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COMBRAY

P e r m o l t o t e mp o , m i s o n o c o r i c a t o pr e s t o l a s e r a . A v o l t e ,
a p p e n a spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano cos in fretta che nemmeno
avevo il tempo di dire a me stesso: Maddormento. E, una mezzora pi
tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi ridestava; volevo posare il libro
che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lu me; non avevo
smesso, dormendo,di ragionare su ci che avevo appena letto, ma quelle
riflessioni avevano preso una piega un po particolare; mi sembrava
dessere io stesso loggetto di cui il libro si occupava: una chiesa, un
quartetto, la rivalit fra Francesco I e Carlo V. Questa convinzione sopravviveva
ancora qualche istante al mio risveglio; non offendeva la mia ragione, ma premeva
sui miei occhi come una squama e impediva loro di rendersi conto che la candela non
era pi accesa. Poi,cominciava ad apparirmi inintelligibile, come, dopo la
metempsicosi, i pensieri di unesistenza anteriore; largomento del libro si staccava
da me, ero libero di pensarci o meno; ma subito recuperavo la vista ed ero molto
stupito di trovare intorno a me unoscurit dolce e riposante per i miei
occhi, ma forse pi ancora per lanimo mio, al quale essa appariva come
una cosa senza ragione, incomprensibile, un che di veramente oscuro. Mi
domandavo che ora potesse essere; udivo il fischio dei treni che, pi o
meno di lontano, come il canto di un uccello in una foresta, segnando le
distanze, mi descriveva la distesa della campagna deserta, dove il
viaggiatore si affretta verso la stazione pi vicina; e il sentiero che percorre
gli rester impresso nella memoria per leccitazione che suscitano in
luiluoghi nuovi, gesti inconsueti, i discorsi appena fatti, gli addii sotto
lalampada estranea che lo seguono ancora nel silenzio della notte, la dolcezza prossima del ritorno. Appoggiavo teneramente le mie gote alle belle gote del
guanciale, piene e fresche come quelle della nostra infanzia. Accendevo un
fiammifero per guardare lorologio. Quasi mezzanotte. il momento in cui il malato,
che stato costretto a mettersi in viaggio e ha dovuto dormire in un
al- bergo sconosciuto, svegliato da una crisi, si rallegra nello scorgere
sottola porta una striscia di luce. Che gioia, gi mattina! Tra pochi istanti
idomestici si alzeranno, potr suonare il campanello, verranno a dargli aiuto.
La speranza del conforto gli d coraggio nella sofferenza. Ecco, gli sembrato di
udire dei passi; i passi si avvicinano, poi si allontanano. E la striscia di luce
sotto la porta scomparsa. mezzanotte; hanno spento il gas; lultimo domestico se
n andato, e bisogner passare tutta la nottea soffrire senza rimedio.
Mi riaddormentavo, e talvolta non avevo pi che brevi risvegli di
una t t i m o , i l t e m p o d i p e r c e p i r e g l i s c r i c c h i o l i i o r g a n i c i d e l l e
boiseries,daprire gli occhi per fissare il caleidoscopio delloscurit, di
assaporare,grazie a un momentaneo barlume di coscienza, il sonno in cui erano immersi i mobili, la camera, quel tutto di cui io non ero che una piccola par-te e nella
cui insensibilit tornavo presto a confondermi. Oppure, dor-mendo, avevo
raggiunto senza sforzo unet definitivamente conclusa della mia vita passata,
avevo ritrovato qualcuno dei miei terrori infantili, come quello che il mio prozio mi

tirasse per i boccoli, e che era svanito il giorno inizio per me di una nuova era in cui
me li avevano tagliati. Durante il sonno avevo dimenticato quellepisodio, ne
ritrovavo il ricor-do non appena riuscivo a svegliarmi per sfuggire alle mani
del prozio,m a , p e r p r e c a u z i o n e , a ffo n d a v o c o mp l e t a m e n t e l a t e s t a n e l
g u a n c i a l e prima di ritornare nel mondo dei sogni.A volte, come Eva nacque da una
costola di Adamo, nel sonno, da unafalsa posizione della mia coscia, nasceva una
donna. Formata dal piacereche stavo per assaporare, mimmaginavo fosse lei
stessa a offrirmelo. Ilmio corpo, che sentiva nel suo il mio proprio calore,
voleva unirsi a lei; mi svegliavo. Gli altri esseri umani mi apparivano
lontanissimi, a con-fronto di questa donna che avevo lasciato da pochi attimi
appena; la miagota era calda ancora del suo bacio, il mio corpo spossato dal
peso dellasua persona. Se, come a volte accadeva, vedevo in lei i lineamenti di
unad o n n a c h e a v e v o c o n o s c i u t o n e l l a v i t a , m i d e d i c a v o i n t e r a me n t e
a u n unico scopo: ritrovarla; come quelli che si mettono in viaggio per vederecon i
propri occhi una citt desiderata e immaginano si possa godere nella realt
lincanto della fantasia. A poco a poco, il suo ricordo svaniva, avevo
dimenticato la creatura del mio sogno.U n u o m o c h e d o r m e t i e n e i n
c e r c h i o i n t o r n o a s i l f i l o d e l l e o r e , lordine degli anni e dei mondi.
Svegliandosi, li consulta istintivamentee vi legge in un attimo il punto della terra che
occupa, il tempo che tra-scorso fino al suo risveglio; ma i loro cicli possono
confondersi, spezzarsi. Se verso il mattino, dopo un po dinsonnia, saddormenta,
mentre sta leggendo, in una posizione troppo diversa da quella abituale, baster
un braccio sollevato a fermare e a far indietreggiare il sole, e nel primo istante del
risveglio egli non sapr che ora sia, e penser di essersi appena coricato. E se prende
sonno in una posizione ancora pi irregolare e divergente, per esempio dopo cena,
seduto in poltrona, allora lo sconvolgi mento sar totale in quei mondi usciti
dalla loro orbita, la poltrona magica lo far viaggiare a gran velocit nel tempo e
nello spazio, e al momento di aprire le palpebre, creder di essersi coricato alcuni
mesi innanzi in unaltra contrada. Ma bastava che, nel mio stesso letto, il mio sonno
fosseprofondo e distendesse pienamente il mio spirito, ed ecco che questo abbandonava il luogo in cui mi ero addormentato e, quando mi svegliavonel
cuore della notte, ignorando dove mi trovavo, non sapevo sul mo- mento
nemmeno chi fossi; avevo solamente, nella sua primitiva semplici-t, il senso
dellesistenza, come pu fremere nel fondo di un animale; eropi spoglio
delluomo delle caverne; ma allora il ricordo

non ancoradel luogo in cui mi trovavo, ma di alcuni tra quelli che avevo
abitato edove avrei potuto essere

veniva a me come un aiuto dallalto, per trar-mi dal nulla donde non sarei potuto
uscire da solo; passavo in un mo-mento sopra secoli di civilt, e le
immagini confusamente intraviste dilampade a petrolio, poi di camicie col
colletto rivoltato, ricomponevano apoco a poco i tratti originali del mio io.Forse,
limmobilit delle cose intorno a noi imposta loro dalla nostracertezza che sono esse

e non altre, dallimmobilit del nostro pensiero neiloro confronti. Il fatto che,
quando mi svegliavo in quello stato, mentreil mio spirito si agitava per cercare,
senza riuscirci, di sapere dove fossi,tutto, le case, i paesi, gli anni, girava intorno
a me nel buio. Il mio corpo,troppo intorpidito per muoversi, cercava, a seconda
della forma dellasua stanchezza, di ritrovare la posizione delle proprie
membra per de-durne la direzione della parete, la disposizione dei mobili, per
ricostruiree dare un nome alla dimora in cui si trovava. La memoria di s, la memoria delle sue costole, delle sue ginocchia, delle sue spalle, gli
presentavau n a d o p o l a l t r a p a r e c c h i e d e l l e c a me r e i n c u i a v e v a
d o r mi t o , m e n t r e tuttintorno le pareti invisibili, mutando posizione a seconda della
formadella stanza immaginata, turbinavano nelle tenebre. E prima ancora cheil mio
pensiero, esitante sulla soglia dei tempi e delle forme, avesse rico-nosciuto
labitazione accostando i dettagli, lui

il mio corpo

ricorda-va per ognuna il tipo di letto, la disposizione delle porte,


lesposizioned e l l e f i n e s t r e , l e s i s t e n z a d i u n c o r r i d oi o , e i n s i e me l e
c o s e c h e a v e v o pensato addormentandomi l e che ritrovavo al risveglio. Il
mio fiancoanchilosato, cercando di indovinare la propria posizione,
immaginava,ad esempio, dessere disteso, dinanzi alla parete, in un letto
grande con baldacchino, e subito mi dicevo: Guarda, ho finito per
addormentarmi, bench la mamma non sia venuta a darmi la buonanotte; ero in
campa-gna a casa del nonno, morto parecchi anni fa; e il mio corpo, il
fianco sucui riposavo, custodi fedeli di un passato che il mio spirito non
avrebbemai dovuto dimenticare, mi ricordavano la fiamma della lampada di ve-tro
di Boemia, a forma durna, sospesa al soffitto con delle catenelle, il ca-mino in
marmo di Siena, nella mia camera da letto di Combray, in casa
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dei nonni, in giorni lontani che in quel momento mi figuravo presenti,senza
rappresentarmeli esattamente, e che avrei rivisto meglio tra poco, quando
fossi stato sveglio del tutto
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.Poi rinasceva il ricordo di unaltra situazione; la parete si estendeva inu n a d i v e r s a
d i r e z i o n e : er o n e l l a mi a c a m e r a , i n c a s a d e l l a s i g n o r a d i Saint-Loup, in
campagna; Dio mio! Sono almeno le dieci, devono aver fi-nito di cenare! Avr
prolungato oltre misura la siesta che faccio ogni se- ra, rientrando dalla
passeggiata con la signora di Saint-Loup, prima di ri-vestirmi. Poich sono passati
molti anni dai tempi di Combray, quando,nei nostri ritorni pi tardivi, erano i riflessi
rossi del tramonto che vede-vo sui vetri della mia finestra. un altro genere di vita
quello che si con-duce a Tansonville, in casa della signora di Saint-Loup, un
altro generedi piacere quello che provo nelluscire soltanto di notte, nel percorrere
alchiaro di luna quei sentieri dove un tempo giocavo al sole; e la
cameranella quale mi sarei addormentato, invece di vestirmi per la cena, la scor-go

di lontano, quando rientriamo, attraversata dalle luci della lampada, unico


faro nella notte.Queste evocazioni vorticose e confuse non duravano mai pi
di qual-che secondo; spesso, la mia breve incertezza circa il luogo in cui mi
tro-vavo non discerneva, le une dalle altre, le diverse supposizioni di cui
eracostituita, cos come non riusciamo a isolare, vedendo correre un cavallo,le pose
successive che ci mostra il cinetoscopio
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. M a a v e v o r i v i s t o o r a luna, ora laltra delle camere che avevo abitato
nella mia vita, e finivoper ricordarmele tutte nelle lunghe fantasticherie che
seguivano al miorisveglio; camere dinverno dove, una volta coricati, rannicchiamo
la te-sta in un nido intessuto delle cose pi disparate: un angolo del guanciale,lorlo
delle coperte, il capo di uno scialle, la sponda del letto, e un nume-ro dei
Dbats roses
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, che finiamo per cementare insieme secondo la tecni-ca degli uccelli, standovi
appoggiati indefinitamente; dove, se il tempo gelido, il piacere che si prova di
sentirsi separati dallesterno (come larondine marina che ha il suo nido in
fondo a un sotterraneo, nel caloredella terra), e dove, essendo rimasto
acceso il fuoco tutta la notte nel ca-mino, si dorme in unampia coltre daria
calda e fumosa, attraversata dai bagliori dei tizzoni che si riaccendono, sorta
dimpalpabile alcova, di cal-da caverna scavata allinterno della camera stessa, zona
ardente e mobilen e i s u o i c o n t or n i t e r m i c i , v e n t i l a t a d a s o ffi c h e c i
r i n f r e s c a n o i l v i s o e vengono dagli angoli, dalle parti vicine alle finestre o
lontane dal fuoco, eche si sono raffreddate;

camere destate dove bello sentirsi uniti allanotte tiepida, dove il chiaro di
luna, adagiato sulle imposte socchiuse,g e t t a f i n o a i p i e d i d e l l e t t o l a
s u a s c a l a i n c a n t a t a , d o v e s i d or m e q u a s i
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allaria aperta, come la cincia cullata dalla brezza sulla punta di un rag- gio;

a volte, la camera Luigi XVI, cos allegra che nemmeno la prima sera mi ci
ero sentito troppo infelice, e dove le colonnine che sostenevanoleggere il soffitto si
allontanavano con estrema grazia per mostrare e ri-servare lo spazio del
letto; a volte invece, quella, piccola e con il soffittomolto alto, scavata a
forma di piramide per unaltezza di due piani e in parte rivestita di mogano, in
cui fin dal primo momento ero stato moral-mente intossicato dallodore sconosciuto
di vetiver, convinto dellostilitdelle tende viola e dellinsolente indifferenza
della pendola che schia-mazzava forte come se io non ci fossi stato

dove una strana e impieto-sa specchiera, con base quadrangolare, sbarrando


obliquamente uno de-gli angoli della stanza, si apriva a forza uno spazio che
non era previstonella dolce pienezza del mio abituale campo visivo


; dove il mio pen-siero, sforzandosi per ore di librarsi, di innalzarsi, per
prendere esatta-mente la forma della camera e giungere a riempire fino in cima il
suo im- buto gigantesco, aveva sopportato molte notti penose, mentre me ne sta-vo
disteso sul letto, con gli occhi levati, le orecchie tese, le narici contrat-te, il cuore che
batteva: fin quando labitudine non avesse mutato il colo-re delle tende, fatto
tacere la pendola, insegnato la piet allo specchio obliquo e crudele,
dissimulato, se non proprio dissolto del tutto, lodored i v e t i v e r , e a l q u a n t o
diminuito
lapparente
altezza
del
s o f f i t t o . Labitudine!
ordinatrice abile ma terribilmente lenta, che comincia con illasciar soffrire il nostro
spirito, per settimane, in una sistemazione prov-visoria; ma che, nonostante tutto,
esso ben contento dincontrare, giac-ch senza labitudine, e ridotto ai suoi
soli mezzi, sarebbe impotente arenderci abitabile una casa.Certo, adesso ero
proprio sveglio, il mio corpo aveva virato unultimavolta e langelo buono della
certezza aveva fermato ogni cosa intorno a me, mi aveva sistemato sotto le
coperte, nella mia camera, e nelloscuritaveva messo pi o meno al loro posto il
cassettone, la scrivania, il cami-no, la finestra sulla strada e le due porte. Ma
avevo un bel sapere che nonmi trovavo nelle dimore di cui lignoranza del risveglio
mi aveva per unattimo, se non presentato limmagine chiara, quanto meno
fatto crederepossibile la presenza, la mia memoria ormai si era messa in
moto; gene-ralmente non cercavo di riaddormentarmi subito; passavo la
maggiorparte della notte riandando con il pensiero alla nostra vita di un tempo,
aCombray, in casa della prozia, a Balbec, a Parigi, a Doncires, a Venezia,e ancora
altrove, a ricordare i luoghi, le persone che vi avevo conosciuto,quel che di loro
avevo visto, quello che me nera stato raccontato.
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A Combray, ogni giorno, sul finire del pomeriggio, molto prima del momento
in cui avrei dovuto mettermi a letto e restarmene l, senza dor-mire, lontano dalla
mamma e dalla nonna, la mia camera da letto ridi- v e n t a v a i l p u n t o f i s s o
e d o l or o s o d e l l e m i e pr e o c c u p a z i o n i . Ave v a n o escogitato, per distrarmi,
nelle sere in cui il mio aspetto sembrava troppoinfelice, di regalarmi una lanterna
magica, con cui, mentre si aspettavalora della cena, coprivano la mia lampada;
e, al modo dei primi architet-ti e maestri vetrai dellet gotica, esso sostituiva
allopacit delle paretiiridescenze impalpabili, soprannaturali apparizioni
multicolori, doveerano dipinte leggende come in una vetrata vacillante ed effimera.
Ma lamia tristezza ne era accresciuta, giacch il semplice cambiamento di illuminazione bastava a distruggere labitudine che avevo della mia camerae grazie alla
quale, salvo il supplizio dellandare a dormire, essa mi eradiventata
sopportabile. Adesso non la riconoscevo pi e ci stavo con in-quietudine,
come in una camera dalbergo o di chalet nella quale fossi giunto per la prima
volta scendendo dal treno.Al passo saltellante del suo cavallo, Golo, pervaso
di un atroce dise-gno, usciva dalla piccola foresta triangolare che vellutava di un
verde cu-po il declivio di una collina e avanzava sobbalzando verso il castello del-la
povera Genoveffa di Brabante

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. Quel castello era tagliato secondo unalinea curva, che altro non era se non il
bordo di uno degli ovali di vetroinseriti nel telaio che si faceva scorrere tra
le scanalature della lanterna.Era soltanto unala del castello, e davanti si stendeva
una landa, dove so-g n a v a G e n o v e ffa , c h e a v e v a u n a c i n t ur a a z z u r r a . I l
c a s t e l l o e l a l a n d a erano gialli e io non avevo dovuto aspettare di vederli
per conoscerne ilcolore, giacch, prima dei vetri della lanterna, la sonorit brunorossicciadel nome di Brabante me laveva mostrato con evidenza. Golo si fermavaun
momento, per ascoltare con tristezza la didascalia, letta ad alta voce dalla
prozia, che lui aveva laria dintendere perfettamente, conformandoil suo
atteggiamento, con una docilit che non escludeva una certa mae-st, alle
indicazioni del testo; poi si allontanava col solito passo sobbal-zante. E
nulla poteva arrestare la sua lenta cavalcata. Se si spostava la lanterna,
distinguevo il cavallo di Golo che continuava ad avanzare sulletende della finestra,
gonfiandosi delle loro pieghe, sprofondando nei lorosolchi. Il corpo stesso di Golo, di
unessenza soprannaturale, come quelladella sua cavalcatura, aderiva a qualsiasi
ostacolo materiale, ad ogni og-getto ingombrante che incontrava, prendendolo come
ossatura e renden-dolo interiore a s, fossanche la maniglia della porta alla quale
subito siadattava e si stagliava invincibilmente la sua veste rossa o il suo
volto
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pallido, sempre ugualmente nobile e malinconico, ma che non
lasciavaapparire turbamento per quella transvertebrazione.Certo, vi trovavo del
fascino in quelle brillanti proiezioni che sembra-vano emanare da un passato
merovingio e facevano fluttuare intorno ame cos antichi riflessi di storia
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. Ma non posso dire quale malessere micausasse, tuttavia, quellintrusione
del mistero e della bellezza in unastanza che avevo finito col riempire del
mio io, al punto da non fare pi c a s o n a l l u n a n a l l a l t r o . Ven u t a
m e n o l i n f l u e n z a a n e s t e t i z z a n t e dellabitudine, mi mettevo a pensare, a
sentire cose infinitamente tristi.Quella maniglia della porta della mia camera, che
differiva per me dallem a n i g l i e d i t u t t e l e a l t r e p o r t e d e l m o n d o , p e r i l
f a t t o c h e s e m b r a v a aprirsi da sola, senza che io dovessi girarla, tanto luso me
nera divenutoinconsapevole, ecco che ora serviva di corpo astrale a Golo. E non
appe-na suonavano per la cena, ero ansioso di correre nella sala da pranzo, do-ve la
grande lampada sospesa, che nulla sapeva di Golo e di Barbabl,ma che
conosceva i miei genitori e il manzo in casseruola, spandeva la s u a l u c e d i
t u t t e l e s e r e ; e d i c a d e r e t r a l e br a c c i a d e l l a m a m m a , c h e l e sventure
di Genoveffa di Brabante mi rendevano pi cara, mentre i mi-sfatti di Golo
minducevano a esaminare la mia propria coscienza con maggior
scrupolo.Dopo cena, ahim, ero ben presto costretto a lasciare la mamma, che rimaneva a conversare con gli altri, in giardino, se il tempo era bello,
nelsalottino, dove tutti si ritiravano, se il tempo era cattivo. Tutti, salvo

lanonna, la quale trovava che un peccato restarsene al chiuso in campa-g n a e


a v e v a c o n t i n u e d i s c u s s i o n i c o n mi o p a d r e , n e i g i or n i d i g r a n pioggia,
perch lui mi mandava a leggere nella mia stanza invece di per-mettere che restassi
fuori. Non cos che lo farete diventare robusto edenergico, diceva lei
tristemente, soprattutto questo piccino che ha tanto bisogno di acquistare
forza e volont. Mio padre scrollava le spalle edesaminava il barometro,
poich amava la metereologia, mentre mia ma-dre, evitando di far rumore
per non disturbarlo, lo guardava con un ri- spetto intenerito, ma senza troppa
insistenza, per non cercar di penetrareil mistero delle sue superiorit. Ma la nonna,
qualsiasi tempo facesse, an-che quando la pioggia infuriava e Franoise
precipitosamente aveva ri-portato dentro le preziose poltrone di vimini, per paura
che si bagnasse-ro, la si vedeva nel giardino deserto e sferzato
dallacquazzone, rialzarele sue ciocche, disordinate e grigie, affinch la fronte
meglio simbevessedella salubrit del vento e della pioggia. Diceva: Finalmente si
respira!e p e r c or r e v a i v i a l i a l l a g a t i

troppo simmetricamente allineati, per isuoi gusti, dal nuovo giardiniere,


sprovvisto del sentimento della natura,
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e al quale mio padre aveva domandato fin dal mattino se il tempo si sarebbe aggiustato

con il suo piccolo passo vivace e saltellante, regolatosui differenti moti che
suscitavano nel suo animo lebbrezza del tempora-le, la potenza delligiene, la
stupidit della mia educazione e la simmetriadei giardini, piuttosto che sul
desiderio, a lei ignoto, di evitare alla sua s o t t a n a c o l o r pr u g n a l e
m a c c h i e d i f a n g o , s o t t o l e q u a l i f i n i v a c o n l o scomparire fino a
unaltezza che, per la sua cameriera, era sempre una disperazione e un
problema.Quando le passeggiate in giardino della nonna avvenivano dopo cena,una
sola cosa aveva il potere di farla rientrare: era

in uno di quei mo-menti nei quali la rotazione del suo giro la riconduceva
periodicamente,come un insetto, dinanzi alle luci del salottino dove erano serviti i
liquo-r i , s u l t a v o l o d a g i o c o

quando la mia prozia le gridava: Bathilde


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!Vieni a proibire a tuo marito di bere il cognac!. In effetti, per contrariar-la (lei
aveva portato nella famiglia di mio padre uno spirito cos diverso che tutti la
prendevano in giro e la tormentavano), poich i liquori eranoproibiti al nonno, la
prozia gliene faceva bere qualche goccio. La mia po-vera nonna entrava, pregava
ardentemente suo marito di non assaggiareil cognac; lui si arrabbiava, beveva
ugualmente il suo sorso, e la nonna sene andava via, triste, scoraggiata, ma sempre

sorridente, giacch era cosumile di cuore e cos dolce che la sua tenerezza per gli
altri e il poco con-to che faceva della propria persona e delle proprie sofferenze, si
concilia-vano nel suo sguardo in un sorriso dove, diversamente da quel che si ve-de
nel volto di molti esseri umani, non vera ironia se non per se stessa, eper tutti noi
invece come un bacio dei suoi occhi che non potevano po-sarsi su coloro
che le erano cari senza accarezzarli appassionatamentecon lo sguardo. Quel
supplizio che le infliggeva la prozia, lo spettacolodelle vane preghiere della
nonna e della sua debolezza, vinta in parten- za, nellinutile tentativo di togliere
al nonno il bicchierino di liquore, erauna di quelle cose alla cui vista pi tardi ci
si abitua, fino a considerarleridendo e a prendere le parti del persecutore con
sufficiente risolutezza eallegria onde persuadere se stessi che non si tratta di
persecuzioni; allora,esse mi ispiravano un tale orrore che avrei voluto picchiare la
prozia. Maa p p e n a s e n t i v o : B a t h i l d e , v i e n i a p r o i b i r e a t u o m a r i t o d i
b e r e i l c o - gnac!, gi uomo per vilt, facevo ci che facciamo tutti, una volta divenuti adulti, quando ci si presentano innanzi delle sofferenze e delle ingiustizie: non volevo vederle; salivo a piangere nella parte pi alta dellacasa, accanto
alla sala da studio, sotto i tetti, in una piccola stanza odoro-sa diris, e alla quale
dava il suo profumo anche un ribes selvatico cre- s c i u t o d i f u o r i , t r a l e
pietre del muro, e che insinuava un ramo fiorito
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attraverso la finestra socchiusa. Destinata a un uso pi particolare e
pivolgare, quella stanza, dalla quale di giorno la vista spaziava fino al tor-rione di
Roussainville-le-Pin, per lungo tempo mi serv di rifugio, senzadubbio
perch era la sola che mi fosse consentito di chiudere a chiave, per tutte
quelle tra le mie occupazioni che esigevano uninviolabile soli-tudine: la lettura, la
fantasticheria, le lacrime e la volutt. Ahim! non sa-pevo che, assai pi
tristemente delle piccole trasgressioni di regime di s u o m a r i t o , l a
mia
mancanza
di
volont,
la
mia
salute
d e l i c a t a , lincertezza che esse proiettavano sul mio avvenire,
preoccupavano lanonna, nel corso di quelle deambulazioni incessanti, del
pomeriggio edella sera, quando si vedeva passare e ripassare, obliquamente
alzatoverso il cielo il suo bel volto dalle gote scure e segnate, divenute nel vol-gere
degli anni di un colore quasi malva come i campi arati in
autunno,attraversate, se andava fuori, da una veletta mezzo sollevata, e sulle qua-li,
portata l dal freddo o da qualche triste pensiero, era sempre sul pun-to dasciugarsi
una lacrima involontaria.La mia unica consolazione, quando salivo a coricarmi, era
che la mam-ma sarebbe venuta a darmi un bacio non appena fossi stato a
letto. Maquella buonanotte durava cos poco, lei ridiscendeva cos presto,
che ilmomento in cui la sentivo salire, e poi quando nel corridoio dalla doppiaporta
trascorreva il fruscio leggero della sua veste da giardino di musso-la azzurra, dalla
quale pendevano dei cordoncini di paglia intrecciata,era per me un
momento doloroso. Era lannuncio di quello che sarebbe seguito, quando mi
avrebbe lasciato, quando sarebbe ridiscesa. Di modoche quella buonanotte che amavo

tanto, giungevo a desiderare che venis-se il pi tardi possibile, perch si prolungava il


tempo di tregua duranteil quale la mamma non era ancora venuta. Talvolta quando,
dopo avermi baciato, apriva la porta per uscire, io volevo chiamarla, dirle dammi
unaltro bacio, ma sapevo che subito ne sarebbe rimasta infastidita, giacchla
concessione che faceva alla mia tristezza e alla mia agitazione salendoad
abbracciarmi, recandomi quel bacio di pace, irritava mio padre, che trovava
assurdi quei riti, e lei avrebbe voluto tentare di farmene perderela necessit,
labitudine, ben lungi dal lasciarmi prendere quella di chie-derle, quando era gi sulla
soglia delluscio, un bacio in pi. Ora, vederlaadirata distruggeva tutta la calma
che mi aveva recato un istante prima, quando aveva chinato sul mio letto il suo
viso amoroso, e me lo aveva te-s o c o m e u n o s t i a p er u n a c o mu n i o n e d i
p a c e a l l a q u a l e l e m i e l a b br a avrebbero attinto la sua presenza reale e il potere
daddormentarmi. Maquelle sere in cui la mamma finiva per restare cos poco
in camera mia,erano ancora dolci a confronto di quelle in cui avevamo
gente a cena, e
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lei, a causa di ci, non saliva a darmi la buonanotte. La gente si
limitavanormalmente al signor Swann che, salvo qualche forestiero di passaggio,era
quasi la sola persona che venisse da noi a Combray, qualche volta acena,
come avviene tra vicini (pi raramente, dopo che aveva fatto quelcattivo
matrimonio, in quanto i miei non volevano ricevere sua moglie),altre volte
dopo cena, allimprovviso. La sera in cui, seduti davanti alla casa sotto il
grande ippocastano, attorno al tavolo di ferro, sentivamo dalfondo del giardino,
non il sonaglio insistente e chiassoso che inondava,che stordiva al
passaggio con il suo rumore ferruginoso, inesauribile egelido tutti quelli di
casa che lo scuotevano entrando senza suonare,ma il doppio tintinnio
timido, ovale e dorato della campanella per gliestranei, ciascuno subito si
domandava: Una visita, chi pu essere?. Ma si sapeva bene che non poteva
essere altri che il signor Swann; la pro-zia, parlando ad alta voce, per dare lesempio,
in un tono che si sforzavadi rendere naturale, diceva di non bisbigliare a quel
modo; che niente pi scortese nei confronti di una persona che viene in visita e
alla quale,cos, si fa credere che si stiano dicendo cose che essa non deve
sentire; esi mandava in esplorazione la nonna, sempre felice di avere un
pretestoper fare un altro giro in giardino, e lei ne approfittava per strappare furtivamente, al passaggio, qualche sostegno dei rosai, per restituire ai fioriun po di
naturalezza, come una madre che, per renderli pi ariosi, passiuna mano tra i capelli
del figlio che il parrucchiere ha troppo appiattito.Restavamo tutti in sospeso per le
notizie che la nonna ci avrebbe porta-to del nemico, come se si fosse potuto esitare
tra un gran numero di pos-s i b i l i a s s a l i t o r i , e s u b i t o d o p o i l n o n n o d i c e v a :
R i c o n o s c o l a v o c e d i Swann. In effetti, lo si poteva riconoscere soltanto dalla
voce; il suo vol-to, dal naso aquilino, dagli occhi verdi, sotto unalta fronte circondata
dicapelli biondi, quasi rossi, pettinati alla Bressant
10

, era difficile da distin-guere, poich in giardino tenevamo il minimo possibile


di luce, per nonattirare le zanzare; e io andavo a dire, senza dare
nellocchio, che si por-tassero le bevande; la nonna attribuiva grande importanza,
sembrandoleci pi cortese, al fatto che queste non apparissero come
qualcosa di ec-cezionale, e soltanto per le visite. Il signor Swann, per
quanto assai pigiovane di lui, era molto legato a mio nonno, che era stato
uno dei mi-gliori amici di suo padre, uomo eccellente ma singolare, al quale,
sembra, bastava un nonnulla, a volte, per interrompere gli slanci del cuore,
permutare il corso del pensiero. Pi volte, ogni anno, sentivo il nonno raccontare a tavola degli aneddoti, sempre gli stessi, sul contegno tenuto daSwann padre,
alla morte di sua moglie, che aveva vegliato giorno e notte.I l n o n n o , c h e n o n l o
v e d e v a d a m o l t o t e mp o , er a a c c o r s o p r e s s o d i l u i
12
nella propriet che gli Swann possedevano nei dintorni di Combray, ed era
riuscito, per evitare che assistesse alla chiusura della bara, a fargli la-sciare per un
momento, in lacrime, la camera mortuaria. Fecero due passinel parco, dove cera un
po di sole. Dimprovviso, il signor Swann, pren-d e n d o m i o n o n n o p e r u n
b r a c c i o , a v e v a e s c l a m a t o : A h ! m i o v e c c h i o amico, che gioia passeggiare
insieme con questo bel tempo. Non trovateincantevole tutto ci: gli alberi, i
biancospini e il mio laghetto per il qualenon mi avete ancora fatto i complimenti? Ma
voi avete unaria un po te-tra. Non sentite questo venticello? Ah! si ha un bel dire, la
vita ha qualco-sa di buono, dopotutto, mio caro Amde!. Bruscamente, il ricordo
dellamoglie morta lo riassal, e trovando indubbiamente troppo
complicatocercare come avesse potuto in un momento simile lasciarsi
andare a unmoto di gioia, si content, con un gesto che gli era familiare
ogni voltache una questione difficile gli si presentava alla mente, di passarsi la mano sulla fronte, dasciugarsi gli occhi e le lenti del
pince-nez
. N o n p o t consolarsi, tuttavia, della morte della moglie, ma nei due anni
che le so-pravvisse, confidava a mio nonno: strano, penso di continuo alla
miapovera moglie, ma non riesco a pensarci tanto in uno stesso
momento.Spesso, ma poco alla volta, come il povero Swann padre, era
diventatauna delle frasi preferite del nonno, che la pronunciava a proposito
dellecose pi disparate. Questo padre di Swann mi sarebbe sembrato un mo-stro, se
il nonno, che io consideravo il migliore dei giudici e le cui senten-ze avevano per me
valore di giurisprudenza, e in seguito mi sono servitepi di una volta ad assolvere
colpe che sarei stato incline a condannare, non avesse protestato: Ma come? era
proprio un cuore doro!.Per molti anni, durante i quali, tuttavia, soprattutto prima
del suo ma-trimonio, Swann figlio venne spesso a far loro visita a Combray,
la pro-zia e i nonni non ebbero mai il sospetto che lui non vivesse pi,
ormai,nella cerchia sociale frequentata dalla sua famiglia, e che sotto quella sor-ta
dincognito assicuratagli in casa nostra dal nome di Swann, accoglie- vano

con lassoluta innocenza di onesti albergatori che danno allog-gio, senza


saperlo, a un famoso bandito

uno dei pi eleganti membridel Jockey-Club


11
, amico prediletto del conte di Parigi e del principe di Galles
12
, uno degli uomini pi vezzeggiati dellalta societ del faubourgSaint-Germain
13
.La nostra ignoranza circa la brillante vita mondana condotta da Swannera dovuta,
evidentemente, almeno in parte, alla riservatezza e alla di- screzione del suo
carattere, ma anche al fatto che i borghesi dallora ave-vano della societ unidea un
po induista, e la consideravano quasi com-posta di caste chiuse dove ciascuno, fin
dalla nascita, si trovava collocato
13

nello stesso rango occupato dai genitori, e al quale nulla, salvo il caso diuna carriera
eccezionale o di un matrimonio insperato, avrebbe potuto s o t t r a r l o p e r
f a r l o p e n e t r a r e i n u n a c a s t a s u p e r i o r e . S w a n n p a d r e e r a agente di
cambio; Swann figlio si trovava a far parte per tutta la vita diuna casta
allinterno della quale gli averi, come in una categoria di con- tribuenti,
variavano entro un determinato reddito. Si sapeva quali eranostate le amicizie di suo
padre, dunque si sapeva quali erano le sue, qualipersone era in grado di
frequentare. Se aveva altre amicizie, si trattavadi relazioni giovanili sulle quali dei
vecchi amici di famiglia, come eranoi miei parenti, chiudevano con tanta pi
benevolenza gli occhi in quantolui continuava, da quando era rimasto orfano, a venire
assai fedelmentea trovarci; ma si poteva senzaltro scommettere che quelle persone a
noiignote, da lui frequentate, erano di quelle che non avrebbe osato salutare,se le
avesse incontrate in nostra presenza. Se si fosse voluto a tutti i costiapplicare a Swann
un coefficiente sociale che gli fosse congeniale, fra glialtri figli di agenti di cambio di
condizione pari a quella dei suoi genitori,questo coefficiente sarebbe stato per lui
leggermente inferiore poich, as-sai semplice nei modi, e avendo sempre avuto
una mania per gli og-getti antichi e per la pittura, abitava ora in un
vecchio palazzo dove sti-pava le sue collezioni, e che mia nonna sognava di
visitare, ma che era si-tuato nel quai dOrlans, quartiere in cui la mia prozia trovava
indecenteabitare. Ma poi, ve ne intendete davvero? Ve lo domando nel vostro interesse, perch dovete farvi affibbiare certe croste dai mercanti, gli dice-va la
prozia; in effetti, lei non gli attribuiva alcuna competenza e, anche sotto il
profilo intellettuale, non aveva una grande opinione di un uomoche in conversazione
evitava gli argomenti seri e sfoggiava una precisio-ne assai prosaica non soltanto
quando ci dava, entrando nei dettagli piminuti, delle ricette di cucina, ma
anche quando le sorelle della nonna parlavano di argomenti artistici. Pungolato

da loro a dare il suo parere, ae s p r i m e r e l a s u a a m mi r a z i o n e p e r u n q u a dr o ,


manteneva un silenzio q u a s i s c o r t e s e e s i p r e n d e v a
l a r i v i n c i t a s e p o t e v a f o r n i r e uninformazione precisa
sul museo dove il quadro si trovava, sulla datain cui era stato dipinto. Ma,
normalmente, si contentava di cercare di di-vertirci raccontando ogni volta una nuova
avventura che gli era capitatacon persone scelte fra quelle che conoscevamo, il
farmacista di Combray,la nostra cuoca, il nostro cocchiere. Certo, questi racconti
facevano riderela prozia, ma senza che lei riuscisse bene a capire se fosse a
causa dellaparte ridicola che Swann immancabilmente vi si attribuiva o dello
spiritocon cui li raccontava: Si pu dire che siete proprio un bel tipo,
signorSwann!. Poich era la sola persona un po volgare della nostra famiglia,
14
aveva cura di far notare agli estranei, quando si parlava di Swann,
cheq u e s t i , s e a v e s s e v o l u t o , a v r e b b e p o t u t o a b i t ar e i n b o ul e v a r d
H a u s s - mann
14
o in avenue de lOpra, che era il figlio del signor Swann, il qua-le doveva avergli
lasciato quattro o cinque milioni, ma che, insomma, si trattava di un suo
capriccio. Capriccio che lei, del resto, giudicava doveressere per gli altri cos
divertente che a Parigi, quando Swann il primogennaio veniva a portarle il
suo pacchetto di
marrons glacs
, non manca-va, se cera gente, di dirgli: Ebbene! signor Swann, abitate sempre
vicinoal Deposito dei vini, per essere sicuro di non perdere il treno quando do-vete
andare a Lione?. E guardava con la coda dellocchio, al di
sopradellocchialetto, gli altri invitati.M a s e a v e s s e r o d e t t o a l l a p r o z i a
c h e q u e l l o S w a n n , c h e i n q u a n t o Swann figlio era perfettamente
qualificato per essere ricevuto da tuttala buona borghesia, dai notai o dai
procuratori pi stimati di Parigi(privilegio che lui sembrava non tenere in gran
conto), conduceva, comedi nascosto, una vita completamente diversa; che,
uscendo da casa no-stra, a Parigi, dopo averci detto che andava a dormire,
ritornava sui pro-p r i p a s s i a p p e n a g i r a t o l a n g o l o e s i r e c a v a i n u n o d i
q u e i s a l o t t i c h e locchio di nessun agente di cambio o di socio dagente
contempl mai,questo sarebbe parso tanto straordinario alla zia quanto a
una signorap i d o t t a i l p e n s i e r o d e s s e r e i n r a p p or t i p e r s o n a l i c o n
A r i s t e o , d i c u i avesse capito che, dopo aver chiacchierato con lei, sarebbe
corso a spro-f o n d a r e i n s e n o a i r e a m i d i Tet i , i n u n d o m i n i o s o t t r a t t o
a l l a v i s t a d e i mortali e in cui Virgilio ce lo descrive ricevuto a braccia
aperte
15
;o

p e r l i m i t a r s i a u n i m m a g i n e c h e p i pr o b a b i l m e n t e p o t e v a v e n i r l e
i n mente, giacch laveva vista dipinta sui nostri piattini da dolce di
Com- bray

daver avuto a cena Ali Bab, il quale, quando sapr desser solo,penetrer nella
caverna, abbagliante di tesori impensati.Un giorno che era venuto a trovarci a
Parigi, dopo cena, scusandosidessere in abito da sera, e Franoise, dopo che lui
se ne fu andato, avevadetto di aver sentito dal cocchiere che aveva cenato da
una principes-sa,

S, una principessa del


demi-monde
!, aveva risposto la zia, alzan-d o l e s p a l l e , s e n z a l e v a r e g l i o c c h i d a l s u o
l a v o r o a m a g l i a , c o n s e r e n a ironia.Cos, la prozia lo trattava senza troppi
riguardi. Siccome era convintache lui dovesse sentirsi lusingato dai nostri
inviti, le sembrava del tuttonaturale che venisse a trovarci, destate, avendo
in mano un cestino dipesche o di lamponi del suo giardino, e che da ogni
suo viaggio in Italiami portasse delle fotografie di capolavori.
15
Non si aveva gran che ritegno di mandarlo a chiamare, se avevamo bi-sogno di una
ricetta di salsa
gribiche
16
o di insalata allananas per dellecene importanti a cui non lo si invitava, non
riconoscendogli un prestigiosufficiente per poterlo presentare a degli estranei che
venivano per la pri-ma volta. Se la conversazione cadeva sui prncipi della
Casa di Francia:Gente che non conosceremo mai n voi n io, e ne
possiamo fare a me-n o , n o n v e r o? , d i c e v a l a pr o z i a a S w a n n , c h e
m a g a r i a v e v a i n t a s c a una lettera proveniente da Twickenham
17
; gli faceva spostare il pianofor-te e voltare le pagine dello spartito, le sere in
cui la sorella della nonnac a n t a v a , u s a n d o n e l t r a t t a r e c o n q u e l l e s s e r e ,
a l t r o v e t a n t o r i c er c a t o , lingenua rudezza di un bambino che giochi con un
ninnolo da collezio-ne senza maggior cautela che con un oggetto di poco conto.
Certamente,lo Swann che in quegli stessi anni conobbero tanti frequentatori del
Clubera assai diverso da quello immaginato dalla prozia, quando, di sera, nelpiccolo
giardino di Combray, dopo che erano risuonati i due rintocchi esitanti della
campanella, lei arricchiva e vivificava, con tutto ci che sa-peva della famiglia
Swann, loscuro e incerto personaggio che si staglia-va, seguito dalla nonna, su
uno sfondo di tenebre, e che riconoscevamodalla voce. Ma, anche
considerando le cose pi insignificanti della vita,noi non siamo un insieme
materialmente costituito, identico per tutti, ed i c u i c i a s c u n o n o n h a c h e
d a p r e n d er e v i s i o n e c o m e d i u n c a p i t o l a t o dappalto o di un testamento; la

nostra personalit sociale una creazio-n e d e l p e n s i e r o a l t r u i . A n c h e


l a t t o c o s e l e m e n t a r e c h e c h i a m i a m o vedere una persona che
conosciamo , in parte, un atto intellettuale. Riempiamo lapparenza fisica
dellessere che vediamo con tutte le nozio-ni che possediamo sul suo conto, e
nellimmagine totale che ci rappresen-tiamo, queste nozioni hanno certamente la
parte pi considerevole. Fini-s c o n o
per
riempire
cos
p e r f e t t a m e n t e l e g o t e , p e r s e g u i r e c o n unaderenza cos
esatta la linea del naso, si incaricano cos bene di sfu-mare la sonorit della
voce, come se questa fosse solo un involucro tra-sparente, che ogni volta
che vediamo quel viso e sentiamo quella voce, sono proprio quelle nozioni che
ritroviamo e che ascoltiamo. Senza dub- bio, nello Swann che si erano
rappresentati, i miei avevano tralasciatoper ignoranza di far entrare una
quantit di dettagli della sua vita mon- dana che consentivano ad altre persone,
quanderano in sua presenza, divedere ogni sorta di eleganza regnare sul suo volto e
fermarsi al suo nasoaquilino come al proprio confine naturale; ma, in compenso,
avevano po-tuto concentrare in quel viso, privato del suo prestigio, vuoto e
spazioso,nel fondo di quegli occhi sviliti, il vago e dolce residuo

met memoria,met oblio

delle ore dozio trascorse insieme dopo le nostre cene


16
settimanali, attorno al tavolo da gioco o in giardino, nel corso della no-stra
vita di buon vicinato campagnolo. Linvolucro corporeo del nostro amico ne
era stato cos ben colmato, insieme con qualche ricordo dei suoigenitori, che quello
Swann era diventato un essere compiuto e vivente, eio ho limpressione di lasciare
una persona per andare verso unaltra chene distinta, quando, nella mia memoria,
dallo Swann che ho conosciutopi tardi con esattezza torno a quel primo Swann

a quel primo Swannn e l q u a l e r i t r o v o g l i i n c a n t e v o l i e r r o r i d e l l a


m i a g i o v i n e z z a , e c h e daltronde assomiglia meno allaltro che non alle
persone da me cono-sciute nello stesso periodo, quasi fosse della nostra
vita come di un mu-seo dove tutti i ritratti di una stessa epoca hanno unaria di
famiglia, unatonalit comune

a q u e l pr i mo S w a n n i m m e r s o n e l l o z i o , a v v o l t o dallodore del grande


ippocastano, dei cestini di lamponi e di un filo di dragoncello.Eppure, un
giorno che la nonna era andata a chiedere un favore a unasignora che aveva
conosciuto al Sacr-Coeur (e con la quale, a causa dellanostra concezione delle
caste, non aveva voluto rimanere in relazione, nonostante una reciproca
simpatia), la marchesa di Villeparisis, della ce-lebre famiglia di Bouillon, costei
le aveva detto: Credo che conosciate bene il signor Swann, che molto amico
dei miei nipoti des Laumes. Lanonna era tornata dalla sua visita piena di

entusiasmo per la casa, cheaveva la vista sui giardini e dove la signora di


Villeparisis le consigliavadi prendere in affitto un appartamento, e anche per
un farsettaio e persua figlia, che avevano la bottega nel cortile e dai quali era
entrata a chie-dere che le dessero un punto alla sottana strappatasi lungo la
scala. Lanonna aveva trovato queste persone perfette, affermava che la
ragazzae r a u n a p e r l a e i l f a r s e t t a i o l u o mo p i di s t i n t o , i l mi g l i o r e
c h e a v e s s e mai visto. Per lei, infatti, la distinzione era qualcosa di assolutamente indipendente dalla condizione sociale. Si estasiava ripensando a una rispo-sta che le
aveva dato il farsettaio, e diceva alla mamma: Svign
18
nonavrebbe detto meglio!; e invece, di un nipote della signora di Villepari-sis che
aveva incontrato da lei: Ah! figlia mia, com ordinario!.O r a , i l d i s c o r s o
r e l a t i v o a S w a n n a v e v a a v u t o p e r e f f e t t o , n o n g i dinnalzarlo agli
occhi della prozia, ma di sminuire la signora di Villepa-risis. Era come se la
considerazione che noi, sulla parola della nonna, ac-cordavamo alla signora di
Villeparisis, imponesse a questultima il dove-re di non far niente per rendersene
meno degna, dovere al quale lei eravenuta meno con lapprendere lesistenza di
Swann, col permettere a deisuoi parenti di frequentarlo. Come, conosce
Swann? Una persona che,c o me t u s o s t i e n i , s a r e b b e p a r e n t e d e l
maresciallo di Mac-Mahon!
19
.
17
Questa opinione dei miei sulle conoscenze di Swann parve loro pi tardiconfermata
dal suo matrimonio con una donna della peggiore societ,quasi una cocotte
che, daltra parte, non cerc mai di presentarci, conti- nuando a venire a casa
nostra da solo, bench sempre pi di rado, ma at-traverso la quale essi credettero
di poter giudicare

supponendo chefosse l che laveva presa

lambiente, a loro sconosciuto, che Swannfrequentava abitualmente.Ma, una


volta, il nonno lesse in un giornale che Swann era uno dei piassidui frequentatori dei
pranzi domenicali in casa del duca di X , il cuipadre e il cui zio erano stati gli
uomini politici pi in vista durante il re-gno di Luigi Filippo. Ora, il nonno
era curioso di ogni piccolo fatto che potesse aiutarlo a penetrare col pensiero
nella vita privata di uomini co-me Mol, come il duca di Pasquier, come il duca
di Broglie
20
. Fu lietissi-mo di sapere che Swann frequentava qualcuno che li aveva
conosciuti.La prozia, al contrario, interpret questa notizia in senso
sfavorevole aSwann: uno che sceglieva le amicizie al di fuori della propria classe
so-ciale, subiva ai suoi occhi un increscioso deprezzamento. Le

sembravache si rinunciasse di colpo al frutto di tutte le buone relazioni con gente


aposto, onorevolmente intrattenute e accumulate per i figli da
famiglieprevidenti (la prozia aveva perfino smesso di frequentare il figlio
di unnotaio, nostro amico, perch aveva sposato unAltezza reale ed era
per-ci disceso, secondo lei, dal rango rispettabile di figlio di notaio al livellodi uno
di quegli avventurieri, ex camerieri o stallieri, nei cui confronti, sidice, le regine
mostrarono talvolta qualche arrendevolezza). La proziadisapprov il
progetto del nonno di interrogare Swann, la prima volta che fosse venuto a
cena, su questi amici che gli scoprivamo. Dal canto lo-ro, le due sorelle della nonna,
anziane signorine che avevano la sua stes-sa nobilt danimo, ma non la sua
intelligenza, dissero di non compren-dere quale piacere il cognato potesse trarre
dal discorrere di simili scioc-chezze. Erano persone di elevate aspirazioni e
appunto per questo inca-paci di interessarsi a quel che si dice un pettegolezzo,
fosse pure di inte-resse storico, e in generale a tutto quanto non avesse
direttamente a chefare con un argomento estetico o virtuoso. Il disinteresse dei loro
pensierip e r t u t t o c i c h e , d a v i c i n o o d a l o n t a n o , p a r e v a r i c o l l e g a r s i
a l l a v i t a mondana era tale che il loro senso uditivo

avendo finito per compren-dere la propria momentanea inutilit, ogni volta che a
tavola la conversa-zione assumeva un tono frivolo o semplicemente terra-terra, senza
che ledue anziane signorine fossero riuscite a ricondurla sugli argomenti
cheerano loro cari

, metteva allora a riposo i propri organi ricettivi e la- s c i a v a s u b i r l or o u n


v e r o p r i n c i p i o di a t r o f i a . S e i n q u e i c a s i i l n o n n o
18
aveva bisogno di attirare lattenzione delle due sorelle, doveva ricorrerea quei
segnali fisici di cui si servono gli alienisti con certi maniaci
delladistrazione: colpi battuti a pi riprese su un bicchiere con la lama di
uncoltello, accompagnati da un brusco richiamo della voce e dello sguardo,mezzi
violenti che gli psichiatri spesso trasferiscono nei rapporti normalicon persone sane,
sia per abitudine professionale, sia perch credono tut-ti quanti un po pazzi.Le due
mostrarono maggior interesse quando, la vigilia di un giorno incui Swann doveva
venire a cena, e aveva mandato a loro personalmenteuna cassa di vino dAsti
21
, la zia, tenendo in mano un numero del
Figaro
d o v e , a f i a n c o d e l t i t o l o d i u n q u a dr o e s p o s t o a u n a m o s t r a d i
C o r o t , cerano queste parole: dalla collezione del signor Charles Swann,
cidisse: Avete visto che Swann ha "gli onori" del
Figaro
?

M a i o v i h o sempre detto che aveva molto gusto, disse la nonna.

Naturalmente tu,q u a n d o s i t r a t t a di p e n s a r e d i v e r s a me n t e d a
noi
, r i s p o s e l a pr o z i a l a quale, sapendo che la nonna non era mai del suo stesso
parere, e non es-s e n d o a ffa t t o s i c u r a c h e n o i f o s s i mo s e m p r e d a c c o r d o
c o n l e i , v o l e v a strapparci una condanna in blocco delle opinioni della
nonna, contro lequali cercava di renderci per forza solidali con le sue. Ma
noi restammoin silenzio. Le sorelle della nonna manifestarono lintenzione di
parlare aSwann di quella frase del
Figaro
, ma la prozia le sconsigli. Ogni volta che vedeva negli altri un vantaggio, per
quanto piccolo, che lei non ave-va, si persuadeva che non era un vantaggio, ma un
fastidio, e li compian-geva per non essere costretta a invidiarli. Credo che non gli
fareste pia-cere; io so per certo che mi riuscirebbe molto sgradevole vedere il
mionome stampato cos a tutte le lettere sul giornale, e non sarei affatto lusingata se qualcuno me ne parlasse. Non si ostin, daltronde, a persua-dere le
sorelle della nonna, poich queste, per orrore della volgarit, si spingevano
cos innanzi nellarte di dissimulare dietro perifrasi ingegno-s e u n a l l u s i o n e
p e r s o n a l e , c h e q u e s t a p a s s a v a s o v e n t e i n o s s e r v a t a d a quello stesso cui
era rivolta. Quanto a mia madre, pensava solo a cercar d i o t t e n e r e c h e m i o
p a d r e s i d e c i d e s s e d i p a r l a r e a S w a n n , n o n d i s u a moglie, ma della figlia,
che Swann adorava e a causa della quale, si dice-va, aveva finito col fare quel
matrimonio. Potresti dirgli almeno una pa-rola, domandargli come sta. Devessere
per lui una cosa talmente crude-l e . M a m i o p a d r e s i i r r i t a v a : M a
n o ! c h e i d e e a s s u r d e . S a r e b b e ridicolo.Tuttavia, il solo tra noi per
cui la visita di Swann divenisse oggetto diuna preoccupazione dolorosa, ero
io. Infatti, la sera in cui cerano degli e s t r a n e i , o s e m p l i c e m e n t e
Swann, la mamma non saliva nella mia
19
camera. Cenavo prima degli altri, e pi tardi potevo sedermi a tavola, fi-no alle otto,
quando era convenuto che dovessi andar di sopra; quel ba- cio prezioso e
fragile che di solito la mamma mi affidava quando ero nelmio letto al momento di
addormentarmi, dovevo trasportarlo dalla salada pranzo alla mia camera e
custodirlo per tutto il tempo in cui mi svesti-vo, senza che la sua dolcezza si
infrangesse, senza che si spandesse ed e v a p o r a s s e l a s u a v i r t
e v a n e s c e n t e , e pr o p r i o q u e l l e s e r e i n c u i a vr e i avuto bisogno di riceverlo
con maggior precauzione, ero costretto ad af-f e r r a r l o , a s o t t r a r l o
b r u s c a m e n t e , i n p u b b l i c o , s e n z a n e p p u r e a v e r e i l tempo e la libert di
spirito necessari per prestare a quel che facevo laspeciale attenzione dei
maniaci, che si sforzano di non pensare ad altromentre chiudono una porta,
per potere, quando lincertezza morbosa li riassalga, opporle vittoriosamente il
ricordo del momento in cui lhannochiusa. Eravamo tutti in giardino quando

risuonarono i due squilli esi-t a n t i d e l l a c a m p a n e l l a . S a p e v a mo c h e er a


S w a n n ; n o n d i m e n o t u t t i s i scambiarono degli sguardi dinterrogazione e la
nonna fu inviata in rico-gnizione. Cercate di ringraziarlo in modo chiaro per il vino,
sapete che delizioso, e la cassa enorme, raccomand il nonno alle due
cognate.Non cominciate a bisbigliare, disse la prozia. Che sollievo
arrivare inuna casa dove tutti parlano sottovoce!

Ah! ecco il signor Swann. Glidomanderemo se domani, secondo lui, far bel
tempo, disse mio padre.Mia madre pensava che con una parola avrebbe potuto
cancellare tutta lapena che la nostra famiglia doveva aver procurato a Swann
dopo il suomatrimonio. Trov il modo di condurlo un po in disparte. Ma io le
andaidietro; non potevo decidermi ad abbandonarla di un passo,
pensandoche presto avrei dovuto lasciarla nella sala da pranzo e salire nella
miacamera, senza avere come le altre sere la consolazione che sarebbe venu-ta a
darmi un bacio. Suvvia, signor Swann, gli disse, parlatemi un pocodi vostra figlia;
sono sicura che ha gi la passione per le cose belle, comeil suo pap.

Ma venite a sedervi con noi nella veranda, dunque, disseil nonno avvicinandosi.
Mia madre fu costretta a interrompersi, ma da quella stessa coercizione trasse un
pensiero delicato in pi, come i buonipoeti che la tirannia della rima obbliga a trovare
le loro maggiori bellez-z e : R i p a r l e r e mo d i l e i q u a n d o s a r e m o n o i d u e
s o l i , d i s s e s o t t o v o c e a Swann. Soltanto una mamma degna di comprendervi.
Sono certa che lasua sarebbe del mio stesso avviso. Ci sedemmo tutti quanti
attorno altavolo di ferro. Avrei voluto non pensare alle ore dangoscia che
avreit r a s c o r s o q u e l l a s e r a , s o l o , n e l l a m i a c a m e r a , s e n z a r i u s c i r e a
p r e n d e r sonno; cercavo di persuadermi che esse non avevano alcuna
importanza,perch la mattina dopo le avrei dimenticate; di aggrapparmi ad
alcune
20
idee davvenire che avrebbero dovuto condurmi, come su un ponte, oltrelabisso
imminente che mi terrorizzava. Ma il mio spirito, teso per la pre-occupazione, reso
convesso come lo sguardo che lanciavo su mia madre,non si lasciava penetrare da
alcuna impressione esterna. I pensieri vi en-travano, certo, ma a condizione di lasciar
fuori qualsiasi elemento di bel-lezza, o semplicemente di comicit, che avrebbe
potuto commuovermi odistrarmi. Come un malato, grazie a un anestetico, assiste con
piena luci-dit alloperazione che viene praticata su di lui, ma senza sentire
nulla,potevo recitarmi dei versi che amavo oppure osservare gli sforzi che
fa-ceva il nonno per parlare a Swann del duca dAudiffret-Pasquier
22
, sen-za che i primi mi ispirassero alcuna emozione, i secondi alcuna
allegria.Q u e g l i s f o r z i f u r o n o i n f r u t t u o s i . N o n a p p e n a i l n o n n o
e b b e p o s t o a Swann una domanda relativa a quelloratore, una delle sorelle della
non-na, alle cui orecchie questa domanda era risuonata come un silenzio pro-fondo
ma intempestivo, e che era buona educazione rompere, interpelllaltra: Figurati,

Cline, che ho fatto conoscenza con una giovane istitu-trice svedese che mi ha
raccontato dei particolari molto interessanti sullecooperative nei paesi scandinavi.
Bisogner che venga a cena qui, una se-ra.

Lo credo bene!, rispose sua sorella Flora, ma anchio non ho perdu-to il mio tempo.
Dal signor Vinteuil ho incontrato un vecchio erudito checonosce molto bene
Maubant
23
, e q u e s t i g l i h a s p i e g a t o n e i p i mi n u t i dettagli come fa a interpretare un
ruolo. la cosa pi interessante che cisia. un vicino di Vinteuil, e io non lo sapevo;
ed molto gentile.

Il si-gnor Vinteuil non il solo ad avere dei vicini gentili!, esclam la zia C-line
con una voce resa acuta dalla timidezza e artificiosa dalla premedita-zione, mentre
lanciava a Swann quello che lei chiamava uno sguardo si-gnificativo. Nel frattempo
la zia Flora, resasi conto che quella frase era ilringraziamento di Cline per il vino
dAsti, guardava a sua volta Swanncon unaria mista di congratulazione e di
ironia, sia semplicemente persottolineare la battuta della sorella, sia che
invidiasse Swann per essernestato lispiratore, sia che non potesse fare a meno di
burlarsi di lui, giac-ch lepareva fosse alla berlina. Credo che riusciremo ad
avere quel si-gnore a cena, continu Flora; quando si porta il discorso su
Maubant osulla Materna
24
, parla per ore senza fermarsi.

Devessere delizioso,sospir il nonno, nel cui spirito la natura aveva


disgraziatamente trala-sciato dincludere, nel modo pi assoluto, la
possibilit di un appassio-nato interesse per le cooperative svedesi o per la
preparazione dei ruolidi Maubant, cos come si era scordata di fornire quello delle
sorelle dellanonna del granello di sale che noi stessi dobbiamo aggiungere,
per tro-v a r v i u n q u a l c h e s a p o r e , a u n r a c c o n t o s u l l a v i t a i n t i m a d i
Mol o del
21
conte di Parigi. Ecco, disse Swann al nonno, quel che vi dir adesso inrelazione
pi di quanto non sembri con ci di cui mi domandavate, giac-ch su certi punti le
cose non sono poi tanto cambiate. Rileggevo questamattina in Saint-Simon
qualcosa che vi avrebbe divertito. nel volume sulla sua ambasciata in Spagna;
non dei migliori, in sostanza non cheun resoconto, ma almeno un resoconto
scritto in modo meraviglioso, ilche costituisce gi una prima differenza rispetto
agli insopportabili gior-nali che ci sentiamo obbligati a leggere mattina e sera.

Non sono delvostro avviso, certe volte la lettura dei giornali mi sembra molto
piacevo-le , interruppe la zia Flora, per far capire che aveva letto nel

Figaro
lafrase sul Corot di Swann. Quando parlano di cose o di persone che ci interessano!, incalz la zia Cline. Non dico di no, rispose Swann stupe-fatto. Quel
che rimprovero ai giornali di farci prestare attenzione ogni giorno a cose
insignificanti, mentre leggiamo tre o quattro volte nella vitai libri dove ci sono le
cose essenziali. E poich ogni mattina stracciamo febbrilmente la fascetta del
giornale, allora bisognerebbe cambiare le co-se e nel giornale mettere, che so, i

Pensieri
di Pascal! (egli pronunciqueste parole con un tono di enfasi ironica, per non
avere laria di un pe-dante). E nel volume col taglio dorato, che apriamo una
volta ogni diecianni, soggiunse, mostrando per le cose mondane il
disdegno ostentatoda certi uomini di mondo, dovremmo leggere che la
regina di Grecia andata a Cannes o che la principessa di Lon ha datto un
ballo in costu-me. Cos sarebbe ristabilita la giusta proporzione. Ma,
dispiacendosidessersi lasciato andare a parlare sia pure in tono leggero di
cose serie:Stiamo facendo proprio una bella conversazione, disse con
ironia, nons o p e r c h a ffr o n t i a m o s i m i l i " v e r t i c i " , e v o l g e n d o s i
v e r s o i l n o n n o : Dunque Saint-Simon racconta che Maulvrier
25
aveva avuto laudaciadi tendere la mano ai suoi figli. , sapete, quel
Maulvrier di cui dice:"Mai vidi altro in quella spessa bottiglia che malanimo,
volgarit e stupi-dit".

Spesse o no, conosco bottiglie che contengono ben altro, disse con vivacit
Flora, che teneva anche lei a ringraziare Swann, perch il do-n o d e l v i n o d A s t i
e r a i n d i r i z z a t o a e n t r a mb e . C l i n e s i m i s e a r i d e r e . Swann, interdetto,
riprese: Non so se fosse ignoranza o raggiro, scriveSaint-Simon, egli volle dar la
mano ai miei figli. Me ne avvidi in tempoper impedirglielo
26
. Il nonno andava gi in estasi su ignoranza o raggi-ro, ma la signorina Cline,
nella quale il nome di Saint-Simon

un let-terato

aveva impedito lanestesia totale delle facolt auditive, gi si in-dignava: Come?


Ammirate tutto questo? Ma bene! veramente carino! Ma cosa pu voler dire:
che un uomo non vale quanto un altro? Che im-porta se sia duca o cocchiere,
quando ha intelligenza e cuore? Aveva un
22
bel modo di educare i figli, il vostro Saint-Simon, se non insegnava loro adar la
mano a tutte le persone oneste. Ma semplicemente indegno. Evoi osate
citarlo?. E il nonno, desolato, avvertendo limpossibilit, difronte a

quellostruzionismo, di ottenere che Swann gli raccontasse le s t o r i e c h e


lavrebbero
divertito,
diceva
sottovoce
alla
m a m m a : Ricordami dunque quel verso che mi hai insegnato a che mi d
tantosollievo in questi momenti. Ah! S!

Seigneur, que de vertus nous faiteshar!


27

Ah! come giusto!.Con gli occhi non lasciavo mia madre, sapevo che, una
volta a tavola,non mi avrebbero consentito di restare per tutta la durata
della cena eche, per non contrariare mio padre, la mamma non avrebbe
permessoche la baciassi pi volte davanti agli altri, come se fossimo stati in
cameramia. Cos mi ripromettevo, in sala da pranzo, quando si fosse cominciatoa
mangiare e io avessi sentito approssimarsi lora, di fare, prima di
quel bacio, che sarebbe stato breve e furtivo, tutto ci che potevo fare da
solo,scegliere con lo sguardo il punto della gota che avrei baciato, preparare
ilpensiero per avere la possibilit, grazie a quel mentale inizio di bacio, diconsacrare
per intero il minuto che la mamma mi avrebbe accordato, a s e n t i r e l a s u a
g o t a c o n t r o l e m i e l a b b r a , c o me u n p i t t o r e c h e , p o t e n d o contare solo
su brevi sedute di posa, prepara la tavolozza, e ha fatto gi p r i ma a
m e mo r i a , s u l l a b a s e d e i s u o i a p p u n t i , t u t t o c i p er c u i p u a stretto
rigore fare a meno della presenza del modello. Ma ecco che, primache suonassero
per la cena, il nonno ebbe linconscia ferocia di dire: Il bambino ha laria
stanca, dovrebbe salire di sopra e mettersi a letto. Del resto, stasera si cena
tardi. E mio padre, che non teneva cos scrupolosa-mente fede ai patti come la
nonna e la mamma, disse: S, andiamo, vai aletto. Feci per baciare la mamma; in
quellistante risuon la campanelladella cena. Ma no, via, lascia stare tua madre, vi
siete gi dati abbastan-za la buonanotte, queste manifestazioni sono ridicole. Suvvia,
sali! E mitocc andarmene senza viatico; mi tocc salire la scala, gradino dopo gradino, come dice lespressione popolare, a malincuore, salendo contro ilm i o c u o r e
c h e v o l e v a t or n a r e a c c a n t o a m i a m a d r e , p o i c h l e i n o n g l i aveva
dato, baciandomi, licenza di seguirmi. Quella scala detestata, super la quale
minoltravo sempre cos tristemente, emanava un odore di vernice che aveva
in qualche modo assorbito, fissato, quella specie parti-colare di sofferenza che
provavo ogni sera, e la rendeva forse ancor picrudele per la mia sensibilit
poich, sotto quella forma olfattiva, la mia intelligenza non poteva pi prendervi
parte. Quando dormiamo, e perce-piamo un mal di denti ancora solo come una
ragazza che ci sforziamod u e c e n t o v o l t e d i s e g u i t o d i t i r a r f u o r i
d a l l a c q u a o c o m e u n v er s o d i
23
Molire che ci ripetiamo senza posa, un gran sollievo risvegliarci e av-vertire che
la nostra intelligenza pu liberarci dallidea del mal di denti,da ogni
travestimento eroico o cadenzato. Era linverso di quel sollievoci che

provavo quando la sofferenza di salire in camera entrava dentro d i m e i n


m o d o i n f i n i t a me n t e p i r a p i d o , q u a s i i s t a n t a n e o , i n s i d i o s o e b r u s c o
al tempo stesso, con linalazione

m o l t o p i t o s s i c a d i uninsinuazione morale

d e l l o d or e d i v er n i c e t i p i c o d i q u e l l a s c a l a . Una volta in camera, fu


necessario chiudere tutte le uscite, serrare le im-poste; scavare la mia propria
tomba, disfacendo le coperte, indossare il sudario della camicia da notte. Ma
prima di seppellirmi nel letto di ferroche era stato portato nella camera, perch
destate avevo troppo caldosotto le cortine di
reps
del letto grande, ebbi un moto di ribellione, volli tentare unastuzia da
condannato. Scrissi a mia madre, supplicandola disalire per una cosa grave che
non potevo dire per lettera. Il mio terroreera che Franoise, la cuoca della
zia, incaricata di occuparsi di me quan- d o e r o a C o m b r a y, s i r i f i u t a s s e
d i p o r t ar e q u e l m e s s a g g i o . N o n a v e v o dubbi che fare una commissione
alla mamma, quando cera gente, do-vesse sembrarle impossibile, quanto al
portinaio di un teatro recapitareuna lettera a un attore in scena. Lei aveva,
in merito alle cose che si pos- sono o non si possono fare, un codice imperioso,
vasto, sottile e intransi-gente, riguardo a distinzioni inafferrabili od oziose (ci che gli
conferivalaspetto di quelle leggi antiche che, accanto a prescrizioni feroci, come
losterminio di bambini lattanti, proibiscono con esagerata delicatezza di far
bollire il capretto nel latte materno, o di mangiare il nervo della cosciadi una
animale)
28
. Quel codice, a giudicare dallimprovvisa ostinazione con la quale si rifiutava
di fare certe commissioni che le affidavamo, sem- brava avesse previsto complessit
sociali e ricercatezze mondane tali chenulla, nellambiente di Franoise e nella
sua vita di domestica di paese,aveva potuto suggerirle; e si era costretti a
pensare che vi fosse in lei unpassato francese antichissimo, nobile e male inteso,
come in certe citt in-dustriali dove qualche vecchio palazzo testimonia che vi
fior un tempouna vita di corte, e dove gli operai di una fabbrica di prodotti chimici
la-vorano in mezzo a delicate sculture che rappresentano il miracolo di SanTeofilo
29
o i quattro figli di Aimone
30
. Nel caso specifico, larticolo delcodice in base al quale era poco probabile
che, salvo il caso di incendio,Franoise andasse a disturbare la mamma in
presenza del signor Swannper un personaggio cos modesto qual ero io,
esprimeva semplicementeil rispetto che lei professava non solo per i genitori

come per i morti, ipreti e i re

ma anche per il forestiero a cui vien data ospitalit, rispettoche mi avrebbe forse
colpito in un libro, ma che in bocca a lei mi irritava
24
sempre, a causa del tono grave e commosso che prendeva nel parlarne, ea n c o r p i
q u e l l a s e r a i n c u i i l c a r a t t er e s a c r o d a l e i c o n f e r i t o a l l a c e n a avrebbe
avuto per effetto il suo rifiuto di turbarne la cerimonia. Ma, peravere una qualche
probabilit a mio favore, non esitai a mentire e a dirleche non ero affatto io ad
aver voluto scrivere alla mamma, ma era stata lei che, nel lasciarmi, mi aveva
raccomandato di non dimenticare di farleavere una risposta riguardo a un oggetto che
mi aveva pregato di cerca-re; e si sarebbe certo molto adirata se non le fosse
stato consegnato quel biglietto. Io penso che Franoise non mi credesse,
giacch, al pari degliuomini primitivi, i cui sensi erano pi potenti dei
nostri, discerneva im-mediatamente, da segni per noi impercettibili, qualsiasi
verit volessimotenerle nascosta; per cinque minuti guard la busta, come se lesame
del-la carta e laspetto della scrittura dovessero informarla sulla natura
delcontenuto o indicarle a quale articolo del suo codice dovesse far riferimento. Poi se ne and con unaria rassegnata che sembrava
significare:Che disgrazia, per dei genitori, avere un figlio cos!. Torn un
attimodopo a dirmi che erano appena al gelato, che era impossibile per il maggiordomo consegnare la lettera in quel momento davanti a tutti, ma
chequando avessero portato i
rince-bouche
31
si sarebbe trovato il modo di far-la arrivare alla mamma. Subito la mia ansia
scomparve; adesso non erapi come un attimo fa, quando avevo lasciato la
mamma fino a domani,poich il mio biglietto, senza dubbio facendola irritare
(e doppiamente,in quanto quel maneggio mi avrebbe reso ridicolo agli
occhi di Swann),stava per introdurmi, non di meno, invisibile ed estasiato,
nella stanzadovera lei, le avrebbe parlato di me allorecchio; poich quella
sala dapranzo, proibita, ostile, dove ancora un istante prima lo stesso gelato

la granita

ei
rince-bouche
mi sembravano racchiudere volutt male-f i c h e e m o r t a l m e n t e t r i s t i , d a l
m o me n t o c h e l a m a m m a l e a s s a p o r a v a lontano da me, mi si apriva e, come
un frutto divenuto dolce che spezzi ilsuo involucro, avrebbe fatto scaturire,
proiettare fino al mio cuore ine- br i a t o l a t t e n z i o n e d e l l a m a m m a
q u a n d o a v r e b b e l e t t o l e mi e r i g h e . Adesso non ero pi separato da lei; le
barriere erano cadute, un filo deli-zioso ci univa. E poi, non era soltanto questo:
la mamma, certo, sarebbevenuta!Pensavo che Swann, se avesse letto la mia lettera
e ne avesse indovina-to lo scopo, si sarebbe burlato dellangoscia che provavo; e

invece, comeho appreso in seguito, unangoscia simile fu per lunghi anni il


tormentodella sua vita, e, forse, nessuno meglio di lui avrebbe potuto
compren-dermi; quellangoscia di sentire la persona amata in un luogo
carico dipiacere dove noi non siamo, dove non possiamo raggiungerla, fu lamore
25
a fargliela conoscere, lamore cui essa in qualche modo predestinata, dacui sar
accaparrata, perfezionata; ma quando, come per me, penetratain noi prima che
lamore abbia fatto la sua comparsa nella nostra vita, es-sa fluttua nellattesa, vaga e
libera, senza una destinazione precisa, al ser-vizio oggi di un sentimento, domani di
un altro, ora della tenerezza filia-le, ora dellamicizia per un compagno. E la gioia
con cui feci il mio primotirocinio, quando Franoise torn a dirmi che la mia lettera
sarebbe stataconsegnata, Swann laveva conosciuta bene anche lui, quella gioia
ingan-nevole che ci d un amico, un parente della donna che amiamo,
quando,arrivando al palazzo o al teatro in cui lei si trova per un ballo, un
ricevi-mento o una prima dove andr a raggiungerla, questo amico ci scorgea
vagare l fuori, in disperata attesa di unoccasione qualsiasi per comunicare con lei. Ci riconosce, si avvicina familiarmente, ci domanda
cosafacciamo in quel luogo. E siccome inventiamo di dover dire qualcosa
diurgente alla sua parente o amica, lui ci assicura che non c niente di pisemplice,
ci fa entrare nel vestibolo e promette di mandarcela entro cin-que minuti.
Quanto lamiamo

come io in quel momento amavo Fra-noise

lintermediario ben intenzionato che con una parola ci ha reso sopportabile,


umana e quasi propizia la festa inconcepibile, infernale, inseno alla quale credevamo
che vortici ostili, perversi e deliziosi trascinas-sero lontano da noi, facendola ridere di
noi, colei che amiamo! A giudica-re da lui, il parente che ci ha avvicinato, e che a
sua volta uno tra gli ini-ziati di quei crudeli misteri, gli altri invitati della festa non
devono avereniente di cos demoniaco. Quelle ore inaccessibili e tormentose,
durantele quali lei avrebbe assaporato piaceri sconosciuti, ecco che, attraverso
unvarco insperato, vi penetriamo; ecco che uno dei momenti della cui successione quelle ore si sarebbero composte, un momento non meno reale degli
altri, forse anche pi importante per noi, perch la nostra amica vi p i i m p l i c a t a ,
c e l o r a p p r e s e n t i a m o , l o p o s s e d i a m o , v i i nt e r v e n i a m o , labbiamo
quasi creato: il momento in cui le diranno che noi siamo l, di sotto. E, senza
dubbio, gli altri momenti della festa non dovevano esseredi una natura troppo
dissimile da questo, non dovevano avere niente dipi delizioso, e tale da farci tanto
soffrire, poich lamico benevolo ci hadetto: Ma sar felice di scendere! Le
far molto pi piacere conversarecon voi che annoiarsi lass. Ahim! Swann
laveva provato, le buone in-tenzioni di un amico non hanno alcun potere su una
donna che si infasti-disce nel sentirsi inseguita anche a una festa da qualcuno
che non ama.Spesso, lamico ridiscende solo.L a m a m m a n o n v e n n e , e

s e n z a r i g u a r d i p e r i l m i o a m o r p r o p r i o (impegnato a che non fosse


smentita la favola della ricerca di cui lei mi
26
avrebbe pregato di riferirle il risultato) mi fece dire da Franoise
quelleparole: Non c risposta che tanto spesso in seguito ho sentito
riferiredai portieri di grandi alberghi o dai lacch di bische a qualche povera ragazza che si stupisce: Ma come, non ha detto niente, non possibile! Mala mia
lettera, glieavete consegnata! Va bene, aspetter ancora. E

coscome quella invariabilmente assicura di non aver bisogno del lume supplementare che il portiere vuole accendere per lei, e se ne sta l, sentendosolo le rare
battute sul tempo che il portiere scambia con un fattorino al quale,
accorgendosi allimprovviso dellora, ordina di mettere in ghiacciola bevanda di un
cliente

avendo declinato lofferta di Franoise di pre-pararmi una tisana o di farmi


compagnia, la lasciai tornare nel tinello, mic o r i c a i e c h i u s i g l i o c c h i ,
c e r c a n d o di n o n s e n t i r e l e v o c i d e i m i e i c h e prendevano il caff in
giardino. Ma, nel giro di pochi secondi, capii che scrivendo quel biglietto alla
mamma, e giungendo, col rischio di farla ar-rabbiare, tanto vicino a lei che avevo
creduto di poter sfiorare il momen-to di rivederla, mi ero precluso la possibilit
di addormentarmi senzaaverla rivista, e i battiti del mio cuore, di minuto in
minuto, divenivanopi dolorosi, perch accrescevo la mia agitazione
raccomandandomi unacalma che era laccettazione della mia sventura.
Allimprovviso, la miaansia venne meno, mi invase una sorta di felicit,
come quando un far-maco potente comincia ad agire e ci libera da un
dolore: avevo preso lar i s o l u z i o n e d i n o n c e r c a r e p i d i a d d or m e n t a r m i
s e n z a a v e r r i v i s t o l a mamma, di darle un bacio a qualunque costo, pur
avendo la certezza dirimanere poi lungamente in collera con lei, quando fosse
salita a coricar-si. La calma che scaturiva dalla fine delle mie angosce mi metteva
addos-so unallegria straordinaria, non meno che la fine dellattesa, della sete edella
paura del pericolo. Aprii la finestra senza far rumore e mi sedetti aipiedi del letto;
quasi non mi muovevo, affinch non mi sentissero di sot-to. Fuori, le cose
sembravano, anchesse, immobilizzate in una muta at- tenzione a non turbare il
chiaro di luna che, raddoppiando e facendo in-dietreggiare ogni cosa,
stendendole dinanzi il suo riflesso, pi denso e concreto delle cose stesse, aveva
a un tempo rimpicciolito e ingrandito ilpaesaggio, come una mappa fin allora
ripiegata che venga distesa. Ciche aveva bisogno di muoversi, qualche fronda di
castagno, si muoveva.Ma il suo fremito minuzioso, totale, eseguito fin nelle
pi impercettibilisfumature e nelle pi estreme delicatezze, non si spandeva sul
resto n visi fondeva, restava circoscritto. Proiettati su questo silenzio che non riusciva ad assorbirli, i rumori pi lontani, quelli che dovevano venire
dagiardini situati allaltro capo della citt, si percepivano in dettaglio
conuna tale precisione che sembravano dovere quelleffetto di lontananza

27
unicamente al loro pianissimo, come certi motivi in sordina cos
beneeseguiti dallorchestra del Conservatorio che, sebbene non se ne
perdauna nota, si crede tuttavia di udirli al di fuori della sala da concerto,
etutti i vecchi abbonati

anche le sorelle della nonna, quando Swannaveva ceduto loro i suoi posti

tendevano lorecchio, come se avesseroascoltato lavanzare lontano di un


esercito in marcia che non avesse an- cora svoltato per rue de Trvise.Sapevo
che la situazione nella quale mi mettevo era, fra tutte, quellache poteva
avere per me, da parte dei miei genitori, le conseguenze pi gravi, molto pi
gravi in verit di quanto un estraneo avesse potuto sup-porre, e tali che solo colpe
veramente vergognose avrebbero potuto pro-durre. Ma, nelleducazione che mi
veniva impartita, la gerarchia delle colpe non era la stessa che nelleducazione
degli altri ragazzi, ed ero sta-to abituato a porre innanzi a tutte le altre (senza
dubbio perch non cenera alcuna dalla quale io avessi bisogno di essere pi
attentamente pre-servato) quelle di cui ora intendo che il loro carattere
comune consistenel commetterle cedendo a un impulso nervoso. Ma allora questa
espres-sione non si pronunciava, non si rivelava quellorigine che avrebbe potu-to
farmi credere fosse scusabile il soccombervi o forse addirittura impos-sibile il
resistervi. Io, per, le riconoscevo bene dallangoscia che le prece-deva, come dal
rigore del castigo che le seguiva; e sapevo che quella cheavevo appena commesso
apparteneva alla stessa famiglia di altre per le quali ero stato punito con
severit, bench infinitamente pi grave. Unavolta che mi fossi fatto incontro a
mia madre mentre saliva a coricarsi, elei avesse visto che ero rimasto alzato per
darle ancora la buonanotte nelcorridoio, non mi avrebbero pi consentito di rimanere
a casa, mi avreb- bero messo in collegio lindomani, era sicuro. Ebbene! quandanche
aves-si dovuto gettarmi dalla finestra cinque minuti dopo, lo avrei comunquepreferito
di gran lunga. Quel che volevo, ora, era la mamma, era darle la b u o n a n o t t e ;
mi
ero
spinto
troppo
innanzi
sulla
via
che
p o r t a v a allappagamento di questo desiderio per poter tornare indietro.Sentii i
passi dei miei che accompagnavano Swann; e, quando la cam- panella della
porta mi ebbe avvertito che se nera andato, mi affacciai allafinestra. La mamma
domandava a mio padre se laragosta gli fosse pia- ciuta e se il signor Swann
avesse preso una seconda volta il gelato di caf-f e d i p i s t a c c h i o . A m e
s e m b r a t o mo l t o m o d e s t o , d i s s e l a m a m m a ; c r e d o c h e l a p r o s s i m a
v o l t a b i s o g n e r pr o v a r e u n a l t r o g u s t o .

Nonposso dire quanto trovo cambiato Swann, disse la prozia, ha un


aspettocos vecchio! La prozia aveva talmente labitudine di vedere
sempre inS w a n n i l s o l i t o a d o l e s c e n t e , c h e s i m e r a v i g l i a v a d i
trovarlo, tutta un
28

tratto, meno giovane dellet che continuava ad attribuirgli. E i miei, delresto,


cominciavano a vedere in lui quella vecchiezza anormale, eccessi- va,
vergognosa e meritata dei celibi, di tutti quelli per i quali sembra cheil gran giorno
che non ha domani sia pi lungo che per gli altri, poichper loro vuoto, e
i momenti vi si sommano fin dal mattino, senza divi-dersi poi tra i figli.
Credo che abbia molti dispiaceri con quella svergo-gnata di sua moglie che,
ne al corrente tutta Combray, vive con un cer-to signor di Charlus. la favola
di tutta la citt. Mia madre fece notare come da qualche tempo, tuttavia, avesse
laria assai meno triste. Fa an-che meno sovente quel gesto, tale e quale suo padre,
di asciugarsi gli oc-chi e di passarsi la mano sulla fronte. Quanto a me, credo
che in fondonon ami pi quella donna.

Ma certo che non lama pi, replic mio nonno. Ho ricevuto da lui, gi da molto
tempo, una lettera su questo ar-gomento, alla quale mi sono affrettato a non
conformarmi, e che non la-scia alcun dubbio sui suoi sentimenti, almeno
quelli amorosi, verso lam o g l i e . E c c o , v e d e t e , n o n l a v e t e r i n gr a z i a t o
p e r l A s t i , s o g g i u n s e i l nonno rivolgendosi alle due cognate. Come, non
labbiamo ringraziato?Credo, sia detto fra noi, di avergli presentato la cosa anche con
una certadelicatezza, rispose la zia Flora.

S, lhai rigirata molto bene: ti ho am-mirata, disse zia Cline.

Ma anche tu sei stata bravissima.

S, eromolto fiera della mia frase sui vicini cortesi.

Come! questo che chia-mate ringraziare! esclam il nonno. Ho sentito bene anchio,
ma diavolose ho pensato che fosse per Swann. Potete star certe che non ha
capitoniente.

Ma via, Swann non uno sciocco, sono sicura che lha apprez-zato. Non potevo mica
andargli a dire il numero delle bottiglie e il prez-z o d e l v i n o ! M i o p a d r e e
m i a m a d r e r i ma s e r o s o l i , e s i s e d e t t e r o u n istante; poi mio padre disse:
Bene, se credi, possiamo salire a coricarci.

Se vuoi, mio caro, bench non abbia ombra di sonno; eppure non puessere stato
quel gelato di caff cos insignificante a tenermi tanto sve- g l i a ; m a v e d o
l a l u c e n e l t i n e l l o , e p o i c h l a p o v e r a F r a n o i s e m i h a aspettato,
le chieder di slacciarmi il corpetto mentre tu ti spogli. E miamadre apr la porta
traforata del vestibolo che dava sulla scala. Di l a po-co la sentii che saliva per
chiudere la sua finestra. Andai, senza far rumo-re, nel corridoio; il mio cuore
batteva cos forte che facevo fatica a cam- minare, ma almeno non batteva pi
per lansia, bens per lo spavento e lagioia. Vidi nella tromba delle scale la luce
proiettata dalla candela dellamamma. Poi la vidi, proprio lei; mi slanciai. In

un primo momento, miguard con stupore, senza capire cosa fosse


accaduto. Poi il suo viso as-sunse unespressione di collera; non diceva nemmeno
una parola, e in ef-fetti per molto meno di questo non mi si parlava pi per parecchi
giorni.
29
Se la mamma mi avesse detto qualcosa, sarebbe stato ammettere che
sip o t e v a n u o v a m e n t e p a r l a r e c o n m e , e q u e s t o d a l t r a p a r t e m i
s a r e b b e forse sembrato ancora pi terribile, come un segno che di fronte alla gravit del castigo che si stava preparando, il silenzio, il corruccio, sarebberostati
puerili. Una parola sarebbe stata la calma con cui si risponde a un domestico
quando si appena deciso di licenziarlo; il bacio dato a un fi-glio che si manda ad
arruolarsi, e che gli sarebbe stato rifiutato se ci si fosse dovuti accontentare di
tenergli il broncio per due giorni. Ma lei sen-t mio padre che saliva dallo spogliatoio
dove era andato a svestirsi e, perevitare la scena che mi avrebbe fatto, mi disse
con voce rotta dalla colle-ra: Scappa, scappa, che almeno tuo padre non ti veda
ad aspettare, cos,come un folle!. Ma io le ripetevo: Vieni a darmi la buonanotte,
atterri-to dalla vista del riflesso della candela di mio padre che si allungava
or-mai sulla parete, ma servendomi anche del suo avvicinarsi come di
unmezzo di ricatto, e sperando che la mamma, per evitare che mio padre mi
trovasse ancora l, se lei continuava a non cedere, mi dicesse: Tornain camera tua,
vengo subito. Troppo tardi; mio padre era davanti a noi.S e n z a v o l e r l o ,
m o r m o r a i q u e s t e p a r o l e c h e n e s s u n o i n t e s e : S o n o perduto!.Non
fu cos. Mio padre mi rifiutava continuamente dei permessi che mi erano stati
concessi nei pi larghi patti elargiti da mia madre e da mian o n n a , p e r c h n o n
s i c u r a v a d e i p r i n c p i e n o n e s i s t e v a c o n l u i i l diritto delle
genti. Per una ragione affatto contingente, o anche senzaragione, mi
sopprimeva allultimo momento una certa passeggiata cosabituale, cos
consacrata, che non mi si poteva togliere senza spergiuro, oppure, come aveva
fatto ancora quella sera, molto prima dellora ritua-le, mi diceva: Coraggio, sali
a coricarti, poche storie!. Ma, allo stessomodo, poich non aveva princpi
(nel senso della nonna), non aveva, adire il vero, alcuna intransigenza. Mi
guard un istante, con aria sorpresae irritata, poi, dopo che la mamma gli ebbe
spiegato ci che era accaduto,con poche parole imbarazzate, le disse: Ma su,
va pure con lui, poichdici appunto che non hai voglia di dormire, rimani un po
in camera sua,io non ho bisogno di nulla.

Ma, caro, rispose timidamente mia madre,c h e i o a b b i a o n o v o g l i a d i


d o r mi r e , n o n c a m b i a a ffa t t o l a c o s a , n o n s i pu abituare il bambino

Ma non si tratta di abituare, disse mio pa-dre scrollando le spalle, lo vedi bene
che il piccino ha dei dispiaceri, haunaria desolata, questo bambino; insomma,
non siamo mica dei carnefi-ci! Quando sarai riuscita a farlo ammalare, avrai
fatto un bel progresso!Dal momento che in camera sua ci sono due letti, di allora
a Franoise di

30
prepararti il letto grande e dormi per questa notte accanto a lui.
Suvvia, buonanotte, io, che non sono nervoso come voi, me ne vado a
dormire.Ringraziare mio padre non era possibile; lo si sarebbe infastidito
conci che lui chiamava svenevolezze. Restai l senza azzardare un movimento; era ancora dinanzi a noi, alto, nella sua camicia da notte bianca, sotto
il cachemire indiano viola e rosa che si annodava intorno alla testada quando soffriva
di nevralgie, con il gesto di Abramo nellincisione daBenozzo Gozzoli regalatami da
Swann, in atto di dire a Sara che deve se-pararsi da Isacco
32
. Sono passati, da allora, parecchi anni. La parete dellescale, su cui vidi allungarsi il
riflesso della sua candela, non esiste pi damolto tempo
33
. Anche dentro di me tante cose sono andate distrutte, checredevo dovessero durare
per sempre, e altre nuove ne sono sorte gene-rando sofferenze e gioie che allora non
avrei potuto prevedere, cos comele antiche mi sono divenute difficili a comprendere.
Da molto tempo, or-mai, mio padre ha cessato di dire alla mamma: Va col piccino.
La pos-sibilit di ore simili non rinascer mai per me. Ma, da qualche tempo, ricomincio a percepire con chiarezza, se tendo lorecchio, i singhiozzi
cheebbi la forza di trattenere dinanzi a mio padre e che scoppiarono pi tar-di,
quando mi ritrovai solo con la mamma. In realt, non sono mai cessa-ti; ed soltanto
perch la vita ora tace pi spesso intorno a me che li sen-to di nuovo, come quelle
campane di conventi che i rumori della citt co-prono cos bene durante il giorno
da farle credere ferme, ma che ripren-dono a suonare nel silenzio della sera.La
mamma pass quella notte nella mia camera; nel momento in cui avevo
commesso una colpa tale da farmi ritenere di essere costretto a la-sciare la casa, i
miei genitori mi concedevano pi di quanto avessi maiottenuto da loro
come ricompensa di una bella azione. Persino nel mo-mento in cui si
manifestava, in questa grazia, il comportamento di miopadre nei miei
confronti conservava quel certo che di arbitrario e di in- giusto che era la sua
caratteristica e che dipendeva dal fatto che normal-mente esso era il risultato di
circostanze fortuite pi che di un piano pre-s t a b i l i t o . Fo r s e a n c h e c i c h e i o
c h i a m a v o l a s u a s e v e r i t , q u a n d o m i mandava a letto, meritava tale
definizione meno di quella di mia madreo d i m i a n o n n a , g i a c c h l a s u a
n a t u r a , p er c e r t i a s p e t t i p i d i v e rge n t e dalla mia di quanto non fosse la
loro, probabilmente non aveva ancoraintuito, fino allora, quanto fossi
infelice ogni sera, cosa che la mamma el a n o n n a s a p e v a n o b e n e ; m a l o r o
d u e m i a m a v a n o a b b a s t a n z a d a n o n consentire a risparmiarmi la
sofferenza, mi volevano insegnare a domi- narla, cos da attenuare la mia
sensibilit nervosa e rafforzare la mia vo-l o n t . Q u a n t o a m i o p a d r e , i l c u i
a ffe t t o p e r m e e r a d i u n a l t r a s p e c i e ,
31

non so se avrebbe avuto quel coraggio: per una volta che si era accorto che
avevo un dispiacere, aveva detto alla mamma: Su, vai a consolarlo.La mamma
rest quella notte in camera mia e, quasi per non guastare con alcun rimorso
quelle ore cos diverse da ci che avevo avuto ragionedi credere, quando Franoise,
resasi conto che stava accadendo qualcosadi straordinario vedendo la mamma seduta
accanto a me, che mi tenevala mano e mi lasciava piangere senza sgridarmi, le
domand: Ma signo-ra, cosha il signorino da piangere tanto?. E lei
rispose: Ma non lo saneanche lui, Franoise, snervato; preparatemi
subito il letto grande eandate a coricarvi. Cos, per la prima volta, la mia tristezza
non era piconsiderata una colpa da punire, ma un male involontario che veniva riconosciuto ufficialmente, uno stato nervoso di cui non ero responsabile;avevo il
conforto di non dover pi mescolare gli scrupoli allamarezza delle mie
lacrime, potevo piangere senza peccato
34
. Ed ero fiero non po-co, di fronte a Franoise, di questo rivolgimento delle
cose umane, che,unora dopo che la mamma si era rifiutata di salire in
camera mia e sde-gnosamente mi aveva fatto rispondere che dovevo dormire, mi
innalzavaalla dignit di persona adulta e mi faceva raggiungere di colpo una sortadi
pubert del dolore, di emancipazione delle lacrime. Avrei dovuto es-sere
felice: non lo ero. Mi sembrava che la mamma mi avesse fatto unaprima
concessione che doveva essere stata dolorosa, che fosse da partesua una
prima abdicazione allideale che aveva concepito per me, e che per la prima
volta lei, cos coraggiosa, si confessasse vinta. Mi sembravache, se avevo riportato
una vittoria, era contro di lei; ed ero riuscito, co- me avrebbero potuto fare la
malattia, i dispiaceri, o gli anni, ad allentarela sua volont, a piegare la sua
ragione; e quella notte, in cui si aprivauna nuova,epoca, era destinata a restare
una data triste. Se ne avessi avu-to il coraggio, adesso avrei detto alla mamma: No,
non voglio, non dor-mire qui. Ma conoscevo la saggezza pratica, realistica,
come si direbbeoggi, che temperava in lei la natura ardentemente idealistica della
nonna,e sapevo che, ora che il male era fatto, avrebbe preferito lasciarmene
al-meno assaporare il piacere acquietante e non disturbare mio padre. Cer-to, il bel
viso di mia madre splendeva ancora di giovinezza, quella sera,in cui mi
teneva cos dolcemente le mani e cercava di far cessare le mie lacrime; ma mi
sembrava, appunto, che questo non avrebbe dovuto esse-re, la sua collera sarebbe
stata meno triste, per me, di questa dolcezzanuova che la mia infanzia non
aveva conosciuto; mi sembrava di avertracciato, con mano empia e segreta,
una prima ruga nella sua anima, edi averle fatto spuntare un primo capello
bianco. Questo pensiero fecer a d d o p p i a r e i m i e i s i n g h i o z z i , e
allora vidi la mamma, che mai si
32

lasciava andare ad alcuna tenerezza con me, dun tratto essere conquista-ta dalla mia,
e trattenere a stento una voglia di pianto. Come avvert cheme nero accorto, ridendo
mi disse: Ecco il mio stupidello, il mio uccelli-n o , c h e f a r d i v e n t a r e l a s u a
mamma una bestiolina come lui, se si vaavanti cos ancora un poco.
S u v v i a , g i a c c h t u n o n h a i s o n n o e l a t u a mamma neppure, non restiamo
qui a snervarci, facciamo qualcosa, pren-diamo uno dei tuoi libri. Ma l non ne
avevo. E se tirassi fuori, adesso, ilibri che la nonna vuole regalarti per la tua
festa, ti farebbe meno piace-re? Pensaci bene: non sarai deluso dopodomani di
non ricevere niente?Io ero invece felicissimo, e la mamma and a cercare un pacco
di libri, dicui non potei indovinare, attraverso la carta in cui erano avvolti, se non
ilformato corto e largo, ma che, sotto quel primo aspetto, pur sommario evelato, gi
facevano impallidire la scatola di colori di Capodanno e i ba- chi di seta
dellanno passato. Erano
La Mare au Diable, Franois le Champi,La Petite Fadette
e
Les Matres sonneurs.
La nonna, venni a saperlo in segui-t o , a v e v a s c e l t o i n u n p r i mo t e mp o l e
p o e s i e d i M u s s e t , u n v ol u m e di Rousseau e
Indiana
35
, infatti, se riteneva le letture futili malsane quanto le caramelle e i pasticcini,
pensava che il gran soffio del genio non potes-s e a v e r e s u l l a n i mo , a n c h e d i
u n r a g a z z o , u n i n f l u s s o p i p e r i c o l o s o e meno vivificante dellaria aperta e
del vento di mare sul suo corpo
36
. Mapoich mio padre laveva quasi trattata come una pazza quando
avevasaputo quali libri mi voleva regalare, era tornata lei stessa a Jouy-leVi-c o mt e d a l l i br a i o p er c h i o n o n r i s c h i a s s i d i r e s t a r e s e n z a i l mi o
d o n o (era un giorno di gran caldo, e quando era rientrata stava cos male che
ilmedico aveva avvertito mia madre di non lasciarla stancare a quel mo- d o)
e a v e v a r i p i e g a t o s u i q u a t t r o r o m a n z i c a m p e s t r i d i G e o rge
S a n d . Figlia mia, diceva alla mamma, non potrei risolvermi a regalare a
que-sto ragazzo qualcosa che sia scritto male.In realt, non si rassegn mai a
comperare qualcosa da cui non si po-tesse trarre un profitto intellettuale, e
innanzi tutto quello che ci procura-n o l e c o s e b e l l e i n s e g n a n d o c i a c e r c a r e
i l n o s t r o p i a c e r e l o n t a n o d a l l e soddisfazioni del benessere e della vanit.
Persino quando doveva fare aqualcuno un regalo cosiddetto utile, quando doveva
regalare una poltro-na, delle posate, un bastone da passeggio, li cercava
antichi, come se,cancellato dal lungo disuso il loro carattere utilitario,
apparissero dispo-sti a raccontarci la vita di uomini daltri tempi pi che a soddisfare
i biso-gni della nostra. Le sarebbe piaciuto che tenessi in camera mia le fotogra-f i e
d e i m o n u m e n t i o d e i p a e s a g g i p i b e l l i . M a a l m o me n t o d i
f a r n e lacquisto, e bench loggetto rappresentato avesse un valore estetico,

les e m b r a v a c h e l a v o l g a r i t , l u t i l i t r i p r e n d e s s e r o t r o p p o
presto il
33
sopravvento nel mezzo meccanico di rappresentazione, la
f o t o g r a f i a . Cercava di giocare dastuzia e di limitare almeno, se non di
eliminarladel tutto, la banalit commerciale, di sostituirvi quanto pi fosse possibile dellaltra arte, di introdurvi come pi strati darte: invece delle foto-grafie della
cattedrale di Chartres, dei giochi dacqua di Saint-Cloud, delVesuvio, si informava
da Swann se qualche grande pittore non li avesse rappresentati, e preferiva
regalarmi le fotografie della cattedrale di Char-tres dipinta da Corot, dei giochi
dacqua di Saint-Cloud dipinti da Hu- bert Robert, del Vesuvio dipinto da
Turner, il che rappresentava un gra-do darte in pi
37
. Ma il fotografo, che era stato escluso dalla rappresen-tazione del capolavoro o
della natura, e sostituito con un grande artista,riacquistava i suoi diritti nel
riprodurre quella stessa interpretazione.Giunta al momento ineluttabile
della volgarit, la nonna tentava di ri-mandarlo ancora. Domandava a
Swann se esistessero incisioni del qua-dro, preferendo, quandera possibile,
incisioni antiche e che presentasse-ro qualche interesse ancora, al di l del loro
valore intrinseco, per esem-pio quelle raffiguranti un capolavoro in uno stato in
cui oggi non possia-mo pi vederlo (come lincisione di Morghen
38
della
Cena
di Leonardo,prima del suo degrado). Bisogna dire che i risultati di questo modo di interpretare larte del regalo non furono sempre brillantissimi. Lidea chemi
feci di Venezia da un disegno di Tiziano
39
, che si presume abbia persfondo la laguna, era certamente molto pi
approssimativa di quella chemi avrebbero dato delle semplici fotografie. In casa,
quando la prozia vo-leva pronunciare una requisitoria contro la nonna, non si
poteva pi te-nere il conto delle poltrone da lei regalate a giovani fidanzati
o a vecchisposi, che, al primo tentativo di servirsene, immediatamente erano sprofondate sotto il peso di uno dei destinatari. Ma alla nonna sarebbe parsomeschino
occuparsi troppo della solidit di un mobile su cui si distin- guevano ancora
un garbo, un sorriso, talvolta una bella fantasia del pas-sato. Persino ci che in quei
mobili, rispondendo a un dato bisogno, ave-va una foggia a cui non siamo pi
abituati, laffascinava, come i vecchimodi di dire nei quali scorgiamo una
metafora cancellata, nel nostro lin-guaggio moderno, dallusura dellabitudine. Ora,
per lappunto, i roman-zi campestri di George Sand che la nonna mi regalava
per la mia festa,erano pieni, come un mobile antico, di espressioni cadute
in disuso e ri-divenute immaginose, come si trovano ormai soltanto in campagna. E
lanonna li aveva comperati preferendoli ad altri, cos come avrebbe presoin

affitto pi volentieri una propriet dove ci fosse stata una piccionaiagotica


o qualcunaltra di quelle vecchie cose che esercitano sullo spirito
34
un influsso benefico restituendogli la nostalgia di impossibili viaggi
neltempo.L a m a m m a s i s e d e t t e a c c a n t o a l m i o l e t t o ; a v e v a p r e s o
Franois leChampi
40
, cui la copertina rossastra e il titolo incomprensibile conferiva-no ai miei occhi
una personalit ben distinta e unattrattiva misteriosa. N o n a v e v o m a i
l e t t o a n c o r a d e i v e r i r o ma n z i . Ave v o s e n t i t o d i r e c h e George Sand era
larchetipo del romanziere. Questo mi disponeva gi aimmaginare in
Franois le Champi
qualcosa di indefinibile e di delizioso. Iprocedimenti narrativi destinati a suscitare la
curiosit o la commozione,certi modi di dire che destano linquietudine o la
malinconia, e che unlettore un po istruito riconosce ormai comuni a molti
romanzi, mi appa-rivano semplicemente

a me che consideravo un libro nuovo, non co-me qualcosa che avesse molti
simili, ma come una persona unica, che hal a s o l a r a g i o n e d i e s i s t e r e i n s e
stessa

unemanazione conturbantedellessenza propria di


Franois le Champi.
Sotto quegli eventi cos quoti-diani, quegli oggetti cos comuni, quelle parole cos
usuali, sentivo comeunintonazione, unaccentuazione strana. Lazione prese avvio; e
mi par-ve tanto pi oscura in quanto a quel tempo, leggendo, mi mettevo spessoa
fantasticare, per pagine intere, su tuttaltra cosa. E alle lacune che que-sta distrazione
apriva nel racconto, si aggiungeva, quando era la mammaa leggere ad alta voce, il
fatto che lei saltava via tutte le scene damore. Cos, tutti i bizzarri mutamenti
che hanno luogo nel rispettivo comporta-m e n t o d e l l a m u g n a i a e d e l r a g a z z o ,
e c h e n o n t r o v a n o s p i e g a z i o n e s e non nei progressi di un amore
nascente, mi sembravano segnati da unprofondo mistero di cui mi figuravo
volentieri che lorigine fosse in quelnome ignoto e cos dolce di Champi, che
trametteva, al ragazzo che loportava senza che io ne sapessi la ragione, il suo colore
vivo, purpureo eincantevole. Se mia madre era una lettrice infedele, era anche, per le
ope-re nelle quali ritrovava laccento di un sentimento vero, una lettrice mira- bile per
il rispetto e la semplicit dellinterpretazione, per la bellezza e ladolcezza della sua
voce. Anche nella vita, quando erano persone e nonopere darte a suscitare
cos la sua commozione o la sua ammirazione,era toccante vedere con
quanto riguardo allontanava dalla sua voce, dal suo gesto, dalle sue parole,
quello scoppio di allegria che avrebbe potutofar male alla madre che avesse in
altro tempo perduto una sua creatura, quellaccenno a una festa, a un
anniversario, che avrebbe potuto ricorda-re alla persona anziana la sua et avanzata,

quel discorso di vita domesti-ca che sarebbe riuscito molesto al giovane


studioso. Allo stesso modo,quando leggeva la prosa di George Sand, da cui
emanano sempre quella bont, quella distinzione morale che la mamma aveva
imparato da mia
35
nonna a considerare superiori a ogni altra cosa nella vita, e che io,
solomolto pi tardi, dovevo insegnarle a non stimare ugualmente superiori atutto in
letteratura, attenta a bandire dalla sua voce ogni piccineria, ogniricercatezza che
avrebbe potuto impedire di riceverne il flusso potente, infondeva tutta la
tenerezza naturale, tutta lampia dolcezza richieste daquelle frasi, che sembravano
scritte per la sua voce e che, per cos dire,rientravano tutte intere nel
registro della sua sensibilit. Per affrontarlenel tono giusto, ritrovava
laccento cordiale che ad esse preesiste e le ha ispirate, ma che le parole non
indicano; grazie ad esso, smorzava di pas-saggio ogni crudezza nei tempi dei verbi,
dava allimperfetto e al passatoremoto la dolcezza che c nella bont, la
malinconia che c nella tene-rezza, guidava la frase che finiva verso quella
che stava per cominciare,ora anticipando, ora ritardando il procedere delle sillabe
per farle entra-re, bench le loro quantit fossero differenti, in un ritmo uniforme, e
im-m e t t e v a i n q u e l l a pr o s a c o s c o m u n e u n a s o r t a di v i t a
s e n t i m e n t a l e e ininterrotta.I miei rimorsi erano placati, mi lasciavo andare alla
dolcezza di quellanotte in cui mia madre era accanto a me. Sapevo che una notte
simile nonavrebbe potuto ripetersi; che il pi gran desiderio che avessi al
mondo,avere la mamma nella mia camera durante quelle tristi ore notturne,
eratroppo in opposizione con le necessit della vita e con il volere di
tutti,perch lappagamento che gli era stato concesso quella sera potesse esse-re
altrimenti che fittizio ed eccezionale. Domani le mie angosce sarebberoricominciate,
e la mamma non sarebbe rimasta. Ma quando le mie ango-sce si erano calmate, io
non le capivo pi; e poi, domani sera era ancora lontana; mi dicevo che avrei
avuto il tempo di trovare un rimedio, anchese quel tempo non avrebbe potuto
darmi alcun potere in pi, poich sit r a t t a v a d i c o s e c h e n o n
d i p e n d e v a n o d a l l a m i a v o l o n t , e s o l t a n t o lintervallo che ancora
le separava da me le faceva apparire pi facili da evitare.Cos, per molto tempo,
quando, risvegliandomi di notte, mi tornava inmente Combray, non ne rividi altro
che quella sorta di lembo luminoso, ritagliato nel mezzo di tenebre indistinte,
simile a quelli che la vampa diun fuoco di bengala o un fascio di luce elettrica
illuminano e sezionanoin un edificio di cui le altre parti restino immerse
nella notte: alla base,abbastanza larga, il salottino, la sala da pranzo,
linizio del viale oscurodal quale sarebbe comparso il signor Swann, lautore
inconsapevole dellemie tristezze, il vestibolo per cui mi incamminavo verso il primo
gradinodella scala, cos crudele a salire, che costituiva da sola lossatura
assai
36

stretta di quella piramide irregolare; e, al vertice, la mia camera da letto,con il


piccolo corridoio dalla porta a vetri per cui entrava la mamma; inuna
parola, sempre visto alla stessa ora, isolato da tutto ci che potevaesserci
intorno,
stagliandosi
solo
nelloscurit,
lo
scenario
strettamentei n d i s p e n s a b i l e ( c o m e q u e l l o c h e s i v e d e i n d i c a t o i n t e s t a
a l l e v e c c h i e c o m m e d i e p e r l e r a p pr e s e n t a z i o n i i n p r o v i n c i a ) a l
d r a m m a d e l l a m i a svestizione; come se Combray non fosse consistita che in due
piani colle-gati da unesile scala, e come se non fossero mai state che le sette di
sera.A dire il vero, a chi mi avesse interrogato, avrei potuto rispondere
cheCombray comprendeva anche altre cose ed esisteva in ore diverse.
Mapoich quel che avrei ricordato sarebbe affiorato solo dalla memoria vo-lontaria,
la memoria dellintelligenza, e poich le informazioni che questad sul passato non
ne trattengono nulla, non avrei mai avuto voglia di p e n s a r e a q u e l r e s t o d i
C o m b r a y. Tut t o q u e s t o , i n e ffe t t i , p er m e e r a morto.Morto per sempre?
Forse.Il caso ha una gran parte in tutto ci, e un secondo caso, quello
dellan o s t r a m o r t e , s p e s s o n o n c i p e r m e t t e d i a t t e n d er e a l u n g o i
f a v o r i d e l primo.Trovo molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le
anime dicoloro che abbiamo perduto sono imprigionate in qualche essere inferio-re,
un animale, un vegetale, una cosa inanimata, di fatto perdute per noifino al giorno,
che per molti non arriva mai, nel quale ci troviamo a pas-sare accanto allalbero, a
entrare in possesso delloggetto che la loro pri-gione
41
. Allora esse sussultano, ci chiamano, e non appena le abbiamo ri-conosciute,
lincantesimo rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte, eritornano a vivere con
noi.Cos del nostro passato. fatica inutile cercare di evocarlo, tutti
glisforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde, fuori del suodominio e
della sua portata, in qualche oggetto materiale (nella sensazio-n e c h e
q u e l l o g g e t t o m a t e r i a l e c i d a r e b b e ) , c h e n o i n o n s u p p o n i a mo . Questo
oggetto, dipende dal caso che noi lo incontriamo prima di mori- re, o che non
lo incontriamo.G i d a p ar e c c h i a n n i , d i C o m b r a y, t u t t o c i c h e n o n e r a
i l t e a t r o e i l d r a m m a d e l m i o a n d ar e a l e t t o , n o n e s i s t e v a pi p e r m e ,
q u a n d o , u n giorno dinverno, rientrando a casa, mia madre, vedendomi
infreddolito,mi propose di prendere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza dit.
Dapprima rifiutai, poi, non so perch, cambiai idea. Mand a prende-re uno di quei
dolci corti e paffuti, chiamati
Petites Madeleines
, che sem- b r a n o m o d e l l a t i n e l l a v a l v a s c a n a l a t a d i u n a
conchiglia di San
37
Giacomo
42

. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa edalla prospettiva di un


triste domani, mi portai alle labbra un cucchiainodi t dove avevo lasciato
ammorbidire un pezzetto di
madeleine.
Ma, nel-lo stesso istante in cui quel sorso frammisto alle briciole del dolce tocc
ilmio palato, trasalii, attento a qualcosa di straordinario che accadeva den-tro di me.
Un piacere delizioso mi aveva invaso, isolato, senza nozione della sua causa.
Di colpo, maveva reso indifferenti le vicissitudini dellavita, inoffensivi i suoi
disastri, illusoria la sua brevit, allo stesso modo incui agisce lamore, colmandomi di
unessenza preziosa: o meglio, questaessenza non era in me, era me stesso.
Avevo cessato di sentirmi medio-cre, contingente, mortale. Donde mi era potuta
venire questa gioia poten-te? Sentivo che era legata al sapore del t e del
dolce, ma lo sorpassavaincommensurabilmente, non doveva essere della
stessa natura. Dondeveniva? Che significava? Dove afferrarla? Bevo un
secondo sorso, in cuinon trovo nulla di pi che nel primo, un terzo che mi d un
po meno delsecondo. tempo che mi fermi, la virt della bevanda sembra
diminuire. chiaro, la verit che cerco non in essa, ma in me. Il t lha
risvegliata,ma non la conosce, e non pu che ripetere indefinitamente, con
sempreminor forza, quella stessa testimonianza che io non riesco a interpretare eche
vorrei almeno potergli chiedere di nuovo e ritrovare intatta, a mia di-sposizione, fra
poco, per una spiegazione decisiva. Depongo la tazza e mi rivolgo al mio
spirito. compito suo trovare la verit. Ma come? Gra-ve incertezza, ogni volta
che lo spirito si sente sorpassato da s medesi- mo; quando lui, il ricercatore,
al tempo stesso anche il paese oscuro do-ve deve cercare e dove tutto il suo bagaglio
non gli servir a nulla. Cerca-re? non soltanto: creare. di fronte a qualcosa che non
esiste ancora e chesolo lui pu rendere reale, e poi far entrare nel raggio della sua
luce.E ricomincio a domandarmi quale potesse essere questa
condizioneignota, che non portava alcuna prova logica, ma soltanto levidenza
dellasua felicit, della sua realt dinanzi alla quale le altre svanivano.
Vogliotentare di farla riapparire. Vado indietro col pensiero al momento in
cuiho preso il primo cucchiaino di t. Ritrovo lo stesso stato, senza una nuo-va luce.
Chiedo al mio spirito uno sforzo ulteriore, di richiamare ancorauna volta la
sensazione che sfugge. E, perch niente spezzi limpeto conil quale
cercher di riafferrarla, allontano ogni ostacolo, ogni idea estra-nea, metto
al riparo le mie orecchie e la mia attenzione dai rumori della stanza accanto.
Ma, sentendo il mio spirito che si affatica senza successo,lo costringo invece a
prendersi quella distrazione che gli negavo, a pen-sare ad altro, a
ritemprarsi, prima di un tentativo supremo. Poi, una se- c o n d a v o l t a , g l i
f a c c i o i l v u o t o a t t o r n o , g l i r i me t t o i n n a n z i i l s a p o r e
38
ancora recente di quel primo sorso, e sento dentro di me trasalire qualco-sa che si
sposta, che vorrebbe emergere, qualcosa che si direbbe disanco-rata, a una grande
profondit; non so cosa sia, ma sale lentamente; av- verto la resistenza, e sento

il rumore delle distanze traversate.C e r t o , c i c h e p a l p i t a c o s , n e l pr o f o n d o


d i m e s t e s s o , d e v e e s s e r e limmagine, il ricordo visivo, che, legato a quel
sapore, si sforza di se-guirlo fino a me. Ma si dibatte troppo lontano, troppo
confusamente; amalapena percepisco il riflesso neutro in cui si confonde
linafferrabileturbinio dei colori rimescolati; ma non riesco a distinguere la
forma, achiederle, come al solo interprete possibile, di tradurmi la testimonianzadel
suo contemporaneo, del suo inseparabile compagno, il sapore, a chie-d e r l e d i
r i v e l a r mi d i q u a l e c i r c o s t a n z a p a r t i c o l a r e , d i q u a l e e p o c a d e l passato
si tratti.Giunger mai alla superficie della mia chiara coscienza quel
ricordo,listante remoto che lattrazione di un identico istante venuta da
coslontano a sollecitare, a scuotere, a sollevare nel pi profondo di me stes-so? Non
so. Adesso non sento pi nulla, si fermato, forse ridisceso; chi sa se
risalir mai dalla sua notte? Dieci volte ho dovuto ricominciare,sporgermi verso di
lui. E sempre la vilt che ci distoglie da ogni compitodifficile, da ogni impresa
importante, mi ha consigliato di lasciar stare, di bere il mio t pensando
semplicemente ai miei fastidi di oggi, ai miei de-sideri di domani che si lasciano
rimuginare senza fatica.E, allimprovviso, il ricordo mi apparso. Quel sapore era lo
stesso delpezzetto di
madeleine
che, la domenica mattina, a Combray (perch quel giorno non uscivo prima
dellora della messa), quando andavo a darle il buongiorno nella sua camera, la
zia Lonie mi offriva, dopo averlo im- m e r s o n e l s u o i n f u s o d i t o d i
t i g l i o . La s p e t t o d e l l a p i c c o l a
madeleine
non mi aveva ricordato nulla, prima che ne sentissi il sapore; forse per-ch,
avendone spesso viste in seguito, senza mangiarne, sui ripiani
deipasticcieri, la loro immagine aveva lasciato quei giorni di Combray
perlegarsi ad altri pi recenti; forse perch, di quei ricordi per cos
lungotempo abbandonati fuori della memoria, niente sopravviveva, tutto
seradisgregato; le forme

e anche quella della piccola conchiglia di pastic-ceria, cos grassamente


sensuale, sotto la sua pieghettatura severa e de- vota

si erano dileguate, oppure, assopite, avevano perduto la forza despansione


che avrebbe loro permesso di raggiungere la coscienza. Ma,quando di un passato
lontano non resta pi nulla, dopo la morte degliesseri, dopo la distruzione
delle cose, soli, pi fragili ma pi vividi, piimmateriali, pi persistenti, pi
fedeli, lodore e il sapore rimangono an-c o r a a l u n g o , c o m e a n i me , a
r i c o r d ar e , a d a t t e n d e r e , a s p e r a r e , s u l l a
39
rovina di tutto il resto, a sorreggere senza piegare, sulla loro stilla
quasiimpalpabile, limmenso edificio del ricordo.E appena ebbi riconosciuto il
sapore del pezzetto di

madeleine
, inzup-pato nel tiglio, che mi dava la zia (bench non sapessi ancora, e
dovessirimandare a molto pi tardi la scoperta del motivo per cui quel
ricordomi rendesse tanto felice), subito la vecchia casa grigia sulla strada,
doveera la sua camera, si adatt, come uno scenario di teatro, al piccolo padi-glione
che dava sul giardino, costruito sul retro per i miei genitori (quel l a t o
t r o n c o c h e s o l o a v e v o r i vi s t o f i n a l l o r a ) ; e c o n l a c a s a , l a c i t t ,
d a mattina a sera, e con qualsiasi tempo, la piazza dove mi mandavano pri-ma di
pranzo, le vie dove andavo a far delle compere, i sentieri in cui ci si inoltrava
se il tempo era bello. E come in quel gioco, che piace ai Giap-ponesi, che consiste
nellimmergere in una ciotola di porcellana pienadacqua dei pezzetti di
carta fino allora indistinti che, appena bagnati si distendono, si rigirano, si
colorano, si differenziano, diventano fiori, ca-se, figure umane consistenti e
riconoscibili; cos, ora, tutti i fiori del no-stro giardino e quelli del parco di
Swann, e le ninfee della Vivonne, e la brava gente del villaggio e le loro piccole
case e la chiesa e tutta Combraye i suoi dintorni, tutto questo che sta prendendo
forma e solidit, emer-so, citt e giardini, dalla mia tazza di t.
2
Francesco I, di Valois (1494-1547), in lotta con Carlo V, fu vinto e cat-turato a Pavia
(1515); riprese la lotta fino alla pace di Crpy (1544). CarloV, di Asburgo
(15001588), eredit dalla madre Giovanna la Pazza la coro-na di Spagna e dal padre
Filippo il Bello dAustria i domini degli Asbur-go. Sulla rivalit fra i due era uscito
un libro di Franois Mignet nel 1875.
3
La frase di Proust ne ricorda una analoga di Bergson, in
Matire et m-moire
(1896): Un essere umano che
sognasse
la sua esistenza invece di vi-verla, terrebbe senza dubbio sotto il suo sguardo,
in ogni momento, lamoltitudine infinita dei dettagli della sua storia
passata (
Oeuvres
, PUF,1959, p. 295). Ma non escluso che Proust avesse presente un
raccontodelle
Mille e Una Notte
in cui si narra la vicenda di un uomo che dorme, improvvisamente risvegliato.
4
II risveglio, come sorpresa, un motivo ricorrente in Proust che quirievoca
i periodi di villeggiatura della sua giovinezza in un luogo checompendia
labitazione dello zio paterno Jules Amiot a Illiers e quella aAuteuil della
famiglia materna (dove nacque, com noto) e a cui d ilnome di Combray.
Circa la scelta di questo nome, sono state avanzatemolteplici ipotesi. La pi
accreditata , senza dubbio, quella che Proust
40

abbia voluto, con questo toponimo, rendere omaggio al suo caro


amicoBertrand de Fnelon, che vantava tra i suoi antenati lomonimo
scrittoreseicentesco Franois de Fnelon (1651-1715), soprannominato Il cigno
diCambrai.
5
II cinetoscopio un apparecchio inventato da Edison nel 1894,
chepermetteva la visione di fotografie in movimento, ed era stato precedutodal
cinematoscopio,
o
visione
di
esseri
e
oggetti
in
movimento,
inventatodallamericano Coleman Sellers nel 1861, che raccoglieva le
immagini,ancora discontinue e difformi, in un nastro atto alla loro rapida
visione,allorigine del processo di realizzazione dei cartoni animati.
6
Edizione serale del
Journal des Dbats
che cominci a uscire su cartarosa dal 1893.
7
Eroina di una patetica saga che dal Medioevo ebbe diffusione vastis-sima
nellepopea, nella narrativa, nel teatro, nella pittura e nelle stampepopolari,
riproposta in unoperetta di Offenbach ai Bouffes-Parisien nel 1859, e che
ebbe ancor pi grande successo quando, rimaneggiata e arric-chita, fu data al Thtre
de la Gat come opera in cinque atti, nel 1875. Ilcapitano di giustizia Golo
accusa Genoveffa di Brabante dinfedelt almarito Sigfrido, che la
condanna a morte: dai carnefici verr invece ab- bandonata in una foresta
dove dar alla luce un figlio che sar allevatocon il latte di una cerva.
Alcuni anni dopo Sigfrido cacciando la stessa cerva giunger alla caverna di
Genoveffa che riuscir a convincerlo dellapropria innocenza.
8
I M e r o v i n gi , d i n a s t i a d e i Fr a n c h i S a l i i , d i s c e n d e n t e d a
M e r o v e o ( m o r t o n e l 4 5 7 c i r c a ) , f o r ma r o n o c o n C l o d o v e o i l r e g n o
cristiano deiFranchi e si estinsero con Childerico III nel 752. Nella
s u a g i o v i n e z z a Proust fu un appassionato lettore dei
Rcits des temps mrovingiens
(1840)di Augustin Thierry.
9
Bathilde il nome della moglie di Clodoveo II (639-657). I loro
figli,ribellatisi alla madre, furono puniti col supplizio dello snervamento,
eabbandonati in una barca in mezzo alla Senna, da dove furono salvati
ecurati dai monaci di un eremo su cui fu poi costruita labbazia di Jumi-ges,
modello della chiesa di Combray. Bathilde anche leroina del
Lu-cien Leuwen
di Stendhal.
10

Capelli a spazzola davanti e lunghi dietro, messi in voga dallattore Jean-Baptiste


Bressant (1815-1886), primo attor giovane alla Comdie- Franaise.
11
Club aristocratico, originario dellInghilterra, che aveva per scopo
ilm i g l i o r a m e n t o d e l l e r a z z e e q u i n e e l o r g a n i z z a z i o n e d e l l e
corse di
41

cavalli. A Parigi ne sorse uno analogo nel 1833, con severissime regole
diammissione.
12
II conte di Parigi Louis-Philippe-Albert dOrlans (1838-1894), pre-tendente al
trono col nome di Filippo VII. Il principe di Galles il titolo dellerede al
trono in Inghilterra, qui in particolare il futuro Edoardo VII(1841-1910), figlio di
Alberto e della regina Vittoria, alla quale successe. Favor lentente cordiale
con la Francia in funzione antitedesca.
13
Quartiere sulla riva sinistra della Senna. Nel XVII e XVIII secolo vi furono
costruite le residenze pi eleganti dellaristocrazia, sicch diven-ne sinonimo di
quartiere elegante.
14
Lungo viale che prende il nome del barone Haussmann (1809-1891),artefice dei
quartieri moderni della rive droite sotto il II Impero: Proustvi abit al n. 102, dopo
la morte della madre, dal 1906 al 1919.
15
Aristeo simmerse nel regno delle acque, in seno a Teti, per chie-dere
aiuto a sua madre, la ninfa Cirene, dopo che gli di avevano fattomorire
tutte le api da lui allevate per punirlo di aver cagionato, sia
pureinvolontariamente, la morte di Euridice, di cui era invaghito. Cos racconta Virgilio nelle
Georgiche
, canto IV, vv. 317-395.
16
Maionese piccante, ottenuta con laggiunta di mostarda, pepe di Ca-ienna, capperi,
cerfoglio e dragoncello.
17
Localit nei pressi di Londra, dove aveva abitato il conte di Parigi ela famiglia
dOrlans esule in Inghilterra, e che rimase a lungo il centro dellopposizione
monarchica in esilio.
18
Mme de Svign (1626-1696), le cui
Lettres

alla figlia (pubblicate solonel 1726) costituiscono unimportante fonte di


informazione della vita fa-miliare e sociale del suo tempo.
19
Patrice de Mac-Mahon (1808-1893), maresciallo di Francia, sconfissegli austriaci a
Magenta (1859), ma fu, a sua volta, sconfitto dai prussiani aSedan (1870). Fu
presidente della Repubblica dal 1873 al 1879.
20
Tre statisti al servizio della monarchia orleanista: il conte Louis-Ma-t h i e u M o l
(1781-1855) fu primo ministro dal 1836 al 1839, il
d u c a tienne-Denis Pasquier (1767-1862) presidente della Camera dei Pari
ecancelliere di Francia, il duca Achille-Charles-Lonce-Victor de
Broglie(1785-1870) ministro degli Esteri con lavvento di Luigi Filippo e nel
1835presidente del Consiglio. Citati anche nel Contre Sainte-Beuve, come personaggi, a cui quel critico dava pi importanza che a Stendhal, Balzac
oBaudelaire (pp. 229-230).
21
Questa cassa di Asti spumante regalata da Swann potrebbe essereuna
reminiscenza di una scena damore del
Lys rouge
(1894) di AnatoleFrance.
42

22
Edme-Armand-Gaston dAudiffret-Pasquier (1823-1905) fu presi- dente nel
1875 della Camera e poi del Senato: consigliere politico del con-te di Parigi, nel 1896
si stacc dal partito orleanista.
23
Henri-Polydore Maubant (1821-1902), attore della Comdie-Franai-se, specializzato
nella parte di padre nobile, qui associato, non a caso,al personaggio di Vinteuil,
tragica figura di padre.
24
Amalia Materna (1847-1918), cantante austriaca che interpret per prima la
parte di Brunilde nella
Walchiria
di Wagner a Bayreuth nel 1876.Forse, Proust allude sottilmente a unanalogia
tra il comportamento delpersonaggio wagneriano e quello della signorina Vinteuil,
sulla cui storiasi soffermer a lungo, nel prosieguo della Recherche.
25
Jean-Baptiste-Louis-Andrault,
marchese
di
Maulvrier
(1677-1754),fu
ambasciatore di Francia a Madrid, nel periodo in cui Louis de Rou- vroy,

duca di Saint-Simon (1675-1755), vi fu mandato come ambasciatorestraordinario per


favorire il matrimonio di Luigi XV con lInfanta di Spa-gna. Nei
Mmoires
il duca di Saint-Simon parla dei suoi violenti contrasticon lui.
26
Sono due citazioni, la prima alquanto approssimativa, com abitua-le a Proust, e la
seconda esatta, dai
Mmoires di Saint-Simon
(ed. Pliade, t.VIII, p. 251), che assumono nel nuovo contesto significati ulteriori.
Saint-Simon non accenna, se non di sfuggita, una volta, allomosessualit
diMaulvrier. Proust, invece, sembra voler creare un doppio senso circa
ilrifiuto di far conoscere i propri figli a un personaggio di rango inferiore.
27
Quante virt, signore, ci fate detestare! Pierre Corneille,
La Mortede Pompe
, atto III, scena IV, v. 1072. Lesclamazione rivolta da Cornelia,vedova di
Pompeo, a Cesare che ha dato ordine di trattarla con tutti gli onori, in quanto
moglie di un eroe.
28
Prescrizioni rituali della religione ebraica che si trovano nella
Bibbia
,la prima in
Esodo
(XXIII, 19 e XXXIV, 26) e in
Deuteronomio
(XIV, 21), las e c o n d a i n
Genesi
( X X X I I , 3 3 ) , i n r a p p or t o a l l a l o t t a d i G i a c o b b e c o n lAngelo. Quanto
allo sterminio dei bambini, il riferimento evidente a Erode.
29
I I m i r a c o l o d i Teo f i l o ( n o n s a n t o , c o m e s c r i v e Pr o u s t )

dovutoallintervento della Madonna, che lo salv, nonostante questi avesse sottoscritto un patto col diavolo

narrato nella
Leggenda aurea
di Jacopoda Varagine (1225 ca.-1298), ripreso nel
Miracle de Thophile
di Ruteboeuf (morto attorno al 1295) ed il pi raffigurato nelle cattedrali francesi,
sesi deve credere allo storico dellarte mile Mle, di cui Proust lesse
conestremo interesse il libro
LArt religieux du XIII
e

sicle en France
(1898).
43
30
I quattro figli di Aimone o Rinaldo di Montalbano
un romanzo cavalle-resco, la cui pi antica versione risale al XII secolo.
Narra della lotta im-posta da Carlo Magno al padre contro i quattro figli che lo
avevano offe-so. Dopo la riconciliazione, Rinaldo compie un viaggio a Gerusalemme
epone mano alla costruzione della cattedrale di San Pietro a Colonia.
31
R e c i p i e n t e c o n a c q u a c h e , a l l a f i n e d e l pr a n z o , v e i n v a p or t a t o
a d ogni commensale per consentirgli di sciacquarsi la bocca o le dita.
32
L e S t or i e d i Ab r a m o
sono una serie di affreschi di Benozzo Gozzoli (1420-1497), nel Camposanto
monumentale di Pisa. Questi affreschi ave-vano molto impressionato John Ruskin,
che ne scrisse in
Modern Painters
(1843-1860).
33
La casa natale di Auteuil e il suo giardino furono demoliti per co- struire
avenue Mozart, verso la fine del secolo, e il fatto gi ricordato in
Jean Santeuil
(pp. 864870). Ad Auteuil il piccolo Marcel e la sua famiglia trascorrevano
brevi periodi di riposo, quando non cera tempo sufficien-te per andare fino a Illiers.
34
interessante confrontare questo passo con i princpi pedagogici so-stenuti da Adrien
Proust, il padre dello scrittore, nellopera
LHygine dunurastnique
(1897).
35
I libri di George Sand (1804-1876) citati nel testo diventarono subitolibri da
regalare ai bambini come strenne. Mentre le poesie di Alfred de Musset
(1810-1857), gli scritti di Jean-Jacques Rosseau (1712-1778) e
India-na
dellla stessa Sand sono libri pi impegnativi.
36
La figura della nonna rappresenta simbolicamente il tentativo di tro-vare un punto di
equilibrio e di incontro fra arte e vita, genio e salute, sa-pere e innocenza. Come
sappiamo, la conclusione di Marcel fu affattodiversa.
37
Tre pittori molto famosi per le riproduzioni dei loro quadri, Jean- BaptisteCamille Corot (1796-1875), la cui

Cattedrale di Chartres
si trova alLouvre, Hubert Robert (1733-1808) che prese ispirazione dalle fontane
diSaint-Cloud in molte sue opere, e William Turner (1775-1851) che compose molti disegni e acquerelli del Vesuvio.
38
Celebre incisione dell
Ultima Cena
eseguita da Raffaello Morghen(1761-1833).
39
Tiziano Vecellio (1490-1576), uno dei pi grandi pittori del Rinasci- mento,
pi celebre per la spaziata prospettiva dei suoi quadri e la psico-logia dei ritratti che
non per le vedute di Venezia.
40
Franois le Champi
(1848) di George Sand racconta di un trovatelloche scopre laffetto di una
vera madre nella bella mugnaia Madeleine.Dopo alcuni anni e varie
vicissitudini laffetto si trasforma in amore e i
44

due si sposano. Nel manoscritto di Swann alla


l e t t u r a s e g u i v a lenunciazione di una dottrina estetica, che lautore
sposter nel Temporitrovato.
41
Il punto essenziale del loro insegnamento che le anime non peri-scono ma che,
dopo morte, passano da un corpo allaltro. Questo passodel
De Bello gallico
di Cesare (VI, 14, 5) riferito ai Druidi. Un altro passosimile di Diodoro si trova
nella Biblioteca storica (V, 28, 6), riferito ai Gal-li. Qui Proust fa riferimento alla
credenza dei Galli, pur usando il termi-ne pi estensivo celtico.
42
Le conchiglie sono state il simbolo dei pellegrini che andarono persecoli da
tutta la cristianit a Santiago de Compostela, in Galizia, a 140 chilometri da
Finisterre e dallOceano Atlantico. I fedeli erano soliti pren-derle alla fine del viaggio
e applicarsele sul mantello, come testimonian-za e ricordo delle tante fatiche
affrontate, in spirito di devozione. I dolci f a t t i a c o n c h i g l i a f u r o n o
a n c h e c h i a m a t i p e t i t e s m a d e l e i n e s o madeleinettes.
45

C o m b r a y, d i l o n t a n o , a d i e c i l e g h e a l l i n t o r n o , v i s t a d a l l a
f e r r o v i a , quando ci arrivavamo lultima settimana prima di Pasqua, era
soltantouna chiesa che riassumeva la citt, la rappresentava, parlava di lei e
perlei in lontananza, e, quando ci si avvicinava, teneva stretti intorno al suoampio
manto scuro, in piena campagna, contro vento, come una pastorale sue pecore, i dorsi
lanosi e grigi delle case raggruppate, che un resto di bastioni medievali cingeva qua e
l con una linea perfettamente circolare,come una piccola citt nel quadro di un
primitivo. Ad abitarla, Combrayera un po triste, come le sue strade, dove le
case, costruite con la pietranerastra del luogo, precedute da gradini
allesterno, incappucciate dafrontoni che proiettavano la propria ombra sul
davanti, erano tanto scureche occorreva, quando il giorno cominciava a declinare,
rialzare le tendenelle sale; strade dai severi nomi di santi (molti dei quali si
ricollegava-no alla storia dei primi signori di Combray): rue Saint-Hilaire, rue
Saint- J a c q u e s d o v e r a l a c a s a d e l l a z i a , r u e S a i n t e - H i l d e g ar d e s u c u i
d a v a i l cancello, e rue du Saint-Esprit su cui si apriva la porticina laterale del
suogiardino; e queste vie di Combray vivono in una zona della mia memoriacos
remota, dipinta di colori cos differenti da quelli che ora rivestono ilmondo per me,
che in verit mi appaiono tutte, e la chiesa che le domina-va sulla piazza, pi irreali
ancora, delle proiezioni della lanterna magica;e, in certi momenti, mi pare che poter
ancora traversare rue Saint-Hilaire,poter prendere a pigione una camera in rue
de lOiseau

nella vecchialocanda dell


Oiseau Flesch
43
, che dalle finestre dello scantinato emanavaun odore di cucina che mi arriva ancora a
tratti, non meno intermittentee caldo

significherebbe entrare in contatto con un Aldil pi meravi-gliosamente


soprannaturale che non fare conoscenza con Golo e parlare con Genoveffa di
Brabante.La cugina del nonno

la mia prozia

presso la quale abitavamo, erala madre di quella zia Lonie che, dopo la morte di suo
marito, lo zio Oc-tave, non aveva pi voluto lasciare, prima Combray, poi a
Combray las u a c a s a , p o i l a s u a c a m e r a , i n f i n e i l s u o l e t t o , e n o n
s c e n d e v a p i , sempre coricata in un vago stato di afflizione, di debolezza fisica,
di ma-lattia, di idea fissa e di devozione. Il suo appartamento personale
davasulla rue Saint-Jacques, che sfociava, molto pi in l, nel Prato grande
(inc o n t r a p p o s i z i o n e a l P r a t o p i c c o l o , v e r d e g g i a n t e n e l c e n t r o d e l l a
c i t t , allincrocio di tre strade) e che, uniforme, grigiastra, con i tre alti gradinidi
arenaria davanti a quasi tutte le porte, faceva pensare a uninsenatura,pr a t i c a t a d a

u n i n t a g l i a t or e d i f i g u r e g o t i c h e n e l l a s t e s s a p i e t r a i n c u i a v r e b b e
s c o l p i t o u n pr e s e p i o o u n c a l v a r i o . L a z i a n o n a b i t a v a p i , i n
46
realt, che due stanze contigue, trattenendosi il pomeriggio in una men-tre cambiava
aria nellaltra. Erano di quelle stanze di provincia che

co-s come in certi paesi, intere porzioni dellaria o del mare sono illuminateo
profumate da miriadi di protozoi che non vediamo

ci incantano coni mille odori che vi emanano le virt, la saggezza, le abitudini, tutta
unavita segreta, invisibile, sovrabbondante e morale che latmosfera vi tienesospesa;
odori pur sempre naturali, certo, e colori del tempo, come quellidella campagna
vicina, ma gi casalinghi, umani e stantii, gelatina squisi-t a , i n d u s t r i o s a e
l i m p i d a d i t u t t i i f r u t t i d e l l a n n o c h e h a n n o l a s c i a t o lalbero per la
dispensa; stagionali, ma che sanno di mobili e di casa, mi-t i g a n t i l a s p r e z z a
d e l l a b r i n a c o n l a d o l c e z z a d e l p a n e c a l d o , o z i o s i e puntuali come un
orologio di paese, vaghi e precisi, incuranti e previ-denti, lindi, mattutini,
devoti, felici di una pace che d soltanto una piforte agitazione e di una
prosaicit che funge da inesauribile riserva di poesia per colui che lattraversa
senza averci vissuto. Laria, l, era saturadella quintessenza di un silenzio cos
sostanzioso, cos succulento, che ionon mi ci addentravo senza una sorta di
golosit, soprattutto in quelleprime mattine ancora fredde della settimana di
Pasqua in cui lo assapo-ravo meglio perch ero appena arrivato a Combray:
prima che potessientrare dalla zia per darle il buongiorno, mi facevano
aspettare un mo-mento, nellaltra stanza, dove il sole, ancora invernale, era venuto
a met-tersi al caldo davanti al fuoco che, gi acceso fra i due mattoni, spandevain
tutta la stanza un odore di fuliggine, facendone qualcosa come uno diquei grandi
camini di campagna, o di quelle cappe di camino dei castellisotto le quali ci si augura
che fuori si scateni la pioggia, la neve, financhequalche catastrofe diluviale, per
aggiungere al conforto del riparo la poe-sia del chiuso invernale; facevo qualche
passo dallinginocchiatoio allep o l t r o n e d i v e l l u t o a r a b e s c a t o , s e m p r e
r i c o p e r t e c o n u n p o g g i a t e s t a alluncinetto; e il fuoco, cuocendo come una pasta
gli odori appetitosi dicui laria della stanza era tutta rappresa, gi lavorati e
fatti lievitaredalla freschezza umida e soleggiata del mattino, li tirava a sfoglia, li
do-rava, li increspava, li gonfiava, facendone un invisibile e palpabile
dolceprovinciale, un immenso bombolone nel quale, gustati appena gli aro-m i
pi croccanti, pi fini, pi celebrati, ma anche pi
a s c i u t t i dellarmadio a muro, del cassettone, delle carte arabescate, tornavo sempre con inconfessata avidit a invischiarmi nellodore intermedio, appic-cicoso,
insipido, indigesto e fruttato del copriletto a fiori.Nella stanza vicina, sentivo la
zia chiacchierare da sola a mezza voce.Parlava sempre sottovoce perch
credeva di avere in testa qualcosa dir o t t o e d i f l u t t u a n t e c h e a v r e b b e
messo fuori posto parlando troppo

47
forte, ma non restava mai a lungo, anche se era sola, senza dire qualcosa,p e r c h
p e n s a v a c h e f o s s e s a l u t a r e p e r l a s u a g o l a e c h e , i mp e d e n d o a l sangue
di ristagnarvi, rendesse meno frequenti i soffocamenti e gli affan-ni di cui soffriva;
inoltre, nellinerzia assoluta in cui viveva, dava alle sueminime sensazioni
unimportanza straordinaria; le dotava di una motili-t per cui le riusciva difficile
tenerle per s e, in mancanza di un confi-dente a cui comunicarle, le
annunciava a se stessa, in un monologo per-p e t u o c h e c o s t i t u i v a l a s u a
s o l a f o r m a d i a t t i v i t . D i s g r a z i a t a m e n t e , avendo preso labitudine di
pensare a voce alta, non sempre si accertavache nella stanza vicina non ci fosse
nessuno, e spesso la sentivo dire a sestessa: Devo ricordarmi bene che non ho
dormito (poich non dormiremai era la sua grande pretesa, di cui noi tutti
recavamo nel nostro lin-g u a g g i o u n a r i s p e t t o s a t r a c c i a : a l m a t t i n o
F r a n o i s e n o n a n d a v a a svegliarla, ma entrava nella sua camera;
quando la zia voleva fareun sonnellino, durante la giornata, si diceva che
desiderava riflettere oriposare; e quando, discorrendo, le capitava di
dimenticarsene, fino alpunto di dire: ci che mi ha svegliato, oppure ho sognato
che, arros-siva e si correggeva immediatamente).Di l a poco, entravo a darle un
bacio; Franoise metteva in infusione ilsuo t; oppure, se la zia si sentiva agitata,
chiedeva invece la tisana, ed ioero incaricato di lasciar cadere dal sacchetto della
farmacia in un piatto ladose di tiglio da versare poi nellacqua bollente. Gli
steli, disseccandosi,si erano incurvati in un intreccio capriccioso, nei cui interstizi
si aprivanoi pallidi fiori, come se un pittore li avesse disposti, li avesse messi in
posanella maniera pi ornamentale. Le foglie, perduto o mutato il loro aspet-to,
avevano laria delle cose pi disparate, unala trasparente di mosca, ilrovescio bianco
di unetichetta, un petalo di rosa, ma ammucchiate, fran-tumate o intrecciate come
per la confezione di un nido. Mille piccoli det-tagli inutili

deliziosa prodigalit del farmacista

che sarebbero statisoppressi in una preparazione industriale, mi offrivano, come un


libro incui ci si meraviglia di trovare il nome di una persona conosciuta, il piace-re di
capire che si trattava proprio degli steli di veri tigli, come quelli chevedevo in avenue
de la Gare, trasformati, appunto perch non erano del-le copie, ma loro stessi,
invecchiati. E poich ogni nuovo carattere non era in essi che la metamorfosi di
un carattere primitivo, in certe pallotto-line grigie riconoscevo le gemme verdi
che non erano giunte a matura-zione; ma soprattutto il bagliore roseo, lunare e
dolce, che faceva spiccarei fiori nella fragile foresta degli steli, dove stavano
sospesi come piccolerose doro

segno, come il chiarore che rivela ancora su un muro il luo-go di un affresco


cancellato, della differenza tra le parti dellalbero che
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erano state colorate e quelle che non lo erano state


, mi mostrava chequei petali erano proprio gli stessi che, prima di infiorare il
sacchetto difarmacia, avevano diffuso il loro profumo nelle sere di primavera.
Quellafiamma rosa di cero, era ancora il loro colore, ma a met spento e assopi-to, in
quella vita limitata che era adesso la loro, e che come il crepusco-lo dei fiori. Di
l a poco, la zia avrebbe immerso nellinfuso bollente, di cui assaporava il
gusto di foglia morta o di fiore avvizzito, una
petite ma-deleine
, di cui mi tendeva un pezzetto quando fosse stato
a b b a s t a n z a molle.Da un lato del suo letto cera un grande cassettone giallo, in legno
di li-m o n e , e u n t a v o l o c h e a v e v a , a l t e m p o s t e s s o ,
q u a l c o s a d e l b a n c o dofficina e dellaitar maggiore, dove, sotto una statuetta
della Vergine euna bottiglia di Vichy-Clestins, si trovavano dei libri da messa e delle
ri-cette mediche, tutto quanto le occorreva per seguire dal suo letto gli uffi-ci
religiosi e il suo regime, per non perdere lora della pepsina n quella dei
vespri. Dallaltro lato, il letto lambiva la finestra, e lei aveva la stradas o t t o g l i
occhi, e vi leggeva da mattina a sera, per vincere la noia,
a l l a maniera dei principi persiani, la cronaca quotidiana ma immemorabile
diCombray, che commentava poi con Franoise.Non ero rimasto con la zia
nemmeno cinque minuti, che gi mi man-dava via, per paura che la stancassi.
Porgeva alle mie labbra la sua tristefronte, pallida e spenta, sulla quale, a
quellora del mattino, non avevaa n c o r a s i s t e m a t o i c a p e l l i f i n t i , d o v e
l e v e r t e b r e t r a s p a r i v a n o c o me l e punte di una corona di spine o come i grani
di un rosario
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, e mi diceva:Su, bambino mio, vai, vai a prepararti per la messa; e se gi da basso
in-contri Franoise, dille di non stare troppo a gingillarsi con voi, che salgapresto a
vedere se non ho bisogno di qualcosa.In effetti, Franoise, che da molti anni era al
suo servizio, e non sospet-tava allora di dover entrare un giorno direttamente al
nostro, trascuravaun po la zia nei mesi in cui eravamo l. Nella mia infanzia, prima
che an-dassimo a Combray, quando ancora la zia Lonie passava linverno a Pa-rigi
da sua madre, cera stato un tempo in cui conoscevo cos poco Fra- n o i s e
c h e , i l p r i mo g e n n a i o , p r i ma d i e n t r a r e i n c a s a d e l l a p r o z i a ,
l a mamma mi metteva in mano una moneta da cinque franchi e mi
diceva:Soprattutto, non sbagliarti di persona. Prima di darla, aspetta di sentir-mi
dire: "Buongiorno Franoise"; intanto, ti toccher leggermente il brac-cio. Eravamo
appena giunti nellanticamera buia della zia, e gi scorge-vamo, nellombra, sotto
le pieghe di una cuffia abbagliante, rigida e fra- gile, come fosse stata di
zucchero filato, le onde concentriche di un sorri-so di anticipata riconoscenza. Era
Franoise, immobile ed eretta nel vano
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della piccola porta del corridoio, come una statua di santa nella sua nicchia. Quando ci si era un po abituati a quelle tenebre da cappella, si di-

stingueva sul suo viso lamore disinteressato per il genere umano, il rispetto commosso per le classi elevate, esaltato nelle pi nobili regioni delsuo cuore
dalla speranza delle mance. La mamma mi pizzicava il bracciocon forza e diceva a
voce alta: Buongiorno, Franoise. A quel segnale,le mie dita si aprivano
e lasciavano cadere la moneta che trovava a rice-verla una mano
impacciata, ma tesa. Ma, da quando andavamo a Com- bray, non conoscevo
nessuno meglio di Franoise; eravamo i suoi predi-letti, aveva per noi, almeno nei
primi anni, altrettanta considerazione cheper la zia, ma anche unattrazione pi viva,
perch in noi si aggiungeva,al prestigio di far parte della famiglia (lei aveva il
rispetto di un tragicogreco per i legami invisibili che, tra i membri di una famiglia,
crea la cir-colazione di uno stesso sangue), il fascino di non essere i suoi
padronia b i t u a l i . C o s , c o n q u a l e gi o i a c i a c c o g l i e v a , c o m p i a n g e n d o c i
p e r n o n aver trovato ancora un tempo migliore, il giorno del nostro arrivo, la vi-gilia
di Pasqua, quando spesso soffiava un vento gelido, mentre la mam-ma le chiedeva
notizie della figlia e dei nipoti, se il nipotino era grazioso,che cosa pensavano di fare
di lui, se somigliava a sua nonna
45
.E quando non cera pi nessuno, la mamma, sapendo che Franoise piangeva
ancora i suoi genitori morti da molti anni, le parlava di loro condolcezza, le
domandava mille dettagli su quel che era stata la loro vita.Aveva capito che
Franoise non amava il genero, e che questi le gua- stava il piacere di stare con
sua figlia, con la quale non parlava altrettan-to liberamente quando cera lui.
Cos, quando Franoise li andava a tro-vare, a poche leghe da Combray, la
mamma le diceva sorridendo: Non vero Franoise che, se Julien si
dovuto assentare e avete Margueritetutta per voi, lintera giornata, ne siete
desolata, ma ve ne fate una ragio-ne?. E Franoise rispondeva ridendo: La
signora sa tutto; la signora peggio dei raggi X
46
(pronunciava la x con difficolt ostentata, e con unsorriso, per canzonare se
stessa, ignorante, che usava quel termine dot-to), che hanno fatto venire per
la signora Octave e che vedono quel che avete nel cuore, e spariva, confusa che
ci si occupasse di lei, forse perchnon la vedessimo piangere; la mamma era la prima
persona a darle quel-la dolce emozione di sentire che la sua vita, le sue felicit, i suoi
dispiace-ri di contadina potevano presentare qualche interesse, essere motivo
digioia o di tristezza per unaltra persona. La zia si rassegnava a privarsiun
poco di lei, durante il nostro soggiorno, sapendo quanto mia
madreapprezzasse il servizio di quella domestica cos intelligente e attiva,
chee r a a l t r e t t a n t o b e n i n o r di n e a l l e c i n q u e d e l m a t t i n o , n e l l a s u a
cucina,
50
sotto la sua cuffia la cui pieghettatura smagliante e rigida sembrava di
bi-scuit

, come quando si recava alla messa solenne; che faceva ogni


c o s a perfettamente, lavorando come un cavallo, sia che stesse bene in salute ono, ma
senza strepiti, con laria di non far niente, la sola fra le domesti- che della zia
che, quando la mamma chiedeva dellacqua calda o del caf-f nero, li portasse
veramente bollenti; era una di quelle persone di servi-zio che, in una casa, sono a un
tempo quelle che di primo acchito piaccio-no meno a un estraneo, forse perch
non si prendono la pena di farne laconquista e non gli dimostrano una
speciale premura, sapendo benissi-mo di non averne alcun bisogno, che
smetteranno di riceverlo piuttostoche privarsi del loro servizio; e che sono,
invece, quelle a cui i padronitengono di pi, avendo sperimentato le loro
reali capacit, e non curan-dosi di quellamabilit superficiale, di quel
chiacchiericcio servile che im-pressiona favorevolmente un visitatore, ma che ricopre
sovente una ine-ducabile nullit.Quando Franoise, dopo aver badato che i miei
genitori avessero tuttoquel che occorreva loro, risaliva una prima volta dalla
zia per darle lasua pepsina e chiederle cosa volesse per colazione, era ben
raro che nonle toccasse gi esprimere il suo parere o fornire spiegazioni su
qualcheavvenimento importante:Franoise, pensate, la signora Goupil
passata con pi di un quarto dora di ritardo per andare a prendere sua sorella; per
poco che si attardil u n g o l a s t r a d a , n o n m i s t u p i r e b b e
a f f a t t o c h e a r r i v a s s e d o p o lelevazione.

Eh! non ci sarebbe da meravigliarsi, rispondeva Franoise.

Franoise, se foste venuta cinque minuti prima, avreste visto passa-re la signora
Imbert con degli asparagi due volte pi grossi di quelli dellacomare Callot; cercate
dunque di sapere dalla sua domestica dove li hatrovati. Voi che, questanno,
ci servite asparagi in tutte le salse, avreste potuto prenderne di simili per i nostri
viaggiatori.

Non ci sarebbe da meravigliarsi se venissero dallorto del signor cu-rato, diceva


Franoise.

Ah! figuriamoci, mia povera Franoise, replicava la zia alzando le spalle,


proprio dal curato! Sapete bene che riesce a far crescere solo catti-vi asparagi da
niente. Vi dico che quelli erano grossi come un braccio.Non come il vostro,
sintende, ma come il mio povero braccio, che si tanto smagrito ancora
questanno.Franoise, non lavete sentito quello scampanio che mi ha
sconquas-sato la testa?

No, signora Octave.


51

Ah! mia povera ragazza, deve essere ben dura la vostra testa, poteteringraziare il
buon Dio. Era la Maguelone, che venuta a cercare il dot- tor Piperaud.

uscito subito con lei, e hanno svoltato in rue de lOiseau.Sicuramente c un bambino


malato.

Oh! mio Dio, sospirava Franoise, che non poteva sentir parlare di una
disgrazia capitata a uno sconosciuto, fossanche in una parte remotadel mondo, senza
cominciare a gemere.

Franoise, ma per chi hanno suonato la campana a morto? Ah! Dio mio, sar
per la signora Rousseau. Ecco, avevo dimenticato che se n an-data laltra notte. Ah!
tempo che il buon Dio mi chiami a s, non so piche ne della mia testa dopo la
morte del mio povero Octave. Ma vi fac-cio perdere tempo, figlia mia.

Ma no, signora Octave, il mio tempo non cos prezioso; colui che l h a
f a t t o n o n c e l h a v e n d u t o . Vad o s o l o a v e d e r e c h e i l f u o c o n o n
s i spenga.Cos, Franoise e la zia valutavano insieme, nel corso di quella
sedutamattutina, i primi avvenimenti della giornata. Ma, a volte, quegli avveni-menti
rivestivano un carattere cos misterioso e grave che la zia sentiva di non poter
aspettare il momento in cui Franoise sarebbe salita, e quat-tro formidabili colpi di
campanello risuonavano per la casa.Ma, signora Octave, non ancora lora della
pepsina, diceva Franoi-se. Forse vi siete sentita mancare?

Ma no, Franoise, diceva la zia, cio s, sapete bene che ormai i mo-m e n t i i n c u i
n o n h o d e i m a n c a me n t i s o n o m o l t o r ar i ; u n g i o r n o m e n e andr, come
la signora Rousseau, senza aver avuto il tempo di accorger-mene; ma non per
questo che ho suonato. Ci credereste che ho appenavisto, come vedo voi, la
signora Goupil con una bambina che non cono-sco? Su, andate a prendere due
soldi di sale da Camus. ben difficile cheThodore non sappia dirvi chi .

Ma sar la figlia del signor Pupin, diceva Franoise, che preferiva attenersi
a una spiegazione immediata, essendo gi stata due volte quellamattina da
Camus.La figlia del signor Pupin! Oh! Stento a crederci, mia povera Franoi-se! Vi
pare che non lavrei riconosciuta?

Ma, voglio dire, non la grande, signora Octave, la piccola, quella che in
collegio a Jouy. Mi sembra di averla gi vista, stamattina.

Ah! salvo che non sia cos, diceva la zia. Dovrebbe essere venuta perle feste. cos!
Non c bisogno di altre indagini, sar venuta per le feste.Ma allora, da un momento
allaltro, potremo certamente vedere la signo-ra Sazerat suonare alla porta di sua
sorella per la colazione. Sar cos! Ho
52
visto il ragazzo di Galopin passare con una torta! Vedrete che la torta sa-r stata per la
signora Goupil.

Dal momento che la signora Goupil ha visite, non tarderete, signoraOctave, a vedere
tutti i suoi rientrare per il pranzo, poich, ormai, non pi tanto presto, diceva
Franoise che, nella fretta di scendere per occu-parsi del pranzo, non era dispiaciuta
di lasciare alla zia quella possibilitdi distrazione.Oh! non prima di mezzogiorno,
rispondeva la zia con un tono rasse-gnato, mentre gettava sulla pendola uno
sguardo inquieto, ma furtivo,per non lasciar vedere che lei, che aveva rinunciato a
ogni cosa, provavatuttavia, nello scoprire quali persone la signora Goupil avesse
invitato apranzo, un piacere cos vivo, e che, purtroppo, ancora si sarebbe fatto att e n d e r e p e r p i d i u n o r a . E , p er g i u n t a , c i a c c a d r d u r a n t e i l
m i o pranzo!, aggiunse sottovoce, tra s e s. Il suo pranzo era una distrazio-ne
sufficiente perch non ne desiderasse unaltra nel medesimo tempo.Vi
ricorderete, almeno, di portarmi le mie uova alla crema in un piatto piano?
Erano i soli decorati con figure, e ad ogni pasto la zia si divertivaa leggere la storia
di quello che le era toccato quel giorno. Si metteva gliocchiali, decifrava:
Ali Bab e i quaranta ladroni, Aladino o la lampada magica, e diceva
sorridendo: Benissimo, benissimo.Sarei andata volentieri da Camus , diceva
Franoise, vedendo chela zia non ce lavrebbe pi mandata.Ma no, non vale pi
la pena, sicuramente la signorina Pupin. Mia povera Franoise, mi rincresce di
avervi fatto salire per niente.Ma la zia, lo sapeva bene, non era per niente che
aveva chianiato Fra-noise, giacch, a Combray, una persona che non si
conosceva era unessere altrettanto incredibile quanto un dio mitologico, e
di fatto non siricordava che, ogni volta che si era verificata, in rue du Saint-Esprit o
sul-la piazza, una di quelle apparizioni stupefacenti, ricerche ben
condottenon avessero finito per ridurre il personaggio favoloso alle
proporzionidi una persona conosciuta, o personalmente, o in astratto, nel suo
statoc i v i l e , p e r a v e r e u n c e r t o g r a d o d i p ar e n t e l a c o n q u a l c h e
a b i t a n t e d i Combray. Era il figlio della signora Sauton che tornava dal servizio
mili-tare, la nipote dellabate Perdreau che usciva dal convento, il fratello delcurato,
esattore a Chteaudun che era appena andato in pensione o che era venuto per
le feste. Scorgendoli, si era provata lemozione di credereche ci fosse a Combray
qualcuno che non si conosceva, semplicementep e r c h n o n l o s i e r a
r i c o n o s c i u t o o i d e n t i f i c a t o s u b i t o . E p p u r e , m o l t o t e m p o pr i ma , l a
signora Sauton e il curato avevano fatto sapere cheaspettavano i
l o r o v i a g g i a t o r i . Q u a n d o , l a s e r a , r i e n t r a n d o , s a l i v o a
53
raccontare alla zia la nostra passeggiata, se avevo limprudenza di dirleche
avevamo incontrato, dalle parti del Ponte Vecchio, un uomo che ilnonno
non conosceva: Un uomo che il nonno non conosce, esclamavalei. Ah! non
lo credo proprio!. Nondimeno, un po emozionata per la novit, voleva
verderci chiaro, il nonno veniva convocato. Chi avete in-contrato, zio, dalle parti del
Ponte Vecchio? un uomo che non conosceva-te?

Ma no, rispondeva il nonno, era Prosper, il fratello del giardinieredella signora


Bouilleboeuf.


Ah! bene, diceva la zia, tranquillizzata eun po congestionata; e, alzando le
spalle con un sorriso ironico, soggiun-geva: E lui mi diceva che avevate incontrato
un uomo che non conosce-vate!. E mi si raccomandava di essere pi accorto,
unaltra volta, e dinon agitare pi la zia cos, con parole avventate. Si conoscevano
tutti cos bene, a Combray, animali e persone, che se per caso la zia avesse
vistopassare un cane che non conosceva, non avrebbe smesso di pensarci edi
consacrare a quel fatto incomprensibile le sue capacit induttive e le sue ore
di libert. S a r i l c a n e d e l l a s i g n o r a S a z e r a t , d i c e v a Fr a n o i s e ,
s e n z a t r o p p a convinzione, ma per amor di quiete, e perch la zia non si
rompesse latesta.Come se non conoscessi il cane della signora Sazerat!,
rispondeva lazia, il cui spirito critico non ammetteva tanto facilmente un fatto.Ah!
sar il nuovo cane che il signor Galopin ha portato da Lisieux.

Ah! sar quello.

Pare che sia un animale molto socievole, aggiungeva Franoise, c h e


d o v e v a l i n f o r m a z i o n e a Th o d o r e , i n t e l l i g e n t e c o me u n
e s s e r e umano, sempre di buonumore, sempre affettuoso, sempre divertente,
inqualche modo. raro che un animale cos giovane si comporti gi
tanto bene. Signora Octave, bisogner che vi lasci, non ho tempo di divertirmi;sono
quasi le dieci, il mio fornello non neppure acceso, e devo ancora pulire gli
asparagi.

Come Franoise, di nuovo asparagi! ma una vera fissazione che vih a p r e s o


questanno con gli asparagi, finirete per stancare i
n o s t r i parigini!

Ma no, signora Octave, gli piacciono molto. Torneranno dalla chiesapieni di appetito,
e vedrete che per mangiarli non si faranno pregare.

Ma in chiesa, devono esserci gi; farete bene a non perdere tempo. Andate a
badare al vostro pranzo.Mentre la zia conversava cos con Franoise, io andavo con
i miei geni-tori alla messa. Quanto lamavo, con quanta nitidezza la rivedo, la
nostrachiesa! Il suo vecchio portico per il quale entravamo, nero,
bucherellato
54
come una schiumarola, era incurvato e profondamente incavato negli an-goli (non
diversamente dallacquasantiera verso cui ci conduceva), comese il dolce sfiorare dei
mantelli delle contadine che entravano in chiesa edelle loro dita timide che
prendevano lacqua benedetta, ripetuto per se-coli, avesse potuto acquistare una forza
distruttiva, piegare la pietra e in-cidervi solchi, come ne traccia la ruota dei
carretti sul paracarro andan-dovi a urtare giorno dopo giorno. Le sue pietre
sepolcrali

47
, sotto le qualila nobile polvere degli abati di Combray, l sepolti, forniva al coro
comeun pavimento spirituale, non erano, neppur esse, di materia inerte e du-ra,
giacch il tempo le aveva rese tenere e le aveva fatte colare come mie-l e f u o r i d e i
c o n f i n i d e l l o r o r i q u a d r o , c h e q u i a v e v a n o ol t r e p a s s a t o i n unonda
dorata, che aveva portato alla deriva una maiuscola gotica a fio-ri, e aveva
annegato le bianche violette del marmo; e altrove, invece, si e r a n o
riassorbite
entro
i
propri
confini,
contraendo
u l t e r i o r m e n t e lellittica iscrizione latina, introducendo un capriccio in pi nella
disposi-zione di quei caratteri abbreviati, avvicinando due lettere di una parola,di cui
le altre erano state smisuratamente distanziate. Le sue vetrate nonerano state mai
tanto cangianti come nei giorni in cui il sole si mostrava appena, di modo che,
se fuori era grigio, si era sicuri che dentro la chiesasarebbe stato bello
48
; una vetrata era riempita in tutta la sua grandezzada un solo personaggio,
simile a un re delle carte da gioco, che vivevalass, sotto un baldacchino
architettonico, fra cielo e terra (e nel cui ri-flesso obliquo e azzurro, a volte
durante la settimana, a mezzogiorno,quando non cera funzione

in uno di quei rari momenti in cui la chiesaarieggiata, vuota, pi umana, sfarzosa, con
il sole che ne lambiva i ricchiarredi, aveva un aspetto quasi abitabile, come la sala, di
pietra scolpita edi vetro dipinto, di un palazzo di stile medievale

si vedeva la signoraSazerat inginocchiarsi un attimo, posando sullinginocchiatoio


vicino unpacchetto ben confezionato di pasticcini che aveva appena comprato
nelnegozio di fronte e portava a casa per il pranzo); da unaltra parte,
unamontagna di neve rosa, ai piedi della quale si svolgeva un combattimen-to,
sembrava aver spruzzato di brina anche la vetrata, alla quale dava c o r p o c o l
s u o t u r b i n o s o n e v i s c h i o , c o me i l v e t r o d i u n a f i n e s t r a s u c u i fossero
rimasti dei fiocchi di neve, ma fiocchi rischiarati da unaurora (lastessa, senza dubbio,
che imporporava il retablo dellaltare con toni cosfreschi che sembravano posati
l fuggevolmente da un chiarore esternoprossimo a svanire, piuttosto che da
colori fissati per sempre alla pietra);e tutte erano cos antiche che, qiia e l, si
vedeva la loro vecchiezza ar-gentea scintillare della polvere dei secoli e mostrare,
splendente e logorafino alla corda, la trama della loro dolce tappezzeria di vetro. Una
di esse
55
era costituita da unalta intelaiatura, suddivisa in un centinaio di
vetrirettangolari, in cui predominava lazzurro, come un grande gioco di car-te,
simile a quelli che dovevano distrarre il re Carlo VI
49
; ma bastava cheu n r a g gi o d i s o l e b r i l l a s s e , o c h e i l m i o s g u a r d o ,
s p o s t a n d o s i , f a c e s s e oscillare, attraverso la vetrata, di volta in volta spenta e

riaccesa, un mu-t e v o l e e pr e z i o s o i n c e n d i o , p e r c h u n a t t i m o d o p o e s s a
a s s u m e s s e l o splendore cangiante della coda di un pavone, per poi vibrare e
ondeggia-re in una pioggia fiammeggiante e fantastica che gocciolava dallalto del-la
volta oscura e rocciosa, lungo le pareti umide, come se al seguito deimiei
genitori che portavano i loro messali, mi introducessi nella navatadi
qualche grotta, iridescente di sinuose stalattiti; ancora un istante, e le piccole
vetrate a losanga avevano acquistato la trasparenza profonda, ladurezza infrangibile
di zaffiri giustapposti su un immenso pettorale, madietro i quali si sentiva, pi caro di
tutte quelle ricchezze, un fugace sor-riso di sole; lo si riconosceva altrettanto bene nel
fiotto azzurro e dolce dicui cospargeva i gioielli, come sul selciato della piazza o sulla
paglia delmercato; e, anche nelle nostre prime domeniche, quando si arrivava pri-ma
di Pasqua, esso mi consolava del fatto che la terra fosse ancora nudae nera, facendo
sbocciare, come da una storica primavera che risaliva ai successori di San
Luigi
50
, quel tappeto abbagliante e dorato di miosotididi vetro.D u e ar a z z i d a l t o l i c c i o
rappresentavano lincoronazione di Ester
51
(voleva la tradizione che ad Assuero fossero stati dati i tratti di un re
diFrancia, e a Ester quelli di una dama di Guermantes da lui amata), e i lo-ro colori,
fondendosi, ne avevano accentuato lespressione, il rilievo, la luce: un po di
rosa fluttuava intorno alle labbra di Ester, oltre il disegnodel loro contorno; il
giallo della sua veste si spandeva cos untuosamen- te, cos densamente, che lei
ne prendeva una certa consistenza, facendolarisaltare vivamente su
quellatmosfera soffocata; e il verde degli alberi, rimasto vivo nelle parti
inferiori del quadro di seta e di lana, ma scoloritoin alto, faceva s che spiccassero pi
pallidi,
al
di
sopra
dei
tronchi
scuri,g l i
alti
rami
biondeggianti,
dorati
e
quasi
a
met
c a n c e l l a t i dallimprovvisa e obliqua luce di un sole invisibile. Tutto
questo, e piancora gli oggetti preziosi donati alla chiesa da personaggi che erano
perme quasi leggendari (la croce doro lavorata, si diceva, da SantEligio
edonata da Dagoberto
52
, la tomba dei figli di Luigi il Germanico
53
, in por-fido e in rame smaltato), a motivo dei quali io minoltravo nella
chiesa,quando andavamo a occupare le nostre sedie, come in una valle
visitatadalle fate, dove il contadino stupisce di vedere in una roccia, in un albe-r o ,
i n u n o s t a g n o , l a t r a c c i a t a n g i b i l e d e l
l o r o p a s s a g g i o
56
soprannaturale
54

, tutto questo ne faceva, per me, qualcosa di assoluta-mente diverso dal


resto della citt: un edificio che occupava, se cos si p u d i r e , u n o s p a z i o
a q u a t t r o d i me n s i o n i

l a q u a r t a e r a q u e l l a d e l Tempo

, dispiegando attraverso i secoli la sua navata che, di campata i n c a mp a t a ,


d i c a p p e l l a i n c a p p e l l a , p a r e v a s c o n f i g g e r e e o l t r e p a s s a r e non
solamente qualche metro, ma epoche successive, da cui usciva vitto-riosa;
nascondendo il rude e incolto XI secolo nello spessore dei suoi mu-ri, di modo che
questo era rivelato, con i suoi pesanti sesti riempiti e ac- c e c a t i d a g r o s s e
p i e t r e , s o l t a n t o d a l pr o f o n d o i n t a g l i o c h e l a s c a l a d e l campanile
formava nei pressi dellatrio, e, anche l, dissimulato dalle leg-giadre arcate
gotiche che gli si accalcavano davanti, civettuole come so- relle pi grandi che
sorridendo si mettano, per nasconderlo agli estranei,dinanzi a un fratello minore
zotico, brontolone e malvestito; innalzandonel cielo, al di sopra della piazza, la sua
torre che aveva visto San Luigi esembrava vederlo ancora, e immergendosi con la sua
cripta in una nottemerovingia dove, guidandoci a tentoni sotto la volta oscura e
traversatada possenti nervature, come la membrana di un immenso
pipistrello dipietra, Thodore e sua sorella ci illuminavano con una candela
la tombadella figlioletta di Sigeberto
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, sulla quale una profonda valva

come latraccia di un fossile

era stata incavata, si diceva, da una lucerna di cristallo che, la sera


delluccisione della principessa franca, si era staccatad a s o l a d a l l e c a t e n e
d o r o c u i e r a s o s p e s a n e l l u o g o d o v e a d e s s o c labside, e, senza
che il cristallo si frantumasse, senza che la fiamma sispegnesse, era
penetrata nella pietra e laveva fatta mollemente cedere sotto di s.Labside
della chiesa di Combray, si pu veramente parlarne? Era cosgrossolana, cos priva
di bellezza artistica e persino di slancio religioso!Allesterno, poich
lincrocio delle strade su cui dava era a un livello in- feriore, la sua rozza
muraglia si alzava da un basamento di grosse pietreper niente levigate, irte di sassi, e
che nulla aveva di particolarmente ec-c l e s i a s t i c o ; l e v e t r a t e s e m b r a v a n o
a p e r t e a u n a l t e z z a e c c e s s i v a , e linsieme aveva laria di un muro di
prigione pi che di chiesa. E certo,pi tardi, ripensando a tutte le gloriose absidi
che ho visto, non mi sareb- be mai venuto in mente di accostare ad esse labside di
Combray. Soltan-t o , u n g i o r n o , a l l a s v o l t a d i u n a s t r a d i n a d i p r o v i n c i a ,
s c o r s i , d a v a n t i allincrocio di tre viuzze, una muraglia consunta e troppo elevata,
con levetrate che si aprivano in alto e lo stesso aspetto asimmetrico dellabsidedi
Combray. Allora non mi sono chiesto, come a Chartres o a Reims, conquale potenza

vi fosse espresso il sentimento religioso, ma senza volerloho esclamato: La


Chiesa!.
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La chiesa! Familiare; situata in rue Saint-Hilaire, dove sapriva la portaa nord, a
mezza strada tra le sue due vicine, la farmacia del signor Rapine l a c a s a d e l l a
s i g n o r a L o i s e a u , c h e t o c c a v a s e n z a a l c u n a s e p a r a z i o n e ; semplice
abitante di Combray che avrebbe potuto avere il suo numeronella via, se le
vie di Combray avessero avuto numeri, e dove sembrava che il portalettere
avrebbe dovuto fermarsi, al mattino, quando distribui-va la posta, prima di entrare
dalla signora Loiseau e uscendo dal signorRapin; e tuttavia, tra lei e tutto
ci che non era lei, cera un limite che ilmio spirito non mai riuscito a
oltrepassare. La signora Loiseau poteva ben avere alla sua finestra delle fucsie,
che prendevano la cattiva abitudi-ne di lasciar correre i loro rami sempre
dappertutto a testa bassa, e i cuifiori non avevano niente di pi urgente da fare,
quando erano abbastan-za grandi, che andare a rinfrescare le loro gote violette
e congestionatecontro la scura facciata della chiesa; non per questo le fucsie
divenivanosacre ai miei occhi. Tra i fiori e la pietra annerita alla quale si
appoggia-vano, se i miei occhi non percepivano alcun intervallo, il mio spirito apriva un abisso.Il campanile di Saint-Hilaire
56
lo si riconosceva da molto lontano, in-scrivendo la sua linea indimenticabile
nellorizzonte su cui Combray nonappariva ancora. Quando dal treno che, la
settimana di Pasqua, ci porta-va da Parigi, mio padre lo scorgeva profilarsi, di
volta in volta, su tutti ilembi del cielo, facendo correre in ogni senso il suo piccolo
gallo di ferro,allora ci diceva: Suvvia, raccogliete le coperte, siamo arrivati. E, in
unadelle pi lunghe passeggiate che facevamo da Combray, cera un punto in
cui la strada infossata sbucava dimprovviso in una immensa pianura,chiusa
allorizzonte da foreste frastagliate, su cui sola svettava la puntasottile del
campanile di Saint-Hilaire, ma cos esile, cos rosea, da sem- brare appena
graffiata nel cielo da ununghia che avesse voluto dare aquel paesaggio, a
quel quadro tutto naturale, questa piccola impronta darte, questunica
indicazione umana. Quando ci si avvicinava, e si po-teva scorgere il resto della torre
quadrata e semidistrutta che, meno alta,resisteva accanto al campanile, si
rimaneva colpiti soprattutto dal tonorossastro e cupo delle pietre; e, in un
mattino brumoso dautunno, si sa-rebbe detto che, al di sopra del viola temporalesco
dei vigneti, si elevasseuna rovina di porpora, del colore quasi della vite
vergine.Spesso, sulla piazza, quando si rientrava, la nonna mi faceva
sostareper guardarlo. Dalle finestre della sua torre, poste a due a due le une so-pra le
altre, con quella giusta e originale proporzione nelle distanze che d bellezza
e dignit non soltanto ai volti umani, liberava, lasciava cade-r e a i n t e r v a l l i
regolari degli stormi di corvi che, per un momento,
58

volteggiavano stridendo, come se le vecchie pietre che li lasciavano svo-lazzare,


fingendo di non vederli, divenute allimprovviso inabitabili e s p r i g i o n a n t i
u n p r i n c i p i o d i a g i t a z i o n e i n f i n i t a , l i a v e s s e r o p er c o s s i e scacciati. Poi,
dopo aver striato in ogni senso il velluto viola dellaria se-rale, calmatisi
bruscamente, tornavano a immergersi nella torre, da nefa-s t a r i d i v e n u t a
propizia,
alcuni
posandosi
qua
e
l,
i m m o b i l i allapparenza, ma ghermendo forse qualche insetto, sulla
punta di unaguglia, come un gabbiano fermo, con limmobilit di un pescatore,
sullacresta di unonda. Senza saper bene perch, la nonna trovava nel campa-nile di
Saint-Hilaire quellassenza di volgarit, di presunzione, di grettez-za, che le faceva
amare, e credere ricche di un influsso benefico, sia la na-tura, quando la mano
delluomo non lavesse svilita, come faceva il giar-diniere della prozia, sia le
opere di genio. E, indubbiamente, qualsiasi parte si osservasse la chiesa, essa era
differente da ogni altro edificio, peruna sorta di pensiero che vi era infuso; ma era nel
campanile che sembra-va prendere coscienza di s, affermare unesistenza
individuale e respon-s a b i l e . E r a i l c a m p a n i l e a p ar l a r e i n s u o n o m e .
C r e d o s o p r a t t u t t o c h e , confusamente, la nonna trovasse nel campanile di
Combray ci che perlei aveva maggior valore al mondo, la naturalezza e la
distinzione. Igna-ra darchitettura, diceva: Figli miei, burlatevi di me se
volete, non sar bello secondo le norme, ma la sua vecchia figura bizzarra mi piace.
Sonosicura che, se suonasse il pianoforte, non suonerebbe
duro
. E, nel rimi-rarlo, nel seguire con gli occhi la dolce tensione,
linclinazione ferventedelle sue linee di pietra che savvicinanavano,
innalzandosi, come manigiunte nella preghiera, si immedesimava a tal punto
nelleffusione dellaguglia, che il suo sguardo sembrava slanciarsi con essa; e,
nello stessotempo, sorrideva amichevolmente alle vecchie pietre consunte,
di cui ilt r a mo n t o n o n r i s c h i a r a v a p i c h e l a c i m a e c h e , a p p e n a
e n t r a v a n o i n quella zona soleggiata, addolcite dalla luce, apparivano
dimprovvisoproiettate molto pi in alto, lontane, come un canto ripreso in
falsettounottava sopra.Era il campanile di Saint-Hilaire che dava a tutte le
occupazioni, a tuttele ore, a tutte le vedute della citt, il loro volto, il loro
coronamento, la lo-ro consacrazione. Dalla mia stanza, potevo vederne soltanto la
base, cheera stata rivestita di lastre dardesia; ma quando, la domenica, in una cal-da
mattina destate, le vedevo fiammeggiare come un sole nero, mi dice-vo: Dio mio!
le nove! devo prepararmi per andare alla messa solenne, sevoglio avere il tempo,
prima, di andare a salutare la zia Lonie, e cono-scevo con esattezza il colore del
sole sulla piazza, il caldo e la polvere delmercato, lombra proiettata dalla tenda
della bottega dove la mamma,
59
forse, sarebbe entrata prima della messa, in unodore di tela greggia,
acomperare qualche fazzoletto che le avrebbe mostrato il padrone, impet-tito,
appena sbucato dal retrobottega dove, apprestandosi ormai a chiu- d e r e , e r a
a n d a t o a i n f i l a r s i l a g i a c c a d e l l a d o m e n i c a e a i n s a p o n a r s i l e mani

che, ogni cinque minuti, pur nelle circostanze pi malinconiche, aveva


labitudine di fregarsi luna contro laltra, con unaria di intrapren-denza, di
galanteria maliziosa e di successo.Quando, dopo la messa, passavamo da Thodore
per dirgli di portareuna
brioche
pi grossa del solito, perch i nostri cugini avevano approfit-tato del bel tempo per
venire da Thiberzy a pranzo da noi, avevamo difronte il campanile che,
dorato e cotto anchesso come una pi grande
brioche
benedetta, con scaglie e sgocciolature gommose di sole, infiggevala sua punta
aguzza nel cielo azzurro. E la sera, quando rientravo dalla passeggiata, e
pensavo al momento in cui, ben presto, avrei dovuto darela buonanotte alla
mamma, e non vederla pi, era invece cos dolce, nel morire del giorno, da
sembrare posato e sprofondato, come un cuscino divelluto scuro, sul cielo impallidito
che aveva ceduto sotto la sua pressio-ne, si era incavato leggermente per fargli posto
e rifluiva sui suoi lembi; egli stridi degli uccelli che gli volteggiavano intorno
parevano accrescerei l s u o s i l e n z i o , s l a n c i a r e a n c o r p i l a s u a g u g l i a e
d a r gl i q u a l c o s a d i ineffabile.Anche durante le commissioni che si dovevano fare
dietro la chiesa, ldove non era possibile scorgerla, tutto sembrava ordinato in
rapporto alcampanile che spuntava qui o l tra le case, ancor pi
commovente, for-se, quando appariva cos, senza la chiesa. E certo, ve ne
sono molti altriche risultano pi belli visti in questo modo, e custodisco
nella mia me-moria immagini di campanili che salzano sui tetti, che hanno
ben altrocarattere darte rispetto a quello formato dalle malinconiche strade
diCombray. Non dimenticher mai, in una curiosa citt della
Normandia,v i c i n o a B a l b e c , d u e m a g n i f i c i p a l a z z i d e l X VI I I s e c o l o ,
c h e , p e r m o l t i aspetti, mi sono cari e venerabili, e in mezzo ai quali,
guardando dal belg i a r d i n o a t e r r a z z e c h e s c e n d e v e r s o i l f i u m e , l a
g u g l i a g o t i c a d i u n a chiesa chessi nascondono si slancia, dando limpressione di
completare,di sormontare le loro facciate, ma con una materia cos diversa, cos preziosa, cos inanellata, cos rosea, cos patinata, da mostrare chiaramente che
non ne fa parte, non pi almeno di quanto la guglia porporina e mer-lata di una
conchiglia, rastremata a torretta e lustra di smalto, faccia par-te di due bei sassi uniti,
tra i quali, sulla spiaggia, sia rimasta prigioniera.Anche a Parigi, in uno dei quartieri
pi brutti della citt, conosco una fi-n e s t r a d a c u i s i v e d e , d i e t r o u n
primo, un secondo e anche un terzo
60
ordine costituito dai tetti ammassati di parecchie strade, una cupola vio-la, a volte
rossastra, a volte anche, nelle pi nobili prove dartista che ne tira
latmosfera, di un nero decantato di ceneri, che altro non se nonla cupola di SaintAugustin e che d a quella veduta di Parigi il caratteredi certe incisioni romane di
Piranesi
57

. Ma poich in nessuna di questepiccole incisioni, per quanto gusto abbia messo


nelleseguirle, la mia me-moria ha potuto inserire ci che da lungo tempo avevo
perduto, il senti-mento che ci induce a considerare una cosa, non come uno
spettacolo,ma a credervi come in un essere senza eguali, nessuna di esse tiene
sottoil suo dominio tutta una parte profonda della mia vita, come il ricordo diquelle
apparizioni del campanile di Combray nelle strade che sono die- tro la chiesa.
Sia che lo si vedesse alle cinque, quando si andava a ritirarele lettere alla posta, a
poche case di distanza, a sinistra, innalzare brusca-mente con una punta isolata la
linea di displuvio dei tetti; o, invece, vo-lendo passare a chiedere notizie della
signora Sazerat, si seguisse con glio c c h i q u e l l a l i n e a d i n u o v o r i a b b a s s a r s i
d o p o l a d i s c e s a d e l l a l t r o s u o versante, sapendo di dover svoltare nella
seconda strada dopo il campa-nile; o, ancora, spingendoci pi lontano, verso la
stazione, lo si vedesseobliquamente mostrare di profilo angoli e superfici nuove,
come un soli-do sorpreso in un momento sconosciuto della sua rivoluzione; o, dalle
ri-ve della Vivonne, labside, muscolosamente raccolta e rialzata dalla pro-spettiva,
sembrasse scaturire dallo sforzo che faceva il campanile per lan-ciare la sua guglia
nel cuore del cielo; era sempre a lui che bisognava tor-nare, sempre lui che dominava
ogni cosa, sovrastando le case con un pin-nacolo inatteso, levato dinanzi a me come il
dito di Dio, il cui corpo fosserimasto nascosto tra la folla degli umani, senza che per
questo io potessiconfonderlo con loro. E ancor oggi, se in una grande citt di
provincia oi n u n q u a r t i e r e d i P a r i g i c h e c o n o s c o p o c o u n
p a s s a n t e c h e m i h a indicato la via mi mostra in lontananza, come punto di
riferimento, latorre di un ospedale, il campanile di un convento che leva la
punta delsuo berretto ecclesiastico allangolo di una via che debbo percorrere, ba-sta
che la mia memoria possa oscuramente trovarvi qualche tratto di ras-somiglianza con
la figura cara e scomparsa perch il passante, volgendo-s i p e r a s s i c u r a r s i c h e i o
n o n m i p e r d a , p o s s a v e d e r mi , c o n s u a g r a n d e sorpresa, restare l, davanti al
campanile, per delle ore, immobile, dimen-tico della passeggiata intrapresa o della
commissione da fare, nel tentati-v o d i r i c o r d a r e , s e n t e n d o i n f o n d o a m e
s t e s s o l e t e r r e r i c o n q u i s t a t e alloblio prosciugarsi e riedificarsi; e senza
dubbio allora, e pi ansiosa-mente di poco prima quando gli chiedevo di darmi
linformazione, cercoancora la strada, svolto in una via ma soltanto nel mio
cuore.
61
Rientrando dalla messa, incontravamo spesso il signor Legrandin che,trattenuto a
Parigi dalla sua professione di ingegnere, poteva venire a Combray nella sua
propriet, a parte il periodo delle vacanze estive, solodal sabato sera al luned
mattina. Era uno di quegli uomini che, al di fuo-ri di una carriera scientifica nella
quale per altro si sono brillantementeaffermati, possiedono una cultura affatto
diversa, letteraria, artistica, chela loro specializzazione professionale non mette a
profitto e di cui si gio-v a l a l o r o c o n v e r s a z i o n e . P i l e t t e r a t i d i
m o l t i u o m i n i d i l e t t e r e (ignoravamo, allora, che il signor Legrandin
avesse una certa reputazio-ne come scrittore, e fummo assai sorpresi di sapere che un

celebre musi-cista aveva composto una melodia su alcuni suoi versi), dotati
di mag-giore facilit di molti pittori, pensano che la vita che conducono
nonsia la pi congeniale per loro e portano nelle loro occupazioni
praticheora una noncuranza mista a fantasia, ora unapplicazione costante e alte-r a ,
s p r e z z a n t e , a ma r a e c o s c i e n z i o s a . Al t o , c o n u n b e l p o r t a me n t o ,
u n volto pensoso e fine, dai lunghi baffi biondi, dallo sguardo azzurro e di-sincantato,
di una cortesia raffinata, conversatore come non ne avevamomai sentiti, era agli
occhi della mia famiglia, che lo portava sempre ad esempio, il tipo delluomo
dlite, che affronta la vita nel modo pi nobi-le e delicato. La nonna gli
rimproverava soltanto di parlare un po troppoforbito, un po troppo come un libro, di
non avere nelleloquio quella na-turalezza che cera nelle sue cravatte alla
lavallire
58
sempre svolazzanti,nella sua giacca dritta quasi da scolaro. Si stupiva anche
delle accese re-quisitorie in cui sovente si lanciava contro laristocrazia, la
vita monda-na, lo snobismo: certamente il peccato al quale pensa San Paolo
quandoparla del peccato per cui non c remissione
59
.Lambizione mondana era un sentimento che la nonna era cos incapa-ce di provare,
e quasi di capire, che le sembrava del tutto inutile metteretanta foga nel
biasimarlo. Inoltre, non trovava molto di buon gusto cheLegrandin, la cui
sorella era sposata dalle parti di Balbec con un genti-luomo della bassa
Normandia, si lasciasse andare ad attacchi tanto vio-lenti contro i nobili,
giungendo fino a rimproverare alla Rivoluzione di non averli ghigliottinati
tutti.Salute, amici! diceva lui, venendoci incontro. Siete fortunati voi,
chepotete restare qui cos a lungo; io domani dovr tornare a Parigi,
nellamia nicchia.

Oh! soggiungeva, con quel sorriso dolcemente ironico e deluso, un po


distratto, che gli era caratteristico, nella mia casa, certo, non mancanotutte le cose
inutili. Vi manca solo il necessario: un gran lembo di cielo, come qui. Cercate
di conservare sempre un brandello di cielo sulla vostra
62
v i t a , f a n c i u l l o m i o , a g g i u n g e v a v o l g e n d o s i v e r s o d i m e . Voi
a v e t e unanima bella, di una qualit rara, una natura dartista, non
lasciatelemancare ci di cui ha bisogno.Q u a n d o , a l n o s t r o r i t or n o , l a z i a
c i f a c e v a d o ma n d a r e s e l a s i g n o r a Goupil era arrivata tardi alla messa,
eravamo incapaci di risponderle. Incompenso, accrescevamo la sua agitazione
dicendole che un pittore stavalavorando nella chiesa a riprodurre la vetrata di
Gilbert le Mauvais
60
.Franoise, spedita subito dal droghiere, era tornata a mani vuote, a causadellassenza
di Thodore, al quale la doppia professione di cantore inca-ricato in parte della

manutenzione della chiesa, e di commesso della dro-g h e r i a , c o n f e r i v a , c o n


c o n o s c e n z e i n t u t t i g l i a m b i e n t i , u n s a p e r e universale.Ah!
sospirava la zia, vorrei che fosse gi lora di Eulalie. veramentelunica che possa
dirmi qualcosa.Eulalie era una zitella zoppa, attiva e sorda che si era
ritirata, dopola morte della signora de la Bretonnerie, presso la quale era stata a
servi-zio sin da bambina, e aveva preso in affitto accanto alla chiesa una came-ra
dalla quale scendeva di continuo, sia per le funzioni, sia, in altri orari,per dire una
piccola preghiera o per dare una mano a Thodore; il restodel tempo faceva
visita a persone malate, come la zia Lonie, alle quali raccontava quel che era
successo alla messa o ai vespri. Non disdegnavadi aggiungere qualche extra alla
piccola rendita che le passava la fami- g l i a d e i s u o i a n t i c h i
p a d r o n i , a n d a n d o d i t a n t o i n t a n t o a d a r e unocchiata alla
biancheria del curato o di qualche altra personalit di ri-lievo del mondo clericale
di Combray. Portava, sopra una mantella dipanno nero, una cuffietta bianca,
quasi da religiosa, e una malattia dellapelle dava a una parte delle sue guance e
al suo naso ricurvo i toni rosa acceso della balsamina. Le sue visite erano la
grande distrazione della ziaLonie, che non riceveva quasi pi nessuno, allinfuori del
signor curato.L a z i a a v e v a a p o c o a p o c o a l l o n t a n a t o t u t t i g l i a l t r i
v i s i t a t o r i , p e r c h avevano, ai suoi occhi, il torto di rientrare nelluna o
nellaltra delle duecategorie di persone che lei detestava. Gli uni, i peggiori, e i
primi di cuisi era sbarazzata, erano quelli che le consigliavano di non auscultarsi
eprofessavano, magari in negativo, e manifestandola solo con certi silenzidi
disapprovazione o con certi sorrisi di perplessit, la dottrina sovversi-va per cui una
piccola passeggiata al sole e una buona bistecca sanguino-lenta (quando le restavano
quattordici ore sullo stomaco due cattivi sorsidacqua di Vichy!) le avrebbero giovato
molto pi del letto e delle medi-cine. Laltra categoria era composta da persone che
avevano laria di cre-derla malata pi gravemente di quanto non pensasse,
tanto gravemente
63
come lei diceva. Quindi, quelli che aveva lasciato salire dopo qualche esi-tazione e
dietro le istanze ufficiose di Franoise, e che, nel corso della vi-sita, avevano
mostrato quanto fossero indegni del favore che veniva loroaccordato, arrischiando
timidamente un: Non credete che se vi muove-ste un po quando c bel tempo, o,
al contrario, quando lei aveva detto:Mi sento molto gi, molto gi, la fine, miei
poveri amici, le avevanorisposto: Ah! quando non c la salute! Ma voi potete
tirare avanti anco-ra chiss quanto, in questo stato, costoro, sia gli uni che gli altri,
poteva-no star certi che non sarebbero stati mai pi ricevuti. E se Franoise si divertiva dellaria spaventata della zia, quando dal suo letto aveva scorto nella
rue du Saint-Esprit una di quelle persone che dava limpressione divenire da lei, o
quando aveva sentito una scampanellata, rideva ancora d i p i , e c o m e d i
u n o s c h e r z o r i u s c i t o , d e l l e a s t u z i e s e m p r e v i t t o r i o s e della zia per
arrivare a farli congedare e della loro aria di sconfitta quan-do se ne tornavano senza
averla vista, e in fondo ammirava la sua padro-na, che giudicava superiore a tutte

quelle persone, dal momento che nonvoleva riceverle. Insomma, la zia esigeva a un
tempo dessere approvataper il suo regime, dessere compianta per le sue sofferenze e
dessere ras-sicurata sul suo avvenire.In tutto questo Eulalie eccelleva. La zia
poteva dirle venti volte in unminuto: la fine, mia povera Eulalie, venti
volte Eulalie rispondeva:Conoscendo la vostra malattia come voi la
conoscete, signora Octave,a r r i v e r e t e a c e n t a n n i , c o m e m i d i c e v a
a n c o r a i e r i l a s i g n o r a S a z e r i n . (Una delle pi salde convinzioni di
Eulalie, e che limponente numerodelle smentite portate dallesperienza non era
stato sufficiente a scalfire,era che la signora Sazerat si chiamasse Sazerin.)Non
pretendo di arrivare a centanni, rispondeva la zia, che preferi-va non veder
assegnato ai suoi giorni un termine preciso.E siccome Eulalie, in questo modo,
sapeva come nessun altro distrarrela zia senza affaticarla, le sue visite, che
avvenivano regolarmente tutte ledomeniche, salvo impedimenti imprevisti, erano per
la zia un piacere lacui prospettiva la teneva, in quei giorni, in uno stato dapprima
gradevo-le, ma ben presto doloroso, come una fame eccessiva, per poco che Eula-lie
ritardasse. Prolungandosi troppo, quella volutt di attendere Eulaliesi
trasformava in supplizio, la zia non smetteva di guardar lora, sbadi-gliava,
aveva dei mancamenti. La scampanellata di Eulalie, se giungeva alla fine
della giornata, quando lei non ci sperava pi, la faceva quasi starmale. In realt, la
domenica, non pensava che a quella visita, e appena s e r v i t a l a c o l a z i o n e ,
F r a n o i s e a v e v a f r e t t a c h e l a s c i a s s i m o l a s a l a d a p r a n z o p e r p o t er
s a l i r e e t e n e r e o c c u p a t a l a z i a . M a ( s o p r a t t u t t o a
64
partire dal momento in cui le belle giornate si insediavano a Combray) gi da
un pezzo lora superba del mezzogiorno, scesa dalla torre di Saint-Hilaire, che per un
momento veniva istoriata delle sue dodici gemme so-nore, era echeggiata attorno alla
nostra tavola, presso il pane benedetto,giunto anchesso in tutta semplicit
direttamente dalla chiesa, e noi sede-vamo ancora davanti ai piatti delle
Mille e una notte
, appesantiti dal caldoe soprattutto dal cibo. Infatti, a una base consueta di uova,
costolette, pa-tate, marmellate, biscotti, che ormai nemmeno ci annunciava,
Franoiseaggiungeva

secondo i lavori dei campi e degli orti, landamento dellapesca, le vicende del
commercio, le gentilezze dei vicini e la sua propriaispirazione, in modo che
il nostro men, come quei quadrilobi scolpiti nel XIII secolo sul portale delle
cattedrali, rifletteva un poco il ritmo dellestagioni e i fatti della vita: un rombo perch
la pescivendola gliene avevagarantito la freschezza, una tacchina perch ne
aveva vista una bella almercato di Roussain- ville-le-Pin, dei cardi al midollo
perch in quel mo-d o n o n c e l i a v e v a a n c o r a m a i f a t t i , u n c o s c i o t t o
a r r o s t o p e r c h l ar i a aperta fa un certo vuoto e fino alle sette cera tutto il tempo
di mandarlogi, degli spinaci per il gusto di cambiare, delle albicocche perch
eranoancora una primizia, dei ribes perch entro quindici giorni non ce ne sa-rebbero
pi stati, dei lamponi che il signor Swann aveva portato apposi-tamente, delle ciliege,

le prime che venissero dal ciliegio del giardino do-po due anni che non ne aveva pi
date, del formaggio alla crema che unavolta mi piaceva tanto, un dolce alle mandorle
perch laveva ordinato ilgiorno prima, una
brioche
p e r c h t o c c a v a a n o i o ffr i r l a . Q u a n d o t u t t o questo era finito, fatta
espressamente per noi, ma dedicata in particolarea mio padre, a cui piaceva
moltissimo, una crema al cioccolato, ispirazio-ne, attenzione personale di Franoise,
ci veniva offerta, fuggitiva e legge-ra come un lavoro di circostanza in cui lei
aveva profuso tutto il suo ta-lento. Chi avesse rifiutato di assaggiarla, dicendo:
Ho finito, non ho pifame, sarebbe immediatamente sceso al rango di quei villani i
quali, an-che nel dono che un artista fa loro di una delle sue opere, guardano
alpeso e alla materia, mentre tutto il valore sta nellintenzione e nella firma. Lasciarne anche una sola goccia nel piatto sarebbe stata una
grandescortesia, come alzarsi prima della fine di unesecuzione sotto gli
occhidel compositore.F i n a l m e n t e l a m a m m a m i d i c e v a : V i a ,
n o n v o r r a i r e s t a r e q u i allinfinito, sali in camera tua, se fuori hai
troppo caldo, ma prima vai aprendere una boccata daria, per non leggere
appena alzato da tavola.Io andavo a sedermi vicino alla pompa e alla relativa
vasca

spesso de-c o r a t a , c o m e u n f o n t e b a t t e s i m a l e g o t i c o , d a u n a
salamandra, che
65
scolpiva sulla pietra consunta il rilievo mobile del suo corpo allegorico eaffusolato

sulla
panchina
senza
schienale
a l l o mb r a
di
un
lill,
i n quellangoletto del giardino che dava, attraverso una porta di
servizio,sulla rue du Saint-Esprit e sul cui terreno poco curato sorgeva, sopraelevato di due gradini, sporgente rispetto alla casa, e come fosse una costru-zione
indipendente, il retrocucina. Sintravedeva il pavimento rosso e lu-cido, come di
porfido. Pi che lantro di Franoise, sembrava un tempiet-to di Venere. Traboccava
delle offerte del lattaio, del fruttivendolo, dellavenditrice di legumi, venuti a
volte da borghi molto lontani per consa-crarle le primizie dei loro campi. E
la sua vetta era sempre coronata dal tubare di una colomba.Un tempo, non mi
attardavo nel bosco sacro che lo circondava, giac-ch, prima di andar su a
leggere, entravo nella saletta di riposo, al pian-terreno, che era occupata
dallo zio Adolphe
61
, un fratello del nonno, exmilitare, era andato in congedo col grado di maggiore e
che, anche quan-do le finestre aperte lasciavano entrare il caldo, se non i
raggi del sole,c h e r a r a m e n t e g i u n g e v a n o f i n l , s p r i g i o n a v a
i n e s a u r i b i l m e n t e quellodore oscuro e fresco, a un tempo di bosco e di
ancien rgime

, che fasognare a lungo il nostro olfatto, quando ci introduciamo in certi


padi-glioni di caccia abbandonati. Ma da parecchi anni non entravo nel salotti-no
dello zio Adolphe, che non veniva pi a Combray a causa di un litigios c o p p i a t o
tra lui e la mia famiglia, per colpa mia, nelle
s e g u e n t i circostanze:Una o due volte al mese, a Parigi, mi mandavano a fargli
visita, mentrefiniva di pranzare, con indosso una semplice giacca da camera,
servitodal suo domestico, in giubba da lavoro di tela, a righe bianche e viola.
Silamentava, brontolando, che non ero venuto da un pezzo, che tutti lo
ab- bandonavano; mi offriva un marzapane o un mandarino, attraversavamouna sala
dove non ci si fermava mai, dove non era mai acceso il fuoco, lecui pareti erano
adorne di modanature dorate, i soffitti dipinti di un az-zurro che pretendeva
di imitare il cielo e i mobili imbottiti di raso comedai nonni, ma in giallo;
poi passavamo in quello che lui chiamava il suogabinetto da lavoro, alle cui
pareti erano appese alcune di quelle stam-p e r a ffi g u r a n t i , s u u n f o n d o n er o ,
u n a d e a c a r n o s a e r o s e a n e l l a t t o di guidare un carro, issata su un globo, o
con una stella in fronte, che piace-vano nel Secondo Impero perch si riteneva
avessero unaria pompeiana,che poi furono detestate, e che ora tornano a piacere per
una sola e analo-ga ragione, nonostante le altre che si vogliono addurre, e cio che
hannolaria Secondo Impero. E io restavo con lo zio fin quando il suo
camerierev e n i v a a d o m a n d a r g l i , d a p a r t e d e l c o c c h i e r e , p e r c h e
ora dovesse
66
preparare la carrozza. Mio zio sprofondava allora in una meditazioneche il
cameriere, attonito, avrebbe temuto di disturbare con un solo mo- vimento, e
di cui aspettava con curiosit il risultato, sempre identico. Al-la fine, dopo
unesitazione suprema, lo zio pronunciava infallibilmente queste parole: Le
due e un quarto, che il cameriere ripeteva con stupo-re, ma senza discutere: Le due
e un quarto? bene riferir .A quellepoca avevo la passione per il teatro, un
amore platonico, giac-ch i miei genitori non mi avevano ancora dato il permesso di
andarci, emi raffiguravo in modo cosi approssimativo i piaceri che vi si
potevanogustare da essere propenso a credere che ogni spettatore
guardasse, co-me in uno stereoscopio, una scena che era soltanto per lui, bench
similea migliaia daltre, osservate dal resto degli spettatori, ciascuno per
pro-prio conto.Tutte le mattine correvo fino alla colonna Morris
62
per vedere gli spet-tacoli che vi erano annunciati. Niente era pi
disinteressato e felice deisogni offerti alla mia immaginazione da ogni commedia
programmata, esui quali influivano a un tempo le immagini, inseparabili
dalle parole,che ne componevano il titolo, e il colore stesso dei manifesti, ancora
umi-di e rigonfi di colla, su cui il titolo spiccava. A parte qualche strano lavo-ro,
come
Le Testament de Csar Girodot
e l

Edipo re
63
, che venivano stam-pati, non sul manifesto verde dellOpra-Comique, ma su
quello color vi-n a c c i a d e l l a C o m d i e - Fr a n a i s e , n i e n t e m i a p p a r i v a p i
d i v e r s o d a l l a piuma scintillante e bianca dei
Diamants de la Couronne
quanto il raso li-scio e misterioso del
Domino Noir
64
, e, poich i miei genitori mi avevanodetto che quando fossi andato per la
prima volta a teatro avrei potutoscegliere fra queste due opere, cercando di
approfondire successivamen-te il titolo delluna e il titolo dellaltra, dal momento che
era tutto ci chene conoscevo, per cercare di cogliere in ciascuno di essi il piacere che
miprometteva e di compararlo a quello che laltro racchiudeva, giungevo
arappresentarmi con tal forza, da una parte un dramma abbagliante e fie-ro,
dallaltra una commedia dolce e vellutata, che ero del tutto incapacedi
decidere a quale avrei dato la mia preferenza, cos come se, per des- s e r t ,
m i
a v e s s e r o
d a t o
l a
p o s s i b i l i t
d i
s c e g l i e r e f r a i l r i s o allImperatrice
65
e la crema al cioccolato.Tutte le conversazioni con i miei compagni avevano per
argomento gliattori, la cui arte, sebbene a me ancora sconosciuta, costituiva
la primaforma, fra tutte quelle che assume, sotto cui lArte mi si lasciava presagi-re.
Nel modo che luno o laltro avevano di recitare, di colorire un brano,le pi piccole
differenze mi sembravano di unimportanza incalcolabile. E, sulla base di ci
che mi era stato detto di loro, li classificavo secondo il
67
talento, in certe liste che mi recitavo tutto il giorno, e che avevano
finitop e r
consolidarsi
nel
mio
cervello
e
per
i n g o m b r a r l o c o n l a l o r o inamovibilit.P i t ar d i , a l g i n n a s i o ,
o g n i v o l t a c h e , n e l l e or e d i l e z i o n e , q u a n d o i l professore girava la
testa, rivolgevo la parola a un nuovo amico, la mia prima domanda era sempre
per sapere se era gi stato a teatro e se trova-va che lattore pi grande fosse proprio
Got, il secondo Delaunay, e cosvia. E se, a suo giudizio, Febvre veniva solo dopo
Thiron, o Delaunay do-po Coquelin
66
, la subitanea mobilit che Coquelin, perdendo la rigidit della pietra,
assumeva nella mia mente, per passarvi al secondo posto, elagilit miracolosa, la
feconda animazione di cui Delaunay si vedeva do-tato, per retrocedere al quarto,
restituivano la sensazione del rifiorire e del vivere al mio cervello, reso duttile e
fertile.Ma se gli attori mi occupavano tanto, se la vista di Maubant
67

che usci-va un pomeriggio dal Thtre-Franais mi aveva fatto provare i brividi ele
sofferenze dellamore, a qual punto il nome di una stella scintillantesulla
porta di un teatro, a qual punto, intravista al finestrino di un cou- p
68
che passava nella via con i suoi cavalli fioriti di rose sul frontale, la vista del
volto di una donna che pensavo fosse probabilmente unattrice,lasciava in me un
turbamento pi prolungato, uno sforzo impotente edoloroso per
raffigurarmene la vita. Classificavo in ordine di talento le pi illustri: Sarah
Bernhardt, la Berma, Bartet, Madeleine Brohan, JeanneSamary
69
, ma tutte mi interessavano. Ora mio zio ne conosceva parec- chie, e anche
delle cocotte che io non distinguevo molto bene dalle attrici.L e r i c e v e v a i n c a s a
s u a . E s e n o i a n d a v a m o a t r o v a r l o s o l t a n t o i n c e r t i giorni fissi era perch,
negli altri, ci andavano delle donne con le quali lafamiglia non avrebbe potuto
incontrarsi, almeno a giudizio di questa;giacch, per lo zio, invece, la sua
eccessiva facilit nellusare a certe gra-ziose vedove, che forse non erano
mai state sposate, a certe contesse dal nome altisonante, che senza dubbio era
soltanto un nome di battaglia, lacortesia di presentarle alla nonna o addirittura
nel regalare loro dei gio-ielli di famiglia, lo aveva gi pi di una volta messo in
urto con il nonno.Spesso, se un nome dattrice entrava nella conversazione,
sentivo miopadre dire alla mamma, sorridendo: Unamica di tuo zio; e
pensavoche quel tirocinio, che forse, per anni, uomini importanti avevano inutilmente fatto alla porta della tal donna, che non rispondeva alle loro lette-re, e li
faceva allontanare dal portinaio, mio zio avrebbe potuto rispar- miarlo a un
ragazzino come me, presentandolo in casa sua allattrice che,inavvicinabile per tanti
altri, era per lui unintima amica.
68
Cos

con il pretesto di una lezione che, essendo stata spostata, cade-v a o r a t a n t o a


s p r o p o s i t o c h e g i p i v o l t e m i a v e v a i m p e d i t o , e m i avrebbe
trattenuto ancora, di andare a trovare lo zio

un giorno, diver-so da quello riservato alle nostre visite, approfittando della


circostanzache i miei avevano pranzato di buonora, uscii di casa e, invece di
andarea consultare la colonna dei manifesti, cosa per la quale mi
consentivanodi andar fuori da solo, corsi da lui. Notai davanti alla sua porta
una car-rozza, alla quale erano attaccati due cavalli, con un garofano rosso ai paraocchi, mentre il cocchiere ne aveva uno allocchiello. Dalla scala udiiuna
risata e una voce di donna, e, quando ebbi suonato, un silenzio, poi u n
r u mo r e di p o r t e c h e s i c h i u d e v a n o . I l c a me r i e r e v e n n e a d a p r i r e ,
e parve imbarazzato nel vedermi, mi disse che lo zio era molto
occupato,certamente non avrebbe potuto ricevermi, e mentre lui andava

comun-que ad avvertirlo, la stessa voce che avevo udito prima diceva: Oh,
s!lascialo entrare; un minuto solo, mi farebbe tanto piacere. Nella fotogra-fia che
sta sul tuo scrittoio assomiglia a sua madre, tua nipote; quelladella
fotografia vicina, non vero? Vorrei proprio vederlo un momento quel
ragazzino.S e n t i i l o z i o b r o n t o l a r e , i r r i t a r s i ; f i n a l m e n t e , i l
c a m e r i e r e m i f e c e entrare.Sulla tavola, cera il solito piatto di marzapani; lo zio
indossava la suagiacca da camera di tutti i giorni, ma davanti a lui, con un
abito di setarosa e una lunga collana di perle al collo, era seduta una
giovane donnache stava finendo di mangiare un mandarino. Lincertezza in
cui ero, sedovessi dirle signora o signorina, mi fece arrossire e, non osando
troppovolgere gli occhi dalla sua parte, per il timore di doverle parlare, andai
a baciare lo zio. Lei mi guardava sorridendo, lo zio le disse: Mio nipote,senza
dirle il mio nome, n dire a me il suo, certamente perch, dopo lenoie che
aveva avuto col nonno, cercava il pi possibile di evitare qual- siasi contatto
tra la sua famiglia e quel tipo di relazioni.Come somiglia a sua madre, disse lei.

Ma se avete visto mia nipote soltanto in fotografia, disse lo zio bru-scamente, con un
tono burbero.

Vi chiedo scusa, mio caro amico, lho incrociata sulle scale lanno scorso,
quando siete stato tanto malato. vero che lho appena intravista,come in un lampo,
e che la vostra scala molto buia, ma mi stato suffi-ciente per ammirarla. Questo
ragazzino ha i suoi begli occhi, e anche
que-sto
, disse tracciando col dito una linea sulla parte bassa della sua fronte.La signora,
vostra nipote, porta il vostro stesso nome, amico mio? do- mand allo zio.
69

Somiglia soprattutto a suo padre, borbott lui, che non si curava difare
presentazioni a distanza, pronunciando il nome della mamma, pidi quanto
non facesse da vicino. tutto suo padre, e ricorda anche la mia povera
mamma.

Non conosco suo padre, disse la signora in rosa, inclinando lieve- mente la
testa, e non ho mai conosciuto la vostra povera mamma, amicomio. Ve ne
ricordate, stato poco dopo la vostra grande sventura che ci siamo
conosciuti.Provavo una leggera delusione, poich quella giovane signora non
eradiversa dalle altre belle donne che avevo visto, a volte, nellambito dellamia
famiglia, in particolare dalla figlia di un nostro cugino in casa del q u a l e m i
r e c a v o o g n i a n n o i l p r i mo d i g e n n a i o . S o l t a n t o p i e l e g a n t e , lamica
dello zio aveva lo stesso sguardo vivace e buono, la stessa espres-sione franca e
affettuosa. In lei non vedevo alcuna traccia di quellaspettoteatrale che ammiravo
nelle fotografie delle attrici, n dellespressione diabolica che sarebbe stata
consona alla vita che doveva condurre. Sten-tavo a credere che fosse una cocotte, e

soprattutto non avrei creduto chefosse una cocotte di lusso, se non avessi visto
la carrozza a due cavalli,labito rosa, la collana di perle, se non avessi
saputo che lo zio ne cono-sceva solo di gran classe. Ma mi domandavo come il
milionario che le as-sicurava la carrozza, lappartamento e i gioielli potesse
provar piacere adissipare il proprio patrimonio per una persona che aveva
unaria cossemplice e per bene. E tuttavia, pensando a ci che doveva
essere la suavita, la sua immoralit mi turbava forse pi che se si fosse
concretizzatadavanti a me in una straordinaria apparenza

quel suo essere cos invi-s i b i l e , c o m e i l s e g r e t o d i q u a l c h e r o m a n z o ,


d i q u a l c h e s c a n d a l o c h e lavesse costretto a uscire dalla casa dei suoi genitori
borghesi e destinataa tutti quanti, facendola sbocciare in bellezza e innalzandola fino
al
demi-monde
e alla notoriet, questa donna i cui giochi di espressione, le intona-zioni della voce,
simili a tanti altri che gi conoscevo, mi inducevano a considerare mio
malgrado come una giovane di buona famiglia, che nonappartenesse pi ad alcuna
famiglia.Eravamo passati nello studio, e lo zio, con unaria un po imbarazzataper la
mia presenza, le offr delle sigarette.No, caro, disse lei, sapete che sono
abituata a quelle che mi manda ilg r a n d u c a . G l i h o d e t t o c h e n e e r a v a t e
geloso. E trasse da un astuccio d e l l e s i g a r e t t e , c o p e r t e d i
d o r a t e s c r i t t e s t r a n i e r e . M a s , r i p r e s e dimprovviso, devo aver
incontrato qui da voi il padre di questo ragazzo.N o n f o r s e v o s t r o n i p o t e?
C o m e h o p o t u t o d i me n t i c a r l o? s t a t o c o s buono, cos squisito con me,
aggiunse, con unaria modesta e sensibile.
70
Ma pensando a quanto doveva essere stata rude laccoglienza che lei di-ceva di aver
trovato squisita, di mio padre, io, che ne conoscevo il riserboe la freddezza, mi
sentivo imbarazzato, come di unindelicatezza chegliavesse commesso, per
quella disparit tra la riconoscenza eccessiva che gli veniva accordata e la sua
amabilit insufficiente. Pi tardi, questo mi parso uno degli aspetti patetici del
ruolo di queste donne, oziose e in-stancabili, cio che votino la loro generosit, il
loro talento, un sogno di-sponibile di bellezza sentimentale

giacch, come gli artisti, non lo at-tuano, non lo fanno entrare negli schemi
dellesistenza comune

e unoro che costa loro poco, ad arricchire di una montatura preziosa e fine lavita
grezza e mal sbozzata degli uomini. Costei, cos come, nel fumoir dove mio
zio la riceveva in giacca da camera, profondeva il suo corpo co-s d o l c e , i l s u o
abito
di
seta
rosa,
le
sue
perle,
leleganza
che
e m a n a dallamicizia di un granduca, aveva preso qualche frase insignificante dim i o
p a d r e , l a v e v a l a v o r a t a c o n d e l i c a t e z z a , l e a v e v a d a t o u n a f o r ma , una
denominazione preziosa, e, incastonandovi uno dei suoi sguardi diuna cos

bellacqua, sfumato di umilt e di gratitudine, la restituiva tra- mutata in un


gioiello darte, in qualcosa di assolutamente squisito.Su, coraggio, per te lora di
andare, mi disse lo zio.Mi alzai, provavo un desiderio irresistibile di baciare la mano
della si-gnora in rosa, ma mi sembrava che sarebbe stato qualcosa daudace,
unaspecie di rapimento. Il mio cuore batteva mentre mi dicevo: Devo farlo,non devo
farlo, poi smisi di domandarmi cosa dovessi fare, per poter fa-re qualcosa. E con un
gesto cieco e insensato, privo di tutte le ragioni cheun attimo prima trovavo in suo
favore, portai alle labbra la mano che leimi tendeva. C h e c a r i n o ! g i g a l a n t e ,
h a u n o c c h i o f i n o p e r l e d o n n e : h a p r e s o dallo zio. Diventer un
perfetto
gentleman
, aggiunse, serrando i denti,per imprimere alla frase un accento
leggermente britannico. Non po-trebbe venire, una volta, a prendere
a cup of tea
70
? come dicono i nostrivicini inglesi; baster che mi mandi un
bleu
71
la mattina.Non sapevo cosa fosse un
bleu.
Non capivo la met delle parole che di-ceva la signora, ma il timore che dietro
di esse si nascondesse qualchedomanda a cui sarebbe stato scortese non
rispondere, mi costringeva an o n s m e t t e r e d a s c o l t a r l e c o n
a t t e n z i o n e , e n e p r o v a v o u n a g r a n d e stanchezza.Ma no,
impossibile, disse lo zio, alzando le spalle, non gli lascianonessuna libert,
studia molto. A scuola vince tutti i premi, soggiunse a bassa voce, perch
non sentissi quella bugia e non la confutassi. Chi sa,
71
f o r s e d i v e n t e r u n p i c c o l o Vic t o r H u g o , u n a s p e c i e d i
Vau l a b e l l e
72
,sapete.

