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Cosa rester dell'Ucraina?

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REPORTAGE

Cosa rester dell'Ucraina?


Gli europeisti hanno conquistato Kiev. Ma intanto la Russia sta completando l'occupazione militare nel territorio ucraino della Crimea. Ecco cosa c' dietro la crisi che sta incendiando l'Est
di Gigi Riva Esistono Paesi che hanno il destino nel nome. E Ucraina significa confine. Se nelle Krajine croate o bosniache (stessa etimologia slava) il regolamento di conti per la supremazia sui vicini avvenuto ventanni fa perch, implosa lUnione Sovietica, sciolti i blocchi, quellarea del mondo aveva uno scarso interesse geostrategico: si scannassero pure tra di loro. Non cos a Kiev e dintorni, troppo prossimi alla Russia, dunque al fuoco di uno sconvolgimento ardente, troppo delicati e da maneggiare con cura. Tanto da collocarli in un limbo lungo una generazione, n di qua (lEuropa) n di l (Mosca). E, per proseguire nella similitudine, sar il caso di sottolineare come i Balcani adriatici erano il fronte sud dellImpero austro-ungarico e una fetta dellattuale Ucraina quello nord: le radici lunghe della storia talvolta si prendono le loro rivincite. I paragoni sono per tutti zoppi e non detto (non ancora) che il Continente debba assistere a un altro precipizio jugoslavo. Nonostante a Kharkiv, Donetsk, Odessa e Sebastopoli (in Crimea, dove hanno gi fatto la loro minacciosa comparsa pure dei blindati russi), giovanotti e meno giovani, russofoni o russi tout-court, stiano creando milizie armate per opporsi a Maidan, la Piazza della capitale, che con la sua resistenza e il suo sacrificio ha provocato il rovescio del regime prima clamorosamente corrotto e al suo crepuscolo anche sanguinario di Viktor Janukovich. Il presidente sostenuto e poi mollato da Vladimir Putin non c pi, resta tuttavia quel 48 per cento di persone che lo aveva scelto non necessariamente perch lo amasse ma perch era garanzia di difesa di interessi ed espressione di quel blocco sociale russo maggioritario ad est e a sud: una fetta dellanima al minimo divisa in due del Paese. Laltra ucraina, senza considerare il lembo polacco persistente almeno in Galizia: una pluralit conseguenza del passato di una nazione che ha conosciuto solo brevi intervalli di

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indipendenza. Sospinta verso occidente dallonda dei giovani liberali di Maidan, i pi cosmopoliti e sognatori; trattenuta dai nazionalisti estremi di Settore Destra e delle altre formazioni che pure nella stessa piazza hanno alzato le insegne di Stepan Bandera, personaggio controverso che si contamin con Hilter, ma che sono stati decisivi nel momento in cui i fucili hanno sostituito gli slogan; tirata a oriente da chi vede nel nuovo zar lunico fidato riferimento: cos strattonata lUcraina rischia di dilaniarsi. La parola brandita come una minaccia secessione. Scenario che tutti dicono di voler scongiurare almeno fino a quando la realt sul terreno non sar andata oltre. I morti sono sempre un buon carburante per le ipotesi divisorie. C ancora un po di tempo, non molto. Dipende dagli attori protagonisti che non sono ucraini, come vuole tradizione dello sventurato Paese. Ha avuto ventanni, lUcraina, per dirsi nazione. Ha sprecato fin qui loccasione, consegnandosi al potere clientelare dei pochi oligarchi che tutto hanno depredato e deciso, compresi presidenti e primi ministri, in unorgia infinita di corruzione e malaffare derubricata troppo a lungo come normalit. La Mezhyhirya, la villa incredibile di Janukovich a 20 chilometri da Kiev, col galeone, lo zoo e i mosaici simil-bizantini, solo il folclore della tracotanza. Assai pi opulenza si troverebbe se si potesse frugare nei conti di Rinat Akhmetov, il magnate suo grande sponsor, e riparato, pare, con la moglie del presidente, nella sua casa di Londra in attesa di tempi migliori. O in quello di Dmytro Firtash, fresco acquirente della Pravex Bank che Banca Intesa controllava. Gente che arriva dal passato sovietico e ha approfittato di tutte le collusioni. Mentre il Paese si spegneva, precipitava al 152 posto su 183 per corruzione (classifica di Transparency International) e al 134 su 142 per indipendenza della magistratura, cinque milioni di abitanti su 50, il 10 per cento del totale, emigravano perch ridotti alla fame (ne abbiamo cognizione anche noi con le badanti dei nostri pensionati), il Pil rimaneva stabile mentre quello dei confinanti triplicava e gli stipendi arrancavano attorno ai 300 euro. Non si vede allorizzonte un soldato della Maidan che abbia nello zaino il bastone da Maresciallo, un leader capace di affrontare la prova tremenda dello sfascio economico con 35 miliardi da trovare subito pena il dichiarare la bancarotta. N pu esserlo la tanto reclamizzata Yulia Timoshenko, popolare allestero, assai meno in patria, nonostante lempatia umana per il carcere duro subto e la sedia a rotelle su cui ridotta. Anche lei partecip alla grande abbuffata, signora del gas e delle conseguenti mazzette, si gi giocata la sua chance. Tanto che nelle cancellerie si sussurra, nel linguaggio della diplomazia, che la donna con la treccina parte del problema e non parte della soluzione.

