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Calogero Rotolo

77 anime

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Non commerciale-Non opere derivate 2.5 Italia.

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Se solo l’avessi saputo prima dell’arrivo della fine del mondo, mi sarei
vestito meglio stamattina. Se solo l’avessi immaginato, mi sarei fatto
trovare molto, ma molto più ubriaco di così.

Savonarola (La Fine Del Mondo A Ferrara), Giorgio Canali & Rossofuoco

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Capitolo primo
Il professor Landi comincia la sua storia

La bambina era scomparsa già da tre mesi e le ricerche della polizia parevano
un balletto turbinoso di inutili ipotesi, una più orrenda dell’altra. Che sia stata
rapita da qualche forestiero? Che sia l’ennesima vittima di qualche pedofilo,
magari uno che la bambina conosceva? Che la madre stessa, in un raptus di
follia, le abbia fatto del male? Una schiera di sceneggiatori degni della migliore
tv spazzatura si erano messi all’opera tra gli investigatori, ma anche tra la gente
del paese. È così triste vedere come sia diventato tanto ovvio e naturale, quasi
una legge divina, tenersi alla larga dalle storie, diciamo così, anomale.
Se scompare quella bambina, è già sulla bocca di tutti che la madre quasi sicu-
ramente la picchiava, il padre ne aveva abusato in passato, i fratelli e le sorelle, si
sà, si drogavano e i cugini, gli zii, i nonni e anche gli amici di famiglia, tutti dei
mostri. Senza ombra di dubbio. Meglio non averci a che fare con quella gente!

È passato del tempo da quegli eventi. Molto tempo mi ci è voluto per capire se
dovevo o non dovevo scrivere questa storia, o meglio, quel poco che io ho co-
nosciuto ai tempi. Davvero poco sono riuscito a scoprire con le mie domande,
risposte vere forse nessuna, ma sinceramente non erano quelle mie le domande
giuste. Mi interessava poi davvero la verità? Sapere, conoscere il perché dei fat-
ti? E poi quali fatti? Cosa ero io disposto a credere realmente accaduto? E cosa
invece sapevo essere per certo menzogna?
Dopo così tanto tempo la prima domanda a cui dovrei dare risposta, per ini-
ziare il mio riepilogo delle puntate precedenti, è sicuramente quella che mi
chiede: cosa mi ha portato ad Avisca?

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Capitolo secondo
La storia sul giornale

Davanti la porta del mio studio a Virnia, è affissa all’altezza delle ginocchia una
cassetta di metallo per la posta, un tempo dorata e adesso color topo. Successe
che quel giorno sporgesse dalla cassetta un giornale sgualcito, che qualche fret-
toloso pareva avesse gettato in quello che gli poteva esser sembrato un proba-
bile cestino per la carta straccia.
Tentando di estrarre il giornale dalla mia cassetta, ne strappai alcuni lembi
di pagine che rimasero dentro. Dopo aver gettato quello che ero riuscito ad
estrarre, aprii la cassettina e presi la posta del giorno e quegli ultimi pezzetti di
quotidiano.
Ricordo ancora la forma di ognuno di quei pezzetti di carta. Erano tre angoli
di foglio: uno piccolissimo riportava soltanto i numeri delle pagine cui appar-
teneva; il secondo in grandezza apparteneva a qualche articolo sull’agricoltura
del Belgio, da un lato, mentre dall’altro lato c’era un piede nudo, in bianco e
nero, di una qualche modella, forse la pubblicità di un profumo; il più grande
dei tre, invece, poteva benissimo essere stato ritagliato a mano, e fu questo ad
attirare la mia attenzione.
Non ricordo più cosa c’era scritto su pagina ventiquattro, ma non scorderò mai
quel pezzo di pagina ventitre.
Non c’era più il titolo, ma il resto dell’articolo era rimasto per intero. Era breve
e lo lessi in una sola occhiata, senza accorgermene.
Raccontava di un fatto singolare avvenuto in un piccolo paesino del meridio-
ne. Gran parte della popolazione di quel paesino era stata contagiata da quella
che sembrava essere la più grande psicosi di massa degli ultimi vent’anni. E la
parte più interessante era che a scatenare tutta questa confusione era stata una
bambina, di neanche dieci anni, figlia di immigrati nigeriani, che da un giorno
all’altro aveva iniziato a professare la fine del Mondo.
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Erano passati vent’anni dalla mia laurea in storia, e altrettanti anni avevo tra-
scorso lì nel mio studio del Centro di Ricerca Storica dell’Università di Virnia.
E la mia ricerca, sempre la stessa, mi aveva portato ad analizzare, attraverso le
varie epoche e civiltà che si erano alternate dentro e fuori l’Europa, proprio la
visione della cosiddetta “Fine del Mondo”.
Adesso dovreste aver capito il perché della mia quasi immediata partenza per
Avisca.

