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Ho aperto gli occhi sullunico raggio di sole fra le pieghe della tenda in velluto spessa, i capelli di Lisa arruffati

a pochi centimetri dal naso. I miei sensi non erano ancora del tutto svegli, il profumo dei suoi boccoli sembrava lontano. Sono scivolato fuori dal letto, in cerca di un bicchiere di acqua gelata per stemperare la sete: colpa di quella cena troppo carica di spezie e sapori nuovi, dei bicchieri di birra e vari grappini trangugiati come se avessi ancora ventanni. Il salottino della suite era inondato di luce, cera ancora un po di ghiaccio nello spazio bar, sufficiente per rinfrescare lacqua del rubinetto. Il bollitore si riscaldato in pochi attimi, ho sciolto due bustine di caff solubile, ho aggiunto un cubetto perch fosse pronto da bere subito. Ho ingoiato la piccola pillola rosa per la pressione, come ogni mattina mi sono soffermato a guardare il piccolo cuore l sopra impresso, in rilievo. Un significato fin troppo scontato per i produttori del medicinale, che avevo trasformato in una sorta di tenero augurio per la giornata. La finestra si apriva solo in parte: erano contromisure dopo un suicidio avvenuto nellhotel? Mi piaceva valutare ogni dettaglio con una spiegazione improbabile, lontana da quella plausibile che i pi avrebbero immaginato come unica. Ingoiata la brodaglia soltanto simile a un caff, ero pronto per la seconda razione di pillole. Oppiacei per un dolore che non voleva scomparire, ai quali ero assuefatto come un vero tossicodipendente, e che, oltre ad allontanare il dolore, servivano per vivere pi tranquillamente, aprendo canali della mente che mai avevo sperimentato prima di iniziarli. Con attenzione ho deglutito la minuscola pillola gialla e un paio delle altre colorate. Lorologio nella piazza ingombra di bancarelle natalizie segnava le otto, avevo tutto il tempo di vestirmi con calma. La luce al neon nel bagno mi dava un aspetto cadaverico, la poca barba non migliorava la visione generale. Venti minuti dopo ero pronto, Lisa era ancora addormentata, la faccia schiacciata sul cuscino; ho scritto su un biglietto di telefonarmi non appena sveglia e sono uscito. La hall era incandescente, ma dopo mezzo giro della porta scorrevole laria frizzante mi aveva gi avvolto e trascinato in mezzo al nevischio residuo dalla sera prima. Controllavo il viso di ogni passante gi in strada a quellora di sabato mattina. Guardavano tutti davanti a s, o in basso, e il mio sforzo telepatico per farli voltare non sembrava avere successo. Starbucks con la sua insegna verde mi aspettava per un altro caff. Ho tentato di ordinare in tedesco, ma immediatamente dopo in inglese. La domanda con o senza latte? della bionda barista ariana andava oltre il mio livello linguistico.