Adoro gli artisti, rispose la signora in rosa, solo loro capiscono ledonne
loro e le persone eccezionali come voi. Scusate la mia ignoran-za, amico.
Chi Vaulabelle? Sono forse quei volumi dorati che stannonella piccola
libreria a vetri del vostro salottino? Ricordate che mi avete promesso di
prestarmeli, ne avr gran cura.Mio zio, che detestava prestare i propri libri,
non rispose niente e miaccompagn fino allanticamera. Folle damore per la
signora in rosa, co-prii di baci appassionati le guance piene di tabacco del mio
vecchio zio, ementre lui con molto imbarazzo mi lasciava intendere, senza
osare dir-melo apertamente, che gli avrebbe fatto piacere se avessi taciuto di
quellavisita ai miei genitori, io gli dicevo, con le lacrime agli occhi, che il ricor-do

della sua bont era in me cos vivo che un giorno, certo, avrei trovatoil modo di
testimoniargli la mia gratitudine. In effetti, era cos vivo che due ore pi tardi,
dopo alcune frasi misteriose e che mi parve dessero aimiei parenti unidea abbastanza
chiara della nuova importanza di cui erodotato, trovai pi efficace raccontar loro, nei
minimi dettagli, la visita cheavevo appena fatto. Non credevo, in tal modo, di
procurare delle noie al-lo zio. Come avrei potuto crederlo, dal momento che non lo
desideravo?E come avrei potuto supporre che i miei parenti trovassero
qualcosa dimale in una visita in cui io non ne trovavo affatto? Non succede
tutti igiorni che un amico ci chieda di non mancare di scusarlo con una donnaa c u i
non ha potuto scrivere, e noi trascuriamo di farlo, stimando
c h e quella persona non possa attribuire importanza a un silenzio che per noinon ne ha
alcuna? Immaginavo, come tutti, che il cervello degli altri fos-s e u n r i c e t t a c o l o
i n e r t e e d o c i l e , i n c a p a c e d i u n a r e a z i o n e s p e c i f i c a s u quanto vi si
introducesse; e non dubitavo che, depositando in quello deimiei parenti la notizia
della conoscenza che mi aveva fatto fare lo zio, avessi trasmesso loro, nel
medesimo tempo, come desideravo, il giudiziopositivo che davo di quella
presentazione. I miei parenti, disgraziata-mente, nel valutare il comportamento
dello zio, si attennero a princpi af-fatto diversi da quelli che io suggerivo loro di
adottare. Il babbo e il non-no ebbero con lui delle spiegazioni accese; io ne fui
informato indiretta-mente. Alcuni giorni dopo, incontrando in strada lo zio
che passava suu n a c a r r o z z a s c o p e r t a , s e n t i i i l d o l o r e , l a
r i c o n o s c e n z a , i l r i m o r s o c h e avrei voluto esprimergli. In confronto alla loro
immensit, mi parve cheuna scappellata sarebbe stata meschina, e avrebbe potuto far
supporre al-lo zio che io non mi sentissi tenuto verso di lui a nientaltro che a una banale cortesia. Decisi di astenermi da quel gesto insufficiente, e girai la
72
testa. Lo zio pens che io seguissi in tal modo le istruzioni dei miei parenti, non glielo perdon, e mor parecchi anni dopo senza che nessuno di
noi lo avesse pi rivisto.C o s n o n e n t r a v o p i n e l l a s a l e t t a d i r i p o s o ,
o r ma i c h i u s a , d e l l o z i o A d o l p h e , e d o p o e s s e r mi a t t a r d a t o n e i p r e s s i
d e l r e t r o c u c i n a , q u a n d o Franoise, comparendo sulla soglia, mi diceva:
Dir alla sguattera diservire il caff e di portar su lacqua calda, io devo
correre dalla signoraOctave, mi decidevo a rientrare e salivo direttamente
in camera mia aleggere. La sguattera era unentit morale, unistituzione
permanente al-la quale alcune invariabili attribuzioni assicuravano una sorta
di conti-nuit e di identit, attraverso la successione delle forme passeggere in cuisi
incarnava: giacch non fu mai la stessa per due anni di seguito. Lannoin cui
mangiammo tanti asparagi, la sguattera abitualmente incaricata dispellarli era una
povera creatura malaticcia, in uno stato di gravidanzagi abbastanza avanzato,
quando arrivammo a Pasqua, e ci si meraviglia-va anzi che Franoise le lasciasse fare
tante commissioni e tante faccende,perch cominciava a portare con difficolt
davanti a s la misteriosa ce-sta, ogni giorno pi colma, di cui sindovinava la

forma imponente sottog l i a mp i g r e mb i a l i . Q u e s t i r i c o r d a v a n o l e


guarnacche
73
che rivestonocerte figure simboliche di Giotto, di cui il signor Swann mi aveva
regala-to le fotografie. Era stato lui stesso a farcelo osservare, e quando ci
chie-d e v a n o t i z i e d e l l a s g u a t t e r a d i c e v a : C o me s t a l a C a r i t d i
G i o t t o? . Daltronde, lei stessa, la povera ragazza, ingrassata dalla gravidanza perfino in viso, perfino nelle guance che ricadevano dritte e quadrate, in ef-fetti era
abbastanza somigliante a quelle vergini forti e mascoline, piutto-sto matronali,
nelle quali sono personificate le virt nellArena
74
. E m i rendo conto adesso che quella Virt e quei Vizi di Padova le assomigliavano ancora per un altro aspetto. Come limmagine di quella ragazza eraaccresciuta
dal simbolo aggiunto che portava davanti al ventre, senza aver laria di
comprenderne il significato, senza che nulla nel suo viso netraducesse la bellezza
e lo spirito, come un fardello semplice e pesante, cos, senza aver laria di
sospettarlo, la possente massaia che rappresen-tata allArena sotto il nome di
Caritas, e la cui riproduzione era appesaalla parete della mia stanza di studio,
a Combray, incarna questa virt,senza che alcun pensiero di carit sembri aver
mai potuto essere espressodal suo volto energico e grossolano. Con una bella
invenzione del pitto-r e , c a l p e s t a i t e s o r i d e l l a t er r a , m a e s a t t a me n t e
c o m e s e s c h i a c c i a s s e delluva per estrarne il succo o, meglio, come se fosse
salita su dei sacchiper essere pi alta; e tende a Dio il suo cuore ardente,
diciamo meglio,g l i e l o p a s s a , c o m e u n a c u o c a p a s s a u n
cavatappi attraverso la
73
finestrella del suo seminterrato a qualcuno che glielha chiesto dal pian-terreno.
LInvidia, magari, una qualche espressione dinvidia lavrebbe pure avuta. Ma
anche in quellaffresco, il simbolo occupa tanto spazio ed r a p p r e s e n t a t o c o s
r e a l i s t i c a m e n t e , i l s e r p e n t e c h e s i b i l a a l l e l a b b r a dellInvidia cos
grosso, le riempie cos pienamente la sua grande boccaspalancata, che i muscoli del
volto sono tesi per poterlo contenere, comeq u e l l i d i u n b a m b i n o c h e g o n f i
c o l f i a t o u n p a l l o n c i n o , e l a t t e n z i o n e dellInvidia

e la nostra in quello stesso momento

tutta concentratas u l l a z i o n e d e l l e l a b b r a , n o n h a c e r t o t e m p o d a
d e d i c a r e a p e n s i e r i invidiosi.Nonostante la grande ammirazione che il signor
Swann professava perquelle figure di Giotto, per molto tempo non provai
alcun piacere a os-servare nella nostra sala di studio, doverano state appese le
copie che miaveva portato, quella Carit senza carit, quellInvidia simile a una tavola di un libro di medicina che illustrasse soltanto la compressione
dellaglottide o dellugola dovuta a un tumore della lingua o

allintroduzionedi uno strumento chirurgico, una Giustizia il cui volto


grigiastro e me-schinamente regolare era lo stesso che, a Combray,
caratterizzava certegraziose borghesi bigotte e rinsecchite che vedevo alla messa e
delle qua-li parecchie erano gi arruolate nelle milizie di riserva
dellIngiustizia.Ma, pi tardi, ho compreso che la sorprendente stranezza,
la singolare bellezza di quegli affreschi dipendeva dal gran posto occupatovi dal
sim- bolo, e il fatto che fosse rappresentato non come un simbolo, giacch
ilpensiero simbolico non era espresso, ma come reale, come effettivamentesubito o
materialmente maneggiato, dava al significato dellopera un chedi pi letterale e
preciso, al suo insegnamento un che di pi concreto esorprendente. Anche
nella povera sguattera, lattenzione non era conti- nuamente ricondotta al suo
ventre dal peso che lo tendeva? E, similmen-te, il pensiero degli agonizzanti volto
molto spesso verso il lato effetti-vo, doloroso, oscuro, viscerale, verso quel rovescio
della morte che ap-punto il lato chessa loro presenta, che fa loro
aspramente sentire, e cheassomiglia assai pi a un fardello che li schiaccia,
a una difficolt di re-s p i r o , a u n b i s o g n o d i b e r e , c h e n o n a c i c h e
c h i a m i a m o l i d e a d e l l a morte.Q u e l l e Vir t e q u e i Viz i d i P a d o v a
d o v e v a n o a v e r e i n s u n a b u o n a dose di realt, dal momento che mi
apparivano altrettanto vivi quanto laserva incinta, e lei stessa non mi sembrava molto
meno allegorica. E, for-se, questa non-partecipazione (almeno apparente) dellanima
di un esse-re alla virt che agisce per suo tramite, possiede anche, al di l
del suovalore estetico, una realt se non psicologica, almeno, come si suol
dire,
74
fisiognomica. Quando, pi tardi, nel corso dellesistenza, ho avuto occa-sione di
incontrare, per esempio in qualche convento, delle incarnazioniveramente sante della
carit attiva, esse avevano generalmente laria alle-gra, positiva, indifferente e
brusca, da chirurgo indaffarato, quel voltodove non si legge nessuna
commiserazione, nessuna commozione dinan-zi alla sofferenza umana, nessun timore
di offenderla, e che il volto sen-za dolcezza, il volto antipatico e sublime della vera
bont.Mentre la sguattera

facendo involontariamente risplendere la supe-riorit di Franoise, come


lErrore, per contrasto, rende pi luminoso iltrionfo della Verit

serviva un caff che, secondo la mamma, era sem-plice acqua calda, e portava poi
nelle nostre camere dellacqua calda cheera appena tiepida, io mero disteso sul letto,
con un libro in mano, nellamia stanza che, tremando, proteggeva la sua freschezza
trasparente e fra-gile dal sole del pomeriggio, dietro le imposte semichiuse, dove un
rifles-so di giorno aveva tuttavia trovato modo di far filtrare le sue ali gialle, erestava
immobile tra il legno e il vetro, in un angolo, come una farfalla inriposo. Cera un
chiarore appena sufficiente per leggere, e la sensazione dello splendore della
luce mi era trasmessa soltanto dai colpi che Camus batteva nella rue de la Cure
(avvertito da Franoise che la zia non ripo-sava e che si poteva far rumore)

contro certe casse polverose, ma che,riecheggiando nellatmosfera sonora,


caratteristica delle giornate calde,sembravano far volare lontano degli astri
scarlatti; e anche dalle moscheche si esibivano davanti a me, nel loro piccolo
concerto, come una musi-ca da camera dellestate; una musica che non evoca lestate
come un mo-tivo musicale umano, il quale, ascoltato per caso nella bella
stagione, vela rammenta in seguito; ma legata allestate da un vincolo pi intimo;
na-ta dalle belle giornate, rinascendo soltanto con esse, racchiudendo un po-co della
loro essenza, non soltanto ne risveglia limmagine nella nostra memoria, ne
testimonia il ritorno, la presenza effettiva, diffusa, immedia-tamente
accessibile.Quelloscura freschezza della mia stanza era, rispetto al pieno sole del-la
strada, quel che lombra rispetto al raggio, cio altrettanto luminosa,e offriva alla
mia immaginazione lo spettacolo totale dellestate di cui imiei sensi, se
fossi stato a passeggio, non avrebbero potuto gioire che a tratti; e cos, si
accordava perfettamente al mio riposo che (grazie alle av-venture raccontate dai miei
libri e capaci di conturbarlo) poteva soppor-tare, simile alla quiete di una mano
immobile immersa nellacqua corren-te, lurto e lanimazione di un torrente di
attivit.Ma la nonna, anche se la giornata troppo calda sera guastata, se
erasopraggiunto un temporale o semplicemente un acquazzone, veniva a
75
supplicarmi di uscire. Ed io, non volendo rinunciare alla mia lettura, an-davo se non
altro a continuarla in giardino, sotto lippocastano, in unapiccola garitta di
stuoia e tela, nel fondo della quale stavo seduto e micredevo nascosto agli
occhi delle persone che sarebbero potute venire afar visita ai miei parenti.E il
mio pensiero non era anchesso come un altro asilo nel fondo del quale
sentivo dessere sprofondato, magari per osservare quel che avve-niva di fuori?
Quando vedevo un oggetto esterno, la consapevolezza divederlo restava fra
me e lui, lo circondava di un esiguo contorno spiri-tuale che mi impediva di
toccare direttamente la sua materia: questa si volatilizzava, in qualche modo,
prima che vi prendessi contatto, come uncorpo incandescente che venga
avvicinato a un oggetto bagnato non ne tocca lumidit perch si fa sempre
precedere da una zona di evaporazio-ne. In quella specie di iridescente schermo
di stati diversi che, mentreleggevo, la mia coscienza dispiegava
simultaneamente, e che andavanodalle aspirazioni pi profondamente
nascoste dentro di me alla visionetutta esteriore dellorizzonte che avevo sotto gli
occhi, in fondo al giardi-no, quel che cera innanzitutto in me, di pi intimo, la
leva in continuomovimento che governava tutto il resto, era la mia fede
nella ricchezzafilosofica, nella bellezza del libro che leggevo, e il mio
desiderio di ap-propriarmene, qualunque fosse il libro. Infatti, anche se lo
avevo acqui-stato a Combray, dopo averlo visto nella vetrina della
drogheria Boran-ge, troppo distante da casa perch Franoise potesse
fornirvisi, come daCamus, ma meglio fornita come cartoleria e libreria, fissato con
delle cor-dicelle nel mosaico di legature e di fascicoli che rivestivano i due
battentidella sua porta, pi misteriosa, pi disseminata di pensieri della porta diuna
cattedrale, lo avevo riconosciuto, perch mi era stato segnalato comeu n o p e r a

n o t e v o l e d a l pr o f e s s o r e o d a l c o m p a g n o c h e m i s e m b r a v a
a quellepoca detenere il segreto della verit e della bellezza, a met presentite, a met incomprensibili, la cui conoscenza rappresentava lo scopovago ma
permanente del mio pensiero.Dopo questa convinzione centrale che, durante la mia
lettura, compivaincessanti movimenti dallinterno allesterno, verso la scoperta della
veri-t, venivano le emozioni suscitate in me dallazione a cui prendevo
parte,giacch quei pomeriggi erano pi densi di avvenimenti drammatici
diquanto spesso non sia tutta una vita. Erano gli avvenimenti che accadevano nel libro che stavo leggendo; vero che i personaggi cui si riferiva-no non erano
reali, come diceva Franoise. Ma tutti i sentimenti che lagioia o la sventura di un
personaggio reale ci fa provare non si produco-no in noi senza la mediazione di
unimmagine di quella gioia o di quella
76
sventura; la genialit del primo romanziere fu di comprendere che,
nelmeccanismo delle nostre emozioni, poich limmagine il solo
elementoessenziale, la semplificazione consistente nel sopprimere
puramente esemplicemente i personaggi reali avrebbe costituito un
perfezionamentodecisivo. Un essere reale, per quanto profondamente possiamo
simpatiz-zare con lui, percepito in gran parte dai nostri sensi, vale a dire
restaopaco per noi, offre un peso morto che la nostra sensibilit non pu solle-vare.
Se una disgrazia lo colpisce, potremo esserne commossi solo in unapiccola parte
della nozione totale che abbiamo di lui; di pi, lui stesso potr esserlo solo in
una parte della nozione totale che ha di s. La trova-ta del romanziere stata di
aver pensato di sostituire quelle parti impe- netrabili allanima con una uguale
quantit di parti immateriali, tali cioche la nostra anima possa assimilarle. Che
importa allora se le azioni, leemozioni di questi individui di una nuova specie ci
appaiono come vere,dal momento che le abbiamo fatte nostre, che si
producono in noi, chetengono sotto il loro controllo, mentre voltiamo
febbrilmente le paginedel libro, il ritmo del nostro respiro e lintensit del
nostro sguardo. Euna volta che il romanziere ci ha messi in questo stato, nel quale,
come intutti gli stati puramente interiori, ogni emozione viene decuplicata, e
ilsuo libro provocher in noi un turbamento simile a quello di un sogno, ma
un sogno pi chiaro di quelli che facciamo dormendo e che nel ricor-do durer di pi,
allora, eccolo scatenare in noi, per unora, tutte le gioiee tutte le sventure
possibili, di cui nella vita impiegheremmo anni a co- noscerne qualcuna, e le
pi intense non ci sarebbero mai rivelate, perchla lentezza con la quale si
producono ce ne toglie la percezione; (cos, il nostro cuore muta, nella vita, ed
questo il dolore pi grande; ma noi loconosciamo solo nella lettura, con
limmaginazione: nella realt esso mu-ta, cos come si producono certi fenomeni
naturali, abbastanza lentamen-te, perch, se possiamo constatare successivamente
ciascuno dei suoi di-v e r s i s t a t i , i n c o m p e n s o l a s e n s a z i o n e s t e s s a
d e l m u t a m e n t o c i s i a risparmiata).Gi meno interiore al mio corpo di
quella vita dei personaggi, venivap o i , p er m e t pr o i e t t a t o d a v a n t i a m e ,
il paesaggio dove si svolgevalazione, e che esercitava sul mio

p e n s i e r o u n i n f l u s s o b e n p i gr a n d e dellaltro, quello che avevo sotto gli


occhi quando li alzavo dal libro. Co-s, per due estati, nella calura del giardino di
Combray, ho provato, in ra-gione del libro che leggevo allora, la nostalgia di
un paese montuoso efluviale, dove potevo vedere molte segherie e dove, nel fondo
dellacquac h i a r a , d e i p e z z i d i t r o n c o m a r c i v a n o s o t t o c i u f f i d i
crescione; non
77
lontano, sarrampicavano lungo i muri bassi, grappoli di fiori violetti
erossastri
75
. E s i c c o m e e r a s e mp r e p r e s e n t e a l m i o p e n s i e r o i l s o g n o d i una donna
che mi avrebbe amato, quelle estati il mio sogno fu imbevutodella freschezza di
acque correnti; e chiunque fosse la donna che evoca-vo, grappoli di fiori
violetti e rossastri sorgevano subito da ogni parte, intorno a lei, come colori
complementari.Non era soltanto perch unimmagine sognata sempre
simprime, sia b b e l l i s c e e b e n e f i c i a d e l r i f l e s s o d e i c o l o r i
e s t e r n i c h e p e r c a s o lavvolgono nella nostra fantasticheria; giacch
quei paesaggi dei libriche leggevo erano per me soltanto paesaggi, rappresentati
pi vivamentealla mia immaginazione di quelli che Combray metteva sotto i
miei oc-c h i , m a c h e s a r e b b e r o s t a t i a n a l o g h i . P er l a s c e l t a c h e n e
a v e v a f a t t a lautore, per la fede con la quale il mio pensiero accoglieva la sua
parolacome una rivelazione, essi mi apparivano

impressione che non mi da-va assolutamente il paese in cui mi trovavo, e ancor meno
il nostro giar-dino, prodotto senza prestigio dalla prevedibile fantasia del
giardiniereche la nonna disprezzava

una parte vera e propria della Natura stessa,degna dessere studiata e approfondita.Se
i miei genitori mi avessero permesso, quando leggevo un libro, di andare a
visitare la regione che vi era descritta, avrei creduto di compiereun passo inestimabile
nella conquista della verit. Giacch, se abbiamo lasensazione dessere sempre
circondati dalla nostra anima, non come sesi trattasse di una prigione immobile;
piuttosto, siamo come trascinati in-s i e m e a l e i i n u n o s l a n c i o p e r p e t u o
t e s o a s u p e r a r l a , a r a g g i u n g e r e lesterno, con una specie di
scoraggiamento nel sentire sempre intorno anoi quella sonorit identica che non
uneco dal di fuori, ma la risonanzadi una vibrazione interna. Cerchiamo di
ritrovare nelle cose, divenuteper questo preziose, il riflesso che la nostra anima ha
proiettato su di es-se; rimaniamo delusi nel constatare che sembrano spoglie, in
natura, delfascino conferito loro, nella nostra mente, dalla vicinanza di certe
idee;talvolta, convertiamo tutte le forze dellanima in abilit, in splendore, peragire
su esseri di cui avvertiamo chiaramente che sono situati fuori di noie che non li
raggiungeremo mai. Cos, se invariabilmente immaginavoattorno alla donna
che amavo i luoghi che allora desideravo di pi, seavrei voluto che fosse lei
a farmeli visitare, lei ad aprirmi le porte di unmondo sconosciuto, non era

per una semplice e casuale associazione di pensieri; no, il fatto che i miei sogni
di viaggio e damore erano soltantodei momenti

che io oggi separo artificialmente, come se praticassi del-l e s e z i o n i a d i v e r s e


a l t e z z e d i u n g e t t o d a c q u a i r i d a t o e i n a p p ar e n z a
78
immobile

di un unico e inarrestabile zampillare di tutte le forze della mia vita.Infine,


continuando a seguire dallinterno allesterno gli stati simulta-n e a m e n t e
giustapposti
della
mia
coscienza,
e
prima
di
g i u n g e r e allorizzonte reale che li avvolgeva, trovavo dei piaceri di un altro genere, quello dessere seduto comodamente, di sentire il
b u o n o d o r e dellaria, di non essere disturbato da una visita; e, quando suonava
loradal campanile di Saint-Hilaire, di veder cadere a pezzo a pezzo quel chedel
pomeriggio era gi consumato, fin quando non udissi lultimo toccoche mi
consentiva di far la somma, e dopo il quale il lungo silenzio
chesopraggiungeva sembrava far cominciare nel cielo azzurro, tutta la parteche mi
era ancora concessa per leggere, fino alla buona cena che prepara-va Franoise e che
mi avrebbe ristorato delle fatiche sostenute durante lalettura del libro, al seguito
del suo eroe. E ad ogni ora, mi sembrava che alcuni istanti soltanto fossero
trascorsi da quando la precedente aveva ri-suonato; la pi recente si veniva a
inscrivere vicinissimo allaltra nel cie-lo, ed io non potevo credere che sessanta
minuti fossero contenuti in quelpiccolo arco azzurro che era compreso fra i loro
due segni dorati. A vol-te, quellora prematura suonava addirittura due colpi pi
dellultima; venera dunque una che non avevo udito, qualcosa che era
avvenuta, none r a a v v e n u t a p er m e ; l i n t er e s s e d e l l a l e t t ur a , m a g i c o
c o m e u n s o n n o profondo, aveva ingannato le mie orecchie allucinate e cancellato
la cam-pana doro sulla superficie azzurrata del silenzio. Bei pomeriggi domeni-cali,
sotto lippocastano del giardino di Combray, da me accuratamente svuotati
degli incidenti mediocri della mia esistenza personale, che ave-vo rimpiazzato con
una vita davventure e daspirazioni strane, nel cuoredi un paese irrorato dacque
sorgive, voi mi evocate ancora quella vita,quando penso a voi e, in effetti, la
contenete, per averla a poco a poco cir-coscritta e racchiusa

mentre io proseguivo nella mia lettura e svanivail calore del giorno

nel cristallo successivo, lentamente cangiante e tra-v e r s a t o d a f o g l i a m e ,


d e l l e v o s t r e o r e s i l e n z i o s e , s o n o r e , o d o r o s e e limpide.Qualche volta
ero strappato alla lettura, nel pieno del pomeriggio, dal-la figlia del giardiniere, che
correva come una pazza, investendo sul suocammino un arancio, tagliandosi un dito,
rompendosi un dente e gridan-do: Eccoli, eccoli!, perch Franoise ed io
accorressimo e non perdessi-mo niente dello spettacolo. Erano i giorni in cui, per

manovre di guarni-gione, i soldati attraversavano Combray, percorrendo


abitualmente larue Sainte-Hildegarde. Mentre i nostri domestici, seduti in
fila, su sediep o s t e f u o r i d e l c a n c e l l o , g u a r d a v a n o i l p a s s a g g i o
domenicale degli
79
abitanti di Combray e si facevano vedere da loro, la figlia del giardiniere,attraverso
uno spiraglio tra due case lontane dellavenue de la Gare, ave-va scorto il luccichio
degli elmi. I domestici avevano rimesso dentro pre-cipitosamente le loro sedie,
perch quando i corazzieri sfilavano lungorue Sainte-Hildegarde, ne
occupavano tutta la larghezza, e i cavalli al ga-loppo rasentavano le case, coprendo i
marciapiedi, sommersi come argi-ni che offrano un letto troppo angusto a un torrente
in piena.Poveri ragazzi, diceva Franoise, appena arrivata al cancello e gi
inlacrime; povera giovent che sar falciata come lerba; solo a pensarci ne
sono scossa, aggiungeva, mettendosi la mano sul cuore, l, dove ave-va sentito
quella scossa. bello, non vero, signora Franoise, vedere dei giovani che non
ten-gono alla vita?, diceva il giardiniere per farla saltar su.Non aveva parlato
invano:Non tenere alla vita? Ma a cosa dunque bisogna tenere, se non alla vi-t a , i l
s o l o r e g a l o c h e i l b u o n D i o n o n f a m a i d u e v o l t e? Ah ! mi o D i o !
pur vero che non ci tengono! Li ho visti nel Settanta; non hanno pi pau-ra della
morte, in quelle sciagurate guerre; sono, n pi n meno, che deipazzi; e poi, non
valgono pi la corda per impiccarli, non sono uomini,sono leoni. (Per
Franoise, il paragone tra un uomo e un leone, che lei pronunciava leone,
non aveva nulla di lusinghiero.)La rue Sainte-Hildegarde disegnava una curva troppo
stretta perch sipotesse vederli venire da lontano, ed era attraverso quello
spiraglio, trale due case dellavenue de la Gare, che si scorgevano sempre nuovi
elmic o r r e r e e b r i l l a r e a l s o l e . I l g i a r d i n i e r e a v r e b b e v o l u t o
s a p e r e s e v e nerano ancora molti da passare, e aveva sete, perch il sole
batteva. Al-lora, dimprovviso, sua figlia, slanciandosi come da una fortezza
assedia-ta, faceva una sortita, raggiungeva langolo della strada e, dopo aver sfi-dato
cento volte la morte, veniva a portarci, con una caraffa di liquirizia elimone, la
notizia che erano almeno un migliaio ad arrivare senza posa, dalla parte di
Thiberzy e di Msglise. Franoise e il giardiniere, riconci-liati, discutevano sulla
condotta da tenere in caso di guerra:Vedete, Franoise, diceva il giardiniere, la
rivoluzione sarebbe me-g l i o , p er c h q u a n d o pr o c l a m a t a c i v a n n o
s o l o q u e l l i c h e c i v o g l i o n o andare.

Ah! s, questo almeno lo capisco, pi onesto.Il giardiniere riteneva che, una


volta dichiarata la guerra, avrebberofermato tutti i treni.Diamine, perch non si
scappi, diceva Franoise.
80
E il giardiniere: Ah! son furbi, perch per lui la guerra non era che una
specie di brutto tiro che lo Stato tentava di giocare al popolo e che, seci fosse stato
il modo di farlo, non ci sarebbe stata una sola persona che non se la sarebbe
squagliata.Ma Franoise si affrettava a raggiungere la zia, io tornavo al mio libro,i

domestici si piazzavano di nuovo davanti alla porta, a guardar ricaderela polvere e


lemozione sollevate dai soldati. Molto tempo dopo che la c a l m a e r a
t o r n a t a , u n i n s o l i t a f i u m a n a d i p a s s a n t i a n n e r i v a a n c o r a l e strade di
Combray. E davanti a ogni casa, anche a quelle dove non cera questa
abitudine, i domestici o anche i padroni, seduti e intenti a guarda-re, ornavano la
soglia di un festone capriccioso e scuro come quello dellealghe e delle conchiglie, di
cui una forte marea lascia sulla riva il crespo eil ricamo, dopo che s
allontanata.S a l v o q u e i g i or n i , d i s o l i t o p o t e v o , i n v e c e , l e g g e r e
t r a n q u i l l o . M a linterruzione e il commento che una volta furono portati,
da una visitadi Swann, alla lettura che stavo facendo del libro di un autore
assoluta-mente nuovo per me, Bergotte
76
, ebbero come conseguenza che, per pa-recchio tempo, non fu pi su un
muro decorato di fiori viola a forma diconocchia, ma su uno sfondo ben diverso,
dinanzi al portale di una catte-d r a l e g o t i c a , c h e s i s t a g l i d a q u e l m o me n t o
l i m m a g i n e d i u n a d e l l e donne da me sognate.Avevo sentito parlare di
Bergotte, per la prima volta, da un mio com-pagno pi grande di me e per il
quale avevo molta ammirazione, Bloch.Questi, sentendomi esprimere la mia
ammirazione per la
Nuit dOctobre
,era scoppiato in una risata fragorosa come uno squillo di tromba e mi aveva
detto: Diffida della tua predilezione, alquanto bassa, per il signo-re di Musset.
un individuo dei pi malefici e un assai sinistro figuro. Devo confessare,
daltronde, che lui, e anche quellaltro di nome Racine,hanno fatto nella loro vita
un verso abbastanza ben ritmato, e che ha diper s, ci che a mio avviso il
merito supremo, di non significare asso-lutamente nulla. Si tratta di La
bianche Oloossone et la bianche Camy-re
77
e di La fille de Minos et de Pasipha
78
. Mi sono stati segnalati, ad i s c a r i c o d i q u e i d u e m a l a n d r i ni , d a u n
a r t i c o l o d e l m i o a ma t i s s i m o maestro, il vecchio Leconte
79
, caro agli di immortali. A proposito, ecco un libro che non ho tempo di leggere
in questo momento, raccomandato,a q u a n t o p a r e , d a q u e l s u b l i me
b r a v u o mo . E g l i , m i s i d i c e , c o n s i d e r a lautore, il signor Bergotte, come un
tipo dei pi sottili; e bench dia pro-va, certe volte, di mansuetudini alquanto
inesplicabili, la sua parola perme oracolo delfico. Leggi dunque queste prose
liriche, e se il gigantescoadunatore di ritmi che ha scritto
Bhagavat
80
e
Le Lvrier de Magnus
81

ha
81
detto il vero, per Apollo, tu gusterai, caro maestro, le dolcissime
gioiedellOlimpo. Era stato in tono sarcastico che mi aveva chiesto di
chia-marlo caro maestro e che a sua volta mi chiamava cos. Ma, in
verit,prendevamo un certo gusto a questo gioco, essendo ancora vicini
alletin cui si convinti di creare ci che si nomina.Disgraziatamente, non potei
placare, discorrendo con Bloch e doman-dandogli spiegazioni, il turbamento in
cui mi aveva gettato dicendomi,che i bei versi (io che non attendevo da essi
niente meno che la rivelazio-ne della verit) erano tanto pi belli quanto pi
erano privi di significa-to
82
. Bloch, infatti, non fu pi invitato a casa nostra. Dapprima vi era sta-to ben accolto.
Il nonno, vero, ogni volta che facevo amicizia con unodei miei compagni,
pi che con gli altri, e lo portavo a casa, sosteneva che si trattasse sempre di un
ebreo
83
, cosa che non gli sarebbe dispiaciutaper principio

anche il suo amico Swann era di origine ebraica

senon avesse trovato che, di solito, non li andavo a scegliere tra i


migliori.Cos, quando portavo un nuovo amico, era molto raro che non si mettes-se
a canticchiare: O Dio dei nostri Padri, da
La Juive
,
84
oppure Israele,spezza la tua catena
85
, limitandosi naturalmente ad accennare laria (tila lam ta lam, talim), ma io
temevo che il mio compagno la conoscesse e ne ricostruisse le parole.Prima di
averli visti, semplicemente sentendo il loro nome che, moltospesso, non
aveva niente di particolarmente israelita, indovinava nonsoltanto lorigine
ebraica dei miei amici, che in effetti erano tali, ma an- che quel che cera di
increscioso, a volte, nella loro famiglia.E come si chiama il tuo amico che viene
stasera?

Dumont, nonno.

Dumont! Oh! non c da fidarsi.E cantava:Archers, faites bonne garde!Veillez sans


trve et sans bruit
86

.E dopo averci posto abilmente qualche domanda pi precisa, esclama-va: In


guardia! In guardia! o, quando il paziente stesso era gi arrivatoed era stato
costretto, a sua insaputa, con un interrogatorio dissimulato, aconfessare le proprie
origini, allora, per mostrarci che non aveva pi al- c u n d u b b i o , s i
a c c o n t e n t a v a
d i
g u a r d a r c i ,
c a n t i c c h i a n d o impercettibilmente:De ce timide Isralite
82
Quoi, vous guidez ici le pas!
87
.oppure:Champs paternels, Hbron, douce valle
88
.o ancora:Oui je suis de la race lue
89
.Q u e s t e p i c c o l e m a n i e d e l n o n n o n o n i mp l i c a v a n o a l c u n
s e n t i m e n t o malevolo nei confronti dei miei compagni. Ma Bloch non era
piaciuto aimiei parenti per altre ragioni. Aveva cominciato con lindisporre mio padre che, vedendolo bagnato, gli aveva domandato con interesse:M a , s i g n o r
B l o c h , c h e t e m p o f a d u n q u e , p i o v u t o? N o n c i c a p i s c o niente, il
barometro segnava ottimo.Ne aveva ottenuto soltanto questa risposta:Signore, non
posso assolutamente dirvi se piovuto. Vivo cos risolu-tamente fuori delle
contingenze fisiche che i miei sensi non si prendono la pena di notificarmele.

Ma, ragazzo mio, il tuo amico un idiota, mi aveva detto mio padrequando Bloch se
ne fu andato. Come! non sa neanche dirmi il tempo chefa! Ma non c niente di pi
interessante! un imbecille.Poi Bloch aveva irritato la nonna perch, dopo
pranzo, siccome lei di-ceva di non sentirsi troppo bene, lui aveva soffocato
un singhiozzo e siera asciugato qualche lacrima.Come vuoi che sia sincero,
mi disse lei, dal momento che non mi co-nosce; in caso contrario, allora,
pazzo.E infine aveva scontentato tutti quanti perch, essendo venuto a pran-zo con
unora e mezzo di ritardo e coperto di fango, invece di scusarsi, aveva
detto:Non mi lascio mai influenzare dalle perturbazioni atmosferiche
ndalle divisioni convenzionali del tempo. Io ripristinerei volentieri
lusodella pipa doppio e del kriss malese, ma ignoro quegli strumenti infinitamente pi dannosi, e daltronde piattamente borghesi, che
s o n o lorologio e lombrello.Nonostante tutto, sarebbe tornato a Combray. Non era
tuttavia lamicoche i miei parenti avrebbero desiderato per me; essi avevano
finito colconvincersi che le lacrime che gli aveva fatto versare lindisposizione della nonna non fossero finte; ma sapevano, per istinto, o per esperienza,
83
che gli slanci della nostra sensibilit hanno scarso potere sul susseguirsi dei
nostri atti e sulla nostra condotta di vita, e che il rispetto degli obbli-ghi morali, la
fedelt agli amici, ladempimento di unopera, losservanzadi una regola hanno un

pi sicuro fondamento nelle cieche abitudini chenon in quei trasporti


momentanei, ardenti e sterili. A Bloch avrebbero preferito, per me, dei
compagni che non mi dessero pi di quanto sia le-cito concedere ai propri amici,
secondo le norme della morale borghese;che non mi mandassero
inopinatamente un cesto di frutta, perch quel giorno avevano pensato a me con
tenerezza, ma che, essendo incapaci difar pendere in mio favore la giusta
bilancia dei doveri e delle esigenzedellamicizia, con un semplice moto
dellimmaginazione e della sensibili-t, non la falsassero nemmeno a mio danno.
Persino i nostri torti difficil-mente distolgono da quel che ci devono queste indoli, di
cui la prozia erail modello, lei che in lite da anni con una nipote alla quale
non parlavamai, non modific per questo il testamento con il quale le lasciava tutto
ilsuo patrimonio, poich era la sua parente pi prossima, e cos si dovevafare.Ma
io volevo bene a Bloch, i miei parenti volevano farmi contento, iproblemi
insolubili che mi ponevo a proposito della bellezza, spoglia di significato,
della figlia di Minosse e di Pasifae mi affaticavano e mi face-vano male pi di
quanto non avrebbero fatto nuove conversazioni conlui, bench mia madre
le giudicasse perniciose. E sarebbe stato ricevutoancora a Combray se,
dopo quella cena, avendomi appena spiegato

notizia che in seguito ebbe una grande influenza sulla mia vita, e la resepi
felice, poi pi sventurata

che tutte le donne pensavano soltantoallamore e che non ce nera nessuna di cui
non si potesse vincere la resi-stenza, non mi avesse assicurato di aver sentito
dire, da fonte sicurissi-ma, che la mia prozia aveva avuto una giovinezza
tempestosa ed era sta-ta pubblicamente mantenuta. Non potei trattenermi dal
riferire questeparole ai miei parenti; quando si ripresent fu messo alla porta, e
quandolo avvicinai, in seguito, per la strada, fu estremamente freddo con me.Ma,
riguardo a Bergotte, aveva detto il vero.I primi giorni, come un motivo musicale
di cui ci si appassioner, mache ancora non si riesce a distinguere, non percepii
ci che tanto dovevoamare nel suo stile. Non potevo lasciare il suo romanzo che
stavo leggen-do, ma credevo che a interessarmi fosse solo il soggetto, come
nei primim o me n t i d e l l a mo r e , q u a n d o s i v a o g n i g i o r n o a c e r c a r e u n a
d o n n a a qualche riunione, a qualche intrattenimento dai cui piaceri ci si crede attratti. Poi notai le espressioni preziose, quasi arcaiche, che amava impie-g a r e i n
certi momenti nei quali un flusso recondito darmonia, un
84
preludio interiore, sollevava il suo stile; ed era proprio in quei momentiche
si metteva a parlare del vano sogno della vita, dellinesauribilefiume
delle belle apparenze, del tormento sterile e delizioso di com-prendere e
di amare, delle commoventi effigi che nobilitano per sem- pre la facciata
venerabile e affascinante delle cattedrali
90

, ed esprimevatutta una filosofia, per me nuova, attraverso immagini


meravigliose, dicui si sarebbe detto che erano state loro a risvegliare quel
canto darpec h e r i s u o n a v a i n q u e l p u n t o e a l c u i a c c o mp a g n a m e n t o
e s s e d a v a n o qualcosa di sublime. Uno di quei passi di Bergotte, il terzo o il quarto
cheavevo isolato dal resto, mi diede una gioia incomparabile rispetto a quel-la che
mi aveva data il primo, una gioia che sentii di provare in una re-gione pi
profonda di me stesso, pi uniforme, pi vasta, dove gli osta- coli e le
separazioni sembravano essere stati aboliti. Avvenne che, ravvi-sando allora quello
stesso gusto per le espressioni preziose, quella stessaeffusione musicale, quella stessa
filosofia idealista che gi altre volte erastata, senza che me ne rendessi conto, la
cagione del mio godimento, nonebbi pi limpressione dessere in presenza di un
brano particolare di undeterminato libro di Bergotte, che sulla superficie del mio
pensiero trac-ciasse una figura puramente lineare, ma del brano ideale di
Bergotte,comune a tutti i suoi libri e al quale tutti i passi analoghi, che venivano
aconfondersi con esso, avrebbero dato una sorta di spessore, di volume, dicui la mia
mente sembrava ingrandita.Non ero, comunque, lunico ammiratore di Bergotte; era
anche lo scrit-tore preferito di unamica di mia madre che era molto colta;
infine, perleggere il suo ultimo libro, appena pubblicato, il dottor du Boulbon faceva attendere i suoi pazienti; e fu dallo studio dove visitava, e da un parcovicino a
Combray, che si involarono alcuni dei primi semi di quella pre-dilezione per
Bergotte, specie cos rara allora, oggi universalmente diffu-sa, e di cui si trova
ovunque in Europa, in America, fin nel pi piccolo villaggio, il fiore ideale e
comune. Quel che lamica di mia madre e, sem- bra, il dottor du Boulbon amavano
soprattutto nei libri di Bergotte, al pa-ri di me, era quel medesimo flusso melodico,
quelle espressioni antiche,quelle altre molto semplici e note, ma per le quali il luogo
dove le mette-va in luce sembrava rivelare, da parte sua, un gusto particolare;
infine,nei passi tristi, una certa rudezza, un accento quasi rauco. E, senza
dub- bio, lui stesso doveva sentire che quelli erano i suoi maggiori
incantesi-m i . I n f a t t i , n e i l i b r i c h e s e g u i r o n o , o g n i v o l t a c h e s i
i m b a t t e v a i n u n a grande verit, o nel nome di una cattedrale famosa, interrompeva
il rac-conto e, in uninvocazione, in unapostrofe, in una lunga preghiera, davalibero
corso a quegli effluvi che, nelle prime opere, restavano interni alla
85
sua prosa, rivelati soltanto, allora, dalle ondulazioni della superficie, an-cora pi
dolci, forse, pi armoniosi, quando erano cos velati e non si sa-rebbe potuto
determinare in modo preciso dove nascesse, dove morisseil loro mormorio.
Quei brani in cui si compiaceva, erano i nostri brani preferiti. Personalmente, li
sapevo a memoria. Mi sentivo deluso quandoriprendeva il filo del racconto.
Ogni volta che parlava di qualcosa la cui bellezza mi era rimasta fino allora
nascosta, delle foreste di pini, dellagrandine, di Notre-Dame di Parigi, di
Athalie
o di
Phdre

91
, quella bellez-za, con unimmagine, la faceva esplodere fino a me. Cos, sentendo
quan-te parti delluniverso sarebbero rimaste ignote alla mia debole percezio-n e s e
l u i n o n m e l e a v e s s e a v v i c i n a t e , a v r e i v ol u t o p o s s e d e r e u n a
s u a opinione, una sua metafora su ogni cosa, soprattutto su quelle che
avreiavuto occasione di vedere io stesso, e tra esse, in particolare, sugli
antichimonumenti francesi e su certi paesaggi marini, poich linsistenza
concui li citava nei suoi libri provava che li riteneva ricchi di significato e
di bellezza. Disgraziatamente, su quasi ogni cosa ignoravo la sua opinione.Ero certo
che fosse interamente diversa dalle mie, giacch scendeva da un mondo
sconosciuto verso il quale cercavo di innalzarmi; convinto chei miei pensieri
sarebbero sembrati pura inezia a quello spirito perfetto, neavevo fatto tabula rasa a
tal punto che quando, per caso, mi capitava di i n c o n t r a r n e , i n q u a l c h e s u o
l i b r o , u n o c h e a v e v o a v u t o a n c h i o , i l m i o cuore si gonfiava come se un
dio, nella sua bont, me lavesse restituito,lavesse dichiarato legittimo e bello.
Accadeva, talvolta, che una sua pa-gina dicesse le medesime cose che
spesso scrivevo di notte alla nonna ealla mamma quando non potevo
dormire, a tal punto che quella paginadi Bergotte pareva una raccolta di
epigrafi da mettere in testa alle mielettere. Anche pi tardi, quando cominciai a
comporre un libro, di alcunefrasi, la cui qualit non fu sufficiente perch mi
decidessi a continuarlo,ritrovai lequivalente in Bergotte. Ma era soltanto allora,
quando le legge-vo nellopera sua, che ne potevo gioire; quando ero io a comporle,
preoc-cupato che riflettessero esattamente ci che scorgevo nel mio pensiero, timoroso di non cogliere la somiglianza, non avevo certo il tempo di do-mandarmi
se quel che scrivevo era piacevole! Ma, in realt, io amavo ve-ramente soltanto quel
genere di frasi, quel genere di idee. I miei sforzi in-quieti e scontenti erano essi stessi
un segno damore, amore senza piace-r e , m a p r o f o n d o . C o s , q u a n d o ,
d i m p r o v v i s o , t r o v a v o f r a s i s i m i l i nellopera di un altro, vale a dire
senza pi avere scrupoli, severit, senzadovermi tormentare, mi lasciavo andare
finalmente, con delizia, al piace-re che provavo per esse, come un cuoco che,
per una volta in cui non hada fare in cucina, trova tempo, finalmente,
dessere goloso. Un giorno,
86
avendo trovato in un libro di Bergotte, a proposito di una vecchia dome-stica, una
battuta che il linguaggio solenne e magnifico dello scrittore rendeva ancora
pi ironica, ma che era la stessa che sovente avevo rivol-to alla nonna parlando di
Franoise, unaltra volta che vidi come giudi-casse non indegna di figurare
in uno di quegli specchi della verit che erano le sue opere, unosservazione
analoga a quella che avevo avuto oc-casione di fare sul nostro amico Legrandin
(osservazioni su Franoise esu Legrandin che erano certo fra quelle che pi
deliberatamente avrei sa-crificato a Bergotte, persuaso che le avrebbe trovate prive
dinteresse), miparve tutta un tratto che la mia umile vita e i reami del vero non
fosserocos separati, come avevo creduto, che coincidessero persino in

alcunipunti, e piansi di fiducia e di gioia sulle pagine dello scrittore, come tra
le braccia di un padre ritrovato.Dai suoi libri, mi figuravo Bergotte come un
vecchio debole e delusoche avesse perduto dei figli e non se ne fosse mai
consolato. Perci legge-v o , c a n t a v o d e n t r o d i m e l a s u a p r o s a , p i
dolce
, pi
lento
92
, f o r s e , d i quanto non fosse stata scritta, e la frase pi semplice giungeva a me
conu n i n t o n a z i o n e c o m mo s s a . P i d i t u t t o a ma v o l a s u a f i l o s o f i a , m i
e r o c o n s a c r a t o a l e i , p e r s e mp r e . E s s a mi r e n d e v a i m p a z i e n t e d i
a r r i v ar e allet in cui sarei entrato al ginnasio, nella classe detta di
Filosofia. Maavrei voluto che non vi si facesse altro che vivere del pensiero di
Bergot-te, e se qualcuno mi avesse detto che i metafisici, ai quali allora mi
sareiappassionato, non avrebbero avuto nulla in comune con lui, avrei prova-to la
disperazione di un innamorato che vuole amare per tutta la vita e alquale si parli delle
altre amanti che avr pi tardi.Una domenica, mentre leggevo in giardino, fui
disturbato da Swannche veniva a trovare i miei parenti. C o s a l e g g e t e , s i p u
g u a r d a r e? Toh , B e rgo t t e ? C h i v i h a i n d i c a t o , dunque, le sue opere? Gli
dissi che era stato Bloch.Ah! s, quel ragazzo che ho visto qui, una volta, che
somiglia tanto alritratto di Maometto II del Bellini
93
. Oh! sorprendente, ha le stesse so- pracciglia circonflesse, lo stesso naso
ricurvo, gli stessi zigomi sporgenti.Quando avr una barbetta, sar la stessa persona.
In ogni caso, ha gusto,perch Bergotte un ingegno affascinante. E vedendo quanto
mostrassidi ammirare Bergotte, Swann, che non parlava mai delle persone che conosceva, fece per bont uneccezione, e mi disse:Io lo conosco bene, se vi
facesse piacere avere una sua dedica sul li- bro, glielo potrei chiedere. Non
osai accettare, ma rivolsi a Swann delledomande su Bergotte. Sapreste dirmi qual
lattore che preferisce?
87
Lattore, non so. Ma so che per lui nessun artista eguaglia la Berma, che
considera al di sopra di tutti. Lavete mai sentita?

No, signore, i miei genitori non mi permettono di andare a teatro.

un peccato. Dovreste chiederglielo. La Berma in


Phdre
, nel
Cid
, solo unattrice, se volete, ma, sapete, io non credo molto alla
"gerarchia

!"delle arti (e notai, poich la cosa mi aveva spesso colpito nelle sue conversazioni con le sorelle della nonna, che quando parlava di cose
serie,quando usava unespressione che pareva implicare unopinione su un argomento
importante,
Swann
aveva
cura
di
isolarla,
con
unintonazionespeciale, meccanica e ironica, come se lavesse messa tra virgolette,
dan-do limpressione di non volerla prendere a suo carico, e di dire: "La
gerar-chia
, sapete, come dice la gente ridicola". Ma allora, se era ridicolo, per-ch
diceva la gerarchia?). Un momento dopo aggiunse: Vi dar una vi-sione
altrettanto nobile quanto un qualsiasi altro capolavoro, che so quanto

e si mise a ridere

le Regine di Chartres
94
!. Fino allora,quellorrore di esprimere chiaramente la propria opinione mi
era parsoqualcosa che doveva essere elegante e parigino e che si opponeva al dogmatismo provinciale della sorella della nonna; e supponevo anche che fosse
unespressione dintelligenza tipica dellambiente in cui Swann vi-veva e dove, per
reazione al lirismo delle generazioni precedenti, eranoriabilitati alleccesso
i piccoli fatti particolari, in altri tempi reputati vol- gari, e venivano proscritte
le frasi. Ma ora trovavo qualcosa di inquie-tante in questo atteggiamento di
Swann dinanzi alle cose. A giudicaredalle apparenze, non osava avere
unopinione, e non si sentiva tranquillose non quando poteva fornire minuziosamente
informazioni precise. Man o n s i r e n d e v a c o n t o , d u n q u e , c h e
q u e s t o s i g n i f i c a v a p r o f e s s a r e lopinione, postulare che lesattezza di
quei dettagli fosse importante? Ri-pensai allora a quella cena in cui ero tanto
triste perch la mamma nonsarebbe salita nella mia camera, e lui aveva
detto che i balli dalla princi-pessa di Lon non avevano alcuna importanza. Ma
pure era a quel gene-re di piaceri che dedicava la sua vita. Tutto questo mi sembrava
contrad-dittorio. Per quale altra vita si riservava di dire finalmente con seriet ciche
pensava delle cose, di formulare dei giudizi da non mettere tra vir-golette,
di non dedicarsi pi con puntigliosa cortesia a occupazioni che,nello stesso
tempo, sosteneva essere ridicole? Notai anche, nel modo in cui Swann mi
parl di Bergotte, qualcosa che, invece, non gli era peculia-re, ma al contrario era
comune in quel tempo a tutti gli ammiratori delloscrittore, allamica di mia madre, al
dottor du Boulbon. Al pari di Swann,essi dicevano di Bergotte: un ingegno
affascinante, cos singolare, haun modo tutto suo di dire le cose, un po
ricercato ma tanto piacevole.
88
Non c bisogno di vedere la firma, si riconosce immediatamente che
opera sua. Ma nessuno sarebbe arrivato a dire: un grande scrittore, ha
un grande talento. Non dicevano neppure che aveva talento. Non lodicevano

perch non lo sapevano. Noi siamo assai lenti a riconoscere, nella fisionomia
particolare di un nuovo scrittore, il modello che, nel no-stro museo delle idee
generali, porta il nome di grande talento. Proprioperch quella fisionomia nuova,
non la troviamo del tutto somigliante aci che chiamiamo talento. Diciamo piuttosto
originalit, fascino, delica-tezza, forza; e poi, un giorno, ci rendiamo conto che
il talento propriotutto questo.C qualche scritto di Bergotte in cui abbia parlato
di Berma? doman-dai a Swann.

In un breve saggio su Racine


95
, credo, ma devessere esaurito. Forsene hanno fatta una ristampa. Mi informer.
Daltronde, posso domanda-re a Bergotte tutto quel che volete, non c
settimana dellanno che nonvenga a cena da me. lamico prediletto di mia
figlia. Vanno insieme avisitare le citt antiche, le cattedrali, i castelli.Poich non
avevo alcuna nozione sulla gerarchia sociale, il fatto che mio padre ritenesse
impossibile, da parte nostra, la frequentazione dellasignora e della signorina
Swann aveva avuto piuttosto come effetto, damolto tempo, di accrescere ai
miei occhi il loro prestigio, portandomi a immaginare grandi distanze fra loro e
noi. Mi rammaricavo che mia ma-dre non si tingesse i capelli e non si mettesse
il rossetto sulle labbra, co-me faceva la signora Swann per piacere, a detta della
nostra vicina signo-ra Sazerat, non a suo marito, ma al signor di Charlus, e
pensavo che do-vessimo essere per lei oggetto di disprezzo, cosa che mi
affliggeva so-prattutto a causa della signorina Swann, della quale mi
avevano dettoche era una cos graziosa ragazzina e di cui fantasticavo spesso,
prestan-dole ogni volta uno stesso viso arbitrario e incantevole. Ma quando
ebbiappreso, quel giorno, che la signorina Swann era un essere di una condi-zione
cos rara, immersa nel mezzo di tanti privilegi, come nel suo ele- mento
naturale, che quando domandava ai propri genitori se cera qual-cuno a cena, le
rispondevano con quelle sillabe colme di luce, con il no-me di quel
convitato doro, che era per lei soltanto un vecchio amico di famiglia:
Bergotte; che, per lei, la conversazione intima a tavola, quel checorrispondeva per me
alle chiacchiere della prozia, era fatta delle paroledi Bergotte su tutti quegli argomenti
che non aveva potuto affrontare neisuoi libri, e sui quali avrei voluto ascoltarlo
proferire i suoi oracoli; e che,infine, quando andava a visitare una citt, lui le
camminava a fianco, sco-n o s c i u t o e g l o r i o s o c o me g l i d i c h e
scendevano in mezzo ai mortali;
89
allora compresi, insieme al valore di un essere come la signorina Swann,quanto le
sarei parso grossolano e ignorante, e provai cos intensamentela dolcezza e
limpossibilit di essere suo amico, che fui a un tempo pie-no di desiderio e di
disperazione. Il pi delle volte, ora, pensando a lei, lavedevo davanti al portico di una
cattedrale, mentre mi spiegava il signi-ficato delle statue e, con un sorriso di
benevolenza nei miei confronti mipresentava come suo amico a Bergotte. E sempre

lincanto di tutte le ideeche le cattedrali facevano nascere in me, lincanto


delle colline dellIle-de-France e delle pianure della Normandia faceva
rifluire i suoi riflessisullimmagine che mi facevo della signorina Swann: voleva
dire, questo,essere pronto ad amarla. Fra tutte le cose che lamore esige per
nascere,quella a cui tiene di pi, e che gli fa trascurare tutto il resto, la
nostrac o n v i n z i o n e c h e u n a p er s o n a p ar t e c i p i a u n a v i t a s c o n o s c i u t a
i n c u i i l suo amore ci far penetrare. Anche le donne che pretendono di giudicareun
uomo soltanto dal suo fisico, vedono in quel fisico lemanazione diuna vita
speciale. per questo che si innamorano dei militari, dei pom-pieri;
luniforme le rende meno difficili quanto al viso; sotto la corazzacredono di
baciare un cuore diverso, avventuroso e dolce; e un giovane sovrano, un
principe ereditario, per fare le pi lusinghiere conquiste, neipaesi stranieri che visita,
non ha bisogno del profilo regolare che sarebbeforse indispensabile a un agente di
cambio.Mentre leggevo in giardino, cosa che la prozia non avrebbe
concepitoche facessi se non di domenica, giorno in cui non era consentito occuparsi di qualcosa di serio e in cui lei non cuciva (in un giorno feriale,
m i avrebbe detto: Come, ti
diverti
ancora a leggere? eppure non domeni-ca, dando alla parola divertimento il
significato di puerilit e di perditadi tempo), la zia Lonie conversava con
Franoise, aspettando lora diEulalie. Le annunciava che aveva appena visto
passare la signora Goupil,senza ombrello, col vestito di seta che si fatta
fare a Chteaudun. Sedeve andar lontano, prima dei vespri, c caso che lo inzuppi
ben bene.Pu darsi, pu darsi (che voleva dire: pu darsi di no), diceva
Fra-noise per non scartare definitivamente la possibilit di
unalternativapi favorevole.Ma guarda, diceva la zia battendosi la fronte,
questo mi fa venire inmente che infine non sono riuscita a sapere se era arrivata in
chiesa dopol E l e v a z i o n e . D o vr r i c o r d a r mi d i d o ma n d a r l o a E u l a l i e
F r a n o i s e , guardate un po quella nuvola nera dietro il campanile e quel brutto
solesulle tegole, di sicuro la giornata non finir senza pioggia. Non
potevacontinuare cos, faceva troppo caldo. E quanto prima arriver, meglio sa-r
p e r c h f i n q u a n d o i l t e mp o r a l e n o n s a r s c o p p i a t o , l a m i a a c q u a d i
90
Vichy non mi andr gi, aggiungeva la zia, nel cui animo il desiderio diaffrettare la
discesa dellacqua di Vichy superava di gran lunga il timoredi vedere la signora
Goupil sciupare il suo vestito.Pu darsi, pu darsi.

E poi, quando piove, sulla piazza, non c modo di trovar riparo.Come, gi


le tre? gridava dun tratto la zia facendosi pallida, ma allora ivespri sono
cominciati, ho dimenticato la mia pepsina! Capisco ora per- ch la mia acqua
di Vichy mi restava sullo stomaco.E precipitandosi su un libro da messa, rilegato in
velluto viola, con fre-gi in oro, e da cui, nella fretta, lasciava sfuggire alcune di quelle
immagi-ni, listate con una striscia di merletto di carta giallognola, che segnano
lepagine delle feste, la zia, inghiottendo le sue gocce, cominciava a leggerealla

svelta i testi sacri, la cui comprensione le era lievemente


interdettadallincertezza di sapere se, presa a cos lunga distanza dallacqua di Vichy, la pepsina sarebbe stata ancora capace di raggiungerla e farla andargi. Le tre,
incredibile come passa il tempo!Un piccolo colpo al vetro, come se qualcosa
lo avesse urtato, seguitoda unampia cascatella leggera, quasi grani di
sabbia lasciati cadere dauna finestra al piano di sopra, poi la caduta si estendeva,
diventava rego-lare, trovava un ritmo, diveniva fluida, sonora, musicale,
innumerevole,universale: era la pioggia.Ecco, Franoise, cosa dicevo? Come vien
gi! Ma mi pare daver sen-tito la campanella della porta del giardino, andate
un po a vedere chipu essere l fuori con un tempo simile.Franoise ritornava:
la signora Amede (mia nonna); ha detto che andava a fare un giro.Eppure piove
forte.

La cosa non mi sorprende affatto, diceva la zia levando gli occhi alcielo.
Lho sempre detto che non ha il cervello fatto come tutti gli altri. Preferisco
che sia lei e non io ad esser fuori in questo momento.

La signora Amede sempre tutto lopposto degli altri, diceva Fra-noise con
dolcezza, riservandosi per quando sarebbe stata sola con gli altri domestici, di
dire che la nonna le pareva un po tocca.Ecco, suonato lAngelus! Eulalie
non verr pi, sospirava la zia; sisar spaventata per il tempo.

Ma non sono le cinque, signora Octave, sono soltanto le quattro e mezzo.

Come, le quattro e mezzo? e ho dovuto sollevar le tendine per avereun pallido


raggio di luce. Alle quattro e mezzo! E mancano ancora otto giorni alle
Rogazioni
96
! Ah! mia povera Franoise, il buon Dio devessere
91
proprio in collera con noi. Eh gi, al giorno doggi, la gente ne
combinatroppe! Come diceva il mio povero Octave, ci si dimenticati del
buonDio, e lui si vendica.Un vivo rossore accendeva le gote della zia: era Eulalie.
Malaugurata-m e n t e , e r a s t a t a a p p e n a i n t r o d o t t a e g i F r a n o i s e
r i e n t r a v a e , c o n u n sorriso grazie al quale intendeva mettersi allunisono
con la gioia che,non dubitava, le sue parole avrebbero dato alla zia, articolando le
sillabeper mostrare che, malgrado luso dello stile indiretto, riportava, da
fedeledomestica, le medesime parole di cui si era degnato servirsi il visitatore:Il
signor curato sarebbe lieto, felice, se la signora Octave non riposas-se e potesse
riceverlo. Il signor curato non vuole disturbare. Il signor cu-rato di sotto, gli ho
detto di accomodarsi in salotto.In realt, le visite del curato non procuravano alla zia
tutto quel piace-re che supponeva Franoise, e laria di giubilo a cui questa credeva di
do-ver atteggiare la faccia ogni volta che le toccava di annunciarlo non ri-

spondeva per intero al sentimento della malata. Il curato (uomo eccellen-te con il
quale mi rammarico di non aver parlato pi a lungo, giacch, senon sapeva niente
darte, conosceva molte etimologie), abituato a dare aivisitatori di riguardo
informazioni sulla chiesa (aveva addirittura inten-zione di scrivere un libro sulla
parrocchia di Combray), lannoiava conspiegazioni infinite e daltronde sempre
uguali. Ma quando capitava co-s, proprio in coincidenza con quella di Eulalie, la sua
visita diveniva perla zia francamente sgradevole. Avrebbe di gran lunga
preferito godersiliberamente Eulalie e non avere tutti in una volta. Ma non osava
rifiutaredi ricevere il curato e si limitava a far segno a Eulalie di non
andarsenecon lui, che lavrebbe trattenuta un po da sola quando quello se ne
fosseandato.Signor curato, cosa mi dicevano, che un pittore ha installato il
caval-l e t t o n e l l a v o s t r a c h i e s a p e r c o p i a r e u n a v e t r a t a? P o s s o d i r e
d e s s e r e giunta alla mia et senza aver sentito mai niente di simile! Cosa mai dunq u e v a c e r c a n d o l a g e n t e a l g i o r n o d o g g i ! E q u e l c h e c d i p i
b r u t t o nella chiesa!

Non mi spingerei fino a dire che sia proprio quel che c di pi brut-to, perch se ci
sono a Saint-Hilaire
97
alcune parti che meritano desserevisitate, ce ne sono altre assai vecchie, nella mia
povera basilica, la sola ditutta la diocesi che non sia stata nemmeno restaurata! Dio
mio, il portico sudicio e vetusto, ma infine ha un carattere di maest; passi
anche pergli arazzi di Ester, per i quali io personalmente non darei due
soldi, mac h e g l i i n t e n d i t o r i m e t t o n o s u b i t o d o p o q u e l l i d i S e n s
98
. Riconosco,d a l t r o n d e , c h e a c c a n t o a c e r t i d e t t a g l i u n
po realistici, essi ne
92
presentano altri che testimoniano di un autentico spirito dosservazione.Ma non mi si
venga a parlare delle vetrate. Che senso ha lasciare delle fi-nestre che non danno
luce e ingannano persino la vista con quei riflessidi un colore che non
saprei definire, in una chiesa dove non ci sono duelastre che siano allo
stesso livello, e che non mi vogliono sostituire, col pretesto che si tratta delle
tombe degli abati di Combray e dei signori diGuermantes, gli antichi conti di
Brabante? Gli antenati diretti dellattualeduca di Guermantes, e anche della
duchessa, visto che una damigella diGuermantes ha sposato suo cugino. (La
nonna, che a forza di disinteres-sarsi della gente finiva per confondere tutti i nomi,
ogni volta che venivapronunciato quello della duchessa di Guermantes sosteneva che
dovesseessere parente della signora di Villeparisis. Tutti scoppiavano a rdere;
leitentava di difendersi adducendo una certa lettera di partecipazione: Misembrava
di ricordare che ci fosse un po di Guermantes l dentro. E, una volta tanto,
io ero con gli altri contro di lei, non potendo ammettereche vi fosse un legame tra la
sua amica di collegio e la discendente di Ge-noveffa di Brabante.) Guardate

Roussainville, oggi non pi che una parrocchia di fittavoli, bench anticamente


questa localit abbia avuto ungrande sviluppo grazie al commercio dei cappelli di
feltro e delle pendo-le. (Sono incerto sulletimologia di Roussainville. Sarei portato a
credereche il nome primitivo fosse Rouville,
Radulfi villa
, come Chteauroux,
Ca-strum Radulfi
, ma di questo vi parler unaltra volta.) Ebbene! la chiesa hadelle vetrate superbe,
quasi tutte moderne, e quellimponente
Entrata diLuigi Filippo a Combray
che starebbe meglio al suo posto, a Combray stes-sa, e che vale, dicono, quanto
la famosa vetrata di Chartres. Proprio ieriparlavo con il fratello del dottor
Percepied, che un intenditore, e la con-sidera unopera tra le pi belle. Ma,
come dicevo a quellartista, che delresto sembra molto compito ed , a
quanto pare, un autentico virtuosodel pennello, che ci trovate dunque di
straordinario in questa vetrata, che ancora un po pi scura delle altre?

Sono sicura che se lo chiedeste a Monsignore, disse mollemente lazia, la quale


cominciava a pensare che si sarebbe sentita stanca. Non vi rifiuterebbe una
vetrata nuova.

Contateci, signora Octave, rispondeva il curato. Ma stato proprioMonsignore a


mettere sulla bocca di tutti questa disgraziata vetrata, di-mostrando che
rappresenta Gilbert le Mauvais, signore di Guermantes,discendente diretto
di Genoveffa di Brabante, che era una damigella di Guermantes, nellatto di
ricevere lassoluzione da SantIlario
99
.

Ma non vedo, poi, dov SantIlario?


93

Ma s, nellangolo della vetrata, non avete mai notato una signora vestita di
giallo? Ebbene! SantIlario che in certe province, sapete, chia-mano anche
SantIlliers, SantHlier, e persino, nel Giura, SantYlie. Que-ste diverse corruzioni di
Sanctus Hilarius
non sono del resto le pi curio-se fra quelle che sono avvenute nei nomi dei beati.
Cos, la vostra patro-na, mia buona Eulalie,
sancta Eulalia
, sapete cos diventata in Borgogna?
Saint-loi
, molto semplicemente: diventata un santo
100

. Vedete, Eulalie,che ne direste, se dopo la vostra morte si facesse di voi un uomo?

Il signor curato ha sempre voglia di scherzare.

Il fratello di Gilbert, Carlo il Balbuziente, principe pio ma che, aven-d o p e r d ut o i n


g i o v a n e e t i l p a dr e , P i p i n o i l F o l l e
101
, m o r t o a c a g i o n e della sua malattia mentale, esercitava il potere supremo con
tutta la pre-sunzione di una giovinezza cui mancata la disciplina, se in una
deter-minata citt non gli andava a genio la faccia di un individuo, vi
facevasterminare fino allultimo abitante. Gilbert, volendo vendicarsi di Carlo,fece
bruciare la chiesa di Combray, la chiesa primitiva, sintende, quella che
Teodoberto
102
, l a s c i a n d o c o n l a s u a c o r t e l a c a s a d i c a mp a g n a c h e aveva qui vicino,
a Thiberzy (
Theodeberciacus
), per andare a combatterec o n t r o i B u r g u n d i , a v e v a p r o m e s s o d i
c o s t r u i r e s o p r a l a t o m b a d i SantIlario, se il Beato gli avesse concesso la
vittoria. Ne resta solo la crip-ta, in cui Thodore vi avr fatto scendere, poich
Gilbert incendi il re-sto. In seguito egli sconfisse lo sventurato Carlo con laiuto
di Guglielmoil Conquistatore (il curato pronunciava Gulielmo), il che spiega
perchtanti inglesi vengano in visita qui. Ma, a quanto pare, non seppe
conci-liarsi la simpatia degli abitanti di Combray, perch questi gli si
gettaronocontro alluscita della messa, e gli tagliarono la testa
103
. Del resto, Tho-dore d in prestito un libretto che spiega tutta la storia.Ma la
cosa incontestabilmente pi straordinaria della nostra chiesa la vista che si gode dal
campanile, ed grandiosa. Certamente, a voi chenon siete troppo robusta, non
consiglierei di salire i nostri novantasettescalini, giusto la met del celebre
duomo di Milano. C di che stancare una persona in buona salute, tanto pi che
si sale piegati in due se non cisi vuol rompere la testa, e i vestiti spazzano tutte le
ragnatele della scala.I n o g n i c a s o , d o v r e s t e c o p r i r v i b e n e ,
s o g g i u n g e v a ( s e n z a a v v e r t i r e lindignazione che causava alla zia lidea che
la si ritenesse capace di sali-re sul campanile) perch tira una di quelle correnti daria,
una volta arri-vati lass! Certuni affermano di avervi sentito il freddo della morte.
Nonimporta, la domenica ci son sempre dei gruppi che vengono anche
damolto lontano per ammirare la bellezza del panorama, e se ne
ripartonoentusiasti. Per esempio, domenica prossima, se il tempo non si guasta, di
94
sicuro ci troverete gente, dato che sono le Rogazioni. Del resto,
bisognaammettere che si gode lass di un colpo docchio fiabesco, con certi scor-ci
sulla pianura che hanno un carattere tutto particolare. Quando il tem-po sereno, si

pu vedere fino a Verneuil. Soprattutto, si abbraccianocon un solo sguardo


cose che di solito si possono vedere solo separata-mente, come il corso
della Vivonne, e i fossati di Saint-Assise-ls- Com- bray, che una cortina di
grandi alberi separa dal fiume o come i vari ca-nali di Jouy-le-Vicomte (
Gaudiacus vice comitis
, come sapete). Ogni voltache sono andato a Jouy-le-Vicomte, ho visto s un
tratto del canale, poiquando avevo svoltato in una strada ne vedevo un
altro, ma allora nonvedevo pi il precedente. Avevo un bel metterli insieme
col pensiero,n o n m i f a c e v a u n g r a n d e e f f e t t o . D a l c a m p a n i l e d i
S a i n t - H i l a i r e unaltra cosa, tutta un intrico in cui la localit presa.
Soltanto, non sidistingue lacqua: si direbbero grandi fessure che dividono
cos bene lacitt, in spicchi, da renderla simile a una torta, le cui fette
stanno ancorainsieme pur essendo gi tagliate. La cosa migliore sarebbe
trovarsi a untempo sul campanile di Saint- Hilaire e a Jouy-le-Vicomte.Il curato
aveva a tal punto affaticato la zia che, non appena se ne fu an-dato, lei fu costretta a
congedare Eulalie.Tenete, mia povera Eulalie, diceva con voce flebile, tirando fuori
unamoneta da un borsellino che aveva a portata di mano, ecco, perch nonmi
dimentichiate nelle vostre preghiere.

Ah! signora Octave, non so se posso, sapete bene che non per que-sto che
vengo!, diceva Eulalie con la stessa esitazione e lo stesso imba-razzo,
ogni volta, come fosse stata la prima, e con una parvenza di ram- marico che
divertiva la zia ma non le dispiaceva, perch se un giorno Eu-lalie, prendendo la
moneta, aveva unaria un po meno contrariata del solito, la zia diceva:Non so
cosa avesse Eulalie; le ho dato il solito, come sempre, ma nonsembrava contenta.

Pure mi sembra che non abbia da lamentarsi, sospirava Franoise,che aveva la


tendenza a considerare denaro spicciolo tutto quello che la zia le regalava, per
lei o per i suoi figli, e tesori follemente sperperati peruningrata le monetine
messe ogni domenica nella mano di Eulalie, ma con tale discrezione che
Franoise non riusciva mai a vederle. Non che ildenaro che la zia dava a Eulalie
Franoise lo avrebbe voluto per s. Lei sirallegrava gi abbastanza di quel che la
zia possedeva, giacch sapevache le ricchezze della padrona innalzano,
nello stesso tempo, e abbelli-scono agli occhi di tutti la sua domestica; e
lei, Franoise, era insigne eglorificata a Combray, a Jouy-le-Vicomte e in
altri luoghi, in forza delle
95
numerose tenute della zia, delle visite frequenti e prolungate del curato,d e l n u m e r o
s i n g o l a r e d e l l e b o t t i g l i e d a c q u a di Vic hy c o n s u ma t e . E r a avara
soltanto per la zia; se avesse amministrato lei quel patrimonio, co-sa che sarebbe
stata il suo sogno, lo avrebbe preservato dalle iniziativealtrui con ferocia
materna. Non le sarebbe parso tuttavia un gran maleche la zia, di cui
conosceva linguaribile generosit, si abbandonasse a dare, se almeno a
beneficiarne fossero stati dei ricchi. Forse pensava checostoro, non avendo bisogno

dei regali della zia, non potevano essere so-spettati di volerle bene per questo. Daltra
parte, offerti a persone moltoricche, alla signora Sazerat, al signor Swann, al signor
Legrandin, alla si-gnora Goupil, a persone dello stesso rango della zia e che
stavano be-ne insieme, i regali le sembravano far parte degli usi di quella vita stran a e br i l l a n t e d e i r i c c h i , c h e v a n n o a c a c c i a , d a n n o a t u r n o d e i
b a l l i , s i scambiano visite, e che lei ammirava sorridendo. Ma le cose
andavanodiversamente se a beneficiare della generosit della zia erano coloro
cheFranoise chiamava gente come me, gente che non sono niente pi
dim e e c h e l e i d i s p r e z z a v a d i p i , a m e n o c h e n o n l a
c h i a m a s s e r o signora Franoise e non si considerassero meno di lei. E
quando videche, malgrado i suoi consigli, la zia faceva comunque di testa
propria e buttava via il denaro

Franoise almeno lo credeva

per delle personeindegne, cominci a trovare molto modesti i regali che le


faceva la zia, aparagone delle somme immaginarie prodigate a Eulalie. Non
cera, neidintorni di Combray, una tenuta abbastanza grande perch
Franoisenon supponesse che Eulalie avrebbe potuto facilmente
comperarla, contutto quello che le rendevano le sue visite. vero che
unanaloga stimafaceva Eulalie delle ricchezze immense e occulte di
Franoise. Di solito,quando Eulalie se nera andata, Franoise profetizzava
senza alcuna be-nevolenza sul suo conto. La odiava, ma la temeva, e si credeva
obbligata,quando era presente, a farle buon viso. Si rifaceva dopo la sua
uscita,senza mai nominarla per la verit, ma emettendo oracoli sibillini o
sen-tenze di carattere generale come quelle dellEcclesiaste, ma la cui
desti-nazione non poteva sfuggire alla zia. Dopo aver guardato da un
angolodella tenda se Eulalie avesse richiuso la porta: Gli adulatori sanno
farsiaccogliere bene e arraffano denari; ma pazienza, un bel giorno il
buonDio li punisce tutti, diceva con lo sguardo obliquo e il tono
insinuantedi Joas il cui pensiero si rivolge soltanto ad Athalie quando dice:Le
bonheur des mchants comme un torrent scoulem
104
.
96
Ma quando era venuto anche il curato e la sua visita interminabile ave-va esaurito le
forze della zia, Franoise usciva dalla stanza dietro ad Eu-l a l i e e d i c e v a :
S i g n o r a O c t a v e , v i l a s c i o r i p o s a r e , a v e t e l a r i a c o s stanca.E
la zia non rispondeva nemmeno, esalando un sospiro che sembravadover
essere lultimo, con gli occhi chiusi, come morta. Ma non appenaFranoise
era scesa, quattro scampanellate violentissime risuonavano nella casa e la zia,
ritta sul letto, gridava:Eulalie gi andata via? Lo credereste che mi sono
dimenticata di do-m a n d a r l e s e l a s i g n o r a G o u p i l e r a

a r r i v a t a a l l a m e s s a p r i m a dellElevazione? Presto, corretele


dietro!.Ma Franoise tornava senza essere riuscita a raggiungere Eulalie.
s e c c a n t e , di c e v a l a z i a s c u o t e n d o l a t e s t a . L a s o l a c o s a
i m p o r t a n t e c h e avessi da domandarle!Cos trascorreva la vita per la zia
Lonie, sempre uguale, nella dolce uniformit di quello che lei chiamava, con
simulato disdegno e tenerezzaprofonda, il suo piccolo tran tran. Salvaguardato da
tutti, non soltantoin casa, dove ciascuno, sperimentata linutilit di consigliarle una
miglio-re igiene, si era a poco a poco rassegnato a rispettarlo, ma anche in
paesedove, a tre isolati di distanza, limballatore, prima di inchiodare le
suecasse, faceva domandare a Franoise se la zia non stesse riposando

questo tran tran, tuttavia, fu disturbato una volta, quellanno. Come


unfrutto nascosto, giunto a maturazione senza che nessuno se ne fosse accorto e caduto dal ramo spontaneamente, sopravvenne una notte il partodella
sguattera. Ma i suoi dolori erano insopportabili, e dato che a Com- bray non cerano
levatrici, Franoise dovette uscire prima di giorno a cer-carne una a Thiberzy. La zia,
a causa delle urla della sguattera, non potriposare, e Franoise, essendo tornata
molto tardi bench la distanza fos-se breve, le manc assai. Cos al mattino, la
mamma mi disse: Sali a ve-dere se la zia ha bisogno di qualcosa. Entrai
nella prima stanza e, dallaporta aperta, vidi la zia che, coricata su un fianco,
dormiva; la sentii rus-sare leggermente. Stavo per andarmene piano piano ma,
evidentemente,i l r u m o r e c h e a v e v o f a t t o s i e r a i n s i n u a t o n e l s u o
s o n n o e n e a v e v a cambiato la marcia, come si dice per le automobili,
perch la musicadel suo russare sinterruppe un secondo e riprese su un
tono pi basso,poi lei si svegli e volse per met la faccia che in quel momento
potei ve-dere: esprimeva una sorta di terrore; evidentemente aveva appena
fattoun sogno spaventoso; nella posizione in cui si trovava non mi poteva ve-dere e
io me ne restavo l, incerto se dovessi entrare o ritirarmi; ma gi s e m b r a v a
aver recuperato il senso della realt e aveva riconosciuto la
97
falsit delle visioni che lavevano atterrita; un sorriso di gioia, di pia rico-noscenza
verso Dio, il quale concede che la vita sia meno crudele dei so-g n i , r i s c h i a r
d e b o l m e n t e i l s u o v i s o , e c o n q u e l l a b i t u d i n e c h e a v e v a preso, quando
si credeva sola, di parlare a se stessa, mormor sottovoce:Dio sia lodato! lunica
noia che abbiamo la sguattera che partorisce. Epensare che io sognavo il mio
povero Octave che era risuscitato e volevafarmi fare una passeggiata ogni giorno!.
La sua mano si tese verso il ro-sario che era sul tavolino, ma il sonno che stava
tornando non le lasci laforza di raggiungerlo: si riaddorment, tranquillizzata, e io
uscii dalla ca-mera in punta di piedi senza che lei n altri abbiano mai saputo quel
cheavevo udito.Q u a n d o d i c o c h e , a l d i f u o r i d i a v v e n i me n t i
e c c e z i o n a l i , c o me q u e l parto, il tran tran della zia non subiva mai alcuna
variazione, non parlodi quelli che, ripetendosi sempre identici a intervalli
regolari introduce-vano in seno alluniformit solo una sorta di uniformit
secondaria. Cos,o g n i s a b a t o , s i c c o m e n e l p o me r i g g i o Fr a n o i s e a n d a v a

a l m e r c a t o d i Roussainville-le-Pin, il pranzo era per tutti unora prima. E


la zia avevapreso cos bene labitudine di questa deroga settimanale alle sue consuetudini, che teneva ad essa esattamente come alle altre. Vi aveva fatto cos bene la
mano, come diceva Franoise, che se le fosse capitato, un saba-t o , d i a s p e t t a r e
l or a n or m a l e d e l p r a n z o , l a c o s a l a vr e b b e a l t r e t t a n t o disturbata che
se avesse dovuto, un qualsiasi altro giorno, anticipare ilpranzo allora del sabato.
Questo anticipo del pranzo, del resto, conferivaal sabato, per tutti noi, una fisionomia
particolare, indulgente e piuttostosimpatica. Nel momento in cui, di solito, si ha
ancora unora da viverepr i m a d e l l a p a u s a d e l p a s t o , s i s a p e v a c h e , n e l
g i r o d i p o c h i s e c o n d i , avremmo visto arrivare dellindivia precoce,
unomelette speciale, una bistecca immeritata. Il ritorno di quel sabato
asimmetrico era uno di queipiccoli avvenimenti interni, locali, quasi civici che, nelle
vite tranquille enelle societ chiuse, creano una sorta di legame nazionale e
diventano iltema preferito delle conversazioni, delle battute, dei racconti esagerati
apiacere; sarebbe stato il nucleo belie pronto per un ciclo di leggende,
seuno di noi avesse avuto la vocazione epica
105
. Fin dal mattino, prima divestirci, senza ragione, per il piacere di sentire la
forza della solidariet,ci si diceva lun laltro con allegria, con cordialit, con
patriottismo: Nonc tempo da perdere, ricordiamoci che sabato!, mentre la zia,
parlan-do con Franoise e pensando che la giornata sarebbe stata pi lunga
delsolito, diceva: Se faceste loro un bel pezzo di vitello, visto che sabato.Se alle
dieci e mezzo qualcuno distratto tirava fuori lorologio dicendo: S u ,
a n c o r a u n o r a e m e z z o p r i ma d e l p r a n z o , o g n u n o e r a f e l i c e d i
98
potergli rispondere: Ma via, dove avete la testa, dimenticate che saba-to!; se ne
rideva ancora un quarto dora dopo e ci si riprometteva di sali-re a raccontare quella
dimenticanza alla zia, per divertirla. Il volto stessodel cielo sembrava mutato.
Dopo pranzo, il sole, consapevole del fattoche era sabato, si gingillava unora di
pi nellalto del cielo, e se qualcu-no, pensando che si fosse in ritardo per la
passeggiata, diceva: Come,solo le due? nel sentir passare i due rintocchi del
campanile di Saint-Hi-laire (che normalmente non incontrano nessuno per le strade
ancora de-serte a causa del pasto del mezzogiorno o della siesta, lungo il fiume vi-vo
e bianco che persino il pescatore ha abbandonato, e trascorrono solita-ri nel cielo
vuoto dove non resta che qualche nuvola pigra), tutti gli ri-spondevano in
coro: Ma quel che vinganna, che abbiamo pranzato u n o r a pr i m a ,
s a p e t e b e n e c h e s a b a t o ! . L a s o r p r e s a di u n b a r b a r o (chiamavamo
cos tutti quelli che ignoravano ci che il sabato aveva di particolare) il quale,
venuto alle undici per parlare con mio padre, ci ave-va trovati a tavola, era una delle
cose che pi avevano rallegrato Franoi-se in tutta la sua vita. Ma se trovava
divertente che il visitatore sconcerta-to non sapesse che il sabato si mangiava prima,
trovava pi comico anco-ra (pur simpatizzando in fondo al cuore con quel rigido
sciovinismo) chemio padre, lui, non avesse avuto lidea che quel barbaro potesse

ignorar-lo, e avesse risposto senzaltra spiegazione al suo stupore di vederci


giin sala da pranzo: Ma via, sabato!. Arrivata a questo punto del racconto, Franoise si asciugava lacrime dilarit e, per accrescere il piacereche provava,
dava un seguito al dialogo, inventava la risposta del visita-tore al quale quel
sabato non spiegava nulla. E noi, ben lungi dal la-gnarci delle sue
aggiunte, non ne avevamo ancora abbastanza e diceva- mo: Ma mi sembrava
che avesse detto anche qualcosaltro. Era pi lun-go la prima volta che lavete
raccontato. Persino la prozia lasciava il suolavoro, alzava la testa e guardava da
sopra locchialino.Il sabato aveva ancora questo di particolare, che quel giorno,
durante ilmese di maggio, uscivamo dopo pranzo per andare al mese
mariano.Siccome vincontravamo a volte il signor Vinteuil
106
, molto severo neiconfronti della deplorevole razza dei giovani trasandati,
secondo le ideedel nostro tempo, la mamma si accertava che niente fosse
fuori postonel mio abbigliamento, poi ci si avviava verso la chiesa. nel
mese ma-riano che ricordo di aver cominciato ad amare i biancospini. Presenti
nonsoltanto nella chiesa, cos santa, ma dove pure avevamo il diritto di entrare, posati persino sullaltare, inseparabili dai misteri alla cui celebrazione prendevano parte, essi insinuavano in mezzo ai ceri e ai vasi sacri il or o
t r a l c i , a v v i n t i or i z z o n t a l m e n t e g l i u n i a g l i a l t r i i n u n a p p a r a t o d i
99
festa, ed erano impreziositi ancor pi dai festoni del loro fogliame, su cuierano
disseminati a profusione, come su uno strascico di sposa, mazzoli-ni di bottoni di un
candore abbagliante. Ma, senza osare guardarli se nonfurtivamente, sentivo che
quegli arredi sfarzosi erano vivi e che la naturastessa, frastagliando in quel modo
le foglie, aggiungendo lornamentos u p r e mo d i q u e i b o t t o n i b i a n c h i ,
a v e v a r e s o l a d e c o r a z i o n e d e g n a d i quello che era a un tempo un
tripudio popolare e una solennit mistica. P i i n a l t o , q u a e l ,
s a p r i v a n o l e l o r o c o r o l l e , c o n g r a z i a n o n c ur a n t e , trattenendo cos
distrattamente, come un ultimo e vaporoso paramento,il fascio degli stami, tenui
come fili della Vergine, da cui erano avvoltecompletamente come in una
nebbia, tanto che io, nel seguire, nel cercardi mimare dentro di me il gesto
della loro fioritura, limmaginavo comeil movimento del capo, rapido e
sventato, con lo sguardo civettuolo, lepupille strette, di una bianca
fanciulla, distratta e vivace. Il signor Vin-teuil era venuto con sua figlia a
prendere posto accanto a noi. Di buonaf a mi g l i a , e r a s t a t o i l m a e s t r o d i
p i a n o d e l l e s o r e l l e d e l l a n o n n a e , d a quando, in seguito alla morte della
moglie e a uneredit ricevuta, seraritirato nei pressi di Combray, lo
accoglievamo spesso in casa. Ma, ecces-s i v a m e n t e p u d i b o n d o , a v e v a
s m e s s o d i v e n i r c i , p e r n o n i n c o n t r a r e Swann, colpevole di aver fatto
quel che chiamava un matrimonio inop-p o r t u n o , s e c o n d o l a m o d a
c o r r e n t e . M i a m a d r e , v e n u t a a s a p e r e c h e componeva musica, gli aveva
detto, per cortesia che, quando fosse anda-ta a trovarlo, le sarebbe piaciuto ascoltare

qualcosa di suo. Il signor Vin-teuil ne avrebbe avuto gran gioia, ma spingeva


leducazione e la bont atali scrupoli che, mettendosi sempre nei panni degli
altri, temeva di an-noiarli e di sembrar loro egoista, seguendo o
semplicemente lasciandoindovinare il suo desiderio. Il giorno in cui i miei genitori
erano andati afargli visita, io li avevo accompagnati, ma loro mi avevano
permesso direstare fuori, e poich la casa del signor Vinteuil, a
Montjouvain, era so-vrastata da un monticello cespuglioso, in cui mi ero nascosto,
ero venutoa trovarmi allo stesso livello del secondo piano, a cinquanta
centimetridalla finestra del salotto. Quando erano venuti ad annunciargli i miei genitori, avevo visto il signor Vinteuil affrettarsi a mettere in evidenza
sulp i a n o f o r t e u n o s p a r t i t o . M a , q u a n d o i m i e i g e n i t o r i f u r o n o
e n t r a t i , laveva tolto e.messo in un angolo. Senza dubbio, non voleva dar
lorolimpressione che fosse lieto di vederli soltanto per eseguire le sue
com-posizioni. E ogni volta che, nel corso della visita, la mamma era
tornataalla carica, lui aveva ripetuto: Ma non so davvero chi abbia messo quel-l a
r o b a s u l p i a n o f o r t e , n o n q u e l l o i l s u o p o s t o , e a v e v a d i r o t t a t o
l a c o n v e r s a z i o n e s u a l t r i a rgo m e n t i , p r o p r i o p e r c h l o i n t e r e s s a v a n o
di
100
meno. La sua unica passione era per la figlia, che aveva laspetto di
unragazzo e sembrava tanto robusta che non si poteva trattenere un sorrisonel
vedere le precauzioni che il padre prendeva per lei, avendo semprequalche
scialle supplementare da metterle sulle spalle. La nonna faceva notare
lespressione dolce, delicata, quasi timida che passava negli occhidi quella
ragazzina cos rude, il cui volto era cosparso di efelidi. Dopo aver
pronunciato una parola, lei lintendeva secondo lo spirito di quelli acui laveva detta,
si preoccupava dei possibili malintesi e, dietro la facciamaschia del buon diavolo,
si vedevano balenare, stagliarsi come in tra-sparenza, i tratti pi fini di una fanciulla
in pena.Q u a n d o , a l m o m e n t o d i l a s c i a r e l a c h i e s a , mi i n g i n o c c h i a i
d a v a n t i a l l a l t a r e , s e n t i i a l l i mp r o v v i s o , r i a l z a n d o mi , u n o d o r e
d o l c e a m a r o d i mandorle che si sprigionava dai biancospini e notai allora
sui fiori dellepiccole zone pi bionde, sotto le quali mi figurai dovesse
essere celatoquellodore come sotto le parti croccanti il sapore di una
frangipane
107
osotto le efelidi quello delle gote della signorina Vinteuil. Nonostante
lasilenziosa immobilit dei biancospini, quellodore intermittente era comeil
mormorio della loro intensa esistenza, di cui laltare vibrava come unasiepe
campestre visitata da antenne viventi, alle quali si pensava veden-do certi stami
quasi rossi che sembravano aver serbato la virulenza pri- maverile, il potere
irritante di insetti ora mutati in fiori.Uscendo dalla chiesa, parlavamo un poco
con il signor Vinteuil, da-vanti al portico. Lui sintrometteva tra i ragazzini
che litigavano sullapiazza, prendeva le difese dei piccoli, faceva delle prediche ai
grandi. Sela figlia, con la sua grossa voce, ci diceva quanto fosse contenta di veder-

ci, subito sembrava che dentro di lei una sorella pi sensibile arrossisseper
quella frase da bravo ragazzo sventato la quale avrebbe potuto farcipensare
che volesse sollecitare un nostro invito. Il padre le poneva uncappotto sulle
spalle, salivano su un piccolo calessino che lei stessa con- duceva, e insieme
se ne tornavano a Montjouvain. Quanto a noi, siccomelindomani era domenica e
ci saremmo alzati solo per la messa solenne,se cera il chiaro di luna e
laria era tiepida, mio padre, per amor di glo-ria, invece di farci rincasare
direttamente, ci faceva fare, passando per il Calvario
108
, una lunga passeggiata che mia madre, data la sua scarsa at- titudine ad
orientarsi e a raccapezzarsi nelle strade, considerava come laprodezza di un genio
strategico. Talvolta andavamo fino al viadotto, lecui falcate di pietra
cominciavano dalla stazione e rappresentavano aimiei occhi lesilio e
labbandono fuori del mondo civile, perch ogni an- n o , v e n e n d o d a
P a r i g i , c i r a c c o ma n d a v a n o . d i f a r e m o l t a a t t e n z i o n e , quando si sarebbe
arrivati a Combray, a non lasciar passare la stazione,
101
ad esser pronti in tempo, visto che il treno ripartiva due minuti dopo perinoltrarsi
nel viadotto, al di l dei paesi cristiani dei quali Combray se- gnava per me il
limite estremo. Tornavamo per il viale della stazione, do-ve sorgevano le ville pi
eleganti del paese. In ogni giardino, il chiaro diluna disseminava, come Hubert
Robert
109
, i s u o i gr a d i n i s c h e g g i a t i d i marmo bianco, i suoi getti dacqua, i suoi
cancelli socchiusi. La sua luceaveva distrutto lufficio del telegrafo. Non ne
restava pi che una colon-na spezzata a met, ma che conservava la bellezza di una
rovina immor-tale. Io trascinavo le gambe, cascavo dal sonno, il profumo dei
tigli mip a r e v a c o me u n a r i c o mp e n s a c h e s i p o t e v a o t t e n er e s o l o a
p r e z z o d i grandi fatiche e di cui non valeva la pena. Da cancelli lontanissimi gli
unidagli altri, i cani risvegliati dai nostri passi solitari alternavano i loro latrati, come mi accade ancora a volte di udirne a sera, e tra i latrati dovettevenire a
rifugiarsi (quando al suo posto fu creato il giardino pubblico diCombray) il
viale della stazione, perch, dovunque io mi trovi, quando quelli cominciano a
risuonare e a rispondersi, lo rivedo, con i suoi tigli eil suo marciapiede rischiarato
dalla luna.Allimprovviso, mio padre ci imponeva una sosta e domandava
allamamma: Dove siamo?. Sfinita dalla marcia, ma fiera di lui, gli
confes-sava teneramente di non averne la minima idea. Lui alzava le spalle e ri-deva.
Allora, come se lavesse tirata fuori dalla tasca della giacca, insiemecon la chiave, ci
mostrava, dritto davanti a noi, la porticina posteriore delnostro giardino, che era
venuta ad aspettarci con langolo della rue du Saint-Esprit, al termine di quei
sentieri sconosciuti. Mia madre gli dicevacon ammirazione: Sei straordinario!. E, a
partire da quel momento, nona v e v o p i u n s o l o p a s s o d a f a r e , i l t er r e n o
c a m mi n a v a p e r m e i n q u e l g i a r d i n o
d o v e
d a
t a n t o

t e m p o
i
m i e i
a t t i
a v e v a n o
s m e s s o daccompagnarsi a unattenzione volontaria: lAbitudine mi aveva
presotra le sue braccia e mi accompagnava fino al mio letto come un
bambinopiccolo.Se la giornata del sabato, che cominciava unora prima, e
durante laquale rimaneva priva di Franoise, trascorreva per la zia pi
lentamentedelle altre, pure, lei ne attendeva il ritorno con impazienza, sin
dalliniziodella settimana, come quella che conteneva tutta la novit e la distrazio-ne
che il suo corpo indebolito e maniaca fosse ancora capace di sopporta-re. Eppure,
non che non desiderasse anche lei a volte, qualche muta-mento pi
grande, che non conoscesse quelle ore eccezionali in cui si ha sete di qualcosa
di diverso da ci che accade abitualmente, e in cui coloro
102
ai quali la mancanza di energia o di immaginazione impedisce di trarre da se
stessi un principio di rinnovamento, chiedono al minuto che viene,al postino che
suona, di portar loro qualcosa di nuovo, fossanche delle peggiori,
unemozione, un dolore; in cui la sensibilit, che il benessere hafatto tacere come
unarpa indolente, vuol risuonare sotto una mano, an- che brutale, e a rischio
desserne infranta; in cui la volont, che con tantafatica si conquistata il diritto
di potersi abbandonare senza ostacoli ai suoi desideri, alle sue pene, vorrebbe
gettar le redini nelle mani di eventiimperiosi, anche se crudeli. Senza dubbio, poich
le forze della zia, esau-rite alla minima fatica, le tornavano solo goccia a goccia nel
corso del suoriposo, il serbatoio era molto lento a riempirsi, e passavano
mesi primache lei avvertisse quel lieve sovrappi che ad altri viene dallattivit e
dicui lei era incapace di sapere e di decidere luso. Sono sicuro che allora

come, dopo un certo tempo, proprio dal piacere che le procurava il ritor-no
quotidiano del pur, di cui non si stancava mai, finiva col nascere ild e s i d e r i o
di sostituirlo con patate alla bchamel

l e i t r a e v a d a l l a c c u m u l a r s i d i q u e i g i o r n i m o n o t o n i , a i q u a l i er a
t a n t o a t t a c c a t a , lattesa di un cataclisma domestico, limitato alla durata di
un momento,ma tale da forzarla a compiere una volta per tutte uno di quei
cambia-menti che, lo ammetteva, le sarebbero stati salutari e ai quali da sola
nonr i u s c i v a a r i s o l v e r s i . Vol e n d o c i b e n e s i n c e r a me n t e , m o l t o
v o l e n t i e r i avrebbe pianto per noi; giungendo in un momento in cui stava in
buonasalute, e non aveva i sudori, la notizia che la casa era in preda alle
fiam-me, tra le quali tutti noi fossimo gi periti e che ben presto non
avrebberolasciato sussistere una sola pietra dei muri, ma a cui lei avrebbe
avutotutto il tempo di scampare senza affanno, a condizione di alzarsi subito,dovette
spesso popolare le sue speranze, poich univa ai vantaggi secon-dari di farle
assaporare in un lungo rimpianto tutta la tenerezza che ave-va per noi, e di essere la
meraviglia del paese portando il nostro lutto, co-raggiosa e prostrata, moribonda
in piedi, quello ben pi prezioso di ob- b l i g ar l a a l mo m e n t o b u o n o ,

s e n z a p e r d er e t e mp o , s e n z a p o s s i b i l i t desitazione snervante, ad andare a


trascorrere lestate nella sua bella fat-toria di Mirougrain, dove cera una cascata.
Siccome non era mai accadu-to alcun evento del genere, di cui lei certamente
meditava lesito quandoe r a s o l a , a s s o r t a n e i s u o i i n n u m e r e v o l i
g i o c h i d i p a z i e n z a ( e c h e lavrebbe gettata nella disperazione al primo
accenno di realizzazione, alprimo di quei piccoli fatti imprevisti, di quella
parola che annuncia unacattiva notizia e di cui non si pu pi dimenticare
laccento, di tutto ciche reca limpronta della morte reale, cos diversa dalla sua
possibilit lo-gica e astratta), si accontentava, per rendere di tanto in tanto la
sua vita
103
pi interessante, di introdurvi delle peripezie immaginarie che seguivacon
passione. Si divertiva a supporre, tutta un tratto, che Franoise laderubasse
e che lei, ricorrendo allastuzia per accertarsene, la cogliesse sul fatto;
abituata, quando giocava da sola delle partite a carte, a fare in-sieme il suo gioco e
quello dellavversario, rivolgeva a se stessa le scuse imbarazzate di Franoise,
e vi rispondeva con tanto fuoco e indignazioneche uno di noi, entrando in quei
momenti, la trovava sudata, con gli oc-chi sfavillanti, i capelli finti scomposti
che lasciavano vedere la sua frontecalva. Franoise ud forse, qualche volta,
dalla stanza vicina, i mordacisarcasmi che le erano indirizzati, e la cui
invenzionenon avrebbe datosufficiente sollievo alla zia se fossero rimasti allo
stato puramente imma-teriale, e se, mormorandoli a mezza voce, non avesse prestato
loro mag-giore realt. Talvolta, quello spettacolo in un letto non bastava pi
allazia: voleva far recitare i suoi drammi. Cos, una domenica, con tutte
leporte misteriosamente chiuse, confidava a Eulalie i suoi dubbi sulla pro- bit di
Franoise, la sua intenzione di disfarsi di lei; e unaltra volta a Fra-noise, i suoi
sospetti sullinfedelt di Eulalie, che ben presto sarebbe sta-ta messa alla porta;
qualche giorno dopo era disgustata dalla confidented i i e r i e r i c o n c i l i a t a c o n l a
t r a d i t r i c e , l e q u a l i d e l r e s t o , a l l a s u c c e s s i v a rappresentazione, si sarebbero
scambiate le parti. Ma i sospetti che pote-va talvolta ispirarle Eulalie non erano che
un fuoco di paglia e svanivanopr e s t o , p e r m a n c a n z a d i a l i m e n t o , p o i c h
E u l a l i e n o n a b i t a v a i n c a s a . Non era cos per quelli che riguardavano
Franoise, di cui la zia perpe-tuamente avvertiva la presenza sotto lo stesso
tetto, senza osare, per ti-more di prender freddo alzandosi dal letto,
scendere in cucina per ren-dersi conto della loro fondatezza. A poco a poco
la sua mente non ebbepi altra occupazione se non cercare di indovinare ci
che in ogni mo-mento Franoise potesse fare e tentare di nasconderle. Coglieva i
pi fur-tivi movimenti della sua fisionomia, una contraddizione nelle sue parole,un
desiderio che pareva dissimulare. E le mostrava di averla smaschera-ta, con una sola
parola che faceva impallidire Franoise, e che la zia sem- brava trovare crudelmente
divertente da infliggere nel cuore della pove-retta. E la domenica successiva, una
rivelazione di Eulalie

come quellescoperte che dun tratto schiudono un orizzonte inaspettato a una scienz a n a s c e n t e c h e s i t r a s c i n a s u v i e g i p er c o r s e

provava alla zia che,nelle sue supposizioni, era ben al di sotto della verit. Ma
Franoise do-vrebbe saperlo, adesso, che le avete regalato una carrozza.

Che le horegalato una carrozza? gridava la zia.

