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Andremo a mietere il grano
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E-book214 pagine

Andremo a mietere il grano

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Info su questo ebook

Mary sta per compiere sessant’anni ed è passata una vita intera da quando ha lasciato il paese sul Lago Maggiore in cui è nata. Ha fatto il lavoro che ha sempre voluto, la fotografa, ha girato il mondo, vive a New York, è una donna realizzata. Al paese non è mai tornata, non ha più visto né sentito sua madre e ha mantenuto i rapporti solo con la sorella minore. Ed è proprio lei a chiamarla, una sera di maggio. “La mamma sta morendo”, le dice. 
La notizia lascia Mary indifferente, eppure sale su un aereo e attraversa l’oceano.  
Bastano poche ore perché Mary ritorni ai suoi nove anni, quando diceva che da grande avrebbe fatto la fotografa e in casa le ripetevano che lei era una femmina e quello era un lavoro da uomo.   
Ritornano la scuola, la maestra Mariolina, i libri letti di nascosto sotto il ficus, lo sguardo mite di suo padre e i racconti di guerra di nonno Carlo. Ritornano le parole delle canzoni, insieme al ricordo della cattiveria, dei pregiudizi e del razzismo che avevano spezzato per sempre la sua infanzia, in quegli anni Sessanta che ora tutti descrivono come un bel sogno. 
Quattro decenni non sono bastati a seppellire la rabbia e i sensi di colpa ed ora è il momento di affrontarli, per chiudere la partita. Perché non basta conoscere la verità: a volta bisogna dirla a voce alta.  
LinguaItaliano
Data di uscita26 ott 2022
ISBN9791280324276
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    Anteprima del libro

    Andremo a mietere il grano - Lilli Luini

    LILLI LUINI

    ANDREMO

    A MIETERE IL GRANO

    Edizioni Il Vento antico

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    About This Book

    Mary sta per compiere sessant’anni ed è passata una vita intera da quando ha lasciato il paese sul Lago Maggiore in cui è nata. Ha fatto il lavoro che ha sempre voluto, la fotografa, ha girato il mondo, vive a New York, è una donna realizzata. Al paese non è mai tornata, non ha più visto né sentito sua madre e ha mantenuto i rapporti solo con la sorella minore. Ed è proprio lei a chiamarla, una sera di maggio. La mamma sta morendo, le dice. 

    La notizia lascia Mary indifferente, eppure sale su un aereo e attraversa l’oceano.  

    Bastano poche ore perché Mary ritorni ai suoi nove anni, quando diceva che da grande avrebbe fatto la fotografa e in casa le ripetevano che lei era una femmina e quello era un lavoro da uomo.   

    Ritornano la scuola, la maestra Mariolina, i libri letti di nascosto sotto il ficus, lo sguardo mite di suo padre e i racconti di guerra di nonno Carlo. Ritornano le parole delle canzoni, insieme al ricordo della cattiveria, dei pregiudizi e del razzismo che avevano spezzato per sempre la sua infanzia, in quegli anni Sessanta che ora tutti descrivono come un bel sogno. 

    Quattro decenni non sono bastati a seppellire la rabbia e i sensi di colpa ed ora è il momento di affrontarli, per chiudere la partita. Perché non basta conoscere la verità: a volta bisogna dirla a voce alta.  

    Serie

    I Romanzi

    Questo libro è un'opera di finzione e, tranne che nel caso di fatti storici, qualsiasi somiglianza con persone reali, vive o morte, è puramente casuale. È stato fatto ogni sforzo per ottenere le autorizzazioni necessarie con riferimento a materiale protetto da copyright, sia illustrativo che citato. Ci scusiamo per eventuali omissioni al riguardo e saremo lieti di rendere i riconoscimenti appropriati in qualsiasi edizione futura. 

    Questa è la grande debolezza – desiderare di essere benvoluta, amata. Rinunci a qualsiasi dignità quando vuoi essere benvoluta, amata.

    (Joyce Carol Oates – Ho fatto la spia)

    Fare una fotografia vuol dire allineare la testa, l’occhio e il cuore. È un modo di vivere.

