggiormente le
speranze del Cln. In realt i due aspetti si presentavano in un intreccio tematico
difficilmente districabile, come dimostra un efficace passo scritto dallo stesso
Monti al ministro della pubblica istruzione Arangio Ruiz:

N[on] occorron molte parole per dimostrare quanto necessaria sarebbe dovunque ma
specie nel Nord lesistenza di un organo regionale che riconoscesse, coordinasse, favo-
risse lattivit delle scuole tecniche-professionali specialmente se per scuola tecnica non
sintende solo la scuola media tecnico-professionale, governativa o assimilata che
professionale a parole ma di fatto una scuola di cultura generale e un distributorio di
diplomi ma anche e specialmente le scuole strettamente professionali diurne serali e
festive, le scuole di azienda, le enologiche, le agricole: tutte insomma le scuole pratiche,
che pullulano nella regione, o ignorate o malnote al grosso pubblico, e sempre scoordi-
nate fra di loro e con i restanti istituti scolastici
13
.

Si avverte nei due passaggi citati una contrapposizione tra una cultura uma-
nistica che si manifestava con un moto procedente dallalto verso il basso, ca-
lando sulle scuole e sugli allievi in maniera uniforme e omologante, e una cul-
tura pratica, che al contrario trovava origine e forza nella struttura produttiva e
scolastica sorta localmente. La rinascita democratica sarebbe quindi passata nel
caso del Piemonte da un rilancio delle scuole pratiche, che pullulano nella re-
gione, attraverso il recupero di una solida e concreta tradizione, strettamente
legata alla produzione e al lavoro, lontana dalla retorica fascista.
La proposta di Monti non ebbe buon esito. La vicenda stessa del tentativo
ciellenistico di tessere una rete regionale autonoma incontr enormi difficolt, a

11. A. Monti, Scuola e cultura, in Nuovi quaderni di Giustizia e Libert, a. 1, no-
vembre-dicembre 1944, n. 4, pp. 52-53 (cit. in R. Fornaca, I problemi della scuola ita-
liana dal 1943 alla Costituente, Roma, Armando Editore, 1972, p. 46).
12. Tra chi avanz critiche verso Monti ci fu, ad esempio, Vittorio Foa, schierato a
difesa di una concezione pi marcatamente umanistica delleducazione. Pi vicina appa-
re invece la posizione di Luigi Pareyson: cfr. D. Bobbi, Lattivit del Comando di Libe-
razione della Scuola piemontese, in Annali di storia delleducazione e delle istituzioni
scolastiche, 2007, n. 14, pp. 234-236.
13. A. Monti, Regione e scuola (Un esperimento di governo regionale della scuola),
in Belfagor, a. 21, 31 marzo 1966, n. 2, p. 206. Si tratta della trascrizione di una rela-
zione inviata al reggente il Ministero della pubblica istruzione Arangio Ruiz, in data 15
settembre 1945, con cui Monti comunicava le dimissioni dalla carica di sovrintendente.


139
partire dalla nomina dei commissari per i provveditorati provinciali agli studi. Se
il Cln di Vercelli non accett di prendere ordini da Torino, preferendo rivolgersi
a un funzionario che aveva gi ricoperto la stessa carica sotto il fascismo, ad A-
sti invece furono gli Alleati a non riconoscere la competenza del Cln regionale
sulle questioni scolastiche, aprendo cos un vulnus che avrebbe in seguito decre-
tato la fine di quellesperienza. Nel giugno 1945, di fronte a una situazione che
andava in tuttaltra direzione rispetto a quella auspicata, a Monti non rimase che
rassegnare le proprie dimissioni. Favorita e sollecitata dal Comando Alleato,
avrebbe scritto in seguito con unamarezza appena schermata dallo stile, era tor-
nata lombra dellAutorit Centrale, lombra della Burocrazia Romana, della
Minerva: quella di prima del fascismo, quella del fascismo, tale e quale, fredda
indifferente eguagliatrice
14
. Insieme allistanza regionalista (affermatasi poco
tempo dopo in Assemblea costituente), il buio avvolse anche uninteressante e
originale elaborazione relativa alla cultura professionale
15
. Con la riconferma
dellautorit centrale sul sistema scolastico si apriva inoltre lo spazio a episodi
come quello di Scotto, citato in precedenza, che non rimase isolato; il nuovo
provveditore agli studi di Torino, Mario Tortonese, e sono i documenti di archi-
vio a dimostrarlo, non si dimostr certo portatore di una spiccata sensibilit anti-
fascista, portando in un caso il questore di Torino a scomodarsi per impedire la
nomina di un ex squadrista a direttore di un istituto tecnico
16
.
Lunico lascito diretto dellinteresse resistenziale nei confronti della forma-
zione professionale fu rappresentato dai Convitti della Rinascita, esperienza che
conobbe una discreta diffusione soprattutto in Lombardia e in Emilia, e le cui
origini venivano ricondotte alla pedagogia democratica partigiana
17
. A Torino
era stata aperta alla fine del 1946 la Scuola convitto ex partigiani e reduci, a in-
dirizzo industriale, con sede a Villa Rej, edificio monumentale poco adatto ad
ospitare una scuola collegio. Sovvenzionato totamente dal Ministero per
lassistenza postbellica, sotto la presidenza di Anna Bovero, vennero avviati cor-

14. Monti, Regione e scuola, cit., p. 205.
15. Di Augusto Monti si vedano: Realt del Partito dazione, Torino, Einaudi, 1945;
I miei conti con la scuola. Cronaca scolastica italiana del secolo XX, Torino, Einaudi,
1965. Su Augusto Monti: N. Bobbio, Maestri e compagni. Piero Calamandrei, Aldo Ca-
pitini, Eugenio Colorni, Leone Ginzburg, Antonio Giuriolo, Rodolfo Mondolfo, Augusto
Monti, Gaetano Salvemini, Firenze, Passigli, 1984.
16. il caso dellIstituto tecnico per tessili, retto allinizio del 1946 da Giuseppe
Carmagnola, deputato alla Costituente e segretario generale della Camera del lavoro:
Tortonese si spese per sostituirlo con Carlo Magnoni, imprenditore rispettato e compe-
tente, ma con un pesante passato di squadrista; era lo stesso questore a consigliare al pre-
fetto di non consentire lavvicendamento (si veda AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabinet-
to, I versam., b. 419, f. senza titolo, sf. Istituto Tecnico per Tessili Torino,).
17. Si vedano gli interventi di Norberto Bobbio e di Giuseppe Ricuperati, in Provin-
cia di Torino-Assessorato per la Cultura, Una scuola come lavoro, Lesperienza dei
Convitti per la Rinascita. Tavola rotonda 29 gennaio 1979, Torino, s.e., s.d. [ma
1979]. Per una ricostruzione storica della vicenda dei Convitti, si veda Fabio Pruneri, La
politica scolastica del Partito Comunista Italiano dalle origini al 1955, Editrice La
Scuola, Brescia 1999, pp. 115-124.


140
si per operai specializzati e periti tecnici industriali. Un progetto risalente al di-
cembre del 1946 prevedeva laffluenza di circa 250 alunni conviventi, per i quali
era necessario allestire 12 laboratori, dal costo totale di 2 milioni di lire
18
. Il
Convitto torinese ebbe in Montagnana il referente politico pi attivo in suo so-
stegno e benefici per i primi anni, nonostante le diffidenze ideologiche, di ge-
nerose sovvenzioni da parte del Ministero del lavoro e della previdenza sociale;
nel 1950 alloggiava circa 50 ospiti interni e svolgeva corsi per disoccupati fre-
quentati da circa 200 allievi
19
. Anche se non si trattava di una realt piccola, era
senza dubbio una minima parte rispetto a quanto potevano immaginare i sosteni-
tori pi convinti di una rinascita postbellica del sistema formativo.
Al di l dei vagheggiati progetti politici per un ordinamento scolastico real-
mente democratico, stava la situazione concreta in cui versava la galassia forma-
tiva dedicata alla preparazione dei lavoratori. Per la citt di Torino, sottoposta a
gravissimi bombardamenti, solo 40 istituti dove si svolgeva la formazione pro-
fessionale su un totale di 110 non avevano subito danni dagli ordigni aerei; sui
70 colpiti, 14 risultavano totalmente distrutti o gravemente danneggiati. Anche
limitandosi a considerare gli edifici, senza affrontare il problema delle attrezza-
ture e dei materiali didattici, era evidente la ferita subta dalla citt in questo
fondamentale settore
20
. Tuttavia la continuit, per lo meno per alcune attivit,
non venne mai meno. Neanche lultimo passaggio della guerra, il pi pericoloso
e brutale, aveva costretto a interrompere le lezioni della scuola serale per
lavoratori organizzate dal Comune di Torino. La scuola si apr il 6 novembre
[1944] annotava lispettore scolastico Giovanni Rosina ed ebbe termine il 15
maggio [1945] con giorni 93 di lezioni, corrispondenti al calendario scolastico
governativo. La frequenza fu regolare ed encomiabile data la rigida temperatura
di varie settimane di dicembre e di febbraio ed il succedersi dei vari eventi della

18. Lettera del Comitato provinciale di Torino dellAnpi al prefetto, 2 dicembre
1946, in AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabinetto, I vers., b. 425, f. Scuola convitto
A.n.p.i. Torino. Simultaneamente allapertura del Convitto, lAnpi di Torino cerc
lappoggio del questore Agosti per allacciare dei rapporti con lindustria automobilistica,
al fine di aprire una Scuola di allievi corridori; la proposta venne per giudicata pre-
matura da Piero Dusio, direttore amministrativo dellazienda costruttrice di macchine da
corsa Cisitalia (cfr. il promemoria dellAnpi per Agosti del 1 ottobre 1946 e la lettera di
Dusio del 9 ottobre, in AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabinetto, I vers., b. 425, f. Scuo-
la allievi corridori automobilistici. Torino).
19. Si veda AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabinetto, I vers., b. 427, f. Scuole Con-
vitto della Rinascita. Sino allanno 1957. Nel 1950 il questore di Torino avvertiva il
prefetto del fatto che negli ultimi tempi [il Convitto] divenuto un vero e proprio covo
di ex partigiani e di fanatici attivisti comunisti ed un centro di propaganda estremista;
citava a dimostrazione un presunto discorso svolto da Nicola Crosa, presidente provin-
ciale dellAnpi, agli allievi del Convitto: se dovessero verificarsi fatti gravi, voi dovete
intervenire e fare il vostro dovere come lo fanno i vostri compagni in Corea. Voi sapete
che la Polizia di Scelba contro di noi e perci nessuna piet. Essa deve essere stermina-
ta (lettera del prefetto al questore, 14 dicembre 1950, ivi).
20. Citta di Torino, O. Bertero, G. Melano, Indagine sulle scuole professionali di To-
rino a cura della Divisione XIV Statistica e Lavoro Torino, in Monografie a cura del-
la Divisione XIV Urbanistica Statistica e lavoro, n. 2, settembre 1947.


141
settimane di dicembre e di febbraio ed il succedersi dei vari eventi della Patria
liberata. Torino venne liberata dai partigiani il 26 aprile, le forze armate alleate
arrivarono in citt il 3 maggio 1945: ci nonostante gli esami si svolsero lo stes-
so, nei giorni tra il 23 e il 25 aprile. La forza e il radicamento delle attivit di
formazione nella capitale sabauda consentirono a 1.140 alunni di continuare no-
nostante tutto i loro corsi, conseguendo ottimi risultati: il 95% degli alunni ven-
ne promosso, gli ispettori didattici municipali dimostrarono una piena soddisfa-
zione per landamento delle lezioni e degli esami
21
. A meno di un mese dalla li-
berazione della citt Rosina esprimeva cos un rallegramento pi che comprensi-
bile:

Tenuto giusto conto di tutte le cause perturbatrici del sereno lavoro scolastico, conso-
lante poter constatare che non viene meno negli alunni e nelle loro famiglie la fiducia nel
valore, sia pratico sia spirituale, della scuola serale, la quale volge i suoi intenti e spiega
la sua efficacia a beneficio delle classi lavoratrici della nostra citt
22
.

Mettendo a confronto queste relazioni con altre testimonianze coeve sulla vi-
ta nel capoluogo piemontese, sottoposto al coprifuoco, alla disciplina militare di
guerra, a violenze e razzie continue
23
(e in cui una delle richieste scatenanti dello
sciopero del 18 aprile 1945 riguardava proprio decenti condizioni di vita con la
garanzia che venga cessato il terrore contro la popolazione
24
), limpressione
che si ricava che se la fabbrica a Torino aveva rappresentato in tempo di guerra
un punto di ancoraggio e di sopravvivenza anche civile nel disfacimento di o-
gni altra istituzione
25
, non diversamente era toccato allistruzione popolare e
professionale, che nella fabbrica vedeva uno degli orizzonti sicuri di approdo.
Era senzaltro un fattore incoraggiante nellincerto e desolante orizzonte che
si apriva allosservatore, una volta passata la tragedia bellica.



21. Relazione di Giovanni Rosina, 21 maggio 1945, in ASCT, Istruzione, 1945, b.
535, f. 1945. Scuole serali, sf. Relazioni.
22. Relazione di Rosina, 23 maggio 1945, ivi.
23. Si veda a titolo di esempio il Diario di Carlo Chevallard 1942-1945, a cura di R.
Marchis, in Torino in guerra tra cronaca e memoria, a cura di R. Roccia, G. Vaccarino,
Torino, Archivio storico della citt di Torino, 1995. Una riflessione complessiva si trova
in G. De Luna, Torino in guerra, in Storia di Torino. vol. 8, Dalla Grande guerra alla
liberazione, a cura di N. Tranfaglia, Torino, Einaudi, 1998.
24. Comitato di agitazione provinciale, Mozione rivendicativa per lo sciopero del 18
aprile 1945 a Torino, 7 aprile 1945 (riprodotto in Raimondo Luraghi, Il movimento ope-
raio torinese durante la Resistenza, Torino, Einaudi, 1958, p. 350).
25. G. Berta, Le commissioni interne nella storia delle relazioni industriali alla Fiat,
in AA.VV., 1944-1956. Le relazioni industriali alla Fiat. Saggi critici e note storiche,
Milano, Fabbri, 1992, pp. 14-15.


142
I primi anni della ricostruzione

Il nuovo Stato postfascista non riusc a dare un assetto complessivo al settore
della formazione professionale, che fosse frutto di un pronunciamento politico
chiaro. L'intervento pi deciso provenne dal Ministero del lavoro e della previ-
denza sociale, che promosse iniziative isolate ma significative: in un primo mo-
mento listituzione di corsi limitati a reduci, profughi e partigiani (D.L. 26 aprile
1946, n. 240), quindi dei pi generici corsi di addestramento per disoccupati
(D.L. 7 novembre 1947, n. 1264; D.L. 14 gennaio 1948, n. 2), in cui era previsto
un piccolo sussidio per i partecipanti. Dallesperienza di questi primi interventi
fu poi ricavato il testo normativo di riferimento per questi tipi di corsi, la L. 29
aprile 1949, n. 264, che nel Titolo IV conteneva le disposizioni per autorizzare e
finanziare i corsi di addestramento per apprendisti, disoccupati, lavoratori in so-
prannumero ed emigrandi. Con la L. 4 maggio 1951, n. 456, poi, i corsi vennero
allargati a tutti i lavoratori.
Dare delle risposte immediate alla piaga della disoccupazione, urgentissima
nellimmediato dopoguerra, era compito di unimportanza decisiva in quegli an-
ni. In provincia di Alessandria si registrarono pi di 10.000 disoccupati
nellestate del 1946. Nel torinese, il numero degli iscritti alle liste per limpiego
stava crescendo con ritmi impressionanti: dai quasi 20.000 del gennaio 1946 si
era passati a 33.000 disoccupati nel maggio, fino a superare i 51.000 alla fine
dellanno. A met del 1947 erano 55.000; nel giugno 1948 arrivarono a toccare
quota 62.000. Oltre al rientro nei maggiori centri dei reduci e degli sfollati, si ve-
rific una forte espulsione della manodopera soprattutto nei settori pi bassi del-
la qualificazione operaia, in particolare nelle piccole e medie aziende, ma anche
in quelle medio-grandi: le Officine di Savigliano, per fare un esempio, ridussero
lorganico dai 2.400 operai del dicembre 1949 a 570 nel settembre 1951
26
.
Lindustria meccanica richiedeva in quel momento lavoratori specializzati, ca-
paci di effettuare riparazioni tecniche alle attrezzature e modifiche organizzative
tali da adeguare gli impianti ai nuovi bisogni produttivi. Di qui ha argomenta-
to con efficacia Valerio Castronovo una sorta di ritorno provvisorio alla pro-
fessionalit che caratterizz limmediato dopoguerra
27
.
La carenza di qualificazione, la mancata preparazione professionale dei gio-
vani, sottratti al lavoro dalla lunga permanenza alle armi a causa della guerra
28
,
venne quindi individuata da subito come una delle cause fondamentali della
mancanza dimpiego. Mentre la cifra dei disoccupati locali cresce continua-
mente, per soddisfare le richieste delle industrie locali lUfficio provinciale di

26. Leconomia delle provincie e il problema della disoccupazione. Raccolta delle
monografie compilate dalle Camere di Commercio Industria e Agricoltura per conto
della Commissione parlamentare dinchiesta sulla disoccupazione. Pubblicazione sotto
gli auspici del Ministero dellIndustria e Commercio a cura dellUnione italiana delle
Camere di Commercio Industria e Agricoltura, s.l., Macr, 1953, p. 38.
27. V. Castronovo, Storia dItalia. Le regioni dallUnit ad oggi. Il Piemonte, Tori-
no, Einaudi, 1977, p. 579.
28. Bertero, Melano, Indagine sulle scuole professionali di Torino, cit., p. 5.


143
collocamento deve avviare al lavoro operai specializzati provenienti da altre
provincie
29
, si lamentavano i funzionari del Comune di Torino.
Proprio nel capoluogo, in quegli anni, lamministrazione comunale si dedic
a sostenere le sue tradizionali iniziative di formazione, ora pi che mai necessa-
rie per colmare i vuoti del sistema educativo in un momento di emergenza. In
questo campo si era solidificato negli anni un sistema comunale alternativo, che
rappresentava un altro importante polo dellofferta formativa, oltre alla statale e
a quella privata, di cui si lamentavano i costi proibitivi
30
. Alla base del model-
lo pubblico torinese stavano le scuole serali elementari ed integrative (inquadrate
poi come corsi popolari di tipo C
31
), che offrivano cicli della durata di tre anni di
cultura generale e preparazione tecnico-professionale di tipo industriale, in parti-
colare per laccesso alle scuole serali governative per maestranze di aziende
meccaniche, annesse allIstituto tecnico industriale Delpiano. I docenti di que-
sti corsi erano maestri abilitati con un corso di disegno tecnico che
lamministrazione faceva svolgere a periodicit irregolare, a sue spese, presso lo
stesso Istituto Delpiano; il rapporto con gli studenti era poi estremamente im-
portante, dato che liscrizione degli allievi delle scuole serali e festive avviene
quasi sempre per la conoscenza diretta che lallievo stesso ha della insegnante
per essere stata questa la sua maestra nella scuola elementare
32
. Prima della
guerra queste scuole erano frequentate da 3.400 alunni su 160 classi, mentre alla
met degli anni Cinquanta le classi erano scese a 130 e gli allievi a 2.290
33
.
Due ulteriori istituti andavano a integrare lofferta formativa municipale: la
Scuola serale di commercio Rossi di Montelera, che offriva corsi triennali si-
mili alle scuole secondarie di avviamento commerciale e alle scuole tecnico-
commerciali e contava una media di 800 alunni, e la scuola festiva di commercio
Maria Laetitia, rivolta alla cittadinanza femminile, che svolgeva un ciclo di
studi di 4 anni di stenografia, dattilografia, lingua francese e inglese. Frequentata
da circa 4.000 alunne prima della guerra, la Maria Laetitia, scuola post-
elementare con programmi di cultura professionale assai modesti e generici
34

secondo alcuni giudizi interni allamministrazione, contava 2.000 iscritte nel
primo anno scolastico dopo la liberazione, di cui due terzi erano costituiti da ca-
salinghe, operaie e sarte
35
; nel 1949 le iscrizioni erano gi salite a 2.800, nel

29. Ibidem.
30. Progetto di una Scuola del Popolo, s.d. [ma seconda met 1945], in ASCTO,
Istruzione, 1945, b. 535, f. 1945. Scuole serali, sf. Scuole serali. Corrispondenza.
31. Con la L. 17 dicembre 1947, n. 1599.
32. Pro memoria alla Vice Sindaco Marchesini Gobetti, 18 ottobre 1945, in ASCTO,
Istruzione, 1945, b. 535, f. 1945. Scuole serali, sf. Scuole serali. Corrispondenza.
33. G. Raspino, Le scuole serali per lorientamento professionale dei giovani gestite
dal Comune di Torino, in Torino. Rivista mensile della citt, a. 31, maggio 1955, n. 5,
p. 4.
34. Deliberazione della Giunta popolare, 20 settembre 1945, in ASCTO, Istruzione,
1945, b. 535, f. 1945. Scuole serali, sf. Scuole serali. Corrispondenza.
35. Questi i dati specifici sul mestiere delle allieve: 540 sarte, 499 casalinghe, 291
operaie, 189 commesse, 123 impiegate, 76 studentesse, 61 ricamatrici, 57 negozianti, 49
modiste e maglieriste, 38 pellicciaie, 22 pettinatrici, 17 contadine, 12 infermiere, 9 do-


144
1952 erano poco meno di 3.000. I prezzi delliscrizione annuale (30 lire per le
scuole serali, 60 lire per la Maria Laetitia, 150 lire per la Rossi di Montele-
ra) per quanto modici indicavano tuttavia una distinzione sociale chiara: rivolte
ai ceti popolari meno abbienti le prime due tipologie, riservata a una fascia lie-
vemente superiore la terza. Qui gli alunni erano quasi tutti commessi di negozi,
fattorini, inservienti, guardie civiche e daziarie e piccoli impiegati
36
.
Naturalmente i casi descritti rappresentavano appena una minima parte
dellinsieme del patrimonio formativo disponibile a Torino: nel marzo 1947 ri-
sultavano attive nella sola citt ben 109 scuole professionali oltre ai corsi inte-
grativi, di cui il 70% a indirizzo industriale o aziendale-operaio, per un totale di
24.000 allievi
37
. bene sottolineare per che le iniziative comunali rappresenta-
vano una risorsa estremamente preziosa per le classi lavoratrici, in quanto erano
le uniche che rispondevano a due esigenze molto sentite: lorario serale o festivo
(comunque extra-lavorativo) e i prezzi contenuti. La cura prestata alla qualit
della didattica e lesperienza accumulata nel tempo aveva fatto dell amministra-
zione torinese un vero e proprio laboratorio della pedagogia del lavoro, innestato
in un ramo molto robusto della cultura cittadina. Si vedano ad esempio le consi-
derazioni dellispettore Edoardo Predome, direttore delle scuole serali municipa-
li, sullimportanza delle letture libere, adatte agli operai come cittadini e come
tecnici
38
, tentativo di incentivare una formazione culturale letteraria autonoma
a partire dallinteresse per i temi della vita quotidiana e dalla cultura tecnica, per
la quale si pretendeva lapplicazione di un rigoroso metodo
39
. Anche partico-
lari minori come un viaggio-studio in Danimarca compiuto nel luglio 1949 da
Leonardo Terzolo, insegnante presso le scuole di qualificazione per operai, sono
indice di unattenzione costante per la qualit della formazione professionale cit-

mestiche (relazione di Rinaldo Monchietto, 16 luglio 1946, in ASCTO, Istruzione, 1946,
b. 543, f. 1946. Corsi comm. Festivi). Si tenga in considerazione che nella maggioran-
za dei casi si trattava di ragazze dai 14 ai 18 anni.
36. Relazione alla Sig. Vice Sindaco Marchesini Gobetti, settembre 1945, in ASCTO,
Istruzione, 1945, b. 535, f. 1945. Scuole serali, sf. Scuole serali. Corrispondenza.
37. Bertero, Melano, Indagine sulle scuole professionali di Torino, cit., p. 7.
38. Direzione centrale delle scuole serali municipali. Relazione per lanno scolastico
1948-1949, s.d., in ASCTO, Istruzione, 1950, b. 569, f. 1950. Scuole serali integrati-
ve; cfr. anche Esperimenti sulle libere letture nei corsi, in Provveditorato agli studi
Comitato provinciale di Torino. Fogli di collegamento per la scuola popolare, circolare
n. 3, marzo 1950, ivi.
39. Nelle materie tecniche [] linsegnamento regolato dalle precise disposizioni
delle serie didattiche allestite dallIspettorato tecnico (lettera di Predome al Provvedito-
re agli studi di Torino e allAssessore allistruzione, 22 maggio 1951, in ASCTO, Istru-
zione, 1952, b. 582, f. 1952. Scuole serali Integrative ed elementari); alla prima le-
zione [] si sono presentate quasi tutte le iscritte, ma poi, gradatamente, se ne sono an-
date quelle poco propense a seguire il metodo, assolutamente indispensabile, in un
primo tempo, per imparare a trasmettere ad alunni ed alunne i principi fondamentali di
una data materia (Corso magistrale di disegno tecnico professionale per la prepara-
zione di insegnanti nelle scuole serali integrative di tipo tecnico, maschili e femminili.
Relazione del direttore del corso, 11 marzo 1952, ivi).


145
tadina
40
, non limitata alle iniziative condotte direttamente dal Comune, ma tra-
dotta anche nel sostegno ai privati, in un ottica di sistema.
Non mai esistito un piano atto a coordinare, compendiare e potenziare
tutti i soggetti che organizzano i corsi di formazione, scrivevano dalla Divisione
Istruzione, lanciando agli allora maggiori enti di formazione (Inapli, Enalc, U-
nione Industriali, Camera del lavoro, Ispettorato del lavoro, Convitto della Rina-
scita) la proposta di creare una sorta di coordinamento
41
. Contestualmente veni-
vano aumentati i fondi da destinare alle scuole professionali e si decideva di pre-
stare particolare attenzione a istituti come il Pro Labore et Schola, che si oc-
cupava di facilitare laccesso alla formazione per i lavoratori con la fornitura di
tessere tramviarie mensili ridotte per allievi e insegnanti, premi ai meritevoli,
borse di studio annuali, cancelleria, spettacoli di proiezioni e conferenze ad in-
tegrazione delle lezioni, gite e visite istruttive allo scopo di far conoscere le
produzioni ed industrie italiane. Listituto, spiegavano i suoi promotori, ha
soprattutto lalto merito di affiatare e di stabilire rapporti cordiali e culturali tra
le tante scuole serali e professionali torinesi, creando benefici contatti fra diri-
genti ed allievi e stabilendo vincoli di solidariet tra la giovent che si dedica al
lavoro
42
.
Il ruolo di coordinamento e indirizzo svolto dallamministrazione comunale
passava anche attraverso la valorizzazione del tessuto esistente, particolarmente
nel settore artigianale, le cui scuole professionali si erano fino ad allora alimen-
tate quasi esclusivamente dalla passione di poche persone
43
: gi dai primi anni
del dopoguerra si era manifestata lintenzione di evitare che la formazione fosse
solo a vantaggio dei grandi complessi industriali. Non si pu fare a meno di cita-
re un ultimo aspetto della questione, particolarmente sentito a Torino: sin dal
1947 era stato affidato ad Angela Massucco Costa il compito di organizzare un
Centro di orientamento e selezione professionale, chiamato in un primo momen-
to Gabinetto psicotecnico di orientamento professionale; nel 1948 venne orga-
nizzato il primo congresso nazionale sullargomento, proprio a Torino, con la
presidenza di padre Agostino Gemelli
44
. Il Centro divenne in poco tempo un
punto di riferimento sia per le maggiori aziende regionali che fuori dai confini

40. Cfr. ASCTO, Istruzione, 1949, b. 563, f. 1949. Scuole serali.
41. Lettera della Divisione Istruzione, 28 aprile 1949, in ASCTO, Istruzione, 1949, b.
563, f. 1949. Scuole qualificazione per operai specializzati. Tra i vari dibattiti svolti a
proposito in Consiglio comunale si segnala quello del 27 giugno 1946, particolarmente
ampio.
42. Lopera del Pro Labore et Schola Istituto per lincremento dellistruzione pro-
fessionale, ds., s.d., in ASCTO, Istruzione, 1946, b. 543, f. 1946. Istituto Pro Labore et
Schola.
43. Bertero, Melano, Indagine sulle scuole professionali di Torino, cit., p. 6. Una
prova della sollecitudine dellamministrazione si pu riscontrare nella cronaca della
Scuola tappezzieri: AST, Archivio della Associazione Tappezzieri di Torino, b. 7, f.
Riepilogo e cenni storici sullattivit della scuola. Registro. 1898-1978.
44. Cfr. A.M.C., Il Centro di orientamento e di selezione professionale della citt di
Torino. Come sorse il Centro, in Torino. Rivista mensile della citt, a. 25, settembre
1949 n. 9, pp. 6-11.


146
piemontesi, tanto da far proporre in Senato listituzione di un suo corrispettivo
nazionale.
Nuovo impulso ricevettero anche le scuole aziendali, particolarmente impor-
tanti in Piemonte per quel che riguarda la meccanica. In questo settore risultava
che tra le 13 maggiori aziende italiane che vantavano una propria scuola nel
1950, 3 erano piemontesi
45
. Di queste spiccava per originalit la scuola della O-
livetti. Il Centro Formazione Meccanici Olivetti (Cfm), sorto nel 1936 avvalen-
dosi dellimpulso didattico di Ferdinando Prat
46
, richiedeva, unico in Italia, un
esame psicotecnico per lingresso e contemplava, come lanaloga scuola
dellAlfa Romeo, una vera e propria assunzione e la successiva immissione di-
retta in fabbrica. Lattivit di studio esercitata dagli allievi di scuola aziendale
durante le esercitazioni dofficina e durante le lezioni teoriche si poteva legge-
re nel contratto del 1945 del tutto equiparata ad unattivit di lavoro, e viene
retribuita con una paga oraria, dalle 4,20 lire alle 6,30, ovvero dal 30 al 45%
del minimo sindacale per un operaio qualificato, oltre alle ferie alla colonia
montana dellOlivetti. Al termine del corso triennale del Cfm, gli allievi che
superano gli esami acquistano [] la qualifica di operai comuni con paga di lire
10. Al compimento del 18 anno passano automaticamente nella categoria degli
operai qualificati con paga oraria di lire 14
47
. La scuola prevedeva un corso
triennale di qualificazione per licenziati dalle scuole medie inferiori e un corso
triennale di addestramento per i licenziati dalle scuole elementari, a cui seguiva
un corso biennale di qualificazione. Interessante constatare come i libri di testo
fossero pubblicati in proprio, nella convinzione di elevare i risultati e la capacit
produttiva degli allievi, come lesperienza pareva suggerire: i licenziati tra il
1948 e il 1950 risultavano migliori di quelli usciti tra il 1945 e il 1947, che ave-
vano utilizzato i testi ministeriali. Era la prova che una migliore preparazione
tecnico-teorica consentiva anche una maggiore capacit pratica
48
.
Accanto al Cfm, la ditta per eccellenza di Ivrea aveva creato altri centri di
formazione, come lIstituto tecnico industriale Olivetti, nato nel 1943 per forma-
re i figli dei dipendenti, poi aperto al pubblico in maniera gratuita dal 1948.
Lattenzione della Olivetti per la formazione interna si venne ad ampliare nel
tempo, oltre che con i corsi interni di qualificazione, anche con iniziative pi ec-
centriche, come il corso di alta formazione di due anni per diplomati presso

45. LAlfa Romeo, lAnsaldo, la Breda, la Fiat, la Galileo, la Lancia, lOlivetti, la
Oto, le Officine Reggiane, la Savoia Marchetti, la S. Eustachio, la Termomeccanica, le
Terni.
46. Cfr. F. Prat, Lezioni ai giovani operai, Ivrea, Enrico Editore, 1988.
47. Centro Formazione Meccanici Olivetti, Contratto di lavoro, 24 agosto 1945, in
Archivio Fondazione Vera Nocentini (dora in poi AFVN), Fim-Cisl di Torino e Regio-
nale del Piemonte, fondo n. 19 Lega Fim Ivrea, b. 504, f. Documentazione Centro
Formazione Meccanici Olivetti dal 1945 al 1962.
48. Due ex allievi del Cfm, Cleto Cossavella e Gianfranco Ferlito, entrati entrambi al
Cfm nel 1956, hanno lasciato delle testimonianze significative della loro esperienza: cfr.
Uomini e lavoro alla Olivetti, a cura di F. Novara, R. Rozzi, R. Garruccio, Milano, Bru-
no Mondadori, 2005.


147
lIstituto tecnologico a Burolo, aperto nel 1965, con lapporto di docenti stranie-
ri. Nel 1967, una ricerca del Centro di Psicologia document che in pochi anni
8 operai su 10 usciti dal Cfm erano diventati impiegati, e alcuni dirigenti, a ri-
prova degli alti risultati ottenuti con quella formazione
49
.
Insomma, la fabbrica poteva concedere la possibilit di seguire un intero cor-
so di studi di altissima qualit, funzionando allo stesso tempo come un vero e
proprio motore di mobilit sociale e un centro di diffusione culturale di primo
livello, con una particolare attenzione al sostegno degli allievi con condizioni
economiche pi deboli. Si trattava per di un caso eccezionale, agli antipodi ri-
spetto alla condizione operaia pi diffusa, in cui la scelta tra la scuola o un lavo-
ro faticoso, prolungato e poco remunerativo si risolveva per forza di cose a van-
taggio del secondo, e dove spesso laspirazione allapprendistato rappresentava
per i giovani, insieme allemigrazione, lunica via di uscita da una difficile con-
dizione sociale
50
.


Si moltiplicano le iniziative in uneconomia che riparte

Il censimento del 1951 conferm, se ce ne fosse stato bisogno, limportanza
del settore manifatturiero per leconomia piemontese: i quasi 625.000 addetti
nella regione rappresentavano il 15% circa del totale della manodopera indu-
striale a livello nazionale. Di questi, oltre la met abitava a Torino, in una pro-
vincia con il tasso di industrializzazione tra i pi elevati della penisola: qui, ogni
1.000 abitanti, 234 risultavano occupati nel settore secondario. Non era per un
caso isolato nella regione: la provincia di Vercelli aveva un tasso addirittura su-
periore (244), quella di Novara di poco inferiore (204). Se compariamo questi
dati con la media nazionale, pari a 90 persone occupate nellindustria su 1.000
residenti, viene a consolidarsi limmagine del ruolo cruciale svolto dalle officine
e dalle fabbriche in Piemonte. A fare la parte del leone stavano il settore mecca-
nico (poco meno di 190.000 addetti, il 22% del totale nazionale) e il tessile, mi-
nore questultimo per numero di occupati (quasi 150.000), ma pi rilevante per
la porzione di addetti rispetto al dato complessivo in Italia (23,1%)
51
.
Nel corso del decennio Cinquanta queste posizioni vennero ulteriormente raf-
forzate, addirittura con una sorta di recupero da parte delle province meno indu-
strializzate: in due lustri Asti, Cuneo e Alessandria registrarono una crescita de-
gli addetti pari rispettivamente al 42,6%, al 32,5% e al 24,9%, mentre a Novara
e a Vercelli laumento rimase tutto sommato contenuto (10,6% e 4,6%). Da se-
gnalare in particolare il forte sviluppo che conobbe il distretto di Valenza, grazie
a un felice ingresso nei mercati stranieri dei suoi prodotti orefici: qui si contava-

49. Uomini e lavoro alla Olivetti, cit., p. 38.
50. Aspetto su cui insiste ad esempio il volume curato da S. Vella, In greggio e in fi-
no. Storie di vita di operaie tessili nel biellese 1910-1960, Ponderano, Centro di docu-
mentazione sindacale della Camera del lavoro di Biella, 2003.
51. M. Abrate, Lindustria piemontese 1870-1970. Un secolo di sviluppo, Torino,
Mediocredito piemontese, 1978, pp. 146-149.


148
no nel 1961 quasi 400 addetti allindustria ogni 1.000 abitanti. Caso a s, come
ovvio, quello di Torino, dove i nuovi addetti ammontavano a quasi 120.000, con
una crescita (35,9%) concentrata soprattutto nelle produzioni consolidate, cosa
che finiva per elevare ancora il grado di specializzazione cittadina
52
. Si confer-
mava comunque una sorta di bipartizione del tessuto produttivo allinterno della
regione: nel 1961 su 1.000 abitanti larea nord-orientale compresa tra Torino-
Novara-Vercelli contava tra i 220 e i 245 occupati nellindustria; quella sud-
occidentale (Alessandria-Asti-Cuneo) tra i 140 e i 100
53
.
Per il comparto industriale, oltre che anni di espansione, furono anche anni di
una discreta innovazione tecnologica, in particolare nel settore della meccanica;
oltre al miglioramento delle attrezzature esistenti, limpulso maggiore fu dato da
una generale sostituzione di attrezzi universali adattabili a diverse lavorazioni
con nuovi macchinari monouso. Laumento delle prestazioni che ne deriv fu
notevole: tra il 1948 e 1953 alla Fiat la diminuzione delle ore di lavorazione a
parit di prodotto fu del 48% (del 28% tra il 1948 e il 1958); alla Olivetti le in-
novazioni nel ciclo produttivo tra il 1950 e il 1958 consentirono quasi di dimez-
zare il tempo per produrre una macchina da scrivere. Tuttavia, ha notato Franco
Grassini, si tratt di un progresso che poco introduceva dal punto di vista
dellinnovazione concettuale: le nuove macchine transfer, ad esempio, non era-
no altro che un assieme di macchine utensili che continuano a lavorare per a-
brasione, deformazione o taglio ed in cui il posizionamento del pezzo automa-
tico e non manuale
54
. Insomma, niente di paragonabile a una rivoluzione tecno-
logica (come pot essere nello stesso torno di tempo lingresso del transistor nel
settore elettronico). Ci consent un successo ancora pi rapido e diffuso delle
nuove strumentazioni, che non richiesero uno sforzo complessivo di riadatta-
mento, assicurando una certa continuit nella trasmissione delle nozioni base per
la formazione degli operai. In questa maniera ad esempio I quaderni
delloperaio, serie di libretti didattici illustrati, curati da Luigi Ricca e pubblicati
a Torino dalleditore Paravia, poterono godere di una fortuna ininterrotta dalla
seconda met degli anni Quaranta fino alla fine degli anni Sessanta, grazie
allapporto di piccole modifiche
55
.
Rimaneva per fondamentale adeguare il volume delle occasioni di forma-
zione professionale alle tensioni che si stavano venendo a creare nel mercato del

52. Si veda a proposito S. Musso, Lo sviluppo e le sue immagini. Unanalisi quanti-
tativa. Torino 1945-1970, in F. Levi, B. Maida, La citt e lo sviluppo. Crescita e disor-
dine a Torino 1945-1970, Milano, FrancoAngeli, 2002.
53. Abrate, Lindustria piemontese 1870-1970, cit., p. 172.
54. F.A. Grassini, Il progresso tecnico nellindustria dopo la seconda guerra mon-
diale, in, Lo sviluppo economico in Italia. Storia dellEconomia Italiana negli ultimi
cento anni, vol. 3, Studi di settore e Documentazione di base, a cura di G. Fu, Milano,
FrancoAngeli, 1969, p. 255.
55. Le pubblicazioni erano mirate ad alcune figure professionali specifiche, in pratica
quelle che hanno popolato il mondo industriale italiano per tutto il Novecento: il pialla-
tore, il fucinatore, il saldatore, il trapanatore, il lattoniere, il tornitore, il fresatore, il fon-
ditore, laggiustatore, laffilatore, il rettificatore.


149
lavoro. Uno dei rischi secondo Luigi Ruffino, esperto di addestramento per la
provincia di Novara, era quello di provocare delle strozzature nei canali della
mobilit sociale operaia, tali da innescare un pericoloso effetto domino, dato
che limpiego massiccio di operai comuni alle catene di montaggio o nelle lavo-
razioni serializzate richiedeva la presenza di operai specializzati nei reparti di
produzione indiretta, per la messa a punto e la manutenzione degli impianti:

La mancanza o scarsit di operai specializzati complica [] il problema per una massa
notevole di altri operai, perch, come noto, il processo produttivo un complesso or-
ganico che non si pu avviare se non nella sua interezza. Basta che in una catena di pro-
cessi od operazioni manchi una sola macchina od un solo operaio necessario perch
lintero processo si arresti. E cos se lindustria non riesce ad assicurarsi la mano
dopera specializzata necessaria, non pu avviare tale processo e non pu assorbire
nemmeno operai non qualificati
56
.