Sono ritornato allaperto con il mio doppio espresso, pronto per la prima sigaretta. Riflettevo sulla mia convinzione di essere anticonformista, mentre fin dalla prima pillola rosa le mie azioni erano le stesse di buona parte del mondo, compres o labbinamento di caff e sigaretta. Un giorno avrei potuto provare a invertire lordine, almeno. Mi sono seduto su una panchina gelata e bagnata, un uomo con un cagnolino pigramente passeggiava fra le aiuole, il guinzaglio si allungava alternativamente in direzioni opposte. Era arrivato il momento di ripensare alla sera prima, e a quelle due giornate tanto pesanti con Lisa. Prima di partire per Berlino non avevo davvero escluso secondi fini, come invece quando lo avevo proposto a lei e spiegato a sua madre; ovviamente non avevo un biglietto in pi, men che meno regalato dalla Berlin AirTravel. La presunzione sugli sviluppi del viaggio, sbattuta contro la realt di quei due giorni insopportabili, mi aveva rapidamente trascinato al limite della sopportazione. Avevo davanti ancora un giorno e mezzo; non vedevo lora che finisse, per chiudere questa avventura e ritornare a viaggiare e vivere solo. Con Emilia era successo qualcosa di simile, pi di dieci anni prima, ancora ragazzi. Per mesi le ero stato dietro, fiori, letterine mandate da una classe allaltra durante lintervallo, passeggiate interminabili per accompagnarla a casa, e altrettante per poi tornare alla mia, dalla parte opposta di Milano. Nonostante tutto, lavevo vista ancora con lui, a ridere e scherzare al bar degli altri, dove la mia classe non metteva piede nemmeno per scherzo. Lavevo osservata dalla vetrina, lei aveva incontrato i miei occhi, aveva capito in un attimo. In quel momento avevo mollato la presa, mi ero stufato del gioco. Dopo un paio di settimane ci eravamo poi messi insieme, lei mi aveva rincorso, faticando davvero perch cambiassi idea. La memoria. Un insieme di componenti organiche, tessuti e molecole che si combinano nel cervello fisiologicamente a dare la pi importante delle risorse delluomo. I vertebrati meno evoluti ce la invidiano, sono pochi i colleghi nel mondo animale a poter competere con questo importante carattere. E un vantaggio evolutivo talmente ben costruito che non la immaginiamo come reale. I nostri antenati vestiti di pelli ricordavano il bene o il male, i predatori da evitare e i funghi da non mangiare. Stava funzionando egregiamente anche con me, ricordandomi lesperienza con Emilia. Potevo affidarmi ciecamente al cervello per sapere come sarebbe finita con Lisa, e se avessi solo ascoltato la memoria tempo prima, se mi fossi fermato un momento a ripensare, come adesso su quella panchina ricoperta dalla brina, avrei potuto evitare questo viaggio.

Le visite ai musei degli ultimi due giorni erano andate quasi perse, la tensione fra noi aveva finito per condizionare le attivit turistiche. Eravamo riusciti a discuter e anche davanti al gruppo di dieci persone durante la gita del giorno prima, generando risatine e commenti tuttaltro che nascoste. Perch mi ero seduto solo in quel momento a riflettere? Pretendevo troppo dalla memoria? Avrei voluto che funzionasse da campanello di allarme, da segnale rosso di pericolo per esperienze gi vissute, mentre si limitava a rimanere nel mio cervello, disponibile per la consultazione. Che per doveva essere volontaria. Pazienza, limportante era che ci fossi arrivato. Mi sentivo s oddisfatto mentre mandavo gi il penultimo goccio di caff amaro, visto che lultimo era finito sulla giacca. Mentre cercavo un fazzoletto per pulire la macchia, il telefono ha squillato. Era Lisa, e mi comunicava con una voce da cavernicola di essersi appena svegliata. Le ho risposto di vestirsi, che sarei rientrato a minuti. Mi piaciuto il mio tono di sufficienza, mi chiedevo se lei se ne fosse accorta. Erano le nove e dieci quando finalmente siamo entrati nella sala della colazione. I cibi salati erano raggruppati su vari livelli di un mobile raffreddato, mi sono servito subito prosciutto cotto e formaggio, mentre Lisa dalla parte opposta sceglieva con cura le brioches e i dolcetti al cioccolato. Il caff della macchina automatica assomigliava allo stesso liquido insapore che avevo bevuto in camera, ma accompagnava discretamente il toast al prosciutto. Allora, cosa vogliamo fare? - ho iniziato, mentre aprivo un barattolo di yogurth. Non avevamo detto che saremmo andati al campo di concentramento? E lontano?. No, non mi sembra, credo una ventina di chilometri. Va bene allora, devi tornare in camera?. Si, ma solo un secondo, devo prendere la giacca e controllare le perdite - aveva risposto con una naturalezza decisamente eccessiva, fra amici. Questo suo modo di raccontare anche dettagli pi riservati, come aveva appena fatto parlando di mestruazioni, non seguiva il filo logico della nostra situazione. Non eravamo altro che amici, o forse conoscenti, che per un breve week end stavano condividendo lo stesso letto, senza peraltro invadere ognuno lo spazio dellaltro. Il primo giorno aveva sussultato quando ci eravamo trovati davanti al letto matrimoniale, senza possibilit di dividerlo in due come invece le avevo prospettato. Di buon grado aveva accettato la situazione, senza ulteriori commenti. Durante la notte le nostre gambe si erano sfiorate, e con un grugnito si era raggomitolata pi stretta, escludendo cos ogni possibile intimit.

