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Infinito e matematica

Parlare di infinito non mai facile. Se aggiungiamo che in teologia o filosofia la parte pi importante del lavoro sta nel trovare delle definizioni accettabili, mentre in matematica occorre anche tirare fuori tutta una serie di conseguenze interessanti, oltre che naturalmente coerenti, capiamo che il lavoro improbo. Purtroppo la nostra esperienza non ci aiuta affatto a visualizzare l'infinito, e cos ci troviamo a disagio. In questo testo ho voluto provare a scrivere in maniera spero abbastanza comprensibile una serie di nozioni a proposito dell'infinito matematico, cercando di rimanere comprensibile e possibilmente interessante anche per chi convinto di odiare la matematica. Ho ridotto al minimo formule e dimostrazioni, visto che questo non un testo di matematica. Non ci sono scuse, insomma! Questa versione ancora molto da sgrezzare: mancano le figure, e l'esposizione - soprattutto sul capitolo che parla di limiti - lascia molto a desiderare. Chiedo quindi a chi la vuole leggere di inviarmi i loro suggerimenti per migliorarla! Vorrei infine ricordare Franco Conti. Lui avrebbe scritto queste note molto meglio di me, da didatta eccezionale quale lui stato: ma sono certo che avrebbe comunque apprezzato questo mio sforzo.

1. Infinito potenziale e infinito attuale


Non possiamo scamparla: dobbiamo iniziare a vedere cosa pensavano gli antichi greci. E' vero che la matematica nata molto prima di loro, ma che io sappia n egizi, n babilonesi, n cinesi si sono messi a trattare l'infinito, preferendo questioni terra terra. Non che i greci ammettessero l'uso dell'infinito in matematica, ad essere pignoli. Ma come, vi chiederete, ricordando che la retta infinita. Chi ha studiato un po' di matematica sa che gi Euclide aveva dimostrato che i numeri primi sono infiniti! Cosa significa tutto questo? Per capire cosa accadeva in pratica, occorre leggere attentamente i testi senza le sovrastrutture cui siamo abituati. Euclide non afferma infatti che una retta infinita, ma piuttosto che ogni segmento di retta pu essere esteso a piacere; n i numeri primi sono infiniti, ma bens maggiori di ogni quantit definita. Notato il concetto sottostante? Si continua a lavorare con quantit finite, e si fa semplicemente in modo da averne sempre, quando serve. Un segmento o un arco di cerchio ha infiniti punti? Boh, basta poter sempre bisecare il secondo o dividere il primo in un numero qualunque di parti. Questo approccio non si limita certo alla matematica. Guardando i due grandi filosofi classici, Platone afferma che l'infinito attuale (l'iperuranio) di per s inconoscibile, e dobbiamo accontentarci di una visione delle ombre da esso prodotte; Aristotele teorizza l'infinito potenziale, che possiamo definire come qualcosa che sta al di l di quello che possiamo raggiungere, ma in quella direzione, come il prolungamento del segmento per Euclide. Non pensiate a dire il limite, per: quel concetto era completamente sconosciuto ai greci. D'altra parte, come poter dare loro torto, dopo che Zenone di Elea rese noti i famosi suoi paradossi. Tutti conosciamo quello di Achille che non pu raggiungere la tartaruga, perch ogni volta che arrivato alla posizione dove quest'ultima si trovava, essa si spostata un po' in avanti. Ma ci sono anche altri due paradossi correlati. Zenone diceva che non possibile andare da un punto A a un altro B, perch prima di arrivare a B bisogna passare per il punto C a met strada tra A e B, e prima di arrivare a C occorre passare per D, a met strada tra A e C, e cos via. Insomma, non si pu nemmeno iniziare il viaggio! Infine, una freccia in un certo momento si trova in una posizione nell'aria. Ma nell'istante successivo essa non pu essersi spostata, perch non avrebbe occupato le posizioni in mezzo; n pu stare ferma, perch altrimenti cadrebbe.