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A meno che esista, ma va scoperta, una Yulia 2.0, mondata dal carcere, sinceramente pentita e rivolta, negli anni della piena maturit, al bene comune. Maidan non la ama, le ha tributato sorrisi stiracchiati, e la accomuna al suo nemico Janukovich, legati a filo doppio per la stessa brama di potere, simul stabunt simul cadent. Si presenter, la Timoshenko, alle presidenziali del 25 maggio, stesso giorno in cui altrove si voter per quellEuropa che sta dietro langolo, che difficilmente si riuscir ad afferrare almeno nei tempi stretti. Ma quale che sia il futuro Capo dello Stato e il futuro premier (dopo una revisione Costituzionale che ridar centralit al Parlamento) lUcraina sar per forza, nel futuro prevedibile, a sovranit limitata, con una parte delegata a chi sar pi generoso nellallargare i cordoni della borsa. Il Fondo monetario internazionale ha gi detto di non poterne mettere a sufficienza per coprire il fabbisogno urgente. LEuropa, troppo a lungo dimentica di questa sua appendice, si fa avanti soprattutto con Angela Merkel e i polacchi, vicini assai coinvolti. Dallaltra parte, la Russia di Putin che ferma gli aiuti perch vede minacciati i nostri interessi e quelli dei nostri cittadini e minaccia di chiudere i rubinetti del gas, o quantomeno di alzare quel prezzo di favore che aveva sempre riconosciuto alla Repubblica sorella perch non morisse di freddo. Eppure saranno costrette a parlarsi, lEuropa e la Russia, sarebbe troppo pericoloso non avere, sulla faglia di frattura di due mondi, uno Stato cuscinetto, modello Finlandia, che assorba le potenziali tensioni causate da mercati diversi e da una diversa alleanza militare. folle pensare che, a causa di Maidan, lo zar possa mollare lUcraina. Non solo per la fine del suo sogno di Unione eurasiatica che la contempla ed pedina fondamentale per la ricostruzione di un impero (almeno un impero moderno), non solo perch nella Crimea regalata a Kiev dallucraino Kruscev (durante una notte di sbronza vuole la leggenda) ha la sua flotta, ma anche perch 1.200 anni fa fu su quella terra che si form lembrione del regno russo. Dunque con Putin bisogner scendere a patti. O rassegnarsi a una secessione pericolosa e dagli effetti, compresi quelli estremi, imprevedibili. Anche perch, tra i due litiganti, ne fa capolino un terzo. Lavete indovinato? sempre lo stesso, si chiama Cina. Ha il pregio, agli occhi degli ucraini, di non voler incidere sulle dinamiche dei governi. Gli basta fare business. LUcraina, si sa, un granaio. Una vasta pianura con terra tra le pi fertili del pianeta. Una corporation di Pechino ha gi acquistato centomila ettari che diventeranno tre milioni a breve: il 5 per cento del territorio. Si chiama land grabbing e non si fa solo in Africa, anche nellEuropa che, per disperazione, si mette in vendita.

03 febbraio 2014

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