Ah! ma io non so, io, credevo,lavevo vista passare, ora, in calesse, fiera come
Artabano
110
che andavaal mercato di Roussainville. Avevo pensato che glielo avesse
regalato la
104
signora Octave. Poco a poco Franoise e la zia, come la bestia e il caccia-tore, non
smettevano pi di cercar di prevenire luna le astuzie dellaltra.Mia madre temeva che
in Franoise si sarebbe sviluppato un vero e pro-prio odio per la zia, che loffendeva
con tanta durezza. In ogni caso, sem-pre pi Franoise prestava unattenzione
straordinaria alle minime paro-le, ai minimi gesti della zia. Quando aveva qualcosa
da chiederle, esitavaa lungo sul modo da tenere. E una volta avanzata la sua
richiesta, osser-vava la zia furtivamente, cercando di indovinare dallespressione
del suovolto quel che aveva pensato e cosa avrebbe deciso. E cos

mentre cqualche artista che, leggendo i memorialisti del secolo XVII e


volendosiaccostare al gran Re, crede di procedere sulla giusta via costruendosi
unagenealogia che lo fa discendere da una famiglia storica o
intrattenendouna corrispondenza con uno degli attuali sovrani europei, e in
tal modovolge appunto le spalle a ci che ha il torto di cercare sotto forme identi-che
e per conseguenza morte

una vecchia signora di provincia, la qua-le non faceva che obbedire sinceramente a
irresistibili manie e a una cat-tiveria nata dallozio, vedeva, senza aver mai pensato a
Luigi XIV, le oc-cupazioni pi insignificanti della sua giornata, concernenti il
risveglio, ilpr a n z o , i l r i p o s o , a c q u i s t a r e p e r l a l or o s i n g o l a r i t
d i s p o t i c a u n p o c o dellinteresse di quella che Saint-Simon chiamava la
meccanica dellavita a Versailles; e poteva credere persino che i suoi silenzi, una
sfumatu-ra dallegrezza o di alterigia nella sua fisionomia, fossero oggetto da par-te
di Franoise di un commento altrettanto appassionato, altrettanto ap-prensivo, quanto
il silenzio, lallegria, lalterigia del Re allorch un corti-giano o magari i pi grandi
signori gli avevano consegnato una supplica,alla svolta di un viale, a Versailles.Una
domenica in cui la zia aveva avuto la visita simultanea del curatoe di Eulalie, e si era
poi riposata, eravamo saliti tutti ad augurarle la buo-n a n o t t e , e l a m a m m a s i
r a m m a r i c a v a c o n l e i p er l a c a t t i v a s o r t e c h e l e portava i visitatori sempre

alla stessa ora:So che, poco fa, le cose si sono messe male unaltra volta,
Lonie, ledisse dolcemente, avete avuto i vostri ospiti tutti insieme. Parole che
laprozia interruppe con un: Abbondanza di beni , perch, da quandosua figlia
era malata, credeva di doverla risollevare presentandole sem- pre il lato buono
delle cose. Ma mio padre, prendendo la parola:Voglio approfittare, disse, della
circostanza che tutta la famiglia riu-n i t a p e r r a c c o n t a r v i u n a c o s a
s e n z a d o v e r r i c o m i n c i a r e d a c a p o c o n ognuno di voi. Temo che
siamo in rotta con Legrandin: questa mattinami ha salutato appena.
105
N o n m i f e r ma i a d a s c o l t a r e i l r a c c o n t o d i m i o p a d r e , p e r c h e r o a ppunto con lui quando, dopo la messa, avevamo incontrato il signor Leg r a n d i n , e s c e s i i n c u c i n a a i n f o r ma r m i s u l m e n d e l l a c e n a , c h e
o g n i giorno mi distraeva come le notizie che si leggono sul giornale e mi ecci-t a v a
come il programma di una festa. Quando il signor
L e g r a n d i n , uscendo dalla chiesa, ci era passato vicino, camminando a
fianco di unacastellana delle vicinanze che conoscevamo soltanto di vista,
mio padregli aveva rivolto un saluto a un tempo amichevole e riservato, senza checi
fermassimo; il signor Legrandin aveva risposto appena, con aria stupi-t a , c o m e s e
n o n c i a v e s s e r i c o n o s c i u t i , e c o n q u e l l a p r o s p e t t i v a d e l l o sguardo
tipica delle persone che non vogliono mostrarsi gentili e che, dalfondo
improvvisamente prolungato dei loro occhi, hanno laria di scor- g e r v i
c o m e a l l a f i n e d i u n a s t r a d a i n t er m i n a b i l e , e a u n a d i s t a n z a
c o s grande per cui si limitano a rivolgervi un impercettibile cenno del
capoonde adattarlo alle vostre proporzioni di marionetta. Ora, la signora
cheaccompagnava Legrandin era una persona virtuosa e rispettata; non erapensabile
che fra loro ci fosse del tenero e che lui fosse imbarazzato di es-sere stato sorpreso, e
mio padre si domandava in che modo avesse potu-to urtare Legrandin. Mi
rincrescerebbe tanto pi di saperlo in collera,disse mio padre, in quanto, fra
tutta quella gente vestita a festa, lui, conla sua giacchetta dritta, la sua cravatta
floscia, ha un che di cos poco ina-midato, di cos autenticamente semplice, e
unaria quasi ingenua che proprio simpatica. Ma il consiglio di famiglia
fu unanime nel ritenereche mio padre si era fatto una strana idea, oppure che
Legrandin in quelmomento fosse assorto in qualche pensiero. Daltronde, il timore di
miopadre si dissip gi la sera successiva. Mentre tornavamo da una
lungapasseggiata, vicino al Ponte Vecchio vedemmo Legrandin, il quale
pervia delle feste restava parecchi giorni a Combray. Ci venne incontro conla mano
tesa: Conoscete, signor lettore, mi domand, questo verso di Paul
Desjardins:
Les bois sont dj noirs, le ciel est encor bleu .
111
Non una sottile rappresentazione di questora? Forse non avete mai letto
Paul Desjardins. Leggetelo, ragazzo mio; oggi, mi dicono, sta diven-tando una specie
di frate predicatore, ma per lungo tempo stato un lim-pido acquarellista Les bois
sont dj noirs, le ciel est encor blue

106
Che il cielo resti sempre azzurro per voi, mio giovane amico; e
anchenellora che savanza oggi per me, in cui i boschi gi sono neri, in cui
lanotte scende rapidamente, vi consolerete, come faccio io, guardando dal-la parte
del cielo. Trasse di tasca una sigaretta, rest a lungo con gli oc-chi fissi
allorizzonte. Addio, amici, ci disse allimprovviso, e ci lasci.Nellora in cui
scendevo a informarmi sul men, i preparativi per la c e n a e r a n o g i
c o m i n c i a t i , e F r a n o i s e , c h e i m p a r t i v a o r d i n i a l l e f o r z e della natura
divenute sue ancelle, come nelle fiabe dove i giganti si fannoassumere per cuochi,
smuoveva il carbone, cuoceva al vapore le patate per lo stufato e ripassava al
fuoco i capolavori culinari precedentementep r e p a r a t i i n r e c i p i e n t i d i
c e r a m i c a c h e a n d a v a n o d a i c a l d e r o n i , d a l l e marmitte, dai paioli e dalle
pesciere, fino alle terrine per la cacciagione, agli stampi per i dolci e alle ciotole
per la crema, passando attraverso unacollezione completa di casseruole di ogni
dimensione. Io mi fermavo aguardare sulla tavola, dove la sguattera li aveva
appena sgusciati, i pisel-li allineati e numerati come biglie verdi in un gioco; ma a
incantarmi era-no gli asparagi, imbevuti doltremare e di rosa, e la cui punta,
finementespruzzata di malva e di azzurro, sfuma insensibilmente fino al gambo

pur sudicio ancora del terriccio della pianticella

in iridescenze che nonsono terrene. Mi sembrava che quelle sfumature celesti


rivelassero le de-liziose creature che si erano divertite a prender forma di ortaggi e
che, at-traverso il travestimento della loro polpa commestibile e soda,
lasciava-n o s c o r g e r e i n q u e i c o l o r i n a s c e n t i d a u r o r a ,
i n q u e g l i a c c e n n i darcobaleno, in quellestinguersi di sere azzurre,
lessenza preziosa chericonoscevo ancora quando, lintera notte che seguiva a
una cena in cuine avevo mangiati, si divertivano, nelle loro farse poetiche e
grossolanecome una fantasmagoria di Shakespeare, a mutare il mio vaso da notte
inunanfora di profumo.L a p o v e r a C a r i t di G i o t t o , c o m e l a c h i a ma v a
S w a n n , i n c a r i c a t a d a Franoise di pulirli, li teneva accanto a s in un canestro: la
sua espressio-ne era dolente, come se sentisse tutti i mali della terra; e le leggere
coronedazzurro che cingevano gli asparagi al di sopra delle loro tuniche
rosaerano finemente disegnate, stella dopo stella, come nellaffresco i
fioriche cingono la fronte o spuntano dal canestro della Virt di Padova. E in-tanto,
Franoise girava sullo spiedo uno di quei polli, come solo lei sape-va arrostirne,
che avevano portato lontano in Combray lodore dei suoi meriti, e che, quando
ce li serviva a tavola, facevano predominare la dol-cezza nella mia speciale
concezione del suo carattere, giacch laroma diquella carne che lei sapeva rendere
cos untuosa e tenera non era per mealtro che il profumo stesso di una delle sue virt.
107
Ma il giorno in cui, mentre mio padre consultava il consiglio di fami- glia
sullincontro con Legrandin, ero sceso in cucina, era uno di quelli incui la Carit di

Giotto, molto sofferente per aver da poco partorito, nonpoteva alzarsi;


Franoise, priva daiuto, era in ritardo. Quando arrivai gi, lei era intenta, nel
retrocucina che dava sul cortile, ad ammazzare unpollo che, con la sua resistenza
disperata e ben naturale, ma accompa-gnata dalle grida di Franoise, fuori di s,
mentre cercava di mozzargli ilcollo sotto lorecchio, brutta bestia! brutta bestia!,
metteva la santa dol-c e z z a e l a f a l s a u m i l t d e l l a n o s t r a d o me s t i c a u n
p o m e n o i n l u c e d i quanto non avrebbe fatto, durante la cena dellindomani, con
la sua pellericamata doro come una pianeta e il suo sugo prezioso stillato da
un ci- borio. Quando fu morto, Franoise raccolse il sangue che colava,
senzaspegnere il suo rancore, ebbe ancora un sussulto di collera, e, guardandoil
cadavere del suo nemico, disse unultima volta: Brutta bestia!. Risaliitutto
tremante; avrei voluto che Franoise fosse messa immediatamentealla
porta. Ma chi mi avrebbe preparato delle borse dacqua cos calde, del caff
cos profumato, e anche quei polli? E in realt, quel calcolovile, come me, tutti
quanti dovevano averlo fatto. Giacch mia zia Loniesapeva

cosa che io ignoravo ancora

che Franoise, pronta a dare lavita senza un lamento per la figlia, per i nipoti,
era nei confronti di altrepersone di una durezza singolare. Malgrado ci,
mia zia laveva tenutaperch, se ne conosceva la crudelt, ne apprezzava il
servizio. Mi accorsipoco alla volta che la dolcezza, la compunzione, le virt di
Franoise na-scondevano tragedie di retrocucina, cos come la storia dimostra che i
re-gni dei Re e delle Regine, rappresentati con le mani giunte nelle
vetratedelle chiese, furono segnati da fatti di sangue. Mi resi conto che, a
partequelli che componevano la sua parentela, gli esseri umani tanto pi ecci-tavano
la sua piet con le loro sventure quanto pi vivevano lontani da lei. I torrenti
di lacrime che versava, leggendo il giornale, sulle disgraziedegli sconosciuti si
prosciugavano presto se poteva rappresentarsi conqualche precisione la
persona che ne era loggetto. Una delle notti che se-guirono il parto, la sguattera
fu colta da coliche atroci; la mamma, sen-tendo i suoi lamenti, si alz e
svegli Franoise la quale, insensibile, di- chiar che tutte quelle grida erano
una commedia, che la sguattera vole-va fare la signora. Il medico, temendo quelle
crisi, aveva messo un se-gno in un libro di medicina che avevamo in casa, alla pagina
dove eranodescritte e a cui ci aveva detto di riferirci per trovare
lindicazione delleprime cure da prestare. La mamma mand Franoise a
cercare il libro,raccomandandole di non perdere il segno. Dopo unora
Franoise nonera tornata; mia madre, indignata, pens che si fosse rimessa a letto e
mi
108
disse di andare a vedere io stesso in biblioteca. Vi trovai Franoise
che,avendo voluto guardare cosa ci fosse alla pagina indicata, leggeva la de-scrizione
clinica della crisi e, poich si trattava ora di una malatatipo chelei non conosceva, ci
singhiozzava sopra. A ogni sintomo doloroso men-z i o n a t o d a l l a u t o r e d e l

t r a t t a t o , e s c l a m a v a : A h ! Ver gi n e s a n t a , m a i possibile che il buon Dio


voglia far soffrire cos uninfelice creatura uma-na? Ah! poveretta!.Ma appena
lebbi chiamata e fu di nuovo accanto al letto della Caritdi Giotto, le sue
lacrime cessarono subito di scorrere; non pot ritrovaren quella gradevole
sensazione di piet e di commozione che ben cono-sceva, e che la lettura
dei giornali le aveva sovente procurato, n alcun a l t r o p i a c e r e d e l l a
m e d e s i m a f a m i g l i a , n e l l a n o i a e n e l l i r r i t a z i o n e dessersi levata nel
cuore della notte a causa della sguattera; e, alla vistadelle stesse sofferenze la cui
descrizione laveva fatta piangere, non ebbepi che borbottii di malumore, e
addirittura sarcasmi atroci, dicendo,q u a n d o p e n s c h e n o i c e n e f o s s i m o
a n d a t i e n o n p o t e s s i m o s e n t i r l a : Bastava che non facesse quello che porta
inevitabilmente a questo pun-to! ma, certo, le sar piaciuto! Che non faccia
tante smorfie, adesso. Ep-pure, deve essere stato abbandonato dal buon Dio, un
ragazzo, per anda-re con questa. Ah! proprio come si diceva nel dialetto della mia
poveramamma:Chi del culo di un cane sinnamora,
immagina si tratti di una rosa
.Se, quando il suo nipotino aveva un leggero raffreddore, lei partiva dinotte, anche
malata, invece di andarsene a letto, per controllare che nonavesse bisogno
di niente, facendo quattro leghe a piedi prima di giorno,cos da rientrare in
tempo per il lavoro, per contro quello stesso amoredei suoi e il desiderio di
assicurare la grandezza futura della sua casa sitraducevano, nella sua
politica verso gli altri domestici, in una massima invariabile, consistente nel
non lasciare mai che uno di loro mettesse ra-dici in casa della zia, che lei daltronde,
per una sorta di orgoglio, non la-sciava avvicinare da nessuno, preferendo,
quando lei stessa era malata,alzarsi dal letto per darle la sua acqua di Vichy
piuttosto che permetterea l l a s g u a t t e r a l a c c e s s o n e l l a
s t a n z a d e l l a p a d r o n a . E c o m e quellimenottero osservato da
Fabre
112
, la vespa scavatrice, che per assi-curare ai piccoli, dopo la sua morte, un
cibo fresco da mangiare, chiamalanatomia in soccorso della sua crudelt e,
avendo catturato dei punte-ruoli e dei ragni, con una sapienza e una destrezza
meravigliose, trafigge
109
loro il centro nervoso da cui dipende il movimento delle zampe, ma nonle altre
funzioni vitali, di modo che linsetto paralizzato, accanto al qualedepone le proprie
uova, fornisca alle larve, quando si schiuderanno, unapreda docile, inoffensiva,
incapace di fuga o di resistenza, ma non ancorastagionata, Franoise escogitava,
per servire la sua costante volont di r e n d er e i m p o s s i b i l e a o g n i
d o m e s t i c o l a p e r ma n e n z a i n c a s a , a c c o rgi - menti cos sottili e cos
spietati che, molti anni dopo, scoprimmo che se quellestate avevamo mangiato
gli asparagi tutti i giorni, era stato perchil loro odore dava alla povera sguattera
incaricata di pulirli delle crisidasma di una tale violenza che, alla fine, fu

costretta ad andarsene.Ahim! dovevamo definitivamente cambiare opinione sul


conto di Le-grandin. Una delle domeniche che seguirono allincontro sul Ponte Vecchio, dopo il quale mio padre aveva dovuto confessare il suo
e r r or e , mentre la messa stava per finire, e, nella chiesa, insieme con il sole e conil
frastuono che veniva da fuori, entrava qualcosa di cos poco sacro che la
signora Goupil, la signora Percepied (tutti quelli che un attimo prima,al mio arrivo un
po in ritardo, erano rimasti con gli occhi assorti nella lo-ro preghiera, e avrei persino
potuto credere non mi avessero visto entra-re se, nello stesso tempo, non
avessero spinto leggermente il banchettoche mi impediva di raggiungere la mia
sedia) cominciavano a conversarecon noi ad alta voce di argomenti affatto
temporali, come se fossimo gisulla piazza, vedemmo sulla soglia avvampante
del portico, sovrastanteil variopinto tumulto del mercato, Legrandin, che il
marito di quella si-gnora con cui lavevamo ultimamente incontrato stava
presentando allamoglie di un altro grosso proprietario terriero dei dintorni. Il volto di
Le-grandin esprimeva unanimazione, uno zelo straordinari; fece un profon-d o
inchino, con un rovesciamento secondario allindietro, che
r i p or t bruscamente il suo dorso al di l della posizione di partenza, e che dove-va
aver appreso dal marito di sua sorella, la signora di Cambremer.
Quelraddrizzamento rapido fece rifluire, in una sorta di onda impetuosa
emuscolosa, il sedere di Legrandin che non supponevo cos in carne; e, non
so perch, quellondulazione di pura materia, quel fiotto totalmentecarnale, senza
espressione di spiritualit, e che una sollecitudine piena di bassezza sferzava in
tempesta, risvegliarono allimprovviso nella miamente la possibilit di un
Legrandin affatto diverso da quello che cono- s c e v a mo . Q u e l l a s i g n o r a l o
p r e g d i d i r e q u a l c o s a a l s u o c o c c h i e r e , e mentre lui andava fino alla
carrozza, limpronta di gioia timida e devotache la presentazione aveva segnato
sul suo volto vi persisteva ancora.Rapito in una sorta di sogno, sorrideva; poi,
affrettandosi, torn verso las i g n o r a e , s i c c o m e c a m m i n a v a p i
svelto di quanto non facesse
110
abitualmente, le sue spalle oscillavano ridicolmente a destra e a sinistra,e
s e m b r a v a , t a n t o v i s i a b b a n d o n a v a i n t e r a me n t e n o n c u r a n d o s i
p i daltro, la marionetta inerte e meccanica della felicit. Frattanto noi usci-vamo
dal portico, stavamo per passargli accanto, lui era troppo ben edu-cato per girare la
testa, ma fiss con il suo sguardo, allimprovviso caricodi una fantasticheria
profonda, un punto cos lontano dellorizzonte chenon pot vederci e non fu
obbligato a salutarci. Il suo viso restava inge-nuo, al di sopra di una giacca
morbida e dritta che sembrava, suo mal- grado, trovarsi fuori posto in mezzo a
un lusso detestato. E una cravatta
lavallire
a pallini, agitata dal vento della piazza, continuava a sventolaresu Legrandin, quasi lo
stendardo del suo fiero isolamento e della sua no- bile indipendenza. Quando
arrivammo a casa, la mamma si accorse checi eravamo dimenticati del
saint-honor

e preg mio padre di tornare in-d i e t r o c o n m e a d i r e c h e l o p or t a s s e r o


s u b i t o . Vic i n o a l l a c h i e s a i n cr o - ciammo Legrandin, che veniva in senso
inverso accompagnando alla suac a r r o z z a l a m e d e s i m a s i g n o r a . P a s s
a c c a n t o a n o i , s e n z a s m e t t e r e d i p ar l a r e a l l a s u a v i c i n a , e
d a l l a n g o l o d e l s u o o c c h i o a z z u r r o c i f e c e u n piccolo segno, in qualche
modo interno alla palpebra, e che, non interes-sando i muscoli del volto, pot
passare perfettamente inosservato allasua interlocutrice; ma, cercando di
compensare con lintensit del senti-mento la ristrettezza del campo in cui
ne circoscriveva lespressione, inquellangolo di azzurro che ci era
riservato fece scintillare tutto il briod e l l a b u o n a gr a z i a , c h e o l t r e p a s s
l a p i a c e v o l e z z a , r a s e n t l a m a l i z i a ; spinse le sottigliezze dellamabilit
fino agli ammiccamenti della conni-venza, alle mezze parole, ai sottintesi,
ai misteri della complicit; e poiesalt le attestazioni damicizia fino alle
proteste di tenerezza, fino alladichiarazione damore, illuminando allora
per noi soli, di un languoresegreto e invisibile alla castellana, una pupilla
innamorata in un viso dighiaccio.Proprio il giorno prima aveva chiesto ai
miei genitori di mandarmi ac e n a d a l u i , q u e l l a s e r a : Ven i t e a t e n e r e
c o m p a g n i a a l v o s t r o v e c c h i o amico, mi aveva detto. Come il bouquet che un
viaggiatore ci invia da unpaese in cui non ritorneremo pi, lasciatemi respirare
dalla lontananzadella vostra adolescenza quei fiori delle primavere che ho
attraversatoanchio tanti anni fa. Venite con la primula, la barba di prete, il
bottondoro, venite con il sedo di cui formato il bouquet preferito della
flora balzachiana
113
, con il fiore del giorno della Resurrezione, la pratolina, e ilpallone di maggio dei
giardini che comincia a profumare lungo i vialidella vostra prozia quando
ancora non si sono disciolte le ultime palle din e v e s o p r a v v i s s u t e a g l i
a c q u a z z o n i d i P a s q u a . Ven i t e c o n l a g l o r i o s a
111
veste di seta del giglio degno di Salomone
114
, e lo smalto policromo delleviole del pensiero, ma venite soprattutto con la brezza
ancora fresca delleu l t i m e g e l a t e e c h e f a r di s c h i u d e r e , p e r l e d u e
f a r f a l l e c h e d a q u e s t a mattina attendono alla porta, la prima rosa di
Gerusalemme
115
.Ci si chiedeva, a casa, se dovessero mandarmi ugualmente a cena
dalsignor Legrandin. Ma la nonna non voleva credere che fosse stato scorte-se.
Riconoscerete anche voi che era vestito come al solito, in modo estre-mamente
semplice, che non certo quello di un uomo mondano. Soste-neva che, in ogni caso,
e nella peggiore delle ipotesi, se era stato scortese,tanto meglio era far finta di
non essersene accorti. A dire il vero anchemio padre, che pure era il pi
irritato per il contegno tenuto da Legran- din, conservava forse un ultimo dubbio

sul significato da attribuirgli. Eracome quegli atteggiamenti o azioni in cui si rivela il


carattere profondo es e g r e t o d i q u a l c u n o : n o n s i l e g a n o a i d i s c o r s i
p r e c e d e n t i n p o s s i a m o chiederne conferma alla testimonianza del colpevole,
che non confesser;dobbiamo limitarci a quella dei nostri sensi di cui ci domandiamo,
dinan-z i a u n r i c o r d o i s o l a t o e i n c o e r e n t e , s e n o n s i a n o
s t a t i v i t t i m e d i unillusione; di modo che tali atteggiamenti, i soli che abbiano
importan-za, ci lasciano spesso qualche dubbio.Cenai con Legrandin sulla sua
terrazza; cera la luna: C un dolce si-lenzio, non vero? mi disse; ai cuori
feriti, come il mio, un romanziereche leggerete pi avanti vuole si
convengano soltanto lombra e il silen-zio
116
. E vedete, ragazzo mio, viene nella vita unora, dalla quale voi sie-te ancora ben
lontano, in cui gli occhi stanchi sopportano ormai una solal u c e , q u e l l a c h e u n a
b e l l a n o t t e c o m e q u e s t a p r e p a r a e d i s t i l l a c o n loscurit, in cui
l e o r e c c h i e n o n p o s s o n o pi a s c o l t a r e a l t r a m u s i c a s e non quella
suonata dal chiaro di luna sul flauto del silenzio. Ascoltavo le parole del
signor Legrandin, che mi parevano sempre tanto gradevoli;ma, turbato dal ricordo
di una donna che avevo visto di recente per la prima volta, e pensando, ora che
sapevo come Legrandin avesse rapporticon parecchi personaggi aristocratici dei
dintorni, che forse la conosceva,facendomi coraggio, gli dissi: Conoscete,
signore, la i proprietari delcastello Guermantes?, felice gi, nel pronunciare
quel nome, di acquisi-re come unautorit su di esso, per il solo fatto di trarlo
dal mio sogno edi dargli unesistenza oggettiva e sonora.Ma, al nome di
Guermantes, vidi negli occhi azzurri del nostro amico aprirsi una piccola
fenditura scura, come se una punta invisibile li avessetrafitti, mentre il resto della
pupilla reagiva secernendo fiotti dazzurro. Il contorno della palpebra si anner,
si abbass. E la sua bocca, segnata dau n a p i e g a a m a r a , r i p r e n d e n d o s i p i
r a p i d a me n t e , s o r r i s e , m e n t r e l o
112
sguardo rimaneva doloroso, come quello di un bel martire dal corpo co-p e r t o d i
frecce: No, non li conosco, disse, ma invece di
d a r e a uninformazione tanto semplice, a una risposta cos poco sorprendente,
iltono naturale e comune che vi si conveniva, la declam calcando
sulleparole, chinandosi, facendo cenni con la testa, con linsistenza che si po-ne
perch una notizia inverosimile venga creduta

come se il fatto chelui non conoscesse i Guermantes dipendesse soltanto da un


caso singola-re

e al tempo stesso con lenfasi di chi, non potendo tacere una situa- z i o n e
che gli penosa, preferisce proclamarla, per dare agli
a l t r i limpressione che la sua confessione non gli crea alcun imbarazzo, che gli
facile, piacevole, spontanea, che la situazione stessa


lassenza di rela-zioni con i Guermantes

potrebbe benissimo essere stata, non gi subi-ta, ma voluta da lui, derivare da qualche
tradizione di famiglia, principiomorale o voto religioso che gli abbia interdetto
in modo esplicito di fre-quentare i Guermantes. No, riprese, spiegando con le
parole la propriaintonazione, no, non li conosco, non ho mai voluto, ho
sempre tenuto as a l v a g u a r d a r e l a m i a p i e n a i n d i p e n d e n z a ; i n f o n d o , l o
s a p e t e , h o u n a mentalit giacobina. Molte persone hanno insistito, mi dicevano
che ave-vo torto a non andare a Guermantes, che mi comportavo come un
villa-no, un vecchio orso. Ma ecco una reputazione che non mi spaventa, e co-s
vera! In realt, non amo pi in questo mondo che qualche chiesa, due ot r e l i br i ,
a p p e n a q u a l c h e q u a d r o i n p i , e i l c h i a r o d i l u n a , q u a n d o l a brezza
della vostra giovinezza porta fino a me lodore delle aiuole che lemie vecchie
pupille non distinguono pi. Io non capivo bene perch, per non andare in
casa di persone che non si conoscono, fosse necessarioaggrapparsi alla propria
indipendenza, e come questo potesse far pensa-r e a l c o m p o r t a me n t o d i u n
s e l v a g g i o o d i u n or s o . M a c a p i v o c h e L e- g r a n d i n n o n e r a d e l t u t t o
s i n c e r o q u a n d o d i c e v a d i a m a r e s o l t a n t o l e chiese, il chiaro di luna e la
giovinezza; amava molto gli abitanti dei ca-stelli, e davanti a loro si sentiva
preso da una tale paura di non piacere che non osava mostrare di avere per amici
dei borghesi, dei figli di notaio di agenti di cambio, preferendo, se la verit doveva
essere scoperta, chefosse in sua assenza, lontano da lui e in contumacia; era uno
snob. Cer-to, non diceva mai niente di tutto questo nel linguaggio che i miei parentie
io amavamo tanto. E se io domandavo: Conoscete i Guermantes?, Le-grandin il
conversatore rispondeva: No, non ho mai voluto conoscerli.Sfortunatamente, nel
rispondere cos, giungeva soltanto secondo, giacchun altro Legrandin, che egli
celava accuratamente nel fondo di se stesso,che non faceva vedere a nessuno, in
quanto questo Legrandin sapeva suln o s t r o , s u l s u o s n o b i s m o , d e l l e
storie compromettenti, un altro
113
Legrandin aveva gi risposto con la ferita dello sguardo, con il ghigno della
bocca, con il tono esageratamente grave della risposta, con le millefrecce da cui il
nostro Legrandin si era trovato di colpo trafitto e illangui-dito, come un San
Sebastiano dello snobismo: Ahim! come mi fate ma-le! no, non conosco i
Guermantes, non risvegliate il grande dolore dellamia vita. E siccome
questo Legrandin
enfant terrible
, questo Legrandinscandalista, se non aveva il linguaggio elegante dellaltro, aveva
la paro-l a i n f i n i t a m e n t e p i p r o n t a , c o m p o s t a d i c i c h e s i
s u o l c h i a m a r e riflessi, quando Legrandin il conversatore voleva
imporgli il silenzio,laltro aveva gi parlato, e il nostro amico aveva un bel
rammaricarsi del-la cattiva impressione che le rivelazioni del suo
alter ego

dovevano averprodotto, non gli restava che tentare di porvi rimedio.Beninteso, questo
non vuol dire che il signor Legrandin non fosse sin-cero quando tuonava contro
gli snob. Non poteva sapere, almeno da sestesso, di esserlo, giacch noi non
conosciamo mai che le passioni deglialtri, e quel che giungiamo a sapere delle
nostre solo dagli altri che ab- biamo potuto scoprirlo. Su di noi, esse agiscono
soltanto per via indiret-ta, attraverso limmaginazione, che ai moventi
originari sostituisce altrimoventi di ricambio, che sono pi decorosi. Mai lo
snobismo di Legran-din gli consigli di andare a trovare con assiduit una duchessa.
Esso in-caricava limmaginazione di Legrandin di fargli apparire qulla duches-sa
come ammantata di ogni grazia. Legrandin si accostava alla duchezza,convinto di
arrendersi allattrattiva dello spirito e della virt che gli infa-m i s n o b i g n o r a n o .
S o l o g l i a l t r i s a p e v a n o c h e a n c h e l u i e r a u n o s n o b ; giacch, essendo
incapaci di comprendere il lavoro intermediario della sua immaginazione,
vedevano, luna di fronte allaltra, lattivit monda-na di Legrandin e la sua causa
prima.Adesso, a casa nostra, non ci si faceva pi illusioni sul signor Legrandin, e i nostri rapporti con lui si erano molto diradati. La mamma si divertiva infinitamente ogni volta che coglieva Legrandin in flagrante delitto, nel peccato che lui non confessava e che continuava a chiamare
ilpeccato senza remissione, lo snobismo. Mio padre, invece, faceva fatica ap r e n d e r e
c o n a l t r e t t a n t o d i s t a c c o e a l l e g r i a g l i s g a r b i d i L e gr a n d i n ; e q u a n d o ,
u n a n n o , s i p e n s di m a n d a r mi a p a s s a r e l e v a c a n z e e s t i v e a Balbec
con la nonna, disse: Bisogna assolutamente che avverta Legran-din che
andrete a Balbec, per vedere se si offrir di mettervi in contatto con sua
sorella. Probabilmente si sar dimenticato di averci detto che abi-ta a due
chilometri di distanza. La nonna, a cui pareva che ai bagni dimare si
dovesse stare dalla mattina alla sera sulla spiaggia a respirare ilsalmastro e
che non vi si dovessero far conoscenze, perch le visite, le
114
passeggiate, significavano altrettante perdite dellaria di mare, voleva in-vece che non
si parlasse a Legrandin dei nostri progetti, vedendo gi suasorella, la signora di
Cambremer, sbarcare in albergo nel momento in cuifossimo sul punto di andare a
pesca e costringerci a restare al chiuso perriceverla. Ma la mamma rideva dei suoi
timori, pensando in cuor suo cheil pericolo non era cos incombente, che Legrandin
non sarebbe stato tan-to sollecito a metterci in contatto con sua sorella. Ora, senza
che dovessi-mo parlargli di Balbec, fu lui stesso, Legrandin, il quale, lontanissimo
dalpensare che avessimo intenzione di andare da quella parte, venne a met-tersi in
trappola una sera in cui lo incontrammo sulla riva della Vivonne.Ci sono nelle
nuvole, stasera, dei violetti e degli azzurri molto belli, non vero, amico mio?
disse rivolto a mio padre; un azzurro pi florealeche cereo, un azzurro di cineraria,
che sorprende nel cielo. E quella nuvo-la rosa, non ha anchessa la tinta di un
fiore, un garofano o unortensia?Soltanto sulla Manica, fra la Normandia e la
Bretagna, ho potuto fare os-servazioni pi ricche su questa sorta di regno
vegetale dellatmosfera.Laggi, vicino a Balbec, in quei luoghi cos selvaggi, c
una piccola baiadi una dolcezza incantevole, dove il tramonto del paese

dAuge, il tra-monto rosso e oro che daltronde sono ben lungi dal disprezzare,
senzacarattere, insignificante; ma in quella atmosfera umida e dolce sbocciano,la
sera, in pochi istanti, quei bouquet celesti, azzurri e rosa, che sono incomparabili, e che sovente resistono delle ore senza appassire. Altri
sisfogliano subito, ed ancora pi bello allora vedere tutto il cielo cospar-so da
innumerevoli petali dispersi, del colore dello zolfo o della rosa. In quella
baia, che chiamiamo dopale, le spiagge doro sembrano pi dolciancora per quel loro
stringersi come bionde Andromede ai terribili scoglidelle coste vicine, a quella
riva funerea, famosa per tanti naufragi, sullaquale dinverno molte barche
soccombono al pericolo del mare. Balbec!la pi antica ossatura geologica
del nostro suolo, veramente Ar-mor, ilMare
117
, la fine della terra, la regione maledetta che Anatole France

un incantatore che il nostro piccolo amico dovrebbe leggere

ha dipintoc o s b e n e , s o t t o l e s u e n e b b i e e t e r n e , c o me i l v er o p a e s e d e i
C i m m e r i nell
Odissea
118
. Da Balbec soprattutto, dove gi sorgono alcuni alberghi,che si
sovrappongono al suolo antico e incantevole senza alterarlo, che delizia
compiere brevi escursioni in quelle regioni primitive e cos belle!

Ah! conoscete qualcuno a Balbec? disse mio padre. Per lappunto, questo
piccolo deve andarci a passare due mesi con la nonna, e forse conmia
moglie.Legrandin, preso alla sprovvista da questa domanda in un
momentoin cui i suoi occhi erano fermi su mio padre, non pot volgerli
altrove,
115
ma fissandoli via via con maggiore intensit

e sempre sorridendo tri-stemente

negli occhi del suo interlocutore, con unaria amichevole e franca, e senza
timore di guardarlo in faccia, diede limpressione di aver-gli trapassato il volto
quasi che questo fosse divenuto trasparente, e di vedere in quel momento, ben
al di l, dietro ad esso, una nube dai vividicolori che gli creava un alibi mentale e che
gli avrebbe permesso di stabi-lire che, quando gli avevano domandato se
conoscesse qualcuno a Bal- bec, lui stava pensando a qualcosaltro e non
aveva sentito la domanda.Abitualmente simili sguardi fanno dire allinterlocutore:
A che pensatedunque?. Ma mio padre, curioso, irritato e crudele, riprese: A v e t e
degli amici da quelle parti, visto che conoscete cos

b e n e Balbec?.In un ultimo sforzo disperato, lo sguardo sorridente di Legrandin raggiunse il culmine della tenerezza, dellincertezza, della sincerit e
delladistrazione, ma, senza dubbio pensando che non gli rimanesse altro
dafare che rispondere, ci disse:Ho amici ovunque vi siano schiere di alberi feriti, ma
non vinti, che sisono uniti gli uni agli altri per implorare insieme, con unostinazione
pa-tetica, un cielo inclemente che non ha piet di loro.

N o n q u e s t o c h e v o l e v o d i r e , i n t e r r u p p e m i o p a d r e , o s t i n a t o quanto
gli alberi e impietoso quanto il cielo. Chiedevo, nel caso che suc-cedesse qualcosa a
mia suocera e avesse bisogno di non sentirsi laggi inun paese sperduto, se
conoscevate qualcuno.

L, come ovunque, conosco tutti e non conosco nessuno, rispose Le-grandin che non
si arrendeva cos presto; ma le cose, molto pi delle per-s o n e . L e c o s e
stesse
per,
l,
sembrano
persone,
persone
rare,
d i unessenza delicata, che la vita avrebbe deluso. A volte un castello
cheincontrate sulla scogliera, sul margine della strada, dove si fermato
aconfrontare la sua pena con la sera ancor rosa, in cui salza la luna doro,e di cui le
barche che tornano a riva, striando lacqua iridescente, issano sui loro alberi
la fiamma e portano i colori; altre volte una semplice ca-sa solitaria, piuttosto
inquietante, dallaria timida ma romantica, che celaa o g n i s g u a r d o q u a l c h e
s e g r e t o i mp e r i t ur o d i f e l i c i t e d i d i s i n c a n t o . Questo paese senza
verit, aggiunse con finezza machiavellica, questopaese di pura finzione una
cattiva lettura per un bambino, e non certoquello che sceglierei e
raccomanderei per il mio piccolo amico, gi cosincline alla tristezza, per il
suo cuore predisposto. I climi di confidenzaamorosa e di vano rimpianto
possono convenire a un vecchio disillusocome me, sono sempre malsani per un
temperamento che non si ancoraformato. Credetemi, riprese con insistenza, le
acque di quella baia, gi
116
per met bretone, possono esercitare unazione sedativa, per altro discu-tibile, su un
cuore non pi intatto come il mio, su un cuore la cui ferita non ha pi cure.
Sono controindicate alla vostra et, ragazzo mio. Buona-notte, vicini, aggiunse,
lasciandoci con quella rudezza evasiva che gli era consueta, e, tornando ancora
verso di noi con un dito levato di dotto-re, riassunse il suo consulto: Niente
Balbec prima dei cinquantanni, eancora bisogner tener conto dello stato del
cuore, ci grid.Mio padre gliene riparl nei nostri incontri successivi, lo tortur di
do-mande: fu fatica sprecata. Come quel truffatore erudito che
impiegava,nel fabbricare falsi palinsesti, unenergia e una dottrina la cui
centesimaparte sarebbe stata sufficiente ad assicurargli una condizione pi vantaggiosa, ma onorevole, il signor Legrandin, se avessimo insistito
ancora,avrebbe finito con ledificare tutta unetica del paesaggio e una
geografiaceleste della bassa Normandia, pur di non confessarci che a due chilome-tri
da Balbec abitava sua sorella, e di non essere costretto a offrirci una lettera

di presentazione che non avrebbe costituito per lui un tale motivodi terrore, se fosse
stato assolutamente certo

come avrebbe dovuto es-sere, in effetti, conoscendo il carattere della nonna

c h e n o i n o n n e avremmo approfittato.Rientravamo sempre di buonora dalle


nostre passeggiate, per poter fa-r e u n a v i s i t a a l l a z i a L o n i e pr i m a d i c e n a .
A l l i n i z i o d e l l a s t a g i o n e , quando le giornate erano corte, arrivando in rue
du Saint- Esprit, ceraancora un riflesso del tramonto sui vetri della casa e
una striscia di por-pora allestremit dei boschi del Calvario, che pi lontano si
riverberavanello stagno, un rosso che, accompagnato spesso da un freddo assai pungente, si associava, nel mio pensiero, al rosso del fuoco su cui arrostiva ilpollo che
avrebbe sostituito per me, al piacere poetico offerto dalla pas- seggiata, il
piacere della ghiottoneria, del caldo e del riposo. Destate, in-vece, quando
rientravamo, il sole non tramontava ancora; e, durante la visita che facevamo
alla zia Lonie, la sua luce, che si abbassava e lambi-va la finestra, era trattenuta
entro le grandi tende e i loro sostegni, divisa,ramificata, filtrata, e, incrostando di
piccoli frammenti doro il legno di li-mone del com, illuminava obliquamente la
stanza con la delicatezza cheassume nei sottoboschi. Ma, certi giorni assai rari,
quando rientravamo, ilcom aveva perduto da tempo le sue effimere incrostazioni,
non ceranopi quando arrivavamo in rue du Saint-Esprit i riflessi del tramonto posati sui vetri, e lo stagno ai piedi del Calvario aveva perduto la sua porpora, a volte era gi tinto dopale e un lungo raggio di luna, che via via sif a c e v a
pi
largo
e
si
screpolava
in
tutte
le
pieghe
dellacqua, lo
117
attraversava per intero. Allora, giunti presso la casa, scorgevamo una sa-goma sulla
soglia delluscio, e la mamma mi diceva:Dio mio! ecco Franoise di vedetta, tua zia
inquieta; in effetti, siamoin ritardo.E, senza perder tempo a spogliarci, salivamo in
fretta dalla zia Lonie,per rassicurarla e mostrarle che, diversamente da quanto gi
immagina-va, non ci era successo niente, ma eravamo andati dalla parte di
Guer-mantes e, diamine, quando si faceva quella passeggiata, la zia lo sapeva bene
che non si poteva mai esser certi dellora in cui si sarebbe tornati.Ecco, Franoise,
diceva la zia, ve lo dicevo io che erano andati dallaparte di Guermantes!
Dio mio! devono avere una fame! E il vostro co-sciotto si sar tutto
asciugato, dopo aver aspettato tanto. Per, questa lora di rientrare? Sfido,
siete andati dalla parte di Guermantes!

Ma credevo che lo sapeste, Lonie, diceva la mamma. Pensavo che Franoise


ci avesse visti uscire dalla porticina dellorto.Cerano infatti, intorno a
Combray, due parti per le passeggiate, ecos opposte che, in effetti, non
si usciva di casa per la stessa porta, se si voleva andare da una parte o dallaltra:
la parte di Msglise-la-Vineuse,che chiamavamo anche la parte di Swann, perch per
andarci si passavad a v a n t i a l l a pr o p r i e t d e l s i g n o r S w a n n , e l a p a r t e d i

G u e r m a n t e s . D i Msglise-la-Vineuse, per la verit, non ho mai conosciuto


altro che laparte e certi forestieri che venivano la domenica a passeggiare a
Com- b r a y , p e r s o n e c h e , q u e s t a v o l t a , l a z i a s t e s s a e
a n c h e t u t t i n o i n o n conoscevamo affatto, e da questo indizio ritenevamo
persone che sa-ranno venute da Msglise. Quanto a Guermantes, un
giorno ne avreisaputo di pi., ma solo molto pi tardi; e nel corso di tutta la mia
adole-s c e n z a , s e M s g l i s e e r a a i m i e i o c c h i q u a l c o s a d i
i n a c c e s s i b i l e c o me lorizzonte, sottratto alla vista, per quanto lontano ci si
spingesse, dalleondulazioni di un terreno che non somigliava gi pi a
quello di Com- bray, Guermantes mi apparve solo come il termine, pi ideale che
reale,della sua propria parte, una sorta di espressione geografica astratta co-me la
linea dellequatore, come il polo, come lOriente. Allora, prendereper
Guermantes per andare a Msglise, o viceversa, mi sarebbe
parsaunespressione altrettanto priva di senso come avviarsi a est per andare aovest.
Siccome mio padre parlava sempre della parte di Msglise comedel pi bel
panorama di pianura che conoscesse e della parte di Guer- mantes come del
tipico paesagio fluviale, io attribuivo loro, nel concepir-le appunto come due
entit, quella coesione, quellunit che non appar-tengono se non alle
creazioni del nostro spirito; la pi piccola particella d i c i a s c u n a d i e s s e
m i s e m b r a v a pr e z i o s a e c a p a c e d i m a n i f e s t a r e l a
118
propria particolare superiorit, mentre al loro confronto, prima di arriva-re sul sacro
suolo delluna o dellaltra, i percorsi puramente materiali trac u i e r a n o s i t u a t e
c o m e l i d e a l e d e l p a n o r a m a d i p i a n u r a e l i d e a l e d e l paesaggio fluviale,
non meritavano di essere guardati pi di quanto nonlo meritino, per lo spettatore
appassionato darte drammatica, le viuzzenelle vicinanze di un teatro. Ma
soprattutto interponevo fra esse, ben pidelle loro distanze chilometriche, la distanza
che cera fra le due parti delmio cervello in cui le pensavo, una di quelle
distanze mentali che nonfanno che allontanare, che separano e pongono su
un piano diverso. Equesta separatezza era resa ancor pi assoluta perch
quellabitudine cheavevamo di non andare mai da entrambe le parti in uno
stesso giorno,nel corso di una sola passeggiata, ma una volta dalla parte di
Msglise,u n a v o l t a d a l l a p a r t e d i G u e r ma n t e s , l e p o n e v a , p e r c o s
d i r e , l o n t a n e luna dallaltra, inconoscibili luna allaltra, nei vasi chiusi e non
comuni-canti di pomeriggi diversi.Q u a n d o v ol e v a m o a n d a r e d a l l a p a r t e d i
M s g l i s e , u s c i v a m o ( n o n troppo presto, e anche se il cielo era coperto,
perch la passeggiata none r a m o l t o l u n g a e n o n c i p or t a v a t r o p p o
l o n t a n o ) c o me p e r a n d a r e i n qualsiasi altro luogo, dalla porta principale
della casa di mia zia su ruedu Saint-Esprit. Ricevevamo i saluti dellarmaiolo,
imbucavamo le letterenella cassetta postale, passando dicevamo a Thodore,
da parte di Fra-noise, che era finito lolio o il caff, e uscivamo dalla citt
per la stradache rasentava la staccionata bianca del parco del signor Swann. Prima
diarrivarci ci imbattevamo, venuto ad accogliere i forestieri, nel profumo dei
suoi lill. Questi, entro i piccoli cuori verdi e freschi delle loro foglie,levavano

curiosamente, al di sopra della staccionata del parco, i loro pen-nacchi di piume


color malva o bianche, lucenti, anche allombra, per il sole che le aveva
irrorate. Alcuni, seminascosti dalla casetta con le tegoledetta casa degli Arcieri, dove
abitava il custode, ne oltrepassavano il pin-nacolo gotico con il loro roseo minareto.
Le Ninfe della primavera sareb- b e r o p a r s e v o l g a r i a p ar a g o n e d i q u e s t e
g i o v a n i U r i c h e s e r b a v a n o i n quel giardino francese i toni vivi e puri delle
miniature persiane
119
. No-nostante il mio desiderio di stringere la loro vita flessuosa e di attirare ame i
riccioli stellati della loro testa odorosa, passavamo senza fermarci,perch i
miei parenti non andavano pi a Tansonville dopo il matrimo- nio di Swann,
e, per non dare limpressione di guardare nel parco, invecedi prendere il sentiero che
costeggia la sua recinzione e sale direttamenteai campi, ne prendevamo un altro che
pure vi conduce, ma obliquamen-te, e ci faceva sbucare parecchio lontano. Un
giorno, il nonno disse a miopadre:
119
Vi ricordate? Swann ieri ha detto che siccome sua moglie e sua
figliapartivano per Reims
120
, n e a v r e b b e a p pr o f i t t a t o p e r a n d ar e a p a s s a r e una giornata a Parigi. Visto
che quelle signore non ci sono, potremmo co-steggiare il parco, sarebbe molto pi
breve.Sostammo un momento davanti alla staccionata. La stagione dei
lillsavvicinava alla fine; alcuni effondevano ancora, in alti lampadari colormalva,
le bolle delicate dei loro fiori, ma in molte parti del fogliame do-ve, appena
una settimana prima, si frangeva la loro spuma odorosa, ap- passiva,
rattrappita e annerita, una vana scoria, arida e senza profumo. Iln o n n o f a c e v a
notare
a
mio
padre
quel
che
era
rimasto
i m m u t a t o nellaspetto dei luoghi, e quel che era cambiato, dopo la sua
passeggiatac o n S w a n n p a d r e , i l g i o r n o c h e a q u e s t i e r a m o r t a l a
m o g l i e , e c o l s e loccasione per raccontare quella passeggiata una volta di
pi.Davanti a noi, un viale fiancheggiato di nasturzi saliva in pieno
soleverso il castello. A destra, invece, il parco si estendeva su un terreno pia-no. Uno
specchio dacqua, tenuto in ombra dai grandi alberi che lo cir- condavano, era
stato fatto scavare dai genitori di Swann; ma, anche nellesue creazioni pi artificiose,
sulla natura che luomo lavora; certi luoghifanno sempre valere intorno a s la loro
speciale supremazia, le loro inse-gne immemorabili trionfano in mezzo a un
parco come avrebbero fatto,i n a s s e n z a d i q u a l s i a s i i n t er v e n t o u m a n o ,
i n u n a s o l i t u d i n e c h e t o r n a sempre a circondarle, sorgendo dalle
necessit della loro esposizione esovrapponendosi allopera delluomo.
Cos, in fondo al viale che domi-nava il laghetto artificiale, sera formata
su due file, intrecciate con fioridi miosotidi e di pervinche, la corona naturale,
delicata e azzurra che cin-ge la fronte chiaroscura delle acque, e il gladiolo,
piegando le sue spadec o n r e g a l e a b b a n d o n o , s t e n d e v a

s u l l e u p a t o r i o e s u l r a n u n c o l o dallumido gambo, i fiordalisi a


brandelli, viola e gialli, del suo scettrolacustre.La partenza della signorina
Swann, che

togliendomi la terribile op-portunit di vederla apparire in un viale, dessere


conosciuto e disprez-zato dalla ragazzina privilegiata che aveva per amico
Bergotte e andavacon lui a visitare le cattedrali

mi rendeva indifferente la contemplazio-ne di Tansonville, la prima volta che


mera concessa, sembrava invece,agli occhi del nonno e del babbo,
aggiungere pregio a questa propriet,conferirle unattrattiva passeggera, e
rendere la giornata eccezionalmentepropizia a una passeggiata da quella parte,
come, per unescursione inmontagna, lassenza di ogni nube; avrei voluto
che i loro calcoli fosseroelusi, che un miracolo facesse apparire la signorina
Swann, con suo pa-d r e , c o s v i c i n o a n o i d a n o n l a s c i a r c i
il tempo di evitarla, e da
120
costringerci a farne la conoscenza. Cos, quando a un tratto
s c o r s i sullerba, quasi un segno della sua presenza possibile, un cestino dimenticato vicino a una canna da pesca il cui sughero galleggiava sullacqua, feci
di tutto per volgere altrove gli sguardi di mio padre e di mio nonno.Daltronde,
avendoci detto Swann che gli sarebbe stato difficile assentar-si, poich in quel
momento aveva degli ospiti, la canna da pesca potevaappartenere a qualche
invitato. Non si udiva, nei viali, alcun rumore di passi. Dividendo laltezza di
un albero imprecisato, un uccello invisibilesi ingegnava di far sembrare breve la
giornata, esplorava con una notaprolungata la solitudine circostante, ma ne
riceveva una replica cos una-nime, uneco cos raddoppiata di silenzio e di
immobilit che si sarebbedetto avesse fermato per sempre listante che aveva
cercato di far passarepi in fretta. Dalla fissit del cielo, la luce cadeva cos
implacabile che sisarebbe voluto sottrarsi alla sua attenzione, e lacqua
anchessa addor-mentata, il cui sonno era incessantemente irritato dagli insetti,
sognandocerto qualche Maelstrom
121
immaginario, accresceva il turbamento in cuim i a v e v a g e t t a t o l a
vista
del
galleggiante
di
sughero,
d a n d o limpressione di trascinarlo a tutta velocit sulle distese silenziose
delcielo riflesso; quasi verticale, il sughero pareva sul punto di affondare
eio gi mi domandavo se, lasciando da parte il mio desiderio e il mio tim o r e d i c o n o s c e r l a , n o n a v e s s i i l d o v er e di f a r a v v e r t i r e l a
s i g n o r i n a Swann che il pesce aveva abboccato

quando mi tocc raggiungere dicorsa il babbo e il nonno che mi chiamavano,


stupiti che non li avessi se-guiti per lo stretto sentiero che sale verso i campi e lungo

il quale si eranoincamminati. Lo trovai tutto ronzante dellodore dei biancospini. La


sie-p e f o r m a v a c o me u n a f i l a di c a p p e l l e c h e s c o mp a r i v a n o s o t t o i l
p a r a - mento dei loro fiori, affastellati a formare una sorta di repositorio; al
disotto, il sole posava in terra una scacchiera di luce, come se avesse traver-sato una
vetrata; il profumo si diffondeva altrettanto untuoso, altrettantocircoscritto nella
sua forma, come se mi fossi trovato davanti allaltare della Vergine, e i fiori,
egualmente acconciati, reggevano con aria distrat-ta ciascuno il suo scintillante
mazzolino di stami, tenui e raggianti nerva-ture di stile fiammeggiante, come
quelle che in chiesa traforavano la balaustra della tribuna o le traverse della
vetrata, e sbocciavano in uncandido incarnato di fior di fragola. Come
sarebbero apparse ingenue ecampestri, in confronto, le rose di macchia che, di l a
qualche settimana,si sarebbero inerpicate anchesse in pieno sole, lungo lo
stesso rusticosentiero, nella seta ben tesa del loro corsetto rosseggiante che un
soffio divento disperde!
121
Ma avevo un bel sostare davanti ai biancospini a respirare, a portare dinanzi
al mio pensiero, che non sapeva cosa dovesse farne, il loro profu-mo saldo e
invisibile, a perderlo e ritrovarlo, a unirmi al ritmo che lancia-va qua e l i loro
fiori, con giovanile allegrezza e a intervalli inattesi co-me certe pause
musicali; essi mi offrivano indefinitamente lo stesso in- canto con una
profusione inesauribile, ma senza lasciarmelo approfondi-re ulteriormente, come
quelle melodie che si possono suonare cento voltedi seguito senza penetrare pi
intimamente nel loro segreto. Me ne allon-tanavo un momento, per assalirli poi con
forze pi fresche. Inseguivo finsulla scarpata che, dietro la siepe, si inerpicava,
in ripido pendio verso icampi, qualche papavero sperduto, qualche fiordaliso
rimasto pigramen-te indietro, che lornavano qua e l con i loro fiori come lorlo di
un araz-z o i n c u i a p p a r e a p p e n a a c c e n n a t o i l m o t i v o a g r e s t e c h e
t r i o n f e r n e l centro; rari ancora, distanziati come le case isolate che
annunciano gilapprossimarsi di un villaggio, essi mi avvertivano dellimmensa
distesadove dilagano le messi, dove si accavallano le nubi, e la vista di un
solop a p a v e r o c h e i n n a l z a v a i n c i ma a l s u o c o r d a m e e d a v a a l l a
s f e r z a d e l vento la sua fiamma rossa, al di sopra della sua boa untuosa e
nera, mifaceva battere il cuore, allo stesso modo del viaggiatore che scorge
sullas p i a g g i a u n a p r i ma b ar c a i n c a g l i a t a c h e u n c a l a f a t o s t a
r i p a r a n d o , e d esclama, prima ancora di averlo visto: Il Mare!.Poi tornavo
davanti ai biancospini, come davanti a quei capolavori chesi crede di poter meglio
ammirare dopo aver smesso per un momento dig u a r d a r l i , m a a v e v o u n b e l
f a r m i s c h e r m o c o n l e m a n i p e r n o n a v e r nientaltro sotto gli occhi, il
sentimento che risvegliavano in me continua-va ad essere oscuro e vago, e
inutilmente cercava di liberarsi, di poter aderire ai loro fiori. Essi non mi
aiutavano a chiarirlo, n potevo chiederead altri fiori di soddisfarlo. Allora,
suscitando in me la stessa gioia che siprova nel vedere unopera del nostro
pittore preferito che differisce daquelle che conosciamo, oppure se qualcuno ci

conduce dinanzi a un qua-dro di cui avevamo visto fino allora solo uno schizz a
matita, se un bra-no musicale sentito soltanto al pianoforte ci appare poi rivestito dei
colo-ri dellorchestra, il nonno mi chiam e, mostrandomi la siepe di Tanson-ville, mi
disse: Tu che ami i biancospini, guarda un po quello spino ro-sa; molto bello!. In
effetti era uno spino, ma rosa, pi bello ancora dei bianchi. Aveva anchesso
unacconciatura di festa

di quelle sole verefeste che sono le feste religiose, giacch nessun capriccio
contingente leapplica, come quelle mondane, a un giorno qualsiasi, che non loro
spe-c i f i c a m e n t e d e s t i n a t o , c h e n u l l a h a d i e s s e n z i a l m e n t e f e s t i v o

, maunacconciatura ancora pi ricca, in quanto i fiori attaccati sul ramo, gli


122
uni sopra gli altri, in maniera da non lasciare il minimo spazio privo
diornamento, come fiocchi che inghirlandino un pastorale rococ,
eranoc o l o r a t i , q u i n d i d i u n a q u a l i t s u p e r i o r e s e c o n d o l e s t e t i c a
d i C o m - bray, almeno a giudicare dalla lista dei prezzi nella bottega della piazza,o
da Camus, dove i biscotti rosa erano pi cari. Anchio apprezzavo dipi il
formaggio alla crema rosa, quello in cui mi avevano permesso di schiacciare
delle fragole. E quei fiori avevano scelto appunto una di quel-le tinte di cosa
commestibile, o di tenero abbellimento a un abito da granfesta, che sono, nella
misura in cui manifestano la ragione della loro su- periorit, quelle che con pi
evidenza paiono belle agli occhi dei bambi-ni, e per questo serbano sempre per loro
qualcosa di pi vivo e di pi na-turale delle altre tinte, anche quando abbiano
compreso che non promet-tono niente alla loro ghiottoneria e che non stata la sarta
a sceglierle. Ecerto, lavevo subito avvertito, come davanti agli spini bianchi,
ma conpi meraviglia, che non in modo fittizio, per un artificio di
fabbricazioneumana, si era manifestata nei fiori lintenzione di festivit, ma era la natura che, spontaneamente, laveva espressa con lingenuit di una mer-ciaia
di paese che addobba un repositorio, sovraccaricando larbusto di quelle
rosette di un tono troppo tenero e di un
pompadour
122
provinciale.In cima ai rami, come tanti di quei piccoli rosai con i vasi nascosti da carte ricamate, di cui nelle feste solenni si facevano irradiare sullaltare i lie-vi fuochi
dartificio, pullulavano mille bottoncini di una tinta pi pallidache, schiudendosi,
lasciavano vedere, come nel fondo di una coppa di m a r m o r o s a , d e i
r o s s i s a n g u i g n i e t r a d i v a n o , p i d e g l i s t e s s i f i o r i , lessenza
particolare, irresistibile, dello spino, che, dovunque germoglias-se, dovunque fiorisse,
non poteva farlo che in rosa. Frammisto alla siepe,ma anche da questa diverso, come
una fanciulla in abito da festa in mez-zo a persone in vestaglia che resteranno in casa,
belle pronto per il mesemariano, di cui sembrava gi far parte, cos splendeva
sorridendo, nellasua fresca veste rosa, larbusto cattolico e delizioso
123

.La siepe lasciava vedere allinterno del parco un viale bordato di gelsomini, di viole del pensiero e di verbene, in mezzo ai quali delle violac-ciocche
aprivano la loro borsa fresca, di un rosa odoroso e sbiadito comequello di un cuoio
antico di Cordova, mentre sulla ghiaia un lungo tuboper innaffiare verniciato di
verde, srotolando le sue spire, lanciava dai punti dove erano situati i fori, al di
sopra dei fiori di cui irrorava i profu-mi, il ventaglio verticale e prismatico delle
sue stille multicolori. Tuttaun tratto mi fermai, non potei pi muovermi,
come accade quando unavisione non si rivolge solo ai nostri sguardi, ma esige
percezioni pi pro-fonde e dispone del nostro essere per intero. Una ragazzina di un
biondo
123
fulvo, che aveva laria di rientrare dal passeggio e teneva in mano una vanga
da giardiniere, ci guardava, alzando il suo viso cosparso di efelidirosa. I suoi occhi
neri brillavano, e poich non sapevo allora, n lho ap-preso in seguito,
circoscrivere nei suoi elementi oggettivi una forte im- p r e s s i o n e , n o n
avendo,
come
si
suol
dire,
abbastanza
s p i r i t o dosservazione per isolare la nozione del loro colore, per molto
tempo,ogni volta che ripensavo a lei, il ricordo del loro splendore mi si
presentsubito come quello di un vivido azzurro, dal momento che era bionda:
dimodo che, forse, se non avesse avuto degli occhi cos neri

cosa che col-piva tanto chi la vedeva per la prima volta

non sarei stato, come lo fui,pi particolarmente innamorato, in lei, dei suoi occhi
azzurri.Io la guardai: dapprima con quello sguardo che soltanto la voce degliocchi,
ma alla cui finestra si affacciano tutti i sensi, ansiosi e impietriti, losguardo che
vorrebbe toccare, catturare, portar via il corpo che sta guar-d a n d o , e c o n e s s o
l a n i ma ; p o i , t a n t a e r a l a p a u r a c h e d a u n m o me n t o allaltro il nonno e
mio padre, scorgendo quella fanciulla, mi facessero al-lontanare, dicendomi di
correre un poco innanzi a loro, con un secondo s g u a r d o , i n c o n s c i a m e n t e
s u p p l i c h e v o l e , c h e c e r c a v a d i c o s t r i n g e r l a a prestarmi attenzione, a
conoscermi! Lei sporse in avanti e di lato le suepupille per prendere visione
di mio nonno e di mio padre, e senza dub- bio lidea che ne ricav fu che
eravamo ridicoli, giacch si volse e, con aria indifferente e sdegnosa, si fece da
parte per risparmiare al suo voltodi trovarsi nel loro campo visivo; e quando
loro, continuando a cammi-nare, senza averla vista, mi ebbero superato, lasci
correre i suoi sguardiin tutta la loro lunghezza nella mia direzione, senza
unespressione parti-colare, senza mostrare di vedermi, ma con una fissit e
un sorriso dissi-mulato che, in base alle nozioni che mi erano state impartite sulla
buonaeducazione, potevo interpretare solamente come una prova di oltraggio-so
disprezzo; e la sua mano accennava intanto un gesto indecente al qua-le, quando era
rivolto in pubblico a una persona non conosciuta, il picco-lo dizionario di buona
creanza che portavo in me attribuiva un unico si- gnificato, quello di

unintenzione insolente.Su, Gilberte, vieni; cosa stai facendo, grid con voce
penetrante e au-toritaria una signora in bianco che non avevo visto, mentre a qualche
di-stanza da lei un signore vestito di tela grezza, e che non conoscevo,
mifissava con degli occhi che gli uscivano dalla testa; e, smettendo bruscamente di sorridere, la fanciulla prese la vanga e si allontan senza
pivolgersi dalla mia parte, con unaria docile, impenetrabile e sorniona.Cos mi
pass accanto quel nome di Gilberte, donatomi come un tali- smano che mi
avrebbe permesso un giorno, forse, di ritrovare colei di cui
124
aveva appena fatto una persona e che, solo un istante prima non era cheunimmagine
incerta. Cos pass, pronunciato al di sopra dei gelsomini edelle violacciocche,
pungente e fresco come le stille dellinnaffiatoio ver-de; impregnando, iridando la
zona daria pura che aveva attraversato

e che isolava

del mistero della vita di colei che designava per gli esserifortunati che vivevano,
che viaggiavano con lei; dispiegando sotto il ce- spuglio degli spini rosa,
allaltezza della mia spalla, la quintessenza dellaloro familiarit, per me cos
dolorosa, con lei, con lignoto della sua esi- stenza dove non sarei penetrato.Per
un attimo (mentre ci allontanavamo e il nonno mormorava: Quelpovero Swann,
che parte gli tocca: farlo partire perch lei possa restare sola con il suo
Charlus, perch lui, lho riconosciuto! E quella bambina,mischiata a tutta questa
infamia!) limpressione lasciata in me dal tonodispotico con il quale la
madre di Gilberte le aveva parlato senza che leireplicasse, facendomela
apparire come costretta a obbedire a qualcuno, d u n q u e n o n s u p e r i o r e a
t u t t o , l e n u n p o c o l a m i a s o ffe r e n z a , m i r e s e qualche speranza e
attenu il mio amore. Ma ben presto questo amoretorn a innalzarsi dentro
di me, come una reazione per cui il mio cuore umiliato voleva mettersi allo
stesso livello di Gilberte o abbassarla fino alp r o p r i o . I o l a m a v o ,
r i m p i a n g e v o d i n o n a v e r e a v u t o i l t e m p o e lispirazione di
offenderla, di farle del male, e di costringerla a ricordarsidi me. La trovavo cos bella
che avrei voluto poter tornare sui miei passiper gridarle, alzando le spalle: Come vi
trovo brutta, grottesca, come miripugnate!. Invece mi allontanavo, portando con me,
per sempre, comearchetipo di una felicit inaccessibile ai ragazzi della mia specie, in
base aleggi naturali impossibili a trasgredirsi, limmagine di una ragazzina ful-va,
con la pelle cosparsa di efelidi rosa, che aveva in mano una vanga e rideva,
lasciando scorrere su di me lunghi sguardf sornioni e inespressi-vi. E gi lincanto di
cui il suo nome aveva reso fragrante quel luogo sot-to gli spini rosa, dove, lei e
io, lavevamo sentito pronunciare insieme,poco a poco raggiungeva, avvolgeva,
profumava tutto ci che le stava in-torno, i suoi nonni che i miei avevano avuto
lineffabile gioia di conosce-re, la sublime professione di agente di cambio, il
doloroso quartiere degliChamps-Elyses dove lei abitava a Parigi
124

.Lonie, disse il nonno rientrando, avrei voluto fossi stata con noi po-co fa. Non
avresti riconosciuto Tansonville. Se avessi osato, ti avrei coltoun ramo di quegli spini
rosa che ti piacevano tanto. Il nonno raccontavacos la nostra passeggiata alla zia
Lonie, sia per distrarla, sia perch nonavevamo perso tutte le speranze di farla
uscire. Ora, quella propriet untempo le era stata molto cara, e daltronde le visite di
Swann erano state
125
le ultime che avesse ricevuto, quando gi aveva chiuso la sua porta a tut-ti quanti. E
cos come, quando lui ora veniva a chiedere sue notizie (lei era la sola persona
di casa nostra che Swann chiedesse ancora di vedere),g l i f a c e v a r i s p o n d e r e c h e
s i s e n t i v a s t a n c a , m a c h e l a pr o s s i ma v o l t a lavrebbe lasciato salire, allo
stesso modo quella sera disse: S, un giornoche far bel tempo, andr in carrozza
fino allingresso del parco. E lo di-ceva con sincerit. Le sarebbe piaciuto rivedere
Swann e Tansonville; mail desiderio che ne aveva bastava alle forze che le restavano;
la sua realiz-zazione le avrebbe esaurite. A volte, il bel tempo le restituiva un
po divigore, si alzava, si vestiva; la stanchezza la coglieva prima che fosse pas-sata
nellaltra stanza, e reclamava il suo letto. Era cominciata per lei

solo un po prima di quanto avvenga di solito

quella piena rinunciadella vecchiaia, che si prepara alla morte, si chiude


nella propria crisali-de, e che possibile osservare, al termine delle esistenze di
lunga durata,anche fra vecchi innamorati che si sono amati molto, fra amici
uniti daivincoli pi puri e che, a partire da un certo anno, smettono di affrontareil
viaggio o luscita necessaria per incontrarsi, smettono di scriversi, esanno
che in questo mondo non comunicheranno pi. La zia doveva sa-pere assai
bene che non avrebbe rivisto Swann, che mai pi avrebbe la-sciato la casa,
ma quella reclusione definitiva le era resa forse pi sop- portabile proprio in
ragione del fatto che, a nostro giudizio, avrebbe do-vuto fargliela apparire pi
dolorosa: e cio che quella reclusione le eraimposta dal venir meno, che ogni
giorno lei stessa poteva constatare, del-le sue forze, e che, facendo di ogni azione, di
ogni movimento una fatica,se non una sofferenza, dava allinazione,
allisolamento, al silenzio, ladolcezza riparatrice e benedetta del riposo.La zia
non and a veder la siepe di spini rosa, ma ogni momento io do-mandavo ai miei se
ci sarebbe andata, se in altri tempi andava spesso aTansonville, cercando di
indurli a parlare dei genitori e dei nonni della s i g n o r i n a S w a n n , c h e m i
s e m b r a v a n o gr a n d i c o m e d i . Q u e l n o me d i Swann, divenuto per me quasi
mitologico, quando discorrevo con i mieigenitori, smaniavo dal desiderio di
sentirglielo dire; non osavo pronun- ciarlo io stesso, ma li trascinavo su
argomenti che sfioravano Gilberte e lasua famiglia, che la riguardavano, in cui
non mi sentissi esiliato, troppodistante da lei; e costringevo allimprovviso mio
padre, fingendo di cre-dere per esempio che limpiego di mio nonno fosse gi
appartenuto pri-ma di lui alla nostra famiglia, o che la siepe di spini rosa che la zia

Lonieavrebbe voluto vedere si trovasse su un terreno comunale, a rettificare lamia


asserzione, a dirmi, quasi mio malgrado, come di sua iniziativa: Man o ,
q u e l l i mp i e g o l a v e v a i l p a dr e di
Swann
, quella siepe fa parte del
126
parco di
Swann
. Allora ero costretto a riprendere fiato, tanto mi soffoca-va col suo fardello,
posandosi l dove era scritto dentro di me, quel nomeche, nel momento in cui
ludivo, mi sembrava pi colmo di qualsiasi al-tro, perch era sovraccarico
di tutte le volte che, in precedenza, lavevo m e n t a l me n t e p r o n u n c i a t o . M i
p r o c u r a v a u n p i a c e r e c h e e r o c o n f u s o daver osato pretendere dai miei
genitori, perch quel piacere era tantogrande che, certo, aveva causato loro
molta fatica dovermelo procurare, esenza compenso, visto che non era un
piacere destinato a loro. Cos perdiscrezione, cambiavo discorso. E anche per
scrupolo. Tutte le seduzionisingolari che mettevo in quel nome di Swann, ve le
ritrovavo ogni voltache veniva pronunciato. Allora, dun tratto, mi sembrava
impossibile chei miei non le avvertissero, mi sembrava che condividessero il mio
puntodi vista, che vedessero a loro volta, assolvessero, sposassero i miei sogni,e mi
sentivo infelice come se li avessi vinti e portati alla perdizione.Quellanno, quando,
un po prima del solito, i miei genitori ebbero fis-sato la data del ritorno a Parigi, la
mattina della partenza, poich per fo-tografarmi mi avevano fatto arricciare i capelli,
sistemato con cautela uncappello che non avevo ancora mai portato e fatto indossare
un cappotti-no di velluto, mia madre, dopo avermi cercato da per tutto, mi
trov inlacrime sul breve, ripido sentiero, vicino a Tansonville, nellatto di
direaddio ai biancospini, mentre abbracciavo i rami pungenti, e, come
unaprincipessa da tragedia a cui pesassero quei vani ornamenti, ingrato ver-so la
mano importuna che intrecciando tutti quei nodi aveva avuto curadi
raccogliermi i capelli sulla fronte
125
, calpestavo i miei bigodini strap-pati e il mio cappello nuovo. La mamma non si
commsse alle mie lacri-me, ma non pot trattenere un grido alla vista del cappello
sfondato e delcappotto da buttar via. Non ludii: Miei poveri, piccoli
biancospini, di-cevo piangendo, non voi, certo, vorreste farmi del male,
costringermi apartire. Voi, voi non mavete mai fatto soffrire! Perci vi amer
sempre.E , a s c i u g a n d o mi l e l a c r i me , p r o m e t t e v o l or o c h e , q u a n d o
f o s s i s t a t o grande, non avrei imitato la vita insensata degli altri uomini e,
anche aParigi, nei giorni di primavera, invece di recarmi a far visite e ad ascolta-re
sciocchezze, sarei corso in campagna a vedere i primi biancospini.Una volta nei
campi, non li lasciavamo pi per tutto il resto della pas-seggiata che si faceva dalla
parte di Msglise. Erano perennemente per-corsi, come un girovago invisibile, dal
vento, che era per me il genio par-ticolare di Combray. Ogni anno, il giorno del
nostro arrivo, per sentireche ero veramente a Combray, salivo a ritrovarlo che

correva tra i solchie mi incitava a seguirlo. Il vento era sempre al nostro


fianco dalla parted i M s g l i s e , s u q u e l l a p i a n u r a c o n v e s s a d o v e
per molte leghe non
127
incontra alcuna asperit del terreno. Sapevo che la signorina Swann andava spesso a trascorrere qualche giorno a Laon
126
e , s e b b e n e f o s s e a molte miglia, poich la distanza era compensata dallassenza
di qualsiasiostacolo, quando, nei caldi pomeriggi, vedevo un unico soffio,
giuntodallestremo orizzonte, curvare le messi pi lontane, propagarsi
comeunonda per tutta limmensa distesa e venire a sdraiarsi, sussurrante
etiepido, ai miei piedi, fra la lupinella e il trifoglio, quella pianura che eracomune a
entrambi pareva avvicinarci, unirci; pensavo che quel soffio divento era passato
accanto a lei, che fosse un messaggio di lei quel che mi bisbigliava, senza che
potessi comprenderlo, e lo baciavo mentre passa- va. A sinistra cera un paese
di nome Champieu (
Campus Pagani
, secondoil curato). Sulla destra, al di l delle messi, si scorgevano i due
campanilicesellati e rustici di Saint-Andr-des-Champs
127
, e s s i s t e s s i a ffu s o l a t i , scagliosi, embricati dalveoli, rabescati,
biondeggianti e grumosi comedue spighe.A intervalli simmetrici, tra
linimitabile decorazione delle loro foglie,che non si possono confondere con
quelle di nessun altro albero da frut-ta, i meli aprivano i loro larghi petali di raso
bianco o lasciavano penderei timidi mazzolini dei loro boccioli rosseggiante dalla
parte di Msgli-se che ho notato per la prima volta lombra rotonda
proiettata dai melis u l l a t er r a s o l e g g i a t a , e a n c h e q u e l l e s e t e d o r o
i m p a l p a b i l e c h e i l t r a - monto intesse obliquamente sotto le foglie, e che
io vedevo interrotte,senza mai essere deviate, dal bastone di mio padre.Talvolta,
nel cielo pomeridiano passava la luna, candida come una nu- be, furtiva, senza
splendore, come unattrice quando non lora della re-cita e, dalla platea, in abito da
passeggio, guarda un attimo i suoi compa-gni, cercando di non farsi notare, non
volendo che si faccia attenzione al e i . M i p i a c e v a r i t r o v a r n e l i m m a g i n e
n e i q u a d r i e n e i l i b r i , m a q u e l l e opere darte erano molto diverse

almeno nei primi anni, quando Blochnon aveva ancora abituato i miei occhi e la
mia mente a pi raffinate ar-monie

da quelle in cui la luna mi sembrerebbe bella oggi e in cui allo-ra non lavrei
riconosciuta. Era, per esempio, qualche romanzo di Sainti-ne, un paesaggio di
Gleyre
128

, in cui essa ritaglia netta nel cielo unesile falce dargento: opere ingenuamente
incomplete, come le mie impressio-ni dallora, e che le sorelle della nonna
sindignavano di vedermi amare.Loro pensavano che si dovessero mostrare ai
ragazzi, e questi desseroprova di gusto amandole subito, opere che, giunti a
maturit, si ammira-no in modo definitivo. Senza dubbio, si raffiguravano i pregi
estetici co-m e o g g e t t i m a t e r i a l i c h e u n o c c h i o a p e r t o n o n p u
fare a meno di
128
scorgere, senza alcun bisogno di avere maturato lentamente gli equiva- lenti
nel proprio cuore.Dalla parte di Msglise, a Montjouvain, in una casa posta sulla
riva diun vasto stagno e addossata a una scarpata ricoperta di cespugli, abitavail
signor Vinteuil. Perci, sulla strada, incrociavamo sovente sua figlia, che
guidava un calessino a tutta velocit. A partire da un certo anno nonla incontrammo
pi sola, ma con unamica maggiore di et, che aveva inpaese una cattiva reputazione
e che un giorno si install definitivamentea Montjouvain. La gente diceva:
Bisogna proprio che quel povero Vin- teuil sia accecato dalla tenerezza per non
rendersi conto di ci che si rac-conta e per consentire a sua figlia, lui che si
scandalizza di una parola
fuori posto,
di ospitare sotto il suo tetto una donna simile. Lui dice che una donna
superiore, di gran cuore, e che avrebbe avuto una straordina-ria disposizione per la
musica, se lavesse coltivata. Pu star certo chenon si occupa di musica,
quella, con sua figlia. S, il signor Vinteuil lo diceva; ed effettivamente
degno di nota come una persona susciti sem-pre ammirazione, per le sue qualit
morali, nei parenti di unaltra perso-na con la quale intrattenga relazioni
carnali. Lamore fisico, tanto ingiu-stamente denigrato, spinge ogni persona a
manifestare, sin nelle minimesfumature, tutto ci che possiede di bont, di abbandono
di s, a tal pun-to che il loro splendore giunge agli occhi di quanti lo
circondano pi davicino. Il dottor Percepied, al quale la voce grossa e le
folte sopraccigliap e r me t t e v a n o d i r e c i t a r e q u a n t o v o l e v a i l r u o l o di
p e r f i d o , d i c u i n o n aveva il fisico, senza compromettere minimamente la sua
reputazione in-crollabile e immeritata di burbero benefico, sapeva far ridere fino alle
la-crime il curato e tutti quanti, dicendo con tono rude: Ebbene! pare che lasignorina
Vinteuil faccia della musica con la sua amica. Si direbbe che lacosa vi stupisca. Io
non so. pap Vinteuil che me lha detto, ancora ieri.Dopo tutto, avr pure il diritto
di amare la musica, quella ragazza. A men o n p i a c e c o n t r a r i ar e l e v o c a z i o n i
d e i g i o v a n i ; a Vin t e u i l n e p p u r e , a quanto pare. E poi anche lui fa della
musica con lamica di sua figlia. Ah!perdinci, se ne fa di musica da quelle parti! Ma
che avete da ridere? In ef-fetti, suona troppo quella gente. Laltro giorno ho
incontrato Vinteuil pa-dre vicino al cimitero. Non si teneva sulle gambe.Per quanti,
come noi, videro in quel tempo Vinteuil evitare le personeche conosceva, voltarsi
dallaltra parte quando le vedeva, invecchiare inpochi mesi, chiudersi nel suo dolore,
divenire incapace di qualsiasi sfor-zo che non avesse per fine immediato la

felicit della figlia, trascorreregiornate intere davanti alla tomba della


moglie

sarebbe stato difficilen o n c o mp r e n d e r e c h e s t a v a m o r e n d o d i d o l or e , e


supporre che non si
129
rendesse conto delle voci che giravano. Le conosceva, forsanche vi prestava fede. Probabilmente non esiste essere umano, per quanto grande sia la
sua virt, che non possa essere indotto da un insieme di circostanzea vivere un
giorno in dimestichezza con il vizio, che pure condanna nel modo pi formale

senza ben riconoscerlo, per altro, sotto le spoglie difatti particolari che quello
assume per entrare in contatto con lui e farlosoffrire: parole bizzarre,
atteggiamento inesplicabile, una certa sera, di quella tale creatura che lui,
daltra parte, ha tante ragioni per amare. Ma,in un uomo come Vinteuil, ben pi
che in un altro, doveva esserci tantasofferenza nel rassegnarsi a una di
quelle situazioni che, a torto, credia-mo siano appannaggio esclusivo
dellambiente bohmien: queste situa-zioni si producono ogni vojta che un
vizio, che la natura stessa fa sboc-ciare in un bambino, a volte
semplicemente mescolando le virt del pa-dre e della madre, come il colore
degli occhi, ha bisogno di riservarsi lospazio e la sicurezza che gli sono
necessari. Ma il fatto che il signor Vin-teuil conoscesse, forse, la condotta
della figlia, non comport che il suoculto per lei divenisse minore. I fatti
non penetrano nel mondo dove vi-vono le nostre fedi: non le hanno
generate, non le distruggono; possonoinfligger loro continue smentite senza
affievolirle, e una valanga di sven-t ur e o d i m a l a t t i e c h e s i s u c c e d a n o i n
u n a f a m i g l i a i n i n t e r r o t t a m e n t e , non la far dubitare della bont del suo Dio o
del talento del suo medico.Ma quando il signor Vinteuil pensava a sua figlia e a se
stesso dal puntodi vista degli altri, dal punto di vista della loro reputazione, quando
cer-cava di situarsi con lei al posto che occupavano nella valutazione genera-le, allora
quel giudizio di ordine sociale lo formulava esattamente, comeavrebbe fatto labitante
di Combray a lui pi ostile; si vedeva precipitato,con la figlia, nei pi infimi
bassifondi, e i suoi modi, dopo un po, ne ave-vano assimilato quellumilt, quel
rispetto per coloro che si trovano piin alto e che si guardano dal basso
(fossero anche stati molto al di sotto di lui fin allora), quella tendenza a cercar di
risollevarsi fino a loro, che una conseguenza quasi meccanica di tutte le
cadute. Un giorno, mentrec a m mi n a v a m o c o n S w a n n p e r u n a v i a d i
C o m b r a y, i l s i g n o r Vin t e u i l , che veniva da unaltra parte, sera trovato troppo
bruscamente davanti anoi per avere il tempo di evitarci; e Swann, con quella
carit orgogliosadelluomo di mondo che, nella dissoluzione di tutti i
pregiudizi morali,trova nellinfamia di un altro soltanto una ragione per esercitare
nei suoic o n f r o n t i u n a b e n e v o l e n z a , l e c u i t e s t i m o n i a n z e l u s i n g a n o
t a n t o p i lamor proprio di chi le concede quanto pi le sente preziose per chi le ri-

ceve, si era intrattenuto a lungo con il signor Vinteuil, a cui fino a


quelmomento non rivolgeva la parQla, e gli aveva chiesto, prima di lasciarci,
130
di mandare un giorno la figlia a suonare a Tansonville. Era un invito che,due anni
prima, avrebbe indignato il signor Vinteuil, ma che ora lo col- mava di un tal
sentimento di gratitudine da indurlo a sentirsi in obbligodi non commettere
lindiscrezione di accettare. La cortesia di Swann neiconfronti di sua figlia gli
sembrava, in se stessa, un sostegno cos onore-vole e delizioso che pensava,
forse sarebbe stato meglio non servirsene,per avere la dolcezza tutta platonica di
conservarlo.Che uomo squisito, ci disse, quando Swann ci ebbe lasciati,
con lastessa entusiastica venerazione per cui delle borghesi intelligenti e
gra-ziose sono in soggezione, e prese dal fascino, dinanzi a una
duchessa,magari brutta e sciocca. Che uomo squisito! Peccato che abbia
fatto unmatrimonio cos sconveniente.E a l l o r a

a
tal
punto
le
persone
pi
sincere
sono
i m p a s t a t e dipocrisia, e lasciano cadere, parlando con una persona,
lopinione chehanno di lei e che esprimeranno quando li avr lasciati

i miei deplora-rono con il signor Vinteuil il matrimonio di Swann, in nome di princpi


econvenienze ai quali (per il fatto stesso che li invocavano in comune conlui, come
brave persone dello stesso stampo), avevano laria di sottinten-dere, a Montjouvain
non era stato contravvenuto. Vinteuil non mandsua figlia da Swann. E
questi fu il primo a rammaricarsene. Ogni volta, infatti, appena lasciato
Vinteuil, si ricordava che da qualche tempo inten-deva chiedergli uninformazione su
una persona che portava il suo stes-so nome, un suo parente, credeva. E, quella
volta, si era fermamente ri-promesso di non dimenticare quel che aveva da
dirgli, quando Vinteuilavrebbe mandato sua figlia a Tansonville.La passeggiata
dalla parte di Msglise era la meno lunga delle due che facevamo nei dintorni
di Combray, e proprio per questo la si riserva-va per le giornate di tempo incerto;
in effetti, dalla parte di Msglise ilclima era piuttosto piovoso, e noi non
perdevamo mai di vista il limitaredei boschi di Roussainville, nel cui folto avremmo
potuto ripararci.S p e s s o i l s o l e s i n a s c o n d e v a d i e t r o u n a n u v o l a
c h e n e d e f o r m a v a lovale, e che, a sua volta, era indorata nei contorni.
Lo splendore, manon la luce, svaniva dalla campagna, dove ogni vita
sembrava sospesa,mentre il piccolo villaggio di Roussainville scolpiva nel cielo il
rilievo deisuoi contorni bianchi, con una precisione e una finitezza opprimenti. Unpo
di vento faceva prendere il volo a un corvo che ricadeva in lontanan-za, e, contro il
cielo biancheggiante, il fondo dei boschi pareva pi azzur-ro, come dipinto in
quelle pitture monocrome che decorano i
trumeaux
delle antiche dimore.
131

Ma altre volte cominciava a piovere, come aveva minacciato


lomino barometrico che lottico aveva in vetrina; le gocce dacqua, come
uccellimigratori che insieme prendano il volo, scendevano gi dal cielo in ran-ghi
frettolosi. Non si separano mai, non vanno alla ventura durante la ra-pida traversata;
ma ciascuna, restando al suo posto, attira a s quella chela segue, e il cielo ne
oscurato pi che alla partenza delle rondini. Tro- vavamo rifugio nel bosco.
Quando il loro viaggio sembrava finito, qual-cuna, pi debole, pi lenta, arrivava
ancora. Ma noi uscivamo dal nostrorifugio, perch le gocce si divertono con le
foglie, e quando la terra eragi quasi asciutta pi duna sattardava a
giocare sulle nervature di unafoglia, e, sospesa sulla punta, quieta,
luccicante nel sole, di colpo si la- sciava scivolare da tutta laltezza del ramo e ci
cadeva sul naso.Spesso, anche, andavamo a ripararci, confondendoci con i santi e i
pa-triarchi di pietra, sotto il portico di Saint-Andr-des-Champs.
Comerafrancese quella chiesa! Sopra la porta, i santi, i re-cavalieri con un
gigliodi Francia in mano, certe scene di nozze o di funerali, erano rappresenta-ti
come potevano esserlo nellanimo di Franoise. Lo scultore aveva nar-rato anche
certi aneddoti relativi ad Aristotele e a Virgilio
129
, allo stessom o d o c h e F r a n o i s e , i n c u c i n a , p a r l a v a v o l e n t i er i d i S a n
L u i g i , q u a s i lavesse conosciuto di persona, e in genere per svergognare con quel
pa-ragone i miei nonni, meno giusti. Si sentiva che le nozioni
dellartistamedievale e della contadina medievale (sopravvissuta sino al XIX
secolo)r i g u a r d o a l l a s t o r i a a n t i c a o c r i s t i a n a , e c h e s i
d i s t i n g u e v a n o p e r linesattezza come per la semplicit, le avevano
acquisite non dai libri,ma da una tradizione al tempo stesso antica e diretta,
ininterrotta, orale,deformata, irriconoscibile e viva. Un altro personaggio di
Combray cheugualmente riconoscevo, virtuale e profetizzato, nella scultura
gotica diSaint-Andr-des-Champs, era il giovane Thodore, garzone di bottega
diCamus. Franoise, daltronde, percepiva cos bene in lui un paesano e
uncontemporaneo che, quando la zia Lonie stava troppo male perch
leipotesse farcela da sola a girarla nel letto, a metterla in poltrona, piuttostoche
lasciar salire la sguattera a farsi guardare di buon occhio dalla zia,chiamava
Thodore. Ora, quel ragazzo che passava, e non senza ragione,p e r u n c a t t i v o
soggetto,
era
tanto
pervaso
dallo
spirito
che
a v e v a decorato Saint-Andr-des-Champs, e in particolare dai sentimenti di
ri-spetto che Franoise riteneva dovuti ai poveri malati, alla sua
poverap a d r o n a , c h e , n e l s o l l e v a r e l a t e s t a d e l l a z i a s u l
g u a n c i a l e , a v e v a lespressione ingenua e zelante degli angioletti sui
bassorilievi, i qualicon un cero in mano si affaccendano intorno alla Vergine
languente, qua-si che i volti di pietra scolpita, grigiastri e nudi come i boschi
dinverno,
132

fossero solo assopiti, una riserva pronta a rifiorire nella vita in innumere-voli volti
popolari, reverendi e astuti come quello di Thodore, accesi dalrossore di una mela
matura. Non pi aderente alla pietra di quanto lofossero gli angioletti, ma
distaccata dal portico, di una statura pi che umana, ritta su un basamento come
su uno sgabello che le evitasse di po-sare i piedi sul terreno umido, una santa aveva le
gote piene, il seno sodoche gonfiava il drappeggio come un grappolo maturo
in un sacco di cri-n e , l a f r o n t e s t r e t t a , i l n a s o c o r t o e
s b a r a z z i n o , l e p u p i l l e i n c a v a t e , laspetto forte, insensibile e coraggioso
delle contadine del paese. Quellasomiglianza, che insinuava nella statua una dolcezza
che io non vi avevocercato, era spesso confermata da qualche ragazza dei campi,
venuta co-me noi a mettersi al riparo e la cui presenza, simile a quella delle
fogliedi parietaria cresciute accanto alle foglie scolpite, sembrava destinata
aconsentire, in un confronto con la natura, di giudicare la verit delloperadarte.
Davanti a noi, in lontananza, terra promessa o maledetta, Rous-sainville,
nelle cui mura non ero mai penetrato; Roussainville, poco do- po, quando la
pioggia era gi cessata per noi, continuava a essere punitacome un villaggio biblico
da tutte le lance del temporale che flagellavanoobliquamente le case dei suoi abitanti,
oppure era stata gi perdonata daDio Padre che faceva scendere su di essa, di
lunghezza diseguale, come ir a g g i d i u n o s t e n s o r i o d a l t a r e , g l i s t e l i d or o
s f r a n g i a t i d e l s u o s o l e riapparso.A volte il tempo si era guastato
irrimediabilmente, bisognava rientraree s t a r e c h i u s i i n c a s a . Q u a e l , i n
l o n t a n a n z a , n e l l a c a m p a g n a c h e loscurit e lumidit rendevano
simile al mare, alcune case isolate, ag-grappate al fianco di una collina, immersa
nella notte e nellacqua, brilla-vano come piccoli battelli che, ripiegate le vele,
trascorrano immobili tut-ta la notte al largo. Ma che importava la pioggia, che
importava il tempo-rale! Destate, il cattivo tempo non che un umore
passeggero, superfi-ciale, del bel tempo sottostante e stabile, ben diverso dal bel
tempo mute-vole e fluido dellinverno, e che, al contrario, installatosi sulla terra
dovesi consolidato in folti fogliami sui quali la pioggia pu sgocciolare sen-za
compromettere la resistenza della loro gioia perenne, ha innalzato pertutta la stagione,
fin nelle vie del villaggio, sui muri delle case e dei giar-dini, i suoi vessilli di seta
viola o bianca. Seduto nel salottino, dove aspet-tavo leggendo lora della cena,
sentivo lacqua gocciolare dai nostri ippo-castani, ma sapevo che lacquazzone non
faceva che ravvivarne le foglie,e che essi promettevano di restarsene l, per tutta la
notte piovosa, cometestimonianza dellestate, ad assicurare la continuit del
bel tempo; chep o t e v a b e n p i o v e r e , m a d o m a n i s o p r a l a
staccionata bianca di
133
Tansonville, avrebbero oscillato, numerose come al solito, le piccole fo- glie
a forma di cuore; e guardavo senza tristezza il pioppo di rue de Per-champs
rivolgere al temporale suppliche e saluti disperati; e senza tri- stezza udivo in
fondo al giardino gli ultimi brontolii del tuono tubare frai lill.Se il tempo era cattivo
fin dal mattino, i miei rinunciavano alla passeg-giata e io non uscivo. Ma in
seguito presi labitudine, in quei giorni, dia n d a r e a c a m m i n a r e d a

s o l o d a l l a p a r t e d i M s g l i s e - l a - V i n e u s e , nellautunno in cui
dovemmo venire a Combray per la successione dellazia Lonie, giacch alla fine era
morta, facendo trionfare nello stesso tem-po quanti sostenevano che il suo
regime debilitante avrebbe finito conlucciderla, e quegli altri che avevano
sempre affermato che soffriva diuna malattia non immaginaria ma organica, alla
cui evidenza gli scetticisarebbero stati finalmente costretti ad arrendersi quando lei ne
fosse sta-ta sopraffatta; e con la sua morte suscitando un grande dolore in una
solapersona, ma in questa davvero selvaggio. Nei quindici giorni che
durlultima malattia di mia zia, Franoise non labbandon un istante, non sicoric
mai, non permise a nessun altro di prestarle la minima cura, e la- sci il suo
corpo soltanto quando fu sepolto. Allora comprendemmo chequella sorta di timore
in cui Franoise era vissuta, per le parole cattive, p e r i s o s p e t t i , p e r l e
c o l l e r e d e l l a z i a , a v e v a s v i l u p p a t o i n l e i u n s e n t i - mento che avevamo
scambiato per odio, ed era venerazione e amore. Lasua vera padrona, dalle
decisioni impossibili a prevedersi, dalle astuziedifficili da sventare, dal
buon cuore facile da piegare, la sua sovrana, lasua monarca misteriosa e
onnipotente non cera pi. Al suo confronto, noi contavamo ben poco. Era
lontano il tempo, quando avevamo comin-ciato a venire a Combray, a
trascorrervi le vacanze, in cui avevamo agliocchi di Franoise un prestigio
pari a quello della zia. Questautunno,tutti occupati nelle formalit da
sbrigare, nei colloqui con i notai e con ifattori, i miei genitori, non avendo
la possibilit di fare delle gite, che il tempo daltronde non favoriva, presero
labitudine di lasciarmi andare apasseggiare senza di loro dalla parte di
Msglise, avvolto in un grande
plaid
che mi proteggeva dalla pioggia, e che io mi gettavo tanto pi vo-lentieri
sulle spalle quanto pi sentivo che le sue righe scozzesi scanda- lizzavano
Franoise, nella cui testa non era possibile far entrare lidea cheil colore degli abiti
non ha nulla a che vedere con il lutto, e alla quale pe-r a l t r o i l n o s t r o d o l o r e p e r
l a m o r t e d e l l a z i a p i a c e v a p o c o , p e r c h n o n avevamo dato il gran
banchetto funebre, non assumevamo un tono di voce speciale per parlare di lei, e
io, a volte, addirittura canticchiavo. So-n o s i c u r o c h e i n u n l i b r o

e in questo ero proprio come Franoise

134
quella concezione del lutto, derivata dalla
Chanson de Roland
130
e dal por-tale di Saint-Andr-des-Champs, mi sarebbe stata simpatica. Ma,
appenaFranoise mi era vicina, un demone mi spingeva a desiderare che andas-se in
collera, coglievo il minimo pretesto per dirle che rimpiangevo la ziap e r c h e r a u n a
b u o n a d o n n a , n o n o s t a n t e l e s u e r i di c o l a g g i n i , m a n o n certo perch fosse
mia zia; che avrebbe potuto essere mia zia e risultarmiodiosa, e la sua morte non

provocarmi alcun dispiacere, discorsi che mi sarebbero sembrati insulsi in un


libro.S e a l l o r a F r a n o i s e , p e r v a s a c o m e u n p o e t a d a u n f l u s s o d i
p e n s i e r i confusi sul dolore, sui ricordi di famiglia, si scusava di non saper rispondere alle mie teorie e diceva: Non so esprimermi, trionfavo di
questaconfessione con un buonsenso ironico e brutale degno del dottor
Perce-pied; e se lei aggiungeva: In ogni modo era della "parentena", resta sem-pre
il rispetto che si deve alla "parentena", alzavo le spalle e mi dicevo: Sono
troppo buono a discutere con unanalfabeta che fa simili svarioni,adottando cos, per
giudicare Franoise, il punto di vista meschino di cer-ti uomini di cui quegli stessi
che pi li disprezzano, nellimparzialit del-la riflessione, sono capacissimi di
assumere la parte quando recitano unadelle scene volgari della vita.Le mie
passeggiate di quellautunno erano tanto pi piacevoli in quan-to seguivano a lunghe
ore trascorse su un libro
131
. Quando ero stanco diaver letto tutta la mattina in salotto, gettandomi il
plaid
sulle spalle, usci-vo. Il mio corpo, costretto a una lunga immobilit, ma caricatosi
durantequellinerzia di animazione e di velocit accumulate, sentiva il
bisognopoi, come una trottola a cui venga dato il via, di prodigarle in tutte le direzioni. I muri delle case, la siepe di Tansonville, gli alberi del bosco
diRoussainville, i cespugli a cui saddossa Montjouvain, ricevevano
colpidombrello o di bastone, ascoltavano grida gioiose, che non erano, gli unie le
altre, se non idee confuse che mi esaltavano e che non avevano rag- giunto la
quiete nella luce, avendo preferito, a una lenta e difficile chiari-ficazione, il piacere di
una via pi facile verso uno sbocco immediato. Lamaggior parte delle cosiddette
manifestazioni esteriori di ci che abbia-mo provato servono, quindi, solo a
sbarazzarcene, facendole apparirefuori di noi in una forma indistinta che
non ci insegna a conoscere il no-stro io interno. Quando mi provo a
enumerare quel che devo alla parted i M s g l i s e , l e u mi l i s c o p e r t e d i
c u i e s s a s t a t a l a f o r t u i t a c o r ni c e o lispiratrice necessaria, mi ricordo che
fu quellautunno, in una di quellepasseggiate, vicino al sentiero cespuglioso che
ripara Montjouvain, chefui colpito per la prima volta da questa discordanza tra le
nostre impres-sioni e la loro espressione abituale. Dopo unora di pioggia e
di vento,
135
contro i quali avevo lottato allegramente, come arrivavo sulla riva del la-go di
Montjouvain, davanti a una casupola ricoperta di tegole, dove il giardiniere
del signor Vinteuil custodiva i suoi attrezzi da giardinaggio,il sole era appena
riapparso, e le sue dorature lavate dallacquazzone ri-lucevano a nuovo nel
cielo, sugli alberi, sui muri della casupola, sul suo tetto di tegole ancora
bagnato, sulla cui cresta passeggiava una gallina. Ilvento, soffiando, piegava
orizzontalmente le erbe incolte cresciute sullaparete del muro, e le piume
lanuginose della gallina; le une e le altre sil a s c i a v a n o c a r e z z a r e a

p i a c i m e n t o d a l s u o s o ffi o p e r t u t t a l a l o r o l u n - ghezza, con labbandono


delle cose inerti e leggere. Il tetto di tegole davaal lago, che il sole aveva reso di
nuovo specchiante, una striatura rosa, al-la quale, prima, non avevo mai prestato
attenzione. E vedendo sullacquae sulla facciata del muro un pallido sorriso
rispondere al sorriso del cielo,gr i d a i , pr e s o d a l l e n t u s i a s mo , br a n d e n d o i l
m i o o mb r e l l o ar r o t o l a t o : Accidenti, accidenti, accidenti. Ma immediatamente
sentii che sarebbestato mio dovere non accontentarmi di quellopaca esclamazione e
cerca-re di veder pi chiaro nella mia ebbrezza.E proprio in quel momento

grazie a un contadino che passava, conlaria gi abbastanza imbronciata, e lo divenne


ancor pi quando rischidessere colpito in faccia dal mio ombrello, e che
rispose senza calore alm i o b e l t e mp o , n o n v e r o? Si c a m m i n a
volentieri

a p p r e s i c h e l e medesime emozioni non si producono simultaneamente, secondo un


or-dine prestabilito, in tutte le persone. Pi tardi, ogni volta che una letturaun po
prolungata mi aveva suscitato il desiderio di discutere, il compa-gno a cui
desideravo rivolgere la parola proprio allora aveva cessato di abbandonarsi al
piacere della conversazione e ormai desiderava che lo silasciasse leggere tranquillo.
Se avevo pensato con tenerezza ai miei geni-tori, e preso le decisioni pi sagge e
meglio atte a farli contenti, loro ave-vano impiegato lo stesso tempo ad apprendere un
peccatuccio che avevodimenticato e che mi rimproveravano severamente proprio nel
momentoin cui io mi slanciavo verso di loro per abbracciarli.A volte, allesaltazione
della solitudine se ne aggiungeva unaltra, chenon sapevo separare nettamente da
essa, suscitata dal desiderio di vederapparire dinanzi a me una contadina, chio
potessi stringere fra le brac-cia. Nato allimprovviso, e senza che avessi
avuto il tempo di collegarloesattamente alla sua causa, in mezzo ai pensieri pi
diversi, il piacere chelo accompagnava non mi sembrava che un grado superiore di
quello chetali pensieri mi davano. Attribuivo un maggior valore a quanto occupavain
quel momento la mia mente, al riflesso rosa del tetto di tegole, alle er- be incolte, al
villaggio di Roussainville dove da tanto tempo desideravo
136
andare, agli alberi del suo bosco, al campanile della sua chiesa, per quel-la
emozione nuova che me li faceva apparire pi desiderabili, soltanto perch
credevo che fossero loro a suscitarla, e che sembrava non voler al-tro se non
condurmi pi rapidamente verso di loro quando gonfiava lamia vela di una
brezza potente, ignota e propizia. Ma se il desiderio di veder comparire una
donna aggiungeva per me qualcosa di pi esaltanteagli incanti della natura, questi
a loro volta, dilatavano ci che il fascino della donna avrebbe avuto di troppo
angusto. Mi sembrava che la bellez-za degli alberi fosse anche la sua, e che
lanima di quegli orizzonti, delvillaggio di Roussainville, dei libri che leggevo
quellanno, sarebbe statoil suo bacio a rivelarmela; e, poich la mia immaginazione
riprendeva vi-gore a contatto con la mia sensualit, e la mia sensualit si

spandeva intutti i domini della mia immaginazione, il mio desiderio non


aveva pilimiti. Anche perch

come avviene in quei momenti di fantasticheriaquando, immersi nella


natura, sospesa lazione dellabitudine, accanto-n a t e l e n o s t r e n o z i o n i
a s t r a t t e s u l l e c o s e , c r e d i a mo c o n f e d e p r o f o n d a alloriginalit, alla vita
individuale del luogo in cui ci troviamo

la pas-sante invocata dal mio desiderio rappresentava per me non un esempla-re


qualsiasi di un tipo generale, la donna, ma un prodotto necessario enaturale
di quella terra. In quel tempo, infatti, tutto ci che era altro da me, la terra e
gli esseri viventi, mi appariva pi prezioso, pi importante,dotato di unesistenza
pi reale di quanto non sembrasse alle persone adulte. E non facevo distinzione
fra la terra e gli esseri viventi. Avevo de-siderio di una contadina di Msglise o di
Roussainville, di una pescatri-ce di Balbec, come avevo desiderio di Msglise
e di Balbec. Il piacereche mi potevano dare mi sarebbe parso meno vero,
non vi avrei pi cre-duto, se ne avessi modificato a mio arbitrio le
condizioni. Conoscere aParigi una pescatrice di Balbec o una contadina di
Msglise, sarebbe sta-to come ricevere delle conchiglie che non avessi visto sulla
spiaggia, unafelce che non avessi trovato nei boschi, sarebbe stato come
sottrarre alpiacere che mi avrebbe dato la donna tutti quelli nei quali laveva avvolta la mia immaginazione. Ma vagabondare cos, nei boschi di Roussainville, senza una contadina da baciare, significava non conoscere di
quei boschi il tesoro nascosto, la bellezza profonda. Quella fanciulla che
nonv e d e v o s e n o n a v v o l t a n e l f o g l i a m e , e r a l e i s t e s s a , p e r m e , c o m e
u n a pianta di quella terra, soltanto di una specie pi nobile delle altre, e
diuna struttura che permetteva meglio che in esse di avvicinarsi al
saporeprofondo del paese. Mi era tanto pi facile crederlo (e che le carezze gra-zie
alle quali mi avrebbe fatto pervenire fin l sarebbero state di una qua-lit particolare,
e tali che nessunaltra se non lei avrebbe potuto farmene
137
conoscere il piacere), in quanto ero, e lo sarei stato ancora per
m o l t o , nellet in cui non si ancora arrivati ad astrarre quel piacere del posses-so
dalle diverse donne con le quali lo si provato, a ridurlo a una nozio-n e g e n e r a l e
c h e d a u n c e r t o m o m e n t o i n d u c e a c o n s i d e r a r l e c o m e g l i strumenti
intercambiabili di un piacere sempre identico. Non esiste nem-meno, isolato, separato
e concepito nel pensiero, come il fine che si perse-gue avvicinandosi a una donna,
come la causa del turbamento prelimi-nare che ci assale. A malapena vi si
pensa come a un piacere che si avr; piuttosto, lo chiamiamo il suo fascino
particolare; giacch non pensiamoa noi, pensiamo solamente a uscire da noi stessi.
Oscuramente atteso, in-sito in noi e nascosto, nel momento in cui si realizza,
porta solamente aun tale parossismo gli altri piaceri suscitati in noi dai
dolci sguardi, dai baci di colei che ci sta accanto, che appare soprattutto a
noi stessi comeuna sorta di trasporto della nostra gratitudine per la bont di cuore

dellanostra compagna e per la sua toccante predilezione nei nostri


riguardi,che misuriamo dai benefici, dalla felicit di cui ci colma.Ahim, invano
imploravo il torrione di Roussainville, invano gli chie-devo di lasciar venire
accanto a me una creatura del suo villaggio, comea colui che era stato il
solo confidente dei miei primi desideri, quando,nella nostra casa di
Combray, nel piccolo studio in alto, odoroso diris,vedevo soltanto la sua
sagoma, nel riquadro della finestra semiaperta, m e n t r e , c o n l e
esitazioni
eroiche
del
viaggiatore
che
i n t r a p r e n d e unesplorazione o del disperato che si toglie la vita, sentendomi
mancare,a p r i v o i n m e s t e s s o u n a v i a s c o n o s c i u t a e c h e cr e d e v o
m o r t a l e , f i n o a l momento in cui una traccia naturale, come quella di una
chiocciola, si ag-giungeva alle foglie di ribes selvatico che si curvavano fino a me.
Invanoora lo supplicavo. Invano, tenendo nel mio campo visivo quella
distesa,la disseccavo con i miei sguardi, che avrebbero voluto scoprirvi una don-na.
Potevo giungere fino al portico di Saint-Andr-des-Champs; non vi t r o v a v o
m a i l a c o n t a d i n a c h e n o n a vr e i m a n c a t o d i i n c o n t r ar e s e f o s s i stato
col nonno e nellimpossibilit di attaccare discorso con lei.
Fissavoi n d e f i n i t a m e n t e i l t r o n c o d i u n a l b e r o l o n t a n o , d i e t r o i l q u a l e
s a r e b b e comparsa e sarebbe venuta fino a me; lorizzonte scrutato restava deser-to,
scendeva la notte; la mia attenzione si aggrappava senza speranza, co-me per
aspirarne le creature cui poteva dare ricetto, a quella terra sterile,a quel suolo
esaurito; e non pi con allegrezza, ma con rabbia percuotevogli alberi del bosco di
Roussainville dai quali non uscivano esseri viventi,quasi fossero stati alberi
dipinti sulla tela di un paesaggio, quando, nonpotendo rassegnarmi a
rientrare in casa prima daver stretto fra le brac- c i a l a d o n n a c h e
avevo tanto desiderato, ero tuttavia costretto a
138
riprendere la strada di Combray confessando a me stesso che si
facevasempre meno probabile il caso che avrebbe potuto metterla sul mio cam-mino.
E daltronde, se lei si fosse trovata l, avrei osato parlarle? Pensavoche mi avrebbe
giudicato pazzo; cessavo di credere che potessero esserecondivisi da altre persone,
che potessero essere veri fuori di me i desideric h e f o r mu l a v o d u r a n t e q u e l l e
p a s s e g g i a t e , e c h e n o n s i r e a l i z z a v a n o . Non mi apparivano pi se non come
creazioni puramente soggettive, im-potenti, illusorie del mio temperamento. Non
avevano pi alcun legamecon la natura, con la realt, che subito perdeva ogni incanto
e significato,e non era pi rispetto alla mia vita che una cornice convenzionale,
comeper lintreccio di un romanzo il vagone sul cui sedile il viaggiatore lo
staleggendo per ammazzare il tempo. forse da unimpressione provata sempre
nei pressi di Montjouvain,alcuni anni pi tardi, impressione rimasta oscura allora,
che nata, mol-to tempo dopo, lidea che mi sono fatto del sadismo. Si vedr poi che,
pertuttaltre ragioni, il ricordo di questa impressione doveva avere un ruoloimportante
nella mia vita. Faceva molto caldo; i miei genitori, che aveva-no dovuto assentarsi
per tutta la giornata, mi avevano detto di rientrarequando avessi voluto,
anche tardi; e, spintomi fino al lago di Montjou-vain, dove amavo rivedere i

riflessi del tetto di tegole, mi ero sdraiatoallombra e addormentato fra i


cespugli del pendio che sovrasta la casa, l dove un tempo avevo aspettato mio
padre, un giorno che era andato atrovare il signor Vinteuil. Era quasi notte quando mi
svegliai, feci per al-zarmi, ma vidi la signorina Vinteuil (per quanto potei
riconoscerla, giac-ch non lavevo vista spesso a Combray, e soltanto quando
era ancora bambina, mentre ora cominciava a essere una ragazza) che probabilmente era appena rientrata, di fronte a me, a pochi centimetri da me, in quel-la stanza
dove suo padre aveva ricevuto il mio, e che era diventata il suosalottino personale. La
finestra era semiaperta, la lampada accesa, vede-vo tutti i suoi movimenti senza che
lei mi vedesse; ma se me ne fossi an-dato avrei fatto frusciare i cespugli, e lei mi
avrebbe sentito e avrebbe po-tuto credere che mi fossi nascosto l per spiarla.Era in
lutto stretto, perch suo padre era morto da poco. Noi non era- v a m o a n d a t i
a t r o v a r l a : m i a m a d r e n o n l o a v e v a v o l u t o , i n r a g i o n e di una virt che
sola in lei limitava le manifestazioni di bont, il pudore; mal a c o m m i s e r a v a
p r o f o n d a m e n t e . M i a m a d r e r i c o r d a v a l a t r i s t e f i n e dellesistenza
di Vinteuil, tutta assorbita, prima, dalle cure quasi di ma- dr e e d i
g o v e r n a n t e c h e pr o d i g a v a a l l a f i g l i a , p o i d a l l e s o ffe r e n z e c h e questa
gli aveva inflitto; rivedeva il volto tormentato che, sempre, il vec-c h i o a v e v a
a v u t o n e g l i u l t i mi t e mp i ; s a p e v a c o me a v e s s e r i n u n c i a t o
139
definitivamente a terminare la trascrizione in bella copia di tutta la
suaopera degli ultimi anni, povere composizioni di un vecchio maestro
dip i a n o , d i u n a n z i a n o o rga n i s t a d i p a e s e c h e , c i r e n d e v a mo b e n
c o n t o , non dovevano avere alcun valore in s, ma che non disprezzavamo, per-ch
ne avevano tanto per lui, ed erano state la sua ragione di vita prima che le
sacrificasse alla figlia: per la maggior parte, neppure annotate, con-servate soltanto
nella sua memoria, alcune scritte su foglietti sparsi, illeg-gibili, sarebbero rimaste
ignote; mia madre pensava a quellaltra ancorpi crudele rinuncia cui
Vinteuil era stato costretto, la rinuncia a un av-venire di felicit onesta e
rispettata per sua figlia; quando le tornava inmente tutto lo sconforto
supremo dellantico maestro di piano delle zie,provava unautentica pena, e
pensava con spavento a quella, ben altri- menti amara, che doveva provare la
signorina Vinteuil, insieme al rimor-s o d i a v e r e q u a s i u c c i s o s u o p a d r e .
P o v e r o s i g n o r Vin t e u i l , d i c e v a l a mamma, vissuto ed morto per sua
figlia, senza averne avuta ricom-pensa. Lavr dopo la morte, e sotto quale
forma? Non le potrebbe venireche da lei.In fondo al salotto della signorina
Vinteuil, sul camino, era posato unpiccolo ritratto di suo padre, che lei
bruscamente and a prendere nonappena risuon dalla strada il rotolio di
una carrozza; poi si gett su uncanap e accost a s un tavolino sul quale pose il
ritratto, come una vol-ta il signor Vinteuil aveva deposto accanto a s lo spartito del
pezzo cheavrebbe voluto far ascoltare ai miei genitori. Poco dopo entr la sua ami-ca.
La signorina Vinteuil laccolse senza alzarsi, con le mani dietro la te- sta e si
scans verso il lato opposto del sof, come per farle posto. Ma su- bito si accorse
che in quel modo sembrava volerle imporre un atteggia-mento che le era

forse sgradito. Pens che la sua amica probabilmenteavrebbe preferito


starsene lontana su una sedia, si giudic indiscreta, la sensibilit del suo animo
se ne inquiet; riprendendo tutto intero il postosul sof, chiuse gli occhi e si mise
a sbadigliare per far intendere che lavoglia di dormire fosse la sola ragione
per la quale si era sdraiata in talmodo. Nonostante la familiarit rude e
imperiosa che aveva con la suacompagna, riconoscevo in lei i gesti ossequiosi e
reticenti, gli scrupoli su- bitanei di suo padre. Ben presto si alz, finse di voler
chiudere le impostee di non riuscirci.Lascia pure tutto aperto, ho caldo, disse
lamica.