Un bel ginepraio: si capisce come i suoi compatrioti decidessero di scappare da tutti i procedimenti che toccavano l'infinito. Lavorare solo su quantit finite semplifica molto la vita per le dimostrazioni, come vedremo nel seguito: questo lo si paga con una pesante limitazione sui teoremi dimostrabili. Per fare un esempio, si pu prendere Archimede e il metodo di esaustione, che afferma pi o meno Se da una quantit data ne togliamo pi della met, da quello che resta ne togliamo ancora pi della met, e via discorrendo, possiamo arrivare ad avere meno di una qualunque quantit predefinita. La cosa sembra lapalissiana, ma non lo affatto: basta vedere la difficolt trovata nell'applicare l'esaustione ad alcuni problemi di misurazione. E' famoso il caso della misura dell'area di un cerchio: abbiamo una successione A1, A2... (i poligoni di 6,12,24... lati inscritti alla circonferenza) per cui la differenza tra l'area del cerchio circoscritto e la loro si riduce sempre di pi; e una successione B1, B2... (i poligoni di 6,12,24... lati circoscritti alla circonferenza) per cui capita lo stesso, ma con valori superiori. A questo punto possiamo dare degli estreni superiori e inferiori all'area del cerchio. In questo caso, Archimede riusc solo a dire che il valore di compreso tra 3 + 10/71 e 3 + 1/7; in altri casi, come nel caso dell'arco di parabola, riusc invece a ricavare il valore esatto. Qui ci sono due cose da tenere a mente: una per cos dire politica e una pi matematica. Per la prima, almeno fino all'inizio del '700 tutti i matematici affermavano i miei metodi sono equivalenti all'esaustione; ottima scusa per pararsi le spalle dalle critiche, come vedremo. La seconda pi sottile. Quello che Archimede sottintendeva tacitamente il cosiddetto Principio di Archimede (ma va!). Esso afferma che prese due grandezze diverse da zero, a furia di sommare copie della prima si supera la seconda; come direbbe zio Paperone, le fortune si fanno a partire dai decni. So gi che c' chi sta mormorando che banalit. Aspettate e vedrete. Noticina: il metodo di esaustione non stato inventato da Archimede, ma da Eudosso. Ma non importa, dato che il vero suo utilizzatore stato il siracusano.

2. Infinitesimi e serie infinite


Passano pi di 1500 anni dall'uccisione di Archimede. La matematica in Occidente viene praticamente dimenticata, e in India ed Arabia si fanno nuove scoperte che restano per legate al finito. Sembra che insomma l'infinito sia solamente riservato a Dio, e l'uomo non osi avvicinarsi. Ma il concetto rientra dalla finestra... Ringalluzziti dai primi risultati che oltrepassano la conoscenza classica, come ad esempio la soluzione per radicali delle equazioni di terzo e quarto grado, i matematici iniziarono a cercare nuovi metodi pi o meno empirici per ricavare delle nuove formule. Galileo, ad esempio, ritagli una forma ad arco di cicloide per pesarla e riuscire cos a valutare quanto potesse valere l'area corrispondente. Per la cronaca, sbagli. Bonaventura Cavalieri prese spunto da quell'idea, applicandola per in un modo completamente diverso. Ad esempio, prendeva un parallelepipedo e una specie di cilindro inclinato su un lato, facendo in modo che i due solidi avessero la stessa altezza, e che tagliandoli con un piano parallelo alla base il rettangolo e il cerchio ottenuti avessero sempre la stessa area. Ma allora, diceva Cavalieri, l'area del cilindro storto deve essere uguale al parallelepipedo: se infatti li affettiamo entrambi in tantissime parti di altezza infinitesima, queste parti sono sempre uguali, e la loro somma deve pertanto essere uguale. Il cosiddetto principio di Cavalieri piuttosto intuitivo a prima vista, ma a un esame pi attento potete notare che ci sono dei punti oscuri. Gli infinitesimi sono parenti stretti dell'infinito: man mano che lo spessore delle fettine si riduce, il loro numero infatti cresce. Di per s, dovremmo arrivare ad avere un numero infinito di sezioni di altezza nulla per potere dire abbiamo sempre due superfici identiche per ogni fetta. Ma non si possono sommare aree per ottenere un volume! Inoltre, sommare un numero infinito di enti di dimensione zero pu dare un risultato qualunque. Non esattamente un roseo inizio, tanto pi che queste fettine le

chiamava indivisibili; la cosa cozzava contro i postulati di Euclide, oltre a banalit come il fatto che il lato e la diagonale di un triangolo isoscele equilatero non fossero in rapporto razionale tra di loro. Ma la corsa agli infinitesimi era ormai diventata la moda: basta pensare ad esempio a come nello stesso periodo stesse nascendo quello che si sarebbe poi chiamato calcolo infinitesimale. Fermat aveva dato il via, cercando di calcolare l'area sotto una curva vedendola come formata da una serie di piccoli trapezi, e Leibnitz nel continente e Newton in Inghilterra avevano messo le basi per l'uso pratico delle formule di derivazione e integrazione, tra le rimostranze di molti matematici che facevano giustamente notare che non era molto bello dire che l'elemento differenziale dx era diverso da zero per potere essere usato come divisore, ma si poteva trascurare quando era un addendo. N le flussioni di Newton, quei rapporti ultimi come lui le chiamava, avevano un fondamento molto stabile. L'altro grande filone dove l'infinito veniva usato in maniera estrema era quello degli sviluppi in serie. In questo campo il genio indiscusso stato Eulero, un manipolatore formale come ben pochi, che trattava le serie infinite come un giocoliere, non preoccupandosi della liceit dei passaggi che faceva fintantoch il risultato finale era sensato. Ad esempio, osservava che facendo la divisione come se fosse quella classica otteneva 1/(1-x) = 1 + 1/x + 1/x2 + 1/x3 + 1/x4 + ... e a questo punto sostituiva ad esempio a x il valore 2 e dimostrava che la somma 1 + 1/2 + 1/4 + 1/8 ... valeva 2. Il fatto che fosse una somma infinita non lo turbava pi di tanto!

