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Beni culturali Vol.1: L’antropologia dei saperi tra etnie, cinema, fumetto e linguaggi
Beni culturali Vol.1: L’antropologia dei saperi tra etnie, cinema, fumetto e linguaggi
Beni culturali Vol.1: L’antropologia dei saperi tra etnie, cinema, fumetto e linguaggi
E-book266 pagine3 ore

Beni culturali Vol.1: L’antropologia dei saperi tra etnie, cinema, fumetto e linguaggi

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Info su questo ebook

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo direttore del Ministero Beni Culturali, già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all'Estero, è presidente del Centro Studi “Grisi”. Ha pubblicato libri di poesia (tra i quali "Via Carmelitani", "Viaggioisola", “Per non amarti più", "Fuoco di lune", "Canto di Requiem"), racconti e romanzi (tra i quali vanno ricordati "L'ultima notte di un magistrato", "Paese del vento", "L’ultima primavera", “E dopo vennero i sogni", "Quando fioriscono i rovi"). Si è occupato di letteratura del Novecento con libri su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D'Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e la linea narrativa e poetica novecentesca che tratteggia le eredità omeriche e le dimensioni del sacro. Numerosi sono i suoi testi sulla letteratura italiana ed europea del Novecento. Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e si considera profondamente mediterraneo. Ha scritto, tra l'altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo", giunto alla terza edizione), nel quale campeggia un percorso sulle matrici letterarie dei cantautori italiani, ovvero sul rapporto tra lingua.
LinguaItaliano
EditorePasserino
Data di uscita25 ott 2022
ISBN9791222016252
Beni culturali Vol.1: L’antropologia dei saperi tra etnie, cinema, fumetto e linguaggi
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    Anteprima del libro

    Beni culturali Vol.1 - Pierfranco Bruni

    James Frazer e il mito come immagine

    Quasi tutti i popoli del mondo sono convinti, e lo affermano, che la nostra coscienza sopravviva alla nostra morte fisica (James Frazer ).

    Sono gli dei a regalare il mito o è il mito a regalare gli dei?

    Quando Cesare Pavese dichiara che non si dà poesia senza il mito, non fa altro che affermare che la simbologia del mito è simbologia dell’immagine, dove per immagine non si intende immaginario.

    È possibile che il mito abbia interagito con il concetto di fantasia lungo i percorsi della storia, creando intrecci che hanno raccontato la vita dei popoli e delle civiltà attraverso una griglia di archetipi. Archetipi che sono giunti a noi grazie al recupero del concetto di tempo in una visione in cui la ciclicità delle stagioni è divenuta ciclicità della vita stessa, della natura e del paesaggio. Questo discorso ci riporta a Giambattista Vico, espressione di una antropologia simbolica che rappresenta, ancora oggi, un punto di riferimento e di contatto tra le forme letterarie e quelle di una etnologia che è dentro la coscienza dei popoli.

    È da qui che prende avvio la straordinaria dimensione di James Frazer (nato a Glasgow il 1854 e morto a Cambridge il 1941): Quasi tutti i popoli del mondo sono convinti, e lo affermano, che la nostra coscienza sopravviva alla nostra morte fisica. Il suo saggio Il ramo d’oro simboleggia la trasformazione del mito in letteratura, e quando ciò avviene la letteratura stessa supera ogni forma di realtà, di realismo o di descrittivismo. La parola che dovrebbe descrivere lascia all’immagine il codice della rappresentazione. È la rappresentatività a dare senso a quel vissuto in cui Frazer concepisce la simbologia del ramo come profondità della terra e del vento e il senso aureo come individualizzazione di un dato chiaramente allegorico.

    Vico resta l’antropologo della parola e delle stagioni nella ciclicità delle forme, concezione alla quale si rifà anche Cesare Pavese. James Frazer guarda a Vico soprattutto per cercare di comprendere e per catturare il senso dell’onirico, giocando tra interpretazione simbolica e visione onirica. La visione onirica è il vero tracciato grazie al quale è possibile interpretare e cogliere il senso di quella magia che ci riporta al primitivismo e che troviamo in molti antropologi che hanno legato la letteratura alla filosofia (come Malinowski, Lévy-Bruhl e Lévi-Strauss). In Frazer tutto ciò costituisce la condizione immanente di un dire e di un fare da cui esula il concetto vero di scientificità, lasciando impressa l’interpretazione nello scavo esistenziale.