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Capitolo terzo
Nessuno che ci aiuti
Mi recai, in primo luogo, alla questura, al commissariato di polizia e dai vigi-
li del fuoco, impegnati anch’essi nelle ricerche della bambina, e mi informai
meglio che potei sulla situazione generale prima di iniziare la mia personale
ricerca.
Cosa mi ero messo in mente?
Mi resi subito conto da solo che, quella che dicevo a me stesso essere un appro-
fondimento dei miei soliti studi storiografici, era palesemente un’avventura
che mi ero raccontato già da me, tutta già scritta nella mia testa.
E, adesso che rivivo con voi quegli eventi, ai quali, già allora, partecipai soltan-
to come spettatore, mi rendo conto che in tutta la mia vita di studioso non mi
ero mai sbagliato di così tanto nel formulare un’ipotesi su una storia.
Infatti, da lì a poco, mi accorsi che per capirci veramente qualcosa di quella
vicenda avrei dovuto inciampare in mille dubbi e pregiudizi, radicati ben bene,
sia nella gente con la quale avrei avuto a che fare, sia in me stesso.
Il primo segno fu che proprio dalle forze dell’ordine e dalle istituzioni - dalle
quali ingenuamente mi aspettavo molta più collaborazione nei confronti di un
rappresentante dell’Università in “missione speciale” - non ricevetti altro che
meritati improperi.
Escluso un mio vecchio amico pompiere, nessuno volle dirmi una parola.
Credetemi se vi dico che nella mia vita mai mi ero gettato mani e piedi in una
faccenda che non mi riguardasse direttamente.
Potrei anche dire adesso che ero sospinto in avanti da qualcosa o qualcuno, ma
non lo dirò.

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Capitolo quarto
Alla scuola elementare
Mi ero recato poi alla scuola elementare “Andrea Servi” di Avisca alla ricerca di
qualcuno che conoscesse davvero Naira. Stava diventando una sciarada sempre
più oscura, tanto che iniziavo a intravederne dietro la buccia una serie di facce
divertite dal mio ottuso scervellamento, che non avrebbe potuto mai portare
alla soluzione: semplicemente perché soluzione non c’era. In realtà era stato
un disegno del caso, quindi insensato, oppure, ipotesi peggiore, era tutto ar-
chitettato con poco sforzo e senza un senso, questo mi dicevo, solo per attirare
qualche pollo, fare un po’ di rumore e incrementare così, anche se di soli dieci
euro (una pizzaprosciuttoefunghi, una coca-lattina e un gelato; un unico pran-
zo fatto da uno sprovveduto giornalista improvvisato) il turismo della ridente
cittadina di Avisca.
Andavo in giro a cercare bottiglie con messaggi dentro. Mi sentii subito come
un naufrago in mezzo a tutto quel silenzio.
Comunque, dicevo, le uniche bottiglie con messaggio che potei raccogliere
alla scuola elementare quel giorno furono il racconto sconclusionato di un gio-
vane, un certo Nicholas di diciannove anni, studente di non so che cosa; e la
voce del maestro della bambina scomparsa.

Capitolo quarto punto due


Il prof. incontra un giovane che ha qualcosa da raccontare
«Ti dispiace se registro la nostra conversazione?»
«A che le serve?»
«Senti, ti sta bene o devo spegnerlo?»
«No, va bene così, per carità! Non dobbiamo mica parlare di cose illegali,

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vero?»
«No, direi di no. Allora, ripeteresti quello che mi hai appena detto?»
«Da capo?»
«Sì, per favore.»
«Ero qui, le stavo dicendo, perché…»
«Avevi mai incontrato, prima di quella volta, la ragazzina?»
«No, non mi pare proprio… ma, mi crede se le dico che non faccio molto caso
alle bambine di sei anni che vedo in giro, mi capisce?»
«…capisco…»
«Mi dedico di solito a quelle dai diciotto anni in su!»
«…di solito?»

Ero evidentemente stanco e di certo il modo di parlare - senza prima pensare


- che mostrava questo ragazzo non mi aiutava a essere obbiettivo. Ero - chissà
perché? - spinto a metterlo in imbarazzo più di quanto non lo fosse già. Ma
l’unica cosa che ottenni in questo modo fu che smettesse l’abito da imbranato
e iniziasse a incalzarmi.

«Vedo che lei è più interessato a fare lo sbruffone che non a capirci qualcosa di
questa storia! Dove crede di essere capitato? Non stiamo qui in attesa di gente
come lei, che venga magari a venderci le biglie colorate! E di certo non sono
stato io a tirarla fin qui, pubblicizzando un agriturismo o cose del genere!»
«Stop! Ci siamo capiti. Facciamo così:… c’è per caso un bar qui vicino?»
«Sì, quasi dietro l’angolo.»
«Ti offro qualcosa e poi ricominciamo da capo, ti va bene?»

Annuì e io staccai il registratore.

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Capitolo quinto
Nic racconta di come Naira una volta lo importunò
«È tutta una questione di entropia!»
«Eh?!»

Ma non so se a lei sembra normale sentire da una bambina un certo tipo di pa-
role! Sono rimasto bloccato a chiedere a me stesso: “Ma cosa ho sentito uscire
dalla bocca di questa piccola creaturina?”

«No, guarda, è normale che non lo capisci, ma è così!»