3. Paradossi dell'infinito
Tutti questi nuovi risultati facevano certo piacere ai matematici, che come chiunque cerca sempre di superarsi. Ma si levavano anche altre voci che mettevano in guardia contro generalizzazioni senza un'adeguata dimostrazione. Cominciamo a fare le pulci al concetto di infinitesimi. Noi stiamo facendo il rapporto tra due quantit. Se esse sono entrambe nulle, sappiamo bene che questo rapporto ha un non definito; se non sono nulle, non evidentemente lecito eliminare gli infinitesimi di ordine superiore, che pure non sono nulli. In entrambi i casi, la fondazione del calcolo infinitesimale viene minata alla base. Con le successioni, il problema forse addirittura peggiore. Prendiamo una serie che a prima vista pare innocua: 1-1+1-1+1-... e diciamo che la sua somma sia S. Ma noi possiamo anche scriverla come 1-(1-1+11+...), cio 1-S. Pertanto, S=1-S e insomma S=1/2, che gi sembra poco sensato visto che le somme parziali sono sempre e solo 1 e 0. Ma supponiamo ancora di riordinare i termini della serie, e scrivere ordinatamente quelli di posto 1,3,2,5,7,4,9,11,6,...: insomma prenderne due di posto dispari e uno di posto pari. Raggruppandoli a tre a tre otteniamo 1+1+1... che ha evidentemente somma infinita. E se cambiamo l'ordine possiamo ottenere meno infinito, o qualunque valore vogliamo... Potreste dire che non lecito scambiare l'ordine dei termini di una cifra, e sperare di esservi lavate le mani. Niente da fare. Dovreste infatti spiegare perch la propriet commutativa, quella che dice che a+b=b+a, vale per una somma finita e non per una infinita; o ancora perch, mentre per le grandezze normali una quantit sempre maggiore di una sua parte propria, con l'infinito non vero: gi Galileo mostr nel Dialogo sopra i massimi sistemi come i quadrati perfetti si possano associare a uno a uno con gli interi, e quindi siano lo stesso numero, anche se ci sono moltissimi interi che non sono quadrati perfetti.

4. Limiti e convergenza
Nell'800, a furia di trovare controesempi sempre meno innaturali che minavano alla base le ipotesi abborracciate alla base dell'uso dell'infinito, un gruppo di matematici riusc a dare una serie di definizioni accettabili per trattare con questi tipi di infinito. Iniziamo con gli infinitesimi, e vediamo come sono stati tolti di mezzo. Il trucco stato definire il concetto di limite in una maniera finitista. Chi ha fatto lo scientifico magari

ha una tenue reminescenza della storia degli epsilon e delta, e non li ha mai capiti. Eppure l'idea semplicissima. Ricordate gli infinitesimi, e il problema di dovere dividere per qualcosa che non zero, ma praticamente nullo? Bene. Invece che dividere per zero, ci disinteressiamo del tutto di cosa succede nel punto dove dobbiamo calcolare il limite, e guardiamo cosa gli succede intorno. Se volete, stiamo tornando al paradosso di Zenone, ma stavolta lo sfruttiamo a nostro favore! Diviniamo infatti un valore possibile per il limite, decidiamo di quale errore intendiamo accontentarci - e la differenza l' - e vediamo se riusciamo ad essere certi che entro una certa distanza dal punto che ci interessa - e questa distanza il - ce ne stiamo sempre entro il nostro errore. Il passaggio successivo quello di ridurre sempre pi l'errore, e verificare che si trova ancora un adeguato. Uno pu vedere come una funzione questo (), e in un certo senso ha ragione; ma in pratica stiamo usando un infinito potenziale, perch abbiamo una successione finita di valori. Un altro punto dove l'infinito si pu dire tenuto a bada sta nella caratterizzazione dei numeri reali. Per capire il problema, dobbiamo fare un enorme passo indietro, e tornare addirittura a Pitagora, o pi probabilmente alla sua scuola. Prima di lui, i greci avevano la convinzione che tutti i rapporti di due misure potessero venire scritti come una frazione: 3/4, 9/1, 355/113, ... Invece proprio con un'applicazione del teorema di Pitagora possibile vedere che il lato e la diagonale di un triangolo isoscele rettangolo non possono essere messi in un rapporto di questo tipo, e servirebbe un numero infinito di cifre sia al numeratore che al denominatore. Lo choc culturale deve essere stato terribile, tanto che i greci si sono rifiutati di fare operazioni che non potessero rappresentare geometricamente. Come possibile allora definire un numero reale che non sia razionale, cio rappresentabile come una frazione? Dirichlet si inventato un sistema che a prima vista sembra esagerato, ma come spesso accade semplifica la vita. Per definire un numero, inizia a considerare una retta. Quindi la inizia a numerare, cio d un valore ad ogni punto razionale dicendo che un numero maggiore di un altro se e solo se il punto corrisponente sta a destra. Questo facile da fare per un punto qualsiasi, perch si pu costruire effettivamente il rapporto ad esso corrispondente. Infine introduce una nuova definizione di numero, che corrisponde alla coppia di semirette comrendenti rispettivamente i vecchi numeri minori o uguali a quello dato e quelli maggiori. In questo modo, i numeri razionali avranno la prima semiretta che finisce con un punto, e la seconda che ha quel punto come un limite; quelli che hanno entrambe le semirette senza punto corrispondono ai numeri reali. Naturalmente la definizione da sola dice poco; quello che importa che risulta possibile definire le usuali operazioni aritmetiche in maniera naturale, e quindi completare l'associazione. E in fin dei conti, non si sta facendo nulla di cos strano: un po' come scrivere i numeri con la virgola e infinite cifre decimali, come 3,14159265358979... In questo modo sembra che si sia riusciti a riempire finalmente la retta: a ogni numero reale corrisponde un punto - e questo facile, perch l'abbiamo costruito - e a ogni punto corrisponde un numero reale, ricavato attraverso la semiretta corrispondente. Ma non necessariamente cos, e alcuni matematici sono riusciti a dare diritto di cittadinanza anche agli infinitesimi. Il trucco sta tutto nel principio di Archimede, che abbiamo visto a suo tempo. Tutto il lavoro delle semirette funziona solo se si assume che due numeri diversi si allontanano sempre di pi man mano che li si moltiplica per un numero intero sempre maggiore. Se cos non , vicino a un punto ce ne possono essere a piacere. La branca della matematica che parte da questi assunti si chiama analisi non standard e ha i suoi estimatori. Non credete che sia una costruzione puramente teorica senza significato pratico! Per fare un esempio, in matematica e fisica spesso comodo misurare quanto velocemente crescono i valori di una funzione f(x) al crescere di x. E' immediato che X nche se 10000x all'inizio maggiore di x2, quando x cresciuto a sufficienza sar la seconda funzione ad avere i valori maggiori. Si pu cos ordinare tutte le classi di funzioni, ed naturale associare a ciascuna di esse l'esponente maggiore di x. Insomma, x2/5+8x+1000, che cresce come x2, avr ordine di grandezza (il termine tecnico) 2. Tutto bene: ma prendiamo ora la funzione log(x). Essa cresce sopra ogni limite, quindi l'ordine di grandezza maggiore di zero. Ma si pu dimostrare che per ogni piccolo a piacere, x cresce di pi. Insomma, la crescita infinitesima. Visto?