    Il mito non è scientificità. È interpretare, leggere, quindi, immaginare. All’interno di questa visione ogni singolarità del linguaggio è diventata un raccordo tra l’essere in sé, l’essere stato e l’essere che potrebbe coesistere nel tempo. Di fatto, eludendo la visione di una chiave di lettura di un Frazer logico, perché non sussiste, entriamo nel campo dello scavo ermetico Hermes - Trismegisto. Siamo alla genesi della grecità con la quale il popolo del Mediterraneo si è confrontato attraverso il mondo egiziano, originando lo specchio di una simbologia che continua a riflettersi nello sguardo dei popoli. Quando un simbolo si riflette nello specchio, vuol dire che vive negli occhi e nello sguardo di una civiltà.

    Il ramo d’oro è donazione, il donare in azione. Dona - azione. Il mito si dona e, di certo, si cattura, ma catturarlo è un modo diverso dal donare. In Vico si dona. In Frazer si dona e si recupera. Cesare Pavese ha posto sempre in primo piano la lettura del ramo d’oro. Anche studiando le analogie tra il senso del selvaggio occidentale e il senso del primitivo orientale, ha colto l’orizzonte del sacrificio nella dimensione del primitivo. I popoli vivono nel sa-crificio, ovvero nel sacro, che non significa esprimere qualsiasi tipo di religione occidentale in sé. Frazer: Per religione, dunque, intendo una propiziazione o conciliazione delle forze superiori all'uomo che si crede dirigano e controllino il corso della natura e della vita umana. Perché così sottolinea: Ci sono buoni motivi per pensare che, nell'evoluzione del pensiero, la religione sia successiva alla magia".

    Il sacrificio è il senso del sacro nella religiosità dei popoli, in un discorso in cui religiosità sta ad indicare principalmente tradizione. Il punto, comunque, è in questo concetto di Frazer: Il selvaggio difficilmente concepisce la distinzione comunemente tracciata dai popoli civili tra il naturale e il soprannaturale. Per lui, il mondo è in gran parte determinato da agenti soprannaturali, ossia da esseri personali che agiscono per impulsi e motivi simili ai suoi, e passibili quanto lui di essere influenzati da appelli alla loro pietà, alle loro speranze, ai loro timori.

    Pavese si è soffermato ad analizzare questo aspetto nel corso dei suoi studi sul mito. Aspetto insito nel ramo d’oro e in quella forza spirituale, esistenziale, che contraddistingue gli uomini primitivi. È necessario scavare in questo ermetismo di Hermes per acquisire la capacità di capire e di confrontarsi con il dono, che alla fine diviene il legame tra i popoli e le civiltà. È, appunto, dall’ermetismo - Hermes che si giunge a una visione di esistenzialismo di gran lunga diverso dalla corrente di pensiero che si affermò in Europa tra Ottocento e Novecento, appartenente a un vissuto più attinente alla nostra cultura contemporanea.

    L’esistenzialismo nasce da questa forma originaria di ermetismo - Hermes poiché necessita di codici simbolici che si tratteggiano grazie a immagini quali la sirena, vera e propria simbologia del mare e del dialogo tra terra e mare divenuto viaggio. Viaggio che può essere compromesso per raccogliere un dono o per catturare un dono. È dentro questa cosmologia di miti che si forma una metafisica del rito.

    Con Il ramo d’oro Frazer ci ha regalato questa grande partecipazione ad un mito dalla dimensione fortemente ermeneutica, ovvero filosofica. L’ermeneutica, in antropologia, diventa filosofia in un cerchio magico in cui il sublime è fondamentale. Ma su cosa si basa la magia? Frazer: Se analizziamo i principi di pensiero su cui si basa la magia, troveremo probabilmente che essi si risolvono in due: primo, che il simile produce il simile, o che l'effetto rassomiglia alla causa; secondo, che le cose che siano state una volta a contatto, continuano ad agire l'una sull'altra, a distanza, dopo che il contatto fisico sia cessato. Il primo principio può chiamarsi legge di similarietà, il secondo, legge di contatto o contagio. Da qui anche il concetto di incantesimo o incantesimi e su ciò Frazer sottolinea: Incantesimi basati sulla legge di similarità si possono chiamare magia omeopatica o imitativa. Incantesimi basati sulla legge di contatto o contagio si possono chiamare magia contagiosa.

    Questo è il motivo che ha indotto Pavese ad assorbire la lezione di Vico e di Frazer, maestro di una antropologia moderna che non include solo l’etnologia, la tradizione popolare, la ritualità in sé, ma una visione d’insieme di forte percezione in cui il mito trionfa. Percezione nel senso di percepire la volontà e la potenza delle civiltà primitive. Il ramo d’oro non è altro che questa immanente percezione di un mito nel quale l’immagine diventa il trionfo della capacità del senso del tempo.