Lurgenza di una ulteriore diffusione e intensificazione delle scuole profes-
sionali
57
veniva ritenuta cruciale anche in una zona come lalessandrino, in cui
oltre ai numerosi istituti statali e privati funzionavano anche nove scuole profes-
sionali artigiane e 45 corsi di addestramento per disoccupati. Era la stessa dina-
mica produttiva espansiva, che nel decretare la fine del mondo contadino italiano
in quanto universo sociale predominante, imponeva uno sforzo per agevolare la
grande trasformazione anche dal punto di vista della disponibilit di differenti
figure professionali.
Se ci era vero per il settore industriale, verso cui convergevano ormai cre-
scenti porzioni di forza lavoro, a maggior ragione lo diventava per lagricoltura,
costretta a misurarsi con un mercato in rapida evoluzione. Era necessario rima-
nere al passo coi tempi, sosteneva da Asti Vincenzo Buronzo, referente per la
locale Camera di commercio: se la vigna astigiana un piccolo capolavoro []
una certa manchevolezza professionale si lamenta piuttosto nel campo enologico
dei singoli piccoli produttori, nella privata elaborazione cio che ogni proprieta-
rio fa delle uve della sua terra
58
. La tecnica della lavorazione dei vitigni aveva
fatto grandi passi avanti ed era ormai necessario prestare attenzione ai mercati e
alle nuove inclinazioni degli acquirenti: restare attaccati ai vecchi sistemi di trat-
tazione dei vini avrebbe significato una grande perdita per leconomia locale.
Per questo diventava strategica la presenza di adeguati luoghi formativi, mentre
sulle strutture scolastiche esistenti veniva espresso qualche dubbio:
linsegnamento professionale fornito dallo Stato nella nostra provincia , nelle
scuole periferiche, quasi totalmente di tipo agrario. Resta da vedere per la reale
praticit dei programmi di tali scuole, in rapporto alle esigenze della nostra agri-

56. Leconomia delle province, cit., p. 60.
57. Ivi, p. 8.
58. Ivi, p. 16. Si veda anche Sinistra e piccola propriet. LAssociazione Contadini
Astigiani 1951-1975, a cura dellIstituto per la Storia della Resistenza e della Societ
contemporanea in Provincia di Asti e della Confederazione Italiana Coltivatori Asti,
Alessandria, Edizioni dellOrso, 1990.


150
coltura e, in particolare, delle zone dove esse funzionano
59
. Dunque non esiste-
va solo una richiesta di formazione industriale; in una fase di forte dinamismo
economico, in cui le novit non risparmiavano alcun settore, il rapporto tra il la-
voro e linsieme dei saperi e delle pratiche tradizionali venne modificato in pro-
fondit. Ancora da Asti veniva una descrizione molto efficace a proposito delle
tecniche commerciali, incentrata sul confronto tra passato e presente:

Sono passati i tempi in cui i clienti, spinti dalla fame di merci, andavano a visitare anche
il negozio pi misero e mal condotto. Oggi, tanto nella qualit che nella variet dei pro-
dotti e nel numero dei negozi, la possibilit di scelta del cliente grande, ed egli preferi-
sce naturalmente quei negozi che per decoro di presentazione, intelligenza e gentilezza
di servizio, qualit e prezzo, lo accontentano di pi. Le elementari nozioni di comptome-
tria, dattilografia, conoscenza generica del prodotto, ecc. non sono pi sufficienti. ne-
cessaria la "specializzazione" in tutti i campi e a tutti i fini, accompagnata dal pi largo e
pronto spirito diniziativa. In stretto contatto con i produttori, il negozio deve sempre
cercare di offrire al cliente qualcosa di speciale, di nuovo e che altri non hanno. E la
clientela rurale ha oggi le stesse esigenze della clientela cittadina, ed inutile discutere
qui se questo sia un bene o un male. Il commercio non un trattato di morale []. Nella
nostra provincia si rendono quindi sempre pi necessari corsi specializzati per dirigenti e
commessi di negozio, personale dalbergo, camerieri, vetrinisti, ecc., corsi di giusta cal-
colazione dei prezzi e corsi di psicologia del vendere, che sono poi corsi di educazione
economica e insieme estetica, affinando nelluomo di commercio il senso squisitamente
moderno dellora che passa
60
.

Considerando che tali parole vennero redatte allinizio degli anni Cinquanta
per esporre la situazione dellastigiano, tra le provincie meno industriali
dellItalia centro-settentrionale
61
, se ne trae lulteriore conferma che non fosse
solo lindustria a sentire i richiami delle sirene della modernit. Sul versante
commerciale erano molto attivi ad esempio due centri dellEnte nazionale per
laddestramento dei lavoratori del commercio
62
: a Bardonecchia, dove esisteva
una scuola per il personale alberghiero sita direttamente in una struttura ricettiva,
e a Torino, dove invece era stato organizzato un centro di addestramento dalle
dimensioni notevoli (30 aule per 670 allievi) e con una grande variet di propo-
ste formative
63
.

59. Leconomia delle provincie, cit., p. 20. Per un quadro degli istituti professionali a
indirizzo agrario sorti negli anni Cinquanta in Piemonte, si veda G. Dalmasso,
Listruzione professionale agricola nel rinnovamento dellagricoltura torinese, in Cro-
nache economiche, n. 246, giugno 1963, pp. 29-32.
60. Leconomia delle provincie, cit., p. 19.
61. Abrate, Lindustria piemontese 1870-1970, cit., p. 182.
62. Nato con il nome di Enfalc con il Rd 4 giugno 1939, n. 936, venne poi ribattezza-
to Enalc dopo la guerra.
63. Qui venivano formati vetrinisti, figurinisti, cartellonisti pubblicisti, illustratori
darte, ambientatori, ceramisti, calzolai, modellisti, tagliatori, orlatrici, acconciatori per
signora, barbieri, manicure, maglieriste, sarte, camiciaie, pantaloniste, biancheriste, in-
fermieri, segretari dazienda, tecnici per la contabilit meccanicizzata, bancari, stenogra-
fe, dattilografe, comptometriste, lingue estere per attivit esattoriali. Si veda Archivio


151
Nella citt della Fiat era anche attivo uno degli istituti professionali per il
commercio pi importanti dItalia, il Giulio, formato da una scuola professio-
nale commerciale con sezioni per segretari dazienda, corrispondenti commer-
ciali in lingue estere, applicati ai servizi amministrativi. Gli istituti professionali
erano stati introdotti nellordinamento scolastico italiano, in virt dellart. 9 del
R.D. 2038/1938, che permetteva di creare scuole speciali con un semplice decre-
to ministeriale. Dal 1950 iniziarono a comparire istituti professionali orientati ai
diversi settori produttivi e articolati in sottosezioni, con corsi che duravano dai 2
ai 4 anni. Nel 1955 erano 60 in tutta Italia, tre anni dopo erano arrivati a 95. A
Torino e provincia, nel 1956 erano attivi 23 corsi per 680 allievi (contro i 490
corsi del Mlps per 12.000 allievi o i pi di 1.100 corsi del Consorzio provinciale
per listruzione tecnica per quasi 24.000 iscritti
64
). Gli istituti professionali ave-
vano ereditato dalle vecchie scuole tecniche la personalit giuridica e
lautonomia amministrativa, nonch la competenza dei Comuni per manutenzio-
ne e servizi. Erano un nuovo pezzo dellordinamento scolastico che si aggiunge-
va, in maniera timida e lenta, senza che alcuna legge o riforma, discussa ed ap-
provata in Parlamento, lo avesse formalmente autorizzato
65
.
Nel suo complesso per, alla sperimentazione degli istituti professionali da
parte del Mpi, tutto sommato bene accolta, faceva da controcanto un numero
crescente di critiche rivolte nei confronti dellimpostazione assistenziale propria
dei corsi promossi dal Mlps, in particolare quelli per disoccupati: non riuscivano
infatti a rispondere alla enorme domanda formativa che proveniva da
uneconomia vivacizzata dallapertura ai mercati internazionali, n i loro risultati
parevano soddisfacenti in paragone allimpegno finanziario erogato da Roma. I
corsi di addestramento professionale ed i cantieri scuola di lavoro e di rimbo-
schimento non contribuiscono, se non in parte minima, alla formazione profes-
sionale della maestranza generica, dato il loro specifico carattere di saltuarie-
t
66
, si sosteneva dalla Camera di commercio di Cuneo, indicando come model-
lo positivo le poche scuole professionali statali per lindustria presenti sul terri-
torio e lIstituto tecnico agrario di Alba, specializzato in vinicoltura. A Novara si
ammetteva che i 15 corsi per disoccupati attivati dallUfficio provinciale del la-
voro avevano svolto pi un fine assistenziale che un aspetto tecnico addestrati-
vo vero e proprio, in parte anche perch avevano coinvolto persone con una
bassa propensione allapprendimento, uomini assillati dalla famiglia e mancanti
dei requisiti intellettuali propri della giovent
67
. Anche dalla Camera di com-
mercio di Vercelli si esprimevano giudizi impietosi verso tali brevi corsi im-

Centrale dello Stato (dora in avanti ACS), Mlps, b. 77, f. 17 Attivit dei centri di adde-
stramento professionale 1953, sf. Centri di addestramento professionale
dellE.N.A.L.C., ssf. Dei Centri dellE.N.A.L.C. in genere.
64. L. Ruffa, Note sulle condizioni della istruzione tecnica e professionale nella pro-
vincia di Torino, marzo 1957, in Archivio Istituto Gramsci Piemonte (dora in avanti
AIGP), Udi Comitato provinciale di Torino, b. 16, 1959, serie II Attivit politica.
65. Tonelli, Listruzione tecnica e professionale di Stato, cit., p. 277.
66. Leconomia delle provincie, cit., p. 41.
67. Ivi, p. 62.


152
provvisati, che portano scarsi benefici alla disoccupazione attuale
68
.
Lesborso di 45 milioni di lire circa, messi in bilancio dal Mlps nel 1953 solo per
finanziare i corsi per disoccupati in Piemonte, di cui la met concentrati a Tori-
no
69
, non incontr il favore degli imprenditori.
Intanto per le speranze e le attenzioni di alcuni osservatori economici si ri-
volgevano anche verso sistemi di addestramento sul lavoro, pi vicini alle diver-
se specificit locali e rispondenti alla realt produttiva, rivolti in particolare ai
giovani: listituto dellapprendistato, regolato alla vigilia della guerra da una
norma poco applicata
70
, oltre che dal codice civile e da alcune clausole inserite
nella contrattazione collettiva, era una pratica antica per cui si richiedeva adesso
un nuovo intervento. La trasmissione dei saperi lavorativi direttamente nel mo-
mento produttivo continuava a essere considerata come la via normale per la
formazione idonea dei lavoratori
71
, anche in una fase di profondo rinnovamento
tecnologico e organizzativo: le vecchie botteghe di paese mutano volto e fun-
zione, per la sempre pi larga invasione dei prodotti industriali e per la mecca-
nizzazione e motorizzazione che incalza. La bottega del fabbro carradore si vie-
ne trasformando in officina di riparazione di auto-moto; quella di falegname in
bottega sussidiaria dellindustria edilizia
72
, scrivevano dalla Camera di com-
mercio di Asti. Ma lapprendistato condotto nelle botteghe rimaneva necessario
anche per riuscire a stare dietro ai cambiamenti imposti dai ritmi economici; la
via tracciata restava comunque valida per la formazione di quei giovani []
che, finite le scuole elementari, crescono nei paesi e nelle borgate senza impara-
re n arte n mestiere, disoccupati e abbandonati
73
. Mancava per una discipli-
na a riguardo che superasse le incertezze della vecchia normativa:

La maggior parte degli operai specializzati dellindustria proveniva, in tempi non troppo
lontani, dallapprendistato artigiano, dopo aver appreso, in lunghi anni di lavoro, i segre-
ti della professione []. Per evitare il definitivo inaridimento della fonte di formazione
delle maestranze necessarie allindustria, sarebbe pertanto opportuno dare il massimo
incoraggiamento alle piccole aziende artigiane, favorendone la vita e lo sviluppo.
74



68. Ivi, p. 93.
69. Questi i quadri di spesa al 10 novembre 1953: per la provincia di Alessandria,
5.918.600 lire; per Asti, 3.368.500 lire; per Cuneo, 2.255.500 lire; per Novara, 7.567.500
lire; per Torino, 22.188.800 lire; per Vercelli 2.993.300 lire. Dati ricavati da Corradino
Azzolini, Pro-memoria per il Sig. Direttore generale, 13 novembre 1953, in ACS, Mlps,
b. 77, f. 17 Attivit dei centri di addestramento professionale - 1953, sf. Programma
attivit 1953-54.
70. Il R.D.L. 21 settembre 1938, n. 1906.
71. Leconomia delle provincie, cit., p. 50.
72. Ivi, p. 20.
73. Ibidem.
74. Ivi, p. 41.


153
La fascia dei giovani in cerca di occupazione compresa tra i 14 e i 17 anni ri-
sultava molto pi ricercata dagli artigiani che dalle piccole industrie
75
. Per anda-
re incontro alle esigenze di questo fondamentale elemento del tessuto produttivo
e per contrastare la disoccupazione giovanile, venne emanata la L. 19 gennaio
1955, n. 25, che forniva una disciplina organica alla materia dellapprendistato.
Si definiva cos in maniera chiara la figura contrattuale dell'apprendista, meno
costoso per il datore di lavoro e obbligato a completare lorario lavorativo con
un programma di formazione teorica e pratica che gli consentisse di ottenere la
qualifica.
necessario intanto non perdere docchio ci che stava succedendo nelle
maggiori citt. Il crescente bisogno di manodopera aveva reso altamente attratti-
vo lo spostamento verso i contesti urbani, dove pi numerose erano le possibilit
di mobilit sociale. Larrivo di persone a bassa qualificazione suscit forti timori
per lo stato di salute delle economie cittadine: la massa degli inurbati che man-
cano di qualsiasi preparazione professionale pesa sempre, e limitata capacit
professionale significa anche minore buona volont di lavoro
76
, veniva detto a
proposito di Asti. Tra i compiti della formazione professionale si aggiungeva ora
quello di fucina di cittadinanza: leducazione al lavoro era intesa anche come
trasmissione dei valori su cui si era fondata tradizionalmente la convivenza ur-
bana, secondo unimmagine che affondava le radici nella storia locale. Quando
si saranno migliorate effettivamente le scuole professionali, diurne e serali (que-
ste ultime sono in Piemonte molto frequentate), si potr dire veramente che esse
rappresenteranno il grande e fecondo frutto dellurbanesimo del secolo XX
77
, si
leggeva nella monografia regionale prodotta dallinchiesta parlamentare sulla
disoccupazione: la centralit del ruolo affidato alla formazione non poteva essere
enunciata in maniera pi chiara. A Torino, come prevedibile, la situazione appa-
riva particolarmente complessa. Nel 1951 un ispettore municipale della Divisio-
ne istruzione informava i superiori su uniniziativa promossa da un giovane pre-
te alle porte di Torino, detta la Citt dei Ragazzi: in una zona collinare a qual-
che chilometro dalla barriera di Casale, era stata impiantata una casa benefica
che accoglie i bimbi, le bimbe, i ragazzi senza famiglia di ogni parte dItalia, si-
ciliani, pugliesi, toscani, piemontesi, sardi, offrendo loro un primo addestra-
mento, con unofficina per la lavorazione del legno e una per le pelli. La tradi-
zione dei santi sociali continuava a riprodursi anche nel pieno del ventesimo se-
colo; il commento del funzionario comunale risolveva la distanza temporale dal-
le esperienze di Giuseppe Cottolengo o Giovanni Bosco con un paragone geo-

75. Almeno cos risultava da unindagine condotta a Torino nel 1954: cfr. A. Roma-
no, Situazione della disoccupazione giovanile di Torino, 26 agosto 1954, in AIGP, Ca-
mera confederale del lavoro di Torino (d'ora in avanti CcdlT), b. 36, f. 8 Lavoro, sf.
Occupazione. Disoccupazione, ssf. 1954.
76. Leconomia delle provincie, cit., p. 18.
77. A. Fossati, Piemonte e Valle dAosta, in Commissione parlamentare di inchiesta
sulla disoccupazione, La disoccupazione in Italia. Monografie regionali. Statistiche re-
gionali. Piemonte-Liguria-Lombardia-Tre Venezie-Trieste. Atti della Commissione, vol.
2, t. 1, Roma, Camera dei Deputati, 1953, p. 182.


154
grafico: I moretti della regione africana del Kenia dispongono di scuole, labora-
tori e officine assai migliori, impiantate per essi dai missionari della Consolata
di Torino
78
. Ancora nel 1961, nel pieno del boom migratorio, venivano avanza-
te istanze perch le scuole professionali di base avessero un carattere capilla-
re, necessario in una Citt come Torino dove, alla periferia, abbondano le fami-
glie numerose di immigrati
79
. Va tenuto presente per che la quota di immigrati
coinvolta nei corsi di preparazione professionale era minima in quegli anni ri-
spetto allentit del fenomeno; lo riscontrava lIstituto di ricerche economico so-
ciali Aldo Valente (Ires) in una indagine compiuta nel 1958, individuandone le
cause nellet gi adulta al momento dello spostamento e nella disponibilit da
parte dei nuovi venuti a effettuare qualunque tipo di lavoro
80
. In ogni caso, le
migrazioni erano un fattore chiave per la mobilit sociale complessiva, favoren-
do anche lascesa occupazionale dei lavoratori locali.
Una statistica dettagliata dei corsi approvati dal Mpi redatta dal Provveditora-
to agli studi di Torino e relativa allanno scolastico 1952-1953, comprendente
iniziative pubbliche e private, ci consente di avere unidea di quanti istituti,
scuole, enti, parrocchie, associazioni, singoli professionisti fossero attivi nel set-
tore della formazione professionale
81
. Pi diffusi e semplici da organizzare erano
i corsi di taglio, cucito e confezione rivolti ad aspiranti sartine, proposti da 37
soggetti sui 116 censiti, condotti soprattutto da istituti religiosi o da istruttori che
si erano creati una fama per la seriet e la qualit delle lezioni: solo in provincia
di Asti, per esempio, dal gennaio 1949 al settembre 1952 agli esami per autoriz-
zazione allapertura di corsi liberi di taglio e confezione e insegnamento si erano
abilitate 94 persone
82
. Tornando a Torino, invece, sempre rivolti a unutenza
femminile erano i corsi per dattilografe, organizzati da 32 operatori, spesso ac-
compagnati da corsi per stenografe e comptometriste; meno frequenti, ma molto
diffusi, i corsi per corrispondenti commerciali in lingua straniera, per contabili o
per addetti alle paghe operaie. Nel settore commerciale operavano anche grandi
centri di formazione privati, come la Sist in via Po, che gestiva quasi 3.000
studenti, perlopi donne.
Pietro Merlonghi, presidente dellAmma (Associazione meccanici metallur-
gici ed affini), era un convinto assertore delliniziativa privata anche in campo

78. T. Billia, Relazione alla scuola pre-serale presso la Citt dei Ragazzi in data
27 febbraio 1951, in ASCTO, Istruzione, 1952, b. 582, f. 1952. Scuole serali Integrative
ed elementari.
79. Progetto per Officine-Scuola, dalla direttrice di una scuola serale municipale
allispettore Leonardo Terzolo, 18 gennaio 1961, in ASCTO, Affari Lavoro, b. senza ti-
tolo Area Dip.le XIX 1961-1962 50 Manifestazioni 1961 ecc., f. Ufficio Lavoro.
1961/62. Scuole Professionali Comunali (Scuola Casati).
80. L84% degli intervistati era piemontese, il 78,5% aveva la famiglia originaria del
Piemonte. Rimane comunque la possibilit che tali dati fossero condizionati dagli stessi
criteri di indagine, non attenti ai rischi di una sottorappresentazione di cittadini prove-
nienti da altre regioni. Cfr. Ires, Ricerca sullistruzione professionale. Primi dati e rela-
zione, Torino, s.e., 1959, p. 23.
81. I dati si trovano in AST, Provveditorato agli studi di Torino, Statistiche, b. 82.
82. Leconomia delle provincie, cit., p. 21.


155
formativo: Il problema dellistruzione professionale dichiar nel 1955 in oc-
casione del V Salone Internazionale della tecnica di Torino grave e va risolto
e se lazione contro lanalfabetismo letterale un compito interamente devoluto
allo Stato, non credo che questo sia capace di eliminare lanalfabetismo profes-
sionale
83
. In effetti anche nel censimento del 1953 apparivano importanti realt
impegnate a sostenere lorganizzazione dei corsi nel settore industriale: il biso-
gno di attrezzature moderne e le spese di gestione ne facevano un affare riserva-
to a istituti quantomeno di medie dimensioni, come le Scuole tecniche operaie
San Carlo, con pi di 530 alunni, o a consorzi ben organizzati e diffusi sul ter-
ritorio, come la Scuola professionalePiemonte, che vantava poco meno di 800
iscritti tra Torino, Rivoli e Collegno. Inutile dire come fossero le qualificazioni
meccaniche le pi diffuse (aggiustatori, motoristi, saldatori, disegnatori mecca-
nici), anche se non mancavano gli insegnamenti elettrotecnici, promossi in parti-
colare da istituti specializzati, come il Self La scuola dellelettricit in via
Plana, dove 440 allievi studiavano impianti, radiotecnica, trasformatori, trasmis-
sioni telegrafiche con il metodo Morse.
Completavano lofferta formativa torinese sotto il controllo del Mpi i corsi
per orologiai, tappezzieri, tessitori di arazzi, fotografi, giardinieri, o per psico-
pubblicisti, come venivano chiamati gli esperti di tecnica pubblicitaria
84
.
Da aggiungere il ruolo svolto dal Comune di Torino, che dalla fine del de-
cennio quaranta aveva deciso di impegnarsi in una formazione diretta alla prepa-
razione di specifiche figure lavorative oltre che al sostegno sociale delle catego-
rie pi deboli. La costituzione di un sistema di scuole serali di qualificazione per
operai presso diverse scuole elementari, con le officine ubicate alle scuole Pla-
na, Birago e Avogadro, dai prezzi contenuti (100 lire per liscrizione, 100
lire di tassa, 250 per pagelle e diplomi), rispondeva a una richiesta diffusa
85
. La
formazione professionale comunale vera e propria nacque cos per iniziativa
dellassessorato dellistruzione, su proposta di funzionari gi occupati in istituti
tecnici e adibiti al disegno tecnico nelle scuole serali
86
. Nel 1954-1955 erano gi
attivi corsi per aggiustatori, tornitori, attrezzisti, stampisti, disegnatori tecnici,
telecomunicazioni, motoristi, elettrauto, con un totale di 600 iscritti
87
. Dalla fine

83. Dichiarazione di Pietro Merlonghi in occasione della presentazione del V Salone
Internazionale della tecnica, a Torino nel 1955 (cit. in Amma, Relazione sullEsercizio
1955, Torino, Tipografia editoriale commerciale artistica, 1956, p. 99).
84. Cfr. AST, Provveditorato agli studi di Torino, Statistiche, b. 82.
85. Il primo corso fu istituito con una delibera del Consiglio comunale del 26 luglio
1948 (ASCTO, Istruzione, 1950, b. 569, f. 1950. Scuole serali integrative). Cfr. Raspi-
no, Le scuole serali per lorientamento professionale, cit.
86. Si veda Promemoria, 19 luglio 1951, in ASCTO, Istruzione, 1952, b. 582, f.
1952. Scuole serali Integrative ed elementari (ma tutto il fascicolo utile per una
comprensione complessiva del sistema comunale).
87. Relazione di Giovanni Raspino alla Divisione VII Istruzione, 1 luglio 1954, in
ASCTO, Istruzione, 1955, b. 602, f. 1955. Scuole serali di qualificazione.


156
del 1960 i corsi passarono sotto la responsabilit dellAssessorato al lavoro: or-
mai lordine di grandezza era sulla trentina di classi, per 700 allievi circa
88
.
Allesplosione delle possibilit di prepararsi a un mestiere corrispose anche
una maggiore competizione tra le diverse agenzie formative private per accapar-
rarsi gli allievi, con lutilizzo di tecniche pubblicitarie sempre pi sofisticate.
Genitori, arduo scegliere fra il pullulare delle Scuole, i corsi pi idonei alla
sistemazione dei giovani
89
, diceva un opuscolo alla fine del decennio cinquan-
ta. Per conquistare le famiglie si arrivava a proporre alle aspiranti dattilografe un
metodo ritmico-musicale di nuovissima introduzione in Italia [], trasmesso
da apposita cuffia, di cui ogni macchina da scrivere dotata
90
; per le future se-
gretarie dazienda si facevano stampare dei finti giornali, dalle testate improba-
bili come LEco della mia Scuola, che contenevano articoli dai titoli del tenore
Come vedo la mia partecipazione alla vita al termine degli studi, oppure Sogni
di una pazzerella con granelli di speranza
91
.
La giungla dei corsi di formazione professionale poteva anche nascondere se-
condi interessi, di tipo puramente commerciale. Si era diffusa ad esempio in tut-
to il Piemonte una tecnica di promozione dei prodotti tessili che faceva leva pro-
prio sulla fame di formazione, per cui alcuni dipendenti di ditte tessili giravano
per i comuni e fornivano lezioni gratuite di taglio in locali di fortuna eludendo
le vigenti disposizioni di legge e sottraendo lavoro alle Scuole regolarmente ge-
stite. Cos veniva denunciato il fenomeno dallAssociazione delle scuole libere
di taglio:

A tutti sono note le svariate e pressanti forme pubblicitarie delle Case fabbricanti mac-
chine da cucire in lussuosi negozi, con luci abbaglianti, nella radio, nei cinema, nei gior-
nali ecc, per cui non vi donna che non conosca i pregi delle marche italiane e non si
senta attratta a farne lacquisto quando ne abbia i mezzi. Listituzione di corsi gratuiti di
taglio per attirare lacquirente quindi onere superfluo per il fabbricante, costituisce
concorrenza illecita nei confronti del modesto commerciante di macchine da cucire, e
toglie senzaltro il pane agli Insegnanti di taglio
92
.

Tuttavia, da parte degli ambienti imprenditoriali pi attenti, lo stato
dellistruzione professionale non poteva che destare una seria preoccupazione.

88. Deliberazione della Giunta municipale in data 22 dicembre 1961, in ASCTO,
Affari Lavoro, b. senza titolo Area Dip.le XIX 1961-1962 50 Manifestazioni 1961
ecc., f. Ufficio Lavoro. 1961/62. Scuole Professionali Comunali (Scuola Casati).
89. Depliant pubblicitario dellIstituto Cairoli di Torino, in AST, Istituto Nazionale
per le figlie dei militari, b. 946/2, f. 1922-75. Scuole Pratiche varie (albo profess. in-
segnanti, biblioteche). Scuole private.
90. Depliant pubblicitario del Centro di preparazione allimpiego Athena di Torino,
ivi.
91. Depliant pubblicitario dellIstituto Santa Teresa di Torino, ivi.
92. Lettera dellAssociazione delle scuole libere di taglio di Torino alla Presidenza
del Consiglio dei ministri, 15 giugno 1951, in AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabinetto, I
vers., b. 427, f. Scuola di taglio e confezione per abiti uomo e signora. Gilardini Pie-
tro.


157
Sono a Torino da 40 anni e 40 anni fa per la formazione dei tecnici cera
lAvogadro cos come solo lAvogadro c oggi con una Torino quasi raddoppia-
ta nella sua popolazione, moltiplicata nel valore quantit e qualit della sua pro-
duzione industriale
93
, diceva Pietro Merlonghi, presidente dellAmma, in occa-
sione di un convegno organizzato a Napoli dal Rotary Club nel 1958. Le asso-
ciazioni industriali, e in particolare quelle meccaniche, erano gi impegnate con
forme di sostegno che andavano oltre le scuole formative interne delle singole
aziende o il finanziamento di singoli corsi
94
, abbracciando lintero sistema.
LUnione industriali torinesi (Uit) e lAmma avevano istituito un premio intito-
lato a Giancarlo Camerana, uomo di punta della Fiat deceduto nel 1955: delfino
di Giovanni Agnelli
95
ne aveva sposato una nipote, divenendo vicepresidente
della maggiore azienda torinese nel 1939 e commissario dellUit durante
loccupazione tedesca. Il suo impegno per la formazione dei lavoratori fu alla
base della decisione di dedicargli il premio che ogni anno gratificava i migliori
dipendenti delle aziende meccaniche che si fossero dedicati allinsegnamento,
favorendo cos una circolazione dei saperi e delle pratiche professionali
96
. Dalla
met degli anni Cinquanta ci venne ritenuto per insufficiente, come ammette-
va la stessa Amma: Da parte industriale sta prendendo sempre maggiormente
corpo il principio dellintervento diretto, al fine di istituire, con mezzi finanziari
e didattici idonei, corsi razionali e produttivi corrispondenti alle esigenze fun-
zionali delle industrie e sotto il loro diretto controllo
97
. Lidea era quella di una

93. Pietro Merlonghi, Listruzione professionale a Torino. Istituti per la formazione
dei tecnici e scuole per lavviamento, laddestramento, la qualifica e la specializzazione
per lindustria e lartigianato, in Rotary Club di Torino, Il Rotary e listruzione profes-
sionale. Relazioni dei soci del Club di Torino. Congresso interdistrettuale dei Rotary
Club dItalia. Napoli, 20-23 marzo 1958, Torino, Edizioni Minerva Tecnica, 1958, p. 41.
94. Dal gennaio 1952 era attivo per esempio un corso per saldatori presso
lAvogadro, finanziato dalla Unione industriali torinesi e dallAmma, aperto solo ai
dipendenti delle ditte associate: cfr. Amma, Relazione sullEsercizio 1951, Torino, Ti-
pografia editoriale commerciale artistica, s.d. [1952], pp. 32-33.
95. Cfr. V. Castronovo, Giovanni Agnelli. La Fiat dal 1899 al 1945, Torino, Einaudi,
1977, p. 477.
96. A puro titolo di esempio, riportiamo di seguito i premiati del 1958: vennero insi-
gniti del premio Camerana i dipendenti Carlo Stanzani (Fiat), direttore della Scuola
pratica di elettrotecnica Volta; Stefano Massaia (ditta Ing. Castagnetti & C.), inse-
gnante di disegno presso varie scuole serali, tra cui la Casa di carit arti e mestieri;
Edoardo Orecchia (Stabilimento Rattero), che insegnava composizione, tecnologia, or-
ganizzazione e tecnica grafica presso la Vigliardi Paravia; Italo Pezza (Fiat), gi allie-
vo delle Scuole officine serali, insegnante di officina nelle medesime; Atanas Portoscal-
chi (Fiat), insegnante di meccanica e macchine nei corsi serali dellAvogadro. Basta
questa breve lista di nomi per farsi unidea sul livello della compenetrazione anche a li-
vello impiegatizio che legava le aziende alla galassia formativa torinese. Sui premi Ca-
merana si veda anche Marton, Iniziative torinesi per listruzione professionale, in
Cronache economiche, n. 181, gennaio 1958.
97. Amma, Relazione sullEsercizio 1956, Torino, Tipografia editoriale commerciale
artistica, 1957, p. 113.


158
scuola senza vincoli didattici e con una completa autonomia finanziaria, che po-
tesse rispondere in pieno ai desideri e ai bisogni dellindustria.
Alla fine del 1959 veniva finalmente inaugurata a Torino la scuola professio-
nale di iniziativa imprenditoriale Giancarlo Camerana, in via Braccini 17, pre-
sieduta da Merlonghi e realizzata in accordo tra la Provincia e lUit. Estesa su
3.340 metri quadrati su 4 piani, ospitava officine per lavorazioni a caldo (forgia-
tura e temperatura), saldatura, tracciatura, torneria, aggiustaggio, elettrotecnica. I
corsi erano gratuiti, rivolti inizialmente a 200 alunni, ma con la previsione di un
afflusso circa doppio
98
. La scuola, nelle intenzioni del presidente dellAmma
Pietro Merlonghi, libera da tutti quei vincoli tecno-didattici immobili in tutte le
altre scuole, avr caratteristiche tali da poter essere considerata un permanente
campo di sperimentazione dal quale dovrebbero uscire gli indirizzi per i corsi
professionali, ed in genere tutta la tecnica e la metodica che si riferisce
alladdestramento professionale degli operai
99
. Un altro tassello si veniva ad
aggiungere al complesso mosaico della formazione lavorativa regionale.


Nel boom economico, tra le riforme incomplete e il ruolo sindacale

Torino in questi giorni letteralmente tappezzata di manifesti annuncianti
una miriade di corsi gestiti dagli Enti pi disparati coi quali si offre ai giovani il
corso di tipo A, B, C, ecc., notava alla met degli anni Sessanta Gianni Alasia,
in occasione di un convegno sindacale. Ma una domanda sorge immediata e le-
gittima: a quali reali esigenze risponde questa reclamizzata "offerta"? Ed in se-
condo luogo: qual il livello qualitativo di questa offerta, la sua struttura tecni-
co-didattica, la qualit del suo personale docente?
100
. In effetti Alasia non era
lunico a porsi domande del genere. Il boom dellofferta relativa alla formazio-
ne, che fosse privata o pubblica, proveniente dai soggetti pi disparati, era tale
da lasciare stordito losservatore. Il decennio Cinquanta aveva visto crescere in
maniera convulsa un settore che si nutriva degli stessi ingredienti sociali e psico-
logici del miracolo economico, delle sue stesse pulsioni, fino ad assumere una
rilevanza formidabile. E la tendenza non accennava a mutare. Nel calderone del-
la formazione professionale veniva inserito tutto e il contrario di tutto. Si posso-
no citare casi discutibili come quelli di alcuni istituti femminili, dove il corso di
avviamento a tipo industriale contemplava tra le materie leconomia domestica,
con un programma teso allinsegnamento di come effettuare la pulizia di un
ambiente, la disposizione garbata di mobili, di ninnoli, di fiori recisi, la coltiva-

98. Amma, Relazione sullEsercizio 1959, Torino, Tipografia editoriale commerciale
artistica, 1960, pp. 77-78.
99. Merlonghi, Listruzione professionale a Torino, cit., p. 44.
100. Cgil Coordinamento regionale piemontese, Relazione del compagno Giovanni
Alasia al convegno su: i sindacati e listruzione tecnica e professionale, Torino 17 set-
tembre 1966, in AIGP, CcdlT, b. 171, f. 1.13 Formazione professionale 1963-1964,
1966, 1971, 1973-1980, s.d., sf. 3 1966 (una copia si trova anche in AIGP, CcdlT, b.
66, f. 14, sf. 1966).


159
zione di una pianta da camera, lesecuzione di lavoretti utili e decorativi per la
casa
101
. Oppure i corsi per camiciaie organizzate dal Comune di Torino, per cui
alla proposta di Giorgina Arian Levi di accentuarne laspetto professionalizzan-
te, al fine di consentire un utilizzo effettivo sul mercato del lavoro delle nozioni
acquisite, veniva obbiettato che queste donne che apprendono il lavoro di ca-
miciaia, sono messe in grado di lavorare e nel contempo di dedicarsi ai bisogni
di casa, di aiutare cos finanziariamente la famiglia, mentre se imparano una pro-
fessione come per esempio quella di operaia tessile finiscono poi nelle fabbriche
e non si dedicano pi al solo lavoro di casa: dunque il caso di una formazione
professionale con una dichiarata intenzione antiprofessionale, almeno per quel
che concerne il lavoro salariato
102
.
Allinizio degli anni Sessanta si impose la necessit di fare il punto della si-
tuazione, di fissare le coordinate di un paesaggio altrimenti caotico. Dopo le
prime ricerche pionieristiche dellIres, di cui abbiamo parlato nel paragrafo pre-
cedente, fu lAssociazione Piemonte Italia a impegnare risorse e intelligenze
per un censimento che potesse dare il polso della situazione regionale
103
. I risul-
tati della ricerca, presentata tra il 1963 e il 1964 e definita dai suoi curatori come
un tentativo, forse il primo in Italia, di una rilevazione ragionata di tutti i dati
relativi alla formazione professionale in una regione
104
, confermarono
lassoluta centralit del capoluogo rispetto alle altre province: a Torino infatti si
trovava ben il 74% degli iscritti ai corsi di formazione dellintero Piemonte. In
particolare, la ripartizione per ente promotore dimostrava la concentrazione delle
iniziative non pubbliche (o quantomeno avviate da soggetti non statali) nella cit-
t della Fiat. Di tutta la formazione promossa nella regione dal Mpi (tramite le
scuole tecniche e gli istituti professionali) il 48% degli alunni erano impegnati in
provincia di Torino; di quella rivolta agli apprendisti il 47%. Nella citt della
Mole si trovavano per il 79% degli iscritti ai corsi autorizzati dai consorzi pro-
vinciali per listruzione tecnica e addirittura l82% di quelli riconosciuti dal
Mlps. Infine, ma qui bisogna dare adito a pi di una riserva sui sistemi di rile-
vamento, Torino deteneva in pratica il monopolio dei corsi privati non ricono-
sciuti dellintero Piemonte (tab. 2). Insomma, erano le iniziative nate in seno al
tessuto sociale ed economico (anche se poi ratificate dal centro, come nel caso
del Mlps) ad esaltare il ruolo centrale del capoluogo di regione.

101. Si tratta della scuola civica professionale Clotilde di Savoia di Torino (rela-
zione di Serapia Cristina Cotto, 22 luglio 1946, in ASCTO, Istruzione, 1946, b. 543, f.
1946. Scuole Avv. municipali. Disposizioni diverse, sf. Civiche Scuole Medie. Rela-
zioni. Anno scolastico 1945-46).
102. Intervento di Gherra, in Consiglio comunale di Torino, Seduta del 16 maggio
1960, p. 123. Si veda su questi temi uno studio relativo al caso torinese: A. Badino, Tutte
a casa? Donne tra migrazione e lavoro nella Torino degli anni Sessanta, Roma, Viella,
2008.
103. I primi risultati, relativi allanno scolastico 1960-61, erano stati pubblicati in
Associazione Piemonte Italia, La formazione professionale industriale, artigianale e
femminile in Piemonte, Torino s.e., 1963.
104. D. Conti, Una recente inchiesta sulla formazione professionale in Piemonte, in
Istruzione tecnica e realizzazioni, a. 9, 1964-1965, n. 2, p. 36.


160


Tabella 2: Iscritti ai corsi professionali in Piemonte (1963-64)

Alessan-
dria
Asti Cu-
neo
Novara Torino Ver-
celli
Totale
Mpi 957 613 1.043 1.379 4.846 1.183 10.021
Consorzi
prov.
1.081 286 183 3.842 27.620 1.851 34.863
Mlps 302 310 608 186 6.878 140 8.424
Corsi au-
tonomi
20 - - 22 45.937 - 45.979
Corsi a-
gricoli
2.092 1.091 2.141 1.147 10.081 641 17.193
Apprendi-
sti
5.402 1.029 1.529 6.990 16.158 3.599 34.707
Totale 9.854 3.329 5.504 13.566 111.520 7.414 151.187

Fonte: Associazione Piemonte Italia, La formazione professionale in Piemonte, 2 voll., Torino,
s.e., 1964

Un censimento di fine decennio, relativo al 1968-69, avrebbe poi offerto nu-
meri meno sbilanciati, dando limpressione di un netto riaggiustamento: gli al-
lievi sparsi nel resto della regione risultavano aumentati al 42%, dal 26% di 5
anni prima
105
. Si tratta per di cifre da prendere con il beneficio del dubbio. In
ogni caso i dati erano impressionanti. stato scritto che listruzione tecnica
non pu prosperare per volont del legislatore l dove manchi lo sviluppo eco-
nomico
106
; in questo caso si verificava linverso: in mancanza di volont del
legislatore, listruzione professionale prosperava in maniera ipertrofica l dove
era concentrato lo sviluppo economico.
Ci appare chiaro esaminando landamento delle iscrizioni ai corsi professio-
nali nel comune di Torino, per il quale disponiamo dei dati pi dettagliati. Anche
considerando che le statistiche non comprendevano gli iscritti alle scuole pubbli-
che e lo shock sistemico provocato dallentrata in vigore della scuola media a
partire dalla seconda met degli anni Sessanta, evidente la vigorosa crescita
che le iniziative relative alla formazione professionale conobbero nel capoluogo
piemontese. Fino al 1963 la tendenza si era mantenuta stabilmente in aumento,
con una quota crescente della formazione industriale rispetto a quella commer-
ciale e una parallela della partecipazione maschile rispetto a quella femminile,

105. Associazione Piemonte Italia, Il sestante. Guida alla formazione professionale,
a cura di V. Pagni, Torino, s.e., 1968.
106. R. Maiocchi, Il ruolo delle scienze nello sviluppo industriale italiano, in Storia
dItalia. Annali, vol. 3, Scienza e tecnica, Torino, Einaudi, 1980, p. 1365.


161
indice dell'importanza crescente assunta dalla formalizzazione di un percorso di
qualificazione di tipo industriale (grafici 1 e 2).


Grafico 1: Iscritti ai corsi di formazione professionale nel comune di Torino
per tipologia, 1951-1970



Fonte: Annuario statistico del Comune di Torino (dati aggregati e elaborati: cfr. la tabella in ap-
pendice). Si compresa nella categoria di corso industriale, oltre ai corsi industriali propriamente
detti, anche quelli artigianali e aziendali.