«In che senso?»
«...mmm...non so se puoi capirlo...beh, è come quando finisce una partita di
pallone: quando il tempo è scaduto, l’arbitro fischia e tutti smettono di gioca-
re. Ma…»
«Ma?»
«Ma pensa a come sarebbe se nessuno fosse lì per decidere quando il gioco
finisce. Tutti i giocatori continuerebbero a giocare per vincere, giusto?»
«Credo di sì, ma… che mi stai raccontando?!»
«Aspetta! Vuoi capire o no?!»
«Scusami tanto, bella bambina!»
«Non sembri molto sveglio per la tua età, non è così?»
«Senti questa! Ma non ce l’hai un’amichetta da ammorbare al posto mio?»
«Beh, vedila così: oggi è il tuo turno. Stava scritto così ancora prima che tu
nascessi.»

Ero sempre più stupito, parola dopo parola, ed ero diventato davvero curioso
di sapere dove sarebbe andata a parare col suo discorso. È raro incontrare da
queste parti ragazzine così piccole e così spigliate, mi creda. A dirla tutta, non
ci sono neanche molte ragazze grandi che si occupino di qualcosa che non sia
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scarpe o trucchi. S’immagini se ti vengono a parlare della fine del mondo!

«Allora…che stavo dicendo?»


«…della partita che finisce, credo.»
«Ah, certo! Quindi, immagina se nessuno fischia la fine e la partita continua
in eterno.»
«In eterno?»
«Bravo, lo capisci anche tu che sarebbe impossibile. Perché?»
«Nessuno può giocare in eterno!»
«Mi ero sbagliata sul tuo conto!»
«Ma mi stai ancora prendendo in giro?»
«Eh, non ci stare troppo a pensare!»

A questo punto con una manina mi scansò da un lato del corridoio e fece per
andarsene.

«Ehi, dove vai? E la storia della partita come finisce?»
«Finisce che finisce!»
«Cosa?»
«Presto o tardi qualche giocatore cadrà a terra per la stanchezza! E non molto
tempo dopo lo seguiranno uno ad uno tutti i suoi compagni, e anche gli avver-
sari. Il pubblico vedrà la partita finire in un così malo modo e mezzo addor-
mentato se ne andrà in silenzio. Ecco come finisce!»

Io nella mia testa pensai: “Ma da quale pianeta viene sta ragazzina?”, mentre
lei si voltava e se ne andava. E non sono più riuscito ad incontrarla! Qualche
tempo dopo ho sentito la notizia sul rapimento e...

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Capitolo sesto
Nic parla di un prete
«E cosa?»
«Le confesso che, dopo quelle cose che mi disse, per parecchi giorni mi suc-
cedeva che tra un pensiero e l’altro mi sbucavano così dal nulla un sacco di
ragionamenti strani che stupivano anche me. Andò avanti per un po’ fino a che
non arrivai a perderci il sonno. È successo senza che me ne accorgessi… divenne
una specie d’ossessione.»
«Hai provato a incontrarla, mi dicevi.»
«Sì, ma le dicevo anche che non ci sono mai riuscito.»
«Come mai? Non è un paese così grande questo!»
«Non c’entra quello.»
«E cos’è che c’entra allora?»
«Un prete c’entra.»
«Un prete?»

Il ragazzo si fece indietro di scatto, come se gli avessi appena puntato una pi-
stola in faccia per rapinarlo.

«Che prete?»
«No… lasci perdere…»
«Lasci perdere, cosa?»
«Lasci perdere la bambina. Non è lei che deve cercare.»

Rimasi stupito come se la persona che avevo avuto sotto gli occhi per qualche
ora, si fosse ad un tratto squagliata, lasciando apparire con un lampo e una
nuvola di fumo un’altra persona completamente diversa.
Senza aggiungere altro si voltò e se ne andò via.

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Capitolo settimo
Il maestro Simonetti
Dopo la mia conversazione al bar con Nicholas, interrotta in malo modo, feci
di corsa ritorno alla piccola scuola di Avisca. Avevo scordato per cosa ero in
realtà venuto fin lì. Volevo cercare principalmente qualcuno degli insegnanti di
quella scuola, qualcuno che avesse conosciuto da vicino la piccola.
Così mi addentrai negli uffici della segreteria e trovai una vecchia segretaria
che rispose alle mie mille domande al secondo con un solo gesto della mano.
Mi indirizzava in quel modo verso un ufficio limitrofo alla segreteria che pare-
va essere una saletta dedicata agli insegnanti.
Mi aprì la porta dall’interno un uomo sulla sessantina, quasi completamente
calvo, con solo una corona di capelli candidi portati come l’alloro degli antichi
romani. Spiegai brevemente anche a lui le mie intenzioni e scoprii presto di
aver trovato proprio il maestro di Naira.

«Sto registrando la nostra conversazione, ma se le da fastidio...»


«Spero solo di esserle, in qualche modo, proficuo per la sua ricerca.»
«Sicuramente più di chiunque altro con cui abbia parlato fin’ora!»
«Allora la ringrazio già da adesso per la fiducia accordatami.»
«Prego!»