    Il mito e il tempo sono quella moneta di borgesiana memoria in cui vive l’aspetto della forma e dell’immagine. È qui che l’immagine crea l’immaginario. Dopo aver attraversato tutta la ciclicità mitica del passaggio del primitivismo delle culture, si giunge al ramo d’oro e alla sua offerta. Il ramo d’oro è un’offerta nella quale si catturano emozioni e sensazioni. Il mito corre il rischio di diventare realismo quando non è in grado di offrire queste suggestioni, insieme alla possibilità interpretativa di comprendere e di percepire.

    Su Frazer si è aperta una forte dialettica anche in termini conflittuali, ma chi capì in modo sereno gli studi di Frazer fu Giuseppe Cocchiare il quale scrisse che in Frazer si avverte profondamente il fascino del mondo classico insieme a quello dell'etnologia e del floklore. In questo collegamento di interessi spirituali – che è poi una forma di nuovo umanesimo – il Frazer porta però una sensibilità più raffinata dei suoi predecessori, direi la civetteria di un'intelligenza che fa dello scienziato un artista.

    Il mito non è realismo. È ciò che esiste senza la realtà e che vive dentro la coscienza dei popoli e degli uomini. Ciò a cui ricorriamo quando abbiamo bisogno di comprendere la nascita delle civiltà che diventa religiosità. Religiosità intesa, quindi, come tradizione.

    Tradurre ciò che siamo stati. La tradizione traduce ciò che siamo stati.

    Il ramo d’oro è questa tradizione. Ovvero: Tra i primitivi era regola comune quella di non svegliare un dormiente, perché nel sonno la sua anima è lontana e potrebbe non riuscire a tornare indietro in tempo.

    Pitagora

    Magia e filosofia. Un rapporto antico che si legge nei processi culturali che hanno identificato dei percorsi di civiltà e di storia. Si parte, appunto, da molto lontano per leggere i significati nascosti di questo raccordo. I popoli antichi e le civiltà elleniche, pre – elleniche e del mondo orientale (l’Egitto soprattutto) hanno nel loro interno un vissuto esistenziale che si raccorda tra la magia e la filosofia. Massimo Donà ha pubblicato un saggio dal titolo: Magia e filosofia (Bompiani), nel quale si percorrono i sentieri incantati che partono proprio dalle rive del Nilo. Un saggio importante come è di grande valore le pagine (purtroppo poche) dedicate a Pitagora. L’orfismo è una delle chiavi di lettura che si apre su un mondo variegato: Quello dell’orfismo era uno sciamanesimo della parola. Orfismo e poesia. Ancora Donà: Unita al canto, la poesia diveniva poi ‘incantesimo’. Resa attraverso un’azione minima, si faceva dramma – operazione magica in grado di realizzare una vera e propria presenza sacra.

    La grecità e il senso italico. Un rapporto importante che potrebbe trovare in uno studio serio sulla figura di Pitagora un suo approccio significativo. E’ vero. Noi siamo Greci. Ma siamo anche cattolici – cristiani. E non mi pare che possa esserci una scontata confluenza tra la grecità ellenica (o l’ellenismo) e l’interpretazione messianica. Omero non è Mosè. Proprio intorno alla figura di Pitagora (sul quale come Centro Studi e Ricerche Francesco Grisi porteremo avanti una ricerca partendo dai concetti di tempio, di simboli, di cultura popolare e di tempo) si può lavorare per capire di più il destino della civiltà occidentale e i richiami alla tradizione orientale nei suoi vari aspetti e nelle sue sfaccettature religiose.

    Il mare simbolo della grecità e il deserto simbolo del cammino mosaico. La nostra grecità o il nostro ellenismo con le maglie espresse dagli archetipi e la nostra cristianità (nostra come modello di civiltà in un intersecarsi di sistemi culturali) sono non un intreccio ma un incrocio sul quale, però, occorrerebbero delle scelte caratterizzanti.Il sodalizio fondato a Crotone nel VI secolo a.C. è il luogo d’origine del mito di Pitagora, coltivato nel mondo antico per quasi un millennio, fino a quando Giustiniano, nel 529 d.C., decretò la chiusura della scuola d’Atene.

