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Francesco Lamendola

CONVERSAZIONI FILOSOFICHE Prima parte: CASO E DESTINO

(Questo articolo stato pubblicato sui "Quaderni" dell'Associazione Filosofica Trevigiana, ora Associazione Eco-Filosofica: la prima parte sul n. 4 del 2003, anno XXIV, pp. 21-40; la seconda parte uscita (in due puntate) sul quaderno n.5 dello stesso anno, pp. 29-38, col titolo "Ordine e disordine", e sul numero 7, pp. 6-17, col titolo "Tempo e irreversibilit"; la terza, col titolo "La matematica e la natura", sar pubblicata in uno dei prossimi numeri). SOMMARIO CONVERSAZIONI FILOSOFICHE: Parte prima: Primo giorno: Caso e destino; Secondo giorno: Necessit e libert. Parte seconda: Terzo giorno: Ordine e disordine; Quarto giorno: Tempo e irreversibilit. Parte Terza: Appendice: la matematica e la natura.

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PRIMO GIORNO: CASO E DESTINO Era bello, nell'aria fresca del mattino, passeggiare lungo i viali ombrosi del giardino, respirare il profumo dei fiori e delle piante aromatiche, ascoltare il chioccolo dell'acqua presso le fontane tappezzate di muschio. L'estate spargeva la sua dolce fragranza sulle cose, disseminava cirri leggeri nel cielo altissimo d'un blu cobalto, fasciava di luce dorata la tenue peluria dei frutti maturi sui rami. E ovunque si diffondeva il canto melodioso degli uccelli, fresco e argentino, come nel primo giorno della creazione del mondo.

- Caso, destino: che importa? - chiedeva Sandra, guardandomi da sotto le lunghe ciglia nere, con quel suo sguardo azzurro tra enigmatico e divertito, forse lievemente ironico. - Gi, che importa? -, risposi meditabondo. Per un po', restammo in silenzio. Non si udiva che il chioccolo della fontana,sempre eguale eppure mai monotono. Da qualche parte, in lontananza, un gallo cant tre volte, ma il suono quasi si perse nel tremolo indistinto dell'aria. SANDRA: -Vedo che non sei convinto - riprese poi, giocherellando fra i sassolini con la punta del sandalo. - Per te fa differenza, vero? GIULIANO: - Ma s, non posso negarlo. questo il mio problema. SANDRA: - E posto che si riuscisse a risolverlo, pensi che sarebbe diverso qualcosa? GIULIANO: - Forse. SANDRA: - Va bene, allora. Ricominciamo tutto daccapo. Alcuni sostengono che la vita dominata al caso, altri che guidata dal destino. Giusto? GIULIANO: - Giusto. Ma prima, propongo di esaminare bene questi due termini. SANDRA: - Ti dar una definizione di caso: ci che avviene in modo imprevedibile, senza alcuna logica apparente. GIULIANO: - Imprevedibile per chi? SANDRA: - Per gli esseri umani, si capisce. GIULISANO: - Sar duro di comprendonio, per vorrei capire meglio. Vuoi farmi un esempio. SANDRA: - Ecco: ora mi alzo da questa comoda panchina in stile liberty, e mi avvio verso il roseto. Prendo, cio, a sinistra. Ma avrei potuto anche prendere a destra. La mia decisione di andare a sinistra era imprevedibile, perch casuale. GIULIANO: - Imprevedibile per me? SANDRA: - Anche per me. GIULIANO: - Ne siamo sicuri? SANDRA: - Spiegati meglio. GIULIANO: - Secondo me, se hai deciso di prendere a sinistra, c'erano un milione di ragioni che ti spingevano ad agire cos. SANDRA: - Ma ero libera; potevo benissimo andare a destra. stata la mia volont GIULIANO: - Casuale anche quella? SANDRA: - Forse no, devo ammetterlo. Ora capisco cosa vuoi dire. GIULIANO: - Che il caso non esiste, n pi n meno. Quello che a noi sembra imprevedibile, lo etichettiamo "caso", e non ci pensiamo pi. Ma il fatto che noi non disponiamo di tutti gli strumenti per spiegare un fenomeno, non significa che esso sia casuale. Non pi di quanto significhi che soprannaturale. SANDRA: - Infatti, avevo detto "senza logica apparente". Ma una logica, forse, c' sempre. Cio, una concatenazione causale, pi o meno aggrovigliata. Per, mi viene alla mente un'obiezione. Quando getto in aria una moneta, quale logica causale decide in favore della "testa" o della"croce"? GIULIANO: - Il calcolo probabilistico, suppongo. SANDRA: - Che non d certezze. Altrimenti, avremmo scoperto il metodo sicuro per sbancare le case da gioco. GIULIANO: - E tuttavia, il fatto che non si possa predire un evento non significa che esso sia privo di necessit, che sia casuale. Certo vi sono delle ragioni se
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cade "testa" piuttosto che "croce": il movimento impresso alla moneta, suppongo. Ne convieni? SANDRA: - S, mi hai convinta. solo la nostra ignoranza a farci parlare di "caso". Caso il nome che diamo a ci che non sappiamo spiegare, n prevedere. GIULIANO: - Bene. Abbiamo visto che il caso non esiste. Ora passiamo all'altro corno del dilemma: il destino. Vuoi suggerirmi una definizione? SANDRA: - In senso stretto, una cieca forza che guida inesorabilmente le vicende umane. GIULIANO: - Gi, come in Omero: una forza perfino superiore al volere degli di. SANDRA: - Ricordo, infatti, che alla morte di Sarpedonte lo stesso Zeus non riesce a trattenere il pianto. (1) GIULIANO: - E in senso lato? SANDRA: - La necessit. GIULIANO: - Scusa, vuoi darmi una definizione anche di questa? SANDRA: - Vediamo, devo pensarci un poco. Be', ritengo che la necessit si possa definire come lo svolgimento logico delle leggi naturali. GIULIANO: - Per cui, quando si dice che nessuno pu sfuggire al proprio destino, s'intende semplicemente SANDRA: - Che nessuno pu eludere le leggi della natura. Per, detto cos, suona piuttosto banale, non trovi? GIULIANO: - Diciamo spogliato di quell'aura tremenda e misteriosa di cui gli antichi, appunto, lo avevano