Per completezza, aggiungo due parole sulla convergenza delle serie. I problemi si hanno solo quando ci sono dei termini negativi: si scelto pertanto di definire una successione associata avente come termini i valori assoluti di quella originale. Se questa seconda serie converge a un valore finito, quella originale si dice assolutamente convergente e ci si pu fare quello che si vuole. Altrimenti non lecito usare la propriet commutativa, e i termini si devono sommare nell'ordine in cui sono dati. Naturalmente se i termini della serie non tendono a zero, essa non pu convergere; ma l'opposto non vero. Prendiamo ad esempio la serie armonica, 1+1/2+1/3+1/4+... E' facile vedere che la somma di questa serie infinita. Infatti possiamo vederla come la somma di tanti pezzetti: (1) + (1/2) + (1/3+1/4) + (1/5+1/6+1/7+1/8) + ..., e ciascuna di queste somme maggiore di 1/2. La somma parziale della serie cresce molto lentamente, come log(n); ma si pu fare ancora di meglio, o di peggio. La somma degli inversi dei numeri primi, 1+1/2+1/3+1/5+1/7+..., ad esempio, infinita, pur andando come log(log(x)). Ma non si pu pretendere troppo: se ad esempio si sommano gli inversi di tutti i numeri che non contengono al loro interno la cifra 7, la somma finita...