162
Grafico 2: Iscritti ai corsi di formazione professionale nel comune di Torino
per genere, 1951-1962



Fonte: Annuario statistico del Comune di Torino (dati aggregati e elaborati)


Alla complessit del quadro, dovuta ai molti soggetti promotori o organizza-
tori, necessario aggiungere anche unulteriore difficolt nella delimitazione dei
campi di competenza reciproci. Le agenzie formative infatti potevano ricevere
sovvenzioni da pi fonti, vanificando ogni tentativo di valutazione sul rapporto
tra soldi spesi e corsi offerti: la stessa Casa di carit arti e mestieri, ad esem-
pio, che si era occupata dellindagine su esposta, era stata finanziata nellanno
1958-59 per 44 milioni di lire dal Mlps, per 11 milioni da singole aziende, per 7
milioni da enti pubblici e privati, per 5 milioni da benefattori e entrate varie
107
. Il
quadro che ne emergeva non risultava quindi cos chiaro, anche se forniva pi di
un elemento di riflessione. Rimanevano comunque fondamentali i giudizi forniti
dagli osservatori a contatto con un mercato del lavoro che continuava a richiede-
re operai qualificati, 12.000 lanno per la sola Torino, secondo lUnione indu-
striale
108
. In particolare era lindustria meccanica a lamentare le carenze maggio-

107. Casa di Carit Arti e Mestieri, Preventivo di gestione Anno Scolastico 1958-59,
8 luglio 1959, in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area Dip.le XIX. Prot. Anno 1959. 477/7
(n. 6) Corsi qualificazione giardinieri ecc., f. Scuole Professionali non Comunali.
108. Celebrazioni del primo centenario dellUnit dItalia 1861-1961. Orientamento
sulla costituzione del Centro nazionale di formazione per il lavoro, riunione del giorno


163
ri: uninchiesta sostenuta nel 1960 dallUit aveva constatato come nei soli stabi-
limenti torinesi della Fiat erano stati assunti 5.483 operai meccanici, mentre nel-
le scuole statali, non statali e nei corsi liberi dellintera provincia si erano quali-
ficati appena 1.118 meccanici
109
. Insomma, il gettito di giovani e di lavorato-
ri che annualmente terminano i corsi di formazione professionale decisamente
insufficiente rispetto al fabbisogno locale: queste, in estrema sintesi, le conclu-
sioni che venivano tratte dallinchiesta
110
.
Anche le organizzazioni sindacali poterono confermare in quegli anni la loro
presenza nel campo della formazione, grazie agli spazi aperti dalla legge
sullapprendistato. Lo Ial-Cisl vantava un impegno rivolto in particolare alla
provincia di Alessandria, dove aveva luogo la grande maggioranza dei corsi re-
gionali, mentre per lEcap-Cgil era la provincia di Novara a rappresentare una
vera e propria esperienza pilota a livello nazionale
111
. A Torino lo Ial gestiva i
corsi per apprendisti nelle aziende meccaniche della zona S. Paolo, Barriera di
Nizza e Barriera di Milano
112
. Pi diffusa e radicata invece la presenza dellAcli,
con lEnaip: nel 1960, nella sola provincia di Torino, gestiva 94 corsi di forma-
zione per 2.310 allievi
113
. Ancora nellanno 1967-68, i 25 corsi per apprendisti
gestiti dallo Ial nel comune di Torino e gli 11 in provincia erano la met di quelli
promossi dallEnaip-Acli o dallInapli
114
. La formazione professionale confer-
mava una vocazione di strumento di intervento nelle politiche economiche e so-

18 maggio 1959, in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area Dip.le XIX 1961-1962. 50 Mani-
festazioni 1961 ecc., f. Manifestazione 61, sf. Varie.
109. Provveditorato agli studi di Torino, Programma di sviluppo dellistruzione tec-
nica e professionale nel quadriennio 1962-63-1965-66, marzo 1961, in ASTo, Ispettora-
to scolastico di Torino, b. 1501, f. Piano di istruzione professionale, sf. Disposizioni
Ministeriali e Risposta al Ministero.
110. Associazione Piemonte Italia, Proposte di intervento per il potenziamento e lo
sviluppo della formazione professionale industriale, artigianale e femminile in Piemon-
te, Torino, s.e., 1963, p. 1.
111. Si veda per il primo caso: Le dimensioni dellimpegno 1962-1965, inserto spe-
ciale in Leva del lavoro. Periodico dellIstituto addestramento lavoratori della Cisl,
marzo-aprile 1965, n. 2; per il secondo: B. Meloni, Dieci anni di esperienza nei corsi per
apprendisti nella provincia di Novara, in Notiziario sulla formazione professionale,
Ecap-Cgil, numero unico, marzo 1965.
112. Lettera da Gildo Mirti, incaricato provinciale Ial-Torino, alle ditte interessate, 4
ottobre 1962, in AFVN, Archivio dellUnione Cisl di Torino, fondo n. 1 Usp-Ust Cisl
di Torino, b. 184 IAL, f. Corsi 1962-63.
113. Attivit Enaip 1959-1960, 16 dicembre 1959, in ASCTO, Affari Lavoro, b. A-
rea Dip.le XIX. Prot. Anno 1959. 477/7 (n. 6) Corsi qualificazione giardinieri ecc., f.
Scuole Professionali non Comunali. LAcli in quegli anni stava elaborando a livello
nazionale unampia riflessione sulla formazione professionale, che si condensava nel
principio dei sistemi aperti: cfr. G. Gozzer, Gozzer, Rapporto sulla secondaria. La
riforma degli istituti secondari superiori nel dibattito politico e culturale dal 1950 al
1973, Coines, Roma 1973 pp. 118-119.
114. Bozza piano corsi teorico-complementari per apprendisti. Provincia di Torino
Esercizio 1967/1968, in AFVN, Archivio dellUnione Cisl di Torino, fondo n. 1 Usp-
Ust Cisl di Torino, b. 185 IAL, f. Corsi, corrispondenza 1966-67.


164
ciali evidente sin dalla creazione dei corsi per reduci nel 1947. Ci poteva risul-
tare ancora pi importante in un periodo di rapido mutamento sociale, in una fa-
se prolungata di forte crescita demografica urbana: lo sviluppo dellistruzione
professionale si nutriva delle correnti di immigrazione, che a loro volta sceglie-
vano la citt della Fiat anche per le molte opportunit di accedere a una forma-
zione superiore.
Questo legame emergeva chiaramente nelle parole di chi era venuto a Torino
per lavoro, come ad esempio in quelle raccolte alla fine degli anni Sessanta per
uninchiesta sui lavoratori studenti. Arrivato qua raccontava un operaio sici-
liano naturalmente per prima cosa mi son trovato un posto, perch era il primo
motivo per cui dalla Sicilia sono venuto qua. Si prospettava un avvenire che non
mi era molto gradevole, quindi ho pensato di andare a scuola serale
115
. Con
qualche sacrificio aveva quindi preso il diploma di disegnatore meccanico in un
istituto professionale; il titolo per non fu una chiave di accesso sicuro per una
posizione migliore. Anzi: per la qualifica ottenuta trov posto solo come ap-
prendista, per 40.000 lire al mese; nella stessa fabbrica cercavano anche operai
tornitori, che con i premi e gli straordinari arrivavano a guadagnare fino a
90.000 lire mensili. La scelta cadde dunque su questultima opzione: il contrasto
tra la realt dei fatti e le aspirazioni dei lavoratori alla mobilit sociale, da realiz-
zarsi grazie allo studio e al sacrificio cos come voleva la tradizione sabauda,
stava dando luogo a forti tensioni, di cui parleremo in seguito.
A proposito dei flussi migratori cera anche chi, come Pietro Merlonghi, pro-
poneva lampliamento dellofferta di formazione professionale nelle zone mon-
tane depresse per rallentarne uno spopolamento ormai avviato da tempo. Inutile,
diceva, concentrare tutte le scuole a Torino, se si voleva allentare la pressione
migratoria: prima di tutto bisognava decomprimere proprio le occasioni di studio
e addestramento
116
. Si trattava di opinioni non molto ascoltate allepoca, anzi:
proprio in quel torno di tempo si stava concretizzando uniniziativa che andava
esattamente nella direzione opposta, ovvero la qualificazione a Torino degli im-
migrati. Era stato lo stesso Vittorio Valletta ad annunciare loperazione:

La Fiat ha offerto alle autorit di governo la istituzione di una scuola campione []. La
spesa dimpianto, prevista per una scuola di almeno 200 allievi, inizialmente in circa 600
milioni di lire, sar assunta in parti uguali dalla Fiat o dalla Cassa per il Mezzogiorno
(od altra istituzione similare) ma la responsabilit della organizzazione e degli insegnanti
sar affidata completamente alla Fiat. [] Il ministero del Lavoro, che prender a carico
le spese di gestione della scuola, ha accolto la nostra offerta con favore
117
.

115. I lavoratori studenti. Testimonianze raccolte a Torino, a cura di G. Arian Levi ,
G. Alasia, A. Chiesa, P. Bergoglio, L. Benigni, introduzione di V. Foa, Torino, Einaudi,
1969, p. 74 (il corsivo mio).
116. P. Merlonghi, Leconomia delle zone montane e la formazione professionale, in
Cronache economiche, aprile 1963, n. 244, pp. 16-21.
117. Dichiarazione di Vittorio Valletta ad unassemblea di azionisti Fiat nel 1961, ri-
portata in A. Mottura, G. Pistone, Listruzione professionale. Rapporti tra scuola e mon-
do del lavoro, in Istruzione professionale. Inchiesta sulla Scuola centrale Allievi "Gio-


165

Vedeva cos la luce il Centro professionale immigrati Le Vallette, con sede
in corso Toscana, grazie a un sostanzioso finanziamento della Cassa del Mezzo-
giorno di un miliardo e mezzo di lire. La scuola, che dava assoluta preferenza a
favore dei giovani immigrati ma che ammetteva anche i torinesi meritevoli,
cominci i suoi corsi nellottobre 1964: nel secondo anno si contavano gi quasi
900 iscritti, aspiranti tornitori, aggiustatori, saldatori, meccanici generici, radio-
tecnici, elettromeccanici, elettrauto, disegnatori, tecnici di radio, elettrauto e
tv
118
. Liniziativa, partita rapidamente con generosi finanziamenti centrali, a-
vrebbe poi alla fine degli anni Sessanta incontrato delle difficolt per carenza di
fondi
119
, ennesima conferma di una carenza cronica di programmazione di medio
periodo per ogni tipo di progetto in questo settore, soprattutto se di provenienza
statale.
In un momento in cui lazione del governo nazionale si rivelava insufficiente
o caotica, risultava ancora pi prezioso lintervento autonomo da parte degli enti
locali, in primis le province e i comuni
120
. Lamministrazione comunale torinese
proseguiva infatti nella sua opera di razionalizzazione e di ampliamento
dellofferta formativa, ora sostenuta da unassessore al lavoro attento e appas-
sionato come Mario Enrico. Lorganizzazione di un originale corso per giardi-
nieri a Grugliasco
121
si accompagn allaccentramento degli altri corsi in un uni-
co edificio, realizzando lantico sogno di costruire un grande polo di addestra-
mento municipale della citt di Torino. Alcuni corsi di qualificazione si svolge-
vano nei locali delle scuole elementari e ne utilizzavano lattrezzatura, provo-
cando disagi e fastidi: i banchi dellelementare sono, per i nostri giovani, veri e
proprii istrumenti di tortura (molti di essi sono gi scomodi per gli allievi di 5

vanni Agnelli" della FIAT, a cura della Federazione Studenti Medi, Torino, Tiposervizio,
s.d., p. 11.
118. Si veda il f. 1965. Servizio lavoro. Centro professionale immigrati Le Vallet-
te, in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area Dip.le XIX. Prot. Anno 1965. 477 35 Centro
Professionale Citt di Torino ecc.
119. Crisi al centro Professionale "Le Vallette". La mancanza di finanziamenti causa
della disfunzione, in Torino sindacale, a. 2, febbraio 1969, n. 1.
120. E. Perna, Istruzione professionale e provincia, in Riforma della scuola, a. 6,
ottobre 1960, n. 10, pp. 1-3. Questa rivista, stampata a partire dal 1955 da Editori riuniti,
pur riprendendo il nome di quella diretta da Gonella alla fine degli anni Quaranta, era
espressione dellimpegno verso i temi della didattica da parte di insegnanti e intellettuali
vicini al Pci.
121. Chi vuole diventare giardiniere? un mestiere che non manca di poesia e la
specializzazione assicura anche un lavoro. La scuola di Grugliasco: piccoli stipendi agli
allievi poi impiego nel Comune. Minimo: 45 mila lire al mese, massimo 70-75 mila, in
La Stampa, 20 settembre 1959. Si veda il f. 1959. Problemi del lavoro. 6 Corsi di
qualificazione per giardinieri, in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area Dip.le XIX. Prot.
Anno 1959. 477/7 (n. 6) Corsi qualificazione giardinieri ecc.


166
elementare!), scriveva lispettore tecnico Giovanni Rasino nellaprile 1962
122
.
In particolare i corsi per disegnatori tecnici risentivano della carenza di luoghi
idonei:

Le prime due classi non dispongono di tecnigrafi, anzi fanno il disegno su banchi
dellelementare inadatti sia alla struttura dei giovani studenti, sia alle dimensioni dei fo-
gli da disegno. [] questa, se vogliamo, una sistemazione non solo inadatta, ma anche
mortificante, trattandosi di corsi molto richiesti. [] Poich questa on. Divisione si di-
mostra incline a dotare questi nostri Corsi di Qualificazione di unOfficina da sistemare
nei locali dellex Oreal, non sarebbe possibile anche ricavare 4 aule per i Disegnatori
tecnici? Sarebbe lunico modo di dare ossigeno a tale Corso: questanno abbiamo dovuto
rinviare ben 29 giovani per mancanza di spazio.
123


Nellanno scolastico 1962-1963 iniziarono cos le lezioni presso il Centro di
addestramento Citt di Torino, ubicato in corso Svizzera nei locali dellex sta-
bilimento Oreal. Pian piano vennero qui trasferiti tutti i corsi serali di addestra-
mento, qualificazione e specializzazione organizzati dal Comune, prima distri-
buiti tra i vari istituti tecnici e professionali cittadini: alla met del decennio era-
no quasi 700 gli allievi iscritti
124
. In particolare era nel campo delle telecomuni-
cazioni che i corsi municipali si distinsero per qualit di offerta, fino a presentar-
si come una vera e propria scuola, con un cursus studiorum che poteva durare
fino a 5 anni, tra addestramento, qualificazione e specializzazione: gli insegnanti
provenivano dalle migliori istituzioni e aziende presenti a Torino (il Politecnico,
lIstituto Galileo Ferraris, la Rai, la Fiat-Elettronica, la Riv-Laboratorio espe-
rienze, la Magnadyne, la Stipel, la Timo, ecc.), per cui si poteva ben affermare
che i programmi dei suoi Corsi sono basati su profili professionali per le diver-
se categorie di allievi concordati con tali industrie e continuamente aggiornati,
cos come si richiede per una tecnica in rapidissima evoluzione quale
lelettronica
125
.
Mentre lamministrazione comunale torinese imboccava la strada di coordi-
nare lesistente calibrando lofferta sui nuovi settori tecnologici, i responsabili
governativi continuavano a dibattersi nelle difficolt di sempre, arrancando die-
tro alle esigenze dei cambiamenti produttivi e sociali. Nei primi anni Sessanta
videro tuttavia la luce delle iniziative destinate a cambiare radicalmente il qua-
dro di riferimento della formazione professionale: la nascita della scuola media

122. Relazione del 7 aprile 1962, in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area Dip.le XIX
1961-1962. 50 Manifestazioni 1961 ecc., f. Ufficio Lavoro. 1961/62. Scuole Profes-
sionali Comunali (Scuola Casati)2.
123. Lettera di Leonardo Terzolo a Andrea Fenu, capo divisione dellUfficio econo-
mato, 6 febbraio 1962, ivi.
124. Promemoria per lAssessore, aprile 1965, in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area
Dip.le XIX. Prot. Anno 1965. 477 35 Centro Professionale Citt di Torino ecc., f.
1965. Servizio lavoro. Centro professionale Citt di Torino.
125. Appunto, s.d., in ASCTO, Affari Lavoro, b. Area Dip.le XIX 1961-1962. 50
Manifestazioni 1961 ecc., f. Ufficio Lavoro. 1961/62. Scuole Professionali Comunali
(Scuola Casati).


167
statale unica con laccorpamento dei due indirizzi tradizionali in uno solo, previ-
sto dalla L. 31 dicembre 1962, n. 1859; la definitiva sostituzione delle vecchie
scuole tecniche con gli istituti professionali, che contemplavano la possibilit di
effettuare corsi complementari per i lavoratori, il pomeriggio o la sera, corsi di
specializzazione e perfezionamento. In effetti in questi anni all'aumento degli
iscritti presso gli istituti professionali corrispose un calo notevole degli allievi
nelle scuole tecniche storiche. La piccola scuola dellAssociazione tappezzieri
torinese, ad esempio, che si era attestata alla fine degli anni Cinquanta sulle 90
iscrizioni annue, scese a 18 nellanno scolastico 1963-64, obbligandosi a un ri-
pensamento del proprio ruolo formativo: si trattava della rappresentazione in se-
dicesimi di una tendenza generale ben pi ampia
126
.
Fuori dallordinamento scolastico, in quella formazione di seconda categoria
rivolta ai giovani lavoratori prevista dalla legge sull'apprendistato 25/1955, le
cose sembravano ancora pi complesse da sbrogliarsi. I casi di aziende che mi-
nacciavano gli apprendisti di licenziamento se avessero continuato a seguire i
corsi erano solo la punta delliceberg di un ostruzionismo diffuso che veniva po-
sto nei confronti della formazione extra lavorativa
127
: spesso infatti le lezioni si
limitavano a un recupero della scuola primaria, con poca attenzione alla specifi-
cit didattica del caso, risultando un qualcosa di posticcio, di stonato per
lapprendista
128
e incontrando la facile opposizione sia dei lavoratori che delle
ditte. Riteniamo che far perdere mezza giornata allapprendista di insegnamen-
to pratico nel mestiere che deve imparare ed essergli fonte di guadagno per tutta
la vita, sia pi dannoso che non fargli frequentare lezioni di classi elementari,
scrivevano da una tipografia di Ivrea agli uffici dello Ial
129
. Alla fine degli anni
Sessanta alcune stime facevano salire il numero degli apprendisti nella provincia

126. AST, Archivio della Associazione Tappezzieri di Torino, b. 7, f. Riepilogo e
cenni storici sullattivit della scuola. Registro. 1898-1978. La Societ
dincoraggiamento darti e mestieri di Milano conobbe un calo nel decennio da 5.700
iscritti a 2.000 circa: Lacaita, Lintelligenza produttiva, cit., pp. 285-286.
127. Si vedano le numerose denunce conservate in AST, Provveditorato agli studi di
Torino, Comitato Provinciale di Educazione Popolare, bb. 479 e 480.
128. Ccdl Torino, Con la partecipazione di varie organizzazioni sindacali delle Pro-
vincie dellItalia centro settentrionale ha avuto luogo a Torino il 24 marzo un Convegno
sul tema: Il Diritto alla studio per chi lavora. In attesa di poter offrire una documenta-
zione pi ampia pubblichiamo la relazione tenuta dal compagno Carlo Bensi della
Commissione Giovanile della Cgil, aprile 1963, in AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabi-
netto, I vers., b. 426, f. Scuole serali, sf. Agitazioni, rivendicazioni ecc.. Per avere
unidea degli insegnamenti impartiti, si riportano i libri distribuiti dal Provveditorato di
Torino per i corsi popolari propedeutici per apprendisti nel 1960: La scienza in cucina e
larte di mangiar bene di Pellegrino Artusi, La formazione del Cittadino di A. T. Mauri,
Il nuovo apprendista meccanico di Emilio Rinaldi, Costruiamo di Leonardo Verri, Sei
mesi di scuola di Lorenzo Pagani (AST, Provveditorato agli studi di Torino, Comitato
provinciale di educazione popolare, b. 478).
129. Dalla Tipografia Giglio Tos di Ivrea a Ial Torino, 26 novembre 1966, in AFVN,
Archivio dellUnione Cisl di Torino, fondo n. 1 Usp-Ust Cisl di Torino, b. 187 IAL,
f. Corrispondenza con le ditte. 1962-67.


168
di Torino a 74.000, mentre il numero dei frequentanti i corsi complementari si
riduceva a circa 16.000; va tenuto in considerazione come proprio il 1969 avesse
registrato unimpennata nel numero degli apprendisti, tale da scompaginare un
gi debole impianto organizzativo
130
. Una forma contrattuale che si stava rive-
lando semplicemente un comodo rapporto di lavoro, teso a creare una massa
di manovra operaia: questo il giudizio espresso in uninchiesta condotta dagli
studenti di Magistero e ripresa dalla Cgil torinese, in cui si avanzava il dubbio
che nel caso dellapprendistato si potesse realmente parlare di formazione pro-
fessionale
131
. Le voci degli apprendisti che si levarono in unassemblea organiz-
zata dalla Cisl allinizio degli anni Settanta a Grugliasco criticavano direttamen-
te anche la validit della formazione prevista dal contratto: 5 anni di apprendi-
stato sono troppi, perch dopo che hai imparato il lavoro il padrone continua a
pagarti come un apprendista e fai il lavoro degli operai; sono 9 mesi che fac-
cio lo stesso lavoro, che ho imparato in 2 o 3 giorni
132
.
Fu proprio sullasse del rapporto tra la scuola e il lavoro che si costru nel
corso degli anni Sessanta un impegno crescente da parte delle strutture sindacali,
fino a quel momento poco propense a entrare nel merito di una critica del siste-
ma di formazione professionale. Se la legge sullapprendistato del 1955 aveva
portato le organizzazioni dei lavoratori a fare i conti con i corsi di addestramen-
to, un discorso complessivo sullintero settore tardava a farsi strada
133
. Nel 1957
la Cgil aveva provato a organizzare i lavoratori studenti, senza troppa convin-
zione, n alcun esito; nel 1961 la Uil protest con il prefetto di Torino per i costi
dei corsi serali, saliti fino alle 200.000 lire per la sola iscrizione
134
. Solo
allinizio degli anni Sessanta il problema riusc ad assumere una reale dimensio-
ne politica, grazie allimpegno diretto dei lavoratori studenti: dal 1962, infatti,
iniziarono a comparire a Torino dei gruppi organizzati che lamentavano le pe-

130. Questi i dati dellUpl sugli apprendisti a Torino: 1960: 46.277; 1961: 54.702;
1962: 55.388; 1963: 52.815; 1964: 60.705; 1965: 65.084; 1966: 53.731; 1967: 54.717;
1968: 57.230; 1969: 74.490. Da notare la forte aderenza allandamento economico con-
giunturale.
131. Lapprendistato massa di manovra, luglio 1969, in AIGP, CcdlT, b. 171, f. 1.6
Apprendistato 1969-1970, 1972, 1975-1976, sf. 1 1969.
132. Resoconto dellassemblea tra gli apprendisti di Grugliasco del 6 marzo 1972, ri-
portato in Enaip-Torino, Documento di lavoro per gli insegnanti dei corsi complementa-
ri per apprendisti, 11 aprile 1974, in AFVN, Archivio dellUnione Cisl di Torino, fondo
n. 1 Usp-Ust Cisl di Torino, b. 285 ENAIP, f. Formazione professionale. 1975-80.
133. Si segnalano gli articoli di Carlo Parmentola, Fabbrica e scuola a Torino, e
Diego Novelli, Difficolt della qualificazione, entrambi in Riforma della scuola, a. 3,
febbraio 1957, n. 2, pp. 16-18; e un interessante elaborato di Luigi Ruffa, figura storica
dellantifascismo torinese: Note sulle condizioni della istruzione tecnica e professionale
nella provincia di Torino, cit.
134. Appunto della questura di Torino, 4 maggio 1963, in AST-Sr, Prefettura di To-
rino, Gabinetto, I vers., b. 426, f. Scuole serali, sf. Associazione Naz/le Studenti Se-
rali; lettera della Camera sindacale Uil al prefetto di Torino, 18 settembre 1961, in
AST-Sr, Prefettura di Torino, Gabinetto, I vers., b. 426, f. Scuole serali, sf. Scuole
statali serali.


169
santissime condizioni di vita a cui erano costretti per seguire i corsi alla fine
dellorario di lavoro. In particolare, lIstituto Avogadro e la fabbrica Riv furo-
no i due centri di organizzazioni degli operai studenti, nel primo caso con una
consistente presenza da parte della Fgci e della Cisl, nel secondo con il ruolo
propulsore della Fiom. Il legame dei lavoratori studenti con le organizzazione
storiche non era per integrale n incondizionato, almeno in una prima fase; ci
dette luogo a dinamiche autonome, come nel caso di una precoce protesta regi-
strata nel marzo 1962: circa un migliaio di studenti degli istituti Avogadro,
Plana, Birago e Teofilo Rossi informava il questore di Torino non so-
no entrati nelle scuole, senza, tuttavia, recarsi alla Ccdl per partecipare alla pre-
annunciata assemblea, sebbene pi volte a ci sollecitati dai numerosi attivisti
convenuti innanzi alle varie scuole
135
. Di fronte a un boicottaggio evidente,
lassemblea non prov neanche a riunirsi. Si trattava dei primi tentativi di dialo-
go delle strutture camerali con un gruppo sociale molto particolare e dalla gran-
de importanza simbolica, almeno nel capoluogo piemontese.
Il malcontento da parte dei frequentatori dei corsi cresceva, la loro organizza-
zione anche. Nelle aule dellAvogadro continu a collocarsi il fulcro delle ini-
ziative torinesi: nel 1964 si erano costituite due associazioni che rispecchiavano
il quadro politico, una di orientamento cattolico (Associazione italiana lavoratori
studenti), laltra socialcomunista (Associazione nazionale studenti serali). Le
condizioni di vita erano invece uguali per tutti, e venivano bene espresse da
Gianni Alasia, nel corso del convegno che abbiamo citato in apertura di questo
paragrafo:

Nel campo dellistruzione e della formazione gli studenti serali rappresentano certamen-
te la categoria di giovani sulla quale per intero [] gravano i costi fisici-psichici e fi-
nanziari della qualificazione professionale. La vita dello studente serale rappresentata
da un doppio orario. Gli esaurimenti nervosi sono allordine del giorno; il tasso
dabbandono delle scuole a corsi iniziati ascende ai 35-40%. S formato qui un nuovo
settore di speculazione: oltre il 70% delle scuole che gestiscono linsegnamento serale
sono private e in taluni istituti, per le sole rette e tasse, il giovane arriva a pagare 300 mi-
la lire lanno, ed anche pi. Pi di un terzo del suo stipendio se ne va cos per la scuo-
la
136
.

Nella prefazione di Vittorio Foa ad un fortunato volume di inchiesta, gi cita-
to nelle pagine precedenti, si chiariva come la questione degli studenti lavoratori
andasse a toccare dei nodi cruciali nello sviluppo delle istituzioni economiche e
sociali del Paese. Il punto di partenza era un evidente contrasto provocato dai
moderni sistemi di produzione, che spingevano a una doppia richiesta: da una
parte le ditte avevano lesigenza immediata di operai specializzati in determinate

135. Lettera del questore di Torino al prefetto, 28 marzo 1962, in AST-Sr, Prefettura
di Torino, Gabinetto, I vers., b. 431/2, f. Scuole serali Torino.
136. Cgil Coordinamento regionale piemontese, Relazione del compagno Giovanni
Alasia al convegno su: i sindacati e listruzione tecnica e professionale, Torino 17 set-
tembre 1966, in AIGP, CcdlT, b. 171, f. 1.13 Formazione professionale 1963-1964,
1966, 1971, 1973-1980, s.d., sf. 3 1966.


170
mansioni, dallaltra erano richiesti lavoratori polivalenti adattabili ai mutamenti
organizzativi: il lavoratore studente pienamente coinvolto in questa contrad-
dizione che investe la ragione stessa della scelta di studiare
137
. Lo studente la-
voratore era da considerarsi allora come una figura sociale costretta a pagare in
prima persona una serie di nodi irrisolti di lunga data, che confluivano nella ca-
renza generale del sistema della formazione professionale. Da qui la crescita di
istanze che caricavano sulla formazione professionale, anche su quella di inizia-
tiva imprenditoriale, compiti educativi di alto livello, su cui evidenti erano le ca-
renze statali. Unimpostazione che emerge evidente dalle richieste espresse nei
volantini che fin dall'inizio degli anni Sessanta circolavano negli ambienti delle
scuole serali, in cui, ad esempio, si invitavano gli alievi della Scuola Fiat a lotta-
re per un insegnamento veramente formativo che faccia di voi uomini ed operai
qualificati e non uomini-robot della produzione Fiat
138
.
Le lotte e la sensibilizzazione condotta nel corso degli anni Sessanta portaro-
no poi, nel 1969, alla presentazione di un disegno di legge alla Camera per la ri-
forma della scuola serale, da parte di Giorgina Arian Levi, che prendeva le mos-
se proprio dallesperienza dellAvogadro. importante non sottovalutare
limportanza del movimento dei lavoratori studenti nella maturazione di una
consapevolezza critica da parte delle organizzazioni politiche e sindacali, in par-
ticolare di quelle torinesi. Non un caso se proprio nel 1963, lanno della nascita
formale delle associazioni degli studenti lavoratori, Sergio Garavini ammettesse
come il movimento sindacale affronta con volont radicale di rinnovamento so-
lo in questultimo anno e con difficolt di orientamento persistente il problema
delle qualifiche ed forse ottimistico dire che ha cominciato ad affrontare il
problema dellistruzione professionale
139
.
Negli anni il fuoco della critica si sarebbe rivolto anche nei confronti delle
scuole aziendali, di cui la Cgil chiedeva in linea di principio la soppressione
140
.
Pi realisticamente, il bersaglio della contestazione divenne la rigida disciplina
cui erano sottoposti gli allievi, utile pi al controllo dei comportamenti indivi-
duali che alla preparazione di abilit tecniche. La Scuola Allievi veniva presa
come esempio di fucina delloperaio Fiat ideale, in cui si portava avanti lopera
di modellazione di quel perfetto capolavoro che dovrebbe essere, nellintenzione
dellautore, lallievo al termine dei suoi corsi: un pezzo di macchina auto-

137. V. Foa, Introduzione, in I lavoratori studenti. Testimonianze raccolte a Torino,
cit., p. 13.
138. Allievi Fiat!, opuscolo a firma dellAssociazione nazionale studenti serali Se-
zione di Torino, 6 aprile 1963, in AST-Sr, Serie Prefettura di Torino, Gabinetto, I ver-
samento, b. 426, f. Scuole serali, sf. Agitazioni, rivendicazioni ecc..
139. Intervento del compagno Sergio Garavini Segretario della Camera Confederale
del lavoro al Convegno promosso dallAdespi in data 9 giugno 1963 sul tema: Istruzione
professionale e qualifiche. Torino, luglio 1963, in AIGP, CcdlT, b. 171, f. 1.13 Forma-
zione professionale 1963-1964, 1966, 1971, 1973-1980, s.d., sf. 1 1963.
140. Cgil Coordinamento regionale piemontese, Nota sui problemi della istruzione
professionale. In preparazione del Convegno regionale della Cgil, Torino, giugno 1966,
in AIGP, CcdlT, b. 171, Formazione professionale 1963-1964, 1966, 1971, 1973-1980,
s.d., sf. 3 1966.


171
regolato sul ritmo dellingranaggio produttivo dellazienda
141
. Le aspettative
dellazienda nei confronti degli allievi erano poi chiare e si palesavano nei mo-
menti di conflittualit operaia:

Prima di ogni sciopero, i capi-reparto si rivolgono personalmente ad ognuno di noi e di-
cono: Tu sei un ex-allievo, abbiamo fiducia in te, cerca di entrare, domani, magari in
ritardo; tutte le porte sono aperte. In genere gli ex-allievi si lasciano convincere, quasi
fossero obbligati moralmente a difendere il padrone. Questo il logico risultato
delleducazione della Scuola Fiat
142
.

La critica a questi aspetti puramente disciplinari e coercitivi delleducazione
professionale si concentrava nella contestazione del ruolo giocato dalla religio-
ne, come invito al sacrificio e allobbedienza gerarchica, elemento tradizionale
delle iniziative educative regionali. Veniva citato ad esempio il caso del lanificio
di Pinerolo in cui era stato assunto un gruppo di suore per fare formazione reli-
giosa, con lobiettivo di migliorare i rapporti in fabbrica tra operaie e direzio-
ne
143
. Ma anche la Scuola Allievi Fiat o la scuola aziendale della Riv prevede-
vano lezioni di etica del lavoro, nel corso delle quali si impartiva linsegnamento
della religione cattolica. Un legame stretto tra etica del lavoro e religione emer-
geva con evidenza nella Casa di carit arti e mestieri, bacino di formazione pri-
vilegiato dalla Michelin.

La Casa di Carit Arti e Mestieri una scuola di tipo religioso: al mercoled, e venerd
Messa obbligatoria: uno che voglia fare il tornitore, volente o nolente deve andare a
Messa. Per essere iscritti occorre avere addirittura il certificato di battesimo e di cresima.
La Michelin d certo molti soldi a questa scuola, contributi finanziari, borse di studio
ecc. Il fatto che questo soldi la Michelin non li butta via, li riprende. Questa scuola du-
ra tre anni e gli allievi sono quasi tutti figli di dipendenti Michelin []. Quando si ter-
minano i tre anni, tutti i figli dei dipendenti vengono assunti e vengono pure assunti i
migliori fra quelli che non hanno il padre che lavora alla Michelin
144
.

La contestazione culturale e politica della seconda met degli anni Sessanta
coinvolse pesantemente anche questi aspetti marginali, e tuttavia significativi,
della formazione professionale, caricando il sindacato di compiti e ruoli che sa-
rebbero stati centrali nelle vicende lavorative e politiche nel corso degli anni Set-
tanta.

141. A. Massucco Costa, Le scuole professionale nei grandi gruppi monopolistici.
Regolano lallievo Fiat sul ritmo dellazienda. Le lezioni della scuola aziendale RIV
largamente fondate sulle encicliche papali e sulle teorie del sacro diritto alla propriet
privata dei mezzi di produzione, in Rinascita, a. 19, 29 dicembre 1962, n. 34, p. 7.
142. Conversazione con un ex-allievo della Scuola Aziendale Fiat, a cura di A. Fresa,
in Istruzione professionale. Inchiesta sulla Scuola centrale Allievi Giovanni Agnelli
della FIAT, a cura della Federazione Studenti Medi, Torino, Tiposervizio, s.d., p. 40.
143. Il caso era riportato in G. Arian Levi, Preparazione professionale femminile, in
Riforma della scuola, febbraio 1963, n. 2.
144. I lavoratori studenti. Testimonianze raccolte a Torino, cit., pp. 229-230.
172
a
n
n
o

a
g
m

a
g
f

a
g
t

c
m
m

c
m
f

c
m
t


a
r
m

a
r
f

a
r
t

i
d
m

i
d
f

i
d
t
















1
9
5
1

9
0

5
0

1
4
0

6
0
2

9
6
8
6

1
0
2
8
8

3
2
8

3
7
2

7
0
0

4
4
1
1

1

4
4
1
2
1
9
5
2

1
5
6

4
0

1
9
6

8
6
4

9
2
6
6

1
0
1
3
0

5
0
5

6
0
1

1
1
0
6

4
4
9
3

3
6

4
5
2
9
1
9
5
3

1
2
0

2
0

1
4
0

1
1
1
7

1
0
5
9
8

1
1
7
1
5

5
1
4

6
3
2

1
1
4
6

5
2
3
3

8

5
2
4
1
1
9
5
4

1
2
2

0

1
2
2

1
0
6
8

9
9
5
5

1
1
0
2
3

5
6
0

7
2
3

1
2
8
3

5
9
2
9

0

5
9
2
9
1
9
5
5

1
1
9

3
1

1
5
0

1
4
3
4

1
1
8
4
6

1
3
2
8
0

6
9
6

8
7
4

1
5
7
0

6
1
1
3

1

6
1
1
4
1
9
5
6

1
1
2

1
4

1
2
6

1
3
0
9

1
0
4
1
5

1
1
7
2
4

6
5
1

1
0
8
3

1
7
3
4

7
0
8
6

7

7
0
9
3
1
9
5
7

1
2
1

1
3

1
3
4

1
7
7
1

1
1
5
1
6

1
3
2
8
7

7
6
3

2
0
4
1

2
8
0
4

7
2
3
9

4

7
2
4
3
1
9
5
8

1
6
9

9

1
7
8

1
8
3
5

1
2
1
7
7

1
4
0
1
2

7
3
6

1
6
9
6

2
4
3
2

1
1
2
6
4

4
4

1
1
3
0
8
1
9
5
9

1
6
8

8

1
7
6

1
7
0
1

1
3
6
2
7

1
5
3
2
8

8
2
8

1
7
7
7

2
6
0
5

1
0
9
7
6

4
1

1
1
0
1
7
1
9
6
0

1
7
0

1
2

1
8
2

1
7
2
4

1
1
4
2
1

1
3
1
4
5

7
2
6

1
6
4
0

2
3
6
6

1
0
2
6
1

0

1
0
2
6
1
1
9
6
1

1
4
3

1
5

1
5
8

2
0
8
2

1
3
0
6
0

1
5
1
4
2

6
8
6

1
5
4
6

2
2
3
2

1
0
5
4
8

1
3

1
0
5
6
1
1
9
6
2

1
4
1

1
4

1
5
5

1
8
8
9

1
5
0
0
3

1
6
8
9
2

7
3
8

1
4
0
6

2
1
4
4

1
1
7
6
5

5
0

1
1
8
1
5
1
9
6
3








1
6
7
8
6








1
7
7
2
7
1
9
6
4








1
5
6
6
2








1
4
3
8
2
1
9
6
5








1
8
4
7
6








1
5
3
3
6
1
9
6
6








1
4
8
1
7




4
7
2
2




1
1
6
4
3
1
9
6
7








3
3
5
6




3
3
7
3




7
3
1
4
1
9
6
8








3
1
2
5




3
5
4
2




8
0
8
1
1
9
6
9








2
0
9
7




2
4
1
6




6
4
5
0
1
9
7
0








2
6
2
9




3
0
4
9




6
6
5
9
A
p
p
e
n
d
i
c
e
:

I
s
c
r
i
t
t
i

a
i

c
o
r
s
i

d
i

f
o
r
m
a
z
i
o
n
e

p
r
o
f
e
s
s
i
o
n
a
l
e

n
e
l

c
o
m
u
n
e

d
i

T
o
r
i
n
o
,

1
9
5
0
-
1
9
7
0
173
a
n
n
o

a
l
m

a
l
f

a
l
t

a
z
m

a
z
f

a
z
t

c
v
m

c
v
f

c
v
t

c
s
t

c
d
t

t
o
t
















1
9
5
1

7

1
6
0

1
6
7

8
4
9

0

8
4
9

2
1
0

3
1
6
8

3
3
7
8




1
9
9
3
4
1
9
5
2

1
8

6
4

8
2

7
5
1

2

7
5
3

2
7
6

3
4
4
5

3
7
2
0




2
0
5
1
6
1
9
5
3

0

8
9

8
9

9
6
2

0

9
6
2

3
4
1

3
7
2
1

4
0
6
2




2
3
3
5
5
1
9
5
4

0

5
5

5
5

1
0
7
6

0

1
0
7
6

7
9
8

3
2
9
9

4
0
9
7




2
3
5
8
5
1
9
5
5

5
4

8
1

1
3
5

1
6
2
7

0

1
6
2
7

9
2
9

3
3
0
5

4
2
3
4




2
7
1
1
0
1
9
5
6

4
2

1
5
5

1
9
7

1
2
4
2

0

1
2
4
2

9
5
1

3
0
5
1

4
0
0
2




2
6
1
1
8
1
9
5
7

3
8

1
6
0

1
9
8

1
0
5
9

0

1
0
5
9

2
2
3
3

2
9
6
5

5
1
9
8

2
0
0

3
8
0

3
0
1
2
3
1
9
5
8

4
9

1
2
1

1
7
0

1
0
5
2

0

1
0
5
2

1
6
5
5

2
9
9
5

4
6
5
0

6
3
5

7
2
6

3
4
4
3
7
1
9
5
9

5
5

1
9
0

2
4
5

1
0
1
1

0

1
0
1
1

1
8
0
6

3
0
0
8

4
8
1
4

3
2
5

8
0
1

3
5
5
2
1
1
9
6
0

9
1

3
6
5

4
5
6

1
3
3
9

0

1
3
3
9

1
9
1
5

2
9
8
3

4
8
9
8

3
0
0

8
4
9

3
2
9
4
7
1
9
6
1

6
1

4
6
7

5
2
8

1
7
2
4

0

1
7
2
4

1
8
9
0

2
8
6
6

4
7
5
6

2
4
0

8
0
3

3
5
3
4
1
1
9
6
2

1
3
2

4
1
3

5
4
5

1
4
1
7

0

1
4
1
7

2
5
0
0

2
7
2
3

5
2
2
3

2
1
5

7
8
5

3
8
4
0
6
1
9
6
3




7
7
9





2
5
8
2

2
8
7
2

5
4
5
4

1
3
5

4
5
4

4
1
3
3
5
1
9
6
4




6
2
9





2
9
0
5

2
7
4
5

5
6
5
0

1
8
0

5
4
5

3
7
0
4
8
1
9
6
5




7
5
0





2
9
1
0

2
2
8
0

5
1
9
0

4
1
0

3
5
5

4
0
5
1
7
1
9
6
6




6
9
0





1
1
5
8

1
9
1
5

3
0
7
3

2
9
0

2
7
0

3
5
5
0
5
1
9
6
7









1
1
7
7

1
5
2
5

2
7
0
2

2
5
0

2
4
5

1
7
2
4
0
1
9
6
8









1
2
9
5

1
4
2
2

2
7
1
7

1
6
5

2
3
9

1
7
8
6
9
1
9
6
9









1
3
8
5

1
2
6
7

2
6
5
2

2
2
0

2
2
4

1
4
0
5
9
1
9
7
0









1
1
5
9

1
1
0
4

2
2
6
3

1
5
5

3
7
3

1
5
1
2
8
L
e
g
e
n
d
a
:

T
i
p
o
l
o
g
i
a

d
i

c
o
r
s
o
:

a
g
:

a
g
r
i
c
o
l
t
u
r
a
;

c
m
:

c
o
m
m
e
r
c
i
o
;

a
r
:

a
r
t
i
g
i
a
n
a
t
o
;

i
d
:

i
n
d
u
s
t
r
i
a
;

a
l
:

a
l
t
r
o
;

a
z
:

a
z
i
e
n
d
a
l
e
;

c
v
:

s
c
u
o
l
e

c
i
v
i
c
h
e
;

c
s
:

c
a
n
t
i
e
r
i
-
s
c
u
o
l
a
;

c
d
:

c
o
r
s
i

p
e
r

d
i
s
o
c
c
u
p
a
t
i
G
e
n
e
r
e
:

m
:

m
a
s
c
h
i
;

f
:

f
e
m
m
i
n
e
;

t
:

t
o
t
a
l
e
F
o
n
t
e
:

A
n
n
u
a
r
i
o

s
t
a
t
i
s
t
i
c
o

d
e
l

C
o
m
u
n
e

d
i

T
o
r
i
n
o




175
La formazione professionale nel sistema regionale
piemontese e il ruolo del Fondo sociale europeo

Stefano Musso





La formazione professionale dallo Stato alle Regioni

Gli anni Settanta segnarono una cesura nella storia della formazione profes-
sionale in Italia, in relazione alla concomitanza di due grandi cambiamenti:
lattuazione dellordinamento regionale e la prima significativa riforma del Fon-
do sociale europeo. Nel 1972, infatti, vi fu il conferimento delle funzioni attri-
buite alle Regioni, tra le quali la competenza sulla formazione professionale, se-
condo il dettato dellart. 117 della Costituzione, che tra le materie consegnate al
potere legislativo regionale annoverava listruzione artigiana e professionale.
Nello stesso anno entr in vigore una riforma del Fondo sociale europeo (Fse)
1
,
decisa nel 1971, che trasform il Fse da strumento di compensazione delle spese
sostenute dagli Stati in strumento di promozione di iniziative da parte della Co-
munit a favore delloccupazione e della mobilit; inoltre, furono previsti mag-
giori finanziamenti per il Fondo sociale, unitamente alla assunzione di una pi
spiccata vocazione regionale, attraverso la formulazione del concetto di regione
in ritardo di sviluppo e alla creazione del Fondo di sviluppo regionale.
Se in un primo tempo, nel passaggio di competenze, fu data una interpreta-
zione restrittiva della formazione professionale, sostanzialmente relegata alle
mansioni di livello operaio
2
, in seguito a polemiche e rivendicazioni da parte

1. Il Fondo sociale europeo (Fse) fu istituito nellambito del Trattato di Roma del
1957 che cre la Comunit economica europea. Le finalit del fondo erano promuovere
loccupazione, la mobilit geografica e la riqualificazione professionale dei lavoratori in
relazione allevoluzione dei sistemi produttivi. Erano previste indennit per i lavoratori
che si trasferivano negli altri stati aderenti al trattato comunitario e lintegrazione dei sa-
lari in caso di riduzione o sospensione temporanea del lavoro per riconversione indu-
striale. Il fondo avrebbe rimborsato a posteriori fino al 50% delle spese sostenute dallo
Stato per le azioni previste.
2. Lattuazione delle Regioni a statuto ordinario fu sancita con la L. 7 novembre
1969, n. 774; i decreti di trasferimento delle competenze arrivarono solo con il D.P.R. 14
gennaio 1972, n. 10, conseguenti alla delega prevista dalla L. 16 maggio 1970, n. 281; il
passaggio delle funzioni attribuite alle regioni scatt dal 1 aprile 1972. I decreti di tra-
sferimento furono travagliati, in particolare per la formazione professionale, in quanto
Cassazione e Consiglio di Stato diedero una interpretazione restrittiva dellart. 117 della
Costituzione, per la quale listruzione artigiana e professionale era da intendersi rela-
tiva alle sole mansioni manuali ed esecutive, dunque di livello operaio. Tale interpreta-
zione era tesa a ribadire la distinzione tra istruzione e formazione professionale che si


176
delle Regioni, la L. 21 dicembre 1978, n. 845 legge quadro in materia di for-
mazione professionale corresse limpostazione iniziale e apr la strada a pi
avanzate realizzazioni. Nel fissare i principi fondamentali secondo i quali le Re-
gioni potevano emanare norme legislative regionali attuative dellart. 117, la L.
845 afferm che la formazione professionale doveva favorire la crescita della
personalit dei lavoratori attraverso lacquisizione di una cultura professionale,
ed essere strumento della politica attiva del lavoro, da svolgersi nel quadro
degli obiettivi della programmazione economica con la finalit di favorire
loccupazione, la produzione e levoluzione dellorganizzazione del lavoro in
armonia con il progresso scientifico e tecnologico
3
.
Si dava dunque riconoscimento a una nuova concezione della formazione,
con il superamento delladdestramento e il passaggio alla cultura professio-
nale, in riferimento allattuazione dei principi costituzionali, in particolare degli
articoli 3 (la rimozione degli ostacoli alluguaglianza e alla partecipazione dei
cittadini), 4 (promozione delle condizioni per il diritto al lavoro), 35 (cura della
formazione ed elevazione professionale dei lavoratori). La 845 individu il ruolo
della formazione professionale in rapporto con il sistema dellistruzione e il si-
stema produttivo, e stabil i ruoli del Ministero del lavoro, delle regioni e degli
enti di formazione: al ministero competeva la progettazione formativa generale,
con lindividuazione di fasce di qualifica, relative a funzioni professionali omo-
genee, e la definizione di contenuti e prove finali; alle Regioni toccava il com-
pletamento della progettazione formativa e la fissazione dei principi della pro-
gettazione didattica; agli enti e centri di formazione la progettazione formativa
locale e la programmazione didattica in vista dellattuazione degli obiettivi defi-
niti a livello ministeriale e regionale, la gestione dei rapporti con il sistema pro-
duttivo, e lerogazione delle attivit formative conseguenti.
I principi cui dovevano attenersi le Regioni erano la programmazione,
lorientamento ancora suddiviso in scolastico e professionale la promozione
e lorganizzazione dei corsi nel rispetto della molteplicit degli indirizzi educati-
vi, il controllo sui corsi stessi e forme di consultazione degli attori coinvolti. Plu-
ralismo e partecipazione, dunque, nel quadro della libert di esercizio delle atti-
vit di formazione professionale. La Regione Piemonte legifer in materia di

era nel frattempo sedimentata con la nascita degli Istituti professionali di Stato. Tuttavia,
le richieste avanzate in merito dalle Regioni portarono alla L. 22 luglio 1975, n. 382 e al
relativo decreto delegato (D.P.R. 24 luglio 1977 n. 616), da cui risult una definizione
pi ampia della istruzione artigiana e professionale, intesa ora come formazione, per-
fezionamento, riqualificazione, orientamento professionali, per qualsiasi attivit profes-
sionale e per qualsiasi finalit, compresa la formazione continua, permanente, ricorrente,
e quella conseguente a riconversione di attivit produttive, ad esclusione di quelle dirette
al conseguimento di un titolo di studio o diploma di istruzione secondaria superiore, uni-
versitaria o postuniversitaria; inoltre, venivano conferite alle Regioni le funzioni ammi-
nistrative relative alla vigilanza sullattivit privata di istruzione artigiana o professio-
nale (art. 35). Le attivit di formazione venivano cos estese a tutti i livelli, purch non
finalizzate al conseguimento di un diploma.
3. Al contempo la L. 845 regol i poteri residui dello Stato, la sua funzione di coor-
dinamento e gli aspetti finanziari.


177
formazione professionale con L.R. 25 febbraio 1980, n. 8, che recep la 845 sen-
za particolari interventi innovativi.


Il potenziamento del sistema formativo piemontese

Quando la Regione Piemonte assunse le competenze in materia di formazione
professionale, eredit 13 Centri di formazione professionale, che passarono dagli
enti parastatali (Inapli, Enalc, Iniasa) facenti capo al Ministero del lavoro, alla
gestione regionale
4
. Allepoca, il sistema formativo in Piemonte era poco svi-
luppato, nonostante la storia secolare che aveva ormai alle spalle e le esperienze
che localmente offrivano un sostanziale contributo alla formazione della mano-
dopera. In particolare, al di fuori dellarea torinese, le forze erano esigue, sparse
qua e l. Oltre ai 13 centri della ex gestione paraministeriale, vi erano i centri
comunali (a Torino e in poche altre realt
5
); le agenzie formative private erano
quelle del mondo cattolico, religioso e laico, e la Scuola Camerana fondata
dallassociazione degli industriali torinesi, mentre una realt di antica tradizione
quale le Scuole San Carlo stentava a ritrovare gli impulsi di un tempo, e le
scuole aziendali delle grandi imprese quali Fiat e Olivetti erano state chiuse o
erano in via di radicale trasformazione. Tutti i centri e le associazioni, che attin-
gevano a finanziamenti governativi, dovettero cambiare referente istituzionale,
dal Ministero del lavoro alla Regione.
Il Piemonte punt alla crescita del sistema formativo. Si era ormai agli inizi
del terzo quarto del secolo, e si manifestavano i sintomi della crisi del sistema di
produzione fordista, con laffacciarsi della rivoluzione informatica, destinata a
rendere possibili nuove soluzioni tecnologiche e organizzative, compendiabili
nel passaggio dallautomazione rigida a quella flessibile: tali soluzioni consenti-
vano alle imprese di fronteggiare il mutamento dei mercati e degli scenari com-
petitivi, sempre pi internazionalizzati
6
. Il fabbisogno di manodopera qualificata,
esperta nelle tradizionali lavorazioni, restava elevato; ma comparivano al con-

4. Nel 1972, con il passaggio alla Regione, si pose il problema dellinquadramento
del personale: alle dipendenze della Regione erano previste figure amministrative, non
funzioni docenti. Alla fine i docenti dei centri furono inquadrati nei ruoli amministrativi,
con difficolt di non poco conto nel trovare le corrispondenze tra ruoli e livelli.
5. Tra i corsi di formazione professionale provinciali o comunali, vi erano quelli di
Ivrea, Verbania, Saluggia, Acqui Terme, Agliano.
6. I sistemi di macchine comandati e regolati da sistemi computerizzati consentono di
ottenere un tipo di automazione diverso da quello delle vecchie macchine automatiche:
queste realizzavano una automazione rigida, erano cio adatte solo a una determinata
lavorazione. Con le tecnologie informatiche si ottiene invece unautomazione flessibile,
in cui i sistemi di macchine possono svolgere lavorazioni differenziate. Ci consente di
realizzare, senza eccessive spese dimpianto e con tempi relativamente brevi di cambia-
mento delle attrezzature, una pi vasta gamma di prodotti, ulteriormente differenziati per
accessori e gadget vari, cos da rispondere alla crescente concorrenza su mercati sempre
pi concorrenziali, ricchi ed esigenti, nei quali il prodotto di massa non viene pi accet-
tato, ma va diversificato e personalizzato.


178
tempo nuove esigenze di formazione alta, pi ricca di elementi teorici, in rela-
zione allimplementazione dei nuovi sistemi tecnologici.
In quegli stessi anni giungeva al culmine il processo di industrializzazione
del Paese e, superato il vertice della parabola, loccupazione nel settore seconda-
rio iniziava il suo lento processo di contrazione a favore del settore terziario. Il
travaso di popolazione attiva verso i servizi era pi lento in Piemonte rispetto ad
altre realt, dato il tradizionale peso della manifattura nelleconomia regionale;
tuttavia, linnovazione tecnologica combinata con i casi di ristrutturazione, po-
neva allordine del giorno i temi della riqualificazione e riconversione professio-
nale, e della formazione continua, lungo larco della vita: questioni tanto limpide
sul piano teorico quanto complesse da affrontare sul piano pratico, non solo per i
costi connessi.
Al profilarsi di questi cambiamenti di scenario economico e sociale, la Re-
gione Piemonte decise di investire per accrescere lofferta formativa: questa in-
fatti era considerata strategica a fronte dellaccelerazione dei ritmi del progresso
tecnologico. La Regione ag allo scopo su pi fronti. Da un lato cerc la coope-
razione di Province e Comuni su investimenti congiunti per la creazione di nuovi
corsi di formazione professionale, e tali iniziative furono spesso condotte in col-
laborazione con le associazioni imprenditoriali e le forze sindacali; dallaltro lato
le agenzie gi esistenti vennero incentivate a estendere la loro presenza sul terri-
torio regionale, con nuove sedi in territori scoperti.
Con lapporto regionale, liniziativa pubblica locale cre la formazione pro-
fessionale a Orbassano e Vercelli, a Omegna in collaborazione con le associa-
zioni imprenditoriali, a Biella fu varata una societ per azioni, Texilia, a Ivrea tre
centri di formazione indirizzati allinformatica, alla meccanica e al settore alber-
ghiero. Nel campo delle agenzie, lEnaip, che gi negli anni Sessanta aveva dato
vita in Piemonte a vere e proprie strutture formative con centri a Torino e Rivoli
(1964), Acqui (1965), Settimo (1968), Grugliasco (1970), nei primi anni Settanta
apr sedi a Oleggio, Alessandria, Gozzano, poi a Cuneo nel 1974; nello stesso
anno sorse il centro di Domodossola (dal trasferimento della sede di Villadosso-
la); nel 1975 ampli la sede di Acqui, mentre il centro di Gozzano apr la sede
staccata di Borgomanero nel 1982. Lo Ial, attivo in Piemonte dal 1961 con il
primo centro aperto ad Alessandria e dal 1963 con la sede di Casale Monferrato,
apr via via gli altri centri, a partire dal Piemonte orientale, per dotarsi nel 1971
di un coordinamento regionale a Torino
7
. Anche le altre agenzie storiche furono
indotte a dotarsi di una struttura regionale e di un coordinamento con sede a To-
rino per adeguarsi al passaggio di competenze dal governo alla Regione.
LEnaip, da ente nazionale si trasform in una federazione di societ regionali.
Un passaggio simile fu compiuto dai salesiani, con la nascita, nel 1978, delle fe-

7. Attualmente lEnaip conta sedi anche a Vercelli, Borgosesia, Biella, Moncalieri,
Grugliasco, Alpignano. Lo Ial conta oggi 18 sedi: oltre ai centri storici di Alessandria e
Casale, ha tre centri a Torino, e uno ad Avigliana, Nichelino, Biella, Verbania, Omegna,
Novara, Arona, Vercelli, Tortona, Arquata Scrivia, Asti, Cuneo, Saluzzo. Le notizie sul-
le sedi di Enaip e Ial sono reperibili sui siti delle rispettive associazioni regionali.


179
derazioni Fap e Fp, per le due componenti: quella maschile, il Cnos-Fap, quella
femminile, il Ciosf-Fp.
Negli anni Settanta entrarono a far parte del sistema regionale, tra gli altri, la
Casa di carit arti e mestieri, che nel 1974 apr la sede di Grugliasco presso il
Centro scolastico ricreativo Pininfarina, lIstituto Salotto e Fiorito, una
struttura che operava a Rivoli, di dimensioni ridotte ma di grande efficienza ge-
stita dalle suore di San Vincenzo, mentre la tradizione degli Artigianelli fu rin-
novata sotto la sigla Engim, nel 1981, con centri di formazione a Pinerolo e a
Nichelino.
Verso la fine degli anni Settanta furono rilanciate le Scuole Operaie San
Carlo. In campo imprenditoriale, nel 1972 la Fiat diede vita allIsvor, un istituto
destinato in primo luogo alla formazione manageriale connessa alla riorganizza-
zione dellimpresa in holding, che nel 1978 assorb la Scuola Allievi e il Centro
Formazione Capi Intermedi. La Olivetti, impegnata nel passaggio dalla mecca-
nica allelettronica, dopo aver chiuso nel 1967 il Centro Formazione Meccanici,
cre nel 1978 lElea. Sul finire degli anni Settanta, infine, furono avviate le ini-
ziative formative del settore edile, attraverso una gestione paritetica tra le parti
sociali, una sorta di precedente degli enti bilaterali.
Lo sforzo della Regione si tradusse in un notevole sviluppo del sistema for-
mativo piemontese. Un esempio di investimento regionale davanguardia relati-
vo allinnovazione tecnologica fu la creazione, a met anni Settanta, del Centro
tecnici informatici per lautomazione industriale, con sede presso il Palazzo del
Lavoro a Torino, in via Ventimiglia. Il centro fu indirizzato da un comitato tec-
nico scientifico di cui facevano parte il Politecnico e varie aziende, tra le quali la
Olivetti, che collabor con i propri tecnici, la Fidia, che forn il primo calcolato-
re e la Dea con le macchine per misurazione. Si era agli inizi dellautomazione e
finalit del centro era preparare tecnici per la programmazione e manutenzione
di macchine a controllo numerico, nonch riconvertire la manodopera, prevalen-
temente femminile, di operatrici sulle vecchie macchine a schede perforate. Sar
questo centro a organizzare il primo convegno in Italia sui microprocessori, cui
parteciparono esperti stranieri di fama internazionale.
La crescita del sistema non fu dunque solo quantitativa ma qualitativa, perch
la Regione punt alla creazione di centri di eccellenza; comp anche un primo
sforzo per andare oltre la formazione dei giovanissimi, la cosiddetta formazione
di primo livello, cui si limitavano per lo pi le strutture storiche. Si trattava an-
che di superare latteggiamento dominante negli anni Settanta tra molti operatori
e osservatori influenzati dal clima di accesa conflittualit politica e sociale, ca-
ratterizzato da posizioni critiche nei confronti della formazione di secondo livel-
lo, perch si riteneva che fossero le imprese a doversene accollare i costi
8
.
Al contempo, sulla base delle indicazioni contenute nella legge quadro 845
del 1978, la legge regionale del 1980 introdusse il concetto di programmazione,

8. Nei ricordi di uno dei dirigenti, il centro per le tecnologie informatiche pretendeva
invece, con un pizzico di civetteria, di fare formazione di terzo livello, perch organiz-
zava master di specializzazione post lauream (intervista a Luigi Germanetto, maggio
2010).


180
volta a definire lofferta formativa annuale. Si tendeva cos a superare una certa
frammentariet della realt precedente, che funzionava magari assai bene local-
mente, laddove le sedi formative entravano in rapporto di stretta collaborazione
con alcune singole imprese, ma che scontava difficolt sul fronte dei finanzia-
menti, era dipendente dalle capacit di singoli dirigenti di stringere rapporti poli-
tici e convogliare risorse, era priva di coordinamento e capacit di pianificazio-
ne. Insomma, la Regione si attiv nel tentativo di fare della formazione profes-
sionale un autentico sistema. Le prime spinte programmatorie si indirizzarono
alla pianificazione finanziaria e didattica.


Il Fondo sociale europeo e le prime programmazioni

Gli impulsi alla programmazione trovarono rispondenza nel Fondo sociale
europeo, che a partire dal 1973 formul principi guida per la definizione delle
priorit. Tra il 1973 e il 1977, il 90% del Fondo fu destinato alla formazione pro-
fessionale, e lItalia ottenne un significativo aiuto strutturale per le Regioni. Nel
1977 furono ampliate le categorie di lavoratori beneficiarie (disabili, lavoratori
anziani, donne, giovani, migranti) e fu previsto anche il finanziamento della
formazione del personale addetto a specifiche azioni (inserimento dei disabili,
iniziative formative per utenze specifiche). Oltre agli Stati e agli enti di diritto
pubblico, furono ammessi ai finanziamenti anche gli enti privati svolgenti attivi-
t di interesse pubblico: in Piemonte, nelle crisi altalenanti degli anni Settanta
che accrebbero ristrutturazioni e disoccupazione, poterono usufruirne i comples-
si industriali, tra i quali la Fiat. Fu prevista anche la formazione altamente quali-
ficata per lavoratori, cosa che avrebbe aperto la strada ai primi corsi per occupati
su domanda individuale. Infine, il Fse non previde pi lautomatismo dei finan-
ziamenti ma la selezione dei progetti e la programmazione degli interventi da
parte degli stati membri
9
: ne venne un impulso notevole alla programmazione
regionale in rapporto al piano nazionale, e ne risult esaltato il ruolo dellIsfol,
listituto creato nel 1973 per accompagnare il decentramento regionale delle
competenze in materia di formazione professionale. Anche lintroduzione di cri-
teri di valutazione dei contenuti e dei costi dei progetti ex ante e non pi ex post,
nonch il saldo dietro presentazione di un rapporto sui risultati ottenuti e la certi-
ficazione della conformit delle azioni realizzate rispetto al progetto approvato,
accrebbero la strumentazione di controllo sul sistema da parte delle istituzioni
responsabili, cos da rendere il coordinamento pi efficace.
La programmazione regionale si attu su piani pluriennali (sostanzialmente
triennali), che dettavano le linee di sviluppo strategico che i piani annuali dove-
vano far marciare sul terreno operativo. Peraltro, il sistema formativo dovette
affrontare il periodo di crisi internazionale apertosi alla fine del 1980 e durato
fino al 1984, una crisi che colp lindustria manifatturiera pi esposta alla com-
petizione internazionale e la produzione automobilistica in particolare. Lo scop-

9. L. Pavan Woolfe, Il Fondo sociale europeo nello sviluppo italiano, Fornello, Se-
am, 1998.


181
pio della crisi scompagin le carte e pose con forza il problema delle ristruttura-
zioni. Gi la L. 675 dellagosto 1977, negli altalenanti anni Settanta, nel varare
provvedimenti per il coordinamento della politica industriale, la ristrutturazione,
la riconversione e lo sviluppo del settore secondario, aveva previsto misure di
riqualificazione dei lavoratori, ponendo alla formazione professionale il proble-
ma di inventare una pedagogia degli adulti. Ora, nella crisi dei primi anni Ottan-
ta che a Torino fu acutizzata dalla messa in cassa integrazione di 23.000 di-
pendenti Fiat nellottobre 1980, al termine di unaspra e lunga vertenza sindacale
gli enti di formazione dovevano cercare la via per motivare i lavoratori, in in-
terventi che si svolgevano in situazioni di tensione per i rischi occupazionali; e
la motivazione era tanto pi difficile in quanto non di rado il problema della ri-
qualificazione professionale veniva affrontato in situazioni di emergenza, con un
intento di uso strumentale dei corsi, al fine di risolvere tensioni e conflittuali-
t
10
.
La crisi tocc il suo culmine sul piano occupazionale in Europa nel 1983, con
un tasso di disoccupazione medio comunitario dell11%, pari al doppio di quello
del 1979. Particolarmente colpiti erano i giovani sotto i 25 anni in cerca di lavo-
ro. Per rispondere alla crisi, nel 1983 il Fse sub una ulteriore riforma, basata
sullallargamento dellambito di intervento, in particolare a favore dei giovani:
la Commissione Europea decise che per gli esercizi dal 1984 al 1986 il 75% del-
le risorse fosse destinato al sostegno delloccupazione giovanile, compresi gli
interventi di orientamento professionale, lalternanza scuola-lavoro e il sostegno
economico allinserimento lavorativo, nonch gli interventi di job creation, che
aprivano il nuovo orizzonte della formazione per la managerialit. Fu stabilito
anche il cofinanziamento di progetti di riqualificazione del personale delle pic-
cole e medie imprese, finalizzati alla modernizzazione organizzativa e gestionale
e allintroduzione di nuove tecnologie.


La formazione professionale tra primo e secondo livello

Intorno alla met degli anni Ottanta, superata lemergenza e giunto a compi-
mento il primo periodo di investimenti e di espansione del sistema formativo re-
gionale, le valutazioni sulla realt della formazione professionale in Piemonte
mostravano ancora la persistenza di questioni irrisolte. Nella presentazione del
piano pluriennale di formazione professionale per il 1984-87 era la stessa Re-
gione Piemonte ad affermare che il contesto istituzionale in cui operava la for-
mazione professionale appariva ancora confuso e indeterminato. Ci in rela-
zione alle questioni rimaste insolute dopo lapprovazione della 845: innanzitutto
una serie di prospettate ma non attuate riforme, che avrebbero dovuto investire
la scuola secondaria superiore (in particolare il destino degli istituti professionali
di Stato), il collocamento della manodopera e lapprendistato, mentre di l a poco

10. F. Hazon, Storia della formazione tecnica e professionale in Italia, Roma, Ar-
mando Editore, 1991, p. 140.


182
si sarebbe aggiunta lintroduzione dei contratti di formazione lavoro
11
; in secon-
do luogo vi era la mancata definizione delle fasce di mansioni, in assenza dei
provvedimenti attuativi della legge quadro in materia. Peraltro, sullopportunit
di definire le fasce di mansioni vennero manifestandosi sostanziali riserve da
parte delle rappresentanze sociali, sia datoriali che del lavoro dipendente, giusti-
ficate da un lato con losservazione del rapido mutamento delle professionalit,
suscitate dallaltro lato dalla intromissione che per tal via le parti sociali rischia-
vano di subire in una tipica materia di autonoma contrattazione tra le parti. Sa-
rebbero tuttavia state le prime esercitazioni intorno alle fasce di qualifica ad av-
viare il cammino verso la definizione di standard formativi riferiti ai fabbisogni
di professionalit emergenti dal sistema economico e sociale.
Altre criticit emergevano dal rapporto Isfol del 1984. Nellinquadrare la si-
tuazione delle leggi regionali attuative della 845, lIsfol distingueva due tipi di
impianto legislativo: il primo, semplice, che interveniva esclusivamente sulla
formazione professionale in senso stretto; il secondo, complesso, nel quale la
legge regionale investiva anche lorientamento professionale e losservatorio sul
mercato del lavoro. La legge piemontese era di tipo complesso, in quanto rego-
lava anche lorientamento e prevedeva il decentramento di competenze ai Co-
muni, consorziati tra loro. Liter procedurale previsto per la programmazione ri-
sultava particolarmente complesso
12
; finalizzato al massimo coinvolgimento de-
gli enti locali e al raccordo con il piano di sviluppo regionale, liter riceveva un
giudizio negativo dalle forze imprenditoriali, che lo giudicavano macchinoso, e
soprattutto lamentavano il non riconoscimento per le aziende del ruolo di sog-
getto della programmazione; inoltre, manifestavano la propria insoddisfazione
per il fatto che alle aziende medesime si attribuisse il ruolo di gestore della for-
mazione esclusivamente in relazione a esigenze particolari.
Alla met degli anni Ottanta il malcontento delle forze imprenditoriali pie-
montesi emergeva nettamente da una ricerca promossa dalla Fondazione Agnel-
li
13
. In essa si sottolineava un ulteriore punto critico: la difficolt del sistema
formativo a sganciarsi da una visione di tipo scolastico, essendo rimasto sostan-
zialmente incentrato sulla formazione di primo livello, che rappresentava poco
pi che un sorta di recupero degli emarginati
14
. La legge regionale si anno-
tava si era mostrata inadeguata al raggiungimento degli obiettivi da essa stessa
enunciati. Questi erano riassumibili in tre punti: la creazione di una formazione

11. Previsti dalla L. 19 dicembre 1984, n. 863.
12. Liter previsto era il seguente: la Giunta regionale, sentito il consiglio, presentava
uno schema di piano ai comitati comprensoriali; questi ultimi, sentiti gli enti locali, le
forze sociali, gli uffici provinciali del lavoro e i provveditorati agli studi, emettevano a
loro volta un parere collegato allapprovazione del piano socio-economico e del piano
comprensoriale; i Consorzi tra Comuni, il quanto enti delegati, predisponevano il piano
pluriennale e il programma annuale sulla base delle indicazioni della Regione e dei
Comprensori.
13. N. Schiavone, C. Paracone, Una formazione alle professioni che cambiano, con
prefazione di U. Agnelli, Torino, Fondazione Giovanni Agnelli, 1986.
14. Lespressione ivi, p. 44.


183
di pi alto livello, ancorata ai bisogni di professionalit emergenti, lo stimolo al-
la progettualit e partecipazione degli enti locali alla programmazione, il decen-
tramento delle competenze. Quanto al primo obiettivo, mentre si riconosceva
che esso continuava a rappresentare un punto di forza dellindirizzo regionale, si
osservava che i corsi di formazione professionale non erano riusciti a tenere il
passo con i criteri che avevano ispirato il legislatore. Riguardo alle procedure
della programmazione, esse erano definite farraginose, tanto da mettere in stato
di stallo qualsiasi politica di innovazione e sviluppo del sistema, in quanto le
proposte correvano il rischio, a ogni passaggio, di caricarsi di incrostazioni che
rispond[eva]no a esigenze di natura politico-clientelare, con grande probabilit
quindi di risultare alla fine delliter decisionale svuotate della loro logica di
partenza
15
. Il decentramento, infine, era stato reso impossibile dalla inadegua-
tezza dimensionale delle istituzioni previste dal sistema di delega, in quanto
Comuni, consorzi e comprensori non erano dotati delle risorse necessarie.
Era stata la stessa Regione, in verit, a riconoscere linadeguatezza delle pre-
visioni sul decentramento: sin dalla presentazione del piano pluriennale nel
1984, la Regione aveva sostenuto limproponibilit del trasferimento delle fun-
zioni amministrative ai consorzi di Comuni, e aveva guardato alle province quali
soggetti fondamentali per funzioni di programmazione, coordinamento e ge-
stione delle materie delegate. Ma le problematiche del trasferimento di compe-
tenze a livello sub regionale si sarebbero rivelate assai ardue: aboliti per tempo i
Comprensori, la delega alle province sarebbe stata stabilita solo nel 2000, con
effettivit dal 2002.
Alla met degli anni Ottanta vi era un sostanziale accordo sulla opportunit di
riconfigurare la formazione professionale, quasi totalmente incentrata sul primo
livello postobbligo scolastico, in direzione di una formazione di secondo livello
postsecondaria per i giovani e della educazione permanente per i lavoratori adul-
ti. Sul piano metodologico/didattico, inoltre, riflettendo le elaborazioni pi avan-
zate del panorama europeo, si indicava lefficacia dellalternanza tra scuola e la-
voro per i giovani, per fare della formazione un ponte tra scuola e lavoro, mentre
la formazione lungo tutto larco della vita avrebbe dovuto fornire le strutture per
laggiornamento e la riqualificazione, per facilitare i passaggi tra lavoro e lavo-
ro, nella fase di rapida trasformazione degli assetti tecnologici e dei settori pro-
duttivi.
Lalternanza tra scuola e lavoro, oltre che connaturata alle iniziative legate ai
contratti di apprendistato e formazione e lavoro, doveva entrare nelle prassi abi-
tuali dei corsi a tutti i livelli, quantomeno nella forma ridotta degli stage in a-
zienda, per corroborare le competenze apprese nei laboratori e nei corsi attraver-
so la possibilit di esperire la concretezza operativa dellambiente di lavoro. Vi
era inoltre accordo sulla opportunit di puntare allintegrazione delle politiche
formative con linnovazione, attraverso il trasferimento di tecnologie ed espe-
rienze dal sistema produttivo, e di potenziare la capacit del sistema di interpre-
tare i fabbisogni delle imprese.

15. Ivi, p. 45.


184
Laccordo su queste opportunit di riconfigurazione del sistema formativo
regionale era generale. Tuttavia, se pure si erano smussate le punte polemiche
che nei conflittuali anni Settanta avevano indotto non pochi operatori della for-
mazione a ritenere che il secondo livello dovesse riguardare le aziende e dalle
aziende dovesse essere pagato, restavano vive le tensioni tra chi voleva una de-
cisa virata della formazione professionale verso il secondo livello, sostenendo
che la crescita dei livelli educativi nella massa della popolazione giovanile fosse
questione attinente al sistema di istruzione
16
, e chi riteneva che il recupero di co-
noscenze e competenze dei ragazzi in difficolt nel percorso scolastico potesse
proficuamente avvenire proprio nella formazione professionale: l dove
lapproccio teorico aveva fallito, poteva riuscire la concretezza del metodo labo-
ratoriale e pratico.


La dispersione scolastica

Alla met degli anni Ottanta, in effetti, la dispersione scolastica rappresenta-
va ancora una emergenza, e il sistema formativo non poteva non essere conside-
rato nei suoi rapporti con quello dellistruzione. La considerazione critica secon-
do la quale la formazione professionale doveva essere altro che una scuola di se-
rie B, e che il problema della dispersione andava affrontato dalla scuola stessa,
non dovendo il sistema formativo supplire alle carenze del sistema scolastico,
non trovava laccordo di coloro che sostenevano la necessit degli interventi di
recupero dei giovani a rischio di emarginazione, anche e soprattutto a vantaggio
del sistema economico nel suo complesso, che non poteva permettersi
lincancrenirsi del disagio sociale.
Mentre levoluzione tecnologica richiedeva livelli di preparazione formale
pi elevati, i giovani in difficolt nel percorso scolastico erano numerosi. In pro-
vincia di Torino ma non diversa era la situazione a livello regionale nelle
classi di quinta elementare la presenza di ripetenti era ormai ridotta: sul totale
dei frequentanti essi oscillavano intorno all1,2%
17
. Ma il passaggio alle scuole
medie rappresentava ancora uno scoglio: i ripetenti nelle prime medie erano il
10% abbondante. Il 10% dei ragazzi che frequentavano la terza media non era
ammesso o non superava lesame di licenza; un altro 10%, dopo aver ottenuto il
titolo di studio minimo, non si iscriveva alle superiori. Lo scoglio del passaggio
dalle medie inferiori alle superiori si presentava ancora molto pesante: nelle

16. Era questo il tono delle considerazioni della ricerca della Fondazione Agnelli di
cui alle note precedenti: Scindere concettualmente e operativamente il momento forma-
tivo parascolastico dei giovani post scuola media che non continuano gli studi dal resto
dela formazione professionale ormai una esigenza logica, sociale economica: perch si
tratta di un fatto di pubblica istruzione, ivi, p 51.
17. I dati, provenienti dalla banca dati scolastica regionale, si riferiscono ai ripetenti
la classe frequentata, non al ritardo eventualmente accumulato negli anni precedenti, e i
tassi sono calcolati come percentuale dei ripetenti sul totale dei frequentanti, non come
quota di bocciature.


185
prime delle secondarie superiori la presenza di ripetenti oscillava mediamente
intorno al 15%, ma con differenze notevoli tra tipi di scuola: la situazione risul-
tava assai pi problematica della media negli istituti professionali e tecnici, nei
quali la met circa degli iscritti abbandonava la scuola entro il secondo anno. I
livelli di scolarit dei giovani restavano cos piuttosto bassi, anche nel confronto
con i Paesi economicamente avanzati.
A fine anni Sessanta-inizio anni Settanta, il numero degli allievi della forma-
zione professionale in Piemonte pareggiava quello degli iscritti agli istituti pro-
fessionali di Stato, e altrettanti erano i giovani occupati con contratto di appren-
distato. In seguito, con la tendenza alla crescita della scolarit e con la spinta alla
quinquennalizzazione degli istituti professionali consentita in seguito alla libe-
ralizzazione degli accessi alluniversit (1969) e sollecitata dal personale scola-
stico per scongiurare leventualit del passaggio degli Istituti professionali statali
(Ips) alle Regioni si ebbe una crescita degli allievi dei professionali che and
di pari passo con la crescita degli istituti tecnici. Alla met degli anni Ottanta gli
allievi degli istituti professionali in Piemonte erano quasi il doppio dei giovani
iscritti alla formazione professionale: nel 1984-85 i primi erano 31.500, i secon-
di 18.000. Gli allievi degli Ips erano pari al 20% degli iscritti alle superiori; as-
sieme ai tecnici, arrivavano a toccare i due terzi del totale. In quel periodo dun-
que, il grosso dei giovani tentava la strada della istruzione professionale e tecni-
ca; ma con i tassi di abbandono che abbiamo ricordato, il bacino di reclutamento
della formazione professionale di primo livello restava assai ampio. Lobiettivo
del recupero della dispersione inizi a essere inscritto nellagenda di forze socia-
li e istituzioni educative.
La riflessione sul tema aveva preso avvio dalla preoccupata constatazione dei
livelli molto bassi di scolarit che riguardavano la popolazione nel suo comples-
so ma anche gli strati dei giovani adulti che costituivano il grosso delle forze di
lavoro reclutate nelle fabbriche protagoniste del completamento del processo di
industrializzazione e del miracolo economico negli anni Cinquanta e Sessanta.
Ci tanto pi in una realt economica quale quella piemontese, largamente im-
prontata alla produzione fordista di serie, di automobili, cuscinetti a sfera, mac-
chine per ufficio, con le catene di montaggio che inserivano nel lavoro industria-
le masse di immigrati destinate a lavori semplici e ripetitivi. La creazione della
scuola media unica nel 1962 non aveva interrotto i processi di selezione innesca-
ti dalle diseguaglianze sociali e la denuncia di Don Milani e della scuola di Bar-
biana aveva infiammato il movimento di contestazione studentesca della fine del
decennio. Levasione dallobbligo e linsuccesso scolastico continuavano a inte-
ressare quote troppo elevate di giovani.


Dalleducazione degli adulti alla formazione continua

Il movimento sindacale, sullonda delle agitazioni dellautunno caldo del
1969, sostenne le rivendicazioni dei numerosi studenti lavoratori dellepoca e
punt al ritorno a scuola dei lavoratori che troppo precocemente ne erano stati


186
esclusi. Fu lesperienza delle cosiddette 150 ore, dei permessi retribuiti per se-
guire corsi di studio, che assunse dimensioni di massa nel recupero del titolo di
terza media attraverso i corsi sperimentali per lavoratori presso le scuole secon-
darie inferiori. In quei frangenti, si puntava piuttosto alla riappropriazione della
istruzione a favore del lavoratore, mentre la formazione professionale poteva
apparire, alle componenti ideologiche pi radicali, eccessivamente appiattita sul-
le esigenze delle imprese. Tuttavia, proprio negli ambienti degli insegnanti im-
pegnati nelle 150 ore germogliarono e si diffusero linteresse per leducazione
permanente e le spinte a mettere in atto iniziative sperimentali: si poteva infatti
osservare limportanza che per molti lavoratori aveva rivestito il ritorno per un
anno sui banchi di scuola e al contempo lunicit dellesperienza e lassenza di
occasioni praticabili per conferirle una qualche continuit
18
.
Dalleducazione degli adulti alleducazione permanente e alla formazione
continua i passi furono brevi: smussati i radicalismi, era giocoforza considerare
le nuove necessit formative. Queste derivavano dai processi di terziarizzazione,
della fabbrica e della societ; cresceva il numero di persone impiegate nelle pro-
cedure, implicate nei processi, nei circuiti dellinformazione e della comunica-
zione, delle decisioni, con professionalit che, pi o meno elevate, assumevano
pi il carattere del processo che del mestiere, ed erano relativamente indifferenti
alle tecnologie settoriali cui si applicavano. Le professionalit diventavano tra-
sversali, come linformatica e la robotica.
Con le riconversioni produttive, la formazione era pi strettamente collegata
al collocamento, alla cassa integrazione, al sostegno alla riorganizzazione degli
impianti. I sindacati scoprivano la formazione professionale come oggetto di
trattativa. La diminuzione delle diseguaglianze, il recupero dello svantaggio cul-
turale e la formazione di forze di lavoro dotate di competenze adeguate alle sfide
dello sviluppo cessavano di essere obiettivi contrapposti. Al di l delle differenti
sottolineature, e della difesa di interessi specifici, la contrapposizione tra forma-
zione di primo e secondo livello era destinata a perdere di rilievo di fronte alla
constatazione che solo la dotazione di livelli elevati di capitale umano potevano
consentire a una nazione e a una regione di antica industrializzazione, quali
lItalia e il Piemonte, di posizionarsi sulle produzioni di qualit e sulle tecnolo-
gie innovative a fronte della crescente concorrenza delle aree emergenti nelle
tecnologie mature.
In ogni caso, il Piemonte era ben posizionato nel panorama nazionale quanto
al peso della formazione di secondo livello. Dei 18.000 giovani frequentanti la
formazione professionale nel 1984-85, 12.600 erano impegnati nei corsi post
obbligo scolastico e 5.400 nei corsi postqualifica e postdiploma: questi ultimi
erano dunque pari al 30%, contro una incidenza media nazionale del solo 6%. Il
sistema formativo piemontese, inoltre, coinvolgeva altri 3.000 frequentanti i cor-
si per lavoratori occupati e disoccupati o in cassa integrazione, arrivando com-
plessivamente a 21.000 allievi, distribuiti su 97 corsi di formazione professiona-

18. Esemplificativi di queste esperienze sono gli interventi, parecchi dei quali dovuti
a insegnanti dei corsi 150 ore torinesi, raccolti in Educazione degli adulti, Scuola Qua-
derni CGIL, 15 marzo 1986, n. 2.