avvolto. SANDRA: - Via la poesia della Moira, dunque. Che cosa resta, caro il mio volterriano? GIULIANO: - Lasciamo perdere Voltaire, che del resto non mi troppo simpatico. Resta la ovvia constatazione che le cose accadono come accadono, perch non possono accadere altrimenti. SANDRA: - E non questo un misero senno del poi, solo paludato in vesti un po' pi sontuose? GIULIANO: - A noi fa questo effetto, per il solito motivo: che non abbiamo la capacit di prevedere n, a volte, quella di spiegare. SANDRA: - E ci non equivale a dire che anche la visione del destino come necessit naturale non altro che una forma di fede? GIULIANO: - Vuoi dire una credenza come un'altra? Accordato. Ma ci, a ben guardare, vale per ogni aspetto della conoscenza umana Se potessimo conoscere in altro modo, ossia con un assoluto grado di certezza, vorrebbe dire che saremmo noi stessi gli autori della realt. Solo Dio pu avere conoscenze certe, avendo lui creato il mondo. SANDRA: - E siccome tu non credi in Dio GIULIANO: - il che, ovviamente, una forma di credenza come un'altra SANDRA: - Questo significa che qualunque credenza vale come qualsiasi altra? GIULIANO: - Bella domanda. D'istinto vorrei poter rispondere: no, naturalmente. Sai, mi danno particolarmente fastidio certe superstizioni religiose, quelle che il popolo vive come un forma evidente di alienazione. Vorrei, quindi, poterti dire che la credenza nell'ebollizione del sangue di san Gennaro non ha lo stesso valore della conoscenza delle leggi fisiche e chimiche, secondo le quali simili cose non possono mai accadere SANDRA: - ma? GIULIANO: - Ma bisogna essere coerenti. Se ogni forma di conoscenza umana parziale e provvisoria, bisogna avere l'onest intellettuale di abbracciare il pi
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coerente anarchismo gnoseologico. La pratica dello sciamano vale quanto gli studi di medicina nelle migliori universit occidentali, senza contare che SANDRA: - Senza contare che? GIULIANO: - Gli sciamani, spesso, guariscono i loro pazienti. La qual cosa non si pu sempre dire dei nostri luminari della medicina occidentale. Per non parlare della psichiatria SANDRA: - E io che ti ho chiamato un volterriano GIULIANO: - Bene, propongo di tornare al nostro assunto iniziale. Abbiamo visto che "caso" e "destino", a dispetto della loro, diciamo cos, noma, indicano tutt'altro che due realt opposte e inconciliabili. SANDRA: - Infatti, secondo te, le leggi naturali sono l'unico arbitro della nostra vita. Dico bene? GIULIANO: - S. L'unico. SANDRA: - Sbaglio, o c' qualcosa in te che si ribella a siffatte conclusioni? GIULIANO: - Hai la vista acuta, Sandra. Non che si ribella, comunque. Qualcosa che non resta pienamente appagata e soddisfatta: lo ammetto. SANDRA: - Che cosa, esattamente? GIULIANO: - Quella parte di me che vorrebbe credere da un lato nel libero arbitrio, cio nel fatto che possiamo sottrarci a un meccanismo naturalistico assoluto; dall'altro in uno scopo, in una causa finale del fenomeno "vita". SANDRA: - Per pensi che si tratti di residui irrazionali, vero? GIULIANO: - Gi. Pi o meno. SANDRA: - E se tu decidessi di dare pienamente voce e libert a questa parte di te, che non vuole rassegnarsi? GIULIANO: - Sarebbe come barare con le proprie debolezze. Non c' nulla di male ad avere delle debolezze: umano. Il male eludere il problema, costruendo delle mitologie rassicuranti per esorcizzare le paure che da quelle debolezze nascono. SANDRA: - Per esempio? GIULIANO: - Tutti abbiamo paura del nulla. Allora c'inventiamo gli di, che vegliano amorevolmente su di noi e danno un ordine, un senso all'Universo. Rifletti che "kosmos", in greco antico, significa prima di tutto "ordine" e solo in ultima accezione "Universo"; mentre nelle lingue moderne "cosmo" senz'altro sinonimo di "Universo". Questa esigenza di ordine, di razionalit, che per gli antichi era una componente della loro "Weltanschauung", per noi diventata una certezza rassicurante e preconfezionata, un prodotto gi bello e pronto per il consumo intellettuale SANDRA: - E tornando al caso e al destino? GIULIANO: - Noi vediamo che la realt disordine: disordine crescente. Aumento di entropia, per dirla col linguaggio della fisica. Allora sorge in noi il bisogno di ordine. Nulla di male, in questo. Qualunque sistema, per poter semplicemente esistere, richiede una diminuzione locale dell'entropia. Ma a noi non basta. Vogliamo certezze, certezze per tutta la vita e perfino oltre: vogliamo Paradisi ove saremo felici in eterno. Perci, invece di condurre la nostra onesta battaglia locale contro l'aumento di entropia, sapendo che comunque perderemo la guerra, neghiamo addirittura che il disordine esista. Affermiamo che questo bisogno di ordine, che in noi, testimonia l'esistenza di un ordine pi alto, che per cos dire occultato nell'esperienza quotidiana, ma che bisogna saper vedere al di l della contingenza. Il caso ci appare come una manifestazione di disordine, dunque tendiamo a negarlo; e quanto al destino, ci sembra una forma di "ordine" un po' troppo autoritaria, e allora neghiamo