    Pitagora, la matematica, la magia, l’alchimia, la metempsicosi, l’ispirazione eliocentrica. La cultura della Magna Grecia (con la sua storia e il suo immaginario) è una eredità magno greca che ha attraversato epoche ed età e si è fissata nell’immaginario per quella identità che raccordato l’Occidente con l’Oriente. Era nato a Samo tra il 571 – 570 a.C. Va a morire in quella terra, cuore della Magna Grecia, che è Metaponto tra il 497 – 496 a.C. Crotone resta il centro dal quale parte l’identità di una sapienza che si è tramandata lungo i secoli ed ha caratterizzato un modello di cultura. Si dice che fosse un bel uomo. Ci sono pochi busti che lo rappresentano. Mi riferisco alla testa bronzea di Ercolano del Museo nazionale di Napoli; a un ritratto che lo presenta con barba appuntita e turbante che rimanda ad un’immagine di tipo orientale nei Musei capitolini di Roma: ad un bustino marmoreo risalente al I secolo a.C. nel Museo di Ostia: a un piccolo busto custodito ad Aquilea.

    Una presenza importante per definire, tra l’altro, l’idea di una civiltà mediterranea che raccorda due realtà storiche e geografiche: Occidente ed Oriente. Nelle Vite di Pitagora si racconta il mistero, il fascino, la favola, la leggenda di Pitagora. Elementi che in fondo costruiscono il personaggio e lo trasmettono nella tradizione. Un modello laico di raccordare i simboli alla magia. Ma Pitagora resta il costruttore di un’idea che è quella della trasmigrazione dell’anima. Un concetto fortemente anticristiano che si contrappone alla metafora di una religiosità cattolico – romana. I simboli che trasmette sono parti di un discorso che antepone al sacro il concetto laico della vita. La ciclicità non ha la liturgia cristiana e non può essere ripresa dal viaggio evangelico. Il tempio pitagorico è l’incontro dell’idea greca (ed egiziana) con quella romana successivamente ma non ha nulla a che fare con il modello di santuario cristiano. Il cristiano non accetta le sette ma la contemplazione di Gesù. I simboli sono chiaramente richiami determinanti ma ci sono simboli che rientrano nell’antropologia culturale popolare laica e simboli che ci portano a leggere l’evento biblico non in termini culturali ma in termini ontologici. Con Pitagora siamo al limite tra il profano e il sacro.

    Il Mediterraneo è snodo di culture della dominazione e di emarginazioni. Il pitagorismo sprigiona quelli che chiamiamo archetipi all’interno della filosofia dell’essere ma la centralità dell’essere dell’uomo non è praticata da Pitagora ma dal cristianesimo. San Paolo non è folclore. E’ fede. E’ la filosofia della fede. Gli archetipi pitagorici non conoscono il sacro ma il mito. La Grecia non è cristianità. L’ellenismo disconosce il deserto e la Terra promessa. I viandanti della Terra promessa sono uno scontro con la filosofia degli archetipi del tempio. Le colonne greche non sono la chiesa apostolica romana. San Paolo è la chiesa. Credo che bisognerebbe stabilire dei confini che sono di ordine anche filosofico tra il senso della razionalità e l’interpretazione cristiana. La magia non è il sacro. La fede non è alchimia. Visioni dunque profondamente intrise di religiosità. Ma ci sono chiavi di letture che hanno una loro specificità.

    In Diogene Laerzio si legge: L’inizio storico della filosofia si ebbe con Anassimandro e Pitagora. E precisa: la filosofia di Anassimandro si chiamava ionica, perché Talete che era della Ionia – nacque a Mileto – fu maestro di Anassimando; la filosofia di Pitagora si chiamava italica, perché il magistero di Pitagora si svolse per la maggior parte in Italia. Già questa è una sottolineatura che pone in essere una questione relativa al destino di una civiltà che si è intrecciata con una eredità e con una griglia di simboli che trovano nell’idea del Mediterraneo (e direi di una identità dentro il pensiero che è stato quello racchiuso in una magia espressa in due termini che formano un messaggio di esperienza: Megale Hellas) una trasmissione di codici che costituiscono la metafora dell’anima Occidentale attraversata da un testamento che è quello proveniente dal mosaico esistenziale ed estetico del mondo Orientale.

    Pitagora è il racconto di un intreccio di maglie che passa tra le onde di una memoria impastata dall’acqua del mare e della terra del deserto. Un immagine che ha una sua implicazione in un tratteggio mosaico come ebbe a dire lo stesso Giovanni Pico della Mirandola. Una tradizione che non si è fermata e focalizzata nel VI secolo o nei rimandi immediatamente successivi ma ha percorso le epoche e i secoli in una visione in cui la dimensione greco – italica ha rappresentato l’espressione di un principio di primato di una civiltà. Una civiltà che ha visto, appunto, nel Mediterraneo il sorgere e l’evolversi di modelli che hanno caratterizzato la cultura di popoli. Nel legame tra pitagorismo e Megale Hellas non c’è soltanto un legame storico o, altri termini, geografico, ma piuttosto una connotazione che ha elementi abbastanza intrisi in un simbolismo che resta come fase fondamentale e interpretativa in un richiamo che pone come dato indicativo proprio quelle due identità già prima richiamate: Occidente ed Oriente. Pitagora proprio perché, sottolinea così Porfirio, viene invocato come un dio è il portatore di quella cultura egiziana che trasmette ai popoli in quel territorio che venne chiamato della Magna Grecia che ha dirette discendenze con le acque mediterranee.