Non avevo ancora capito se fosse l’ennesima infruttuosa battaglia colloquiale


che mi accingevo a sostenere o se, invece, avrei avuto modo di giungere a qual-
che informazione utile su quella che era oramai per me la storia del secolo.

«Ma mi dica pure, cosa vanno cercando un ricercatore e uno storico, quali lei è,
in una scuola elementare di un paesino piccolo piccolo come il nostro.»
«Vorrebbero, se fosse possibile, tracciare con segno sicuro la storia che si è con-
sumata sulle quinte del vostro piccolo piccolo paese, e che ha avuto come per-
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sonaggio centrale la piccola Naira, sua allieva.»

Impostai un registro linguistico un po’ troppo pomposo, per sentirmi un po’


più all’altezza del mio interlocutore.
Ed egli alle mie parole rispose con un silenzio lungo, ma meditativo. Non era
come se non stesse rispondendo, quel suo sguardo era come il titolo di un libro.
Infatti, dopo pochi secondi, parlò.

«Nel tempo che è trascorso dalla mia nomina come insegnante qui ad Avi-
sca, molti sono stati gli insegnamenti che ho ricevuto per quel che riguarda il
mestiere di vivere, ed ho imparato più di quanto abbia mai insegnato in tanti
anni di carriera, se così si può chiamare. Non crede che una parola come questa
abbia ormai perso il suo significato originale e ne abbia invece assunto uno
strettamente legato all’idea di arrampicata sociale?»
«Forse ha ragione lei.»
«Però...lei vede bene che certe cose della Signora Vita vengono predisposte in
un certo modo che nessuno abbia a dubitarne per quanto ne riguarda l’auten-
ticità d’intenti.
È meglio che mi spieghi diversamente di come abbia fatto sin qui.
Diciamo, allora, che una bambina, nata da una famiglia che solo di recente ha
portato in questo nostro paese la proprie radici, cresca tra di noi, come quell’uc-
cellino che ci osserva dal suo ramo proprio adesso fuori da quella finestra...»

Il maestro, così dicendo, aveva lentamente alzato il braccio sinistro indicando


così l’unica finestra di quella stanza.
Voltandomi, vidi prima la luce che filtrava attraverso i vetri, poi il pulviscolo
che essa colpiva e faceva girare e quindi, di là dai vetri, vidi quel passerotto che
pareva spiarci.
Intanto il maestro aveva continuato a parlare.

«...così, avviene che uno spirito semplice, come quello di un bambino, una
giovanissima mente, che tutto scopre per la prima volta, si accorga che...»
«Professore, cosa mi sta per dire?»
«Professore...nel mio caso è un abuso di titolo, lo sa? Sono soltanto un umile
maestro elementare. E poi non crede che “professore” sia una parola che non ha
lo stesso carico morale della parola “maestro”? Sa che Gesù, il Nazareno, non

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era chiamato Professore, bensì Maestro?»

Quest’uomo parlava molto lentamente, e non per la sua età. Ragionava su ogni
parola, questo lo si vedeva, ma lo faceva con una naturalezza tale da incantarti.

«Ma, così dicendo, mi accorgo adesso di non poter dire di essere un’umile
maestro, se è tanto alta l’idea che ho del mio ruolo, non crede?»
«Credo che in qualche modo lei abbia risposto alla mia domanda, ma credo
anche che il mio cervello ci metterà dei mesi ad interpretare una risposta come
questa!»
«Le dico un’ultima cosa e poi le narrerò i fatti nudi e crudi, come lei desidera.
“Professare” è un verbo che dice che bisogna ripetere qualcosa comunicataci da
altri, qualcosa in cui si crede magari, ma che non abbiamo prodotto noi con
la nostra intelligenza, o non abbiamo noi per primi sentito col nostro cuore.
Non è questo, invece, il compito di un “maestro” – e questa volta mi escludo a
priori dalla categoria -, che viene a noi per indicare un dettaglio del quale nes-
suno prima di lui aveva potuto intuirne l’importanza.
Non dico con questo che la verità possa essere innata, per esempio, dentro una
bambina di pochi anni. Dico che se le cose stanno in un certo modo, qualcuno,
prima o poi, se ne accorgerà. E lei adesso dovrebbe chiedersi: “Ma qualcuno
potrà mai essere in grado di intuire come stanno veramente le cose, anche se il
progetto è tanto complesso e misterioso, come si sa esserlo il disegno di questo
mondo, di questa esistenza, dell’Universo tutto?” – Se lo sta chiedendo?»

Non ne sono certo ma credo che annuii.

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Capitolo ottavo
Naira spoken in class today
La lezione quel giorno era su una poesia. Amo molto la poesia e credo che una
bella poesia, semplice, sentita, ritmata anche, possa riuscire ad affascinare an-
che delle menti vivaci come quelle dei bambini. E mi sembra ovvio che proprio
la semplicità mista alla sincerità sia la chiave.

«Naira, proviamo a leggere insieme questa poesia! Facciamola sentire bene ai


tuoi compagni! Quindi leggi lentamente e a voce alta, come abbiamo imparato
ieri. Ti ricordi?»
«Sì!»

Non ricordo quale poesiola feci leggere quel mattino. D’altra parte non è im-
portante.