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anche quello. Resta la libert della coscienza, naturalmente: cio, almeno cos, di primo acchito, quella che pare una forma di ordine. Questo s che ci soddisfa, e noi non vogliamo la verit, ma quelle pseudo-verit che blandiscono e accarezzano le nostre umane debolezze SANDRA: - Mi sembra di capire che sei irrimediabilmente in lotta con te stesso GIULIANO: - Spiegati meglio. SANDRA: - Anche tu vorresti poter credere che la realt ordine; che la vita ha uno scopo; che la volont e la razionalit sono in grado di guidarci attraverso il caos dell'esistenza. Ma vuoi negare a te stesso questa speranza, ti senti in dovere di respingerla come una forma di "debolezza". GIULIANO: - No, ti ripeto: non mi vergogno di questa debolezza, ma mi vergognerei moltissimo se, per non avere il coraggio di riconoscerla come tale, m'inventassi realt che non esistono SANDRA: - Poco fa, per, abbiamo convenuto che ogni forma di conoscenza una semplice credenza. Come fa, allora, ad essere tanto sicuro che certe cose non esistono? GIULIANO: - Toccato. SANDRA: - Abbiamo sostenuto, infatti, che ogni credenza relativa, che tutte hanno diritto di cittadinanza. La filosofia, poi, non fa altro che fornire un'appropriata impalcatura "logica" alle nostre credenze. GIULIANO: - vero. Consentimi per di abbracciare quelle credenze che a me paiono avere un maggior grado di probabilit o, se preferisci, che mi appaiono meno improbabili. SANDRA: - Va bene. Ma vuoi dirmi perch l'idea di un mondo ordinato ti appare tanto improbabile? GIULIANO: - Semplicemente per ragioni empiriche. Questo quello che a me sembra di vedere. Se altri vedono le cose diversamente, vorr dire che usano occhiali con le lenti diversamente colorate SANDRA: - E, oltre che disordinata, suppongo che la realt ti appaia anche assurda GIULIANO: - S, assurda. SANDRA: - Cio, priva di senso e priva di scopo. GIULIANO: - Esatto. Naturalmente, sta a noi tentare di darglielo. SANDRA: - Per? GIULIANO: - Per estremamente difficile. Dare un senso all'assurdo, non cosa tanto semplice. ben vero che noi dobbiamo tentare: fa parte del nostro dovere. SANDRA: - Perch parli di dovere? Dovere verso chi o verso cosa? GIULIANO: - Verso noi stessi, e anche verso gli altri. SANDRA: - Ma se tutto assurdo, da dove hanno origine tali doveri? GIULIANO: - Da una di quelle esigenze profonde che sono dentro di noi, perch fanno parte della nostra natura. Proprio come l'esigenza di libert e l'esigenza di ordine. SANDRA: - Che, per, avevi definito "debolezze" GIULIANO: - Quando non vengano riconosciute come nostri bisogni, ma poste come leggi della realt SANDRA: - E, cos come l'esigenza dell'ordine non implica affatto l'esistenza dell'ordine, o quella della libert l'esistenza della libert, non potremmo pensare che l'esigenza del "dovere" sia un semplice abbaglio?
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GIULIANO: - Certo, potremmo pensarlo. In realt, io non sono in grado di motivarti razionalmente codesta esigenza etica. "Sento" che dobbiamo lottare contro l'assurdo e contro il disordine che caratterizzano la condizione umana, anzi, la condizione universale. Ma se mi chiedi perch dobbiamo farlo, posso dirti soltanto: per cercare di star bene con noi stessi, e per non aggiungere sofferenze agli altri. Di pi non so, n pretendo di sapere. SANDRA: - Capisco. GIULIANO: - A che cosa stai pensando, cos assorta? SANDRA: - A quello che ti ho detto poco fa: che penso che tu sia continuamente in lotta con te stesso. GIULIANO: - Pu darsi. Ma la contraddizione, pi che un fatto mio privato, credo sia parte di una condizione universale. Noi non chiediamo di venire al mondo, ma qualcuno lo decide per noi. Non vorremmo soffrire n far soffrire, invece provochiamo l'una cosa e l'altra. Molto di quel che riusciamo a realizzare, lo strappiamo letteralmente agli altri. Alla fine, dopo vane speranze e vani timori, veniamo precipitati nel nulla donde uscimmo: e anche questo non lo vorremmo, anzi, la cosa che temiamo di pi. Al punto da esserci inventati di e dmoni, inferni e paradisi, per esorcizzare una paura cos grande. Stando cos le cose, ci arrabattiamo come meglio possiamo. E se cadiamo in contraddizione, credo sia un segno della nostra generosit: sarebbe pi semplice lasciare che le cose vadano come devono andare, seguire la corrente dell'assurdo anzich opporvisi. SANDRA:- Consentimi un'altra obiezione, e non sul piano morale ma su quello logico. Opporsi all'assurdit del reale presuppone un libero esercizio della volont. Ma, poco fa, non lo avevi negato, in nome della inesorabile necessit delle leggi naturali? Non avevi detto che, se io ora mi alzo da questa panchina e mi avvio da una parte anzich dall'altra, la mia apparente decisione stata in realt il prodotto di milioni di ragioni, interne ed esterne GIULIANO: - Va bene, d'accordo. Ho detto proprio cos. SANDRA: - E allora? GIULIANO: - Niente. una contraddizione anche questa, e fa parte anch'essa della contraddittoriet della condizione umana. Usando il linguaggio comune, dico che noi dobbiamo cercar di estrarre un minimo di ordine dal caos, un minimo di senso dall'assurdo. Ma so bene che, se siamo in grado d'immaginare una tale operazione, perch le leggi naturali - il patrimonio genetico, le esperienze infantili, l'ambiente sociale e tutto il resto - ci spingono a farlo. In definitiva, bisognerebbe domandarlo alla natura, perch "sentiamo" in maniera cos contraddittoria: uno dei regali ch'essa ci ha fatto, mettendoci al mondo. SANDRA: - Ma in realt, siamo tutti determinati in maniera necessaria? GIULIANO: - S. SANDRA: - O magari influenzati, ma non interamente determinati? GIULIANO: - Anche qui, siamo nel campo delle semplici credenze. SANDRA: - E la tua credenza, qual ? GIULIANO: - Credo che ci resti un minimo di libert: ma non sempre e non a tutti. Solo a pochi fortunati SANDRA: - Fortunati o coraggiosi? GIULIANO: - Quei pochi che hanno la fortuna di essere dei coraggiosi. SANDRA: - Va bene, non insisto. Ho capito che, per te, siamo zimbelli di una natura incomprensibile, come gli eroi di Omero sono zimbelli del Fato SANDRA: - Pi o meno, penso si possa dire cos. E tu, invece, che cosa credi? SANDRA: - Riguardo alla libert dell'uomo? Non lo so