    (Henri Cartier-Bresson)

    Maggio 2017

    Eccolo, il lago, con le sue tre isole, e il fiume che lo trapassa e lo abbandona. Dall’aereo, tutto ha le dimensioni di una mappa geografica, basta una virata per essere altrove. Su un’autostrada, per esempio, tre corsie per parte, un ponte e poi un altro, circondati da un disegno geometrico fatto di quadrati colorati di verde, uno diverso dall’altro, come le coperte all’uncinetto degli anni andati.

    L’aereo sta scendendo velocemente, adesso.

    Mary Ashton si prepara all’impatto. Chiude gli occhi, posa la nuca sul sedile, svuota la mente.

    Toccano terra con un sobbalzo.

    Il solito riflesso condizionato le fa allungare le mani sullo schienale davanti e puntare i piedi. Come dovesse frenare, come se l’aereo avesse bisogno del suo aiuto per rallentare e poi rollare lento verso il terminal.

    Riapre gli occhi e spia oltre l’oblò. Sono arrivata, si dice, ma sa di essere solo all’inizio di un viaggio che non è di lavoro e neppure di piacere.

    Quando il portellone si apre, Mary scivola fuori confusa tra gli altri passeggeri. Cammina piano, può prendersi tutto il tempo di cui ha bisogno. Ad aspettarla non c’è nessuno, tranne i pezzi della vita che si è lasciata alle spalle, cocci degli anni più bui che deve provare a raccogliere e decifrare una volta per tutte.

    Ai nastri bagagli, decine di viaggiatori camminano su e giù in un’attesa nervosa. Lei no, lei si siede e aspetta. Negli ultimi tempi ha imparato il valore delle pause, dove lasciare fluire i pensieri, gli stessi che prima scacciava con un inutile atto di volontà. E il primo è la consapevolezza che, quando uscirà dal terminal, e per i giorni a venire, si sentirà dall’altra parte del mondo, proprio come si sentiva appena trasferita a New York. Una sensazione inspiegabile ma reale, come guardare le cose, o la vita stessa, dal lato opposto. Soprattutto nel minuscolo angolo d'Italia dove sta andando, dopo quarant’anni di assenza.

    Durante il volo si è addormentata e ora un frammento di sogno fa capolino nella coscienza. La neve che entra nelle scarpe, i piedi bagnati. Le scarpe blu, quelle con i due occhi e il cinturino, che non riparavano certo dalla neve. Gli anni in cui l’uomo non era ancora sbarcato sulla Luna e i Moon Boot non li avevano inventati. O forse sì, ma di certo non erano arrivati a Rondinelle sopra il Lago, provincia di Varese.

    Dicembre 1965

    "Quel lieve tuo candor, neve

    Discende lieto nel mio cuor…"

    L’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale, finalmente. La classe era stata tirata a lucido dal bidello. Non c’era un filo di polvere sui banchi, neppure sul ritratto del Presidente Saragat appeso sopra la cattedra insieme al crocifisso.

    Anche gli alunni della terza elementare erano tirati a lucido. In piedi, con il grembiule nero, il colletto bianco inamidato e le scarpe della festa. Toccava a loro, stavolta, cantare la canzoncina per la signora direttrice, venuta apposta dalla Direzione Didattica per augurare un buon Natale agli alunni e ai maestri della scuola elementare Dante Alighieri.

    La signorina Mariolina aveva raccomandato di non urlare e non spalancare la bocca come tanti piccoli ippopotami. Non erano il coro dell’Antoniano di Bologna, anzi, erano quasi tutti stonati ma, appena la maestra dava il cenno d’inizio, si credevano sul palco dello Zecchino d’Oro e cantavano a squarciagola.

    Eppure, la maestra li guardava commossa. Erano i suoi bambini, lo diceva sempre, e li conosceva bene: sapeva che Maria Gabriella Bianchi, nel banco in fondo, stava muovendo solo la bocca. Con un cenno la incoraggiò a far uscire la voce, ma Ella, così la chiamavano tutti, non ne aveva nessuna intenzione. La mamma le aveva detto di non cantare, sennò tutti avrebbero sentito quanto era stonata e i suoi genitori avrebbe fatto una brutta figura. Non c’era nulla che la mamma temesse più di una brutta figura.

    È Natale non soffrire più…

    Un applauso dei pochi adulti presenti seguì la fine dell’esibizione.