«...però si sono sempre sbagliati sul quando!»


«Cosa?!»

Tutt’ad un tratto disse così.


Senza un motivo, senza un avvertimento, senza un solo battito di ciglia che
ne poteva far presentire l’arrivo, quelle parole le uscirono di bocca come un
petardo. Tagliò la stanza in due, o almeno questa fu la mia impressione. Anche
il brusìo dei suoi compagnetti cessò znel istante in cui quel piccolo angioletto,
alzando il capo verso di me, pronunciò ad alta voce quella mezza frase incom-
prensibile.
Incomprensibile soltanto a noi però. Era evidente, dallo sguardo della bambi-
na, con quanta chiarezza lei sola avesse davanti a se tutto il significato di quelle
sue parole.
In quegli occhietti ambrati che mi fissavano, quasi illuminati da quella loro
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privata e incredibile scoperta, proprio in quegli stessi occhietti, che tante volte
avevo visto pendere dalle mie labbra, adesso in loro vedevo chiara la pretesa di
insegnare a tutti qualcosa.

«Naira! Che ti prende?! Finiamo la poesia, dai!»


«Anche tu, signor maestro, non puoi fare finta che non te l’aspettavi! Sono
cose che non t’aspetti oggi, questo sì, ma domani chissà!»

Adesso le dirò una cosa che lei non capirà, ma con questo non intendo asso-
lutamente denigrare le sue abilità mentali; ma si tratta di una questione che
imbarazza me personalmente, ancora oggi.
Il fatto inconsueto... pare così soprattutto nella forma di racconto... è che... non
so spiegarle neanche lontanamente il perché, ma mi sentii accusato...mi sentii
colpevole. Riesce lei a capire?

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Capitolo nono
Rivelazione
Lei non può di certo giustificare un comportamento come il mio, se prima
non riesce almeno ad intuire la rabbia e la vergogna, immotivate, che nascono
da un’accusa inattesa e incompresa, pronunciata per di più dalla bocca d’un
bambino.
Però lei di certo conosce l’indignazione che si prova per un’offesa, per un insul-
to. È una peculiarità dell’età adulta, e sostituisce con un’overdose di emozioni
lo sfogo del pianto, che un bambino invece conserva ancora. E mi creda se le
dico che quella è una delle più grandi doti dell’essere bambini.
Mi persi dentro le sue parole.

«Cosa stai dicendo?»


«Non è che si può decidere così come si decide di fare una torta la Domenica
pomeriggio!»
«Ma stiamo parlando ancora di poesia, o no?»
«Anche la poesia c’entra un po’, ma anche la pubblicità dei detersivi o il gatto
che fa sempre la pipì sotto la macchina di mamma. Ma capiamo tutti che sono
cose importanti per cinque minuti, o anche per una vita intera, ma poi?»
«Naira, ma cosa t’è preso? Ti senti poco bene? Non ti ho mai sentita parlare in
questo modo e credevo che lo sapessi che non si interrompe così una lezione!
Devi prima alzare la mano, e in ogni caso devi dire cose che siano pertinenti
con l’argomento della lezione, sai cosa significa?»
«Hai ragione quando dici che il motivo sta nelle cose pertinenti, e soprattutto
in quelle che crediamo impertinenti con le cose pertinenti. È da troppo tempo
che le mani si alzano, ma nessuno ha qualcosa da dire!»

Vidi che si fermò un istante a riflettere e poi, dopo essersi studiata bene bene le
facce dei compagni attorno...alzò piano piano la manina.
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«Vuoi che ti mandi fuori o vuoi aggiungere qualcos’altro?»
«Il Mondo sta finendo!»

La cosa più grave non fu quello che disse, ma il come. In tanti anni non avevo
mai sentito una bambina parlare in modo tanto sconclusionato, ma con tanta
convinzione da lasciare senza parole un vecchio maestro, educatore serio e va-
lente, quale io credevo di essere.