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GIULIANO: - Di, non cercare di schermirti. Bttati. SANDRA: - E sia. La mia credenza, e sottolineo credenza, che forse qualcosa c'. GIULIANO: - Qualcosa in che senso? SANDRA: - Qualcosa. GIULIANO: - Di, non fare la misteriosa. SANDRA: - Ordine, senso, scopo, dio: chiamalo come ti pare. Qualcosa capace di ricomporre il non-senso dell'esistenza, e che non solo nella coscienza di pochi individui fortunati. Ma neppure io saprei dartene una spiegazione convincente. In realt, non sono affatto sicura. una sensazione, pi che un ragionamento. E, naturalmente, una speranza, GIULIANO: - Alle donne si addice la speranza. Lo dico seriamente, senza alcuna ironia. SANDRA: - E perch? GIULIANO: - Perch trasmettono la vita. Come potrebbero continuare a farlo, se fossero del tutto prive di speranza? A questo punto cadde il silenzio. Entrambi eravamo immersi in profonde riflessioni. Un usignolo scese dalle fronde e si pos sull'orlo della fontana, per bere. Restammo un po' a guardarlo, poi lo seguimmo quando vol via e and a posarsi in cima a un sambuco. - Andiamo - disse Sandra, alzandosi, alla fine. - Ripenseremo a quel che abbiamo detto, con la calma, e forse ne ricaveremo qualcosa. Mi avviai al suo fianco. Era quasi mezzogiorno. Il vialetto, ormai inondato di sole, risuonava tutto del frinire delle cicale. &&&&

SECONDO GIORNO: NECESSITA' E LIBERTA' GIULIANO: - Allora, Sandra, hai dormito bene? SANDRA: - S, di notte incomincia a rinfrescare, non c' pi quel caldo afoso dei giorni scorsi. Ma non ho potuto fare a meno di rivolgere nella mente mille pensieri GIULIANO: A proposito di cosa? SANDRA: - Delle cose di cui abbiamo parlato ieri. Molte, in verit; forse troppe. Su un punto, comunque, ho continuato a interrogarmi ti va di parlarne? GIULIANO: - Ma certo. SANDRA: - il problema della libert. Per me, costituisce un punto fondamentale. Anche se sono d'accordo che noi non possiamo andare molto oltre la semplice credenza, mi pare questione troppo importante stabilire se noi siamo semplici strumenti delle leggi naturali, semplici burattini, insomma, di una rega sconosciuta; o se abbiamo in pugno il nostro destino (uso la parola "destino" nel significato pi generico e tradizionale), e sia pure solo in parte
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GIULIANO: - Non ti piace l'idea di essere un burattino? SANDRA: - No, per niente. E credo non piaccia neppure a te. GIULIANO: - Oh, quanto a questo, hai indovinato. SANDRA: - Per ritieni che si debba essere onesti con s stessi; non abbellire o attenuare la verit, ma guardarla dritto in faccia, vero? GIULIANO: - Infatti. SANDRA: - Be', se non ti dispiace, vorrei riesaminare daccapo questo punto. GIULIANO: - Per me va bene. Anzi, guarda, se tu riuscissi non dico a convincermi, ma a instillarmi solo anche un ragionevole dubbio che noi siamo liberi di sentire, pensare, agire; che noi siamo liberi di essere: te ne sarei immensamente grato. Non chiedo altro che di poterci credere, ma non sulla base di semplici emozioni o speranze o desideri. SANDRA: - Vediamo. Si potrebbe partire dal principio, per esempio. Tu affermi che unico principio regolatore della realt la forza meccanica della natura, i cui scopi (ammesso che ve ne siano), sono peraltro a noi totalmente incomprensibili. Giusto? GIULIANO: - S, cos. SANDRA: - E la natura, di che sostanza fatta? GIULIANO: - Di materia ed energia. Forse soltanto di energia. Non lo so esattamente, pare che neanche gli scienziati lo sappiano, per il momento. SANDRA: - E questa energia, da dove ha avuto origine? GIULIANO: - Vedo dove vuoi arrivare. Ma non sperare che ti risponda: "dal Big Bang". Tu mi domanderesti allora: e prima?; e io dovrei rispondere: da un altro Big Bang; e cos via. SANDRA: - e come vuoi rispondermi, allora? GIULIANO: - Senti, secondo me nessuno ha posto questo problema con la chiarezza di Anassimandro, uno dei primi filosofi greci, duemilacinquecento anni fa. All'origine di tutte le cose vi una sostanza unica, un principio (arch) infinito e indeterminato (peiron), da cui esse provengono e in cui si dissolvono. Dopo di lui, la filosofia occidentale non ha fatto alcun passo avanti in tale direzione. Se l'peiron infinito, perfettamente inutile chiedersi da dove ha avuto origine e che cosa c'era prima di esso. Capisci? SANDRA: - E questa spiegazione ti soddisfa? GIULIANO: - Onestamente no, ma non ne conosco una migliore. SANDRA: - come rinunciare a porre la domanda. GIULIANO: - Ne convengo. Ma vi sono domande che presuppongono possibili risposte, altre che sono del tutto al di fuori della nostra portata. Bisogna avere l'umilt di riconoscere la nostra piccolezza. SANDRA: - Non sarebbe pi umile, tuttavia, lasciare aperta la porta alla possibilit di un principio che trascenda, e non solo cronologicamente, la materia? GIULIANO: - Questione di punti di vista. SANDRA: - A te sembrerebbe una fuga nell'irrazionale, vero? GIULIANO: - Peggio: nella metafisica. Dove possibile tutto e il contrario di tutto. SANDRA: - Va bene; lasciamo perdere la questione dell'origine del tutto. Proviamo ad affrontare il problema della libert da un altro lato. Tu sostieni che ogni azione della volont illusoria, perch determinata anch'essa dalle leggi naturali. Se cos fosse, noi non avremmo alcun merito del bene, n alcuna responsabilit per il male che facciamo.