5. Quanti infiniti diversi!


A questo punto si potrebbe pensare che l'infinito sia stato ormai domato. Invece siamo solo a un punto di svolta! In pochi anni la trattazione dell'infinito cambia completamente. Il merito, o la colpa, va a Georg Cantor, un personaggio indubbiamente interessante. Nasce a Pietroburgo da genitori danesi, ma vive sempre in Germania; oltre ad essere morto pazzo, mescolava i suoi interessi in matematica con quelli per la teologia arrivato al punto di verificare con le gerarchie vaticane che le sue definizioni fossero ortodosse... - e la letteratura, con una serie di saggi che volevano dimostrare che le opere di Shakespeare erano in realt state scritte da Bacone. Cantor ribalta completamente il punto di vista che era stato mantenuto per pi di duemila anni, rivalutando l'infinito attuale. Ma fosse tutto qui il suo contributo! Innanzitutto, fa notare che i numeri (finiti e no) possono essere visti in due modi diversi: ordinali, quando ci interessa contarli (1,2,3...) e cardinali, quando invece li vediamo come un unico gruppo e ci interessa sapere quanti sono. Fatta questa distinzione, il passo successivo di Cantor lavorare con gli ordinali infiniti visti come esempi di infinito attuale. Per evitare di parlare di infiniti, ha preferito definire questi numeri come transfiniti. Insomma, iniziamo a supporre che il pi piccolo ordinale transfinito, quello che si ha contando man mano tutti i numeri interi, sia un ente vero e proprio. A questo punto gli si pu dare un nome, . Anche se Dio dovrebbe essere l'alfa e l'omega, in realt si pu ancora andare avanti! Non sappiamo quale sia l'ordinale immediatamente minore di , ma sappiamo che quello successivo +1, seguito da +2, e cos via. Attenzione, per: la propriet commutativa dell'addizione non vale con gli ordinali transfiniti. 1+ non affatto uguale a +1! Per rendersene conto, basta ricordarsi il loro significato. Nel primo caso, noi contiamo uno, poi ricominciamo da capo e abbiamo uno, due, tre,... Ma in questo caso abbiamo esattamente , semplicemente scritto in un altro modo. Nel secondo caso, invece, abbiamo come detto un ordinale nuovo. Naturalmente si pu continuare a sommare uno, e arrivare cos a + (che per comodit scrivo come 2, anche se occorre fare attenzione perch non vale assolutamente la propriet commutativa!), 3, ... 2, ... Fermiamoci un attimo con gli ordinali, e passiamo ai cardinali. In questo caso, visto che ci interessa sapere quanti sono, dobbiamo trovare un sistema per confrontare due cardinali, cosa che facile per quelli finiti, ma non quando si hanno degli insiemi infiniti. Cantor se ne uscito fuori con una definizione che pu sembrare banale: due insiemi A e B hanno la stessa cardinalit quando i rispettivi elementi possono essere tutti associati a coppie tra di loro. Se invece la corrispondenza solo in un senso, cio possiamo associare a ogni elemento di A un elemento di B, ma alcuni di quest'ultimo rimangono da soli, allora la cardinalit di B, indicata come #B o card(B), maggiore o uguale a quella di A.

Con gli insiemi finiti chiaro che in questo caso la cardinalit non pu essere uguale, ma negli insiemi infiniti potrebbe capitare di scegliere un'associazione per cos dire sbagliata. Prendiamo ad esempio i numeri naturali e i quadrati perfetti. Se associamo 1 1, 4 4, 9 9 e cos via, lasciamo fuori i numeri 2, 3, 5, 6, ... ma abbiamo visto che in realt la cardinalit dei due insiemi la stessa, perch abbiamo la associazione biunivoca n n^2. Cantor, insieme a Bernstein, poi riuscito a dimostrare un teorema che afferma che se #A #B e #B #A, allora #A = #B. Anche se non sembra, questo non affatto un risultato banale da dimostrare! A questo punto, Cantor si messo a fare un po' di conti per vedere come funzionavano le operazioni aritmetiche con gli infiniti cardinali. Per prima cosa, ovviamente partito da quello corrispondente ai numeri naturali. Gi, occorre anche dare loro un nome: e non possiamo usare perch, come abbiamo detto, ordinalit e cardinalit sono due concetti distinti. Il buon Cantor si era scocciato di usare sempre le stesse lettere latine e greche e voleva qualcosa di nuovo: cos andato a pescare dall'alfabeto ebraico e ha scelto la prima lettera, alef, che si scrive . Ha cos detto che la cardinalit dell'insieme dei numeri naturali 0, che si legge alef-zero; e che tutti gli insiemi di cardinalit 0 sono detti numerabili, perch possiamo metterci a contare gli elementi con i numeri interi. Qui sono iniziate le cose buffe. Mentre per i numeri ordinali non valeva la commutativit della somma, qua non ci sono problemi: che si metta prima un mucchio e poi un altro, o viceversa, alla fine c' sempre la stessa roba. Fin qua, bene. ovvio che un insieme contabile, e ha pertanto cardinalit 0. Non credo nessuno si stupisca se affermo che 0 + N, dove N un numero intero qualunque, fa 0. In fin dei conti, gli elementi di N rimangono annegati in mezzo agli infiniti elementi dell'altro addendo. Quanto fa 0 + 0? Prendiamo i numeri interi, e scriviamoli nell'ordine 0, 1, -1, 2, -2, 3, -3, ... immediato vedere che abbiamo un insieme numerabile, e pertanto la somma vale 0. Con lo stesso ragionamento, si vede come N * 0 = 0. Complichiamoci ancora un poco la vita: quanto fa 0 * 0? Per avere un esempio di un insieme con tutti quegli elementi, possiamo vedere i numeri razionali, dove abbiamo infiniti valori possibili a numeratore e infiniti a denominatore (tralasciamo per il momento il fatto che 3/4 e 6/8 sono lo stesso numero: vedremo che la cosa non importante). Cantor riuscito a dimostrare che i razionali, che sembrano essere cos tanti, sono in realt un insieme di cardinalit 0. Per vederlo, il trucco stato riuscire a contare i razionali positivi poi passare ai negativi diventa naturalmente un gioco. Cos si messo a scriverli in una specie di tavola pitagorica illimitata, dove le righe corrispondono al denominatore e le colonne al numeratore della frazione, e poi ha cominciato un percorso a zigzag: 1/1, 2/1, 1/2, 1/3, 2/2, 3/1, 4/1, 3/2, 2/3, 1/4 ... e cos via. Quindi possiamo scrivere che 02 = 0. Con un sistema simile, Cantor ha anche mostrato che i numeri algebrici, che sono quelli che si ottengono come risultato di un'equazione polinomiale a valori interi come 4x3+x2-7x+8=0, hanno sempre cardinalit 0. Detto in altro modo, 0N = 0 per un qualunque valore finito di N. A questo punto ci si pu chiedere se tutto questo gioco con gli infiniti non sia uno scherzo, e in realt ne esista uno solo. Qui arrivato il genio di Cantor, che ha trovato una dimostrazione che i numeri reali, anzi quelli compresi tra 0 e 1, sono sicuramente pi di 0. La dimostrazione per assurdo. Immaginiamo che siano numerabili: allora li possiamo scrivere per definizione in un certo ordine. chiaro che non saranno in ordine crescente, ma potremmo avere ad esempio
0,96523873450345... 0,2432140000125.... 0,312512411439328... 0,987312234832488... 0,15037320000000.... 0,14159265358979... .....