    Nella Vita di Pitagora di Porfirio si trova un inciso di Aristosseno che sottolinea: vide venire a lui Lucani, Messapi, Peucezi, Romani. Sono popoli che hanno segnato una cultura in cui l’affermazione degli archetipi ha delle radici di una profondità straordinaria e sono completamente attraversati da una singolarità di segni che hanno posto all’attenzione il linguaggio della parola nella sua contestualizzazione ermetica, nella definizione della leggibilità del numero, nella funzione dialogica delle etnie. Pitagora ha, tra l’altro, definito un Mediterraneo delle etnie che non è quello delle geografie. Ma le etnie vivono nel cerchio che teatralizzano il senso dell’archetipo.

    Qui sta l’orizzonte e il senso delle origini orientali di Pitagora. In quell’immagine che lo raffigura con la barba appuntita e il turbante non è lontana dal vero. Samo, la cultura orientale, Crotone e Metaponto (la Magna Grecia nel cuore del Mediterraneo) sono delle direttrici fondamentali che intrecciano un processo storico e un modello identitario. Pitagora cammina nel mito ma la sua presenza è una costante, pur nelle varie interpretazioni, nella consapevolezza di quella civiltà che resta come emblema all’interno dei territori che sono stati (e lo sono tuttora) Magna Grecia. Territori nei quali l’Orfismo è stato un modello di iniziazione. Donà: Seguace dell’orfismo, profondo conoscitore dei misteri eleusini, ma anche, come si è detto, della sapienza dei Caldei e dei Magi, Pitagora istituì una serie di atti rituali che dovevano accompagnare gran parte delle azioni quotidiane, e si servì di incantesimi, e dell’incantesimo della musica, per curare alcune malattie. Ancora nei sentieri del mito. Pitagora, in fondo, ci permette di scoprire i luoghi di una ritualità che si sviluppa, tra l’altro, come dimensione onirica.

    Una tradizione che si è fatta testamento. Ma qui il passaggio dalla cultura laico – profana (con tutte le relative strutture simboliche e mito – poietiche) a quella cristiano – (giudaica) è chiaramente portatore di nuove e diverse sfide non solo storiche e filosofiche ma etiche. Pitagora è dentro il Mediterraneo. Ma è ancora un Mediterraneo che non conosce il sacrificio e il dolore del popolo del deserto e non conosce ancora il viaggio (non iniziatico – rituale - mitico ma cristiano – liturgico – sacrale) e la preghiera di San Paolo.

    Bronislaw Malinowski

    L’antropologo delle conchiglie

    Cultura e civiltà sono due Sistemi completamente diversi. Non bisogna mai confondere le due porte. Si contrappone al Freud di Totem e tabù (1913), perché il suo modello antropologico ha una innata metafisicità. Credo che Bronislaw Malinowski sia stato uno tra i più importanti interpreti dell’antropologia moderna. Era nato a Cracovia il 7 aprile del 1884, ed è morto il 16 maggio del 1942 a New Haven.

    Un antropologo polacco che ha saputo interpretare il mondo anglosassone (fu, infatti, naturalizzato cittadino britannico). Al di là di queste cronache biografiche, nella sua vita c’è sempre stato l’interesse di superare il concetto di collettivismo e di soffermarsi, in particolare, sul senso della persona, dell’individuo: …afferrare il punto di vista dei soggetti osservati, nell'interezza delle loro relazioni quotidiane, per comprendere la loro visione del mondo.

    In questo percorso etno-antropologico (perché il legame tra antropologia e etnografia resta straordinario in Malinowski) si sono incontrati diversi modelli in cui il senso del rito e della magia sono stati portanti nella funzionalità della comprensione tra popoli e civiltà. Forse proprio per questo motivo ha attribuito grande importanza al concetto di dono tra popoli, tra tribù.

    Quel concetto di scambio, nel senso legale del termine, dal quale è stata ideata la teoria scientifica delle culture, dove lo scambio e il confronto sono divenuti dinamiche del mutamento culturale. Egli fece una ricerca dominante sul

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