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GIULIANO: - Non credo che l'aspetto etico del problema ci aiuter pi di quello gnoseologico. Comunque, tentiamo. E cominciamo al fatto che "bene" e "male" sono termini relativi, sempre in relazione a colui che li pone e, quindi, privi di universalit e necessit. SANDRA: - Non c' una legge etica assoluta? GIULIANO: - Non c'. SANDRA: - Bene, di questo parleremo un'altra volta. Suppongo sia di per s un argomento fin troppo impegnativo. GIULIANO: - Resta l'altro aspetto della questione: se siamo responsabili delle nostre azioni. Io penso di no. SANDRA: - Mi meravigli. Non parlavi, proprio ieri, di doveri che abbiamo verso noi stessi e verso gli altri? GOIULIANO: - S, certo. SANDRA: -E questi doveri da dove provengono, se non esistono n il bene, n il male; se non esiste una libera scelta da parte nostra? GIULIANO: - Dalla nostra coscienza. Ma essa non il regno della libert, non pi di quanto lo sia la natura fuori di noi. SANDRA: - Spiegati meglio. GIULIANO: - Alcuni di noi "sentono", in determinate circostanze, di dover agire in un determinato modo; anche, lo ammetto, contro la loro convenienza e la loro comodit. Non dico contro il loro interesse, perch il nostro interesse, inteso come principio-guida della conservazione, alla base di tutte le leggi naturali SANDRA: - Sicch, non esistono azioni disinteressate? GIULIANO: - No, non esistono. SANDRA: - E l'amore? GIULIANO: - L'amore la meno disinteressata di tutte. SANDRA: - Anche l'amore verso l'umanit del profeta, del martire, del missionario, del santo? GIULIANO: - L'amore sempre, in primo luogo, amore di s stessi, dunque il travestimento preferito di quel principio di autoconservazione che la molla di ogni azione; e non solo umana, ma di qualsiasi essere vivente. SANDRA: - Be', ammetterai che c' di che restar pensierosi. Devo rifletterci. Anche su questo argomento, credo mi piacerebbe ritornare con pi calma, una volta o l'altra. Ma ritorniamo al punto GIULIANO: - Il punto , dicevo, che alcuni di noi sentono, a volte, di dover agire in un certo modo: e questo tutto. Non significa che siamo veramente liberi di agire, non significa che potremmo agire in un altro modo. Quando scegliamo, crediamo che sia cos: ma solo un'illusione. Non si sceglie niente, in realt. SANDRA: - Questo peggio di un'ironia: un incubo. Se fosse come tu dici Niente, mi vengono i brividi solo a pensarci. GIULIANO: - Vuoi provare tu ad offrirmi qualcosa di meglio? Per me, non chiederei altro che di essere convinto del contrario. Ho esaminato e riesaminato questo punto mille volte dentro di me, credimi. SANDRA: - D'accordo, voglio provare a individuare un altro possibile punto di vista. Non sar facile, ma voglio provarci. Intanto, per, passeggiamo lungo i vialetti: penso meglio quando sono in movimento, anzich stando seduta. Bello questo giardino, vero? GIULIANO: - Paradisiaco. A proposito, in greco "pardeisos" significa appunto giardino, e viene dall'antico persiano "pairi-daeza", "luogo recintato".
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SANDRA: - Ecco perch il libro della Genesi parla del Paradiso Terrestre come di un giardino GIULIANO: - Gi. Infatti, quel libro venne composto nella regione di Babilonia,durante l'esilio del popolo ebreo: e la Persia ai confini della Mesopotamia. SANDRA: - Ti ringrazio di queste dotte spiegazioni. In effetti, all'ombra di queste piante si sta bene come in un autentico paradiso. E immagino che per i popoli del Medio Oriente, da sempre alle prese con la scarsit d'acqua e con la progressiva desertificazione (2), "paradiso" fosse sinonimo di luogo ricco di acque correnti, quindi ricco di piante e animali GIULIANO: - E quando un italiano o un tedesco o un americano piantano un verde giardino attorno alla propria abitazione, senza saperlo inseguono quel mito antichissimo, quella nostalgia di paradiso che entro di noi. SANDRA: - Gi. Ma i Greci e i Romani, secondo me, se ne intendevano molto pi dell'uomo moderno; non attorno alla casa, ma al centro della casa costruivano il loro giardino-paradiso, con le stanze pi interne affacciate tutt'intorno GIULIANO: - Come i monaci dei conventi medioevali, coi loro chiostri. SANDRA: - Passando attraverso il giardino dell'architettura araba tardo-antica Bene, questa digressione stata piacevole. Ricordo, da studentessa, la descrizione del giardino di Alcinoo, nell'isola dei Feaci: una delle pagine pi suggestive, per me, dell'intera Odissea. (3) Ma torniamo a noi. Comincer dicendoti che io non condivido il tuo pessimismo n il tuo fatalismo, condivido per il rifiuto di qualsiasi ideologia consolatoria. Quindi, sono a favore di un'idea della libert della coscienza, non perch non sopporto l'idea che siamo dei miseri burattini di un fato ineluttabile, ma perch "sento" che il nostro senso etico deve aver origine da qualcosa di positivo. Certo, non posso dimostrartelo in un modo che vada oltre la mera "credenza", tuttavia cercher di spiegarti meglio questa mia persuasione. Ricordi quel periodo in cui stavo male, due anni fa? Mi pareva di essere in fondo a un pozzo nero e profondissimo GIULIANO: - S, ma perch rievocare un passato tanto spiacevole? SANDRA: - Perch in quei giorni orribili ho avuto la consolazione di trovarmi accanto un amico leale e discreto, che mi ha aiutata per puro altruismo. GIULIANO: - E chi sarebbe questo buon Samaritano? SANDRA: - Tu, naturalmente. GIULIANO: - Eh, via! SANDRA: - No, dico sul serio. Ebbene: se riuscir a dimostarti che l'azione disinteressata esiste; che non tutto soggiace alla legge inesorabile dell'autoconservazione: alla fine, forse, avremo aperto una breccia nel muro della necessit naturale. Cos, forse potremo concludere che la libert morale esiste, dopotutto; che non soltanto inganno e illusione. GIULIANO: - Spiacente di deluderti, ma l'azione totalmente disinteressata, cio totalmente sciolta dal principio di autoconservazione, non esiste. Tutti abbiamo un tornaconto, magari inconscio; nessuno "puro". SANDRA: - E il tuo qual era, in tal caso? GIULIANO: - Non scendiamo troppo nel personale. Propongo di mantenere la conversazione entro binari pi generali. SANDRA: - Sembrerebbe quasi una fuga: non da te. Allora, qual era il tuo tornaconto? GIULIANO: - Che ne so? Dovrei psicanalizzarmi. Ma c'era, stanne sicura.