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Capitolo decimo
Il pompiere, amico di vecchia data del prof. Landi
«Ascolta, ti devo chiedere di lasciarmi registrare, sai? Lo uso per non prendere
appunti. Se non ti convince posso lasciar perdere comunque.»
«No, figurati! Registra pure! È un bel registratore! Ne ho comprato uno come
quello a mia figlia Gianna. Lei studia Medicina a Virnia e le serve per registrare
le lezioni di un professore che parla troppo velocemente e non le da il tempo
di prendere appunti.»
«Anch’io ho studiato a Virnia, e ora ci lavoro. Bella città, un po’ troppo cao-
tica.»
«L’ho vista solo quando mi toccò portarci la roba di mia figlia Giannina. Tu
non puoi immaginarti di quante cose inutili una ragazza moderna ha bisogno
per vivere serena!»
«È un problema, lo capisco, ma ho un po’ di fretta e mi interessava sapere tu
che idea ti sei fatto della scomparsa di questa bambina.»
«...»
«Allora?»
«Nino, ascoltami, ad Avisca ultimamente c’è stato un bel po’ di movimento,
anche prima del rapimento della bambina.»
«Perché dici rapimento? Ho girato mille uffici e nessuno ha mai tirato fuori la
parola rapimento.»
«Se vengono attirati in un paesino inutile come questo pure i giornalisti delle
reti nazionali, significa che il pesce è grosso, o almeno è saporito quanto basta
per fare clamore.»
«Non ti seguo più.»
«Metti che una bambina di Avisca si alza un giorno di prima mattina e inizia
a dire che domani c’è la fine del Mondo come noi lo conosciamo. Le cose sono
due adesso: o la madre la riempie di sberle fino a farle pensare che il Mondo
finiva ieri, oppure la si lascia parlare. Tanto è solo una bambina, è normale che
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una bambina così piccola si diverta a straparlare!»
«Certo! Ma dov’è il problema a questo punto?»
«Il problema non sussiste se tutti se ne fregano. Ma se da un giorno all’altro il
paese si riempie di giornalisti, scrittori, storici – se mi permetti – ma anche di
tanta altra gente che guarda e ascolta e chiede e non si capisce da dove venga o
dove vada...»
«Allora?»
«Allora cosa? Credo di essere stato abbastanza chiaro, no?»
«Tu mi stai dicendo che le credi? Credi alla bambina!»
«No, ma...siamo tutti preoccupati per quello che sta succedendo ad Avisca.»

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Capitolo undicesimo
La mamma di Naira
Era bellissima.

«Le dispiace se registro la nostra conversazione?»


«A che le serve?»
«Altrimenti dovrei prendere appunti con carta e penna e mi ci vorrebbe più
tempo.»
«Invece così non scriverà niente?»
«Beh, non adesso almeno.»
«Quindi lei adesso registra, poi riascolta da capo quello che le ho detto e poi,
a quel punto, prenderà i suoi appunti? Ho capito bene?»
«...sì, è così.»
«Ah, lei sì, che sa risparmiare tempo!»

Stavo per spegnere il registratore, mentre con l’altra mano tiravo fuori dalla
tasca della giacca il blocchetto per gli appunti e un pennino, quando lei, la-
sciando cadere la testa sulle spalle, si mise a ridere leggera.

«Lo lasci acceso, la prego, e mi perdoni.»

Quando rialzò il capo teneva ancora una mano davanti la bocca per nasconde-
re il residuo di un sorriso, anche se adesso aveva il capo piegato in avanti.

«Non mi ha ancora chiesto perché sono qui, cosa voglio da lei; non mi ha
neanche chiesto chi sono!»
«È vero, non so chi lei sia, ma in realtà so cosa è venuto a cercare qui.»

Ricordo che per qualche lunghissimo minuto la fissai attentamente senza riu-
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scire a cogliere neanche il più piccolo riflesso di un’espressione, qualcosa che
mi aiutasse a capire se stesse ancora scherzando o se fosse, d’un tratto, diventata
seria.

«Non ho capito bene cos’ha appena detto.»


«Lei è qui per mia figlia.»
«Come...?»
«Da quando è andata via, lei non può neanche immaginare quante persone
siano venute, né può lontanamente immaginare quante volte ho dovuto ripe-
tere questa conversazione con gente come lei.»
«Gente come me?»
«Sì. Ma d’altra parte è comprensibilissimo. Tutti cerchiamo qualcosa, no?»

Da qualche minuto aveva cambiato sia il tono della discussione, sia il tono della
sua voce.
Anche i gesti erano adesso più lenti e vaghi. Con la mano destra aveva disegna-
to, per un paio di volte, dei cerchi concentrici nell’aria che ci separava. Il suo
polso sottile, dalle vene scure e marcate, pareva imitare il fumo d’una sigaretta
quasi spenta. Quindi lo lasciò ricadere sulla faccia del tavolo che ci separava.
Quel colpo afono mi risvegliò d’un tratto.

«Non la seguo più. Perché dice “andata via” anziché “scomparsa”, come dicono
i giornali?»
«...»
«Oh, mi scusi. Lasci perdere, non volevo...»
«Lei cosa crede?»

Lo disse così piano, che sul momento non capii. Feci silenzio per un po’, men-
tre lei forse aspettava una qualche mia risposta, o forse stava inseguendo qual-
cos’altro, come me, che in realtà non pensavo già più alla domanda, in realtà
stavo di nuovo fissando lei.
Aveva lo sguardo lucido che, nella controluce della finestra che aveva di fianco
e che guardava di tanto in tanto, s’illuminava di diversi lampi. I suoi occhi
riflettevano in pieno il sole di quel giorno, ma prima di rilanciarne la luce la
arricchivano di un colore in più, un colore lontano da tutti i colori dell’iride,
un colore più semplice e più intenso.

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«Lei che cosa crede?»

Questa volta aveva scandito bene ogni sillaba e le aveva pronunciate indiriz-
zandole una ad una verso la mia faccia. Solo in quel momento mi accorsi del
suo marcato accento straniero.

«Riguardo cosa?»
«Di questa storia, di cos’altro?»
«Ma non ne so molto…»
«Sa meglio di me che questo non c’entra un fico secco! Tutti vengono già con
la loro bella idea stampata nella testa. Vengono, chiedono, e non gli importa di
cosa gli dirai, perché loro…»

Qui si fece avanti con aria di finta cospirazione, entrambe le mani aperte e stese
sul tavolo. Era l’immagine di un agguato.