187
le, la cui distribuzione geografica sul territorio regionale e specializzazione set-
toriale rispecchiava le vocazioni produttive locali. Anche se permanevano diffe-
renze quantitative nellintensit dellattivit formativa tra province
19
, la forma-
zione professionale aveva accompagnato lo sviluppo delle varie aree industriali
preparando giovani allingresso nel lavoro e supportando le aziende nel reperi-
mento di manodopera che, una volta inserita nelle aziende, avrebbe in tempi
brevi soddisfatto le capacit richieste.
A non molti anni dal passaggio di competenze, il bilancio del sistema regio-
nale piemontese, suddiviso allincirca a met tra gestione diretta e gestione indi-
retta, non era affatto deficitario. Era ormai diffusa la consapevolezza che i ritmi
del mutamento tecnologico erano in via di accelerazione, che le professionalit
non potevano pi essere ancorate alle vecchie qualificazioni ma andavano pla-
smate sulla capacit di svolgere attivit complesse, che emergeva la necessit di
potenziare le azioni di riqualificazione degli occupati e di offrire interventi di
aggiornamento ai tecnici e ai quadri. Non era indice di appiattimento
sullesistente la portata di per s limitata del cambiamento delle voci di spesa
previste dal piano pluriennale per il 1984-87: la spesa per i corsi destinati ai gio-
vani avrebbe ceduto due soli punti percentuali alla formazione degli adulti
20
; ma
se questo poteva apparire ad alcuni una modifica poco rilevante, altri potevano
considerare positivamente la prudenza con la quale si interveniva senza scossoni
su un tessuto sperimentato e comparativamente assai efficiente. Del resto, nella
formazione giovani era compresa quella di secondo livello, destinata nel tempo a
una crescita costante, ancorch lenta, nel quadro di una evoluzione marcata, sep-
pur priva di strappi.
In sede di studi preparatori del successivo piano pluriennale, avviato nel
1987, si rilevava una diminuzione dei giovani iscritti ai corsi di formazione pro-
fessionale. Si era nel pieno della ripresa economica dopo la crisi dei primi anni
Ottanta e la dinamica delle assunzioni spingeva evidentemente i giovani a entra-
re nel mercato del lavoro, anche perch le imprese, bench tendessero ad assu-
mere giovani di et pi matura, non badavano troppo alliter formativo compiu-
to. Si era in effetti avuto un vero boom del contratto di formazione e lavoro
(Cfl), che aveva surclassato e messo in crisi quello di apprendistato. Nel 1986 i
Cfl avevano toccato il 20% delle assunzioni
21
, con oltre 34.000 avviamenti su
43.000 richieste. Il 60% dei Cfl aveva interessato giovani tra i 19 e i 24 anni, il
restante 40% si era equamente diviso tra i 14-18enni e i 25-29enni. Degno di
grande attenzione era il fatto che oltre i due terzi dei giovani interessati erano in

19. Misurata dal rapporto tra allievi e popolazione, lintensit formativa era superiore
alla media in provincia di Alessandria, nella media a Torino e Novara, sotto la media a
Cuneo, Asti e Vercelli, probabilmente in dipendenza del maggiore o minore attivismo
territoriale degli enti gestori.
20. La previsione di spesa per la formazione giovani sarebbe scesa dal 67,6% del to-
tale spesa corsi nel 1984/85 al 65,5% del 1986-87; la spesa per la formazione adulti sa-
rebbe invece cresciuta dal 21,5% al 24,3%, approfittando anche della leggera diminuzio-
ne della quota dei corsi destinati a lavoratori autonomi e altri, dal 10,9 al 10,1%.
21. Al netto dei passaggi diretti.


188
possesso della sola terza media. Gli estensori del rapporto
22
, tenuto conto che i
Cfl non comportavano un reale processo formativo ma semplicemente un adde-
stramento, per di pi non sempre realmente svolto, esprimevano la preoccupa-
zione di un impoverimento della qualit delle nuove leve delle forze di lavoro, e
sostenevano lopportunit che la formazione professionale passasse da interventi
aventi come obiettivo di massimizzare comunque loccupazione nel breve o nel
brevissimo periodo ad interventi pi attenti al lungo periodo, che privilegiasse-
ro una formazione pi completa e soprattutto permanente, con la finalit di
agevolare lo sviluppo del sistema economico.
Veniva dunque riproposto il tema del rafforzamento della formazione di se-
condo livello e della formazione continua, e si insisteva sullopportunit di spe-
rimentare anche in Italia le modalit di formazione in alternanza diffuse in altri
Paesi europei, sviluppando anche per tal via i rapporti con il sistema delle impre-
se. Nel campo della formazione permanente le difficolt perduravano, e
nellaggiornamento professionale degli occupati le imprese, pur svolgendo atti-
vit limitate, tendevano spesso ad agire in proprio; tuttavia, non mancavano se-
gni di miglioramento del sistema: il secondo livello aveva compiuto passi avanti,
con gli allievi che erano arrivati al 36% del totale degli iscritti ai corsi di forma-
zione professionale; inoltre, i corsi di secondo livello si mostravano pi dinamici
nella capacit di intercettare i potenziali utenti: ne raggiungevano il 27% abbon-
dante, mentre la formazione di primo livello era scelta dal 18% scarso
delluniverso giovanile di riferimento
23
. Erano poco meno di 30.000 i ragazzi
che, usciti dalla scuola senza aver conseguito un diploma o una qualifica Ips non
entravano in un percorso di formazione professionale.
Dati di questo genere indicavano limportanza del primo livello come stru-
mento alternativo alla scuola: ai ragazzi a rischio di marginalit andavano offerte
nuove opportunit, una seconda chance. Visti gli alti tassi di selezione nel
primo ciclo della secondaria superiore recitava lo studio regionale del 1987 e
comunque lalto livello di disadattamento scolastico tra gli allievi frequentanti il
primo ciclo, cera da chiedersi se lonere del loro recupero non debba almeno
essere ripartito tra scuola statale e sistemi regionali
24
. Una affermazione di tal
fatta veniva incontro alle posizioni imprenditoriali che ritenevano compito della
scuola il recupero delle competenze di base, ma al contempo suonava come un
primo accenno allopportunit di azioni integrate tra i due sistemi. La formazio-

22. Regione Piemonte, Assessorato alla Formazione professionale IRES, Istituto di
ricerche economico sociali del Piemonte, Punti fondamentali di sudi e linee per il piano
pluriennale per le attivit di formazione professionale, ottobre 1987.
23. Il calcolo era effettuato tramite il rapporto degli iscritti ai due livelli nei corsi di
formazione professionale con le popolazioni giovanili di riferimento: qualificati degli
IPS e diplomati di scuola media superiore non iscritti alluniversit per il secondo livel-
lo, giovani usciti dalla scuola dopo la licenza media e drop-out della secondaria superio-
re per il primo livello. In verit sarebbe stato sensato, ma impossibile per mancanza di
dati, includere tra i potenziali utenti della formazione professionale di secondo livello i
drop out delluniversit, che erano senzaltro piuttosto numerosi.
24. Punti fondamentali di sudi e linee per il piano pluriennale, cit., p. 3.


189
ne professionale, da pi parti indicata come strumento strategico per garantire
mobilit, flessibilit, disponibilit e attitudini al cambiamento dei lavoratori,
strumento dunque per politiche attive del lavoro, non poteva essere efficace in
assenza di livelli adeguati di istruzione di base. Se i bassi livelli di preparazione
iniziale riguardavano non solo le forze di lavoro anziane ma anche ampie schiere
giovanili, era giocoforza trovare soluzioni per il consolidamento delle compe-
tenze e delle abilit di base, come precondizione tanto per la qualificazione che
per la riqualificazione professionale
25
.
Nel dicembre dello stesso 1987 la Cgil piemontese tenne a Torino un conve-
gno su formazione e scuola, incentrato sulla questione dellabbandono scolastico
e sulle proposte di elevamento dellobbligo. Osservato che la formazione pro-
fessionale di primo livello oggi sembra messa l apposta per offrire una sponda
di recupero di serie B, anche se in concreto, recupera molto poco anchessa
26
,
il tono degli interventi era generalmente favorevole allestensione dellobbligo
scolastico, ma nella consapevolezza della necessit di introdurre correttivi al sa-
pere formalizzato della scuola per offrire didattiche operative ai giovani in diffi-
colt da un lato, e per venire incontro dallaltro lato allinclinazione di numerosi
giovani che vedevano lutilit della scuola innanzitutto nella sua capacit di of-
frire professionalit per il lavoro
27
. Si esprimevano dubbi sullefficacia della pu-
ra e semplice estensione dellobbligo, facendo esplicito riferimento ai risultati
positivi raggiunti almeno in alcuni casi dalle esperienze pi interessanti del-
la formazione professionale regionale di primo livello, che si pone[va] soprattut-
to obiettivi di recupero di abilit di base non consolidate a sufficienza nel corso
della scuola media, e in cui la modularit e[ra] consentita
28
. Modularit, speri-
mentazioni, differenziazione delle popolazioni obiettivo, erano i termini di un
nuovo linguaggio che si andava coniando per indicare i rimedi allanalfabetismo
funzionale, che iniziava a venire alla ribalta ed era definito come la mancanza di
capacit e conoscenze indispensabili per linserimento a pieno titolo nella socie-
t, per la cittadinanza sociale.



25. Lattenzione sviluppata in quegli anni della Regione Piemonte per lesigenza di
sviluppare i livelli di scolarit e formazione della popolazione testimoniata dalla pub-
blicazione da parte del Centro Stampa della Giunta Regionale dello studio di Orfeo Az-
zolini, Analfabetismo e istruzione popolare in Piemonte (dal 1861 ai giorni nostri), To-
rino, Regione Piemonte, 1986.
26. Cos nellintervento introduttivo di Renato Lattes, in CGIL Piemonte e Torino
CGIL Scuola Piemonte e Torino, La formazione e la scuola di fronte al cambiamento
della societ. Convegno tenuto a Torino il 2 e 3 dicembre 1987 a Villa Gualino, Torino,
Formazione 80, s.d. [ma 1988], p. 11.
27. L. Ricolfi, Gli atteggiamenti dei giovani di fronte alla scuola secondaria supe-
riore: risultati di ricerche empiriche, ivi, pp. 18-21.
28. L. Albert, La funzione orientativa della scuola, ivi, p. 137.


190
La sperimentazione dellintegrazione

Dallinsieme di queste considerazioni avrebbero preso piede, tra fine anni Ot-
tanta e inizio anni Novanta, le prime sperimentazioni di iniziative integrate tra
sistema scolastico e formazione professionale: tra queste, lutilizzo dei permessi
retribuiti contrattuali per corsi di inglese e informatica tenuti nelle agenzie di
formazione professionale o nelle strutture scolastiche; linserimento di moduli di
orientamento professionale e di prima formazione nei corsi 150 ore di scuola
media; di particolare interesse un biennio integrato presso lallora VIII Itis a
Torino, finalizzato al recupero di giovani drop out della secondaria superiore, al
termine del quale si poteva conseguire al contempo una qualifica regionale di
primo livello e lammissione al terzo anno dellistruzione tecnica
29
.
Dalla formazione di base e dal recupero della dispersione le azioni integrate
si estesero anche al livello secondario e post secondario. Nella situazione italiana
era caratteristico lo scarso peso del sistema della formazione professionale, per-
corso dal 7-8% dei giovani, contro la media europea del 30%. In Italia la parte
pi consistente dei giovani che si iscrivevano a corsi postobbligo, finalizzati non
al proseguimento negli studi universitari ma a un titolo professionalizzante, si
rivolgeva agli istituti professionali e tecnici, collocati in un sistema scolastico
centralizzato quanto a programmi e struttura dellofferta formativa: ci non fa-
voriva la capacit della scuola di rispondere alle richieste di professionalit e-
mergenti dal sistema produttivo nelle sue molteplici articolazioni territoriali, e
induceva a lamentare la separatezza tra scuola e mondo del lavoro. In assenza di
interventi di riforma complessivi della scuola superiore, per porre rimedio a tale
distanza si era fatto ricorso, da parte delle Direzioni generali dellistruzione pro-
fessionale e dellistruzione tecnica, a sperimentazioni quali Ambra ed Igea
pilotate dal Ministero della pubblica istruzione (Mpi) e condotte in collaborazio-
ne con il mondo industriale: lobiettivo era il rinnovamento degli indirizzi e
ladeguamento dei programmi disciplinari allo sviluppo tecnologico.
La pratica delle sperimentazioni venne estesa alle azioni integrate in seguito a
un primo protocollo dintesa firmato nel 1992 tra la Regione Piemonte e la Dire-
zione generale dellistruzione professionale, che ebbe funzione pilota per il suc-
cessivo accordo nazionale tra il Ministero della pubblica istruzione e la Confe-
renza delle Regioni, siglato nel 1994. Sulla base del protocollo fu realizzata
unintegrazione tra i due sistemi attraverso linserimento di moduli di formazio-
ne professionale in collaborazione con le agenzie e i centri regionali nei corsi
postqualifica nel quarto e quinto anno degli istituti professionali, in concomitan-
za con la quinquennalizzazione. In Piemonte, a partire dal 1997, i corsi postqua-
lifica integrati registrarono unampia diffusione, fino a interessare quasi tutte le
classi del biennio finale
30
; merito di tale esperienza fu, tra laltro, di far final-

29. Una sperimentazione, questa del biennio integrato, destinata a proseguire con ul-
teriori sviluppi a livello regionale, anche in direzione del recupero del diploma seconda-
ria superiore, sotto la denominazione Polis.
30. Nel 1997-98 la Regione finanzi 125 corsi, cresciuti a 134 nel 1998-99.


191
mente entrare in misura massiccia nella scuola le pratiche dello stage in azienda
e dellindagine sul follow up occupazionale per gli ex allievi.
Anche a livello postsecondario la situazione italiana mostrava un ritardo nei
confronti dei Paesi economicamente avanzati. Alla met degli anni Novanta, no-
nostante si fossero ormai registrati notevoli progressi nel tasso di conseguimento
del diploma superiore, il gap restava ancora notevole: contro medie europee in-
torno all80%, in Italia, nel 1995-96, su mille giovani erano 684 coloro che con-
seguivano un diploma di secondaria superiore (compresa la qualifica di istruzio-
ne professionale triennale); 465 si iscrivevano alluniversit, solo 153 otteneva-
no per la laurea e 26 un diploma universitario
31
. Il tema della dispersione si ri-
proponeva dunque a livello pi elevato. Da qui lemergere della duplice esigenza
posta allordine del giorno da governi e parti sociali in una nuova fase di con-
certazione aperta dai protocolli triparti del luglio 1992 e luglio 1993 di accre-
scere i livelli di istruzione e di promuovere linterazione tra istruzione, forma-
zione, mondo del lavoro e servizi per le politiche attive del lavoro
32
. Si trattava
di rispondere alla acuta crisi economica di quel biennio adottando strategie con-
divise da tutte le parti, tali da consentire di sostenere la ripresa economica senza
appesantire i conti pubblici per poter puntare al rispetto dei parametri stabiliti in
vista della moneta unica europea dagli accordi di Maastricht del 1992.
Nel 1993 venne varata la L. 236 che assunse il concetto di formazione conti-
nua in riferimento ai lavoratori in cassa integrazione straordinaria, in mobilit o
inseriti nei lavori socialmente utili; venne inoltre creato un fondo nazionale ali-
mentato da contributi delle imprese, che apr la strada ai successivi fondi inter-
professionali. Fu cos avviato un processo di riforma che avrebbe trovato com-
pletamento e successive evoluzioni nel Patto per il lavoro del 1996, nella L. 196
del 1997, nel Patto di Natale del 1998. La L. 196, in particolare, previde
laccreditamento nazionale e regionale delle agenzie formative pubbliche e pri-
vate, lomogeneit delle certificazioni delle competenze acquisite dai corsisti, il
riconoscimento dei crediti formativi tra formazione professionale, scuola e uni-
versit; inoltre, la 196 istitu il fondo interprofessionale per la formazione conti-
nua a gestione paritetica delle parti sociali, introdusse il tirocinio formativo con
durata da 4 a 12 mesi, innov ed estese lapprendistato a tutti i settori stabilendo
lobbligo della formazione esterna di 120 ore annue.
I dati sui tassi di scolarit riferiti alla provincia di Torino, sempre nel 1995-
96, pur non discostandosi significativamente dalla media nazionale, mostravano
tuttavia un successo scolastico a livello di maturit leggermente inferiore: sem-
pre su 1000 giovani, erano 654 coloro che raggiungevano un titolo scolastico
postobbligo, di cui 614 la maturit, 40 la qualifica di istruzione professionale
33
.

31. Per i dati a livello nazionale, stimati come modello tendenziale con la metodolo-
gia per contemporanei al 1995-96, cfr. ISFOL, Formazione e occupazione in Italia e
in Europa. Rapporto 1998, Milano, FrancoAngeli, 1998, p. 322.
32. Le relazioni industriali nellUnione Europea. Lesperienza italiana, a cura di G.
P. Cella, T. Treu, Bologna, il Mulino, 1998.
33. Per i dati,sempre riferiti al 1995-96, relativi alla provincia di Torino e alle altre
province piemontesi queste ultime maggiormente allineate alla media nazionale si


192
La situazione torinese mostrava ancora i segni di una eredit non positiva del si-
stema fordista che aveva dominato la societ industriale locale: la produzione di
serie aveva allargato la base della piramide sociale con larghi strati di operai po-
co qualificati e poco istruiti, immessi in massa nei lavori a catena; i bassi livelli
di scolarit non avevano costituito, negli anni del miracolo economico e ancora
negli anni settanta, un impedimento al lavoro stabile e relativamente ben retri-
buito, cos che i figli di quegli operai mostravano la tendenza a lasciare la scuola
anzitempo, convinti che il mercato del lavoro avrebbe continuato a riprodurre il
modello che aveva funzionato per i padri
34
.


Lintegrazione nella formazione postsecondaria

Lampliamento dellofferta formativa nel segmento della formazione postse-
condaria si presentava come uno dei punti nodali. Gi da alcuni anni la Provincia
di Torino aveva finanziato con fondi propri lesperienza di corsi postdiploma
presso gli istituti tecnici. Nel 1996-97 fu avviata la sperimentazione di corsi po-
stdiploma integrati con la formazione professionale, che in poco tempo raggiun-
sero una notevole diffusione in tutta la regione, con 45 corsi nel 1997-98 e 50
nel 1998-99
35
: la mole delle iniziative attivate era tale da collocare il Piemonte in
una posizione di avanguardia a livello nazionale. I corsi postdiploma integrati
fecero da battistrada allistituzione dei percorsi di Istruzione e formazione tecni-
co superiore (Ifts), nellambito del progetto di un nuovo sistema di Formazione
integrata superiore (Fis), lanciato dal Ministero della pubblica istruzione
allinizio del 1998; la Fis era intesa come un insieme di canali formativi postse-

veda Regione Piemonte IRES Piemonte, Il sistema Istruzione in Piemonte. Le tendenze
degli anni Novanta dalla scuola materna alluniversit, Torino, IRES Piemonte, 1998,
pp. 96-107.
34. M.L. Bianco, Cultura tecnologica e societ locale dopo il fordismo, in Stato e
mercato, aprile 1991.
35. I primi corsi coinvolsero sei istituti di istruzione tecnica, in seguito a un Protocol-
lo dintesa tra Mpi-Direzione generale dellistruzione tecnica, Regione Piemonte e IR-
RSAE Piemonte. I sei corsi vennero finanziati dalla Regione nellambito delle azioni di
interesse regionale e furono affidati, in questa prima fase sperimentale, alla titolarit
dellIRRSAE Piemonte, listituto regionale del Mpi per la ricerca e laggiornamento in
campo educativo. Lanno successivo liniziativa fu inserita nel normale piano corsi
regionale e finanziati nellambito dellobiettivo del Fondo Sociale Europeo avente come
popolazione di riferimento i giovani diplomati disoccupati con meno di 25 anni, con tito-
larit delle agenzie di formazione professionale. I rapporti tra agenzie e istituti scolastici
vennero regolati, informalmente, sulla base di una convenzione tipo elaborata dal Comi-
tato tecnico scientifico previsto dal protocollo dintesa. Nel 1997-98 lIRRSAE Piemon-
te mantenne la titolarit di alcuni corsi postdiploma, iniziando la sperimentazione
nellambito di altri due protocolli dintesa, con la Direzione generale dellistruzione
classica, scientifica, magistrale, e con la Direzione generale dellistruzione media non
statale, con lintento di procedere anche in questi due ambiti dellistruzione secondaria,
dopo la valutazione delle prime esperienze, alla loro estensione e stabilizzazione.


193
condari tra loro interconnessi dal sistema dei crediti, articolato nei diplomi uni-
versitari, nei corsi di qualifica di secondo livello della formazione professionale,
e nei percorsi Ifts integrati tra scuola secondaria, formazione professionale, uni-
versit e imprese. La proposta coinvolse pertanto direttamente il Ministero del
lavoro, il Ministero delluniversit e le Regioni, e fu approvata nel luglio 1998,
in sede di Conferenza unificata Stato-Regioni. Secondo i criteri fissati dal comi-
tato nazionale di coordinamento delliniziativa, i percorsi Ifts, di durata biennale,
dovevano essere organizzati secondo criteri innovativi: essere strutturati per mo-
duli (in direzione della certificazione dei crediti e delle unit formative capitaliz-
zabili nel portafoglio di competenze dei corsisti), prevedere azioni di accoglien-
za e tutoring, attivit di stage o tirocinio per il 30% del monte ore complessivo; i
percorsi dovevano inoltre affidare almeno il 50% della docenza a esperti prove-
nienti dal mondo della produzione, delle professioni e del lavoro. La stessa defi-
nizione di percorsi Ifts, anzich corsi, stava a indicare la volont di creare un
sistema flessibile, aperto a ulteriori sviluppi attraverso i crediti universitari, nel
quale la modularit, capitalizzabile separatamente, offrisse possibilit di adatta-
mento individuale dellofferta formativa.
In relazione allimplementazione di queste pratiche relativamente nuove,
specie per gli istituti scolastici, la Regione Piemonte individu le aree con po-
tenzialit occupazionale nellindustria tradizionale (metalmeccanica, tessile/
abbigliamento), nellindustria avanzata (telecomunicazioni, chimica, fibre arti-
ficiali, gomma/plastica, aerospaziale), nei servizi (pubblica amministrazione, tu-
rismo, servizi alla persona); svolta questa operazione preliminare di raccordo
con il mondo del lavoro, ader allattivazione di cinque Programmi operativi
multi-regionali (Pom), volti alla formazione congiunta di insegnanti degli istituti
professionali e tecnici e di formatori della formazione professionale, che coin-
volse 15 istituti scolastici e 17 agenzie di formazione in tutto il territorio pie-
montese.
In confronto ai corsi postdiploma, i percorsi Ifts rappresentavano unofferta
formativa di natura diversa. Non si tratta solo della possibilit di collegare una
formazione professionalizzante con lacquisizione di crediti verso luniversit. I
corsi postdiploma in Piemonte vedevano liscrizione di non pochi ex-allievi che
avevano sperimentato, per qualche tempo, difficolt nella ricerca di occupazione
o negli studi universitari, e che speravano di acquisire competenze da spendere
sul mercato del lavoro, in percorsi di durata limitata a un anno; in questi casi
liscrizione al corso rappresentava un rientro in formazione di giovani adulti
36
. I
percorsi Ifts si caratterizzavano invece maggiormente, anche per la durata bien-
nale, assai lunga per un rientro formativo, come un nuovo canale di prosecuzio-
ne dellistruzione a livello postsecondario, che si apriva ai neodiplomati che non
intendevano accedere immediatamente agli studi universitari.

36. In parecchi casi ai corsi post-diploma piemontesi venivano ammessi iscritti ultra-
venticinquenni, che figuravano come uditori, potendo frequentare il corso e conseguire
la qualifica ma non concorrere, per il meccanismo di finanziamento del Fse, a formare il
valore atteso.


194
Da questo punto di vista gli Ifts furono accolti con qualche riserva nel mondo
della formazione professionale, in quanto sembravano segnare una invasione di
campo della scuola nella formazione di secondo livello. Prevalsero tuttavia tra
gli operatori della formazione professionale le spinte alla collaborazione interi-
stituzionale, supportate anche dalla considerazione delle opportunit che un si-
stema integrato offriva per lallargamento delle attivit a fasce di potenziale u-
tenza pi difficilmente raggiungibili senza la mediazione del sistema scolastico.
Corsi postdiploma integrati e Ifts sono esperienze tuttora vive, e nonostante
le difficolt che inevitabilmente si incontrano nella collaborazione tra istituzioni
che operano in base a regole e tradizioni culturali differenti
37
, le azioni integrate
sono state occasione di rinnovamento metodologico per entrambi i sistemi, di
rafforzamento delle strutture e ottimizzazione del loro impiego, di miglioramen-
to degli standard qualitativi degli insegnamenti, di consolidamento dei collega-
menti con i servizi per il mercato del lavoro, di differenziazione e flessibilizza-
zione dellofferta formativa per intercettare esigenze differenziate di diverse
componenti di utenza.


Linnalzamento dellobbligo scolastico e formativo

La tradizione piemontese nel campo delle azioni integrate ha favorito la solu-
zione a un evento critico per le agenzie impegnate nella formazione di primo li-
vello: lelevamento dellobbligo scolastico a 15 anni che, previsto dalla L. 9 del

37. Una ricerca condotta dallIRRSAE Piemonte sui corsi post-diploma integrati evi-
denziava come segue i punti di criticit della collaborazione cos come percepiti rispetti-
vamente da agenzie formative e istituti scolastici. Le agenzie di formazione professiona-
le, in generale, vivevano lingresso del sistema scolastico nella formazione professionale
come una sorta di invasione di campo, come una concorrenza nellaccesso a risorse limi-
tate, anche se alcuni loro esponenti erano pi inclini a considerare le potenzialit della
collaborazione con le scuole nellallargare i bacini di utenza. Nello specifico del modello
organizzativo dei corsi post-diploma, le agenzie lamentavano una scarsa abitudine e sen-
sibilit degli istituti scolastici a rapportarsi con i loro ex allievi avendo a mente il mecca-
nismo di finanziamento basato sul valore atteso quanto al numero dei frequentanti, per
ottenerne un impegno massimo a proseguire il corso fino in fondo; a questo deficit di
attenzione imputavano i problemi di bilancio che ne conseguivano; inoltre ritenevano di
essere svantaggiate nella ripartizione dei finanziamenti, rispetto agli istituti scolastici,
dovendo sopportare, a differenza di questi ultimi, costi aziendali in termini di personale,
attrezzature e impianti; infine ritenevano di dover pagare importi orari eccessivi per i do-
centi della scuola, per insegnamenti che si sarebbero potuto reperire sul mercato a costi
decisamente inferiori. Gli istituti scolastici, dal canto loro, lamentavano a volte lo scarso
impegno delle agenzie nella conduzione dei corsi, lapproccio didattico troppo pratico
dei formatori, la loro limitata capacit di rapportarsi agli allievi; ma soprattutto riteneva-
no di avere tutte le carte in regola, tanto sotto il profilo delle attrezzature che della quali-
t degli insegnanti, per fare da soli, e tendevano a rivendicare un ruolo autonomo nel ge-
stire percorsi professionalizzanti post-diploma, ritenendo che andasse privilegiato il ruo-
lo della scuola pubblica a fronte di enti di natura privata, ancorch non a scopo di lucro.


195
1999 come espletabile nelle sole istituzioni scolastiche, sottraeva i giovani al si-
stema formativo. Il problema stato affrontato in Piemonte attraverso corsi inte-
grati con le agenzie di formazione professionale tenuti presso le scuole superiori,
che hanno consolidato forme di collaborazione importanti per far fronte alle suc-
cessive oscillazioni del legislatore sullobbligo scolastico e sullobbligo formati-
vo, fino alla odierna sostituzione dellobbligo formativo con il diritto dovere
allistruzione e formazione, e alla possibilit di espletare lobbligo nelle agenzie
professionali, che ha riaperto ai quattordicenni la scelta di iscriversi ai percorsi
di formazione professionale.
Attualmente i corsi per giovani in diritto-dovere si articolano in corsi annuali,
biennali e triennali: questi ultimi raccolgono i ragazzi alluscita dalla scuola me-
dia e devono rispondere a standard nazionali che comportano un avvicinamento
ai percorsi di tipo scolastico; i corsi biennali recuperano i giovani dispersi dopo
la frequenza di un anno nelle superiori, i corsi annuali sono quelli che conserva-
no maggiormente limpronta della formazione professionale, poich comportano
il 50% delle ore in stage e sono condotti in alternanza scuola-lavoro.
Le agenzie tradizionalmente pi attive nella formazione di primo livello han-
no vissuto come un vulnus la prima estensione dellobbligo da espletarsi nella
scuola
38
, e al loro interno ancora diffuso un atteggiamento critico nei confronti
dei corsi triennali, considerati eccessivamente scolarizzati, tali da comportare il
rischio di snaturamento del metodo della formazione professionale attraverso
limposizione di contenuti culturali e un eccesso di proceduralizzazione ex ante;
al contrario, i corsi annuali, che raccolgono spesso lutenza pi difficile, sono
considerati i corsi dai quali si traggono le maggiori soddisfazioni qualora si rie-
sca a inquadrare i ragazzi, proprio per il loro accentuato carattere pratico-
esperienziale. In ogni caso la realizzazione di corsi congiunti per lobbligo sco-
lastico si rivelata una occasione preziosa per rinsaldare rapporti tra i due siste-
mi, che si sono estesi alle scuole medie inferiori, per la conduzione di laboratori
di orientamento e supporto, destinati a ragazzi in difficolt, che hanno gi subito
bocciature nel percorrere lobbligo scolastico.


Dalla gestione diretta ai consorzi pubblico-privati

Lo slancio delle azioni integrate alla met degli anni Novanta fu favorito
dallimpegno in questo campo della Regione Piemonte, che nellemanare la
nuova legge regionale in tema di formazione professionale, la 63 del 1995, pre-
vide allarticolo 13 la costruzione di forme stabili di collaborazione tra il sistema
della formazione professionale e il sistema scolastico e luniversit, finalizzate
ad accrescere il successo scolastico e formativo e a incrementare la qualit del
sistema, qualit per la quale si istitu un comitato guida. La L.R. 63 sanc inoltre
il metodo della concertazione, creando il Segretariato regionale per

38. CNOS-FAP, Trentanni di formazione salesiana in Piemonte. Cronaca di un
progetto educativo che viene da lontano, Torino, CNOS-FAP Regione Piemonte, s.d.
[ma 2009].


196
lorientamento e la formazione. Ma limpatto principale della L. 63 sul sistema
formativo venne dalla affermazione del principio della concorrenza tra la plurali-
t delle proposte formative, negando posizioni di privilegio per gli enti pubblici;
inoltre, fu di grande impatto la separazione tra funzioni di programmazione e
funzioni di gestione/erogazione della formazione, che comport labbandono
della gestione diretta dei corsi di formazione professionale. La dismissione della
gestione diretta da parte della Regione si riverber in un processo consimile da
parte di Comuni e Province. I centri della gestione pubblica diretta furono tra-
sformati in consorzi misti pubblici/privati, con la maggioranza tendenzialmente
assegnata ai privati.
Al termine del processo, tutto stato privatizzato. Lavvento del Fse come
fonte fondamentale di finanziamento
39
, poich arrivava ora a coprire il 40% cir-
ca del costo complessivo, imponeva di adeguarsi a nuove regole. Poich tutti i
centri e le agenzie dovevano partecipare su un piano di parit ai bandi annuali di
finanziamento dei corsi, la Regione non poteva al contempo essere organo deci-
sore delle graduatorie e istituzione concorrente attraverso le proprie strutture.
I problemi dei centri pubblici erano gestionali, non di qualit della didattica.
Vi erano centri regionali, provinciali e comunali che rappresentavano fiori
allocchiello del sistema; tuttavia, la natura pubblica rendeva estremamente fati-
coso ogni atto di amministrazione quotidiana, dallacquisto della cancelleria agli
incarichi ai docenti. Nella dismissione della gestione diretta si innesc anche una
erosione delle professionalit a disposizione dei centri. La Regione aveva inve-
stito molto in formazione dei formatori nei ventanni di gestione diretta. Con la
privatizzazione il personale, attraverso una trattativa sindacale, pot scegliere se
passare ai nuovi enti consortili o restare dipendente degli enti pubblici, e molti
scelsero la seconda possibilit
40
.
La completa privatizzazione del sistema e lapertura pluralistica alla molte-
plicit delle offerte, ancorch filtrate dalla procedura dellaccreditamento, ha de-
terminato un aumento vistoso dei soggetti che si propongono come finalit
lerogazione di formazione e che partecipano ai bandi. Alla met degli anni Ot-
tanta, e pi precisamente nellanno formativo 1984-85, gli enti formativi pubbli-
ci e privati operanti in Piemonte erano 33, articolati su 97 centri. Ma il grosso
della formazione era appannaggio di pochi enti: lEnaip con il 17,3% del totale
delle ore allievo erogate, i centri del Comune di Torino con il 14,4%, i centri
della gestione diretta regionale con il 13,1%, lo Ial con l11,2%, il Cnos con il

39. Agli inizi la formazione professionale regionale era stata finanziata solo con ri-
sorse regionali, in parte trasferite dallo Stato con la L. 845 del 1978, ma i finanziamenti
statali andavano in un fondo comune, un calderone a cui tutti gli assessorati attingevano,
e stava allabilit negoziale dellassessore alla formazione di turno ottenere i fondi per le
attivit di formazione professionale.
40. La Regione, invero, per un po di tempo comand il personale presso i consorzi,
ma ci costituiva un costo che nel tempo fu riassorbito man mano che serviva personale
negli uffici regionali. Nelle riflessioni successive di alcuni funzionari e dirigenti, un ente
autonomo speciale avrebbe forse funzionato meglio della privatizzazione, e avrebbe avu-
to costi inferiori.


197
9%, il Ciofs con il 6,7%, la Casa di carit con il 5,3%; sommati, questi sette enti
maggiori raggiungevano il 77% dellattivit, mentre le altre ventisei realt, ma-
gari significative nei propri territori, restavano confinate a quote assai contenute.
Oggigiorno il numero delle agenzie accreditate supera le 500 unit; ci nono-
stante, il sistema appare adeguatamente controllato dal finanziamento a bando,
dai sistemi ispettivi sulla formazione erogata, dai meccanismi a punteggio pre-
mianti i comportamenti virtuosi.
A contribuire allevoluzione del sistema della formazione professionale pie-
montese stata la nuova strategia delle imprese, attuata alla met degli anni No-
vanta, che dallo sviluppo di progetti di formazione per i propri dipendenti in
forma individuale passarono alla costituzione dei Consorzi aziendali, strutture
pi snelle delle agenzie operanti sul mercato del lavoro, e in grado di rispondere
rapidamente alle esigenze formative delle aziende consorziate. Anche le varie
associazioni datoriali hanno creato propri organismi di formazione.
Il passaggio dalla convenzione ai procedimenti ad evidenza pubblica e la
contemporanea introduzione di sistemi di valutazione della qualit dellofferta
delle agenzie ha peraltro in un primo tempo prodotto effetti opposti, di concen-
trazione degli enti erogatori, perch non poche piccole strutture, timorose di af-
frontare le novit, hanno cercato laggregazione con le realt pi solide, le quali,
per parte loro, hanno puntato a una nuova espansione territoriale, con risultati
non sempre positivi. Lapertura di nuove sedi locali stata indotta anche dalla
delega di competenze alle province, per la partecipazione ai bandi decentrati.
Il decentramento a livello provinciale ha sollevato riflessioni critiche tra gli
operatori della formazione professionale, specie da parte delle grandi agenzie
diffuse su tutto il territorio regionale: le difficolt vengono individuate sul fronte
della costruzione dei rapporti di fiducia e collaborazione con le nuove istituzioni
di riferimento, ma soprattutto sul piano finanziario e amministrativo, dati i ritar-
di con cui alcune realt provinciali procedono ai saldi, a fronte dellesigenza del-
le agenzie di far fronte alle spese per il personale, cosa che le costringe a volte
allindebitamento, con il conseguente carico di interessi passivi. Le criticit non
trovano sufficiente contrappeso nelle potenzialit positive del decentramento,
quali la pi ravvicinata lettura delle esigenze del territorio, sempre difficile da
realizzare e non necessariamente capace, anche qualora perfettamente azzeccata,
di convincere le utenze potenziali della bont delle relative risposte in termini di
offerte formative.
Il superamento del regime di convenzione e laccentuazione della concorren-
za ha imposto notevoli rinnovamenti alle modalit operative delle agenzie, men-
tre nuovi stimoli sono venuti anche dalla pratica della certificazione di qualit.
Tuttavia non mancano le difficolt legate al sistema di finanziamento a bando.
Pur riconoscendo che la L. 63 ha dinamicizzato un sistema in precedenza un po
ingessato, migliorando la qualit dellofferta stimolata dalla competizione, da
parte degli esponenti degli enti di formazione si lamenta ora leccesso di concor-
renza tra le agenzie, ora la burocratizzazione del sistema, utile per evitare abusi
ma che comporta un impiego eccessivo di risorse in pratiche burocratiche, risor-
se sottratte alla didattica. Le nuove esigenze di rendicontazione e riconoscimento


198
del lavoro svolto cozzano, secondo alcuni, con i principi della modularit e
delladattamento di percorsi flessibili alle esigenze di corsisti e imprese, che pur
rappresentano il tratto distintivo della formazione professionale rispetto alla
scuola, cos come era stato presupposto sin dalla L. 845. Una rigida applicazione
del meccanismo di finanziamento basato sul valore atteso in numero di frequen-
tanti, infine, crea difficolt nei rapporti con gli allievi del primo livello, perch le
agenzie sono indotte a curare la loro frequenza fino alleccesso, tollerando com-
portamenti non consoni al buon andamento didattico.
Si pone qui il problema del cambiamento dellutenza dei corsi di prima quali-
fica, reclutata a volte in bacini di marginalit e deprivazione culturale. I giovani
che negli anni del boom economico industrialista, e ancora negli anni Settanta,
sceglievano i corsi di formazione professionale dopo lobbligo scolastico, pro-
venivano da salde famiglie operaie e contadine e sceglievano consapevolmente
una via che garantiva un certa sicurezza: grazie al mercato del lavoro favorevole
e ai rapporti tra enti di formazione e imprese, lassunzione al termine dei corsi
era pressoch assicurata, purch si frequentasse e si studiasse con seriet. Cos
non pochi enti formativi, collegati a imprese medie e medio-grandi
41
, ancorch
esterne alle aziende, dal punto di vista delle opportunit occupazionali per gli
allievi non funzionavano in modo sostanzialmente diverso dalla scuole aziendali.
Anche oggi accade, in non poche realt piemontesi di eccellenza, che al termine
dello stage le aziende propongano lassunzione al giovane, e che le agenzie deb-
bano intervenire per convincere giovani ed azienda ad attendere la conclusione
del percorso formativo e lacquisizione completa delle competenze in gioco.
Oggi tuttavia, la presenza tra i bacini di reclutamento di aree di difficolt sociale
molto pi accentuata di un tempo, in relazione a un dinamismo economico assai
pi problematico, e anche gli sforzi, assai maggiori, con i quali si tende a mante-
nere in formazione giovani che un tempo sarebbero stati pi facilmente abban-
donati al loro destino, fanno s che in molti casi la didattica nei corsi di forma-
zione come del resto nellistruzione soffra di problematiche di origine socio-
culturale. Da qui lintensificazione, praticata soprattutto dalla formazione pro-
fessionale, dei rapporti con i servizi sul territorio (i Centri per limpiego in parti-
colare), la costruzione di anagrafi regionali e provinciali sulla dispersione, i pro-
grammi di orientamento. Particolarmente innovative sono le iniziative di soste-
gno alla genitorialit con le famiglie dei corsisti
42
, che si traducono anche in
qualche caso, specie nelle agenzie filiate da case religiose, in interventi di aiuto
assistenziale.



41. Uno degli esempi pi ricordato quello della Casa di carit con la Michelin di
Settimo Torinese.
42. Un quadro di tali azioni a livello nazionale e regionale in Ministero del lavoro e
della politiche sociali Direzione generale per le politiche per lorientamento e la for-
mazione ISFOL, Rapporto di monitoraggio del diritto-dovere anno 2008, Roma, 2009.