Ma seccante, ci vedranno, rispose la signorina Vinteuil.Ma immagin, senza


dubbio, che la sua amica avrebbe pensato che leile avesse rivolto quelle parole
soltanto per indurla a rispondere con certea l t r e c h e i n e ffe t t i d e s i d e r a v a
sentire, ma che per discrezione voleva
140
lasciar pronunciare allaltra di sua iniziativa. Perci il suo sguardo, che ionon potevo
distinguere, dovette assumere lespressione che piaceva tan-to a mia nonna, mentre
aggiungeva con vivacit:Quando dico vederci, voglio dire vederci leggere;
seccante pensareche degli occhi ci vedano, anche se si fa qualcosa di
insignificante.Per una generosit istintiva e una gentilezza involontaria, taceva le parole premeditate che aveva ritenuto indispensabili alla completa realizza-zione del
suo desiderio. E, ad ogni istante, in fondo a lei, una vergine ti-mida e
supplichevole implorava, e faceva indietreggiare un soldataccio rude e
prepotente.S, probabile che ci guardino, a questora, in questa campagna
cosf r e q u e n t a t a , di s s e i r o n i c a m e n t e l a s u a a m i c a . E p o i , c o s a?
a g g i u n s e (credendo di dover accompagnare con un ammiccare docchi malizioso
et e n e r o q u e l l e p a r o l e c h e r e c i t a v a p e r b o n t , c o me u n t e s t o c h e
s a p e v a gradito alla signorina Vinteuil, in un tono che si sforzava di rendere cini-co)
quandanche ci vedessero, meglio, non vero?La signorina Vinteuil fremette e si
alz. Il suo cuore scrupoloso e sensi- bile ignorava le parole che si sarebbero
spontaneamente adattate alla sce-na invocata dai suoi sensi. Cercava, il pi lontano
possibile dalla sua ve-ra natura morale, di trovare il linguaggio pi adatto alla ragazza
viziosache voleva essere. Ma le parole che quella, secondo lei, avrebbe pronun-ciato
in tutta sincerit, sulle sue labbra risuonavano false. E il poco che sene concedeva era
detto in un tono affettato, nel quale le abitudini di timi-dezza paralizzavano le
velleit di audacia e si mescolavano ai: non haifreddo, non hai troppo caldo,
non hai voglia di leggere e di star sola?.Madamigella, mi sembra abbia pensieri
molto osceni, questa sera, fi-n col dire, ripetendo certo una frase pronunciata
qualche altra volta dal-le labbra dellamica. Nella scollatura della sua
camicetta di crespo, la si-gnorina Vinteuil sent che lamica appuntava un bacio,
lanci un piccologrido, fugg, e le due si inseguirono saltando, facendo svolazzare le
loroampie maniche come ali e tubando e pigoland come uccelli in
amore.Poi, la signorina Vinteuil si lasci cadere sul canap, ricoperta dal
corpodellamica. Ma questa volgeva le spalle al tavolino su cui era posato il ri-

t r at t o de l v ec ch i o m a e st r o d i p i a n o . L a si g n o r i n a Vin t e ui l
c a p c h e lamica non lavrebbe visto se lei non vi avesse attirato la sua attenzione,e
le disse, come se solo allora lavesse notato:O h ! q u e l r i t r a t t o d i m i o p a d r e
c h e c i g u ar d a , n o n s o c h i h a p o t u t o metterlo l, pure lho ripetuto venti volte
che non il suo posto.M i r i c or d a i c h e l e s t e s s e p ar o l e l e a v e v a d e t t e a
m i o p a d r e i l s i g n o r Vinteuil a proposito dello spartito. Quel ritratto, senza
dubbio, doveva
141
servire loro abitualmente per qualche profanazione rituale,
p e r c h lamica replic con queste parole, che dovevano far parte delle sue rispo-ste
liturgiche: Ma lascialo dov, non pi qui a infastidirci. Sta certache
piagnucolerebbe, che ti vorrebbe mettere il mantello, quella brutta scimmia,
se ti vedesse qui con la finestra aperta.L a s i g n o r i n a Vin t e u i l r i s p o s e c o n
p a r o l e d i d o l c e r i mp r o v e r o : Via , via, che provavano la bont della sua
natura, non perch fossero dettatedallindignazione che quel modo di parlare di suo
padre avrebbe potutosuscitare in lei (evidentemente era un sentimento questo
che si era abi-tuata, con laiuto di quali sofismi?, a far tacere dentro di s in
quei mo-menti), ma perch erano come un freno che, per non mostrarsi
egoista,lei stessa metteva al piacere che lamica cercava di procurarle. E poi, que-sta
moderazione
sorridente
nel
rispondere
a
quelle
bestemmie,
questorimprovero ipocrita e tenero, sembravano, forse, alla sua natura leale
e b u o n a , u n a f o r m a p a r t i c o l ar m e n t e i n f a m e , u n a f o r m a m e l l i f l u a
dellas c e l l e r a t e z z a c h e c e r c a v a d i a s s i m i l a r e . M a n o n
p o t r e s i s t e r e allattrattiva del piacere che avrebbe provato nellessere
trattata con dol-cezza da una persona cos implacabile verso un morto senza difesa;
balzsulle ginocchia della sua amica, e le tese castamente la fronte da
baciarecome avrebbe potuto fare se fosse stata sua figlia, sentendo con
deliziache in tal modo entrambe si spingevano allestremo della crudelt,
sot-traendo a Vinteuil, fin nella tomba, la sua paternit. Lamica le prese
latesta fra le mani e le depose un bacio sulla fronte con quella docilit
chele era resa facile dal grande affetto che aveva per la signorina Vinteuil
ed a l d e s i d e r i o d i p or t a r e q u a l c h e d i s t r a z i o n e n e l l a v i t a , o r a c o s
t r i s t e , dellorfana. Sai cosa ho voglia di fargli a quel vecchio mostro?,
disseprendendo il ritratto.E bisbigli allorecchio della signorina Vinteuil qualcosa
che non poteiudire.Oh! non oseresti.

Non oserei sputarci sopra? su


questo
? disse lamica con deliberata brutalit.Non sentii altro, giacch la signorina
Vinteuil, con unaria stanca, gof-fa, indaffarata, onesta e triste, and a chiudere
le imposte e la finestra,ma io sapevo ormai, per tutte le sofferenze che in
vita il signor Vinteuilaveva sopportato a causa della figlia, qual era il compenso
che da lei ave-va ricevuto dopo la morte.E tuttavia ho pensato, in seguito, che se il
signor Vinteuil avesse potu-to assistere a quella scena, non avrebbe forse, neppure

allora, perduto las u a f e d e n e l b u o n c u or e d e l l a f i g l i a , e f o r s e a n c h e n o n


avrebbe avuto
142
completamente torto. Certo, nelle abitudini della signorina
Vin t e u i l lapparenza del male era cos assoluta che sarebbe stato difficile
vederlarealizzata, in quel grado di perfezione, altrimenti che in una sadica; allaluce
della ribalta dei teatri di boulevard
132
, piuttosto che a quella dellalampada di unautentica casa di campagna, che si pu
vedere una ragaz-za lasciar sputare unamica sul ritratto di un padre che vissuto
soltantop e r l e i ; e n o n c c h e i l s a d i s m o a d a r e u n
f o n d a m e n t o , n e l l a v i t a , allestetica del melodramma
133
. Nella realt, al di fuori dei casi di sadi-smo, una ragazza potrebbe anche
commettere azioni altrettanto crudelidi quelle della signorina Vinteuil verso la
memoria e le volont del padremorto, ma non le riassumerebbe espressamente in un
atto di simbolismocos rudimentale e ingenuo; quel che di criminale ci fosse
nella sua con-dotta sarebbe pi velato agli occhi degli altri, e persino agli
occhi di lei,c h e f a r e b b e i l m a l e s e n z a c o n f e s s a r l o a
s e s t e s s a . M a , a l d i l dellapparenza, nel cuore della
s i g n o r i n a Vin t e u i l , i l m a l e , a l m e n o a l l i n i z i o , n o n f u
c e r t a m e n t e a l l o s t a t o p u r o . U n a s a d i c a c o m e l e i lartista del
male, quel che una creatura interamente malvagia non po- trebbe essere,
perch il male non le sarebbe estraneo, le sembrerebbe deltutto naturale, non si
distinguerebbe nemmeno da lei; e la virt, la me- moria dei morti, la tenerezza
filiale, non proverebbe un piacere sacrilegonel profanarle, perch non ne avrebbe
il culto. I sadici della specie dellasignorina Vinteuil sono esseri cos puramente
sentimentali, cos natural-mente virtuosi, che persino il piacere dei sensi
sembra loro qualcosa dimalvagio, il privilegio dei cattivi. E quando
concedono a se stessi di ab- bandonarvisi, per un momento, nella pelle dei
cattivi che si sforzano dientrare e di far entrare il loro complice, cos da avere per
qualche istantelillusione dessere evasi dalla loro anima scrupolosa e tenera, per
entrarenel mondo disumano del piacere. E capivo quanto lavesse
desiderato,vedendo come le era impossibile riuscirci. Nel momento in cui lei si
vole-va cos diversa dal padre, mi ricordava i modi di pensare, i modi di dired e l
vecchio maestro di piano. Ben pi che la sua fotografia, ci che
l e i profanava, ci che asserviva ai suoi piaceri, ma che restava tra essi e
lei,impedendole di gustarli direttamente, era la rassomiglianza del suo viso,gli occhi
azzurri della nonna paterna che lui le aveva trasmesso come ungioiello di famiglia,
quei gesti di gentilezza che interponevano fra la si- g n or i n a Vin t e u i l e i l
s u o v i z i o u n a f r a s e o l o g i a , u n a m e n t a l i t c h e n o n erano fatte per il vizio, e
che le impedivano di conoscerlo come qualcosadi molto diverso dai numerosi
doveri di cortesia a cui si consacrava abi-t u a l m e n t e . N o n er a i l m a l e a

d a r l e l i d e a d e l p i a c e r e , a d a p p a r i r l e a t - traente; era il piacere a sembrarle


perverso. E poich, ogni volta che vi si
143
abbandonava, si accompagnava per lei a quei pensieri cattivi, per il restodel tempo
assenti dal suo animo virtuoso, finiva per trovare nel piacere qualcosa di
diabolico, identificandolo con il Male. Forse la signorina Vin-teuil avvertiva che, nel
fondo, la sua amica non era cattiva, e che non erasincera quando le teneva quei
discorsi blasfemi. Ma almeno si concedevail piacere di baciare sul suo volto, sorrisi,
sguardi, magari finti, ma analo-ghi nella loro espressione viziosa e abietta a quelli che
avrebbe avuto nonun essere di bont e di sofferenza, ma un essere di crudelt
e di piacere.Poteva per un attimo immaginare di fare veramente i giochi che
avrebbefatto con una complice tanto snaturata, una figlia che avesse provato veramente quei barbari sentimenti verso la memoria di suo padre. Forsenon
avrebbe
pensato
al
male
come
a
uno
stato
tanto
raro,
straordinario,sconcertante, dove era cos riposante emigrare, se avesse
saputo trovarein se stessa, come negli altri, quellindifferenza al dolore di
cui siamo lacausa, e che, comunque la si voglia chiamare, la forma
terribile e per-manente della crudelt.Se era abbastanza semplice andare dalla
parte di Msglise, inoltrarsinella parte di Guermantes era tuttaltra cosa,
perch la passeggiata eralunga e bisognava esser sicuri del tempo che avrebbe
fatto. Quando sem- brava preannunciarsi una serie di bei giorni; quando Franoise,
disperatache non cadesse una goccia dacqua sui poveri raccolti, e vedendo soltanto qualche rara nuvola bianca navigare sulla superficie calma e azzur-ra del cielo,
esclamava gemendo: Non sembrerebbero dei veri e propri pescecani, lass,
che giocano e mostrano il muso? Ah! ci pensano proprioloro a far piovere per i poveri
contadini! E poi, quando saranno spuntatele messi, allora la pioggia comincer a
venir gi, patapon patapan, senzamai smettere, senza pi sapere su cosa cade,
neanche fosse sul mare;quando mio padre aveva avuto invariabilmente le stesse
risposte favore-voli dal giardiniere e dal barometro, allora, a cena, si diceva:
Domani, seil tempo si mantiene, andremo dalla parte di Guermantes. Si usciva
su- bito dopo pranzo dalla porticina del giardino e si sbucava nelle rue
desP e r c h a mp s , s t r e t t a e a f o r m a d a n g o l o a c u t o , p i e n a d i g r a mi n a c e e
i n mezzo alle quali due o tre vespe passavano la giornata a erborare, bizzar-ra come il
suo nome da cui mi sembrava che discendessero le sue curiosecaratteristiche e la
sua personalit arcigna, e che si cercherebbe invanonella Combray doggi,
dove sul suo antico tracciato sorge la scuola. Ma l a m i a f a n t a s t i c h e r i a
( s i m i l e a q u e g l i a r c h i t e t t i , a l l i e v i d i V i o l l e t - l e - Duc
134
, che, credendo di ritrovare sotto una tribuna del Rinascimento eun altare
del XVII secolo le tracce di un coro romanico, rimettono tutto
144

ledificio nello stato in cui doveva essere nel XII secolo) non lascia
unapietra della nuova costruzione, riapre e restituisce rue des
Perchamps.Daltronde, per queste ricostruzioni, essa dispone di dati pi
precisi diquanti ne abbiano generalmente i restauratori: alcune immagini
conser-vate dalla mia memoria, le ultime forse che oggi sopravvivano, e destina-te a
perire ben presto, di quel che era Combray al tempo della mia infan-zia; e, poich
stata quella stessa Combray a tracciarle in me prima di scomparire, non meno
commoventi

se si pu paragonare un oscuro ri-tratto a quelle effigi gloriose di cui la nonna amava


regalarmi le riprodu-zioni

di quelle antiche incisioni della


Cena
o di quel quadro di GentileBellini nei quali vediamo, in uno stato che non
esiste pi oggi, il capola-voro di Leonardo e il portale di San Marco
135
.In rue de lOiseau si passava davanti alla vecchia osteria dell
Oiseau flesch
136
, nel cui vasto cortile talvolta entrarono, nel XVII secolo, le car-rozze delle
duchesse di Montpensier, di Guermantes e di Montmoren- cy
137
, q u a n d o d o v e v a n o v e n i r e a C o m b r ay p e r q u a l c h e c o n t e s t a z i o n e con i
loro fattori, o per una questione di onoranze. Si raggiungeva il vialeda dove, fra gli
alberi che lo fiancheggiavano, si vedeva apparire il cam-panile di Saint-Hilaire. E io
avrei voluto potermi sedere l, e restare tuttala giornata a leggere ascoltando le
campane; perch era cos bello e tran-q u i l l o c h e q u a n d o l or a s u o n a v a s i
s a r e b b e d e t t o , n o n c h e t u r b a s s e l a quiete della giornata, ma la liberasse di
quel che conteneva, e pareva cheil campanile, con la precisione indolente e
meticolosa di una persona chenon ha nientaltro da fare, si limitasse

per strizzare e lasciar cadere lepoche gocce doro che il calore vi aveva
lentamente e naturalmente accu-mulato

a comprimere, al momento giusto, la pienezza del silenzio.La maggiore attrattiva


della parte di Guermantes, consisteva nel co- steggiare, per quasi tutto il tempo,
il corso della Vivonne. La si attraver-sava una prima volta, dieci minuti dopo aver
lasciato casa, su una passe-rella detta Ponte Vecchio. Gi lindomani del nostro
arrivo, il giorno diPasqua, dopo la predica, se era bel tempo correvo laggi a
vedere, nel di-sordine di un mattino di gran festa in cui qualche preparativo
sontuosofa sembrare pi volgari gli arnesi domestici ancora sparsi, il fiume di
uncolore azzurro cielo che gi se ne andava tra le sponde ancora nere e nu-de,
accompagnato soltanto da uno stormo di cuculi arrivati troppo pre- sto e da

primule precoci, mentre qua e l una viola dal beccuccio blu pie-gava lo stelo sotto il
peso della goccia odorosa che teneva nel suo piccolocalice. Il Ponte Vecchio sbucava
su un sentiero di alzaia che in quel pun-t o , d e s t a t e , s i a m ma n t a v a d e l l e
f o g l i e a z z u r r e d i u n n o c c i l o , s o t t o i l q u a l e s e n e s t a v a s t a b i l me n t e
un pescatore dal cappello di paglia. A
145

Combray, dove sapevo quale individualit di maniscalco o di commessodi drogheria


si celasse sotto luniforme da svizzero o la cotta del cantoredi chiesa, quel
pescatore era la sola persona di cui non avessi scopertolidentit. Doveva
conoscere i miei, giacch alzava il cappello quando passavamo; allora io avrei
voluto domandare il suo nome, ma mi faceva-no segno di stare zitto per non
spaventare il pesce. Ci avviavamo per ilsentiero di alzaia che dominava
lacqua da unaltezza di parecchi piedi;dallaltra parte la sponda era bassa e si
stendeva in vasti prati fino al vil-laggio e, pi lontano, fino alla stazione. I prati
erano cosparsi delle rovi-ne, quasi nascoste nellerba, del castello degli
antichi conti di Combray,che nel Medioevo si servivano del corso della
Vivonne, da quel lato, co-me difesa contro gli attacchi dei signori di
Guermantes e degli abati diMartinville
138
. Non erano pi ormai che frammenti di torri, che costella-vano la pianura di
protuberanze appena visibili, qualche feritoia da doveun tempo il balestriere
lanciava le pietre, e la vedetta sorvegliava Nove-pont, Clairefontaine,
Martinville-le-Sec, Bailleau-lExempt, tutte terrevassalle di Guermantes tra le
quali era rinchiusa Combray, ormai rase alsuolo, dominate dai ragazzi della
scuola dei frati che andavano l a stu-diare le lezioni o a fare ricreazione

un passato quasi sprofondato nellaterra, adagiato sulla riva dellacqua come un


viandante che prende il fre-sco, ma capace di farmi meditare profondamente,
di farmi immaginare,nel nome di Combray, una citt ben diversa dalla
cittadina di oggi, ditrattenere i miei pensieri con il suo volto incomprensibile e
daltri tempi,celato per met sotto i bottondoro. Ce nerano moltissimi, in quel
luogo;l a v e v a n o s c e l t o p e r i l or o g i o c h i s u l l e r b a , i s o l a t i , a c o p p i e , a
g r u p p i , gialli come un giallo duovo, tanto pi brillanti, mi sembrava, in quanto,non
potendo io indirizzare in velleit di degustazione il piacere procura-tomi dalla loro
vista, laccumulavo sulla loro superficie dorata, fin quan-do divenisse tanto forte da
produrre linutile bellezza; e questo fin dallamia prima infanzia, quando dal sentiero
di alzaia tendevo ad essi le brac-cia, senza poter compitare per intero il loro bel nome
di prncipi di fiabecinesi, venuti forse molti secoli prima dallAsia ma radicati
per semprenel villaggio, lieti del modesto orizzonte, innamorati del sole e della
rivadellacqua, fedeli al piccolo panorama della stazione, serbando
ancoratuttavia come certi nostri vecchi dipinti, nella loro semplicit

popolare,un poetico splendore dOriente.Mi divertivo a guardare le caraffe che i


ragazzi mettevano nella Vivon-ne per catturare i pesciolini, e che, riempite dal
fiume, dal quale erano aloro volta rinchiuse, al tempo stesso contenitori dai
fianchi trasparenti,c o m e a c q u a s o l i d i f i c a t a , e c o n t e n u t i
immersi in un pi vasto
146
contenitore di cristallo, liquido e fluente, evocavano limmagine della fre-schezza in
maniera pi deliziosa e stuzzicante di quanto non avrebbero f a t t o s u u n a
tavola
i mb a n d i t a ,
lasciandola
apparire
sempre
in
fuga
i n quellallitterazione perpetua tra lacqua priva di consistenza, che le maninon
potevano cogliere, e il vetro privo di fluidit, di cui il palato non po-teva godere. Mi
ripromettevo di tornare l, pi tardi, con delle lenze; ot-tenevo che si prendesse un
po di pane dalle provviste per la merenda;ne gettavo alcune pallottoline nella
Vivonne che sembravano sufficienti aprovocare un fenomeno di sovrasaturazione,
giacch lacqua si solidifica-va subito intorno ad esse in grappoli ovoidali di girini
affamati, che certof i n o a l l o r a a v e v a t e n u t o i n d i s s o l u z i o n e ,
i n v i s i b i l i , p r o s s i m i a l l a cristallizzazione.B e n p r e s t o , i l c o r s o d e l l a
Viv o n n e s i o s t r u i v a d i p i a n t e a c q u a t i c h e . Dapprima se ne vedevano alcune
isolate, come un certo nenufaro al qua-le la corrente, dove era situato di traverso in
modo poco fortunato, lascia-v a c o s p o c a r e q u i e c h e , s i mi l e a u n a b a r c a
a z i o n a t a m e c c a n i c a m e n t e , non toccava una riva se non per tornare a
quella da cui era venuto, rifa-cendo eternamente la doppia traversata. Spinto
verso la riva, il suo pen-ducolo si dispiegava, si allungava, filava, raggiungeva
il limite estremodella propria tensione fino alla sponda, dove la corrente lo
riprendeva, ilverde gambo si ripiegava su se stesso e riportava la povera pianta a
quel-lo che si poteva a giusta ragione chiamare il suo punto di partenza,
inquanto non ci restava un secondo senza ripartire per rinnovare la
stessamanovra. La ritrovavo di passeggiata in passeggiata, sempre nella mede-sima
situazione, che faceva pensare a certi nevrastenici, nel cui numeromio
nonno metteva la zia Lonie, i quali, nel corso degli anni, ci offronosenza
mutamenti lo spettacolo delle abitudini bizzarre che ogni volta si c r e d o n o
sul
punto
di
abbandonare
e
che
mantengono
s e mp r e ;
p r e s i nellingranaggio dei loro disturbi e delle loro manie, gli sforzi in cui si
di- battono inutilmente per uscirne non riescono che ad assicurare il funzio-namento e
a far scattare il congegno della loro dietetica strana ineluttabi-le e funesta. Tale era
quel nenufaro, simile infatti a uno di quegli infeliciil cui tormento singolare, che si
ripete indefinitamente per leternit, ecci-tava la curiosit di Dante, il quale se ne
sarebbe fatto raccontare pi dif-fusamente i particolari e la causa dallo stesso
suppliziato, se Virgilio, al-lontanandosi a gran passi, non lavesse costretto a
raggiungerlo al pipresto, come i miei genitori facevano con me.Ma, pi lontano,
il fiume rallenta il suo corso, attraversa una tenuta ilcui accesso era
consentito al pubblico da colui che la possedeva, e che si e r a s b i z z a r r i t o i n
l a v o r i d o r t i c o l t ur a a c q u a t i c a , f a c e n d o f i o r i r e n e l l e

147
piccole lagune formate dalla Vivonne, dei veri giardini di ninfee
139
. Poi-ch le rive in quel punto erano assai boscose, le grandi ombre degli
alberidavano allacqua un fondo che era abitualmente di un verde cupo
mache, a volte, quando si rientrava in certe sere trasparenti di
pomeriggitempestosi, ho visto di un azzurro tenue e crudo, che dava sul
viola, si-mile a uno smaltato
cloisonn
e di gusto giapponese. Qua e l, sulla su- perficie, rosseggiava, come una
fragola, un fiore di ninfea dal cuore scar-latto, bianco sugli orli. In lontananza, i fiori
erano quasi tutti pi pallidi,meno lisci, pi granulosi, pi increspati, e disposti dal
caso in volute coseleganti che pareva di veder galleggiare alla deriva, come per lo
sfogliar-si malinconico di una festa galante, delle rose borraccine in ghirlande disciolte. Altrove, un angolo sembrava riservato alle specie comuni,
chemostravano il bianco e il rosa lindi delle esperidi, simili a porcellane lavate con meticolosit casalinga, mentre un po pi lontano, strette
lunacontro laltra in una vera aiuola galleggiante, si sarebbero dette viole
delpensiero venute dai giardini a posare, come farfalle, le loro ali bluastre elucenti,
sullobliquit trasparente di quellaiuola acquatica; aiuola celeste,anche: giacch dava
ai fiori un sottofondo di un colore pi prezioso, picommovente di quello stesso
dei fiori; e, sia che nel pomeriggio facesse scintillare sotto le ninfee il
caleidoscopio di una felicit attenta, silenziosae mutevole, sia che verso sera si
riempisse, come qualche porto lontano,d e l r o s a e d e l s o g n o d e l
t r a mo n t o , m u t a n d o s e n z a p o s a p e r r i ma n e r e sempre in accordo, intorno
alle corolle dalle tinte invariabili, con quelche c di pi profondo, di pi
fuggevole, di pi misterioso

con quelche c dinfinito

nellora, sembrava che le avesse fatte fiorire in pienocielo.Nelluscire da quel parco,


la Vivonne ritorna a fluire. Quante volte hovisto, ho desiderato imitare, quando
fossi stato libero di vivere a modom i o , u n r e ma t o r e , c h e , l a s c i a t o i l
r e mo , s i e r a s d r a i a t o s u p i n o , l a t e s t a adagiata sul fondo della barca, e,
lasciando che questa andasse alla deri-va, vedendo soltanto il cielo sfilare
lentamente sopra di lui, recava sulvolto lespressione di chi pregusta la felicit e
la pace.Ci sedevamo tra gli iris sulla riva del fiume. Nel cielo festivo,
vagavalungamente una nuvola oziosa. Di tanto in tanto, oppressa dalla
noia,una carpa si rizzava fuori dellacqua in unaspirazione ansiosa. Era loradella
merenda. Prima di riprendere il cammino, indugiavamo a lungo a mangiare
frutta, pane e cioccolata, sullerba, dove giungevano fino a noi,orizzontali, affievoliti,
ma ancora densi e metallici, i rintocchi della cam-p a n a d i S ai n t - H i l a i r e , c h e
non serano confusi con laria cos a lungo
148

percossa, e striati dal palpitare successivo di tutte le loro linee sonore, vi- bravano,
rasentando i fiori, ai nostri piedi.A volte, sulla riva dellacqua circondata dai boschi,
ci imbattevamo inuna casa di campagna, isolata, sperduta, che non vedeva nulla del
mon-d o , a l l i n f u o r i d e l f i u me c h e n e l a mb i v a l e f o n d a m e n t a . U n a
g i o v a n e donna
140
, il cui volto pensoso e i cui veli eleganti non erano del paese, e c h e
senza
dubbio
era
venuta,
secondo
lespressione
p o p o l a r e , a seppellirsi l, ad assaporare il piacere amaro di constatare
che il suonome, il nome soprattutto delluomo di cui non aveva saputo conservarei l
c u o r e , v i e r a n o s c o n o s c i u t i , a p p a r i v a n e l r i q u a dr o d e l l a f i n e s t r a
c h e non le consentiva di spingere lo sguardo al di l della barca
ormeggiatapresso la porta. Alzava gli occhi distrattamente sentendo, dietro gli
alberidella riva, la voce dei passanti di cui, prima ancora di averne scorto il vi-s o ,
poteva
esser
certa
che
mai
avevano
conosciuto
l i n f e d e l e , n lavrebbero conosciuto, che nulla nel loro passato conservava
limprontadi lui, nulla nel loro avvenire avrebbe avuto occasione di
accoglierla. Siavvertiva che, nella sua rinuncia, aveva volontariamente lasciato i
luoghidove avrebbe potuto almeno incontrare colui che amava, per questi
chenon lavevano mai visto. E la guardavo, mentre tornava da una passeggiata, lungo una strada che, sapeva, lui non avrebbe percorso, sfilare dal-le sue mani
rassegnate i lunghi guanti inutilmente seducenti.Mai, nelle passeggiate dalla parte di
Guermantes, riuscimmo a risalirefino alle sorgenti della Vivonne
141
, alle quali avevo spesso pensato e chep o s s e d e v a n o a i m i e i o c c h i
u n e s i s t e n z a c o s a s t r a t t a , c o s i d e a l e , c h e , quando mi dissero che si
trovavano nel nostro stesso dipartimento, a unadeterminata distanza chilometrica da
Combray, fui altrettanto stupito co-me il giorno in cui appresi che cera un altro punto
preciso della terra do-ve, nellantichit, sapriva la porta degli Inferi. Neppure
ci fu mai possi- bile arrivare fino alla meta che avrei tanto desiderato raggiungere,
fino aGuermantes. Io sapevo che l risiedevano i proprietari del castello, il du-c a e
l a d u c h e s s a d i G u e r ma n t e s
142
, sapevo che erano personaggi reali,tuttora viventi, ma ogni volta che pensavo a
loro me li raffiguravo ora suun arazzo, come la contessa di Guermantes nell
Incoronazione dEster
del-la nostra chiesa, ora di colori cangianti, come Gilbert le Mauvais nella ve-trata,
dove passava dal verde cavolo al blu prugna, a seconda che io stes-si ancora
prendendo lacqua benedetta o che avessi raggiunto le nostresedie, ora del
tutto impalpabili, come limmagine di Genoveffa di Bra- bante, antenata della
famiglia di Guermantes, che la lanterna magica fa-ceva passeggiare sulle tende della
mia camera o balzare su, fino al soffit-to

infine, sempre avvolti nel mistero dei tempi merovingi, e immersi


149
come in un tramonto nella luce arancione che emana da quelle
sillabe:antes. Ma se, nonostante tutto, in quanto duca e duchessa, essi
eranoper me persone reali, bench estranee, in compenso la loro
personalitducale si estendeva smisuratamente, si smaterializzava, per poter conten e r e i n s q u e l G u e r ma n t e s d i c u i e r a n o d u c a e d u c h e s s a , t u t t a
q u e l l a parte di Guermantes soleggiata, il corso della Vivonne, le sue ninfee e isuoi
grandi alberi, e tanti bei pomeriggi. E sapevo che non portavano so-lo il titolo di duca
e duchessa di Guermantes, ma, a partire dal XIV seco-lo, quando, dopo aver
invano tentato di vincere gli antichi signori delluogo, serano alleati con
loro attraverso vari matrimoni, erano conti diCombray, i primi cittadini di
Combray dunque, e tuttavia i soli che nonvi abitassero. Conti di Combray,
possessori di Combray, che racchiude-vano nel loro nome, nella loro
persona, e certo avendo realmente in squella strana e devota tristezza,
peculiare di Combray; proprietari dellacitt, ma non di una casa particolare,
senza dubbio abitando fuori, nellastrada, fra cielo e terra, come quel Gilbert
di Guermantes, di cui vedevosulle vetrate dellabside di Saint-Hilaire, soltanto il
rovescio di lacca nera,se alzavo la testa, quando andavo a comprare il sale da
Camus.Poi accadde che, dalla parte di Guermantes, passai qualche volta davanti a certi piccoli, umidi recinti dove sarrampicavano grappoli di fioriscuri. Mi
fermavo, credendo di acquistare una nozione preziosa, giacchmi sembrava di avere
sotto gli occhi un frammento di quella regione flu-viale che tanto desideravo
conoscere da quando ne avevo letta la descri-zione in uno dei miei scrittori
preferiti. E con essa, con il suo territorioimmaginario traversato da corsi
dacqua ribollenti, si identific Guer-mantes, mutando fisionomia nel mio
pensiero, dopo che ebbi sentito ildottor Percepied parlarci dei fiori e delle belle
acque sorgenti che ceranonel parco del castello. Fantasticavo che la signora di
Guermantes mi ci in-vitasse, presa per me da un improvviso capriccio; per
tutto il giorno vipescava le trote in mia compagnia. E la sera, tenendomi
per mano, pas-sando davanti ai piccoli giardini dei suoi vassalli, mi
mostrava, lungo imuretti, i fiori che vi appoggiavano le loro conocchie
viola e rosse, e miinsegnava i loro nomi. Minduceva a dirle il tema delle poesie
che avevointenzione di scrivere. E questi sogni mi avvertivano che, poich
volevoun giorno essere scrittore, era tempo di sapere quel che meditassi di scri-vere.
Ma, appena me lo domandavo, cercando di trovare un soggetto chepotesse contenere
un significato filosofico infinito, la mia mente smettevadi funzionare, non vedevo
altro che il vuoto di fronte alla mia attenzione,sentivo di non avere talento o,
forse, una malattia cerebrale non gli con- s e n t i v a d i n a s c e r e . A
volte contavo su mio padre per sistemare la
150
faccenda. Lui era cos potente, cos stimato dalle persone importanti,
dariuscire a farci trasgredire le leggi che Franoise mi aveva insegnato

aconsiderare pi ineluttabili di quelle della vita e della morte, a far ritardare di un anno, per la nostra casa, sola in tutto il quartiere, i lavori
diripristino, a ottenere dal ministro, per il figlio della signora Sazerat chevoleva
andare alle cure termali, lautorizzazione a sostenere con due me-si di anticipo gli
esami di baccalaureato, nella serie dei candidati il cuinome cominciava per
A, invece di attendere il turno della S. Se fossi ca-duto gravemente
ammalato, se fossi stato rapito dai briganti, convinto che mio padre aveva
troppe relazioni con le potenze supreme, troppe ir-resistibili lettere di
raccomandazione presso il buon Dio, perch la mia malattia o la mia cattivit
potessero apparirmi altra cosa che vani simula-cri privi di pericolo, avrei atteso con
calma lora inevitabile del ritorno al-la normalit, lora della liberazione o della
guarigione; forse, quella man-c a n z a d i t a l e n t o , q u e l b u c o n e r o c h e
s a p r i v a n e l l a m i a m e n t e q u a n d o cercavo largomento dei miei scritti futuri,
era anchessa una semplice il-lusione priva di consistenza, e sarebbe cessata in
seguito allintervento dimio padre, che sicuramente si sarebbe accordato con il
Governo e con laProvvidenza perch io diventassi il pi grande scrittore del
mio tempo.Ma, altre volte, mentre i miei perdevano la pazienza nel vedere che restavo indietro e non li seguivo, la mia vita attuale, invece di sembrarmi unacreazione
artificiale di mio padre, che lui avrebbe potuto modificare asuo piacimento,
mi appariva al contrario come compresa in una realtche non era fatta per
me, contro la quale non cera rimedio, in seno allaquale non avevo alleati,
che non nascondeva alcunch di se medesima.Mi sembrava, allora, di
esistere nello stesso modo degli altri uomini, sa-rei invecchiato, sarei morto
come loro, e in mezzo a loro ero semplice- mente uno dei tanti che non hanno
attitudine per la scrittura. Cos, sfidu-ciato, rinunciavo per sempre alla
letteratura, nonostante gli incoraggia-menti che mi erano venuti da Bloch. Quel
sentimento intimo, immediato,del nulla del mio pensiero, prevaleva su tutte le
parole lusinghiere chepotevano essermi prodigate, come i rimorsi della coscienza
in un malva-gio di cui ciascuno canta le buone azioni.Un giorno la mamma mi
disse: Dal momento che parli sempre dellasignora di Guermantes, sappi
che, verr a Combray per assistere al ma- trimonio della figlia del dottor
Percepied il quale lha curata molto benequattro anni fa. Potrai vederla alla
cerimonia. Del resto, era proprio daldottor Percepied che pi spesso avevo
sentito parlare della signora diG u e r m a n t e s , e c i a v e v a p e r s i n o
mostrato il numero di una rivista
151
illustrata dove lei era rappresentata nel costume che indossava a un balloin maschera
dalla principessa di Lon
143
.Tutta un tratto, durante la messa iniziale, un movimento che fece
losvizzero, spostandosi, mi permise di vedere, seduta in una cappella, unasignora
bionda, con un gran naso, gli occhi azzurri e penetranti, una cra-vatta a sbuffo di
seta malva, liscia, nuova e lucida, e un piccolo brufolo a l l a n g o l o d e l
n a s o . E p o i c h s u l l a s u p e r f i c i e d e l s u o v i s o , r o s s o c o me avesse avuto

un gran caldo, io distinguevo, diluite e appena percettibili,delle analogie


frammentarie con il ritratto che mi avevano mostrato, so- pr a t t u t t o p e r c h
i t r a t t i p ar t i c o l a r i c h e o s s e r v a v o i n l e i , s e c e r c a v o di enunciarli, si
formulavano precisamente negli stessi termini

un grannaso, occhi azzurri

di cui si era servito il dottor Percepied quando ave-v a d e s c r i t t o i n m i a


p r e s e n z a l a d u c h e s s a d i G u e r m a n t e s , m i d i s s i : Quella signora
somiglia alla signora di Guermantes; ora, la cappella dacui seguiva la messa era
quella di Gilbert le Mauvais, sotto le cui tombelevigate, dorate e distese
come alveoli di miele, riposavano gli antichi conti di Brabante, e io mi
ricordavo, a quel che mavevano detto, che erariservata alla famiglia di Guermantes
quando qualcuno dei suoi membriv e n i v a a C o m b r ay p e r u n a c e r i mo n i a ;
v e r o s i m i l me n t e , p o t e v a e s s e r c i una sola donna che somigliasse al ritratto
della signora di Guermantes,che si trovasse quel giorno, il giorno in cui per
lappunto lei doveva veni-re, in quella cappella: era lei! La mia delusione era
grande. Nasceva dalfatto di non essermi nai reso conto, quando pensavo alla
signora di Guer-mantes, che me la raffiguravo con i colori di un arazzo o di
una vetrata,i n u n a l t r o s e c o l o , d i m a t e r i a d i v er s a d a l l e a l t r e cr e a t u r e
v i v e n t i . N o n avrei mai immaginato che potesse avere un viso rosso, una cravatta
mal-va come la signora Sazerat, e lovale delle sue gote richiam talmente allamia
memoria persone che avevo visto in casa che affior in me il sospet-to, daltronde
subito dissipatosi, che quella signora, nella sua essenza vi-tale, in ogni sua molecola,
non fosse in sostanza la duchessa di Guerman-tes, ma che il suo corpo, ignaro del
nome che gli veniva dato, appartenes-se a un certo tipo femminile che
comprendeva anche delle mogli di me-dici e di commercianti. questa,
non altro che questa, la signora di Guermantes!, diceva lespressione attenta e
stupita con cui contemplavoquellimmagine che, naturalmente, non aveva alcun
rapporto con le altrea p p a r s e t a n t e v o l t e n e i m i e i s o g n i , s o t t o l o s t e s s o
n o m e d i s i g n o r a d i Guermantes, giacch, lei, non lavevo creata io,
arbitrariamente, come lealtre, ma si era balzata dinanzi agli occhi solo un
momento prima, nellachiesa; non era della stessa natura, non la si poteva colorare
a volont co-m e q u e l l e c h e s i l a s c i a v a n o i m m e r g e r e n e l l a t i n t a
arancione di una
152
sillaba, ma era cos reale che tutto, perfino il piccolo
b r u f o l o c h e sinfiammava allangolo del naso, attestava la sua
soggezione alle leggidella vita, come, in unapoteosi teatrale, una piega del vestito
della fata,u n t r e mi t o d e l s u o d i t o m i g n o l o , d e n u n c i a n o l a pr e s e n z a
m a t e r i a l e d i unattrice fatta di carne e ossa, l dove eravamo incerti se non
avessimodinanzi agli occhi una semplice proiezione luminosa.Ma, nello stesso
tempo, a quellimmagine che il naso prominente, gliocchi penetranti

fissavano nella mia visione (forse perch erano stati i pr i m i a


r a g g i u n g e r l a , a i n t a c c a r l a , q u a n d o a n c o r a n o n a v e v o a v u t o i l tempo
di pensare che la donna apparsa davanti a me potesse essere la duchessa di
Guermantes) a quellimmagine del tutto nuova, immutabile,cercavo di far aderire
lidea: la signora di Guermantes, riuscendo sol-tanto a manovrarla di fronte
allimmagine, come due dischi separati daun intervallo. Ma quella signora
di Guermantes, a cui cos spesso avevopensato, ora che la vedevo esistere
veramente al di fuori di me, conquistun potere ancora pi grande sulla mia
immaginazione che, paralizzataper un momento dal contatto con una realt
tanto diversa da quella chesi aspettava, cominci subito a reagire e a dirmi:
Gloriosi gi prima diCarlo Magno, i Guermantes avevano diritto di vita e
di morte sui lorovassalli; la duchessa di Guermantes discende da Genoveffa di
Brabante.N o n c o n o s c e , n c o n s e n t i r e b b e a c o n o s c e r e a l c u n a d e l l e
p e r s o n e q u i presenti.E

oh meravigliosa libert degli sguardi umani, trattenuti al volto dauna corda cos
debole, lunga, estensibile, che possono andarsene da soli,lontani da quello!

mentre la signora di Guermantes era seduta nellacappella sopra le tombe


dei suoi morti, i suoi sguardi erravano qua e l, salivano lungo le colonne,
indugiavano persino su di me, come un raggiodi sole vagante nella navata, ma un
raggio di sole che, quando ne ricevet-ti la carezza, mi parve cosciente. Quanto alla
signora di Guermantes, poi-ch restava immobile, seduta come una madre che mostri
di non vederele audacie birichine e le imprese indiscrete dei figli, che
giocano e inter-pellano persone a lei sconosciute, non mi fu possibile capire se
approvas-se o biasimasse, nellinerzia dellanimo, il vagabondare dei suoi sguardi.Mi
pareva importante che non se ne andasse prima chio avessi potutoguardarla a
sufficienza, giacch mi ricordavo che da anni consideravo ilvederla come
cosa eminentemente desiderabile, e non staccavo gli occhi da lei, come se ogni
mio sguardo avesse potuto materialmente prelevaree tenere in serbo, dentro di me, il
ricordo del naso prominente, delle goterosse, di tutti quei particolari che mi
apparivano come altrettante infor-mazioni preziose, autentiche e singolari
sul suo volto. Adesso che me lo
153
facevano giudicare bello, tutti i pensieri che vi collegavo

e forse, so-prattutto, forma dellistinto di conservazione delle parti migliori


di noistessi, quel desiderio che abbiamo sempre di non essere rimasti delusi

ponendola nuovamente (perch lei e la duchessa di Guermantes che ave-v o


evocato fin allora erano una sola persona) al di fuori
d e l r e s t o d e l l u m a n i t , c o n l a q u a l e l a v i s t a p ur a e s e mp l i c e d e l
s u o c o r p o m e laveva fatta per un istante confondere, mi irritavo sentendo dire
intornoa me: meglio della signora Sazerat; della signorina Vinteuil, come sefosse

stato possibile paragonarla a loro. E mentre i miei sguardi si soffer-mavano sui suoi
capelli biondi, sugli occhi azzurri, sullattaccatura delcollo, e tralasciavano
i connotati che avrebbero potuto ricordarmi altri volti, io esclamavo dinanzi a
quellabbozzo volontariamente incompleto:Come bella! Che nobilt!
proprio una fiera Guermantes, la discen-d e n t e d i G e n o v e f f a d i
B r a b a n t e , c h e h o d a v a n t i a g l i o c c h i ! . E lattenzione con
cui perlustravo il suo volto lo isolava a tal punto, che og-gi, se ripenso a quella
cerimonia, non mi possibile rivedere una sola delle persone che vi
assistevano, fuorch lei, e lo svizzero che rispose af-fermativamente alla mia
domanda se quella donna fosse proprio la si-gnora di Guermantes. Ma lei,
la rivedo, soprattutto al momento del cor-teo, nella sacrestia illuminata dal sole
intermittente e caldo di un giornodi vento e di temporale, e dove la signora di
Guermantes si trovava inm e z z o a t u t t e q u e l l e p e r s o n e d i C o m b r ay
d e l l e q u a l i n o n c o n o s c e v a neanche il nome, ma la cui inferiorit proclamava
con troppa evidenza lasua supremazia perch lei non sentisse nei loro riguardi
una sincera be-n e v o l e n z a , e a l l e q u a l i d e l r e s t o s p e r a v a i m p o r s i a n c o r
p i a f o r z a d i buona grazia e di semplicit. Cos, non potendo lanciare
quegli sguardivolontari, carichi di un significato preciso, che si indirizzano alle
personeconosciute, ma semplicemente lasciare i suoi pensieri distratti
sfuggireincessantemente davanti a s in un fiotto incontenibile di luce
azzurra,n o n v o l e v a c h e i l s u o s g u a r d o p o t e s s e g e n e r a r e
i m b a r a z z o o d a r e limpressione che lei disdegnasse quella gente modesta che
incontrava alpassaggio, che ad ogni istante raggiungeva. Rivedo ancora,
sopra la suacravatta malva, serica e rigonfia, il dolce stupore dei suoi occhi
ai qualiaveva aggiunto, senza osare destinarlo a qualcuno, ma perch
ciascunopotesse prenderne la sua parte, un sorriso un po timido di signora
feu-dale che abbia laria di scusarsi con i suoi vassalli e di amarli. Quel sorri-so si
pos su di me che non labbandonavo un istante con gli occhi. Allo-ra, ricordando lo
sguardo che aveva lasciato indugiare su di me, durantela messa, azzurro come un
raggio di sole che avesse traversato la vetratadi Gilbert le Mauvais, mi dissi:
Ma certo, mi sta osservando. Credetti
154
di piacerle, che avrebbe pensato ancora a me dopo aver lasciato la chiesa,che, a causa
mia, forse, la sera a Guermantes sarebbe stata triste. E subitolamai, giacch se, a
volte, per innamorarci di una donna, sufficiente che lei ci guardi con
disprezzo, come mi era parso avesse fatto la signori-na Swann, e pensare che non
potr mai essere nostra, a volte sufficienteanche che ci guardi con bont, come la
signora di Guermantes, e pensarec h e c i p o t r a p p a r t e n e r e . I s u o i o c c h i
r i l u c e v a n o d a z z u r r o , c o m e u n a pervinca impossibile da cogliere, e che,
tuttavia, lei mi avesse dedicato; eil sole, minacciato da una nuvola, ma ancora
avvampando con tutta lasua forza sulla piazza e nella sacrestia, conferiva un
incarnato di geranioai tappeti rossi che erano stati distesi sul pavimento in
occasione dellasolennit e sui quali la signora di Guermantes avanzava
sorridendo, eaggiungeva alla loro lana un velluto rosa, unepidermide di

luce, quellasorta di tenerezza, di severa dolcezza nella pompa e nella gioia che
carat-terizzano certe pagine del
Lohengrin
, certi dipinti di Carpaccio, e che fan-n o i n t e n d e r e c o me B a u d e l a i r e a b b i a
p o t u t o a p p l i c a r e a l s u o n o d e l l a tromba lepiteto delizioso
144
.C o m e , d o p o q u e l g i o r n o , n e l l e m i e p a s s e g g i a t e d a l l a p a r t e di G u e rmantes, mi parve ancor pi desolante di prima non avere disposizione per le
lettere, e dover rinunciare per sempre a diventare uno scrittore fa-moso! Il rammarico
che ne provavo, mentre me ne stavo solo, a fantasti-care, un po in disparte, mi faceva
soffrire a tal punto che, per liberarme-ne, la mia mente, di sua iniziativa, per una sorta
di inibizione davanti ald o l or e c e s s a v a d e l t u t t o d i p e n s a r e a i v er s i , a i
r o ma n z i , a u n a v v e n i r e poetico sul quale la mia mancanza di talento mi
impediva di fare asse-gnamento. Allora, ben lontano da tutte quelle preoccupazioni
letterarie esenza rapporto alcuno con esse, allimprovviso, un tetto, un
riflesso disole su una pietra, lodore di un sentiero mi inducevano a sostare, per
unpiacere particolare che ne traevo, e anche perch parevano nascondere, aldi l di
quel che vedevo, qualcosa che mi invitavano a cogliere e che io, nonostante i
miei sforzi, non riuscivo a scoprire. Poich sentivo che que-sto qualcosa si trovava
dentro di loro, rimanevo l, immobile, a guarda-re, a respirare, a tentar di
oltrepassare con il mio pensiero quella certa immagine o quel certo odore. E, se
dovevo raggiungere il nonno, ripren-dere il cammino, cercavo di ritrovarli, chiudendo
gli occhi; mingegnavodi ricordare esattamente la linea del tetto, la sfumatura
della pietra che,senza riuscire a comprenderne la ragione, merano parse ricolme,
prontea dischiudersi, a consegnarmi ci di cui non erano che linvolucro. Certo,non
erano impressioni di questo genere che potevano rendermi la spe-ranza
perduta di poter essere un giorno scrittore e poeta, perch erano
155
sempre legate a un oggetto specifico, privo di valore intellettuale, e
nonricollegabile ad alcuna verit astratta. Ma almeno mi davano un
piacereimmotivato, lillusione di una sorta di fecondit, e cos mi
distraevanodalla noia, dal senso della mia impotenza, che maveva preso ogni
voltache avevo cercato un argomento filosofico per una grande opera lettera-ria. Ma
il dovere di coscienza, destato in me da quelle impressioni di for-ma, di profumo o
di colore

cercare di vedere quel che si nascondevadietro di esse

, era cos arduo che non tardavo a cercar pretesti che mi permettessero di
sottrarmi a quegli sforzi e di risparmiarmi quella fatica.Per fortuna i miei parenti
mi chiamavano, sentivo che in quel momentonon avevo la tranquillit
necessaria per continuare utilmente la mia ri-cerca, e che era meglio non
pensarci pi fin quando non fossi rientrato,senza affaticarmi in anticipo,

inutilmente. Allora, non mi occupavo ulte-riormente di quella cosa ignota che si


ammantava di una forma o di unprofumo, finalmente tranquillo, poich la portavo
a casa, protetta dal ri-vestimento di immagini sotto le quali lavrei trovata
viva, come i pesciche riportavo nel mio cestino, coperti da uno strato derba che ne
conser-vava la freschezza, i giorni in cui mavevano lasciato andare a pesca.
Unavolta a casa, pensavo ad altro, e cos si ammassavano nella mia
mente(come nella mia stanza i fiori che avevo raccolto nelle mie
passeggiate ogli oggetti che mi avevano regalato), una pietra su cui si
riverberava unriflesso, un tetto, un suono di campana, un odore di foglie, tante
immagi-ni diverse sotto le quali, da lungo tempo, morta la realt intuita,
chenon ho avuto volont bastevole per giungere a scoprire. Una volta, tutta-via

la nostra passeggiata si era prolungata ben oltre la sua durata abi-tuale, ed eravamo
stati ben felici di incontrare sulla via del ritorno, a me-t s t r a d a , q u a n d o i l
p o m e r i g g i o g i d e c l i n a v a , i l d o t t o r P er c e p i e d c h e passava in carrozza
a briglia sciolta, il quale, avendoci riconosciuti, ciaveva fatti salire con lui

, e b b i u n i mp r e s s i o n e d i q u e l g e n e r e e n o n labbandonai senza averla


approfondita un poco. Mi avevano fatto salireaccanto al cocchiere, andavamo come il
vento, perch il dottore, prima dirientrare a Combray, doveva ancora fermarsi a
Martinville-le-Sec da unmalato alla cui porta era convenuto che lavremmo atteso.
Dun tratto, auna svolta della strada, provai un piacere particolare, che non
somigliavaa d a l c u n a l t r o , n e l l o s c o r ge r e i d u e c a mp a n i l i d i
M a r t i n v i l l e , s u i q u a l i batteva il sole del tramonto, e che sembravano
mutar posto con il movi-mento della carrozza e le giravolte della strada, e poi
quello di Vieuxvicqche, separato dai primi da una collina e da una valle, e
situato in lonta-nanza su un piano pi elevato, sembrava tuttavia vicinissimo ad
essi.
156
Constatando, notando la forma delle loro guglie, loscillazione delle lo-ro linee, il
sole sulla loro superficie, sentivo di non giungere al fondo del-l a m i a
i m p r e s s i o n e , c h e c e r a q u a l c o s a d i e t r o q u e l mo v i me n t o , d i e t r o quella
luminosit, qualcosa che essi sembravano contenere e nasconderenel medesimo
tempo.I campanili apparivano cos lontani, e noi avevamo limpressione
diavvicinarci cos poco ad essi, che fui stupito quando, alcuni istanti dopo,ci
fermammo davanti alla chiesa di Martinville. Non conoscevo la ragio-ne del piacere
che avevo provato nello scorgerli allorizzonte, e il doveredi cercar di scoprire
questa ragione mi pareva ben penoso; avevo vogliadi mettere in serbo, nella
mia mente, quelle linee in movimento nel sole,e non pensarci pi per il momento. Ed
probabile che, se lo avessi fatto, idue campanili sarebbero andati a raggiungere per
sempre tutti quegli al- b e r i , t e t t i , pr o f u mi , s u o n i c h e a v e v o d i s t i n t o d a g l i
a l t r i p e r i l p i a c e r e o s c u r o c h e mi a v e v a n o p r o c ur a t o e c h e n o n a v e v o
m a i a p p r o f o n d i t o . Scesi a discorrere con i miei, mentre si aspettava il dottore. Poi
ripartim-m o , i o r i p r e s i i l m i o p o s t o a c a s s e t t a , v o l s i i l c a p o p e r

v e d e r e a n c o r a i campanili che, poco pi tardi, scorsi unultima volta a una


curva dellastrada. Poich il cocchiere non sembrava disposto a
chiacchierare, aven-do risposto appena alle mie domande, fui costretto, in
mancanza daltracompagnia, a ripiegare su me medesimo, e a sforzarmi di ricordare i
duecampanili. Ben presto, le loro linee e le loro superfici soleggiate,
quasifossero state una specie di scorza, si lacerarono, qualcosa di ci che in es-se si
celava mapparve, ebbi un pensiero che un attimo prima per me nonesisteva, che
nella mia mente si tradusse in parole, e il piacere che dianzimi aveva fatto provare la
loro vista ne fu talmente accresciuto che, presoda una sorta di ebbrezza, non potei pi
pensare ad altro. In quel momen-to, eravamo gi lontani da Martinville, volgendo il
capo li scorsi di nuo-vo, tutti neri questa volta, perch il sole era gi
tramontato. A tratti, lecurve della strada me li nascondevano, poi si mostrarono
unultima vol-ta, e infine non li vidi pi.Senza dire a me stesso che quanto stava
nascosto dietro i campanili diMartinville doveva esser qualcosa danalogo a una bella
frase, poich misi era rivelato sotto forma di parole capaci di procurarmi piacere,
chiestematita e carta al dottore, nonostante i sobbalzi della carrozza, per
daresollievo alla mia coscienza e obbedire al mio entusiasmo, scrissi il
brevepezzo che segue, che ho ritrovato pi tardi e al quale non ho
apportatoche lievi modifiche
145
:Soli, elevandosi sopra il livello della pianura e come sperduti in aper-ta campagna,
salivano verso il cielo i due campanili di Martinville. Presto
157
ne vedemmo tre: venendo a mettersi dinanzi agli altri con ardito volteg-gio, un
campanile ritardatario, quello di Vieuxvicq, li aveva raggiunti. I m i n u t i
s c o r r e v a n o , a n d a v a m o v e l o c i , e t u t t a v i a i t r e c a mp a n i l i e r a n o sempre
l, in lontananza, davanti a noi, come tre uccelli posati sulla pia- nura,
immobili e ben visibili al sole. Poi, il campanile di Vieuxvicq si feceda parte, prese
le distanze, e i campanili di Martinville rimasero soli, ri- schiarati dalla luce
del tramonto che, anche a quella distanza, sui loro tet-ti, vedevo giocare e sorridere.
Era stato cos lungo avvicinarci ad essi cheio pensavo al tempo che ci sarebbe voluto
ancora per raggiungerli quan-do, allimprovviso, dopo una svolta, la carrozza ci
deposit ai loro piedi;ed essi le si erano parati davanti cos improvvisamente
che avemmo ap-pena il tempo di fermare per non sbattere contro il portico.
Proseguimmoper la nostra via; gi da un po avevamo lasciato Martinville, e
il villag-gio, dopo averci accompagnato per qualche secondo, era
scomparso; eancora, rimasti soli allorizzonte a guardarci fuggire, i suoi
campanili equello di Vieuxvicq agitavano in segno daddio le loro cime soleggiate.
Atratti, uno scompariva, perch gli altri due potessero scorgerci un istanteancora;
ma la strada cambi direzione, essi virarono nella luce come tre perni doro e
disparvero ai miei occhi. Ma, un po pi tardi, quando era-vamo gi nelle
vicinanze di Combray, e il sole era ormai tramontato, li vidi unultima volta,
da molto lontano, simili ormai soltanto a tre fiori di-pinti sul cielo al di sopra della

bassa linea dei campi. Mi facevano pensa-re anche alle tre fanciulle di una leggenda,
abbandonate in un luogo soli-tario quando gi scendeva loscurit; e mentre ci
allontanavamo al galop-po, li vidi cercare timidamente il cammino e, dopo qualche
goffo sussul-to delle loro nobili figure, stringersi luno allaltro, scivolare luno
dietrolaltro, lasciare apparire nel cielo ancora rosa nientaltro che ununica for-ma
nera, incantevole e rassegnata, e nascondersi nella notte.N o n h o p i
ripensato
a
questa
pagina,
ma,
in
quel
m o m e n t o , nellangolo del sedile dove il cocchiere del dottore era solito sistemare
inun paniere il pollame comperato al mercato di Martinville, quando
ebbifinito di scriverla, provai una tale gioia, sentii che mi aveva cos perfetta-mente
liberato da quei campanili e da quel che si celava dietro di essi, che, come
fossi stato io stesso una gallina e avessi appena deposto un uo-vo, mi misi a cantare a
squarciagola.Per tutto il giorno, durante quelle passeggiate, avevo potuto fantasticare, pensando che piacere sarebbe stato essere amico della duchessa
diGuermantes, pescare le trote, andare in barca sulla Vivonne, e, avido
difelicit, non chiedere in quei momenti altro alla vita che di comporsi tut-ta di un
susseguirsi di pomeriggi beati. Ma quando, sulla via del ritorno,
158
scorgevo a sinistra una fattoria, abbastanza distante da altre due che era-no invece
molto vicine, e dopo la quale, per entrare in Combray, non re-stava che imboccare un
viale di querce, costeggiato su un lato da una di-stesa di prati, ciascuno
appartenente a un piccolo podere, e dove alcunimeli piantati a intervalli
regolari vi portavano, quanderano illuminati d a l
sole
al
tramonto,
il
disegno
giapponese
delle
loro
o m b r e , allimprovviso il mio cuore si metteva a battere, sapevo che prima di
unamezzora saremmo rientrati in casa, e che, secondo la regola dei giorni incui
eravamo andati dalla parte di Guermantes e la cena era servita pi tardi, mi
avrebbero mandato a dormire appena finita la minestra, di mo-do che mia madre,
trattenuta a tavola come se ci fossero stati ospiti, nonsarebbe salita a darmi la
buonanotte nel mio letto. La zona di tristezza incui ero penetrato era cos distinta
dalla zona in cui mi slanciavo con gio-ia, soltanto un attimo prima, come in certi cieli
una striscia rosa separa-ta quasi con una riga da una striscia verde o da una striscia
nera. Si vedeun uccello volare nel rosa, sta per raggiungere il limite, tocca quasi il nero: ecco, vi entrato. I desideri nei quali poco prima ero immerso, di an-dare a
Guermantes, di viaggiare, di essere felice, ora mi erano estranei alpunto che la loro
realizzazione non mavrebbe dato alcun piacere. Comeavrei dato tutto ci per
poter piangere la notte intera fra le braccia dellamamma! Rabbrividivo, non
staccavo gli occhi angosciati dal viso dellamamma, che quella sera non
sarebbe apparsa nella camera dove gi mivedevo col pensiero; avrei voluto
morire. E una simile situazione si sa-rebbe protratta fino allindomani,
quando i raggi del mattino avrebberoappoggiato, come il giardiniere, la loro
scala a pioli al muro rivestito dinasturzi che si arrampicavano fino alla mia
finestra, e io sarei saltato gidal letto per scendere in fretta in giardino, senza pi
ricordarmi che la se-ra avrebbe recato sempre lora di lasciare la mamma. E

cos, dalla partedi Guermantes, ho imparato a distinguere quegli stati che si


succedonoin me, in certi periodi, e giungono addirittura a spartirsi ogni
giornata,luno tornando a scacciare laltro, con la puntualit della febbre;
contigui,ma cos estranei luno allaltro, cos privi di mezzi di comunicazione reciproca che io non riesco pi a capire, e neanche a rammentare, nelluno, quel
che ho desiderato, o temuto, o compiuto nellaltro.Cos, la parte di Msglise e la
parte di Guermantes restano, per me,legate a tanti piccoli avvenimenti di
quella che, fra tutte le diverse viteche conduciamo parallelamente, la pi
piena di peripezie, la pi riccadi episodi, intendo dire la vita intellettuale. Senza
dubbio, questa progre-disce in noi insensibilmente, e le verit che ne hanno mutato ai
nostri oc-chi il senso e laspetto, che ci hanno aperto nuove strade, da lungo tempo
159
ci preparavamo a scoprirle; ma non lo sapevamo; ed esse non datano pernoi che dal
giorno, dal minuto in cui ci sono divenute visibili. I fiori che allora giocavano
sullerba, lacqua che scorreva al sole, tutto il paesaggioche ha circondato la loro
apparizione, continua ad accompagnarne il ri- cordo con il suo volto incosciente
o distratto; e, certo, quando erano lun-gamente contemplati da quellumile passante,
da quel fanciullo che fan-tasticava

come contemplato un re da un memorialista confuso tra lafolla

, quellangolo di natura, quel pezzetto di giardino non avrebberopotuto pensare


che, grazie a lui, sarebbero stati chiamati a sopravvivere nelle loro
particolarit pi effimere; eppure, quel profumo di biancospi-no che si spande
lungo la siepe dove le rose di macchia lo sostituirannopresto, un rumore di
passi senza eco sulla ghiaia di un viale, una bollaformata dallacqua del
fiume su una pianta acquatica e che subito scop- pia, la mia esaltazione li ha
presi con s ed riuscita a far loro attraversa-re tanti anni successivi, mentre
tuttintorno i sentieri sono scomparsi, ed morto chi li percorse e il ricordo di chi li
percorse. A volte, quello scor-cio di paesaggio, sospinto in tal modo fino ai
giorni presenti, si distaccacos isolato da tutto, che fluttua incerto nel mio
pensiero, simile a unaDelo fiorita, senza chio sappia dire da quale paese,
da quale tempo

forse, semplicemente, da quale sogno

provenga. Ma soprattutto co-me a profondi giacimenti del mio suolo mentale, come
ai terreni resisten-ti sui quali mappoggio ancora, che devo pensare alla parte di
Msglisee alla parte di Guermantes. Perch credevo alle cose, agli esseri,
mentrepercorrevo quegli itinerari, e le cose, gli esseri che vi ho conosciuti sono isoli
che prenda ancora sul serio e che ancora mi diano qualche gioia. Operch la
fede creatrice si inaridita in me, o perch la realt si forma soltanto nella
memoria, i fiori che mi vengono mostrati oggi per la primavolta, non mi sembrano
fiori veri. La parte di Msglise, con i suoi lill, isuoi biancospini, i suoi

fiordalisi, i suoi papaveri, i suoi meli; la parte di G u e r m a n t e s , c o n i l s u o


f i u m e p o p o l a t o d i g i r i n i , l e s u e n i n f e e e i s u o i bottondoro, hanno formato
per me, eternamente, il volto del paese doveamerei vivere, dove innanzi tutto esigo
che si possa andare a pesca, giro-vagare in barca, vedere delle rovine di
fortificazioni gotiche e trovare inm e z z o a i c a mp i d i gr a n o , c o me S a i n t A n d r - d e s - C h a m p s , u n a c h i e s a monumentale, rustica e dorata come un
pagliaio; e i fiordalisi, i bianco-spini, i meli che mi capita ancora di incontrare
nei campi, quando sono inv i a g g i o , e n t r a n o i m m e d i a t a me n t e i n
c o m u n i c a z i o n e c o n i l m i o c u or e , perch situati alla stessa profondit, al
livello del mio passato. E pertan-to, siccome vi qualcosa di individuale nei
luoghi, quando mi prende ild e s i d e r i o d i r i v e d e r e l a p a r t e d i
Guermantes, non riuscireste ad
160
appagarlo conducendomi sulla riva di un fiume dove ci fossero ninfee al-trettanto
belle, o pi belle ancora che nella Vivonne, cos come la sera,rientrando in
casa

nellora in cui si risvegliava in me quellangoscia che pi tardi emigra


nellamore, e pu divenire sua inseparabile compa-gna per sempre

, non avrei desiderato che venisse a darmi la buona-notte una mamma pi


bella e pi intelligente della mia. No; cos come,per potermi addormentare
felice, con quella pace senza turbamento chenessuna amante mi ha potuto
dare pi tardi

poich si dubita di loro,nel momento in cui ancora si crede in loro, e non si


possiede mai il lorocuore, come io possedevo in un bacio quello di mia
madre, tutto intero,s e n z a l a r i s e r v a d i u n p e n s i e r o
n a s c o s t o , s e n z a i l r e s i d u o d i unintenzione che non
fosse per me

, ci di cui avevo bisogno era che fosse lei, che lei chinasse verso di me quel
volto dove cera sotto locchioqualcosa, a quanto pare un difetto, e che io
amavo esattamente come ilresto; allo stesso modo, ci che voglio rivedere
la parte di Guermantesc h e h o c o n o s c i u t o , c o n l a f a t t o r i a u n p o
d i s c o s t a d a l l e d u e s e g u e n t i , strette luna contro laltra, allinizio del viale delle
querce; sono quei pratisu cui, quando il sole li rende specchianti come uno stagno, si
disegnanole foglie dei meli, quel paesaggio la cui individualit, a volte, la
notte,nei miei sogni, mi afferra con una potenza quasi fantastica che non possopi
ritrovare al risveglio. Senza dubbio, per avere indissolubilmente uni-to in me, per
sempre, impressioni diverse, solo perch me le avevano fat-te provare in uno
stesso tempo, la parte di Msglise e la parte di Guer-mantes mi hanno
esposto, per lavvenire, a molte delusioni, e anche amolti errori. Spesso,
infatti, ho voluto rivedere una persona senza inten-dere che era semplicemente perch

mi ricordava una siepe di biancospi-ni, e sono stato indotto a credere, a far credere a
un ritorno di affetto, daun semplice desiderio di viaggio. Ma anche cos, e
continuando a esserepresenti in quelle fra le mie impressioni di oggi cui possono
ricollegarsi,esse danno loro un fondamento, una profondit, una dimensione
in pirispetto alle altre. Aggiungono loro anche un incanto, un significato che solo
per me. Quando, nelle sere destate, il cielo armonioso ringhia comeun animale
selvatico e tutti mettono il broncio per il temporale, devo allaparte di Msglise il
poter restarmene solo, in estasi, a respirare, attraver-so il rumore della pioggia che
cade, lodore di invisibili e persistenti lill. cos che me ne stavo, spesso, fino
al mattino a pensare ai tempi diCombray, alle mie tristi sere senza sonno, a tanti
giorni, anche, la cui im-magine mi era stata di recente restituita dal sapore

quel che a Com- b r ay s i s a r e b b e c h i a m a t o i l p r o f u mo

di una tazza di t e, per


161
associazione di ricordi, a quanto avevo appreso, molti anni dopo aver la-sciato quella
piccola citt, a proposito di un amore che Swann aveva avu-to prima della mia
nascita, con quella precisione nei dettagli pi facile daottenere, talvolta, per la vita di
persone morte da secoli che per quella deinostri migliori amici, e che sembra
impossibile, come sembrava impossi- bile parlare da una citt allaltra

finch si ignora il sistema attraverso ilquale questa impossibilit stata superata. Tutti
quei ricordi sovrappostigli uni agli altri non costituivano ormai che una massa, ma
non per que-sto era impossibile distinguere fra di essi

fra i pi antichi, e quelli pirecenti, nati da un profumo, e poi quelli che erano
soltanto i ricordi diunaltra persona, da cui li avevo appresi

se non delle fessure, dellecrepe vere e proprie, almeno quelle venature,


quelle screziature di colo-razione che, in certe rocce, in certi marmi, rivelano
differenze di origine,di et, di formazione.Certo, quando si avvicinava il mattino,
da tempo era dissipata la breveincertezza del mio risveglio. Sapevo in quale
camera effettivamente mitrovavo, lavevo ricostruita intorno a me nelloscurit, e

orientandomicon la sola memoria, o prendendo in aiuto, come indicazione, una


debolel u c e i n t r a v i s t a , a i p i e d i d e l l a q u a l e s i t u a v o l e t e n d e d e l l a
finestra

lavevo ricostruita per intero e arredata come un architetto e un tappez- ziere


che rispettino lapertura originaria delle finestre e delle porte, ave-vo riabbassato
gli specchi e ricollocato il cassettone al suo solito posto.Ma appena il
giorno

e n o n p i i l r i f l e s s o d i u n u l t i ma b r a c e s u u n a b a c c h e t t a d i
rame che avevo scambiato per esso

tracciavanelloscurit, e come col gesso, la sua prima riga bianca e rettificatrice,


lafinestra con le sue tende lasciava il vano della porta, dove lavevo situataper errore,
mentre, per farle posto, lo scrittorio, che la mia memoria ave-va maldestramente
installato l, fuggiva in gran fretta, spingendo davan-ti a s il camino e spostando il
muro divisorio del corridoio; un cortilettocampeggiava nel luogo dove, un attimo
prima, si apriva la stanza da ba-gno, e la dimora che avevo ricostruito nelle tenebre
era andata a raggiun-gere le dimore intraviste nel turbine del risveglio, messa in fuga
da quelpallido segno tracciato sulle tende dal dito levato del giorno.
43
Locanda delluccello trafitto, dalla vecchia insegna indicante un ritrovo di
arcieri e cacciatori a Illiers.
44
I capelli finti di zia Lonie, non ancora sistemati al mattino, diventa-no
metaforicamente vertebre, corona di spine e grani di rosario, secondo
162

Philip Kolb, il quale spiega che Gide non accett il manoscritto di Proust,oltre che
per averlo scambiato per unopera di un dilettante snob, ancheper lincomprensibile
paragone delle vertebre. La parrucca di zia Lonieera formata di capelli montati
su una calotta. Poich non aveva avuto il t e mp o d i p e t t i n ar s i , i l b or d o
d e l l a c a l o t t a , q u e l m a t t i n o , er a vi s i b i l e . Lalternanza di pieni e di vuoti
suggerisce al Narratore le tre metafores u c c e s s i v e : v e r t e b r e , c o r o n a d i
s p i n e , gr a n i di u n r o s a r i o . q u e s t a l a spiegazione di Philip Kolb,
relativa a un brano della
Recherche
ricco distoria. Infatti, come documenta una lettera di Andr Gide a Proust, scrit-ta
dopo il rifiuto di pubblicare
Du ct de chez Swann
da parte della
Nou-velle Revue Franaise
, fu proprio questa immagine delle vertebre che riuscs g r a d i t a a G i d e ,
m e t t e n d o l o f u o r i s t r a d a e i n d u c e n d o l o a r i f i u t a r e i l romanzo.
45
Franoise, al servizio di zia Lonie, gi nonna. Passando alle di- pendenze
della famiglia del Narratore, la sua et sembrer fermarsi finoal termine della
Recherche
.
46

S i t r a t t a d i u n a n a c r o n i s mo , p oi c h i r a g g i X f u r o n o s c o p e r t i
d a Roentgen soltanto nel 1895.
47
Ricordo della cripta merovingia e del pavimento delle tombe degli abati tra le
rovine dellabbazia di Jumiges, che Proust visit nel 1906, inuna gita in automobile
a Versailles.
48
La stessa osservazione si ritrova in una lettera a Mme
S t r a u s dellautunno del 1907, in cui Proust racconta una visita alla cattedrale
di vr e u x . I n u n a d e d i c a d e l r o ma n z o a J a c q u e s d e L a cr e t e l l e , d e l
1 9 1 8 , Proust scrive che certe vetrate sono di vreux, altre della Sainte-Chapellee di
Pont-Audemer, ribadendo in tal modo la ricchezza e molteplicit difonti per i luoghi e
per i personaggi della sua opera.
49
Carlo VI, detto il Bene Amato o il Folle (1368-1422),
i n t e r n a t o allHotel Saint-Pol nel 1407, si dice che passasse il tempo giocando a
cartem e n t r e i n f u r i a v a l a g u e r r a t r a Ar ma g n a c c h i e B o rgo g n o n i . L e
c a r t e l e avrebbe disegnate e dipinte a mano Jacquemein Gringonneur nel
1392:circa una ventina di esse sono conservate nel gabinetto delle stampe del-la
Bibliothque nationale. Nellimmagine di questo re, che vive in solitu-dine, fuori
del mondo, qualcuno ha voluto vedere simboleggiata la con- dizione dello
scrittore, allo stesso modo solitario e recluso.
50
Successori di San Luigi sono indicati i re francesi dalla met del XIIIa tutto il XIV
secolo.
51
Gli arazzi hanno come modello quello del XV secolo esistente nel te-soro della
cattedrale di Sens, che raffigura la storia di Ester e di Assuero.
163

52
SantEligio (588-659), orafo del re Clotario II, fu da questi nominatosuo tesoriere
perch con la quantit di metallo prezioso, che gli aveva da-to per fare un trono,
gliene aveva forgiati due. Successivamente, re Dago- berto (600-638) lo fece suo
consigliere e lo nomin vescovo di Noyon, in-carico nel quale il santo convert molti
pagani, fond ospedali e diede as-sistenza ai poveri.
53

I figli cadetti di Luigi il Germanico, che fu sovrano della parte orien-tale dellimpero
carolingio dall843 all876, combatterono contro il padre,per gelosia nei confronti del
fratello maggiore, favorito nella spartizionedel regno.
54
Nella regione di Illiers si trovano numerosi monumenti megalitici, la cui
presenza il popolo attribuiva alle fate.
55
Nella notte della cripta merovingia appaiono come guida il sacresta-no Thodore e
la sorella, che pi avanti diverr la prosperosa camerieradella baronessa
Putbus, tutti e due legati con fili erotici al Narratore. Si-geberto I (537575), divenuto re di Metz alla morte del padre Clotario I, fu fatto uccidere da
Fredegonda, moglie del fratello. La stessa aveva fattouccidere Brunilde, sua
rivale, sorella della moglie di Sigeberto: si trattadunque della cognata e non
della figlioletta di Sigeberto, come ricordaAugustin Thierry nei
Rcits des temps mrovingiens
, d i c u i c i t a t o p i avanti un brano che racconta il miracolo della
lampada che cadde sullalastra di marmo, senza rompersi, e scavando una buca
come se fosse ca-duta sulla molle creta, nel giorno dei funerali.
56
llliers, modello di Combray, aveva, oltre alla chiesa principale, dedi-cata a SaintJacques, unaltra chiesa, dedicata a Saint-Hilaire, che era sta-ta distrutta durante la
Rivoluzione.
57
La chiesa di Saint-Augustin fu costruita a partire dal 1860 da Bal- tard,
larchitetto delle Halles, e la sua cupola ricorda vagamente quella diSan Pietro, per
cui si cita lincisore Giambattista Piranesi (1720-1778), au-tore di famose vedute
romane. Proust ha abitato nel quartire di Saint-Au-g u s t i n , p r i ma i n b o u l e v ar d
M a l e s h e r b e s 9 , f i n o a l 1 9 0 0 , p o i i n r u e d e Courcelles 45, fino al 1906,
e poi in boulevard Haussmann 102, fino al1919.
58
Cravatte a nodo largo e fluttuante che prendono il nome
d a Franoise-Louise de La Vallire (1644-1710), favorita di Luigi XIV primadella
Montespan.
59
II peccato per cui non c remissione quello dellapostasia, come scrive San
Paolo,
Lettera agli Ebrei
, VI, 4-8.
60
Pi che di Gilbert, si tratta di Charles le Mauvais, re di Navarra econte di
vreux (1332-1387), definito da Voltaire uno dei flagelli della
164

Francia, raffigurato con le mani giunte, in preghiera, in una vetrata del-la cattedrale
di vreux, che aveva contribuito a ricostruire.
61
Lepisodio dello zio Adolphe (che ha per modello il prozio Louis Weil) e
della dama in rosa stato aggiunto sul testo dattiloscritto in unsecondo tempo,
allinizio del 1910.
62
La famosa edicola su cui a Parigi sono affissi i manifesti degli spetta-coli, chiamata
Morris dal primo concessionario.
63
Le testament de Csar Girodot
(1859), di Adolphe Belot e Edmond Vil-letard, fu un cavallo di battaglia di Sarah
Bernhardt e figurava nel reper-torio della Comdie-Franaise ancora nel 1890. L
Edipo re
la famosa tra-gedia di Sofocle, in cui simpose Mounet-Sully dal 1881 al
Thtre-Fra-nais. stato giustamente notato che unallusione allinfelice
re di Tebenon poteva mancare nelle pagine dedicate allinfanzia del Narratore, intrise di sentimenti edipici.
64
Les Diamants de la Couronne
(1841) e
Le Domino noir
(1837) sono dueopere comiche musicate da Daniel Auber (1782-1871) su libretti di
Eug-ne Scribe (1791-1861), rimaste in repertorio fino alla fine del secolo.
65
Dolce con riso, latte, zucchero, vaniglia, con aggiunta di scorzette darancia,
pezzetti di ciliege candite in maraschino e panna montata. Al-t r a v a r i a n t e i l
r i s o a l l a t t e c o n c r e m a i n g l e s e , s e r v i t o c o n c r e m a Chantilly.
66
Serie di attori fra i pi celebri del tempo, attivi alla Comdie-Fra- naise:
Jules Got (1822-1901), del repertorio comico, Louis-Arsne Delau-n a y ( 1 8 2 6 1903),
di
quello
classico,
Alexandre-Frdric
F e b v r e (1835-1916), di quello moderno, Charles-Jean-Joseph Thiron (18301891),di quello moderno in parti di uomo maturo, e Benot-Costant
Coquelin(1841-1909), grande interprete del
Misanthrope
di Molire.
67

stato gi ricordato Henri-Polydore Maubant, anche lui


d e l l a Comdie-Franaise, in rapporto con il signor Vinteuil.
68
Carrozza chiusa a due posti, con il cocchiere allesterno.
69
Nellelenco delle attrici pi illustri della fine dellOttocento apparela
Berma, personaggio immaginario del romanzo, dopo la grande
SarahBernhardt (1844-1923) e prima di Jeanne-Julia Regnault, detta Mme Bar-tet
(1854-1941), memorabile nelle parti di Brnice e di Andromaque,
diMadeleine Brohan (1833-1900) grande attrice molieriana e di sua
nipote Jeanne Samary (1857-1890) che fu apprezzata soubrette.
70
Una tazza di t. Langlomania linguistica indice di snobbismo.
71
A Parigi, carta azzurra per lettera o plico per posta pneumatica, det-to anche pneu.
165

72
Achille Tenaille de Vaulabelle (1799-1879), storiografo e pubblicista,ministro della
Pubblica Istruzione nel 1848, fu autore di una
Histoire desdeux Restaurations
.
73
Latipico prmaman della sguattera ricorda le ampie sopravvesti inuso nel Medioevo
e tramandate dagli affreschi di Giotto (1267-1337).
74
Nei pressi dellantica Arena romana di Padova sorge la Cappella de-gli Scrovegni,
affrescata da Giotto negli anni 1304-1306. Nello zoccolo so-no dipinte, in serie di
sette, le
Virt
ei
Vizi
, tra cui
La Carit
, ricordata pivolte da John Ruskin, specie nel libro
Giotto and his Works in Padua
(1835),oltre alla

Giustizia
e all
Invidia
, e c c . , c h e P r o u s t p o t v e d er e d i p er s o n a durante il suo primo viaggio in
Italia, nel maggio del 1900.
75
Questa suggestione di fiori violetti e rossastri certamente di deri- vazione
letteraria. Un primo cenno se ne trova in
Madame Bovary
di Flau- bert. Qui, tanto il primo amore non realizzato fra Emma e Lon,
quantoquello con Rodolphe sono associati ai muri dei giardini e ai fiori di
coloreviola. Ulteriori esempi si potrebbero rinvenire nellaltra grande opera
diFlaubert, l
ducation sentimental
. Non bisogna dimenticare per, un fram-mento manoscritto di Proust che fa un
richiamo esplicito in proposito, aunopera di Balzac,
Le lys dans la valle
.
76
Sono stati proposti molti modelli per Bergotte, lo scrittore della
Re-cherche
, da Ernest Renan a Jules Lemaitre, da Alphonse Daudet a Mmede Noailles,
da Maurice Barrs a Henri Bergson, ma le sue qualit pi e v i d e n t i s o n o
p r e s e d a J o h n R u s k i n e s o p r a t t u t t o d a An a t o l e Fr a n c e (1844-1924), di
cui Proust, in quegli anni, aveva sotto gli occhi
Le Crime deSilvestre Bonnard
(1881).
77
Alfred de Musset (1810-1857),
La Nuit de Mai
, v. 81.
78
Jean Racine (1639-1699),
Phdre
, atto I, scena 1, v. 36.
79
Charles-Marie Leconte de Lisle (1818-1894) partecip al movimentofourierista in
politica e a quello parnassiano in poetica, scrivendo i
Po-mes antiques
(1852), i
Pomes barbares
( 1 8 6 2) , e i
Pomes tragiques
(1884).Appassionato dellantica Grecia, tradusse l

Iliade
, l
Odissea
e t a n t i a l t r i classici greci e latini. Assertore della laicit, compose il
Catechisme popu-laire repubblicain
(1872).
80
Bhagavat
(che significa beato) lappellativo riservato in India alle incarnazioni di
Buddha ed uno dei
Pomes antiques
di Leconte de Lisle.
81
Uno dei
Pomes tragiques
di Leconte de Lisle.
82
Proust fu sempre molto critico con Thophile Gautier, che riteneva
La fille de Minos et de Pasipha
il pi bel verso di Racine: ma Maxime duCamp attribuisce quel giudizio a Gustave
Flaubert.
83
La madre di Proust, Jeanne Weil, era di famiglia ebrea.
166

84
Coro della prima scena del II atto de
La Juive
(1835), opera in cinqueatti di Fromenthal Halvy (1799-1862), su libretto di Eugne
Scribe. Dellastessa opera era laria famosa
Rachel quand du Seigneur
.
85
Aria di Sansone della seconda scena del I atto di
Samson et Dalila

(1877) di Camille Saint-Sans (1835-1921), su libretto di


F e r d i n a n d Lemaire.
86
Arcieri fate buona guardia! / Vegliate senza tregua n rumore. Dialcune di queste
citazioni non si conoscono le fonti e potrebbero essere state inventate da
Proust.
87
Di quel timido israelita / come! fin qui guidaste i passi! Anche diquesta citazione
non si conosce la fonte.
88
Campi paterni, Ebron, dolce vallata. Aria di Giuseppe del I atto del
Joseph
(1807) di tienne-Nicolas Mhul (1763-1817), riproposto in unanuova versione
allOpra nel 1899.
89
Si, io sono della razza eletta. Ancora una citazione priva di autore.
90
Le citazioni di Bergotte sono tratte la prima da Anatole France (
LeCrime de Silvestre Bonnard
) e la seconda da Leconte de Lisle.
91
Athalie
(1691) e
Phdre
(1677) sono le pi famose e rappresentate tra-gedie di Racine.
92
In italiano nel testo.
93
Ritratto di Maometto II di Gentile Bellini (1429-1587), che lo aveva eseguito
durante un soggiorno a Costantinopoli. Dapprima conservato inun palazzo sul Canal
Grande, ora alla National Gallery di Londra.
94
Sculture di re e regine bibliche decorano il portale occidentale dellacattedrale di
Chartres, e John Ruskin aveva sostenuto che fossero pi bel-le della statua della
Madonna della cattedrale di Amiens.
95
La prefazione che Anatole France aveva scritto a unedizione di Ra-c i n e i n
cinque volumi, nel 1874, fu anche pubblicata in un
f a s c i c o l o autonomo.
96
Preghiere e processioni per chiedere al Signore di benedire i campi edi renderli
fecondi. Si tenevano nei tre giorni precedenti lAscensione.
97
La chiesa di Saint-Hilaire, a Illiers, venne demolita durante la Rivo-luzione francese.

98
Nel tesoro della cattedrale di Sens si conservano arazzi del Quattro-cento e del
Cinquecento, raffiguranti storie della Vergine e dellAntico Testamento, tra cui
Ester incoronata da Assuero.
99
Nellopera di Jules Quicherat,
D e l a f o r ma t i o n f r a n a i s e d e s a n c i e n s noms de lieux
, Paris, 1867, che Proust ha presente, un capitolo dedicatoai nomi che
hanno cambiato genere, portando tra gli esempi quello di
167

SantIlario, con una risonanza interna che si amplier nelle serie di etimologie che saranno poroposte in
Sodoma e Gomorra
.
100
Altro esempio di genere che si trasforma, a quanto si
l e g g e nellopera di Quicherat citata, Santa Eulalia che diventa Saint-loi.
101
I nomi di questi sovrani carolingi sono inventati, anche perch noto che
tale dinastia si estinse definitivamente prima del Mille, ma le i mp r e s e h a n
t r a t t o i s p i r a z i o n e d a l l a m o n o g r a f i a s u I l l i e r s p u b b l i c a t a dallabb
Marquis nel 1904, in cui sono per tutte riferite a Goffredo, vi-sconte di
Chteaudun, vissuto nellXI secolo. Come antenati dei Guer- mantes, sono
presentati, in ogni modo, come di stirpe reale e con una no-tevole predisposizione ad
atti di crudelt.
102
Teodoberto I (504-548) re dAustrasia di cui Gregorio di Tours cele- br la
caratteristica di costruttore e la liberalit verso le chiese.
103
Guglielmo I il Conquistatore (1027-1087), duca di Normandia e poire dInghilterra,
di cui Proust si era appassionato leggendo l

Histoire de laconqute de lAngleterre par les Normands


dAugustin Thierry (1795-1856).
104
La felicit dei malvagi come un torrente fugge. Racine,
Athalie
,atto II, scena VII, v. 688.
105
Voltaire aveva citato nel suo
Essai sur la posie pique
la frase di Ni-colas de Malzieux (1650-1727):
Les Franais nont pas la tte pique
.
106
II personaggio di Vinteuil, musicista e professore di piano, nasce nella
primavera del 1913 dalla fusione di due precedenti personaggi, Ber-get, autore
della celebre sonata, e Vington, un vecchio naturalista che lafiglia fa morire
di crepacuore, per mostrare che il genio pu esistere an- che in un
poveruomo.
107
Crema con aroma di mandorle e anche torta ripiena di crema alle mandorle,
dal nome dellinventore il marchese di Frangipane.
108
Nella geografia immaginaria di Combray, il Calvario una vasta zona
boschiva, alle porte dellabitato.
109
Hubert Robert (1733-1808) il pittore delle fontane di Saint-Cloud acui spesso Proust
fa riferimento.
110
Personaggio del romanzo
Cloptre
d i G . d e L a C a l p r e n d e (1614-1663), passato in proverbio per la sua
fierezza.
111
Sono gi neri i boschi, azzurro ancora il cielo. Verso del poemadi Paul Desjardins
(1859-1940)
Celui quon oublie
, del 1883, dedicato a La-martine. Il poeta e scrittore era stato professore di
proust allcole desSciences Politiques, gli aveva fatto conoscere lopera di
Ruskin, avevafondato lUnione per lAction morale, con lintento di reagire al
pessimi-smo filosofico e allo scetticismo. In seguito, aveva promosso le Dcades,d e i
dibattiti che duravano appunto dieci giorni e che si
tenevano
168

nell abbazia me dievale di Pontigny. Lintento er a di


c o n t r i b u i r e allelevazione morale della societ.
112
Jean-Henri Fabre (1823-1915) scrittore ed entomologo, definito ilVirgilio
degli insetti, raccolse le sue osservazioni nei dieci volumi dei
Souvenirs entomologiques
(1879-1907). Proust lo conobbe attraverso il volu-me di Elie Metchnikoff,
tudes sur la nature humaine
(1903), in cui si citanocaratteristiche della vespa scavatrice.
113
Flix de Vandenesse ricorre al linguaggio dei fiori per esprimere ilsuo amore alla
signora di Mortsauf nel romanzo
Le Lys dans la valle
diBalzac (1799-1850). Taluno ha voluto vedere in questo poetico e
florealeinvito di Legrandin un sottile tentativo di seduzione.
114
Espressione tratta dal Vangelo di Matteo, 6, 28-29.
115
Trasposizione sul dattiloscritto da rosa di Gerico a rosa di Geru-salemme.
Questa variet di rose in botanica non esiste. Perci si pen-sato che
Proust abbia usato lespressione per simbolizzare una bellezza impossibile, un
sogno inappagato.
116
Aux coeurs blesss lombre et le silence costituisce lepigrafe delromanzo di
Balzac,
Le Mdecin de campagne
(1833).

117
Andromeda, secondo la mitologia, la principessa etiope incatena-ta allo scoglio in
preda al mostro marino per placare la collera del dio delmare Poseidone. Ar-mor
significa nellantica lingua celtica un paese vici-n o a l m a r e , d a c u i
A r m o r i c a c o m e s i c h i a m a u n a z o n a d e l l a B a s s a Bretagna
118
Lisola di Sein, dove si seppeliscono i morti, che il mare separa daiv i v i ,
p a r a g o n a t a a q u e l l a d e i C i m m e r i , i m m e r s i i n u n a n o t t e e t r e n a nell
Odissea
(canto XI, vv. 16-19), da Anatole France (1844-1924) nel capi-tolo V, terza parte,
intitolato En Bretagne del romanzo
Pierre Nozire
(1899). Anche ne
La Prire sur lAcropole
(1883) France aveva paragonatola Bretagna al paese dei Cimmeri.
119
Secondo il Corano, le Uri sono bellissime vergini, compagne dei beati nel
paradiso maomettano.
120
Nella prima edizione del 1913, al posto di Reims cera Chartres. Pri-ma della guerra,
infatti, Proust aveva collocato Combray nella stessa areageografica dove si trova
Illiers, cio non lontano da Chartres. Avendo poideciso di coinvolgere la cittadina
della sua infanzia nelle distruzioni del-la guerra, la spost verso est, tra Reims e
Laon, dove pi infuriarono le battaglie nella prima guerra mondiale (1914-1918).
121
Corrente vorticosa nel mare di Norvegia, a sud delle isole Lofoten,su cui Edgar
Allan Poe ha scritto uno dei suoi racconti pi intensi,
Unadiscesa nel Maelstrom
(1841).
169

122
Indica lo stile rococ, proprio del regno di Luigi XV, di cui la mar-chesa di
Pompadour (1721-1764) fu la favorita e lemblema, protettrice come fu, fra
laltro, di filosofi e scrittori, come Rousseau e Voltaire.
123
II valore simbolico dei fiori, che si esprime in pieno nel primo librodella
Recherche

, assegna al biancospino una funzione di innocenza e di purezza, con


unispirazione che deriva da Ruskin per il collegamento trai biancospini e il culto
cattolico della Vergine, osservato nellornamentodella Madonna di Amiens.
124
Swann abitava prima al quai dOrlans. Poi una volta sposato, si trasfer nel
quartiere degli Champs-lyses.
125
Sono trasferiti in prosa, e in un contesto patetico, alcuni versi di de-lusione tragica
della
Fedra
di Racine (atto I, scena III, vv. 156-160): Comesono pesanti, questi vani ornamenti e
questi veli! / Quale importuna ma-no mha sistemato i capelli / sulla fronte facendo
tutti questi nodi?.
126
La stessa variazione di luogo segnalata precedentemente: qui Laonal posto di
Chartres, comera indicato nelledizione del 1913.
127
La chiesa romanica di Saint-Loup de Naud, nella Brie, non lonta-na da un paesino
chiamato Guermantes: Proust lha visitata ripetutamen-te e se n servito da modello
per Saint-Andr-des-Champs, la chiesa vi-cina a Combray, e anche per la chiesa di
Balbec.
128
Joseph Xavier Boniface, detto Saintine (1798-1865), autore di vaude-villes e di
romanzi, come
Picciola
, citato spesso da Proust come esempio di cattiva letteratura. Charles-Gabriel
Gleyre (1806-1874) pittore svizzerodi paesaggi, di effetto popolare e accademico.
129
Gli aneddoti riguardano Aristotele che cammina a quattro zampe portando
sulla schiena la cortigiana Campaspe, che si trova in un basso-rilievo della cattedrale
di Lione; e Virgilio, in una cesta, tirato con una fu-ne in cima a una torre da una
dama, com rappresentato in un capitellodella chiesa di San Pietro a Caen. La fonte
sempre il libro sullarte reli-giosa medievale di mile Mle.
130
Al ritrovamento del cadavere di Orlando, Carlomagno esprime ilsuo dolore,
con gesti e parole accorate, insieme con tutto il suo esercito. Cfr.
Chanson de Roland
, vv. 2397-2442.
131
In
Sodoma e Gomorra
Proust precisa che si tratta di un libro di Augu-stin Thierry, alla cui opera aveva
dedicato lautunno 1886, quando eraandato a Illiers con i genitori, alla morte
della zia.

132
Dalla monarchia di Luglio, al Secondo Impero e alla Belle poque Parigi era
diventata la capitale del teatro di puro divertimento, chiamatothtre du Boulevard.
170

133
Giovanni Macchia nell
Angelo della notte
(pp. 224-225) illumina que-sto passo, citando il progetto di un melodramma che
Proust aveva inten-z i o n e d i s c r i v er e n e l 1 9 0 6 i n c o l l a b or a z i o n e c o n
l a mi c o R e n P e t er. possibile ricostruirne la trama sulla base di una
lettera di Proust a Rey-naldo Hahn (
Correspondance
, VI, p. 216).
134
Eugne-Emmanuel Viollet-le-Duc (1814-1879) architetto e storicodellarte,
specialista del Medioevo, diresse i lavori di restauro di Notre-Dame di
Parigi, della Sainte-Chapelle, dellabbazia di Saint-Denis, della cattedrale di
Amiens, del castello di Pierrefonds, ecc. Proust non amava isuoi restauri e quelli
dei suoi seguaci, ma aveva stima del suo senso ar- c h i t e t t o n i c o e
definiva
mirabile
il
suo
Dictionnaire
raisonn
d e larchitecture franaise du XI
e
e a u X VI
e
sicle, che cita spesso nelle notealla
Bible of Amiens
di Ruskin.
135
Osservazione tratta dalla
Guide to the Academy at Venice
e da
Saint Marks rest
di John Ruskin, in cui si metteva in risalto il primitivo splen- dore della
basilica di San Marco, con i suoi bronzi, i quattro cavalli dora-ti, e tutti gli antichi
mosaici (di cui rimasto solo il primo a sinistra), nel-le lunette sopra i cinque portali,
dal quadro di Giovanni Bellini
Processio-ne delle reliquie della Croce in piazza san Marco
(1496).

136
Per lidentificazione della via e della locanda si veda la nota 43.
137
La duchessa di Montpensier Anne Marie Louise dOrlans, dettala Grande
Mademoiselle (1627-1693); la duchessa di Montmorency, delSeicento, potrebbe
essere Marie-Flicie des Ursins, moglie di Henri II du-ca di Montmorency, oppure
Loyse de Laval, moglie di Pierre de Mont- m o r e n c y, di c u i s c r i v e i l
c a n o n i c o J . M a r q u i s n e l l a s u a m o n o g r a f i a s u Illiers.
138
La citata monografia del canonico Marquis ricorda che il castello diIlliers fu costruito
nel 1019 dal visconte Geoffroy de Chteaudun, per di-fenderlo dalle minacce del
vescovo di Chartres, Fulberto.
139
Allusione al giardino (ancor oggi visibile) dello zio Jules Amyot a I l l i e r s , e
a l l e n i n f e e d i p i n t e i n s e r i e d a C l a u d e M o n e t e d e s p o s t e t r a i l 1900 e
il 1909 da Durand-Ruel, su cui Proust scrisse un articolo nel 1907 con
termini simili (cfr.
Essais et articles
, p. 539-540).
140
Ricordo della presenza reale di Juliette Joinville dArtois, che vive-va in una casa
solitaria non lontana da Illiers, durante linfanzia di Prou-st, e che pubblic un
volume di memorie
travers le coeur
(1887), ma an-che reminiscenza letteraria de
La Femme abandonne
(1834) di Balzac, inc u i s i n a r r a d e l l a s i g n o r a d i B e a u s a n t
a b b a n d o n a t a d a l m a r c h e s e dAdjuda-Pinto, e dellidentico gesto dei guanti
sfilati.
171

141
Le suggestioni sulle sorgenti sono ispirate da Ruskin che aveva in animo di
scrivere un libro sulla cattedrale di Chartres e dintitolarlo
TheSprings of Eure
. La Vivonne che attraversa Combray in realt il fiume Loir che bagna Illiers
e che ha le sorgenti a Saint-man.
142
Le sorgenti del fiume Loir, prima che fossero prosciugate da una grande
siccit nel 1639 (come racconta il canonico Marquis), erano anco-ra pi lontane, a
Villebon, dove risiedevano le famiglie aristocratiche delluogo; e in effetti, nelle prime
stesure, il "ct de Guermantes" si chiama-va appunto "ct de Villeson". A
questa lontananza nello spazio si ac-compagna la mitica lontananza nel tempo,

in cui sono situati i Guerman-tes, che allinizio sembrano davvero irraggiungibili al


narratore.
143
Nella duchessa di Guermantes sono compendiate le qualit della contessa di
Chevign, della contessa Greffulhe e di Madame Straus. PaulNadar ha eternato in
fotografia questo famoso ballo della principessa diLon del 29 maggio 1891.
144
Le son de la trompette est si dlicieux il verso 49 della
poesiaLimprvu delle
Fleurs du mal
. Proust lo citer ancora in un articolo suBaudelaire, sotto forma di lettera a
Rivire, sulla Nouvelle Revue Fra-naise, nel 1921, mettendolo in relazione
allopera di Wagner.
145
In effetti, queste pagine apparvero in un articolo pubblicato su LeF i g a r o d e l
19 novembre 1907, intitolato
I m p r e s s i o n s d e r o u t e e n automobile
.
172
Parte 2UN AMORE DI SWANN
173
Par far parte del piccolo nucleo, del piccolo gruppo, del piccoloclan
dei Verdurin, una condizione era sufficiente, ma era altres neces- saria:
bisognava aderire tacitamente a un Credo, di cui uno degli articolistabiliva che il
giovane pianista, protetto quellanno dalla signora Verdu-rin, la quale diceva di lui:
Mica dovrebbe esser permesso, saper suonareWagner cos!, subissava
insieme Plant e Rubinstein, e che il dottor Cottard aveva occhio clinico pi di
Potain
1
. Ogni nuova recluta, a cui iVerdurin non riuscivano a far credere che le
serate della gente che nonandava da loro erano noiose come la pioggia, si vedeva
subito esclusa. Esiccome le donne, a tal riguardo, erano pi restie degli
uomini a rinun-ciare a ogni curiosit mondana e al desiderio dinformarsi
personalmentesullattrattiva degli altri salotti, e i Verdurin daltra parte
sentivano chequello spirito di libero esame e quel dmone di frivolezza
potevano di-ventare fatali per contagio allortodossia della piccola chiesa,
cos eranos t a t i i n d o t t i a r e s p i n g e r e u n o d o p o l a l t r o t u t t i i
f e d e l i d i s e s s o femminile.A parte la giovane moglie del dottore,
quellanno i fedeli femminaerano ridotti quasi esclusivamente (bench la
signora Verdurin fosse unadonna virtuosa e di rispettabile famiglia borghese,
esageratamente riccae totalmente oscura, con la quale aveva a poco a poco cessato
volontaria-mente ogni rapporto) a una persona del
demimonde,

la signora de Crcy,che la signora Verdurin chiamava per nome, Odette, e


dichiarava essereun amore, e alla zia del pianista che doveva aver fatto la portinaia;
per-sone ignare del bel mondo, alla cui ingenuit era stato facile far
credereche la principessa di Sagan e la duchessa di Guermantes erano costrette
ap a g a r e d e i d i s g r a z i a t i p e r a v e r e q u a l c u n o a p r a n z o ,
d i m o d o c h allofferta di farle invitare dalle due gran dame lex portinaia e la
donni-na equivoca avrebbero rifiutato sdegnosamente.I Verdurin non facevano inviti
a cena.O g n u n o a v e v a d a l o r o i l s u o p o s t o a t a v o l a . P e r l a s e r a n o n
c e r a programma. Il giovane pianista suonava, ma solo se gli girava,
perchnessuno veniva costretto e, come diceva il signor Verdurin, uno per tut-ti, tutti
per uno. Se il pianista voleva suonare la cavalcata della
Valchiria
o il preludio del
Tristano
2
, la signora Verdurin protestava, non gi chequella musica le dispiacesse,
anzi, perch le faceva troppa impressione.Allora ci tenete proprio che mi
venga Temicrania? Lo sapete che succe-d e s e m p r e c o s , q u a n d o l u i s u o n a
q u e l l a r o b a . S o b e n i o q u e l c h e mi aspetta! Domani, quando vorr
alzarmi, buonanotte, sar distrutta! Selui non suonava, si faceva
conversazione, e uno degli amici, pi spesso il
174
pittore favorito di turno, buttava l, come diceva il signor Verdurin,una
grossa scemenza che faceva sganasciare tutti, specialmente la si- gnora
Verdurin, alla quale un giorno,

tanto era solita prendere alla let-tera le espressioni figurate delle emozioni che
provava,

il dottor Cot-tard (allora giovane debuttante), dovette rimettere a posto la


mascellache si era slogata per aver riso troppo.Labito nero era proibito perch
si era fra amici, e per non assomi- gliare ai noiosi, da cui ci si teneva alla
larga come dalla peste: li si invi-tava solo per le serate di gala, date il pi
raramente possibile e soltantose potevano divertire il pittore o far conoscere il
musicista. Per il resto cisi accontentava di giocare alle sciarade, di cenare in
maschera, ma fra in-timi, senza mescolare estranei al piccolo nucleo.Ma via via
che i camerati avevano preso pi posto nella vita della si-gnora Verdurin, i noiosi, i
reprobi, erano diventati tutto ci che trattene-va gli amici lontano da lei, ci che
li impediva qualche volta di essere li- beri: la madre di uno, la professione di un
altro, la casa in campagna o lacattiva salute di un terzo. Se il dottor Cottard
riteneva di dovere andarv i a a p p e n a a l z a t o d a t a v o l a p e r
t o r n a r e d a u n m a l a t o i n p e r i c o l o : Chiss, diceva la signora
Verdurin, forse gli far meglio se non anda-te a disturbarlo stasera: passer una

buona nottata senza di voi, ci andre-te domattina presto e lo troverete guarito.


Fin dallinizio di dicembrestava male al pensiero che per Natale e Capodanno i
fedeli staccassero.La zia del pianista esigeva che quel giorno lui andasse a cena in
famiglia,dalla madre di lei:Credete che ne morrebbe, vostra madre, esclam
duramente la signo-ra Verdurin, se non cenate con lei a Capodanno, come in
provincia!.Le sue inquietudini rinascevano in vista della settimana santa:Voi
dottore, uno scienziato, un uomo di spirito, naturalmente voi ve-nite il venerd santo,
come un giorno qualsiasi, disse a Cottard il primoanno, in tono sicuro, come non
potendo dubitare della risposta. Ma tre-mava aspettando che la pronunciasse,
perch, se lui non fosse venuto ri-schiava di trovarsi sola.Il Venerd santo verr a
salutarvi, perch andiamo a passare le festedi Pasqua in Alvernia.

In Alvernia? Per farvi mangiar e da cimici e pulci, buon pr


v i faccia!E dopo un silenzio:Se almeno ce laveste detto; avremmo cercato
di combinare la cosa edi fare il viaggio insieme, con tutte le comodit.
175
Parimenti, se un fedele aveva un amico, o una
habitue
un
flirt
, capa-ci di farli staccare qualche volta, i Verdurin che non si spaventavano seuna
donna aveva un amante, purch lo avesse a casa loro, lo amasse inloro, e
non lo preferisse a loro, dicevano: Ebbene, portatelo, il vostro amico. E lo
si assumeva in prova per vedere se fosse capace di non avers e g r e t i p e r l a
s i g n o r a Ver d u r i n , s e m e r i t a s s e d i e s s e r e a g g r e g a t o a l piccolo
clan. Se non lo era, il fedele che laveva presentato veniva pre-s o d a p a r t e , e g l i
s i r e n d e v a i l s e r v i z i o d i g u a s t a r e i s u o i r a p p o r t i c o n lamico o lamante.
In caso contrario, il nuovo diventava a sua volta unfedele. Cos quando
quellanno la
demi-mondaine
raccont al signor Ver-durin che aveva conosciuto un uomo affascinante, il signor
Swann, e in-sinu che questi sarebbe stato ben felice di essere ricevuto in casa loro,
ilsignor Verdurin trasmise la richiesta alla moglie seduta stante. (Lui
nonaveva mai opinioni se non dopo sua moglie, e il suo compito
specificoera di eseguire i desideri di lei, cos come i desideri dei fedeli, con
grandirisorse dingegnosit.)Ecco qui la signora de Crcy che ha qualche cosa
da chiederti. Vor-rebbe presentarti un suo amico, il signor Swann. Che ne dici?

Ma andiamo, possibile rifiutare qualche cosa a una piccola perfe-zione


simile? Zitta voi, il vostro parere non viene richiesto, vi dico che siete
perfetta.

Poich lo volete, rispose Odette con fare lezioso, e soggiunse: lo sa-pete che io non
sono

fishing for compliments


3
.