«...loro già lo sanno cosa hai fatto!»

Si lasciò ricadere sulla sedia, le mani raccolte stavolta sul ventre, e le guardava.
Le cullava.
Aveva ragione, qualcosa c’era nella mia testa, anche se ancora non avevo la vo-
lontà di definirlo.

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Capitolo dodicesimo
Senza sottotitolo
Lasciai quella casa così come vi ero capitato, senza capire né come né perché.
Non mi fermai a chiedere alla madre cosa ne pensasse delle follie della figlia, né
mi fermai a discutere su come la pensavano gli Etruschi sulla fine del Mondo.
Andai per non tornarvi più.
L’ultima cosa che chiesi a Sofia, madre di Naira, fu l’indirizzo del prete che
aveva aiutato madre e figlia in quei primi giorni di confusione. La risposta fu
abbastanza lineare: in chiesa!

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Capitolo tredicesimo
Parola a padre Josia
Ad Avisca c’erano soltanto due chiese, una delle quali abbandonata da tempo
e ormai diroccata. L’altra era il centro della parrocchia della Sacra Famiglia e si
trovava non lontano dalla casa di Naira.
Il prete mi accolse senza troppe domande, ed io pensai che forse Sofia gli aveva
annunciato il mio arrivo.

«Dovrei registrare la nostra conversazione, di modo da non dover prendere


degli appunti. Posso?»
«A questo punto...sì.»
«Anche lei sa già il motivo della mia visita?»
«Lo posso intuire.»
«Bene! Allora me lo riassuma brevemente, visto che io ancora non l’ho capi-
to.»

Io ero sfinito da quel girovagare per Avisca. Erano già diverse settimane che
lavoravo con la testa a questa storia. Collegavo ogni minimo riferimento alle
tonnellate di nozioni che mi galleggiavano nel cervello. Gli Aztechi, i Mongo-
li, le tribù dell’Africa Nera, loro lo sapevano?
Chi dei tanti popoli del passato aveva designato una data per la fine del mondo,
compatibile alle esternazioni della bambina? E poi...perchè io già le credevo?

Ma se io ero sfinito, l’anziano prete che mi stava d’innanzi lo era molto di più.

«Mi perdoni se dico sciocchezze. Ma capirà bene che quello di ficcanaso non
è esattamente il mio mestiere...»
«È venuta molta gente a chiedere, ansiosa di scoprire una verità tutta sua. Lei
non mi pare quel tipo di curioso. Ma, come quei curiosi, ha bisogno di sapere.»
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«Lei mi può accontentare?»
«A me è toccata una parte in questa vicenda, una parte molto piccola, anche se
è di sicuro più grande di quella che mi posso permettere.»
«Qual è stato il suo ruolo?»
«Lei, in quanto studioso, conosce di sicuro la Bibbia. Conosce anche la con-
troversa figura di Giuda Iscariota, non è vero?»
«Sì, a parte i miei studi, sono cresciuto a pane e catechismo. I miei erano molto
religiosi.»
«E lei?»
«A modo mio, come un po’ tutti di questi tempi.»
«Dice bene, sa? Anche Giuda di questi tempi è un maestro di vita. Lui è stato
scelto accuratamente dal Cristo. Il Nazareno sapeva sin dall’inizio il ruolo che
quel giovane avrebbe avuto nella sua vita e lo scelse tra tanti, perché così il Pa-
dre gli aveva detto. E pensa che Giuda ne sapesse niente?»
«No?»
«Assolutamente no. Lui seguì il suo Messìa desideroso di aiutarlo nel suo cam-
mino di salvezza del mondo intero. Solo che le situazioni sono da valutare una
ad una. E facile è l’errore, più della ragione.»
«Lei mi sta dicendo che Giuda è stato scelto da Dio per uccidere il proprio
Figlio?»
«Noi non lo possiamo capire, non possiamo far entrare nel nostro cervello un
pensiero pensato dalla stessa mente di Dio!»
«Ma, se non sbaglio, Giuda è finito all’Inferno! E Dio l’avrebbe scelto per
aiutare Gesù nella sua missione e poi, a cose fatte, lo avrebbe buttato in pasto
alle fiamme dell’Inferno?!»

Mi ero infilato in una discussione che non capivo. Non sapevo il perché di tan-
to parlare della Bibbia. Ma da un prete me lo dovevo aspettare, questo pensai.
Però, non troppo tardi, capii quello che Padre Josia mi voleva dire.

«Ma guardi che Giuda in bocca al Demonio ce lo ha messo Dante o qualcuno


come lui. Nessuno è andato dall’altra parte a controllare. Non ancora.»

Mi zittì. La strana foga con la quale avevo partecipato al suo sermone mi stupì
solo allora.