199
Il ruolo del Fondo sociale europeo

Limportanza del Fondo sociale europeo nel finanziamento della formazione
professionale prese avvio dopo la riforma dei fondi strutturali del 1988, che in-
trodusse la prima vera programmazione del Fse. La nuova normativa autorizz il
sostegno alle azioni di formazione professionale tendenti soprattutto al recupero
di professionalit specifiche, la cui carenza tra i giovani veniva individuata come
causa dellelevata disoccupazione; si stabilirono anche nuovi incentivi a favore
delloccupazione, in particolare contro la disoccupazione di lunga durata e per
linserimento dei giovani. La prima programmazione del Fse, per gli anni 1989-
1993, afferm la filosofia della programmazione concertata, con lintroduzione
di nuovi strumenti quali i Documenti unici di programmazione (Docup) e i Qua-
dri comunitari di sostegno. Era previsto che, sulla base delle linee guida della
Commissione europea, ogni Stato approntasse Programmi operativi nazionali
(Pon), con gli obiettivi prioritari.
Dalla successiva valutazione dei risultati dei Pon scaturiva il Rapporto annua-
le sulloccupazione che ogni anno la Commissione elaborava con le raccoman-
dazioni per gli stati membri. Nellambito del partenariato tra attori comunitari e
nazionali sarebbe stato definito il Quadro comunitario di sostegno (Qcs), da rea-
lizzarsi attraverso programmi pluriennali. Il Piano operativo nazionale doveva
essere poi tradotto, per la pratica attuazione, nei Piani operativi regionali (Por). I
programmi venivano a innescare processi tendenti non pi a interessare singole
strutture produttive o comparti industriali, ma a coinvolgere sempre pi i sistemi
territoriali.
La riforma dei regolamenti per la disciplina dei fondi strutturali del 1993 im-
plic un accrescimento del controllo comunitario: dal 1994 i piani di sviluppo, i
Docup e i Qcs sono stati soggetti a valutazione sistematica. La programmazione
1994-1999 mise laccento sui comitati di sorveglianza per coordinare i vari in-
terventi, sorvegliare, esaminare le valutazioni intermedie. I principi dazione del
Fse sono stati fissati oltre che nella programmazione nel partenariato, nella
concentrazione degli interventi a livello regionale e nelladdizionalit, vale a di-
re nellintervento non sostitutivo ma aggiuntivo agli stanziamenti nazionali.
Estata inoltre fissata una ampia gamma di obiettivi
43
, articolati in assi e sub-
assi, azioni, che hanno fornito la base per le programmazioni nazionali.

43. Lobiettivo 1 concerneva le Regioni in ritardo di sviluppo; lobiettivo 2 le aree di
declino industriale; lobiettivo 3 la lotta alla disoccupazione di lunga durata, la facilita-
zione dellinserimento professionale, lintegrazione di persone minacciate di esclusione
dal mercato del lavoro, le pari opportunit sul mercato del lavoro; lobiettivo 4 la forma-
zione e lorientamento per ladattamento dei lavoratori ai mutamenti dei sistemi produt-
tivi, in riferimento a tre aspetti: lanticipazione delle tendenze del mercato del lavoro,
formazione, riqualificazione professionale, orientamento e counseling, lassistenza tec-
nica per lo sviluppo di adeguati sistemi di formazione; lobiettivo 5 la stabilit e la cre-
scita occupazione, il rafforzamento del potenziale umano in materia di ricerca, scienza,
tecnologia.


200
I risultati della programmazione italiana per il 1989-93 videro il peso pi ele-
vato delle risorse destinato, per il 70%, alla formazione di primo e secondo livel-
lo
44
, mentre risultarono sottoutilizzate le risorse per le attivit di sostegno
alloccupazione. La valutazione che ne scatur evidenzi un certo ritardo rispetto
alla completezza degli obiettivi indicati dal Fse, poich il grosso delle risorse fu
destinato alle attivit formative ordinarie delle Regioni, con la prevalenza della
formazione di primo su quella di secondo livello, con corsi appiattiti sul modello
scolastico, anche perch rivolti in prevalenza a soggetti culturalmente deboli; si
rilev inoltre la scarsa capacit di coinvolgere disoccupati adulti e la concentra-
zione dei corsi sul settore industriale, mentre le qualifiche del terziario risultava-
no inferiori al peso occupazionale del settore, ad indicare la vicinanza dei centri
di formazione alle tematiche proprie dei settori produttivi tradizionali
45
.
La programmazione italiana per il 1994-99 punt a correggere le insufficien-
ze precedenti, guardando decisamente allinnovazione delle politiche formative
e del lavoro, sulla scia dei nuovi quadri normativi avviati a partire dalla L.
236/93, anchessi ispirati alle indicazioni europee che di l a pochi mesi sarebbe-
ro state fissate nel Libro bianco di J acques Delors
46
. Si dovette prendere le mos-
se dalla crisi scoppiata nel 1992, perseguendo linserimento in nuovi settori a
sviluppo potenziale dei lavoratori espulsi dai settori tradizionali: quandanche in
ripresa, questi ultimi si mostravano incapaci di esprimere una domanda adeguata
ad accrescere lintensit occupazionale.
Si vararono programmi centrali, multi-regionali a titolarit del Ministero del
lavoro per la sperimentazione di progetti pilota ad alta valenza occupazionale,
che si proponevano di potenziare la formazione e lefficacia occupazionale, in
collegamento con i piani di sviluppo territoriale; lobiettivo era ottenere attraver-
so la formazione una maggiore mobilit della forza lavoro, sia per i nuovi in-
gressi che per il rientro degli espulsi. Si trattava di gestire i processi di orienta-
mento e riconversione dei lavoratori a livello programmatico e in funzione anti-
crisi, attraverso gli istituti del dialogo sociale, in riferimento ai neo costituiti Enti
bilaterali. Furono privilegiate due aree di intervento: linserimento dei giovani
attraverso lestensione a nuovi settori e a qualifiche medio-elevate dei contratti
di apprendistato e Cfl, e la creazione di occupazione nei nuovi bacini di impiego
indicati dal Libro bianco, dalla formazione alla creazione di neo-imprese nei set-
tori a sviluppo potenziale, indicati nei beni culturali e nel recupero ambientale
47
.
Il Por del Piemonte, al pari di quelli delle Regioni del centro nord, si propose
lobiettivo di rafforzare lefficacia dei sistemi formativi attraverso lintegrazione

44. Ministero del lavoro e della previdenza sociale, Piano nazionale 1994-99 per la
formazione professionale e loccupazione, novembre 1993.
45. Commissione Europea, DG V Ministero del lavoro Isfol, Metodologia per la
valutazione dimpatto delle attivit di formazione cofinanziate FSE. Applicazione degli
obiettivi 3 e 4, anno 1990-1991.
46. Commissione Europea, Crescita, competitivit, occupazione, Libro bianco, Bru-
xelles, 1994.
47. Isfol, Rapporto nazionale di valutazione del Fondo sociale europeo 1994-1995,
Milano, FrancoAngeli, 1996.


201
della formazione professionale con le politiche attive del lavoro e il sistema
dellistruzione. Ne derivarono azioni di qualificazione del personale dei corsi di
formazione professionale per il miglioramento qualitativo della formazione; si
trattava di flessibilizzare e dinamicizzare il sistema formativo attraverso la revi-
sione e linnovazione delle norme regionali per accrescere la capacit di rispon-
dere allevoluzione della domanda di formazione, per migliorare la comunica-
zione e il raccordo con il mondo del lavoro, la scuola e luniversit. Furono que-
ste le linee guida che ispirarono la L.R. 63/95.
Il Piemonte assegn notevoli risorse allavviamento lavorativo dei giovani,
puntando a potenziare la formazione di secondo livello e la formazione in ap-
prendistato. Su questi terreni si ottennero buoni risultati, di eccellenza a livello
nazionale nel caso dellapprendistato; lo stesso avvenne per le azioni per le fasce
deboli sul mercato del lavoro e per le pari opportunit. Problematici restarono
invece i risultati per i disoccupati di lunga durata, mentre la formazione continua
restava un terreno difficile da dissodare
48
.
Pur attraverso percorsi complessi e irti di difficolt, si delineava un nuovo
modello, auspicato a livello comunitario, di erogazione dei servizi formativi,
strettamente correlato alle dinamiche territoriali e allanalisi dei fabbisogni for-
mativi, integrato con le altre componenti del sistema, dalle imprese alle parti so-
ciali, dalle strutture di erogazione dei servizi alle politiche attive del lavoro
49
.
Il nuovo modello integrato era volto a perseguire gli obiettivi dei tre pilastri
dellazione comunitaria fissati dal vertice di Lussemburgo in vista della nuova
programmazione: occupabilit, imprenditorialit, adattabilit (delle imprese e
dei lavoratori alla trasformazione dei modelli di produzione). Nellaprile 1998 il
piano di azione nazionale per loccupazione, formulato sulla base delle indica-
zioni del vertice di Lussemburgo, individu gli strumenti per loccupazione, di-
ventati la base di riferimento per lazione regionale: nuovo apprendistato, Cfl,
piani di inserimento professionale, tirocini di formazione e orientamento, lavori
socialmente utili, lavori di pubblica utilit, stage di orientamento, incentivi fisca-
li alle imprese per le assunzioni, lavoro interinale, mobilit territoriale, patti ter-
ritoriali, contratti darea, contratti di riallineamento per il lavoro sommerso.


I fondi interprofessionali per la formazione continua

Una delle maggiori e recenti novit del sistema formativo costituita dai fon-
ti paritetici interprofessionali, che appaiono, unitamente al sistema dei voucher
per la domanda di formazione individuale, lesperienza pi promettente per la
formazione continua destinata agli occupati.
Anche in questo campo la normativa italiana si sviluppata secondo linee
coerenti con le indicazioni provenienti dallEuropa, in particolare la Carta co-

48. Isfol, Percorsi di valutazione del Fondo sociale europeo nelle Regioni italiane,
Milano, FrancoAngeli, 1996.
49. A. Bulgarelli, A. De Lellis, La faticosa innovazione, in Professionalit, aprile
1998, n. 44.


202
munitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori approvata al vertice di
Strasburgo del dicembre 1989, seguita dallaccordo sulla politica sociale del di-
cembre 1991, recepito nel trattato di Maastricht del febbraio 1992; il trattato di
Amsterdam, in vigore dal 1 maggio 1999, defin loccupazione materia di inte-
resse comune: pur preservando la competenza degli stati membri, il trattato raf-
forz lapproccio comunitario, concretizzandosi in una strategia coordinata sulle
politiche del lavoro. Le parti sociali sono state associate a tutte le fasi del pro-
cesso per loccupazione, in un quadro di sorveglianza multilaterale che esorta gli
stati membri ad attuare politiche pi efficaci per limpiego. Ai tre pilastri si sono
aggiunte le pari opportunit.
Il Consiglio europeo straordinario di Lisbona, nel marzo 2000, ha formulato
gli orientamenti relativi alle opportunit aperte dalla new economy delle tecnolo-
gie della informazione e comunicazione (Ict); stata proposta una revisione
completa del sistema distruzione europeo per garantire laccesso alla formazio-
ne delle persone lungo tutto larco della vita lavorativa, culminata nella decisio-
ne del Parlamento e del Consiglio dellUnione Europea del novembre 2006 di
istituire il Lifelong Learning Program. Linsieme delle misure in questa direzio-
ne sono passate sotto la definizione di Strategia di Lisbona.
Quanto al partenariato, il vertice sociale tripartito per la crescita e
loccupazione ha sostituito nel 2003 i comitati precedenti, istituiti sin dal 1970.
Il vertice svoltosi il 2 marzo 2005 a Bruxelles, con delegazioni delle organizza-
zioni sovranazionali delle parti sociali ed esponenti della Commissione europea,
ha preso deliberazioni accolte con soddisfazione dal Consiglio europeo del gior-
no successivo, che ha invitato imprenditori e sindacati europei a presentare un
programma di lavoro comune per la crescita e loccupazione.
In Italia, nel gennaio 1993 Cgil, Cisl , Uil e Confindustria firmarono un Pro-
tocollo di intesa in materia di politiche della formazione professionale e di orga-
nismi paritetici bilaterali, in cui si affermava limportanza strategica della for-
mazione dei giovani e dei lavoratori per la competitivit delle imprese in un con-
testo di crescente internazionalizzazione. I firmatari, pur riconoscendo il ruolo
delle istituzioni, in primis le Regioni, nella programmazione e realizzazione, si
impegnavano a promuovere congiuntamente nelle sedi istituzionali appropriate
una revisione dellassetto normativo e organizzativo del sistema della formazio-
ne professionale che, in coerenza con i principi del protocollo, fosse funzionale
a ricondurre entro un quadro strategico unitario lesercizio della pluralit delle
competenze degli organi della pubblica amministrazione, anche attraverso la va-
lorizzazione del concorso delle parti sociali ai processi decisionali di tali orga-
ni. Le parti concordavano che gli organismi paritetici bilaterali da esse promos-
si costituivano lo strumento operativo mediante il quale offrire il proprio contri-
buto non episodico ma continuativo in termini di proposte nel campo della for-
mazione, dellorientamento e della riqualificazione professionale. Laccordo fu
ripetuto, a stretto giro, con le altre associazioni datoriali, con laccordo intercon-
federale per lartigianato nel febbraio 1993, per la piccola e media impresa in
maggio, con le varie associazioni del mondo cooperativo nel luglio 1994.


203
Il protocollo del 1993 aveva avuto un precedente nel settembre 1989, con un
accordo interconfederale per la costituzione in Piemonte e Lombardia di comitati
paritetici per la formazione professionale, con il compito di promuovere la par-
tecipazione di giovani e lavoratori alla formazione professionale nel territorio, di
progettare modelli base di formazione teorica per i giovani assunti con Cfl, di
predisporre percorsi formativi per le fasce deboli sul mercato del lavoro; infine, i
comitati avevano compiti di raccordo e collaborazione con le Regioni per la
promozione di una programmazione, anche delle risorse, pi coerente con le esi-
genze delle realt produttive e dei lavoratori, e pi rispondente alla finalit di fa-
vorire lincontro tra domanda e offerta di lavoro. Anche questo campo ha dun-
que visto il Piemonte in posizione pionieristica.
Gli enti bilaterali non potevano attecchire se non sul terreno della concerta-
zione. Mentre in Piemonte la L. 63/1995 recepiva le richieste di partecipazione
delle parti sociali alla formazione professionale con listituzione del Segretariato
rispondendo alle sollecitazioni del Libro Bianco di J acques Delors
50
e alla
spinta europea alla promozione del dialogo sociale a livello nazionale, il Patto
per il lavoro del settembre 1996 segnava limpegno del governo nella riforma
del mercato del lavoro, attuata con le leggi successive, emanate nel 1997, la pri-
ma delle quali fu la 59/1997, di delega al governo per il conferimento alle regio-
ni ed enti locali di tutte le funzioni e i compiti amministrativi legati alla cura
degli interessi e alla promozione dello sviluppo delle rispettive comunit; si
aggiunse poi la gi ricordata L. 196/1997 (il cosiddetto Pacchetto Treu), che re-
gol, oltre al nuovo apprendistato, il contratto di lavoro a tempo determinato,
lautorizzazione delle agenzie di lavoro interinale, i tirocini formativi e di orien-
tamento; la L. 469/97, infine, trasfer alle Regioni competenze in materia di
mercato del lavoro e cre a livello regionale una Commissione permanente di
progettazione, proposta, valutazione, verifica delle linee programmatiche delle
politiche del lavoro.
Con il Patto di Natale del dicembre 1998 tra governo e parti sociali venne i-
stituzionalizzata la concertazione, con lallargamento delle organizzazioni coin-
volte e il decentramento della concertazione stessa attraverso lestensione della
partecipazione degli attori collettivi alle politiche di sviluppo locale, con i patti
territoriali e i contratti darea
51
. La concertazione ha avuto in seguito un anda-
mento altalenante, con la presa di distanza dei governi di centro destra, critici nei
confronti di un metodo concertativo che accusavano di aver attribuito una sorta
di potere di veto alle rappresentanze, e con i contrasti interni al mondo sindacale

50. Commissione Europea, Crescita, competitivit, occupazione, Libro bianco, cit.
51. Il patto territoriale finalizzato alla promozione della crescita economica ed oc-
cupazionale locale, mediante laccordo tra soggetti pubblici e privati e lelaborazione di
progetti integrati. Il contratto darea riferito alle aree colpite da crisi occupazionale, ed
finalizzato alla localizzazione di nuove iniziative imprenditoriali attraverso gli incenti-
vi agli investimenti, il contenimento del costo del lavoro, la promozione di relazioni sin-
dacali favorevoli, la semplificazione e flessibilit amministrativa, laccesso al credito
agevolato.


204
che hanno avuto riflessi in qualche caso anche sugli enti bilaterali; questi ultimi
hanno tuttavia continuato il loro cammino.
Seguita allaccordo interconfederale del gennaio 1993, la L. 236 del luglio
dello stesso anno, nel delineare interventi urgenti a sostegno delloccupazione,
stabil che le Regioni potessero stipulare convenzioni con organismi paritetici
istituiti in attuazione di accordi tra le organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei
datori di lavoro maggiormente rappresentative sul piano nazionale; tali conven-
zioni erano finalizzate a condurre lanalisi e lapprofondimento delle situazioni
occupazionali locali e lo svolgimento di indagini mirate ai fabbisogni di profes-
sionalit.
Tra le prime realizzazioni, di particolare rilievo in quanto legata alle nuove
configurazioni del mercato del lavoro, stata la creazione, nel maggio 1998,
dellEnte bilaterale per il lavoro temporaneo (EbiTemp) che ha costituito un
fondo di garanzia con contributi di imprese e lavoratori per finalit assistenziali
quali indennit aggiuntive di infortunio e sussidi per spese sanitarie; le risorse
finanziarie, derivanti dalla contribuzione obbligatoria delle imprese, destinate
alla formazione dei lavoratori temporanei per accrescerne le opportunit occupa-
zionali e la capacit di adattamento ai mutevoli contesti produttivi e organizzati-
vi, sono confluite nel FormaTemp, autorizzato con decreto del Ministro del lavo-
ro nel dicembre 2000.
Il Patto di Natale del 1998 ha previsto il Fondo interprofessionale per la for-
mazione continua, per sostenere la realizzazione di piani formativi aziendali e
territoriali concordati tra le parti e rivolti a operai, impiegati, quadri, dirigenti e
ai soci lavoratori delle imprese cooperative. Le disposizioni normative della fi-
nanziaria per il 2001 hanno dato attuazione al Patto di Natale, aprendo la possi-
bilit di istituire fondi paritetici interprofessionali nazionali per i diversi settori,
attraverso accordi interconfederali
52
. I fondi sono stati avviati nel 2003 e a fine
2010 ne sono stati autorizzati 18. Essi finanziano piani formativi aziendali, setto-
riali, territoriali o multi-regionali, che le imprese in forma singola o associata
decidono di realizzare per i propri dipendenti, in accordo con la controparte sin-
dacale; inoltre, possono finanziare piani formativi individuali, nonch piani di
ricerca e analisi dei fabbisogni.
Nellutilizzo dei fondi interprofessionali vige la piena autonomia delle parti e
sono superate le incombenze burocratiche richieste dai corsi finanziati con il Fse
e gestiti da Regioni e Province. Ci rende i fondi potenzialmente assai efficaci,
anche per lo stimolo a fare formazione dato alle imprese dal sistema del conto
formazione: parte del contributo aziendale viene lasciato al conto individuale
dellimpresa, che va perduto nel fondo comune qualora non utilizzato
53
.

52. La costituzione di un fondo soggetta ad autorizzazione del Ministero del lavoro,
chiamato a monitore e vigilare sulle attivit finanziate. I fondi gestiscono risorse accan-
tonate con versamento allInps da parte delle imprese della quota pari allo 0,30% delle
retribuzioni lorde mensili dei lavoratori dipendenti; i datori di lavoro possono decidere di
trasferire tale quota a uno dei fondi autorizzati e operativi.
53. Allinterno del fondo interprofessionale opera il conto formazione: il fondo ac-
cantona nel conto individuale di ciascuna azienda una quota del contributo obbligatorio


205
Con la bilateralit si alimentano prassi partecipative che rafforzano il coin-
volgimento delle parti sociali nella programmazione e nella gestione dei fondi
strutturali, in particolare il Fse, dove richiesta una stretta concertazione.


Per il miglioramento dei livelli di competenze

La formazione continua sembra dunque incamminarsi su un assetto adeguato
alle esigenze della societ e delleconomia in mutamento. Ma per rispondere ef-
ficacemente a queste esigenze resta vivo e non risolto il problema della acquisi-
zione da parte della generalit delle giovani leve di livelli adeguati di istruzione
e formazione di base. Resta cio di attualit il tema della dispersione scolastica e
formativa, vale a dire dei giovani che si trovano al di fuori dei canali del diritto-
dovere, non frequentando corsi scolastici n di formazione professionale, n le
attivit formative previste dal contratto di apprendistato. La situazione della di-
spersione in Piemonte notevolmente migliorata nellultimo quarto di secolo.
La percentuale dei promossi allesame di terza media supera il 95% e altrettanto
elevate sono le quote di passaggio dalla media inferiore alla superiore. Tuttavia,
perdura il fenomeno del ritardo scolastico, che interessa in particolare gli istituti
professionali: nellinsieme delle prime classi delle scuole superiori un allievo su
quattro ha subito una o pi bocciature, ma nei professionali il ritardo interessa la
met dei maschi e un terzo delle femmine; e il ritardo alimenta la dispersione
scolastica, che in Piemonte riguarda ancora il 20% degli allievi, che abbandona-
no la scuola entro i entro i primi due anni delle superiori. Al momento della fase
iniziale di costruzione dellanagrafe provinciale, nel 2003, in provincia di Torino
la dispersione scolastica e formativa era stimata al 15% e la formazione profes-
sionale intercettava solo un quarto circa dei dispersi dalla scuola.
Proprio nel 2003, laccordo in Conferenza unificata Stato-Regioni che ha po-
sto le basi per i corsi triennali di istruzione e formazione, ha portato un miglio-
ramento, con la creazione di strumenti di orientamento pi efficaci e facilitando i
passaggi tra indirizzi scolastici e tra istruzione e formazione professionale. Tut-
tavia, il sistema della formazione professionale avrebbe dimensioni strutturali
troppo ristrette per accogliere la massa dei dispersi dalla scuola, qualora i giova-
ni in difficolt fossero in buona parte disponibili al percorso alternativo.
Lapprendistato, dal canto suo, pur avendo raggiunto un buon livello di funzio-
nalit in Piemonte, grazie agli sforzi dellamministrazione regionale in questo
campo
54
, offre poco sul piano della formazione, vuoi per la riottosit di non po-

dellazienda stessa; il conto resta a disposizione dellazienda che pu utilizzarlo per fare
formazione con accesso diretto alle risorse, sulla base di piani formativi aziendali o intera-
ziendali condivisi dalle parti; qualora non utilizzato nellarco di tempo stabilito
dallaccordo (in genere intorno ai tre anni), il conto formazione viene inglobato nel fondo.
54. Sullapprendistato cfr. Regione Piemonte Agenzia Piemonte lavoro, Il sistema
apprendistato in Piemonte. Direttiva 2001-02, maggio 2003; Corep, Ricerca azione di
monitoraggio sullapprendistato in Piemonte. Rapporto finale, ottobre 2003.


206
chi piccoli imprenditori a facilitare la frequenza dei ragazzi, vuoi per le difficolt
che si incontrano nel motivare i ragazzi medesimi.
Scuola e formazione professionale sono pertanto chiamate a collaborare an-
cora pi intensamente alla prevenzione della dispersione, con azioni congiunte
incentrate sullorientamento e il sostegno al successo scolastico e formativo. La
strada da percorrere appare ancora una volta lintegrazione tra i sistemi, non il
semplice sdoppiamento dellofferta in canali alternativi separati e non comuni-
canti. E i nuovi sistemi integrati saranno tanto pi efficaci quanto pi intensi gli
sforzi per eliminare i residui di autoreferenzialit delle singole istituzioni.
Allalba del nuovo millennio, si tratta di una nuova sfida, per affrontare la
quale la formazione professionale piemontese ha le carte in regola.



207
Fonti per la storia della formazione professionale
in Piemonte

Raffaella Gobbo





Alcune considerazioni preliminari sulle fonti per la storia della formazione
professionale sono utili per introdurre lappendice a questo volume, consistente
in quattro quadri statistici sul sistema formativo piemontese, che coprono cento
anni di storia dal 1867 al 1963, e unampia bibliografia.
Tracciare una mappa generale degli enti dediti alla formazione professionale
in Piemonte nel periodo compreso tra Unificazione e Unione Europea opera-
zione complessa e articolata.
La complessit nasce oltre che dallampiezza dellarco cronologico conside-
rato, anche dalla necessit di ben definire lambito della ricerca, data la frequen-
te commistione concettuale tra istruzione tecnica e istruzione professionale,
spesso ricondotte ad ununica accezione, pur rivestendo la prima la funzione di
educazione scolastica di base prevalentemente teorica ed essendo invece la
seconda orientata verso lavviamento al lavoro, con caratteri applicativi molto
pi marcati.
In primo luogo occorre dunque chiarire che nella definizione di formazione
professionale rientrano tutte le iniziative volte allistruzione artigianale e pro-
fessionale e allorientamento e alla qualificazione di giovani e adulti da avviare
al mondo del lavoro. Si tratta di una forma di intervento che trova le sue pi an-
tiche radici nelle medievali corporazioni di arti e mestieri e che nel corso dei se-
coli ha assunto formulazioni continuamente rinnovate passando ad esempio,
nellarco di tempo considerato da questa ricerca, da pi generiche forme di assi-
stenza e di elevazione morale e sociale a modelli sempre pi basati
sullapprendimento funzionale di unarte e di un mestiere da spendere in con-
testi lavorativi, per assumere infine, nei tempi pi recenti, anche la dimensione
della formazione continua degli occupati, nellambito della educazione perma-
nente.
In ogni caso, va sottolineato come si sia sempre trattato di un tipo di forma-
zione molto radicata nel territorio, di cui tendeva a colmare le esigenze sia, per
lappunto, sociali, sia di sviluppo economico.
Principali agenti di questo fenomeno, furono, nel tempo, opere pie, societ
di mutuo soccorso, privati, associazioni, enti locali che diedero vita a un moto
spontaneo e localistico di iniziative sviluppatesi fuori dei circuiti statali rap-
presentati, a partire dallOttocento, dagli istituti di istruzione tecnica industriale,
commerciale e agraria di cui volevano costituire un complemento per i pi
bassi livelli occupazionali. Proprio perch orientate al mondo del lavoro in senso


208
quasi pragmatico, le iniziative di formazione inseguivano da vicino lo svi-
luppo economico e produttivo, cui tentavano di adattare insegnamenti sempre
ammodernati e attualizzati.
Una volta stabilito il contenuto della formazione professionale, occorre an-
dare alla ricerca dei contenitori che consentano di disegnare il quadro com-
plessivo del sistema formativo della regione piemontese operando inclusio-
ni/esclusioni delle scuole che rispondano ai criteri fissati: ed proprio qui che ci
si imbatte in una contraddizione di fondo.
Nel corso del tempo, ministeri e organismi preposti a istruzione tecnica e pro-
fessionale stesero alcune indagini conoscitive e censitarie delle scuole, ma rara-
mente tali fonti riuscirono a inquadrare anche le realt formative di minori di-
mensioni o non direttamente collegate con gli enti produttori dei censimenti.
Avviene cos che mentre nellanalisi dellirradiamento della formazione profes-
sionale a livello regionale ci si trova di fronte a una galassia di scuole, istituti,
enti, frutto di una territorialit diffusa e capillare, per contro non si ha una loro
misurabilit quantitativa perch, proprio per la loro origine spontanea, localisti-
ca, nascente cio al di fuori dei canali ufficiali, tutte queste entit, come tali,
non assursero a un profilo istituzionale che ne permettesse la riconoscibilit sta-
tistica.
Si nota quindi, specie per i primi censimenti successivi allUnit, una netta
sproporzione tra il numero di scuole statali, ministeriali, ufficiali, registrate, e
le scuole non istituzionali, spesso assenti: questo fa s che non si possano co-
gliere la variet e la copiosit degli enti dediti alla formazione professionale a
causa della loro scarsa visibilit nelle fonti.
Va anche detto che nei primi decenni dopo lUnit il settore istruzione tecni-
ca/istruzione professionale era tormentato da indecisioni circa lavocazione delle
scuole al ministero di agricoltura, industria e commercio o al ministero della
pubblica istruzione; non quindi da escludere che le prime indagini statistiche
servissero proprio per chiarire lentit di un fenomeno di cui non si avevano an-
cora ben chiari i contorni; non stupisce, di conseguenza, che a venire censite fos-
sero le realt ufficiali e per ci stesso conosciute a scapito delle iniziative
poco istituzionalizzate. Allo stesso tempo, va notato come, evidentemente, con il
passare del tempo si siano messe a punto tecniche di rilevazione statistica sem-
pre pi puntuali, e quindi foriere di risultati pi apprezzabili e al contempo pi
attendibili.
Peraltro, con la progressiva e sempre crescente assunzione da parte dello Sta-
to di funzioni educative non pi limitate alla sola istruzione di base ma orientate
verso una istruzione finalizzata alla modernizzazione, anche nel campo della
formazione professionale gli interventi statali o comunque di organismi pubblici
si svilupparono sempre pi accanto a quelli privati. A questo si aggiunga che
spesso lo Stato fin per avocare a s molte di queste realt di carattere inizial-
mente privatistico riconoscendone quindi la validit attraverso listituto della
regificazione.
Il passaggio sotto legida dello Stato complica per ulteriormente per lo sto-
rico la lettura delle fonti quantitative; se si comparano, infatti, fonti successive si


209
deve fare attenzione ai numerosi casi di metamorfosi o nobilitazioni (attraver-
so la regificazione) di enti nati in forma privata e poi trasformati in istituti (indu-
striali, agrari, commerciali) statali: questo aspetto conduce alla difficile identifi-
cazione, nelle fonti censitarie, di scuole nate con una denominazione e che, pur
senza cambiare le loro caratteristiche di base, ne assunsero successivamente una
differente.
Da tutto ci deriva la considerazione che se sono possibili sintesi interpretati-
ve come quelle sottese ai saggi di questo volume e basate su numerosi e signifi-
cativi case studies, meno facile tentare analisi statistiche complessive in man-
canza di dati numerici sicuri su cui condurre lesegesi; dati numerici difficili da
raccogliere, sia perch sottratti a statistiche e censimenti ufficiali sui quali soli
si possono condurre analisi seriali in materia sia perch ad essere sfuggenti so-
no gli stessi oggetti dellindagine.
Questo discorso non riguarda naturalmente il solo Piemonte
1
; va rilevato, pe-
r, che al silenzio delle statistiche ufficiali supplisce in parte lampia messe di
studi sul tema e sulle singole scuole, che anche per il Piemonte molto ricca,
come ben si evince dalla bibliografia di questo volume; ovvio, tuttavia, che
una raccolta di dati condotta su una miriade di pubblicazioni (spesso di difficile
reperimento perch rientranti nella cosiddetta letteratura grigia) molto meno
agevole di quella consentita da compendi.
La ridotta dimensione e rilevanza di molte iniziative minori non istituzionali
si sconta anche nella sproporzione di fonti bibliografiche dalle quali attingere i
dati: se infatti le maggiori realt scolastiche professionali regionali ( il caso per
il Piemonte di entit quali il Vigliardi Paravia e le Scuole tecniche operaie
San Carlo, per citare due soli casi esemplificativi) possono godere di testi cele-
brativi di anniversari e di monografie, le realt minori non godono di questo pri-
vilegio.
Se a tutto ci si aggiunge la frequentissima discordanza delle informazioni
registrate nelle fonti (date di fondazione discrepanti, denominazioni delle scuole
e dei corsi che variano nel tempo, ecc.), si ha unidea dellimprobo lavoro che
spetta allo storico che intenda ricostruire un quadro dellintero sistema.
Cos, prive di visibilit nelle fonti censitarie generali e ufficiali, prive di pub-
blicazioni ad esse dedicate, le realt pi piccole vanno cercate piuttosto in brevi
accenni confinati nelle storie e nelle cronache locali, attraverso lunghe ricogni-
zioni su periodici e repertori locali, oppure in onerose ricerche archivistiche che
risalgano alle fonti documentarie originarie, se e laddove ancora esistenti.
A questo proposito, va assolutamente evidenziata la nuova cura dedicata agli
archivi scolastici da parte del Ministero per i beni culturali e del Ministero della
pubblica istruzione che, fin dal 2007, hanno stilato un protocollo dintesa volto
alla loro corretta formazione e salvaguardia.

1
Mi sia permesso di rimandare, a tale riguardo, a: R. Gobbo, M. Priano, Repertorio
delle istituzioni formative tecnico-professionali lombarde in et giolittiana, in La leva
della conoscenza. Istruzione e formazione professionale in Lombardia fra Otto e Nove-
cento, a cura di C.G. Lacaita, Milano-Lugano, Giampiero Casagrande editore, 2009, pp.
139-331.


210
Nellambito dellattuazione delle norme in materia di autonomia delle istitu-
zioni scolastiche (D.P.R. 8 marzo 1999, n. 275) che conferisce personalit giuri-
dica alle scuole che ne erano prive estendendo a tutte la natura di ente pubblico,
le istituzioni scolastiche sono ora tenute, come ogni ente pubblico ex artt. 10 c.
2-b, 21 e 30 del D.lgs. 22 genn. 2004 n. 42, Codice dei beni culturali e del pae-
saggio, alla cura dei propri archivi, sia correnti sia storici, con obbligo di proce-
dere al loro ordinamento, alla loro inventariazione e alla corretta conservazione.
Questo non potr che facilitare un pi massiccio ricorso della ricerca alle fonti
documentarie primarie.
Va comunque notato un significativo passaggio nella natura delle fonti, che
una lettura diacronica della bibliografia permette di evidenziare: allindomani
dellUnit, ai primi timidi tentativi di condurre analisi statistiche succedette una
prima fase caratterizzata dallagiografia e dalla descrizione delle singole espe-
rienze formative. Con il crescere dellinteresse e della rilevanza della formazio-
ne tecnica e professionale si poi passati attraverso indagini conoscitive globali
svolte con gli strumenti del censimento per arrivare progressivamente a fasi di
riflessione sul ruolo della formazione nel quadro complessivo della costruzione
delle strutture portanti del Paese. In ultimo si ritornati, in anni recenti, nuova-
mente alla riflessione su singole entit ritenute paradigmatiche del discorso ge-
nerale precedentemente sviluppato.

Per stilare una mappa della formazione professionale in Piemonte tra Unit e
Unione europea, dati i limiti imposti alla ricerca dalle fonti a disposizione, e nel-
la difficolt di arrivare a una indagine complessiva dettagliata ed esaustiva, si
scelto di limitarsi a fotografare la situazione in quattro momenti periodizzanti
1867, 1911, 1941, 1963 attraverso il ricorso alle fonti ritenute pi significati-
ve nei periodi considerati.
Nella fattispecie, allorigine del quadro del 1867 si trova la seguente fonte:
Statistica del Regno dItalia. Istruzione pubblica e privata. Istituti industriali e
professionali e Scuole militari e di Marina militare, Firenze, Tip. e lit. degl'In-
gegneri, 1867.
Per il quadro del 1911 si fatto ricorso a: Ministero di agricoltura, industria e
commercio, Notizie sullinsegnamento agrario, industriale e commerciale in Ita-
lia ad illustrazione della mostra didattica organizzata dallIspettorato generale
dellinsegnamento, Roma, Bertero, 1911.
Il 1941 descritto attraverso: Regio Provveditorato agli studi di Asti,
Listruzione tecnico-professionale nella provincia di Asti, Asti, Tip. Paglieri e
Raspi, 1941; Regio Provveditorato agli studi di Cuneo, Listruzione tecnico-
professionale nella provincia di Cuneo, Borgo S. Dalmazzo, Tip. Bertello, 1941
Regio Provveditorato agli studi di Torino, Listruzione tecnico-professionale
nella provincia di Torino, Torino, Tip. L. Rattero, 1941; Regio Provveditorato
agli Studi di Vercelli, Listruzione tecnico-professionale nella Provincia di Ver-
celli. Seconda giornata della Tecnica. 4 maggio 1941, Vercelli, Tip. Gallardi,
1941; Regio Provveditorato agli studi per la provincia di Novara, Listruzione
tecnica professionale nella provincia di Novara. Seconda giornata della tecnica,


211
4 maggio 1941-XIX, Novara, Stab. Tip. E. Cattaneo, 1941; Regio Provveditorato
agli studi di Alessandria, Listruzione tecnico professionale nella provincia di
Alessandria. Seconda giornata della tecnica, 4 maggio 1941-XIX Alessandria,
Tip. Ferrari-Occella, 1941.
Lultimo quadro, del 1963, basato su: Associazione Piemonte Italia, La
formazione professionale industriale, artigianale e femminile in Piemonte, Tori-
no, s.e., 1963.
La diversit delle fonti si riflette inevitabilmente sulla composizione dei quat-
tro quadri facendo risaltare una disparit tra le prime due fonti e le successive,
frutto dei problemi sopra evidenziati ma anche, in primo luogo, della differente
rilevanza attribuita alla formazione professionale locale dagli estensori dei qua-
dri: organismi centrali dello Stato per il 1867 e 1911, organismi territoriali (i
provveditorati) ancorch dipendenti dal Ministero per il 1941, una associazione
regionale per il 1963.
Ma i quadri inducono anche a unaltra riflessione: indubbio che, con il pas-
sare degli anni e con la progressiva maturazione della societ industriale, si sia
fatta strada pi ampiamente la consapevolezza dellimportanza della formazione
professionale per la crescita economica e lo sviluppo sociale e questa sia stata
vissuta sempre pi con la convinzione di costituire una reale opportunit di cre-
scita; e questo costituisce un ottimo motivo per insistere nella ricostruzione
dellintegrazione della sua storia con la storia del Paese.