Ebbene, portatelo il vostro amico, se simpatico.Certo, il piccolo nucleo non


aveva alcun rapporto con la societ fre-quentata da Swann, e dei mondani puri
avrebbero pensato che non vale-va la pena di occuparvi come lui una posizione
eccezionale per farsi poipresentare in casa Verdurin. Ma Swann amava tanto le
donne, che a par-t i r e d a l g i o r n o i n c u i a v e v a c o n o s c i u t o
p r e s s a p p o c o t u t t e q u e l l e dellaristocrazia, ed esse non avevano
avuto da insegnargli pi nulla, icertificati di naturalizzazione, quasi patenti
di nobilt, che il faubourgSaint-Germain
4
gli aveva concesso, lui non se nera curato pi, se non co-me duna specie di valore di
scambio, di lettera di credito priva di pregioin s, ma che gli permetteva di
improvvisarsi una posizione in qualche buco di provincia, in qualche oscuro
ambiente di Parigi, dove gli era par-sa carina la figlia del signorotto locale o del
cancelliere giudiziario. Il de-siderio o lamore gli restituivano un sentimento di
vanit, di cui ormaiera esente nella consuetudine della vita (bench senza dubbio
fosse statolui, in passato, a volgerlo verso la carriera mondana dove aveva sperperato in piaceri frivoli le proprie doti spirituali e adoperato la
p r o pr i a
176
erudizione in materia darte a consigliare le signore del bel mondo negliacquisti di
quadri e mobili per i loro palazzi), e che invece adesso gli da-va il desiderio di
brillare, agli occhi di una sconosciuta di cui si era inva-ghito, di uneleganza che il
solo nome di Swann non suggeriva di per s.Lo desiderava soprattutto se la
sconosciuta era di umile condizione. Nel-lo stesso modo in cui un uomo intelligente
non ha paura di sembrare stu-pido a un altro uomo intelligente, cos un uomo elegante
non teme di ve-dere misconosciuta la propria eleganza, da un gran signore,
ma da unozotico. I tre quarti degli sfoggi di spirito e delle menzogne di vanit prodigati, dacch il mondo mondo, da chi poteva solo esserne diminuito, erano
indirizzati a degli inferiori. E Swann, che era semplice e indifferen-te con una
duchessa, tremava di essere disprezzato, e posava, davanti a una
cameriera.Non era come tanti, che, per pigrizia o per un senso di
rassegnazioneallobbligo, creato dallo stato sociale, di restare attaccati a una certa
riva,si astengono dai piaceri che la realt offre loro fuori della posizione mon-dana, in
cui vivono rintanati fino alla morte, accontentandosi di chiama-re piaceri, in
mancanza di meglio e una volta assuefatti, i divertimenti mediocri o le noie
sopportabili che essa racchiude. Swann, dal canto suo,non cercava di trovare
carine le donne con cui passava il tempo, ma dipassare il tempo con le
donne che prima aveva trovato carine. E spessoerano donne di bellezza
piuttosto volgare, perch le qualit fisiche checercava senza rendersene

conto, erano del tutto opposte a quelle che gli rendevano ammirabili le donne
scolpite o dipinte dagli artisti che amava.La profondit, la malinconia
dellespressione gli gelavano i sensi, che in-vece bastava a svegliargli una carne sana,
prosperosa e rosea.Se in viaggio incontrava una famiglia che sarebbe stato pi
eleganteevitare di conoscere, ma nella quale una donna gli si presentava
dotatadi una grazia da lui ancora sconosciuta, starsene sulle sue e ingannareil
desiderio che glienera nato, sostituire un piacere diverso al piacere cheavrebbe
potuto conoscere con lei, scrivendo a unantica amante di venir-lo a raggiungere, gli
sarebbe parsa unabdicazione cos vile di fronte allavita, una rinunzia cos stupida a
una gioia nuova, come se, invece di visi-t a r e i l p a e s e , s i f o s s e c o n f i n a t o i n
c a m e r a a g u ar d a r e v e d u t e di P a r i g i . Non si chiudeva nelledificio delle sue
relazioni, ma per poterlo ricostrui-re da cima a fondo su basi nuove dovunque una
donna gli fosse piaciuta,ne aveva fatto una di quelle tende smontabili che gli
esploratori portanocon s. Quanto a ci che non si poteva trasportare o
scambiare con unpiacere nuovo, lo avrebbe dato via per nulla, per
invidiabile che fosseparso ad altri.
177
Quante volte il suo credito presso una duchessa, accumulato negli annidal desiderio
che lei aveva di essere carina con lui senza mai trovarne oc-casione, laveva liquidato
di colpo chiedendole indiscretamente per tele-gramma una raccomandazione
telegrafica che lo mettesse allistante inrapporto con un fattore di lei, del
quale in campagna aveva notato la fi-glia, come farebbe un affamato barattando
un diamante con un pezzo dipane. A cose fatte se ne divertiva persino, perch,
riscattata da delicatez-ze rare, cera in lui una certa grossolanit. Inoltre,
apparteneva a quellacategoria di uomini intelligenti vissuti nellozio, che cercano
una consola-zione, e forse una scusa, nellidea che questozio offra allintelligenza
og-getti degni dinteresse quanto quelli che potrebbe offrire larte o lo studio, che la Vita contenga situazioni pi interessanti, pi romanzesche di
tutti i romanzi. Almeno lui lo affermava e ne persuadeva facilmente ipi raffinati tra i
suoi amici del gran mondo, specie il barone di Charlus,che lui si divertiva a far
ridere col racconto delle avventure piccanti chegli capitavano: come
quando, condottosi a casa una donna incontrata in t r e n o , a v e v a s c o p e r t o
c h e er a l a s o r e l l a d i u n s o v r a n o n e l l e c u i m a n i sintrecciavano in quel
momento tutti i fili della politica europea, cosic-ch lui ne era stato
informato in maniera davvero gradevole; o quando,per un gioco complicato
di circostanze, dipendeva dalla scelta che si at- tendeva dal conclave se lui
sarebbe o no diventato lamante di una cuoca.Del resto non era soltanto lo stuolo
brillante delle virtuose vecchie si-gnore, dei generali, degli accademici, a
cui era particolarmente legato,che Swann costringeva con tanto cinismo a
servirgli da mezzani. Tutti isuoi amici erano abituati a ricevere ogni tanto
da lui delle lettere, in cuiu n a p a r o l a d i r a c c o m a n d a z i o n e o d i
p r e s e n t a z i o n e e r a c h i e s t a c o n unabilit diplomatica tale che, persistendo
attraverso gli amori successi-vi e il mutar dei pretesti, denunziava, pi di qualsiasi
eventuale goffaggi-ne, un carattere costante e identici scopi. Molti anni dopo,

quando inco-minciai a interessarmi del suo carattere per via della somiglianza che,
intuttaltri campi, aveva col mio, spesso mi sono fatto raccontare che quan-do
scriveva a mio nonno (che non lo era ancora, perch il grande amore di
Swann ebbe inizio verso il tempo della mia nascita, e interruppe a lun-g o s i m i l i
p r a t i c h e ) , r i c o n o s c e n d o s u l l a b u s t a l a s c r i t t u r a d e l l a mi c o i l n o n n o
e s c l a ma v a : E c c o S w a n n c h e h a q u a l c o s a d a c h i e d e r e : i n g u a r- dia!.
E sia per diffidenza, sia per il sentimento inconsciamente diabolicoche spinge a
offrire una cosa solo a chi non ne ha voglia, i miei nonni op-ponevano recisamente
un non luogo a procedere alle sue preghiere pi f a c i l i d a s o d d i s f a r e ,
c o m e di p r e s e n t a r l o a u n a r a g a z z a c h e v e n i v a a pranzo da loro tutte le
domeniche; ogni volta che Swann ne riparlava,
178
erano costretti a fingere che non la vedevano pi, mentre per tutta la set-timana si
domandavano chi invitare con lei, e spesso finivano, col non t r o v a r e
n e s s u n o , p u r d i n o n c h i a ma r e c o l u i c h e n e s a r e b b e s t a t o
c o s contento.A volte una coppia di amici dei nonni, che fino a quel momento si erano lamentati di non vedere mai Swann, annunciavano con soddisfazionee forse un po
col desiderio di suscitare invidia, che lui era diventato conloro di una gentilezza
straordinaria, che non li lasciava mai. Il nonno nonvoleva turbare il loro piacere, ma
guardava la nonna canticchiando:Quel est donc ce mystre? Je ny puis rien
comprendre
5
.oppure:Vision fugitive
6
oppure:Dans ces affairesle mieux est de ne rien voir
7
.Qualche mese dopo, se il nonno domandava al nuovo amico di Swann:E Swann, lo
vedete sempre molto?, linterlocutore faceva il viso lungo:Non pronunciate mai
quel nome davanti a me!

Ma io credevo che fo-ste tanto legati . Cos, per qualche mese, era stato intimo di
certi cugi-ni della nonna, pranzava da loro quasi ogni giorno. Bruscamente
smisedi andarci, senza avvertire. Lo credettero malato, e la cugina della nonnastava
per mandare a chieder notizie, quando nell
office
trov una sua let-tera infilata inavvertitamente nel libro di conti della cuoca; lui le
annun-ciava che stava per lasciare Parigi, che non sarebbe potuto venire pi. Erala
sua amante, e al momento di rompere, aveva creduto utile informare lei
sola.Quando invece lamante in carica era una persona di mondo, o almenotale che
unorigine troppo umile o una posizione troppo irregolare non glimpediva di
farla ricevere in societ, allora vi ritornava per lei, ma solonellorbita particolare dove
lei si muoveva o dove lui laveva introdotta.Inutile stasera contare su Swann, si
diceva; lo sapete, il giorno d
Opra

della
sua
Am e r i c a n a .
La
faceva
invitare
nei
salotti
p a r t i c o l a r me n t e esclusivi dove coltivava le proprie abitudini, i pranzi
settimanali, il po-k e r ; o g n i s e r a , d o p o c h e u n a l e g g e r a a r r i c c i a t u r a a i
suoi capelli rossi
179
tagliati a spazzola aveva temperato con un po di dolcezza la vivacit deisuoi occhi
verdi, sceglieva un fiore da mettersi allocchiello e usciva perraggiungere
lamante a pranzo da questa o quella signora del proprioambiente; e allora,
pensando allammirazione e allamicizia che la gentealla moda, per cui lui
faceva il bello e il cattivo tempo, e che stava per in-contrare, gli avrebbe
prodigato davanti alla donna che amava, trovava ancora fascino in quella vita
mondana della quale si era stancato, ma chegli sembrava preziosa e bella da
quando vi aveva incorporato un nuovoamore, come penetrata e colorata da una
fiamma insinuata che vi ardessedentro.S e n o n c h c i a s c u n o d i q u e s t i
legami o di questi
flirt
, e r a s t a t o lattuazione pi o meno completa di un sogno nato alla vista di un
viso odi un corpo che spontaneamente, senza sforzo, Swann aveva trovato gra-zioso.
Ma quando un giorno, a teatro, fu presentato a Odette de Crcy daun ex amico di
lei che gliene aveva parlato come di una donna affasci-nante con cui forse
poter combinare qualche cosa, ma dipingendola pi difficile di quanto in realt
non fosse per crescere merito alla circostanzadi avergliela fatta conoscere, lei era
apparsa a Swann non certo priva di bellezza, ma di quel genere di bellezza
che lo lasciava indifferente, nongli suscitava desiderio, anzi gli dava una specie
di repulsione fisica; unadi quelle donne come ne esistono per tutti, diverse per
ciascuno, e che so-no lopposto del tipo che i nostri sensi domandano. Aveva il
profilo trop-po pronunciato per potergli piacere, la pelle troppo delicata, gli
zigomitroppo in rilievo, i lineamenti troppo tirati. Gli occhi erano belli, ma
tantograndi che si piegavano sotto la propria mole affaticando il resto del
vi-so, e le davano sempre laria di avere una brutta cera o di essere di catti-vo umore.
Qualche tempo dopo quella presentazione a teatro, lei gli ave-va scritto per
chiedergli di vedere le sue collezioni che la interessavano tanto, lei,
unignorante che aveva il gusto delle cose belle, dicendo chele sarebbe parso di
conoscerlo meglio quando lavesse visto nel suo
ho-me
dove lo immaginava cos a suo agio col suo t e i suoi libri, benchnon gli
nascondesse la sorpresa di saperlo abitare in quel quartiere che doveva essere
cos triste e che era cos poco
smart
8
per lui che lo era tan-to. E, dopo che lebbe lasciata venire, lei nellandar via
gli aveva dettoche le rincresceva di essere rimasta cos poco in quella casa dovera
statafelice di penetrare, parlando di lui come se rappresentasse per lei qualco-sa di

pi delle altre persone che conosceva; sembrava stabilire fra loro due una
specie di legame romanzesco, il che lo aveva fatto sorridere. Malet gi un po
disincantata alla quale si avvicinava Swann, in cui sap-piamo accontentarci
di essere innamorati per il piacere di esserlo, senza
180
troppa pretesa di reciprocit, questo avvicinamento dei cuori, se non p i ,
come
nella
pr i m a
giovinezza,
il
fine
a
cui
tende
n e c e s s a r i a m e n t e lamore, in compenso continua ad essergli connesso per
unassociazionedidee cos forte che pu, precedendolo, diventarne la causa. Un
tempo sisognava di possedere il cuore della donna di cui si era innamorati;
pitardi, sentire di possedere il cuore di una donna pu bastare a farci inna-morare di
lei. Cos nellet in cui sembrerebbe, poich allora nellamore sicerca soprattutto un
piacere soggettivo, che il gusto per la bellezza delladonna debba occupare la parte
decisiva, lamore pu nascere

lamorenel senso pi fisico del termine

senza che vi sia stato, alla base, un de-siderio preliminare. Gi pi volte in


quello stadio della vita siamo staticolpiti dallamore; esso non segue pi le
proprie leggi sconosciute e fata-li, dinanzi al nostro cuore stupefatto e passivo;
gli andiamo in aiuto, lofalsiamo con la memoria, con la suggestione.
Riconoscendo uno dei suoisintomi, ci ricordiamo degli altri, li facciamo rinascere.
Siccome ne posse-diamo la canzone incisa in noi tuttintera, per trovarne il seguito
non c bisogno che una donna ce ne dica lattacco

colmo dellammirazioneispirata dalla bellezza. E se incomincia a met

l dove i cuori si avvici-nano, dove si parla di esistere ormai solamente luno per
laltro

siamoa b b a s t a n z a a b i t u a t i a q u e l l a m u s i c a p e r r a g gi u n g e r e s u b i t o l a
n o s t r a compagna al passo dove ci attende.Odette de Crcy ritorn a trovare Swann,
poi intensific le sue visite; esenza dubbio, ogni volta si rinnovava in lei la
delusione di trovarsi di-nanzi quel viso di cui, nel frattempo, aveva un po
dimenticato i partico-lari, e che non ricordava n tanto espressivo n,
malgrado la giovent,tanto appassito; si rammaricava, mentre lei gli parlava, che la
sua grande bellezza non fosse del tipo che lui avrebbe preferito spontaneamente. Bisogna dire daltronde che il viso di Odette appariva pi magro e pi pro-m i n e n t e
p e r c h l a f r o n t e e l a s o m mi t d e l l e g u a n c e , q u e s t a s u p e r f i c i e unita e
pi piana, era coperta dalla massa dei capelli che allora si porta- vano
prolungati in una frangetta, alti sulla sommit e cotonati e sparsi inciocche
capricciose lungo le orecchie; e quanto al corpo, che era modella-to stupendamente,
riusciva difficile scorgerne la continuit (a causa dellamoda del tempo, e bench lei

fosse una delle donne di Parigi che si vesti-vano meglio), a tal punto il busto,
venendo avanti in sporgenza come suun ventre immaginario e terminando
bruscamente a punta, mentre sottoincominciava a gonfiarsi il pallone delle doppie
sottane, dava alla donnalaria di esser composta di pezzi diversi male infilati uno
nellaltro; tantole gale, i falpal, il corpetto seguivano con indipendenza assoluta,
secon-d o l a f a n t a s i a d e l d i s e g n o o l a c o n s i s t e n z a d e l l a s t o ffa , l a
linea che li
181
conduceva ai fiocchi, agli sbuffi di pizzo, alle frange dritte di giaietto, op-p u r e l i
guidava lungo la stecca del busto, ma non aderivano
a f f a t t o allessere vivente che ci si trovava infagottato o perduto a seconda
chelarchitettura di quei fronzoli si avvicinasse o si scostasse troppo
dallasua.Ma partita Odette, Swann sorrideva ricordando che lei gli aveva dettocome
lungo le sarebbe parso il tempo nellattesa che lui le permettesse ditornare;
rammentava laria inquieta, timida, con cui una volta laveva pregato di non
lasciar passare troppo tempo e lo sguardo che aveva avu-to in quel momento, fisso
su di lui con implorazione timorosa, e che larendeva commovente sotto il
mazzolino di viole del pensiero artificialiappuntato sul cappello tondo di
paglia bianca, col sottogola di vellutonero. E voi, gli aveva detto, non
verreste una volta da me a prendere il t? Lui aveva tirato in ballo certi lavori in
corso, uno studio

in realtabbandonato da anni,

su Ver Meer di Delft


9
. Povera me, capisco chenon posso far niente, accanto a sapientoni come voialtri,
aveva risposto.Sarei come la rana davanti allareopago
10
. Eppure mi piacerebbe tantoistruirmi, sapere, essere iniziata. Come devessere
divertente cercare libriusati, ficcare il naso fra vecchie scartoffie!, aveva
soggiunto con lariacontenta di s che assume una donna elegante
nellaffermare che il suodivertimento sta nel dedicarsi a qualche bassa
faccenda, senza timoredinsudiciarsi, per esempio far da cucina mettendo lei
stessa le mani inpasta. Voi vi burlerete di me, quel pittore che vi impedisce di
vedermi(voleva dire Ver Meer), non ne avevo mai sentito parlare; ancora vivo?Si
pu vedere a Parigi qualche sua opera? Per farmi unidea di quello cheamate,
indovinare un po che cosa c sotto quella gran fronte che lavoratanto, in quella
testa che uno sente occupata sempre a riflettere; dirmi: ecco, a questo che lui
sta pensando. Che sogno, essere mescolata ai vo-stri lavori! Lui si era scusato
adducendo il timore di amicizie nuove, ciche aveva chiamato, per galanteria, la
paura di essere infelice. Avetepaura di un affetto? Com strano, io che non
cerco altro, che darei la vitaper trovarne uno, aveva detto lei con voce cos
naturale, cos convinta,che lui ne era rimasto scosso: Sicuramente avete sofferto

per una donna.E credete che le altre siano come lei. Lei non ha saputo
comprendervi,voi siete un essere cos fuori del comune. Proprio questo mi
piaciuto invoi da principio, ho sentito che non eravate come gli altri.

E poi del re-s t o a n c h e v o i , l e a v e v a d e t t o S w a n n , i o s o b e n e c o me s o n o


l e d o n n e , a v r e t e u n s a c c o di o c c u p a z i o n i , s a r e t e p o c o l i b e r a .

I o ? n o n h o m a i niente da fare! Sono sempre libera, lo sar sempre per voi. Di


giorno e dinotte, a qualunque ora vi facesse comodo vedermi, mandatemi a cercare,
182

sar felicissima di accorrere. Lo farete? Sapete cosa sarebbe carino? lasciarvi presentare alla signora Verdurin, vado da lei tutte le sere. Pensa-te! Se ci
incontrassimo l, e io potessi raccontarmi che anche un po perme che ci siete!.E
s e n z a d u b b i o , r i c or d a n d o c o s i l or o c o l l o q u i , p e n s a n d o c o s a
l e i quando era solo, lui si limitava a farne giocare limmagine fra molte
altreimmagini femminili, in romanzesche fantasticherie. Ma se, grazie a
unacircostanza qualsiasi (o, forse, anche senza, giacch la circostanza che
sipresenta quando uno stato danimo, finora latente, si rivela in noi, pu n o n
a v e r c i i n f l u i t o p er n u l l a) , s e P i m m a g i n e d i O d e t t e d e C r c y
f o s s e giunta ad assorbire tutte quelle fantasticherie, se esse non fossero
statepi separabili dal ricordo di lei, allora limperfezione del suo corpo
nonavrebbe pi avuto alcuna importanza, n che fosse, pi o meno di un al-tro corpo,
conforme ai gusti di Swann: perch, diventato il corpo di coleiche lui amava,
sarebbe stato ormai il solo capace di cagionargli gioie e tormenti.Mio nonno
per lappunto aveva conosciuto, cosa che non poteva dirsi di nessuno dei loro
amici di oggi, la famiglia di quei Verdurin. Ma avevaperso ogni contatto con colui
che chiamava il giovane Verdurin, e checonsiderava, un po superficialmente,

pur conservando parecchi mi-lioni

, caduto nel giro della bohme e della marmaglia. Un giorno rice-vette una lettera di
Swann che gli domandava se potesse metterlo in con-tatto coi Verdurin: In
guardia, in guardia!, aveva esclamato il nonno,non mi meraviglia affatto,
proprio l che Swann doveva andare a finire.Un bellambientino! Prima di tutto non
posso fare quanto mi chiede per-ch quel signore non lo conosco pi. E poi ci sar
sotto una storia di don-ne, io non mimmischio in faccende del genere. Bene
bene! ci sar da di-vertirsi, se Swann indossa le insegne dei giovani Verdurin.E,
in seguito alla risposta negativa di mio nonno, fu Odette in personaa condurre Swann
dai Verdurin.Il giorno che Swann vi fece il suo ingresso, i Verdurin avevano avuto
acena il dottor Cottard e la moglie, il giovane pianista con la zia, e il pitto-re che
godeva a quel tempo del loro favore; qualche altro fedele si era poiaggiunto durante il

corso della serata.Il dottor Cottard non sapeva mai con sicurezza in che tono
doveva ri-spondere alla gente, se linterlocutore scherzasse o dicesse sul serio. E
adogni buon conto aggiungeva a tutte le espressioni della sua
fisionomialofferta di un sorriso condizionale e provvisorio, la cui finezza
in attesalo avrebbe scagionato dal rimprovero dingenuit, se il discorso
rivolto-gli risultava essere stato scherzoso. Ma siccome per far fronte
allipotesi
183
opposta non osava lasciare il sorriso affermarsi chiaro e tondo sulla
suafaccia, vi si vedeva ondeggiare perpetuamente unincertezza in cui si leg-geva la
domanda che non osava rivolgere: Dite sul serio?. Anche menoche in salotto era
sicuro del modo di comportarsi per la strada, e pi in generale, nella vita, e lo
si vedeva opporre ai passanti, alle carrozze, agliavvenimenti, un sorriso malizioso
che toglieva in anticipo al suo conte-gno ogni sconvenienza perch, se era
fuori posto, dimostrava che lui losapeva benissimo e che, se lo aveva adottato,
era stato per scherzo.In ogni caso, su tutti i punti in cui unaperta domanda gli
sembrava le-cita, il dottore non si risparmiava per restringere il campo dei suoi
dubbie completare la sua istruzione.Cos, seguendo i consigli datigli da una madre
previdente quando eravenuto via dalla provincia, non lasciava mai sfuggire una
locuzione o unnome proprio che gli fossero sconosciuti, senza cercare di
documentarsiin proposito.Per le locuzioni era insaziabile di ragguagli,
perch, supponendo lorotalvolta un senso pi preciso che non abbiano, avrebbe
desiderato sapereche cosa si voleva dire esattamente con quelle che sentiva usare pi
spes-s o : l a b e l l e z z a d e l l a s i n o , i l s a n g u e b l u , c or r e r e l a c a v a l l i n a , i l
q u a r t o dora di Rabelais, arbitro deleganza, dare carta bianca, essere
ridotto al
quia
, ecc., e in quali casi determinati poteva a sua volta farle figurare nei propri
discorsi. In mancanza daltro, esibiva alcuni giuochi di parole cheaveva imparato.
Quanto ai nuovi nomi di persona che venivano pronun-ciati davanti a lui, si
accontentava di ripeterli in un tono interrogativo c h e r i t e n e v a
sufficiente
a
ottenere
spiegazioni
senza
aver
laria
d i chiederle.Poich il senso critico che credeva di esercitare su tutto, gli
mancavacompletamente, con lui era fatica sprecata quella forma raffinata di cortesia che consiste nellaffermare, senza contare desser creduti, quando si fa
un piacere a qualcuno, che il piacere ce lha fatto lui: lui prendeva tut-to alla lettera.
Per quanto cieca nei suoi confronti e pur senza smettere ditrovarlo molto fine, la
signora Verdurin aveva finito collindispettirsi ve-dendo che quando lo invitava in
un palco di proscenio a sentire SarahBernhardt, dicendogli con gentilezza:
Siete stato molto caro a venire,d o t t or e , t a n t o p i c h e , n e s o n c e r t a ,
a v r e t e s e n t i t o s p e s s o S a r a h B e r n - hardt, e poi forse siamo troppo vicini al
palcoscenico, il dottor Cottard,entrato nel palco con un sorriso che per precisarsi o
sparire aspettava chequalcheduno di autorizzato lo informasse sul valore dello

spettacolo, ri-spondeva: Effettivamente qui troppo vicino, e si comincia a essere


stu-fi di Sarah Bernhardt. Ma voi avete espresso il desiderio che io venissi, e
184
per me i vostri desideri son ordini. Sono troppo felice di rendervi questopiccolo
servigio. Cosa non si farebbe per farvi piacere, siete tanto buo-na. E
aggiungeva: Sarah Bernhardt, lei la Voce dOro
11
, non vero?Spesso scrivono anche che incendia le platee. Curiosa espressione, non
vero?, nella speranza di commenti che non venivano.Sai, aveva detto al marito
la signora Verdurin, credo che sbagliamotattica, quando per modestia
deprezziamo quel che offriamo al dottore. uno scienziato che vive fuori della vita
pratica, da solo non conosce il va-lore delle cose, e si basa su quello che gli diciamo
noi.

Non osavo dir-telo, ma lavevo notato, rispose il signor Verdurin. E il


Capodanno se-guente, invece di mandare al dottor Cottard un rubino di tremila
franchidicendo che era cosa da poco, il signor Verdurin comper per
trecentofranchi una pietra rigenerata, lasciando intendere che difficilmente si po-teva
vederne di cos belle.Quando la signora Verdurin annunzi che quella sera ci sarebbe
statoil signor Swann: Swann?, aveva esclamato il dottore con accento
reso br u t a l e d a l l a s o r pr e s a , p e r c h l a m i n i ma n o v i t c o g l i e v a s e mp r e
a l l a sprovvista pi di chiunque quelluomo che si credeva sempre preparatoa t u t t o .
E v e d e n d o c h e n o n g l i r i s p o n d e v a n o : S w a n n? C h i q u e s t o Swann!,
grid al colmo di unansia che si calm subito, quando la si- gnora Verdurin
disse: Ma lamico di cui Odette ci aveva parlato.

Ah,s s, va bene, rispose il dottore placato. Quanto al pittore, si


rallegravaper lingresso di Swann in casa Verdurin, perch lo supponeva
innamo-rato di Odette e gli piaceva favorire gli idilli. Niente mi diverte
comecombinare matrimoni, confid al dottor Cottard in un orecchio, me
nesono riusciti gi molti, anche fra donne!Dicendo ai Verdurin che Swann era molto

smart
, Odette li aveva fat-ti temere un noioso. Invece fece unimpressione eccellente, di
cui, a lo-r o i n s a p u t a , u n a d e l l a c a u s e i n d i r e t t e e r a a n c h e l a s u a
f r e q u e n t a z i o n e della societ elegante. Infatti, sulle persone anche intelligenti che
non so-no mai state nel gran mondo, lui aveva una delle superiorit di chi
unpo vi ha vissuto, cio di non trasfigurarlo pi col desiderio o lorrore cheispira
allimmaginazione, di considerarlo senza nessuna importanza. Laloro cortesia,
lontana da ogni snobismo e dalla paura di sembrare ecces-s i v a , d i v e n t a t a
a u t o n o m a , h a l a d i s i n v o l t ur a , l a gr a z i a d i m o v i m e n t o proprie di coloro
le cui membra agili eseguono esattamente quello chevogliono, senza la
partecipazione indiscreta e impacciata del resto del corpo. La semplice
ginnastica elementare delluomo di mondo che porgela mano con buonagrazia al

giovanotto sconosciuto che gli vien presenta-to, e sinchina con riserbo davanti
allambasciatore a cui lo presentano,
185
aveva finito col passare, senza che lui ne fosse cosciente, in tutto il comportamento sociale di Swann, che di fronte a persone di un ambiente in-feriore al
suo, comerano i Verdurin e i loro amici, distinto mostr una premura, si
concesse delle
avances
, da cui, secondo loro, un noioso si sa- rebbe astenuto. Un momento di freddezza
lebbe solo col dottor Cottard:vedendo che gli strizzava locchio e gli sorrideva con
aria ambigua primaa n c o r a d i e s s e r s i s c a m b i a t i u n a p a r o l a ( m i mi c a c h e
C o t t a r d c h i a m a v a lasciar venire), Swann credette che il dottore lo conoscesse,
senza dub- bio per essersi trovati insieme in qualche casa di piacere, bench
lui viandasse molto poco non avendo mai vissuto nel mondo della
bisboccia.Trovando lallusione di pessimo gusto, specie in presenza di
Odette chep o t e v a f a r s i d i l u i u n a c a t t i v a o pi n i o n e , o s t e n t u n ar i a
g l a c i a l e . M a quando seppe che una signora che stava l accanto era la signora
Cottard,pens che un marito cos giovane non avrebbe cercato di alludere a
di-vertimenti del genere davanti alla moglie; e smise di attribuire
allariacomplice del dottore il significato temuto. Il pittore invit subito Swann
avenire con Odette nel suo atelier; Swann lo trov gentile. Forse
saretet r a t t a t o m e g l i o d i m e , d i s s e l a s i g n o r a Ver d u r i n i n t o n o c h e
f i n g e v a desser piccato, vi sar mostrato il ritratto di Cottard (lo aveva
ordinatolei al pittore). State attento, "signor" Biche
12
, ricord al pittore, calcandosulla parola perch dirgli signore era uno scherzo
consacrato, cercated i r e n d e r e l a b e l l e z z a d e l l o s g u a r d o , q u e l n o n s o
c h e a rgu t o , a me n o dellocchio. Lo sapete, quel che voglio soprattutto
avere il suo sorriso,q u e l c h e v i h o c h i e s t o i l r i t r a t t o
d e l s u o s o r r i s o . E s i c c o m e lespressione le parve degna di nota,
la ripet a voce molto alta per esseresicura che molti invitati la sentissero, anzi,
con un vago pretesto, primane fece avvicinare qualcuno. Swann chiese di
conoscere tutti, anche unvecchio amico dei Verdurin, Saniette, a cui la timidezza,
la semplicit e il buon cuore avevano fatto perdere dappertutto la stima che
gli avevanomeritato la sua scienza darchivista, il gran patrimonio, e la
famiglia di-stinta da cui proveniva. Parlando aveva in bocca come una
poltiglia cherisultava adorabile, perch pi che da un difetto della lingua derivava
dau n a q u a l i t d e l l a n i m o , c o m e s e n o n a v e s s e m a i p e r d u t o d e l
t u t t o linnocenza dlia prima et. Tutte le consonanti che non poteva pronun-ziare
figuravano altrettante durezze di cui fosse incapace. Domandandodi essere
presentato al signor Saniette, Swann fece leffetto alla signora Verdurin di
invertire le parti (tanto che, insistendo sulla differenza, dissein risposta: Signor
Swann, volete avere la bont di permettermi di pre-sentarvi il nostro amico

Saniette), ma suscit in Saniette una simpatiacalorosa, che daltronde i


Verdurin non rivelarono mai a Swann, perch
186
Saniette li irritava un po e non ci tenevano a procurargli amici. In compenso Swann li commosse infinitamente credendo di dover chiedere su- bito di far
conoscenza con la zia del pianista. Vestita di nero come sem-pre, perch
riteneva che in nero si sta sempre a posto e che il massimo d e l l a
d i s t i n z i o n e , l e i a v e v a i l v i s o t r o p p o r o s s o , c o me s e m p r e
a p p e n a mangiato. Sinchin davanti a Swann con rispetto, ma si raddrizz
conmaest. Siccome non aveva nessuna istruzione e temeva di fare errori difrancese,
pronunciava apposta le parole in modo confuso, pensando chenel caso le fosse
sfuggito uno strafalcione, si sarebbe talmente stemperatonel vago da non poter
essere distinto con certezza; cosicch la sua con- versazione era tutto uno
scatarrare indistinto da cui emergevano di tantoin tanto i rari vocaboli di cui si
sentiva sicura. Swann ritenne di potersi b u r l a r e u n p o c o d i l e i p a r l a n d o
c o l s i g n o r Ver d u r i n , l u i i n v e c e s e n e risent. una cos brava donna,
rispose. S certo, straordinaria non . Ma par-lare da soli, vi assicuro che molto
piacevole.

Non ne dubito, si affret-t ad ammettere Swann. Volevo dire che non mi


sembrava "eminente",soggiunse spiccando bene questo aggettivo, e
insomma, piuttosto uncomplimento!

Guardate, disse il signor Verdurin, vi far stupire; scri-ve in modo delizioso. Non
avete mai sentito il nipote? meraviglioso, v e r o , d ot t o r e? Vol e t e c h e g l i
c h i e d a d i s u o n a r e q u a l c h e c o s a , s i g n o r Swann?

M a s a r u n a f o r t u n a , c o m i n c i a v a a r i s p o n d e r e S w a n n , quando il
dottore lo interruppe con aria canzonatoria. Infatti, gli era ri- masto impresso
che lenfasi in conversazione, luso di forme solenni, so-no cose antiquate, ragion
per cui appena sentiva una parola grave dettasul serio, come adesso la parola
fortuna, credeva che chi laveva profe-rita si fosse macchiato di pedanteria. Inoltre,
per quanto comune fosse, seper caso la parola si trovava a figurare in ci che lui
chiamava un vecchioelich, il dottore supponeva che la frase incominciata fosse
ridicola e lat e r mi n a v a i r o n i c a m e n t e c o l l u o g o c o m u n e r el a t i v o , q u a s i
a c c u s a n d o linterlocutore di averlo voluto propinare, mentre quello non ci
avevanemmeno pensato.U n a f o r t u n a p e r l a F r a n c i a ! , e s c l a m
m a l i z i o s a m e n t e , a l z a n d o l e braccia con enfasi.Il signor Verdurin non pot
trattenersi dal ridere.Cosha da ridere tutta quella brava gente laggi, non sembra
che ci sifabbrichi malinconia nel vostro angolino, esclam la signora Verdurin.
Secredete che mi diverta, io, a starmene sola sola in castigo, soggiunse
intono indispettito, facendo la bambina.
187

La signora Verdurin stava seduta su un alto seggiolone svedese di abe-te lucido che
le aveva regalato un violinista di quella nazione, e che leiconservava
bench ricordasse la forma di uno sgabello, facendo a pugni coi bei mobili
antichi che possedeva; ma ci teneva a mettere in evidenza iregali che i fedeli solevano
farle, affinch i donatori avessero il piacere diriconoscerli quando venivano. Perci
tentava di persuaderli a limitarsi aifiori e ai dolci, che almeno si distruggono,
ma non ci riusciva, e in casasua cera tutta una collezione di scaldini, cuscini,
pendole, paraventi, ba-rometri, vasi di porcellana, una quantit di doppioni,
unaccozzaglia distrenne.Da quella posizione elevata, lei partecipava con brio alla
conversazio-ne dei fedeli e si compiaceva delle loro fumisterie, ma dopo
lincidenteoccorsole alla mascella aveva rinunciato a darsi il disturbo di scoppiare
aridere per davvero, e in cambio si dedicava a una mimica convenzionaleche, senza
fatica o rischio per lei, significasse che rideva fino alle lacrime.Al minimo frizzo
lanciato da un assiduo contro un noioso o contro un exassiduo respinto nel campo dei
noiosi,

con gran dispiacere del signorVerdurin che per molto tempo aveva avuto la
pretesa di essere amabilequanto la moglie, ma ridendo davvero perdeva presto il
fiato e si trovavadistanziato e sconfitto dallo stratagemma di quella ilarit incessante
e fit-tizia,

gettava un piccolo grido, chiudeva del tutto gli occhi duccelloche


unalbugine incominciava a velare, e bruscamente, come se avesse avuto
appena il tempo di nascondere uno spettacolo indecente o di porreriparo a un accesso
mortale, tuffando il volto nelle mani che lo coprivanoe non ne lasciavano vedere pi
nulla, sembrava sforzarsi di reprimere, diannientare un riso che, se vi si fosse
abbandonata, lavrebbe fatta caderein deliquio. Tale, stordita dallallegria dei fedeli,
ebbra di cameratismo dimaldicenza e di consentimento, la signora Verdurin,
appollaiata sul suotrespolo, simile a un uccello il cui ciuffo sia stato immerso nel vino
caldo,singhiozzava di amabilit.Intanto il signor Verdurin, dopo aver chiesto a
Swann il permesso diaccendere la pipa (qui non si sta in soggezione,
siamo fra camerati),pregava il giovane artista di mettersi al piano.Suvvia, non
seccarlo, non mica qui per essere tormentato, esclam la signora Verdurin, io
non voglio che lo si tormenti, oh!

Ma perch dovrebbe dispiacergli, disse il signor Verdurin. Forse il signor


Swann non conosce la sonata in fa diesis che abbiamo scoperto; cisuoner
larrangiamento per pianoforte.

Ah no no, la mia sonata no!, grid la signora Verdurin. Non ho micavoglia di


beccarmi un raffreddore di testa con nevralgie facciali, come
188
lultima volta, a forza di piangere. Grazie del regalo, non ci tengo a rico-minciare.
Siete bravi voialtri, si vede che non toccher a voi restare a lettootto giorni.Questa

scenetta che si ripeteva ogni volta che il pianista si accingeva asuonare, deliziava
gli amici come se fosse inedita, quasi prova della se-ducente originalit
della Padrona e della sua sensibilit musicale. Chi le stava vicino faceva
segno a quelli che pi lontano fumavano o giocava-no a carte, di avvicinarsi che
accadeva qualcosa, dicendo, come si fa alReichstag
13
nei momenti interessanti: Sentite, sentite. E il giorno doposi dava materia di
rimpianto a quelli che non erano potuti venire, raccon-tando che la scena era stata
divertente anche pi del solito. E v a b e n e , c i s i a m o i n t e s i , d i s s e i l
s i g n o r Ver d u r i n ; s u o n e r s o l o landante.

Solo landante, come fai presto tu, esclam la signora Verdurin. proprio
landante che mi butta a terra. Grande davvero il Padrone! Comese della
Nona
dicesse: sentiremo solo il finale, o dei
Maestri
14
louverture
.Tuttavia il dottore spingeva la signora Verdurin a lasciar suonare
ilpianista; non che credesse finti i disturbi che le causava la musica

viriconosceva certi stati nevrotici

, m a p e r l a b i t u d i n e c o mu n e a m o l t i medici di attenuare subito la


severit delle prescrizioni appena in gio-co, cosa molto pi importante ai
loro occhi, qualche riunione mondanaa l l a q u a l e pr e n d o n o p a r t e , s e l a
p e r s o n a a c u i c o n s i g l i a n o di s c o r d ar e una volta tanto la dispepsia o
linfluenza ne costituisce uno degli elemen-ti essenziali.Stavolta non starete
male, vedrete, disse cercando di suggestionarla con lo sguardo. E se starete
male, vi cureremo noi.

Davvero?, rispose la signora Verdurin, come se davanti alla spe- ranza di un


tale favore non rimanesse che arrendersi. Forse anche, a for-za di dire che sarebbe
stata male, in qualche momento non si ricordava pi che era una bugia, e
assumeva lanimo del malato. Ora i malati, stan-chi di essere sempre costretti a
far dipendere dalla propria saggezza lararit delle crisi di cui soffrono,
amano abbandonarsi a credere di poterfare impunemente tutto quel che gli
piace, e che di solito fa loro male, acondizione di mettersi nelle mani di un
essere potente che, senza bisognoche loro se ne preoccupino, con una parola o
una pillola, li rimetter inpiedi.Odette era andata a sedersi su un divano ricoperto
darazzo che stavavicino al pianoforte:Lo sapete, io ho il mio posticino, disse alla
signora Verdurin.Questa, vedendo Swann su una sedia, lo fece alzare:
189

L non state comodo, andate a mettervi vicino a Odette. Vero Odette,farete posto al
signor Swann?

Che bel Beauvais


15
, disse prima di sedersi Swann che cercava di es-sere gentile.

Ah sono contenta che apprezziate il mio canap, rispose la signoraVerdurin.


E se volete vederne di altrettanto belli, vi avverto che potetesubito
rinunziarvi. Non hanno mai fatto niente di simile. Anche le seg- gioline sono
una meraviglia, le guarderete poi. Ogni bronzo corrispondecome complemento al
motivetto raffigurato sul sedile; credetemi, avreteda divertirvi se volete guardare,
vi prometto un buon quarto dora. Ba-sterebbero solo i fregi dei bordi,
ecco, l, la piccola vite su fondo rosso dellOrso e lUva. Che disegno, eh? Cosa
ne dite, mi sembra che quanto adisegno ci sapessero fare. poco appetitosa
questa vite? Mio marito so-stiene che non mi piace la frutta perch ne mangio
meno di lui. Ma no, iosono pi golosa di tutti voi, ma non ho bisogno di
metterla in bocca, negodo con gii occhi. Cosavete da ridere tutti?
Domandate al dottore, vidir che questuva mi purga. Altri fanno la cura di
Fontainebleu
16
, io fac-cio la mia cura di Beauvais. Ma signor Swann, non ve ne andrete
senzaaver toccato i bronzetti degli schienali. Dolce, no, come patina? Ma
no,con tutta la mano, toccateli bene.

Ah, se la signora Verdurin incomincia a palpeggiare i bronzi, stase-ra non si sente


musica, disse il pittore.

Zitto voi, siete uno zotico. In fondo, disse lei voltandosi


v e r s o Swann, a noi donne si proibiscono cose meno voluttuose di questa.
Manon c carne paragonabile a questa! Quando il signor Verdurin mi face-va
lonore di essere geloso di me

suvvia, sii almeno cortese, non direche non lo sei mai stato

Ma io non dico proprio niente. Vediamo un po, dottore, prendo voia testimonio: ho
detto qualche cosa io?Swann, per cortesia, palpava i bronzi e non osava smettere
subito.Andiamo, li accarezzerete pi tardi. Adesso tocca a voi essere accarezzato, accarezzato nelle orecchie; vi piace, suppongo; ecco un
bravogiovanotto che ci penser lui.Ora, quando il pianista ebbe finito di suonare,
Swann con lui fu ancorapi gentile che con gli altri presenti. Ecco perch.Lanno
prima, a una serata, aveva ascoltato unopera musicale esegui-ta su pianoforte e
violino. Da principio aveva gustato solo la qualit ma-teriale dei suoni emessi dagli
strumenti. Ed era stato gi un gran piacerequando sotto la piccola linea del violino,

esile, resistente, densa e condut-t r i c e , a v e v a v i s t o d u n t r a t t o t e n t a r e


di sollevarsi in uno sciabordo
190
liquido la massa della parte del pianoforte, multiforme, indivisa, piana einternamente
contrastata, come lagitazione violacea dei flutti incantantie flautati dal lume di luna.
Ma a un certo punto, senza poter distinguerenettamente un contorno n dare un nome
a ci che gli piaceva, affascina-to a un tratto, aveva cercato di cogliere la frase o
larmonia,

non sape-va lui stesso,

che passava aprendogli lanima pi largamente, comecerti odori di rose


vaganti nellaria umida della sera hanno la propriet di dilatarci le narici.Forse
perch non sintendeva di musica che aveva potuto provare unimpressione
cos confusa, una di quelle impressioni che sono forse lesole puramente musicali,
senza estensione, originali del tutto, irriducibilia ogni altro ordine dimpressioni.
Unimpressione di questo genere, chedura un attimo, per cos dire
sine materia.
Senza dubbio le note che stia-mo ascoltando tendono fin da allora, secondo la loro
altezza e quantit, ac o p r i r e d a v a n t i a i n o s t r i o c c h i s u p e r f i c i di v a r i e
d i m e n s i o n i , t r a c c i a r e arabeschi, darci sensazioni di vastit, di tenuit, di stabilit,
di capriccio.Ma le note sono svanite prima che tali sensazioni siano
abbastanza for-mate dentro di noi per non essere sommerse da quelle che
gi risveglia-no le note successive, o anche le simultanee. E questa impressione
conti-nuerebbe ad avvolgere nella sua liquidit e nel suo sfumato i
motiviche emergono a tratti, appena discernibili, per subito riaffondare e spari-re,
conosciuti solo al piacere particolare che danno, impossibili a descri- versi, a
ricordarli, a nominarli, ineffabili,

se la memoria, come un ope-raio che lavora a costruire fondamenta durevoli in mezzo


alle onde, fab- bricando per noi facsimili di quelle frasi (sfuggenti) non ci permettesse
diconfrontarle con le successive, e differenziarle. Cos, non appena si
eradissolta la sensazione deliziosa avvertita da Swann, la memoria
glieneaveva fornito seduta stante una trascrizione, sia pure sommaria e provvi-soria,
che lui aveva potuto tenere docchio mentre il pezzo continuava,cos che,
quando la stessa impressione era tornata allimprovviso, non era gi pi
inafferrabile. Lui se ne rappresentava lestensione, i raggrup-p a me n t i s i m m e t r i c i ,
l a gr a f i a , i l v a l o r e e s p r e s s i v o ; a v e v a d a v a n t i a s questa cosa che non
pi musica pura, disegno, architettura, pensiero,e permette di ricordare la musica.
Questa volta aveva distinto nettamen-te una frase che si alzava per qualche istante
sopra le onde sonore. Subitoe s s a g l i a v e v a p r o p o s t o v o l u t t p a r t i c o l a r i ,
m a i i m ma g i n a t e p r i ma d i ascoltarla, e che nientaltro, lo sentiva, avrebbe
potuto fargli sentire; eaveva provato per lei come un amore sconosciuto.Con ritmo

lento lo guidava prima qua, poi l, poi altrove, verso una fe-l i c i t n o b i l e ,
inintelligibile e precisa. E dun tratto, al punto dove era
191
arrivata, e di dove lui si preparava a seguirla, dopo una pausa dun atti-mo cambiava
bruscamente direzione, e con un movimento nuovo, pi rapido, minuto,
malinconico, incessante e dolce, lo trascinava con s ver-so prospettive sconosciute.
Poi scomparve. Appassionatamente desiderdi rivederla una terza volta. E
ricomparve infatti, ma senza parlargli pichiaro, anzi causandogli una volutt meno
profonda. Ma ritornato a casaebbe bisogno di lei, era come un uomo nella cui vita una
passante appe-na intravista ha fatto entrare limmagine di una bellezza nuova che
con-f e r i s c e a l l a s u a p r o pr i a s e n s i b i l i t u n v a l o r e p i g r a n d e , s e n z a
s a p e r e nemmeno se potr mai rivedere colei che gi ama e di cui ignora anche
ilnome.Questo amore per una frase musicale sembr per un momento dovereperfino
avviare in Swann la possibilit di una specie di ringiovanimento.Da tanto tempo
aveva rinunziato a dedicare la vita a uno scopo ideale li-mitandola al perseguimento
di soddisfazioni quotidiane e, senza dirseloe s p l i c i t a m e n t e , c r e d e v a or m a i c h e
s a r e b b e s t a t o s e mp r e c o s f i n o a l l a morte; peggio, non sentendosi pi nello
spirito idee elevate, aveva smes-so di credere alla loro realt, senza riuscire nemmeno
a negarla del tutto.Cos aveva preso labitudine di rifugiarsi in pensieri senza
importanza,che gli permettevano di lasciar da parte lessenza delle cose. Come non
sichiedeva mai se avrebbe fatto meglio a non andare in societ, ma in com-penso
sapeva con certezza che se aveva accettato un invito doveva poi recarcisi, e
che se dopo non faceva una visita, doveva lasciare un bigliet-t o , c o s
conversando si sforzava di non esprimere mai con
c a l o r e unopinione intima sulle cose, ma forniva particolari materiali che in cer-to
modo valevano di per s e gli permettevano di non dare la misura dise
stesso. Era di una precisione estrema per una ricetta di cucina, per la d a t a
d i n a s c i t a o d i m o r t e di u n p i t t o r e , p e r l a n o me n c l a t u r a d e l l e
s u e opere. Talvolta, malgrado tutto, si lasciava andare a esprimere un giudi-zio su
unopera darte, su un modo dintendere la vita, ma allora dava al-le parole
unintonazione ironica, come se aderisse per intero a quel chediceva.
Adesso, come certi valetudinar nei quali improvvisamente un paese dove
sono arrivati, un regime diverso, talvolta unevoluzione orga-nica spontanea e
misteriosa, sembrano imprimere alla loro malattia untale regresso che
incominciano a intravedere la possibilit insperata di iniziare sul tardi una vita
tutta diversa, Swann trovava in s, nel ricordodella frase che aveva sentito, in
certe sonate che si era fatto eseguire per cercare di scoprirla, la presenza duna di
quelle realt invisibili a cui ave-v a s m e s s o d i c r e d e r e ; e , c o m e s e l a
m u s i c a a v e s s e a v u t o u n a s p e c i e dinflusso elettivo sullaridit morale di
cui soffriva, provava di nuovo il
192
desiderio e quasi la forza di consacrare loro la vita. Ma non essendo riu-s c i t o a
s a p e r e d i c h i e r a q u e l l o p e r a , n o n a v e v a p o t u t o pr o c u r a r s e l a e aveva
finito col dimenticarla. Eppure, durante la settimana aveva incon-trato delle persone

intervenute con lui a quella serata, e le aveva interpel-late, ma molti erano arrivati
dopo la musica o andati via prima; alcuni cerano durante lesecuzione, ma si
erano spostati a discorrere in unaltrasala, e altri, rimasti ad ascoltare, non ne
avevano inteso pi dei primi.Quanto ai padroni di casa, sapevano che era
unopera nuova che gli arti-s t i s c r i t t u r a t i a v e v a n o c h i e s t o d i s u o n a r e ;
q u e s t i e r a n o p ar t i t i p e r u n a tourne, Swann non pot saperne di pi. vero che
aveva amici musici-sti, ma, pur ricordando il piacere speciale e intraducibile
che gli avevaprocurato la frase, pur vedendo davanti agli occhi le forme che essa
dise-gnava, tuttavia era incapace di modularla per loro. Poi, cess di pensarci.Ora,
dalla signora Verdurin, appena qualche minuto dopo che il giova-ne pianista aveva
incominciato a suonare, dun tratto, dopo una nota altalungamente tenuta per due
battute, egli vide avvicinarsi, sfuggendo disotto quella sonorit prolungata
e tesa come un sipario sonoro per na- scondere il mistero della sua incubazione,
riconobbe, segreta frusciante escandita, la frase aerea e profumata che amava.
Ed era cos particolare,aveva un fascino cos individuale e insostituibile, che per
Swann fu comeincontrare in un salotto di amici una persona che avesse ammirato per
lastrada e disperasse di ritrovarla mai pi. Infine essa si allontan, indica-trice,
diligente, fra le ramificazioni del suo profumo, lasciando sul voltodi Swann
il riflesso del suo sorriso. Ma adesso poteva chiedere il nomedella sua
sconosciuta (gli dissero che era landante della Sonata di Vin- teuil
17
per pianoforte e violino), la teneva, avrebbe potuto averla con s quante volte
volesse, provarsi ad apprenderne il linguaggio e il segreto.C o s , q u a n d o i l
p i a n i s t a e b b e t e r mi n a t o , S w a n n g l i s i a v v i c i n p e r esprimergli una
gratitudine la cui vivacit piacque molto alla signora Verdurin.Che
incantatore, non vero, disse a Swann; mica male come capisce la sua sonata,
il bricconcello! Voi non sapevate che il piano potesse giun-gere a tanto. tutto
fuorch pianoforte, parola donore! Ogni volta ci ri-casco, mi pare di sentire
unorchestra. perfino meglio dellorchestra,pi completo.Il giovine
pianista sinchin, e sorridendo, sottolineando le parole co- me se si trattasse
di un motto di spirito:Siete molto indulgente con me, disse.E m e n t r e l a
signora
Ver d u r i n
diceva
al
marito:
Suvvia,
d g l i unaranciata, se la merita, Swann raccontava a Odette
come si era
193
innamorato di quella piccola frase. Quando la signora Verdurin disse unpo da
lontano: Ebbene, mi sembra che vi stiano dicendo delle belle co-se, Odette, lei
rispose: S, molto belle, e Swann trov deliziosa la suasemplicit.
Frattanto domandava informazioni su Vinteuil, sulloperasua, in che
periodo della vita aveva composto quella sonata, ci che la piccola frase aveva
potuto significare per lui; questo soprattutto avrebbevoluto sapere.Ma tutta quella
gente che faceva professione di ammirare il musicistaquando Swann aveva
detto che la sonata era davvero bella, la signoraVerdurin aveva esclamato:

Sfido io che bella! Ma non si confessa dinon conoscere la sonata di


Vinteuil, non si ha il diritto di non conoscer- l a , e i l p i t t or e a v e v a
s o g g i u n t o : A h , pr o p r i o u n gr a n m e c c a n i s m o , non vero? Se volete,
non da "cassetta", n da "tutto esaurito", non vero, ma per gli artisti
limpressione fortissima, nessuno sembrava es-s e r s i m a i p o s t o
interrogativi
del
genere,
infatti
furono
incapaci
d i rispondere.A n z i , a u n a o d u e o s s e r v a z i o n i p a r t i c o l a r i d i S w a n n s u l l a
s u a f r a s e preferita:Toh, curioso, non ci avevo mai fatto caso. Vi dir che
non mi piacemolto cercare il pelo nelluovo, andare troppo per il sottile; qui non
per-diamo il tempo a spaccare un capello in quattro, non la specialit dellacasa,
rispose la signora Verdurin, mentre il dottor Cottard, beato di am-mirazione come uno
scolaro zelante, la guardava destreggiarsi in mezzoa quel profluvio di frasi fatte.
Del resto lui e la signora Cottard, con una sorta di buon senso come ne ha certa
gente del popolo, si guardavano be-ne dal dare un parere o fingere ammirazione per
una musica che, appenatornati a casa, si confessavano lun laltro di non capire, tal
quale la pittu-ra del signor Biche. Siccome del fascino, della grazia, delle forme
dellanatura il pubblico conosce solo quel che ne ha attinto nei luoghi comunidi
unarte assimilata lentamente, mentre un artista originale incominciacol
rifiuto di quei luoghi comuni, il signore e la signora Cottard, in que- sto
simbolo del pubblico, n nella sonata di Vinteuil n nei ritratti del pit-tore trovavano
ci che per loro costituiva larmonia della musica e la bel-l e z z a d e l l a p i t t u r a .
Q u a n d o i l p i a n i s t a e s e g u i v a l a s o n a t a , a v e v a n o limpressione che
pescasse a caso le note sul pianoforte, esse infatti non mettevano insieme le
forme a cui erano abituati, e che il pittore gettasse acaso i colori sopra le tele.
Quando potevano riconoscervi una forma, latrovavano appesantita e
involgarita (cio sprovvista delleleganza della s c u o l a p i t t or i c a a t t r a v e r s o
c u i v e d e v a n o p e r l a s t r a d a a n c h e gl i e s s e r i
194
viventi), e priva di verit, come se il signor Biche non sapesse in che mo-do fatta
una spalla e che le donne non hanno i capelli viola.Tuttavia, poich i fedeli si erano
dispersi, il dottore sent che quella eraunoccasione propizia, e mentre la signora
Verdurin diceva unultima battuta sulla sonata di Vinteuil, come un nuotatore alle
prime armi che sigetta in acqua per imparare ma sceglie un momento in cui
non siano introppi a vederlo:Allora, quel che si dice un musicista
di primo cartello
18
, esclam con brusca risoluzione.Swann apprese soltanto che la recente apparizione
della sonata di Vin-teuil aveva prodotto grande effetto in una scuola molto
davanguardia,ma al gran pubblico era ignota del tutto.Veramente io conosco uno
che si chiama Vinteuil, disse Swann pen-sando al professore di pianoforte delle
sorelle di mia nonna.

Forse lui, esclam la signora Verdurin.

Oh no, rispose Swann ridendo. Se laveste visto per due minuti, nonvi porreste il
problema.

Allora, porsi il problema risolverlo? disse il dottore.

Ma potrebbe essere un parente, riprese Swann. Sarebbe triste abba-stanza, ma


dopotutto un uomo di genio pu essere cugino di un vecchios c e mo . S e f o s s e
c o s , n o n c s u p p l i z i o a l q u a l e n o n m i s o t t o p o r r e i , l o confesso, perch
il vecchio scemo mi presentasse allautore della sonata:a n z i t u t t o i l s u p p l i z i o d i
f r e q u e n t a r e i l v e c c h i o s c e mo , c h e d e v e s s e r e spavantoso.Il pittore sapeva
che in quel momento Vinteuil era molto malato e cheil dottor Potain temeva di non
poterlo salvare.Come!, esclam la signora Verdurin, c ancora gente che si fa
curareda Potain!

Ah, signora Verdurin, disse Cottard in tono di caricatura, voi di- m e n t i c a t e


c h e s t a t e p a r l a n d o d i u n mi o c o l l e g a , d o vr e i d i r e d i u n
m i o maestro.I l
p i t t o r e
a v e v a
s e n t i t o
d i r e
c h e
Vi n t e u i l
e r a
m i n a c c i a t o dallalienazione mentale. E
assicurava che era possibile accorgersene dacerti passi della sonata. Swann
non trov assurda losservazione, ma nerimase turbato; perch unopera di
musica pura, non contenendo nessu-no dei rapporti logici la cui alterazione nel
linguaggio denuncia la paz-zia, riconoscere la pazzia in una sonata gli pareva cosa
altrettanto miste-riosa quanto la pazzia di una cagna, la pazzia di un cavallo,
che daltraparte si osservano realmente.
195
Lasciatemi in pace coi vostri maestri, voi ne sapete dieci volte di pi,rispose la
signora Verdurin al dottor Cottard col tono di uno che ha il co-raggio delle proprie
opinioni e tiene testa bravamente a chi non dello stesso parere. Voi almeno
non li ammazzate, i vostri malati.

Ma signora, lui dellAccademia, ribatt il dottore in tono ironico. Se un


malato preferisce morire per mano di un principe della scienza molto pi chic
poter dire: " Potain che mi cura".

A h , pi c h i c? , d i s s e l a s i g n o r a Ver d u r i n . Al l or a c q u a l c o s a
d i chic nelle malattie, adesso? Non lo sapevo Siete divertente, esclam
aun tratto affondando il volto nelle mani. E io, stupida, che discutevo
sulserio, senza accorgermi che stavate prendendomi in giro.Quanto al signor
Verdurin, trovando un po faticoso mettersi a ridereper cos poco, si
accontent di tirare dalla pipa uno sbuffo di fumo pen- sando con tristezza che
non poteva pi raggiungere la moglie sul terrenodellamabilit.Sapete, il vostro
amico ci piace molto, disse la signora Verdurin aOdette quando venne a
dare la buonanotte. semplice, garbato. Se gli amici che avete da presentarci

sono tutti cos, portateli pure.Il signor Verdurin fece notare, che, tuttavia Swann non
aveva apprez-zato la zia del pianista.Si sentito un po spaesato, poveruomo,
rispose la signora Verdurin,non vorrai mica che la prima volta abbia gi il tono della
casa come Cot-tard che fa parte del nostro piccolo clan da parecchi anni. La prima
voltanon conta, serviva a prender contatto. Odette, inteso, domani verr
araggiungerci allo Chtelet
19
. Se andaste voi a prenderlo?

Ma no, lui non vuole.

A h i n s o m m a , c o me v o r r e t e v o i . P u r c h n o n c i p i a n t i
a l l u l t i mo minuto!Con gran sorpresa della signora Verdurin, non li piant
mai. Li rag-giungeva non importa dove, talvolta nelle trattorie dei
sobborghi doveancora si andava di rado perch non era stagione, pi spesso a
teatro, chepiaceva molto alla signora Verdurin; e siccome un giorno, in casa
di lei,la sent dire che per le prime e per le serate di gala, un lasciapassare
sa-r e b b e s t a t o m o l t o u t i l e , e c h e l i a v e v a m o l t o c o n t r ar i a t i n o n
a v e r n e i l giorno dei funerali di Gambetta
20
, Swann, che non parlava mai delle sueconoscenze brillanti ma solo di quelle
mal quotate che gli sarebbe parsoindelicato nascondere, e fra le quali, nel
faubourg Saint Germain, avevapreso labitudine di mettere i rapporti col mondo
ufficiale, rispose:
196
Vi prometto di occuparmene io, lavrete in tempo per la ripresa dei
Danicheff
21
, giusto domani faccio colazione allEliseo col prefetto
d i polizia.

Come come, allEliseo?, grid il dottor Cottard con voce tonante.

S, dal signor Grvy


22
, r i s p o s e S w a n n u n p o i m b a r a z z a t o p e r leffetto prodotto dalla sua
frase.E il pittore disse a Cottard scherzosamente: Vi prende spesso?.In genere,
ottenuta la spiegazione, il dottore diceva: Ah, bene bene, va bene, e non
mostrava pi traccia di emozione. Ma questa volta le ul-t i m e p ar o l e d i S w a n n ,
i n v e c e d i pr o c u r a rgl i i l c o n s u e t o r i l a s s a me n t o , portarono al colmo il suo
stupore che un uomo con cui lui pranzava, chenon aveva cariche ufficiali n
lustro di nessuna specie, frequentasse il Capo dello Stato.Come come, il signor
Grvy? Voi conoscete il signor Grvy?, disse aSwann con laria stupida e

incredula di un vigile a cui uno sconosciutodomandi di vedere il presidente


della Repubblica e che, comprendendoda queste parole con chi ha da
fare, come dicono i giornali, assicura il povero demente che otterr subito
udienza, e lo avvia allinfermeria spe-ciale delle carceri.Lo conosco un po, abbiamo
amici in comune, (non os dire che era ilprincipe di Galles), del resto invita con
molta facilit e vi assicuro chequei pranzi non hanno nulla di divertente,
daltronde sono semplicissi-mi, non si mai pi di otto a tavola, rispose
Swann che cercava di can-cellare ci che agli occhi dellinterlocutore pareva
esserci di troppo splen-dido nei rapporti col presidente della Repubblica.Subito
Cottard, stando alle parole di Swann, adott lopinione che il valore di un
invito del signor Grvy fosse cosa poco ambita e alla portatadi tutti. Da allora non
si stup pi che Swann, come chiunque altro, fre-quentasse lEliseo, anzi lo
compiangeva un po per il fatto di andare apranzi che linvitato stesso
dichiarava noiosi.Ah, bene bene, va bene, disse col tono di un doganiere che,
diffiden-te fino a poco prima, dopo le vostre spiegazioni, applica il visto e vi
fapassare senza aprire i bagagli.A n c h i o c r e d o c h e q u e l l e c o l a z i o n i n o n
d e b b a n o e s s e r e d i v er t e n t i , mostrate un bel coraggio ad andarci, disse la
signora Verdurin a cui ilpresidente della Repubblica appariva come un
noioso particolarmentetemibile perch fornito di mezzi di seduzione e
coazione capaci, se im-p i e g a t i c o i f e d e l i , d i f a r l i a b b a n d o n a r e . A
q u a n t o p a r e , s o r d o c o me una campana, e mangia con le mani.
197

In effetti, allora, non dovete divertirvi molto ad andarci, disse ildottore


con una punta di commiserazione; e ricordando la cifra di ottocommensali:
Sono colazioni intime?, domand vivacemente, con zelo di linguista pi
ancora che con interesse di curioso.Ma il prestigio che aveva ai suoi occhi il
presidente della Repubblica fi-n tuttavia col trionfare e della modestia di
Swann e della malevolenzadella signora Verdurin, e ad ogni pranzo Cottard
domandava con inte-resse: Vedremo il signor Swann stasera? in rapporti
personali col si-gnor Grvy. quel che si dice un
gentleman
, vero?. Arriv perfino a of-frirgli un biglietto dinvito per lesposizione
dentistica.Sarete ammesso con le persone che vi accompagnano, ma
vietatolingresso ai cani. Capite, ve lo dico perch certi miei amici non lo
sape-vano, e se ne sono morsi le dita.Quanto al signor Verdurin, not il cattivo
effetto prodotto sulla mogliedalla scoperta che Swann aveva amicizie potenti di cui
non aveva parlatomai.Se non cera niente di combinato per andare fuori, era in casa
Verdurinche Swann raggiungeva il piccolo nucleo, ma vi si recava soltanto di serae
non accettava quasi mai inviti a cena, nonostante le
i n s i s t e n z e d i Odette.Potrei anche cenare sola con voi, se lo preferite,

gli diceva lei.


E la signora Verdurin?

Oh, sarebbe molto semplice. Basterebbe dire che il mio vestito non e r a
pronto, che il
cab
23
a r r i v a t o i n r i t a r d o . C s e m p r e m o d o d i cavarsela.

Siete gentile.Ma Swann si diceva che se mostrava a Odette (acconsentendo a


rag-g i u n g er l a d o p o c e n a s o l t a n t o ) c h e a n t e p o n e v a a l t r i p i a c e r i a
q u e l l o d i stare con lei, linclinazione che lei provava per lui non avrebbe conosciuto per lungo tempo la saziet. E daltra parte, preferendo infinitamente aquella di
Odette la bellezza di una piccola operaia fresca e paffuta come una rosa, di
cui si era invaghito, preferiva passare con lei il principio del-la serata, sicuro comera
di vedere Odette dopo. Per le stesse ragioni, nonaccettava mai che Odette venisse
a prenderlo per andare dai Verdurin.La piccola operaia lo aspettava vicino a
casa, a un angolo di strada cheRmi, il suo cocchiere, sapeva; montava accanto a
Swann e restava fra lesue braccia fino al momento che la carrozza lo fermava
davanti la casadei Verdurin. Al suo ingresso, mentre la signora Verdurin, mostrando
ler o s e c h e l u i a v e v a m a n d a t o i l m a t t i n o , di c e v a : Vi d e v o s g r i d a r e ,
e glindicava un posto vicino a Odette, il pianista suonava per loro due la
198
piccola frase di Vinteuil, che era come linno nazionale del loro
amore.Attaccava coi tremoli di violino protratti, che durante qualche battuta
sisentono soli, occupando tutto il primo piano; poi di colpo sembravanofarsi
da parte, e molto lontano, dun colore diverso, nel vellutato dunaluce
interposta, come in quei quadri di Pieter de Hooch
24
resi pi pro-fondi dalla stretta inquadratura di una porta socchiusa, la
piccola fraseappariva, danzante, pastorale, intercalata, episodica,
appartenente a unaltro mondo. Passava in pieghe semplici e immortali,
distribuendo qua el i doni della sua grazia, con un sorriso identico e
ineffabile; ma adessoSwann credeva distinguervi del disinganno. Essa
sembrava conoscerelinconsistenza di quella felicit di cui mostrava la via.
Nella sua grazialeggera aveva qualche cosa di compiuto, come il distacco che
subentra alrimpianto. Ma a lui poco importava, la considerava meno in se stessa

in ci che poteva esprimere per un musicista che, quando laveva compo-s t a ,


ignorava lesistenza e di lui e di Odette, e per tutti
c o l o r o c h e lavrebbero ascoltata nei secoli

, e pi come un pegno, un ricordo delproprio amore che, anche per i Verdurin e


per il giovane pianista, facevapensare a Odette nello stesso tempo che a lui, li univa;
fino al punto che,come Odette lo aveva pregato per capriccio, aveva rinunciato al
progettodi farsi eseguire da qualcuno la sonata intera, e continu a
conoscernesolo quel passaggio. Che bisogno avete del resto?, gli aveva
detto lei, ilpezzo
nostro
questo. E anzi, soffrendo al pensiero che, nel momento incui passava cos vicina e
tuttavia infinitamente lontana e in cui si rivolge-va a loro, essa non li conosceva,
Swann arrivava quasi a rammaricarsi delfatto che avesse un significato, una bellezza
intrinseca e fissa, estranea aloro; come nei gioielli avuti in dono, e perfino nelle
lettere scritte da unadonna amata, ce la prendiamo con lacqua della gemma e
con le paroledel linguaggio, di non essere fatte unicamente dellessenza di quel
lega-me passeggero e di quellessere particolare.Spesso accadeva che prima di andare
dai Verdurin si era tanto attarda-to con la giovane operaia, che appena il
pianista aveva sonato la piccolafrase, Swann si accorgeva che per Odette
era quasi lora di rincasare. Lariconduceva fino alla porta della sua palazzina, in
rue La Prouse, dietrolArco di Trionfo. E forse perci, per non chiederle tutti i
favori, sacrifica-va il piacere meno necessario per lui di vederla prima, di arrivare con
leidai Verdurin pur di esercitare il diritto, che lei gli riconosceva, di andarevia
insieme; lui vi attribuiva maggior valore perch, grazie a ci,
avevalimpressione che nessuno la vedesse, nessuno si mettesse fra loro, le impedisse di stare ancora con lui, dopo che laveva lasciata.
199
Cos lei veniva via nella corrozza di Swann; una sera, appena smonta-ta, mentre lui le
diceva a domani, nel giardinetto davanti casa colse infretta un ultimo crisantemo e
glielo diede prima che ripartisse. Lui lo ten-ne stretto contro la bocca durante il
ritorno, e qualche giorno dopo, quan-d o i l f i o r e f u a p p a s s i t o , l o
r i n c h i u s e c o m e c o s a p r e z i o s a n e l s u o secrtaire.Ma da lei non
entrava mai. Solo due volte, nel pomeriggio, era andatoa partecipare alloperazione,
per lei importantissima, di prendere il t.Lisolamento e il vuoto delle brevi strade
(fatte quasi per intero da palaz-zine contigue, con una monotonia rotta
improvvisamente da qualche si-nistra bottega, testimonianza storica e sordido
avanzo del tempo in cuiquei quartieri erano ancora malfamati), la neve che
era rimasta nel giar-dino e sugli alberi, laspetto trasandato della stagione, la
vicinanza dellanatura, davano qualche cosa di pi misterioso al calore, ai fiori che
avevatrovato entrando.Lasciando a sinistra, al piano rialzato, la camera da letto di
Odette, chedava, dietro, su una stradina parallela, una scala diritta saliva fra
paretidipinte di colore scuro da cui pendevano stoffe orientali, fili di rosari tur-chi, e
una grande lanterna giapponese appesa a un cordoncino di seta (ma illuminata
a gas, per non privare i visitatori degli ultimi
comfort

dellacivilt occidentale), fino al salotto e al salottino. Questi erano


precedutida uno stretto vestibolo con la parete quadrettata da un graticcio di giardino, ma color doro, e orlato per lintera lunghezza da una cassetta rettangolare in cui fiorivano come in serra una fila dei grossi crisantemi rariancora a
quel tempo, ben lontani per da quelli che i fioricoltori riusciro-n o a o t t e n e r e
pi
tardi.
Swann
provava
fastidio
per
la
moda
c h e , dallanno prima, se nera infatuata, ma stavolta gli aveva fatto
piacerevedere la penombra della stanza striata di rosa, di arancione e di
biancogr a z i e a i r a g g i o d o r o s i di q u e g l i e ffi me r i a s t r i c h e s i
a c c e n d o n o n e l l e giornate grigie. Odette laveva ricevuto in vestaglia di
seta rosa, nudi ilcollo e le braccia. Laveva fatto sedere accanto a s in uno
dei molti mi-steriosi recessi che erano disposti nelle rientranze della sala,
protetti daimmense palme contenute in portavasi cinesi, o da paraventi su
cui era-no appese fotografie, nastri intrecciati e ventagli. Gli aveva detto:
Cosnon state comodo, aspettate, vi aggiusto io, e col risolino vanitoso
cheavrebbe avuto per qualche sua invenzione particolare, aveva
sistematodietro la testa di Swann, sotto i piedi, cuscini di seta giapponese, che maneggiava come si fa con la pasta, quasi fosse prodiga di quelle ricchezzee incurante
del loro valore. Ma quando il cameriere venne a portare unaa l l a v o l t a l e
n u m e r o s e l a mp a d e c h e , c h i u s e q u a s i t ut t e i n v a s i c i n e s i ,
200
ardevano isolate o in coppia, tutte su mobili diversi come su altari, e chenel
crepuscolo gi quasi notturno di quella fine di pomeriggio invernaleavevano fatto
riapparire un tramonto pi duraturo, pi roseo e pi uma-no

forse facendo sognare nella via qualche innamorato fermo davantial mistero della
presenza che svelavano e nascondevano insieme i vetri illuminati

, lei aveva sorvegliato il domestico, severamente, con la codadellocchio, per


vedere se le posava proprio nel loro posto consacrato.Pensava che leffetto
complessivo del salotto sarebbe andato distrutto mettendone anche una sola
dove non bisognava e che il suo ritratto, po-sto su un cavalletto obliquo drappeggiato
di peluche non sarebbe stato il-l u mi n a t o d a l l a l u c e gi u s t a . P er c i s e g u i v a
t r e p i d a n t e i m o v i m e n t i d i quelluomo grossolano, e lo sgrid vivacemente
perch era passato trop-po vicino a due giardiniere che si riservava di pulire
lei in persona perpaura che gliele rovinassero, anzi and a guardare da
vicino per vederese non le aveva sbrecciate. Riteneva che tutti i suoi ninnoli cinesi
avesse-ro forme divertenti, e cos anche le orchidee, specie le cattleie, che
in-sieme coi crisantemi erano i suoi fiori preferiti, perch avevano il
granmerito di non sembrare fiori, ma dessere di seta, di raso. Quella l si di-rebbe
tagliata dalla fodera del mio mantello, disse a Swann mostrando-gli unorchidea,
con una sfumatura di stima per quel fiore cos chic, per quella sorella
elegante e imprevista che la natura le dava, cos lonta-na da lei nella scala degli
esseri, e tuttavia raffinata, degna pi di tantedonne di essere accolta da lei

nel proprio salotto. Mostrandogli via viacerte chimere con la lingua di


fuoco dipinte su un vaso o ricamate su unparavento, le corolle di un mazzo di
orchidee, un dromedario dargentoniellato con gli occhi incrostati di rubini che stava
sul caminetto accantoa un rospo di giada, affettava a volta a volta daver paura della
malvagito di ridere della stramberia dei mostri, di arrossire per lindecenza
deifiori e di provare un desiderio irresistibile di andare a baciare il dromedario e il rospo, che chiamava tesori. E queste pose contrastavano conla sincerit
di alcune sue devozioni, specie per Notre-Dame de Laghet
25
che una volta, quando abitava a Nizza, laveva guarita da una
malattiamortale, della quale portava sempre addosso una medaglietta doro
cuiattribuiva un potere illimitato. Odette fece a Swann il suo t, gli chiese: P a n n a
o l i mo n e? , e s i c c o m e l u i r i s p o s e P a n n a , g l i d i s s e r i d e n d o : Una
nuvola. E siccome lui lo trovava buono: Vedete che io so quello che vi
piace. In effetti, quel t era parso a Swann qualcosa di prezioso npi n meno che a
lei, e lamore ha talmente bisogno di trovarsi una giu-stificazione, una garanzia di
durata, in piaceri che invece senza di lui nonsarebbero tali e finiscono con lui,
che quando alle sette laveva lasciata
201
per tornare a casa a cambiarsi dabito, durante tutto il percorso in carroz-za, non
potendo contenere la gioia che quel pomeriggio gli aveva procu-rato, si ripeteva:
Sarebbe bello davvero avere una personcina da cui po-ter trovare questa cosa tanto
rara, un buon t. Unora dopo ricevette un b i g l i e t t o d i O d e t t e , e
r i c o n o b b e s u b i t o l a g r a n d e s c r i t t u r a i n c u i unostentazione di
rigidezza britannica imponeva una parvenza di disci-plina a caratteri informi, che
a occhi meno prevenuti avrebbero forse si- gnificato il disordine della mente,
leducazione manchevole, la mancanzadi franchezza e di volont. Swann aveva
scordato da lei il portasigarette. V i f o s t e s c o r d a t o c o s a n c h e
i l c u o r e , n o n v e l o a v r e i l a s c i a t o riprendere.Una seconda
visita che le fece ebbe forse importanza maggiore. Recan-dosi da lei quel giorno,
come ogni volta che doveva vederla, se la raffigu-rava in anticipo; e la necessit
in cui era, per trovar bello il suo volto, di limitare ai soli pomelli rosei e freschi
le guance che cos spesso lei avevagialle, cascanti, punteggiate talvolta di
macchioline rosse, lo affliggevacome una prova che lideale
irraggiungibile e la felicit mediocre. Leportava una stampa che desiderava
vedere: Lei stava poco bene; lo rice-vette in una vestaglia viola di
crpe de Chine,
raccogliendo sul petto, comeu n m a n t e l l o , l a s t o ffa a r i c c h i r i c a m i . I n
piedi accanto a lui, lasciandospiovere lungo le guance i capelli
s c i o l t i , p i e g a n d o u n a g a mb a i n a t t o leggermente di danza per potersi
curvare senza fatica verso lincisione che contemplava, inclinando la testa, coi
grandi occhi cos stanchi e incu-piti quando non si animava, lo colp per la

somiglianza con la figura diSefora, la figlia di Jetro, che si vede in un affresco


della cappella Sistina
26
.Swann aveva sempre avuto questo gusto speciale, di divertirsi a trovarenella pittura
dei maestri non solo i caratteri generali della realt che ci circonda, ma, al
contrario, ci che sembra meno suscettibile di generaliz-zazione, come i tratti
individuali dei visi che conosciamo. Cos, nella ma-teria di un busto del doge
Loredan scolpito da Antonio Rizzo
27
, il risaltodegli zigomi, il taglio obliquo delle sopracciglia, insomma la
somiglianzalampante col suo cocchiere Rmi; sotto i colori di un Ghirlandaio
28
, il na-so del signor de Palancy; in un ritratto del Tintoretto
29
, i l g r a s s o d e l l a guancia invaso dallimpianto dei primi peli delle fedine,
lo sguardo pe-netrante, le palpebre congestionate del dottor du Boulbon. Forse,
avendosempre nutrito il rimorso di aver limitato la propria esistenza ai
rapportimondani, alla conversazione, credeva di trovare una specie
dindulgenteperdono accordatogli dai grandi artisti, nel fatto che anche loro
avevanoosservato con piacere e accolto nella loro opera, simili volti che le conferiscono un attestato singolare di realt e di vita, un sapore
moderno;
202

forse anche si era lasciato prendere talmente dalla frivolezza della gentedi mondo,
che sentiva il bisogno di trovare in unopera antica quelle al- lusioni
anticipate a nomi e cognomi doggi, che la ringiovaniscono. Forseinvece aveva
conservato sufficiente natura dartista perch quelle caratte-ristiche individuali gli
dessero piacere assumendo un significato pi ge-nerale, appena le scorgeva sradicate,
liberate, nella rassomiglianza di unritratto pi antico con un originale che non
era quello raffigurato. Co-m u n q u e s i a , e f o r s e p e r c h l a p i e n e z z a
d i mp r e s s i o n i c h e pr o v a v a d a qualche tempo, bench gli fosse venuta piuttosto
con lamore della musi-ca, gli aveva arricchito anche il gusto per la pittura,
quella volta fu piprofondo (e doveva esercitare su Swann un influsso durevole) il
piacereche prov in quel momento nel constatare la rassomiglianza di
Odettecon la Sefora di quel Sandro di Mariano al quale non si d pi volentieriil
soprannome di Botticelli da quando, invece della vera opera del pitto-re, evoca
lidea scipita e falsa che se ne divulgata
30
. N o n s t i m p i i l volto di Odette in base alla migliore o peggiore qualit delle
guance e al-la dolcezza meramente carnale che supponeva di dover trovare
toccan-dole con le labbra se mai avesse osato baciarla, ma come una

matassa dilinee sottili e belle che i suoi sguardi dipanarono seguendo la


curva delloro avvolgimento, congiungendo la cadenza della nuca alleffusione
deicapelli e alla flessione delle palpebre, come in un ritratto di lei nel
qualeil suo tipo diventava intelligibile e chiaro.La guardava; un frammento
dellaffresco le appariva nella faccia e nelc o r p o , e s e m p r e , d a a l l or a , c e r c
d i r i t r o v ar l o , s i a c h e s t e s s e a c c a n t o a Odette, sia che soltanto la pensasse; e
bench senza dubbio al capolavorofiorentino ci tenesse solo perch lo ritrovava in lei,
tuttavia questa rasso-miglianza conferiva bellezza anche a lei, la rendeva pi
preziosa. Swannsi rimprover di avere misconosciuto il pregio di un essere che al
grandeSandro sarebbe parso adorabile, e si compiacque che il piacere che
pro-vava a vedere Odette trovasse giustificazione nella propria cultura esteti-ca. Si
disse che associando il pensiero di Odette ai propri sogni di felicitnon si era
rassegnato a un ripiego imperfetto come aveva creduto fin qui,poich ella
accontentava in lui, i gusti darte pi raffinati. Dimenticava c h e n o n p e r
q u e s t o O d e t t e s i c o n f o r m a v a d i p i a l l a d o n n a s e c o n d o i l suo desiderio,
poich il desiderio gli si era sempre orientato precisamen-te in direzione contraria ai
gusti estetici. La parola, opera fiorentina re-se un gran servigio a Swann. Come un
titolo abilitante, gli permise di farpenetrare limmagine di Odette in un mondo
di sogni dove finora nonaveva avuto accesso e dove simbevve di nobilt. E
mentre la visione me-r a m e n t e c o r p o r e a c h e a v e v a a v u t o d i q u e l l a d o n n a
indeboliva il suo
203
amore, rinnovandogli continuamente i dubbi sulla qualit del suo viso,del
corpo, di tutta la sua bellezza, i dubbi furono distrutti, lamore reso sicuro
quando invece ebbe per base i dati di unestetica certa; senza con-tare che il bacio e
il possesso, che sembravano naturali e mediocri se glierano accordati da
una carne sciupata, venendo a coronare ladorazione per un oggetto da museo
gli parvero essere soprannaturali e deliziosi.E quando era tentato di rimpiangere di
non far altro da mesi che vede-re Odette, si diceva che era giusto dedicare gran parte
del tempo a un ca-polavoro inestimabile, colato una volta tanto in una materia
diversa eparticolarmente gustosa, in un esemplare rarissimo che egli
contemplavatalora con lumilt, la spiritualit e il disinteresse di un artista, talora
conlorgoglio e la sensualit di un collezionista.Sul suo tavolo di lavoro, come
una fotografia di Odette, mise una ri-produzione della figlia di Jetro. Ammirava i
grandi occhi, il viso delicatoche lasciava indovinare la pelle imperfetta, i boccoli
meravigliosi dei ca-pelli lungo le guance estenuate; e adattando allidea di
una donna vivaci che finora aveva trovato bello in sede estetica, lo trasformava in
meri-ti fisici che si compiaceva di trovare riuniti in un essere da poter possede-r e .
Q u e l l a v a g a s i mp a t i a c h e c i s p i n g e v e r s o u n c a p o l a v o r o m e n t r e
l o stiamo osservando, adesso che conosceva loriginale in carne ed ossa del-la figlia
di Jetro diventava un desiderio che da allora in poi suppl a quel-lo che il corpo di
Odette da principio non gli aveva ispirato. Quando ave-va osservato a lungo quel
Botticelli, pensava al suo personale Botticelli che trovava ancora pi bello, e

avvicinando a s la fotografia di Sefora glipareva di stringere Odette contro il cuore.E


intanto, non era solo la stanchezza di Odette che singegnava di pre-venire, talvolta
era anche la propria; sentendo che da quando aveva pie-na libert di vederlo Odette
non aveva pi molto da dirgli, temeva che lemaniere un po insignificanti,
monotone, e come stabilite una volta persempre, che adesso le appartenevano
quando stavano insieme, finisserocon luccidere in lui la speranza romanzesca di un
giorno in cui lei avreb- b e v o l u t o d i c h i a r a rgl i l a pr o p r i a p a s s i o n e , q u e l l a
speranza che solal a v e v a r e s o e l o m a n t e n e v a i n n a m o r a t o . E
p e r r i n n o v a r e u n p o c o laspetto morale di Odette, troppo cristallizzato, del
quale aveva paura distancarsi, le scriveva improvvisamente una lettera piena di finte
delusio-ni e di collere simulate, e gliela faceva portare prima di cena. Sapeva chesi
sarebbe spaventata, che gli avrebbe risposto, e sperava che, nella contrazione subita dallanima sua per paura di perderlo, sarebbero sgorgateparole che lei
non gli aveva ancora mai detto; in effetti, era stato proprioc o s c h e a v e v a
ottenuto le lettere pi tenere che finora lei gli aveva
204
scritto, fra cui una fattagli recapitare a mezzogiorno dalla
Maison Do-re

31
(era il giorno della festa di Parigi-Murcia, a favore degli alluvionatidi Murcia
32
), incominciava con queste parole: Amico mio, la mano mi trema cos forte
che posso scrivere appena, e lui laveva conservata nel-lo stesso cassetto dove
teneva il fiore secco di crisantemo. Oppure, se nonaveva avuto tempo di scrivergli,
quando lui arrivava dai Verdurin gli sa-rebbe venuta incontro
appassionatamente, dicendo: Devo parlarvi elui avrebbe contemplato con
curiosit sul viso e nelle parole di lei ci chelei finora gli aveva nascosto del proprio
cuore.Gi soltanto avvicinandosi alla casa dei Verdurin, quando scorgeva, illuminate da lampade, le grandi finestre con le persiane che non si chiudevano mai, sinteneriva pensando alla creatura incantevole che avrebbevisto
sbocciata nella loro luce doro. Talvolta le ombre deglinvitati si sta-gliavano esili e
nere, incorporee, davanti alle lampade, come le piccole incisioni che
sintercalano, un riquadro s uno no, in un abat-jour trans-lucido, di cui gli altri
scomparti sono soltanto luminosi. Cercava di di- stinguere la silhouette di
Odette; poi, appena arrivato, senza renderseneconto, gli occhi gli sfavillavano
talmente di gioia che il signor Verdurin diceva al pittore: Credo che siamo a
buon punto con la cottura. E infat-ti per Swann la presenza di Odette
aggiungeva a quella casa ci di cuierano prive tutte le altre in cui veniva
ricevuto: una specie di apparatosensitivo, di rete nervosa che si diramava in
tutte le stanze e gli facevagiungere al cuore eccitazioni continue.Cos il
semplice funzionamento di quellorganismo sociale che era ilpiccolo clan
combinava automaticamente per Swann appuntamenti giornalieri con Odette, e
gli permetteva di fingere unindifferenza di ve-derla, o finanche un desiderio di non

vederla pi, che non gli faceva cor-rere grossi rischi, perch, qualunque cosa le
scrivesse durante il giorno,per forza lavrebbe vista la sera e lavrebbe
accompagnata a casa.Ma una volta che pensando di malavoglia allinevitabile ritorno
insie-me, aveva condotto fino al Bois
33
la giovane operaia per ritardare il mo-mento di recarsi dai Verdurin, arriv tanto
tardi che Odette, pensandoche non venisse pi, se nera andata. Vedendo
che nel salotto non cera,Swann prov una fitta al cuore; tremava di essere
privato di un piacereche misurava per la prima volta, perch, fino ad allora, aveva
avuto quel-la certezza di trovarlo quando voleva, che in ogni specie di piacere diminuisce o addirittura impedisce di scorgerne lestensione.Hai visto la faccia che ha
fatto, quando si accorto che lei non cera?,disse il signor Verdurin alla moglie. Mi
sembra proprio che ci sia rimastoincastrato.
205

L a f a c c i a c h e h a f a t t o? , d o ma n d c o n v i o l e n z a i l d o t t o r C o t t a r d che,
essendosi recato un momento a visitare un malato, ritornava a pren-der la moglie e
non sapeva di chi parlassero.Come, non avete incontrato sulla porta il pi bello degli
Swann

No. venuto il signor Swann?

O h s o l o u n m o me n t o . Ab b i a mo a v u t o u n o Sw a n n m o l t o a g i t a t o , molto
nervoso. Capirete, Odette era andata via.

Volete dire che quei due stanno insieme, che lei gli ha concesso le s u e
g r a z i e , d i s s e i l d o t t o r e , s p e r i me n t a n d o c o n p r u d e n z a i l s e n s o
d i queste espressioni.M a c c h , n o n c p r o p r i o n i e n t e ; e d e t t o f r a n o i ,
t r o v o c h e l e i f a c c i a malissimo, che si comporti come loca fenomenale che .

Ah, ah, ah, fece il signor Verdurin. Cosa ne sai tu che non c nien- te? Non
siamo mica stati l a guardare no?

A me, lavrebbe detto, replic fieramente la signora Verdurin. Se vidico che mi


racconta tutti i fatti suoi! Siccome in questo momento non hapi nessuno, le ho detto
che dovrebbe mettersi con lui. Sostiene che nonpu, che ha avuto, s, una grossa cotta
per lui, ma che lui timido con lei,che ci la intimidisce a sua volta; e poi che
non lo ama a quel modo l,che un essere ideale, che ha paura di sciupare il
sentimento che provaper lui, e che so io. Eppure sarebbe proprio quel che ci vuole
per lei.

Mi permetterai di non essere del tuo parere, disse il signor Verdu- rin, quel
signore mi va gi solo a met; trovo che uno che posa.La signora Verdurin si

irrigid, prese unespressione inerte quasi fossediventata una statua, e la finzione


le permise di lasciar credere di nonaver inteso quella parola insopportabile,
uno che posa, che sembravaimplicare che qualcuno poteva posare con
loro, che dunque qualcunoera pi di loro.Insomma, se non c niente, non
penso che sia perch quel signore laritiene
virtuosa
, disse ironicamente il signor Verdurin. E dopotutto non sipu dire nulla, dal
momento che ha laria di crederla intelligente. Non sose hai sentito quel che le
rifilava laltra sera sulla sonata di Vinteuil; io Odette lamo di tutto cuore ma
per esporle delle teorie estetiche, bisognaessere comunque dei benemeriti ingenui!

Andiamo, non dite male di Odette, disse la signora Verdurin facen-do la bambina.
deliziosa.

Ma questo non le impedisce di essere deliziosa; non diciamo mica m a l e d i


l e i , d i c i a m o c h e n o n u n p o z z o d i v i r t , n d i n t e l l i g e n z a . I n fondo,
disse al pittore, ci tenete tanto che sia virtuosa? Forse sarebbe me-no deliziosa, chi
sa.
206
Sul pianerottolo, Swann era stato raggiunto dal maggiordomo che nonsi trovava l
al suo arrivo, ed era stato incaricato da Odette di dirgli,

ma unora era gi trascorsa,

nel caso fosse venuto, che probabilmentesarebbe andata a prendere una cioccolata da
Prvost
34
prima di rincasa-re. Swann part alla volta di Prvost, ma a ogni passo la
carrozza venivafermata da altre, o da pedoni che attraversavano, ostacoli
odiosi che sa-rebbe stato lieto di travolgere, senonch il processo verbale
dellagente loavrebbe ritardato anche pi del passaggio del pedone. Contava il
tempoche stava mettendoci, aggiungeva qualche secondo ad ogni minuto
peressere sicuro di non averli fatti troppo corti, il che gli avrebbe
lasciatocredere maggiore di quanto realmente fosse la probabilit di arrivare
ab- bastanza presto e di trovare ancora Odette. E a un certo punto, come
unfebbricitante che ha smesso di dormire e prende coscienza dellassurditdei
vaneggiamenti che rimuginava senza distinguersi nettamente da lo-ro,
Swann percep dun tratto la stranezza dei pensieri che volgeva da quando in
casa Verdurin gli avevano detto che Odette se nera gi anda-ta, la novit del
dolore al cuore di cui soffriva, ma che egli avvert come essendosi svegliato
allora. Ma come? tutta quellagitazione perch avreb- be visto Odette soltanto
domani, precisamente ci che si era augurato,unora fa, mentre andava
dalla signora Verdurin! Fu costretto a notare che in quella stessa vettura che lo
portava da Prvost non era pi lo stes-so e non era pi solo, un nuovo essere

stava con lui, aderente, amalga-mato a lui, di cui forse non avrebbe potuto
sbarazzarsi, con cui sarebbestato obbligato a usare riguardi come con un padrone
o con una malattia.Eppure, un attimo dopo aver sentito che una nuova persona gli si
era ag-giunta cos, la vita gli appariva pi interessante. A fatica si diceva
che ilpossibile incontro da Prvost (la cui attesa saccheggiava, denudava a talpunto i
momenti precedenti, che lui non trovava pi una sola idea, un solo ricordo
dietro cui riposare la mente), probabilmente tuttavia, anchese quellincontro
avveniva, sarebbe stato come gli altri, poca cosa. Comeogni sera, appena fosse
stato con Odette, gettando furtivamente sul suo viso mutevole uno sguardo
subito distolto per paura che lei ci vedesse laprofferta di un desiderio e non
credesse pi al suo disinteresse, avrebbesmesso di poter pensare a lei,
troppo occupato a trovar pretesti che glipermettessero di non lasciarla subito e
di assicurarsi, senza aver laria ditenerci, che il giorno dopo lavrebbe ritrovata
dai Verdurin: cio di pro-lungare per adesso e rinnovare un giorno di pi la
delusione e la torturache gli dava la vana presenza di quella donna che avvicinava
senza osareabbracciarla.
207
Da Prvost non cera; volle cercare in tutti i ristoranti dei boulevard.Per
guadagnare tempo, mentre ne visitava alcuni, mand negli altri il cocchiere
Rmi (il doge Loredan di Rizzo), poi lo and ad aspettare, nonavendo trovato
niente lui, nel luogo che gli aveva indicato. La carrozzanon ritornava, e
Swann, pensando al momento prossimo, si raffiguravaalternativamente ora
quello in cui Rmi gli avrebbe detto: La signora l, e quello in cui Rmi
gli avrebbe detto: La signora non cera in nes- sun caff. E cos vedeva
davanti a s la fine della serata, unica e tuttaviasdoppiata, preceduta sia
dallincontro con Odette che avrebbe abolitol a n g o s c i a ,
sia
dalla
forzata
rinunzia
a
trovarla
quella
s e r a , dallaccettazione di rincasare senza vederla.Il cocchiere torn, ma nel
momento che gli si fermava davanti, Swannnon gli disse: Avete trovato la
signora?, ma: Ricordatemi domani dipensare a ordinare la legna, penso
che la provvista incominci a esaurir-si. Forse si diceva che se Rmi aveva
trovato Odette in un caff e lei loaspettava, la fine della serata nefasta era gi
annullata dalla fine della se-rata felice appena iniziata, e lui non aveva bisogno
di affrettarsi a rag-g i u n g er e u n a f e l i c i t c a t t ur a t a e p o s t a a l s i c u r o ,
c h e n o n s a r e b b e p i scappata. Ma era anche per forza dinerzia; aveva nellanima
la mancan-za di agilit che certuni hanno nel corpo, quelli che nel momento
di evi-tare un urto, di allontanarsi le fiamme dallabito, di compiere un
movi-mento urgente, prendono tempo, incominciano col restare per un secon-d o
n e l l a p o s i z i o n e i n c u i s t a v a n o pr i m a , c o m e p er t r o v a r c i u n
p u n t o dappoggio, lo slancio. E senza dubbio, se il cocchiere lavesse
interrottodicendo: La signora l, avrebbe risposto: Ah s, vero, la
commis-sione che vi avevo dato; guarda un po, non ci avrei creduto, e
avrebbec o n t i n u a t o a p a r l ar e d i pr o v v i s t e d i l e g n a p e r n a s c o n d e r e

l e mo z i o n e p r o v a t a e
lasciarsi
il
t e mp o
di
rompere
con
l i n q u i e t u d i n e e d a r s i a l l a felicit.Ma il cocchiere torn a dirgli che non laveva
trovata da nessuna parte,e aggiunse il proprio parere, da vecchio domestico:Credo
che al signore non resti altro che tornare a casa.Ma lindifferenza che Swann
recitava facilmente quando Rmi non po-teva cambiare pi nulla alla risposta che
portava, cadde quando vide chetentava di farlo rinunziare alla speranza e alla
ricerca.Ma nientaffatto, esclam, bisogna che troviamo quella signora; importantissimo. Per una certa faccenda, resterebbe molto dispiaciuta,
eseccata, se non mi vedesse.
208

Non vedo come la signora potrebbe irritarsi, rispose Rmi, dato che stata lei ad
andarsene senza aspettare il signore, e ha detto che andavada Prvost e non
cera.Daltronde incominciavano a spegnere dappertutto. Sotto gli alberi
dei boulevard, in unoscurit misteriosa, i passanti erravano pi radi, ricono-scibili
appena. Ogni tanto unombra di donna che gli si avvicinava, bisbi-gliandogli una
parola allorecchio, domandandogli di condurla con s, faceva trasalire Swann.
Sfiorava ansiosamente tutti quei corpi oscuri, co-me se frammezzo i fantasmi dei
morti, nel cupo regno delle tenebre, cer-casse Euridice.Fra tutti i modi di
produzione dellamore, fra tutti gli agenti dissemi- natori del male sacro,
certamente uno dei pi efficaci questo gran soffiodi agitazione che a volte passa
su noi. Allora lessere col quale in quelmomento ci piace stare, il dado
tratto, sar lui che ameremo. Non cneanche bisogno che finora ci sia
piaciuto pi di altri, e neppure altret-tanto; bisogna solo che il nostro gusto per
lui sia diventato esclusivo. E lacondizione si verificata quando

nel momento in cui ci mancato

alla ricerca dei piaceri che ci dava il suo fascino si sostituito improvvisamente in noi un bisogno ansioso, che ha per oggetto quel medesimo es-sere, un
bisogno assurdo, che le leggi di questo mondo rendono impossi- bile da soddisfare e
difficile da guarire, il bisogno insensato e doloroso dipossederlo.Swann si fece
condurre negli ultimi ristoranti; aveva considerato concalma soltanto
lipotesi della felicit; adesso non nascondeva pi la sua agitazione, il valore
che attribuiva a quellincontro, e in caso di successopromise una ricompensa al
cocchiere, come se ispirandogli il desiderio diriuscire, che sarebbe venuto ad
aggiungersi a quello che provava lui, po-tesse fare che Odette, caso mai fosse gi
rientrata a coricarsi, nondimenosi trovasse in un ristorante del boulevard. Si spinse
fino alla Maison Do-re, entr, due volte da Tortoni, e senza averla vista
nemmeno l era ap-pena uscito dal Caf Anglais
35
, camminando a gran passi, con laspetto stravolto, per raggiungere la carrozza
che laspettava allangolo del bou-levard des Italiens quando urt una persona che
veniva in direzione con-traria. Era Odette; gli spieg poi che non trovando posto da

Prvost, eraa n d a t a a c e n a r e a l l a M a i s o n D o r e i n u n a n g o l o d o v e l u i
n o n l a v e v a scorta, e ritornava verso la propria carrozza.Tan t o p o c o s i
a s p e t t a v a d i v e d e r l o , c h e e b b e u n m o t o d i s p a v e n t o . Quanto a lui, aveva
battuto Parigi non perch credesse possibile raggiun-gerla, ma perch rinunciarvi gli
era troppo crudele. Ma la gioia che la suaragione non aveva smesso di ritenere
inattuabile per quella sera, adesso
209
gli appariva ancora pi reale; infatti lui non vi aveva collaborato con
laprevisione delle verosimiglianze, gli rimaneva esterna; non aveva bisogno di cavarla dalla propria mente per fornirgliela, emanava da se stessa,era lei che si
sporgeva verso di lui, quella verit che splendeva fino a dis-sipare come un brutto
sogno lisolamento che aveva temuto, e su di essaegli appoggiava, riposava, senza
riflettere, il suo fantasticare felice. Cosu n v i a g g i a t or e g i u nt o c o l b e l t e mp o
i n r i v a a l M e d i t e r r a n e o , i n c e r t o dellesistenza dei paesi che ha abbandonato,
si lascia abbagliare la vista,pi che lanciarvi sguardi, dai raggi che emana
verso lui lazzurro lumi-noso e compatto delle acque.Sal con Odette nella vettura
di lei, e ordin alla propria di seguirli.Lei teneva in mano un mazzo di catleie, e
Swann vide che sotto il velodi pizzo aveva nei capelli fiori della stessa
orchidea puntati a un
aigrette
di piume di cigno. Sotto la mantiglia era vestita di unonda di velluto ne-ro che,
ripresa di sbieco, scopriva in largo triangolo il basso duna gonnadi faille bianco e
lasciava scorgere uno sprone, anchesso di faille bianco,allapertura del corpetto
scollato, doverano infilati altri fiori di catleia. Siera appena rimessa dallo spavento
che le aveva provocato Swann, quan-do un ostacolo fece fare uno scarto al
cavallo. Furono spostati brusca-m e n t e , l e i a v e v a g e t t a t o u n g r i d o e
r e s t a v a t u t t a p a l p i t a n t e , s e n z a respiro.Non niente, le disse lui, non
abbiate paura.E la teneva per la spalla, appoggiandola contro di s per
sorreggerla;poi le disse:Soprattutto non parlate, rispondetemi solo a cenni per non
affannarviancora di pi. Non vi d fastidio se raddrizzo i fiori del corpetto? Si
sonospostati per lurto. Ho paura che li perdiate, vorrei infilarli un po.Odette che
non era abituata a vedere gli uomini fare tante storie conlei, disse
sorridendo:No, nientaffatto, non mi d nessun fastidio.Ma lui, intimidito dalla
risposta, forse anche per mostrare di essere sta-to sincero quando aveva colto quel
pretesto, o magari incominciando gia credere di esserlo stato, esclam:Oh no,
soprattutto non parlate, ricomincereste ad avere laffanno, po-tete rispondere a gesti,
vi capir. Sinceramente, non vi do fastidio? Guar-date, c un po polline, credo,
che vi si sparso addosso, permetteteche lo tolga con la mano? Faccio troppo forte,
sono troppo ruvido? Forsevi faccio un po di solletico? ma non vorrei toccare
il velluto dellabito,per non sgualcirlo. Ma vedete, davvero, era necessario
fermarli, sarebbe-r o c a d u t i ; e c o s , s e l i i n f i l o u n p o s u l s e r i o , n o n
s o n o i n d i s c r e t o? E
210

nemmeno a odorarli per sentire se vero che non hanno profumo? Non ho
mai provato, posso? Dite la verit.Sorridendo, lei alz leggermente le spalle, come
per dire: siete matto,lo vedete che mi piace.Lui alzava laltra mano lungo la
guancia di Odette; lei lo guard fisso,con laria languida e grave che hanno le donne
del pittore fiorentino conle quali le aveva trovato qualche rassomiglianza; spinti
allorlo delle pal-pebre, i suoi occhi luminosi, larghi e sottili come i loro,
sembravano sulpunto di staccarsi come due lacrime. Piegava il collo come
tutte si vedo-no fare, nelle scene pagane come nei soggetti sacri. E in un
atteggiamentoche senza dubbio le era abituale, che lei sapeva appropriato a
quei mo-menti e stava attenta a non dimenticarsi di prenderlo, sembrava aver bisogno di tutta la sua energia per trattenere il viso, come se una forza invisibile lo attirasse versoSwann. E fu Swann, prima che lei glielo lasciasse cadere,
quasi lei mal-grado, sopra le labbra, che lo trattenne un attimo, a qualche distanza,
frale due mani. Aveva voluto lasciare al proprio pensiero il tempo di accor-rere, di
riconoscere il sogno che cos a lungo aveva accarezzato, e assiste-re al suo
avverarsi, come si chiama una parente perch prenda parte al successo di un
fanciullo molto amato. Forse anche, Swann fissava sul vi-so di Odette, non ancora
posseduta da lui e nemmeno baciata, che vede-va per lultima volta, lo sguardo col
quale, un giorno, partendo, vorrem-mo portarci via un paesaggio che stiamo per
lasciare per sempre.Ma era cos timido con lei, che, avendo finito col possederla
quella seraincominciando col sistemare le catleie, fosse timore di offenderla,
fossepaura di fare la figura, retrospettivamente, di aver mentito, fosse mancanza di audacia per formulare una pretesa maggiore (quella poteva ripeterla, dal momento che la prima volta Odette non si era irritata), i gior-ni seguenti
adoper lo stesso pretesto. Se lei aveva catleie nella scollatu-ra, le diceva:
Peccato, stasera le catleie non hanno bisogno di essere si-stemate, non
sono andate fuori posto come laltra sera; per mi sembra che questa qui,
molto dritta non sia. Posso sentire se sono inodori, comele altre?. Oppure, se non ne
aveva: Oh, niente catleie stasera, impossi- b i l e d e d i c a r mi a l l e m i e p i c c o l e
o p e r a z i o n i . D i m o d o c h e p e r q u a l c h e t e m p o n o n f u c a m b i a t o
l or d i n e c h e e g l i a v e v a s e g u i t o l a pr i m a s e r a quando aveva
incominciato con toccamenti di dita e di labbra sul petto di Odette, e ancora
cos incominciavano ogni volta le sue carezze; e mol-to pi tardi, quando la
sistemazione delle catleie (o il simulacro rituale disistemarle) fu caduto in disuso
da un pezzo, la metafora fare catleia,divenuta un semplice vocabolo che
adoperavano senza pensarci quando
211
volevano significare latto del possesso fisico

i n c u i d e l r e s t o n o n s i possiede nulla

, sopravvisse nel loro linguaggio a quelluso dimentica-t o , c o m me mo r a n d o l o . E


f o r s e q u e l l a m a n i e r a p a r t i c o l a r e d i d i r e f a r e lamore non significava
esattamente la stessa cosa dei suoi sinonimi. Siha un bellessere

disincantati in fatto di donne, considerare il possesso delle pi diverse come


sempre eguale e risaputo a priori, al contrario di-venta un piacere nuovo se si tratta di
donne abbastanza difficili

o cre-d u t e t a l i d a n o i

per costringerci a farlo nascere da qualche episodio imprevisto dei nostri


rapporti con loro, come la sistemazione delle catleiee r a s t a t a p e r S w a n n l a
p r i ma v o l t a . Q u e l l a s e r a l u i s p e r a v a , t r e m a n d o (ma Odette, si diceva,
se restava vittima della sua astuzia, non poteva leggergli dentro) che ci che i
loro larghi petali viola gli avrebbero rega-lato fosse il possesso di quella donna;
e il piacere che provava gi e cheOdette, pensava lui, tollerava forse solo perch
non lo aveva riconosciu-to, gli sembrava proprio per questo

come pot apparire al primo uo-mo che lo assapor tra i fiori del paradiso
terrestre

un piacere che finoallora non era esistito, che lui cercava di creare, un piacere

come neserb traccia il nome speciale che gli diede

interamente particolare enuovo.Adesso tutte le sere, quando laveva ricondotta


a casa, bisognava cheentrasse, e spesso lei usciva di nuovo in vestaglia per
accompagnarlo fi-no alla carrozza e lo baciava sotto gli occhi del
cocchiere, dicendo: Cheimportanza ha, cosa mimporta degli altri!. Le sere in
cui lui non andavadai Verdurin (capitava talvolta, da quando poteva vederla in
altro mo-do), le sere sempre pi rare in cui andava in societ, gli chiedeva di passare da lei prima di rincasare, qualunque ora fosse. Era primavera,
unaprimavera gelida e pura. Uscendo da un ricevimento, lui saliva nella suaVictoria
36
, si stendeva una coperta sulle gambe, e agli amici che veniva-no via nello
stesso tempo e linvitavano a fare la strada insieme, rispon-deva che non
poteva, non andava dalla stessa parte, mentre il cocchiere partiva al gran trotto
sapendo dove si andava. Loro si meravigliavano, edifatti Swann non era pi lo
stesso. Non arrivavano pi lettere sue perchiedere di fargli conoscere una
donna. Non faceva pi attenzione a nes-suna, evitava di andare nei luoghi dove
se ne incontrano. In trattoria, incampagna, teneva il contegno opposto a quello da
cui, ancora ieri, si po-teva riconoscerlo e che era parso dover sempre essere il
suo. Tanto unapassione in noi come un carattere momentaneo e diverso che si
sostitui-sce allaltro e abolisce i segni fino allora invariabili con cui si esprimeva!In
cambio, invariabile adesso era che, dovunque Swann si trovasse,
nonmancava di andare a raggiungere Odette. Il tragitto che lo separava da
212

lei, era quello che percorreva inevitabilmente, come il pendio della


suastessa vita, irresistibile e rapido. A dire il vero, spesso, rimasto in societfino a
tardi, avrebbe preferito rientrare direttamente a casa senza fare quella lunga
corsa, e vederla solo il giorno dopo; ma il fatto stesso di sco-modarsi a unora insolita
per andare da lei, di indovinare che gli amici sidicevano lasciandolo: molto
legato, certamente c una donna che locostringe a recarsi da lei a
qualunque ora, gli dava il senso di condurrela vita degli uomini che nella loro
esistenza hanno una faccenda damore,e nei quali il sacrificio che fanno del
riposo e deglinteressi personali auna fantasticheria voluttuosa, fa nascere un
incanto interiore. Poi, senzarendersene conto, la certezza che lei lo aspettava, che non
era altrove cona l t r i , c h e l u i n o n s a r e b b e a n d a t o v i a s e n z a a v e r l a v i s t a ,
n e u t r a l i z z a v a langoscia dimenticata ma sempre pronta a risorgere che
aveva provatola sera in cui Odette non era pi dai Verdurin, rasserenata adesso in
unacalma cos dolce che poteva dirsi felicit. Forse proprio a
quellangosciaera debitore dellimportanza che Odette aveva assunto per
lui. Gli altriesseri ci sono di solito cos indifferenti, che quando in uno di loro
abbia-mo riposto simili possibilit per noi di sofferenza e di gioia, ci
sembraappartenere a un altro universo, si circonda di poesia, fa della nostra
vitaquasi una commovente distesa dove ci sar pi o meno vicino.
Swannnon poteva chiedersi senza turbamento ci che Odette sarebbe diventataper
lui negli anni futuri. Talvolta, in quelle belle notti fredde, vedendodalla sua
Victoria la luna scintillante che effondeva chiarit fra gli occhi di lui e le
strade deserte, pensava allaltro viso chiaro e leggermente rosa-to come quello della
luna, che un giorno era sorto davanti al suo pensieroe da allora proiettava sul
mondo la luce misteriosa nella quale lui lo ve- deva immerso.Se arrivava
dopo lora in cui Odette mandava a dormire i domestici,prima di suonare
alla porta del giardinetto andava per prima cosa nellastrada dove al
pianterreno, fra le finestre tutte eguali ma buie delle casecontigue, dava la
finestra, unica illuminata, della sua camera da letto. Picchiava sul vetro, e lei,
sullavviso, rispondeva e andava ad aspettarlodallaltro lato, alla porta
dingresso. Sul pianoforte trovava aperto qual- cuno dei pezzi che lei
prediligeva: il
Valzer delle Rose
o
Povero pazzo
di Ta-gliafico
37
(che per sua disposizione scritta bisognava far eseguire al suofunerale); le
chiedeva di suonare invece la piccola frase della sonata di Vinteuil, bench
Odette suonasse molto male: ma spesso limmagine pi bella che ci rimane di
unopera, quella che si librata sopra suoni falsi,s t r a p p a t i d a d i t a m a l d e s t r e
a u n p i a n o f o r t e s c o r d a t o . L a p i c c o l a f r a s e continuava ad associarsi per
Swann allamore che provava per Odette.
213