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SANDRA: - E va bene. C'era. Ma chi pu dire che ci sia sempre e comunque? Chi pu farne una legge? Come fai a sostenere che il dottor Schweitzer non ha meriti, n Hitler ha colpe? GIULIANO: - Non dico che costruire lebbrosari o gasare milioni di persone sia indifferente. Dico che noi non siamo liberi nel nostro agire, che siamo condizionati e imprigionati da milioni di fattori. SANDRA: - Condizionati al cento per cento? GIULIANO: - Al cento per cento. Siamo quello che siamo, perch non potremmo essere altrimenti. SANDRA: - Questo non rischia di essere un mero "senno del poi"? Poich le cose sono andate in un certo modo, si afferma che non avrebbero potuto andare diversamente GIULIANO: - Ascolta. Se metto una bilia sul vertice di un cono, da che parte cadr? SANDRA: - Non lo so. Ma dopo che caduta da un lato, dirai che non poteva fare diversamente GIULIANO: - Ed cos, infatti. La direzione del vento, per esempio SANDRA: - Ma in una stanza chiusa? GIULIANO: - Il modo, necessariamente imperfetto, in cui l'abbiamo posta sulla punta del cono SANDRA: - E sia. Ma le azioni umane, le scelte etiche, sono proprio la stessa cosa? GIULIANO: - E perch no? SANDRA: - Perch noi non siamo palline di vetro! GIULIANO: - Oh bella. E che cosa siamo? Atomi, cio palline; siamo milioni di palline in equilibrio pi o meno statico SANDRA: - Vada per i nostri corpi. Ma l'anima? GIULIANO: - Che cos' l'anima? SANDRA: - L'anima, la psiche, la coscienza, il soffio vitale: chiamala come ti pare. GIULIANO: - Palline un po' pi sottili, in equilibrio un po' pi dinamico SANDRA: - Lascia stare il tuo Lucrezio, il tuo Epicuro e il tuo Democrito. Del resto, anche Lucrezio nel De rerum natura ha dovuto introdurre il concetto di "clinamen"(4), per spiegare come queste benedette palline un bel momento, deviano dalla verticale: altrimenti cadrebbero eternamente nel vuoto, senza toccarsi, e nulla si formerebbe al mondo di quel che esiste, nulla potrebbe nascere. GIULIANO: - Sandra, ti ho detto come la vedo io, in questa faccenda; perci non burlarti di me. Ma ora dimmi come la vedi tu. Considerami gi confutato, se vuoi; ma proponimi qualche cosa di meglio delle palline che si muovono in base a precise leggi fisiche SANDRA: - Lo far, se mi consenti di ricorrere a un mito. GIULIANO: - Come mai? SANDRA: - Per i razionalisti come te, la mitologia solo una forma prescierntifica, quindi "inferiore", di conoscenza della realt. Secondo me, invece e non solo i cosiddetti popoli primitivi la pensano cos, ma anche i sapienti orientali e lo stesso Platone - il mito una forma simbolica di conoscenza, capace di spingersi nelle regioni aspre e difficili, dove il ragionamento strettamente logico non trova alimento sufficiente per sopravvivere. Una forma simbolica e ipotetica di conoscenza, dico, diversa ma niente affatto inferiore a
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quella scientifica. E teniamo ben presente, sia detto per inciso, che anche la scienza procede per ipotesi GIULIANO: - . Che poi va a verificare mediante l'esperimento. SANDRA: - Questo accadeva al tempo della scienza galileiana. Oggi, quale Einstein potrebbe "verificare" la teoria del Big Bang? O dell'espansione dell'Universo? Quando i calcoli della fisica si basano su entit non misurabili, anzi nemmeno certe, come, ad esempio, i neutrini (5) o i tachioni (6) GIULIANO: - Va bene, mi hai convinto. Anche le ipotesi scientifiche raramente sono dimostrabili, al giorno d'oggi. SANDRA: - Del resto, non sostenevi ieri il pi completo anarchismo epistemologico? Ogni forma di conoscenza ha gli stessi titoli di legittimit di qualsiasi altra GIULIANO: - S, vero. Ammetto la contraddizione e non cerco scuse. Allora, sentiamo questo racconto mitologico, intendendo "mito" come forma sapienziale. SANDRA: -Hai presente quel frammento di Archiloco in cui il poeta dice d'essere stato costretto ad abbandonare lo scudo in guerra, per salvarsi la vita? (7) GIULIANO: - S, lo ricordo bene. Il poeta dice d'aver perduto qualcosa di molto bello e caro, e vive con tutta la sua intensa umanit quella perdita SANDRA: - Il che non gli impedisce di concludere con quel verso: "Che m'importa di quello scudo? Di nuovo me ne procurer uno migliore", che ha fatto dannare generazioni di filologi GIULIANO: - Perch cos in contrasto con l'etica greca: pare quasi che egli si vanti di un'azione che costituiva il massimo disonore per un guerriero: fuggire, abbandonare il proprio scudo. Dice infatti: "Abbandonai lo scudo, e cos mi salvai", con aria impudicamente soddisfatta. SANDRA: - D'altra parte, Archiloco (oltre a essere un poeta straordinariamente simpatico e "moderno") era un mercenario di professione. E non lecito chiedere a un mercenario di morire per amor di patria, come Leonida e i suoi trecento alle Termopili, visto che combatte per il soldo e non per la patria. GIULIANO: - Pienamente d'accordo con te. SANDRA: - E del resto, lasciamo agli eruditi di azzuffarsi per decidere se vi sia o non vi sia, nei suoi versi, ostentazione e magari compiacimento nel deridere l'etica dominante. Ora non voglio parlarti dell'Archiloco storico, il poeta di Paro, figlio di Telesicle e di Enipo, vissuto nella seconda met del VII secolo e cio la bellezza di duemilaseicento anni fa; ma di un Archiloco che ho scelto a protagonista del mito che ora ti voglio raccontare. GIULIANO: - Sono tutt'orecchi e curiosissimo di ascoltarti. SANDRA: - Dunque, un giorno Archiloco era impegnato in un'azione di guerra. Non stava combattendo in battaglia: doveva, pi modestamente, spiare i movimenti del nemico e riferire poi al suo comandante. Per questo si era acquattato dietro un folto di cespugli e, naturalmente, si era tolto l'elmo dall'alto cimiero. Lo scudo, grande e bello, di fine ed esperta fattura, lo teneva invece al braccio sinistro. Era un oggetto non solo perfetto, ma utile, anzi indispensabile nei pericoli del corpo a corpo: pi volte gli aveva salvato la vita ed egli vi era sinceramente affezionato, quasi come a un amico. Per questo non aveva voluto separarsene, affidandolo a qualche commilitone, prima di uscire in esplorazione: temeva potesse andar perduto. E cos lo aveva portato con s, bench non gli servisse affatto, nelle presenti circostanze; anzi, bench gli fosse decisamente d'impaccio. Dimmi, riesci a immaginartelo?