A questo punto, costruiamo un numero in questo modo: inizia con 0,. la cifra decimale al posto n 8, se il numero in posizione n ha come n-sima cifra una tra 0,1,2,3,4; 3, se ha come n-sima cifra una tra 5,6,7,8,9. Prendendo la nostra successione di numeri, abbiamo
0,96523873450345... 0,2432140000125.... 0,312512411439328... 0,987312234832488... 0,15037320000000.... 0,14159265358979... .....

e costruiamo il numero 0,388838.... Visto che abbiamo detto che abbiamo messo tutti i numeri nella nostra lista, vediamo dove sta questo qua. Non pu essere il primo, perch la prima cifra dopo la virgola diversa. Non pu essere il secondo, perch la seconda cifra dopo la virgola diversa. Non pu essere il terzo... Ehi, non possiamo trovarlo! Ma allora la nostra ipotesi falsa, e i numeri tra 0 e 1 non sono un insieme numerabile. Cantor rimasto choccato da questa scoperta, che tra l'altro implica che i numeri algebrici sono pochini, e quasi tutti i numeri reali sono pertanto trascendenti. Dopo essersi ripreso, riuscito a dimostrare che sempre possibile trovare un numero cardinale strettamente maggiore di uno dato in partenza: basta prendere il suo insieme delle parti. Definire l'insieme delle parti abbastanza semplice. Prendiamo un qualunque insieme I: per comodit mi limito a uno con tre soli elementi {A,B,C}. Per convenzione gli elementi di un insieme stanno tra le graffe. Adesso costruiamo un insieme di insiemi, prendendo tutti i possibili sottoinsiemi come elementi del nuovo insieme. Abbiamo nel nostro caso otto possibilit: {A,B,C}, {A,B}, {A,C}, {B,C}, {A}, {B}, {C}, e {} che l'insieme vuoto. L'insieme che contiene gli otto elementi qui sopra l'insieme delle parti di I, che si indica come P(I). Se I un insieme finito, facile vedere che il numero di elementi di P(I) pari a due elevato al numero di elementi di I: per convenzione si dice anche per gli insiemi infiniti che #(P(I)) = 2#(I). Restava ancora un punticino da dimostrare per completare questa teoria. facile vedere che la cardinalit dei numeri reali 20 . Questo il numero transfinito immediatamente successivo ad 0, oppure ce ne stanno uno (o pi) in mezzo? Questa viene chiamata ipotesi del continuo (per la precisione, l'ipotesi debole: quella forte dice che per un qualunque transfinito k, quello immediatamente successivo k+1. Negli anni '30 Kurt Gdel riuscito a dimostrare che l'ipotesi del continuo compatibile con gli altri assiomi alla base dell'aritmetica che usiamo. Per dirla in altro modo, se vogliamo accettarla non cadremo in contraddizione. Tutto bene? Per nulla. Nel 1963 Paul Cohen ha dimostrato che negare l'ipotesi del continuo compatibile con gli altri assiomi. Possiamo quindi supporre che sia falsa, e non succede nulla di male. Troviamo cos nell'aritmetica l'equivalente delle geometrie non euclidee: non abbiamo pi un modo per dire questo sicuramente vero. Anzi la cosa persino peggiore, perch stato dimostrato che ci sono... infinite scelte possibili per definire la successione dei numeri transfiniti. La pi divertente, almeno a mio parere, quella che postula l'esistenza di cardinali inaccessibili, che non sono degli alti prelati che non ricevono i fedeli, bens dei numeri che non possono essere raggiunti andando avanti a partire da quelli pi piccoli. Esistono? non esistono? Di nuovo, possiamo scegliere di fare matematica in entrambi i casi senza trovare delle contraddizioni.