Sentiva perfettamente che quellamore era qualcosa che non corrisponde-va a niente
di esterno, di verificabile da altri che lui; si rendeva conto chele qualit di Odette non
giustificavano che attribuisse tanto valore ai mo-m e n t i p a s s a t i c o n l e i . E
s p e s s o , q u a n d o i n S w a n n d o m i n a v a s o l o lintelligenza positiva,
voleva smettere di sacrificare tanti interessi intel-lettuali e sociali a quel piacere
immaginario. Ma la piccola frase, appena la udiva, sapeva liberare in lui lo
spazio che le era necessario, le propor-zioni dellanima di Swann ne risultavano
mutate; un margine vi era ri-serbato a un godimento che neanchesso
corrispondeva ad alcun oggettoesterno, e tuttavia, invece dessere meramente
individuale come quellodellamore, simponeva a Swann come una realt
superiore alle cose con-crete. Quella sete dun incanto sconosciuto, la piccola frase la
risvegliavain lui, ma senza porgergli niente di preciso per soddisfarla.
Cosicch lezone dellanima di Swann dove la piccola frase aveva cancellato la
preoc-cupazione deglinteressi materiali, le considerazioni umane e valide pertutti,
essa le aveva lasciate vacanti, in bianco, e lui era libero di iscriverciil nome di Odette.
Inoltre, a ci che laffetto di Odette poteva avere di unpo angusto e deludente, la
piccola frase veniva ad aggiungere, ad amal-gamarvi, la sua essenza misteriosa.
A vedere la faccia di Swann mentreascoltava la frase, si sarebbe detto che
stesse assorbendo un anesteticoche dava al suo respiro unampiezza
maggiore. E il piacere che gli davala musica e che presto avrebbe creato in lui un
bisogno vero e proprio, inquei momenti assomigliava difatti al piacere che avrebbe
provato a speri-mentare profumi, a entrare in contatto con un mondo per il
quale nonsiamo fatti, che ci sembra senza forma perch i nostri occhi non lo percepiscono, senza significato perch sfugge alla nostra intelligenza, un mon-do che noi
raggiungiamo con un senso solo. Gran riposo, misterioso rin-novamento per Swann

i cui occhi, bench sensibili goditori di pittura,e lo spirito, bench fine osservatore dei
costumi, portavano per sempre latraccia indelebile della sua vita arida

sentirsi trasformato in una crea-tura estranea allumanit, cieca, sprovvista di


facolt logiche, quasi unfantastico liocorno, una creatura chimerica che
percepisse il mondo conludito soltanto. E siccome nella piccola frase lui
cercava nondimeno unsignificato, nel quale la sua intelligenza non poteva calarsi,
che strana eb- brezza spogliare la sua pi intima anima di tutti i soccorsi del
ragiona-mento, farla passare sola nel corridoio, nel filtro oscuro del suono. Incominciava a rendersi conto di quanto cera di doloroso, forse anche di segretamente inappagato, in fondo alla dolcezza di quella frase, ma nonpoteva
soffrirne. Che cosa importa se gli diceva che lamore fragile, il suo era cos
forte! Giocava con la tristezza che emanava da lei, la sentiva
214
passare su di s, ma come una carezza che rendeva pi profondo e pi dolce
il sentimento che aveva della propria felicit. Dieci volte, venti vol-te la faceva
suonare a Odette, pretendendo insieme che non smettesse di b a c i a r l o . O g n i

b a c i o c h i a ma u n a l t r o b a c i o . Ah , n e i p r i m i t e m p i c h e s i ama, cos
naturalmente nascono i baci! Spuntano cos stretti gli uni agli a l t r i ; e
sarebbe tanto faticoso contare i baci che ci si dati in
u n or a , quanto i fiori di un campo nel mese di maggio. Allora lei faceva
mostradi fermarsi, dicendo: Come vuoi che suoni in questo modo, se tu mi tie-ni!
Non posso fare tutto insieme, cerca almeno di sapere quello che vuoi,devo suonare
la frase o coccolarti?, lui si arrabbiava, e lei scoppiava in una risata che
ricadeva su lui trasformandosi in una pioggia di baci. Op-pure lo guardava con
aria imbronciata, lui rivedeva un viso degno di fi-gurare nella
Vita di Mose
del Botticelli, ve lo collocava, dava al collo di Odette linclinazione necessaria;
e quando laveva ben dipinto a tempera,nel quindicesimo secolo, sulla parete
della Sistina
38
, lidea che frattantolei fosse rimasta l, accanto al pianoforte, nel presente, pronta
a essere ba-ciata e posseduta, lidea della sua materialit ed esistenza veniva
a ine- briarlo cos forte che, con gli occhi stravolti, le mascelle tese come per divorare, si precipitava su quella vergine del Botticelli e si metteva a pizzi-carne le
guance. Poi, quando laveva lasciata, non senza essere rientrato a baciarla di nuovo
perch aveva dimenticato di portare nel ricordo qual-che particolarit del
suo odore o dei suoi lineamenti, mentre rincasavanella Victoria, benediceva
Odette che gli permetteva quelle visite quoti-diane, dalle quali sentiva che
lei non doveva procurarsi una gioia molto grande; ma preservandolo dal
diventare geloso

togliendogli occasioned i s o ffr i r e a n c o r a d e l m a l e c h e s i e r a d i c h i a r a t o i n


l u i l a s e r a c h e n o n laveva trovata dai Verdurin

lo avrebbero aiutato ad arrivare, senzasubire altre crisi come la prima che


era stata cos dolorosa e sarebbe ri- masta unica, al termine di quelle ore singolari
della sua vita, ore quasi fa-tate, come queste in cui attraversava Parigi al lume
di luna. E notando,durante il ritorno, che adesso lastro si era spostato rispetto a lui
e si tro-vava quasi al limite dellorizzonte, sentendo che il suo amore
obbedivaanchesso a leggi immutabili e naturali, si domandava se il periodo in
cuiera entrato sarebbe durato ancora a lungo, se presto il suo pensiero
nonavrebbe visto il caro viso di lei occupare una posizione lontana e diminuita, e prossimo a cessare di diffondere incanto. Perch, da quando
erai n n a m o r a t o , S w a n n t r o v a v a i n c a n t o n e l l e c o s e , c o m e a l t e m p o i n
c u i , adolescente, aveva creduto dessere artista; ma non era pi il
medesimoi n c a n t o , q u e s t o er a O d e t t e s o l a a c o n f e r i r l o . S e n t i v a
rinascere in s le i s p i r a z i o n i p o e t i c h e d e l l a g i o v e n t , c h e l a
sua vita frivola aveva
215

dissipate, ma tutte portavano il riflesso, limpronta, di un essere partico-lare; e nelle


lunghe ore che adesso trascorreva in casa provava un delica-to piacere, solo con la
sua anima in convalescenza, ridiventava a poco a poco se stesso, ma per
unaltra.Andava da lei soltanto la sera, e nulla sapeva dellimpiego che lei face-va
del tempo durante il giorno, come pure del suo passato, al punto che gli
mancava anche la piccola informazione iniziale che, permettendoci diimmaginare ci
che non sappiamo, ci d voglia di conoscerlo. Cos non sidomandava ci che lei
potesse fare, n che genere di vita era stata la sua.Sorrideva solamente, talvolta,
pensando che qualche anno prima quandonon la conosceva, gli avevano parlato di
una donna che, se ricordava be-ne, doveva certo essere lei, come di una che faceva la
vita, una mantenu-ta, una di quelle donne a cui, avendole frequentate poco, attribuiva
anco-ra il carattere uniforme, radicalmente perverso, di cui le ha dotate a lun-go
limmaginazione di certi romanzieri. Quando a tale carattere oppone-va quello di
Odette, si diceva che, spesso, basta capovolgere le reputazio-ni create dalla gente
per giudicare con esattezza una persona: Odette, buona, ingenua, innamorata
dellideale, quasi incapace di non dire la ve-rit, al punto che un giorno, avendola
pregata, per poter cenare solo conlei, di scrivere ai Verdurin che era indisposta,
lindomani, davanti alla si-gnora Verdurin che le domandava se stava meglio, laveva
vista arrossi-re, balbettare, e riflettere nel viso, suo malgrado, il dispiacere, il
suppli-zio che le costava mentire; e mentre moltiplicava nella risposta i partico-lari
inventati della pretesa indisposizione del giorno prima, aveva lariadi
affidare agli sguardi supplichevoli e alla voce desolata lincarico di chieder
perdono per la falsit delle parole.Certi giorni, tuttavia, ma capitava di rado,
veniva da lui nel pomerig-gio, a interrompere le sue fantasticherie o quello studio
su Ver Meer a cuinegli ultimi tempi si era rimesso a lavorare. Venivano a dirgli che
nel sa-lottino cera la signora de Crcy. Andava a raggiungerla, e quando apri-va la
porta sul viso roseo di Odette, appena scorgeva Swann

cambian-d o l a f o r ma d e l l a b o c c a , l o s g u a r d o d e g l i o c c h i , l a
m o d e l l a t u r a d e l l e guance

, veniva a mescolarsi un sorriso. Rimasto solo, rivedeva quel sorriso, quello


che aveva avuto il giorno prima, un altro con cui lo avevaaccolto in una o in unaltra
occasione, quello che era stato la sua risposta,in carrozza, quando le aveva
chiesto se le dava fastidio raddrizzando le catleie; e la vita di Odette, nel resto
del tempo, poich non ne sapeva nul-la, col suo sfondo neutro e incolore gli appariva
simile a quei fogli di stu-dio di Watteau
39
ove si vedono qua e l, in tutti i posti in tutte le direzio-ni, disegnati a tre colori sulla
carta camosciata, innumerevoli sorrisi. Ma
216
a volte, in un angolo di quella vita che Swann vedeva tutta vuota (anchese la
ragione gli diceva che non poteva essere cos), perch non

potevaimmaginarla, qualche amico che, sospettando il loro amore, non si sareb- be


arrischiato a dirgli di lei se non cose da nulla, gli descriveva la figura di
Odette come laveva vista quel mattino, risalire a piedi rue Abbatucci,in abito da
visita guarnito di skunk, sotto un cappello alla Rembrandt,e con un bouquet di
viole sulla scollatura. Questo semplice schizzo scon-volgeva Swann, perch dun
tratto lo faceva accorgere che Odette avevauna vita che non era tutta intera per
lui; avrebbe voluto sapere a chi lei aveva cercato di piacere con quella toilette che
non le conosceva, si ripro-metteva di chiederle dove andava in quel momento;
come se in tutta lavita incolore

quasi inesistente, giacch gli era invisibile

della suaa ma n t e , c i f o s s e s o l o u n a c o s a o l t r e t u t t i i s o r r i s i r i v o l t i a
l u i : q u e l s u o camminare sotto un cappello alla Rembrandt, con un bouquet di viole
alcorpetto.Tranne quando le chiedeva la piccola frase di Vinteuil invece del
Val-zer delle Rose
, Swann non cercava mai di farle suonare cose che piacesseroa lui, n di correggere,
in musica come in letteratura, il suo cattivo gusto.Si rendeva conto che lei non
era intelligente. Dicendogli che le sarebbe tanto piaciuto che le parlasse dei
grandi poeti, sera immaginata di cono-scere subito qualche strofetta eroica e
romantica, tipo quelle del viscontedi Borelli
40
, in chiave ancora pi commovente. Su Ver Meer di Delft, gli aveva
domandato se aveva sofferto per una donna, se era stata una don-na a ispirarlo, e
quando Swann le aveva confessato che non se ne sapevanulla, si era disinteressata
di quel pittore. Diceva spesso: La Poesia, locredo bene, naturale che non
ci sarebbe niente di pi bello se fosse ve-ro, se i poeti pensassero tutto
quello che dicono. Ma spesso non c nes-suno di pi interessato di quella
gente l. Io ne so qualche cosa, avevounamica che amava una specie di
poeta. Nei versi non parlava che diamore, di cielo, di stelle. Poveretta, come lha
ridotta! Le ha mangiato pid i t r e c e n t o mi l a f r a n c h i . S e a l l or a S w a n n
c e r c a v a d i n s e g n a r l e i n c h e consiste la bellezza artistica, in che modo
bisogna ammirare i versi o iq u a d r i , i n c a p o a u n i s t a n t e s m e t t e v a d i
a s c o l t a r e , d i c e n d o : S n o n pensavo che fosse cos. E lui la sentiva
provare una delusione tale, chepreferiva mentire dicendo che tutto questo
non era nulla, erano ancorainezie, che mancava il tempo di affrontare lessenza
profonda della que-stione, cera ben altro. Ma lei diceva vivamente: Dellaltro? Che
cosa?Dimmelo allora, ma lui non lo diceva, sapendo quanto le sarebbe
parsomeschino e diverso da ci che sperava lei, meno impressionante e
meno
217
commovente, e temendo che, delusa
fosse
i n s i e m e dellamore.Infatti
lei
trovava

dellarte, lo
Swann
inferiore,

intellettualmente, a quel che avreb- be creduto. Tu conservi sempre il tuo


sangue freddo, non so definirti.P i a n c o r a s i m e r a v i g l i a v a d e l l a s u a
i n d i ffe r e n z a a l d e n a r o , d e l l a s u a gentilezza con tutti, della sua
delicatezza. E avviene spesso difatti, allagente superiore a Swann, a uno
scienziato, a un artista, se non viene di- s c o n o s c i u t o d a c o l o r o c h e l o
c i r c o n d a n o , c h e s e h a n n o p e r l u i i l s e n t i - mento da cui traspare che la
superiorit della sua intelligenza si impo-sta su loro, non ammirazione per le sue
idee, perch non le afferrano, r i s p e t t o p e r l a s u a b o n t . E r i s p e t t o
i s p i r a v a a O d e t t e l a p o s i z i o n e d i Swann nel gran mondo, ma non desiderava
che lui cercasse di farvela ac-cogliere. Forse sentiva che non ci sarebbe
riuscito; pi ancora, temevac h e , c o l s o l o p ar l a r e d i l e i , a vr e b b e
p r o v o c a t o r i v e l a z i o n i d i c u i a v e v a paura. Comunque sia, gli aveva fatto
promettere di non pronunciare maiil suo nome. La ragione per cui non voleva
andare in societ, gli avevadetto, era una lite che una volta aveva avuto con
unamica, la quale poi,p e r v e n d i c a r s i , a v e v a s p a r l a t o d i l e i . S w a n n
o b i e t t a v a : M a m i c a t u t t i lhanno conosciuta, la tua amica.

Ma s, come una macchia dolio, lagente tanto cattiva. Da una parte Swann
non cap questa storia, madaltra parte sapeva che quelle frasi, La gente
tanto cattiva, una ca-lunnia come una macchia dolio, sono generalmente
ritenute vere; do-vevano esserci casi a cui si applicano. Il caso di Odette era uno di
questi?Se lo chiedeva, ma non a lungo, giacch anche lui era soggetto alla
gra-vezza di mente che si abbatteva su suo padre, quando si poneva un pro- blema
difficile. Del resto, quel mondo che faceva tanta paura a Odette, f o r s e n o n
l e i s p i r a v a u n g r a n d e s i d e r i o , p e r c h er a t r o p p o l o n t a n o d a quello che
conosceva lei per rappresentarselo con chiarezza. Tuttavia,pur essendo
rimasta davvero semplice sotto certi aspetti (per esempio aveva conservato per
amica unex sartina, e sulle scale di lei, ripide scuree puzzolenti, si arrampicava
quasi ogni giorno), aveva sete di chic; sol- tanto, lidea che se ne faceva non era
quella della gente del gran mondo.Per costoro, lo chic emanazione di pochi
individui che la proiettano fi-no a un livello abbastanza remoto

affievolito pi o meno, secondo ladistanza dal centro della loro intimit

nella cerchia dei loro amici odegli amici degli amici i cui nomi formano
una specie di repertorio. Lepersone della buona societ lo sanno a memoria,
possiedono in materiaunerudizione da cui hanno estratto una specie di
gusto, di tatto, talchS w a n n p e r e s e mp i o , s e n z a b i s o g n o d i f a r e
a p p e l l o a l l a s u a s a p i e n z a mondana, se leggeva nel giornale i nomi delle persone
che si trovavano a
218
un pranzo, poteva dire immediatamente la sfumatura di chic del pranzo,c o m e b a s t a
a u n l e t t e r a t o l a s e m p l i c e l e t t u r a d i u n a f r a s e p e r v a l u t ar e esattamente
la qualit letteraria dellautore. Ma Odette faceva parte dellepersone (numerosissime,

checch ne pensino gli appartenenti alla buonasociet, ce n in tutte le classi sociali)


che, non possedendo quelle nozio-n i ,
simmaginano
uno
chic
c o m p l e t a m e n t e d i v e r s o , c h e a s s u m e v a r i aspetti secondo lambiente al quale
appartengono, ma ha come carattereparticolare e distintivo

sia quello di cui sognava Odette, sia quello da-vanti a cui sinchinava la signora
Cottard, di essere direttamente accessi- bile a tutti. Laltro, quello della buona
societ, anchessa a dire il vero accessibile, ma ci vuole tempo. Odette diceva di
qualcuno:Va soltanto nei posti eleganti.E se Swann le chiedeva cosa intendeva con
questo, gli rispondeva conun po di disprezzo:Ma i posti eleganti, diamine! Se alla
tua et bisogna insegnarti che co-sa sono i posti eleganti, Cosa vuoi che ti dica?
Per esempio, la domenicamattina lavenue de lImperatrice, alle cinque il
giro del Lago
41
, giovedlEden Thtre, venerd lHippodrome
42
, i balli

Ma quali balli?

Ma i balli che si dnno a Parigi, i balli eleganti, voglio dire. Ecco, saiHerbinger,
quello che lavora con un agente di cambio? Ma s, lo devi co-noscere, uno degli
uomini pi "in" di Parigi, quel giovanotto biondo che tanto snob, porta
sempre un fiore allocchiello, la scriminatura finoalla nuca, dei soprabiti chiari: si
messo con quella vecchia tavolozza, sela porta dietro a tutte le prime. Bene, laltra
sera ha dato un ballo, in fattodi chic cera tutta Parigi. Come mi sarebbe piaciuto
andarci! Ma bisogna-va presentare alla porta il biglietto dinvito, e non ero riuscita ad
averlo.In fondo, meglio non esserci andata, era un macello, non avrei visto nul-la.
Pi che altro per poter dire di essere stata da Herbinger. E a me tu lo sai,
sono piccole ambizioni! Del resto, puoi star sicuro che su cento don-ne che
raccontano di esserci state per buona met non vero Ma mi stupisce che
uno come te, cos
pschutt
43
, non ci fosse.Ma Swann non cercava affatto di farle cambiare questo concetto
dellochic pensando che il proprio non conteneva maggior verit, anche il suoera
sciocco e privo di importanza, e non trovava alcun interesse a istruir-ne lamante,
cosicch, dopo qualche mese Odette sinteressava delle per-sone che lui
frequentava solo per glingressi al peso, ai concorsi ippici, glinviti alle prime,
che lui poteva avere attraverso di loro.Desiderava che lui coltivasse quelle amicizie
cos utili, ma, daltra par-te, era incline a considerarle poco chic, da quando
aveva visto passare
219

per la strada la marchesa de Villeparisis in abito di lana nera, con una cuffia
a nastri.Ma ha laria di una maschera di teatro, di una vecchia portinaia,
dar-ling
! Quella l, una marchesa! Io non sono marchesa, ma
b i s o g n e r e b b e pagarmi ben caro per farmi uscire conciata cos.Non capiva come
mai Swann abitasse quel palazzo di quai dOrlans che, non osava
confessarglielo, ma trovava indegno di lui.Certo, aveva la pretesa di amare le
antichit e prendeva unaria esta-tica e fine per dire che adorava passare una
giornata intera ad andareper gingilli, a cercare anticaglie e
bric- brac
. Bench sostinasse inuna specie di punto donore (e pareva mettere in pratica
qualche precettod i f a m i g l i a ) a n o n r i s p o n d e r e m a i a l l e d o m a n d e e n o n
r e n d e r c o n t o dellimpiego delle sue giornate, una volta parl a Swann di
unamica chelaveva invitata a casa sua dove tutto era depoca. Ma Swann
non riu-sc a farle dire quale fosse questepoca. Tuttavia, dopo aver riflettuto, rispose che era medievale, intendeva dire che cerano pareti a pannelli di
legno. Qualche tempo dopo gli riparl dellamica, e col tono esitante elaria dintesa
di quando citiamo qualcuno con cui il giorno prima siamostati a un pranzo, e non
ne avevamo mai inteso il nome, ma i padroni di casa sembravano considerarlo
tanto celebre da farci sperare che il nostrointerlocutore sapr lui di chi vogliamo
parlare, aggiunse: Ha una salada pranzo del Settecento!. Del resto,
trovava linsieme orribile, nu-do, come se la casa non fosse finita, le donne vi
apparivano orribili, quel-la moda non avrebbe mai preso piede. Infine, una terza volta
ne riparl,mostrando a Swann lindirizzo delluomo che aveva fabbricato quella sa-la
da pranzo; aveva voglia di farlo venire, quando avesse denaro, per ve-dere se poteva
fargliene, non certo una eguale, ma quella che sognava lei,e c h e p ur t r o p p o l e
dimensioni della sua palazzina non ammettevano,con alte credenze,
m o b i l i R i n a s c i me n t o e c a m i n i c o m e n e l c a s t e l l o d i Blois
44
. Quel giorno si lasci sfuggire davanti a Swann ci che pensava d e l l a s u
abitazione
sul
quai
dOrlans;
siccome
lui
aveva
c r i t i c a t o lamica di Odette perch aveva finito per scegliere, non gi lo stile
LuigiXVI il quale, diceva, bench non usa, pu essere piacevole, ma il falso an-tico:
Non vorrai mica che viva come te, fra mobili rotti e tappeti logori,gli disse. Tanto
in lei il rispetto umano della borghese la spuntava anchesul dilettantismo della
cocotte.Di coloro che amavano trafficare in gingilli, amavano i versi,
spregia-vano i bassi calcoli, sognavano donore e damore, faceva unlite
supe-r i or e a l r e s t o d e l l u ma n i t . N o n e r a n e c e s s a r i o a v e r e r e a l m e n t e
quei
220
gusti, bastava proclamarli; di uno che a pranzo le aveva dichiarato chegli
piaceva gironzolare per strada, sporcarsi le dita nelle vecchie botte-ghe, che
non sarebbe mai stato apprezzato da questo secolo mercantileperch non si

preoccupava dei propri interessi, riguardo a queste cose era di certo un uomo
daltri tempi, tornava a casa dicendo: Ma che ani-ma adorabile, un sensibile, non
lavevo mai sospettato, e provava perl u i u n i m m e n s a e s u b i t a n e a a mi c i z i a .
M a i n c a mb i o c o l or o c h e , c o me Swann, avevano quei gusti ma non ne
parlavano, la lasciavano fredda.Senza dubbio era costretta ad ammettere che
Swann non ci teneva al de-naro, ma aggiungeva imbronciata: Ma lui, non la stessa
cosa; e difattiquel che parlava alla sua immaginazione non era la pratica, ma
il voca- bolario del disinteresse.Sentendo che spesso non gli era dato
dimpersonare ci che lei sogna-va, cercava almeno di far s che stesse
bene con lui, di non contrastarequelle idee volgari, il cattivo gusto che aveva in
tutte le cose, e che del re-sto lui amava come tutto quanto proveniva da lei, lo
deliziavano anzi,perch erano altrettanti segni particolari, grazie a cui lessenza di
quelladonna gli appariva, diventava visibile. Cos, quando lei aveva laria
feliceperch doveva andare alla
Reine Topaze
45
, o lo sguardo le diventava se-rio, inquieto e determinato se aveva paura di
perdere la festa dei fiori osemplicemente lora del t con
muffins
e toast al Th de la rue Royale
46
,dove credeva indispensabile essere assidua per consacrare la reputazionedi donna
elegante, Swann entusiasmandosi come ci accade davanti alla spontaneit di
un bambino o alla verit di un ritratto che sembra stia perparlare, sentiva cos bene
affiorare lanima in viso allamante, che nonpoteva resistere dallandare a
toccarla proprio l con le labbra. Ah, lei vuol essere accompagnata alla festa dei
fiori, la piccola Odette, vuol farsiammirare; ebbene ve la condurremo, non ci
rimane che inchinarci. Sic-come la vista gli si era un poco abbassata, per
lavorare in casa dovetterassegnarsi a usare gli occhiali, adottando il
monocolo, che lo sfiguravam e n o , p e r a n d a r e i n s o c i e t . L a
p r i m a v o l t a c h e g l i e n e v i d e u n o allocchio, lei non pot trattenere
la gioia: Non c che dire, trovo cheper un uomo molto chic. Come stai
bene cos hai laria di un vero
gen-tleman
. Ti manca solo un titolo! soggiunse con una sfumatura di ramma-rico. A lui piaceva
che Odette fosse cos nello stesso modo che se si fosseinnamorato di una Bretone,
sarebbe stato contento di vederla in cuffia edi sentirle dire che credeva ai
fantasmi. Finora, come molti uomini in cuiil gusto artistico si sviluppa
indipendentemente dalla sensualit, cerastata una discordanza bizzarra fra le
soddisfazioni che accordava allunoe allaltra; godendo, in compagnia di donne
sempre pi grossolane, la
221

seduzione di opere sempre pi raffinate, portando una servetta, in un p a l c o


a grate
47
, alla rappresentazione di una commedia decadente cheaveva voglia di
sentire, o a una mostra di pittura impressionista, e per- suaso, daltronde che
una donna colta del gran mondo non ci avrebbe ca-pito di pi, ma non avrebbe
saputo stare zitta cos gentilmente. Invece,d a q u a n d o a ma v a O d e t t e ,
a n d a r e d a c c o r d o c o n l e i , s f o r z a r s i d i a v e r e unanima in due, gli era cos
dolce, che cercava di compiacersi delle coseamate da lei; e si sforzava non solo
di imitarne le abitudini, ma anche diadottarne le opinioni, trovandoci un
piacere tanto pi profondo perch,prive comerano di radici nella propria
intelligenza, gli rammentavanosolo il suo amore, che era la ragione per cui le
aveva preferite. Se ritorna-va a
Serge Panine
48
, se cercava le occasioni di andare a vedere dirigere Oliviero Mtra, era per la
dolcezza di venire iniziato a tutti i modi di ve-dere di Odette, di sentirsi partecipe di
tutti i suoi gusti. Questo fascino diavvicinarlo a lei, che avevano le opere o i
luoghi che lei amava, gli sem- brava pi misterioso di quello intrinseco a
opere e luoghi pi belli, cheper non gliela rammentavano. Del resto,
avendo lasciato indebolire leconvinzioni intellettuali della sua giovent,
cosicch a sua insaputa loscetticismo delluomo di mondo era penetrato fino a
loro, pensava (o al-m e n o l a v e v a p e n s a t o p e r t a n t o t e m p o c h e
l o d i c e v a a n c o r a ) c h e loggetto dei nostri gusti non ha in s valore assoluto,
ma tutto questio-ne di epoca, di ceto sociale, tutto sta nella moda, e le pi volgari
valgonoq u e l l e c h e p a s s a n o p e r l e p i r a f f i n a t e . E s i c c o m e
g i u d i c a v a c h e limportanza attribuita da Odette ad avere biglietti per i
vernissage diuna mostra, di per s non era pi ridicola del piacere che un
tempo pro-v a v a l ui a f a r c o l a z i o n e d a l p r i n c i p e d i G a l l e s , n e l l o
s t e s s o m o d o n o n pensava che lammirazione professata da lei per
Montecarlo o per il Ri-ghi
49
fosse pi irragionevole della predilezione che aveva lui
p e r lOlanda, che lei si immaginava brutta, e per Versailles, che le pareva tri-ste.
Cos si asteneva dallandarci, provando piacere a dirsi che lo faceva per lei,
che voleva sentire, amare soltanto con lei.Come tutto quanto circondava Odette, e in
qualche modo era solamen-te la maniera secondo cui poteva vederla, parlarle, gli
piaceva la compa-g n i a d e i Ver d u r i n . L , i n f o n d o a t u t t i i d i v e r t i me n t i ,
p r a n z i , m u s i c a , giuochi, cene in maschera, gite in campagna, appuntamenti a
teatro, an-c h e n e l l e r a r e s e r a t e d i g a l a d a t e p er i n o i o s i , c e r a l a
p r e s e n z a d i Odette, la visione di Odette, la conversazione con Odette, di cui i
Verdu-rin facevano a Swann, invitandolo, il dono inestimabile; perci,
meglioche in un altro posto qualsiasi, si compiaceva di stare nel piccolo clan,e
cercava di attribuirgli meriti reali, perch cos immaginava che avrebbe

222
continuato a frequentarlo per proprio gusto tutta la vita. Ora, non osan-do
dirsi, per paura di non crederlo, che avrebbe sempre amato Odette, c o l
supporre almeno che avrebbe sempre frequentato i
V e r d u r i n (proposizione che, a priori, sollevava meno obiezioni di principio da parte della sua intelligenza), si vedeva in futuro continuare a
i n c o n t r a r e Odette tutte le sere; forse non era proprio lo stesso che amarla
sempre,ma per il momento, mentre la amava, credere che non avrebbe smesso
divederla neanche un giorno, era tutto quanto chiedeva. Che
ambientedelizioso!, si diceva. In fondo la vita vera proprio quella! Sono
pi in-telligenti, pi artistici, della gente del gran mondo! Com sincero
nellasignora Verdurin, nonostante qualche piccola esagerazione un po ridico-la,
lamore per la pittura, per la musica! Che passione per le opere, che desiderio
di far piacere agli artisti! Si fa unidea inesatta della gente della buona societ; ma
con ci? forse la buona societ non ha unidea ancora pi falsa degli ambienti
artistici! Sar che io non ho grandi bisogni intel-lettuali da soddisfare nella
conversazione, ma mi trovo benissimo con Cottard, anche se i suoi giochi di
parole sono alquanto squallidi. E quan-to al pittore, se spiacevolmente
pretenzioso quando cerca di far colpo, in compenso una delle pi belle
intelligenze che io abbia mai conosciu-to. E poi soprattutto, l ci si sente liberi, si fa
quel che si vuole senza sog-gezione, senza cerimonie. Che profusione di
buonumore c in quel sa-lotto ogni giorno! Decisamente, salvo rare eccezioni,
andr soltanto l. l che fonder sempre pi le mie abitudini e la mia vita.E poich
le doti che credeva intrinseche ai Verdurin non erano altro che il riflesso
proiettato su di loro dei piaceri che il suo amore per Odetteaveva assaporato in casa
loro, quelle doti diventavano pi serie, pi pro-fonde, pi vitali, quanto pi lo
erano questi piaceri. Siccome la signoraVerdurin dava talvolta a Swann ci
che solo poteva costituire per lui lafelicit; siccome una certa sera che lui stava
in ansia perch Odette avevaparlato con uno pi che con un altro ospite, e, irritato con
lei, non volevaprendere liniziativa di chiederle se sarebbero andati via
insieme, la si-gnora Verdurin gli aveva portato la pace e la gioia dicendo
spontanea-mente: Odette, voi accompagnate il signor Swann, non
vero?; sicco-me lestate prossima, dopo che lui aveva iniziato a domandarsi
inquietose Odette sarebbe partita senza di lui, se gli sarebbe stato possibile continuare a vederla tutti i giorni, la signora Verdurin li aveva invitati ad an-dare
entrambi in campagna da lei,

cos Swann, lasciando inconscia-mente la gratitudine e linteresse infiltrarglisi


nella mente e influire sulles u e i d e e , a r r i v a v a p e r s i n o a pr o c l a m a r e c h e l a
s i g n o r a Ver d u r i n e r a unanima eletta. Di qualunque persona raffinata o
illustre gli parlasse
223
qualche antico compagno della cole du Louvre

50
: Preferisco cento vol-t e i Ver d u r i n , r i s p o n d e v a . E c o n u n a s o l e n n i t
c h e er a n u o v a i n l ui : Sono creature magnanime, e in fondo la magnanimit la
sola cosa cheimporta e che d pregio in questo mondo. Vedi, ci sono solo due categorie di persone: i magnanimi e gli altri; e io sono arrivato a unet in
cui bisogna prender partito, stabilire una volta per tutte chi amare e chi disprezzare, starsene con chi si ama e, per recuperare il tempo sciupato congli altri,
non lasciarli pi fino alla morte. Ebbene, soggiungeva con la leggera
emozione di quando, anche senza rendercene esatto conto, dicia-mo una cosa non
perch sia vera ma perch proviamo piacere a dirla, elascoltiamo nella
nostra voce come se venisse da altrove e non da noi stessi, il dado tratto, io
ho scelto di amare soltanto i cuori magnanimi,e di vivere soltanto nella magnanimit.
Tu mi domandi se la signora Ver-durin davvero intelligente. Ti assicuro che mi ha
dato prova di una no- bilt di cuore, di una elevatezza danimo alla quale, che vuoi,
non si arri-va senza pari elevatezza di mente. Certo ha una profonda
comprensionedellarte. Ma forse non in ci che va ammirata di pi; e qualche
piccolaazione ingegnosamente, squisitamente buona che ha compiuto per
me,certe cortesie indovinate, certi gesti familiarmente sublimi, rivelano
unacomprensione dellesistenza, pi profonda di tutti i trattati di filosofia.E p p u r e
a v r e b b e p o t u t o d i r s i c h e , n o n m e n o s e mp l i c i d e i Ver d u r i n , cerano
vecchi amici dei suoi genitori, compagni di giovinezza appassio-nati egualmente per
larte, che lui conosceva altre persone di gran cuore,e nondimeno, da quando
aveva optato per la semplicit le arti e la ma- gnanimit, non li vedeva pi
affatto. Ma coloro non conoscevano Odette,e se lavessero conosciuta, non si
sarebbero dati pensiero di avvicinarla alui.Cos, senza dubbio, in tutto lambiente dei
Verdurin non cera un solofedele che li amasse, o credesse di amarli, al pari di
Swann. E tuttavia,quando il signor Verdurin aveva detto che Swann non lo
convinceva deltutto, non aveva espresso solo il proprio pensiero, ma indovinato
quellodella moglie. Senza dubbio Swann nutriva per Odette un affetto
troppoesclusivo, e aveva trascurato di farne confidente quotidiana la
signoraV e r d u r i n ; d i s i c u r o , l a d i s c r e z i o n e s t e s s a c o n
c u i a p p r o f i t t a v a dellospitalit dei Verdurin, astenendosi spesso dal
venire a pranzo peruna ragione che essi non supponevano, e che interpretavano
invece comeil desiderio di non perdere un invito dei noiosi; e sicuramente anche,
enonostante le precauzioni che aveva preso per nasconderla, la
scopertaprogressiva che essi facevano della sua brillante posizione mondana, tut-t o
c i c o n t r i b u i v a a i r r i t a r l i c o n t r o d i l u i . M a l a r a g i o n e pr o f o n d a e r a
224
unaltra. Il fatto che molto presto avevano sentito in lui uno spazio riservato, impenetrabile, dove in silenzio continuava a professare per con-t o s u o c h e
l a p r i n c i p e s s a d i S a g a n n o n e r a g r o t t e s c a e c h e l e f a c e z i e d i Cottard
non erano divertenti: insomma, e bench non si dipartisse mai dalla sua
gentilezza e non si ribellasse ai loro dogmi, unimpossibilit dii m p o r g l i e l i , d i

convertirlo
del
tutto
ad
essi,
una
cosa
simile
n o n lavevano mai riscontrata in nessuno. Gli avrebbero perdonato
d i f r e - q u e n t a r e i n o i o s i ( a c u i d e l r e s t o , i n f o n d o a l c u or e , l u i
p r e f e r i v a m i l l e volte i Verdurin e tutto il piccolo clan), se avesse
consentito, per il buonesempio, a rinnegarli davanti ai fedeli. Ma quellabiura, essi
lo comprese-ro, non si poteva strappargliela.Che differenza con un nuovo che
Odette li aveva pregati dinvitare,sebbene lo avesse incontrato poche volte soltanto, e
sul quale fondavanomolte speranze, il conte di Forcheville
51
! (Risult per lappunto che eracognato di Saniette, ci riemp di stupore i
fedeli: il vecchio archivistaaveva modi cos umili che lo avevano sempre creduto
di un ceto inferio-re al loro, e non si aspettavano di venire a sapere che
apparteneva a unmondo ricco e relativamente aristocratico. Senza dubbio,
Forcheville eragrossolanamente snob, mentre Swann non lo era; certo, era ben lungi
dalcollocare lambiente dei Verdurin sopra tutti gli altri, come faceva lui. Manon
aveva quella delicatezza di nimo che impediva a Swann di asso- ciarsi alle
critiche troppo manifestamente false rivolte dalla signora Ver-durin contro persone
che lui conosceva. Quanto alle tirate pretenziose evolgari che il pittore
lanciava in certi giorni, alle spiritosaggini da com- messo viaggiatore che
arrischiava Cottard, mentre Swann, che voleva be-ne a tutte due, facilmente trovava
modo di scusarle ma non aveva il co-raggio e lipocrisia di applaudire, invece il
livello intellettuale di Forche-ville gli permetteva di rimanere sbalordito,
stupefatto alle prime, peral-tro senza capirle, e di divertirsi alle altre. E, per
lappunto, il primo pran-zo a cui partecip Forcheville dai Verdurin, mise in luce tutte
queste dif-ferenze, fece risaltare le sue qualit e affrett la disgrazia di Swann.Cera a
quel pranzo, oltre gli
habitus
, un professore della Sorbona, Bri-chot, che aveva incontrato i signori Verdurin alle
terme, e, se gli impegniuniversitari e i lavori eruditi non gli avessero reso
molto rari i momentidi libert, volentieri sarebbe andato spesso da loro.
Giacch possedevaquella curiosit, quella superstizione della vita che, unita a un
certo scet-ticismo circa loggetto dei propri studi, d, in qualsiasi professione, a cer-ti
uomini intelligenti, medici che non credono alla medicina, professori d i
l i c e o c h e n o n c r e d o n o a l c o mp i t o d i l a t i n o , l a f a m a di s p i r i t i
l a r gh i , b r i l l a n t i e p e r f i n o s u p e r i or i . I n c a s a d e l l a s i g n o r a Ver d u r i n ,
quando
225
parlava di filosofia e di storia faceva apposta a cercare i paragoni in coseaddirittura
contemporanee, anzitutto perch credeva che quelle discipli-ne non sono altro che
una preparazione alla vita, e si figurava di trovarein azione nel piccolo clan ci
che finora aveva conosciuto solo nei libri;poi forsanche perch, essendosi
sentito inculcare in passato, e avendoconservato senza saperlo, il rispetto per
certi argomenti, credeva di spo-gliarsi dellabito universitario prendendo con essi

delle libert, che vice-versa gli sembravano tali solo perch gli era rimasto.Fin dal
principio del pranzo, siccome il signor di Forcheville, seduto adestra della signora
Verdurin che per il nuovo sera messa in pompamagna, le diceva:
Originale, questa toilette bianca, il dottore, che nonaveva smesso di
osservarlo, tanto era curioso per sapere com fatto ci c h e e g l i
chiamava
un
di,
e
che
cercava
unoccasione
di
a t t i r a r n e lattenzione ed entrare in maggior contatto con lui, colse a volo la
parolabianca, e senza alzare il naso dal piatto, disse: Bianca? Bianca di Castiglia?
52
. Poi, senza muovere il capo, lanci furtivamente a destra e a sini-stra occhiate
incerte e sorridenti. Mentre Swann, con lo sforzo doloroso einutile che fece per
sorridere, lasci intendere che giudicava stupido que-sto giuoco di parole, Forcheville
aveva mostrato di gustarne la finezza, einsieme di saper vivere, contenendo nei
giusti limiti unilarit, che deli-zi la signora Verdurin per la sua
franchezza.Cosa ne dite di uno scienziato cos? chiese a Forcheville. Non c modo di parlare seriamente due minuti con lui. Anche
c o n q u e l l i dellospedale avete uscite del genere? soggiuse voltandosi verso il
dotto-re. Allora, non ci si deve annoiare troppo. Vedo che dovr chiedere di es-servi
ricoverata.

Mi sembra di aver sentito che il dottore parlava di quella vecchia megera di


Bianca di Castiglia, se oso esprimermi cos. Non vero signo-ra? chiese Brichot
alla signora Verdurin, che venendo meno, chiusi gliocchi, precipit il viso fra
le mani di dove sfuggirono gridi soffocati. Diomio, signora, non vorrei
allarmare le anime timorate, se ce n intorno a questa tavola,
sub rosa
53
Del resto, riconosco che la nostra ineffabile re-pubblica ateniese (eh, davvero
ateniese!) potrebbe onorare in quella ca- petingia oscurantista il primo questore
di polso. Sicuro, mio caro ospite,sicuro, sicuro, riprese con la sua voce di forte
timbro, che scandiva ognis i l l a b a , i n r i s p o s t a a u n o b i e z i o n e d e l s i g n o r
Ver d ur i n .
Chronique deSaint-Denis
54
, e non possiamo contestarne la sicurezza dinformazione, non lascia dubbi in
proposito. Nessunaltra donna migliore potrebbe es-sere scelta da un proletariato
anticlericale, di questa madre di un santo, a
226
cui daltronde ne fece veder delle belle, come dice Suger e di rincalzo SanBernardo
55
; perch con lei ognuno aveva ci che si meritava.

Chi quel signore? domand Forcheville alla signora Verdurin. Halaria dessere in
gamba.

Come, non conoscete il famoso Brichot? celebre in tutta Europa.

Ah, Brchot, esclam Forcheville che non aveva inteso bene. Sfidoio, soggiunse
fissando sulluomo celebre i suoi occhi sbarrati. sempreinteressante pranzare con
un uomo in vista. Ma, dite un po, voi ci invita-te con ospiti di prima scelta. Non ci si
annoia mica, da voi.

Oh, sapete, quello che c soprattutto, disse modestamente la signo-ra Verdurin, che
si sentono in confidenza. Parlano di quel che vogliono,e la conversazione diventa un
fuoco di artificio. Cos Brichot, stasera, non niente; io lho visto, sapete, qui da me,
che abbagliava, da buttarglisi inginocchio davanti; ebbene, in casa daltri non
pi lo stesso uomo, nonh a p i s p i r i t o , b i s o g n a s t r a p p a rgl i l e p a r o l e d i
b o c c a , d i v e n t a p e r f i n o noioso.

Strano!, disse Forcheville stupefatto.Nellambiente dove Swann aveva


trascorso la giovent, un genere dispirito come quello di Brichot sarebbe
stato preso per pura idiozia, purnon essendo incompatibile con unintelligenza
reale. E quella del profes-sore, vigorosa e ben nutrita, probabilmente
avrebbero potuto invidiar-gliela molti uomini di mondo che Swann trovava
di spirito. Ma costoroavevano finito con inculcargli cos bene i loro gusti e
disgusti almeno intutto quanto concerne la vita mondana, compresa quella
delle sue partiannesse, la conversazione, a cui spetterebbe di appartenere
piuttosto aldominio dellintelligenza, che a Swann le spiritosaggini di
Brichot nonpoterono che apparire pedanti, volgari, e pesanti fino alla nausea.
Inoltre,abituato comera alle buone maniere, era urtato dal tono rude e
soldate-sco che luniversitario patriottardo ostentava, a chiunque si
rivolgesse.Infine e soprattutto, forse quella sera aveva perso un poco della
sua in-d u l g e n z a , v e d e n d o l a g e n t i l e z z a c h e l a s i g n o r a Ver d u r i n
p r o d i g a v a a questo Forcheville che Odette aveva avuto la singolare idea di
condurre.Un po imbarazzata di fronte a Swann, lei gli aveva chiesto
arrivando:Come vi sembra il mio invitato?.E lui, accorgendosi per la prima
volta che Forcheville, che conoscevad a m o l t o t e m p o , p o t e v a
p i a c e r e a u n a d o n n a e d e r a p i u t t o s t o u n belluomo, aveva
risposto: Immondo!. Certo, non lo attraversava il so-spetto di essere geloso di
Odette, ma non si sentiva felice come di solito,e quando Brichot, a met di un
discorso sulla storia della madre di Bian-ca di Castiglia che era stata con Enrico
Plantageneto
56
per anni prima di
227

sposarlo, volle farsi chiedere il seguito da Swann dicendogli: Vero, si-gnor


Swann?, col tono marziale che si prende per mettersi alla portata di un
contadino o per incoraggiare un soldato, Swann rovin leffetto diBrichot, con gran
furore della padrona di casa, rispondendo che lo scu-sasse se si interessava
cosi poco a Bianca di Castiglia, ma aveva qualche cosa da domandare al pittore.
Costui infatti era andato nel pomeriggio avisitare la mostra di un artista, amico
della signora Verdurin, morto dapoco, e Swann avrebbe voluto sapere da lui
(giacch apprezzava il suogusto) se davvero nelle sue ultime opere cera qualcosa
pi del virtuosi-smo che stupiva gi nelle precedenti.Da quel punto di vista, era
straordinario, ma la sua non mi sembravaunarte, come si dice, molto "elevata", disse
Swann sorridendo.

Elevata allaltezza di unistituzione, interruppe Cottard alzandole braccia con


gravit simulata.Tutta la tavola scoppi a ridere. S e v i d i c e v o c h e
i m p o s s i b i l e r e s t a r e s e r i c o n l u i , d i s s e l a s i g n o r a Verdurin a
Forcheville. Quando meno te lo aspetti, se ne esce con una stramberia.Ma
not che solo Swann non aveva sorriso. Del resto egli non era mol-to contento che
Cottard facesse ridere di lui in presenza di Forcheville.Ma il pittore, invece
di rispondere a Swann in modo interessante, comeprobabilmente avrebbe
fatto se fossero stati soli, prefer farsi ammirare dai commensali esibendo un
pezzo sullabilit del pittore scomparso.Mi sono avvicinato, disse, per vedere
comera fatto, ci ho messo il na-so sopra. Ah, davvero davvero! non si riesce a
dire se fatto di colla, disapone, di bronzo, di rubino
57
, di sole, di cacca.

E un etto, fa rubinetto, esplose troppo tardi il dottore, ma nessunocap


linterruzione.Ha laria desser fatto con niente, riprese il pittore. Impossibile scoprire il trucco, peggio che nella
Ronda
e nelle
Reggenti
58
, e come mano an-che pi forte di Rembrandt e di Hals. C di tutto; ma no, ve lo
giuro.E come i cantanti, giunti alla nota pi alta che possono dare, continua-no con
voce di testa, piano, si accontent di mormorare; e ridendo, comese effettivamente
quella pittura a forza dessere bella fosse ridicola:Sa di buono, d alla testa,
mozza il respiro, fa il solletico, e non cverso di sapere di cosa fatta,
stregoneria, cialtroneria, miracolo,(scoppiando a ridere decisamente):
disonesto!. E fermandosi, rialzan-do il capo con gravit, prendendo una nota
di basso profondo che cercdi rendere armoniosa, soggiunse: Ed tanto leale!.
228
Tra n n e q u a n d o a v e v a d e t t o p i f o r t e d e l l a

Ronda
, bestemmia cheaveva provocato una protesta della signora Verdurin per la quale
La Ron-da
era il pi grande capolavoro delluniverso insieme con la
Nona
e con la
Vittoria di Samotracia
, e a quel fatto di cacca, per cui Forcheville aveva gettato unocchiata
circolare sulla tavola per vedere se la parola passava,e che, subito dopo, gli aveva
condotto sulle labbra un sorriso pudibondoe conciliante, tutti i commensali, eccetto
Swann, avevano fissato sul pitto-re sguardi estatici di ammirazione. C o m e m i
d i v e r t e q u a n d o p r e n d e i l v o l o c o s ! , e s c l a m l a s i g n o r a Verdurin
quando egli ebbe finito, felice che la tavolata fosse tanto inte- ressante
proprio il giorno che il signor di Forcheville veniva per la primav o l t a . E t u ,
c o s h a i d a r e s t a r e a b o c c a a p er t a i n q u e l mo d o , c o m e u n grosso
macaco? disse al marito. Lo sai pure che parla bene; si direbbe la prima volta
che vi ascolta. Dovevate vederlo mentre parlavate, vi bevevac o n g l i o c c h i . E
d o m a n i c i r e c i t e r t u t t o q u e l l o c h e a v e t e d e t t o , s e n z a mangiarsi una
sillaba.

Ma no, mica son frottole, disse il pittore beato del proprio trionfo.Avete
laria di credere che stia facendo limbonitore, che sia una monta-tura. Vi
accompagner a vedere, direte voi se ho esagerato, ci giuoco il biglietto
dingresso che venite via pi entusiasta di me!

Ma noi non crediamo affatto che esageriate, vogliamo solo che man-giate, e che mio
marito mangi anche lui; ripassate le sogliole normanne alsignore, lo vedete che la sua
fredda! Non abbiamo mica tanta fretta, sta-te servendo come se bruciasse la
casa. E aspettate un momento prima dipassare linsalata.La signora Cottard era
modesta e parlava poco, sapeva per non man-care di sicurezza quando una buona
ispirazione le aveva fatto trovare laparola giusta. Sentiva che avrebbe avuto un
buon successo e questo ledava fiducia, ma diceva la sua meno per brillare lei e pi
per essere utilealla carriera del marito. Perci non si lasci sfuggire la parola
insalata,che aveva detto la signora Verdurin.Non sar mica insalata
giapponese?, disse a mezza voce voltandosi verso Odette.E beata e confusa del
motto azzeccato, e dellardimento che cera a farei n t a l m o d o u n a l l u s i o n e
d i s c r e t a , m a c h i a r a , a l l a n u o v a e c l a m o r o s a commedia di Dumas,
scoppi in un riso delizioso di ingenua, poco ru-moroso, ma cos
irresistibile che per qualche minuto rest senza poterlo dominare. Chi
quella signora? Ha dello spirito, disse Forcheville.No, ma ve la faremo, se venite
tutti a pranzo venerd.
229

Vi sembrer molto provinciale, signore, disse la signora Cottard aSwann,


ma io non ho ancora visto questa famosa
Francillon
59
di cui par-l a n o t u t t i . I l d ot t o r e c s t a t o gi ( a n z i r i c o r d o c h e m i h a
d e t t o d i a v e r avuto il piacere grandissimo di passare la serata con voi), e confesso
chenon ho trovato ragionevole che prendesse i posti per ritornarci con
me.Beninteso, al Thtre Franais uno non rimpiange mai la serata, recitanosempre
tanto bene, ma siccome abbiamo degli amici molto gentili (la si-gnora Cottard
pronunciava di rado un nome proprio, si accontentava didire certi nostri amici,
una mia amica: per distinzione, in tono arti-ficioso e con laria dimportanza di
una persona che nomina solo chi vuo-l e l e i ) , i q u a l i d i s p o n g o n o s p e s s o d i
p a l c h i , e h a n n o l a b u o n a i d e a d i condurci a tutte le novit quando ne vale la
pena, sono sempre sicura divedere
Francillon
prima o poi e di potermene fare unopinione. Per devoconfessare che mi sento
piuttosto sciocca, perch in tutti i salotti dove va-do in visita, naturalmente non si
parla che di quella povera insalata giap-ponese. Sincomincia perfino a esserne un po
stanchi, soggiunse veden-do che Swann non aveva laria interessata come lei
avrebbe creduto peruna cos scottante novit. Bisogna per riconoscere che a
volte d prete-sto a trovate piuttosto spassose. Cos c una delle mie amiche, che
mol-to originale e altrettanto bella, molto corteggiata e molto introdotta in so-ciet,
sostiene di aver fatto preparare in casa sua quellinsalata giappone-se, ma facendoci
mettere tutto quanto Alessandro Dumas figlio dice nellacommedia. Aveva invitato
qualche amica a mangiarla. Purtroppo io nonero fra le elette. Ma ce lha raccontato
che poco, nel suo giorno di ricevi-mento; pare che fosse detestabile, ci ha
fatto ridere fino alle lacrime. Masapete, tutto sta nella maniera di
raccontare, disse vedendo che Swanncontinuava a star serio.E supponendo che
forse era perch non gli piaceva
Francillon
:Del resto, credo che avr una delusione. Non credo che valga
SergePanine
, lidolo della signora de Crcy. Ecco, quelli almeno sono argomen-t i c h e v a n n o
nel
profondo,
che
fanno
riflettere;
ma
dare
una
r i c e t t a dinsalata sulla scena del Thtre Franais! Mentre
Serge Panine
! D e l r e- sto, come tutto quello che esce dalla penna di Giorgio Ohnet,
semprescritto tanto bene. Non so se conoscete
L a M a t r e d e F o r ge s
, i o q u a s i l o preferisco a Serge Panine
60
.

Scusatemi, le disse Swann con aria ironica, ma confesso che la


miam a n c a n z a d i a m m i r a z i o n e p r e s s a p o c o e g u a l e
p e r q u e s t i d u e capolavori.

Davvero, che cosa gli rimproverate? un partito preso? Forse li tro-v a t e u n p o


tristi? Del resto, come io dico sempre, non bisogna mai
230
discutere sui romanzi n sui lavori teatrali. Ognuno ha il suo modo
dipensare, e voi potete trovare detestabile quello che a me piace di pi.Fu interrotta
da Forcheville che si rivolgeva a Swann. Difatti, mentre lasignora Cottard parlava di
Francillon, Forcheville aveva espresso alla si-gnora Verdurin la sua ammirazione per
quello che aveva chiamato il pic-colo speech del pittore.Quel signore ha una
facilit di parola, una memoria!, aveva detto al-la signora Verdurin quando il pittore
ebbe finito, come ne ho incontratodi rado. Accidenti, vorrei averne altrettanto.
Sarebbe un predicatore ec-c e l l e n t e . Si p u d i r e c h e c o l s i g n o r B r i c h o t ,
a v e t e l d u e n u me r i c h e s i equivalgono, non so nemmeno se come parlantina
questo qui non gli da-rebbe dei punti al professore. Gli viene pi naturale, e
meno ricercato.Bench, strada facendo, abbia adoperato qualche parola un po
realistica,ma il gusto del giorno, non mi capitato molte volte veder
reggere lasputacchiera con tanta destrezza, come dicevamo noi al reggimento, do-ve
avevo un camerata che per lappunto mi ricordava un po il signore. Aproposito di
una cosa qualsiasi, non so che dirvi, per esempio su questo bicchiere, poteva
parlare per ore, ma no, non su questo bicchiere, sto di-cendo una sciocchezza; ma
sulla battaglia di Waterloo, su tutto quel che v o l e t e , e s t r a d a f a c e n d o c i
b u t t a v a l d e l l e c o s e c h e v o i n o n c i a v r e s t e pensato mai. Del resto
Swann era nello stesso reggimento, deve averlo conosciuto.

Vedete spesso il signor Swann?, chiese la signora Verdurin.

Macch, rispose il signor di Forcheville, e siccome per avvicinarsipi


facilmente a Odette desiderava riuscire gradito a Swann, volle co-gliere
questa occasione di parlare delle sue belle conoscenze, per lusin- g a r l o , m a
p a r l a r n e d a u o mo d i m o n d o , i n t o n o d i cr i t i c a c o r d i a l e , n o n aver laria
di congratularsi con lui come duna fortuna insperata: vero,S w a n n ? N o n v i
v e d o m a i . D e l r e s t o , c o m e f a r e p e r v e d e r l o ? Q u e - stanimale
sta sempre ficcato dai La Trmolle, dai Laumes, da tutta quel-l a g e n t e l ! .
A c c u s a d a l t r o n d e t a n t o p i f a l s a , p er c h d a u n a n n o Swann non andava
quasi altro che dai Verdurin. Ma il solo nome di per-sone che non conoscevano
veniva accolto da costoro con un silenzio di r i p r o v a z i o n e . I l s i g n o r
Ver d ur i n , t e m e n d o l a p e n o s a i m p r e s s i o n e c h e quei nomi di noiosi
avevano dovuto produrre sopra la moglie, specielanciati cos, senza tatto, in
faccia a tutto i fedeli, gett di sfuggita su dilei uno sguardo pieno di
inquieta sollecitudine. Vide allora che, risoluta n e l l a d e c i s i o n e d i

non
prender
atto,
di
non
essere
stata
t o c c a t a dallinformazione che le avevano appena dato: non soltanto, ma di riman e r e m u t a , d i e s s e r e s t a t a s o r d a , c o s c o me f a c c i a mo f i n t a d i e s s e r l o
231
quando un amico colpevole tenta di far scivolare nella
c o n v e r s a z i o n e una scusa che, ascoltarla senza protesta, sarebbe gi mostrare di
ammet-terla, o come quando il nome proibito dun ingrato ci viene
pronunziatodavanti; la signora Verdurin, affinch il suo silenzio non
apparisse con-senso, ma lignaro silenzio delle cose inanimate, aveva subito
spogliato ilviso di ogni vita, di ogni motilit; la fronte convessa non era pi
che un bello studio di tutto tondo sul quale il nome di quei La Trmolle
61
dacui Swann stava sempre ficcato, non aveva potuto penetrare; il naso leg-germente
contratto lasciava scorgere un incavo che sembrava modellatosul vivo. Si sarebbe
detto che la bocca semiaperta stesse per parlare. None r a p i c h e u n a c e r a
p e r d u t a , u n a m a s c h e r a d i g e s s o , u n b o z z e t t o p e r monumento, un busto
per il Palazzo dellIndustria
62
davanti al quale ilp u b b l i c o s i f e r m e r e b b e d i c e r t o p e r a m m i r a r e c o m e
l o s c u l t o r e , e s p r i - mendo limprescrittibile dignit dei Verdurin
contrapposta a quella deiLa Trmolle e dei Laumes, che essi valgono
certamente al pari di tutti inoiosi della terra, era riuscito a conferire una
maest quasi papale alla bianchezza e alla rigidit della pietra. Ma il marmo fin
con lanimarsi, efece udire che bisognava essere di stomaco buono per andare
da quellagente, perch la moglie era sempre ubriaca e il marito tanto
ignoranteche diceva collidoio invece di corridoio.Potrebbero pagarmi a peso doro,
ma, a casa mia quella roba l non lalascerei entrare, concluse la signora
Verdurin, guardando Swann conaria imperiosa.N o n s p e r a v a c e r t o c h e s i
s a r e b b e s o t t o m e s s o f i n o a i mi t a r e l a s a n t a semplicit della zia del pianista
che aveva esclamato:Ma sentite un po! Quel che mi stupisce che trovino ancora
qualcu-no che acconsenta a parlare con loro; credo che io avrei paura; un bruttotiro
si fa cos presto a riceverlo! Come mai c ancora gente tanto rozza da
corrergli dietro!.Purch, almeno, non rispondesse come Forcheville:
Diamine, unaduchessa; c chi gli fa ancora effetto, la signora Verdurin avrebbe
potu-to ribattere: Buon pro gli faccia!. Invece, Swann si accontent di ridere,come
a significare che non poteva neanche prendere sul serio una similes t r a v a g a n z a . I l
s i g n o r Ver d u r i n , c o n t i n u a n d o a g e t t a r e s u l l a m o g l i e sguardi furtivi,
vedeva con tristezza e capiva troppo bene che lei prova- va la collera di un
grande inquisitore che non riesce a estirpare leresia; eper tentare di indurre Swann a
una ritrattazione, giacch il coraggio delleproprie opinioni pare sempre calcolo e
vilt agli occhi di coloro contro iquali si esercita il signor Verdurin lo interpell:
232

Dite pure francamente ci che pensate, non andremo mica a riferirlo in


giro.Al che Swann rispose:Ma non affatto per paura della duchessa (se
dei La Trmolle cheparlate). Vi assicuro che tutti quanti vanno con piacere da lei.
Non vi di-co che sia "profonda", (pronunzi "profonda" come se fosse una
parolaridicola, perch il suo linguaggio serbava traccia di consuetudini mentaliche
un certo rinnovamento, segnato dallamore per la musica, gli avevafatto
perdere a tratti

gli succedeva a volte di esprimere con calore le proprie opinioni

) ma, con tutta sincerit, una donna intelligente e il marito un autentico


letterato. Sono persone deliziose.Allora, la signora Verdurin, sentendo che a
causa di questo solo infe-dele sarebbe stata impedita di attuare lunit morale del
piccolo clan, pie-na di rabbia contro lostinato che non vedeva quanto le sue
parole la fa-cessero soffrire, non pot impedirsi di gridargli dal profondo del
cuore:Pensatelo, se volete, ma almeno non venite a dircelo.

Tutto dipende da ci che voi chiamate intelligenza, disse Forchevil-le, che voleva
brillare a sua volta. Sentiamo, Swann, che cosa intendete per intelligenza?

Ecco!, esclam Odette, ecco le grandi cose di cui gli chiedo di par- larmi, ma
lui non vuole mai.

Ma s , protest Swann.

Storie!, disse Odette.

Storie da ridere?, chiese il dottore.

Per voi, riprese Forcheville, intelligenza la chiacchiera mondana, le persone


che si sanno insinuare?

Finite la pietanza, che possano togliervi il piatto, disse la signora Verdurin


in tono acre rivolgendosi a Saniette, che assorto in qualche suariflessione, aveva
smesso di mangiare. E forse un po vergognandosi delt o n o c h e a v e v a u s a t o :
N o n i mp o r t a , p o t e t e f a r e c o n c o m o d o . Ve l h o detto per gli altri, perch
si blocca il servizio.

C, disse Brichot martellando le sillabe, c una definizione molto curiosa


dellintelligenza in quel mite anarchico di Fnelon
63

Ascoltate, disse la signora Verdurin a Forcheville e al dottore, ades-so ci dice la


definizione dellintelligenza secondo Fnelon; interessante,non cpita tutti i giorni
loccasione di sentire queste cose.Ma Brichot aspettava che Swann desse la propria.
Questi non rispose,e sottraendosi, fece mancare il brillante torneo che la signora
Verdurin sirallegrava di offrire a Forcheville.
233

Naturale, come con me, disse Odette imbronciata: non mi rincre- sce di
vedere che io non sono la sola che lui non consideri allaltezza.

Questi de la Trmouaille che la signora Verdurin ci ha mostrato cospoco


raccomandabili, domand Brichot articolando le parole con forza, discendono
dagli stessi che quella buona snob della signora de Svign
64
confessava di esser contenta di conoscere perch le faceva fare bella figu-ra coi suoi
contadini? vero che la marchesa aveva unaltra ragione, chein lei doveva
predominare; perch letterata nellanima, in cima a tuttoponeva la pagina
scritta. Ora, nel diario che mandava regolarmente alla figlia, era la signora de
la Trmouaille, ben documentata in virt delle il-lustri parentele, che faceva la
politica estera.

Ma no, non credo che sia la stessa famiglia, disse del tutto a caso lasignora
Verdurin.Saniette, dopo avere restituito in fretta al maggiordomo il piatto anco-ra
pieno, era piombato in un silenzio meditativo; ne usc infine per rac-contare
ridendo la storia di un pranzo fatto insieme col duca de la Tr-molle, da
cui risultava che costui non sapeva che George Sand fosse lo pseudonimo di
una donna. Swann che aveva simpatia per Saniette si cre-dette in obbligo di dargli
alcuni particolari sulla cultura del duca, mo-strando che una simile
ignoranza, da parte sua, era materialmente im-possibile; ma, dun tratto, si
ferm, aveva capito che Saniette non aveva bisogno di prove; sapeva che la
storia era falsa, per la buona ragione chelaveva inventata lui un momento prima.
Quelluomo eccellente soffrivadel fatto che i Verdurin lo trovassero tanto
noioso; e, consapevole di es-sere stato ancora pi scialbo del solito durante
quel pranzo, non avevavoluto che terminasse senza esser riuscito a divertire
almeno un poco.Capitol cos presto, apparve cos infelice nel vedere mancare
leffetto sucui aveva contato, e perch Swann non si accanisse in una
confutazioneormai inutile gli rispose in tono cos vile: Va bene, va bene; in ogni
caso,se anche mi sbaglio, non un delitto, spero, che Swann avrebbe
volutopoter dire che la storia era vera e gustosa. Al dottore, che li aveva
ascol-tati, venne in mente che era il caso di dire:
Se non vero
65

, m a n o n s i sentiva abbastanza sicuro delle parole e temette dimbrogliarsi.Dopo


pranzo, Forcheville si diresse, di sua iniziativa, verso il dottore:Non doveva mica
esser male, la signora Verdurin, e poi una donna con cui si pu conversare,
per me tutto l. Evidentemente incomincia asapere un poco di tappo. Ma la
signora de Crcy, ecco una donnina cheha laria intelligente, ah perbacco, si
vede subito che ha locchio america-no
66
, quella l! Stiamo parlando della signora de Crcy, disse al signor
234
Verdurin che si avvicinava con la pipa in bocca.

Mi figuro che comecorpo

Meglio lei nel letto, che il diavolo, disse precipitosamente Cottardche, da qualche
istante, aspettava invano che Forcheville riprendesse fia-to per collocare questa
vecchia facezia; se la conversazione cambiava cor-s o t e m e v a c h e n o n s a r e b b e
pi venuta a proposito, e la snocciol conquelleccesso di
s p o n t a n e i t e d i s i n v o l t u r a c h e c e r c a d i m a s c h e r a r e l a freddezza e
lorgasmo inseparabili da ogni recitazione. Forcheville la co-n o s c e v a , l a c a p e
s i d i v e r t . Q u a n t o a l s i g n o r Ve r d u r i n , n o n l e s i n lallegria,
perch da poco aveva trovato, per esprimerla, un simbolo di- v e r s o d a
q u e l l o c h e u s a v a l a mo g l i e , m a a l t r e t t a n t o s e m p l i c e e c h i a r o . Appena
accennato a fare il movimento di testa e di spalle di chi scoppia aridere, subito si
metteva a tossire come se, ridendo troppo forte, avesse inghiottito il fumo della
pipa. E, continuando a tenerla nellangolo della b o c c a , p r o l u n g a v a
i n d e f i n i t a me n t e q u e l s i m u l a c r o d i s o ffo c a m e n t o e dilarit. Cos, lui e
la signora Verdurin, che l di fronte, ascoltando una storiella che le raccontava
il pittore, chiudeva gli occhi prima di precipi-tare il viso dentro le mani,
parevano due maschere teatrali che raffigu- rassero lallegria in modi
diversi.Del resto, il signor Verdurin aveva agito con saggezza a non
togliersila pipa di bocca, perch Cottard, dovendosi allontanare un
momentino,disse a mezza voce una facezia imparata da poco, che ripeteva
tutte levolte che doveva andare in quel posto: Bisogna che vada a scrivere
unalettera
al
papa,
dimodoch
laccesso
del
signor
Verdurin
ricominci.A n d i a m o , t o g l i t i l a p i p a d i b o c c a , v e d i b e n e c h e s t a i p e r
s o ffo c a r e trattenendo il riso cos, gli disse la signora Verdurin che veniva a offrirei
liquori.Che uomo simpatico vostro marito, ha spirito per quattro,
dichiarForcheville alla signora Cottard. Grazie, signora. Un vecchio soldato co-me
me un cicchetto non lo rifiuta mai.

Il signor de Forcheville trova Odette incantevole, disse il signor Ver-durin alla


moglie.

Ma appunto, lei vorrebbe una volta far colazione con voi. Combine-remo la cosa,
ma bisogna che Swann non lo sappia. Sapete com, mette un po di freddo.
Questo non vimpedir di venire a pranzo, naturalmen-te, speriamo di avervi con noi
molto spesso. Con la bella stagione, andia-mo spesso a mangiare allaperto. Non
vi spiacciono i pranzetti al Bois?Bene bene, sar molto carino. Ma voi, non
vi mettete ancora al lavoro,v o i ? , g r i d a l g i o v i n e p i a n i s t a p e r f a r
mostra, davanti a un nuovo
235
dellimportanza di Forcheville, tuttinsieme del suo spirito e del suo po-tere tirannico
sopra i fedeli.Il signor de Forcheville mi stava parlando male di te, disse la
signoraCottard al marito quando rientr nel salotto.E lui, tenendo dietro allidea della
nobilt di Forcheville che lo occupa-va dal principio del pranzo, gli disse:In questo
momento ho in cura una baronessa, la baronessa Putbus. IPutbus sono stati
alle Crociate, vero? In Pomerania possiedono un lagoche grande dieci
volte place de la Concorde. La curo di artrite secca, u n a d o n n a
s i m p a t i c i s s i m a . D e l r e s t o , c o n o s c e l a s i g n o r a Ve r d u r i n , credo.Il
che permise a Forcheville, quando un momento dopo si ritrov solocon la signora
Cottard, di completare il giudizio favorevole che avevadato di suo marito:
E poi un uomo interessante, si vede che conosce molta gente. Diamine, ne
sanno di cose, i medici!

Suoner la frase della sonata per il signor Swann, disse il pianista.

Diavolo, non sar mica il "Serpente a sonate"?, disse il signor


deForcheville per fare colpo.Ma il dottor Cottard, che non aveva mai sentito questo
gioco di parole,non lo cap, e credette a uno sbaglio del signor de Forcheville. Di
scatto siavvicin per correggerlo:Ma no, non si dice serpente a sonate, si dice
serpente a sonagli, dissein tono zelante, impaziente e trionfale.Forcheville gli spieg
il gioco di parole. Il dottore arross.Ammettete che divertente, dottore?

Oh, lo conosco da un pezzo, rispose Cottard.Ma tacquero; sotto lagitarsi dei tremoli
del violino che due ottave piin l la proteggevano col loro fremito prolungato

e come in un paesedi montagna, dietro limmobilit apparente e vertiginosa di una


cascata,si scorge, cinquanta metri pi in basso, la forma minuscola di una donnache
passa

la piccola frase era apparsa, lontana, graziosa, protetta dal lungo sciabordo
del sipario trasparente, incessante e sonoro. E Swann lesi rivolse in cuor suo come
a una confidente del proprio amore, come aunamica di Odette che avrebbe
dovuto pur dirle di non badare a quelForcheville.Peccato, arrivate tardi, disse
la signora Verdurin a un fedele che erastato invitato solo in funzione di
stuzzicadenti, abbiamo avuto "un"Brichot incomparabile, di una

eloquenza! Ma andato via. Non vero, signor Swann? Se non sbaglio, la


prima volta che vi incontrate con lui
236
disse per fargli notare che doveva a lei di averlo conosciuto. Non veroche stato
delizioso il nostro Brichot?Swann sinchin educatamente.No? Non vi ha
interessato?, chiese seccamente la signora Verdurin.Ma s, signora, molto, sono
stato felicissimo. Forse un po perentorioper i miei gusti, un po troppo gioviale.
Qualche volta vorrei in lui un podi esitazione, di morbidezza, ma si sente che
sa tante cose e ha laria diun gran bravuomo.Tutti si ritirarono molto tardi.
Le prime parole di Cottard alla moglie, furono:Di rado ho visto la signora
Verdurin in vena come stasera.

Che cos esattamente questa signora Verdurin, una mezza calzet- ta?, disse
Forcheville al pittore, proponendogli di andar via insieme.Odette lo vide allontanarsi
con rammarico; non os non andar via conSwann, ma in carrozza fu di malumore, e
quando lui le chiese se dovevae n t r a r e d a l e i , r i s p o s e S i c a p i s c e , a l z a n d o
l e s p a l l e c o n i mp a z i e n z a . Q u a n d o t u t t i g l i n v i t a t i f u r o n o p a r t i t i ,
l a s i g n o r a Ver d u r i n d i s s e a l marito:Hai notato il riso sciocco di
Swann quando abbiamo parlato della si-gnora La Trmolle?.Aveva osservato
che davanti a quel nome Swann e Forcheville aveva-no soppresso pi volte la
particella. Convinta che fosse per mostrare chenon erano intimiditi dai titoli,
desiderava imitare la loro fierezza, ma nonaveva afferrato bene in che forma
grammaticale si traduceva. E, siccomela sua maniera sbagliata di parlare superava la
sua intransigenza repub- blicana, diceva ancora i de la Trmolle, anzi i
dla Trmolle, conlabbreviazione in uso nelle canzoni da caff concerto e
nelle didascalieda caricaturisti, che dissimula il de, ma si rifaceva dicendo: la
signoraLa Trmolle. La
Duchessa
, come dice Swann, aggiunse ironicamente,con un sorriso, per significare che lei si
limitava a citare, senza assumersila responsabilit di una denominazione cos ingenua
e ridicola.Ti dir che lho trovato straordinariamente stupido.E il signor Verdurin le
rispose:Non sincero, un tipo circospetto, sempre fra il quinci e il
quindi.Vuol sempre salvare capra e cavoli. Che differenza con Forcheville!
Eccoalmeno uno che dice chiaro e tondo come la pensa, piaccia o non piaccia.Non
come laltro, che non mai n carne n pesce. Del resto Odette ha laria di
preferire bellamente Forcheville, e io le d ragione. E poi insom-ma, dal momento
che Swann si mette a farci luomo di mondo, il paladi-n o d e l l e d u c h e s s e ,
almeno laltro ha un titolo, sempre conte di
237
Forcheville, soggiunse con voce delicata come se, al corrente della storiadi quella
contea, ne soppesasse minuziosamente il peso specifico.Ti dir, disse la signora
Verdurin, che s creduto in dovere di lancia-re contro Brichot qualche
insinuazione velenosa e abbastanza ridicola. N a t u r a l e , s i c c o me h a v i s t o
c h e B r i c h o t q u i i n c a s a b e n v o l u t o , er a u n modo di colpire noi, di dir male

del nostro pranzo. Si sente subito in lui ilcaro, buon amico che sparler di te mentre
esce da casa tua.

M a t e l h o d e t t o , r i s p o s e i l s i g n o r Ver d u r i n , i l s o l i t o
f a l l i t o , lometto invidioso di tutto ci che un po grande.I n r e a l t , t r a i
f e d e l i n o n c e n e r a u n o c h e f o s s e m e n o m a l i g n o d i Swann; ma tutti
avevano la precauzione di condire le maldicenze con fa-cezie scontate, con una
puntarella di commozione e di cordialit; mentrela minima riserva che si
permetteva Swann, spoglia di formule conven-zionali come: Non si fa per
dir male, alle quali sdegnava abbassarsi,pareva perfidia. Vi sono scrittori
originali di cui urta la minima audacia,perch da principio non hanno lusingato i
gusti del pubblico propinan-d o g l i i l u o g h i c o m u n i a c u i a b i t u a t o ;
i n q u e s t a m a n i e r a a p p u n t o , Swann indignava il signor Verdurin. In
Swann, come in quegli scrittori,e r a l a n o v i t d e l l i n g u a g g i o c h e f a c e v a
c r e d e r e a l l a n e f a n d e z z a d e l l e intenzioni.Swann ignorava ancora la disgrazia
che lo minacciava presso i Verdu-rin, e continuava, attraverso il suo amore, a
considerare belli i loro latiridicoli.Con Odette non aveva appuntamenti, almeno di
solito, tranne la sera;ma di giorno, temendo, se ci andava, che si stancasse di
lui, gli sarebbealmeno piaciuto non smettere di occuparne il pensiero, e ogni
occasioneera buona per introdursi da lei, ma in forma che le riuscisse
gradita. Senella vetrina di un fioraio o di un gioielliere lo attraeva una
pianta o ungioiello, subito pensava di mandarlo a Odette, immaginando che il piacere che gli avevano procurato, risentito da lei, avrebbe accresciuto laffettoche lei
provava per lui; e li faceva recapitare immediatamente in rue La Prouse per
non ritardare listante in cui, ricevendo Odette qualche cosada parte sua, in qualche
modo, si sarebbe sentito vicino a lei. Soprattutto,voleva che li ricevesse prima di
uscire, affinch la gratitudine che avreb- be provato gli fruttasse unaccoglienza pi
tenera quando si fossero vistidai Verdurin, o anche, chi sa, se il fornitore fosse stato
abbastanza solleci-t o , f o r s e u n a l e t t e r a c h e l e i g l i a v r e b b e m a n d a t o
p r i m a d i p r a n z o , o larrivo di lei in persona a casa sua, in visita
supplementare, per ringra-ziarlo. Come una volta, quando sperimentava sul
carattere di Odette ler e a z i o n i d e l d i s p e t t o , c e r c a v a , a d e s s o c o n q u e l l e
della gratitudine, di
238
e s t r a r n e p a r t i c e l l e i n t i me d i s e n t i m e n t o c h e l e i n o n g l i a v e v a
a n c o r a rivelato.Sovente Odette si trovava in difficolt di denaro, e, assillata da un
de- bito, lo pregava di venirle in aiuto. Lui ne era felice, come di tutto ci chepoteva
darle una grande idea dellamore che provava per lei, o semplice-m e n t e u n a
g r a n d e i d e a d e l s u o p o t e r e , d i q u a n t o p o t e v a e s s e r l e u t i l e . Certo, se da
principio gli avessero detto: la tua posizione che le piace,e adesso: per la
tua ricchezza che ti ama, non ci avrebbe creduto, e del resto, non sarebbe stato
molto scontento che se la figurassero attacca-ta a lui,

che li sentissero uniti uno allaltro,


per qualche cosa di cosforte come lo snobismo o il denaro. Ma anche se
avesse pensato che eravero, forse non avrebbe sofferto scoprendo
nellamore di Odette per luiquel fondamento tanto pi duraturo della
simpatia o delle doti che leipoteva trovargli: linteresse, linteresse che avrebbe
allontanato il giornoche lei potesse essere tentata di smettere di vederlo. Frattanto,
colmando-la di regali, rendendole servigi, poteva, grazie a quelle qualit esterne al-la
propria persona, alla propria intelligenza, risparmiarsi la cura sfibran-te di piacerle
per se stesso. E quella volutt di essere innamorato, di vive-re soltanto di amore,
realt di cui talvolta dubitava, e, insomma, il prezzocon cui la pagava da dilettante di
sensazioni immateriali, gliene aumen-tava il valore. Cos come si vede gente incerta
nello stabilire se lo spetta-colo del mare e il rumore delle onde siano belli
davvero, che poi se neconvince, come pure della rara e disinteressata
qualit dei propri gusti,quando deve pagare cento franchi al giorno la
camera dalbergo che glipermette di goderne.Un giorno in cui riflessioni del
genere lo riconducevano ancora al ri-cordo di quando gli avevano parlato di
Odette come di una mantenuta, esi divertiva, una volta di pi, a contrapporre quella
strana personificazio-ne: la mantenuta,

cangiante amalgama di elementi sconosciuti e dia- bolici, incastonato come


unapparizione di Gustavo Moreau
67
tra fiorivenefici intrecciati a gioielli preziosi,

e quella Odette a cui aveva vistop a s s a r e i n v i s o g l i s t e s s i s e n t i m e n t i d i


p i e t p e r u n i n f e l i c e , r i b e l l i o n e contro uningiustizia, gratitudine per un
beneficio, che un tempo avevacolti in sua madre, nei suoi amici; quella Odette, i
cui discorsi si riferiva-no tanto spesso alle cose che anche lui conosceva di pi, le sue
collezioni,la sua camera da letto, il vecchio domestico, il banchiere presso cui tene-va
i suoi titoli, accadde che questultima immagine del banchiere gli ram-ment di dover
prelevare denaro. Infatti, se questo mese veniva in aiutoa Odette nelle sue difficolt
materiali con meno larghezza del mese scor-so quando le aveva dato cinquemila
franchi, e non le offriva la collana di
239
d i a m a n t i c h e d e s i d e r a v a , n o n a v r e b b e
r i n n o v a t o i n l e i quellammirazione per la sua generosit, quella
gratitudine, che lo rende-vano tanto felice, anzi avrebbe rischiato di farle credere che
il suo amoreper lei era diminuito, cos come ne avrebbe visto diventare meno grandile
manifestazioni. Allora, tutta un tratto, si chiese se questo non era pre-cisamente
mantenerla (quasi che, in effetti, la nozione di mantenere una donna si
potesse estrarla da elementi non misteriosi n perversi, maappartenenti al fondo
quotidiano e privato della propria esistenza, comequel biglietto da mille, domestico e
familiare, strappato e incollato, che ilcameriere, dopo aver pagato i conti del mese e

laffitto, aveva chiuso nelc a s s e t t o d e l v e c c h i o s c r i t t o i o , d i d o v e p o i


S w a n n l a v e v a r i pr e s o p e r mandarlo a Odette in compagnia di altri
quattro), e se non si poteva ap-plicare a Odette, da quando la conosceva lui
(giacch nemmeno per unistante sospett che avesse mai potuto ricevere
denaro da qualcuno pri-ma di lui), quella parola che aveva creduto cos
inconciliabile con lei, dimantenuta. Non pot approfondire questidea,
perch un accesso dipigrizia mentale, che in lui era congenita, intermittente e
provvidenziale,venne a spegnere in quel momento ogni luce nella sua
intelligenza, conla medesima istantaneit con cui, pi tardi, quando la luce elettrica
fu in-stallata dappertutto, si pot interrompere la corrente in una casa. Il
suopensiero brancol un istante nel buio; si tolse gli occhiali, asciug le lenti,si pass
la mano sugli occhi, e rivide la luce solo quando si ritrov in pre-senza di unidea
tutta diversa, cio che il mese prossimo bisognava cer-care di mandare a
Odette sei o settemila franchi invece di cinque, per la sorpresa e la gioia che
ci le avrebbe provocato.La sera, quando non restava in casa ad aspettare lora
di raggiungereOdette in casa dei Verdurin, o piuttosto in uno dei ristoranti
estivi cheessi prediligevano al Bois e soprattutto a Saint-Cloud
68
, andava a pranzoin qualcuna delle case eleganti, dove un tempo era ospite
abituale. Nonvoleva perdere il contatto con persone che un giorno, chi sa,
potevanoforse tornare utili a Odette, e grazie alle quali, riusciva spesso
intanto aesserle gradito. Inoltre, la consuetudine che, per tanto tempo, aveva avu-to
col gran mondo, col lusso, insieme con la noncuranza gliene aveva da-to il bisogno,
di modo che, da quando gli alloggi pi modesti gli eranoapparsi
esattamente allo stesso livello delle dimore pi principesche, isuoi sensi
erano talmente avvezzi a queste ultime che avrebbe provatoun certo disagio
a trovarsi nei primi. Apprezzava allo stesso modo

aun grado tale didentit che non avrebbero potuto crederlo

i borghe-succi da cui si ballava al quinto piano di una scala D, pianerottolo a sinistra, e la principessa di Parma che dava le pi belle feste di Parigi; ma
240
non aveva la sensazione di trovarsi a un ballo quando insieme con i si- gnori
stava nella camera da letto della padrona di casa: e lo spettacolo diun lavabo coperto
di asciugamani, di un letto trasformato in guardaroba,coi cappotti e i cappelli
ammucchiati sul copripiedi, gli dava lo stesso s e n s o d i s o f f o c a m e n t o
c h e p u c a u s a r e o g g i , i n g e n t e a b i t u a t a a ventanni di elettricit,
lodore di una lampada che si carbonizza o di unlume che emana fumo.Quando
pranzava fuori, faceva attaccare i cavalli per le sette e mezzo;si vestiva pensando a
Odette e cos non si sentiva solo, perch il pensierocostante di Odette dava ai
momenti che le stava lontano lo stesso incantoparticolare di quando lei cera.
Montava in carrozza, ma sentiva che quelpensiero vi era saltato dentro nello

stesso tempo e si installava sulle sueginocchia come una bestia amata che si
conduce dappertutto: lavrebbetenuta a tavola con s, allinsaputa degli altri. La
accarezzava, le si riscal-dava contro, e provando una sorta di languore si
lasciava andare a unfremito leggero che glincrespava il collo e il naso, ed
era nuovo in lui,mentre si fissava allocchiello il bouquet di aquilegie.
Sentendosi da unpo di tempo sofferente e triste, soprattutto da quando Odette
aveva pre-sentato Forcheville ai Verdurin, a Swann sarebbe piaciuto andare a riposarsi un poco in campagna. Ma non avrebbe avuto il coraggio di lasciareParigi un
solo giorno, finch Odette vi restava. Laria era calda, erano ipi bei giorni
di primavera. E lui poteva bene attraversare una citt di pietra per recarsi in
qualche palazzo chiuso, ma aveva sempre, senza tre-gua, davanti agli occhi un
parco che possedeva vicino a Combray dove, sin dalle quattro, prima di arrivare
alla piantagione di asparagi, grazie alvento che viene dai campi di Msglise, si
poteva godere, sotto un pergo-lato di carpini, altrettanta frescura che in riva
allo stagno circondato dimiosotidi e di giaggioli, e dove, quando pranzava,
intrecciati dal giardi-niere, correvano intorno alla tavola ghirlande di ribes e
rose.Dopo mangiato, se lappuntamento al Bois o a Saint-Cloud era di buo-nora,
alzandosi da tavola andava via cos in fretta,

soprattutto se mi-nacciava di piovere facendo rientrare prima i fedeli,

che una volta laprincipessa des Laumes (da cui si era pranzato tardi, Swann aveva
presocongedo prima che servissero il caff per raggiungere i Verdurin allisoladel
Bois), disse:Francamente, se Swann avesse trentanni di pi e una malattia di vescica, si potrebbe scusarlo di scappare a questo modo. Ma comunque sia,questo
infischiarsi della gente.Lui si diceva che lincanto della primavera, che non
poteva andare agodersi a Combray, almeno lavrebbe trovato nellisola dei
Cigni
69
,oa
241
Saint-Cloud. Ma siccome non poteva pensare altro che a Odette, non sa-peva
nemmeno se aveva sentito lodore delle foglie, se cera stato il chia-r o d i l u n a .
Ven i v a a c c o l t o d a l l a p i c c o l a f r a s e d e l l a s o n a t a , e s e g u i t a i n giardino
sul pianoforte della trattoria. Se l non ce nera nessuno, i Ver-durin si
davano un gran daffare per farne portare gi uno da una camerao da una sala da
pranzo; non che Swann fosse rientrato nelle loro grazie,tuttaltro. Ma lidea di
preparare per qualcuno un piacere ingegnoso, an-che per uno a cui non volevano
bene, sviluppava in loro, durante i mo- menti necessari ai preparativi, sentimenti
effimeri e occasionali di simpa-tia e di cordialit. Talvolta lui si diceva che
unaltra sera di primaverastava passando, si costringeva a prestare
attenzione agli alberi, al cielo.Ma lagitazione in cui lo metteva la presenza di
Odette, e altres una leg-gera alterazione febbrile che da qualche tempo non lo

lasciava quasi mai,gli toglieva la calma e il benessere, che sono il sottofondo


indispensabilealle impressioni che la natura pu dare.Una sera che Swann aveva
accettato di pranzare coi Verdurin, e du-rante il pranzo aveva detto che il
giorno dopo doveva andare a un ban- chetto di vecchi compagni, Odette gli aveva
risposto in presenza di tuttala tavolata, davanti a Forcheville, il quale adesso
era uno dei fedeli, da-vanti al pittore, davanti a Cottard:S, lo so che avete
quel banchetto. Allora ci vedremo solo a casa mia, ma non venite troppo
tardi.S e b b e n e
Swann
non
si
fosse
ancora
mai
a d o m b r a t o s u l s e r i o dellamicizia di Odette per luno o laltro dei fedeli,
provava una dolcez-za profonda a sentirla confessare cos davanti a tutti, con quella
impudi-cizia tranquilla, i loro ritrovi quotidiani della sera, la posizione
privile-giata di cui godeva presso di lei, e la preferenza per lui che vi era implici-ta.
Certo, spesso Swann aveva pensato che Odette non era una donna no-tevole, e la
supremazia esercitata su un essere che gli era tanto inferiorenon aveva
nulla che dovesse rendergli cos lusinghiero sentirla procla-mare in faccia
ai fedeli; ma da quando si era accorto che Odette sem- brava a molti
uomini una donna seducente e desiderabile, lattrazioneche quel corpo
esercitava su loro aveva risvegliato in lui un bisogno do- loroso di possederla
interamente, fin nei minimi recessi del cuore. E ave-va incominciato ad attribuire
un valore inestimabile ai momenti passatila sera da lei, quando se la faceva
sedere sulle ginocchia, le faceva direche cosa pensava di una cosa o
dellaltra, quando faceva il censimentodei soli beni che ora ci tenesse a
possedere sulla terra. Cos, dopo quelpranzo, prendendola da parte, non
manc di ringraziarla con effusione,c e r c a n d o d i i n s e g n a r l e , i n
base al grado di riconoscenza che le
242
dimostrava, la scala dei piaceri che lei poteva procurargli, massimo fra tutti
garantirlo dagli assalti della gelosia finch il suo amore lo avesse re-so vulnerabile.Il
giorno dopo, quando usc dal banchetto, pioveva a dirotto, aveva
adisposizione solo la Victoria; un amico gli propose di ricondurlo a casa incoup, e
siccome Odette, col semplice fatto di chiedergli di andare da lei,gli aveva dato la
certezza che non aspettava nessuno, con la mente tran-quilla e il cuore sereno
sarebbe tornato a casa a coricarsi, piuttosto che partire cos, sotto la pioggia.
Ma forse, vedendo che lui non sembrava te-n r c i a p a s s a r e s e mp r e e s e n z a
e c c e z i o n i c o n l e i , l a f i n e d e l l a s e r a t a , Odette avrebbe trascurato di
riservargliela, magari proprio la volta che lui lo desiderava in modo
particolare.Arriv da lei dopo le undici, e poich si scusava di non esser
potutovenire prima, lei si lament che, infatti, era molto tardi, il temporale
leaveva dato un malessere, le doleva il capo, e lo avvert che non lo avreb- be lasciato
restare pi di mezzora, a mezzanotte lavrebbe mandato via;poco dopo si sent stanca
e espresse il desiderio di andare a dormire.Allora, niente catleie stasera?, disse lui.
Io che speravo una buona pic-cola catleia.E con aria un po imbronciata e nervosa
lei gli rispose:No no, tesoro, niente catleie stasera, lo vedi che sto male!

Forse ti avrebbe fatto bene, ma non insisto.Lei lo preg di spegnere la luce prima di
andarsene, lui stesso richiusele cortine del letto e part. Ma quando fu a casa,
improvvisamente, gliv e n n e l i d e a c h e , f o r s e , O d e t t e s t a s e r a a s p e t t a v a
q u a l c u n o , c h e l a s u a stanchezza era solo simulata, e gli aveva chiesto di
spegnere la luce soloperch lui credesse che stava per addormentarsi, ma
appena partito lui,aveva riacceso e fatto entrare chi doveva passare la notte
in sua compa-gnia. Guard lora. Era da circa unora e mezzo che laveva
lasciata; tor-n a uscire, prese una vettura di piazza e fece fermare vicinissimo a
casadi lei, in una stradina perpendicolare a quella su cui dava di dietro la ca-s a e
dove talvolta andava a bussare alla finestra della camera da
l e t t o perch lei venisse ad aprire. Scese di carrozza, nel quartiere tutto era de-serto e
buio, fece solo pochi passi e sbuc quasi davanti alla casa. In mez-zo alloscurit di
tutte le finestre della strada, spente gi da parecchio, una sola ne vide da cui
traboccava

fra le imposte che ne comprimeva-no la polpa misteriosa e dorata

la luce che riempiva la camera e che, tante altre sere, quanto pi di lontano la
scorgeva arrivando nella via, lorallegrava annunciandogli: lei l che ti aspetta,
mentre adesso lo tor-turava dicendo: lei l con colui che aspettava. Voleva sapere
con chi;
243
strisci lungo il muro fino alla finestra, ma, fra le lame oblique delle per-siane, non
poteva veder nulla; nel silenzio della notte udiva solo il bisbi-glio di una
conversazione.Certo, soffriva vedendo quella luce nella cui atmosfera doro si
muove-v a , d i e t r o i l t e l a i o d e l l a f i n e s t r a , l a c o p p i a i n v i s i b i l e e o d i a t a ,
u d e n d o quel bisbiglio che rivelava la presenza di colui che era venuto dopo
lasua partenza, la falsit di Odette, la felicit che stava godendo con laltro.Eppure
era contento dessere venuto: il tormento che lo aveva costretto auscir di casa si era
fatto meno acuto ora che era meno vago, adesso chelaltra vita di Odette, di
cui in quellistante aveva avuto il sospetto im- provviso e impotente, lui la
teneva l, rischiarata in pieno dalla lampada,prigioniera senza saperlo in quella
camera dove, quando avesse voluto,egli sarebbe entrato a sorprenderla e a
catturarla. O piuttosto, avrebbe bussato alle imposte come faceva spesso quando
veniva molto tardi: cosalmeno, Odette avrebbe saputo che lui aveva saputo,
che aveva visto laluce e sentito parlare; e lui che un momento prima se la
rappresentava ri-dere con laltro delle sue illusioni, adesso invece li vedeva, loro,
fiduciosinel proprio errore, insomma ingannati da lui che credevano molto lonta-no
da l, mentre lui sapeva gi che stava per bussare alle imposte. E forse,la sensazione
quasi piacevole che provava in quel momento, era anche una cosa diversa
dallacquietamento di un dubbio e di un dolore: era unpiacere dellintelligenza.
Se, da quando era innamorato le cose avevano riacquistato per lui un po
dellinteresse delizioso che vi trovava una vol-ta, ma solo l doverano illuminate dal
ricordo di Odette, adesso unaltrafacolt della sua giovinezza studiosa veniva

rianimata dalla gelosia, lapassione della verit, ma di una verit che si


frapponeva, anchessa, fralui e la sua amante, ricevendo luce solo da lei,
verit puramente indivi-duale che aveva per unico oggetto, dotato di pregio
infinito e quasi diuna bellezza disinteressata, le azioni di Odette, le sue
conoscenze, i suoiprogetti, il suo passato. In ogni altro periodo della vita, i fatterelli e
i gestiquotidiani degli altri erano sempre parsi a Swann privi di valore; se qual-c u n o
gliene
parlava
pettegolando,
li
trovava
insignificanti,
e
m e n t r e ascoltava, solo la sua attenzione pi volgare vi prestava interesse;
erauno dei momenti in cui si sentiva pi mediocre. Ma nello strano
periododellamore, lindividuale acquista un qualcosa di cos profondo, che
lacuriosit che sentiva risvegliarsi in s per le minime occupazioni di
unadonna, era la stessa che, un tempo, aveva provato per la Storia. E
tuttoci di cui finora avrebbe avuto vergogna, spiare davanti a una finestra, echi sa
forse, domani, far parlare con lastuzia gli estranei, pagare i dome-stici, origliare
alle porte, gli sembravano ormai

come la decifrazione
244
dei testi, il confronto delle testimonianze e linterpretazione dei monu- menti

nientaltro che metodi dinvestigazione scientifica di valore in-tellettuale effettivo e


appropriati alla ricerca della verit.Sul punto di battere contro le imposte, ebbe un
momento di vergognapensando che Odette avrebbe saputo che lui aveva avuto
dei sospetti,che era tornato, si era appostato per la strada. Spesso lei gli
aveva dettoche aveva in orrore i gelosi, gli amanti che spiano. Quel che stava per fare era davvero incauto, dora in poi, lei lo avrebbe detestato, mentre per un
attimo ancora, finch non avesse bussato, forse, pur ingannandolo, loamava. Quante
gioie possibili si sacrificano cos allimpazienza di un pia-cere immediato! Ma il
desiderio di conoscere la verit era pi forte e gliparve pi nobile. Sapeva
che la realt di circostanze per la cui ricostru- zione esatta avrebbe dato la vita,
era leggibile dietro quella finestra stria-ta di luce, come sotto il frontespizio
miniato doro di uno di quei mano-scritti preziosi che non lasciano indifferente
per la loro ricchezza artisticanemmeno lo studioso che li consulta. Provava un che di
voluttuoso a co-noscere la verit che lo appassionava, in quellesemplare unico,
effimeroe prezioso, fatto di una materia translucida, cos calda e cos bella. E poi,la
superiorit che si sentiva,

che aveva tanto bisogno di sentirsi,

sudi loro, era forse dovuta meno al fatto di sapere, quanto di poter mostra-re che
sapeva. Si alz sulla punta dei piedi. Buss. Non avevano sentito, buss ancora, pi
forte, la conversazione sinterruppe. Una voce duomo(Swann cerc di distinguere
a chi potesse appartenere fra gli amici checonosceva di Odette) domand:Chi
?.Non era sicuro di riconoscerla. Buss ancora una volta. Si aprirono

iv e t r i , p o i l e i mp o s t e . Ad e s s o n o n c e r a p i m o d o d i t i r a r s i i n d i e t r o ,
e giacch lei stava sul punto di sapere tutto, per non aver laria troppo in-felice,
troppo gelosa e curiosa, si accontent di gridare con voce noncu- rante e
gaia:Non vi disturbate, passavo di qua, ho visto la luce, volevo sapere
sestavate meglio.Guard. Davanti a lui, affacciati alla finestra, cerano due vecchi
signo-ri, uno reggeva una lampada, e allora vide la camera, una camera scono-sciuta.
Abituato comera, quando veniva da Odette molto tardi, a ricono-scere la sua
finestra dal fatto che era la sola illuminata fra le altre tutte eguali, si era
sbagliato e aveva bussato alla finestra successiva che appar-teneva alla casa accanto.
Scusandosi, si allontan e torn a casa, felice chelappagamento della sua curiosit
lasciasse intatto il loro amore, e di nonavere fornito a Odette con la sua gelosia,
dopo tanto che di fronte a lei
245
fingeva una specie dindifferenza, quella prova di amarla troppo che, frad u e
amanti, dispensa per sempre, quello dei due che la
r i c e v e , dallamare abbastanza.Non le parl di questa disavventura, lui stesso non
ci pensava pi. Maa tratti un movimento del suo pensiero veniva a scontrarsi
con quel ri-cordo, prima di scorgerlo, lo urtava, lo conficcava pi gi, e
Swann av-vertiva un dolore improvviso e profondo. Come se fosse stato un
dolorefisico, i pensieri di Swann non potevano mitigarlo; ma almeno sul dolorefisico,
indipendente com dal pensiero, il pensiero ci si pu soffermare,notare che
diminuito, che per ora ha smesso! Invece quel dolore, il pen-s i e r o , s o l t a n t o c o l
r a m m e n t a r l o , l o r i c r e a v a . N o n v o l e r c i p e n s a r e , er a pensarci ancora,
soffrirne ancora. E quando, conversando con gli amici,dimenticava il suo
male, tutta un tratto una parola rivoltagli lo faceva cambiare in viso, come un
ferito a cui una persona malaccorta abbia toc-cato senza precauzione la parte che
duole. Quando lasciava Odette eracontento, si sentiva calmo, ricordava i
sorrisi canzonatori che lei avevaavuto parlando delluno o dellaltro, teneri
per lui, il peso del capo cheaveva staccato dallasse per piegarlo e lasciarlo
cadere, quasi suo malgra-d o , s u l l e l a b br a d i l u i , c o m e a v e v a f a t t o i n
c a r r o z z a l a p r i ma v o l t a , g l i s g u a r d i l a n g u i d i c h e g l i a v e v a r i v o l t o
m e n t r e s t a v a f r a l e s u e b r a c c i a , premendo, come per freddo, sulla spalla il
capo reclino.Ma, subito, la gelosia, quasi fosse lombra del suo amore, si completa-v a
col duplicato di quel nuovo sorriso che lei gli aveva rivolto la
s e r a stessa

e
che
adesso,
capovolto,
canzonava
Swann
e
si
c o l m a v a damore per un altro

col duplicato di quel capo reclino, ma voltato verso altre labbra, e donati a un
altro tutti i segni di tenerezza che avevaavuto per lui. E tutti i ricordi voluttuosi che
riportava da casa di lei, era-no come tanti abbozzi, tanti progetti, simili a
quelli che un decoratoresottopone al cliente, e che adesso permettevano a Swann
di farsi idea de-gli atteggiamenti ardenti o languidi che lei poteva avere con

altri. Tantoche giungeva a rammaricarsi di ogni piacere che godeva accanto a lei,
diogni carezza inventata di cui aveva avuto limprudenza di farle notare ladolcezza,
di ogni grazia che le scopriva, perch sapeva che un istante do-po avrebbero
arricchito di nuovi strumenti il proprio supplizio.E anche pi crudele diventava il
supplizio, quando a Swann tornava inmente il ricordo di un breve sguardo che,
giorni innanzi, e per la primavolta, aveva sorpreso negli occhi di Odette. Era
dopo cena, dai Verdurin.Sia che Forcheville, intuendo che Saniette, suo cognato, non
era nelle gra-zie dei padroni di casa, avesse voluto prenderlo come testa di
turco e brillare a sue spese davanti a loro; sia che fosse irritato per una
parola
246
malaccorta che lui gli aveva rivolto, bench passata inosservata
a g l i astanti, ignari dellallusione sgradevole che poteva racchiudere, certamente contro la volont di chi laveva proferita senza malizia; sia, infine,che da
qualche tempo cercasse loccasione di togliere di mezzo da quellacasa uno che lo
conosceva troppo bene e che lui sapeva troppo fine per non sentirsi in certi
momenti imbarazzato anche solo dalla sua presenzaa quelluscita malaccorta di
Saniette, Forcheville rispose con tanta villa- nia

mettendosi a insultarlo, imbaldanzito dallo sgomento, dal dolore,dalle preghiere


dellaltro via via che sbraitava alzando il tono della voce

al punto che il poveretto, dopo aver chiesto alla signora Verdurin sedoveva
restare e non averne avuto risposta, si ritir balbettando, con le l a c r i m e
a g l i o c c h i . O d e t t e a v e v a a s s i s t i t o i mp a s s i b i l e a l l a s c e n a ; m a quando la
porta si fu chiusa dietro Saniette, aveva fatto brillare le pupilledun sorriso
sornione, di congratulazioni per laudacia che aveva avutoForcheville,
dironia per chi ne era stato la vittima, facendo scendere in certo modo di
parecchi gradi lespressione abituale del volto per potersit r o v a r e , i n b a s s e z z a , a
l i v e l l o d i l u i ; g l i a v e v a g e t t a t o u n o s g u a r d o d i complicit nel male, che
voleva dire tanto chiaro: Ecco unesecuzione capitale, o non me nintendo.
Avete visto comera avvilito? piangeva ad-d i r i t t u r a , c h e F o r c h e v i l l e ,
q u a n d o i s u o i o c c h i i n c o n t r ar o n o q u e l l o sguardo, sbollita subito la
collera o finta collera di cui era ancor caldo,sorrise e rispose:Bastava che
avesse un po di educazione, e sarebbe ancora qui. Una buona lezione pu
servire in qualsiasi et.Un giorno che Swann era uscito a met pomeriggio per fare
una visita,non avendo trovato la persona che voleva incontrare, ebbe lidea
di an-dare da Odette in unora in cui non vi si recava mai, sapeva per che
leistava sempre in casa a far la siesta o a scrivere lettere prima dellora
delt; gli avrebbe fatto piacere vederla un po senza disturbarla. Il
portieregli disse che credeva fosse in casa; suon, gli parve di sentire rumore,
disentir camminare, ma non gli venne aperto. Ansioso, irritato, and nellastradina su
cui dava il retro della casa, si mise davanti alla finestra dellacamera di Odette; le
tende glimpedivano di veder nulla, batt con forzaai vetri, chiam; nessuno gli

apr. Si accorse che i vicini lo guardavano.And via, pensando che,


dopotutto, forse si era sbagliato credendo disentire dei passi; ma ne rest
cos preoccupato che non poteva pensare ad altro. Torn unora dopo e la trov;
gli disse che, poco prima, quandolui aveva suonato, era in casa ma dormiva; il
campanello laveva sveglia-ta, indovinando che fosse Swann, gli era corsa dietro, ma
lui se nera giandato. Certo, aveva sentito battere ai vetri. Swann riconobbe
subito, in
247
questo discorso, uno di quei frammenti dun fatto vero che i bugiardi, presi
di sorpresa, si confortano di far entrare nella composizione del fattofalso che stanno
inventando, persuasi di dare alla Verit quel che le spet-ta e rubarne le apparenze.
Sicuramente quando Odette aveva fatto qual-cosa che non voleva rivelare, lo
nascondeva molto in fondo a se stessa. Ma appena si trovava davanti a colui a cui
voleva mentire, un turbamen-t o l a p r e n d e v a , t u t t e l e s u e i d e e
s p r o f o n d a v a n o , l e s u e f a c o l t dinvenzione e di ragionamento
rimanevano paralizzate, nella testa nontrovava altro che il vuoto; pure
bisognava dire qualcosa, e, a portata dimano, incontrava precisamente la
cosa che aveva voluto dissimulare e che, essendo vera, era la sola rimasta. Ne
staccava un pezzetto, senza im-portanza in s, dicendosi che dopotutto era meglio
cos, perch si tratta-va di un particolare verificabile che non presentava gli
stessi pericoli diun particolare falso. Questo per lo meno vero, si diceva,
sempre tan-to di guadagnato; pu informarsi, vedr pure che vero; non sar
maiquesto a tradirmi. Si sbagliava, era quello a tradirla; lei non si
rendevac o n t o c h e q u e l p a r t i c o l a r e v e r o a v e v a d e g l i a n g o l i c h e
p o t e v a n o i n c a - strarsi solo nei particolari contigui del fatto vero da cui
arbitrariamentelaveva staccato: e quali che fossero i particolari inventati fra cui lo
mette-va, con la materia eccedente e i vuoti non riempiti, quegli angoli
avreb- bero sempre rivelato che non proveniva di l. Confessa di avermi
sentitosuonare, poi bussare, e di aver pensato che fossi io, di aver desiderato vedermi, si diceva Swann. Ma ci non combina col fatto che non mi ha fattoaprire.Ma
non le fece notare la contraddizione, perch pensava che, lasciata ase stessa, forse
Odette avrebbe detto qualche bugia contenente un deboleindizio della verit. Lei
parlava, lui non la interrompeva; con devozionea v i d a e d o l o r o s a r a c c o g l i e v a
l e p a r o l e c h e gl i d i c e v a e c h e l u i s e n t i v a (proprio perch Odette la
nascondeva dietro a tutte parlandogli) serbarevagamente limpronta, come la Sacra
Sindone, disegnare il calco malcer-to, di quella realt infinitamente preziosa, e
introvabile ahim: ci che leistava facendo poco prima, alle tre, quando lui era
venuto; mentre lui nonne avrebbe posseduto mai altro che quelle bugie,
illeggibili e divine ve-stigia: una realt che esisteva ormai solo nel ricordo
di un essere che lacontemplava senza saperla apprezzare, ma a lui non la
avrebbe mai ce-duta. Certo, a tratti lui aveva il sospetto che, di per s, le azioni
quotidia-ne di Odette non fossero di appassionante interesse, e che i rapporti possibili fra lei e altri uomini non esalassero naturalmente, in via universale,e per ogni

essere pensante, una tristezza morbosa, capace di dare la feb- b r e d e l s u i c i d i o .