    «Cari alunni, vi faccio tanti auguri di buon Natale e di felice anno nuovo, auguri che porterete alle vostre famiglie. Mi raccomando, nelle vacanze non dimenticate di studiare e fare i compiti. Siate bravi e ubbidienti con i vostri genitori, che tanti sacrifici fanno per voi. E siate sempre grati a Gesù, che si è sacrificato per tutti voi. Buon Natale!»

    «Buon Natale, Signora Direttrice», dissero tutti in coro.

    Se ne andò, con la sua gonna a quadretti e il cappotto nero. Ella non avrebbe saputo dire quanti anni avesse. Anche lei non aveva la fede al dito, come tutte le cinque maestre della scuola.

    Le maestre non si sposavano mai. Sul perché, in paese c’erano diverse spiegazioni. La Emma Prestinera¹ sosteneva che si credevano chissà chi perché avevano studiato e pretendevano di sposare un dottore. La mamma non era d’accordo, secondo lei si sarebbero accontentate di chiunque, ma nessuno le voleva. Per questo non aveva permesso a Pia di fare le magistrali.

    Era successo l’anno prima, dopo che la maggiore delle sorelle Bianchi aveva finito a terza media. Pia era una ragazza ubbidiente, ma non capiva proprio quel divieto, tanto più che avrebbe frequentato una scuola femminile in un istituto di suore.

    «Ma perché?» aveva chiesto.

    «Io per te sogno un matrimonio da favola. Se fai la maestra resti zitella, non ti vuole nessuno. Gli uomini non si portano a casa le donne che hanno studiato. I buoni partiti, poi, vogliono una moglie come si deve, una che al mattino gli fa trovare tutto pronto, dalla colazione al fazzoletto da infilarsi in tasca, li saluta dalla finestra e inizia a occuparsi della casa.»

    Maria Gabriella aveva pensato che, se il matrimonio era fare i mestieri di casa, a lei non importava un bel niente di sposarsi. Ma era stata zitta, altrimenti le sarebbe arrivata la solita sgridata e magari anche una sberla. Al contrario di Pia, lei finiva sempre nei guai perché faceva troppe domande ed era, dicevano tutti, una ribelle. Non sapeva ancora bene che cosa significasse ribelle. Chiedere che cosa fosse una ribelle mentre ti sgridano perché sei una ribelle... non le sembrava una buona cosa. Tanto prima o poi lo avrebbe scoperto.

    Al suono della campanella di fine lezione seguì un vociare assordante, tutti che correvano verso l’uscita. Si buttò anche lei nella mischia, senza nemmeno allacciarsi il cappottino. Fuori scendeva un nevischio che cominciava a depositarsi sulla strada. Ella dovette fermarsi a chiudere i bottoni e infilarsi il berretto.

    «Vai a casa o dai tuoi nonni?» le chiese Fissa.

    «Dai nonni. Aspettami.»

    Mangiava da loro quasi ogni mezzogiorno, perché abitavano a cento metri dalla scuola. Fissa stava in un cortile a poca distanza e fare la strada insieme era diventata un’abitudine. Era bello attraversare il centro paese mentre i negozi chiudevano e tutti si salutavano e si scambiavano il buon appetito. Anche quelli che poi parlavano male l’uno dell’altro, per esempio Rachele, che aveva la latteria, non poteva sopportare il macellaio, lo chiamava il comunista. Però i due negozi erano di fronte e in faccia si salutavano e facevano grandi ciance.

    Del resto, anche lei adorava la nonna Caterina mentre la nonna Angelina le era antipatica, ma mica lo diceva, altrimenti vedevi che schiaffoni.

    Fissa invece le era proprio simpatica, era una delle sue compagne preferite, una che non faceva smorfiette e risolini ai maschi. Anzi, tirava cartellate anche ai più grossi, se la scherzavano. Uno di loro, un ripetente, passò proprio in quel momento. «Crocifissa, guarda che stai perdendo un chiodo!»

    Arrossì di stizza. Odiava quel nome, poveretta, ma la maestra Mariolina le aveva detto che non poteva cambiarselo.

    «Non te la prendere, sono stupidi», la consolò Ella. «Ma i tuoi genitori… perché ti hanno chiamata così?»

    «Da noi si usa che alla prima nipote femmina si dà il nome della nonna paterna», le spiegò con quel suo accento buffo.