6. Ancora paradossi
A parte il problema di non avere un modo per scegliere in maniera naturale quale tipo di infiniti si ha, si direbbe che finalmente siamo riusciti ad avere una definizione di infinito a prova di paradossi.... Per nulla. I paradossi di oggi sono diversi da quelli degli antichi greci, ma non per questo meno difficili da accettare. Inizio patriotticamente dalla curva di Peano. Giuseppe Peano stato un matematico cuneese tra i personaggi di spicco della scena mondiale tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo. La curva che prende il suo nome nasce dai suoi tentativi di definire la differenza tra una curva e una superficie. Intuitivamente la cosa sembra chiara: un punto di una linea ha solo i vicini sui due lati, mentre un punto in una superficie ce li ha tutto intorno. Che si messo a fare allora Peano? Ha definito quello che oggi chiamiamo un algoritmo ricorsivo. Per meglio dire, ha preso un quadrato e l'ha diviso in quattro parti, disegnando una spezzata che unisce i centri dei quadratini; e questo l'ha chiamato Passo Uno, perch il Passo Zero era il quadrato iniziale. Poi ha diviso ogni quadratino in quattro parti, ha disegnato quattro spezzate come quella iniziale, e le ha unite per avere un'unica linea. Questo il Passo Due. Nel Passo Tre, i sedici quadratini sono divisi in quattro, ... e si va avanti cos per un numero infinito (numerabile!) di volte. Alla fine avremo una curva che occupa tutto il quadrato iniziale, epper indubbiamente una curva. Chi ama la scultura, pu andare a Cuneo e vedere il monumento a Peano, che raffigura se non ricordo male il Passo Quattro della curva. Ma si pu fare di meglio, sempre sfruttando un procedimento ricorsivo. Si pu ad esempio partire da un triangolo equilatero al Passo Zero; al Passo Uno si divide in tre ogni lato, si disegna un triangolo equilatero rivolto verso l'esterno che abbia come lato la parte centrale, e si cancella quest'ultima, ottenendo una figura a dodici lati a forma di stella di Davide. Al Passo Due si ripete l'operazione sui dodici lati, e cos via all'infinito. Quello che si ottiene la cosiddetta curva a fiocco di neve, o di Koch. Calcoliamo il suo perimetro. Se il lato del triangolo iniziale misurava 1, al Passo Zero abbiamo un perimetro di 3; al Passo Uno siamo giunti a 4; al Passo Due il valore 16/3; ogni volta il perimetro aumenta di un fattore 4/3 e quindi tende all'infinito. Per l'area, per, il discorso diverso. Anche senza mettersi a fare i conti, si vede subito che tutte le figure disegnate ai vari Passi sono iscritte nella circonferenza circoscritta al triangolo iniziale; insomma, abbiamo una figura di perimetro infinito che ha per un'area finita. C' qualcosa che non torna nemmeno qui. Per complicare ancora di pi la vita, il matematico Felix Hausdorff ha pensato bene di dare un nuovo concetto di dimensione, proprio per riuscire a parlare di cose patologiche come la curva a fiocco di neve. Cos, una curva "normale" ha dimensione uno, esattamente come una figura "normale" ha dimensione due. Ma il fiocco di neve ha una dimensione intermedia, e per la precisione 4/3 (s, il rapporto tra la lunghezza al Passo N e quella al passo N-1. Non un caso, naturalmente). Ma ci sono altre belle cose che possono capitare, sempre da premesse che cos ad occhio non hanno nulla di pericoloso. Prendiamo ad esempio l'assioma della scelta. A sentirlo, sembra una cosa banale detta solamente in maniera complicata. Ci sono tante formulazioni equivalenti: eccone una relativamente semplice da scrivere senza troppe formule. Prendiamo un insieme qualunque X, e consideriamo un nuovo insieme I composto da tutti i sottoinsiemi non vuoti di X: insomma, quello che sopra ho scritto come 2X, tranne che gli tolgo l'insieme vuoto . Bene: per l'assioma della scelta possibile avere una funzione da I a X, tale che per ogni elemento i (che un insieme!) di I si abbia che (i) i. Se il nostro insieme X finito, non ci sono problemi; basta mettere in ordine i suoi elementi, e prendere la funzione che associ ad i il suo elemento pi piccolo. Se per prendiamo ad esempio come insieme X quello dei numeri reali, e come i i numeri strettamente positivi, questo trucco non si pu fare. vero che per quell'insieme possiamo scegliere ad esempio il valore 1 come risultato, ma il guaio che dobbiamo dare in un colpo solo la regola per tutti i sottoinsiemi dei numeri reali. Purtroppo, l'assioma della scelta non costruttivo, quindi ci dice che si pu scegliere la funzione, ma non ci dice come sceglierla. Sono certo che la maggior parte di voi sta pensando che l'assioma della scelta una cosa talmente evidente