213






Quadri riassuntivi
degli enti di formazione professionale
in Piemonte tra 1867 e 1963


214
Quadro 1867








Provincia di Alessandria
Alessandria, Istituto tecnico, data di fondazione: 1864, iniziativa pubblica
Casale Monferrato, Istituto tecnico civico Leardi, data di fondazione: 1858, iniziativa
pubblica
Tortona, Istituto tecnico civico, data di fondazione: 1864, iniziativa pubblica

Provincia di Asti
Asti, Istituto tecnico civico, data di fondazione: 1863, iniziativa pubblica
Fini di Moncucco (Moncucco Torinese), Colonia agricola, data di fondazione: 1853 ini-
ziativa privata

Provincia di Novara
Novara, Istituto tecnico civico, data di fondazione: 1860, iniziativa pubblica

Provincia di Torino
Castellamonte, Scuola speciale di meccanica e costruzioni, data di fondazione: 1862,
iniziativa pubblica
Torino, Istituto Professionale e Industriale, data di fondazione: 1860, iniziativa pubblica
Torino, Scuola degli Allievi Macchinisti delle ferrovie dello Stato, data di fondazione:
1861, iniziativa pubblica
Torino, Uffizio dei saggi, data di fondazione: 1825, iniziativa pubblica

Provincia di Vercelli
Vercelli, Istituto tecnico civico, data di fondazione: 1860, iniziativa pubblica



Fonte: Statistica del Regno dItalia. Istruzione pubblica e privata. Istituti industriali e
professionali e Scuole militari e di Marina militare, Firenze, Tip. e lit. deglIngegneri,
1867


215
Quadro 1911








Provincia di Alessandria
Alessandria, Regia scuola darti e mestieri e disegno applicato, iniziativa pubblica
Alessandria, Scuola di commercio
Valenza Po, Scuola di disegno Benvenuto Cellini

Provincia di Asti
Asti, Stazione enologica sperimentale, data di fondazione: 1872, iniziativa pubblica

Provincia di Biella
Biella, Regia Scuola professionale e Lanificio Scuola Felice Piacenza, data di
fondazione: 1911, iniziativa pubblica
Biella, Scuola Professionale, data di fondazione 1869, iniziativa privata
Campiglia Cervo, Scuole tecniche professionale, data di fondazione: 1863, iniziativa
privata

Provincia di Cuneo
Alba, Regia scuola di viticoltura e di enologia, iniziativa pubblica
Bra, Scuola media commerciale
Cuneo, Scuola darti e mestieri
Mondov, Regia scuola professionale darti e mestieri F. Garelli, iniziativa pubblica
Mondov, Scuola di arti e mestieri
Savigliano, Scuola darti e mestieri

Provincia di Novara
Novara, Istituto professionale di Stato per lindustria e lartigianato "Contessa Tonnelli
Bellini"
Novara, Regio Istituto tecnico industriale "Omar"

Provincia di Torino
Caluso, Regia scuola pratica di agricoltura, iniziativa pubblica
Caluso, Scuola di disegno industriale e professionale
Castellamonte, Scuola di disegno industriale e professionale
Torino, Istituto professionale operaio
Torino, Osservatorio consorziale di fitopatologia con Annesso Laboratorio, data di fon-
dazione: 1904 Laboratorio, 1909 Osservatorio, iniziativa pubblica
Torino, Regia Conceria-Scuola italiana e Stazione sperimentale per lindustria delle
pelli e materie affini, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola tecnica Sommeiller, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola tipografica e darti affini, iniziativa pubblica
Torino, Scuola inferiore di commercio

216
Torino, Scuola inferiore di commercio annessa al Regio Istituto internazionale italiano
Torino, Scuola maschile media di commercio
Torino, Scuola media femminile di commercio
Torino, Scuola municipale per listruzione professionale femminile, iniziativa pubblica
Torino, Scuola per conducenti automobili
Torino, Scuola professionale per gli orefici, iniziativa privata
Torino, Scuola professionale tappezzieri, iniziativa privata
Torino, Scuole officine serali, iniziativa privata
Torino, Scuole tecniche operaie San Carlo, 1848, iniziativa privata

Provincia di Verbania
Cannobio, Scuola di disegno industriale
Verbania-Intra, Regia scuola professionale Cobianchi, iniziativa pubblica

Provincia di Vercelli
Vercelli, Regia scuola professionale e filologica Borgogna, iniziativa pubblica
Vercelli, Regia Stazione sperimentale di risicoltura, iniziativa pubblica
Vercelli, Scuola di disegno e plastica presso lIstituto delle Belle Arti





217
Quadro 1941



Provincia di Alessandria
Acqui Terme, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo agrario e
commerciale "G. Bella", data di fondazione: 1804, iniziativa pubblica
Acqui Terme, Regia Scuola serale per artieri "Jona Ottolenghi", data di fondazione:
1882, iniziativa pubblica
Acqui Terme, Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale femmini-
le "S. Spirito", data di fondazione: 1874, iniziativa privata
Alessandria, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale e
industriale "G. Migliara", data di fondazione: 1860, iniziativa pubblica
Alessandria, Regio Istituto tecnico commerciale e per geometri "Leonardo da Vinci",
data di fondazione: 1851, iniziativa pubblica
Alessandria, Scuola comunale femminile di taglio, confezione ed arti decorative, data di
fondazione: 1909, iniziativa pubblica
Alessandria, Scuola d'arti e mestieri "Guglielmo Marconi", data di fondazione: 1850,
iniziativa pubblica
Alessandria, Scuola di lavori femminili "San Vincenzo", iniziativa privata
Alessandria, Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale femminile
"San Giovanni Bosco", data di fondazione: 1915, iniziativa privata
Alessandria, Scuola serale di commercio "Cesare Battisti", iniziativa privata
Alessandria, Scuola tecnica commerciale parificata annessa alla R. Scuola di avviamen-
to professionale "G. Migliara", data di fondazione: 1937
Alessandria, Scuola tecnica industriale parificata per meccanici annessa alla Scuola
d'arti e mestieri "G. Marconi", data di fondazione: 1938, iniziativa privata
Arquata Scrivia, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo
agrario e industriale femminile, data di fondazione: 1936, iniziativa pubblica
Casale Monferrato, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo com-
merciale "Leardi", data di fondazione: 1858, iniziativa pubblica
Casale Monferrato, Regio Istituto tecnico commerciale e per geometri "Leardi", data di
fondazione: 1858, iniziativa pubblica
Casale Monferrato, Scuola serale commerciale per adulti "Giovanni Girino", data di
fondazione: 1872, iniziativa privata
Casale Monferrato, Scuola serale di disegno "Leonardo Bistolfi", data di fondazione:
1872, iniziativa pubblica
Castellazzo Bormida, Regio Corso secondario annuale di avviamento professioale a tipo
agrario e industriale femminile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Castellazzo Bormida, Scuola serale d'arti e mestieri "G. Scavia", iniziativa privata
Castelnuovo Scrivia, Regio Corso secondario biennale di avviamento professionale a
tipo agrario e industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Litta Parodi, Regio Corso secondario annuale d avviamento professionale a tipo agrario
e industriale femminile, iniziativa pubblica
Mandrogne, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo agrario
e industriale femminile, iniziativa pubblica
Novi Ligure, Istituto tecnico parificato commerciale e per geometri "S. Giorgio", data di
fondazione: 1924, iniziativa privata
Novi Ligure, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale

218
"G. Boccardo", data di fondazione: 1857, iniziativa pubblica
Novi Ligure, Scuola parificata di avviamento professionale a tipo agrario "Istituto G.
Oneto", data di fondazione: 1922, iniziativa privata
Novi Ligure, Scuola preprofessionale "Mariano Delle Piane", data di fondazione: 1924,
iniziativa privata
Ovada, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "V.
Alferano", data di fondazione: 1909, iniziativa pubblica
Oviglio, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo agrario e
industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Pontecurone, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo agra-
rio e industriale femminile, data di fondazione: 1932, iniziativa pubblica
S. Giuliano Nuovo, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo
agrario e industriale femminile, data di fondazione: 1920, iniziativa pubblica
S. Martino di Rosignano, Scuola pratica d'agricoltura "V. Luparia", data di fondazione:
1886, iniziativa privata
S. Salvatore Monferrato, Scuola serale d'arti e mestieri "G. Tibald", data di fondazione:
1872, iniziativa privata
Sale, Regio Corso secondario biennale di avviamento professionale a tipo agrario e in-
dustriale femminile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Serravalle Libarna, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo
agrario e industriale femminile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Tortona, Istituto tecnico parificato commerciale e per geometri "Dante Alighieri", data
di fondazione: 1923, iniziativa privata
Tortona, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo comerciale e indu-
striale "D. Carbone", data di fondazione: 1861, iniziativa pubblica
Tortona, Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale femminile
"San Giuseppe", data di fondazione: 1910, iniziativa privata
Tortona, Scuola serale d'arti e mestieri "A. Mussolini", iniziativa privata
Valenza Po, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale ma-
schile e femminile "G. B. Comolli", iniziativa pubblica
Valenza Po, Scuola serale di disegno "Benvenuto Cellini", iniziativa pubblica
Viguzzolo, Regio Corso secondario annuale di avviamento professionale a tipo agrario
e industriale femminile, iniziativa pubblica

Provincia di Asti
Asti, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo artigiano, industriale
e commerciale "Angelo Brofferio", data di fondazione: 1855, iniziativa pubblica
Asti, Regio Istituto tecnico "Giobert" commerciale, tipo amministrativo e per geometri,
data di fondazione: 1862, iniziativa pubblica
Asti, Scuola professionale femminile annessa al Collegio delle Suore di San Giuseppe,
iniziativa privata
Canelli, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziativa
pubblica
Canelli, Scuola agraria salesiana "Luigi Faravelli", data di fondazione: 1896, iniziativa
privata
Castagnole Lanze, Regio Corso di avviamento professionale biennale a tipo agrario, i-
niziativa pubblica
Castell'alfero, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziati-
va pubblica
Cocconato, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziativa pubblica

219
Costigliole d'Asti, Regio Corso di avviamento professionale biennale a tipo agrario, ini-
ziativa pubblica
Mombercelli, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziati-
va pubblica
Moncalvo, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo agrario misto
"Gabriele Capello", iniziativa pubblica
Montechiaro, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziati-
va pubblica
Montegrosso, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziati-
va pubblica
Montemagno, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, iniziati-
va pubblica
Nizza Monferrato, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commer-
ciale "Vittorio Veneto", data di fondazione: 1861, iniziativa pubblica
Nizza Monferrato, Regio Istituto tecnico commerciale a indirizzo mercantile, data di
fondazione: 1940, iniziativa pubblica
Portacomaro, Regio Corso di avviamento professionale biennale a tipo agrario, iniziati-
va pubblica
S. Damiano d'Asti, Regio Corso di avviamento professionale annuale a tipo agrario, ini-
ziativa pubblica

Provincia di Biella
Andorno Micca, Scuola serale "Gallo Meliga", iniziativa privata
Andorno Micca, Scuola serale tecnica operaia "S. Giulio", iniziativa privata
Biella, Istituto "La Marmora", data di fondazione: 1843, iniziativa privata
Biella, Regia Scuola di avviamento professionale industriale "G. Schiaparelli", data di
fondazione: 1865, iniziativa pubblica
Biella, Regio Istituto tecnico commerciale a tipo mercantile "E. Bona" specializzato per
l'amministrazione industriale, data di fondazione: 1911, iniziativa pubblica
Biella, Regio Istituto tecnico industriale "Q. Sella", data di fondazione: 1838, iniziativa
pubblica
Biella, Scuola della Giovane fascista
Biella, Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale associata al-
l'Enims "Istituto Rosminiane", data di fondazione: 1905, iniziativa privata
Biella, Scuola tecnica biennale a tipo commerciale associata all'Enims, data di fonda-
zione: 1940, iniziativa privata
Bioglio, Istituto femminile "Cerruti", iniziativa privata
Campiglia Cervo, Regio Corso secondario di avviamento professionale a tipo industria-
le, iniziativa pubblica
Campiglia Cervo, Scuola tecnica, iniziativa privata
Candelo, Scuola "Barberis", iniziativa privata
Coggiola, Scuola femminile "D. Fava", iniziativa privata
Masserano, Scuola di cucito Suore di Carit, iniziativa privata
Mosso Santa Maria, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo com-
merciale e industriale, iniziativa pubblica
Mosso Santa Maria, Regia Scuola tecnica commerciale "Pietro Sella", data di fondazio-
ne: 1863, iniziativa pubblica
Mosso Santa Maria, Scuola artigianale femminile annessa all'Educandato Pozzo, inizia-
tiva privata
Mosso Santa Maria, Scuola professionale operaia serale "A. Garbaccio", iniziativa privata

220
Netro, Scuola serale sociale, iniziativa privata
Ponzone biellese, Scuola professionale "Giletti", iniziativa privata

Provincia di Cuneo
Alba, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale "Macrino" a tipo industriale
e commerciale, data di fondazione: 1861, iniziativa pubblica
Alba, Regio Istituto tecnico agrario superiore "Umberto I", data di fondazione: 1881,
iniziativa pubblica
Barge, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Barolo, Scuola secondaria di avviamento professionale pareggiata, privata
Bosia, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Bra, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale "E. F. Craveri" a tipo com-
merciale, data di fondazione: 1860, iniziativa pubblica
Bra, Regio Istituto tecnico commerciale a indirizzo mercantile "Ernesto Guala", data di
fondazione: 1909, iniziativa pubblica
Busca, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Canale, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Carr, Regio corso di avviamento professionale a tipo commerciale, iniziativa pubblica
Cavallermaggiore, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa
pubblica
Ceva, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale, data di
fondazione: 1940, iniziativa pubblica
Cherasco, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Cortemiglia, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Cuneo, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale e in-
dustriale "S. Grandis", data di fondazione: 1856, iniziativa pubblica
Cuneo, Regio Istituto tecnico commerciale e per geometri Franco Andrea Bonelli,
data di fondazione: 1865, iniziativa pubblica
Cuneo, Scuola serale professionale comunale, data di fondazione: 1873, iniziativa pub-
blica
Dogliani, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Dronero, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Farigliano, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Fossano, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "G.
Boetti", data di fondazione: 1860, iniziativa pubblica
Garessio, Regio corso di avviamento professionale a tipo commerciale, iniziativa pub-
blica
Govone, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Mondov, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale e
commerciale, iniziativa pubblica
Mondov, Regia scuola tecnica industriale "Felice Garelli", data di fondazione: 1874,
iniziativa pubblica
Mondov, Regio Istituto tecnico commerciale e per geometri "G. Baruffi", data di fonda-
zione: 1854, iniziativa pubblica
Moretta, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Ormea, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, iniziativa pubblica
Racconigi, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo agrario "B.
Muzzone", iniziativa pubblica
Saluzzo, Istituto tecnico commerciale mercantile parificato, data di fondazione: 1928,
iniziativa pubblica

221
Saluzzo, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Sil-
vio Pellico", data di fondazione: 1854, iniziativa pubblica
Saluzzo, Scuola professionale arti e mestieri, data di fondazione: 1863, iniziativa privata
Savigliano, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale, ini-
ziativa pubblica
Savigliano, Regia Scuola tecnica industriale "Vittorio Emanuele III", data di fondazione:
1919, iniziativa pubblica

Provincia di Novara
Arona, Civica Scuola secondaria di avviamento professionale commerciale "De Filippi",
data di fondazione: 1883, iniziativa pubblica
Arona, Scuola serale di disegno professionale della Societ operai, iniziativa privata
Bellinzago, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo agra-
rio, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Borgolavezzaro, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo
agrario, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Borgomanero, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale commerciale, data
di fondazione: 1877, iniziativa pubblica
Borgomanero, Scuola serale di disegno, iniziativa privata
Borgoticino, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo agra-
rio, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Cameri, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo agrario,
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Cerano, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo agrario,
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Dagnente, Scuola serale di disegno, iniziativa privata
Galliate, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo industria-
le, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Ghemme, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo agrario,
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Gozzano, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo indu-
striale, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Grignasco, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo indu-
striale, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Grignasco, Scuola d'arte industriale, iniziativa privata
Invorio, Scuola serale di disegno "Opera Pia Curioni", iniziativa privata
Meina, Scuola serale di disegno del Dopolavoro comunale, iniziativa privata
Novara, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale industriale "Contessa
Tornielli Bellini", iniziativa pubblica
Novara, Regia Scuola tecnica commerciale "G. Ferraris", data di fondazione: 1860, ini-
ziativa pubblica
Novara, Regio Istituto tecnico commerciale e per geometri "O. F. Mossotti", iniziativa
pubblica
Novara, Regio Istituto tecnico industriale "Omar", data di fondazione: 1885, iniziativa
pubblica
Novara, Scuola professionale Istituto salesiano "S. Lorenzo P. M." per falegnami, sarti,
calzolai, iniziativa privata
Novara, Scuola tecnica commerciale annessa alla R. Scuola secondaria di avviamento
professionale "Galileo Ferraris", iniziativa privata
Oleggio, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo agrario,

222
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Oleggio, Scuola serale d'artigianato, iniziativa privata
Romagnano Sesia, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale commerciale,
data di fondazione: 1865, iniziativa pubblica
Suno, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo agrario, data
di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Trecate, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo agrario,
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Vespolate, Regio Corso secondario di avviamento professionale annuale a tipo agrario,
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica

Provincia di Torino
Arignano, Scuola secondaria di avviamento professionale "C. Daghero" a tipo agrario,
data di fondazione: 1932, iniziativa privata
Avigliana, Regio corso di avviamento professionale a tipo industriale e con specializza-
zione industriale femminile, data di fondazione: 1936, iniziativa pubblica
Avigliana, Scuola Allievi Dinamite Nobel, iniziativa privata
Bussoleno, Regio corso di avviamento professionale a tipo commerciale, data di fonda-
zione: 1931, iniziativa pubblica
Cafasse, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializzazione
industriale femminile, data di fondazione: 1936, iniziativa pubblica
Carignano, Regio corso di avviamento professionale a tipo commerciale, data di fonda-
zione: 1930, iniziativa pubblica
Carignano, Scuole serali operaie "A. Diaz", data di fondazione: 1922, iniziativa privata
Carmagnola, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale
"Paolo Boselli", data di fondazione: 1880, iniziativa pubblica
Carmagnola, Scuola serale comunale di Carmagnola, data di fondazione: 1910, iniziati-
va privata
Caselle Torinese, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specia-
lizzazione industriale femminile, data di fondazione: 1936, iniziativa pubblica
Cavour, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializzazione
industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Chieri, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Ben-
venuto Robbio", data di fondazione: 1854, iniziativa pubblica
Chieri, Scuole professionali della G.I.L. di Chieri
Chivasso, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale
"Clemente De Ferrari", data di fondazione: 1862, iniziativa pubblica
Chivasso, Scuola commerciale festiva di Chivasso annessa all'Istituto S. Giuseppe, data
di fondazione: 1925, iniziativa privata
Ciri, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Tom-
maso D'Oria", data di fondazione: 1912, iniziativa pubblica
Ciri, Scuola serale operaia professionale "Luigi Perino", data di fondazione: 1910, ini-
ziativa privata
Condove, Regio corso di avviamento professionale a tipo industriale e con specializza-
zione industriale femminile, iniziativa pubblica
Condove, Scuola Allievi Officine Moncenisio, iniziativa privata
Cumiana, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializzazione
industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Cumiana, Scuola agraria salesiana, data di fondazione: 1927, iniziativa privata
Foglizzo, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializzazione

223
industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Giaveno, Istituto tecnico inferiore "G. Pacchiotti", iniziativa privata
Giaveno, Scuola secondaria di avviamento professionale "Maria Ausiliatrice" a tipo in-
dustriale femminile, data di fondazione: 1935, iniziativa privata
Lanzo Torinese, Regio corso di avviamento professionale a tipo commerciale, data di
fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Lombriasco, Scuola agraria salesiana, data di fondazione: 1894, iniziativa privata
Moncalieri, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale,
data di fondazione: 1913, iniziativa pubblica
Montanaro, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializza-
zione industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Perosa Argentina, Istituto tecnico inferiore Salesiano, iniziativa privata
Perosa Argentina, Regio corso di avviamento professionale a tipo industriale e con spe-
cializzazione industriale femminile, data di fondazione: 1934, iniziativa pubblica
Pianezza, Ditta G. Miletto & F., iniziativa privata
Pinerolo, Corsi dell'Ente Fondo Valle, iniziativa pubblica
Pinerolo, Corsi di stenografia e dattilografia presso la R. Scuola di avviamento "F. Bri-
gnone"
Pinerolo, Corsi presso la R. Scuola di avviamento professionale "F. Brignone"
Pinerolo, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Filippo Brignone", a
tipo industriale, con specializzazione per meccanici-falegnami con sezione industriale
femminile, data di fondazione: 1856, iniziativa pubblica
Pinerolo, Regio istituto tecnico commerciale e per geometri "M. Buniva", data di fonda-
zione: 1863, iniziativa pubblica
Pinerolo, Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale delle suore di S. Giu-
seppe, data di fondazione: 1937, iniziativa privata
Poirino, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario, data di fondazione:
1930, iniziativa pubblica
Pragelato, Regio corso di avviamento professionale a tipo commerciale, data di fonda-
zione: 1941, iniziativa pubblica
Reaglie, Scuola di avicoltura, data di fondazione: 1917, iniziativa privata
Rivarolo Canavese, Regio corso di avviamento professionale a tipo industriale e con
specializzazione industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Rivarolo Canavese, Scuola tecnica commerciale con annessa scuola secondaria di av-
viamento professionale a tipo commerciale "Suore orsoline della SS. Annunziata", da-
ta di fondazione: 1929, iniziativa privata
Rivoli, Scuola secondaria di avviamento professionale "L. Murialdo" presso il Collegio
"San Giuseppe" a tipo industriale con specializzazione per meccanici-falegnami, data
di fondazione: 1932, iniziativa privata
S. Benigno Canavese, Scuole professionali "Don Bosco", data di fondazione: 1886, ini-
ziativa privata
S. Maurizio Canavese, Regio corso di avviamento professionale a tipo industriale e con
specializzazione industriale femminile, data di fondazione: 1941, iniziativa pubblica
Settimo Torinese, Regio corso di avviamento professionale a tipo industriale maschile e
femminile, iniziativa pubblica
Susa, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Luigi
Des Ambrois", data di fondazione: 1865, iniziativa pubblica
Torino, Casa di Carit "Arti e Mestieri", data di fondazione: 1925, iniziativa privata
Torino, Civica scuola secondaria di avviamento professionale "E. De Amicis" a tipo in-
dustriale, con specializzazione per artieri stampatori, data di fondazione: 1929, ini-

224
ziativa pubblica
Torino, Civica scuola secondaria di avviamento professionale "G. Carducci" a tipo arti-
stico-industriale con specializzazione per ceramisti e con sezione industriale femmini-
le, data di fondazione: 1928, iniziativa pubblica
Torino, Civica scuola secondaria di avviamento professionale "G. Pacchiotti" a tipo in-
dustriale, con indirizzo specializzato per la fotografia e la cinematografia, data di
fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Torino, Civica scuola serale di commercio "Maria Laetitia", data di fondazione: 1867,
iniziativa pubblica
Torino, Civica scuola serale di commercio "T. Rossi di Montelera", data di fondazione:
1865, iniziativa pubblica
Torino, Civica scuola tecnica e secondaria d'avviamento professionale a tipo agrario
"Bonafous", data di fondazione: 1871, iniziativa pubblica
Torino, Civica Scuola tecnica e secondaria d'avviamento professionale a tipo agrario
"Bonafous", data di fondazione: 1871, iniziativa pubblica
Torino, Corsi dell'Ente nazionale fascista addestramento lavoratori del commercio, data
di fondazione: 1939, iniziativa pubblica
Torino, Corsi dell'Ispettoraro provinciale dell'agricoltura, iniziativa pubblica
Torino, Corsi dell'Istituto nazionale fascista per l'addestramento e il perfezionamento
dei lavoratori dell'industria, data di fondazione: 1940, iniziativa pubblica
Torino, Corsi per maestranze presso la R. Scuola di avviamento professionale "G. Pla-
na"
Torino, Corsi per maestranze presso la R. Scuola tecnica industriale d'arti grafiche "G.
Vigliardi Paravia"
Torino, Corsi serali di orientamento professionale della Federazione dei Fasci di Com-
battimento di Torino, data di fondazione: 1937
Torino, Corsi serali integrativi municipali, data di fondazione: 1805, iniziativa pubblica
Torino, Corsi speciali per maestranze presso il R. Istituto tecnico industriale "P. Del-
piano"
Torino, Corso interaziendale, iniziativa privata
Torino, Ditta Mario Cabiati, iniziativa privata
Torino, Frutteto scuola "Alberto Geisser", data di fondazione: 1922, iniziativa privata
Torino, Istituto "Bertola", iniziativa privata
Torino, Istituto "Leopardi", iniziativa privata
Torino, Istituto "Margara", iniziativa privata
Torino, Istituto "Minerva", iniziativa privata
Torino, Istituto "Offidani", iniziativa privata
Torino, Istituto "Ricaldone", iniziativa privata
Torino, Istituto "SIST", iniziativa privata
Torino, Istituto "Spagnesi", iniziativa privata
Torino, Istituto arti e mestieri dei Fratelli cristiani, data di fondazione: 1920, iniziativa
privata
Torino, Istituto collegio "San Giuseppe", iniziativa privata
Torino, Istituto Maffei, iniziativa privata
Torino, Istituto missionario salesiano "Conti di Rebaudengo", data di fondazione: 1930,
iniziativa privata
Torino, Istituto professionale edile torinese, data di fondazione: 1910, iniziativa privata
Torino, Istituto tecnico "La Salle" dei Fratelli delle Scuole cristiane, iniziativa privata
Torino, Istituto tecnico inferiore, iniziativa privata
Torino, Istituto tecnico inferiore "Pogliani", iniziativa privata

225
Torino, Istituto tecnico inferiore Scuola Nuova, iniziativa privata
Torino, Lega italiana d'insegnamento, data di fondazione: 1869, iniziativa privata
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Antonio Pacinotti", a
tipo industriale, con specializzazione per meccanici-falegnami, data di fondazione:
1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "G. Parini", a tipo indu-
striale, con specializzazione per meccanici-faleganami e sezione industriale femmini-
le, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "G. Plana", a tipo indu-
striale e commerciale, data di fondazione: 1863, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Giuseppe Allievo" a tipo
industriale, con specializzazione per meccanici-falegnami e sezione industriale fem-
minile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "L. Freguglia", a tipo in-
dustriale, con specializzazione per meccanici e falegnami, data di fondazione: 1831,
iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Ludovico Muratori", a
tipo industriale, con specializzazione per meccanici-falegnami e sezione industriale
femminile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "N. Sauro", a tipo indu-
striale e commerciale, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Regina Elena", a tipo
industriale e commerciale, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Santorre Santarosa", a
tipo industriale femminile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Schiapparelli", a tipo
industriale, con specializzazione per meccanici-falegnami, data di fondazione: 1892,
iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Aldo
Campiglio", data di fondazione: 1935, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Carlo
Ignazio Giulio", data di fondazione: 1887, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Giu-
seppe Lagrange", data di fondazione: 1861, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "T.
Valperga di Caluso", data di fondazione: 1848, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale aggre-
gata alla R. scuola tecnica commerciale "Paolo Boselli", data di fondazione: 1929, i-
niziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale con
specializzazione alberghiera, data di fondazione: 1923, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria di avviamento professionale per ciechi, a tipo indu-
striale, con specializzazione per meccanici-falegnami e sezione industriale femminile,
data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola secondaria femminile di avviamento professionale a tipo commer-
ciale "Maria Laetitia", data di fondazione: 1869, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola speciale per l'arte bianca e l'industria dolciaria, data di fondazio-
ne: 1919, iniziativa pubblica
Torino, Regia scuola tecnica a indirizzo industriale e artigiano annessa al R. Istituto in-
dustriale "P.Delpiano", data di fondazione: 1903, iniziativa pubblica

226
Torino, Regia scuola tecnica commerciale "P. Boselli", data di fondazione: 1907, inizia-
tiva pubblica
Torino, Regia scuola tecnica industriale per le arti grafiche "Giuseppe Vigliardi Para-
via", data di fondazione: 1902, iniziativa pubblica
Torino, Regio istituto tecnico commerciale "Quintino Sella", data di fondazione: 1907,
iniziativa pubblica
Torino, Regio istituto tecnico commerciale e per geometri "G.Sommeiller", data di fon-
dazione: 1860, iniziativa pubblica
Torino, Regio istituto tecnico industriale "Pierino Delpiano", iniziativa pubblica
Torino, Regio istituto tecnico industriale del cuoio "Principe di Piemonte", data di fon-
dazione: 1903, iniziativa pubblica
Torino, Scuola "Dopolavoro ferroviario", iniziativa privata
Torino, Scuola Allievi FIAT, iniziativa privata
Torino, Scuola Allievi I.N.C.E.T., iniziativa privata
Torino, Scuola Allievi Lancia, iniziativa privata
Torino, Scuola Allievi Microtecnica, iniziativa privata
Torino, Scuola Allievi Nebiolo, iniziativa privata
Torino, Scuola artigiana tappezzieri da stoffe, data di fondazione: 1898, iniziativa privata
Torino, Scuola commerciale festiva dell'Immacolata, data di fondazione: 1850, iniziativa
privata
Torino, Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale "Maria Ausiliatrice",
data di fondazione: 1876, iniziativa privata
Torino, Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale "S. Anna", data di fon-
dazione: 1877, iniziativa privata
Torino, Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale "S. Anna" Opera pia
Barolo, data di fondazione: 1932, iniziativa privata
Torino, Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale dell'Istituto "Protette S.
Giuseppe", data di fondazione: 1932, iniziativa privata
Torino, Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale presso le scuole medie
israelitiche, iniziativa privata
Torino, Scuola di fotografia "T. Rossi di Montelera", data di fondazione: 1933, iniziativa
privata
Torino, Scuola di magistero professionale per la donna "Maria di Mazzarello" (Opera
pia S. Giovanni Bosco) e annessa Scuola secondaria di avviamento professionale a ti-
po industriale femminile, data di fondazione: 1937, iniziativa privata
Torino, Scuola fascista di economia domestica dei fasci femminili di Torino, data di fon-
dazione: 1935
Torino, Scuola fascista di puericultura dei fasci femminili di Torino, data di fondazione:
1920
Torino, Scuola motoristi "Dalmazio Birago", data di fondazione: 1924, iniziativa pubbli-
ca
Torino, Scuola ottica "T. Rossi di Montelera", iniziativa privata
Torino, Scuola pratica di elettronica "A. Volta", data di fondazione: 1902, iniziativa pri-
vata
Torino, Scuola professionale femminile e scuola di magistero professionale nazionale
per le figlie dei militari italiani, iniziativa privata
Torino, Scuola professionale femminile e scuola di magistero professionale per la donna
"Clotilde di Savoia" e annessa Scuola di avviamento professionale a tipo industriale
femminile, data di fondazione: 1869, iniziativa pubblica
Torino, Scuola professionale idraulici lattonieri gasisti, data di fondazione: 1912, inizia-

227
tiva privata
Torino, Scuola professionale orologiai, data di fondazione: 1883, iniziativa privata
Torino, Scuola professionale per orefici "Ghirardi", data di fondazione: 1903, iniziativa
privata
Torino, Scuola professionale popolare "Archimede", data di fondazione: 1878, iniziativa
privata
Torino, Scuola professionale tecnica "Costanzo Ciano", data di fondazione: 1939, inizia-
tiva privata
Torino, Scuola secondaria di avviamento professionale "L. Murialdo" a tipo industriale
con varie specializzazione artigiane, data di fondazione: 1933, iniziativa privata
Torino, Scuola secondaria di avviamento professionale "Maria Ausiliatrice" a tipo indu-
striale femminile, data di fondazione: 1935, iniziativa privata
Torino, Scuola serale professionale "Buona Massaia" dell'Istituto "Maria Ausiliatrice"
(Opera Don Bosco)
Torino, Scuola serale professionale "Maria Mazzarello" (Opera Don Bosco), data di
fondazione: 1925, iniziativa privata
Torino, Scuole officine serali, data di fondazione: 1887, iniziativa privata
Torino, Scuole professionali di arti e mestieri "Don Bosco", data di fondazione: 1853,
iniziativa privata
Torino, Scuole serali popolari "Vittorio Bersezio", data di fondazione: 1898, iniziativa
privata
Torino, Scuole tecniche operaie "S. Carlo", iniziativa privata
Torino, Sezione commerciale della R. scuola secondaria di avviamento professionale
"G. Plana", iniziativa pubblica
Torino, Sezione commerciale della R. scuola secondaria di avviamento professionale
"N. Sauro", iniziativa pubblica
Torino, Sezione commerciale della R. scuola secondaria di avviamento professionale
"Regina Elena", iniziativa pubblica
Torino (provincia), Corsi sindacali a tipo agrario
Torino (provincia), Corso annuale agrario dell'Ordine Mauriziano, iniziativa privata
Torre Pellice, Regia scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale,
data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Ulzio - Oulx, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializza-
zione industriale femminile, data di fondazione: 1937, iniziativa pubblica
Venaria Reale, Regia scuola secondaria di avviamento professionale "Michele Lessona",
a tipo industriale, con specializzazione per meccanici-falegnami e con sezione indu-
striale femminile, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Vigone, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializzazione
industriale femminile, data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Villafranca Sabauda, Istituto podere Pignatelli, iniziativa privata
Villafranca Sabauda, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con spe-
cializzazione industriale femminile, data di fondazione: 1931, iniziativa pubblica
Villar Perosa, Scuola Allievi Riv, iniziativa privata
Villar Perosa, Scuola secondaria di avviamento professionale "Edoardo Agnelli" a tipo
industriale con specializzazione per meccanici-falegnami e con sezione industriale
femminile, data di fondazione: 1935, iniziativa privata
Virle Piemonte (Pancalieri), Scuola di avviamento professionale a tipo commerciale an-
nessa all'educandato femminile "S. Vincenzo de Paoli", data di fondazione: 1938, ini-
ziativa privata
Volpiano, Regio corso di avviamento professionale a tipo agrario e con specializzazione

228
industriale femminile, iniziativa pubblica

Provincia di Verbania
Baveno, Scuola di disegno, iniziativa privata
Cannobio, Scuola di arti e mestieri-Scuola di disegno, iniziativa privata
Domodossola, Regia Scuola tecnica industriale "G. G. Galletti", data di fondazione:
1875, iniziativa pubblica
Omegna, Civica Scuola secondaria di avviamento professionale, data di fondazione:
1920, iniziativa pubblica
Pallanza, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale commerciale "P. Gu-
glielmazzi", data di fondazione: 1868, iniziativa pubblica
Pallanza, Scuola di disegno applicato all'industria con Scuola officina per fabbri, mec-
canici e affini, iniziativa privata
Pallanza, Scuole festive femminili di cucito, ricamo e taglio della Societ di Mututo
Soccorso ed istruzione fra gli artigiani, iniziativa privata
S. Maria Maggiore, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo
industriale, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica
Stresa Borromeo, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commer-
ciale alberghiero, data di fondazione: 1938, iniziativa pubblica
Stresa Borromeo, Scuola secondaria di avviamento professionale industriale femminile
"Arca Pacis", data di fondazione: 1939, iniziativa privata
Verbania Intra, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale,
data di fondazione: 1938, iniziativa pubblica
Verbania Intra, Regia Scuola tecnica commerciale "Franzosini", data di fondazione:
1884, iniziativa pubblica
Verbania Intra, Regio Istituto tecnico industriale "Cobianchi", data di fondazione: 1882,
iniziativa pubblica
Villadossola, Regio Corso secondario di avviamento professionale biennale a tipo indu-
striale, data di fondazione: 1929, iniziativa pubblica

Provincia di Vercelli
Borgosesia, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo industriale "G.
Magni", data di fondazione: 1937, iniziativa pubblica
Cigliano, Regio corso secondario biennale di avviamento professionale, iniziativa pub-
blica
Crescentino, Regio Corso secondario di avviamento professionale a tipo agrario e indu-
striale femminile "C. Serra", data di fondazione: 1936, iniziativa pubblica
Crova, Scuola femminile professionale "Meme Ciocca", data di fondazione: 1927, inizia-
tiva privata
Gattinara, Regio corso secondario annuale di avviamento professionale, iniziativa pub-
blica
Livorno Ferraris, Regio corso secondario annuale di avviamento professionale, iniziati-
va pubblica
Santhi, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "Ga-
lileo Ferraris", data di fondazione: 1870, iniziativa pubblica
Trino Vercellese, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo agrario
"C. Cavour", data di fondazione: 1930, iniziativa pubblica
Varallo, Regia Scuola secondaria di avviamento professionale a tipo commerciale "G.
Ferrari", data di fondazione: 1859, iniziativa pubblica
Varallo, Scuola professionale d'arte applicata, data di fondazione: 1778, iniziativa pri-

229
vata
Varallo, Scuola serale di disegno, iniziativa privata
Vercelli, Famiglia dell'ago, iniziativa privata
Vercelli, Patronato per le giovani operaie, iniziativa privata
Vercelli, Regia Scuola di avviamento professionale "Bernardino Lanino", data di fonda-
zione: 1854, iniziativa pubblica
Vercelli, Regio Istituto tecnico "Camillo Cavour" commerciale e per geometri, data di
fondazione: 1854, iniziativa pubblica
Vercelli, Scuola professionale "Francesco Borgogna", data di fondazione: 1888, inizia-
tiva privata
Vercelli, Scuola secondaria di avviamento professionale femminile a tipo industriale
"Sacro Cuore", data di fondazione: 1939, iniziativa privata
Vercelli (provincia), Corsi di istruzine agraria a cura dell'Ispettorato provinciale agra-
rio, iniziativa pubblica



Fonte: : Regio Provveditorato agli studi di Asti, Listruzione tecnico-professionale nella
provincia di Asti, Asti, Tip. Paglieri e Raspi, 1941
Regio Provveditorato agli studi di Cuneo, Listruzione tecnico-professionale nella pro-
vincia di Cuneo, Borgo S. Dalmazzo, Tip. Bertello, 1941
Regio Provveditorato agli studi di Torino, Listruzione tecnico-professionale nella pro-
vincia di Torino, Torino, Tip. L. Rattero, 1941
Regio Provveditorato agli Studi di Vercelli, Listruzione tecnico-professionale nella
Provincia di Vercelli. Seconda giornata della Tecnica. 4 maggio 1941, Vercelli, Tip.
Gallardi, 1941
Regio Provveditorato agli studi per la provincia di Novara, Listruzione tecnica profes-
sionale nella provincia di Novara. Seconda giornata della tecnica, 4 maggio 1941-XIX,
Novara, Stab. Tip. E. Cattaneo, 1941
Regio Provveditorato agli studi di Alessandria, L' istruzione tecnico professionale nella
provincia di Alessandria. Seconda giornata della tecnica, 4 maggio 1941-XIX, Alessan-
dria, Tip. Ferrari-Occella, 1941

230
Quadro 1963








Provincia di Alessandria
Acqui Terme, Corso isolato "Centro di addestramento professionale", iniziativa privata
Acqui Terme, Corso libero professionale "Corso professionale femminile S. Spirito",
iniziativa privata
Alessandria, Corso complementare per apprendisti "Comitato Giovent Italiana", inizia-
tiva privata
Alessandria, Corso complementare per apprendisti "Consorzio provinciale istruzione
tecnica", iniziativa pubblica
Alessandria, Corso complementare per apprendisti "E.N.A.L.C.", iniziativa privata
Alessandria, Corso complementare per apprendisti "I.N.AP.L.I.", iniziativa privata
Alessandria, Corso isolato "Istituto S. Chiara", iniziativa privata
Alessandria, Corso libero professionale "Corso per maestranze edili"
Alessandria, Corso libero professionale "Corso per metalmeccanici", iniziativa privata
Alessandria, Corso libero professionale "Istituto professionale femminile", iniziativa
privata
Alessandria, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato, iniziativa pub-
blica
Alessandria, Scuola tecnica industriale "San Giuseppe", iniziativa privata
Casale Monferrato, Corso complementare per apprendisti "Istituto Contardo Ferrini",
iniziativa privata
Casale Monferrato, Corso libero professionale "Istituto professionale femminile Madon-
na di Lourdes", iniziativa privata
Casale Monferrato, Corso libero professionale "Scuola professionale Casalese Leardi",
iniziativa privata
Casale Monferrato, Scuola tecnica industriale "Contardo Ferrini", iniziativa privata
Casale Monferrato, Scuola tecnica industriale "Don Bosco", iniziativa privata
Novi Ligure, Centro di addestramento professionale "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata
Novi Ligure, Corso libero professionale "Istituto professionale comunale Mariano delle
Piane", iniziativa pubblica
Ovada, Centro di addestramento professionale "Oratorio Votivo", iniziativa privata
S. Salvatore Monferrato, Corso libero professionale "Scuola industriale Arti e mestieri
Tibaldi", iniziativa privata
Tortona, Corso libero professionale "Corso comunale industriale di Arti e mestieri", ini-
ziativa pubblica
Valenza Po, Istituto professionale Orafi Benvenuto Cellini, iniziativa privata

Provincia di Asti
Asti, Centro di addestramento professionale "Astigiano"
Asti, Corsi liberi professionali "Istituto comunale femminile Arti e mestieri", iniziativa
privata

231
Asti, Corsi liberi professionali "Istituto femminile S. Giuseppe", iniziativa privata
Asti, Corsi liberi professionali "Scuola Maria Ausiliatrice", iniziativa privata
Asti, Corsi liberi professionali "Scuola Tipografica S. Giuseppe", iniziativa privata
Asti, Corso complementare per apprendisti "E.N.A.L.C.", iniziativa privata
Asti, Corso complementare per apprendisti "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata
Asti, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato "A. Castigliano", ini-
ziativa privata
Castelnuovo Don Bosco, Scuola tecnica "Istituto salesiano Bernardi Semeria", iniziativa
privata

Provincia di Biella
Biella, Corsi complementari per apprendisti "Unione industriale biellese", privato
Biella, Corsi liberi professionali "Colli Dott.ssa Teresita", iniziativa privata
Biella, Corsi liberi professionali "Istituto femminile Rita Tadone Praeli"
Biella, Corsi liberi professionali "Istituto Losana", iniziativa privata
Biella, Corsi liberi professionali "Istituto professionale G. Schiappareli", iniziativa pub-
blica
Biella, Corsi liberi professionali "Istituto Santa Caterina", iniziativa privata
Biella, Corsi liberi professionali "Istituto tecnico industriale Quintino Sella", iniziativa
pubblica
Biella, Corsi liberi professionali "Unione industriale biellese", iniziativa privata
Biella, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato "Schiapparelli", ini-
ziativa pubblica
Campiglia, Corsi liberi professionali "Scuola tecnica professionale di costruzioni edili e
stradali"
Muzzano, Centro addestramento professionale "Centro S. Giuseppe"
Pray Biellese, Corsi liberi professionali "Asilo Emma Rit Roncalli", iniziativa privata
Sagliano Micca, Centro addestramento professionale "Centro Regina Montis Oropae"
Vandorno Biellese, Corsi liberi professionali "Asilo infantile Suor Angelica Emma Ri-
gamonti", iniziativa privata

Provincia di Cuneo
Alba - Borgopiave, Centro di addestramento professionale "I.N.A.P.L.I.", iniziativa pri-
vata
Bra, Corsi liberi professionali "Scuola comunale", iniziativa pubblica
Carmagnola, Centro di addestramento professionale "Centro I.N.A.P.L.I.", iniziativa
pubblica
Ceva, Corso di formazione professionale "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata
Cuneo, Centro di addestramento professionale "Citt dei ragazzi", iniziativa privata
Cuneo, Corsi complementari per apprendisti "Commissariato per la giovent italiana"
Cuneo, Corsi complementari per apprendisti "E.N.A.L.C.", iniziativa privata
Cuneo, Corsi complementari per apprendisti "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata
Cuneo, Corsi complementari per apprendisti "I.N.I.A.S.A.", iniziativa privata
Cuneo, Corsi liberi professionali "Scuola comunale professionale Lattes", iniziativa
pubblica
Cuneo e Alba, Corsi complementari per apprendisti "E.N.A.I.P.", iniziativa privata
Cuneo e Bra, Corsi complementari per apprendisti "I.A.L.", iniziativa privata
Dronero, Centro di addestramento professionale "Vallemacra", iniziativa privata
Fossano, Scuola tecnica industriale "G.B. Bongiovanni", iniziativa privata
Garessio, Centro di addestramento professionale "E.N.A.I.P.", iniziativa privata

232
Mondov e Cuneo, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato "F. Ga-
relli", iniziativa pubblica
Narzole, Centro di addestramento professionale "Villaggio agricolo dell'orfano"
Racconigi, Centro di addestramento professionale "G. Levis", iniziativa privata
Savigliano, Corsi liberi professionali "Istituto professionale di Stato per l'industria e
l'artigianato", iniziativa privata
Savigliano, Scuola tecnica industriale statale, iniziativa pubblica
Sommariva Bosco, Corsi liberi professionali "Scuola Piemonte", iniziativa privata
Verzuolo, Centro di addestramento professionale "Azione sociale cristiana", privata