Allora si rendeva conto che quellinteresse, quella
248
tristezza esistevano solo in lui, come una malattia, e che, una volta guari-to, le azioni
di Odette, i baci che poteva dare, sarebbero ridiventati inof-fensivi come quelli di
tante altre donne. Ma che la curiosit dolorosa di Swann nei loro confronti
avesse motivo unicamente in lui, non bastava afargli trovare irragionevole
considerarla importante e mettere in opera ogni mezzo per soddisfarla. Il fatto
che Swann giungeva a unet, la cuifilosofia

favorita da quella del tempo, e altres da quella dellambientedove Swann aveva


molto vissuto, il circolo della principessa des Laumesdovera pacifico che si
intelligenti nella misura in cui si dubita di tutto,e che di reale e incontestabile ci
sono solo i gusti di ognuno

non or-mai pi quella della giovinezza, bens una filosofia positiva, quasi medi-ca;
propria di uomini che, invece di collocare fuori di s gli oggetti
delleproprie aspirazioni, cercano di ricavare dagli anni trascorsi un
residuofisso di abitudini, di passioni, da poterle considerare in se stessi come caratteristiche e permanenti, e che, da allora, con attenzione deliberata, ve-g l i er a n n o
anzitutto
a ffi n c h
il
genere
di
esistenza
che
adottano
p o s s a soddisfarle. Swann trovava saggio far posto nella propria vita al
doloreche provava ignorando ci che Odette aveva fatto, cos come alla
recru-descenza che il clima umido gli cagionava a un eczema; mettere in
pre-ventivo nel suo bilancio una grossa cifra per ottenere, sullimpiego dellegiornate
di Odette, informazioni senza cui si sentirebbe infelice, cos co-me altre ne riservava
per altri gusti da cui sapeva di potersi aspettare unpiacere, almeno prima
dinnamorarsi, per esempio le sue collezioni e la buona cucina.Quando volle
salutare Odette per tornare a casa, lei gli chiese di rima-nere ancora, anzi lo
trattenne vivamente afferrandogli il braccio mentrestava aprendo la porta
per uscire. Ma Swann non vi bad, perch nella moltitudine di gesti, discorsi,
piccoli incidenti che riempiono una conver-sazione, inevitabile che
tralasciamo, senza notarvi nulla ch svegli la nostra attenzione, quelli dove si
cela una verit che i nostri sospetti cerca-no a caso, e invece ci soffermiamo su
quelli sotto cui non c niente. Lei continuava a ripetergli: Che peccato, il
pomeriggio non vieni mai, e peruna volta che ti capitato di venire non ti ho visto.
Lui sapeva bene cheOdette non era abbastanza innamorata di lui per provare tanto
rammari-co per quella visita mancata; ma siccome era buona, desiderosa di
farglipiacere, e spesso triste quando laveva contrariato, trov naturale
chequesta volta lo fosse per averlo privato del piacere di passare unora insieme, che era molto grande, non per lei, ma per lui. Tuttavia, si trattavadi una cosa
troppo da poco perch laria addolorata che continuava adavere non finisse
col meravigliarlo. Cosi pi del solito lei ricordava le
249

figure di donna del pittore della Primavera; in quel momento, aveva lo stesso
viso abbattuto e afflitto che sembra soccombere sotto il carico dundolore troppo
pesante, anche se stanno semplicemente lasciando il bam- bin Ges giocare con una
melagrana o guardando Mos versare acqua inuna vasca
70
. Gi una volta aveva visto in lei una tristezza del genere, manon sapeva pi
quando. E dun tratto, ricord: era stato quando Odette a v e v a m e n t i t o
p a r l a n d o c o n l a s i g n o r a Ver d u r i n , i l g i or n o d o p o q u e l pranzo a cui non
era andata col pretesto di non sentirsi bene, ma in realtper restare con Swann.
Certo, fosse anche stata la donna pi scrupolosadel mondo, non poteva
provare rimorso di una bugia tanto innocente. Ma quelle che Odette diceva di
solito, lo erano meno, e servivano a impe-dire scoperte che avrebbero potuto crearle
tremende difficolt con gli unio con gli altri. Perci quando mentiva, presa dalla
paura, sentendosi po-co armata a difendersi, incerta del risultato, aveva voglia di
piangere, perla stanchezza, come certi bambini che non hanno dormito. Inoltre
sapevache di solito le sue bugie ferivano gravemente luomo a cui le diceva,
eche forse sarebbe caduta in sua merc se la menzogna non fosse riuscita.S i s e n t i v a
a l l o r a , a l l o s t e s s o t e mp o , u mi l e e c o l p e v o l e d i n a n z i a l u i . E , quando
doveva dire una bugia insignificante e mondana, per associazio-ne di sensazioni e di
ricordi provava disagio come per una fatica eccessi-va e rimorso come per una
cattiveria.Quale avvilente bugia stava dicendo a Swann, per avere quello sguar-d o
d o l o r o s o , q u e l l a v o c e l a me n t o s a , c h e s e m b r a v a n o p i e g a r s i s o t t o
l o sforzo che simponeva, e domandare perdono? Gli venne in mente che sisforzasse
di nascondere non soltanto la verit sullincidente del pomerig-gio, ma qualcosa di
pi attuale, forse di non ancora accaduto e di molto vicino, di illuminante su
quella verit. In quel momento sent una scam-panellata. Odette non la smetteva
pi di parlare, ma le sue parole eranosolo un gemito: il rincrescimento di
non aver visto Swann nel pomerig-gio, di non avergli aperto, era diventato una
autentica disperazione.Si ud la porta dingresso richiudersi e il rumore di una
carrozza, comese ripartisse qualcuno,

probabilmente la persona che Swann non do-veva incontrare,

a c u i a v e v a n o d e t t o c h e O d e t t e er a u s c i t a . Al l o r a , pensando che
soltanto per esser venuto in unora diversa dal solito, gli e r a c a p i t a t o d i
s c o m b i n a r e t a n t e c o s e c h e l e i n o n v o l e v a f a r gl i s a p e r e , prov un senso
di scoraggiamento, quasi di angoscia. Ma siccome amavaOdette, siccome era solito
volgere verso di lei tutti i suoi pensieri, la pietc h e a v r e b b e p o t u t o i s p i r a r e
a s e s t e s s o , l a s e n t p e r l e i e m o r m o r : Povera cara!. Quando la
lasci, Odette prese molte lettere che stavanos u l t a v o l o e g l i c h i e s e s e p o t e v a
imbucarle alla posta. Lui le port via,
250

ma, giunto a casa, si accorse che le aveva ancora addosso. Ritorn fino al-la posta,
le tir fuori di tasca e, prima di gettarle nella cassetta, guard glindirizzi.
Erano tutte per fornitori, tranne una per Forcheville. La tene-v a i n m a n o . S i
d i c e v a : S e v e d e s s i q u e l c h e c d e n t r o , s a p r e i c o m e l o chiama, come
gli parla, se c qualcosa fra loro. Pu anche darsi che, anon guardarla,
commetto unindelicatezza nei confronti di Odette, per- ch la sola maniera
di liberarmi di un sospetto forse calunnioso per lei,destinato in ogni caso a farla
soffrire, e che niente potrebbe pi distrug-gere, una volta partita la
lettera.Venendo via dalla posta ritorn a casa, ma quellultima lettera lavevat e n u t a
c o n s . Ac c e s e u n a c a n d e l a e v i a c c o s t l a b u s t a c h e n o n a v e v a osato
aprire. Da principio non pot leggere nulla, ma la busta era sottile,e facendola aderire
al cartoncino che cera dentro, riusc a leggere in tra-sparenza le ultime parole. Era
una formula finale molto fredda. Se invecedi esser lui a guardare una lettera
indirizzata a Forcheville, fosse statoForcheville a leggere una lettera indirizzata
a Swann, avrebbe potuto ve-dere parole ben pi affettuose! Tenne fermo il cartoncino
che ballava nel-la busta pi grande di lui, poi facendolo scivolare col pollice ne
condussesuccessivamente le varie righe sotto la parte della busta che non era foderata, la sola attraverso cui si poteva leggere
71
.C i n o n o s t a n t e , n o n d i s t i n g u e v a b e n e . D e l r e s t o n o n i m p o r t a v a ,
n e aveva visto abbastanza per rendersi conto che si trattava dun piccolo avvenimento senza importanza, che non riguardava per nulla
r a p p o r t i amorosi; era qualcosa che si riferiva a uno zio di Odette. Swann
avevaletto bens in principio della riga: Ho avuto ragione, ma non capiva checosa
Odette aveva avuto ragione di fare, quando a un tratto apparve unaparola che sulle
prime non aveva potuto decifrare, e chiar il senso di tut-ta la frase: Ho avuto
ragione di aprire, era mio zio. Di aprire! Dunque Forcheville era l poco prima
quando Swann aveva suonato, e lei lo ave-va fatto andar via, da ci il rumore che
aveva sentito.Allora lesse tutta la lettera, alla fine si scusava di aver agito
cos conlui, senza cerimonie, e gli diceva che si era scordato le sigarette da lei,
lastessa frase che aveva scritto a Swann una delle prime volte che era venuto. Ma per Swann aveva aggiunto: Cos ci aveste lasciato il cuore, nonve lo avrei
lasciato riprendere. Per Forcheville, niente di simile; nessunaallusione che lasciasse
supporre una tresca fra loro. Del resto, a dire il ve-r o , i n t u t t o c i F o r c h e v i l l e
e r a p i i n g a n n a t o d i l u i , d a l m o m e n t o c h e Odette gli scriveva per fargli
credere che il visitatore era suo zio. Insom-ma era lui, Swann, luomo a cui lei
attribuiva importanza e per cui avevam a n d a t o v i a l a l t r o . Tut t a v i a , s e n o n
c e r a n i e n t e f r a l e i e F or c h e v i l l e ,
251
perch non aprire subito, perch scrivere: Ho fatto bene ad aprire, era mio
zio; se in quel momento non faceva nulla di male, in che modo For-cheville poteva
spiegarsi che avesse potuto non aprire? Swann restava l,desolato, confuso, eppure
felice, davanti a quella busta che Odette gliaveva consegnato senza timore,

tanto assoluta era la fiducia che avevanella sua delicatezza, ma attraverso la


quale, come un vetro trasparente,si svelava a lui, col segreto di un incidente che non
avrebbe mai credutodi riuscire a conoscere, un poco della vita di Odette,
come in una strettasezione luminosa praticata in mezzo allignoto. La sua
gelosia poi se nerallegrava, come se tale gelosia avesse una vitalit indipendente,
egoista,a v i d a d i t u t t o q u a n t o p o t e s s e n u t r i r l a , s i a p u r e a s p e s e
d e l l o s t e s s o S w a n n . Ad e s s o u n a l i m e n t o l o a v e v a , e S w a n n p o t e v a
i n c o m i n c i a r e a tormentarsi ogni giorno per le visite che Odette aveva
ricevuto verso lecinque, a cercar di sapere dove Forcheville si trovava a quellora.
Perchla tenerezza di Swann continuava a conservare il carattere che le
avevanoimpresso, sin dal principio, lignorare in che modo impiegasse Odette lesue
giornate, e insieme la pigrizia mentale che glimpediva di
supplireallignoranza con limmaginazione. Da principio non fu geloso di tutta lavita
di Odette, ma solo dei momenti in cui una circostanza, magari inter-pretata male,
laveva portato a supporre che Odette potesse averlo in- gannato. La sua
gelosia, come una piovra che getta un primo, poi un se-condo, poi un terzo
tentacolo, si aggrapp saldamente a quel momento delle cinque di sera, poi a un
altro, poi a un altro ancora. Ma Swann nonsapeva inventare le proprie
sofferenze, esse erano soltanto il ricordo, il perpetuarsi di una sofferenza che gli
era venuta dallesterno.Ma tutto, ormai, lo faceva soffrire. Volle allontanare Odette da
Forche-ville, condurla per qualche giorno nel Sud. Ma gli pareva che fosse desiderata da tutti gli uomini che si trovavano nellalbergo, e che anche lei lidesiderasse.
Perci lui che una volta, viaggiando, cercava gente nuova,riunioni affollate,
lo si vedeva selvatico, fuggire la compagnia degli uo- mini, quasi ne fosse stato
crudelmente ferito. E come avrebbe potuto nonesser misantropo se in ogni uomo
vedeva un possibile amante di Odette?Cos la sua gelosia, pi ancora di quanto non
avesse fatto lattrazione vo-luttuosa e ridente che aveva avuto per Odette da principio,
alterava il ca-r a t t e r e d i S w a n n , e m u t a v a c o m p l e t a m e n t e a g l i
o c c h i a l t r u i p e r f i n o laspetto dei segni esterni attraverso cui si manifestava
quel carattere.Un mese dopo il giorno che aveva letto la lettera indirizzata da Odettea
Forcheville, Swann and a un pranzo che i Verdurin davano al Bois. Nel
momento in cui si preparavano a partire, not certi conciliaboli fra las i g n o r a
Verdurin
e
parecchi
invitati,
e
credette
di
capire che
252
rammentavano al pianista di venire il giorno dopo a una gita a Chatou
72
.Ora lui, Swann, non era stato invitato.I Verdurin avevano sempre parlato a
mezza voce e in termini vaghi,ma il pittore, certamente distratto, esclam:Lumi
niente; la sonata del
Chiaro di luna
deve eseguirla al buio, cos sivedr meglio lilluminarsi delle cose.L a s i g n o r a
Ver d ur i n , v e d e n d o c h e S w a n n s t a v a a d u e p a s s i , p r e s e quellespressione
in cui il desiderio di far tacere chi parla e di conservareun aspetto innocente agli occhi

di chi ascolta, si neutralizza in unintensanullit dello sguardo, dove limmobile


cenno dintesa del complice si dis-simula sotto i sorrisi dellingenuo; insomma
lespressione, comune a tuttiquanti si accorgono di aver fatto una gaffe, che la rivela
istantaneamente,se non a chi la commette, almeno a chi ne loggetto. Odette ebbe
subitolaria di un disperato che rinuncia a lottare contro le schiaccianti difficol-t
della vita, e Swann contava con ansia i minuti che lo separavano
dalm o m e n t o i n c u i , v e n u t i v i a d a l r i s t o r a n t e , d u r a n t e i l r i t o r n o c o n
l e i , avrebbe potuto chiederle spiegazioni, ottenere che il giorno dopo non an-d a s s e
a Chatou o ve lo facesse invitare, e calmare nelle braccia di
l e i langoscia che provava. Finalmente furono chiamate le carrozze. La signora Verdurin disse a Swann: Addio, allora; a presto, non
vero?,c e r c a n d o
con
la
gentilezza
dello
sguardo
e
l a u t o r i t d e l s o r r i s o dimpedirgli di pensare che non gli diceva,
come avrebbe fatto semprefin qui: A domani a Chatou, a dopodomani da me.II
signore e la signora Verdurin fecero salire con loro Forcheville; lacarrozza
di Swann si era incolonnata dietro la loro, e lui aspettava che partisse per far
salire Odette nella propria.Odette, vi riaccompagniamo a casa, disse la signora
Verdurin;

ab- biamo un posticino per voi accanto al signor de Forcheville.

S, signora, rispose Odette.

Come, ma credevo di accompagnarvi io, esclam Swann, dicendosenza


perifrasi le parole necessarie, giacch lo sportello era aperto, i mi- nuti
contati, e non poteva tornare a casa senza di lei nello stato in cui era.Ma la signora
Verdurin mi ha chiesto

Suvvia, potete benissimo tornare da solo, tante volte ve labbiamo lasciata,


disse la signora Verdurin.

Ma io dovevo dire alla signora una cosa importante.

Ebbene, gliela scriverete

Addio, gli disse Odette tendendogli la mano.Egli tent di sorridere, ma aveva


unaria distrutta.
253
Hai visto Swann, che maniere si permette adesso con noi? disse la si-gnora
Verdurin al marito quando furono a casa. Ho creduto che mi vo- l e s s e
mangiare,
perch
a c c o m p a g n a v a mo
Odette.
Che
s c o n v e n i e n z a , davvero! Allora, lo dica che noi teniamo una casa di appuntamenti!
Noncapisco come Odette sopporti simili modi. Ha proprio laria di dire:

voisiete mia. Dir a Odette quel che ne penso, spero che capir.E dopo un istante
aggiunse ancora, con collera:No, ma guarda un po, quella brutta bestia!,
impiegando senza sa-p e r l o , e f o r s e o b b e d e n d o a l m e d e s i m o o s c u r o
b i s o g n o d i g i u s t i f i c a r s i (come Franoise a Combray quando il pollo non voleva
morire) le paroleche un animale inoffensivo strappa con gli ultimi sussulti
dellagonia alcontadino che lo sta massacrando.E q u a n d o l a c ar r o z z a d e l l a
s i g n o r a Ver d u r i n f u p a r t i t a e q u e l l a d i Swann venne avanti, il cocchiere
guardandolo gli domand se stava ma-le o se era capitata qualche disgrazia.Swann
lo conged, voleva camminare, il ritorno lo fece a piedi, attra- verso il Bois.
Parlava da solo, a voce alta, e nello stesso tono un po artifi-cioso che aveva
adottato finora quando specificava minutamente le at- trattive del piccolo
nucleo ed esaltava la magnanimit dei Verdurin. Macome i discorsi, i sorrisi, i
baci di Odette, se erano rivolti ad altri che lui, g l i d i v e n t a v a n o o d i o s i
q u a n t o d o l c i l i a v e v a t r o v a t i , c o s i l s a l o t t o d e i Verdurin, che ancora poco
prima gli sembrava divertente, animato da unvero gusto per larte e perfino da una
sorta di nobilt morale, adesso cheOdette vi avrebbe incontrato e amato
liberamente altri che lui, gli mo-strava i suoi lati ridicoli, la stupidit la
bassezza.S i r a p pr e s e n t a v a c o n d i s g u s t o s a s e r a t a d e l g i or n o d o p o a
C h a t o u . P r i m a d i t u t t o q u e s t i d e a d i a n d a r e a C h a t o u ! C o me
m e r c i a i a p p e n a chiusa bottega! Davvero questa gente sublime di borghesismo;
non de-v o n o m i c a e s i s t e r e r e a l m e n t e , d e v o n o u s c i r e d a l l e c o m me d i e
d i L a b i - che!
73
Ci sarebbero stati i Cottard, forse Brichot. poco grottesca lesistenzadi questa
gentarella che vive a ridosso uno dellaltro, che si sentirebbepersa parola
mia, se domani non si ritrovassero tutti insieme
a Chatou
!A h i m , c i s a r e b b e s t a t o a n c h e i l p i t t o r e , i l p i t t o r e
a c u i p i a c e v a combinare matrimoni, il quale avrebbe invitato Forcheville
ad andarecon Odette nel suo studio. Vedeva Odette con un abito troppo ricco
perquella gita in campagna, perch tanto volgare e soprattutto,
poverapiccola, talmente stupida!!!.Sentiva le battute che avrebbe detto la signora
Verdurin dopo pranzo,le battute che, chiunque fosse il noioso preso di mira, lo
avevano sempre
254
d i v e r t i t o p er c h v e d e v a r i d e r n e O d e t t e , r i d e r n e c o n l u i , q u a s i i n
lui.Adesso sentiva che forse era di lui che avrebbero fatto ridere
O d e t t e . Che schifosa allegria!, diceva atteggiando la bocca a unespressione
dicos forte disgusto, che avvertiva lui stesso la sensazione muscolare dellasmorfia
fin nel collo contratto contro il colletto della camicia. E comemai una
creatura il cui volto fatto a immagine di Dio pu trovar mate- ria di riso in
quelle spiritosaggini nauseabonde? Ogni narice un po deli-cata si volgerebbe in l
con orrore per non lasciarsi contaminare da mia-s m i s i m i l i . D a v v e r o ,

i n c r e d i b i l e p e n s a r e c h e u n e s s e r e u ma n o p o s s a non capire che,


permettendosi un sorriso a proposito di un proprio simi-le che gli ha teso
lealmente la mano, si degrada fino a sprofondare in un fango, di dove la
migliore volont del mondo non potr pi sollevarlo. Iovivo a unaltitudine di
troppe migliaia di metri sopra i bassifondi dove schiamazzano e latrano
queglimmondi sproloqui, per poter essere inzac-cherato dalle spiritosaggini di una
Verdurin, esclam rialzando il capo,raddrizzando fieramente il busto allindietro:
Dio mi testimone che iovolevo sinceramente togliere Odette di l, sollevarla in
unatmosfera pin o b i l e e p u r a . M a l a p a z i e n z a u ma n a h a u n l i m i t e , e l a
mia allo stre-m o ,
si
disse,
come
se
quella
m i s s i o n e d i s t r a p p a r e O d e t t e a unatmosfera di sarcasmi
datasse da pi di pochi minuti, e non se la fos-se imposta solo da quando pensava che
forse quei sarcasmi avevano peroggetto lui e tentavano di staccare Odette da
lui.Vedeva il pianista pronto a eseguire la sonata del
Chiaro di Luna
, e l e smorfie della signora Verdurin spaventata del male che la musica di Beethoven avrebbe fatto ai suoi nervi. Idiota, commediante! esclam, e cre-de di
amare l
Arte
! Dopo averle insinuato abilmente qualche parola lu-singhiera per Forcheville, come
tanto spesso aveva fatto per lui, avrebbedetto a Odette: Fate un posticino
accanto a voi per il signor de Forche-ville. Nel buio! Mezzana! Ruffiana!
Ruffiana
era il nome che dava an-che alla musica che li avrebbe invitati a tacere, sognare
insieme, guardar-si, pigliarsi per mano. Trovava del buono nella severit
contro le arti, diPlatone, di Bossuet
74
, e della vecchia educazione francese.In conclusione, la vita che si conduceva in casa
dei Verdurin, e che tan-to spesso aveva chiamato la vera vita, gli sembrava la
peggiore di tut-t e , e i l p i c c o l o c l a n , l i n f i mo d i t u t t i g l i a mb i e n t i .
D a v v e r o , d i c e v a , quanto c di pi basso nella scala sociale, lultimo
cerchio di Dante
75
.Nessun dubbio, laugusto testo si riferisce ai Verdurin! In fondo, la gentedella buona
societ, su cui si pu trovar da ridire, unaltra cosa rispettoa questa banda di
teppisti, non c dubbio, quanta profonda saggezza di-m o s t r a n o r i f i u t a n d o d i
conoscerli, di sporcarcisi anche la punta delle
255
dita. Che fiuto nel
noli me tangere
76
del faubourg Saint Germain! Da unpezzo aveva lasciato i viali del Bois, era
quasi arrivato a casa, ma non gliera ancora svaporato il dolore e la vena dinsincerit;

le intonazioni falsee le sonorit artificiose della propria voce gliene


versavano pi abbon-dante lubriacatura di momento in momento, e
continuava ancora a pe-rorare a voce alta nel silenzio notturno: La gente della
buona societ ha isuoi difetti, nessuno li riconosce meglio di me, ma insomma
pur gentecon cui certe cose sono impossibili. Le donne eleganti che ho
conosciuto,q u e s t a o q u e l l a er a b e n l o n t a n a d a l l e s s e r p e r f e t t a , m a
i n s o m m a c e r a sempre in loro un fondo di delicatezza, una lealt nel modo di
agire, chele rendevano incapaci di tradimento, qualunque cosa avvenisse, e basta-no
a scavare un abisso fra loro e una megera come la Verdurin. Verdu-rin! Che
nome! Ah, si pu dire proprio che non gli manchi nulla, sono belli nel loro
genere. Grazie a Dio, era tempo di non condiscendere pi apromiscuit con quella
infamia, con quelle sozzure.Ma come le virt che ancora poco fa attribuiva ai
Verdurin non sareb- bero bastate, anche se le avessero possedute davvero, se
la coppia nonavesse favorito e protetto il suo amore, a provocare in Swann
lebbrezzache lo inteneriva davanti alla loro magnanimit e che, anche se propaga-ta
attraverso altre persone, non poteva venirgli che da Odette,

pari-menti limmoralit che oggi trovava nei Verdurin, fosse anche stata
reale,sarebbe stata impotente a scatenare la sua indignazione e fargli
bollarela loro infamia, se non avessero invitato Odette insieme con Forchevil-le e
senza di lui. E certo la voce di Swann era pi chiaroveggente di lui,quando
si rifiutava di pronunciare quelle parole piene di disgusto per lambiente
Verdurin e di gioia per aver rotto con loro, fuorch in tono ar-tificioso e come se
fossero scelte per saziare la sua collera piuttosto che per esprimere il suo
pensiero. Questo infatti, mentre lui si abbandonavaalle invettive, probabilmente,
senza che lui se ne accorgesse, era occupa-to da un oggetto completamente diverso,
perch arrivato a casa, non ap-pena chiuso il portone, improvvisamente si batt la
fronte, lo fece riapri-re, e usc di nuovo esclamando, questa volta con voce
naturale: Credodaverlo trovato, il mezzo per farmi invitare domani al
pranzo di Cha-tou!. Ma il mezzo doveva essere cattivo, perch Swann non fu
invitato;il dottor Cottard che, chiamato in provincia per un caso grave, non vede-v a i
Ver d ur i n d a p a r e c c h i g i o r n i e n o n e r a p o t u t o a n d a r e a C h a t o u ,
i l giorno dopo di quel pranzo disse in casa loro, mettendosi a tavola:Ma non
vedremo il signor Swann, stasera? proprio quel che si diceun amico personale
del
256

Spero bene di no! esclam la signora Verdurin. Dio ce ne scampi,


asfissiante, stupido e maleducato.A queste parole Cottard manifest al tempo
stesso il suo stupore e las u a s o t t o m i s s i o n e , c o me d a v a n t i a u n a v e r i t
c o n t r a r i a a t u t t o q u a n t o aveva creduto fin qui, ma di evidenza irresistibile; e,
abbassando il nasonel piatto con aria turbata e intimorita, si accontent di rispondere:
Ah!-ah!-ah! -ah! -ah!, attraversando a ritroso, nel ripiegamento di una ritira-ta in

buon ordine fino in fondo a se stesso, lungo una gamma discenden-te, il registro
intero della sua voce. E, in casa Verdurin, non si parl pi di Swann.Allora,
quel salotto che aveva unito Swann e Odette divenne un osta- colo ai loro
incontri. Lei non gli diceva pi come nel primo tempo del lo-ro amore: In ogni caso
ci vedremo domani sera, c una cena dai Verdu-rin, ma: Domani sera non potremo
vederci, c una cena dai Verdurin.Oppure i Verdurin dovevano condurla allOpraComique a vedere
Unanotte di Cleopatra
77
, e Swann leggeva negli occhi di Odette quel terrore disentirsi chiedere di non
andarci, che fino a poco tempo prima non si sa-rebbe potuto trattenere dal
baciare sul viso dellamante, e che adesso loesasperava. Eppure non
collera, si diceva, quel che provo vedendo lasmania che lei ha di correre a
razzolare in quella musica stercoraria. pena, non certo per me, ma per lei; pena
a vedere che dopo essere vissutain contatto quotidiano con me per pi di sei mesi,
non ha saputo diventa-re unaltra, abbastanza da eliminare spontaneamente
Victor Mass. So-prattutto, per non essere arrivata a capire che ci sono certe sere in
cui unacreatura di animo sensibile deve saper rinunciare a un piacere,
quandoglielo si chiede. Dovrebbe saper dire "non ci andr", non fossaltro
percalcolo, giacch proprio in base alla sua risposta verr classificata
unav o l t a p e r t u t t e l a q u a l i t d e l l a s u a a n i m a . E d e s s e n d o s i
p e r s u a s o l u i stesso che infatti, solo per poter dare un giudizio pi favorevole sul
valo-re spirituale di Odette desiderava che quella sera rimanesse con lui inve-ce di
andare allOpra-Comique, le faceva il medesimo ragionamento,con la
stessa insincerit che riservava a se stesso, anzi con un grado in pi, perch,
con lei, obbediva anche al desiderio di prenderla per lamorproprio.Ti giuro, le
diceva qualche minuto prima che lei uscisse per andare ateatro, che domandandoti di
non uscire, desidererei con tutte le mie for-ze, se fossi egoista, che tu mi dicessi
di no, perch stasera ho mille coseda fare e mi trover preso in trappola anchio e
molto contrariato se, con-t r o o g n i a s p e t t a t i v a , m i r i s p o n d i
che non ci andrai. Ma le mie
257
occupazioni, i miei piaceri, non sono tutto, io devo pensare a te. Pu ve-nire il giorno
che, vedendomi staccato per sempre da te, avrai il diritto dir i m p r o v e r ar m i p er
n o n a v e r t i a v v e r t i t o n e i m o m e n t i cr u c i a l i , q u a n d o sentivo che stavo
per dare di te uno di quei giudizi severi a cui lamorenon resiste a lungo.
Vedi,
Una notte di Cleopatra
(che titolo!), nella fatti-s p e c i e n o n v a l e n i e n t e . Q u e l c h e b i s o g n a
s a p e r e s e t u s e i d a v v e r o quellessere che occupa lultimo gradino
della vita intellettuale, e anchedella grazia femminile, Tessere spregevole che non
capace di rinuncia-re a un piacere. Allora , se tu sei cos, come sarebbe
possibile amarti? vi-sto che non sei nemmeno una persona, una creatura definita,

imperfetta,ma almeno perfettibile. Sei unacqua informe che scorre secondo


il pen-dio che le si offre, un pesce senza memoria e senza capacit di
riflettereche, fin quando vivr nellacquario, urter cento volte al giorno contro
ilvetro, continuando a scambiarlo per acqua. Lo capisci che la tua risposta,non dico
avr per effetto che cesser immediatamente di amarti, questo sintende, ma ti
render meno seducente ai miei occhi, quando capir chenon sei una persona, che
sei al di sotto di tutte le cose e non sai metterti al di sopra di nessuna?
Evidentemente, avrei preferito domandarti, comese fosse una cosa senza importanza
di rinunciare a
Una notte di Cleopatra
(giacch mi costringi a sporcarmi le labbra con questo nome abbietto),con
la speranza che ci andassi lo stesso. Ma risoluto, come sono a tenereconto
della tua risposta, a trarne tali conseguenze, ho creduto pi
lealeavvertirtene.Da qualche momento Odette dava segni di turbamento e
dincertezza.Se non il senso del discorso, capiva che poteva rientrare nel
genere co-mune dei lai
78
e delle scene di rimprovero o supplica, per le quali, sor-volando sui particolari
delle parole, la pratica che aveva degli uomini le p e r m e t t e v a d i
c o n c l u d e r e c h e s e n o n f o s s e r o s t a t i i n n a m o r a t i n o n l e avrebbero fatte, e
dal momento che erano innamorati, non serve obbedir-li perch dopo lo sarebbero
stati ancor di pi. Quindi, avrebbe ascoltato Swann con la massima calma se
non avesse visto che il tempo passava eche, per poco che lui parlasse ancora, lei,
come gli disse con un sorriso te-nero, ostinato e confuso, avrebbe finito col perdere
louverture
.Altre volte lui le diceva che ci che soprattutto gli avrebbe fatto smet-t e r e d i
amarla, era il fatto che lei non volesse rinunciare a
m e n t i r e . Anche dal semplice punto di vista della civetteria, le diceva, non
capisciquanto perdi di fascino, abbassandoti a mentire? Con una
confessione,quante colpe potresti riscattare! Davvero, sei molto meno intelligente
diquel che credevo. Ma invano Swann le esponeva cos tutte le ragioni chel e i
a v e v a d i n o n m e n t i r e ; e s s e a vr e b b e r o p o t u t o s c a l z a r e i n O d e t t e u n
258
sistema generale della bugia, ma Odette non ne possedeva nessuno; sol-t a n t o , n e i
c a s i i n c u i v o l e v a c h e S w a n n i g n or a s s e q u a l c h e c o s a c h e l e i aveva
fatto, si limitava a non dirgliela. Cos, la bugia era per lei un espe-diente dordine
particolare; e lunica cosa che poteva stabilire se dovevaservirsene o confessare la
verit, era anchessa una ragione dordine par-ticolare: la probabilit maggiore o
minore che Swann potesse scoprireche non aveva detto la verit.Fisicamente,
Odette attraversava un brutto periodo: ingrossava, e la grazia espressiva e
dolente, gli sguardi meravigliati e sognanti che avevauna volta, sembravano
scomparsi con la prima giovinezza. Dimodoch era diventata tanto cara a Swann
proprio nel momento, per cos dire, chela trovava molto meno bella. A lungo la

guardava per cercare di riaffer-rare lincanto che le aveva conosciuto, e non


lo trovava. Ma sapere ches o t t o q u e l l a c r i s a l i d e n u o v a e r a s e m p r e
O d e t t e c h e v i v e v a , s e mp r e l a stessa volont fugace, inafferrabile e sorniona,
bastava a Swann per con-tinuare a mettere la stessa passione nel tentativo di
catturarla. Poi guar-dava le fotografie di due anni prima, si ricordava comera stata
deliziosa,e questo lo consolava un po di darsi tanto affanno per lei.Quando i Verdurin
la conducevano a Saint-Germain, a Chatou, a Meu-lan
79
, spesso, se era la bella stagione, proponevano l per l di restarci a d o r mi r e
e t or n a r e s o l o i l g i o r n o d o p o . L a s i g n o r a Ver d u r i n c e r c a v a d i calmare
gli scrupoli del pianista, che a Parigi aveva lasciato la zia.S a r f e l i c e di e s s e r s i
s b a r a z z a t a d i v o i p e r u n g i or n o . E p e r c h d o - vrebbe stare in pensiero? lo
sa che siete con noi. Del resto, mi prendo tut-to io sulle spalle.Ma se non ci riusciva,
il signor Verdurin partiva in spedizione, trovavau n u ffi c i o t e l e gr a f i c o o u n
c o r r i er e e s i n f o r ma v a c h i d e i f e d e l i a v e s s e qualcuno da avvertire. Ma
Odette lo ringraziava e diceva che non avevatelegrammi da spedire a nessuno,
giacch a Swann aveva detto una voltap e r s e m p r e c h e a m a n d a r gl i e n e u n o
s o t t o g l i o c c h i d i t ut t i s i s a r e b b e compromessa. A volte si assentava per
parecchi giorni, i Verdurin la con-ducevano a vedere le tombe di Dreux, o a
Compigne su consiglio delpittore, per ammirare i tramonti nella foresta, e si
spingevano fino al ca-stello di Pierrefonds
80
.Pensare che potrebbe visitare autentici monumenti con me, che ho studiato
architettura per dieci anni e di continuo mi pregano di condurregente di primordine a
Beauvais o a Saint-Lou-de-Naud
81
, e lo farei, soloper lei; e lei invece va condei bruti della specie peggiore a estasiarsi
pri-ma davanti alle evacuazioni di Luigi Filippo e poi a quelle di Viollet-leDuc! Mi sembra che non ci sia bisogno di essere artisti per questo, e che,
259
anche senza un odorato particolarmente sensibile, uno non sceglie di an-d a r e a
villeggiare nelle latrine per respirare con pi comodo
g l i escrementi.Ma quando Odette era partita per Dreux o per Pierrefonds,

ahim,senza permettergli di andarci come per caso, per conto proprio,


perch,diceva, farebbe un bruttissimo effetto,

l u i s i s p r o f o n d a v a n e l p i inebriante dei romanzi damore, lorario


ferroviario, che glinsegnava ilmezzo di raggiungerla, il pomeriggio, la
sera, quella stessa mattina. Ilmezzo? quasi di pi: lautorizzazione. Perch
insomma lorario, e anche itreni, non sono mica fatti per i cani. Se si faceva
conoscere al pubblico,per via di stampa, che alle otto del mattino partiva un treno
che arrivavaa Pierrefonds alle dieci, voleva dire che andare a Pierrefonds era un

attolecito, per il quale il permesso di Odette risultava superfluo; ed era altre-s un


atto che poteva avere tuttaltro motivo dal desiderio dincontrareOdette,
poich gente che non la conosceva lo compiva ogni giorno, e in n u m e r o
abbastanza grande perch mettesse conto di scaldare
l e locomotive.Insomma, lei non poteva impedirgli, comunque sia, di andare a Pierrefonds se ne aveva voglia! Ora, per lappunto, sentiva di averne voglia, e se
non avesse conosciuto Odette ci sarebbe andato senzaltro. Da un pez-z o v o l e v a
f a r s i u n i d e a p i pr e c i s a d e i l a v o r i d i r e s t a u r o d i Vio l l e t - l e - Duc. E,
col tempo che faceva, provava il desiderio imperioso di una pas-seggiata nella foresta
di Compigne.Non aveva davvero fortuna, vedersi vietato il solo luogo che
oggi lotentava. Oggi! Se ci andava nonostante la proibizione, poteva vederla og-gi
stesso! Ma mentre, se lei incontrava a Pierrefonds una persona qualun-que, gli
avrebbe detto, tutta allegra: Ma guarda! Voi qui, e gli avrebbechiesto di andarla a
trovare allalbergo dovera scesa coi Verdurin, invecese incontrava lui, Swann, si
sarebbe seccata, si sarebbe detta che la pedi-nava, lo avrebbe amato di meno, forse
scorgendolo si sarebbe voltata concollera dallaltra parte. E cos, io non ho pi
il diritto di viaggiare!, gliavrebbe detto al ritorno, mentre, in conclusione,
era lui che non avevapi il diritto di viaggiare!Per un momento aveva avuto lidea,
per poter andare a Compigne e aPierrefonds senza aver laria di farlo per incontrare
Odette, di farcisi ac-compagnare da un amico, il marchese di Forestelle, che
possedeva un ca-stello nei dintorni. Questi, informato del progetto ma non
del motivo,non stava in s dalla gioia, meravigliato che Swann, per la
prima voltadopo quindici anni, acconsentisse finalmente ad andare a vedere
la suap r o p r i e t , e , g i a c c h g l i a v e v a d e t t o c h e n o n a v e v a
intenzione di
260
trattenersi, gli promettesse almeno di far con lui passeggiate ed escursio-ni per vari
giorni. Swann gi si immaginava laggi col signor di Forestel-le. Prima ancora di
vedere Odette, perfino se non riusciva a vederla, chefelicit metter piede su
quella terra dove, non sapendo il luogo precisodella presenza di lei a un
dato momento, avrebbe sentito palpitare dap-pertutto la possibilit della sua
comparsa improvvisa: nel cortile del ca-stello, diventato bello ai suoi occhi
perch era venuto a visitarlo per cau-sa sua; in tutte le strade della citt, che gli
sembrava romantica; su ognisentiero della foresta, che un tramonto
profondo e tenero illuminava dirosa;

asili innumerevoli e alternativi, dove veniva a rifugiarsi simulta-neamente,


nellincerta ubiquit delle sue speranze, il suo cuore felice, er-rabondo e moltiplicato.
Soprattutto, avrebbe detto al signor di Forestel-le, stiamo attenti a non
imbatterci in Odette e nei Verdurin; ho appena saputo che proprio oggi sono a
Pierrefonds. Gi ci vediamo abbastanza aParigi, non varrebbe la pena di venir
via per non poter fare un passo gli u n i s e n z a g l i a l t r i . E i l s u o a mi c o
n o n a v r e b b e c a p i t o p er c h , a p p e n a laggi, cambiasse programma venti volte,
ispezionasse le sale da pranzod i t u t t i g l i a l b e r gh i d i C o m p i g n e s e n z a

r i s o l v e r s i a pr e n d e r p o s t o i n una, bench non si fosse vista traccia di


nessun Verdurin, con laria dicercare quel che diceva voler fuggire, e,
daltronde, fuggendo davveroquando lavesse trovato: infatti, se avesse incontrato
il piccolo gruppo sisarebbe allontanato con ostentazione, contento di aver
veduto Odette eche lei lo avesse veduto, soprattutto che lo avesse veduto incurante
di lei.Ma no, lei avrebbe indovinato che era l per lei. E quando il signor di Forestelle veniva a prenderlo per partire, gli diceva: Purtroppo no, oggi non
posso andare a Pierrefonds, proprio oggi c Odette. E, nonostantetutto, Swann era
contento di sentire che se, unico fra tutti i mortali, quelgiorno non aveva il diritto
di andare a Pierrefonds, era perch in effetti lui rappresentava per Odette uno
diverso dagli altri, il suo amante, e chela restrizione stabilita per lui al diritto
universale di libera circolazionecostituiva nientaltro che una forma di
quella schiavit, di quellamoreche gli era tanto caro. Decisamente, meglio
non correre il rischio di gua-starsi con Odette; pazientare, aspettarne il
ritorno. Passava le giornatechino sopra una carta della foresta di Compigne,
come fosse stata la car-ta del Paese del Tenero
82
, si circondava di fotografie del castello di Pier-refonds. Appena venuto il giorno in
cui era possibile che lei tornasse, ria-priva lorario, calcolava il treno che aveva
dovuto prendere, e quelli che,se faceva tardi, le rimanevano ancora. Non usciva
per paura di perdereun telegramma, non si coricava per il caso che, tornata
con lultimo tre-no, volesse fargli la sorpresa di venire a trovarlo nel cuore
della notte.
261
Per lappunto, sentiva suonare al portone; sembrandogli che tardassero ad
aprire voleva svegliare il portiere, si metteva alla finestra per chiama-re Odette se era
lei, perch, nonostante le raccomandazioni che era scesoa impartire di persona pi di
dieci volte, erano capaci di dirle che lui nonci stava. Era un domestico che rientrava.
Seguiva il volo incessante dellecarrozze che passavano, a cui altre volte non
aveva mai prestato atten-zione. Le ascoltava a una a una giungere di lontano,
avvicinarsi, sorpas-sare la porta senza fermarsi, e recare pi lon tanto un messaggio
che nonera per lui. Aspettava tutta la notte, ahim inutilmente, perch i
Verdurinavevano anticipato il rientro, Odette si trovava a Parigi da mezzogiorno,non
le era venuto in mente di avvertirlo; non sapendo cosa fare, era an-data da
sola a passare la sera a teatro, e gi da un pezzo era rientrata a coricarsi, e
stava dormendo.Il fatto che a lui non ci aveva nemmeno pensato. E quei
momenti incui dimenticava perfino lesistenza di Swann, erano pi utili a
Odette,servivano a legarle Swann, meglio di tutta la sua civetteria. Perch
cosSwann viveva in quellagitazione dolorosa che gi una volta era stata
ab- bastanza potente da fare sbocciare il suo amore, quando non aveva trovato Odette in casa dei Verdurin e laveva cercata tutta la sera. E lui nonaveva, come
ebbi io nellinfanzia a Combray, giornate felici durante le q u a l i s i
s c o r d a n o l e s o ffe r e n z e c h e r i n a s c e r a n n o l a s e r a . L e g i o r n a t e , Swann

le passava senza Odette; e ogni tanto si diceva che lasciare unadonna tanto
bella uscire sola per Parigi, era imprudente, come mettere u n o s c r i g n o
p i e n o d i g i o i e l l i i n m e z z o a l l a s t r a d a . Al l o r a s i n d i g n a v a contro tutti i
passanti come contro tanti ladri. Ma il loro viso collettivo einforme, sfuggendo alla
sua immaginazione, non nutriva la sua gelosia, gli affaticava la testa; e
passandosi la mano sugli occhi Swann esclamava:Sia fatta la volont di Dio!,
come coloro che, dopo essersi accaniti adafferrare il problema della realt
del mondo esterno o della immortalitdellanima, concedono la distensione
dun atto di fede al cervello affati- cato. Ma, sempre, il pensiero dellassente era
mescolato in modo indisso-lubile agli atti pi semplici della vita di Swann,

mangiare, ricevere laposta, uscire, andare a dormire,

se non altro, per la tristezza che pro-vava a compierli senza di lei, come quelle
iniziali di Filiberto il Bello che,nella chiesa di Brou, Margherita dAustria intrecci
dappertutto alle pro-prie, per il rimpianto che aveva di lui
83
. Certi giorni, invece di rimanere acasa, andava a mangiare in un ristorante
abbastanza vicino, che un tem-po aveva apprezzato per la buona cucina, ma
adesso ci andava soltantoper una di quelle ragioni insieme mistiche e strampalate
che vengon det-te romantiche, cio perch questo ristorante (esiste tuttora)
portava lo
262
stesso nome della strada dove abitava Odette:
Laprouse
84
. Certe volte,quando lassenza era stata breve, solo dopo diversi giorni lei si
preoccu-pava di fargli sapere che era tornata a Parigi. E, senza prendere pi,
co-me un tempo, la precauzione di ripararsi per ogni evenienza dietro
unpiccolo frammento tolto in prestito alla verit, gli diceva semplicementeche era
tornata in quel momento, col treno del mattino. Erano parole bu-g i ar d e ; a l m e n o
p e r O d e t t e e r a n o b u g i ar d e , i n c o n s i s t e n t i , g i a c c h n o n possedevano,
come in caso fossero state vere, un punto dappoggio nel ricordo dellarrivo
alla stazione; mentre le pronunciava le era persino im-possibile rappresentarsela,
glielo impediva limmagine contraddittoria delle cose completamente diverse
che aveva fatto nel momento in cui af-fermava di essere scesa dal treno. Ma invece,
nella mente di Swann quel-le parole che non incontravano ostacoli venivano a
incrostarsi diventan-do inamovibili come verit indubitabili; al punto che, se un
amico gli di-ceva di essere arrivato con quel treno e di non aver visto Odette, era convinto che a sbagliarsi di giorno o di ora era lamico, dal momento che ilsuo
racconto non si conciliava con le parole di Odette. Queste gli sareb- bero
parse bugiarde solo se ne avesse diffidato da prima. Per credere chelei mentiva, un
sospetto preliminare era condizione necessaria. Era an- che, del resto,

condizione sufficiente. Allora, tutto quel che diceva Odettegli sembrava sospetto. La
sentiva citare un nome: certamente era uno deisuoi amanti; fabbricata appena
questa supposizione, passava settimanead affliggersi; una volta si mise perfino
in rapporto con unagenzia inve-stigativa per sapere indirizzo e impiego del
tempo di uno sconosciuto,che non lo avrebbe lasciato respirare finch non fosse
partito per un viag-g i o e , a l l a f i n e , v e n n e a s a p e r e c h e e r a u n o z i o
d i O d e t t e m o r t o d a ventanni.Bench di regola lei non gli permettesse di
raggiungerla in locali pub- blici, dicendo che avrebbe dato adito a chiacchiere,
capitava che, in unaserata doverano invitati tutte due,

d a F o r c h e v i l l e , d a l p i t t o r e , o a l ballo di beneficenza di un ministero,

lui ci fosse quando cera lei. Lav e d e v a , m a n o n o s a v a


r e s t a r e p e r t i m o r e d i r r i t a r l a d a n d o l e limpressione di
spiare gli svaghi che si prendeva con altri e che, mentrerientrava solitario e si
coricava pieno dansia come dovevo esserlo io conmia madre di l a qualche anno, le
sere che lui veniva a pranzo a casa no-stra a Combray
85
, gli sembravano illimitati perch non ne aveva visto lafine. E una volta o due,
durante serate come quelle assapor una di quel-l e g i o i e c h e , s e n o n
subissero
con
tanta
violenza
il
c o n t r a c c o l p o dellinquietudine bruscamente interrotta, saremmo tentati
di definirlecalme, perch consistono in un acquietamento: era passato uri
attimo a
263
un ricevimento dal pittore e si preparava ad andarsene; vi lasciava Odet-te,
trasformata in una brillante sconosciuta, in mezzo a uomini ai quali i suoi
sguardi e la sua gaiezza, che non erano per lui, sembravano parlaredi qualche
volutt che sarebbe stata goduta l o altrove (forse al Ballo degli Incoerenti
86
, dove lui aveva paura che si recasse pi tardi), cau- sando a Swann pi gelosia
della stessa unione carnale, perch gli riusci-va pi difficile immaginarla. Stava
gi per varcare la porta dellatelier,quando si sent richiamare da queste parole
(che tagliando alla festa il fi-nale che lo spaventava, gliela rendevano
retrospettivamente innocente;facevano del ritorno di Odette una cosa non pi
inconcepibile e tremen-da, ma dolce e conosciuta, e che lui si sarebbe tenuta accanto,
in carrozza,come un poco della sua vita di tutti i giorni; e spogliavano la stessa Odette della sua apparenza troppo brillante e gaia; mostravano infine
c h e quello era stato solo il travestimento di un attimo, indossato per se stesso, non in vista di misteriosi piaceri, e del quale era gi stanca), da questep a r o l e
che Odette gli lanciava quando lui stava gi sulla soglia:
N o n vorreste aspettarmi cinque minuti? Sto per andarmene, torneremmo
in-sieme, mi accompagnerete a casa.Vero che, un giorno, Forcheville aveva

chiesto di essere a sua voltaa c c o mp a g n a t o , m a ar r i v a t i a l l a p o r t a d i


O d e t t e , s i c c o me s o l l e c i t a v a i l permesso di entrare lui pure, Odette gli aveva
risposto indicando Swann:Ah, dipende da quel signore l, domandatelo a lui.
Va bene, se volete,entrate un momento, ma non per molto, perch vi avverto che a
lui piacechiacchierare tranquillamente con me, e non gli garba molto che ci
sianovisite quando viene lui. Eh, se conosceste quelluomo l come lo conoscoio; non
vero,
my love
, ci sono solo io a conoscervi bene.E forse Swann era anche pi commosso quando
in presenza di Forche-ville gli rivolgeva non solo quelle parole di tenerezza,
di predilezione,ma anche certe critiche come: Sono sicura che non avete ancora
rispostoai vostri amici per il pranzo di domenica. Non andateci, se non
volete;ma almeno siate educato, oppure: Vi siete ricordato di lasciare qui
ilvostro saggio su Ver Meer, per portarlo un po avanti domani? Che pigrone! Vi far lavorare io. Da cui risultava che Odette si teneva al corrente dei suoi inviti in societ e dei suoi studi darte, che loro due aveva-no davvero
una vita in comune. E cos dicendo gli rivolgeva un sorriso, in fondo al quale
lui la sentiva tutta sua.Allora, in quei momenti, mentre lei preparava per loro
unaranciata,dun tratto, come quando un riflettore mal regolato muove
intorno a unoggetto, sulla parete, grandi ombre fantastiche che vengono poi
a ripie-garsi e annullarsi in esso, tutte le idee terribili e fluttuanti che si
faceva
264
sul conto di Odette svanivano, per riunirsi al bel corpo che Swann avevadavanti.
Dimprovviso gli veniva il sospetto che quellora passata in casadi Odette, sotto la
lampada, forse non era unora artificiale, a uso e con-sumo suo (destinata a
mascherare questa cosa spaventosa e deliziosa a c u i l u i p e n s a v a
incessantemente senza potersela rappresentare bene:unora della
v e r a v i t a d i O d e t t e , d e l l a vi t a di O d e t t e q u a n d o l u i n o n c e r a ) , c o n
a r r e d i d i t e a t r o e f r u t t a d i c a r t o n e , m a f o r s e e r a d a v v e r o unora
della vita di Odette; che se lui non ci fosse stato, lei avrebbe spintoverso
Forcheville la stessa poltrona e non gli avrebbe versato una bibita ignota, ma
precisamente quellaranciata; che il mondo abitato da Odettenon fosse quellaltro
mondo spaventoso e soprannaturale dovegli passa-va il tempo a situarla e che
forse esisteva solo nella sua immaginazione,ma luniverso reale, da cui non
emanava nessuna tristezza speciale, checomprendeva quel tavolo sul quale
lui avrebbe potuto scrivere e quella bibita che gli sarebbe stato permesso di
assaporare: tutti quegli oggettiche contemplava con curiosit e ammirazione
pari alla gratitudine per-ch, se lo avevano liberato, assorbendoli, dai suoi sogni,
in compenso sene erano arricchiti, gliene mostravano la realizzazione
tangibile, e inte-ressavano la sua mente, prendevano rilievo ai suoi occhi,
nel momentostesso in cui gli placavano il cuore. Ah, se il destino gli avesse
concessodi dividere con Odette una sola dimora, di essere a casa propria in

casadi lei; se, chiedendo al domestico che cosa cera a colazione, avesse avutoin
risposta il men di Odette; se la mattina, quando Odette voleva anda-re a passeggio
nel viale del Bois de Boulogne, il suo dovere di buon mari-to, anche senza aver
voglia di uscire, gli avesse imposto di accompagnar-la, portandole il mantello
quando lei aveva troppo caldo; e la sera, dopo cena, se lei aveva voglia di
restare a casa in
dshabill
, fosse stato costrettoa rimanerle vicino, a fare quel che voleva lei; come
allora, tutte le ineziedella vita di Swann che gli sembravano cos tristi, dal
momento che an-davano a far parte della vita di Odette, avrebbero preso invece,
anche lepi familiari come quella lampada, laranciata, la poltrona che
contene-vano tanta parte di sogno, che materializzavano tanto desiderio,

unaspecie di dolcezza sovrabbondante e di densit misteriosa!Eppure, capiva bene


che ci che rimpiangeva tanto era una calma, unapace, che non avrebbero certo
costituito per il suo amore unatmosferafavorevole. Quando Odette avesse
cessato di essere per lui una creaturasempre assente, rimpianta, immaginaria;
quando il sentimento che avevaper lei non fosse stato pi il turbamento misterioso
che gli causava la fra-se della sonata, ma affetto, riconoscenza; quando fra loro si
fossero stabi-l i t i r a p p o r t i n o r ma l i m e t t e n d o f i n e a l l a s u a f o l l i a e a l l a
sua tristezza,
265
allora, senza dubbio, le azioni delia vita di Odette gli sarebbero
apparsepoco interessanti in se stesse,

come gi pi volte ne aveva avuto il so-spetto, per esempio il giorno che aveva letto
attraverso la busta la letteraindirizzata a Forcheville. Osservando con
perspicacia il proprio male,quasi se lo fosse inoculato lui stesso per studiarlo, si
diceva che, una vol-ta guarito, quel che Odette poteva fare gli sarebbe stato
indifferente. Ma,a dire il vero, dallinterno del suo stato morboso, temeva
come la morteuna simile guarigione, essa infatti sarebbe stata la morte di
tutto ci chelui era attualmente.Dopo quelle serate tranquille, i sospetti di Swann si
calmavano; bene-diceva Odette, e il giorno seguente, di prima mattina, le faceva
mandarea casa gioielli bellissimi, perch le bont del giorno prima avevano desta-to o
la sua gratitudine, o il desiderio di vederle ripetere, o un parossismodamore che
aveva bisogno di sfogarsi.Ma in altri momenti il dolore lo riassaliva, immaginava che
Odette fos-se lamante di Forcheville e che quando lavevano visto, dal
land deiVerdurin, al Bois, la vigilia della festa di Chatou dove non era stato invitato, con quellaria disperata che aveva colpito perfino il cocchiere, pregarla inutilmente di venir via con lui, poi tornarsene per conto suo, solo esconfitto, lei
nellindicarlo a Forcheville dicendogli: Eh, quanta rabbia!,doveva aver avuto gli
stessi sguardi scintillanti, maliziosi, obliqui e sor-nioni di quando costui aveva
scacciato Saniette da casa Verdurin.Allora, Swann la detestava. Ma insomma,
sono proprio un bello stu-pido, si diceva, pago col mio denaro il piacere degli

altri. Per far bene astare attenta, non tirar troppo la corda, perch potrei anche non
darle piniente. In ogni caso, rinunciamo intanto alle gentilezze
supplementari!Pensare che non pi tardi di ieri, siccome diceva che le
sarebbe piaciutoassistere alla stagione di Bayreuth, ho fatto la bestialit di
proporle diprendere in affitto per noi due, nei dintorni, uno dei graziosi castelli delre
di Baviera
87
. E del resto, non che abbia fatto salti di gioia, non ha anco-ra detto n s n no;
speriamo che rifiuti, gran Dio! Ascoltare Wagner perquindici giorni, con lei che se ne
cura come un pesce di una mela sarebbedavvero allegro! E poich il suo odio,
precisamente come il suo amore,aveva bisogno di manifestarsi e di agire, egli
godeva nello spingere sem-pre pi oltre le immaginazioni cattive; grazie alle perfidie
che attribuivaa Odette la detestava di pi, e nel caso che fossero risultate
vere (comecercava di figurarsi) avrebbe avuto loccasione di punirla e di sfogare
sudi lei la sua rabbia crescente. Giunse cos perfino a supporre di
ricevereuna lettera di Odette, in cui gli chiedeva del denaro per prendere in affit-t o
i l c a s t e l l o v i c i n o a B a y r e u t h , m a a v v e r t e n d o l o c h e l u i n o n p ot e v a
266
venirci perch lei aveva promesso di invitare Forcheville e i Verdurin. A h ,
come gli sarebbe piaciuto che osasse tanto! Che gioia dirle di
n o , mettere nero su bianco la risposta vendicatrice; gi si compiaceva di sce-gliere i
termini, enunciandoli a voce alta, come se la lettera lavesse rice-vuta davvero.O r a ,
fu proprio quel che avvenne, non pi tardi del giorno
d o p o . Odette gli scrisse che i Verdurin e i loro amici avevano manifestato il des i d e r i o d i a s s i s t e r e a q u e l l e r a p pr e s e n t a z i o n i d i Wag n e r e c h e , s e
l u i avesse voluto davvero mandarle il denaro, lei avrebbe finalmente avutoil piacere,
dopo essere stata cos spesso ospite loro, di invitarli a sua vol-ta. Quanto a lui,
nemmeno una parola: era sottinteso che la loro presenzaescludeva la sua.Allora,
quella terribile risposta di cui, il giorno prima, aveva stabilitoogni parola
non osando sperare di potersene mai servire, aveva la gioiadi fargliela
recapitare. Ahim! capiva bene che col denaro che aveva o che avrebbe
facilmente trovato, lei poteva ugualmente affittare qualcosaa Bayreuth dal
momento che lo desiderava, lei che non era capace di far differenza fra Bach e
Clapisson
88
. Ma nonostante tutto, se la sarebbe pas-sata pi magra. Non avrebbe certo
potuto, se lui non le avesse speditoqualche biglietto da mille franchi, organizzare
tutte le sere, in un castello,una cena raffinata al termine della quale, forse, si sarebbe
tolta la fantasia

a cui poteva darsi che non avesse ancora pensato

di cadere tra le braccia di Forcheville.E poi almeno, quel viaggio detestato,


non sarebbe stato lui, Swann, apagarlo!

Magari avesse potuto impedirlo! Se si fosse slogata un piedeprima della partenza, o


se il cocchiere della carrozza che doveva portarlaalla stazione avesse
acconsentito, non importa a che prezzo, a condurla in un luogo dove rimanesse
sequestrata per un certo tempo, quella don-na perfida, dagli occhi smaltati di un
sorriso di complicit rivolto a For-cheville, che Odette era per Swann da
quarantottore!Ma non lo era mai molto a lungo; in capo a qualche giorno lo
sguardoluccicante e furbesco perdeva splendore e doppiezza, quellimmagine diuna
Odette esecrata che diceva a Forcheville: Quanta rabbia!, incomin-ciava a
impallidire, a dileguarsi. Allora, a poco a poco, ricompariva e si alzava
brillando dolcemente il volto dellaltra Odette, quella che rivolge-va a sua volta un
sorriso a Forcheville, ma un sorriso dove per Swann cera soltanto tenerezza,
quando diceva: Non fermatevi a lungo, percha quel signore l non gli garba molto
che io abbia visite quando ha vogliadi stare con me. Ah, se conosceste quelluomo l
come lo conosco io!, lostesso sorriso con cui ringraziava Swann per un tratto di
delicatezza che
267
lei tanto apprezzava, per un consiglio che gli aveva chiesto in una
dellecircostanze gravi nelle quali non si fidava che di lui.Allora, a questaltra Odette,
si domandava come aveva potuto scriverela lettera oltraggiosa di cui lei certamente
non lo avrebbe creduto capace,fino a quel momento, e che lo aveva fatto scendere
dalla posizione eleva-ta, unica, che con la sua bont e lealt si era conquistato nella
stima di lei.Le sarebbe diventato meno caro, giacch era proprio per quelle doti,
chenon trovava n in Forcheville n in nessun altro, che lei lo amava. Proprio per esse, Odette gli dimostrava cos spesso una gentilezza, che lui non
prendeva in nessuna considerazione quando era geloso, perch nonera segno di
desiderio, e anzi dimostrava affetto pi che amore; ma dicui ricominciava a
sentire limportanza via via che la spontanea disten-sione dei sospetti,
spesso accentuata dalla distrazione recatagli da un li- bro darte o dalla
conversazione con un amico, rendeva la sua passione meno avida di
reciprocit.Dopo questa oscillazione, adesso che Odette era ritornata naturalmen-te
nel posto da cui per un momento la gelosia di Swann laveva rimossa,nellangolo in
cui la trovava adorabile, Swann se la raffigurava piena di tenerezza, con uno
sguardo accondiscendente, cos bella in questo atteg-giamento, che non poteva
trattenersi di tendere le labbra verso di lei co-me se fosse l e lui potesse
baciarla; e di quello sguardo, affascinante e b u o n o , l e s e r b a v a
r i c o n o s c e n z a c o me s e l a v e s s e a v u t o d a v v e r o e n o n fosse stata solo
limmaginazione a dipingerlo per appagare il suo deside-rio. Che dispiacere
doveva averle dato! Certo, trovava valide ragioni alrisentimento contro di
lei, ma non sarebbero bastate a farglielo provarese non lavesse tanto
amata. Motivi altrettanto gravi di rancore non neaveva forse avuti contro

altre donne alle quali oggi avrebbe reso volen- tieri un servigio, dal momento
che, non amandole pi, non era pi in col-lera con loro. Se mai un giorno si
fosse trovato nei confronti di Odettenella stessa condizione dindifferenza,
avrebbe capito che soltanto la ge-losia gli aveva fatto scorgere qualcosa di atroce,
dimperdonabile in queldesiderio, in fondo cos naturale, derivante da un po
di infantilismo ea n c h e d a u n a c e r t a d e l i c a t e z z a d a n i mo , d i p ot e r e a
s u a v o l t a , p o i c h loccasione si offriva, ricambiare le cortesie dei Verdurin,
giocare alla pa-drona di casa.Tornava al punto di vista

opposto a quello dellamore e della gelo-sia, e in cui si metteva talvolta per una
sorta di equit intellettuale e pertener conto delle diverse probabilit,

dal quale cercava di giudicareOdette come se non la amasse, come se fosse


per lui una donna come le
268
altre, come se la vita di Odette, appena lui non cera, non fosse stata diversa, tramata di nascosto a lui, ordita contro di lui.Perch credere che lei avrebbe
gustato laggi, con Forcheville o con al-tri, piaceri inebrianti che accanto a lui non
aveva conosciuto, e che solo lasua gelosia inventava di sana pianta? A Bayreuth come
a Parigi, se acca-deva a Forcheville di pensare a lui, poteva farlo soltanto come a
qualcu-no che contava molto nellesistenza di Odette, al quale era costretto a ce-dere
il posto quando sincontravano in casa di lei. Se Forcheville e Odetteavessero
trionfato nel trovarsi laggi suo malgrado lavrebbe voluto lui,cercando inutilmente
di impedirle di andarci; mentre se avesse approva-to il progetto, del resto
giustificabile, lei avrebbe avuto laria di esser lag-gi per suo consiglio, vi si
sarebbe sentita mandata, alloggiata da lui, e del piacere che avrebbe provato
nellospitare le persone che tanto spessoavevano ospitato lei, sarebbe stata
riconoscente a Swann.E, invece di partire in rotta con lui, senza averlo rivisto,

se le avessemandato il denaro, se lavesse incoraggiata al viaggio preoccupandosi


dir e n d e r gl i e l o p i a c e v o l e , l e i s a r e b b e a c c o r s a , f e l i c e , r i c o n o s c e n t e , e
l u i avrebbe avuto quella gioia di vederla che non godeva da quasi una setti-mana e
che niente poteva sostituire. Perch, non appena Swann riuscivaa rappresentarsela
senza orrore, appena rivedeva nel suo sorriso un po d i b o n t , e l a g e l o s i a
n o n a g g i u n g e v a p i a l s u o a mo r e i l d e s i d e r i o d i strapparla a chiunque
altro, questamore ridiventava soprattutto gusto per le sensazioni che gli dava la
persona di Odette, per il piacere che pro-vava nellammirare come uno spettacolo o
interrogare come un fenome-no il sorgere di uno dei suoi sguardi, il formarsi
di uno dei suoi sorrisi,lemissione di un suo tono di voce. E quel piacere, diverso
da tutti gli al-tri, aveva finito col creargli un bisogno di lei che lei sola
poteva saziarecon la sua presenza o con le sue lettere, un bisogno disinteressato,
artisti-co e morboso, quasi come un altro bisogno che caratterizzava quel
nuovoperiodo della vita di Swann, in cui allaridit e alla depressione degli an-ni
passati era seguita una specie di esuberanza spirituale senza che luisapesse

a che cosa era dovuto questo arricchimento insperato della vitainteriore,


come una persona di salute cagionevole che, a partire da un certo momento,
sirrobustisce, ingrassa, e per qualche tempo sembra av-viarsi a guarigione
completa:

questaltro bisogno, che si sviluppavaanchesso al di fuori del mondo reale, era


quello di ascoltare, di conosce-re musica.Cos, per lalchimia stessa del suo
male, dopo aver costruito gelosiacon lamore, ricominciava a fabbricare per
Odette tenerezza e piet. Eraridiventata lOdette incantevole e buona. Provava
rimorso di essere stato
269
duro con lei. Desiderava che gli fosse vicina, e, prima, di averle procura-to qualche
piacere, per vedere il suo viso plasmato, il suo sorriso model-lato dalla
gratitudine.Odette, sicura di vederlo tornare, dopo qualche giorno, tenero e sottomesso come prima, per chiederle di far pace, si abituava cos a non averpi
paura non solo di dispiacergli, ma anche di irritarlo, e quando le fa- ceva
comodo gli rifiutava i favori a cui lui teneva di pi. Forse non sape-va quanto fosse
stato sincero con lei durante il litigio, quando le avevadetto che non le
avrebbe mandato denaro e che avrebbe cercato di nuo-cerle. Forse non
sapeva nemmeno quanto lo fosse, se non con lei, perlo-meno con se stesso,
in altri casi quando, nellinteresse dellavvenire delloro legame, per
mostrare a Odette che era capace di fare a meno di lei, che una rottura
rimaneva pur sempre possibile, decideva di stare per unpo senza andarla a trovare.A
volte, lo faceva dopo qualche giorno in cui lei non gli aveva causatonuovi crucci; e
siccome sapeva che dalle prossime visite non poteva ca-varne alcuna
grande gioia, ma, pi probabilmente, qualche dispiacereche avrebbe messo
fine alla calma di cui godeva, le scriveva che, essendomolto occupato, non poteva
vederla in nessuno dei giorni previsti. Ora,una lettera di lei, incrociandosi
con la sua, lo pregava precisamente dis p o s t a r e u n i n c o n t r o . L u i s i
d o m a n d a v a p er c h ; i s o s p e t t i , i l d o l o r e s i riimpossessavano di lui. Nel
nuovo stato dagitazione in cui si trovavanon poteva pi mantenere
limpegno che aveva preso nella fase prece- dente di calma relativa: correva da
lei e pretendeva di vederla tutti i gior-ni seguenti. E, anche se lei non gli aveva scritto
per prima, se rispondevasoltanto, acconsentendo alla proposta di una breve
separazione, questa bastava perch lui non potesse pi resistere senza
vederla. Contraria-mente ai suoi calcoli infatti, il consenso di Odette aveva
provocato in luiun cambiamento radicale. Come tutti coloro che possiedono
una cosa,per sapere ci che accadrebbe smettendo un attimo di possederla,
lavevar i mo s s a d a l s u o s p i r i t o , l a s c i a n d o t ut t o i l r e s t o n e l l o s t a t o d i
q u a n d o cera. Ora, lassenza di una cosa non solo questo, non una
semplicemancanza parziale, uno scombussolamento di tutto il resto, uno
statonuovo che durante lantico non si pu prevedere.Altre volte invece

Odette stava per mettersi in viaggio,


era dopoqualche piccola disputa, di cui lui sceglieva il pretesto, che
decideva dinon scriverle e non rivederla prima del suo ritorno, attribuendo
cos lea p p a r e n z e ( e c h i e d e n d o i l b e n e f i c i o ) d i u n a g r o s s a l i t e , c h e
f o r s e l e i avrebbe creduto definitiva, a una separazione inevitabile dovuta,
per la
270
maggior parte, al viaggio di lei che lui semplicemente faceva incomincia-re un po
prima. Gi si figurava Odette inquieta, afflitta per non aver ri-cevuto visite
n lettere, e questa immagine, calmando la sua gelosia, glirendeva facile
disabituarsi a vederla. Senza dubbio, a tratti, nel pi pro-fondo del suo
spirito dove quella risoluzione confinava Odette, grazie a tutto lo spazio
frapposto delle tre settimane di separazione accettata, luiconsiderava con piacere
lidea di rivederla al suo ritorno; ma anche con cos scarsa impazienza, che
incominciava a chiedersi se non avrebbe rad-doppiato volentieri la durata di
unastinenza cos facile. Questa era co-minciata da appena tre giorni, molto
meno del tempo che spesso avevatrascorso senza vedere Odette e senza
averlo premeditato come adesso.Eppure ecco, una leggera contrariet o un
malessere fisico,

spingendo-lo a considerare il momento presente come eccezionale, fuori


regola, incui la stessa saggezza consentiva di accogliere il sollievo che reca un piacere e di congedare, fino a unefficace ripresa dello sforzo, la volont,

sospendeva lazione di questultima che smetteva di esercitare la


s u a pressione; o anche per meno ancora, il ricordo di uninformazione che siera
dimenticato di chiedere a Odette, se avesse stabilito di che colore vo-leva fare
ridipingere la carrozza, o a proposito di un certo titolo di Borsa,se desiderava
comprare azioni ordinarie o privilegiate (mostrare di poterrestare senza vederla,
benissimo, ma se poi bisognava rifare la vernicia- tura o se le azioni non
davano dividendi, sarebbe stato un bel guaio), ec-co che, come un elastico teso che si
allenta, o come laria dentro una mac-china pneumatica che viene socchiusa, lidea di
rivederla, dalle lontanan-ze dovera confinata, ritornava dun balzo nel campo del
presente e delleimmediate possibilit.Vi ritornava senza pi incontrare resistenza, e
daltronde cos irresisti- bile che a sentire avvicinarsi a uno a uno i quindici giorni che
doveva re-s t a r e s e p a r a t o d a O d e t t e , S w a n n a v e v a s o ffe r t o m o l t o m e n o
c h e n o n adesso, ad attendere i dieci minuti impiegati dal cocchiere ad attaccare
lac a r r o z z a c h e l a v r e b b e p o r t a t o d a l e i ; e g l i l i
p a s s a v a i n s l a n c i dimpazienza e di gioia, riafferrando mille volte, per
prodigarle la sua te-nerezza, quellidea di ritrovarla che, cos repentinamente, quando
la cre-deva tanto lontana, era di nuovo accanto a lui, nello strato pi
prossimodella sua coscienza. Il fatto che non trovava pi a farle ostacolo il desiderio di cercare senza indugio di resisterle che in Swann era scomparso da
quando, avendo dimostrato a se stesso,


almeno cos credeva,

diesserne cos facilmente capace, non vedeva pi inconvenienti nel rinviareun


esperimento di separazione che adesso era sicuro di poter eseguirequando
volesse. Per di pi, lidea di rivederla gli ritornava alla mente
271
con le insegne gioiose di una novit, di una seduzione e con una virulen-za, che
labitudine aveva smussato, ma che si erano ritemprate in quellaprivazione non di
tre ma di quindici giorni (infatti la durata di una ri- nuncia va calcolata, in
anticipo, in base al termine stabilito); trasforman-do ci che fino ad allora sarebbe
stato un piacere atteso, facile da sacrifi-care, in una felicit insperata contro la quale
si privi di difese. Infine, viritornava adorna dellignoranza da parte di Swann di ci
che Odette ave-va potuto pensare, forse fare, vedendo che lui non dava segni di vita,
co-sicch si sarebbe trovato davanti alla rivelazione appassionante di
unaOdette quasi sconosciuta.Ma lei, come aveva pensato che il rifiuto di
denaro da parte di Swannfosse solo una finta, vedeva solamente un pretesto nelle
informazioni chelui veniva a chiederle sulla carrozza da riverniciare o sul
titolo da com-prare. Odette non ricostruiva infatti le varie fasi della crisi
che lui attra-versava, e nellidea che se ne faceva, ometteva di intenderne il
meccani-smo, limitandosi a credere solo a ci che conosceva gi prima, alla necessaria, infallibile e sempre identica conclusione. Idea incompleta

tantopi profonda, chi sa

, se la si giudicava dal punto di vista di Swann, ilquale certo si sarebbe


sentito incompreso da Odette: come un morfino-mane o un tubercoloso,
persuasi di essere stati fermati, luno da un even-t o e s t e r n o q u a n d o s t a v a p e r
l i b e r a r s i d e l l a s u a i n v e t e r a t a a b i t u d i n e , laltro da unindisposizione
accidentale quando stava finalmente per ri-stabilirsi, si sentono incompresi
dal medico che non attribuisce la stessaimportanza a quelle pretese
contingenze, secondo lui semplici travesti-menti assunti per ridiventare
sensibili ai malati, dal vizio e dallo statomorboso che in realt non hanno
smesso di pesare incurabilmente su lo-r o m e n t r e s i c u l l a v a n o i n s o g n i d i
s a g g e z z a o d i g u a r i g i o n e . E d i f a t t i lamore di Swann era arrivato allo stadio
in cui il medico, e in certi casi ilc h i r u r go pi a u d a c e , s i c h i e d o n o s e
p r i v a r e u n m a l a t o d e l s u o v i z i o o estirpargli il male sia ancora ragionevole o
addirittura possibile.Certo, Swann non aveva piena coscienza dellestensione del suo
amo-re. Quando cercava di misurarlo, gli accadeva talvolta di trovarlo diminuito, quasi ridotto a niente; per esempio, in certi giorni gli ritornava allamente il
poco gusto, quasi il disgusto, che, prima di amare Odette, gliavevano
ispirato i suoi lineamenti espressivi, il suo colorito senza fre- s c h e z z a .
un
pr o g r e s s o
notevole
davvero,
si
diceva
il
g i or n o
d o p o . Obiettivamente, ieri non provavo quasi nessun piacere a stare a letto conlei;

curioso, la trovavo persino brutta. E certamente era sincero, ma il suo amore


si estendeva molto di l delle regioni del desiderio fisico. Per-fino la persona di
Odette non vi occupava pi molto spazio. Quando il
272
suo sguardo incontrava sul tavolo la fotografia di Odette, o quando
leiveniva a trovarlo, faceva fatica a identificare il volto di carne o di carton-cino col
turbamento doloroso e costante che abitava in lui. Si diceva qua-si con stupore:
lei, come se ci mostrassero, allimprovviso, esterioriz-z a t a d a v a n t i a n o i , u n a
d e l l e n o s t r e m a l a t t i e , e n o n l a t r o v a s s i m o p e r niente somigliante alla
nostra sofferenza. Lei, Swann tentava di chie-dersi che cosa fosse;
giacch una somiglianza fra lamore e la morte, pidi quelle troppo vaghe
che si ripetono sempre, di farci indagare pi afondo il mistero della
personalit per paura che la sua realt si dissolva. E quella malattia che era
lamore di Swann si era talmente moltiplicata, siera cos strettamente mescolata a
tutte le abitudini e a tutti i gesti di lui,al suo pensiero, alla sua salute, al
suo sonno, alla sua vita, perfino a ciche desiderava per dopo la morte, faceva
ormai talmente un tuttuno conSwann, che non si sarebbe potuto strappargliela senza
distruggere anchelui quasi per intero: come si dice in chirurgia, il suo amore
non era pioperabile.A causa di questo amore Swann si era talmente staccato
da ogni altrointeresse, che quando, per caso, ritornava in societ dicendosi che le
suec o n o s c e n z e , c o m e u n a i n c a s t o n a t u r a e l e g a n t e , c h e d e l r e s t o
l e i n o n avrebbe saputo apprezzare adeguatamente, potevano restituire
anche alui un po di pregio agli occhi di Odette (e forse, in effetti, sarebbe
statocos, se non le avesse svilite proprio quellamore, che, per Odette, sminuiva tutte le cose che toccava, perch sembrava proclamarle meno pre-ziose), vi
provava, accanto allo sconforto di trovarsi in luoghi e fra perso-ne che lei non
conosceva, il piacere disinteressato che avrebbe tratto da un romanzo o da un
quadro nel quale fossero dipinti i passatempi di unaclasse oziosa; cos come, in casa,
si compiaceva nellosservare il funziona-mento della vita domestica, leleganza
del guardaroba e delle livree, il buon impiego dei propri capitali, non meno
che nel leggere in Saint-Si-mon, uno dei suoi autori preferiti, il meccanismo delle
giornate, il mendei pasti della signora di Maintenon, o lavarizia accorta e il gran
lusso diLulli
89
. E, nella debole misura in cui quel distacco non era totale, la ra-gione di
questo nuovo piacere goduto da Swann era di poter emigrare per un momento
nelle rare parti di se stesso rimaste quasi estranee al suoamore, alla sua sofferenza.
Sotto questo aspetto, la personalit che gli at-tribuiva la mia prozia, di Swann
figlio, distinta dalla personalit piindividuale di Charles Swann, era
quella di cui adesso si compiaceva dip i . U n g i o r n o c h e , p e r i l
c o m p l e a n n o d e l l a pr i n c i p e s s a d i P ar m a , ( i n considerazione del fatto che lei
meno poteva, indirettamente, far piacerea Odette procurandole posti per
rappresentazioni di gala, per giubilei),
273

aveva voluto mandarle della frutta, non sapendo bene in che modo ordi-narla, ne
aveva incaricato una cugina di sua madre, la quale, felice di fareu n a c o m mi s s i o n e
p e r l u i , n e l d a rgl i e n e c o n t o , g l i a v e v a s c r i t t o d i n o n averla presa tutta
nello stesso posto, ma luva da Crapote dove la spe- c i a l i t , l e f r a g o l e
da Jauret, le pere da Chevet
90
, d o v e e r a n o p i b e l l e , ecc., e di avere personalmente ispezionato ed
esaminato, uno per uno,ogni frutto. E, difatti, dai ringraziamenti della
principessa, Swann avevapotuto giudicare il profumo delle fragole e la morbidezza
delle pere. Masoprattutto quel ogni frutto ispezionato ed esaminato uno per uno,
erastato un balsamo al suo dolore; conducendo la sua coscienza in una regione dove si recava di rado, sebbene gli appartenesse come erede dunafamiglia di
ricca e buona borghesia in cui si era conservata, di padre in fi-glio, pronta a mettersi
al suo servizio appena lo desiderava, la conoscen-za dei buoni indirizzi e larte di
sapere far bene unordinazione.Certo, troppo a lungo aveva dimenticato di
essere Swann figlio pernon sentire, quando lo ridiventava per un attimo, un
piacere pi vivo diq u e l l i c h e p ot e v a pr o v a r e i l r e s t o d e l t e m p o e d e i
q u a l i e r a s a z i o ; e s e lamabilit dei borghesi, per i quali restava soprattutto cos,
era meno vi-va di quella dellaristocrzia (ma, daltronde, pi lusinghiera,
perch inloro, almeno, non si separa mai dalla stima), la lettera di unaltezza
reale,quali che fossero i divertimenti principeschi che gli proponeva, non pote-va
riuscirgli gradita come quella in cui gli si chiedeva di fare da testimo-ne, o soltanto di
assistere a un matrimonio nella famiglia di vecchi amicidei suoi genitori, alcuni dei
quali avevano continuato a vederlo

comemio nonno, che lanno prima laveva invitato al matrimonio di mia madre

, altri invece lo conoscevano appena, ma si credevano in obbligo dicortesia verso il


figlio, verso il degno successore del fu signor Swann.Ma, grazie alle intimit gi
antiche che contava fra loro, in certa misu-ra, anche la gente dellalta societ faceva
parte della sua casa, del suo am- biente abituale e della sua famiglia. Quando
considerava le sue brillantiamicizie, Swann sentiva lo stesso appoggio esterno, lo
stesso conforto diquando contemplava le belle terre, la bella argenteria, la bella
biancheriada tavola che gli venivano dai suoi. E il pensiero che, se fosse
caduto incasa colpito da un attacco, il cameriere sarebbe corso con tutta naturalez-za
a cercare il duca di Chartres, il principe di Reuss, il duca del Lussem- burgo
91
e il barone di Charlus, gli dava la stessa consolazione che venivaalla nostra vecchia
Franoise dal sapere che sarebbe stata seppellita in lenzuola fini di sua
propriet, cifrate, non rammendate (o talmente bene,che serviva solo ad avere una pi
alta considerazione della bravura dellacucitrice), ricavando dallimmagine evocata di
frequente di quel sudario

274
u n a c e r t a s o d d i s f a z i o n e , s e n o n n e l s e n s o d e l b e n e s s e r e , p er l o
m e n o dellamor proprio. Ma soprattutto, poich in ogni azione e pensiero
chesi riferivano a Odette, Swann era costantemente dominato e diretto
dalsentimento inconfessato di esserle, se non meno caro, certamente
menogradito a vedersi di chiunque altro, sia pure il pi noioso tra i fedeli
deiVerdurin; quando tornava col pensiero a un ambiente per il quale egli era
luomo squisito per eccellenza, che si faceva di tutto per attirare, chesi dispiaceva
di non vedere, ricominciava a credere allesistenza di una vita pi felice e
quasi a provarne appetito, come accade a un malato che,c o s t r e t t o a l e t t o e a
d i e t a d a m e s i s c o rge i n u n g i or n a l e i l m e n d i u n pranzo ufficiale o la
pubblicit di una crociera in Sicilia.Se con la gente del gran mondo era costretto
a inventare delle scuseper non far loro visita, con Odette cercava di scusarsi
quando ci andava.E, per di pi, queste visite le pagava (chiedendosi a fine
mese, per pocoche avesse abusato della pazienza di lei, andando spesso a
trovarla, se bastava mandarle quattromila franchi), e per ciascuna trovava un pretesto, un regalo da portarle, uninformazione che le serviva, di aver incon-trato il signor
di Charlus diretto da lei, che aveva voluto che lo accompa-gnasse. E, in mancanza
daltro, pregava il signor di Charlus di correre dalei, e di dirle come se fosse una
cosa spontanea, durante la conversazio- ne, che si era ricordato di dover parlare
con Swann, che fosse tanto genti-l e d a m a n d a r g l i a d i r e d i p a s s a r e
s u b i t o d a l e i ; m a i l p i d e l l e v o l t e Swann aspettava invano, e, la
s e r a , i l s i g n o r d i C h a r l u s gl i d i c e v a c h e lespediente non era riuscito. E cos
Odette oltre ad assentarsi di frequen-te, anche a Parigi, quando vi restava, lo vedeva
poco, e lei che, quando loamava, gli diceva: Sono sempre libera, e: Che
cosa mimporta di ciche pensa la gente, adesso, ogni volta che lui voleva
vederla invocava leconvenienze o tirava fuori il pretesto di qualche impegno. Quando
le di-ceva che sarebbe andato a una festa di beneficenza, a un vernissage,
auna prima, dove ci sarebbe stata anche lei, lo accusava di mettere in piaz-za la loro
relazione e di trattarla come una donna di strada. Al punto che,per tentare di non
esser privato della possibilit di incontrarla, Swann, sapendo che Odette
conosceva e voleva bene al mio prozio Adolphe, delquale era stato amico anche lui,
and un giorno a trovarlo nel suo appar-t a me n t i n o d i v i a d e B e l l e c h a s s e p e r
c h i e d e rgl i d i a d o p er a r e l a s u a i n - fluenza su di lei. Siccome, quando parlava a
Swann di mio zio, Odette as-sumeva sempre unaria poetica, dicendo: Ah, lui
non mica come te; una cosa cos bella, cos grande, cos carina, la sua amicizia
per me. Certolui non mi terrebbe in cos poca considerazione, da volersi
mostrare conme in tutti i locali pubblici, Swann era imbarazzato, non
sapeva a che
275
tono doveva elevarsi per parlargli di lei. Prima di tutto stabil leccellenza
a priori

di Odette, lassioma della sua seraficit sovrumana, la rivelazioned e l l e s u e v i r t


indimostrabili,
la
cui
nozione
non
poteva
d e r i v a r e dallesperienza. Voglio parlare con voi. Voi s, voi lo sapete che
donnasuperiore a tutte le donne, che essere adorabile, che angelo Odette. Masapete
che cos la vita a Parigi. Non tutti conoscono Odette nella luce incui la
conosciamo voi ed io. Cos, c chi trova che la parte che sostengoio un
po ridicola: lei non pu neppure ammettere di incontrarsi con me fuori, a
teatro. Visto che in voi ha tanta fiducia; non potreste dirle dueparole per me,
assicurarle che esagera il torto che potrebbe farle un mio saluto?M i o z i o
c o n s i g l i a S w a n n d i r e s t a r e u n p o di t e mp o s e n z a v e d e r e Odette;
leffetto sarebbe stato quello di farsi amare di pi, e a Odette di permettere a
Swann dincontrarla dovunque gli facesse piacere. Qualchegiorno dopo, Odette
raccont a Swann che aveva provato una gran delu-sione nel constatare che mio
zio era come tutti gli altri: aveva tentato diprenderla con la forza. Calm
Swann che, sulle prime, voleva andare a sfidare mio zio, ma si rifiut di
stringergli la mano quando lo incontr dinuovo. Gli rincrebbe molto questa
rottura con mio zio Adolphe, tantopi che sperava, se qualche volta
lavesse rivisto e avesse potuto parlar-g l i i n c o n f i d e n z a , d i m e t t e r e i n
c h i a r o c e r t e v o c i r e l a t i v e a l l a v i t a c h e Odette, aveva condotto a Nizza
in passato. Ora, mio zio Adolphe vi tra-scorreva linverno, e Swann pensava
che, forse, aveva conosciuto Odetteproprio l. Il poco che era sfuggito a
qualcuno in sua presenza circa untale che sarebbe stato lamante di Odette, aveva
sconvolto Swann. Ma lecose che, prima di saperle, avrebbe trovato pi orribili
ad apprendersi epi impossibili a credersi, una volta sapute sincorporavano
per semprenella sua tristezza, le ammetteva, non avrebbe pi potuto capacitarsi
chenon fossero accadute. Soltanto, ciascuna operava un ritocco incancellabi-le
allidea che si faceva della sua amante. Una volta credette perfino dicapire
che la leggerezza di costumi di Odette, che lui non avrebbe mai sospettato,
era abbastanza nota e che a Baden e a Nizza, quando un tem-po vi trascorreva
parecchi mesi, Odette aveva goduto una sorta di noto-riet galante. Cerc di
avvicinare certi gaudenti, per interrogarli; ma co-storo sapevano che lui conosceva
Odette; e poi aveva paura di spingerli apensare di nuovo a lei, di metterli sulle sue
tracce. Ma mentre fino ad al-lora niente gli era parso cos fastidioso come tutto
ci che si riferiva allavita cosmopolita di Baden o di Nizza, adesso,
scoprendo che, forse, unavolta Odette aveva fatto la bella vita in quelle
citt di piacere, e non po-tendo accertare se era stato solo per soddisfare i
suoi bisogni di denaro
276
che, grazie a lui, non aveva pi, o dei capricci che potevano rinascere,
sisporgeva con angoscia impotente cieca e vertiginosa sullabisso
senzaf o n d o d o v er a n o s t a t i i n g h i o t t i t i q u e g l i a n n i d e l p r i n c i p i o d e l
S e t t e n - nio
92

, durante i quali si passava linverno sulla promenade des


A n - glais
93
, lestate sotto i tigli di Baden, e in essi trovava una profondit do-lorosa eppure
magnifica come quella che avrebbe potuto infondervi un poeta; e, per
ricostruire i fatterelli di cronaca della Costa Azzurra di allo-ra, se mai avessero
potuto aiutarlo a capire qualcosa del sorriso o degli sguardi di Odette

cos onesti, per altro cos schietti

ci avrebbe mes-so pi passione dello studioso di estetica che interroga i


documenti su-perstiti di Firenze nel quindicesimo secolo per tentare di penetrare pi
afondo lanima della Primavera, della bella Vanna, o della Venere del Bot-ticelli
94
. Spesso la guardava senza dir nulla, pensando; lei diceva: Chearia triste
che hai!. Non era ancora passato molto da quando, dallideache fosse una
buona creatura, simile alle migliori che avesse mai cono- sciuto, era passato
allidea che fosse una mantenuta; inversamente gli eraaccaduto poi di ritornare
dallOdette de Crcy, forse troppo conosciuta dai festaioli, da donnaioli, a quel
viso duna espressione cos dolce talvol-ta, a quella natura cos umana. Si
diceva: Che cosa importa se a Nizzatutti sanno chi Odette de Crcy?
Reputazioni del genere, anche se vere,sono costruite con le idee degli altri; pensava
che quella leggenda, fossepure autentica, era esterna a Odette, non esisteva dentro di
lei come unapersonalit irriducibile e malefica; riteneva che la creatura che aveva potuto essere trascinata al male, era una donna dagli occhi buoni, dal cuorepieno di
piet per i sofferenti, dal corpo docile che egli aveva tenuto, ave-va stretto fra le
braccia e palpato: una donna che forse un giorno potevaarrivare a possedere
tutta, se fosse riuscito a diventarle indispensabile.Lei era l, spesso stanca,
il viso per un attimo svuotato della preoccupa-zione febbrile e gioiosa per
quelle cose sconosciute che facevano soffrireSwann; si scostava i capelli con le mani;
la fronte, il volto apparivano pilarghi; allora, dun tratto, qualche pensiero
semplicemente umano, qual-che buon sentimento come ce n in tutte le
creature quando, in un mo-mento di riposo o di concentrazione, sono abbandonate
a se stesse, scatu-riva dai suoi occhi come un raggio giallo. E subito, tutto il
viso le si ri-s c h i a r a v a c o m e u n a c a m p a g n a g r i g i a ,
c o p e r t a d i n u v o l e c h e dimprovviso si aprono trasfigurandola,
quando il sole tramonta. La vitache in quel momento era in Odette, lo stesso avvenire
che sembrava con-templare come in sogno, Swann avrebbe potuto dividerli con lei;
nessunaagitazione negativa sembrava avervi lasciato traccia. Per quanto rari fos-sero,
quei momenti non furono inutili. Col ricordo, Swann collegava quei
277

frammenti, aboliva glintervalli, forgiava come nelloro unOdette


tutta bont e calma per la quale pi tardi (lo si vedr nella seconda parte
diquestopera) fece sacrifici che laltra Odette non avrebbe ottenuto.
Macomerano rari quei momenti, e quanto poco la vedeva adesso!
Persinogli appuntamenti della sera; solo allultimo minuto gli diceva se
potevaaccordarglieli, perch, sicura di trovarlo sempre libero, prima voleva es-ser
certa che nessun altro le proponesse una visita. Adduceva come scusail fatto di essere
costretta ad aspettare una risposta per lei importantissi-ma, e anche dopo aver fatto
venire Swann, se alcuni amici domandavanoa Odette di raggiungerli a teatro o a
cena, quando la serata era gi inco-minciata, faceva un salto di gioia e si
vestiva in gran fretta. Via via chep r o c e d e v a n e l l a s u a t o i l e t t e , o g n i s u o
m o v i me n t o a v v i c i n a v a S w a n n allistante in cui avrebbe dovuto lasciarla, in cui
lei, con slancio irresisti- b i l e , s a r e b b e f u g g i t a ; e q u a n d o , f i n a l m e n t e
pronta,
sprofondandou n u l t i m a
volta
nello
specchio
lo
sguardo
teso
e
i l l u m i n a t o dallattenzione, si rimetteva un po di rossetto sulle labbra, si
fissava unricciolo sulla fronte e domandava il mantello da sera azzurrocielo con
lenappe doro, Swann aveva unaria cos triste che lei non poteva reprime-re un gesto
dimpazienza e diceva: Bel modo di ringraziarmi, per avertitenuto qui fino
allultimo minuto. Io che credevo di aver fatto una cosa carina. Buono a
sapersi per unaltra volta.Certi giorni, a rischio di irritarla, si riprometteva di
cercare di saperedove fosse andata, fantasticava di mettersi daccordo con
Forcheville che,forse, avrebbe potuto informarlo. Del resto, una volta saputo
con chi leipassava la sera, era molto raro che, fra tutte le sue conoscenze,
non riu-scisse a trovare qualcuno che, sia pure indirettamente, conoscesse luomocol
quale era uscita, e potesse ottenere facilmente questa o quella informazione. E, mentre scriveva a un amico per chiedergli di cercar di chiari-re questo o
quel punto, Swann si godeva il riposo di non porsi pi le suedomande senza
risposta, e di trasferire a un altro la fatica dinterrogare. vero che Swann
non migliorava di molto quando possedeva certe in- formazioni. Sapere non
permette sempre di impedire; ma, almeno, le co-se che sappiamo le teniamo, se non
fra le mani, almeno nel pensiero, do-ve le disponiamo a piacer nostro, il che ci
d lillusione di una specie dipotere su di loro. Swann era contento tutte le volte
che Odette stava conil signore di Charlus. Fra il signore di Charlus e lei,
Swann sapeva chenon poteva succedere niente
95
, c h e q u a n d o i l s i g n o r e d i C h a r l u s l a a c - compagnava fuori, lo faceva per
amicizia verso di lui, e non avrebbe avu-to difficolt a raccontargli ci che lei aveva
fatto. Talvolta, Odette avevad i c h i a r a t o a S w a n n i n m o d o c o s
categorico che le era impossibile
278
vederlo una certa sera, sembrava tenerci tanto a uscire, che Swann attri- buiva
unautentica importanza al fatto che il signore di Charlus fosse li- bero di

accompagnarla. Il giorno dopo, pur non osando rivolgere al si- gnore di


Charlus troppe domande, facendo finta di non aver capito benel e p r i me r i s p o s t e ,
l o c o s t r i n g e v a a d a r n e d i n u o v e , e d o p o c i a s c u n a s i sentiva pi sollevato,
perch ben presto si rendeva conto che Odette ave-va impiegato la sera nei piaceri pi
innocenti del mondo. Ma come, miocaro Mm, non capisco bene , al museo
Grvin
96
non ci siete mica an-dati uscendo da casa sua. Prima eravate andati da
unaltra parte. No?Oh, ma che strano! Non sapete quanto mi divertite, caro
Mm. Ma chei d e a b u f f a h a a v u t o d i a n d a r e a l l o C h a t N o i
97
, pr o p r i o u n i d e a d e l l e sue No, siete stato voi. Curioso! Dopotutto non mica
una cattiva idea,l e i d o v e v a c o n o s c e r e m o l t a g e n t e . N o? n o n h a p a r l a t o
c o n n e s s u n o? straordinario. Allora ve ne siete rimasi l, voi due, soli soletti? Mi
pare divedervi. Siete molto caro, mio piccolo Mm; io vi voglio un gran
bene.Swann si sentiva sollevato. Per lui, che pi di una volta, discorrendo
conpersone qualsiasi che ascoltava a malapena, aveva udito certe frasi
(peresempio questa: Ho visto ieri la signora de Crcy, era con un uomo chenon
conosco), frasi che subito, nel cuore di Swann, passavano allo statosolido, vi
sindurivano come unincrostazione, lo straziavano, non si spo-stavano pi,

comerano dolci invece quelle parole: Non conosceva nessuno, non ha parlato
con nessuno, come circolavano agevolmente inlui, comerano fluide, facili,
respirabili! E nondimeno, trascorso un istan-te, si diceva che Odette doveva trovarlo
ben noioso perch fossero questii piaceri che preferiva alla sua compagnia. E se la
loro insignificanza, dauna parte lo rassicurava, dallaltra gli faceva male come un
tradimento.Anche quando non riusciva a sapere dove fosse andata Odette, gli
sa-rebbe bastato, per calmare langoscia che provava allora, contro la qualela
presenza di Odette, la dolcezza di starle accanto era il solo specifico (uno
specifico che alla lunga aggravava il male, ma che, almeno,
calmavamomentaneamente il dolore), gli sarebbe bastato, purch Odette
glieloavesse permesso, di restare a casa di lei mentre lei non cera, di aspettarlafino
allora del ritorno nella cui pace sarebbero venute a confondersi le ore che un
sortilegio, un maleficio gli aveva fatto credere diverse dalle al-tre. Ma lei non
voleva; Swann ritornava a casa, per la strada si sforzava di formare vari
progetti, smetteva di pensare a Odette; mentre si spoglia-va, riusciva persino a
rigirare dentro di s pensieri abbastanza lieti; col cuore pieno della speranza di
andare lindomani a vedere qualche capo-lavoro, si metteva a letto e spegneva la luce.
Ma non appena, pronto peril sonno, cessava di esercitare su di s una
costrizione di cui nemmeno
279
aveva coscienza tanto era diventata abituale, nellattimo stesso un brivi-d o g e l a t o
r i f l u i v a i n l u i , e s i m e t t e v a a s i n g h i o z z a r e . N o n s i c h i e d e v a neppure

perch, si asciugava gli occhi, si diceva ridendo: Questa bella,sto diventando


nevrastenico. Poi, non poteva evitare di pensare, con g r a n d e s t a n c h e z z a ,
c h e i l g i o r n o d o p o a v r e b b e d o v ut o r i c o m i n c i a r e a cercare di sapere che
cosa aveva fatto Odette, a mettere di mezzo qualcu-no per tentare di vederla.
Questa necessit di un lavoro senza tregua, s e n z a v a r i e t , s e n z a
r i s u l t a t i , g l i e r a t a n t o c r u d e l e c h e u n g i o r n o , s c o - prendosi un gonfiore al
ventre, prov una vera gioia al pensiero che for-se aveva un tumore mortale, che
non avrebbe pi dovuto occuparsi diniente, che sarebbe stata la malattia a
governarlo, a far di lui il suo gio-cattolo, fino alla prossima fine. E difatti,
se in quel periodo gli accaddes p e s s o , s e n z a c o n f e s s a r s e l o , d i
d e s i d e r ar e l a m o r t e , n o n e r a t a n t o p e r sfuggire allacerbit delle sofferenze,
ma alla monotonia del suo sforzo.E tuttavia, avrebbe voluto vivere fino al momento
in cui non lavrebbepi amata, quando lei non avrebbe pi avuto ragione di mentirgli
e final-mente lui avrebbe potuto sapere da lei se quel giorno che era andato
atrovarla nel pomeriggio era o no a letto con Forcheville. Spesso, per qual-che
giorno, il sospetto che Odette amasse qualcun altro lo distraeva dal porsi la
domanda relativa a Forcheville, gliela rendeva quasi indifferente,come le nuove
forme di uno stesso stato morboso che sembrano momen-taneamente averci
liberato da quelle precedenti. Cerano perfino giorni i n c u i n o n e r a
t o r me n t a t o d a a l c u n s o s p e t t o . S i c r e d e v a g u a r i t o . M a l a mattina dopo,
al risveglio, sentiva nello stesso posto lo stesso dolore, di cui, durante la
giornata precedente, aveva come diluito la sensazione neltorrente delle
impressioni diverse. In realt non aveva affatto cambiato posto. Anzi, era stata
la sua acerbit che lo aveva svegliato.Siccome Odette non gli dava alcuna
notizia sulle cose cos importantiche ogni giorno la occupavano tanto (bench
Swann avesse vissuto abba-stanza per sapere che di importanti non ce ne sono,
tranne i piaceri), luin o n r i u s c i v a a i m m a g i n a r l e p e r l u n g o t e mp o d i
s e g u i t o , i l c e r v e l l o g l i funzionava a vuoto; allora si passava un dito sulle
palpebre affaticate co-me se stesse asciugando le lenti del pincenez, e cessava
completamentedi pensare. Galleggiavano tuttavia, su quellignota distesa, certe
occupa-zioni che ricomparivano ogni tanto, riallacciate vagamente da lei a qual-che
obbligo verso parenti lontani o amici di un tempo, i quali, essendo isoli
citati spesso come impedimento ai loro incontri, parevano a Swann la cornice
fissa, necessaria, della vita di Odette. A causa del tono con cuil e i o g n i t a n t o
diceva:
il
giorno
in
cui
vado
con
la
mia
a m i c a all
Hippodrome
, se lui si sentiva poco bene e pensava: Forse Odette
280
acconsentirebbe a passare un momento da me, bruscamente si ricorda- v a
c h e er a a p p u n t o q u e l g i or n o , e s i d i c e v a : A h , n o n o n v a l e l a
p e n a chiederle di venire, dovevo pensarci prima, il giorno che va con la
suaamica all
Hippodrome.

Risparmiamoci per quanto possibile; inutile spre-carsi a proporre cose


inattuabili e rifiutate in partenza. E il dovere che incombeva su Odette di
andare all
Hippodrome
, e davanti al quale Swannsinchinava, gli appariva non solo ineluttabile, ma, con il
carattere di ne-cessit che portava impresso, sembrava rendere plausibile e
legittimotutto ci che gli si riferiva da vicino o da lontano. Se, per la strada, Odet-te
riceveva da un passante un saluto che risvegliava la gelosia di Swann, bastava che
rispondesse alle domande di lui collegando lesistenza dellosconosciuto a uno dei
due o tre grandi doveri di cui soleva parlargli; se,per esempio, diceva:
uno che stava nella tribuna della mia amica conc u i v a d o a l l
Hippodrome,
q u e s t a s p i e g a z i o n e c a l m a v a i s o s p e t t i d i Swann; infatti trovava
inevitabile che lamica avesse altri invitati, oltre Odette, nella tribuna dell
Hippodrome
ma non aveva mai cercato di figu-r ar s e l i o n o n c i er a r i u s c i t o . Ah c o m e
g l i s a r e b b e p i a c i u t o c o n o s c e r l a , l a mi c a c h e a n d a v a a l l
Hippodrome,
e c h e v i c o n d u c e s s e a n c h e l u i c o n Odette! Come avrebbe dato tutte le sue
conoscenze in cambio di qualun-que persona avesse labitudine di vedere
Odette, fosse anche una mani-c u r e o u n a c o m m e s s a . Avr e b b e f a t t o p i
p e r l o r o c h e p e r u n a r e gi n a . Non gli avrebbero forse fornito, per quel tanto che
contenevano della vi-ta di Odette, il solo calmante efficace per le sue sofferenze? Con
che gioiasarebbe corso a passare le giornate da qualcuno di quei poveri
diavolicon cui Odette conservava rapporti, o per interesse, o per autentica semplicit. Quanto volentieri avrebbe eletto a proprio domicilio per sempreil
quinto piano di una certa casa sordida e invidiata dove Odette non
lop o r t a v a e d o v e , s e v i a v e s s e a b i t a t o c o n l e x s a r t i n a , f i n g e n d o d i
b u o n grado di esserne magari lamante, avrebbe ricevuto la visita di lei
quasiogni giorno. In quei quartieri quasi popolari, che esistenza modesta, me-schina,
ma dolce, nutrita di calma e di felicit, avrebbe accettato di
vivereindefinitamente.Accadeva ancora talvolta che, dopo aver incontrato Swann,
Odette ve-desse avvicinarsi qualcuno che lui non conosceva, e lui notasse sul voltodi
Odette la tristezza che aveva avuto il giorno che era andato a trovarlamentre cera
Forcheville. Ma capitava di rado; perch i giorni in cui, no- nostante tutto ci
che aveva da fare e la paura di ci che avrebbe pensatola gente, Odette si
risolveva a vedere Swann, adesso, predominante nel suo contegno, era la
sicurezza di s: contrasto netto, forse rivincita incon-scia o reazione naturale
allemozione timorosa che nei primi tempi in cui
281
lo aveva conosciuto provava accanto a lui, e perfino lontano da lui, quan-do
incominciava una lettera con queste parole: Amico mio, la mano mitrema cos forte
che riesco appena a scrivere (almeno lo affermava, e unpo di quel turbamento
doveva esser sincero perch lei desiderasse fin-gerne di pi). Allora, Swann

le piaceva. Si trema solo per se stessi, per coloro che amiamo. Quando la nostra
felicit non pi in loro mano, checalma godiamo accanto a loro, che
disinvoltura, che audacia! Parlando-gli, scrivendogli, Odette non adoperava
pi quelle parole con cui avevacercato dilludersi che egli le appartenesse,
provocando le occasioni perdire mio, il mio, quando si trattava di lui: Siete
voi il mio bene, ilp r o f u m o d e l l a n o s t r a a m i c i z i a , l o c o n s e r v o s u
d i m e , p e r p a r l a r g l i dellavvenire, della morte perfino, come di una cosa che
li univa insieme.In quel periodo, a tutto ci che diceva lui, rispondeva con
ammirazione:Voi, non sarete mai come tutti gli altri; contemplava la sua lunga
testaun po calva, di cui la gente che conosceva le conquiste di Swann pensa-va:
Non una bellezza regolare, se volete, ma chic: quel ciuffo,
quelmonocolo, quel sorriso; e, forse, pi curiosa di conoscere chi fosse,
chenon desiderosa di diventarne lamante, diceva: Se potessi sapere che co-sa c in
quella testa!. Adesso, a tutte le parole di Swann rispondeva conun tono a volte
irritato, a volte indulgente: Insomma, tu non sarai mai come tutti gli altri!.
Osservava quella testa un po invecchiata d