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GIULIANO: - S, mi par di vederlo con chiarezza. Se ne sta rimpiattato a spiare, come fece il troiano Dolone, secondo Omero (8); e osserva nella notte i fuochi dell'accampamento nemico. SANDRA: - Benissimo. Ma ecco che qualcosa va storto, chi lo sa il perch? Forse i cavalli hanno fiutato la sua presenza. Fatto sta che in pochi attimi tutto il campo in allarme; voci risuonano nell'oscurit, e il nostro eroe viene rapidamente scoperto. Parecchi guerrieri si lanciano verso il suo nascondiglio, cercando di tagliargli ogni via di fuga. E allora lui deve decidere in fretta: fuggire, senza perdere neppure un istante; ogni attimo di ritardo pu costargli la vita. Ma che fare dello scudo? Oltre che inutile, d'inciampo, perch grande e pesante: lo rallenterebbe nella corsa; peggio ancora, riflettendo i raggi della luna sulle piastre metalliche, denuncia la sua posizione e guida all'inseguimento i guerrieri nemici. Che fare? Senza po tempo in mezzo, Archiloco sfila il braccio dalla cinghia di cuoio e lascia cadere il bello scudo fra i rami, nel buio; poi fugge, cos alleggerito, pi veloce d'un daino. Si sente il cuore in gola, che batte furiosamente; il sudore scende a ruscelli gi per le membra; mentre i piedi volano sulle rocce con la prestezza delle ali. GIULIANO: - Benissimo. Chi ha detto che un eroe non pu conoscere la paura? Basti pensare a Ettore, a come fugge per ben tre giri intorno alle mura di Troia, davanti al terribile Achille (9) SANDRA: - E poi, non si sa se Archiloco fosse proprio un eroe. Ho detto poc'anzi "il nostro eroe" in senso generico. Era un mercenario e combatteva per la paga; ma la sua vera passione, secondo me, erano il vino e le belle donne. Dunque, egli fugge a tutta velocit, abbandonando lo scudo. Si vede che sua madre, da ragazzo, non lo aveva mai ammonito: "o con questo, o su questo". Fatto sta che riesce a seminare i suoi inseguitori, lasciandoli con un bel palmo di naso. E si salva la vita! GIULIANO: - Meglio un uomo vivo che un eroe morto, cantava Luigi Tenco in una sua bella canzone (10) SANDRA: - Non dice proprio cos. Dice: "Ma lei che lo amava/ aspettava il ritorno d'un soldato vivo/ di un eroe morto/ che ne far?", perch gli hanno dato una medaglia alla memoria. Ma torniamo ad Archiloco. Il quale, molti anni dopo, cade in battaglia: quella volta s, scudo o non scudo. Ironia della sorte, lui ch' un mercenario muore proprio in difesa della sua patria, combattendo contro gli abitanti di Nasso. Un certo Caronda lo colpisce a morte, spingendolo ai tristi regni dell'Ade, oltre il fiume Acheronte. GIULIANO: - E poi, che accade? SANDRA: - Si trova davanti al tribunale di Zeus, naturalmente. Ares che lo ha trascinato in giudizio, quando gi lui pensava d'essersi meritato senz'altro un beato soggiorno nei Campi Elisi, l dove sono accolti (come dir poi Virgilio nell'Eneide), i guerrieri caduti gloriosamente. (11) E invece niente, Ares non gli ha mai perdonato quell'oscura faccenda dello scudo abbandonato, e adesso propone per lui la pena dei tristi: essere precipitato nel pi profondo del Tartaro. GIULIANO: - Direi che c' una bella differenza fra le due destinazioni E come va a finire? SANDRA: - Ermes, sempre pronto a difendere ladri, gaglioffi e truffatori (probabilmente perch li sente affini al suo temperamento) si assume la difesa d'ufficio. Ma la sua perorazione fiacca e deludente, mentre la requisitoria di Ares stata tagliente, implacabile, e ha colpito profondamente l'intera giuria. A questo punto il nostro poeta, sentendosi gi quasi spacciato, chiede a Zeus di
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poter pronunciare lui stesso la propria difesa. Gli di e le dee (soprattutto Afrodite, che parteggia per lui perch in vita fu un suo appassionato seguace) lo osservano con tanto d'occhi e lo ascoltano senza fiatare. Dunque, Archiloco si leva in piedi e, disdegnando i molli artifici della retorica, se ne viene dritto dritto al cuore del discorso, com' nel suo carattere schietto e impetuoso. E parlando, dice pi o meno cos: "Onorevoli giurati, avete udito le roventi accuse mossemi da Ares, accuse volte a dimostrare la mia lucida e imperdonabile vigliaccheria, per essermi un giorno salvata la vita, abbandonando il mio grande scudo rotondo. Egli ha sostenuto che lo scudo il simbolo stesso dell'onore e del valore guerriero e che quindi io, anteponendo la salvezza della mia miserabile vita all'onore, ho senz'altro meritato le pene inestinguibili del Tartaro. Ora, io non voglio n posso contestare la legittimit e la perfetta coerenza di un simile impianto accusatorio. Ma desidero farvi riflettere su una questione che sta a monte. Posto che abbandonare lo scudo sia stato un atto disonorevole e vile, io chiamo te, o sommo Zeus, in giudizio al posto mio." A queste parole gli di hanno un moto di sorpresa e, alcuni, d'indignazione. Zeus impallidisce, perfino; ma sua figlia Atena, forse perch protettrice della guerra ordinata e intelligente (di contro alle nauseanti carneficine predilette da Ares) pare sorridere con una certa benevolenza. Senza dar modo ad alcuno di interromperlo, audacemente Archiloco prosegue con tono sempre pi incalzante: "Fosti tu, infatti, o Zeus, ad assegnare a ogni uomo, al momento della nascita, il bagaglio di doni con cui affrontare la vita. Nel mio, forse, non avevi provveduto a porre abbastanza coraggio: dunque giusto chiedere