Finalmente eravamo pronti a partire, la posizione impostata sul navigatore: Oranienburg, Konzentrationslager Sachsenhausen. Destinazione accettata, 32 chilometri, please turn left. Era iniziato a piovere, una pioggerellina sottile e delicata in citt, pi decisa sullautostrada. I tergicristalli andavano a tutta velocit, il ventilatore spingeva al massimo laria calda. Linsieme di questi rumori, della radio e le indicazioni del naviga tore mi offrivano unottima scusa per non parlare con Lisa, che intanto si era accesa una sigaretta. Deciso a cambiare non solo la strategia, ma anche linteresse nei suoi confronti, avrei voluto rendere le mie intenzioni pi esplicite possibili. La situazione per non aiutava a soddisfare la mia impazienza. Luscita dellautostrada era quasi invisibile per la pioggia forte e la velocit, il cartello nascosto fra gli spruzzi sollevati dal grosso camion cisterna davanti, che immaginavo andasse di corsa a rifornire un benzinaio disattento alle scorte e a corto di gasolio allinizio del fine settimana. Le strade verso il paese tagliavano la campagna piatta, lerba alta di color verde umido, file di villette che nella loro diversit tendevano a uniformarsi con infissi e pitture simili. Certo chi abitava in una di queste case avr visto passare diversi convogli. Cosa avranno pensato? Sapevano che fine attendeva i deportati? - aveva chiesto Lisa, la faccia incollata sul vetro del finestrino. Secondo me la maggior parte sapeva, come vuoi tenere nascosto qualcosa del genere in paesini cos piccoli? Credo che molti fossero daccordo con le teorie di Hitler, altrimenti non avrebbe avuto tanto potere, no? E riuscito a utilizzare gli ebrei come capro espiatorio, e i tedeschi ci sono cascati. A quel punto ha esteso gli stessi concetti a tutte le altre etnie indesiderabili. Zingari, omosessuali, testimoni di Geova. E chiss quanti sono finiti in mezzo a quei gruppi senza motivo, magari solo per la denuncia di qualche bastardo. Beh, credo proprio di si. Tu immagina se quel coglione dellamministrazione nel mio ufficio avesse potuto scrivere una lettera anonima, denunciandomi come ebreo. Senza troppe domande sarei stato preso e portato in qualche campo anchio. Vag li a spiegare, poi Mio nonno mi ha raccontato che cose del genere succedevano eccome, era il modo per levarsi di torno gli indesiderati, per sfogare le invidie e gelosie. Eh si, brutte situazioni davvero. E qui? Che campo era questo? Tipo Auschwitz Birkenau? - ora Lisa mi guardava, la vedevo con la coda dellocchio, mentre ancora sbuffava fumo bianco come panna.