    «E al primo nipote maschio quello del nonno?»

    «Brava. Il primo maschio tiene sempre lo stesso nome del nonno paterno. Mio fratello grande è stato fortunato, Michele è un bel nome. Bello quanto lui.»

    In effetti il fratello di Fissa era proprio un bel ragazzo moro, pure se sempre sporco di calce o di pittura, a secondo di dove lavorava.

    «A proposito di Michele mio… ma tu lo sai che è zito di tua sorella?»

    «Zito? Che vuol dire?»

    «Fidanzato. Si sono baciati», rispose Fissa e già rideva.

    Ella rimase a bocca aperta, proprio non sapeva né si aspettava che Pia avesse il fidanzato, tantomeno che fosse Michele Gallo. Ma l’idea del bacio scacciò ogni altro pensiero e le procurò la riderella.

    «Ma li hai visti tu?»

    «Sì. Michele le ha messo la bocca sulla bocca così» e nel dirlo allungò le labbra a cuore e fece uno schiocco che risuonò in tutto il vicolo. Ella ormai lacrimava dal troppo ridere e quando si salutarono cercò invano di smettere prima di salire dai nonni.

    «Cos’hai da ridere?» le chiese nonna Caterina.

    «Niente, Fissa mi ha raccontato una barzelletta.»

    «Sei proprio amica di quella terroncella, eh? Se lo scopre la tua mamma che fate la strada insieme, non ti fa più venire a mangiare qui.»

    Già, pensò Ella, e se scopre di Michele e Pia scoppia la terza guerra mondiale².


    ¹ Panettiera in dialetto locale

    ² Oggi potrebbe apparire assurdo un pensiero simile in una bambina di terza elementare. Ma nel 1965, la guerra era finita da soli vent’anni e i bambini ne sentivano parlare continuamente dai nonni e dai loro amici. Gli stessi nonni avevano combattuto anche la guerra 15-18 e anche di quella raccontavano. Pertanto il dire scoppia la terza guerra mondiale era di uso frequente.

    Maggio 2017

    Il sole sembra lontano, velato com’è da nuvole trasparenti, che rendono il cielo di quel color bianco latte tipico dei giorni indecisi. Quelli in cui l’inverno ormai è alle spalle ma ancora fa fatica a mollare la preda. Il calendario dice che è già primavera da un po’, ma da queste parti, nel nord Italia, la primavera è la stagione meno netta di tutte e arriva all’improvviso. Per ora ce n’è solo il profumo, che viene dall’erba e dagli alberi, quelli che son rimasti. I fiori sono nei giardini, rinchiusi dietro cancelli impenetrabili.

    Mezz’ora dopo essere scesa dall’auto noleggiata a Malpensa, sono proprio questi cancelli ad aver colpito più di tutto Mary Ashton. Con la sua Nikon D750 ne fotografa uno, e poi un altro e un altro ancora. Dopo vent’anni a New York, preceduti da altri venti vissuti a Milano, Parigi, Berlino e Londra, non ricordava quanto la gente di qui avesse paura dei ladri e si barricasse dentro fortezze inespugnabili.

    Mary si sente osservata. È una donna di sessant’anni, li compirà tra qualche settimana, ma la statura – quasi un metro e ottanta – e i capelli cortissimi biondo ghiaccio la fanno spiccare come un girasole in un campo di violette. Della gioventù andata ha mantenuto il fisico, tanto snello da permetterle di vestire in jeans e camicia bianca, con un golf di cotone turchese arrotolato sulle spalle. Anche il viso si è conservato bene: ha solo un reticolo di rughe sottili intorno agli occhi che un paio di occhiali da sole bastano a nascondere.

    Ma in questo paesello la noterebbero comunque, anche se avesse un fisico standard. Qui una persona sconosciuta salta all’occhio. Se ha una macchina fotografica al collo, poi, diventa notizia, perché i turisti sono rari, non è un borgo di cui parlano le guide o i giornali specializzati. È un piccolo paese senza attrattive, cresciuto intorno a un centro trattato negli anni in maniera dissennata.

    La chiesa è sempre la stessa, antica, costruita in serizzo, granito e pietra d’Angera, e anche molto ben tenuta. Ma cinquant’anni fa si trovava al centro di una bella piazza rotonda

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