Provincia di Novara
Arona, Corsi liberi professionali "Societ operaia", iniziativa privata
Borgomanero, Corsi liberi professionali "Istituto Suore rosminiane", iniziativa privata
Borgomanero, Corsi liberi professionali "Scuola Teruzzi Teresa", iniziativa privata
Carpignano Sesia, Corsi liberi professionali "Ceramica E. Piola", iniziativa privata
Castelletto Ticino, Centro di addestramento professionale "Citt dei ragazzi", iniziativa
privata
Crusinallo, Corsi liberi professionali "Istituto Figlie di Maria ausiliatrice", iniziativa
privata
Galliate, Corsi complementari per apprendisti "Corsi liberi serali comunali", iniziativa
pubblica
Galliate, Corsi liberi professionali "Comune di Galliate", iniziativa pubblica
Galliate, Corsi liberi professionali "Manifatture Rossari e Varzi", iniziativa privata
Gargallo e Soriso, Corsi complementari per apprendisti "C.N.O.S.E."
Gozzano, Corsi liberi professionali "Ditta Bemberg", iniziativa privata
Grignasco, Corsi liberi professionali "Scuola Armando Fara", iniziativa privata
Invorio, Corsi liberi professionali "Pio Istituto Giovanni Curioni", iniziativa privata
Meina, Corsi liberi professionali "Scuola comunale di disegno", iniziativa pubblica
Mergozzo, Corsi liberi professionali "Asilo infantile"
Novara, "Corso di qualificazione per disoccupati", iniziativa pubblica
Novara, Corsi complementari per apprendisti "E.C.A.P."
Novara, Corsi complementari per apprendisti "E.N.A.I.P.", iniziativa privata
Novara, Corsi complementari per apprendisti "E.N.AL.C.", iniziativa privata
Novara, Corsi complementari per apprendisti "I.N.AP.L.I.", iniziativa privata
Novara, Corsi complementari per apprendisti "Pasqua M.", iniziativa privata
Novara, Corsi liberi professionali "Bellolli Maria", iniziativa privata
Novara, Corsi liberi professionali "Centro studi Arte industria"
Novara, Corsi liberi professionali "Istituto professionale statale per l'industria e l'arti-
gianato Contessa Tornielli Bellini", iniziativa pubblica
Novara, Corsi liberi professionali "Istituto salesiano S. Lorenzo", iniziativa privata
Novara, Corsi liberi professionali "Istituto tecnico industriale statale Omar", iniziativa
pubblica
Novara, Corsi liberi professionali "Scuola di confezione Franchi-De Paoli", iniziativa
privata
Novara, Corsi liberi professionali "Scuola di taglio Bobbio Anna Maria", iniziativa pri-
vata
Novara, Corsi liberi professionali "Scuola medico pedagogica"
Novara, Candoglia e Omegna, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigiana-
to "Contessa Tonnelli Bellini", iniziativa pubblica
Pallanza, Corsi liberi professionali "Pio Orfanotrofio Santa Famiglia", iniziativa privata

233
Pallanza, Corsi liberi professionali "Scuola di taglio e confezione Gallieni Rosa", inizia-
tiva privata
Pallanza, Corsi liberi professionali "Societ operaia di mutuo soccorso", iniziativa pri-
vata
Premeno, Corsi liberi professionali "Comune di Premeno", iniziativa pubblica
Romagnano Sesia, Corsi liberi professionali "Ferrogalini Adele", iniziativa privata
Trecate, Corsi complementari per apprendisti "A.C.L.I.", iniziativa privata
Trecate, Corsi liberi professionali "A.C.L.I.", iniziativa privata

Provincia di Torino
Airasca, Corsi liberi professionali "Scuola Istruzione e Lavoro", iniziativa privata
Almese e Alpignano, Corsi complementari per apprendisti "I.N.A.P.L.I.", iniziativa pri-
vata
Alpignano, Centro di addestramento professionale "Casa S. Giuseppe Missioni Conso-
lata", iniziativa privata
Balangero, Corsi di formazione professionale "Casa di carit Arti e mestieri - Sezione
Ing. Adolfo Mazza", iniziativa privata
Brandizzo, Corso normale isolato "Scuola di taglio Masserio", iniziativa privata
Bussoleno, Centro di addestramento professionale "Istituto professionale Vassallo", ini-
ziativa privata
Carignano, Corso normale isolato "Scuole Serali operaie Armando Diaz", iniziativa pri-
vata
Carmagnola, Centro di addestramento professionale "Istituto Aurora", iniziativa privata
Carmagnola, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Aurora", iniziativa privata
Carmagnola, Corsi liberi professionali "Scuola Ars et Labor", iniziativa privata
Castellamonte, Scuola d'arte statale "F. Faccio", iniziativa pubblica
Castelnuovo Nigra, Centro di addestramento professionale "Istituto internazionale Sa-
cro Cuore", iniziativa privata
Chieri, Centro di addestramento professionale "Istituto professionale Vassallo", iniziati-
va privata
Chieri, Corsi liberi professionali "Istituto S. Teresa", iniziativa privata
Chivasso, Corsi complementari per apprendisti "E.N.A.L.C.", iniziativa privata
Chivasso, Corso normale isolato "Scuola di taglio Cena Scapecchi", iniziativa privata
Chivasso, Corso normale isolato "Scuola di taglio Musso", iniziativa privata
Ciri, Corso normale isolato "Scuola di taglio Bioletti", iniziativa privata
Ciri, Corso normale isolato "Scuola di taglio Gili Borghet", iniziativa privata
Ciri, Corso normale isolato "Scuola di taglio Nepote Fus", iniziativa privata
Ciri, Corso normale isolato "Scuola serale Perino", iniziativa privata
Condove, Centro di addestramento professionale "E.N.A.I.P. - A.C.L.I.", iniziativa pri-
vata
Favria e Feletto, Corsi complementari per apprendisti "Scuola Don Bosco", iniziativa
privata
Giaveno, Centro di addestramento professionale "Istituto Pacchiotti"
Giaveno, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Pacchiotti", iniziativa privata
Ivrea, Corsi complementari per apprendisti "Istituzioni scolastiche Berio", iniziativa
privata
Ivrea, Corsi liberi professionali "Laboratorio scuola professionale Carceri giudiziarie",
iniziativa pubblica
Ivrea, Corso normale isolato "Istituto Artigianelli", iniziativa privata
Ivrea, Scuola aziendale "Centro formazione meccanici Olivetti", iniziativa privata

234
Lanzo Torinese, Centro di addestramento professionale "Istituto Stura", iniziativa privata
Lanzo Torinese, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Stura", iniziativa privata
Lanzo Torinese, Corso normale isolato "Scuola di taglio Bertolone", iniziativa privata
Mathi Canavese, Centro di addestramento professionale "E.N.A.I.P. - A.C.L.I.", iniziati-
va privata
Mathi Canavese, Corso normale isolato "Istituto S. Lucia", iniziativa privata
Moncalieri, Centro di addestramento professionale "Istituto Giovanni Agnelli", iniziati-
va privata
Moncalieri, Corsi complementari per apprendisti "Istituto G. Agnelli", iniziativa privata
Orbassano, Centro di addestramento professionale "Istituto Ideal", iniziativa privata
Orbassano, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Ideal", iniziativa privata
Pianezza, Corso normale isolato "Scuola serale per meccanici", iniziativa privata
Pinerolo, Centro di addestramento professionale "I.N.A.P.L.I. - O.N.A.R.M.O.", iniziati-
va privata
Pinerolo, Corso normale isolato "Scuola di taglio Bertaina", iniziativa privata
Pinerolo, Corso normale isolato "Scuola di taglio Calvo", iniziativa privata
Pinerolo, Corso normale isolato "Scuola di taglio Trucco", iniziativa privata
Pinerolo, Corso normale isolato "Scuola statale di avviamento professionale F. Brigno-
ne", iniziativa pubblica
Pont Canavese, Corso normale isolato "Scuola di taglio Rivarossa", iniziativa privata
Pont Canavese, Corso normale isolato "Scuola statale di avviamento professionale", ini-
ziativa pubblica
Rivarolo Canavese, Centro di addestramento professionale "Scuola Don Bosco", inizia-
tiva privata
Rivarolo Canavese, Corsi complementari per apprendisti "Scuola Don Bosco", iniziativa
privata
Rivoli, Corso normale isolato "Scuola di taglio D'Agostino", iniziativa privata
S. Ambrogio, Centro di addestramento professionale "E.N.A.I.P. - A.C.L.I.", iniziativa
privata
S. Benigno Canavese, Scuola tecnica industriale "Istituto Salesiano Don Bosco", inizia-
tiva privata
S. Gillio, Corso normale isolato "Istituto Vassallo", iniziativa privata
S. Mauro Antonetto, Centro di addestramento professionale "I.N.A.P.L.I. Marco Anto-
netto", iniziativa privata
S. Mauro Torinese, Corso normale isolato "Collegio Orfani Carabinieri"
Settimo Torinese, Corso normale isolato "Casa di carit Arti e mestieri", iniziativa pri-
vata
Settimo Torinese, Corso normale isolato "Scuola di taglio Chicco", iniziativa privata
Susa, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Banda", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "E.N.A.L.C.", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Casa di carit Arti e mestieri", iniziati-
va privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Casa Sacro Cuore", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Consorzio provinciale antitubercolare"
Torino, Centro di addestramento professionale "E.N.A.I.P. - A.C.L.I.", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Famulato Cristiano", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto internazionale Sacro Cuore",
iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto Missionario Salesiano C. Re-
baudengo", iniziativa privata

235
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto professionale Vassallo" (via S.
Quinbtino), iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto professionale Vassallo" (via S.
Secondo), iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto professionale Vassallo" (via
Valperga di Caluso), iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto S. Ottavio", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto Spagnesi", iniziativa privata
Torino, Centro di addestramento professionale "Istituto Vagnone", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Casa di carit Arti e mestieri", iniziativa
privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "FO-BEN", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto E.N.A.I.P. - A.C.L.I.", iniziativa
privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Edile", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto G. Giolitti", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Ghirardi", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto I.N.I.A.S.A.", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Impera", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto internazionale S. Cuore", iniziati-
va privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Maria Vittoria", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto S. Ottavio", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Spagnesi", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto statale Arte Bianca", iniziativa
pubblica
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto tecnico Einaudi", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Vagnone", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Vassallo", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "La Plastica", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "Scuole tecniche S. Carlo", iniziativa pri-
vata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "SELF", iniziativa privata
Torino, Corsi complementari per apprendisti "SIST", iniziativa privata
Torino, Corsi di formazione professionale "Casa di carit Arti e mestieri", iniziativa
privata
Torino, Corsi di formazione professionale "Istituto di magistero professionale", iniziati-
va privata
Torino, Corsi di formazione professionale "Istituto sociale - Corsi professionali serali",
iniziativa privata
Torino, Corsi di formazione professionale "Scuola professionale G.C. Camerana", ini-
ziativa privata
Torino, Corsi di formazione professionale "Scuola serale Fratel Teodoreto", iniziativa
privata
Torino, Corsi di formazione professionale "Scuola serale Istituto Arti e mestieri", inizia-
tiva privata
Torino, Corsi liberi professionali "Casa Benefica", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Casa della Giovane", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Corsi municipali per analisti chimici", iniziativa pub-
blica

236
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Adriano", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Elettronica", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Flora", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Fratelli Scuole Cristiane", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Immacolata concezione", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Leonardo da Vinci", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Magda de Lazzeri", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Maria ausiliatrice", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Methodo", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Nostra Signora di carit", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto per chimici industriali"
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto professionale di Stato per l'industria e l'arti-
gianato G. Plana", iniziativa pubblica
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto professionale edile torinese"
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Protette S. Giuseppe", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Rebaudengo", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto S. Ottavio", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto S. Secondo", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Sordomuti"
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Spagnesi", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto tecnico industriale del cuoio e derivati G.
Baldracco", iniziativa pubblica
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto tecnico industriale statale A. Avogadro", ini-
ziativa pubblica
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto tecnico industriale statale Arti grafiche e fo-
tografiche", iniziativa pubblica
Torino, Corsi liberi professionali "Istituto Viretti", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola acconciatori G.A.R.A.P.", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Astra", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Comunale Francesetti", iniziativa pubblica
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Erso", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola F.B.", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Famiglie d'operaie", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Haute Couture Damonte", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Idraulici lattonieri gasisti I. Gilodi", iniziativa
privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Madre Maria Mazzarello", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Nizza", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Orefici G. Ghirardi", iniziativa pubblica
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Orologiai", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola Ottica Oculistica", iniziativa privata
Torino, Corsi liberi professionali "Scuola professionale Piemonte", iniziativa privata
Torino, Corsi per disoccupati "Consorzio provinciale Antitubercolare"
Torino, Corsi per disoccupati "Corsi municipali femminili per disoccupate", iniziativa
privata
Torino, Corsi per disoccupati "Corsi municipali per invalidi civili", iniziativa pubblica
Torino, Corsi per disoccupati "Corsi municipali produttivi di qualificazione per disoc-
cupati", iniziativa pubblica
Torino, Corso normale isolato "Corsi municipali professionali serali", iniziativa pubblica
Torino, Corso normale isolato "Istituto professionale Ente nazionale Sordomuti", inizia-

237
tiva privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di Sartoria femminile", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Arianna", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Belfiore", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Bertoldi", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Bianciotto", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Buffa", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Ceste Maria", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Cignetti", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Franchetti", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Mazza", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Moderno", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Puglia Cavazzini", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Ramondetti", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola di taglio Samp", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola professionale Tappezzieri in stoffe", iniziativa
privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola Reos", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola Self", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola Snob", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Scuola tecnica industriale Arti grafiche e fotografiche
G. Vigliardi Paravia", iniziativa pubblica
Torino, Corso normale isolato "Scuola tecnica industriale statale D. Birago", iniziativa
pubblica
Torino, Corso normale isolato "Scuola tecnica statale per l'Arte bianca", pubblica
Torino, Corso normale isolato "Scuole tecniche operaie S. Carlo", iniziativa privata
Torino, Corso normale isolato "Societ italiana per il gas"
Torino, Istituto professionale "Maria Mazzarello", iniziativa privata
Torino, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato "Giovanni Plana",
iniziativa pubblica
Torino, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato "Romolo Zerboni",
iniziativa pubblica
Torino, Scuola aziendale "Scuola centrale allievi Fiat Giovanni Agnelli", iniziativa pri-
vata
Torino, Scuola aziendale "Scuola professionale per meccanici Edoardo Agnelli", inizia-
tiva privata
Torino, Scuola d'arte "Scuola civica d'Arte Ceramica", iniziativa pubblica
Torino, Scuola tecnica industriale "Edoardo Agnelli", iniziativa privata
Torino, Scuola tecnica industriale "Istituto Arti e Mestieri", iniziativa privata
Torino, Scuola tecnica industriale "Istituto Spagnesi", iniziativa privata
Torino, Scuola tecnica industriale "Leonado da Vinci", iniziativa privata
Torino, Scuola tecnica industriale "Sant'Ottavio", iniziativa privata
Torino, Scuola tecnica industriale "Scuola professionale Don Bosco", iniziativa privata
Torino, Scuola tecnica industriale statale "Arte Bianca", iniziativa pubblica
Torino, Scuola tecnica industriale statale "Dalmazio Birago", iniziativa pubblica
Torino, Scuola tecnica industriale statale "G. Vigliardi Paravia", iniziativa pubblica
Torino, Scuola tecnica industriale statale "Galileo Galilei", iniziativa pubblica
Venaria Reale, Centro di addestramento professionale "Istituto Ars et Labora", iniziati-
va privata
Venaria Reale, Corsi complementari per apprendisti "Istituto Ars et Labor", iniziativa

238
privata
Vigone, Corsi liberi professionali "Scuola Magda", iniziativa privata
Volpiano, Centro di addestramento professionale "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata

Provincia di Verbania
Baveno, Corsi liberi professionali "E.C.A.", iniziativa pubblica
Cannobio, Corsi liberi professionali "Scuola Luigi Meschio", iniziativa privata
Cannobio, Corsi liberi professionali "Suore Orsoline", iniziativa privata
Domodossola, Corsi liberi professionali "Scuola di taglio e confezione Coimi Maria",
iniziativa privata
Domodossola, Corsi liberi professionali "Scuola di taglio e confezione Massucci Mar-
ta", iniziativa privata
Domodossola, Corsi liberi professionali "Scuola Letizia Parsinari Molinari", iniziativa
privata
Domodossola, Scuola tecnica industriale statale "G.C. Galletti", iniziativa pubblica
Omegna, Corsi liberi professionali "Sorelle Ruscetta", iniziativa privata
Verbania, Corsi liberi professionali "Societ di Mutuo soccorso tra gli artigiani", inizia-
tiva privata
Verbania Intra, Corsi liberi professionali "Istituto tecnico industriale statale L. Cobian-
chi", iniziativa pubblica
Verbania Intra, Corsi liberi professionali "Scuola tecnica commerciale Franzosini"

Provincia di Vercelli
Borgosesia, Corsi liberi professionali "Scuola di taglio Laurora Rita", iniziativa privata
Borgosesia, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato "Magni Giusep-
pe", iniziativa pubblica
Camasco di Varallo, Corsi liberi professionali "G.I.A.C:"
Cellio, Corsi liberi professionali "Scuola Rastelli Romeo", iniziativa privata
Croca Vercellese, Corsi liberi professionali "Asilo infantile", iniziativa privata
Santhi, Corsi liberi professionali "Consorzio provinciale istruzione tecnica", iniziativa
pubblica
Trino Vercellese, Istituto professionale per l'agricoltura, iniziativa pubblica
Valduggia, Corsi liberi professionali "Scuola di disegno G. Ferrari"
Varallo, Corsi liberi professionali "Societ di incoraggiamento allo studio del Disegno"
Varallo, Corsi liberi professionali "Societ operaia di mutuo soccorso", iniziativa privata
Vercelli, Centro addestramento professionale "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata
Vercelli, Corsi complementari per apprendisti "I.N.A.P.L.I.", iniziativa privata
Vercelli, Corsi complementari per apprendisti "I.N.I.A.S.A.", iniziativa privata
Vercelli, Corsi liberi professionali "Consorzio provinciale istruzione tecnica", iniziativa
pubblica
Vercelli, Corsi liberi professionali "Istituto Belle Arti"
Vercelli, Corsi liberi professionali "Istituto Sacro Cuore", iniziativa privata
Vercelli, Corsi liberi professionali "Ospizio dei poveri"
Vercelli, Corsi liberi professionali "Scuola D'Alberto", iniziativa privata
Vercelli, Istituto professionale di Stato per l'industria e l'artigianato, iniziativa pubblica
Vercelli, Scuola tecnica industriale "Don Bosco", iniziativa privata

Fonte: Associazione Piemonte Italia, La formazione professionale industriale, artigiana-
le e femminile in Piemonte, Torino s.e., 1963



240
Bibliografia







1854-2004: 150 anni Istituto Cavour di Vercelli: la storia le storie, a cura di L.
Facelli, Villanova Monferrato, Diffusioni Grafiche, Istituto Tecnico Commercia-
le e per Geometri Cavour, Vercelli, 2004
40 anni della Scuola allievi Fiat, Torino, Fiat, 1962
50 anni e pi di storia: I.T.C. Carlo Denina, Saluzzo, Tip. Edelweiss, 1990
Aglietta R., Profilo delleducazione professionale per lindustria laniera nel
Biellese, origini e successivi sviluppi fino al 1930, tesi di laurea, Torino, Univer-
sit degli studi, Facolt di Magistero, s.d. , rel. Remo Fornaca
Aimone L., Le esposizioni industriali a Torino (1886-1898), in. Innovazione e
modernizzazione in Italia, fra Otto e Novecento, a cura di E. Decleva, C.G. La-
caita, A. Ventura, Milano, FrancoAngeli, 1995
Ajani S., Cai G., Torino allavanguardia della cultura professionale grafica, in
Il sogno della citt industriale. Torino tra Ottocento e Novecento, Milano, Fab-
bri, 1994
Allemano M., Genti M., Musso S., Negarville M., Insegnare agli adulti: i do-
centi delle 150 ore in Piemonte, Torino, Ed. Formazione 80, 1989
Allievo T., Il laboratorio di tecnologia tessile del R. istituto tecnico G. Sommel-
lier in Torino, Torino, Collegio degli Artigianelli, 1908
Ambrosoli L., La scuola in Italia dal dopoguerra ad oggi, Bologna, Il Mulino,
1982
Andreoli E., Appunti alle brevi Considerazioni del signor Carlo Vannazzi di To-
rino sui programmi e sulle ultime norme per gli esami di abilitazione
allinsegnamento della calligrafia nelle scuole tecniche e normali, Milano, Tip.
Galli e Raimondi, 1886
Annuario degli istituti distruzione classica e tecnica e di educazione pubblici e
privati nella citt e provincia di Torino per lanno scolastico 1865-66, Torino,
Paravia, 1865
Annuario dellIstituto tecnico parificato Principe di Piemonte per lanno scola-
stico 1932-1933, Lanciano, Mancini, 1933


241
Annuario della R. Scuola tecnica A. Brofferio in Asti, pubblicato alla fine
dellanno scolastico 1922-23, Asti, Tip. Paglieri e Raspi, 1923
Annuario della R. Scuola tecnica commerciale M. Laetitia in Torino, Anno sco-
lastico 1922-23, Torino, Tip. G. Montrucchio, 1923
Annuario della R. Scuola tecnica Giuseppe Lagrange, Torino, per lAnno scola-
stico 1923-1924, Torino, Linotyp. E. Salza, 1923
Annuario R. Scuola complementare Galileo Ferraris (gi R. Scuola tecnica),
Novara, 1922-1924, Novara, Tip. E. Cattaneo, 1924
Annuario R. Scuola tecnica Giovanni Migliara di Alessandria, Anno scolastico
1922-1923, Siena, Tip. C. Meini, 1923
Ansaldi M. T., Arduino M. A,, Cocito E., Condizionamenti politico-sociali della
scuola popolare nelle citta di Asti e di Alessandria dallUnit alla riforma Gen-
tile, tesi di laurea, Torino, Universit degli Studi, Facolt di magistero, a.a.
1974-1975, rel. G. Quazza
Araldo D., Relazione sullandamento dellistruzione elementare nelle tre sezioni
rurali delle scuole urbane e nella scuola agraria complementare, presentata al
Consiglio comunale di Savigliano, Savigliano, Tip. Edit. Bressa, 1899
Archivio del Comune di Torino, Atti del Comune di Torino, Sottocommissione
per linsegnamento professionale operaio in Torino, Torino, 1908
Archivio storico SMS Giovanni Cena, Documenti degli anni scolastici 1937-
38 e 1938-39. Societ italiana e vita scolastica, Lanzo Torinese, s.n., 1999
Are G., Istruzione e costume come fattori dello sviluppo industriale, in Idem, Il
problema dello sviluppo industriale nellet della Destra, Pisa, Nistri Lischi,
1965, pp. 253-303
Arnaudon G.C., Considerazioni sulla istruzione industriale e scuole di arti e me-
stieri, Torino, Tip. edit. G. Candeletti, 1893
2.
Arnaudon G.C., Gli istituti tecnici ed il Museo industriale italiano, Torino, Fal-
letti, 1876
Arnaudon G.C., Programma per le scuole di chimica, tintoria e di setificio in
Torino, Torino, Candeletti, 1893
Arnaudon G.C., Sullistruzione professionale e industriale in Torino, Torino,
Salvador Foa, 1865
Assessorato provinciale allagricoltura, Listruzione professionale in agricoltura
nella provincia di Cuneo. Relazione informativa, Cuneo, Ufficio studi e docu-
mentazione, 1974
Associazione licenziati Istituto e scuola tecnica industriale Omar, In memoria
del GrandUff. Dott. Ing. Prof. Enrico Gatti Gli allievi al maestro, [anonimo
ma attribuibile a G. Guidi], Novara, s.n., 1948


242
Associazione Omaristi Diplomati dellIstituto Tecnico Industriale Statale O-
mar di Novara, 50 anni dellAssociazione Omaristi di Novara, Novara, s.n.,
1961
Associazione Omaristi Diplomati dellIstituto Tecnico Industriale Statale O-
mar di Novara, Documenti del 50 di fondazione dellAssociazione Omaristi di
Novara, Novara, s.n., 1961
Associazione per lincremento dellistruzione professionale nel Biellese, Statuto,
Biella, Tip. Lit. G. Amosso, 1918
Associazione per lincremento dellistruzione professionale nel Biellese, Relazio-
ne morale e finanziaria alla Quinta Assemblea Generale dei Soci, 27 giugno
1925, Biella, Tip. Michele Waimberg, 1925
Associazione per lincremento dellistruzione professionale nel Biellese, Re-
lazione morale e finanziaria alla Sesta Assemblea Generale dei Soci, 31 marzo
1926, Biella, Tip. Michele Waimberg, 1926
Associazione Piemonte Italia, Il sestante. Guida alla formazione professionale, a
cura di V. Pagni, Torino, s.e., giugno 1968
Associazione Piemonte Italia, La formazione professionale in Piemonte, vol. 1,
Provincia di Torino, Torino, s.e., 1964; vol. 2, Provincie di Alessandria, Asti,
Cuneo, Novara, Vercelli, Torino, s.e.,1964
Associazione Piemonte Italia, La formazione professionale industriale, artigia-
nale e femminile in Piemonte, Torino, s.e., 1963
Associazione Piemonte Italia, La formazione professionale nellevoluzione
delleconomia piemontese, Relazioni al Convegno del 29 novembre 1968, Tori-
no, s.e., 1970
Associazione Piemonte Italia, Proposte di intervento per il potenziamento e lo
sviluppo della formazione professionale industriale, artigianale e femminile in
Piemonte, Torino, s.e., ottobre 1963
Atti del Convegno nazionale sul tema: Corretta applicazione degli artt. 33 e 117
della Costituzione in materia di istruzione professionale, Roma, Istituto Superio-
re di Sanit, 1982
Audenino P., Cosmopolitismo e ideologia industrialista allorigine dellIstituto
tecnico industriale di Biella, in Innovazione e modernizzazione in Italia, fra Otto
e Novecento a cura di E. Decleva, C.G. Lacaita, A. Ventura, Milano, FrancoAn-
geli, 1995
Bairati P., Cultura salesiana e societ industriale, in Don Bosco nella storia del-
la cultura popolare, a cura di F. Traniello, Torino, SEI, 1987
Barbagli M., Disoccupazione intellettuale e sistema scolastico in Italia, Bolo-
gna, il Mulino, 1974
Baricco P., Listruzione popolare in Torino, Torino, Tip. Botta, 1865


243
Bermani C., Dalla Grande Associazione degli Operai di Novara al Circolo Ope-
raio Agricolo della Bicocca. Un secolo e mezzo di associazionismo a Novara,
Novara, ARCI, 1983
Bermond C., Per una storia dellIstituto e della Scuola "G. Sommeiller", La
formazione secondaria tecnica a Torino nel periodo 1853-1924, in Quaderni
del centro studi Carlo Trabucco, n. 5, 1984, pp. 49-70
Berta G., La Scuola allievi Fiat, Torino, Isvor Fiat, 1992
Bertero O., Indagine sulle scuole professionali di Torino a cura della divisione
XIV statistiche e lavoro, Torino, s.n., 1947
Bertini C. L., Della Istruzione Pubblica in Piemonte. Considerazioni e proposte
(1857), in Idem, Per la riforma delle scuole. Scritti vari, raccolti dal dott. C. L.
Bertini, Torino, Grato Scioldo, 1889
Bobba M., Cronaca del civico Istituto industriale professionale femminile Maria
Letizia, Torino, Tip. Eredi Botta di Brunerj e Crosa, 1896
Bochicchio A., Vinai P., Societ, economia, pubblici poteri e istruzione profes-
sionale a Torino dallUnit dItalia al fascismo. Il Caso dellIstituto Professio-
nale Operaio (A. Avogadro), Tesi di laurea, Facolt di Magistero, Universit di
Torino, a.a. 1978-1979, rel. Guido Quazza
Bollettino dellAssociazione degli Allievi licenziati della Scuola Professionale di
Biella. Rivista Bimestrale tecnico-industriale, Primo Triennio 1899-1900-1901,
vol. 1, Biella, Tip. Lit. G. Amosso, 1902
Bonelli 130: i 130 anni dellIstituto tecnico statale F. A. Bonelli, Torino, Istituto
bancario San Paolo, 1996
Bottai G., La scuola professionale in regime corporativo, Milano, s.n., 1939
Bozzuto F., Perelli Cippo E., Cento anni di vita, dati e notizie. Verbania, Istituto
Tecnico Industriale L. Cobianchi 1886-1986, Verbania, s.n., 1987
Braido P., Poveri e abbandonati, pericolanti e pericolosi: pedagogia, assi-
stenza, socialit nellesperienza preventiva di don Bosco, in Annali di storia
delleducazione e delle istituzioni scolastiche, 1996, n. 3, pp. 183-236
Bravo A. M., Studi e ricerche sulla formazione professionale in Don Bosco e
nellesperienza salesiana, tesi di laurea, Torino, Universit degli studi di Torino,
Facolt di Magistero, a.a. 1988-89, rel. Remo Fornaca
Buscaglia L., Lingegnere Enrico Gatti educatore e pioniere dellistruzione pro-
fessionale, in LOmar periodico di cultura e vita scolastica, a. VI, 1968, n. 10.
Camera di commercio e industria della provincia di Cuneo, Scuola serale
davviamento al commercio. Regolamento, schema di programma e dorario,
Cuneo, Tip. Isoardi, 1921


244
Camera di Commercio ed Arti di Novara, Linsegnamento industriale, commer-
ciale, professionale ed artistico nei Circondari di Novara, Domodossola, Pal-
lanza e Varallo, Novara, Tip. di Gioachino Gaddi, 1905
Capriolo L., Luccitelli E., Pratesi N., Il lavoro sbagliato. Titolo di studio e mer-
cato del lavoro a Torino, Torino, Rosenberg e Sellier, 1980
Caratteri e struttura dellistruzione tecnica e professionale nelle province
dItalia, Milano, Giuffr, 1961
Carpo P., Cesare A., La Scuola Professionale geom. Francesco Borgogna e
Vercelli. Storia di una scuola e di una citt, Vercelli, S.E.TIP. Offset, 2005
Casaglia O., Listruzione industriale e professionale in Italia nellanno 1878.
Relazione a S.N. Il Ministro della Pubblica Istruzione, Roma, Botta, 1878
Castellani A., Origine e svolgimento delle scuole del lavoro in Italia, Rivista
Pedagogica, Milano, Vallardi, 1915
Castelli G., Linsegnamento commerciale in Italia, Roma, Tip. Nazionale di G.
Bertero e C., 1906
Castelli G., Listruzione professionale in Italia, Milano, Vallardi, 1915
Castelli G., LItalia giovane avviata alle carriere agrarie, industriali, commer-
ciali. Guida pratica per le scuole professionali per le famiglie dabbene e previ-
denti in patria e nelle colonie, Firenze, Barbera, 1914
Castelli G.P., Crispolti G.B., Interrogativi sulla ristrutturazione della formazio-
ne professionale agricola, Milano, FrancoAngeli, 1979
Castrovilli A., Seminara C., Mirafiori, la citt oltre il Lingotto. Storie di via Ar-
tom e dintorni, Torino, Mentelocale, 2000
Cattolici, educazione e trasformazioni socioculturali in Italia tra Otto e Nove-
cento, a cura di L. Pazzaglia, Brescia, La Scuola, 1999
Cavaglion A., La scuola ebraica a Torino: (1938-1943), Torino-Firenze, Pluri-
verso, 1993
Cavalli C. A., LIstituto Omar di Novara e lIstruzione industriale. Conferenza
tenuta al Rotary di Novara il giorno 11 maggio 1931, in Bollettino del Sinda-
cato Provinciale Fascista degli Ingegneri della Provincia di Novara, 1931, n. 3-4
Cavalli C. A., LIstituto Omar nel cinquantenario della morte del suo fondatore.
5 novembre 1885 5 novembre 1935, Novara, Istituto geografico De Agostini,
1935
Cavalli, C. A., Istituto Tecnico Industriale Omar, in Tecnica e Organizza-
zione, a. I, settembre 1937 XV
CEDEFOP, Descrizione dei sistemi di formazione professionale. Italia, Berlino,
CEDEFOP, 1979


245
Celesia E., Le scuole professionali femminili, Genova, Ferrando, 1869
CENSIS, La formazione professionale in Italia, vol. 1, La formazione di base; vol.
2, La formazione sul lavoro, a cura di G. Farias, Bologna, il Mulino, 1972
Centanni, e oltre, di Giulio. Identit, storia e qualche immagine di un istituto
scolastico torinese tra San Salvario e area metropolitana, Torino, Istituto pro-
fessionale di Stato per i servizi commerciali Carlo Ignazio Giulio, 2003
Centro di orientamento scolastico e professionale, La formazione professionale
nella Citt di Torino, Torino, Assessorato per il lavoro la formazione professio-
nale e la cooperazione, 1981
Centro istruzione professionale edile Torino, Linee programmatiche. Corso po-
livalente per muratori, carpentieri, ferraioli, Torino, CIPET, 1989
Centro italiano opere femminili salesiane, Formazione professionale. Rapporto
finale sullevoluzione della sperimentazione del modello agenzia formativa: spe-
rimentazione agenzia formativa Piemonte, Roma, s.e., 1994
Centro per la Evoluzione Culturale ed economica del Monferrato, Opuscolo
commemorativo primo anno accademico. Istituto Professionale Agricolo del
C.E.C.E.M., Castello di Ferrere dAsti, Tip. Vinassa, 1963
Cereja F., Listruzione professionale e industriale nel periodo fascista. Il caso
torinese, in Movimento operaio e sviluppo economico in Piemonte negli ultimi
cinquantanni, Torino, Cassa di risparmio, 1978
Cereja F., Listruzione tecnica e professionale dallo stato sabaudo allo stato
unitario, in Travail et migrations dans les Alpes francaises et italiennes. Actes
VIIe colloque franco-italien dhistoire alpine, Annecy, 29-30 settembre 1981,
Grenoble, Centre de recherche dhistoire dItalie et des pays alpines, 1982 pp.
141-154
Cereja F., La scuola e il mondo del lavoro. Problemi dellistruzione tecnica e
professionale, in La classe operaia durante il fascismo, in Annali della Fonda-
zione Giangiacomo Feltrinelli, 1979-80, Milano, 1981.
Ceria E., Annali della Societ Salesiana, 4 vol., Torino, SEI, 1941-1951
Cerutti G., LIstituto professionale statale per i servizi commerciali e turistici
Sebastiano Grandis, Cuneo. Dalla Regia Scuola tecnica commerciale al proget-
to 92, Cuneo, Cassa di risparmio di Cuneo, 1992
Charnitzsky J ., Fascismo e scuola. La politica scolastica del regime fascista
(1922-1943), Firenze, La Nuova Italia, 1996
Chevalley G., Le scuole per la rieducazione professionale dei mutilati e dei feriti
in guerra in Francia. La scuola di rieducazione professionale di Torino: appunti
ed osservazioni, 3. ed. augm., Torino, Tip. Collegio degli Artigianelli, 1916


246
CIRSE (Centro italiano per la ricerca storico educativa), Cultura e istruzione
tecnica professionale in Italia tra 800 e 900. Atti del V Convegno nazionale,
Venezia, novembre 1988, a cura di G. Genovesi, s.l., s.e, 1990
Civico Istituto Bellini, Le Scuole professionali del Civico Istituto Bellini di No-
vara alla Mostra didattica di Milano (Esposizione Internazionale 1906), Nova-
ra, s.e., 1906
Civico Istituto Bellini, Regolamento organico pel Civico Istituto Bellini, Novara,
Tip. Ibertis, 1883
Collodi T., La scuola davviamento professionale, Roma, s.e., 1954
Comola G., Relazione sullo insegnamento tecnico a Novara letta in occasione
della distribuzione dei premi il 1 gennaio 1880, Novara, s.e., 1880
Comune di Bologna, Macchine, scuola, industria, dal mestiere alla professiona-
lit operaia, Bologna, Comune di Bologna, direzione dei servizi d'informazione
e relazioni pubbliche, 1980
Congedo E., Le scuole industriali allestero e in Italia. Con un particolare stu-
dio sullistruzione tecnica, sulleducazione artistica e sulla organizzazione di-
dattica-amministrativa delle scuole industriali in Italia, Teramo, La Fiorita,
1915
Consiglio Regionale del Piemonte, Lapprendistato in Piemonte. Indagine cono-
scitiva del Consiglio Regionale del Piemonte, Torino, EDA, 1978
Consorzio provinciale istruzione tecnica (Cuneo), Guida degli istituti professio-
nali nella provincia di Cuneo, s.l., s.e.., [1970]
Consorzio provinciale obbligatorio per listruzione tecnica (Torino), Listruzione
tecnica e professionale nella citt e nella provincia di Torino: anno 1931-X, To-
rino, G. Vigliardi Paravia, 1932
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Alessandria), Listruzione tecni-
co-professionale nella provincia di Alessandria, Alessandria, Tip. Ferrari, Oc-
cella e C., 1949
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Cuneo), Listruzione tecnica nel-
la provincia di Cuneo, Cuneo, Tip. Oggero, 1949
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Cuneo), Relazione sullattivit
svolta nel quinquennio 1929-1933, Cuneo, Rappresentanze Grafiche, 1934
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Novara), Listruzione tecnica-
professionale nella provincia di Novara, Novara, Stab. Tip. E. Cattaneo, 1949
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Torino), Relazione sullattivit
svolta nel quinquennio 1931-1935, Torino, Panelli, s.d.
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Torino), Relazione sullattivit
svolta nel quinquennio 1936-1940, Torino, Rattero, 1942


247
Consorzio provinciale per listruzione tecnica (Vercelli), Listruzione tecnica
nella provincia di Vercelli, Vercelli, Tip. La Sesia, 1949
Consorzio provinciale per listruzione tecnica di Novara, Consigli e informazioni
per un valido orientamento dopo la scuola media, Novara, Camera di Commer-
cio, Industria, Agricoltura e Artigianato, 1977
Consorzio provinciale per listruzione tecnica di Roma et al., Atti del Convegno
nazionale di studi sullistruzione professionale, 7-8 maggio 1955, Roma, Pinto,
1956
Convegno di istruzione professionale per dirigenti di Consorzi dirrigazione e di
aziende agricole irrigue. Tenuto a Milano dal 3 al 6 giugno 1939-XVII, Roma,
Ramo Ed. degli Agricoltori, 1940
Corsini F., Fantozzi G., Formazione professionale ira scuola e lavoro. Il ruolo
delle autonomie per una politica attiva del lavoro, Roma, Edizioni delle autono-
mie, 1983
Coscia A., Il R. tecnico industriale Lorenzo Cobianchi, Verbania Intra (Nova-
ra), Novara, Cattaneo, 1940
Cos trascorsero sessantanni di vita, 1902-1962, a cura degli Allievi e degli In-
segnanti della scuola Tipografica di Arti Grafiche e Fotografiche G. Vigliardi
Paravia e dei Corsi Serali per Lavoratori Industrie, Torino, s.n., 1962
Cossaglia O., La istruzione industriale e professionale in Italia nel 1878, Roma,
Eredi Botta, 1878
Cotto A., Nascita ed evoluzione dellIstituto Giobert, in Scuola e societ. Archi-
vi scolastici e ricerca didattica, a cura di L. Layolo, Asti, s.e., 2005
Cultura, istruzione e socialismo nellet giolittiana, a cura di L. Rossi, Milano,
FrancoAngeli, 1991
DAntone L., Lintelligenza dellagricoltura. Istruzione superiore, profili in-
tellettuali e identit professionali, in Storia dellagricoltura italiana, a cura di P.
Bevilacqua, Venezia, Marsilio, 1991, pp. 391-426
De Bartolomeis F., La formazione tecnico-professionale e la pedagogia
dellindustria, Torino, Lauri editore, 1964
De Cocci D., Listruzione professionale nellordinamento corporativo, Pisa-
Roma, s.n., 1942
De Fort E., Listruzione primaria e secondaria e le scuole tecnico-professionali,
in Storia di Torino, vol. VI, La citt nel Risorgimento (1798-1864), a cura di U.
Levra, Torino, Einaudi, 2000, pp. 587-618
De Fort E., Listruzione tecnica dal Piemonte preunitario alla riforma Gentile,
in Una scuola una citt. I 150 anni di vita dellIstituto Germano Sommeiller
di Torino, a cura di A. DOrsi, Torino, ITCS Sommeiller, 2003, pp. 25-37


248
De Fort E., Le scuole elementari, professionali e secondarie, in Storia di Torino,
vol. VII, Da capitale politica a capitale industriale (1864-1915), a cura di U.
Levra, Torino, Einaudi, 2001, pp. 645-684
De Rita G., Mutamenti nel ruolo della formazione professionale e culturale. Re-
lazione di sintesi, Torino, Einaudi, [dopo il 1960]
Debernardi Serventi M., La storia dellIstituto tecnico industriale Quintino Sella
di Biella, Biella, I.T.I.S., 1992
Dei M., La scuola in Italia, Bologna, il Mulino, 1998
Del Pozzo L., Relazione sullordinamento e sui risultamenti della tecnica istru-
zione in Vercelli. Nella solenne distribuzione dei premii agli alunni delle scuole
classiche e tecniche il 17 marzo 1873, Vercelli, Tip. Guidetti Perotti, 1873
DellEra B., Sviluppo industriale, tecnologia e istruzione tecnica nellet giolit-
tiana, tesi di laurea, Universit degli studi di Pavia, a.a. 1987-1988, rel. Giovan-
ni Vigo
Delzoppo S., La scuola a Biella nel primo Novecento, Pollone, Edizioni Leone
& Griffa,