Eravamo stati insieme a Owiecim, in Polonia, qualche anno fa. Eravamo in quattro, lei con il suo ragazzo dellepoca, io con una amica che poche settimane dopo era diventata la mia compagna. Eravamo a Varsavia, molto lontano dal campo di Auschwitz. Gli altri due non avevano voluto venire, preferendo una giornata a dormire e rilassarsi, piuttosto che prendere il treno allalba per non ricordo pi quante ore e camminare nella neve alta fino al campo. Lesperienza era stata davvero toccante, non avevo mai provato nulla di tanto intenso durante tanti viaggi in giro per il mondo. Credo anche Lisa abbia avuto le medesime sensazioni. Le foto, gli indumenti, i capelli tagliati e ammassati erano davvero impressionanti, ma sono stati i muri e gli edifici e i passaggi stretti e grigi di cemento a entrarmi sotto la pelle, registrandosi per sempre in uno spazio della memoria riservato, unico. Mi immaginavo un angolo del cervello contornato da un cordone rosso, retto da pilastri in ottone, come nei musei pi importanti, intorno alle opere di maggior pregio. Ora ero pronto ad aggiungere qualcosa in quello spazio: un altro campo, altre atrocit assurde e ingiustificabili. Pensa che uno di quelli che erano alla famosa conferenza di Wannsee, dove hanno deciso la soluzione finale per gli ebrei, stato poi deportato proprio a Sachsenhausen per aver complottato contro von Ribbentrop, il ministro degli esteri nazista. E morto subito dopo che i sovietici lo hanno liberato, nel quarantacinque. Ben gli sta, e come si chiamava questo? - ha detto Lisa con rabbia infastidita. Martin Luther. Un nome tutto un programma, eh?. Lisa era in silenzio, guardava fuori fra le ultime gocce di pioggia. I cartelli erano sempre pi grandi e numerosi, eravamo quasi arrivati. Mi sarei aspettato un parcheggio pieno di gente, turisti da ogni dove in cerca di emozioni forti, pronti a sorridere dentro un obiettivo con uno sfondo tanto atroce. Mi sbagliavo, non cera quasi nessuno; parcheggiata la macchina, solo una coppia stretta sotto lombrello ci precedeva allentrata, mascherata fra pareti di cemento poggiate a terra, tanto angoscianti quanto solide e impenetrabili. Il centro informazioni raccoglieva una trentina di persone. Un gruppo di stranieri, inglesi o americani, era pronto per partire dietro alla guida ufficiale. Vuoi prendere laudioguida, Lisa? - ho chiesto davanti al banco centrale, le mie mosse osservate da due tedesche grasse e sorridenti, pronte per propormi lacquisto almeno di una mappa da cinquanta centesimi. No, meglio di no. Ho letto che ci sono molti cartelli e indicazioni nel campo, saranno sufficienti.

Nessuno dei due voleva intrusioni esterne; avevamo deciso, ognuno nella propria mente, di sentire la visita attraverso le nostre sensazioni, non con una voce registrata, n una guida. Il viale dingresso era spettrale, la luce cupa riflessa dal cielo coperto di nubi. La pioggia leggera come una lametta sulla pelle del viso sembrava volerci avvisare di quello che avremmo trovato poco oltre. Il muro alto non lasciava intravvedere nulla, le torrette di guardia sembravano abbandonate da poco, mi sembrava di sentire ancora le grida identificatevi!. Il cancello, opera attenta e ultima di qualche fabbro recluso portava la stessa scritta vista ad Auschwitz: Arbeit macht frei, ironica menzogna con cui i nazisti accoglievano i deportati. Entrambi abbiamo avuto lo stesso brivido, nello stesso istante, e

contemporaneamente ci siamo guardati. Solo ora, a raccontarlo anni dopo, so che stato quello il momento in cui siamo diventati una persona unica. Da quellistante la nostra mente ha iniziato a elaborare una vita insieme, il punto zero della memoria di noi due insieme fisso davanti a quel cancello martellato a mano, tutto ci che era prima scomparso, sembrava non essere mai successo. Entrando mi ha preso un braccio, sentivo il tepore della felicit lungo tutto il fianco sinistro. Ci siamo stretti di pi, senza guardarci, davanti a ogni bacheca allinterno delle baracche ricostruite, ho sentito la sua mano stringere la mia davanti a lembi di tessuto strappati, scarpe rotte e completi di flanella a righe. Senza che ce ne accorgessimo calata la notte, eravamo soli dentro uno scantinato ricoperto di piastrelle bianche; il cuore ghiacciava, ripensando agli orrori lavati via da quelle ceramiche. Abbiamo parlato poco, la pioggia era diventata nevischio e ci siamo infilati i cappelli di lana pesante. I capelli continuamente sfregati dalla lana erano diventati chiome da barbari, le guance due pomelli rossi ghiacciati. Abbiamo ripercorso il viale al contrario quando ormai era buio, sentivamo di essere ognuno la salvezza dellaltro fuori da quellorrore che avevamo potuto solo immaginare. Unora dopo eravamo stretti nel letto, nudi a fare lamore con una incredibile dolcezza, abbracciandoci e baciandoci come se fosse la prima volta della nostra vita, con la certezza di esserci trovati per sempre. Lestate dopo, nel mezzo di un agosto bollente, nata Sara, un bocciolo nato dal seme della nostra memoria, piantato davanti a quel cancello di ferro.