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«Perché tutto questo discorso su Giuda?»
«Io nel mio piccolo ho fatto il mio mestiere di Giuda.»
«Che significa?»
«Quando venne a parlarmi il maestro della bambina, io vidi in questa storia
una chiamata. Andai dalla madre della piccola e le parlai a lungo. Le spiegai che
era grave ciò che...Naira diceva. Ci misi molto, ma la convinsi ad accettare che
mi occupassi io della situazione.
In effetti, a convincerla furono più i giornalisti venuti a cercare il prodigio della
bambina veggente.»
«Cosa ha fatto a Naira?»
Ricordo che balzai in piedi.
«Lei non ha capito. Non ho fatto nulla alla bambina. E questo è stato il mio
peccato.»

Silenzio.

«Chi è stato allora a sacrificarla?»


«È normale che non ci sia ancora arrivato. Ma io non posso spiegarle ciò che in
questo mondo non ha significato. Dall’altra parte ne ha parecchio, ma da qui
non si vede niente. Mi creda.»
«Ma la bambina dov’è?»
«Mi creda se le dico che nessuno le ha fatto del male. Sarebbe stato impossi-
bile.»
«Perché?»
«Quelli come Naira, quelli che vedono...arrivano prima.»

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Capitolo ultimo
Naira aveva ragione
Da lì a quindici giorni il mondo finì davvero, e tutti, anche padre Josia, ebbero
la conferma che la piccola Naira aveva ragione su ogni cosa. Volete sapere come
andò?
Andò come c’era d’aspettarsi.

Un giorno delle nubi apparvero all’improvviso nel cielo terso di maggio, dap-
prima bianche e sparse, poi scure e compatte, coprirono la Terra senza eccezio-
ni. Poco dopo fu il Sole stesso a mutare, da pallido, appena visibile di là dalle
nuvole, divenne nero, come il fondo di un pozzo molto fondo. Poi iniziò ad
aprirsi lento e scuro, parevano ali di un corvo immenso e nero come mai nero
fu conosciuto o immaginato sulla Terra.
Giunsero da ovest le solite creature immonde, striscianti e vocianti, che alza-
vano maledizioni in lingue ormai scordate e ringhiando, muggendo e urlando
anche con voci umane.
Giunsero da est luci, come stelle cadenti. Esseri luminosi ed indefiniti che pare-
vano aprir l’aria con il tacere melodioso di chi ha inteso ogni cosa.
Mentre sulla terra, in fila, incolonnati come macchine su un’autostrada, tutti
gli appartenenti al genere umano. Non solo i viventi ma anche coloro che era-
no stati e coloro che avrebbero dovuto esserci in un futuro, tutti in fila e per
ogni riga settantasette anime.
Quando tutto fu pronto, le luci ad est iniziarono a scandire ognuna un nome
diverso, un nome dopo l’altro, un coro di chissà quante voci alzate in un unica
nota, come l’accordo soffiato dalle canne di un organo. Insieme a questo un
raggio chiaro partì dal cuore del corvo illuminando per un istante una delle
anime al centro dell’infinita colonna. Appena dopo che il raggio fu spento, un
secondo partì dal nero, seguito da un nuovo coro ed un terzo quasi insieme,
poi un quarto e così un quinto, ed ogni lampo colpiva una testa.
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Balenarono molti lampi, non so dirvi un numero, non so neanche se esista un
numero! Ma avvenne che ad un certo punto i lampi si interruppero e il coro si
zittì e tra le anime ci fu sgomento quando alcune di esse si alzarono in volo. A
dir la verità non si può dire che volassero propriamente, in realtà parevano at-
tori di un antico teatro che, per impersonare angeli o dei, venivano tirati su con
una corda...solo che qui corda non ce n’era. Quando l’ultimo degli illuminati
fu alto nel cielo, altri nomi furono fatti ed altri raggi balenarono sulla folla.
Così andò avanti per molto e a pause regolari altri uomini ascesero al cielo.
Naturalmente giunse una pausa più lunga delle altre dopo la quale il coro non
cantò più.
Così, mentre a miliardi stavano sospesi in cielo, altri smarriti stavano schiac-
ciati al suolo.
La terra si scosse, urlò e quindi si aprì proprio ai piedi delle orribili creature ve-
nute da ponente. Delle due falde, quella che portava questi demoni sprofondò
di parecchio verso il basso tra boati inauditi. L’altra falda invece, quella sulla
quale erano rimaste le anime e le luci di levante si alzò dapprima di qualche
passo verso il cielo, indi s’inclinò in un istante verso il baratro, in modo così
brusco che le creature di luce si librarono via rapide come uno stormo di uc-
cellini da un ramo scosso per gioco da un fanciullo. Ma non volarono lontano,
rimasero lì, a mezz’aria, ad illuminare l’ultima scena.
Così fu che le ultime anime caddero nell’abisso, certo alcune cercarono di ag-
grapparsi a rocce, alberi, ma nulla li poté salvare. Tutti caddero e la terra iniziò
a richiudersi, mentre le bestie oscure, fin’ora spettatrici caute di tutto lo spetta-
colo, vedendo cadere anche l’ultima anima, si scagliarono anch’esse nel baratro
come cani affamati su di un osso da spolpare.
Il suolo fu chiuso che l’ultimo immondo era già caduto.
Così fu e di questo mai nessuno scriverà.

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Fine