conto a un mortale di ci che non gli fu dato in dote dagli di?" GIULIANO: - Mi piace questa storia, Sandra. Per, fino a questo momento, sembrerebbe portare acqua al mulino del mio ragionamento: noi siamo quel che la natura (e le esperienze) hanno fatto di noi. SANDRA: - D'accordo, ma aspetta un po': non ancora finita. Col suo discorso, dunque, Archiloco ha ridotto al silenzio ogni possibile obiezione; gli di, imbarazzati, ammutoliscono. Zeus, certo, potrebbe prenderlo e scaraventarlo nel Tartaro, senza tanti complimenti. Ma pu, il gran padre celeste, macchiarsi cos palesemente d'ingiustizia, lui che il simbolo stesso della giustizia suprema? A questo punto, inaspettatamente, il nostro poeta riprende a parlare. Ed un discorso coraggioso, da uomo a uomo; anzi, da uomo a dio, ma privo di qualunque sudditanza psicologica nei confronti degli olimpi. "E tuttavia, o sommo Zeus, e voi, dee e di tutti, ascoltatemi: non sar cos vile da trincerarmi dietro l'argomento della mia stessa debolezza, acquattandomici come un coniglio selvatico nella sua tana. Se in vita ebbi un momento di debolezza e abbandonai vilmente il mio scudo, ora che sono al cospetto dell'eternit voglio essere coraggioso, anche se non sfrontato. E mi porr lealmente la domanda: potevo, in quei drammatici momenti che precedettero la mia fuga ignominiosa, agire diversamente da come ho agito? Ero comunque libero di scegliere, di prendere una decisione oppure un'altra? Mi restava, nonostante tutto, un briciolo di volont per oppormi all'impulso di fuggire e di gettare alle ortiche lo scudo e, con esso, il mio onore? Nella mia vita, del resto, non fui un vile: la mia morte ne testimonianza. Ebbi un solo momento di debolezza, e non volli seppellirlo nelle profondit del cuore, ma osai guardarlo ben bene e raccontarlo, nei miei versi, al mondo intero. Chi mai l'avrebbe saputo tra i mortali, se io stesso non mi fossi accusato apertamente? Ebbene,
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questo vi dico, o numi celesti: forse s; forse mi rimaneva una possibilit di libera scelta. Sminuirei la mia umanit se lo negassi; se, per salvarmi dalle pene eterne, cercassi rifugio nella costituzionale incapacit degli uomini di prendere in pugno il proprio destino. Anche Ettore ebbe paura, e fugg, dimentico dell'onore e della reputazione; ma poi si riprese, si ferm e rimase saldo ad aspettare il duello fatale col Pelde. No, non siamo pupazzi nelle mani del Fato: alle sue leggi cieche e incomprensibili, possiamo opporre la nostra consapevolezza e la nostra dignit. Cadremo, ma cadremo con la fronte alta. Non si troveranno ferite sulle nostre schiene. (12) In questo, o Zeus, mi riconosco dunque uomo: che ebbi un momento di smarrimento, e fuggii: ma so che avrei potuto forse oppormi alla paura, come feci altre volte: come sto facendo anche adesso, fieramente accusandomi di ci che poteva restare occultato agli altri, riconoscendo la verit dei miei sentimenti e dei miei pensieri." Questo disse Archiloco agli immortali - concluse Sandra -, con uno dei suoi enigmatici sorrisi. - e pensi che qualcuno, a cominciare dal Cronde, abbia avuto il coraggio di condannarlo? &&&& NOTE 1) Iliade, XVI, 458-461. 2) Cfr. F. O. Vallino- F. Guazzo Albergoni, Dalla foresta al deserto, Milano, 1978. 3) Odissea, VII, 112-132. 4) Il termine lucreziano "clinamen" traduce il greco "parnclisis" e designa la lieve ondulazione, volontaria e autonoma, degli atomi nella propria caduta:De rerum natura, II, 186 sgg.; cfr. Epicuro, Lettera a Erodoto, 61. Nella concezione di Democrito, invece, lo scontro fra gli atomi (e la successiva formazione dei corpi) ha origine dal vortice ("dnos"), causa prima della nascita del mondo. 5) Componenti della "massa invisibile"dell'Universo (come i buchi neri e le stelle di neutroni). Se si accettano i calcoli che attribuiscono al neutrino una massa di 20 elettronvolt, ne conseguirebbe che il 90 per cento della massa dell'intero Universo sarebbe costituita dagli invisibili e inafferrabili neutrini. Cfr. P. Bianucci, Stella per stella, Firenze, 1997, pp. 275. 6) Ipotetiche particelle pi veloci della luce, comparse nella letteratura scientifica intorno al 1970., ma non universalmente accettate. Teoricamente, se esistono e se possono interagire con la materia, sarebbero una possibile "porta" sugli universi paralleli. Cfr. R. Giovannoli, La scienza della fantascienza, Milano, 1991, pp. 194-201. 7) Archiloco, fr. 6 Diehl. Sull'intera questione dello scudo, cfr. G. Monaco, Charites, Firenze, 1960, pp. 13-17. stato peraltro osservato (A. Scarcella, Letteratura e societ nella Grecia antica , Roma, 1987, vol. 1, p. 57) che solo in epoca posteriore il soldato che avesse gettato lo scudo, il "rhipsaspis", veniva colpito da infamia. Anche Odisseo, infatti, pur mentendo, dice di aver fatto la stessa cosa: Odissea, XIV, 276 sgg. 8) Iliade,, X, 299 sgg. 9) Iliade, XXII, 135 sgg.
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10) La canzone, interpretata da Tenco, di Monti-De Andr. 11) Eneide, VI, 660: "Hic manus ob patriam pugnando vulnera passi". 12) Cfr. Sallustio, De coniuratione Catilinae, LXI, 2: "Nam fere quem quisque vivos pugnando locum ceperat, eum amissa anima corpore tegebat. Pauci autem, quos medios cohors praetoria disiecerat, paulo divorsisus, sed omnes tamen advorsis volneribus conciderant." Francesco Lamendola

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