che non sarebbe quasi nemmeno da menzionare; n gli interesser sapere pi di tanto che i logici matematici hanno dimostrato che nella stessa classe dell'ipotesi del continuo. Insomma, esso pu essere vero oppure falso senza nessun problema di creare nuove contraddizioni con il resto della matematica; se per questo, anche indipendente dall'ipotesi del continuo. Posso anche aggiungere che il 95% dei matematici accettano senza problemi l'assioma della scelta, limitandosi a dire "questo teorema richiede l'uso di AC" (Axiom of Choice, mica volete scriverlo sempre per intero?) Non un caso che questo sia chiamato "assioma" e non "ipotesi", come quella del continuo. Per c' un simpatico teorema, chiamato il Paradosso di Banach-Tarski, che dice "Prendiamo una sfera. allora possibile dividerla in un numero finito di parti in modo che sia possibile ruotarle e traslarle e ricavare due sfere identiche a quella di partenza". Tra l'altro, occorrono solo cinque parti, e una di queste il punto centrale della sfera di partenza. Se si vuole vedere la cosa in un altro modo, si pu togliere parte della sfera, spostare quello rimasto e ritornare alla sfera iniziale, proprio come in un gioco di prestigio. Da un certo punto di vista, il paradosso non cos strano: proprio come i punti di due segmenti di diversa lunghezza possono essere messi in corrispondenza a uno a uno, cos le due sfere hanno "lo stesso numero di punti" di quella iniziale. La dimostrazione non ovviamente costruttiva, n si pu "fare un disegno" di come sono fatti questi pezzi: tutta una questione di fede, possiamo dire. Anche se la pubblicazione del paradosso risale al 1924, gi da un paio di decenni c'era un gruppetto di matematici, il pi famoso dei quali l'olandese L.E.J. Brouwer, che partiva dal principio che una dimostrazione matematica non poteva essere considerata valida se era fatta per assurdo, cio applicava il principio del terzo escluso che pure arriva dai tempi di Aristotele. Applicato alla matematica, si parla di costruttivismo: per dimostrare che esiste un ente, bisogna appunto costruirlo. In questo modo, il paradosso di Banach-Tarski non esiste pi, proprio perch non possibile definire esplicitamente quali sono i punti che appartengono ai singoli pezzi della sfera iniziale che verranno spostati per costruire le due nuove sfere. Il rovescio della medaglia che il numero di teoremi che si possono dimostrare si riduce moltissimo: ecco perch sono molto pochi i matematici che ad esempio rifiutano di usare l'assioma della scelta nei teoremi che dimostrano. Che gusto c', se non si possono dimostrare tante cose nuove?

7. Insomma...
Penso sia chiaro che parlare di infinito ci porta inevitabilmente su un terreno molto scivoloso. Non solo la nostra intuizione non ci aiuta, ma a volte ci fa viaggiare per la tangente... Credo per che mettersi a vagare tra questi concetti possa essere divertente. Hilbert ha forse esagerato quando disse: Nessuno ci scaccer dal paradiso che Cantor ha creato per noi, ma Per chi volesse saperne di pi, lascio una rapida bibliografia, contenente sia libri che documentazione recuperabile in Rete. Carl Boyer, Storia della matematica, Oscar Saggi, Mondadori. Un testo classico per chiunque voglia conoscere la matematica in generale. Attenzione: negli USA uscita una versione aggiornata con i risultati dell'ultimo secolo (il testo originale del 1968, e si fermato al primo dopoguerra), ma in Italia non si vista. Morris Kline, Storia del pensiero matematico (2 voll.), Biblioteca Einaudi, 1999. Libro un po' pi tecnico del precedente, ma allo stesso tempo con un interesse maggiore verso la filosofia. Paolo Zellini, Breve storia dell'infinito, Adelphi, 1993. Un testo filosofico scritto da un matematico. Non esattamente di facile lettura, ma ci trovate praticamente tutto. Carl Boyer, The History of the Calculus and Its Conceptual Development, Dover, 1980. Chi interessato alla storia della matematica dal punto di vista di come si struttura la teoria che poi viene insegnata a scuola come cristallizzata sar a proprio agio con questo libro. John H. Conway e Richard Guy, Il libro dei numeri, Hoepli, 1999. Tutti i numeri che potete

immaginare, e molti altri. Scritto in uno stile piacevole e colorato, evitando le dimostrazioni. Umberto Bottazzini, Il flauto di Hilbert storia della matematica, Utet Libreria, 2003. Riedizione di un libro del 1998 con lo stesso contenuto, ma con una copertina meno bella e un titolo neutro, anche se non proprio corretto, visto che inizia a trattare la matematica a partire dal dal 1600... interessante per il maggior risalto dato agli italiani, ma forse un po' troppo pesante. L'infinito: un itinerario didattico tra matematica e filosofia, di Luigi Tomasi. Il testo pensato per le classi superiori del liceo. La matematica dell'infinito, di Stefano Leonesi, Carlo Toffalori e Samanta Tordini. Articolo pi tecnico di didattica della matematica. L'infinito e il continuo, di A. Maida. Rapido riassunto dell'infinito inteso come continuo. L'infinito in matematica, di Maria Chiara Giacomucci. Carrellata storica con una maggiore attenzione alle considerazioni filosofiche. Layman's Guide to the Banach-Tarski Paradox, di "The Writer". Purtroppo in inglese, ma sicuramente meritevole di lettura per avere un'idea di cosa succede nel paradosso.